Valeria Herklotz, Chaos, Oui Non Editions, 2022. Un’avventura fotografica che riflette sul tema della corporeità, della rappresentazione e della libertà femminile: giovani donne che interagiscono attraverso i corpi, in una danza che è liberazione, scoperta di sé, interrelazione. Giorgia Basch, art director e visual practitioner, dialoga con Valeria Herklotz, fotografa, e con l’editrice Angèlique Piliere.
Le copie del libro sono disponibili alla Libreria delle donne, in esclusiva italiana (scrivere a info@libreriadelledonne.it per richiederle).
di Umberto Varischio
Sabato scorso l’assemblea nazionale del PD ha deciso di permettere la candidatura al ruolo di segretaria/o anche a chi attualmente non è iscritta/o; questo atto potrà consentire a Elly Schlein di aggiungersi a Paola De Micheli, iscritta e già candidata.
Dopo una donna diventata effettivamente presidente del consiglio e «un uomo che può portare avanti politiche femministe» (Letta dixit), finalmente anche in quello che si (auto)considera il partito leader del progressismo italiano è almeno possibile che venga eletta una segretaria, la ex vicepresidente della regione Emilia-Romagna; senza dimenticare la recente elezione di Mara Carfagna a presidente di Azione.
Indipendentemente dal fatto che non sono d’accordo con le posizioni di Schlein su GPA e ddl Zan (e anche su altro), come non sono assolutamente d’accordo con le posizioni e i primi atti di governo dell’attuale presidente del consiglio, mi sembra che, almeno dal punto di vista simbolico, si stia creando una situazione che può ulteriormente cambiare l’orientamento negativo riguardo a donne ai posti di comando che sinora ha dominato nel nostro paese. E nel febbraio 2023, oltre a una presidente del consiglio di destra, ne potremo avere anche un’altra in pectore come leader di uno schieramento progressista.
Potrebbe essere un ulteriore passo avanti; e lo sarebbe se il vero problema non fosse quello indicato storicamente dal femminismo della differenza, cioè che l’obbiettivo non può essere quello di conquistare i vertici della politica maschile, ma di cambiarla alla radice; e della situazione attuale noi uomini portiamo pienamente la responsabilità.
(www.libreriadelledonne.it, 23 novembre 2022)
di Claudia Fanti
Argentina in lutto per la morte di “Kika”, che ha chiesto una festa in Plaza de Mayo. L’avrà.
Non voleva essere ricordata come una «mujer maravilla», ma Hebe de Bonafini, scomparsa alle 9.20 di domenica all’età di 93 anni, di sicuro non è stata una donna comune. Nelle sue ultime volontà aveva chiesto che si pensasse a lei come una madre di 30mila figli scomparsi che non aveva mai smesso di lottare. E che non si piangesse la sua morte, ma si ballasse, si cantasse e si facesse festa a Plaza di Mayo, nel luogo che, dietro sua richiesta, ne accoglierà le ceneri. «Perché – ha lasciato scritto – ho fatto quello che ho voluto, ho detto quello che ho voluto e ho litigato per quello che ho voluto».
Ma se il governo ha decretato tre giorni di lutto, la festa che desiderava, come hanno annunciato le Madres de Plaza de Mayo, Hebe l’avrà giovedì, nella “sua” e loro piazza, là dove Kika, come la chiamavano gli amici, è diventata Hebe, un simbolo della resistenza alla dittatura, il dolore trasformato in lotta, un grido che ha saputo rompere il silenzio della maggioranza.
Non era lì il 30 aprile del 1977, quando, per la prima volta, 14 madri di ragazze e ragazzi sequestrati dai corpi di sicurezza della dittatura avevano protestato con il fazzoletto bianco sulla testa davanti alla Casa Rosada.
Ma si sarebbe unita a loro pochi giorni dopo, dedicando tutta se stessa prima alla ricerca dei suoi figli e poi anche a quella di tutti i figli e le figlie desaparecidos, in una rivendicazione di maternità collettiva.
Da allora, ogni giovedì, per i successivi 45 anni, lei e le altre madri avrebbero continuato a percorrere quella piazza, fermandosi solo durante la pandemia (ma anche allora proseguendo in modalità virtuale).
Hebe, nata in un quartiere popolare di Ensenada, aveva sposato Humberto Bonafini, operaio come suo padre, e poco tempo dopo aveva partorito Jorge, nel 1950, e, tre anni dopo, Raúl. Ma la sua vita felicemente ordinaria si era interrotta bruscamente l’8 febbraio del 1977, quando Raúl l’aveva chiamata per darle la notizia: si erano portati via Jorge. Poi, il 6 dicembre, era stato il turno di Raúl, due giorni prima che due delle Madri venissero sequestrate nella chiesa di Santa Cruz. Nel 1978 lo stesso destino avrebbe colpito anche sua nuora, la compagna di Jorge.
Nel 1979 Hebe era stata eletta presidente delle Madres, che poi, dopo il ritorno della democrazia, si sarebbero divise in due gruppi: da una parte l’associazione da lei guidata, dall’altra la Línea Fundadora. Una rottura dovuta a divergenze di natura personale – la sua gestione era considerata da alcune troppo autoritaria e verticistica – e soprattutto politica, a causa del suo rifiuto, non condiviso da altre associazioni di difesa dei diritti umani, ad accettare le esumazioni dei corpi («Il rivoluzionario non muore mai») e i risarcimenti («Ci ripugna prendere i soldi dalle stesse mani che hanno concesso l’impunità agli assassini»).
La sua lotta non si sarebbe più fermata, prendendo a bersaglio le forze armate genocide, le complicità di medici, giudici, vescovi e sacerdoti con il terrorismo di stato, le leggi dell’impunità di Alfonsín, gli indulti di Menem, gli appelli alla riconciliazione senza giustizia, gli orrori neoliberisti.
Era scomoda Hebe, sempre diretta, spesso estrema, a volte eccessiva. Molto lontana dal politicamente corretto, molte volte incline all’insulto. Con alcune delle persone che poi avrebbe amato aveva avuto inizi turbolenti: aveva attaccato Fidel Castro per aver salutato Alfonsín dopo le sue contestate leggi (e per questo lui non l’aveva ricevuta nel suo primo viaggio a Cuba), aveva diffidato di Chávez perché era un militare, aveva definito Néstor Kirchner, al suo arrivo alla presidenza, come «la stessa merda con un odore diverso», prima di stringere un’alleanza – da alcuni criticata come un troppo docile allineamento – con lui prima e con Cristina poi.
E aveva parlato di Bergoglio, all’epoca arcivescovo di Buenos Aires, come «spazzatura che si opporrà sempre a chi, come Néstor Kirchner, vuole fare bene le cose», per poi cambiare idea di fronte alle parole e ai gesti di papa Francesco, che l’avrebbe ricevuta a Santa Marta nel 2016 e a cui avrebbe chiesto perdono («Bisogna scusarsi quando si sbaglia»).
(il manifesto, 22 novembre 2022)
di Alberto Leiss
Venerdì prossimo è la giornata contro la violenza sulle donne. Un’occasione per riflettere meglio, soprattutto noi uomini, sull’uso delle parole che pronunciamo, se le pronunciamo, quando affrontiamo questo argomento. «Di violenza sulle donne si parla molto», scrivono due giornaliste del Sole 24 ore, Chiara Di Cristofaro e Simona Rossitto, in un libro appena uscito con la loro testata: Ho detto no. Come uscire dalla violenza di genere.
Enumerando tv, convegni, libri «e, da ultimo anche campagne elettorali. L’attenzione politica e mediatica da alcuni anni è alta». Nel mondo – stando alle statistiche – circa un terzo della popolazione femminile subisce violenze, e in Italia ogni tre giorni una donna è vittima di femminicidio: «… nonostante l’accresciuta sensibilità, i numeri non migliorano».
Per ragionare sul perché e su come reagire consiglio di leggere il libro, i cui capitoli partono da vere storie di violenza per concentrarsi sugli aspetti comportamentali, le norme e la loro applicazione, il linguaggio nei contesti privati e pubblici, i dati disponibili, e infine sul ruolo e le scelte di chi agisce la violenza, noi maschi. Mi limito ad alcuni aspetti. Il primo è il fenomeno della «vittimizzazione secondaria», me ne sono occupato con altri amici della rete di Maschile plurale nel progetto europeo Never Again.
Un percorso, molto ricco, di formazione ideato dall’Università campana Vanvitelli con l’associazione Dire (Donne in rete contro la violenza), gestito dal gruppo Prodos, con il partenariato anche del Sole 24 ore e del gruppo teatrale M.A.S.C. (Movimento Artistico Socio Culturale), rivolto a magistrati, avvocati, forze dell’ordine e giornalisti. Al centro c’è l’uso delle parole. Quelle che pronuncia un magistrato («Come mai si è decisa a denunciare solo adesso?»), un poliziotto («Ma è sicura di voler inguaiare il padre dei suoi figli?»), un giornalista («Ha ucciso per troppo amore»). Quelle della legge, da interpretare, e delle sentenze, che spesso ripetono stereotipi e pregiudizi che fanno della vittima una complice.
Questo uso delle parole produce nuova violenza su chi già l’ha subita, e contribuisce a demotivare le donne a reagire. In due giornate di discussione che hanno concluso il progetto biennale di cui ho accennato, ho ascoltato Nunzia Brancati, della Polizia di Stato, parlare delle «stratificazioni culturali ataviche» che fanno della famiglia il teatro di queste violenze, e l’avvocata della rete Dire Elena Biagioni ricordare che solo il 30 per cento delle violenze emerge perché la donna trova il coraggio di denunciare.
Le docenti universitarie Teresa Bene e Roberta Catalano hanno fatto un bilancio del progetto, di fronte a un’aula gremita di studenti e studentesse di Legge. Un migliaio di persone raggiunte dalla formazione on-line, in numerosi seminari in presenza, e di nuovo in rete, alcune decine di casi-studio approfonditi, una rappresentazione teatrale sugli stereotipi della «vittimizzazione secondaria» di grande effetto (interpretata da Silvia Vallerani, Martina Zuccarello e David Mastinu su testo di Giulia Corradi). Un sito ricco di informazioni e di strumenti da utilizzare: https://www.vittimizzazionesecondaria.it
Ho visto, partecipando a un webinar rivolto al giornalismo, che la presenza maschile era più numerosa che in altre simili occasioni. Qualcosa comincia a cambiare?
Per me è stata una buona esperienza agire in una situazione con «più donne che uomini». Abituarsi a stare «in minoranza» e riconoscere l’autorità delle donne con cui lavoriamo può essere è un buon inizio per superare la cultura maschilista. Che ci pesa addosso e che alimenta anche gli esiti violenti.
(il manifesto, 22 novembre 2022)
di Marina Montesano
«Quello che infatti è il cibo per la conservazione dell’individuo, questo è l’unione carnale per la conservazione del genere umano; ed entrambe le cose non sono prive di piacere fisico. Ma questo piacere, regolato e disciplinato dalla temperanza secondo l’uso della natura, non può essere libidine. Ciò che è nel sostentare la vita un cibo illecito, questo è nella ricerca della prole un rapporto di fornicazione o di adulterio. E ciò che è un cibo non permesso nella ghiottoneria, questo è un rapporto illecito nella libidine senza la ricerca della prole. E all’avidità eccessiva che alcuni hanno per un cibo consentito, corrisponde nel matrimonio il rapporto non gravemente colpevole. Come dunque è meglio morire di fame, che cibarsi di cibi sacrificali; così è meglio morire senza figli, che cercare discendenza».
Il paragone fra i peccati della gola e quelli di lussuria è tracciato chiaramente da sant’Agostino del trattato La dignità del matrimonio. Lo ricorda Chiara Frugoni nel suo libro A letto nel Medioevo. Come e con chi (Il Mulino, pp. 168, euro 22), uscito postumo, quando, verso la conclusione, parla del modo in cui la Chiesa si insinua nei letti e traccia una geografia dei sensi parimenti condannabili.
