di Alessandra Bocchetti


Gentile ministra Roccella,

affrontiamo prima i due argomenti che di questi tempi sembrano al centro del mondo. Primo: come vede la chiamo ministra. Che una donna voglia usare per sé il maschile è solo segno di quella miseria che si attacca tristemente alla pelle delle donne quando sentono di non avere storia. Un gesto ai miei occhi drammatico e triste. Secondo: sono proprio d’accordo con lei, l’aborto è il lato oscuro della maternità. Ma non è il solo. La maternità può essere oscura in sé quando non è desiderata. Può essere un abisso. Disgraziato chi viene al mondo senza il desiderio della madre. Per questo considero l’aborto una necessità prima che un diritto. L’autorizzazione ogni donna l’ha presa dalla storia delle donne a fronte di ogni inferno promesso o prigione minacciata e questo sarà sempre così. Ho letto che ha accettato il suo incarico volentieri perché il ministero delle Pari Opportunità è stato un ministero voluto dal movimento femminista. Mi permetto di correggerla. Non è stato così. Noi femministe non abbiamo mai chiesto un ministero delle Pari Opportunità. Dal primo momento in cui fu costituito lo abbiamo considerato un luogo pericoloso e ambiguo. Si dava alle donne l’idea che finalmente avessero una “stanza tutta per sé” e di questo avrebbero dovuto essere contente e soddisfatte. In realtà si voleva creare un mondo a parte delle donne, metterle in un angolo. Non era un’apertura, era un recinto. Le pari opportunità sono state la risposta delle istituzioni alla grande creatività del femminismo, il modo di arginare la sua grande potenza. Io lo chiamo femminismo di Stato. Le donne non sono una categoria, una minoranza, sono fondanti della società, che infatti senza donne non esisterebbe; a loro, in quanto cittadine libere e contribuenti, spettano tutti i ministeri, quello del lavoro, quello della sanità, quello dell’economia, quello dell’istruzione… insomma tutti. Così scrivevo nel 1996 alla ministra Finocchiaro, parlando di questo imbroglio.

Da allora a oggi questo ministero, che non ha fatto cose da ricordare, è stato sempre senza portafoglio e questo la dice lunga. La ministra sempre si deve arrabattare a elemosinare fondi di qua e di là. Così i progetti diventavano progettini, i convegni convegnucci e le ambizioni si fanno piccole piccole. Per lei ministra Roccella mi sembra anche che il carico si sia appesantito perché alle pari opportunità sono state aggiunte natalità e famiglia, due carichi pesanti. Quindi la mia raccomandazione vale anche per lei: non si arrenda all’imbroglio del “mondo a parte”, per di più povero in canna, le donne non lo meritano. Anche perché adesso le donne sono cambiate e non si chiedono più se sono capaci di fare quello che fanno gli uomini ma cominciano a pensare di saperlo fare meglio. Siamo oltre le pari opportunità.

Si avvicina il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Si celebra dappertutto, soprattutto nelle scuole. Lei vedrà ragazze truccate con occhi neri, bocche cucite da filo di ferro, teste spaccate, sangue, e anche manifesti per la città con immagini orrende. Difficile camminare quel giorno con una bambina per mano, ma anche con un bambino, che possono chiederti cosa significa e tu non vuoi rispondere, perché il messaggio che è sotteso a tutto questo è “Potrebbe succedere anche a te”. Perversamente sta diventando una festa, io lo chiamo il nostro Halloween. È la grande giornata del soggetto per eccellenza del femminismo di Stato: la vittima. Quel giorno tutte le donne diventano vittime, di chi non si dice. Possibile non ci si accorga dell’ambiguità di tutto questo? La violenza alle donne è una tragica realtà a cui si deve porre rimedio ma non è un tema politico.

Eppure tutti i partiti non sanno fare che questo, il perché è chiarissimo a chi lo sa vedere: la donna vittima, in realtà, rassicura tutti che nulla sta cambiando veramente e che l’ordine patriarcale della società non corre ancora alcun pericolo. La politica celebra proprio questo, anche se non lo sa. Io potrei suggerirle di istituire un minuto di silenzio da osservare nelle scuole, negli uffici pubblici, contro la violenza degli uomini sulle donne. Ma avrebbe difficoltà a fare passare questa proposta. Passerebbe invece la versione alleggerita, un minuto contro la violenza alle donne. Violenza anonima. Sono molto contenta che lei si dichiari femminista perché allora si accorgerà della falsa politica e lavorerà non sulla debolezza delle donne, non sulla loro vulnerabilità – siamo tutti vulnerabili – ma sulla loro forza che è immensa. Poche femministe sono entrate nei palazzi e debbo dire che non hanno fatto granché, presto prese in una logica estranea, costumi e usi che toglievano loro la parola piuttosto che darla. Spero non sarà così per lei. Comunque sarà difficile. Sa perché? Perché le donne non hanno bisogno di pari opportunità ma di opportunità in più. Bisogna saper fare delle ingiustizie per loro, uscire dall’idea di risarcire le donne ed entrare nell’idea di investire su di loro per una vita dignitosa per tutti. Ma le difficoltà sono due, molto grandi. La prima è che gli uomini sono vecchi e non sono pronti alla libertà delle donne e sono attaccati al potere, magari non per cattiveria, ma per abitudine. Qualsiasi obbrobrio della storia, e ce ne sono stati tanti tutti prodotti dalle loro decisioni, non li ha mai disautorizzati al potere. La seconda è riuscire a far guardare alle donne l’umanità, come un contadino guarda un campo di grano, come a una loro opera. Se le donne non trovano in sé stesse il senso grande di essere al mondo, poco potrà cambiare. Questo significa riuscire a superare tutti i secoli di negazione, di emarginazione, umiliazione, ignoranza che hanno fatto credere alle donne di essere meno, di essere umanità minore e che le ha fatto pensare, come unica via per fuggire da un destino pesante, di volere essere uguale agli uomini, perdendo il senso prezioso della loro differenza e la loro storia e la loro forza. Ministra Roccella, si metta all’ascolto delle giovani donne che per vivere fanno tre o quattro lavori contemporaneamente, che Dio sembrerebbe averle abbandonate, che la Patria con loro è più che avara e che la Famiglia per loro è un sogno impossibile. E sia così brava da riuscire a capire quello che le donne stanno dicendo senza parole. Tra i suoi mandati c’è la natalità. Le donne fanno meno figli, è un fatto. Questo mette in pericolo la società tutta, la sua sopravvivenza.

Se da femminista guarda a questo, saprà capire che non fare figli è il giudizio più severo che le donne danno a questa società, alla sua organizzazione, alle scelte delle sue priorità. Fare figli per le donne non è più un destino, è una scelta e la sentenza è amara per tutti. Questa è la guerra delle donne, che non è come quella degli uomini che fa morti. La guerra delle donne non fa più vivi. Quindi c’è da mettere mano a tutto: lavoro, sanità, scuola, casa, imprese, organizzazione della vita… Sarà così coraggiosa da mettere bocca dove non è prevista la sua voce? Da presentarsi dove non è aspettata? Perché questo deve fare, uscire dall’angoletto che le hanno riservato e trasformare il suo ministero in un laboratorio operoso al lavoro per una diversa visione della società senza servi né serve, lavoro che sicuramente gli altri ministeri non si sognano di fare, né ne sarebbero capaci.


(Il Fatto quotidiano, 10 novembre 2022)

di Letizia Paolozzi


Arrivano le prime gesticolazioni identitarie del governo di Giorgia Meloni.
Già in precedenza “il presidente”, come in spregio al suo e nostro sesso vuole essere chiamata, aveva annunciato ai vertici europei che “è finita la pacchia” con la risolutezza di chi non ammette repliche.
Sicurezza, certezza, espulsione del dubbio: linguaggio dei politici? In più, come scrive Marco Belpoliti (su La Repubblica del 6 novembre), nei regimi autocratici c’è “un uso performativo delle parole”: Lo so e basta. Se lo dico, significa che è vero.
Nel decreto omnibus il suo governo, anzi, l’ex prefetto Matteo Piantedosi (quello che non si era accorto che Forza Nuova stava per assaltare la sede della Cgil), ora ministro degli Interni, si è immaginato una nuova fattispecie di reato (in Italia la moltiplicazione delle leggi somiglia a quella dei pani e dei pesci): pene durissime per chi organizza feste e raduni con più di cinquanta persone.
Feste e raduni riferite ai rave e alla cultura-sottocultura-controcultura plur: Peace, Love, Understanding, Respect. Bé sì ci si sballa, si ascolta musica techno, si ingurgitano sostanze. A quest’idea del fare festa di migliaia di ragazzi, il governo dice no, la società deve essere altro, la festa deve essere altro.
Dopo le critiche dei costituzionalisti di ogni colore e appartenenza politica, il decreto anti-rave cambierà in parte fermo restando l’asse punitivo ma Giorgia Meloni, sempre nel suo modo categorico (sottintendendo Chi siete voi per dubitarne?) ha affermato: “Rivendico la norma, ne vado fiera”

Nel frattempo, fierezza per fierezza, sull’ “ergastolo ostativo”, tutto resta immutato. Quanto alle carceri, all’alto numero di suicidi, dopo la visita del ministro alla Giustizia, Carlo Nordio, la risposta è stata: “Costruiremo nuove carceri”.
Il reintegro del personale sanitario non vaccinato per opera del ministro della salute, Orazio Schillaci, si può tradurre nella celebrazione della fine di restrizioni (anche illogiche) a scapito però dei più deboli.
E dei più indifesi, i rifugiati ai quali si impedisce di sbarcare sulla terra ferma, con l’eccezione, anzi la selezione dei più fragili. E chi stabilisce l’accoglienza selettiva? Non sono poi tutti naufraghi che hanno diritto a sbarcare in un porto “più vicino e sicuro”?
Ecco, nun me piace ’o presepe e non mi piace il paese che “la democrazia decidente” promessa da Giorgia Meloni disegna.
Non si tratta solo di provvedimenti che vengono lanciati, corretti, rinviati, ma del progetto culturale che ispira questa idea di democrazia.
Un progetto nel quale ci sono vincitori e vinti, considerando vinti gli sconvolti del rave, gli oziosi, i percettori del reddito di cittadinanza, i migranti, i carcerati, le donne che non vogliono figli, gli uomini e le donne che vogliono mettere su famiglia con un/una persona dello stesso sesso.
C’è stata un’apertura di credito per un simile progetto?
Sicuramente, da parte dei media una sorta di affettuosa attenzione nei confronti di Giorgia Meloni perché “l’opposizione fascismo-antifascismo è caduta in disuso; il fascismo è morto e lei non c’entra con quella storia lì data la sua giovane età”. Accompagnando il tutto con la forza del messaggio simbolico di una donna a capo del governo.
Tranne che bisogna stare attenti alla banalizzazione di “quella storia lì”; scappa fuori sempre qualche suggestione che rimanda al nazionalismo più o meno muscolare e suppone di poter ricorrere all’uso mascherato di soluzioni autoritarie.
Bisogna stare attenti perché la democrazia, in Italia, non ha solidissime radici. Troppo frettoloso il mutamento con cui è stata voltata la pagina del fascismo. Sicché i rigurgiti sono sempre in agguato nonostante le spinte alla riconciliazione (“i ragazzi di Salò”) di posizioni inconciliabili, all’addomesticamento della memoria, ai ricordi edulcorati.
Giorgia Meloni ha ringraziato il Papa per l’invito alla concordia. Ma Francesco ha pure detto che “un governo è per tutti”. Non sembra che finora sia questo il proposito del/della presidente del Consiglio e dei suoi ministri.

Quanto alla pace, certo, la presidente del Consiglio l’ha nominata, ma si riferiva a quella fiscale.


(DeA donne e altri, donnealtri.it, 7 novembre 2022)

Luciana Castellina


«Beh, siamo più di cinquanta, ma non siamo pericolosi». Così, ironico, Landini ha cominciato il suo discorso che ha concluso la manifestazione per la pace di Piazza San Giovanni a Roma ieri. Poteva essere più che ironico nei confronti di Giorgia Meloni – ma anche di tutti quelli che avevano prevista una piazza semivuota, perché «gli amici di Putin sono una assoluta minoranza» – vista la gigantesca folla che è arrivata, molti solo quasi alla fine per via delle dimensioni del corteo.

Ai tempi del vecchio Pci il nostro metro per giudicare i raduni in quella piazza è sempre stata la statua di San Francesco che sorge dalla parte opposta della Chiesa, calcolando di quanto la folla esbordava il santo dirimpetto a Giovanni. Ieri straripava, occupando anche le strade laterali, impossibile vedere tutti quanti.
Il popolo della pace. Non solo tante organizzazioni (600) ma anche tutte le persone dell’ampia area di sinistra che da tempo raramente rispondeva alle mobilitazioni. Riconoscerle è stata una gioia. C’erano anche Conte e Letta.

Non so cosa abbia pensato il segretario del Pd a trovarsi là in mezzo, sono contenta che sia venuto (e non sia andato a quella che a Milano Calenda e Renzi hanno promosso in polemica con quella di Roma, insieme a Letizia Moratti), ma spero che questo bagno di folla lo aiuti a capire quanto, con garbo, ha suggerito Raffaella Bolini, che ha parlato per l’Arci: «Per stabilire la pace non è utile partecipare alla guerra». Aspettare che le truppe si ritirino, e solo poi cominciare a parlare di pace, rischia di rendere così lunga l’attesa che potremmo nel frattempo essere tutti morti.
Tutti disciplinati: nessuno con le bandiere di partito, come da consegna. Ma tantissimi striscioni che indicavano la società civile; e poi il rosso dominante per i vessilli della Cgil, una presenza davvero massiccia per un impegno straordinario che la Confederazione ha posto in questa battaglia.
Il fatto più nuovo, e di grande interesse, è stata però la presenza cattolica eccezionale che si è riflessa nei discorsi dal palco, che hanno pesato. Oltre quello di Ricciardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio – che con tono polemico ha invitato Zelenski ad accettare una seria trattativa di pace, anziché rifiutare ogni incontro. E quello di don Luigi Ciotti, che senza mezze parole ha affrontato le «coscienze pacificate» che non si indignano per l’attuale sistema economico che produce disuguaglianze e ingiustizie.

Don Ciotti ha definito la grande finanza, le grandi ricchezze, le multinazionali «terre meno visibili», «subdole», mai oggetto di critica, evidente allusione al peggio del fronte che irride al pacifismo: la grande commozione per l’Ucraina aggredita che però non ha riscontro in altrettanta preoccupazione per tutto quanto di male viene prodotto da questo sistema.
Un attacco sacrosanto perché ogni giorno più pesante si fa l’arroganza di questo nostro Occidente che pensa di potersi permettere qualsiasi cosa che invece indigna se la fa qualcun altro. Non penso solo a quanto viene fatto ai danni della Palestina o dei curdi, all’Iraq o all’Afghanistan, ma a quanto si continua a fare silenziosamente pur continuando ad affermare che si vuole la pace.

È recente la notizia che verrà accelerata la produzione su larga scala di B61-12, nuovi congegni nucleari, sì da poterli avere a disposizione già a dicembre prossimo, anche nelle basi italiane.
Dove del resto già ci sono gli F-16 C/D (ad Aviano e a Ghedi), che verranno ora dislocati anche in ogni parte dell’Europa, naturalmente intorno alla Russia. Nel 2021 è stato firmato da 50 paesi l’accordo sulla denuclearizzazione militare proposto dall’Onu. L’Italia, in quanto membro della Nato, naturalmente non l’ha ratificato.

