da il manifesto

Kosovo, Afganistan e, ormai ineluttabile, l’Iraq. Sono i ciclici scenari che collegano, accanto alle crisi tragicamente ignorate, il trascorso secolo breve a quello che viviamo oggi. Un’oltranza epocale che si caratterizza per le disuguaglianze crescenti sulla faccia del pianeta, ma anche per la centralità della guerra, confermata prosecuzione dell’assenza di politica con altri mezzi, e per la riduzione del diritto internazionale a semplice diritto del più forte. Brutale paradosso di questa operazione, la progressiva militarizzazione dell’azione umanitaria (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea hanno modificato la loro dottrina militare incorporando gli aiuti umanitari alle missione degli eserciti), ovvero le ragioni umanitarie delle armi e la giustificazione umanitaristica delle guerre, che mira a trasformarne la natura agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali. E poi la battaglia delle relazioni pubbliche, sofisticato fronte della cittadinanza per chi non va al fronte.

E se (con le parole di Eduardo Galeano) l’aggettivo umanitario conferma, oggi come non mai, la cattiva opinione che la maggior parte degli abitanti del pianeta ha sul genere umano, la transizione dalla guerra umanitaria del Kosovo a quella preventiva dell’Iraq, passando per l’azione afghana segnata dalla strategia delle “bombe e pane” di blairiana memoria, segnala, oltre ogni possibile interpretazione, l’inarrestabile deriva di quello che una volta veniva chiamato il diritto umanitario.

I capisaldi di questa dottrina, evocata da molti ma studiata e applicata con coerenza da pochi, risiedono su alcuni chiari principi: l’indipendenza dell’aiuto da ogni condizionamento di ordine politico e quindi militare, l’imparzialità nel diritto di accesso alle vittime, tutte le vittime. La guerra umanitaria del Kosovo ma, ancor più la rappresaglia afghana, hanno stravolto in profondità questi principi. L’aiuto umanitario fa ormai parte integrante del dispositivo bellico: lo dichiarò a chiare lettere Tony Blair, campione della coalizione militare-umanitaria che si accingeva a bombardare l’Afghanistan dopo l’11 settembre, quando affermò che i tre tasselli (militare, diplomatico e umanitario) erano andati a posto e che si poteva bombardare.

Nel caso dell’Iraq, la strutturazione di questa indigeribile propoganda ha dato origine, nelle ultime ore di vigilia bellica, all’Ufficio per la Ricostruzione e gli Aiuti Umanitari da parte del Pentagono: avrà il compito di determinare il quadro di lavoro delle organizzazioni umanitarie e indicare le aree di intervento. In altre parole, qualsiasi presenza, trasferimento o progetto dovrà ottenere l’approvazione di questo organismo e la benedizione dell’esercito americano. Il compimento di una mutazione genetica.

Per le organizzazioni umanitarie, qualunque sia la loro storia e la loro specificità operativa, si impone un enorme problema di coerenza. Invero, la necessità di rimettere in causa (o di re-inventarsi?) la raison d’etre della propria esistenza, intrappolata in un rischio di legittimazione usurpato a oltranza.

Certamente, nessuno ha il monopolio degli aiuti. Ma l’indipendenza dell’azione umanitaria deve essere senza se e senza ma. Altrimenti, l’azione, umanitaria non è. Non è pensabile arruolarsi a diventare il braccio di servizio, o meglio l’alibi, di organizzazioni politiche e militari implicate direttamente o indirettamente nel conflitto. Non è possibile assoggettarsi a un programma nascosto che ha valenze puramente geo-strategiche. Ne va anche della percezione che le vittime hanno di noi, e quindi del nostro rapporto con i beneficiari.

Per questo motivo una delle sfide che sempre più criticamente si pone di fronte agli operatori umanitari è quella dell’indipendenza economica. Nel nodo gordiano della strategia di reperimento dei fondi, infatti, si sostanzia anche la cifra della nostra indipendenza politica. E’ legittimo – in un’ottica di diritto umanitario – prendere fondi da un governo che decide di aderire all’azione militare, e che si pone quindi come parte belligerante? A quale credibilità si affida chi adotta una politica di fondi pubblici – quindi, in qualche modo, dovuti alle organizzazioni umanitarie? – quando l’amministrazione che eroga i fondi sottoscrive una guerra al di fuori di ogni legale riferimento del diritto internazionale? Non è più sufficiente dichiarare, come si usava fare sino a tempi recenti, che non è importante l’origine dei fondi quanto ciò che se ne fa. Così si contribuisce a chiudere il circolo vizioso di subalternità dell’umanitario alle logiche militari: esattamente ciò cui aspirano i corifei della nuova dottrina.

* Direttore generale Medici Senza Frontiere
** Presidente Terres Des Hommes

La lettera dice che “la guerra teme la poesia”, ma è forse più vero che la poesia teme la guerra. Anche noi temiamo la guerra. Però la poesia ha un’autentica forza simbolica.
(La redazione del sito)

da il manifesto – rubrica posta & proposta

Alla Casa bianca poche settimane fa è stato annullato un invito a molti poeti americani per paura che si
esprimessero contro la guerra. Un tempo la poesia è stata profezia e preveggenza, oggi conserva la capacità di restituire alle parole il loro significato più profondo e autentico. Ieri come oggi i poeti vengono banditi dalle città e dalle case perché smascherano l’ipocrisia dei politici e dei mercanti di morte. Si cerca di far accettare l’inaccettabile, usurpando e rovesciando il senso delle parole, così le guerre diventano giuste, umanitarie e sante e quindi inevitabili e perché no? desiderabili… Da quando le bombe sono diventate intelligenti c’è di che preoccuparsi di come viene utilizzata la parola e l’intelligenza. Per arrivare al ripugnante «effetto collaterale» con cui viene definita la morte di civili innocenti. La guerra e i suoi rappresentanti temono le parole perché prima o poi torneranno a riprendersi il loro vero significato. Chiediamo a chi si esprime con la scrittura e la parola di inviare il proprio testo (roberto.pasquali@iperbole.bologna.it) e di aderire a una giornata della poesia (sabato 29 marzo) in cui la parola pace possa raggiungere anche gli uditi meno sensibili come quelli dei potenti che solo con la forza
tentano di dominare il mondo.
Roberto Pasquali, Bologna

Anche negli anni ‘70 non mi sentivo fisicamente insicura. Camminavo a notte fonda nelle vie di Milano, dopo quelle riunioni di donne, lunghe lunghe, e tornavo a casa piena di pensieri e di emozioni. Radiante. Non ci pensavo quasi mai, ma avevo la sensazione che fossimo padrone delle strade, che niente ci avrebbe colpito. Prendendo la parola con le altre donne, mi stavo riappropriando di uno spazio interno e credo fosse questo che mi/ci faceva sentire inviolabili (ricordo di altre che dicevano la stessa cosa). Solo noi potevamo dare accesso ai nostri corpi, come alle nostre menti e cuori (quanto si parlava di sessualità e di penetrazione!).

Intendiamoci: so bene che cosa vuol dire sentire il proprio corpo troppo visibile, come se il solo fatto di portarlo in giro in luoghi pubblici, lo rendesse aggredibile, violabile. Ma prendere la parola mi andava trasformando anche nel rapporto con lo spazio pubblico (la faccio facile, ma non è facile e non è mai finita, anche se l’invecchiamento, insieme al resto, cambia le cose).

Poi accadeva qualcosa, la violenza, e ne restavo sorpresa e intristita, ma non messa in discussione nelle mie convinzioni più profonde. Così mi lasciavano estranea le manifestazioni come Riprendiamoci la notte: capivo il valore politico, ma mi rimettevano in una fragilità e insicurezza che non provavo. Forse, sotto sotto, proprio per questo motivo mi infastidivano.

 

Anche adesso si parla molto di violenza e torno a leggere di corpi femminili fragili ed esposti, da proteggere, da fortificare, da rassicurare. Anche con le migliori intenzioni. Sono stanca di questi discorsi. Non ci credo, anzi ci credo ancor meno di trent’anni fa.

 

Non voglio più parlare del come e del quanto vengono esposti i corpi femminili, perlomeno non voglio parlarne in relazione al tema della violenza maschile.

 

In questa storia ci sono degli esseri umani normali, con tutte le loro varietà, e sono le donne. Non particolarmente fragili, anzi perlopiù assai resistenti, insomma normali.

E poi degli esseri umani, gli uomini, che hanno un problema: un potenziale di violenza.

Non siamo noi donne il problema, smettetela di parlare di noi.

 

Vorrei invece che il problema fosse nominato per quello che è.

E quindi vorrei non leggere mai più un titolo di giornale che dice “un’altra donna stuprata” o picchiata, ma “un altro uomo ha perso il controllo” l’ennesimo maschio ha aggredito.

 

Vorrei che gli uomini, tutti gli uomini, giornalisti, intellettuali e politici compresi, incominciassero a pensarsi davvero come portatori sani di qualcosa che può diventare molto pericoloso e con cui solo loro possono fare i conti.

Qualcosa su cui, quando vogliono far bene, cercano di esercitare censura, che evitano di far emergere e guardare in faccia. E quindi evitano perfino di nominare, preferendo indirizzare le loro emozioni sulla pietas per i poveri corpi femminili. Qualcosa di così evidente e macroscopico che scompare, che non può essere visto se non c’è la precisa volontà di nominarlo.

Per questo vorrei che tutti quegli uomini facessero a gara per diventare testimonial di messaggi corretti e consapevoli nei confronti dei giovani maschi.

Vorrei che organizzassero tavole rotonde e dibattiti in cui discutono e si accapigliano sul loro rapporto con l’aggressività e il potere.

Che sentissero (intellettualmente, emotivamente, politicamente) il gravissimo rischio che rappresenta per tutti loro e per le giovani generazioni di maschi, la loro incontrollabile tendenza a ricostruire e ricompattare, a ogni livello, la coorte maschile. E che manifestassero, proprio per questo motivo e non perché politicamente corretto in una logica paritaria da maschio democratico, l’urgenza di presenze femminili.

Quanto a me, da un uomo non voglio essere né aggredita né protetta (e le ronde non possono in ogni caso funzionare proprio perché non viene nominata e riconosciuta la natura della violenza).

Vorrei che entrasse in relazione con me, da uomo che sa di esserlo.

 

da l’Unità

intervista a Naomi Klein

Naomi Klein ha preso sul serio la missione che le è precipitata addosso allorché il suo No Logo si trasformò, un paio d’anni fa, da provocatoria indagine sugli scheletri nell’armadio delle corporation, in manifesto comportamentale del movimento anti-globalizzazione. Da allora Klein gira il mondo, partecipa ai principali appuntamenti della rete internazionale dell’antagonismo, sintetizza col suo stile che mescola passione e documentazione gli andamenti di quella che a tutti gli effetti è diventata “la” questione planetaria. Oggi esce in Italia da Baldini&Castoldi Recinti e Finestre. Dispacci sulle prime linee dei dibattito sulla globalizzazione (pagine 258, f 15,80), una raccolta di articoli e interventi che testimonia questo suo biennio di forsennato attivismo. Abbiamo raggiunto telefonicamente la Klein per commentare insieme la parabola che l’ha collocata sotto i riflettori dell’attenzione pubblica mondiale e questa sua capacità comunicativa, che descrive efficacemente la modernità come un alternarsi di recinti, ovvero di barriere insuperabili che dividono e difendono (ad esempio difendono i ricchi dalla minaccia, dalla presenza, perfino dalla visione dei poveri) e di finestre, le aperture in certi casi soltanto le fessure, attraverso le quali può ancora transitare un qualche flusso d’opportunità.

Dove si trova in questo momento?

Sono in Argentina. Ci sono tornata dopo la prima visita di un anno fa, in coincidenza dell’esplodere della crisi economica e dei disordini popolari. Sono tornata per realizzare un documentario sulle elezioni politiche e sugli scenari sociali che da esse dipendono. Ma niente pare più sicuro da queste parti. Compresa la data delle elezioni, che continua a cambiare. Adesso si parla del 25 maggio. Aspetterò fino ad allora. Del resto c’è così tanto da vedere e analizzare. Fin dai tempi della rivolta del 2002 ho pensato che un gran numero delle questioni sollevate dal movimento no-global qui in Argentina assumessero un’accelerazione, si estremizzassero fino a diventare autentici stereotipi, perfettamente descrittivi. Dei casi flagranti, di fronte ai quali non si può restare indifferenti. Qui il fallimento del nuovo liberismo economico viaggia a doppia velocità, così come il disastro dell’organizzazione sociale che su di esso si è tentato di basare. Un paese in via di sviluppo stava raggiungendo il sogno dell’avvento di una grande middle class. Poi è arrivato questo terremoto e tutto è tornato a squilibrarsi, con oscillazioni minacciose come solo un’economia neoliberista può provocare. Ed eccoci a fronteggiare l’eventualità di una brasilificazione dell’Argentina, sul limitare del caos. E tutto è successo in modo drammatico e velocissimo. Le risposte però sono state estremamente creative. Buenos Aires oggi è un vero laboratorio. Si stanno cercando le strade per una possibile nuova democrazia. La metropoli si sta reinventando. E’ al tempo stesso instabile, pericolosa, vivacissima.