Il Medioevo della studiosa, tuttavia, ha sempre sfidato le convenzioni, e anche questo breve libro corredato da splendide immagini non delude, mostrando come l’insieme dell’epoca non si possa certo ridurre soltanto a repressione e soppressione della sensualità. Prima di occuparsi di questi aspetti, però, Frugoni parte da quelli più materiali: in quali letti si dormiva, e in che modo? Si dormiva nudi, con un cappello a protezione del capo che resta fuori, mentre le fonti mostrano come a esser temuto fosse soprattutto il gran freddo.
Letti per ricchi e letti per poveri, letti per francesi e letti per italiani: l’autrice ci guida attraverso le differenze con l’aiuto dell’iconografia, con lo stile colloquiale ma attento ai dettagli che l’ha sempre contraddistinta.
Nei letti non si dorme soltanto, e anche questo è spiegato. Ma soprattutto il letto non è solitario: intorno c’è una camera che serve anche ad altri scopi (è una stanza «multitasking»): ci si chiacchierava seduti magari su un cassone con cuscini, ma i sovrani potevano anche ricevervi per affari di Stato. Inoltre, il letto non è detto che fosse soltanto nelle camere in cui si dorme. Una deliziosa miniatura mostra due amanti in un letto sistemato all’interno di un bagno pubblico, dove ci si rinfrancava e magari si consumavano incontri a pagamento o clandestini; si cita a riscontro dell’immagine la novella del Decameron nella quale Boccaccio racconta la storia di Salabaetto truffato da Biancofiore, complici gli agi di un bagno dove i due sono lavati da schiave per poi adagiarsi nudi fra lenzuola pulite.
(il manifesto, 22 novembre 2022)
di redazione
Il 20 novembre 2022 è morta all’età di 93 anni Hebe Pastor de Bonafini, la storica presidente delle “Madres de Plaza de Mayo”, associazione di donne che con un fazzoletto bianco in testa camminano ogni giovedì dal 1977 davanti al palazzo del governo. Fra gli scomparsi, sequestrati e catturati dai militari del regime argentino (1976-1983), c’erano due suoi figli, Jorge Omar e Raúl Alfredo, e sua nuora, María Elena Bugnone.
Hebe è stata più volte in Italia, indimenticabile l’incontro con lei e Mercedes Meroño alla Libreria delle donne di Milano nel 2001, in cui ci ha raccontato la modificazione delle Madres da vittime delle circostanze a protagoniste degli eventi, grazie a invenzioni simboliche e pratiche politiche radicali. Ricordiamo anche la laurea honoris causa all’Università di Bologna il 17 ottobre 2007.
Dal discorso da lei pronunciato in Plaza de Mayo il 30 aprile 2012 in occasione del 35° anniversario dell’associazione: «Ci sono cose molto forti: il ferro, il bronzo, il marmo. Ma mi sembra che più forte del cuore delle Madres non ci sia niente […] Noi non abbiamo fondato niente. Noi Madres abbiamo creato e abbiamo partorito. Abbiamo creato questa forma di lotta e di scontro senza volerlo e senza saperlo […]. Sentiamo la necessità di mettere il nostro corpo e di mettere quanto di meglio abbiamo perché un giorno, quando si parlerà di noi, si dica che noi Madres abbiamo partorito in continuazione, non soltanto figli meravigliosi, abbiamo partorito felicità, giustizia, amore, comprensione, solidarietà».
Ricordiamo i libri:
– Daniela Padoan, Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo, Bompiani 2005; presentato in Libreria delle donne il 22 novembre 2005, https://www.libreriadelledonne.it/report_incontri/le-pazze-di-daniela-padoan/ e recensito per DWF / Mostrare il cambiamento, 1° dicembre 2005 da Laura Colombo, https://www.libreriadelledonne.it/letture/le-pazze-di-d-padoan/
– Non un passo indietro! Storia delle Madres de Plaza de Mayo, Ediciones Asociación Madres de Plaza de Mayo
– Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti del laboratorio di scrittura delle Madres de Plaza de Mayo, Ediciones Asociación Madres de Plaza de Mayo (sempre disponibile alla Libreria delle donne)
(www.libreriadelledonne.it, 22 novembre 2022)
di Ilaria Venturi
«Si dichiarò disponibile a farmi da relatore per la tesi, mi propose di nominarmi sua “assistente” e quando quel giorno mi molestò diventò il mostro che mi porto dietro nelle notti. Essere costretta a […] a subire umiliazioni devastanti e lavaggi psicologici […] e, ancora, toccamenti, insulti e schiaffi: sono solo alcune delle cose successe in quelle sei ore che mi annullarono completamente. E quando chiesi chiarimenti lui mi rispose: qui dentro funziona così». È il racconto agghiacciante di una studentessa universitaria. E non è il solo. Le testimonianze, con nomi di fantasia – Micaela, Lucia e Sara – sono state rese pubbliche dal collettivo MalaConsilia al quale si erano rivolte le ragazze. Denunce che hanno portato un docente di settant’anni, già in pensione ma che ancora teneva corsi, ex direttore di dipartimento, alla condanna.
Il professore, già allontanato dall’università, a processo ha patteggiato, nei giorni scorsi, una condanna per violenza sessuale a un anno e 8 mesi. La pena è stata sospesa, vincolata al fatto che il docente si sottoponga a un percorso di recupero presso enti o associazioni che si occupano di assistenza psicologica. «Il lavoro fatto da questa associazione è molto serio e coraggioso, credo sia questo il vero lavoro da fare – commenta Milli Virgilio, l’avvocata che ha difeso le studentesse. – Il fenomeno è trasversale come sa ognuna di noi che è stata all’università, e che anche professionalmente ho potuto riscontrare, perché si innesta nei rapporti di potere tra uomini e donne, particolarmente accentuato nel contesto accademico. Bisognerebbe anche ragionare sul fatto che quello che succedeva con questo professore era risaputo. Ma è così anche in altre situazioni: su questi fatti cala il silenzio. È anche questo che va cambiato, siamo sulla strada giusta: adesso comincia a non essere più così».
I racconti delle studentesse
[…] «Mi aveva fatta sentire speciale, aveva fatto apprezzamenti e proposto progetti insieme, ma aveva aggiunto che me li sarei dovuti guadagnare». Confusa e manipolata, Lucia non ne ha parlato con nessuno per molto tempo, «mi sentivo sempre colpevole». Sara, stesso identico copione. […]
Episodi ripetuti in passato, già nel 2012, e l’anno scorso. «Abbiamo lottato contro colpevolizzazioni, etichette e giudizi esterni: “Perché non te ne sei andata?” “Perché sei tornata?” “Come hai fatto a non accorgertene?” “Perché non hai parlato subito?” “Se fossi stata in te…” – raccontano le studentesse – Intere giornate passate a ricordare ogni minimo dettaglio, elaborare il dolore, pianificare, raccontare. Ma non abbiamo mollato, perché avevamo tanto da gridare, e non eravamo sole, eravamo insieme». E alla fine è arrivata la condanna penale.
Lo sportello contro la violenza di genere
«È necessario vigilare sugli spazi universitari affinché eventi del genere non si ripetano» dichiara Silvia Mazzaglia, attivista della MalaConsilia. «In questo caso l’ateneo è intervenuto tempestivamente prendendo provvedimenti, ma sappiamo che di casi simili ce ne potrebbero essere tanti, troppi. I casi che abbiamo raccolto non riguardano solo il 2021, ma anche il 2010 o il 2012 e questo ci dice che la violenza di genere è un problema strutturale all’interno dell’Università, così come lo è in ogni settore della società». Il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, MalaConsilia terrà un presidio organizzato dai collettivi femministi al portico dei Servi alle 17.30, per «protestare contro questa violenza e contro tutte le violenze che ancora le donne subiscono».
L’università di Bologna ha aperto a ottobre scorso uno sportello universitario contro la violenza di genere gestito dalla Casa delle Donne per non subire violenza. E sul caso interviene così: «I fatti sono stati portati alla nostra attenzione nel dicembre 2021. Non appena ricevuta la segnalazione, l’Ateneo è intervenuto immediatamente presso la Procura, trasmettendo tutte le informazioni in suo possesso. Congiuntamente, è stata data disposizione di sospendere il docente da ogni funzione didattica fino alla conclusione dell’indagine. […]
(la Repubblica, 21 novembre 2022)
di Elena Basso
La storica presidente dell’associazione che denunciò i crimini della dittatura militare argentina tra il 1976 e il 1977 aveva 93 anni. Il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale.
In Argentina c’è un detto: «Quando non sai cosa fare, guarda dove vanno le Madri». Le Madri a cui si riferisce sono le Madres de Plaza de Mayo, il gruppo di donne argentine che durante gli anni della dittatura di Videla ha deciso di scendere in piazza sfidando il regime per chiedere dove fossero finiti i loro figli, fatti scomparire da un giorno all’altro dai militari. Le Madres sono state la prima crepa che ha causato la fine della dittatura e oggi nel Paese sono così rispettate che, come recita il detto, quando gli argentini non sanno cosa pensare di fronte a una nuova notizia o un fatto politico aspettano il parere delle Madri, guardando da che lato vanno. Oggi per capire dove sta andando una delle fondatrici delle Madres gli argentini dovranno guardare un po’ più lontano: Hebe de Bonafini, leader della storica associazione, è morta stamattina [20 novembre ’22, Ndr].
Come ha divulgato la famiglia, Bonafini, novantatré anni, era stata ricoverata per tre giorni in ospedale alla metà di ottobre per accertamenti che non avevano rivelato particolari patologie. La settimana prima del ricovero Bonafini, come ogni giovedì degli ultimi quarantacinque anni, aveva marciato insieme alle altre Madres in Plaza de Mayo, di fronte alla Casa Rosada, il palazzo governativo argentino. Durante la dittatura di Videla, iniziata con un golpe il 24 marzo del 1976, sono stati almeno 30mila i cittadini fatti sparire dai militari. Chiunque si opponesse alla spietata dittatura veniva sequestrato, torturato e rinchiuso in uno delle centinaia di centri clandestini di sterminio presenti in quegli anni in tutto il Paese, per poi essere ucciso o gettato, ancora vivo, in mare con uno dei cosiddetti “voli della morte”. A cercare i desaparecidos sono rimaste le madri che, giorno dopo giorno, continuavano ad andare nei commissariati chiedendo dove fossero finiti i loro figli. Tutti chiudevano loro le porte in faccia: i desaparecidos semplicemente non esistevano.
Ma invece di arrendersi quelle donne decisero di fare ciò che di più pericoloso si sarebbe potuto fare in quegli anni: un giovedì del 1977, appena un anno dopo l’inizio del regime, scesero in piazza di fronte al palazzo governativo e iniziarono a sfilare in silenzio tenendo in mano la foto dei loro figli scomparsi. Al capo annodarono un pannolino di tela che avevano usato quando i loro figli erano dei neonati, sopra ricamarono il nome dello scomparso, la data di nascita e quella dell’ultima volta in cui era stato visto in vita. Iniziarono a marciare in tondo, facendo una ronda attorno a un monumento al centro della piazza. I militari si avvicinarono, ma non prestarono loro molta attenzione. Era solo un gruppo di casalinghe, presto si sarebbero stancate.
Loro però non smisero e mentre la maggior parte della popolazione le chiamava “le pazze della piazza”, si moltiplicarono e ogni giovedì furono sempre di più. Fra quei fazzoletti bianchi non mancò mai quello di Bonafini, i cui figli Jorge Omar e Raúl Alfredo, furono fatti sparire nel 1977 a La Plata. «Prima del sequestro dei miei figli – ha detto Bonafini durante un discorso – ero una casalinga. Non mi interessava la situazione politica del Paese o la questione economica: per me erano fatti assolutamente estranei. Però dopo la loro scomparsa, grazie all’amore che provavo per loro e per la ricerca di giustizia condivisa con tante altre madri, ho potuto conoscere un mondo nuovo. E ora mi importa di tutto ciò che mi circonda. Mi sono resa conto di fatti fondamentali, di cui tutti dovrebbero curarsi, perché sono cruciali per il destino del Paese e per quello di migliaia di famiglie».