Chi dice che chiedere trattative è inutile perché Putin non le accetta, si rende conto che ratificare quell’accordo, rifiutare la presenza di armi nucleari nelle basi italiane, potrebbe aiutare a convincerlo? Perché allora non danno battaglia a questo scopo, aggiungendosi a quanti vogliono condurre una battaglia almeno sulla cosa più pericolosa di questa guerra, il rischio che lo scontro diventi mondiale e nucleare? Possibile che in otto mesi non sia emersa una, dico una, proposta di pace su cui cominciare a trattare con la Russia da parte dell’Unione Europea?
La pace non è facile, ma dovrebbe essere un obbiettivo condiviso; e se è un obbiettivo bisogna cominciare col delineare e percorrere la strada che può permettere di raggiungerlo. Occorre preparare una mediazione possibile da proporre, che per prima cosa riguarda la sorte dei territori ucraini dove una larga parte della popolazione ha chiesto di ottenere le stesse condizioni di autonomia di tante altre regioni speciali europee.
È difficile, lo sappiamo, ed è possibile che sul merito del compromesso necessario non saremo tutti d’accordo, ma quelli che si rifiutano persino di chiedere una trattativa potrebbero almeno cominciare a fare proposte e a iniziare qualche battaglia contro quanto si fa per aggravare la guerra? Giustamente Landini concludendo ha insistito proprio su questo, aggiungendo il sacrosanto tema della riduzione della produzione di armi che continua ad avere, adesso con l’aiuto straordinario del ministro Crosetto, l’Italia come una protagonista di punta.


(ilmanifesto.it, 6 novembre 2022)

di Franca Fortunato


Oggi [sabato 5 novembre ’22, Ndr] mi unirò alla manifestazione promossa dall’associazione “Europe for Peace” per chiedere che in Ucraina tacciano subito le armi e si apra un negoziato di pace per scongiurare il pericolo di una guerra nucleare. Mi unirò sventolando la bandiera della pace, che sta sul mio balcone dall’inizio della guerra. Dopo otto mesi di distruzione e morte, di invio di armi e sanzioni, passo dopo passo, ci hanno portato sull’orlo di una guerra nucleare. A chi vuole continuare la guerra fino all’annientamento del nemico, ricordo che quella a cui andremmo incontro non sarà la continuazione di quella che abbiamo visto fino ad oggi. La sola possibilità di una guerra nucleare, che, irresponsabilmente, nessuno esclude, cambia anche questa in corso. Qualsiasi ragione di chi è stato invaso, qualsiasi ideale di libertà o “valore” occidentale, diventa debole, molto debole, a fronte della catastrofe che ne potrebbe seguire. È questa la consapevolezza collettiva che accompagna la manifestazione e che si sta facendo strada in tutti i Paesi occidentali. Il giorno dopo un’eventuale guerra nucleare non ci saranno più terre da contendersi, da invadere e difendere, non ci saranno ucraini da aiutare e russi da sanzionare, non ci saranno “valori” da affermare e culture da bandire, ma solo distruzione e morte, terra sterile e aria avvelenata. La paura di una guerra nucleare ha accompagnato donne e anche uomini per tutta la storia della Repubblica, quando erano ancora vive nella memoria collettiva le immagini delle bombe atomiche sganciate dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki. Quella paura, oggi, è tornata in un mondo il cui arsenale nucleare è tale da poter disintegrare l’intero pianeta e ogni essere vivente. Sale in Europa la richiesta di mettere al bando tali armi nel mentre gli Usa si preparano, a fine anno, a schierare in Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi, Turchia e Grecia, 150 bombe nucleari di ultima generazione. «Dove ci conduce il corteo dei figli degli uomini colti?» Era la domanda, presa da Virginia Woolf, che rivolgevo alle donne all’inizio di questa guerra. La risposta ora c’è: ci conduce alla guerra nucleare. Alessandra Bocchetti, una femminista della differenza, negli anni ’80 di fronte all’orrore di una guerra nucleare, con sapienza ha argomentato come solo gli uomini potevano pensare, inventare, costruire un’arma che mette in pericolo la sopravvivenza sulla terra, portandone tutta la responsabilità di una tale eventuale guerra e delle sue atroci conseguenze. «Una donna – scrisse –, almeno per come sono le donne fino a oggi, non avrebbe mai potuto dimenticare che in un posto di questo pianeta c’è anche la sua casa, non avrebbe mai potuto dimenticare il suo corpo tra gli altri, quindi non avrebbe potuto immaginare una guerra dove non vince nessuno». È triste pensare che oggi, che una tale orribile eventualità è reale, ci siano donne che si stanno rendendo corresponsabili mentre altrove altre continuano l’opera materna, faticando e lottando per la vita e non per la morte, per la libertà loro e di tutte/i. Donne che stanno all’apice delle istituzioni europee, di Stati e Parlamenti e anche dentro partiti, esiliate dal pensiero delle proprie simili e dalla propria storia, non sanno riconoscere e dare senso alla loro differenza. Donne belliciste, dimentiche della potenza materna di dare la vita, delle lotte delle madri per permetterci di andare ovunque, dei loro sacrifici per darci una vita migliore della loro. Il bellicismo è la morte della madre, della donna. La pace è la vita, è la madre, e nessuna donna dovrebbe allontanarsene, per non perdere se stessa.


(Il Quotidiano del Sud, 5 novembre 2022)


Elisa Bellè, L’altra rivoluzione. Dal sessantotto al femminismo, Rosenberg&Sellier, 2021. Una giovane trentina di oggi si è messa in gioco per capire come sono nati e hanno preso forza il trovarsi solo tra donne e l’autocoscienza: il soggetto politico autonomo. Dall’ università alla città e oltre: pratiche, esperienze e relazioni di uno dei primi gruppi femministi italiani. Con Elisa Bellè dialoga Silvia Motta, una delle protagoniste della stagione del “Cerchio spezzato”.


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Paola Masi è morta e la ferita sappiamo che è grande, anche se non ne vediamo ancora la profondità. Femminista, economista, redattrice di DWF dal 1985, fondatrice insieme ad altre del Centro culturale Virginia Woolf.

Non stava male, non ci aspettavamo di dover scrivere questo messaggio. Solo due sere fa stava conducendo una intervista per il prossimo numero di DWF.

Il suo pensiero largo, la sua parola limpida, il suo passo svelto per arrivare e poi andar via da riunione. Le sue mani frettolose a sistemare. Ci prendiamo il tempo per stringerci forte e trovare le parole giuste per salutare una compagna appassionata, che ha dedicato la sua vita alle donne e a tutte noi.

Ci diamo intanto appuntamento lunedì 7 novembre alle ore 11 per celebrare un funerale laico presso il giardino della Magnolia della Casa internazionale delle Donne di Roma (via della Lungara 19).


La redazione di DWF


(https://www.dwf.it, 5 novembre 2022)

di Umberto Varischio


I toni utilizzati e alcuni commenti – come, per esempio, quello di Radio Popolare di Milano in una corrispondenza serale da Roma sabato 23 ottobre – riguardanti l’elezione dei presidenti di Camera e Senato e l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri dato a Giorgia Meloni, mi fanno pensare che in sottofondo ci sia la convinzione che si stia affermando una nuova forma di fascismo che si servirebbe di sovranismo e patriarcato.

Sono interpretazioni che mi lasciano molto perplesso: in primo luogo per il riferimento a una tragica epoca storica, che a differenza del periodo che stiamo vivendo, non si sostanziava solo di forme sociali e culturali, ma di specifiche strutture istituzionali e repressive che per il momento non sono all’orizzonte. Il fascismo come fenomeno storico e come l’abbiamo conosciuto nel secolo trascorso non è alle porte, e soprattutto non lo è nelle stesse forme di allora, anche se non possiamo fare a meno di preoccuparci di derive autoritarie e di criminalizzazione del diverso.

Sono, al contrario, convinto come veniva affermato nel Sottosopra del 1996, che «la fine del patriarcato non è e non sarà [certamente] una cosa da ridere», e che questo possa comportare, come scriveva Ida Dominijanni, la possibilità che «insieme ad esso crollino le strutture della vita associata che ad esso sono storicamente connesse; […] e che la virilità possa reagire in modo violento alla perdita del controllo sul corpo femminile». Ma quelli che stiamo osservando non sono i segnali di un nuovo totalitarismo, ma colpi di coda di un patriarcato alla fine, che è semmai la causa dello stato cose presenti, non uno strumento per realizzarlo.

Un patriarcato al suo termine come sistema di dominio degli uomini basato sul consenso, o sul silenzio-assenso, delle donne, che cerca di rivitalizzarsi basandosi sul profondo delle nostre emozioni e sentimenti di uomini, sulle pulsioni che anch’io, nel mio intimo, riconosco: una struttura sociale e di potere che di fronte alla molteplicità creativa e vitale che la libertà femminile rappresenta, cerca disperatamente di ricreare un ordine di vecchio stampo. Che può utilizzare anche richiami a forme politiche ormai centenarie, ma si sostanzia di queste pulsioni e si esprime, per esempio, a livello più generale, in Russia con il mito dell’uomo solo al comando e con la retorica guerrafondaia, ma anche in Ucraina con i continui richiami militaristi e con le parole d’ordine di eroismo, in Iran con la violenta e omicida repressione che tenta di negare la libertà alle donne, ma anche in Italia con la miseranda campagna elettorale che prima ha messo fortemente in dubbio la novità rappresentata da una probabile affermazione di una donna. Ed è in questo quadro che recentemente un patriarca in decadenza e un altro più giovane, ma che del primo sembra una caricatura in minore (entrambi emblemi del crollo del sistema sociale che rappresentano) hanno tentato di opporsi strenuamente a questa donna. Una donna che, certo, si nutre di cultura regressiva e reazionaria, e che per questo non mi piace assolutamente, ma che con il suo ruolo potrebbe promuovere in futuro, anche contro i suoi stessi desideri, la normalità di una donna ai massimi livelli decisionali anche in questo paese, segnando così un’indubbia novità sul piano simbolico. Una novità che viene contrastata non solo da un simbolico di stampo maschilista che cerca di negarla, ma anche attraverso strategie di contenimento o di paternalismo spinto, oltre che dalla stessa donna che la incarna, quando si nega in quanto portatrice di una differenza sessuale.

Mi chiedo se, invece di concentrarsi sulla denuncia continua del nuovo fascismo con modi che spesso originano dalla stessa matrice maschilista, come nel caso dell’appellarsi a una “vigilanza antifascista”, non sia il caso per noi uomini di costruire una “coscienza antipatriarcale” oppure una “consapevolezza antipatriarcale” che, oltre a prestare attenzione a (e contrastare) sviluppi legislativi e normativi nefasti che già stanno arrivando con il nuovo governo, prenda coscienza dei motivi profondi dei nostri comportamenti maschili. Non certo solo per descriverli e riconoscerli, ma per cambiarli.


(www.libreriadelledonne.it, 3 novembre 2022)

di Luca Celada


La prima presa di posizione progressista per la pace è finita catastroficamente. Difficile definire altrimenti l’appello per una conclusione negoziata al conflitto ucraino prima sottoscritto la scorsa settimana da trenta parlamentari del progressive caucus (tra cui Alexandria Ocasio Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar), ma successivamente “ritirato” dopo 24 ore e una pioggia di critiche piovute da ogni parte, ma specialmente “da sinistra.” L’appello non era certo radicale, ribadiva la solidarietà con il popolo ucraino di fronte all’invasione russa, elogiava le politiche di Biden e anche il sostegno militare, limitandosi ad auspicare però l’affiancamento di un sincero tentativo di dialogo per un eventuale accordo di pace. La ricerca cioè del dialogo USA-Russia che in privato molti ammettono dovrà essere necessaria condizione per la fine del conflitto. La semplice suggestione di un dialogo è stata però attaccata come capitolazione. Il repentino dietrofront ha inoltre dimostrato come sia tuttora inaccettabile ogni variazione dalla linea ufficiale dei risultati sul campo e della guerra “vincibile,” malgrado ogni indicazione al contrario nel pericoloso vicolo cieco dell’escalation. Medea Benjamin è fondatrice di Code Pink, storica formazione femminista e pacifista, autrice di un libro di prossima uscita scritto con Nicolas Davies (War in Ukraine) come prontuario per una pace possibile. Le abbiamo chiesto delle prospettive di un movimento pacifista che negli Stati uniti possa essere portatore delle istanze di un partito della pace contro il teorema militarista dell’intransigenza.

È rimasta sorpresa dalla violenza della reazione alla lettera e dalla rapidità della marcia indietro?

Sì, da entrambe le cose. Quando il testo ha cominciato a circolare l’estate scorsa pensavo che sarebbe stato facile trovare un centinaio di firme, almeno quelle dei componenti del progressive caucus, e forse anche di più. Sono stata una delle persone che hanno battuto i corridoi del Congresso cercando adesioni e non avrei mai pensato di avere tante porte sbattute in faccia. Perfino quando sono andata da Bernie Sanders suggerendo che anche lui si sarebbe potuto fare promotore di un’iniziativa analoga nel Senato, mi è stato detto senza mezzi termini che il dialogo con Putin era fuori discussione. Insomma ero già esterrefatta che fosse stato tanto difficile trovare anche solo trenta firme per una lettera in fondo così misurata e non avevo previsto la reazione che avrebbe suscitato. Speravo che a questo punto della guerra fosse più chiaro ai parlamentari quanto sia una tragedia per il popolo ucraino, per gli Americani e per tutto il mondo. Pensavo che i tempi fossero maturi per un’iniziativa come questa. Chiaramente mi sbagliavo.

Code Pink è nata in opposizione alla guerra irachena di Bush contro cui vi fu mobilitazione di massa. Perché secondo lei oggi il movimento progressista vive un tale dilemma?

Questa guerra si è certamente rivelata un dilemma per la sinistra. Avrei immaginato che i progressisti americani avrebbero potuto essere d’accordo sulla necessità assoluta di convincere tutte le parti a sedersi per trovare un modo per fermare le uccisioni e allontanare la possibilità di un conflitto nucleare. Invece si riscontra una diffusa tendenza a schierarsi a favore del flusso ininterrotto di armi verso l’Ucraina con l’obbiettivo di riconquistare ogni metro di terra invaso dai Russi. E ora esplicitamente contro l’idea stessa di un negoziato con Putin, equiparato alla capitolazione. La reazione a quella lettera da parte dello stesso Partito democratico è stata la conferma di una posizione irrazionale e pericolosa.

Insomma si parla tanto di offramp, di “via d’uscita” con cui Putin possa aver salva la faccia, ma forse non è lui l’unico ad averne bisogno?

Proprio così, si direbbe che anche Biden e Zelensky a questo punto ne abbiano bisogno. Hanno tutti puntato la propria reputazione sull’intransigenza. Dal punto di vista di un’organizzazione a conduzione femminile come Code Pink, tocca rilevare il militarismo al testosterone a cui siamo abituate. Dove ci si immagina possa portare questa guerra? Credo che in Europa siate forse un passo avanti per quello che riguarda la contestazione. Negli Stati uniti al momento è difficile radunare anche poche centinaia di persone per dire “basta alimentare questa guerra”. Credo che presto forse educheremo più persone. In ogni città che visito incontro gruppi che stanno iniziando a fare pressione sui propri rappresentanti e forse a breve avremo manifestazioni davanti agli uffici dei parlamentari. Di recente abbiano assistito ad alcune prime contestazioni durante comizi elettorali, quindi credo che siamo agli stadi iniziali della costruzione di un movimento che possa crescere velocemente dopo le elezioni.

Quindi non esclude che possa organizzarsi un movimento pacifista anche in USA?

Sì, anche se mi preoccupa molto il fatto che l’opposizione alla guerra sia stata in parte cooptata per ora dalla destra. Durante le finali di baseball (world series) alcuni gruppi hanno attaccato Biden per tutti gli aiuti spediti in Ucraina che ci avvicinano alla potenziale guerra nucleare. È quello che avrei voluto vedere da parte progressista anziché un gruppo di destra ben finanziato. Paradossalmente le voci più forti contro la guerra sono quelle di Trump e Tucker Carlson (commentatore Fox News, ndr). I progressisti faranno bene a prendere la parola e in fretta. Invece abbiamo esempi come quello di Ilhan Omar (parlamentare del Minnesota, parte del progressive caucus) che normalmente è una delle voci più incisive sulla politica estera, che invece ha prima firmato poi rinnegato l’appello a negoziare dicendo che le circostanze erano mutate, e dinanzi alle critiche di alcuni attivisti ha apertamente sostenuto le forniture di armi. Se non riusciamo ad avere dalla nostra parte nemmeno qualcuno come lei, significa che sarà più difficile del previsto costruire un movimento ampio.