Su cosa da centrando la sua attenzione?

Su questo vedermi circondata da esperimenti interessantissimi anche se frammentari. L’impressione generale è quella di un azzeramento, dopo il quale si comincia a ricostruire, senza però che la comunità abbia ancora raggiunto un vero accordo sulle strade da seguire. Non c’è una visione unificata di cosa dovrebbe diventare il paese. Ci sono grandi spaccature e tutto è all’insegna della spontaneità. Il sistema privato è crollato e farlo ripartire si sta rivelando tutt’altro che facile. Ad esempio è straordinario il fenomeno che sta prendendo corpo sempre più massicciamente nelle fabbriche, le stesse che mesi fa, al culmine della crisi hanno cominciato a chiudere per le motivazioni più diverse. Gli operai – prima in due o tre fabbriche, ora in dozzine e dozzine – hanno cominciato a rifiutarsi di lasciare il posto di lavoro. Si sono barricati dentro gli stabilimenti e alla bella e meglio hanno continuato la produzione. Una specie di sciopero all’incontrario. Non accettavano di rinunciare. E queste aziende, in qualche modo, non sono morte. Così tutto attorno a loro è nata una catena di solidarietà che ha permesso che gli esperimenti reggessero. Sono spuntate cucine da campo, infermerie, punto di incontro con le famiglie. Se ci pensi è pazzesco, nel 2003. Com’è pazzesco che in un paese tra i principali produttori ed esportatori mondiali di cibo, in questo momento si muoia di fame. Ogni giorno in Argentina 27 bambini muoiono di fame. Esattamente nel paese che continua a produrre le bistecche più famose del mondo. Sulla faccenda qui sono perfino capaci di scherzare, dicendo che negli anni Settanta la politica era qualcosa che veniva dal cervello e scendeva giù negli altri organi del corpo, per governarli e condizionarli. Oggi sono gli organi a comandare, a cominciare dallo stomaco. E le sue direttive salgono su fino al cervello. C’è poco da star tranquilli a fare politica su uno sfondo di questo genere.

Del resto in “No Logo” e ora in “Recinti e Finestre” utilizza 8 cibo come snodo principale del dibattito – ma anche dello scontro…

La base di tutto. Triste a dirsi. Quando sei povero ogni bisogno è fatto di dolore. I movimenti sociali oggi partono esattamente di qui. Ci si comincia a organizzare partendo dal cibo, magari da una cucina collettiva. Avere il pane. La teoria, al confronto, diventa trasparente, invisibile, a tratti del tutto inutile. E qui in Argentina la questione è all’ordine del giorno. Si muore di fame e i camion che trasportano cibo vengono assaltati. E’ una crisi spirituale profonda, una di quelle nelle quali spesso hanno affondato le mani varie forme di fondamentalismo.

Quali echi arrivano a Buenos Aires dei venti di guerra che scuotono il mondo e come li mette in relazione col movimento no-global di cui è stata tra le promotrici in un momento in cui il pacifismo ancora non aveva assunto la centralità che ha oggi?

A metà febbraio, quando il mondo ha protestato contro la guerra, io sono andata alla manifestazione qui a Baires. C’erano 20mila persone, non poche se pensi alla crisi interna che questo posto sta passando. Ma se penso alla questione in termini più ampi, dirò che oggi movimento pacifista e movimento no-global potrebbero rappresentare una possibile dicotomia. Può essere pericoloso che i due movimenti si confondano l’uno nell’altro. La guerra al terrore è anche una guerra contro la possibilità di alcuni popoli di difendere i propri diritti. Intendo che quella definizione può essere anche utilizzata per impedire alla gente di difendersi. E credo che si debba combattere la guerra ma che si debba anche difendere il diritto di combattere per i propri diritti. Un tempo bastava dire: No War. Oggi il discorso mi sembra più complesso. Il 12 settembre 2001 ho capito che si stava aprendo una strada nuova, difficile, dove l’unico dato positivo era che sicuramente avremmo cominciato a conoscerci meglio sul piano globale.

In pratica esprime uno scetticismo assoluto sull’utilizzo stesso che oggi si fa della parola “guerra”.

Io credo che “guerra al terrorismo” oggi sia un marchio di mercato. La sua edificazione, la progressiva propagazione, il flusso di informazioni, il crescendo delle posizioni del potere, sono gli stessi del procedimento di commercializzazione di un prodotto. L’unica differenza è che in questo caso invece di vendere una merce sì vende un’idea. Dai tempi di No Logo ragiono su questi aspetti del contemporaneo. E ora parlo proprio di questo dichiarare genericamente “guerra al terrorismo” senza mai precisare fino in fondo le ragioni della guerra, il campo di battaglia, il tempo e l’identità circoscritta del nemico. Così si genera un’idea fluttuante di “guerra”, che può essere modificata in corsa, così come può essere modificata la strategia di vendita di un prodotto. Ad esempio negli ultimi mesi si è esteso il concetto generico di “guerra al terrorismo” trasformandolo in “guerra all’Irak”, un concetto differente da quello originale. In sostanza “guerra al terrorismo” è un marchio che d’ora in avanti potrà essere utilizzato per scenari diversi, di volta in volta aggiungendo nuovi slogan o aggiornando i vecchi. Difficile non credere che alla base dell’intera operazione, non ci sia una precisa consapevolezza. Si è varato in laboratorio un sofisticato concetto di diffusione di un prodotto, seguendo le regole del mercato. Il prodotto si chiama “guerra al terrorismo” e il suo posto è esattamente al centro di tutti gli scaffali mediatici…

In pratica si è messa in circolo un’idea-base di “guerra” e di volta in volta si aggiungono gli accessori destinati a influenzare la mentalità del pubblico e ad aggiornarla..

Sì, tenendo presente come cambiano le opinioni e quali sono gli andamenti della qualità della vita. Proprio secondo quel concetto di “elasticità” da cui parte la buona vendita di un prodotto sul lungo termine.

Un tema di grande rilievo nei nuovo libro è l’ossessione per la sicurezza.

Credo sia un’altra nicchia di nuovo mercato destinato a straordinaria espansione nell’immediato futuro. Qui in Argentina sotto la dittatura si aveva paura di tutto, a cominciare dai vicini, che con una spiata potevano mettere a rischio la tua stessa vita. Quando si è tornati alla democrazia la gente ha cominciato a uscire di casa e a scoprire il piacere di comunicare. Si è compreso che conoscersi è il miglior sistema di sicurezza che esista. Proteggersi a vicenda. Oggi l’isteria è tornata alle stelle. Con l’instabilità son tornati i vecchi terrori. I rapimenti sono all’ordine del giorno. I politici fanno campagna elettorale sulla sicurezza. La paura c’è, si sente.

Un’ultima risposta da quell’osservatorio privilegiato: intravede un futuro sociale improntato a una politica tradizionale, partitica, con un nucleo statale e sbocchi internazionali?

Credo che i partiti possano sopravvivere solo in forma di reti, concreta espressione di un fortissimo senso d’interconnessione. Terminali di una democrazia partecipativa accentuata. Ma ciò che più m’interessa sono le politiche locali. Dare a tutti il modo di osservare i risultati diretti della democrazia. Può essere un’esperienza esaltante e il suo vero nome è “coinvolgimento”. Città come realtà visibili. Lula in Brasile sembrava andare su questa strada, ma appena arrivato in vetta il suo desiderio di democrazia partecipativa mi sembra si stia già annacquando. Sono le malattie del potere.

da il manifesto

Cosmologia del presente Lo sguardo e la prospettiva dello studioso francese erano orientate dal senso della differenza. Cioè da quella grammatica spontanea dell’inchiesta che torna utile per indagare la condizione postcoloniale.

[…]

È quindi in questa via di mezzo, che si colloca un testo come La società contro lo Stato. A rileggerlo oggi appare un libro insospettabilmente «solido», pieno di intuizioni straordinarie e con una progressione narrativa e una costruzione logica impressionanti, sulla scia della migliore tradizione etnologica francese e mondiale, dal «Saggio sul dono» di Mauss in poi. Al centro c’è la questione, ovviamente dirimente nell’antropologia politica, del potere, sintetizzata in una domanda semplice, diretta: si può affermare che esistano società senza potere politico, non «strutturate» cioè sulla logica weberiana dell’autorità, sul nesso coercitivo comando-obbedienza? E quindi, a ruota, devono considerarsi tali società come non politiche, o meglio come prepolitiche, in base a inesorabili leggi di necessità della Storia?
Clastres lavora sul suo terreno, la «periferia» al cuore dell’America latina, quella foresta amazzonica lontana dalle grandi civiltà andine: i Guayakì, i Guaranì, gli Jivaro, popolazioni sterminate nel corso del più grande genocidio della storia (di cui, in un capitolo sulla «demografia amerindiana», condividendo l’ipotesi di Chaunu delinea en passant proporzioni ancora più consistenti: «gli scontri microbici del XVI secolo annientarono, nell’insieme, un quarto dell’umanità»). Ne analizza rigorosamente l’organizzazione sociale e la divisione dei sessi, le cosmologie, i rituali, la particolare economia (e pure le politiche di genere, il senso del tempo, la nostalgia, l’umorismo). E porta alla luce la straordinaria figura, comune a quasi tutte quelle popolazioni, del «capo impotente», riflesso di un potere molto durkheimiano (ecco l’ambivalenza) che è tale solo perché «sociale»: il capo, cioè – le cui parole non sono ordini ma simboli, la cui autorità non si fonda neppure sull’ascolto ma sul «prestigio», sulla «parola», e sul dovere del «dono» – rappresenta la scelta agita, tutt’altro che inconsapevole, di annullare ab origine ogni gerarchia e ogni coercizione, ogni tensione verso l’«Uno». Se «il potere è esattamente quello che le società hanno voluto che fosse», le popolazioni della foresta ci restituiscono una figura politicamente «potente» proprio perché la dipendenza dal gruppo la rende nei fatti impotente. Tesi di fondo di La società contro lo Stato è allora che non sia possibile dividere la società in due gruppi, con potere e senza potere: «riteniamo al contrario che il potere sia universale, immanente al fatto sociale (sia questo determinato dalegami di sangue o dalle classi sociali), ma che si realizzi in due modi particolari: potere coercitivo e potere non coercitivo». Enunciato che innesca una sequenza di domande enormi (cos’è il potere politico? come e perché emerge la coercizione, e quindi, «cos’è la storia?»), tutte però giocate su una condizione preliminare e assoluta: «che si rinunci asceticamente (…) alla concezione esotica del mondo arcaico che, in ultima analisi, determina il discorso che si pretende scientifico su questo mondo». È a partire dalla negazione perentoria di ogni tentazione esotica e «primitivista» che Clastres, allineandosi a molte altre voci contemporanee, assume come bersaglio la generale disposizione dell’etnologia a fare di un presunto «naturale» etnocentrismo – il fatto di guardare il mondo a partire dai propri occhi – la base inavvertita e ideologica del proprio discorso scientifico.
Ed è su questa premessa che Clastres demolisce lo sfondo evoluzionista e la pretesa di scientificità del discorso etno-antropologico, cogliendone i sintomi in una serie di passaggi logici e indiziari: l’assenza di scrittura, e quindi di storia, l’assenza di un mercato, e quindi di un’economia che non sia di sussistenza. Il primo caso, infatti, è un dato fattuale, incontrovertibile: la scrittura c’è o non c’è. Poi però c’è il giudizio, che è sempre di valore, in base a cui assenza di scrittura diventa assenza di storia. Clastres blocca sul nascere questa progressione ideologica in uno splendido capitolo sui segni e la «memoria»: segni sul corpo (la «marchiatura» di cui parlano Deleuze e Guattari in Anti-Edipo), che ricordano in modo indelebile ai giovani Guayakì appena iniziati il loro essere uguali, uomini fra gli uomini, «finiti» come tutti, e che non sono scrittura, non si separano dai corpi per diventare «Legge», ma sono memoria vissuta, marchi, appunto storie.
Il secondo «sintomo» è invece tutto in una parola: sussistenza. La condanna a una precarietà cronica, l’incapacità di staccarsi dall’urgenza dei bisogni materiali e da una stagnante scarsità. Tutta l’epoca coloniale è stata dominata dall’assioma che l’«arretratezza» tecnica abbia impedito alle culture colonizzate di produrre quel surplus che è motore del progresso sotto il segno del capitale (ecco la macchina mitologica dello «sviluppo»). Clastres in questo caso si muove su linee già tracciate, per esempio, da Marhall Sahlins, portando alla luce «società dell’abbondanza» che non accumulano e piuttosto sprecano (e qui, dietro l’angolo, c’è l’idea bataillana di depense). Ma fa di più: non si limita a decostruire l’ideologia dell’economia di sussistenza. Con un twist «hegeliano» rovescia l’ordine del discorso: ok, ammettiamo che di economia di sussistenza – e cioè di un’economia che garantisce piena sussistenza – si tratti. E allora? Gli agricoltori Guaranì lavorano due mesi ogni quattro anni; nelle asce metalliche che il contatto con i coloni gli ha messo in mano, non vedono mezzi per produrre di più, ma per «lavorare di meno»: la produzione senza l’incubo dell’accumulazione, il tempo libero, l’ozio, come scelta contro il «lavoro alienato».
Queste società che i primi colonizzatori definivano «senza re, senza leggi, senza dignità», sono allora incomplete nella misura in cui si concepisce il mercato, l’accumulazione e lo stato come destino ultimo di ogni formazione sociale, orizzonte evolutivo della politica (un po’ come il corpo della scimmia che, secondo Hegel e Marx, si poteva comprendere solo a partire dalla costituzione dell’uomo). Il messaggio che le popolazioni della foresta ci consegnano è però opposto: l’esperienza di una sussistenza piena senza accumulare, senza cioè accasermare le «eccedenze», tanto di cibo che di potere. Questa la loro assenza di Stato.