Dalla notizia della scomparsa di Bonafini (per cui il governo ha decretato tre giorni di lutto nazionale) sono arrivati da tutto il mondo migliaia di messaggi di cordoglio. Il più comune e quello con cui sicuramente la leader delle Madres verrà salutata al suo funerale è stato: «Hebe, presente, ahora y siempre» (Hebe è presente, adesso e per sempre), lo stesso grido con cui i familiari dei desaparecidos scuotono le piazze argentine da oltre quarant’anni.
(la Repubblica, 20 novembre 2022)
di Franca Fortunato
Il prossimo 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne sarà accompagnata da due sentenze che rendono giustizia a quelle madri a cui da anni vengono sottratti i figli perché tentano di proteggerli dal proprio ex compagno, uomo violento e maltrattante. Mi riferisco alla sentenza della Corte di Cassazione del 26 marzo di quest’anno che ha sentenziato che «la sindrome di alienazione parentale (Pas) non ha alcun fondamento scientifico e non deve entrare nei processi» e a quella del 6 novembre scorso della Corte europea dei diritti umani che ha condannato lo Stato italiano perché non ha protetto i figli minorenni dagli abusi e minacce del padre. Sentenze “storiche”, emanate in seguito al ricorso di due donne, Laura Massaro e I.M., entrambe assistite dalle legali dell’associazione Differenza Donna, che ne ha dato la notizia. Sono donne, come molte altre, a cui dopo la separazione dal proprio compagno, denunciato per violenza, il Tribunale dei Minori, contro la loro volontà, ha imposto l’affido condiviso (legge 54/2006) e l’obbligo per i figli di incontrare il padre. Accusate dagli ex di essere madri “alienanti” cioè di allontanare da loro l’affetto dei figli che si rifiutano di incontrarli e frequentarli, entrambe, in base a una diagnosi di sindrome di alienazione (una malattia inventata nel 1985 dal medico americano Richard Gardner) sono state condannate e punite con la perdita dei propri figli e la sospensione della responsabilità genitoriale. Con la sentenza della Corte Laura, dopo dieci anni di battaglie giudiziarie, ha riavuto suo figlio, oggi dodicenne. Negli ultimi due anni, ogni giorno col freddo e col caldo, con la pioggia e col sole, Laura si è incatenata per protesta davanti al Tribunale per i Minori di Roma. Altre madri, a poco a poco, si sono unite a lei con cartelli e foto dei propri bambini “persi”, proprio come le Madri di Plaza de Mayo. La Corte europea ridà anche a I.M., che vive in un Centro antiviolenza, il proprio figlio e ha condannato lo Stato italiano perché «ha mancato al suo dovere di protezione e assistenza durante gli incontri organizzati con il padre dei bimbi, tossicodipendente e alcolista, accusato di abusi e minacce durante le visite». Entrambe le sentenze hanno condannato come «fuori dello Stato di diritto» la decisione dei tribunali di «sospendere la responsabilità genitoriale della madre considerata come un genitore ostile agli incontri con il padre», incontri che «hanno turbato l’equilibrio psicologico ed emotivo dei bambini». Le due sentenze mettono fuori dai tribunali la Pas, condannano le diagnosi di psicologi/he, che andrebbero espulsi/e dalla professione, e smantellano la legge dell’affido condiviso, della bigenitorialità, divenuta uno strumento di rivalsa e di vendetta dei padri che prima della legge si sentivano esclusi dagli affidi alle madri (90%), non riconoscendo il primato della relazione materna. Un esempio esemplare di come le politiche delle pari opportunità siano una trappola per le donne, un boomerang, che nei tribunali le/i giudici utilizzano contro di loro. La legge va abrogata e non emendata perché è contro le madri ed è responsabile di quella che le donne chiamano “violenza istituzionale”. Una violenza che si ripete ogni volta che a una madre vengono strappati con la forza i figli, come è accaduto anche l’8 novembre scorso quando forze di polizia in borghese, vigili del fuoco, personale sanitario hanno tolto a una giovane madre i due figli di 4 e 6 anni, terrorizzandoli, con la solita accusa di essere una madre “ostativa” alla “bigenitorialità”.
(Il Quotidiano del Sud, 19 novembre 2022)
di Giuliana Giulietti
In Toccate dal Male, María-Milagros Rivera Garretas e Barbara Verzini affrontano il tema del Male a partire dalla certezza della radicalità del Bene e dal rifiuto della contrapposizione dialettica tra il Bene e il Male. I quali esistono ognuno per conto proprio, senza un legame di opposizione binaria, senza fare antinomia del pensiero. Il Bene è. Il Male è. Nella storia delle donne il Male conosciuto e sperimentato è arrivato dal patriarcato, ma c’è un Male che esiste anche tra donne, portato dall’invidia e dalla gelosia e sul quale troppo spesso chiudiamo gli occhi, o che sottovalutiamo, pur di non fare i conti con una verità così dolorosa. Ma nominare e smascherare il Male quando cerca di entrare nella relazione tra donne avvelenandole, è un gesto simbolico di prima grandezza che ci riavvicina – leggo nel quarto di copertina – «al nostro piacere clitorideo, piacere che è sempre indice di bene, di felicità e di libertà femminile». Ed è con mani sapienti e immaginazione creativa che Milagros e Barbara, abilissime tessitrici, sono riuscite a intrecciare mirabilmente, nel loro libro, i fili del sentire, dell’esperienza, del pensiero. Ciascun filo con un suo particolare brillio, una sua sfumatura, un suo colore. Sì che la sua lettura è stata per me un’esperienza felice perché, pur avventurandomi nei territori del Male, mi sentivo protetta e guidata dalla luce del Bene che si irradia da ogni pagina, di capitolo in capitolo, da un’immagine a un’altra. Nato da un lungo dialogo tra le due autrici sul proprio vissuto personale del Male, il libro è diviso in due parti. Nella prima Milagros ci accompagna in un viaggio attraverso i cinque elementi: Quintessenza, acqua, aria, fuoco, terra, che nell’esperienza delle donne si mescolano armoniosamente senza dualismi, né opposizione binaria. Ma quando il Male vi penetra la sua azione è devastante. E negli elementi contaminati dal Male la Quintessenza, cioè l’Amore, non c’è più, non vive. Le relazioni tra donne vanno in malora. Senza amore, senza orientamento al Bene, l’acqua del piacere clitorideo si secca, l’aria diventa soffocante, il fuoco arde nell’ira, la terra perde la sua gravità. E senza attrazione e né direzione – scrive Milagros – non riesco ad atterrare, a mettere radici. Solo il Bene radica, dà radicamento e felicità. Nella seconda parte, Barbara ci porta con sé a cavallo insieme ai quattro cavalieri dell’Apocalisse cercando nei loro colori: il Bianco, il Rosso, il Nero, il Verdastro, le sfumature di alcune esperienze che fanno parte della sua vita. E raccontare una fiaba (nelle favole il male è sempre presente e appare all’improvviso sottoforma di un lupo, di una matrigna, di una maledizione) è sembrato a Barbara il modo migliore per parlare del male tra donne perché nel fantastico – lei scrive – si aprono strade magiche dove si riescono a trovare le parole per nominarlo dalla giusta distanza e, contemporaneamente, sottrarsi al suo tocco. Dalle fiabe, Barbara ha imparato che il Male si muove, si sposta e può essere spostato. Arriva dall’esterno, come un vento, o con il suono sordo dei suoi zoccoli. Come gli zoccoli dei cavali dei quattro Cavalieri dell’apocalisse. “Toccate dal Male” è un libro potente e bellissimo e certamente questo mio breve testo non può restituire la ricchezza di esperienza e di pensiero che esso ci dona. Io mi sono limitata a segnalare alcuni di quei fili luminosi a partire dalla certezza che è al cuore del libro: la certezza della radicalità del bene. Un’idea concepita da Hannah Arendt quando, nel 1961, si recò a Gerusalemme per assistere al processo del criminale nazista Adolf Eichmann. La cosa straordinaria che fa Milagros è che prende questa idea, che è più propriamente un sentire, e la situa nell’origine, nella nascita, nell’amore. Il Bene è l’unico radicale – scrive Milagros – perché viene sempre prima, perché nasciamo da una madre e nasciamo nel Bene, nell’amore, nella bellezza, nell’abbondanza. Il Male arriva sempre dopo, in seconda, terza o ultima battuta. Ma il Male – ci avverte Barbara – si muove, si sposta e può essere spostato. E a farci da guida verso il Bene, Milagros ci offre una parola: Sensualità (non sessualità). «Sensualità è una parola che celebra un’unione amorosa, mistica, nel piacere clitorideo, nell’anima corporea, anima e corpo inseparabili. È l’unione dei sensi con ciò che si sente e con il senso. I sensi, il sentito e il senso formano una Triade piacevole, gustosa. A volte la Triade appare come orgasmo della parola giusta, del segno giusto. Il Male è stato fermato».
(Facebook, 18 novembre 2022)
di Francesca Maffioli
Paola Bono, con Le mie suffragette (Iacobelli editore, pp. 224, euro 15) riesce nell’impresa di dipingere con le parole un reportage storico appassionato sugli episodi al centro del movimento suffragista inglese – di quelle donne che militarono e lottarono per il riconoscimento della piena cittadinanza e del diritto di voto.
Il volume racconta la storia di un movimento plurale attraverso gli anni e le vicende delle sue protagoniste, le cui vite si srotolano attorno alla Storia, tramite capitoli che si presentano come ritratti di esistenze minute, seppur dirompenti.
Il racconto è agito tramite i ricordi di una giovane domestica, Nellie. La scelta del punto di vista della voce narrante è già di per sé parlante e lo è per vari aspetti. Innanzitutto perché a parlare sono le esperienze delle suffragette, personagge delle lotte, tramite il racconto di un’altra personaggia, i dettagli della cui esistenza sono verosimili e esemplari di un’epoca. Poi, nel senso che la prospettiva della visione di Nellie – che passa tramite l’espediente narrativo del ricordo continuato – è decisamente situata e rivelatrice di quanto il movimento inglese delle suffragette fosse composito e tutt’altro che uniforme. Nellie infatti, accolta in casa Pankhurst da bambina, cresce osservando ma anche vivendo le vicissitudini, gli entusiasmi attorno alla formazione dell’organizzazione fondata da Emmeline e le sue figlie.
Sappiamo fin dalle prime pagine che Nellie non appartiene allo stesso milieu sociale della famiglia che la adotta, e la sua visione dei fatti e delle relazioni rivela spesso un sentimento d’estraneità, talvolta anche divertita, capace di restituire quella ricchezza propria delle visioni composite, quando cioè il punto di vista è situato e si pone all’intersezione – nel suo caso – delle appartenenze di genere e di classe.
È tramite gli espedienti linguistici, le storpiature e caricature grammaticali, ma anche l’ironia sorpresa di Nellie, che vede compiersi il desiderato ma anche l’inatteso, che Paola Bono tesse la storia delle sue suffragette – ponendosi ben oltre e intelligentemente lontana da quella fantasmatica neutralità del punto di vista sulla Storia e sul mondo.
La storia di Nellie, raccontata all’incipit di questo speciale memoir, apre il testo «dal basso», rivelando uno spaccato di quella miseria economica che tra l’Ottocento e i primi del Novecento abitava le umili case d’Inghilterra. È infatti l’immigrazione del padre in America e la difficoltà a trovare lavoro della madre, e poi la sua morte, a condurre Nellie prima in un ospizio per i poveri di Manchester, poi, fortunosamente a casa e alle cure della famiglia Pankhrust.
È allora attorno a Emmeline Pankhrust e alle sue figlie che le azioni delle suffragette vengono raccontate – attorno al loro desiderio non tanto di violare la legge ma fare delle leggi capaci di consentire alle donne la piena cittadinanza tramite suffragio.
Nellie riporta le parole determinate di Emmeline durante il processo, tenutosi a seguito del suo discorso dell’ottobre 1908 a Trafalgar Square, in cui è imputata insieme a Flora Drummond e alla figlia Christabel: «Siamo spinte a farlo, siamo determinate a proseguire con questa agitazione, perché ci sentiamo obbligate moralmente a farlo, sul nostro onore. Proprio come era dovere dei vostri predecessori, così è nostro dovere rendere questo mondo un posto migliore per le donne di quel che è oggi. Se aveste il potere di mandarci in prigione non per sei mesi, ma per sei anni, per sedici anni, o per tutta la vita, il governo non deve credere di poter fermare questa agitazione. Proseguirà. Siamo qui non perché abbiamo infranto la legge, siamo qui perché ci adoperiamo per poter fare le leggi».