Paradossalmente vi sono state prese di posizione, perfino da personaggi come Kissinger, a favore di un maggiore impegno per trovare soluzioni pacifiche…

Sì, ci sono molte voci, accademici, ex diplomatici, ex militari come il generale Mike Mullen, ex capo di stato maggiore, l’ex ambasciatore a Mosca, Jack Matlock, ex funzionari della NATO, oltre a personalità internazionali come il papa e il segretario dell’ONU Guterres. Molte però stentano a farsi sentire nella stampa mainstream. Una critica particolarmente lucida l’ha fatta Jeffrey Sachs (economista della Columbia, ndr.), ma dopo aver affermato che vi erano buone probabilità che ci fosse una mano americana nell’attentato al gasdotto Nord Stream 2, è stato radiato dai talk show.

Quali sono le prospettive per un movimento pacifista internazionale?

Mi sembra che iniziative come le manifestazioni per la pace indette in Italia promettano bene. Abbiamo intenzione di rafforzare i collegamenti con gruppi come Stop the War in Inghilterra e l’International Peace Bureau in Germania. Potrebbe essere utile invitare attivisti europei qui da noi per convincere i nostri politici. È urgente progredire e farlo in fretta.


(il manifesto, 2 novembre 2022)

di Alberto Leiss


È uscita una nuova edizione del libro di Lia Cigarini La politica del desiderio: il femminismo della differenza dagli anni Sessanta a oggi. Una pratica politica basata sul “partire da sé” e sull’invenzione simbolica. La “libertà relazionale” che chiede modifiche radicali al modo di vivere e produrre. Uno sguardo e una chiave per comprendere meglio la crisi che stiamo vivendo. Ma dal mondo degli uomini finora è mancata la capacità di capire e rispondere.

«La vittoria delle destre per l’Italia è una sventura, che tuttavia rivela alcuni fatti e può aprirci delle porte strette, se sappiamo analizzare le nuove contraddizioni con i nostri strumenti. Intanto, quando si parla di destra e sinistra bisogna distinguere tra uomini e donne: cioè tra un sesso in crisi e uno in movimento […] La sinistra ha abbandonato un’ipotesi incentrata sul protagonismo e sull’autorità femminile per tornare a una politica che rivendica la parità. In campagna elettorale si è presentata alle donne con un programma tutto diritti e parità, di nuovo basato sulla rappresentazione delle donne come sesso svantaggiato, laddove il senso comune femminile si era già spostato sul protagonismo. […] E la destra ha finito con l’interpretare le aspirazioni femminili meglio della sinistra, mettendo in campo donne che non avevano la preoccupazione di difendere parità e diritti».

Sono parole pronunciate dalla filosofa femminista Luisa Muraro non, come potrebbe a tutta prima sembrare, a proposito della vittoria di Giorgia Meloni, del suo partito e (molto meno) dei suoi alleati il 25 settembre del 2022, ma nel lontano 1994, subito dopo l’affermazione della coalizione formata da Berlusconi con la Lega di Bossi e Alleanza nazionale di Fini. Successo che portò all’elezione alla presidenza della Camera della trentenne «cattolica integralista, leghista di ferro» Irene Pivetti.

A definire così la neoeletta alla terza carica dello Stato e a raccogliere le opinioni di Luisa Muraro e di Lia Cigarini, fondatrici della Libreria delle donne di Milano, è Ida Dominijanni in una intervista sul manifesto raccolta il 25 aprile di quell’anno. Giornata in cui nella capitale del Nord si svolse la grande manifestazione antifascista che apparve come una prima risposta vitale delle forze di sinistra e democratiche al successo poco previsto e scioccante del neonato centrodestra. Al corteo si presentò a sorpresa anche Umberto Bossi: sopportò i fischi, voleva affermare una sua diversità1. Questa intervista, seguita dall’articolo di Lia Cigarini Meteore, uscito sulla rivista della Libreria di Milano Via Dogana qualche mese dopo, chiudeva la prima edizione del libro La politica del desiderio, raccolta dei principali scritti di Lia Cigarini a partire dai primi anni Settanta, pubblicato nel 1995 da Pratiche Editrice con una introduzione di Dominijanni.

Ora è stato ripubblicato da Orthotes con una nuova nota introduttiva di Stefania Ferrando (il saggio di Dominijanni si conserva in appendice) e una seconda parte che comprende scritti fino al 2020, chiusa da un’intervista all’autrice di Riccardo Fanciullacci. La lettura di questi testi consente una conoscenza diretta dell’elaborazione teorica e pratica del femminismo della differenza nel nostro paese, e anche una interpretazione di un buon mezzo secolo di storia politica italiana – e non solo italiana – dal punto di vista delle donne che hanno vissuto e vivono una ricerca di libertà secondo una via radicalmente alternativa a quella seguita dalle culture politiche, maschili, sia di radici marxiste, sia di orientamento cattolico o liberale, per non parlare delle realtà più a destra.

Un esercizio utile per comprendere il presente, a quasi trent’anni da quel 25 aprile che apriva, dopo l’89, dopo Tangentopoli e con la nuova legge elettorale maggioritaria (il “mattarellum”), la cosiddetta “seconda Repubblica”.

È seguito l’alternarsi di governi di centrodestra e centrosinistra, dei governi “tecnici” e delle inedite maggioranze seguite alle affermazioni dei 5 Stelle e della Lega di Salvini: ora ci ritroviamo, per così dire, al punto di partenza. Con la novità non di poco conto che la destra è più radicalmente a destra, con in mostra i vecchi legami con il neofascismo, ed è guidata da una donna che per la prima volta sale al governo del paese.

A maggior ragione, forse, serve provare a adottare uno sguardo femminile.

Quale desiderio

Ma che cosa significa l’espressione «politica del desiderio»? C’è il desiderio, il bisogno profondo «di valere come singolarità» che prova ogni persona – scrive in apertura Stefania Ferrando – e che viene intercettato dalle società neoliberali offrendo però «surrogati scadenti e violenti, che si traducono nella competizione, nella dinamica della prestazione, in relazioni strumentali e quindi alla fine in una esistenza a disposizione del mercato, schiacciati da una realtà che, di per sé, appare immutabile». Ma c’è una libertà – e un desiderio di libertà – che il liberalismo non conosce (o forse la intravede e cerca di sradicarla), simile a quella di chi crea opere d’arte, «ed è la libertà di inventare nuove mediazioni, indipendenti dai soldi e dai rapporti di forza. Che vuol dire: uscire dal determinismo, scoprire che il mondo racchiude molti mondi e che noi già lì abitiamo».

Queste sono invece parole scritte insieme da Lia Cigarini e Luisa Muraro2 che così proseguono: «Il linguaggio e le relazioni sono il luogo di questa scoperta, anzi: noi siamo il luogo di questa scoperta, nella misura in cui ci lasciamo modificare nello scambio con le altre, gli altri. Mettere le relazioni al cuore della politica, è come l’apertura di un mercato libero e creativo, dove uno/una smette di essere numero, mezzo, variabile, categoria, questione […] e acquista quella che i linguisti chiamano competenza simbolica: l’autorità di dire con le sue parole quello che gli capita di essere e di vivere. Dunque la libertà».

Ho riportato questo lungo passo perché contiene già molte delle parole-chiave che raccontano questa differente idea e pratica della politica. Ed è significativo che ciò avvenga in un testo che partiva dall’analisi di un documento sindacale3, scritto da cinque sindacalisti della Fiom – quattro uomini e una donna – in cui si leggeva tra l’altro che «l’esperienza e il punto di vista delle donne è condizione ormai irreversibile per i rapporti sociali». Una premessa indicativa della consapevolezza di un assetto completamente mutato delle relazioni tra uomini e donne, subito contraddetta però, nello stesso documento, dalla tendenza tipica della cultura della sinistra a ridurre la cosa a “questione sociale” al problema di una “categoria” colpita da determinate ingiustizie. Il ripetersi di questa «riduzione delle donne, da presenza viva e parlante, a un problema, oggetto di un discorso neutro- maschile – osservano le autrici – è impressionante».

Politica e simbolico

Come può emergere una «presenza viva e parlante» delle donne e come può contribuire a una politica di segno nuovo? Capace di coinvolgere anche il mondo maschile? La ricerca di Cigarini nei primi gruppi di autocoscienza si orienta subito al lavoro che “partendo da sé”, dalla propria esperienza reale e dal contesto relazionale in cui è vissuta, guarda prima di tutto alla “narrazione” e alla invenzione di un altro linguaggio. Grazie anche a una reinterpretazione delle scoperte della psicanalisi, da Freud a Lacan4. L’autrice ci tiene a puntualizzare che se sono gli anni del ’68 e successivi quelli che vedono emergere e realizzarsi il femminismo e “il taglio” del separatismo, le origini e la dinamica del movimento delle donne sono fin dall’inizio distinti e diversi da quelle che hanno caratterizzato la rivolta studentesca e giovanile, e poi l’ideologia dei vari gruppi di sinistra, il ’69 operaio, e dall’altro lato la deriva della lotta armata.

Anzi questa storia nasce prima del ’68. Già nel 1965, ricorda Cigarini5, esisteva a Milano il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale) che nei due anni successivi produsse vari testi su quella che ancora veniva definita “questione femminile” per poi pubblicare nel ’69 Il maschile come valore dominante6. Analisi nella quale tra l’altro si critica la «mistica della lotta politica» in cui restano rinchiusi i movimenti anti-autoritari, che non vedono e non mettono «al centro della loro lotta la problematica delle donne».

I primi scritti raccolti nel libro di cui parliamo infatti affrontano subito alcuni nodi simbolici emersi già nei primi anni Settanta. Una polemica con Elvio Fachinelli e il regista della Grande abbuffata Marco Ferreri7: secondo l’autore de Il desiderio dissidente il film racconta che il maschio sta diventando inconsistente e superfluo mentre la femmina si rivela «madre mortifera». Non sembra questa obietta Cigarini – la realtà delle cose, piuttosto si tratta di «fantasmi». Abitanti menti maschili che avvertono che qualcosa sta cambiando ma sempre con caratteristiche rimozioni: si vede del femminismo la critica al maschio-padrone, e la si liquida sbrigativamente come cosa schematica, “ottocentesca” (i maschi-padroni non esistono più?), ma non si vedono le donne stesse, il loro moto di liberazione, il loro stare insieme, e la «lotta per dare un linguaggio a questa gioia (delle donne)».

Si vede invece la figura della madre e la si definisce mortifera. La critica prosegue utilizzando termini analitici (l’attribuzione alla figura materna del potere fallico nasconde «il desiderio di ucciderla per mettersi al suo posto») e si conclude con un folgorante riferimento alla concreta realtà italiana: una società con «madri onnipotenti ed esaltate, donne particolarmente asservite e mute, parata virile e fascismo endemico». Parole scritte nel 1974, che purtroppo non suonano troppo anacronistiche anche oggi.

Altro passaggio determinante, due anni dopo, è l’intervento scritto insieme a Luisa Abbà, L’obiezione della donna muta8. Anche in questo caso si parte dalla propria esperienza personale, gli anni di analisi, l’abbandono della politica in un partito, il disagio provato, fino al blocco della parola, anche nel gruppo di autocoscienza quando da questa pratica si avverte il bisogno di spostarsi su altri temi. Dal “personale” al “politico”: lavoro, istituzioni, medicina, la gestione di una libreria… Ma qui sorge il rischio di ricadere in nuove astrazioni, di rompere la relazione con se stesse e con le altre, “la perdita della sessualità”. «Mi sono convinta – recita il testo, originariamente pubblicato anonimo, come usava nel movimento, sul Sottosopra rosa9 – che la donna muta è l’obiezione più feconda alla nostra politica. Il “non politico” scava gallerie che non dobbiamo riempire di terra».

Vedere e provare a nominare il rimosso, a partire dal proprio silenzio oltre che da quello altrui. Un esempio di come l’esperienza analitica e il punto di vista aperto dalla psicanalisi possano contenere la tendenza della politica (maschile) alla verbosità vuota, alla costruzione di analisi astratte, all’indicazione di “obiettivi” che non sono nelle nostre mani.

Potere e autorità

La vittoria elettorale di Giorgia Meloni a capo dei Fratelli d’Italia ha riaperto una discussione sul rapporto tra donne e potere. Come mai a sinistra, e nei partiti e movimenti che si collocano nell’area democratico-progressista, il tanto parlare di diritti e di parità non si è ancora tradotto in Italia in forti leadership femminili? Appena eletto segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di sostituire i due capigruppo maschi alla Camera e al Senato con due donne. Una scelta che ha avuto il sapore di una logica correntizia (contro il renzismo interno) oltre che essere un premio ma di tipo octroyé – al protagonismo femminile. Le donne di destra, poco favorevoli alle quote, si affermano perché omologate ai modelli maschilisti? E quelle di sinistra non dimostrano spesso forme di subalternità ai potentati maschili nei partiti? La filosofa Michela Marzano si è chiesta se «l’ossessione che hanno certe donne di arrivare a ogni costo al potere» non sia sbagliata. «La libertà e l’autonomia femminile, con il potere, c’entrano poco»10.

Negli scritti di Cigarini si ritrova il filo di una continua riflessione ed esperienza su questo punto. La libertà femminile è il frutto di una competenza simbolica su di sé e nasce dalla relazione e dello scambio con altre donne. Naturalmente ogni donna è un universo a sé e la relazione si incarna con il riconoscimento delle altre, di un’altra, vedendo anche le “disparità”. Anzi è proprio la relazione di “affidamento” con un’altra donna alla quale si riconosce un di più, se sono chiari il desiderio e il contenuto dello scambio, che produce autorità femminile. Questa critica all’idea di una indistinta “sorellanza” ha sollevato discussioni nel mondo femminista. Disparità, affidamento, autorità: questa dialettica non porterà, di fatto, a nuove gerarchie di potere?

Autorità è una parola che ha anche il significato di un potere che si istituzionalizza. Ma il senso che le si attribuisce in questo caso è opposto (più simile, ma non coincidente, con “autorevolezza”). Per Cigarini, e nella ricerca di questa tendenza del femminismo, l’autorità è «una figura dello scambio», non è un sinonimo del potere che si incarna in questa o quella persona. Anche se naturalmente esistono donne alle quali l’autorità è riconosciuta. D’altra parte «quella dell’autorità femminile è una questione aperta, sempre in forse»11. E il lavoro per riconoscerla, costruirla «è tremendo», giacché l’ingombro creato nei secoli dal simbolico maschile è pesantissimo: «ha occultato e confuso la differenza dei sessi, persino nella procreazione, dove non vi è, da nessuna parte, la donna e il suo desiderio».

Da qui, anche, la valorizzazione della “relazione materna” che ancora una volta, pur radicandosi nel rapporto con la madre reale, è una figura simbolica, che spinge alla ricerca di una propria genealogia, orienta la “contrattazione” tra donne per affrontare gli inevitabili conflitti. Non esistono “madri simboliche” in carne e ossa, ripete Cigarini: questa ricerca e questa pratica politica vuole formare «autorità femminile alla quale tutte possono attingere per realizzare liberamente nel mondo i propri desideri”. Una pratica che “impedisce che si formi un’autorità di tipo materno o di tipo fallico, nel senso che la libertà di stabilire le regole misurata con la libertà dell’altra è tua».

Naturalmente lo scoglio del potere non può essere rimosso: «La questione del potere scrivono Lia Cigarini e Luisa Muraro in un articolo uscito su questa rivista12 – [è] centrale per la politica (come per la vita degli esseri umani e per la vita in genere)». Per le due autrici il femminismo ha vissuto la possibilità «provata praticamente, di creare autorità senza potere nei rapporti sociali. Fino alla distruzione di ogni forma di potere?», si chiedono. E la risposta è questa “formula”: il massimo di autorità con il minimo di potere. Non sarebbe “volontarismo”, perché la più parte delle donne «sono internamente oppresse dal potere, dalla sua logica e dai suoi simboli».

Ma è una formula che può essere fatta propria anche dagli uomini? Non lo sappiamo, osservano Cigarini e Muraro, perché “manca da parte maschile un lavoro di presa di coscienza. Non possiamo quindi sapere quanto l’avere potere conti per un uomo e per la sessualità maschile”.

