da il manifesto – Vandana Shiva al meeting di S. Rossore. «L’equa ripartizione dei beni non basta senza il rispetto dell’ambiente»
Vandana Shiva è in Italia per partecipare a «A New Global Vision», incontro mondiale su ambiente, cibo, salute, educazione e pace organizzato dalla regione Toscana nella tenuta di San Rossore. L’abbiamo incontrata in una pausa dei lavori.
Da anni lei non fa che ripetere le stesse cose su Ogm, sviluppo sostenibile, equa distribuzione delle risorse. Eppure l’attenzione dei media non cala…
Quando, nel 1987, cominciai ad occuparmi di questi temi nessuno, né nella comunità scientifica né in quella politica, ne aveva capito appieno la portata. Ci vollero cinque anni perché le cose iniziassero a cambiare, scientificamente e politicamente. Se l’attenzione non cala è perché quel che allora era solo un’anticipazione è diventato vero; basti pensare a ciò che sta succedendo in questi giorni nel vostro Piemonte. Del resto saper anticipare la realtà e prefigurarne gli sviluppi è una delle chiavi di volta del pensiero nonviolento.
Cosa vuol dire, oggi?
Promuovere e stabilire accordi multilaterali sempre più vasti e concreti che tutelino la biodiversità e favoriscano la sostenibilità ambientale per costruire un mondo migliore. Attenzione, però: parlare di multilateralità, come sempre più spesso fa l’Onu, presuppone che tutti i lati siano equamente forti. Rafforzare i singoli individui darà forti comunità, forti comunità come precondizione per nazioni forti, essenziali a una globalizzazione equa e giusta. Ma per realizzare questa giustizia dobbiamo saperla immaginare. Tradurre l’immaginazione in realtà è fondamentale per una globalizzazione nonviolenta, mentre la mancanza, l’incapacità di prefigurazione dei possibili scenari può solo portare nuove guerre.
Legare immaginazione e realtà? Su quale piano, in quale spazio?
La risposta è più semplice (non più facile) della domanda: bisogna agire prima che sia tardi. Se ci muoveremo in tempo, se grazie al dialogo riusciremo a prevenire conflitti distruttivi, non avremo più bisogno di nemici. A legare realtà e immaginazione è la nostra capacità di agire – e la sua necessità.
Quando dice «nostra» si riferisce all’umanità nel suo insieme o ad una differenza di genere? Crede che la capacità delle donne di agire in modo differente, questa differenza che si fa azione, sia consolidata nel movimento?
In movimento nulla è mai consolidato: credo però che dalla nostra visibilità non si tornerà indietro. Abbiamo conquistato più spazio perché abbiamo iniziato a farci sentire: se smettessimo lo spazio si chiuderebbe. Perciò la differenza di genere dovrà continuare ad essere uno dei temi centrali nel movimento. Non può né potrà esserci giustizia, né tantomeno pace, né ambiente, cibo, salute o educazione senza il contributo delle donne. Eguaglianza di possibilità, d’espressione, di diritti, anche questo è sostenibilità.
Sempre più spesso, tutelare biodiversità e produzioni alimentari tradizionali locali si traduce nel trasportarle a grandi distanze, su camion o aerei. Non crede che ci sia una contraddizione?
È questione di dimensioni: se torniamo da un viaggio con qualcosa di tipico da condividere con un amico, niente di male. Il problema nasce quando il trasporto a distanza diventa modello, regola, e smette di essere eccezione. Che senso ha produrre specialità fantastiche se poi inquiniamo per farle conoscere? Giusta distribuzione delle ricchezze non significa solo equa ripartizione dei beni ma anche corretta circolazione di merci prodotte in modo rispettoso dell’ambiente.
Quando si parla di giusto rapporto con la natura si finisce sempre per riferirsi al modo in cui la coltiviamo: sementi autoctone contro ogm, concimi organici invece che chimici… ma ambiente e cibo vogliono dire anche natura selvatica…
Natura selvatica e natura coltivata sono un po’ come femminile e maschile: il selvatico dovrebbe essere al centro, lì dove dovrebbero stare, più e più spesso, le donne, mentre il coltivato, così come il maschile, dovrebbe spostarsi un po’ di più verso il femminile, il selvatico. Venendo qui ho visto la Torre di Pisa e ho pensato che è una buona metafora di ciò che il cibo è o dovrebbe essere: un’opera d’arte, antico frutto dell’opera umana, solida e meravigliosamente «confezionata» eppure dolcemente piegata verso la terra.