Alcuni dei capitoli del testo si svolgono come veri e propri ritratti parlanti, che vedono i fatti salienti del movimento per il suffragio femminile passare attraverso la narrazione delle relazioni tra quelle donne che lo resero possibile. La pluralità d’appartenenza propria al movimento delle suffragette si esplica ad esempio grazie alla presenza di Annie Kenney insieme a quella di Lady Constance Lytton. Da una parte c’è quindi Annie Kinney, operaia tessile, che dopo aver assistito a una conferenza di Christabel Pankhurst, tenuta all’Oldham Clarion Vocal Club nel 1905, iniziò a essere attiva nella Women’s Social and Political Union (Wspu) e assunse l’incarico di aprire la sede londinese in ordine al trasferimento da Manchester. Dall’altra, eppure insieme, c’è Lady Constance Lytton, nobildonna, che durante gli arresti scelse di travestirsi da cucitrice, usando il nome di Jane Warton, e subì di conseguenza tutte le pene e i trattamenti disumani imposti alle prigioniere appartenenti alle classi sociali subalterne.
Lady Constance Lytton scrisse un libro intitolato Prisons and Prisoners (1914), a denuncia delle sevizie subite e del diverso trattamento adottato dal governo a seconda dell’appartenenza sociale delle prigioniere.
Ci sono poi le vicende che vedono le incarcerazioni ripetute di Kitty Marion, attrice e cantante di varietà di origine tedesca. Tramite la cronaca della sua vita, Nellie ci parla anche di una delle strategie di lotta attuate dalle suffragette – la pratica di lotta rappresentata dallo lo sciopero della fame. Ci racconta anche di come le autorità carcerarie praticassero metodi di nutrizione forzata e come per le prigioniere la tortura fosse drammaticamente all’ordine del giorno.
«E dopo mi hanno riportato in cella e lì ho sentito in corridoio le urla di una compagna anche lei trascinata a subire quello stesso orrore. Disperata, ho afferrato una sedia e l’ho tirata contro la finestra rompendo il vetro, e mi sono arrivate le voci delle mie compagne suffragette radunate davanti alla prigione che gridavano “Il voto alle donne!” e cantavano le nostre canzoni».
Poi ci fu lo scoppio della prima guerra mondiale, che rappresentò per tutte una sorta di freno alle azioni. Fu il caso di Kitty Marion, tedesca, che si ritrovò cittadina di un impero in guerra con l’Inghilterra e che nel 1915 scelse di emigrare in America, dove partecipò al movimento a favore del controllo delle nascite. Fu anche quello di Emmeline e la figlia Christabel, che dichiararono l’arresto temporaneo dell’attivismo militante per concentrare gli sforzi contro il nemico tedesco. La Wspu quindi sospese le sue azioni suffragiste, anche se Sylvia e Adela Pankhurst continuarono la lotta.
Nell’appassionato volume di Paola Bono, il racconto di Nellie si ferma in concomitanza allo scoppio della Grande Guerra, a voler suggerire che la storia delle suffragette si sia conclusa in verità prima dell’approvazione della proposta del diritto di voto per le donne, proprio con la scelta patriottica di Emmeline Pankhrust e la sospensione delle attività della Wspu.
La Storia ci dice che nel 1918 il parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto per le donne con certi requisiti; dieci anni dopo, il 2 luglio 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.
(il manifesto, 18 novembre 2022)
di Salvatore Cannavò
«È una guerra alle idee». Donatella Di Cesare, filosofa, volto noto dell’odierno pacifismo, commenta così la notizia, rilanciata dal quotidiano online Open, che la vede bersaglio del governo ucraino.
«Il Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina – si legge infatti sul giornale fondato da Enrico Mentana –, ha pubblicato un tweet in cui accusa, attraverso il canale Telegram del suo Centro anti-disinformazione, la filosofa Donatella Di Cesare di “diffondere narrazioni identiche a quelle russe sui media occidentali, coprendosi con le immagini di un ‘europeo purosangue’ e di ‘intellettuale’”».
Si tratta di una messa all’indice, da parte di un istituto governativo di un Paese in guerra, di una studiosa che si presenta nel dibattito pubblico solo con le proprie idee. La segnalazione proviene da un organismo statale, il Consiglio per la sicurezza e la difesa, che è presieduto dallo stesso Zelensky, e in particolare dal suo Centro per la lotta alla disinformazione, «organo di lavoro del Consiglio di sicurezza e difesa», si legge nel decreto di costituzione del 2020, «creato al fine di raggiungere gli scopi e gli obiettivi della Strategia di sicurezza nazionale dell’Ucraina».
Non un pubblico scambio di idee, quindi, ma una lista di proscrizione redatta da un Paese in guerra e che quindi espone i suoi obiettivi a ogni tipo di conseguenza. Immaginiamo con la soddisfazione di tanti liberali occidentali che non perdono occasione di accusare qualsiasi pensiero critico come colluso con Vladimir Putin (si guardi, ad esempio, la campagna quotidiana che conduce contro il nostro quotidiano Gianni Riotta).
Conversando con il Fatto, a cui collabora regolarmente, Di Cesare si dice «stupita da questo attacco, ma non mi lascio intimidire. Come filosofa ho parlato sempre guardando alla pace, condannando l’invasione russa, ma rifiutando sempre con coerenza la logica bellica degli schieramenti. Sono dalla parte dei disertori e spero che il conflitto si fermi presto. Lo dirò anche ad Amsterdam. I più poveri e i più deboli, da una parte e dall’altra, hanno tutto da perdere».
Ad Amsterdam, la filosofa parteciperà alla conferenza annuale organizzata dall’Istituto olandese Nexus all’interno del convegno “War and the future” che si svolgerà il 19 e 20 novembre prossimi. La sua è praticamente l’unica voce schierata contro l’interventismo occidentale in un confronto tra esperti, filosofi, scrittori di varie esperienze e provenienze, e in vista del convegno, il quotidiano olandese Nrc Handelsblad ha pubblicato un’ampia intervista in cui la filosofa ha espresso le sue opinioni sulla guerra in corso, sul ruolo dell’Europa, sul pacifismo italiano. In seguito a questa intervista è apparsa la nota del Consiglio ucraino. Le cui ultime segnalazioni riguardano argomenti come il «falso documento riguardante le manifestazioni di violenza sessuale nelle forze armate dell’Ucraina»; «i dossier del propagandista Volodymyr Kornilov»; le notizie che denunciano «sullo sfondo della crisi energetica provocata dal terrore della Federazione Russa» la comparsa di «falsi social network, che in realtà duplicano i canali ufficiali delle compagnie energetiche ucraine». La libera opinione di una studiosa, quindi, viene equiparata alle fake news e alla propaganda di guerra russa e lei stessa additata come quinta colonna della Russia. «Una guerra alle idee» sostiene Di Cesare, che respinge nettamente le insinuazioni ucraine: «Ho le mie idee e le espongo liberamente, perché devo essere presentata come un nemico dell’Ucraina?».
(Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2022)
di Giuliano Milani
bell hooks, La volontà di cambiare, il Saggiatore, 200 pagine, 19 euro
Che le donne subiscano le costrizioni e la violenza del patriarcato è un dato acquisito, anche se non abbastanza considerato. Molto meno ovvio è che questo sistema danneggi in profondità anche gli uomini. È la tesi di questo libro, con cui Il Saggiatore inaugura la traduzione in italiano delle opere di bell hooks, figura importante del femminismo statunitense e teorica dell’interazione tra i sistemi di dominio, morta l’anno scorso. Fin da bambini i maschi sono portati dalla famiglia, dalla scuola o anche solo dalla cultura di massa a reprimere le loro emozioni, a adeguarsi a modelli predeterminati, a mentire, in primo luogo a sé stessi. In questo modo diventano incapaci di amare ed essere amati per quello che sono. Con esempi tratti da casi clinici e letteratura militante, bell hooks mostra che il patriarcato, veicolato anche dalle madri, è il principale responsabile dell’infelicità dei maschi, al di là del loro orientamento sessuale, perché li sradica dal loro vero sé senza farglielo dimenticare, aprendo ferite che possono essere colmate con la rabbia e la violenza, la ricerca di una sessualità inappagabile o di un’abnegazione nel lavoro. Minando dall’interno una logica di lotta tra i generi, bell hooks propone una rivoluzione affettiva che facendo ritrovare ai maschi la loro integrità paradossalmente distrutta dal sistema che dominano, può arrestare quel dolore profondo che ne genera tanti altri.
(Internazionale, n. 1486, 11-17 novembre 2022)
di Umberto Varischio
Abbiamo visto ciò che è accaduto sia prima che dopo il conferimento dell’incarico di formare il governo a una donna: una parata del peggiore paternalismo patriarcale con quasi tutti i commentatori che raccomandavano a Meloni di ascoltare i suggerimenti giudiziosi del Presidente del Consiglio uscente, che assumeva via via i panni del padre o dell’uomo responsabile che doveva guidare la giovane donna inesperta nei meandri della politica nazionale e internazionale.
Immaginiamo uno scenario parzialmente diverso per l’esito delle elezioni politiche del 25 settembre: che a vincerle sia stata sempre la destra, e in particolare FdI, ma che il leader sia, per esempio, Crosetto (o uno qualsiasi dei “fratelli”) e non Meloni. Se il leader di FdI fosse stato un uomo, si sarebbe solo preso atto delle decisioni assunte dal nuovo presidente del consiglio e lo si sarebbe criticato o lodato per le scelte fatte.
Sulla questione dei migranti, al di là dell’inumana e disastrosa gestione da parte del governo di questi ultimi giorni (che probabilmente sarebbe stata la stessa anche se ci fosse stato un “fratello” al comando), nessuno si sarebbe probabilmente permesso di chiedere a un presidente del consiglio (uomo) d’andare a prendere consigli o comandamenti dal lord protettore (come viene definito Draghi) e neppure di criticarlo per “aver dimenticato rapidamente i consigli dispensati” usando i toni del paternalismo patriarcale – come ha fatto, per esempio, Alessandro Barbera su “La Stampa” del 12 novembre. Ha proprio ragione Rebecca Solnit*. Meno male che ci siamo noi uomini che, a tutti i livelli e su tutte le questioni, spieghiamo alle donne qualsiasi cosa… Spesso mi vergogno d’essere uomo.
(*) R. Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile, Ponte alle Grazie 2017
(www.libreriadelledonne.it, 16 novembre 2022)
di Julie Bindel
I “clienti” di prostituzione sanno benissimo di commettere una violenza. Una ricerca sui compratori di sesso dimostra che gli uomini sono perfettamente consapevoli del fatto che la prostituzione è violenza, che le organizzazioni criminali tengono le donne nel terrore e che non c’è “regolamentazione” che tenga. Ma si fermano solo se rischiano una condanna penale, come accade in Svezia, Norvegia, Canada, Francia, Irlanda, Israele e in altri paesi che hanno introdotto il modello abolizionista. Diversamente continuano a considerare lo stupro a pagamento come un loro diritto.
La Germania è conosciuta come il bordello d’Europa. È un titolo conquistato faticosamente. Con più di 3.000 bordelli in tutto il Paese, e 500 solo a Berlino, il suo commercio sessuale vale più di 11 miliardi di sterline all’anno.
La prostituzione, in tutte le sue forme, è legale in Germania, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Recentemente, però, l’atteggiamento sta cambiando. La gente e i politici chiedono al governo di prendere atto del cosiddetto “stato pappone” e di considerare il terribile tributo che la prostituzione impone alle donne e alle ragazze.
La “prostituzione industrializzata” della Germania è orribile, secondo chi è riuscita a sopravvivere. Le leggi danno libertà ai papponi, che vengono chiamati “uomini d’affari” e “manager” mentre comprano e vendono donne disperate. A Colonia è stato aperto il primo bordello in auto al mondo nel 2001, e da allora ne sono seguiti altri. In città come Monaco di Baviera e Berlino esistono “mega-bordelli” che possono ospitare circa 650 clienti alla volta, che propongono un’offerta “early bird” di hamburger, birra e sesso. Nei momenti di calma, alcuni bordelli propongono la formula “due al prezzo di una” e “happy hour” con tariffe scontate.