Femminismo e sinistra

In numerosi interventi nella parte centrale del libro – cronologica- mente tra fine degli anni Ottanta e anni Novanta – Cigarini torna su un episodio emblematico del rapporto tra il femminismo e la sinistra, in particolare il Pci dell’ultimo periodo prima della “svolta” che ne cancellerà il nome, e di fatto anche la sostanza. È l’iniziativa di Livia Turco, giovane responsabile femminile nella segreteria Natta, succeduto a Berlinguer, di lanciare una “Carta itinerante delle donne comuniste” intitolata Dalle donne la forza delle donne13. Il documento, che fu approvato dalla Direzione del Pci nel 1986 e che animerà in effetti numerose iniziative politiche e sociali verso le realtà femminili, nel mondo del lavoro e non solo, era costituito da una prima parte che mutuava dal femminismo della differenza i concetti del ruolo fondamentale delle relazioni tra donne, del desiderio e della libertà femminili, e in una seconda parte con una serie di obiettivi e rivendicazioni programmati- che. Una sorta di “compromesso”, quindi, tra l’ispirazione del femminismo radicale e la “politica di massa” per com’era intesa dal Pci. Ma il punto dolente fu la scelta delle donne comuniste – non senza discussioni interne – di battersi per il “riequilibrio della rappresentanza” tra donne e uomini nelle istituzioni, e di fatto accentuando una forma di politica separata dentro il partito nelle commissioni femminili. In questo modo le donne, secondo Cigarini, rinunciavano a “mettersi al centro” della politica in un partito e dell’azione per cambiarlo, inoltre aprivano l’equivoco che donne elette in Parlamento lo fossero per rappresentare altre donne.

Nel Pci che dopo la scomparsa di Berlinguer cercava una difficile via di rinnovamento tra tendenze interne opposte, le idee del femminismo della differenza venivano formalmente riconosciute. Il congresso del cosiddetto “nuovo Pci”, nel marzo dell’89, fu aperto da un intervento di Luce Irigaray, autrice di quel libro, Speculum14, che aveva inaugurato la riflessione sulla differenza sessuale, pagando la sua “eresia” con l’espulsione dall’Università di Vincennes e la rottura con Lacan e l’Ecole Freudienne de Paris, dove Luce si era formata.

Pochi mesi dopo il crollo del muro di Berlino e il metodo con cui il Pci andò alla rimozione del proprio nome di fatto cancellarono quei tentativi di contaminazione. Nelle formazioni seguite alla fine del vecchio partito le politiche rivolte alle donne saranno sempre più improntate alla parità e ai diritti. Ma la legge non ha principalmente il potere di cambiare la realtà, può registrare il cambia- mento quando avviene nella testa e nei comportamenti delle persone.

Il lavoro e la legge

Questo tentativo di lettura dei testi di Cigarini, mettendoli saltuariamente in relazione con gli eventi della storia politica italiana dell’ultimo mezzo secolo sarebbe monco se non citassi almeno altri due aspetti della sua riflessione e esperienza. Il mondo del diritto, e quello del lavoro.

La professione di avvocata ha portato l’autrice a riflettere radicalmente sul funzionamento della giustizia nel processo e sul significato della legge. Da un lato l’idea che la pratica politica femminista tende ad agire «sopra la legge»15, cioè nel luogo «dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi riconosco ad altre donne e mi riconosco». Il rischio di puntare in primo luogo a nuove leggi è quello di passare da una condizione di «escluse-internate» in un ordine normativo segnato dal maschile, a quello di «incluse-internate» nello stesso ordine. Come ha scritto Antoinette Fouque quello che si desidera è invece «un gran balzo al di fuori, in indipendenza», che cambia quella condizione. Ciò non vuol dire che si escluda la possibilità, vista la crescita del cambiamento ottenuto dal movimento delle donne, della creazione di un nuovo diritto. Ma questo, secondo l’autrice, può avvenire se si creano nella pratica del processo quelle relazioni tra donne, avvocate, clienti, magistrate, che sappiano modificare le norme costruendo nuove mediazioni. Che devono necessariamente avere una valenza universale.

Al mondo del lavoro è dedicata una sezione, “Immagina che il lavoro”, nella parte nuova del libro che copre gli anni più vicini. Anche qui i testi sono in grande misura il racconto di pratiche che nel corso degli anni hanno coinvolto sindcaliste, ma anche imprenditrici, intorno alla Libreria delle donne di Milano. Il titolo della sezione rimanda al Sottosopra che nel marzo 200916 fa un punto su questiscambi, insistendo sulla idea che per lavoro si debba intendere «tutto il lavoro necessario per vivere». Quindi non solo l’attività produttiva riconosciuta dal mercato economico, ma anche tutto il lavoro di cura, o di “manutenzione”, della vita, che in genere è svolto dalle donne senza essere, letteralmente, messo nel conto. Un punto di vista che apre a una concezione del “mercato” radicalmente diversa: un luogo a cui “portare tutto”. Non solo le prestazioni professionali, ma anche desideri, sentimenti, relazioni. Un cambiamento che dovrebbe coinvolgere tutti, donne e uomini, nei loro tempi e modi di vita.

Ma la sezione è aperta da un intervento di spessore teorico – Se Marx avesse capito17 letto nel 2015 al convegno I ritorni di Marx, tenuto presso la Fondazione Luigi Longo di Alessandria. Il ritorno all’autore del Capitale di Lia Cigarini presenta un Marx «mai rinnegato», ma riletto – e corretto – con gli occhi di Simone Weil, accostata al contemporaneo pensiero di Antonio Gramsci. Due coetanei che non si conoscevano, «corpi fragili, abitati da un’intelligenza superlativa e dalla passione politica».

Da questa lettura esce assai ridimensionata la pretesa “scientifica” delle previsioni di Marx (un «idealismo utopico») così come l’aver concentrato nell’economia la «chiave dell’enigma sociale della sottomissione del numero più grande ai pochi detentori del potere». Ne deriva un’idea di libertà del lavoro, e di libertà di e per tutte tutti che non rimuove la “singolarità irriducibile” del soggetto, ma senza avere nulla a che fare con la libertà borghese o con quella del neoliberismo: una «libertà relazionale», che «non è data una volta per tutte ma che si struttura nella interdipendenza tra gli esseri umani».

E questa acquisizione, propria del movimento delle donne e del femminismo, possono essere – afferma Cigarini – «una possibile risposta agli interrogativi e alla estrema sofferenza del mondo del lavoro».

Una risposta mancata

Quel saggio su Marx terminava, ribadendo la “complessità”, ma anche la verità di una idea della libertà non liberale ma relazionale. Qualcosa che supera il paradigma dell’uguaglianza, oltre un mondo “già pensato” (giustizia, socialismo, comunismo): la libertà delle donne «apre un campo non concluso ma in divenire: il conflitto tra i due sessi è dinamico». «Noi ci stiamo pensando aggiungeva Cigarini – ma se gli uomini a loro volta non lo fanno, in specifico, se non pensano al rapporto tra produzione e riproduzione continuano a mancarci le mediazioni necessarie».

Come in altri interventi l’autrice qui poneva la necessità – a questo punto della storia – dello sviluppo di “relazioni di differenza” tra donne e uomini per aprire un mutamento complessivo, che spesso questo femminismo ha nominato come un “cambio di civiltà”. Qualcosa che presume una modificazione radicale dello sguardo e del desiderio anche da parte nostra. La domanda rivolta a noi maschi torna nella lunga intervista condotta da Riccardo Fanciullacci, che chiude il volume ricapitolando e aggiornando tanta parte del materiale precedente. Intanto siamo entrati in un nuovo decennio e le cose non vanno molto bene.

È in crisi la politica della rappresentanza e dei partiti, e sono in crisi le stesse grandi democrazie occidentali: siamo davanti al precipizio nella guerra dopo una pandemia i cui effetti e interrogativi non sono ancora sciolti, conclusi. La lettura di Cigarini è che questa crisi sia in buona misura interpretabile con la caduta della pretesa di universalità che avevano le costruzioni e istituzioni maschili, quindi anche come un effetto del movimento delle donne. Ma ancor più come prodotto «dell’insufficienza della risposta che a questo hanno dato gli uomini».

L’intervistatore prova ad argomentare che, se non nei luoghi del potere, dell’informazione, della politica, ma nell’agire quotidiano, a fronte dei maschi che reagiscono con violenza, fino al femminicidio, c’è sicuramente una maggioranza di uomini che accettano per esempio il fatto di essere lasciati, per- ché «sanno che questa possibilità è nell’ordine delle cose giacché è conseguenza della libertà femminile». Questo è vero, riconosce l’autrice, tuttavia non sanno ancora mette- re in parola questo mutamento, dargli valore simbolico e quindi farne discendere conseguenze piano politico o sul piano della organizzazione del lavoro.

Cigarini, a questo proposito, fa un esempio sul quale non posso mancare di interloquire. Ci sono stati lunghi anni di interlocuzioni tra la rete di Maschile plurale, della quale faccio parte, e le femministe della Libreria delle donne di Milano. In particolare nei seminari annuali organizzati da “Identità e differenza” in Veneto18. Anche da quegli scambi è cresciuto un impegno sul terreno del contrasto alla violenza maschile e nella diffusione di gruppi di uomini che riflettono sulla propria differenza sessuale. Una pratica che però stenta a uscire dal “tra uomini”. Una sorta di separatismo speculare?

«Non è più la politica tradizionale – osserva Cigarini – ma non è neppure ancora una politica che mette al centro lo scambio con le donne e con ciò che il movimento delle donne ha generato […] mi pare un appuntamento mancato». Credo che siano osservazioni fondate. Posso dire che nei gruppi di Maschile plurale, e in altre realtà simili diffuse un po’ in tutta Italia, si conferma la ricerca di uomini anche molto giovani verso luoghi dove parlarsi, tra maschi, in un linguaggio diverso da quello prevalente nei luoghi di lavoro, al bar, in palestra, allo stadio. Che c’è il racconto di relazioni diverse con le compagne o mogli, con i figli piccoli. Con altri uomini. Che c’è un consapevole rifiuto della “maschilità tossica”, propria e altrui. Emerge però un grande interrogativo su che cosa sia e cosa si debba intendere per politica. Quel salto di qualità simbolico e pratico resta come un oggetto rispetto al quale il desiderio sta come acquattato.

Forse, in forme più o meno inconsce, teme, manifestandosi pienamente, di produrre altri terribili guai?


1 All’esibizione antifascista a Milano Bossi farà seguire – come si ricorderà – una intesa di fatto con Massimo D’Alema, segretario del Pds, che porterà otto mesi dopo alla caduta del primo governo Berlusconi, sul tema delle pensioni, e alla nascita del governo “tecnico” di Lamberto Dini. L’Ulivo di Prodi vincerà nel 1996 anche perché la Lega di Bossi non si alleò con Berlusconi e Fini.

2 La politica del desiderio e altri scritti, Napoli-Salerno, Orthotes Editrice, 2022. Al fondo e al centro della politica, su Via Dogana, n. 64, Io e il capitale, marzo 2003, p. 213.

3Pubblicato su Critica Marxista, 2002, n. 5-6.

4 Lo argomenta nel suo saggio Ida Dominijanni: «C’è al cuore del pensiero politico di Cigarini un nocciolo senza il quale tutti gli strati perdono di significato e si disfano nell’equivoco. Questo nocciolo […] ha a che fare con la psicanalisi e più precisamente con il debito, disconosciuto, che il concetto di materialismo ha contratto con l’eredità di Freud e che la politica si rifiuta di assumere nel proprio bagaglio teorico e pratico» (in La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 337).

5 Ivi, p. 253.

6 Firmato da Lia Cigarini, Daniela Pellegrini, Elena Rasi, pubblicato sulla rivista Il manifesto, 1969, n.2, e poi nel libro di Rosalba Spagnoletti I movimenti femminili in Italia, Roma, Samonà e Savelli, 1971.

7 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 19.

8 Ivi, p. 25.

9 Sottosopra sarà la testata di tutti i principali documenti pubblicati negli anni dalla Libreria delle donne di Milano.

10 Nell’articolo Donne, meglio libere che di potere, su La Repubblica, 11 ottobre 2022.

11 Note sull’autorità femminile, pubblicato su Madrigale 1989-90, n. 4. In La politica del desiderio e altri scritti, cit. a p. 99.

12 Lia Cigarini, Luisa Muraro, Politica e pratica politica, in Critica Marxista, 1992, n. 3-4. In La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 169.

13 Di questa esperienza parlano le pro- tagoniste in C’era una volta la Carta delle donne, a cura di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, Roma, Biblink, 2017. Vedi anche Livia Turco, Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano, Roma, Donzelli, 2022.

14 Luce Irigaray, Speculum, traduzione di Luisa Muraro, Milano, Feltrinelli, 1975.

15 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 149.

16 Immagina che il lavoro, Sottosopra, marzo 2009 (https://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/sottosopra-immagina- che-il-lavoro/). Vedi anche il nuovo libro, a cura del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo, Bergamo, Moretti e Vitali, 2022.

17 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 259.

18 Cfr. Teresa Lucente, Il luogo accanto. Identità e differenza, una storia di relazioni, Roma, Effigi edizioni, 2020.


(Critica Marxista n. 5, 2 novembre 2022)

di Luciana Castellina


Io non sono una pioniera del femminismo. Innanzitutto per ragioni generazionali, visto che appartengo a quella maturata nel dopoguerra, quando la promessa dell’emancipazione, e dunque della conquista di diritti uguali a quelli degli uomini, ci parve di già una bella prospettiva: non avevamo capito che quelli che servono a noi non sono gli stessi. Sono stata però una precoce recluta del nuovo femminismo che comparve sulla scena italiana intorno al ’68 – non figlia del movimento, ferocemente maschilista – e però accanto, perché ci aveva insegnato la ribellione. 
Ebbi fortuna, perché a coinvolgermi fu il «femminismo della differenza», di cui tutt’ora rimango una fedele discepola. A convincermi fu Lia Cigarini, e fu più facile perché, sebbene parecchio più giovane di me, avevamo una provenienza analoga, la Fgci, di cui lei fu anzi la prima segretaria donna di una grande provincia, Milano (la nostra antica comunanza ha fatto sì, non a caso, che il primo scritto femminista della rivista «il Manifesto», del 1969, fosse firmato da Lia).

Fortunata fui anche per via di un precoce incontro con un’altra importantissima esponente del nuovo movimento: Luisa Muraro, conosciuta a un dibattito sul divorzio alla biblioteca di Montevarchi, uno dei primi e per di più in una zona che come allora la Toscana, dominata dalle famiglie mezzadrili, all’argomento restava molto ostica. Quando mi dissero che ci sarebbe stata questa Muraro, docente della Università Cattolica, mi irritai: perché far parlare proprio l’avversario più duro su una questione già così difficile in quella zona? Luisa era giovane e incinta. Dopo poco ci trovammo, con mia sorpresa, sostanzialmente d’accordo. Tanto che l’indomani telefonai alla assai intelligente responsabile femminile della federazione Pci di Milano, Nora Fumagalli, per dirle: guarda che alla Cattolica c’è un gruppo molto interessante di donne, prendici contatto. Da allora non ci perdemmo più di vista, sempre più convergenti anche sulle questioni politiche generali.

Adesso molti degli scritti più antichi e parecchi nuovi di Lia Cigarini sono stati raccolti dalla casa editrice Orthotes in un libro – La politica del desiderio (pp. 374, euro 25) – curato da Riccardo Fanciullacci (c’è anche una sua bella intervista all’autrice) e da Stefania Ferrando che scrive la nota introduttiva. 
Non tenterò nemmeno di riferire, e neppure di accennarvi, a tutte le tematiche che il volume affronta, nemmeno al saggio assai intrigante sul rapporto con la psicoanalisi scritto da Ida Dominijanni nel ’95 (era a introduzione della prima edizione de La politica del desiderio, per Pratiche editrice nel 1995, ndr) e qui ripubblicato. Scelgo un solo tema, il lavoro, del resto quello su cui Lia ha scritto le cose più interessanti, anche perché, cosa rara, ha continuato a partecipare assiduamente alla vita sindacale, portando nel dibattito delle lavoratrici, a cominciare dai primi collettivi femminili di fabbrica, la nuova consapevolezza: la contraddizione di genere. Aggiungerei anzi: il lavoro, come tema particolarmente segnato dalla differenza sessuale, un problema diventato anche più esplosivo da quando le donne sono massicciamente entrate nel mercato del lavoro.