[…]

Come collocare questa differenza, queste forme di vita, nello spazio e nel tempo che vengono problematicamente «dopo le colonie»?
Il loro violento ingresso in ciò che Benjamin definiva come il tempo «lineare e vuoto» della «modernità» è segnato dal lutto, certo; ma è anche sintomo di qualcosa che ancora insiste sul presente, e ne indica direzioni opposte (il loro essere società contro lo Stato) che contribuiscono a relativizzarne la portata (nella misura in cui la fanno apparire un’opzione, la più forte, tra le altre). È questa forse l’immagine più nitida del presente postcoloniale che si può ricavare fra le righe del testo di Clastres: un tempo in cui l’insieme dei passati che il progetto coloniale (e il moderno capitalismo) ha incontrato sulla sua strada riemerge confuso in una sorta di «esposizione universale», che, al contrario del Muséé de l’Homme, è però dentro la modernità, e potrà parlare una lingua davvero universale solo se saprà affermare la contemporanea presenza di queste differenze «contro», con un sentimento che Dipesh Chakrabarty definisce di «gratitudine anticoloniale».

Parte da New York un grido contro la guerra nei teatri di tutto il mondo
Aristofane oggi. Ideata da Katrhyn Blume e Sharron Bower, l’iniziativa ha coinvolto oltre cinquanta paesi

Tutto comincia in gennaio a New York, quando cioè la protesta contro la guerra preventiva in Iraq esplode con forza, sostenuta apertamente da intellettuali, artisti, attori, attrici, Sean Penn in testa che vola anche a Bagdad per vedere cosa accade realmente in quel paese. L’idea viene a Kathryn Blume e Sharron Bower, registe e attrici di teatro, che in quei giorni stavano lavorando a un’adattamento di Lisistrata, e la storia scritta da Aristofane secoli fa è diventata subito gesto contemporaneo nella volontà di quelle donne, guidate dalla bella ateniese, che stanche della guerra infinita tra Atene e Sparta organizzano lo «sciopero» del sesso. Nasce così The Lysistrata Project, pensato come un gesto di pace collettivo che coinvolga i palcoscenici di tutto il mondo. La filosofia delle due ideatrici è «pensare globale, agire localmente», che poi è anche un po’ il modello seguito per i Dialoghi della Vagina di Eva Esler – la quale ha dichiarato: «è fantastico sapere che un evento simile sia possibile, inviate il mio sostegno e sappiate che sono lì tra voi con tutta l’anima – visto che per protestare contro la politica di Bush, le due attrici cercano di coinvolgere sullo stesso testo il più grande numero artisti. E nello stesso momento, una data, il 3 marzo che vuole essere scaramantica e simbolica. «Prima di tutto questo ci sentivamo impotenti, non potevamo fare altro che guardare in tv l’orrore della politica di Bush, i suoi preparativi per l’attacco unilaterale all’Iraq. Abbiamo iniziato a spedire e-mail ai nostri amici, e abbiamo aperto un sito. La risposta è stata incredibile. Ci hanno scritto in migliaia dicendoci che vivevano il nostro stesso stato d’animo e che nei loro paesi discutevano ogni giorno sui pericoli di questa guerra». Un lavoro appassionato, frenetico e instancabile. Infatti all’appuntamento hanno aderito cinquantasei paesi sparsi nel mondo, dagli Stati uniti all’America Latina, e poi Giappone, Australia, Europa (in Italia l’evento è stata ospitato dal teatro Vascello di Roma, e dal Teatro Miela di Trieste), oltre novecento artisti e compagnie e circa mille teatri… E tutti presenti con forme e modi diversi, utilizzando anche spazi non teatrali, biblioteche, parchi, improvvisando o seguendo una regia più studiata. A Londra il Progetto Lisistrata ha «occupato» la piazza di fronte al Parlamento. Nel coro contro la guerra c’erano anche Vanessa Redgrave, Magie Steed, Alan Rickman, David Hare, e Toni Harrison che ha «regalato» al pubblico e alla pace la lettura in anteprima del suo adattamento di Lysistrata. A New York The Lysistrata Project è stato rappresentato all’Harvey Theater, nel ruolo di Lisistrata c’era Mercedes Ruehl, insieme a Fred Murray Abraham, Kevin Bacon, Peter Boyle, Kathleen Chalfont, Delphi Harrington, Kyra Sedgwick, Lori Singer con la regia di Ellen McLaughlin. Ha detto Julie Christie, che ha sostenuto l’iniziativa in California (regia di Michael Clark Haney, John Densore alle percussioni ): «la storia deve scrivere che milioni e milioni di persone erano contro questa guerra». All’iniziativa hanno aderito anche moltissime organizzazione per la pace, e i soldi raccolti nei diversi teatri erano destinati all’aiuto delle organizzazioni non governative che lavorano nei paesi massacrati dalle guerre.

E ora? Cosa accadrà del Progetto Lisistrata? Le curatrici continuano a lavorare (si parla di un prossimo appuntamento per il 3 maggio) e sperano che la macchina teatrale di protesta non si fermi finchè si parla di guerra. Dicono Blume e Bower: «noi amiamo il nostro paese e per questo pensiamo che la sua libertà e la sua ricchezza devono essere legate a un grosso senso di responsabilità. Questa guerra non è un’azione responsabile. Bush non vuole ammettere che una guerra renderà il nostro paese ancora più povero, ci allontentanerà da molti paesi alleati e soprattutto farà crescere un sentimento antiamericano in tutto il mondo. Deve essere chiaro che Bush non parla a nome degli americani. E tutti coloro che sono contro questa guerra devono dirlo, devono agire per la pace».

da il manifesto

Abbiamo visto sulle vostre pagine le splendide foto di bambine e ragazze afghane, ritratte dalla Benetton a pubblicizzare il nuovo corso della politica afghana rispetto alle donne. Le immagini hanno un forte impatto emotivo, l’accostamento burqua-volto scoperto e/o le didascalie non lasciano dubbi: oggi le ragazze sarebbero libere di trovare un lavoro, di andare a scuola, di rientrare dall’esilio. Noi e voi sappiamo che non è così. Certamente conoscete quanto noi gli ultimi rapporti di Human rights watch, che potete consultare comodamente sul loro sito www.hrw.org, o persino tradotti in parte in italiano sui nostri siti (www.wforw.it ; www.ecn.org/reds/donne/donne.html), visto che la stampa si guarda bene dal pubblicarli. Potete rivolgervi ad Amnesty international, o anche ai vostri stessi corrispondenti che sono certamente ben informati. Perché allora ospitare sulle vostre pagine una campagna pubblicitaria che nega e nasconde quello che è oggi più che mai necessario denunciare con forza? La «liberazione» delle donne è stato uno dei principali falsi obiettivi dei bombardamenti americani in Afghanistan. Le donne afghane, attraverso le loro organizzazioni quali tra le altre Rawa ed Hawca, si sono opposte strenuamente a questo massacro e sono state ignorate. Hanno denunciato senza ambiguità che i nuovi padroni dell’Afghanistan, i signori della guerra insediati dal governo americano e mai liberamente eletti dalla popolazione, sono dei criminali. Essi hanno provocato centinaia di migliaia di morti negli ultimi trenta anni, hanno devastato, torturato e calpestato i diritti e la dignità umana delle donne quando erano al governo prima dei talebani. Contro di loro Rawa chiede da anni un processo internazionale per crimini contro l’umanità e l’accurata documentazione per realizzarlo è già pronta e disponibile da anni. Peccato che non si trovi né un giornale né una forza politica, neppure qui in Italia, disposto a sporcarsi le mani con questa storia poco edificante. In tutte le province dell’Afghanistan le scuole riaperte a beneficio dei riflettori occidentali vengono assalite da bande di fondamentalisti e non sono poche quelle che sono state costrette a chiudere di nuovo.

Dobbiamo ricordarvelo noi che la sharia è in vigore ovunque, le carceri sono piene di donne che fuggono alla violenza domestica, i suicidi per sfuggire ai matrimoni forzati non diminuiscono, in molte regioni è nuovamente proibito alle donne circolare senza un parente stretto maschio? Le donne vengono arrestate e sottoposte a visite ginecologiche forzate, non riescono a raggiungere scuole, posti di lavoro, università a causa delle restrizioni rigidissime sulla libertà di movimento. Forse non è evidente a chi gira solo per Kabul, ma chi mette un piede fuori dalla capitale entra in un territorio fuori da ogni controllo. Sta per arrivare l’8 marzo e qui in Italia ci saranno compagne di Rawa. Per favore, evitate di pubblicare, magari accanto a un articolo corretto e ben informato come certo siete in grado di fare, qualche bella foto pubblicitaria capace di spazzare via, con un’occhiata, fiumi di inchiostro.
Coordinamento italiano a sostegno di Rawa

Alberto Leiss

Questi appunti – volutamente in forma di abbozzo – sono stati letti per aprire una discussione svoltasi presso la Libreria delle donne di Milano e voluta dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra, in vista di un secondo convegno per sviluppare l’analisi sulla crisi capitalistica avviata con l’incontro pubblico “Idoli infranti”, tenuto a Milano nel giugno 2002.
Siamo partiti da una constatazione, mutuata da un efficace copertina dell’Economist:
“Idoli infranti”.
La caduta dei grandi manager del capitalismo americano delle public company, travolti dagli scandali finanziari e dallo sgonfiamento della “bolla” speculativa legata alla new economy, insieme alla recessione economica e industriale (in Italia il caso Fiat e altri) hanno reso attuali alcune domande:
ha ancora senso parlare di capitalismo e di una sua “crisi”? in che cosa consiste questa crisi? esiste una contraddizione di classe che la sinistra politica occidentale ha da troppo tempo rimosso? come si configura oggi questa contraddizione? ha fondamento l’idea che una politica in crisi di senso – e specialmente la politica della sinistra – riacquisti motivazione e forza simbolica ripartendo dal lavoro? che cos’è il lavoro oggi?
Rispondo a queste domande con alcune tesi.
Sì, il nome capitalismo ha ancora forza descrittiva di un modo di produzione e di vita che è in grande misura determinato dalla mediazione materiale e simbolica di cui è capace il denaro.
Inoltre il nome dice che tra capitale e lavoro il rapporto sociale dominante è quello determinato dal capitale. Le parole comunismo e socialismo, che evocavano rapporti sociali determinati dal lavoro, sono, a dir poco, in sofferenza.
Le statue dei grandi manager, virtualmente in pezzi, come materialmente sono state abbattute quelle di Marx e di Lenin nei paesi ex socialisti, parlano di una crisi, ma fino a che punto grave? E di quale segno?
La profondità della crisi sembra essere disegnata dalla gravità della risposta che viene dal centro dell’Impero: la guerra. Le violenze ostili di Bin Laden e di Saddam, per quanto grandi, non giustificano questa risposta. Fondamentalismi e nazionalismi esprimono reazioni – regressive – al dominio del modello capitalistico occidentale, ma qualcosa di più grave sta accadendo al centro del sistema. Non solo una battuta d’arresto di ordine materiale, economico e tecnologico. Ma una crisi di ordine simbolico, determinata dall’intreccio di alcuni fattori: la rivoluzione femminile che ha tolto credito al patriarcato, la rivoluzione scientifica, che tocca la radice genetica della vita, e la rivoluzione dell’informazione che pervade la produzione e l’immaginario collettivo, in una dimensione che diventa globale proprio a causa della vittoria mondiale del sistema capitalistico occidentale. La guerra – che non a caso è contrastata da opinioni pubbliche vaste – è anche la riaffermazione brutale di valori tradizionali in crisi, oltre che lo strumento per tutelare il potere e l’agio dei più ricchi.
Dunque non siamo di fronte (solo) alla crisi di un “ciclo” capitalistico, o di una fase di innovazione tecnologica, o anche di un intero sistema sociale, ma all’affacciarsi di un cambio di civiltà, paragonabile a quello avvenuto, in Occidente, con la fine delle società schiaviste e l’apparire del pensiero che più compiutamente interpretò questo cambio: il cristianesimo (gli ultimi saranno i primi).
Ciò non vuol dire che non stia riemergendo la consapevolezza della contraddizione tra capitale e lavoro. Ma la dinamica di questo conflitto non è sufficiente a descrivere la radicalità più generale del conflitto che si è aperto, frutto di cambiamenti avvenuti lungo la seconda metà del ‘900. La divisione tra proprietari e proletari, per quanto persista ancora, e anzi si estenda a livello globale, non rende conto del fatto che la contraddizione tra capitale e lavoro opera ormai all’interno stesso delle “classi”e degli individui: i lavoratori – nei paesi ricchi – sono in genere anche piccoli proprietari di beni mobiliari e immobiliari. Le politiche di tutela della sinistra e del sindacato – per non dire delle esperienze del “socialismo reale”- non hanno saputo leggere la tensione creativa, “imprenditoriale” in senso shumpeteriano, che c’è in ogni attività di lavoro: questo è accaduto solo per un attimo, storicamente parlando, con l’autonomia di classe basata sul “saper fare” dell’operaio specializzato. In altre parole il motore del movimento pratico e simbolico, identitario, della politica non può più esaurirsi nella dialettica del riconoscimento servo-padrone.