La regolamentazione ha contribuito all’espansione del commercio sessuale in Germania: si stima che ci siano 400.000 prostitute e circa un milione e duecentomila uomini (la popolazione tedesca è di poco superiore agli 80 milioni) che comprano sesso ogni giorno.
Tuttavia, in occasione di una conferenza internazionale tenutasi a Berlino la scorsa settimana, un nuovo rapporto ha contribuito a spostare la narrazione sulla prostituzione e sui suoi danni, in un Paese che ha a lungo difeso e promosso l’interno del corpo di una donna come idoneo a essere considerato un luogo di lavoro. Il rapporto, intitolato “Uomini che pagano per il sesso in Germania e cosa ci insegnano sul fallimento della prostituzione regolamentata”, si basa sui dati raccolti da 96 compratori di sesso tedeschi e convalida gran parte di ciò che le sopravvissute al mercato del sesso e gli studiosi di diritto dicono al mondo da decenni.
Gli uomini, di età compresa tra i 18 e gli 89 anni, erano un gruppo eterogeneo, che spaziava da disoccupati e uomini con lavori non specializzati e a basso reddito, fino a professionisti di alto livello. Gli intervistati hanno fornito informazioni sincere sui loro atteggiamenti, comportamenti e motivazioni quando si tratta di pagare per il sesso. Gli sono state poste domande quali: come funziona la regolamentazione della prostituzione? Rende le donne più sicure? Ha portato a una riduzione della tratta di esseri umani?
La ricerca, guidata dalla psicologa Melissa Farley, rappresenta la parte finale di uno studio sui consumatori di prostituzione in sei Paesi, basato su lunghe interviste a 763 uomini negli Stati Uniti, in Cambogia, Inghilterra, India, Scozia e Germania.
In Germania, la legge sulla prostituzione del 2002 ha introdotto una piena regolamentazione che ha classificato il commercio sessuale come una forma di lavoro e un “lavoro come un altro”. I magnaccia sono diventati uomini d’affari e le donne “lavoratrici del sesso”. Ha spazzato via tutte le restrizioni del dopoguerra che dicevano che la prostituzione non era “proibita ma… immorale”. E, nonostante i tentativi del governo di regolarizzare il commercio sessuale, quasi nessun protettore ha pagato le tasse: solo 44 (su 80.000) donne prostituite si sono registrate come tali, nonostante la legge lo richieda.
Nel 2017, a seguito delle pressioni esercitate dalle femministe e delle testimonianze degli agenti di polizia sui crescenti livelli di criminalità e violenza sotto il regime di regolamentazione, il governo ha introdotto una serie di restrizioni: i protettori non sono più autorizzati a imporre quale tipo di “servizi” le donne devono fornire ai frequentatori, i proprietari dei bordelli devono richiedere una licenza e i frequentatori sono obbligati a usare i preservativi.
«Naturalmente non è stato possibile far rispettare queste norme», mi racconta Angie, una sopravvissuta tedesca al mercato del sesso. «I protettori sono criminali che vogliono solo fare soldi, e [i clienti] non possono essere obbligati a indossare un preservativo. Dovevamo comunque fare quello che ci veniva detto».
In Germania, la prostituzione è vista come una necessità per gli uomini e quasi un bene per la società in generale. Come ha detto un compratore di sesso: «La natura degli uomini è che non hanno alcun controllo su sé stessi. Ma poiché possono usare le prostitute, ci sono meno reati sessuali». Questo concetto è errato: non solo vengono commessi reati sessuali contro le donne che si prostituiscono, ma nei Paesi in cui la prostituzione è regolamentata, i tassi di violenza maschile tendono a essere più alti che in altri.
Molti dei frequentatori tedeschi intervistati hanno visto prove di coercizione, terrore e violenza nei confronti delle donne. Nonostante ciò, tutti sono disposti a pagare per fare sesso. «Il sistema tedesco ha di fatto regolamentato lo stupro, purché sia compiuto su una donna che si prostituisce», ha detto Alice, un’altra sopravvissuta al mercato del sesso.
Uno degli argomenti usati dai sostenitori della regolamentazione è che se gli uomini sanno che non saranno arrestati per aver comprato sesso, saranno molto più propensi a denunciare qualsiasi prova di traffico e di sfruttamento di ragazze minorenni. Tuttavia, solo uno dei 96 consumatori di sesso tedeschi intervistati ha denunciato alla polizia l’esistenza di un caso di tratta di esseri umani.
Il problema è che, come ha detto un compratore: «Una volta che hai pagato, puoi farle tutto quello che vuoi». Agli uomini è stato chiesto se fossero a conoscenza di violenze da parte dei papponi nei confronti delle donne. Molti lo erano, in quanto avevano visto i protettori commettere abitualmente atti di violenza che corrispondono alle definizioni internazionali di tortura. Un uomo ha detto: «C’era un [pappone] che picchiava davvero una delle sue donne. L’ha colpita due o tre volte in faccia con un pugno e l’ha sbattuta contro il muro». Un altro ha riferito: «Quando le donne non pagavano abbastanza il pappone, gli facevano strappare le unghie o le picchiavano a sangue. Le donne erano spaventate e non dicevano mai nulla».
I compratori di sesso hanno mostrato poca o nessuna empatia nei confronti delle donne. «È come bere una tazza di caffè, quando hai finito la butti via», ha detto uno di loro. «È come affittare un organo per dieci minuti», ha detto un altro.
In Germania non c’è vergogna nell’essere un compratore di sesso, e questo è una parte importante del problema. La regolamentazione dovrebbe ridurre la tratta, la violenza e il commercio sessuale clandestino, ma, come sottolinea il rapporto, è accaduto il contrario, con la crescita delle attività illegali accanto a quelle legali.
Per loro le donne prostituite non sono “stuprabili” e se non possono fare sesso con chi vogliono, quando vogliono e come vogliono, saranno costretti, come ha detto un uomo, a «stuprare una donna vera». Tre quarti degli intervistati hanno assunto questo atteggiamento. Come ha detto uno di loro: «La prostituzione è un bene per la società perché gli uomini hanno un desiderio sessuale eccessivo e possono sfogarsi su di loro senza aggredire altre donne o aggredire i bambini».
Fino al 2020, Helmut Sporer è stato un ufficiale di polizia investigativa responsabile delle indagini e del monitoraggio della prostituzione in Germania, compreso il traffico di esseri umani a livello internazionale. Nel corso della sua carriera, Sporer ha assistito a un costante deterioramento sia delle condizioni delle donne coinvolte nella prostituzione sia della risposta delle autorità giudiziarie per affrontare efficacemente la proliferazione del crimine organizzato e gli abusi all’interno del sistema. Per Sporer, questo deterioramento non è avvenuto nonostante la regolamentazione generalizzata, ma proprio in conseguenza di essa.
I compratori di sesso tedeschi sembrano essere consapevoli di quanto sia violenta la prostituzione: «La prostituzione funziona solo perché gli uomini sono dominanti», ha detto uno di loro.
Quindi cosa potrebbe dissuadere gli uomini dal pagare per il sesso? In Germania, sarebbe necessario un cambiamento della legge. La regolamentazione dovrebbe essere abrogata e sostituita con una legge che criminalizzi l’acquisto di sesso e aiuti le donne a uscire dal mercato del sesso. Incredibilmente, la maggior parte degli uomini ha ammesso che poco altro li fermerebbe se non l’iscrizione al registro dei criminali sessuali o una condanna penale. Questa legge è stata adottata in Svezia, Norvegia, Islanda, Irlanda del Nord, Canada, Francia, Irlanda e Israele, e le prove dimostrano che questo approccio frena il commercio sessuale in tutte le sue forme.
Non sarebbe un’amara ironia se il governo tedesco fosse così sconvolto dalle parole dei compratori di sesso che ciò gli desse l’impulso per mettere finalmente in discussione le proprie leggi? Per dirla con le parole di Rachel Moran, la sopravvissuta irlandese al commercio sessuale, il cui potente discorso ha chiuso la conferenza di Berlino:
«Questi uomini hanno confermato tutto ciò che diciamo da anni», ha affermato. «E non avrei mai pensato di dirlo, ma ringrazio i compratori di sesso tedeschi per aver dato al governo tedesco tutte le munizioni di cui ha bisogno per fermare il commercio del sesso».
(Traduzione di Ilaria Baldini. Resistenzafemminista.it, 16 novembre
2022, https://www.resistenzafemminista.it/germania-il-bordello-deuropa/)
di Gioacchino Toni
Il volume di Alice Mammola, Voci. Storia di un corredo orale (Armillaria, 2022), in uscita proprio in questi giorni, analizza i contenuti di canzoni popolari intonate dalle donne in risposta a un bisogno di prendere la parola e di rompere il silenzio loro storicamente imposto.
Nel libro viene evidenziato come in diversi canti intonati dalle donne si manifesti un «atteggiamento consapevole, risoluto e di sfida delle norme, ben lontano dai sentimenti di sottomissione e rassegnazione che caratterizzano altri linguaggi».
In un contesto in cui la Storia ha tolto voce ed espressione alle donne, per farsi narratrici queste hanno individuato nel canto un’occasione di elaborazione di un discorso autonomo capace di divenire memoria storica tramandata come “corredo orale”. «Una memoria in cui si affermano in prima persona e che ha trasformato la loro voce, fornendo uno spazio per esprimere il loro contributo partecipativo ed emotivo, discostandosi dalle esposizioni che su di loro sono state fatte in letteratura e altri campi».
Si tratta di canti intonati in luoghi pubblici come cortili, lavatoi, stalle, risaie, fabbriche e piazze, raramente accompagnati da strumenti musicali. «Voce vera che dice. Voce sporcata dalla fatica del lavoro. Niente a che vedere col bel canto e l’esercizio del solfeggio. È voce che tiene il ritmo mentre lavora, voce che serve da accompagnamento al fare».
Al pari di altre produzioni orali, i canti popolari, sostiene Mammola, possono essere considerati proprietà collettiva della comunità. «Restituire il contesto storico-sociale in cui queste storie sono immerse, non come singole biografie e nomi propri ma come collettività, ripulendo le narrazioni dall’inquinamento protratto per secoli dal sistema patriarcale, significa riprendere in mano la complessità, ampliare spazi, intravedere le voci messe in sordina che erano anch’esse protagoniste vive e attive».
Quelli analizzati dalla studiosa sono canti che non hanno paura di nominare le sofferenze, i desideri, le aspirazioni lavorative di una collettività, capaci di farsi «strumento di resistenza e di richiesta», di opposizione alla concezione dominante della condizione femminile.
«A differenza della produzione intellettuale e letteraria delle classi più agiate, le canzoni popolari danno voce alle speranze, le rivendicazioni e le emozioni della classe povera e lavoratrice, molto spesso analfabeta o comunque priva di un accesso diretto alla parola scritta. Ne emerge una presa di coscienza in termini di genere, classe sociale, disparità che si traduce talvolta in un grido di denuncia. Il racconto delle cose nomina e riconosce. Le parole diventano patrimonio di tutte. Le figure liminali che hanno trasmesso e riportato molti di questi canti hanno il grande merito di aver tramandato una visione del mondo ricca di elementi sovversivi, rispetto al destino che molto spesso viene tracciato nei canti di stampo maschile.»
Mammola passa in rassegna i canti popolari femminili indagando come le voci delle donne abbiano saputo e voluto narrare dal loro punto di vista la vita quotidiana, il mondo del lavoro, le lotte e la guerra. A proposito di quest’ultima la studiosa si è sofferma soprattutto sui canti corali delle donne nel periodo della prima guerra mondiale in cui «con coraggio sfidavano il destino, rivendicando la loro sessualità, denunciando le oppressioni, ribaltando la condizione di vita domestica e infrangendo le regole della castità, dell’eteronormatività o della mancanza di desiderio sessuale. Nelle canzoni la loro voce diventa quella di un soggetto parlante, desiderante, che si esprime e autodetermina senza la paura di dire come vive e come soffre. Far uscire con la voce cantata problemi come la violenza di genere, le molestie, gli stupri, il diritto a un salario giusto e paritario significava portare queste questioni dal privato al pubblico e quindi farne un tema politico».