E quando proprio la conquista del diritto ad accedere a tutte le professioni ha mostrato quanto grande, anzi drammatico, sia il peso di una società ancora patriarcale, che non ha nemmeno mai seriamente messo in discussione la divisione fra lavoro produttivo, per il mercato, e quello riproduttivo, non pagato né socializzato, pur essenziale per il mantenimento dell’umanità. E così è proprio in seguito a una conquista come l’accesso a tutte le carriere che, paradossalmente, le donne si sono ritrovate con un’identità ancora più appiattita su quella maschile, la differenza sessuale ancora una volta calpestata.

All’inizio si è forse pensato che sarebbe gradualmente venuta alla luce, via via automaticamente risolvendosi; e invece è accaduto il contrario. Le stesse lotte per l’occupazione, per la parità di retribuzione, quelle per il welfare – restato tutto centrato sulla figura del capofamiglia – non hanno fatto che rendere più evidente l’urgenza di prendere in conto la questione di genere e quindi la insuperata separazione fra lavoro per il mercato e il lavoro domestico di cura. E dunque la necessità di considerare a tutti gli effetti «lavoro» tutto quello che è necessario per vivere, non più concepibile come attività residuale, affidata alla benevolenza femminile. Con evidenti grosse conseguenze di carattere più generale di cui sarebbe obbligatorio prendere atto: che non è possibile pensare di modificare i rapporti sociali di produzione senza pensarli insieme a quelli di riproduzione, e dunque della necessità di rivedere leggi e comportamenti alla luce della differenza di genere che ne è alla base. È proprio a partire dal lavoro che più limpidamente appare l’imbroglio grazie al quale viene regolata la nostra società, che vengono scritte le sue leggi e plasmati i comportamenti. L’imbroglio di far credere che esista un cittadino neutro, quando quel neutro è tutto disegnato sull’identità maschile, contrabbandata come modello universalistico.

Per svelare l’imbroglio, le donne stanno prendendo la parola ma non senza esser confrontate con nuove minacce. Contro cui è urgente rispondere innanzitutto rinominando con le proprie parole quelle che ci sono state imposte dal maschio, quelle «ufficiali» del «femminismo di stato», che cerca di convincerci che quanto devono volere è conquistare un pezzetto di quanto hanno gli uomini. Sicché il tripudio di fierezza per aver conquistato una percentuale crescente di presenza nella magistratura, nella medicina, nella scienza, nella politica, in fabbrica, finisce per corrispondere, in realtà, con una maggiore oppressione: un doppio lavoro stressante che o costringe ad abbandonare o altrimenti a subire il disagio imposto dall’obbligo di rispettare regole che ci sono state cucite addosso dal sistema che della natura della donna non ha mai voluto prendere atto: a farci sentire menomate perché non capaci di rendere altrettanto se non a costo di enorme fatica e sacrificio, finanche ad obbligarci a rinunciare a diventare madri, di perdere un potere che pure in molte vorremo conservare. Costrette a perdere la felicità oltreché l’autonomia.

Nel momento in cui assistiamo al varo di un governo espresso da una maggioranza che come primo progetto di legge ha presentato quello che riconosce diritto di cittadinanza italiana al feto, ma non alla donna che lo porta nel grembo; e che lancia una campagna per incrementare la natalità pur senza fare nulla per renderla possibile a tutte le donne che lo desiderino, rischiamo di perdere anche il diritto pur con fatica conquistato, il diritto di decidere se avere figli o non averli.

Costrette a subire la campagna già lanciata dal presidente Fontana intesa a far sentire le donne colpevoli dell’estinzione degli italiani, che, visto il tasso di natalità ridotto all’1,3%, potrebbe verificarsi in un tempo prevedibile. La minaccia di abolire il diritto all’aborto si accompagnerà sicuramente all’accusa alle donne di essere responsabili del crollo delle nascite. La battaglia per cambiare il nostro modo di vivere, per socializzare il lavoro di cura attrezzando servizi collettivi adeguati per bambini, vecchi e malati, spostando l’accento a questi investimenti anziché a quelli destinati a moltiplicare merci superflue, ridurre finalmente l’orario di lavoro e renderlo flessibile non per risparmiare salario ma per adattarsi ai bisogni più elementari, tornare a puntare su uno scambio fondato sul valore d’uso e non solo su quello di scambio, credo sia ormai un obiettivo possibile e un impegno urgente. Vorrei che tutte e tutti leggessero questo libro di Lia Cigarini per ritrovare il coraggio di ripensare al mondo, di ritrovare il proprio agio in una visione diversa del vivere, liberandosi dalla gabbia che ci è stata cucita addosso. In gabbia ci lasciamo Giorgia Meloni con il suo titolo di presidente del Consiglio.


(il manifesto, 1° novembre 2022)

di Flavia Perina


La scelta del rave di Modena come casus belli per l’introduzione di una nuova fattispecie di reato, epicentro del “pacchetto legge e ordine” con cui Giorgia Meloni ha deciso di debuttare da premier, è forse la più significativa, quella che spiega meglio la direzione imboccata dal nuovo governo. Tra i tanti casi di cronaca che angosciano l’opinione pubblica, dai femminicidi agli abusi sui bambini, dai pazzi liberi di accoltellare gente al supermercato agli stupri, è stato scelto quello che più sollecita l’immaginario che una volta avremmo definito benpensante. Folle di ragazzi riuniti, senza controllo, senza permessi, che si abbandonano a un rito dionisiaco fatto di musica, droghe e stordimento collettivo sono il nemico perfetto per ogni segmento elettorale di FdI, i laboriosi imprenditori del Nord, le partite Iva che tirano la carretta, le famiglie con figli adolescenti. Inutile sottolineare il doppio registro usato a Modena e a Predappio, mettere a confronto i due raduni e il diverso registro utilizzato: la risposta ufficiale è che Predappio c’è da anni e persino i sindaci Pd hanno sempre tollerato, la verità vera è che nella visione dell’elettorato di destra i rave sono un insopportabile e pericoloso fenomeno di devianza collettiva, Predappio no. E dunque: da domani rischierà fino a sei anni di carcere chi «invade territori ed edifici allo scopo di organizzare raduni di oltre 50 persone», una soglia così bassa da rendere sanzionabile una qualsiasi festa sulla spiaggia e persino l’incontro occasionale di un paio di classi di studenti. Una norma-bandiera, senza dubbio, ma anche una norma furba. Massimo impatto simbolico e minimo costo politico. Certo non ci saranno rivolte di piazza per il giro di vite contro i rave. Certo non si perderanno voti, come magari sarebbe successo dando la scossa ad altre turbolenze, tipo gli ultras del tifo calcistico o certi cortei di categoria (vedi i tassisti) a cui da anni è consentito esplodere mortaretti e fumogeni in pieno centro. Segue la stessa regola l’altro filone identitario del primo Consiglio dei ministri della destra, cioè la fine del cosiddetto “approccio ideologico al Covid”. Ci si limita al ritorno in servizio dei medici obiettori del vaccino, ritenuto segnale sufficiente a marcare il cambio di passo rispetto alle scelte di Mario Draghi. Resta sullo sfondo il richiamo al modello alternativo di Donald Trump e Jair Bolsonaro, i due super-leader che guidarono l’approccio della destra all’epidemia incitando a battere il virus con l’indifferenza, “da uomini”, al massimo con qualche iniezione di disinfettante. E anche qui la svolta va misurata col core-business meloniano. Magari non c’è (ancora) la sanatoria delle multe, magari non c’è (ancora) l’abolizione dell’obbligo di mascherine, ma con un gesto minimo si marca un cambiamento che rassicura l’elettorato dei commercianti, delle piccole imprese, dei laboratori, stufi di spendere in barriere di plexiglass, impianti di aerazione, disinfettante. Mai più ci impicceremo dell’afflusso ai vostri negozi o ai vostri uffici, mai più vincoleremo voi, i vostri dipendenti o i vostri orari di apertura alle quarantene o ad altre simili limitazioni. Il primo Consiglio dei ministri ci consegna così una risposta piuttosto chiara alla domanda che da molte settimane l’opinione pubblica si pone: di che pasta è fatta questa destra, cosa pensa, cosa vuole, dove porta il Paese? Ecco, questa destra che ha adattato a sé stessa tanti aggettivi, sovranista, populista, conservatrice; questa destra che vuole lo Stato forte quando si parla di rave e lo Stato leggero quando si parla di vaccini; questa destra delle regole ma anche delle non-regole, è soprattutto una destra pragmatica. Cerca la conferma del consenso, e se possibile il suo ampliamento, più che la costruzione di un nuovo ordine. Risponde al suo popolo più che a principi astratti. E il suo popolo è l’impasto costruito in vent’anni dalle prassi politiche dei tre alleati-concorrenti – Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e ovviamente Giorgia Meloni – che la neo-premier cavalca, oggi, meglio degli altri due. C’è l’idea di uno Stato-guardiano, certo, ma anche la convinzione che questo guardiano debba fermarsi sulla soglia delle case e dell’intraprendere dei cittadini perché quelli non sono affari suoi. C’è l’idea della forza della legge, di sicuro, ma anche la convinzione che la legge conti meno se costituisce un intralcio a certe libertà. E anche la libertà è opinabile: vale tantissimo in economia, è meno assoluta nel campo dei diritti e persino delle modalità di raduno di più di cinquanta persone. All’interno di questo immaginario ventennale i pesi si redistribuiscono. Meloni ha attenuato l’imprinting garantista del berlusconismo fermando l’abolizione dell’ergastolo ostativo e la riforma Cartabia che avrebbe reso alcuni reati minori procedibili solo su querela. Ha minimizzato le priorità salviniane in materia di immigrazione, accantonando per ora il ripristino dei Decreti Sicurezza. Prende tempo su reddito di cittadinanza, pensioni, flat tax, innalzamento del limite del contante, non solo perché sarà impossibile mantenere le mirabolanti promesse fatte dai suoi partner ma anche per evitare proteste e ostilità immediate. Ha scelto legge e ordine come argomento del debutto perché è argomento suo, e quindi marca il diritto di primogenitura che ha conquistato il 25 settembre, ma anche perché il gran colpo di fortuna del rave di Modena le ha offerto l’occasione di usare il pugno di ferro evitando temi di legalità assai più scomodi e complessi. Pragmatismo è anche questo: assicurarsi, per quanto possibile, un esordio senza troppi contraccolpi.


(La Stampa, 1° novembre 2022)

di Laura Caffagnini


Report dell’evento NO ROOM INSIDE ME FOR ME del 25 ottobre 2022 presso l’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (OIVD)


«Noi come esseri umani siamo fatti in modo tale che non possiamo far male agli altri senza che questo torni indietro a ferire noi stessi. Questo è il messaggio che voglio lasciare agli uomini che comprano le donne e le bambine nella prostituzione: tu stai facendo male a tutti incluso te stesso». Una chiusa potente quella dell’altrettanto potente docufilm “NO ROOM INSIDE OF ME FOR ME”, video-intervista di Caterina Gatti a Rachel Moran, donna sopravvissuta alla prostituzione e autrice del magistrale libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione”. La proiezione, seguita dalla discussione con la regista, è avvenuta nell’incontro online organizzato il 25 ottobre dall’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (Oivd) in collaborazione con la Federazione Donne Evangeliche in Italia (Fdei). Incontro che prosegue l’impegno di affrontare la questione prostituzione come espressione della violenza contro le donne al termine di un ciclo di quattro incontri su “Religioni e prostituzione”. Dopo aver ascoltato donne di diverse religioni e attiviste impegnate in associazioni si è ascoltata una sopravvissuta impegnata nella campagna abolizionista che con il suo libro ha indicato una via.

L’intervista è nel segno dell’empatia, una comunicazione schietta e delicata tra donne che inizia quando la regista rievoca un’esperienza personale da modella: l’oggettificazione del corpo femminile si afferma molto prima di arrivare all’estremo livello della prostituzione. E termina nello stesso segno quando Moran, dopo aver nominato l’orrore del suo vissuto dai quindici ai ventidue anni, pensa a un futuro diverso anche per i suoi carnefici. La sua è una elaborazione etica e politica dell’esperienza vissuta, hanno riscontrato donne e uomini che al termine della visione hanno dialogato con Caterina Gatti proponendole domande e riflessioni. Etica nello stigmatizzare lo sfruttamento degli uni sulle altre, politica nell’immaginare una società che non sia basata sul dominio degli uomini sui corpi delle donne e sul potere del denaro. Il cuore dell’analisi di Moran è immortalato nel titolo del documentario che dice il massimo danno della prostituzione: la dissociazione. «Lui sa quanto stai male, ma non si vuole fermare perché tu non sei un essere umano per lui. Così devi elaborare tutto questo, sai che la tua umanità è sminuita per tutto quel tempo, fingi di non saperlo perché saperlo sarebbe un’agonia. Ma tu sai nella tua mente ciò che sta realmente accadendo. Quello è ciò che crea la separazione. Devi divorziare da te stessa, dai tuoi stessi pensieri, sensazioni, opinioni, volontà e desideri. Non c’è spazio per te stessa in te stessa».

Il dialogo tra Caterina e Rachel illumina tanti scenari: l’abuso sessuale travestito da lavoro, lo sfruttamento delle ragazze migranti, la legittimazione di una maschilità predatoria, la miseria e l’abuso sessuale come antefatti alla prostituzione, l’importanza dell’educazione e di una nuova narrazione. Il giudizio che emerge dal film non può che respingere ogni tentativo di dare rispettabilità e legalità a un’istituzione sociale basata sullo stupro a pagamento.


(OIVD newsletter, 31 ottobre 2022)

Redazione


La neoministra della famiglia e natalità Eugenia Roccella è intervenuta più volte sul tema dell’aborto, dicendo che “non è un diritto” e ascrivendo l’origine dell’affermazione al femminismo della differenza.
Una parte del movimento delle donne, in primis le femministe della differenza, nel 1975 ha portato avanti una posizione radicale chiedendo l’abolizione del reato di aborto, cioè la sua depenalizzazione, non un intervento legislativo. Poi, negli anni successivi, molte sono scese in piazza per difendere la 194 e chiederne una migliore applicazione, continuando a promuovere momenti di discussione con un punto fermo: il sì della donna non si può saltare, una donna non può essere obbligata a diventare madre.
Questo pare che la ministra Roccella se lo dimentichi, o non lo sappia.


Pubblichiamo qui un intervento di Ida Dominijanni su Facebook e alcuni articoli che ci sembra importante rileggere. Per chi ha tempo, c’è un’intera sezione del sito, Noi e il nostro corpo, che riporta ampiamente documenti storici e articoli degli ultimi vent’anni.


22-10-2022: Pagina Facebook di Ida Dominijanni

4-2-2005: Sulla vita umana di Luisa Muraro

12-2-2005: Il ripensamento femminista di Luisa Muraro

10-5-2018: Luisa Muraro: l’aborto non è un diritto di Antonella Mariani


(libreriadelledonne.it, 31 ottobre 2022)


La farmacia era l’unico posto che per due anni ha frequentato, oltre la palestra e la stanza 204 dell’hotel di Cesano Maderno, in provincia di Milano. L’atleta della Nazionale Nina Corradini, adesso diciannovenne ma all’epoca minorenne, ci andava di nascosto per comprare il lassativo Dulcolax, “un estremo tentativo” per soddisfare i parametri del peso della squadra azzurra di ginnastica ritmica e non ricevere così le “pressioni mentali” delle allenatrici della Federginnastica.

«Mangiavo anche sempre meno – confessa – ma ogni mattina salivo sulla bilancia e non andavo bene: per due anni ho continuato a subire offese quotidiane».

Umiliazioni verbali – già denunciate anche da professioniste come la ballerina della Scala di Milano Mariafrancesca Garritano o le britanniche Nicole Pavier e Eloise Jotischky – che Nina Corradini ha deciso di raccontare adesso, un anno e mezzo dopo che è riuscita a uscire dal “circolo vizioso”, come lo definisce lei.

«Me lo ricordo il giorno in cui ho trovato la forza di andare via, era il 14 giugno 2021. Avevo passato ogni minuto degli ultimi mesi precedenti a desiderare di scappare da lì. Ora voglio informare e proteggere le bambine più piccole: tutti devono sapere la realtà».