da il manifesto

Trenta anni dopo Muhammad Alì e i pugni chiusi di Città del Messico, una sconosciuta cestista americana volta le spalle alla bandiera a stelle e strisce perché contraria alla guerra in Iraq. I militari e i tifosi la prendono di mira, la sua università la difende a spada tratta

Il primo a dire no, quaggiù, fu il grande Muhammad Alì. Che al momento di giurare nell’ufficio reclute di Houston, primavera del 67, rimase fermo al suo posto e anzichè fare un passo avanti recitò una poesia: «Chiedetemelo pure insistentemente/ sulla guerra in Vietnam io canto questa canzone/ Non ho proprio nulla contro i vietcong». Fu condannato per renitenza alla leva, finì in carcere e perse la corona dei massimi. La sentenza fu poi annullata dalla Corte Suprema, ma due anni e mezzo di carriera andarono in fumo. Un anno più tardi, toccò a Tommie Smith e John Carlos, i pugni chiusi delle Black Panthers, ai giochi di Città del Messico, ottobre68: la guerra non c’entrava, c’entravano le discriminazioni razziali, il Klan, i ghetti in fiamme. Sul podio, al momento dell’inno americano, i due velocisti si presentarono senza scarpe, con guanti e calzini neri: sulle note di The Star-Spangled Banner, alzarono il pugno e abbassarono la testa. Furono espulsi dalla squadra, cacciati e banditi per sempre. Nel `91 fu la volta di un cestista italiano, Marco Lokar, che si rifiutò di cucire sulla maglia dell’università di Seton Hall la bandiera a stelle e strisce in supporto ai militari americani impegnati nella guerra del Golfo. Fu fischiato da tutto il Madison Square Garden, minacciato di morte e costretto a tornare a casa. 7 anni fa, infine, ci provò il piccolo Mahmoud Abdul-Rauf, guardia «convertita» dei Denver Nuggets. Sulle note dell’inno nazionale, pensò bene di restar seduto in panchina perché per lui l’Islam era «l’unica via» e quella canzoncina nazionalista cantata da tifosi e colleghi proprio non gli garbava. Fu sospeso a tempo indeterminato. Poi si ravvide e tornò in piedi. A giocare. Cominciò Alì, finì Abdul-Rauf. Tutta gente più o meno famosa. Tutta gente che utilizzò i riflettori della ribalta sportiva per gettare un po’ di luce su quello che non andava fuori dal campo.

7 anni dopo, ecco Toni Smith. Una ragazzina newyorchese dell’Upper West Side, 21 anni, laureanda in sociologia al Manhattanville College, sobborghi nord della «grande mela». Guardia ma all’occorrenza anche ala della locale squadra universitaria, le Valiants, III divisione del campionato Ncaa. Una formidabile catturatrice di rimbalzi (8,2 di media a partita quest’anno), anche se il suo futuro è altrove, lontano dai canestri. Tre mesi fa, all’inizio della stagione, comunica all’allenatore Shawn Lincoln la sua personale e silenziosa «diserzione»: «Quest’anno, quando suonano l’inno, io volto le spalle alla bandiera americana. Perché il nostro sistema se ne frega delle ingiustizie e dei poveri. L’assurda guerra che stiamo per cominciare, lo dimostra». A Manhattanville non fanno una piega. Il First Amendment (la libertà di opinione) garantisce per lei. Di più, il preside della scuola, Richard A. Berman, rilascia una dichiarazione scritta: «Da noi, l’obiettivo è educare e crescere sul piano etico e sociale dei leader responsabili per la comunità globale. Ogni opinione è degna di rispetto e dignità. Non importa se siamo o meno d’accordo con la signorina Smith, quel che conta è il suo diritto di espressione. Noi siamo con lei». Non se li fila nessuno, perché è un piccolo college di «belle arti» (1400 anime) che non fa notizia, nè a livello accademico né a livello sportivo. Nella squadra, qualcuna storce il naso, ma l’allenatore avverte: «Tutte unite, ciascuna con le proprie idee. Giocate a basket, please…»

All’inizio di febbraio però, durante una doppia sfida vittoriosa con St. Joseph, tre avversarie con parenti nell’esercito si accorgono di quella di Manhattanville che anziché cantare, dà le spalle alla bandiera che ha resistito all’11 settembre e guarda per terra. A fine gara, una di loro le urla: «Hai una bella faccia tosta, stronza!». La voce circola e una settimana dopo a Kings Point, contro quelle di Merchant Marine Academy, c’è un palazzetto pieno di cadetti che sventolano bandiere Usa e fischiano ogni volta che Smith tocca il pallone. Manhattanville vince lo stesso. Dieci giorni e a Newburgh, contro Mount St. Mary, la stessa scena (senza i cadetti): quando lei per falli si accomoda in panchina, il pubblico comincia a chiamarla: «Vogliamo Toni Smith». E alla fine la saluta con God Bless America. Lei allora, che non ha mai parlato e adora Lauren Hill, scrive una lettera: «La priorità del governo americano non è migliorare la qualità della vita di tutto il suo popolo, ma espandere il proprio potere. Dunque, per buona coscienza, non saluto la bandiera. Il patriottismo ha tante facce, ma anche chi mi critica sa che la bandiera americana rappresenta l’individualità e la libertà. Dunque, ogni vero patriota deve rispettare il mio diritto a essere diversa». Passano tre giorni e il vero patriota Jerry Kiley, un veterano del Vietnam, entra in campo durante la partita con Stevens Tech e le piazza davanti il drappo a stelle e strisce. «Hai disonorato te stessa e la bandiera». Prontamente, viene portato via dalla polizia.

Infine, tre giorni fa, ancora contro Kings Point, a Manhattanville arrivano i media. I suoi tifosi sono divisi: qualcuno incita, qualcuno le dà le spalle quando lei va in lunetta per i tiri liberi. Il New York Times lancia la storia. Anche perché questa volta, a fine gara, Toni Smith parla. «Non volevo farne un caso pubblico, era solo una forma di rispetto per la mia coscienza. Non ce l’ho con i veterani di guerra, so cosa significa per loro la bandiera. Ma per ognuno di noi, la bandiera ha un significato diverso». E aggiunge. «Molta gente si alza a occhi chiusi e saluta la bandiera americana, ma questo comportamento causa sofferenza a più persone. Nel nostro paese, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Le priorità americane stanno da un’altra parte». Le chiedono se non crede che la sua protesta possa aiutare Saddam Hussein. «Dubito che Saddam mi stia guardando in tv, al momento. E comunque, anche se siete venuti qui per un altro motivo, noi siamo una squadra di basket. E quest’anno andiamo forti». Per la cronaca, 17 vittorie e 9 sconfitte. Manhattanville College non era mai andato così bene.

da il manifesto

Da immigrato a operaio. Una metamorfosi datata anni `60 e raccontata attraverso la vita di tre tute blu, che è anche un modo per raccontare la storia della Fiat in un momento in cui la fabbrica per eccellenza viene commemorata attraverso la morte di Giovanni Agnelli. Rino Brunetti detto «Zorro», Luciano Parlanti e Pino Bonfiglio, sono stati tre leader delle lotte operaie capaci di realizzare la loro rivoluzione: il riscatto da un destino di subordinazione

«Sai i cavalli giovani, appena domati? Tirano ancora calci. Il vecchio domato, invece, è paziente. Ha fatto tutto quello che poteva fare, poi ha dovuto prendere per forza la carretta e tirarla. Li vedevi, in fabbrica, dai volti, con quelle rughe, quegli occhi del sud, stanchi della terra, e invece era un metalmeccanico. Noi appena arrivati guardavamo questa trasformazione da un cavallo purosangue a un asino da soma, ed era una cosa che ti faceva piangere il cuore: «Io dovrei fare questa fine qui? Ci hanno fatto venir su per trasformarci così? E allora via in corteo, attraverso le officine!». La raccontava in questo modo, Rino Brunetti, la sua metamorfosi da immigrato a operaio. E ne andava fiero. La prima volta che l’avevo ritrovato, dopo il black out dei secondi anni settanta e la caduta dei 35 giorni che l’aveva condannato al tempo vuoto della cassa integrazione, era stato in un pomeriggio di giugno del 1981, alle Vallette, dove abitava da quasi un decennio. Il quartiere era immerso nell’afa appiccicosa delle estati torinesi. Agli angoli delle strade, grandi mucchi di spazzatura accumulata per lo sciopero dei netturbini, a cui la gente aveva dato fuoco per liberarsi dal fetore, fumavano lenti, con volute oleose, tingendo il sole di un colore rossastro, da tramonto africano. O da paesaggio di guerra. Rino giaceva sul letto, spossato, nella sua stanza sconvolta, dopo tre giorni di veglia. Dalla radio la voce dello speacker annunciava da Vermicino la morte del bimbo caduto in un pozzo artesiano per la cui sorte tutto il Paese aveva trepidato, e lui, emotivo e partecipe fino all’autolesionismo, ripeteva: «Guarda come finisce Zorro. Se non sappiamo nemmeno salvare un bambino in un pozzo, che senso ha la nostra vita?».