In diversi canti le donne denunciano «l’insensatezza della guerra e rivendicano al contempo una forza militante e combattente. Pur nella loro diversità, il servizio militare e il lavoro delle mondariso hanno alcuni punti in comune: sono esperienze di giovani che si allontanano dalle famiglie e dai contesti conosciuti per vivere un’esperienza dura e faticosa insieme a persone provenienti da altri luoghi».
Non a caso, nota l’autrice, diversi vocaboli utilizzati dalle mondine per raccontarsi sono derivati dalla vita militare, così come vari canti da esse creati e intonati sono mutuati da canzoni di caserma. A proposito della vita nella risaia, ad esempio, un canto afferma: «È già da un mese che faccio la monda, / la disciplina è come i soldati: / mangiare, dormire come i carcerati, /e tutto il giorno non debbo mollar».
L’ostilità nei confronti della guerra che si ritrova nelle strofe intonate dagli uomini al fronte – «Prendi il fucile e gettalo per terra, / prendi il fucile e gettalo per terra, / vogliam la pace, vogliam la pace, / vogliam la pace e non vogliam la guerra!» – si ritrova anche nei canti delle donne nelle risaie: «E se qualcuno vuol far la guerra / tutte unite insieme noi lo fermerem, / vogliam la pace sulla terra / e più forti dei cannoni noi sarem».
Dai canti dei soldati in trincea emerge spesso la consapevolezza di come la guerra non rappresenti gli interessi della popolazione e ciò viene espresso attraverso un senso di rassegnazione e fatalismo incentrato sulla retorica dell’uomo costretto ad allontanarsi dall’amata e dalla madre andando probabilmente incontro alla morte.
Le donne a cui rimandano i canti degli uomini al fronte sono le mogli, le fidanzate e le madri a cui si rivolgono spesso in forma di “lettera cantata”, come se si trattasse delle ultime parole rivolte loro prima di andare inesorabilmente incontro alla morte. Sono canti in cui non di rado si «toccano i sentimenti condivisi della famiglia sganciandosi dalla retorica maschilista e patriarcale. Il tono di queste testimonianze è indubbiamente in opposizione alla narrazione ottimista della partenza e all’esaltazione eroica della missione».
Quasi in risposta ai canti intonati al fronte che fanno riferimento al timore del tradimento da parte della fidanzata o della moglie, le mondine delle risaie vercellesi intonano versi come questi: «I nostri richiamati sono andati da Cadorna / perché le loro mogli gli fan portar le corna. / Bom bom bom sotto il rombo del cannon, / Cadorna gli ha risposto, non fate meraviglia / quando andrete a casa troverete più famiglia. / Sta attenta Filomena, che lo dico a tuo marito / che i soldi del sussidio li mangi con l’amico. / Il povero marito faceva il pecoraio, / le capre ci morivano le corna ci restarono».
Ai canti militari enfatici e patriottici disseminati di riferimenti virili e nazionalisti, in cui si racconta «di giovani combattenti valorosi, di mostrine e stelle, di onore e di vittoria contro gli antagonisti nel tentativo di infiammare i cuori della nazione», si contrappongono «quelli di trincea sull’amore, la fame e il desiderio di tornare a casa». La voce delle donne, invece, «mette in guardia dalla morte e dalla stupidità di combattere: la guerra per le donne è maledetta. Il punto di vista femminile nelle canzoni rivela infatti una visione coraggiosa che affronta scientemente l’argomento della guerra. I nemici da maledire sono lo Stato, il re, chi decide di mandare i loro cari a morte certa. La donna canta il lutto e la fatica di restare da sola ma senza far ricorso a un tono pietistico e drammatico, anche in questo frangente i testi delle canzoni sono taglienti. La parola è pragmatica e arrabbiata; nel condannare l’insensatezza del conflitto si fanno i conti con la vita quotidiana […]. Il grido che si sprigiona nei canti femminili che vivono la guerra da un “fronte interno” è ribelle, vibra della consapevolezza che le guerre le decidono i ricchi e le combattono i poveri per conquistare un palmo di terra (da “Fuoco e mitragliatrici”). Conoscono bene le conseguenze drammatiche che peseranno sui poveri, per il loro legame con il territorio depredato, le case distrutte, la fame, la precarietà; sanno la fatica della ricostruzione e denunciano il costo umano che verrà pagato dagli ultimi e dalle ultime».
Ecco allora, scrive la studiosa, che le parole di rabbia delle donne divengono un canto apertamente antimilitarista capace di gridare a voce alta e corale: «E maledico chi vorse la guerra, / i primi son stati gli studentini / e quanta gioventù caduta ’n terra / e quanto sangue sparso pe’ confini. / Vittorio Emanuele re del regno, / o quanta gente hai fatto macellare, / se vuoi i sordati fatteli di legno / ma i’ mi morino lasciamelo stare. / Vittorio Emanuele cosa fai, / la meglio gioventù tutta la vòi, / la meglio gioventù tutta la vòi, / e l’amor mio quando me lo ridai?».
Siamo dunque lontani, sottolinea Mammola, dalla rassegnazione; la voce delle donne «tende semmai a porsi in modo sabotante, a essere controcorrente, un pensiero lungimirante veicolato da parole coraggiose. Nei canti esprimono il rifiuto di partecipare alla distruzione e alla sopraffazione, denunciano come l’autoritarismo intensifichi le disuguaglianze e calpesti i diritti umani. Non hanno il dubbio dell’eroismo e della missione, e soprattutto non hanno niente da perdere nel dichiarare la loro disapprovazione».
Negli anni del fascismo, alla retorica del regime che distribuisce medaglie alle madri di famiglie numerose, diverse canzoni delle donne rispondono protestando della situazione in cui si sono venute a trovare con la guerra che le vede lasciate sole a gestire la fame propria e dei famigliari mentre il marito è al fronte. Sempre a proposito di guerra, nell’analisi di Mammola non mancano canti in cui compaiono o prendono la parola donne combattenti, soprattutto durante la stagione della Resistenza.
Oltre al punto di vista delle donne sulla guerra che emerge dai canti popolari, il volume indaga le canzoni intonate a proposito della loro condizione di vita, di lavoro e di lotta ricostruendo una modalità di presa di parola spesso sovrastata dalle voci e dagli immaginari maschili. Certamente un libro utile a chi desidera imparare ad ascoltare.
(Carmilla online, 16 novembre 2022, carmillaonline.com/2022/11/16/voci-di-donne/)
di Sara Gandolfi
Greta quest’anno non c’è. «È ora di consegnare il megafono a chi ha storie da raccontare», ha detto per giustificare l’assenza a Sharm el-Sheikh. C’è, invece, l’amica Vanessa Nakate, che in passato ha commosso le platee del mondo descrivendo le devastazioni nella sua Uganda. Alla Cop africana, però, la nazione ospite, l’Egitto, non l’ha invitata a parlare – «non chiedete a me il perché» – e non ha dato ai giovani neppure il via libera per manifestare nelle strade, come avvenne ai vertici di Madrid e Glasgow.
Senza Greta e con tutte queste limitazioni la vostra voce sarà ascoltata?
Non saprei, però sono presenti qui diversi giovani di varie regioni del mondo che stanno facendo pressione attraverso la stampa e gli eventi all’interno di Cop27 per rendere i leader responsabili delle proprie scelte e azioni. Il nostro messaggio è chiaro: fermate gli investimenti nei combustibili fossili – carbone, gas, petrolio – e finanziate invece la transizione verso le rinnovabili, affrontando la povertà energetica dell’Africa. I leader devono anche istituire una struttura finanziaria per le “perdite e danni”, che stanno già soffrendo le comunità più vulnerabili.
Molte economie emergenti, però, inseguono il modello cinese: prima lo sviluppo economico, utilizzando i combustibili fossili, poi la de-carbonizzazione…
Molti hanno un’idea sbagliata di cosa sia lo sviluppo. In effetti, diversi leader africani pensano che l’unica strada per raggiungere lo sviluppo delle nostre economie e delle nostre comunità sia quella del Global North, cioè costruire nuove infrastrutture per lo sfruttamento e il consumo di combustibili fossili. Sbagliano. Non possiamo più permetterci investimenti nei combustibili fossili se vogliamo limitare l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5°C. Dobbiamo credere che ci sia un’altra strada per lo sviluppo delle economie, scegliendo le rinnovabili.
Ma chi pagherà?
Quando si parla di chi deve pagare il conto della crisi climatica, tutti noi sappiamo bene chi l’ha causata. L’Africa è responsabile di meno del 4% delle emissioni globali di gas serra. Eppure le nazioni africane stanno soffrendo gli impatti più terribili. I leader del Nord globale hanno un’enorme responsabilità, devono finanziare la transizione energetica non solo nei propri Paesi ma anche nelle nazioni del Sud del mondo e, ripeto, finanziare “perdite e danni”.
Diversi Paesi africani vogliono sfruttare il gas e il petrolio nel loro territorio. Perché negarglielo mentre le multinazionali si arricchiscono con i prezzi alle stelle?
Il gas è un’arma distruttiva per il continente africano. Porta benefici solo ai Paesi del Nord del mondo. Noi dobbiamo sviluppare le energie rinnovabili, abbiamo tutte le condizioni per poterle sfruttare.
L’Italia cerca nuove forniture di gas in Africa…
Ripeto, l’Africa ha bisogno di investimenti nelle energie rinnovabili. I bambini non possono mangiare carbone, bere petrolio o respirare gas.
Finora il movimento dei giovani si è espresso con rabbia. Non è ora di passare dall’allarme alle proposte?
Non possiamo edulcorare la crisi climatica. Dobbiamo dire la verità su quanto sta accadendo. Non possiamo edulcorare il fatto che le persone muoiono di fame in Corno d’Africa a causa della siccità, o la distruzione portata dalle piogge in Pakistan o dalle inondazioni in Nigeria. Ma dobbiamo anche spiegare che se decidiamo di agire, dobbiamo farlo insieme, e se i leader hanno la volontà politica, possiamo fermare la crisi.
Condividi l’opinione di Greta secondo cui questa Cop è “solo greenwashing”?
Qui ho visto casi di greenwashing ed è per questo che dobbiamo esserci. Io vengo da una comunità che è sulla prima linea della crisi climatica e devo utilizzare ogni piattaforma che riesco a raggiungere, anche questa intervista, per parlare delle esperienze drammatiche che sta vivendo, denunciando i leader per l’inazione e il greenwashing.
In Africa c’è un problema di libertà di espressione?
Su questo non posso esprimermi. Ciò che posso dire è che la nostra lotta per la giustizia climatica è una lotta anche per i diritti umani.
(Corriere della Sera, 12 novembre 2022)
di Redazione Il Post
Il 10 novembre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha accolto il ricorso di una donna e dei suoi due figli che per tre anni avevano dovuto frequentare il padre violento, tossicodipendente e alcolizzato, per decisione dei tribunali civili italiani che si erano occupati del caso. La CEDU ha per questo stabilito che l’Italia ha violato l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che stabilisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare, fallendo nel suo dovere di proteggere e assistere i bambini.
Secondo la CEDU, gli incontri tra i figli (nati nel 2010 e nel 2013) e il padre a partire dal 2015, avvenuti senza controlli, avevano alterato l’equilibrio psicologico ed emotivo dei bambini, come peraltro segnalato dai servizi sociali. Durante gli incontri il padre, che aveva sospeso la propria terapia di recupero, aveva un comportamento «aggressivo, distruttivo e incurante». L’interesse dei bambini non era stato preso in considerazione dai tribunali, che non avevano sospeso gli incontri, dunque i loro diritti erano stati violati.
La Corte si è anche espressa contro la decisione dei tribunali italiani di sospendere la responsabilità genitoriale della madre tra il 2016 e il 2019, considerandola «ostile» ai contatti tra i bambini e il padre dato che si rifiutava di partecipare agli incontri. La Corte ha detto che i giudici non avrebbero avuto abbastanza prove per giustificare questa decisione, che ha violato i diritti della madre.