Riavvolgere il nastro per Nina Corradini non è facile: «Fino a qualche mese fa piangevo ancora, però ora riesco a raccontare tutto senza lacrime. Merito anche delle sedute dallo psicologo, sono in cura da un anno». Aveva quindici anni quando, nella primavera del 2019, è stata chiamata dalla Federazione per una prova. «Poi mi hanno convocato per i tre mesi estivi a Follonica, al termine dei quali sono stata confermata in squadra».

Così la ginnasta romana, che a dodici anni dalla Lazio Ginnastica Flaminio era passata alla Faber Ginnastica Fabriano, si è trasferita con le Farfalle a Cesano Maderno: 7-8 ore di allenamento al giorno, poi le lezioni fino alle 20.00 per la scuola privata. I primi due mesi sono trascorsi con serenità, poi il mondo che aveva idealizzato è svanito: «Per le allenatrici ero solo una pedina, non c’era rapporto umano. Non mi hanno mai chiesto come stessi».

Nina quotidianamente veniva pesata con le altre compagne, «in mutande e davanti a tutti, sempre dalla stessa allenatrice», che segnava i dati su un quadernino ed emetteva il proprio giudizio: «Cercavo di mettermi ultima in fila, non volevo essere presa in giro davanti alla squadra. L’allenatrice mi ripeteva ogni giorno: “Vergognati”, “mangia di meno”, “come fai a vederti allo specchio? Ma davvero riesci a guardarti?”. Una sofferenza».

Il controllo del peso avveniva dopo la colazione: «Infatti per due anni non l’ho mai fatta. Ogni tanto mangiavo solo un biscotto, ovviamente di nascosto, mentre ci cambiavamo per l’allenamento». Nina non sapeva più come fare: «Mi pesavo quindici volte al giorno. Il lassativo mi disidratava e, non mangiando, non avevo più forze. Mi ammalavo, avevo poco ferro nel mio corpo. Una volta sono svenuta a colazione, ma le allenatrici mi hanno fatto andare lo stesso in palestra, pensavano fosse una scusa».

Un incubo a occhi aperti, vissuto da sola, da cui si è svegliata a diciott’anni: «Sul treno mi sono sentita sollevata. Durante il mio periodo in squadra non ho mai parlato dei problemi con i miei genitori, neanche con le compagne: la competizione era molto alta, era più forte dell’amicizia. Inoltre credevo che loro stessero bene, mi sentivo quasi in colpa a stare male».

Addirittura, sostiene Nina, il rapporto delle allenatrici con le atlete variava in base al loro peso: «Se eri dentro i loro canoni ti trattavano in modo diverso». Ma qual è lo standard? Non lo sa, Nina: «Non ce l’hanno mai detto. Io pesavo sui 55 chili (per 175 cm di altezza, Ndr), ma l’allenatrice aveva sempre da ridire. Il cibo era diventato un incubo, pensavo alle conseguenze del mangiare determinati alimenti. Avevo imparato che di notte perdevo 3 etti e che un bicchiere d’acqua ne pesava 2». Le istruttrici erano tre, più la maestra di danza.

«Ma soltanto una era quella che si esprimeva con commenti negativi, era sempre la stessa, le altre si limitavano a leggere i dati sul quaderno. Non so se la Federazione sia a conoscenza di questo metodo: magari dei controlli sì, ma del trattamento e delle umiliazioni no». E la Federginnastica, contattata da Repubblica, ha dichiarato che per il momento preferisce non commentare.

La testimonianza di Nina è importante. I suoi genitori sono contenti che abbia deciso di parlare: «Non è stato facile raccontare a loro quanto accaduto e i reali motivi che c’erano dietro la mia decisione di abbandonare la ginnastica ritmica. Gliene ho parlato separatamente: mamma si è messa a piangere in un ristorante, papà invece si è arrabbiato tanto con le allenatrici. Anche perché ero minorenne».

Tuttora Nina, al primo anno di Scienze della comunicazione, deve fare i conti con i fantasmi del passato: «Faccio fatica a mangiare davanti ad altre persone». Con le sue parole vuole rompere il silenzio che si cela su queste pressioni psicologiche. «Spero di dare voce a tutte le altre vittime di queste pressioni».


(la Repubblica, 30 ottobre 2022)

di Matilde Quarti


Quando incontro Rebecca Solnit è una giornata di sole e di vento, come quasi sempre a San Francisco. Mi ha dato appuntamento alla libreria Green Arcade, a metà di Market Street, arteria che taglia la città in diagonale da Twin Peaks, il suo punto più alto, ai moli dell’Embarcadero. La Green Arcade è una libreria di quartiere e di lotta, tanto accogliente con il cliente che fa capolino quanto chiara nella sua inclinazione politica, e il proprietario, Patrick Marks, è un buon amico di Solnit. L’atmosfera, mentre la intervisto, tra scaffali di legno e pile di saggi di attualità e di storia e un banco di scintillante novità (ma poche, perché oltre che di quartiere e di lotta la Green Arcade è soprattutto una libreria di – vastissimo – catalogo), è quella di un confortevole salotto casalingo. Sembra difficile, quasi impossibile, inquadrare la produzione di Rebecca Solnit: scrittura e attivismo, nel suo cangiante lavoro, si compenetrano incessantemente e, allo stesso modo, i suoi testi sono un continuo rimando tra argomenti, come una scatola cinese, come una matrioska, le suggestioni letterarie lasciano spazio all’attualità politica, le dissertazioni storiche aprono squarci sulle più recenti ondate femministe. Un gioco di specchi che si ritrova anche nel suo ultimo saggio, Le rose di Orwell(Ponte alle Grazie, 2022), dove la minuta vicenda personale di un grande scrittore che amava prendersi cura dei suoi fiori diventa lo spunto per parlare di un Orwell inedito, rispetto all’uomo severo raccontato da gran parte della critica, aprendo divagazioni che toccano persino Tina Modotti e Stalin, per parlare, in ultima sintesi, di totalitarismi e rapporti di potere. I rapporti di potere, d’altronde, sono un tema caro a Solnit, che percorre più o meno esplicitamente gran parte della sua opera. La raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose(Ponte alle Grazie, 2017, traduzione di Sabrina Placidi) e il memoir femminista Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie, 2021, traduzione di Laura De Tomasi), si muovono su questo stesso filo rosso: la riflessione femminista non può prescindere dal discorso sul potere e sui corpi. Sono questi gli spunti da cui prende avvio una conversazione in cui Solnit parla di misoginia e sopraffazione, della crisi attraversata dalla sua città, San Francisco, negli ultimi decenni, di autoritarismi e di Trump, di attualità e, in fin dei conti, di politica in tutte le sue sfaccettature.

Partirei dal suo libro che ha avuto maggior risonanza in Italia: Gli uomini mi spiegano le cose. Cosa pensa indichi della società il calore con cui è stato accolto?

Il saggio che dà il titolo alla raccolta è stato pubblicato nel 2008, ma il libro è uscito solo nel 2014. In ogni caso, il mio proposito era cercare di collegare alcune delle cose più orribili che possono accadere alle donne alle credenze e ai valori della nostra società. Può trattarsi di un evento minuto, come un uomo che, durante una cena, non crede che una donna abbia il diritto o l’autorità di parlare di un dato argomento, oppure può svolgersi nella sfera professionale, dove, ugualmente, una donna può essere trattata come se non fosse competente nel proprio campo. O ancora, come racconto proprio in quel saggio, può essere la storia di una donna che urla terrorizzata perché il marito sta cercando di ucciderla, ma la gente intorno, invece di ascoltarla, dà per scontato che sia pazza. Sono tutti esempi che fanno eco a un’esperienza molto specifica delle donne: essere trattate come incompetenti. Si tratta, sempre, di un attacco alla voce di una donna, al suo diritto di essere considerata a pieno titolo una persona, una cittadina, la parte di una comunità. Ho un’intera collezione – che ho chiamato “le Olimpiadi del mansplaining” – di esempi di quanto sto dicendo: tra questi figura anche la vicenda di una donna a cui degli uomini hanno cercato di spiegare come si pronunciasse il suo nome.

Il saggio inizia con un aneddoto personale.

Ero convinta che avrei scritto un testo relativamente divertente, perché ho iniziato con l’aneddoto di un uomo che mi voleva spiegare un libro che avevo scritto io: insomma una cosa fastidiosa, ma non pericolosa. Però, procedendo nella scrittura, mi sono resa conto di quanto velocemente stessi passando da questo spunto alla storia che ho appena raccontato: un uomo che trovava divertente aver visto correre fuori di casa una donna, nuda, nel cuore della notte, che gridava che il marito stava cercando di ucciderla. Perché ai suoi occhi doveva essere per forza pazza, non poteva essere attendibile. Questo cambio di prospettiva mi ha scioccato.

Quando raccontiamo la violenza di genere, la prima cosa che dovremmo fare è parlare di patriarcato, eppure è una parola che fatica ancora a entrare nel discorso politico.

Il problema è di chi comanda: le femministe non hanno problemi a usarla, questa parola. Si tratta di cambiare lo status di un termine, e forse non è un processo diverso dal cambiare l’intero sistema valoriale di chi decide cosa sia valido e cosa no. In inglese usiamo molto il termine “misoginia” e sono contenta che l’italiano abbia reso più popolare la parola “femminicidio”. “Femminicidio”, “cultura dello stupro”, “misoginia”, “patriarcato”, “sessismo”: ognuno di questi termini ha un significato e, di solito, quando le persone rifiutano una parola stanno anche rifiutando la realtà che ci sta dietro.

Per esercitare una forma di potere è indispensabile annichilire anche il corpo. Un suo testo dove è centrale il discorso sul corpo è Ricordi della mia inesistenza. Le chiedo: il discorso sulla violenza di genere è sempre un discorso di corpi?

Il corpo è la scena del medesimo attacco che cerca di distruggere la donna come persona, che cerca di impedire il suo diritto ad autodeterminarsi e stabilire i propri confini: perché solo quando hai una voce puoi dire di no, puoi stabilire dei limiti, puoi testimoniare in tribunale ed essere creduto. Abbiamo sotto gli occhi le modalità sistemiche con le quali gli uomini sono stati in grado di commettere crimini: anche in un’epoca come la nostra in cui, a differenza del passato, la violenza domestica e gli stupri coniugali sono considerati un crimine, nonostante tutto continuano a perpetuarsi, e questo accade perché permane una disuguaglianza di voce e di potere. La violenza fisica è una rappresentazione dell’identità maschile come potere, dominio, controllo. Ed è da questa volontà di dimostrare che la donna non vale niente che nascono le umiliazioni, le mutilazioni del corpo.

C’è una pagina molto potente, all’inizio di Ricordi della mia inesistenza, in cui sottolinea come alle donne venga insegnato a immaginare il proprio assassinio. È una violenza psicologica che inizia tra le mura di casa e plasma la percezione che si ha del mondo.

Parte del motivo per cui ho scritto Ricordi della mia inesistenza è che ci rapportiamo a questi fatti terribili come se accadessero a sole poche donne, anche se la percentuale di donne che sono state violentate o che hanno affrontato un qualche tipo di violenza è piuttosto alta. E vivere in un mondo in cui questo accade a persone della tua categoria significa essere costantemente consapevoli che potrebbe capitare anche a te. Questo ha un impatto enorme, così come lo ha organizzare costantemente la propria vita per evitare la violenza maschile in una società in cui è molto raro che vengano limitate le libertà degli uomini in modo che le donne possano avere i loro pieni diritti. Avviene piuttosto che le donne debbano rinunciare al loro diritto di camminare per strada, di indossare quello che vogliono, di esprimere la loro opinione, di dire di no agli uomini o di lasciarli. Ci viene costantemente ripetuto che siamo noi a dover prevenire la violenza maschile, ma questo non è altro che un modo per deresponsabilizzare gli uomini e sottintendere che la società continuerà a far prevalere i loro diritti.

In questo libro è centrale anche il discorso su San Francisco, la gentrificazione, la crescita dei costi. Com’è cambiata la città negli ultimi decenni?

Ho vissuto in almeno dieci città diverse chiamate San Francisco e quella attuale è la città che meno preferisco. La San Francisco in cui mi sono trasferita, nel 1980, prima della crisi dell’AIDS, aveva il 15% di cittadini neri, mentre ora ne conta forse il 3%. Era molto più accessibile, le persone arrivavano per scoprirsi poeti, attivisti politici, idealisti, ed era anche relativamente facile avere una casa e una vita che non comportasse lavorare sessanta ore a settimana per un’azienda. Poi la Silicon Valley è arrivata come un mostro e si è mangiata tutto. Prima San Francisco era un’alternativa, un rifugio: la città della liberazione gay, delle Sorelle della Perpetua Indulgenza, della nascita del movimento ambientalista con la fondazione del Sierra Club nel 1892, della poesia sperimentale… Mentre ora la Bay Area è diventata uno dei centri del potere mondiale, è il luogo di Google, Facebook, Twitter, Uber, Airbnb, e tutte le altre aziende che hanno cambiato il mondo, per molti versi in peggio, trasformando la privacy in merce.

Il problema che emerge è anche abitativo.

La San Francisco attuale è diventata una città poco accessibile e sta assistendo a una crisi continuativa di homeless (“senzatetto”, Ndr). Si tratta del prodotto di decisioni prese a livello perlopiù federale, oltre al fatto che l’alloggio viene trattato principalmente come una merce speculativa e non come un diritto di base. Alloggio, cibo, vestiti e assistenza sanitaria vengono trattati come prodotti e non come diritti. Mentre è necessario avere salari più alti, più reti di sicurezza, più fondi federali per gli alloggi, che sono stati tagliati. È necessario costruire alloggi a prezzi accessibili per i cittadini a basso reddito, invece nella Bay Area vengono costruiti molti alloggi, ma tutti per redditi più alti.

Ha però anche spesso portato San Francisco come esempio positivo di buone pratiche politiche. Può ancora trainare il resto del paese?

Penso di sì, ma non come un tempo, perché mancano molte voci. Se devi guadagnare 100.000 dollari all’anno per poter restare qui, hai meno tempo per concentrarti sul clima, sui diritti umani o su altre questioni cruciali. Non c’è una forte presenza della destra, ma credo che sempre più persone molto benestanti non avranno il tempo di impegnarsi: potranno sostenere valori progressisti, ma non saranno impegnate politicamente come potevano esserlo quarant’anni fa. Il grande mutamento economico a cui abbiamo assistito ha reso tutti più conservatori, perché, a meno che non si abbia un’eredità, bisogna lavorare molto duramente per guadagnare abbastanza per andare avanti. E i senzatetto ci ricordano che, quando si cade, si cade molto in basso e molto duramente. Mentre negli anni Sessanta e Settanta la società americana aveva raggiunto un tale livello di benessere che molti giovani – bianchi perlomeno – potevano permettersi di fare scelte di vita basate sui propri ideali, senza doversi preoccupare troppo di come sopravvivere.

L’esperienza dell’attivismo è molto importante nel suo lavoro autoriale. È nata prima la Rebecca attivista o la Rebecca scrittrice?

L’attivismo alimenta la scrittura in molti modi, mi porta a contatto con persone straordinarie e mi permette di essere testimone dei cambiamenti. Con Hope in the Dark ho raccolto una serie di argomentazioni sulle teorie del cambiamento. Penso che, prima di essere cittadini di un luogo specifico, siamo cittadini della Terra, e dobbiamo pagare la nostra “quota di partecipazione”, prendendocene cura. Non mi sento eccezionale, ho più tempo libero e più possibilità di scelta di altre persone. Il mio meraviglioso fratello minore David, poi, è stato un attivista fin dall’adolescenza e il suo esempio ha avuto grande influenza su di me: spesso siamo stati impegnati per le stesse questioni, per esempio al momento ci occupiamo entrambi molto di clima. Ma ho l’impressione che negli Stati Uniti ci sia spesso l’attitudine a ritenere la politica il lavoro di qualcun altro, quando invece dovrebbe essere il lavoro di tutti. Credo che per molti americani l’obiettivo sia avere una vita felice, mentre per me deve essere significativa, quindi avere una vita che comporti il farsi in continuazione domande, ma anche impegnarsi per i valori, le comunità, la vita pubblica. Io mi sento grata di avere una vita significativa.