Zorro e l’ingranaggio

«Zorro» era stato il suo nome di battaglia in Fiat, da quando, nell’«autunno caldo», aveva incominciato a «firmare» con una grande zeta le proprie personalissime azioni di boicottaggio dei crumiri: «Cosa faceva Zorro? – raccontava ridendo – Per esempio saliva dove i capi e i crumiri scaldavano i “baracchini”, quelle specie di gavette portate da casa, con dentro pollo, tacchino, minestra, roba buona, li vuotava, qualcuno lo riempiva magari di acqua sporca, e portava tutto di sotto, dove c’erano gli altri, quelli che avevano scioperato, che lottavano, e avevano l’affitto, la luce, l’acqua e il gas da pagare, e non avevano niente nel baracchino, metteva tutto quel ben di dio in comune, e si faceva festa». Ma prima di diventare «Zorro», Rino aveva fatto di tutto.
Era nato in un paesino vicino a Napoli, nel 1942. Il suo primo ricordo – non so se un sogno o un frammento di realtà – è terribile: come in una fiaba crudele, i suoi due fratellini sono legati vicino al pozzo di casa e la madre lo insegue, per catturare anche lui e farla finita tutti insieme. Il padre «disperso» in Albania, i pochi risparmi finiti, quella sembrava essere l’unica soluzione, quando miracolosamente sul sentiero apparve la figura del padre «vestito da tedesco» ritornato dalla prigionia, e il dramma fu evitato. Vero o non vero, certo è che gli anni successivi non erano stati facili: panettiere, benzinaio, battilastre e poi, a 16 anni, alla fine degli anni `50, Torino. «Scrivevo a casa che stavo bene, che qui c’erano tutte le cose che ci avevano promesso, invece piangevo, proprio piangere!, dalla mattina alla sera, perché pioveva sempre. Abituato a vivere con il sole e il mare, che a me dava la vita, mi sentivo morire. E poi laggiù eravamo abituati che qualsiasi cosa succedeva, si parlava tutti insieme, si discuteva. Invece qui, proprio quella diffidenza nordica. E quella programmazione! «io alle nove devo andare qui, alle dieci devo fare questo, alle undici quello…», e se ti saltava un passaggio impazzivi. Io al sud non conoscevo l’orologio, da quando son venuto su vivevo solo più per l’orologio. Sono stato male appena ho incominciato a capire cos’è questo ingranaggio, l’orario come «tutto il calcio minuto per minuto». E la solitudine: un giorno ho visto un funerale, in centro, in via Principi d’Acaia: c’era il carro funebre, e dietro una sola persona. Una sola! Al paese, quando morivi, venivano tutti, anche i cani – i cani animali -, anche gli infami. Qui, invece, tutta una vita e dietro niente. Allora sono crollato». Mirafiori l’ha salvato: Mirafiori quando era ancora una comunità operaia, densa di uomini e di ribellione. Lì ha ricostruito i suoi legami, negli scioperi, nei cortei, nella dignità riscoperta ogni giorno attraverso la solidarietà con quelli come lui, contro quelli che stavano sopra, e pretendevano di usarli come si usano le cose. Rino, una «cosa» – un oggetto, una merce – è riuscito a non diventarla mai. E i legami, ha continuato a tesserli, sempre. Alle Vallette raccoglieva i ragazzi di strada, quelli cui come unico destino la società per bene lasciava un futuro di emaginazione o di piccola delinquenza. E li «educava»: «Teppa siete. Venite con me, diventerete comunisti», ripeteva spesso. Lo ricorda Emilio, uno di quei «ragazzi», che comunista lo è diventato davvero, nel senso non politico ma «antropologico» del termine, se è vero che continua a gestire il suo bar come luogo d’incontro, di socialità e di discussione sulle ingiustizie piccole e grandi.
Quanto a Zorro, l’ultima volta che l’ho incontrato, era nel reparto di medicina oncologica delle Molinette, divorato da un cancro allo stadio terminale. Intorno, ritagli di giornali, libri, manifesti: le testimonianze di un’esistenza, e lui, dal letto, che spiegava alle infermiere, e a un vicino morente, quanto importante sia il modo in cui si è vissuto.
Mi è venuta in mente allora una frase che ripeteva spesso, a proposito del cervello e della libertà, parlando della fabbrica e della rivolta, dei ritmi monotoni, della ripetitività e della catena di montaggio: «Mi ricordavo quando andavamo a liberare gli uccelli messi in gabbia per farli scappare, e questi qui non sapevano più volare. Allora provavamo una tristezza, un dolore, e pensavamo al nostro cervello, a come ce lo stavano aggiustando in fabbrica: “Dio fa’, qui il nostro cervello non ce lo fanno più pensare”».

Raccontare la fabbrica

La stessa immagine l’aveva impiegata, qualche anno prima, Luciano Parlanti, anche lui a proposito della Fiat di cui era un pezzo vivente di memoria, ricordando la «rottura» sociale, ma anche esistenziale, rappresentata dai fatti di piazza Statuto: la prima, violenta rivolta operaia dopo la lunga crisi degli anni `50 e la trasformazione radicale nella composizione del lavoro nel cuore della produzione automobilistica. «…tu fai sempre lo stesso lavoro, lo stesso bullone, la stessa saldatura, fai gli stessi passi, gli stessi orari, stessi pasti, stesso baracchino, ti alzi sempre alla stessa ora… non sei più un uomo, sei un robot. Ricordo che quando mi alzavo alle cinque del mattino, in realtà alla Fiat mi svegliavo alle nove. Mi svegliavo alle nove ed era dalle sei che lavoravo. Il mio cervello era proprio congelato… il nostro cervello, in quegli anni vallettiani, era rimasto lì, bloccato, fermo, eravamo degli automi. Poi venne il 1962: il cervello si aprì, tutto d’un colpo».
Era uno straordinario narratore, Parlanti. Raccontava la fabbrica come nessun altro era capace, come una propria memoria personale, un pezzo di sé. Di una decina d’anni più anziano della generazione di Zorro, una tradizione di comunismo livornese alle spalle, Luciano aveva dentro la stessa rabbia di quelli – e anche la stessa identità: l’essere e il sentirsi, come dire?, individuo e gruppo insieme; persona ma anche «pezzo» di qualcosa che va oltre te stesso, più ampio, allargato e forte -. Ma l’esprimeva in modo diverso: tutto dentro l’officina, come se la fabbrica fosse la sua seconda natura, il luogo geometrico dell’esistenza. Raccontata da lui, la catena di montaggio prendeva forma e voce: il reparto, la complessa geografia della fabbrica – di quella fabbrica, Mirafiori, di quasi 3 milioni di metri quadrati, una città -, diventava una realtà vivente, capace di una dimensione epica. Il piolo piantato tra le maglie del nastro trasportatore che, giunto a fine corsa, impattando con la parete finale della linea strappa la catena e ferma la produzione lasciando respirare gli uomini; la riga tracciata sul pavimento di terra, segno di riconoscimento essenziale per capire se il capo ti frega accelerando la cadenza e per saltare giù in tempo; la conta dei pezzi in più o in meno rispetto alla «norma» come misura del rapporto di forza tra padrone e operai; sono i frammenti di un discorso complessivo, universale, sulle alterne vicende del rapporto tra capitale e lavoro nel cuore del mondo in cui ogni gesto, anche minimo, ogni comportamento, anche periferico, sposta qualcosa. Determina e pesa.
Da Luciano ho imparato quanta fatica nascosta, e sforzo collettivo anonimo, ed energia intellettuale e sociale, e anche di violenza, ci fosse alla base della nostra democrazia sociale degli anni sessanta e settanta, quando ogni centrimetro di socialità e di reddito redistribuito e di libertà dal e nel lavoro doveva essere strappato nel corpo a corpo con le macchine e le gerarchie di fabbrica. Non nascondeva nulla, quando raccontava dei cortei tumultuosi e difficili dentro le officine, delle corde con cui a forza i recalcitranti venivano guadagnati alla rivolta, dei bulloni che volavano, ma anche della dolcezza con cui – fuori finalmente da quell’inferno di ferro e olio bruciato, di acidi e di fumi – le persone, liberate dalla morsa del lavoro e del comando, potevano reincontrarsi e riconoscersi. Se n’è andato anche lui, la primavera scorsa, schivo, appartato e un po’ misterioso com’era vissuto, senza che sapessimo nulla del suo male, e neppure della sua morte scoperta tardivamente, quando era già tardi per un saluto.

La mitica 54

E poi Pino. Pino Bonfiglio. Era un leader naturale. Nell’autunno del 69, quando era stata decisa spontaneamente l’occupazione di Mirafiori, da solo, in piedi su un cassone, aveva organizzato i presidi delle 35 porte dello stabilimento, una per una. Conosceva tutti i gruppi organizzati e informali in fabbrica, le reti etnico-regionali, i loro capi naturali – sardi, pugliesi, siciliani, cerignolesi, lucani, veneti… forse un po’ meno i piemontesi -, e gli intricati percorsi, sotterranei e in superficie, che collegavano le diverse Sezioni, così, chiamando ognuno per nome o soprannome, copriva il perimetro di quel mostro di fabbrica. Era arrivato anche lui, lì, su quella cuspide del mondo dove si facevano cadere i governi e si decidevano le sorti dell’economia italiana, dopo un lungo, accidentato percorso attraverso il lavoro. Anzi, «i» lavori, partendo da Messina, nell’immediato dopoguerra: prima il ciabattino, poi il ciclista, a 10 anni, per uno stipendio di 5 lire la settimana, panettiere, fabbro ferraio infine Torino, il 10 maggio del62, saldatore in una fabbrica di marmitte per la Gilera, e dopo qualche anno di apprendistato, Mirafiori. Verniciatura. A fare la 124: tutti meridionali con il capo squadra e l’operatore piemontesi, 60 macchine all’ora, una al minuto, in uno dei reparti peggiori, l’«antirombo» («stavamo con l’acqua fino al ginocchio e quel liquido nero che ti colava addosso, ti entrava nella pelle, noi cercavamo di ripararci con stracci portati da casa, ma servivano a poco»). E poi a fare le lotte, alla guida della «mitica» 54, l’Officina che nella primavera del 1969, con uno sciopero spontaneo a oltranza, aveva bloccato tutta Mirafiori per quasi venti giorni anticipando l’«autunno caldo». Ma quando, per punizione, era stato trasferito alla periferia dell’impero, isolato e separato in un reparto marginale, non aveva fatto una piega. Aveva continuato esattamente come prima a tessere la rete dei legami e delle solidarietà fuori dalla fabbrica, nel ristorante dove a fine turno faceva il cuoco (cucinava benissimo). E a tessere aveva continuato anche dopo l’autunno `80, quando – capito che il gioco in fabbrica era ormai chiuso – aveva organizzato una trattativa collettiva con i suoi dieci compagni di lavoro ed era riuscito a strappare quasi un miliardo di liquidazione straordinaria (novanta milioni a testa, con cui si era pagato il ritorno al lavoro originario di fabbro ferraio). Era solito ripetere che la Fiat lascia il suo segno sui corpi, non per niente i vecchi operai la chiamavano «la Feroce». Se l’è portato via un tumore allo stomaco, quasi tre anni or sono.
A loro tre ho pensato, la mattina del 25 gennaio, sul tetto del Lingotto, mentre la fila di gente curva aspettava di rendere omaggio alla salma del «sovrano», e i giornali intitolavano «Grazie Avvocato». Li ho pensati con nostalgia ma con serenità, perché anche se al loro funerale non c’erano stati né cardinali, né sindaci, né televisioni e giornali, la loro «impresa» l’avevano chiusa comunque in attivo. La loro «rivoluzione» l’avevano fatta, dentro di sé, rovesciando un destino di subordinazione in una pratica di autonomia, senza comando e senza obbedienza.

da il manifesto

Sul balcone di fronte al mio la bandiera della pace non c’ è più. Nella penuria di bandiere è stata tolta per portarla alla manifestazione di sabato scorso. Ma non è ancora tornata al suo posto. Sono andata a suonare il campanello, non c’era nessuno e così ho lasciato un messaggio: non è finita, siamo solo all’inizio ! Ogni giorno bisogna far sentire il nostro no alla guerra, il nostro no a questa guerra. Ogni giorno dobbiamo trovare gesti, azioni pensieri che manifestano il rifiuto al nuovo colonialismo imperiale Usa, alla complicità e connivenza degli Stati, al regime oppressivo di Saddam Husayn e di tutti i regimi oppressivi del mondo, al terrorismo sia esso dei gruppi o singoli come a quelli praticato dagli Stati alla Sharon in Palestina o da Putin in Cecenia. Il nostro governo ha dichiarato il nostro suolo, aereo, marino, terrestre, suolo di passaggio di armi di morte e di guerra. Dobbiamo studiare tutte le strade, i porti, gli aereporti, le stazioni ferroviarie da dove passeranno o partiranno, velivoli, armi, rifornimenti truppe. Dobbiamo con i nostri corpi essere presenti, cercare di bloccare, impedire,fermare. Non si fraintenda, nessun invito alla violenza, solo le nostre mani unite contro le loro braccia armate. Le madri si organizzino per tenere a casa i figli, si convincano i volontari o le volontarie a non partire. E’ un appello che faccio in primo luogo a tutte le donne. Noi donne che abbiamo scelto di essere costruttrice di pace e giustizia, in questo momento dobbiamo fare l’impossibile per fermare questa guerra, questi sono momenti in cui tutto deve essere fatto per salvare non solo la popolazione civile irakna o i soldati irakeni o Usa che possono morire, ma tutto per salvare l’umanità da un sistema che, come diceva Marcuse, riduce l’umanità ad una dimensione, un sistema che per esistere costruisce ciò che lo può distruggere. Il pericolo è nella danza macabra di un presidente messianico e fondamentalista come Bush e i terroristi fondamentalisti di Al Qaeda o della Jihad, le differenze non stanno nei diversi tipi di economia, di giustizia sociale che vogliono difendere.
I sistemi sociali ed economici sono simili. Differiscono la forza militare e nucleare, i modelli religiosi, le forme di democrazia, le libertà individuali di donne in primo luogo e uomini, naturalmente essendo io donna se dovessi sceglierei tra le parti, pur essendo laica, sceglierei, oggi, non nei secoli scorsi, il mondo cattolico cristiano. Ma , questa è la trappola dalla quale bisogna uscire.
Tra queste dicotomie un altro mondo è possibile. In questo percorso dobbiamo camminare per alcuni sentieri con quei governi e paesi europei e non, che pur essendo liberisti, non scelgono la strada della guerra ma della competizione economica, del negoziato. Come parlamentare europea, insieme ad altri parlamentari ho scelto di scrivere una lettera di appoggio a Chirac e a Schroeder, insieme a 32 parlamentari europei siamo andati in Iraq, a portare il nostro appoggio non al regime di Saddam ma al popolo Irakeno, insieme ad altri andremo a Washginton per incontrare parlamentari, rappresentanti del governo e movimento contro la guerra , al parlamento europeo abbiamo invitato Palestinesi ed Israeliani che credono nel diritto reciproco all’esistenza e ad una pace giusta, insieme ad altre parlanetari continueremo ad andare in Palestina, nei territori occupati perché non vi sia il silenzio sulla politica brutale e coloniale del governo Sharon. E’ vero, siamo in un momento storico in cui si possono decidere le sorti del nostro futuro. Che nessuna/o sia indifferente.