da l’Unità
Siamo alla Guerra semantica. Donald Rumsfeld si sta dando molto da fare per mettere i puntini sulle i della terminologia. “Impantanamento” quello in Iraq? “Se volete chiamarlo pantano (guagmire) fate pure. Io non lo definisco così”, “Guerriglia” quella che sta facendo quotidianamente tra le truppe occupanti quasi più vittime che nei giorni della guerra vera e propria? “No, non userei proprio questo termine”. E allora chi sono? “Terroristi, criminali”. Non è che il capo del Pentagono abbia scoperto una bruciante passione per la linguistica e la semantica. Dopo essersi esibito da storico il giorno della caduta di Baghdad: disse che Saddam raggiungeva nella pattumiera della storia altri dittatori rovesciati come Ceausescu e Stalin (dimenticandosi che questo era morto nel suo letto e fu adorato ai funerali). È che il quagmire, il pantano per antonomasia nel vocabolario degli americani, così come la “guerra di guerriglia” per eccellenza sono il Vietnam.
La guerriglia terminologica ha quindi uno scopo preciso: esorcizzare un fantasma inquietante. È bastato che giornalista facesse riferimento al Vietnam, come “il classico pantano”, per suscitare una pronta correzione da purista del dizionario: “Ci sono tante vignette ridicole in cui ci si chiede, voi della stampa vi chiedete: siamo già al Vietnam?, non solo domandandoselo, ma sperando magari sotto sotto che sia così. E invece no. Sono altri tempi. È un’altra epoca. È un altro posto”. Qualche giorno prima gli avevano chiesto se coloro che attaccavano i soldati americani erano “guerriglieri”. “No, io non userei proprio questo termine. Sono criminali. Tutte le grandi città hanno i loro criminali, ricordatevi che se Washington fosse popolosa come Baghdad, anche qui avremmo 215 omicidi al mese”, aveva risposto. E allora chi sono? “A differenza degli avversari con cui avevamo avuto a che fare nelle guerre del passato, che avevano firmato un documento di resa e consegnato le armi, i rimasugli del regime Baath e delle squadre della morte dei feddayin si sono dileguati in mezzo alla popolazione e sono tornati ad essere una rete terroristica”, la risposta. Unica ammissione, a denti stretti: che “durerà per qualche tempo” e che la mancata cattura di Saddam e dei suoi figli ha aggravato il problema ( “C’ è qualcuno che spera che possano tornare, perché erano privilegiati quando loro erano al potere”). Spiegazione seguita da un’altra ancora più inquietante, che pare preludere ad operazioni, forse altre guerre, anche al di là delle frontiere irachene: non solo rimasugli del vecchio regime ma anche “stranieri” (senza precisare di che tipo) e “gente influenzata dall’Iran”.
“Guerriglia” è per definizione una guerra combattuta da piccole unità, disperse in zone di difficile accesso o in mezzo alla popolazione, per distinguerla da operazioni condotte da contingenti che ad un avversario più forte sarebbe molto più facile attaccare e distruggere. Il pro console Usa in Iraq, Paul Bremer, ha dichiarato ieri che gli attacchi “appaiono condotti da gente che ha avuto esperienza militare o nei servizi… sono operazioni condotte da professionisti, piccole unità di 5 o 6 uomini… non attacchi spontanei da parte di folle inferocite o licenziati…”. E allora, perché ostinarsi a smentire il vocabolario? Solo perché evoca un denotato tabù e imbarazzante? I guerriglieri possono essere simpatici o antipatici. Se uno vuole si possono anche chiamare “criminali” e “terroristi”.
Ma l’operazione terminologica non toglie che, a differenza dei criminali comuni, la loro è una motivazione politica, non solamente psicologica o di banditismo. Gli analisti del sito americano Stratfor hanno tentato di dare delle spiegazioni alla furia semantica di Rumsfeld. Una delle loro ipotesi è che voglia delegittimare la valenza politica di quel che sta succedendo. Un’altra è più tecnica, che non consideri guerriglia una guerriglia allo stato iniziale (in questa accezione, “guerriglia” sarebbe quella che iniziò in Vietnam dopo il 1964, ma non le operazioni su scala minore condotte dai vietcong nel 1961 e 1962). Un’altra ancora è che ammettere che si trovano di fronte ad operazioni di guerriglia equivarrebbe ad ammettere che lo stesso Pentagono di Rumsfeld ha sbagliato grossolanamente i propri piani. “Se c’è guerriglia, e non la vogliono chiamare tale se ne possono trarre due conclusioni. La prima è che c’è stato un grave errore di intelligence sui piani del nemico… più grave ancora dell’errore di intelligence sulle armi di distruzione di massa. La seconda conclusione è che le forze armare Usa in Iraq non hanno una strategia per affrontare la guerriglia”, osservano impietosamente. Altri esperti cominciano a notare che, per correggere la svista, le truppe con cui hanno vinto la guerra non gli bastano, potrebbero dover chiedere aiuto. Ci sono volontari?