L’associazione Differenza Donna, la cui avvocata Rossella Benedetti si era occupata del caso e del ricorso alla CEDU, ha definito la sentenza «storica» dato che in Italia sarebbe «prassi diffusa nei tribunali civili considerare le donne vittime di violenza domestica che non adempiono all’obbligo di effettuare gli incontri dei figli con il padre e che si oppongono all’affidamento condiviso come “genitori non collaborativi”». Il caso della donna era stato seguito dal centro antiviolenza Casa Rifugio Villa Pamphili di Roma. La CEDU ha stabilito che l’Italia deve risarcire i due bambini coinvolti con 7mila euro.
(ilpost.it, 11 novembre 2022)
di Maddalena Spagnolli
Lo sapevamo.
Lo sentivamo tutti…
troppo furioso il nostro fare…
ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo…
(Mariangela Gualtieri, Nove marzo 2020)
Quando nel marzo del 2020 tutto si è fermato per il Covid, in tante, penso, abbiamo colto questa poesia di Mariangela Gualtieri come una sorta di disvelamento del nostro tempo, di verità offerta a chi sentiva che, con il virus, il caos del mondo si riversava con inquietudine anche sulla propria pelle e che era necessario fermarsi.
A distanza di due anni dall’inizio della pandemia, molte cose sono successe, abitudini e sentimenti sconvolti nella vita quotidiana e, quando pensavamo di poter ricominciare a riprenderci in mano l’esistenza, con il vaccino e le riaperture, fiduciosi che il peggio dell’epidemia l’avevamo lasciato alle spalle, che la “guerra all’epidemia” si stava vincendo, ci siamo ritrovate/i gettate/i, di punto in bianco, senza soluzione di continuità, in una feroce “guerra vera” alle porte di casa lasciandoci in balia di uno sgomento che, via via, col passar dei giorni e dell’intensificarsi degli effetti devastanti di quell’invasione in Ucraina, si sta trasformando dall’incredulità iniziale in distruzione, terrore, disperazione per chi la sta vivendo e in sgomento, angoscia, strazio per chi la guarda.
Di fronte a questa svolta repentina (ma, a ben guardare, non così imprevedibile) della storia, ad un misto di sentimenti, tra smarrimenti ed impotenza, resta il bisogno di orientarsi in questa “doppia cesura” (covid e guerra) che ci ha gettato in un “tempo nuovo” e inquietante. L’ultimo dei Quaderni di Via Dogana, pubblicato nell’ottobre del 2021 dalla Libreria delle donne di Milano con il titolo Non sembra ma è una grande occasione1, a cura di Vita Cosentino e Marina Santini, può essere un ottimo strumento per fermarsi a mettere in ordine i fili che intrecciano il nostro tempo.
Attraversare questi testi dopo l’irruzione della guerra nella realtà e nei nostri pensieri (dal 24 febbraio 2022), permette a maggior ragione di non soccombere di fronte alle situazioni strazianti a cui stiamo assistendo e di seguire l’esortazione di Virginia Woolf nel saggio Le tre ghinee – scritto nel 1938 in risposta a uno scrittore e amico che le aveva chiesto di finanziare la sua Associazione per fermare il fascismo e prevenire la guerra, ma senza entrare a farvi parte in quanto donna. «Dove ci conduce il corteo dei figli degli uomini colti?». «Pensare, pensare, dobbiamo. Noi non dobbiamo mai smettere di pensare dove ci conduce quel corteo».
Le curatrici del Quaderno di Via Dogana scrivono: «si trattava di pensare, pensare, pensare, pensare». Questa raccolta di testi infatti ci conduce, quasi con mano di tessitrice, in una sorta di fenomenologia non solo di ciò che è accaduto con il Covid e la pandemia, ma anche del nostro tempo. Il Quaderno raccoglie una quarantina di articoli che si sviluppano, intrecciandosi l’uno con l’altro in una sorta di dialogo, mostrando realtà, contraddizioni, esperienze. Nell’insieme propone anche analisi, apre possibilità di azione, testimonia saperi di donne del nostro tempo illuminanti per leggere quanto sta capitando anche con la guerra.
Come scrivono le curatrici, il Quaderno si compone di due parti:
«gli articoli della prima sezione sono più indirizzati a ripensare il paradigma economico, la concezione del lavoro, il rapporto con le nuove tecnologie e la posizione di noi esseri umani nei confronti della natura e degli altri esseri viventi; quelli della seconda sezione sono più centrati sulla politica che trasforma a partire da sé, sulla soggettività che appare comunemente nella sua costitutiva relazionalità, sulle pratiche ancorate alla verità soggettiva, alla differenza, all’autorità, sull’idea di libertà pratica e praticabile.»2
Un racconto ragionato del disvelamento operato dalla pandemia in cui si ritrovano riflessioni e idee già circolanti ma che raccolte in questo testo mostrano in maniera organica e con grande lucidità sfaccettature, intrecci, connessioni, contraddizioni, ma anche speranze, possibilità e trasformazioni del nostro tempo.
L’irruzione della guerra ha spostato repentinamente il nostro immaginario su una realtà inaspettata ma che a ben guardare rivela segni di continuità con la pandemia. Cercherò di tenere insieme pandemia e guerra.
Innanzitutto, l’invito a “pensare” pone l’attenzione sull’uso del linguaggio, tema centrale nella riflessione delle donne: attenzione che è un filo conduttore di tutta la raccolta, un uso fortemente radicato nell’esperienza e di cui metto però in risalto l’uso della “metafora” della guerra3 per parlare della pandemia, con tutto il portato di termini bellici, di logiche oppositive, di schieramenti rispetto alle decisioni, alla “verità” sul bene e sul male, finché la guerra, evocata a parole per raccontare la diffusione del virus, i suoi effetti sugli umani e il modo di “combatterlo”, si è materializzata davvero, alle nostre porte, con esiti così distruttivi che ancora fatichiamo a rendercene conto.
Confusione linguistica-caos della realtà: c’è la necessità di nuove rinominazioni, ancora di trovare le “parole per dirlo”. «C’è bisogno di parole… non parole che ci sono già. Le altre per non restare sassi»4 scriveva Luisa Muraro in un suo intervento all’Università nel maggio del ’99 in una riflessione sulla guerra nei Balcani.
“Per non restare sassi” nella pandemia e nella guerra, accomunate dalla paura ancestrale della morte, capitata/subita con la pandemia, intenzionalmente agita con la guerra, ma che chiede distinzioni ben precise appunto “per non restare sassi”; parole «per distinguere l’immaginario dal reale per diminuire i rischi di guerra senza rinunciare alla lotta, che Eraclito riteneva fosse la condizione di vita»5.
Se la questione della morte ci ha segnato in un modo drammatico negli anni della pandemia e si ripresenta con crudeltà inaccettabile con questa guerra, l’attenzione all’uso delle parole potrebbe riportarci ad uno spiraglio di vita: «Chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote, definire l’uso della altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, potrebbe preservare delle vite umane»6. Di fronte alla morte e alla distruzione Weil ci invita a questo lavoro per trovare un orientamento di vita. Ecco allora che ancora prima delle «parole adorne di maiuscole… parole gonfie di sangue e lacrime»7 che Weil elenca insieme ad altre come sicurezza, capitalismo, democrazia, ordine, proprietà, la pandemia e la guerra ci riportano, a mio avviso, alla radice del nostro essere: prima ancora di evocare con grandi discorsi tutti i diritti sanciti dalle più moderne costituzioni, le cesure che stiamo vivendo in questi due anni (pandemia e guerra) chiedono drammaticamente di ritornare al fondamento del nostro essere, semplicemente alla vita.
La trama della vita è l’altro tema di cui è intessuto il Quaderno, tema che nei diversi interventi illumina, come in un caleidoscopio, i molti aspetti relativi alle condizioni della nostra esistenza. Una riflessione sulla vita d’altro canto si impone proprio da una parte con la pandemia, che ci ha costretti a fare i conti con la morte come “impossibilità del respiro”, dall’altra con la guerra nel suo essere sinonimo di morte come distruzione violenta.
La pandemia, ma anche la guerra con gli effetti domino con cui dobbiamo fare i conti, ci hanno costretto ad affrontare aspetti della realtà già ben presenti e posti da tempo in discussione nella riflessione e nel pensiero delle donne: rispetto alle condizioni del nostro vivere, molti interventi si soffermano sul tema del lavoro strettamente intrecciato con quello dell’economia e del lavoro di cura.
La riflessione critica sul mondo della produzione, sull’economia capitalistica di mercato, sulle condizioni del lavoro – lavoro da casa (pro e contro), lavoro per il mercato e lavoro domestico, lavori essenziali – mostrano la necessità di un superamento del dualismo tra economia di mercato e economia della casa, dualismo che si innesta su quello che Ina Praetorius, citata da Vita Cosentino, chiama «ordine bipartito del mondo»: «due sfere diseguali, una più alta, alla quale si associano virilità e libertà, e un’altra più bassa, che si presume naturale, quella delle donne e della dipendenza»8. Un dualismo segnato dalla «misoginia nella politica e nel lavoro»9.
Ciò che si è reso evidente durante la pandemia è stata la presenza e la capacità quasi acrobatica delle donne di far fronte alle situazioni più impreviste e difficili per salvare la vita; si è chiaramente palesata, in quella contingenza, la centralità dell’opera femminile in tutti i campi. Con la guerra, scoppiata quando pensavamo di poter riprendere la vita normale, quest’opera sembra essere ancora una volta, ancora in questo XXI secolo, annientata con l’imporsi nella realtà di logiche machiste, violente, distruttive (non ci sono più parole per dire ciò che già sappiamo da tempo!).
La significativa e vitale presenza femminile in situazioni di emergenza come quella della pandemia e la violenza machista e distruttiva che muove la guerra, mostrano la necessità di un cambio di paradigma per salvare la vita, chiedono un cambio di civiltà: tutto ciò ci ha messo di fronte alla necessità di cercare/sentire l’essenziale e ciò che non lo è.
«Superare quell’ordine simbolico e sociale bipartito», scrive Vita Cosentino, «è già vivere un cambio di civiltà basato su un’altra concezione dell’essere umano»10 che dà origine ad un’altra politica e, come scrive Antonietta Lelario, «la politica delle donne rimettendo in gioco l’esperienza femminile, l’ha riconnessa con la vita e ha intravisto un’altra civiltà e un’altra economia»11.
È più che necessario dunque un cambio di civiltà, ed è proprio questo il senso e la prospettiva del Quaderno: nutrito dal cambio dei valori che non può trascurare il senso di vulnerabilità che stiamo sperimentando, e soprattutto «non si può immaginare rinnovamento politico economico e dei rapporti sociali senza fare spazio a ciò che le donne hanno da dire»12. Come molte riflessioni stanno mostrando ormai anche fuori dal pensiero femminista, si tratta di porre al centro il tema della cura. «L’economia è cura» scrive Ina Praetorius, «manutenzione dell’esistente»13. Non è più possibile tener distinti l’economia dai bisogni, il mondo del lavoro dal mondo della casa, lavoro produttivo e lavoro di cura, lavoro e salute, così come non è possibile tener separate le varie condizioni di vita della realtà umana. Non è più possibile tener separata la riflessione sulla realtà umana dal rapporto con gli altri esseri viventi, dalla vita della terra (sappiamo quanto sia urgente il problema climaticoecologico!) per la stretta connessione di tutti i viventi su questo mondo. Connessioni che hanno ricadute sul piano economico, della salute, sulla nostra stessa possibilità di sopravvivenza (e in questo vediamo come le/i giovani siano i più sensibili, attivi, ma anche inascoltati).
Con la pandemia si è imposta inoltre con prepotenza anche quella “vita parallela” che è il mondo digitale, una realtà già fortemente pervasiva che in quel contesto ha di fatto dominato le nostre giornate, ha fatto irruzione in un modo esplosivo mostrando la subordinazione delle nostre vite a quell’invisibile «Grande Fratello» che sono gli algoritmi. Rispetto a questi sviluppi della tecnica si pongono interrogativi sulle conseguenze legate, nel bene e nel male, alla “vita” online, agli incontri su zoom, alla DAD, alla pervasività della sorveglianza… ecc. Su tutto questo Traudel Sattler registra una difficoltà che così sintetizza: «Mi manca la misura»14. Ecco, sì, la mancanza di misura, vero male del nostro tempo! Come scriveva sempre S. Weil: «In ogni ambito, sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelligenza, le nozioni di limite, di misura, di grado, di proporzione, di relazione, di rapporto, di condizione, di legame necessario, di connessione tra mezzi e risultati»15.