da il manifesto

«Noi, il popolo, we the people, non vogliamo questa guerra: milioni di americani sono con voi e sfidano il presidente Bush», dice dal palco di San Giovanni a Roma, prima accolta con freddezza poi applaudita con calore, Mss. Campbell, la prima donna sacerdote del consiglio delle chiese degli Stati uniti. We the people, la firma che apre la Costituzione americana, la formula che meglio di ogni altra restituisce una concezione plurale del popolo, che è uno, the people, solo in quanto sa di essere fatto di molti e diversi, we. We the people, diranno poche ore più tardi i manifestanti di New York. Ma anche a Roma, non è solo per bocca della signora Campbell che la formula risuona nell’aria. Nell’aria della capitale italiana oscar della giornata pacifista mondiale, un’aria trasparente e complice come l’inverno romano soltanto riesce a regalare, in trasparenza si vede che c’è qualcosa di nuovo sotto il cielo della politica. S’erano viste, nel corso del tempo, declinare le stelle della rappresentanza di partito, dell’appartenenza di bandiera, dell’identità nazionale e nazionalista; s’era visto, nel corso degli ultimi due anni, salire il sentimento di un movimento multiplo e global, sconfinato nella percezione dello spazio e nella dimensione planetaria degli obiettivi. Ma un corteo così variegato, giovane e maturo, maschio e femmina, così arcobaleno da oscurare tutte le bandiere di parte partito e appartenenza, così globale da non cadere mai nella trappola delle contrapposizioni identitarie che fanno tutt’uno d’un governo nemico e del suo popolo, questo non s’era ancora mai visto. Singolare-plurale:we the people per la pace, in tutto il mondo, senza nient’altro in mezzo, né confini nazionali, né stati, né governi, né partiti. We the people, la firma della Costituzione americana contro il Sovrano americano, la società civile disorganizzata contro l’organizzazione armata, la moltitudine globale contro la Nazione a stelle e strisce che vuol farsi padrona della globalizzazione proclamando guerre di civiltà preventive.
Solchi nuovi, un tempo si sarebbe detto contraddizioni nuove, annunciano il panorama politico del nuovo secolo e riscrivono l’eredità del vecchio. C’è qualcosa di inedito, una specie di eterogenesi dei fini, in questa società civile così americanizzata, dai vestiti agli slogan alla colonna sonora rock, che si rivolta contro la cupola del potere americano. Come se passando dalle forme moderne europee a quelle postmoderne d’oltreoceano, dalla rappresentanza attiva alla videopolitica passiva, dalla democrazia organizzata alla democrazia plebiscitaria, la politica occidentale avesse disegnato un circolo completo e si ritrovasse a un giro di boa: non al tramonto però, ma a un nuovo inizio, in cui l’origine europea e il secolo americano si rimescolano in nuove combinazioni.
Non è solo un nuovo spazio a essere disegnato dal corteo planetario che si snoda di capitale in capitale e di fuso orario in fuso orario, ma anche un nuovo tempo. Nata dalle ceneri del mondo bipolare, cresciuta insieme con le promesse di un mondo globale senza confini, con gli stati declinanti e le identità meticciate, l’altra politica che è già in azione dice, ovunque nel mondo, che la guerra che ripristina i confini, il Leviatano e i certificati di identità è, prima di tutto, anacronistica: fuori tempo massimo. Give peace a chance, canta il corteo, e possiamo dargliene anche più d’una.

da il manifesto

In questi giorni, mi sento classificata secondo la seguente gerarchia: sorella di Bill Kelly Jr., ucciso l’11 settembre 2001; madre di tre bambini piccoli; cittadina americana; ragazza di una piccola città che vive nella grande New York. Leggo quello che legge un americano medio, senza avere accesso a documentazione specializzata. La mia sola esperienza consiste nell’essere la sorella di Billy, e nell’aver perso qualcuno che ho amato profondamente per colpa di diciannove uomini con «armi di distruzione di massa»: dei taglierini. L’idea che l’ottusa ostinatezza del mio paese possa essere causa di nuovi dolori per il pianeta intero è davvero preoccupante. Quando la mia organizzazione ha visitato, lo scorso settembre, più di 70 uffici del Congresso, nessuno di questi ha potuto dire di aver ricevuto una maggioranza di chiamate a favore della guerra. L’opinione pubblica americana ha il diritto di venire a conoscenza di fatti che possono essere causa di un pericolo imminente. Noi, in quanto familiari delle vittime dell’11 settembre, abbiamo il diritto di essere informati di qualunque fatto che possa collegare l’Iraq con Al Qaeda. Mio fratello non è morto né a causa di armi nucleari, né a causa di armi chimiche o batteriologiche. E’ morto a causa dell’ottusità mentale di un gruppo di uomini. E’ arrivato il momento per il mondo di usare tutta la sua intelligenza, creatività e compassione per cercare delle alternative alla guerra. Meglio di me l’ha detto Martin Luther King Jr.: «Dalla sofferenza delle guerre nascono i veri strumenti con cui si costruirà la pace di domani».

*fondatrice dell’Associazione dei familiari delle vittime dell’11 settembre (Peaceful Tomorrow)

 

Ho partecipato ai lavori del Forum sociale europeo e mi sono trovata bene. Ero con il mio corpo assieme ad altri 65.000, pure mi sentivo perfettamente a mio agio e mi è sembrata una realtà composita e mobile alla ricerca di altre forme della politica.
Io -come alcune altre- vi ho trovato una forte impronta femminile: lo ha già detto Naomi Klein per il modo di prendere le decisioni, io sono soprattutto colpita dal ritrovare al suo interno l’idea che è possibile cambiare il mondo senza la conquista del potere (è anche argomento di due libri appena usciti, uno in Argentina e l’altro in Francia e non ancora tradotti in Italia) che per me è stata l’invenzione più potente del femminismo. Qui però cominciano le questioni critiche perché è in gran parte inconsapevole che questa idea sia stata anticipata dal femminismo e questo mancato riconoscimento fa problema a donne che quella scommessa portano avanti da più di 30 anni, così come fa problema anche a me il mescolarsi di idee e pratiche che vanno in questa direzione con vecchi schemi di politica antagonista, con ripetizioni (maschili) di ricerca di massima visibilità.
Così di ritorno dal forum voglio affrontare solo una questione che riguarda la domanda che mi portavo dentro: la possibilità o meno di praticare esplicite relazioni politiche di differenza donna/uomo.
In alcuni momenti l’ho sentita veramente a portata di mano, in altri toccarne l’impossibilità si è esplicitato in conflitto. Ascoltando le reazioni dentro di me ho capito, come cercherò di mostrare, che in gioco c’è la libertà nel pensare, di uomini, di donne.
Ho sentito per me donna un possibile terreno di scambio quando ho percepito un ragionare maschile più libero: meno preoccupato a costruire una teoria in cui tutto si tiene e da cui dedurre un agire e un organizzare, e più attento a cogliere le occasioni che si aprono nella contraddittorietà del presente per dei soggetti vivi e pensanti; e invece un’impossibilità quando non c’era questa condizione.
Mi spiego con due esempi concreti dell’una e dell’altra situazione. Per un’apertura di possibilità di relazione mi riferisco all’intervento di Roberto Savio al seminario coordinato da Anna Pizzo su “Informazione e cultura”, ma lo stesso discorso vale per es. per l’intervento di Pierluigi Sullo al seminario per la “Democrazia partecipativa” e per altri che ho ascoltato.
Roberto Savio è il coordinatore del gruppo di lavoro per la comunicazione del Forum mondiale di Porto Alegre e il suo discorso era al tempo stesso realistico e animato da una forte scommessa politica che faceva conto sulla forza che risulta da soggetti consapevoli, da una miriade di comportamenti quotidiani diversi, da altri stili di vita, altre esistenze, altre idee. Era realistico perché prendeva atto che viviamo nel capitalismo e che tutto sta nella logica del mercato, che è la logica del “fare soldi”. Anche per l’informazione – diceva – la logica è la stessa: è dominata da alcuni grandi editori a cui non interessa comunicare, ma vendere. In questa stessa logica del capitalismo Savio, però, vedeva anche il suo punto debole e come prospettiva politica indicava, lo riassumo in breve con parole mie: “se noi invece di spendere energie a lamentarci che non abbiamo spazio sui giornali andiamo decisamente per la nostra strada facendo sempre più opinione pubblica su un’altra idea del vivere e della società umana, questo fa saltare il meccanismo. Un gruppo editoriale come Murdoch che ha come suo unico interesse vendere se continua a parlar d’altro e a ignorarci vedrà crollare le sue vendite come già sta incominciando a succedere, e sarà costretto per il suo profitto ad occuparsi di noi e dei temi che ci stanno a cuore.”
Si può condividere o meno il ragionamento (io lo condivido anche), ma ho più apprezzato l’operazione di libertà: non rinuncia a un’analisi complessiva, tuttavia non la riempie completamente, si limita a delineare un possibile orizzonte politico in cui è ancora tutto da giocare. A queste condizioni io mi sento attratta a partecipare al gioco con la mia differenza.
Viceversa mi sono sentita nella disperazione dell’incomunicabilità quando al laboratorio sui saperi (organizzato anche da amiche e amici dell’autoriforma della scuola di Firenze assieme al forum locale) è intervenuto Marco Revelli e ho aperto un conflitto, aiutata dal fatto che al tavolo c’era anche Ida Dominijanni che ha mostrato tutt’altro approccio rendendo manifesta la contraddizione.
Il suo sguardo era fisso sul capitalismo di cui analizzava la tendenza in epoca di globalizzazione e le trasformazioni che operava per cui la conoscenza è vittima della globalizzazione e il sapere è sottomesso alla logica produttiva. Da qui tirava due conseguenze: la morte dell’intellettuale che prima era chi poteva riflettere sui processi sociali rimanendo indipendente dai processi di produzione, invece ora con un’intellettualità di massa che porta saperi frammentati manca la possibilità di una sintesi conoscitiva organica; la seconda era il venir meno dello spazio pubblico: la scuola sussunta dal capitale diventa una fabbrica di mezzi di produzione regolata dal marketing. Da qui allora il problema di come ricostruire lo spazio pubblico, se statale o autogovernato, e la proposta del reddito minimo di sopravvivenza.
Il mio è solo un breve riassunto ricostruito sugli appunti: l’analisi era organica, l’oratore raffinato, ma io che di scuola mi sono occupata tutta la vita mi sentivo sulla luna, assieme alle maestre che fanno le maestre anche sotto il terremoto… in quel modo di costruire un’analisi che vuole spiegare tutto e abbracciare tutto c’era l’azzeramento dei soggetti viventi in carne ed ossa, del loro agire quotidiano, delle idee che vi portano e che hanno cambiato e cambiano i luoghi stessi. Non a caso il suo discorso tutto imperniato sulle trasformazioni ignorava totalmente la femminizzazione della scuola, che è la trasformazione più significativa degli ultimi trent’anni.
Insomma c’è un conto da fare sul tipo di relazioni che si instaurano parlando e rimettere in discussione -questo ho cercato di dirgli – le gerarchie di valore e il potere quando si parla: sia nel senso di una parola che cerca la supremazia teorica, sia nella costruzione del ragionamento politico in un modo che crea una sorta di rapporto di subordinazione tra chi elabora la teoria (l’intellettuale organico?) e chi agisce (le masse?). A queste condizioni io mi sento respinta e ricacciata in qualche modo in una dinamica da cui sono già fuggita tanto tempo fa approdando al femminismo.
Per concludere, quello che ho visto al Forum europeo – ma anche in altre situazioni – è che è cominciato un “disfare” maschile di apparati concettuali e modi di essere intellettuale che contenevano anche una pretesa di dominio sulla realtà e questo, per quanto mi riguarda, crea un terreno favorevole a una relazione di differenza che incrementa la libertà. Ma questo è tutt’altro che assodato come ho cercato di mostrare con due esempi di uomini. Accennerò solo a un terzo che fa vedere come la questione della libertà sia tutta aperta anche fra le donne. Al seminario “Donne – uomini: conflitto necessario per un futuro comune” organizzato e presieduto dalle donne della Marcia mondiale per la pace ho assistito a un conflitto in questo senso condotto da un giovane uomo di Roma, nei confronti delle donne della presidenza. Ma questa è un’altra storia che racconta Maria Castiglioni sempre sul nostro sito…

 