La sua produzione sembra essere caratterizzata da un costante flusso di pensiero in cui, nel discorso sull’attualità, convergono studi sulla lingua, la letteratura, la storia. E mi sembra che il suo nuovo libro, Le rose di Orwell, sia un esempio perfetto di questo suo approccio alla scrittura.

Orwell era già uno scrittore importante per me, ma quando ho scoperto la storia delle sue rose si è svelata ai miei occhi un’immagine di lui assolutamente inedita. Parlare del rapporto di Orwell con i fiori e il giardinaggio mi ha permesso di approfondire tematiche che ritengo particolarmente significative, come il rapporto tra il piacere e la politica, tra il mondo naturale e quello sociale, politico e umano. La vicenda umana di Orwell si lega alla domanda su come sia possibile vivere in tempi difficili, come praticare l’antiautoritarismo e l’antifascismo. Spesso c’è una grande austerità, si ha come l’impressione che nessuno dovrebbe divertirsi fino a quando tutti i problemi nel mondo non saranno risolti. Ma, dal momento che questo non è possibile, allora non sarà neanche mai possibile distendersi. In questo senso, Orwell diventa un esempio perfetto: un uomo serio, posato, che tuttavia traeva grande piacere dai fiori, dalla natura, dalla bellezza, ma anche dalle fiabe e dalle filastrocche. Penso sia un invito a trovare un equilibrio nella propria vita.

Un aspetto di Orwell inedito.

E molto affascinante: non me lo sarei mai aspettato perché i testi su di lui – la maggior parte dei quali scritti da uomini – lo presentano come una figura austera, cupa, ma in realtà aveva un grande senso dell’umorismo, e apprezzava piaceri semplici come una buona tazza di tè, il cibo inglese, trascorrere tempo con il proprio figlio o occuparsi del suo giardino e dei suoi animali. Considerando che il problema più grande del nostro tempo riguarda proprio la natura, il clima, la sopravvivenza umana e di tutta la biosfera, e che il mondo naturale è stato spesso trattato come meramente decorativo, superfluo, al di fuori del regno della politica umana, ho voluto utilizzare Orwell come leva per approfondire il ruolo in realtà politico della stessa natura e collegarmi alla crisi politica attuale.

Il discorso su Orwell si collega anche a quello sui totalitarismi. Nell’ultimo anno, con l’invasione dell’Ucraina, abbiamo avuto modo di vedere come sia ancora attuale parlare di autoritarismo.

La mia pratica femminista si collega per forza di cose a quella antiautoritaria: che si parli di un “capofamiglia” o capo della nazione, si parla sempre di un individuo autoritario che si arroga il diritto di dettare come debba essere la realtà e che vede nella verità e nelle voci indipendenti un nemico. Nelle famiglie patriarcali autoritarie, l’uomo pretende di detenere sempre la ragione, relegando le donne a fonti inaffidabili, e il medesimo approccio avviene a livello internazionale in politica. Come nel caso di Trump, che sostiene di non aver perso le elezioni contribuendo così all’escalation di violenze che ha portato all’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Il punto centrale che collega autoritarismo e patriarcato è il desiderio di determinare a priori quale sarà la verità.

Che cos’è la politica per lei?

Come recita un meraviglioso slogan femminista, il personale è sempre politico. Penso che la politica sia ovunque, in chi ha accesso alla cultura e al mondo naturale, nella qualità del cibo che mangiamo, nei film che vediamo, nel rapporto con gli altri, in ciò che immaginiamo possibile. Tutti, a prescindere dal loro mestiere e dal loro ruolo nella società, operano in un mondo politico. Il personale è politico, il politico è personale: tutto è permeato dalla politica.


(ilLibraio.it, 29 ottobre 2022)

di Chiara Cruciati


Giovedì Amineh Kakabaveh si è presentata nella facoltà di Scienze politiche della Sapienza a Roma, appena occupata dagli studenti dopo il pestaggio della celere di martedì: «Non restate mai in silenzio», ha detto. Poche ore prima avevamo incontrato la deputata curda iraniana svedese, in questi giorni in Italia, per parlare della rivolta in Iran.

La sollevazione, iniziata 42 giorni fa, è partita dal Rojhilat, il Kurdistan in Iran. Per la prima volta dai territori curdi ha raggiunto l’intero paese.

La questione va vista da una prospettiva storica: i movimenti di sinistra sono stati sempre molto radicati tra i curdi. In Iran il partito di cui ero parte, Komala, è stato uno dei movimenti socialisti più strutturati contro lo scià. Da lì ha preso ispirazione il Pkk in Turchia. Allo stesso modo la prima rivista femminista in Medio Oriente è stata pubblicata nella città curda iraniana di Mahabad. In Rojhilat, nonostante la Repubblica islamica, le donne hanno sempre combattuto. Fino a Jihna Mahsa Amini, di Saghez, la mia città natale. Le autorità hanno provato a mettere sotto silenzio la famiglia, ma non ci sono riuscite. E la protesta è diventata un movimento nazionale: tutto l’Iran per la prima volta si è sollevato contro il fondamentalismo islamico. Nelle piazze sentiamo gridare «Il Kurdistan cuore e anima dell’Iran». È un evento storico, la ricomposizione di una divisione voluta dalle autorità, dell’emarginazione delle minoranze come quella curda o balucia. I giovani, guidati dalle donne, hanno una mentalità diversa: non si sentono parte di una rivoluzione – quella islamica – vecchia di quattro decenni, ma figli di una nuova prospettiva politica. Hanno perso tutto, non hanno lavoro nonostante studino per anni, non hanno futuro, non hanno niente da perdere se non la vita.

Palese è da qualche anno il ruolo centrale delle rivendicazioni delle donne nelle rivolte in Medio Oriente: i femminismi portano avanti il tema della più generale giustizia sociale. Se lo aspettava anche in Iran?

Da oltre due decenni a rappresentare il cambiamento radicale in Medio Oriente sono i movimenti femministi. Sono le donne a sfidare l’islamismo, da quello radicale dell’Isis a quello politico della Repubblica islamica. Un fatto che deriva da decenni di oppressione delle donne, dei nostri corpi, della nostra personalità e della nostra identità, che è stata sessualizzata dallo stato, dalle famiglie, dai clan. La rivoluzione nel Rojava, l’esperienza armata curda che ha aperto alla messa in discussione del patriarcato, e le primavere arabe hanno avuto un ruolo importante nell’avanzamento delle rivendicazioni delle donne. Nel 2011 le donne erano presenti nelle piazze ed erano nel mirino della polizia: sono state stuprate, gli è stato detto che il loro posto era dentro casa. Ma a Tahrir e nelle piazze arabe le donne c’erano. E se quelle rivoluzioni sfortunatamente hanno fallito, le idee non sono morte: quell’esperienza vive ancora e la partecipazione politica è cambiata radicalmente. Lo si vede anche nel nuovo protagonismo dei social media e del giornalismo indipendente. In Iran i media sono sotto il controllo governativo ma la modernità dell’informazione ha permesso di raggiungere il mondo fuori.

Molti parlano oggi di inizio della fine della Repubblica islamica. Condivide?

Non è facile dirlo. In questi 43 anni il regime si è creato una protezione, una forza di sicurezza imponente, pasdaranbasij, polizia. Mi dicono però che in Kurdistan sono molti gli agenti che si stanno unendo alla rivolta. Il regime non cadrà domani, ma migliaia e migliaia di giovani manifestano da oltre 40 giorni, cantano «Jin jiyan azadi», tolgono il velo, si riprendono in video senza hijab. Fino a un mese fa era impossibile dentro la maggior parte delle famiglie. Il cambiamento vero è nella società ed è questo l’importante. In Medio Oriente i regimi cambiano, ma se le società restano le stesse la trasformazione non è mai reale. Stavolta invece siamo di fronte a stravolgimenti sociali, dall’Egitto al Rojava.

Lei è passata dalla guerriglia in montagna al parlamento svedese. Può raccontare la sua storia?

Provengo da una famiglia povera. Quando Khomeini è andato al potere avevo quattro anni. Pochi anni dopo il Kurdistan è stato militarmente invaso, moltissimi giovani uccisi. Ho iniziato a manifestare e per questo la mia famiglia è stata di fatto posta agli arresti domiciliari. Le autorità hanno cercato di costringere mio padre a farmi sposare, ma ero una bambina e si è rifiutato. A tredici anni ho deciso di andare in montagna per non mettere in pericolo la mia famiglia e difendere me stessa: sono rimasta nei peshmerga per cinque anni. Ho combattuto perché non volevo che continuassero a prendersi tutto, il nostro corpo, i nostri diritti, la nostra identità di donne curde. Il mio destino poteva essere quello di Mahsa Amini. A diciannove anni ho chiesto asilo politico tramite l’Onu che all’epoca organizzava l’accoglienza: la Svezia si offrì di ospitarmi. Dissi alla delegazione svedese che volevo studiare. In Iran non ne avevo avuto la possibilità: nessun bambino dovrebbe rinunciare alla penna per il kalashnikov. Avevo frequentato solo un anno di scuola, sotto lo scià, poi con la rivoluzione islamica milioni di curdi uscirono dal percorso scolastico. Ho iniziato a lavorare con mia madre e a studiare a casa. Sotto i peshmerga mi hanno insegnato a leggere e scrivere in curdo e in farsi. In Svezia ho fatto le scuole serali. Di giorno lavoravo per sostenere la mia famiglia rimasta in Iran. Sono entrata nel Left Party svedese, ci sono rimasta per venticinque anni. Undici anni in parlamento con loro, poi tre da indipendente.

Perché ha lasciato il Left Party?

Ero contraria al velo per le bambine. Chiedevo di vietarlo e lasciare libertà di scelta a diciott’anni, ma il partito riteneva fosse una misura tacciabile di islamofobia. Io la ritengo una pratica razzista: in Europa, anche a sinistra, si considerano tutti i musulmani uguali, un popolo monolitico, cancellano le diversità e dunque la ricchezza. Io ho indossato l’hijab, ho subito un’imposizione dallo stato, dai media, dalla società che considerano il rifiuto di indossarlo un motivo di disonore. L’hijab è diventato una fonte di identità, anche tra donne e famiglie che non sono religiose praticanti. In Turchia con Atatürk e in Iran con lo scià il velo era stato vietato. Io sono contraria a qualsiasi forma di imposizione: ognuna deve essere libera di scegliere. Per questo credo che alle bambine non vada fatto indossare.

Lo scorso giugno Svezia e Finlandia hanno firmato un memorandum con la Turchia per poter entrare nella Nato: fine dell’embargo sulle armi e del sostegno alle unità curde siriane Ypg e Ypj ed estradizione di curdi che Ankara ritiene terroristi. Cosa è successo da allora?

Quell’accordo è il prodotto del fallimento della sinistra a livello internazionale. Svezia e Finlandia volevano a ogni costo entrare nella Nato, paesi con duecento anni di neutralità hanno firmato un accordo con la Turchia per la persecuzione dei curdi e delle associazioni curde. I casi di estradizione di curdi in Turchia al momento sul tavolo sono quattro, legati a reati criminali. Quelli con l’asilo politico non potrebbero essere estradati, ma abbiamo comunque paura che per motivi di propaganda politica e convenienza possano essere cacciati. Zinar Bozkurt, ad esempio, è ancora in prigione, anche se omosessuale, e la sua estradizione è stata fermata solo grazie all’intervento della Corte di giustizia europea. Esistono trattati che vietano l’estradizione di rifugiati politici, li hanno firmati sia la Svezia sia la Turchia, ma qui l’obiettivo è politico: Erdoğan deve tenere in piedi la sua propaganda interna per vincere le elezioni del prossimo anno. La questione curda nella narrazione erdoganiana è fondamentale per cementare il consenso. Per questo preme per mantenere il Pkk nelle liste del terrorismo europee, sebbene in Turchia gli attentati compiuti tra il 2014 e il 2015 abbiano avuto tutti come target la comunità curda, ad Ankara, Suruç e Diyarbakır.


(il manifesto, 29 ottobre 2022)

di Ida Dominijanni


Tre appunti sulla Meloneide appena conclusasi con il voto di fiducia della Camera e del Senato al nuovo Governo. Sull’effetto “prima donna”, sulla questione fascismo-antifascismo, sul programma.


1. Come il profluvio di dirette, maratone e talk televisivi dimostra, la “prima donna” è e sarà inevitabilmente oggetto dello sguardo maschile e femminile più degli uomini che l’hanno preceduta. Meloni lo sa e per due giorni si è offerta a questo sguardo generosamente, senza sottrazioni e senza complessi, avendo capito e capitalizzato, grazie alla storia del femminismo che non le appartiene ma di cui si avvale, che oggi come oggi, in tempi di crisi devastante della politica maschile, essere una donna è un vantaggio e non uno svantaggio. La prima donna ha fatto la primadonna, mettendosi al centro della scena con il suo corpo, i suoi gesti, la sua storia, la sua biografia. La rottura stilistica rispetto al linguaggio scisso della politica maschile (fatto salvo Berlusconi, che il confine fra pubblico e privato l’ha rotto da quel dì e anche ieri, in apertura della sua rentrée al Senato, con l’annuncio del suo diciassettesimo nipote) è stata evidente, ed è la sola cosa di cui rallegrarsi.

Il che non toglie che per altri versi sia proprio il linguaggio a mostrare come con il suo essere donna Meloni sia tutt’altro che pacificata. Lo dice l’uso del maschile – il presidente e non la presidente – cui si ostina ad affidare il riconoscimento del proprio ruolo, come se il femminile invece lo diminuisse. Lo dice l’uso dei nomi senza cognomi con cui rende omaggio (qualcuna deve averglielo consigliato, perché non l’aveva mai fatto prima) ad altre “prime donne” che l’hanno preceduta, ma rigettandole in una sorta di album di famiglia privato e cifrato dove riconoscerne il ruolo pubblico diventa impossibile ai più. Lo dice la dose permanente di aggressività fallica cui non rinuncia nella sua competizione ravvicinata e spericolata con gli uomini.

Quello che resta stupefacente è come tutte e tutti, donne e uomini, siano cadute/i nel trappolone della “prima donna che sfonda a destra e non a sinistra”, una narrativa che punta dritto a dimostrare che il femminismo trova ascolto più a destra che a sinistra, che la destra è più di sinistra della sinistra e che la sinistra è fuori dal mondo e dalla storia. Strano che nessuna/o provi a rovesciarla e a chiedersi come mai le destre radicali di oggi, non solo in Italia, abbiano bisogno di femminilizzarsi – cosa ben diversa dal femministizzarsi – per addolcire e rendere commestibili i loro contenuti programmatici più retrivi. Provare a sostituire la faccia di Meloni con quella già vista all’opera di Salvini o con la mimica di La Russa o con la stazza di Crosetto per credere: le reazioni sarebbero ben più ruvide di quelle oltremodo contenute che abbiamo visto in Parlamento da parte delle opposizioni. 

2. Conviene riavvolgere il nastro della Meloneide guardardo la prima giornata, invece che dalle centinaia di telecamere piazzate nel palazzo, dal particolare imprevisto delle cariche della polizia sulla manifestazione antifascista della Sapienza. Arrivato puntualmente a smentire una delle solenni dichiarazioni biografico-politiche della neopremier (“vengo dai movimenti giovanili e proverò simpatia anche per chi ci contesterà in piazza”), l’episodio annuncia il clima prossimo venturo, che prevedibilmente farà largo uso dell’ordine pubblico per lanciare segnali d’ordine più generali. Ma non solo: fa saltare d’un colpo uno dei due cardini su cui Meloni e i suoi (La Russa nel giorno della sua incoronazione a presidente del Senato non era stato da meno) allestiscono la loro idea della “riconciliazione nazionale”.