Nei testi, oltre questi temi, vengono affrontati con grande meticolosità e profondità tante altre questioni cruciali che abbiamo vissuto in questi due anni, come l’esperienza nuova del lockdown e lo smarrimento e il senso di isolamento che ne è seguito (il blocco delle attività produttive, delle relazioni, degli incontri in presenza); ma vengono anche registrate le esperienze di solidarietà, di cooperazione, di generosità (sopratutto nella prima fase) e suggerite nuove prospettive di regolazione sociale, come il principio della gratitudine16.
Ciò che viene meno indagato nei testi (per il fatto che sono stati scritti “a caldo”) sono le conseguenze che, in particolare la pandemia, stanno lasciando alla lunga: più aggressività, grande disagio psichico e sociale, soprattutto nelle giovani generazioni; la forte reazione al vaccino e al green pass, maturata in diverse fasce sociali soprattutto con i provvedimenti restrittivi legati alla certificazione e sfociata nelle posizioni “vax e no-vax”, fenomeno liquidato troppo facilmente a mio avviso, ma che andrebbe indagato più a fondo anche per la grande sofferenza che, a sua volta, ha generato in tante persone. Si tratta di fenomeni diffusisi proprio in nome della libertà, tema che conclude (ma nello stesso apre ad altro) la raccolta di scritti del Quaderno con una riflessione di Ida Dominijanni: la libertà, grande vessillo sbandierato anche per imporre la superiorità della nostra civiltà sulle altre, viene indagata nel suo duplice aspetto di libertà individualistica neoliberale e libertà relazionale legata al senso dell’interdipendenza reciproca. La pandemia ha fatto emergere con evidenza, anche nelle sue contraddizioni, la consapevolezza dell’interdipendenza come essenza della vita facendoci toccare con mano la vulnerabilità e la fragilità umana e la necessaria dimensione relazionale del nostro essere. Ecco dunque che nella direzione di un necessario cambio di civiltà va ripensato soprattutto il senso della libertà:
«Nella politica della differenza la libertà non è mai stata solo libertà “di” e “da”, bensì soprattutto “per”: è stata ed è libertà politica, legata al desiderio di aprire la realtà a possibilità inedite, di costruire spazi e di inventare forme di vita a nostra misura, impreviste nell’ordine simbolico dato… È di questo credo che dovremmo urgentemente riprendere a parlare»17.
Se questo valeva in tempo di pandemia, vale a maggior ragione nel contesto attuale in cui siamo quasi annientati dalla realtà della guerra in Ucraina. I testi del Quaderno radicati nel «sapere dell’esperienza» si rivelano un contributo necessario per fare un po’ di distanza, per prendere un po’ di ossigeno e provare a tornare a respirare, a pensare e agire per trovare anche in questo nostro inquietante tempo «la possibilità di aprire il presente ad altre possibilità»18.
Note
1 Non sembra ma è una grande occasione, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano, ottobre 2021.
2 Ivi, p. 6.
3 Ivi, p. 49. Ne parla Marco Deriu.
4 L. Muraro, Guerre che ho visto, Libreria delle donne, 1999, p. 5.
5 S. Weil, Sulla guerra, il Saggiatore, 2013, p. 74
6 Ivi, p. 57.
7 Ibidem.
8 Non sembra ma è una grande occasione, p. 33.
9 Ivi, p. 54-55.
10 Ivi, p. 33.
11 Ivi, p. 31.
12 Ivi, p. 54.
13 Ivi, p. 53. Da Immagina che il lavoro.
14 Ivi, p. 73.
15 S. Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia, in Sulla guerra, cit. p. 58.
16 Non sembra ma è una grande occasione, p. 34.
17 Ivi, p. 179.
18 Ibidem.
(Per amore del mondo n. 18/2022, www.diotimafilosofe.it)
di Annalisa Camilli
«Non sono naufraghi, sono migranti», dice la presidente del consiglio Giorgia Meloni commentando la decisione della autorità sanitarie di far scendere dopo l’attracco tutte le persone rimaste a bordo delle navi umanitarie Geo Barents e Humanity per diversi giorni, bloccate dall’ennesimo decreto che intende mettere in discussione la legge del mare, il diritto internazionale e i princìpi fondamentali sanciti dalla Costituzione.
La premier definisce “bizzarra” la decisione dei medici, che hanno messo la parola fine al trattamento inumano a cui sono state sottoposte duecentocinquanta persone, minacciate di essere respinte da un paese che già nel 2009 è stato condannato per una condotta simile. Eppure questo non è il primo atto della guerra ai soccorsi in mare e neppure la prima volta che l’Italia prova a respingere i migranti in Libia.
Ma i medici hanno seguito la loro deontologia professionale. Così la prima sconfitta politica per la Presidente del Consiglio arriva sull’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia del suo programma. Meloni ha condotto la campagna elettorale promettendo agli elettori “un blocco navale”, cioè il dispiegamento di mezzi militari in uno dei tratti di mare più trafficati e pericolosi al mondo: una misura che nei fatti sarebbe impossibile da realizzare, perché contraria alle leggi internazionali, pericolosa e costosa.
Una scala di vulnerabilità
Ma una volta al potere, nella pratica, la promessa elettorale si è tradotta in un nuovo decreto interministeriale – poche righe, una pagina – che ha preso di mira le navi umanitarie, definite dalla premier “navi pirata”: nel 2017 erano state battezzate “taxi del mare” da Luigi Di Maio e, nel 2018, Matteo Salvini aveva definito gli operatori dei “vice-scafisti”. Ma a differenza del decreto sicurezza bis firmato dall’allora ministro dell’interno Salvini, nel caso del decreto firmato da Matteo Piantedosi non c’è stato bisogno neppure del pronunciamento di un giudice. È bastato un intervento più approfondito delle autorità sanitarie italiane l’8 novembre per stabilire che, dopo aver attraversato la rotta più pericolosa del mondo, quella in cui sono morte 25mila persone dal 2013, si è dei “sopravvissuti”.
Né naufraghi né migranti. Ma sopravvissuti, che riportano spesso infezioni della pelle, denutrizione, stress post-traumatico, disagio psichico, segni di tortura. Ed è arbitrario allora stabilire qualsiasi scala di vulnerabilità, perché tutte e tutti dopo un tragitto del genere hanno diritto a toccare terra. La fragilità è una categoria del tutto pretestuosa (tra l’altro nel decreto non si stabiliscono i criteri medici per fare la selezione dei naufraghi) che decade infatti davanti a un accertamento medico più serio.
In ogni caso i tribunali dovranno pronunciarsi sui ricorsi presentati contro il nuovo decreto dalle organizzazioni umanitarie e l’impressione è che questo ennesimo atto persecutorio verso poche migliaia di persone che arrivano via mare in Italia dopo un soccorso sia destinato a essere smontato, perché una norma d’urgenza come un decreto non può prevalere rispetto a una convenzione internazionale o a un diritto fondamentale previsto nella Costituzione.
Nel frattempo tuttavia il decreto ha provocato un’ulteriore sofferenza alle persone che prende di mira. Eppure nelle ultime due settimane, da quando cioè si è insediato il nuovo governo, solo il 10 per cento di quelle che sono arrivate via mare sono state soccorse dalle navi delle ONG. Da anni ormai la maggior parte degli arrivi avviene autonomamente, le persone toccano la riva (quando ce la fanno) a bordo delle loro imbarcazioni di fortuna oppure sono intercettate poco prima di arrivare sulla costa dalle navi della guardia costiera italiana, che tuttavia raramente escono dalle acque territoriali. E infatti, proprio mentre i sopravvissuti della Geo Barents scendevano finalmente a terra insieme a quelli della Humanity 1 nel porto di Catania, a Lampedusa continuavano ad arrivare in maniera autonoma diverse imbarcazioni, portando più di trecento persone in un giorno.
Il 9 novembre, durante uno di questi sbarchi, una donna ivoriana di 35 anni è stata soccorsa dalla guardia di finanza ma è morta subito dopo essere scesa a terra, probabilmente per un arresto cardiaco provocato da un’ipotermia. È morta di freddo, in sostanza. In un altro barchino che trasportava 51 persone, da giorni alla deriva al largo di Lampedusa, è stato trovato un neonato di venti giorni senza vita, insieme a sua madre, una donna anche lei ivoriana, che teneva il corpo del bambino senza vita tra le braccia. Altro che fragilità.
La presidente del consiglio Meloni si sbaglia, in mare non esistono migranti, né migranti irregolari, nessuna distinzione tra migranti economici o rifugiati. Queste sono categorie che si possono accertare solo una volta che sono arrivati a terra. In mare tutto si riduce a una logica più semplice, una logica binaria: ci sono solo naviganti e naufraghi. Tutti i naviganti possono diventare naufraghi e tutti i naufraghi sono stati naviganti, per cui una legge naturale che affonda le sue radici nell’origine della nostra cultura giuridica ed è alla base del diritto internazionale e del diritto marittimo, stabilisce che ogni navigante è obbligato a soccorrere i naufraghi, perché il mare è un ambiente molto ostile in cui si può perdere la vita con grande facilità.
La battaglia linguistica
Le parole fanno il mondo e in una guerra si deve alimentare l’odio attraverso il linguaggio e la costruzione di un nemico. Nel 2001, nella prima campagna elettorale politica che si è giocata sulla pelle degli stranieri, la parola d’ordine era “clandestini”.
Erano i migranti che avevano il permesso di soggiorno scaduto, e che non riuscivano a regolarizzare la loro condizione, a rappresentare il nemico simbolico della destra di allora, Alleanza Nazionale e Lega Nord. Quella condizione, la cosiddetta clandestinità, è diventata perfino un reato. E ancora oggi nella legge del 2002, la Bossi-Fini, che regola l’immigrazione in Italia, è presente il reato di clandestinità.
Poi, intorno al 2013 la parola clandestino è stata definitivamente debellata (non senza una battaglia molto dura di cittadini e associazioni) ed è stata sostituita dal più neutro “migranti”, participio presente del verbo migrare. Già nel 2015, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati, il canale Al Jazeera metteva in guardia dall’uso indiscriminato e disumanizzante della parola “migrante” che di fatto era diventato un modo per dire “essere umano di serie B”.
«Il termine migrante è diventato una categoria ombrello, uno strumento che disumanizza e serve a prendere le distanze dalle persone di cui si parla», scriveva all’epoca Al Jazeera, che annunciava parallelamente di volere chiamare tutti i migranti, le persone in movimento, “rifugiati”, al di là del loro status giuridico, per segnalarne la vulnerabilità.
Nel frattempo nel 2017 la parola “clandestino” è tornata a fare capolino in un documento ufficiale: è riapparsa non a caso nel Memorandum Italia-Libia, l’accordo che prevede il finanziamento dei centri di detenzione e della cosiddetta guardia costiera libica. Nello stesso documento, i centri di detenzione dove sono stati documentati torture, estorsioni e trattamenti inumani sono stati definiti “centri di accoglienza”.
Dal 2017 il tema dell’immigrazione, e in particolare il soccorso in mare, ha ripreso a essere un terreno di scontro politico e, di nuovo, l’indicatore del degrado è stato misurabile nei termini usati: “taxi del mare”, “vice-scafisti”, “pacchia”, “estremismo umanitario”, “mar west”. Ognuno di questi sostantivi è servito ad allontanare il senso di appartenenza a uno stesso genere umano, ogni volta si è fatto un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci. E alla fine perfino un termine neutro come migrante è diventato denigratorio e disumanizzante.
«Non sono naufraghi, sono migranti», dice Giorgia Meloni. E ci si chiede allora quand’è che si è smesso di riconoscere ai “migranti” i diritti fondamentali che invece sono garantiti a coloro che possono beneficiare della definizione di “persone”.
(Essenziale, 10 novembre 2022)