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

RIFLESSIONE. “GRUPPO UOMINI” DI PINEROLO: NON NE POSSIAMO PIU’ DELLA VIOLENZA
Le cronache quotidiane dei mass media ne sono piene, anche se ci offrono solo i casi più eclatanti. Ma non ne possiamo più che così tanti uomini continuino a violentare, stuprare, uccidere donne, bambine e bambini e altri uomini. Questi uomini, che alimentano i conflitti interpersonali e la guerra tra i sessi con la presunzione e l’incapacità al dialogo, pianificando poi e realizzando anche stragi familiari come unica soluzione possibile, interpretano, a nostro avviso, la stessa logica che muove i gerarchi del mondo a creare, prima, le situazioni di conflitto e ad affrontarle, poi, con la violenza della loro prepotenza. E’ così evidente la pretestuosità delle loro motivazioni che, a volte, lo scoraggiamento, l’impotenza, il dolore, ci sopraffanno e ci ammutoliscono. Eppure come loro continuano imperterriti a perseguire strategie di morte, così noi dobbiamo resistere, sottrarre il nostro consenso e far crescere il dissenso verso queste modalità di vivere le relazioni politiche all’interno dei singoli Stati e a livello internazionale. E’ la strategia propria della cultura patriarcale, che da alcuni millenni si impone con la paura e il dominio, con il dolore e la minaccia del dolore. Guerra significa fare strazio di corpi, spezzare con violenza vite e relazioni d’amore, negare futuro ai desideri e ai progetti di pace, di serenità, di semplicità, di tenerezza. La violenza e’ un modello culturale che corrompe le coscienze e le intelligenze di chi a poco a poco viene indotto/a a credere che la guerra e la sua preparazione siano davvero parte della nostra normale quotidianità, come l’aprire gli occhi al mattino e l’amore dei nostri familiari. Purtroppo sembra diminuire il rifiuto della guerra perche’ viene agita lontano da noi e dalla nostra civiltà “superiore”. Micidiale ci sembra la corresponsabilità di chi fomenta simili complessi individuali e collettivi e di chi ne parla senza indignarsi, dedicandole minor riflessione e meno parole che ad una partita di calcio. Finche’ ci saranno gli Stati, noi siamo per il rispetto scrupoloso della proprietà dei singoli Paesi sulle proprie risorse e materie prime, regolandone l’amministrazione e l’uso a vantaggio dell’intera comunità umana, attraverso strumenti commerciali coerentemente equi e solidali. In questa prospettiva rifiutiamo radicalmente non solo la guerra come modalità di gestione dei conflitti, ma anche ogni sua teorizzazione ed aberrazione, come la “guerra preventiva”. Di preventivo non ci puo’ essere che l’impegno coerente e quotidiano a rimuovere le cause dei conflitti: prima fra tutte l’ingordigia e la prepotenza dei forti verso i deboli. Solo adeguando a criteri di sobrietà e di rispetto universale, nei Paesi ricchi, le nostre individuali e collettive modalità di vivere, produrre e consumare, potremo contribuire concretamente a riequilibrare la fruibilità dei diritti fondamentali per ogni uomo e ogni donna. Non ne possiamo più. Ma continueremo a resistere alla corruzione operata dalla cultura della violenza e della guerra, non solo togliendole il consenso, ma soprattutto impegnandoci a vivere le nostre relazioni con amore, rispetto e accoglienza verso ogni differenza, in modo che questi criteri guidino, a poco a poco, anche la formazione degli uomini e delle donne che si dedicano alla politica e alle relazioni internazionali.

IL “GRUPPO UOMINI” DI PINEROLO SI PRESENTA
Il Gruppo Uomini (GU) di Pinerolo (To) e’ nato nel mese di maggio del 1993, soprattutto per rispondere “eccoci” alle sollecitazioni del femminismo, che le nostre donne da decenni ci rappresentano quotidianamente. E’ nato all’interno della Comunità cristiana di base di Pinerolo, dall’incontro di tre filoni di motivazioni: interrompere il silenzio di fronte al maschilismo imperante nella chiesa; riscoprire, con Gesù, un modello di relazioni con le donne fatto di reciprocità e di accoglienza; avviare un cammino, individuale e collettivo, di autocoscienza e di cambiamento, da parte maschile, del nostro modo di stare al mondo. Non e’ possibile far uscire il mondo dal dominio necrofilo del patriarcato, se non scegliamo, anche noi uomini, di sottrargli il consenso. Patriarcato significa dominio del genere maschile non solo sulle donne e su bambini e bambine, ma anche sul resto del creato: animali, ambiente, risorse, paesaggio. Patriarcato significa centralità del maschile e dell’ordine simbolico del padre, alla cui legge tutto il resto si deve conformare e adeguare, con le buone o con le cattive. Com’e’ collettiva questa responsabilità del genere maschile, collettivo e visibile dev’essere il cammino degli uomini per prenderne le distanze. Decisivo, a questo scopo, si rivela il gruppo, come spazio di confronto e di autocoscienza, di sostegno reciproco e di graduale consapevolizzazione. Un gruppo “separato”, di soli maschi? Sì, perche’ e’ l’unico luogo in cui, riconoscendoci simili, ci autorizziamo a rivelarci, a poco a poco, a parlare di noi “veramente”, a portare alla luce quella profonda intimità che si va disvelando a noi stessi a mano a mano che si radica il nostro affidamento reciproco. Tutto il resto della vita e’ fatto di luoghi “misti” o di solitudine individuale: il gruppo ci insegna a stare tra uomini, illuminati dalla saggezza del pensiero femminista, e ci aiuta a crescere in consapevolezza e responsabilità. Nel gruppo impariamo: – a partire da noi, abbandonando il linguaggio apodittico e neutro-universale proprio della cultura patriarcale; – a non giudicare chi parla, ma ad ascoltare con rispetto, lasciandoci arricchire dalla diversità e dalla riflessione; – ad accogliere e rispettare ogni differenza, nella convinzione che la nostra parzialità debba stare accanto, non sopra, ad ogni altra parzialità: individuale, di genere e di generazione, di orientamento sessuale e politico, di religione, ecc. Dopo due anni gli incontri mensili sono diventati quindicinali, perche’ abbiamo preso gusto a raccontarci le nostre vite, le nostre emozioni, le paure, gli errori. Nel dicembre del ’96 esce il primo numero di “Uomini in cammino”, foglio mensile ciclostilato in proprio, per dare visibilità al cammino di altri uomini, che incontriamo su libri, giornali, riviste o nelle più diverse occasioni, prime fra tutte le riunioni organizzate da donne, che continuano a pungolarci, ad invitarci, a sostenerci. Spesso sono proprio parole e riflessioni di donne che trovano spazio sul foglio: quando parlano delle loro difficoltà e dei loro desideri nelle relazioni con gli uomini. Dal ’99 abbiamo cominciato ad organizzare incontri “nazionali” tra uomini e gruppi di uomini. Adesso ci sentiamo in buona compagnia, reciprocamente, e registriamo con piacere il lento, ma costante, aumento del numero di uomini che si mettono in cammino e in rete. Perche’ davvero soltanto una convinta fuoriuscita collettiva degli uomini dalla cultura e dalla prassi del patriarcato permetterà di realizzare il sogno delle donne, e adesso anche nostro, di “rimettere al mondo il mondo”, di ri-generarlo. Solo così crediamo che un altro mondo sia davvero possibile. Per contatti e per ricevere “Uomini in cammino”: Beppe Pavan, Corso Torino 117, 10064 Pinerolo (To); e.mail: carlaebeppe@libero.it. Materiali e documenti si trovano sul sito: web.tiscalinet.it/uominincammino, insieme alla mappa dei Gruppi Uomini presenti in Italia, di cui siamo a conoscenza.

da La non violenza è in cammino n° 486

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell’ambiente e delle culture native, e’ oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Wto, come e’ noto, e’ la sigla dell’Organizzazione mondiale del commercio]

Se vogliamo che smetta di terrorizzare i deboli e quelli che non hanno potere per imporre l’apertura di nuovi mercati a vantaggio dei paesi ricchi e delle corporation, il Wto deve essere riformato. Oggi esso non e’ concepito per disciplinare i potenti, ne’ e’ in grado di farlo. Cio’ che serve urgentemente per portare giustizia ed equita’ nelle regole del mercato internazionale, per tutelare la sopravvivenza dei contadini del Terzo Mondo e per difendere i diritti alimentari dei poveri, e’ che si abbassino i costi di produzione e si impedisca una competizione impari con prodotti d’importazione i cui costi vengono tenuti artificialmente bassi grazie ai contributi. Sono queste le questioni che dovrebbero avere la priorita’ al prossimo “ministerial meeting” del Wto, che si terra’ a Cancun in Messico (10-14 settembre 2003). L’Uruguay Round (1994) dell’Accordo generale sul commercio e le tariffe (General Agreement on Trade and Tariffs) e’ stato fatto accettare al Terzo Mondo sulla base di una sola promessa: che i paesi ricchi avrebbero ridotto i propri contributi, abbassato le tariffe e creato delle opportunita’ di esportazione per i paesi poveri. Al meeting di Doha del novembre 2001 si e’ fatto ricorso alla stessa promessa, aggiungendo come argomentazione ulteriore la minaccia del terrorismo. Stuart Harbinson, all’epoca presidente del Consiglio generale del Wto, ha ammesso: “C’e’ in una certa misura la sensazione che gli eventi dell’11 settembre rappresentassero una minaccia al mondo e alle procedure istituzionali internazionali. E che fosse importante per le istituzioni multilaterali, non solo per il Wto, il fatto di apparire efficaci. Percio’ ritengo ci fosse una pressione particolare sulle persone perche’ conseguissero un risultato”. E’ evidente che il cosiddetto “Doha Round” non e’ stato un negoziato, ma una farsa inscenata per “apparire efficaci”. Esso e’ stato un tentativo di tenere vive le illusioni, non di regolare il mercato. Il fallimento di Seattle lo aveva reso necessario. * L’incapacita’ e la mancanza di volonta’ del Wto di regolare gli abusi del mercato da parte dei ricchi e potenti sono dimostrate chiaramente dal fatto che, dopo Doha, i contributi degli Usa e quelli europei sono in realta’ aumentati. L’amministrazione Bush ha recentemente approvato una legge sull’agricoltura che accresce i contributi agricoli negli Stati Uniti del 10%, portandoli a circa venti miliardi di dollari all’anno. In Europa, gli attuali contributi saranno mantenuti fino al 2013. Allo stesso tempo, paesi come l’India sono stati costretti ad abolire importanti restrizioni (conosciute come restrizioni quantitative, o QRs) e hanno visto i loro mercati e i loro prezzi interni crollare, mentre il mercato e’ invaso da prodotti il cui basso prezzo e’ ottenuto artificialmente mediante forti contributi. A causa di un commercio ineguale legalizzato dal Wto, le importazioni agricole dell’India sono quadruplicate, da 1,04 miliardi di dollari nel 1995 a 4,16 miliardi di dollari nel 2000. Mentre cresce il commercio mondiale che avvantaggia l’industria agro-alimentare del Nord, i coltivatori del Terzo Mondo stanno perdendo la propria capacita’ di sostentamento. Per esempio, il fatturato del caffe’ e’ salito da quaranta a settanta miliardi di dollari negli ultimi anni. Allo stesso tempo, il guadagno dei coltivatori di caffe’ e’ sceso da nove a cinque miliardi di dollari. I coltivatori indiani di cotone stanno perdendo la loro capacita’ di sostentamento in seguito a due fattori: la vendita sottocosto di cotone texano fortemente sostenuto dai contributi, e le sementi costose e inaffidabili come il cotone della Monsanto geneticamente modificato. Il vantaggio ottenuto dall’India grazie alle regole del Wto sulla liberalizzazione del mercato ha assunto la forma di suicidi tra i coltivatori e morti per fame. I doppi standard e le distorsioni del Wto sono evidenti. Ecco perche’ persino la base vagamente democratica dei negoziati di Ginevra viene ormai sostituita da “mini-ministerials”: a Sydney lo scorso novembre, a Tokyo questo febbraio. Questi piccoli incontri riservati sono perfetti per costringere, minacciare e corrompere, e l’esito che producono, qualunque esso sia, e’ un oltraggio alla trasparenza e alla democrazia. * Mentre ci prepariamo al meeting di Cancun, le questioni della democrazia, del cibo, della fame e della sopravvivenza dei coltivatori dovrebbero essere prioritarie. L’agricoltura sostenibile e la coltivazione organica – insieme a restrizioni quantitative, leggi contro la vendita sottocosto di prodotti e leggi anti-trust contro le corporation globali – sono l’unica garanzia per il sostentamento e la sicurezza alimentare nel Terzo Mondo. Eppure, mentre tutti i movimenti di coltivatori del pianeta chiedono le restrizioni quantitative, e’ in atto un tentativo concertato di sviare l’attenzione da questa questione – che imporrebbe un cambiamento nelle regole del Wto – alle questioni che invece aiutano a rafforzare il Wto. Dopo Seattle, la diversione dalle restrizioni quantitative e’ stata creata con l’argomentazione dell'”accesso al mercato”, secondo cui il Wto servirebbe a costringere i paesi sviluppati ad aprire i loro mercati ai paesi del Terzo Mondo. Ora il discorso e’ passato ai “contributi”. Il Wto, si dice adesso, serve a eliminare i contributi dei paesi ricchi. Questo e’ chiaramente falso, per una serie di ragioni:

  1. Le attuali regole del Wto hanno costruito una clausola “di pace” per i paesi ricchi fino al 2005 (articolo 13 dell’Accordo sull’agricoltura – Agreement on Agriculture).
  2. La stessa categorizzazione dei contributi nell’Accordo sull’agricoltura definisce la maggior parte dei contributi negli Stati Uniti e nell’Unione Europea come “tabella verde” e “tabella azzurra”. Tali categorie non sono considerate “distorcenti il mercato” e dunque non possono essere oggetto di ricorso da parte del Wto.
  3. Pur essendo in corso la revisione interna dell’Accordo sull’agricoltura – cominciata nel 2001 – gli Stati Uniti hanno ulteriormente incrementato i loro contributi sull’agricoltura portandoli a 180 miliardi di dollari per i prossimi anni.
  4. La recente decisione americana sugli accordi tessili dimostra chiaramente che gli Usa non si piegano al Wto quando esso va contro le lobby interne, un atteggiamento rafforzato dal nuovo ruolo militare degli Usa sin dall’11 settembre

Fernanda Rosso Chioso

Forse il modo migliore per parlare di Alda Merini sarebbe prendere qui e là le sue poesie e presentarle l’una dopo l’altra, perché le loro “risonanze nuove”, come lei scrive, ci muovano all’emozione e al pensiero. Dico questo perché molto mi colpisce la lettura dei suoi versi. Una lingua lirica che traduce in parole il profondo dello spirito, del pensiero, che è insieme “carne” vera e propria, carne dell’esperienza (… “i miei poveri versi / sono brandelli di carne”…).
Carne, profondo, anima, cuore, parole queste, e molte altre ancora, insondabili e ampie, che perdono il loro carattere abusato e ridiventano dirette e ‘primigenie’, quasi ricreassero il loro legame con l’esistenza, in questa poesia. La quale poesia prende i suoi suoni in un “profondo” che lascia trasparire il carattere di un’esperienza esistenziale estrema.
[…]
Nulla vale la durata di una vita
ma se mi alzo e divoro
con un urlo il mio tempo di respiro,
lo faccio solo pensando alla tua sorte,
mia dolce chiara bella creatura,
mia vita e morte,
mia trionfale aperta poesia
che mi scagli al profondo
perché ti dia le risonanze nuove”.
[…]

Per la stanza del “Paradiso” scelgo di proporre La carne degli angeli, una raccolta di componimenti in prosa e versi pubblicata nel 2003 da Frassinelli (prezzo 8 euro).
“Si dice che la creazione del Paradiso fosse la favola di un ignoto amore che a un certo punto sprigionò le ali dalla crosta terrestre, e così, raffreddandosi la terra, comparvero, al di là delle credenze bibliche, i primi voli degli angeli”. Così esordisce la raccolta, presentandoci questi esseri favolosi e però sorti, ai primordi del mondo, dalla crosta della terra, ali dunque della nostra stessa sostanza e però anche di un desiderio amoroso che fa sì che essi possano essere via via “angeli offesi”, “angeli di luce”, “angeli morti”, e altre figurazioni ancora (“… pulviscolo amoroso e traccia del respiro divino, polmone del desiderio, fiore che cresce nella carne, fiore che si identifica con l’io e si pone al centro dell’amore …” per non citare che un breve passaggio). Essi appaiono come figure di un limite-passaggio: della carne dei nostri corpi (la “putredine” di morte), del nostro amore umano, e insieme della conoscenza amorosa, con tutte le sconfitte, perversioni, accecamenti, (“i molti erronei vicoli della nostra demenza”), anche sino allo spegnimento dell’amore (“La verità di Satana non è la verità di Dio ma è l’amore spento”).
Possono darci insomma, queste figure degli angeli, l’intuizione di un limite che è passaggio di conoscenza sconvolgente e che ha a che fare con la nostra carnale umanità. Così l’amore dell’adolescenza forse più di ogni altro amore ce lo ricorda:
“Ci sono donne e uomini che sognano l’amore.
Essi lo sognano in figura di un angelo, di una carezza estrema.
Ma alcuni lo incontrano in modo perverso. Anche un demone sulla terra può diventare un angelo e confiscare per un attimo tutti i beni di una fanciulla, tutta la poesia della vita.
Mi ricordo del periodo dell’adolescenza, in cui la curiosità del sesso diventava la curiosità della parola.
…Mi ricordo dell’adolescenza, questa fiaccola d’usignolo che scaturiva nei miei seni acerbi e la grande voglia di incontrare l’amore come prima forma di spiritualità, prima forma di viaggio.
E la voglia di lasciare la casa paterna per andare incontro alla suggestione del limite.
In quel limite un angelo aveva deposto l’uovo della conoscenza divina”.
Fra i testi, illustrazioni di Mimmo Paladino. Sulla quarta di copertina una fotografia di Alda Merini, un bel volto, con un guizzo infantile e ironico negli occhi e nel sorriso.

Fernanda Rosso Chioso

Storia di una disperazione femminile, che non trova parole ma solo gesti, significativi ma incomprensibili alla mente maschile (che pure li percepisce con inquietudine e poi con angoscia), infine estremi. Simenon intuisce il discrimine tragico tra i due mondi e le due forme di pensiero sulla vita, del capitano Lannec e di sua moglie Mathilde Pitard. Un discrimine inquinato per di più dalla diversa appartenenza sociale, tenuto conto che nella vita e nella cultura della famiglia di Mathilde campeggia in sottofondo, ‘patriarcale’ ed esiziale, la “vecchia Pitard”.
Scritto nel 1932 e apparso a stampa nel 1935. Si legge tutto d’un fiato.

Roberto Esposito
Da qualche tempo. un’attenzione crescente si è andata concentrando intorno al fenomeno della nascita. Dalle antiche, ma mai spente, polemiche sull’aborto alla fecondazione artificiale, fino alla minaccia della clonazione il dibattito politico, filosofico, scientifico sembra avvitarsi sempre più nervosamente intorno alle prescrizioni che i governi, l’opinione pubblica la morale cattolica o laica, possono o devono fornire a coloro che, in qualsiasi modo ciò accada, generano una vita.
Cosa la politica, l’etica, la filosofia hanno da dire sulla nascita? E’ su questo interrogativo che verte l’intero dibattito di quella disciplina a statuto debole e contraddittorio che è la bioetica. Ho l’impressione che, senza metterlo da parte, si possa affiancare ad esso un’altra domanda, apparentemente rovesciata. E cioè: che cosa, la categoria di nascita, ha da dire alla politica e alla filosofia? Cosa ci insegna – sul piano metaforico, ma anche su quello biologico – la circostanza che il corpo della madre tolleri, dentro di sé un’altra identità, connotata da un sistema immunitario diverso dal proprio, senza espellerla o rigettarla, come avviene in tutti gli altri casi di trapianto? E anzi che quanto più il bambino è geneticamente diverso dalla madre tanto più sia protetto da eventuali minacce d’aborto?
Intanto ci mostra che la funzione biologica dell’immunità più che come una barriera o un’arma nei confronti di ciò che è estraneo, può essere intesa con un filtro o una cassa di risonanza attraverso cui entriamo in contatto con esso. E’ evidente il risvolto etico-politico che ne possiamo trarre. Contro ogni difesa intransigente dell’identità, nel caso della gravidanza è proprio la diversità dei due organismi che vengono a contatto a proteggere il prodotto della loro unione. La madre è diversa dal figlio e il figlio dalla madre. Eppure il frutto di tale diversità è la scintilla della vita. Mai come da questo angolo di visuale, dotato di pregnanza particolare perché relativo al carattere primigenio di ogni esistenza, si dischiude il senso di quella enigmatica relazione etimologica tra “hospes” e “hostis”, tra ospite e nemico, situata all’origine del pensiero occidentale. Il nato, colui che entra per la prima volta nel mondo, è l’espressione infinitamente ripetuta per quante sono le nascite, del fatto che non soltanto l’estraneo e lo straniero, ma anche il potenziale nemico, almeno una volta, la prima volta, è stato ospitato non nonostante, ma in ragione, della sua stessa eterogeneità.

Il Gruppo Saperi del Social Forum di Firenze ha dato vita a due laboratori autogestiti: SAPERI E LAVORO: SCUOLA, UNIVERSITA’, RICERCA giovedì 7 novembre, IL BAMBINO PLANETARIO venerdì 8 novembre, presso l’Istituto degli Innocenti, piazza SS.Annunziata. Quest’ultimo era stato ideato da Manuela Giugni, insegnante di scuola dell’infanzia. L’abbiamo intervistata.

Che senso ha per te questa iniziativa?

Più che di un laboratorio si è trattato di una tavola rotonda cui hanno partecipato alcuni studiosi e studiose che tempo fa avevano animato il convegno Il bambino s-confinato. Per me si trattava di portare il messaggio di quel convegno dentro l’esf. Trovo imprescindibile il riferimento ai bambini quando si discute di un altro mondo possibile. I bambini, ognuno e ognuna tutto intero, non corrotti dall’individualismo e dalla competizione neoliberista, sono la chiave d’accesso al futuro. Eppure in pochissime parti dell’esf si affronta l’argomento. Noi lo abbiamo proposto in un ambito modesto…

Perché modesto?

Perché per saggia abitudine agiamo in rapporto alle nostre forze e alle nostre relazioni. Ma non è modesto il progetto: mettere al centro dei saperi i soggetti a cui sono rivolti, con tutta l’identità cangiante e la diversità dell’essere bambine e bambini.

Com’è che proprio a te è venuto in mente questo progetto?

La mia vita scorre tutta con i bambini, penso di conoscerli, ma mai abbastanza. Sento che in loro ci sono forze che noi adulti cerchiamo di rimuovere, di non ascoltare. Nei bambini si esprime ora con l’irruenza ora con il silenzio l’azione di terra aria acqua fuoco…Aiutarli a porsi in relazione il più possibile armoniosa con l’ambiente, con l’altro da sé, scoprire i linguaggi insieme a loro mi sembra la giusta base da cui partire per l’altro mondo che desideriamo. Parlare di pace senza tentar di aprire con e per loro una strada di equilibrio e armonia, non ha senso. Abbiamo avuto esperienze pratiche in proposito anche con l’inserimento dei bambini Rom. Avevamo ostacoli dai genitori fiorentini, ma anche dentro di noi, ci sentivamo in difficoltà. Abbiamo dovuto andare nei loro campi e vedere da vicino come vivevano per trovare il giusto modo di porci con loro. Non si poteva essere buone mediatrici usando solo strumenti strettamente professionali. Occorreva almeno mettere a confronto la diversità con te e tra loro. Questo ha aperto una strada di meticciato, di identità non fissa per tutte e tutti. La nostra mediazione poi era garanzia per i genitori italiani.

Petrarca scriveva che occuparsi dei piccoli era attività indegna di uomini maturi, andava lasciata alle donnicciuole. Ti pare ancora operante qualcosa di tale atteggiamento nella mentalità corrente?

E come no, anche negli intellettuali progressisti… e nella vita quotidiana della scuola: Non parliamo poi dei ministri P.I. …e ho già detto che il nostro laboratorio è quasi l’unico del genere nell’esf.

Ci sono insegnanti uomini nella tua scuola?

Purtroppo no. Nell’ultimo ‘800 essere maestri dava prestigio e potere, almeno nei paesini. Con l’allargamento della scolarizzazione gli uomini hanno scelto professioni più importanti, lasciando la scuola alle donne. Ma mettendo al centro dell’attenzione sociale e culturale i bambini, anche gli uomini tornerebbero.

Trovi che anche in altre insegnanti ci sia questa intuizione che hai tu sui bambini, e dunque stiano a scuola anche per una loro scelta?

Sì, sempre di più. Sono stata commissaria in esami per l’immissione in ruolo, e la formazione delle candidate mi è sembrata più elevata che nel passato, anche se in un esame non si può valutare a fondo quanta consapevolezza c’è sulla centralità del bambino nell’azione educativa. A scuola ho colleghe sessantenni…sono esterrefatta dalla loro vivacità. Hanno ancora entusiasmo, quando operano con i bambini gli cambia proprio l’espressione degli occhi. Pure non portano a parola l’importanza di quello che riescono a fare, il valore culturale e sociale della loro azione, tranne nei confronti tra colleghe, fuori dai recinti un po’ costrittivi dei momenti ufficiali di formazione. Le maestre sono una vera risorsa per la crescita dei saperi intorno ai bambini e alle bambine: non hanno sovrastrutture intellettuali astratte, sono pronte a dire “non ho capito”. Sono come Socrate che diceva di sapere solo di non sapere. Le maestre sono vicine a una “semplicità” che è essenzialità.