I due cardini sono connessi e riguardano, neanche a dirlo, il fascismo e l’antifascismo. Sul fascismo Meloni se l’è cavata come di consueto con poco, pochissimo, annegandone i contorni specifici nella condanna dei totalitarismi novecenteschi, garantendo di non aver mai “provato simpatia per i regimi antidemocratici, fascismo compreso”, e limitandosi a esecrare le leggi razziali del 1938 invece del regime nel suo complesso. Sull’antifascismo ha fatto peggio. Ha ignorato l’antifascismo della resistenza, ovvero il fondamento della costituzione, e ha attaccato l’antifascismo militante degli anni Settanta, commemorando “i ragazzi innocenti uccisi in suo nome a colpi di chiavi inglesi” e nascondendo sotto il tappeto il filo nero delle stragi neofasciste che percorre la storia della cosiddetta Prima repubblica e che dell’antifascismo militante fu la causa e la ragione. La risposta stizzita di Meloni al senatore Scarpinato che gliel’aveva fatto notare è la controprova che Scarpinato aveva colpito nel segno: questo è il copione della riscrittura della storia e dell’offerta di “riconciliazione nazionale” della destra postfascista. Si può esserne felici e contenti, come certa stampa liberale italiana che da anni accompagna e promuove questo revisionismo in nome e per conto della “normalizzazione democratica” di una “destra conservatrice” ripulita delle sue origini. Ma non ci si può meravigliare se poi contro questa rimozione del fascismo storico e del neofascismo della Prima repubblica l’antifascismo militante rispunta alla Sapienza o altrove.

3. Fin qui l’identità delle origini del melonismo. Sulla quale si innesta una miscela di neoliberalismo e sovranismo solo in apparenza contraddittoria, il sovranismo essendo in tutto il mondo una sorta di evoluzione perversa della weltanschauung neoliberale dissipativa, globalista e gaudente nel suo contrario rancoroso, nazionalista e suprematista. Sì che Meloni è neoliberale quando parla di merito e di capitale umano, di libertà di circolazione del contante, di “non disturbare chi vuole fare” cioè l’impresa; è sovranista quando evoca a ripetizione la nazione e le magnifiche sorti delle bellezze italiche, quando invoca il blocco dei migranti e la procreazione fra conterranei come antidoto al calo della natalità, quando vagheggia l’Europa “dei popoli e delle diversità” contro quella dei banchieri e dei burocrati; o quando con un eloquente lapsus riserva il “tu” a Abubakar Soumahoro, l’alieno nero piovuto dai campi nel parlamento dei bianchi; o quando parla di se stessa come l’underdog che ricorda tanto, è stato notato, i forgotten di Trump – salvo poi promettere la guerra ai poveri sul reddito di cittadinanza. Ed è infine schiettamente reazionaria, destra d’ordine doc, quando parla di carcere ostativo, quando (non) parla del reato di tortura che FdI vuole abolire, quando nomina le differenze come devianze, quando vaneggia di città insicure da consegnare alla vigilanza delle forze dell’ordine.

Questa miscela può essere esplosiva. Paradossalmente la doppia emergenza della guerra e della crisi energetica è, per ora, l’ancora di salvezza del nuovo Governo, perché lì la strada dell’atlantismo e del vincolo europeo è rigidamente tracciata dai poteri nazionali e internazionali senza la cui benedizione la “prima donna” non sarebbe dov’è. Solo per ora però, perché le differenze interne alla sua coalizione in materia di politica estera (né Berlusconi né la Lega hanno rinunciato a distinguersi dalla premier sulle prospettive della guerra in Ucraina) e di politica economica sono anch’esse potenzialmente esplosive. L’unico terreno su cui nel frattempo Meloni potrà consolidare l’identità della “destra conservatrice” è quello tradizionalissimo di una svolta d’ordine. Non saranno mesi facili. Tanto meno senza un’opposizione politica all’altezza della situazione.


(centroriformastato.it, 27 ottobre 2022)

 di Concita De Gregorio


Una fuoriclasse. Sgombriamo subito il campo dalle ideologie, dire bè sì però era un discorso di destra fa sorridere, non trovate? Che obiezione è? Vi aspettavate Dolores Ibarruri? Non vi ricordate di chi stiamo parlando, non sapevate che ha cominciato a quindici anni nel Fronte della Gioventù? Lei è di destra. Certo, che ha fatto un discorso di destra. Impeccabile, tuttavia. Convinto, competente, appassionato, libero, sincero. Avercene, si dice a Roma: avercene a sinistra di presenze di questo calibro da opporre, eventualmente, alle sue ragioni con la forza della ragione. «È nata una leader», mi ha scritto un amico anziano e autorevole, uno non del suo mondo, mentre lei parlava tossendo e bevendo alla Camera. «Da mo’», avrebbe risposto lei che ha detto a Salvini a microfono aperto «così finimo alle tre», e ho finito con il romanesco. La leader c’era già, da anni, solo che ora l’hanno vista tutti – cancellerie del globo comprese – e la verità da dire, la verità gaglioffa, è che non se l’aspettavano: nessuno, se l’aspettava. Né l’opposizione, né i suoi. Si leggeva nei silenzi, nei sorrisi timidi, negli applausi di farfalla dell’emiciclo. Sorpresa. L’attendevano al varco, prevedevano che avrebbe inciampato. Sì, però non ha detto del fascismo. L’ha detto. Eh, ma le leggi razziali: «Il punto più basso della storia, una vergogna». Vabbè, ma la mafia. La mafia. E la storia delle donne, il femminismo? Ecco il suo Pantheon. Già, ma non sono le nostre. No, certo, sono le sue. Ma le chiama per nome, si fa chiamare per nome e per giunta pretende l’articolo al maschile: urge dibattito. Eh no, però: perché l’abbiamo detto tanto, l’abbiamo detto sempre. Non si tratta di imporre una regola, di essere in modo speculare e contrario autoritari/e, con schwa o senza: si tratta di rispettare la sensibilità della persona. Se io ti autorizzo a chiamarmi per nome puoi farlo, se non ti autorizzo no. Fino al punto che se mi sento Mario e sono nata Anna devi chiamarmi Mario – e viceversa. Al limite, la discussione sulla libertà individuale e sul libero arbitrio è persino riaccesa dalle legittime posizioni personali e politiche di Giorgia Meloni: vale sempre, giusto? Vale per lei, che intende farsi chiamare Il Presidente contro la grammatica, e allora vale per tutti, la relatività della grammatica. Poi ciascuno è libero, e qui si apre una grandissima questione fonte di sterminate opportunità per la sinistra: stabilire cosa sia la libertà fuori dalla prescrizione, dall’oppressione cupa del politicamente corretto, dal testacoda di senso del dogma – quando si parla di identità, di libertà, di corpo. Ma non divaghiamo. La Repubblica non è nata dal Risorgimento, è nata dalla Resistenza. Sì, ma si è già detto che era un discorso di destra, giusto? Liberi tutti di opporre eroi a eroi, ragioni a ragioni: vediamo chi vince, chi convince. Fatevi avanti con le vostre opinioni, possibilmente comprensibili perché se nessuno vi capisce non serve a niente dire “non è così semplice”: è semplice, invece, quello che è evidente – di solito. 
Piccola inessenziale precisazione personale. Non sono d’accordo coi due terzi delle cose che ha detto, per quel niente che conta, ma l’ho ascoltata con grande attenzione. Per la prima volta da molti anni ho sentito – in un discorso di insediamento – l’eco di una storia personale appassionata e convinta e ho avuto voglia, avrei voglia, di discuterne. Non è questa forse la linfa della democrazia? Avere qualcuno con idee diverse dalle tue a cui opporre altre ragioni? Poi certo: quando dice «vengo da una storia politica relegata ai margini della Repubblica» mi viene da dire che ci sono buoni motivi, ottimi. E però se anche Liliana Segre obietta che il nemico è il pregiudizio, stiamo ai fatti: Segre sa di cosa parla, sono con lei. 
Il problema di Giorgia Meloni, il suo grandissimo problema, sono i suoi compagni di viaggio. Non è lei che spaventa, è il caravanserraglio di vecchie cariatidi che sono salite a bordo della sua scialuppa entusiaste di ritrovare una verginità grazie alla sua giovinezza. Credo che lo sappia bene anche lei, che tuttavia deve fare con chi ha. Anche a sinistra, del resto, il problema della “compagnia” è stato sempre un freno, un alibi, una valida scusa: si voleva fare, non si poté. Le correnti, gli alleati, i numeri: si voleva rifondare il partito, ma non ci lasciarono – erano i nostri. Ecco: i suoi sono, lo dico con rispetto, una galleria di mostri. Non tutti, parecchi. Lei rivendica di non essere ricattabile, ma molti di loro sì: lo sono e lo sono stati. La usano come scialuppa, come paravento. Sono, in molti, profittatori e portatori di opachi interessi personali. Tuttavia, una cosa c’è da dire: il maestoso potere del tempo è dalla sua parte. È una questione di anni, forse di mesi: la resa dei conti dentro Forza Italia si consumerà a breve, l’elettorato leghista dirà dove si sente più comodo, i vecchi fatalmente spariranno. Qui interviene l’altro tema: se lei lo sappia o no, di essere “usata”. Io credo che lo sappia, e faccia buon viso perché altro non può fare, nell’attesa. Di più, se lei finga: se sia alla fine uguale a loro, solo molto più brava a comunicare – a fare il gioco delle tre carte. Una pericolosa affarista, un’antidemocratica travestita da ragazza di borgata. Rischio, ma non credo. Penso che sia una giovane donna di destra, convinta delle sue ragioni e abituata a fare da sola con la farina che ha. Una grandissima comunicatrice, un’equilibrista, una dissimulatrice: certo. Una che cambia pelle secondo necessità: sicuro. Una politica, insomma. La sua campagna elettorale è stata la migliore di tutte, difatti ha vinto. Draghi l’ha capito bene. Non è questo che conta? Non è saper comunicare, la politica? Quando Meloni dice «sono pronta a fare quello che va fatto a costo di non essere compresa» parla per la prima volta da secoli di clima e non di meteo: dei prossimi dieci anni e non dei futuri dieci giorni. Poi. Voglio discutere di scafisti e di flussi, di merito e di opportunità, di tasse e di diritti. Di cannabis e di mercati criminali, di cosa sia una famiglia e di chi lo decida. Di corpo, di lavoro, di felicità e di abissi. Sarei contenta di discuterne lealmente, senza che ci siano dietro interessi torbidi, convenienze personali, questioni di soldi e di potere. Sarei contenta, «dentro l’Europa», che chiunque possa sovvertire i pronostici. Non credo che nessuno voglia «disturbare chi vuole fare». Lo auguro ai miei figli e anche a chi di figli non ne ha e non ne vuole, dal profondo del cuore. Giochiamocela, questa partita. Speriamo che sia leale, sincera. Una pastiglia per la tosse sempre in tasca, e anche con la febbre – come siamo abituati a fare, direi soprattutto abituate a fare: andiamo a dire la nostra. Andiamo a lavorare. 


(la Repubblica, 26 ottobre 2022)

di Francesco Varanini


Il libro Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo (Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne, ed Moretti & Vitali) mi ha attirato per la sua insolita costruzione, descritta nella introduzione dalla curatrice Giordana Masotto: «Per sette anni ho curato l’inserto Pausalavoro, il quartino centrale della rivista cartacea Via Dogana, che il Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano ha prodotto dal 2008 al 2014 […] Penso che questi testi mettano in scena il processo di elaborazione di un punto di vista politico da parte di quel soggetto inedito che sono le donne libere del nostro tempo». Ho cominciato a guardarlo un po’, e l’ho letto quasi tutto in una notte. È un libro che emoziona e fa riflettere.

È molto bello non solo come testo, ma per come, partendo da un’apparente raccolta di documenti, fa emergere una narrazione con un suo sviluppo: incontri, avanzamenti, gruppi che si intersecano, persone che ritornano, pensieri che si intrecciano. C’è una grandissima ricchezza di storie, personali o collettive. Già questo è avvincente, porta chi legge dentro l’argomento, che è il lavoro in generale, e la ricerca del suo senso.

La storia di questa ricerca, ripercorsa nel libro, riguarda un periodo del recente passato, ma sfocia nell’oggi: tocca temi di grande attualità. Continua nelle narrazioni orali che le donne portano nei loro incontri su questo tema. Perciò il libro è una testimonianza importante, presentata attraverso una narrazione di per sé bella e attraente.

Giustamente le donne vedono e cercano il senso del lavoro dal loro punto di vista, ma credo sia importante ricordare che oggi il senso del lavoro non c’è più per nessuno. Nessuno di noi sa più che cos’è, cosa dovrebbe o potrebbe essere. La cultura del lavoro manca per tutti.

Credo che oggi dobbiamo impegnarci molto tutti e tutte per creare una nuova cultura del lavoro, che sia viva da oggi in poi: il lavoro come elemento vitale, come ricerca di sé.

Il rischio è di stare tutti sul divano, in assenza di un lavoro che non c’è più per nessuno. 

Per chi oggi è coinvolto in questa ricerca del senso del lavoro, avere in mano questo libro è confortante.


(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2022)

di Alberto Leiss


Mi è capitato di ricordare, in questo spazio, che per il femminismo della differenza italiano effettivamente non aveva molto senso rivendicare l’aborto come un «diritto». La discussione ora si è accesa su questo punto per gli interventi della neoministra Eugenia Roccella. 
Il confronto coinvolge molte donne, ma penso che non sarebbe male se anche noi maschi provassimo a dire qualcosa.

Provo disagio quando un uomo, magari di sinistra, si inalbera alzando la bandiera del diritto all’aborto senza nulla dire però sul fatto che se una donna rimane incinta sarebbe ovvio interrogarsi anche sulla responsabilità di un maschio. Certo la donna ha la più radicale libertà di decidere sul proprio corpo, che tale rimane anche quando un’altra creatura comincia a esistere dentro di lei.

Ma chi ha la facoltà, con il proprio seme, di causare la gravidanza, se ne può lavare le mani? Non dovrebbe pensare a come comportarsi se non c’è una decisione comune di mettere nel conto un figlio o figlia? E magari interrogarsi sul fatto che finora i «rimedi» trovati dalla scienza riguardano solo il corpo femminile e non sono privi di effetti invasivi e dolorosi?

Ma il punto da chiarire nella discussione con Roccella – anche per provare ad accogliere il suo invito a provare «curiosità per chi la pensa diversamente», come ha scritto sulla Stampa – è una sua singolare omissione. Certo il femminismo della differenza negli anni ’70 non amava la parola «diritto» per nominare l’aborto, e non gradiva gli interventi legislativi sul corpo delle donne (in genere di segno patriarcale). Però chiedeva la depenalizzazione dell’aborto, oltre a battersi perché lo stupro non fosse più un reato contro la «morale» ma invece contro la «persona».

Era in realtà una posizione assai più radicale – e ci voleva ben un atto legislativo per eliminare il reato di aborto – rispetto al compromesso (tra sinistra e cattolici) poi rappresentato dalla “194”. 
È anche vero che queste cose pochi (e non moltissime) se le ricordano o, se giovani, le sanno.

Basterebbe però andare a leggersi il testo femminista del 1975 sulla questione – Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso – ora ripubblicato nella nuova edizione aggiornata del libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Orthotes, 2022. (Forse su questo volume, e certo anche su altri, si dovrebbero organizzare corsi di formazione per chi intende di occuparsi di politica. Magari anche per qualche giornalista. Se si rilancia in tv e sui giornali la posizione di Roccella con una certa enfasi non sarebbe meglio informarsi su come erano andate davvero le cose?).

Ma veniamo al «che fare» da parte del governo. Giorgia Meloni ha detto che si occuperà del «diritto di non abortire». Una delle sue più infelici e infondate frasi a effetto. Prendiamola per una apprezzabile intenzione di «prevenire» l’aborto.

Più che almanaccare su certe prescrizioni della “194”, il cui limite maggiore è la difficoltà di assicurare il personale medico per via delle molte obiezioni di coscienza, non sarebbe più giusto parlare chiaramente nelle scuole, con studenti e studentesse, di come si può provare il piacere dell’amore senza rischiare una gravidanza non voluta? Far funzionare bene i consultori? 
Questo implicherebbe un’idea del sesso davvero libera dalla prescrizione alla riproduzione. Roccella e questo governo condividono?

E per la «natalità» che cosa si intende fare? Sermoni moralistici alle donne che non fanno figli, qualche altro «bonus», o azioni per capovolgere l’assurdo di un mondo che non vede insieme produzione e riproduzione, «tutto il lavoro per vivere»? 
Un’altra idea femminista che dovrebbe interessare anche noi uomini.


(il manifesto, 25 ottobre 2022)