Dal collettivo al mercato Oggi il via libera libera alla legge di riforma degli usi civici. Le proprietà da secoli destinate a un uso pubblico potranno essere privatizzate con una dichiarazione del sindaco
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Oggi la Commissione agricoltura del Senato potrebbe approvare una nuova legge quadro in materia di usi civici, che ne innova profondamente la disciplina e condurrà rapidamente alla integrale privatizzazione delle terre che ne fanno parte – le terre di proprietà collettiva, cioè le terre che dall’antichità appartengono ai membri delle comunità locali e sono destinate ai loro bisogni essenziali. Ma che cosa sono e quante sono le terre collettive, presenti oggi sul territorio nazionale? Senza addentrarci in troppi particolari tecnici, dobbiamo sottolineare che si tratta ancora di oltre 5 milioni di ettari di terre boschive e pascolive, dalla legge Galasso sottoposte a vincolo paesaggistico, e comunque – salvo eccezioni da autorizzare caso per caso nell’interesse generale – escluse dal commercio e dall’appropriazione privata. Dunque, una sorta di riserve, vincolate da sempre agli utilizzi locali – legna da ardere, pascolo, ecc. – ma soprattutto escluse dal mercato. Queste le regole in vigore, alla cui applicazione sovrintende il Commissario agli usi civici. In realtà, le terre civiche o collettive non sono state affatto rispettate e in quasi tutto il territorio nazionale sono soggette ad abusi di ogni tipo: dalla villetta unifamiliare, regolarmente autorizzata dal Comune per ignoranza o connivenza, alla speculazione edilizia importante o d’occasione, all’usurpazione industriale o commerciale o turistica. Benché la legge Galasso imponga su di esse vincoli a tutela del paesaggio, le regole paesaggistiche sono destinate a valere men che nulla, quando al momento buono si ignori quali siano gli usi civici o a chi precisamente appartengano. Ebbene, è necessario oggi constatare che il Commissariato agli usi civici – giudice da ottanta e più anni deputato ad identificare queste terre con sentenza – ha fallito il compito per il quale fu creato; solo negli ultimi anni e solo a Roma, infatti, i suoi accertamenti hanno cominciato ad essere trascritti sui libri ipotecari e in questo modo a diventare conoscibili da qualunque interessato. In mancanza di questa trascrizione, le terre civiche hanno l’apparenza delle terre comunali di proprietà patrimoniale, suscettibili di finire in mano altrui, per compravendita o per usucapione. Qualche esempio. E’ un fatto che sono state compravendute senza alcuna autorizzazione dai Comuni anche le terre civiche necessarie all’insediamento delle linee ferroviarie ad Alta Velocità; è un fatto che sugli usi civici sono nate come funghi cave di breccia al servizio dei cantieri edilizi e ferroviari, sempre esenti da controlli amministrativi, fiscali e giudiziari.
Oggi il senato approverà dunque un disegno di legge predisposto insieme da senatori della maggioranza e dell’opposizione, per dare una soluzione definitiva a questo problema medievale. Le terre civiche non saranno più identificate da un apposito magistrato, ma con una dichiarazione del sindaco, sottoscritta in via breve e con urgenza (entro sessanta giorni), senza necessariamente tener conto delle sentenze emesse nel passato. I sindaci, si sa, non sono sempre preparati nel diritto, ma conoscono bene il proprio territorio e soprattutto gli interessi che intendono operarvi; con questa dichiarazione essi possono risparmiare tempo e soldi, altrimenti perduti nelle pratiche giudiziarie e per gli avvocati. Inoltre, se proprio è necessario qualche soldo, i sindaci sono autorizzati dalla nuova legge a vendere i terreni d’uso civico al migliore offerente, non certo nell’interesse delle popolazioni proprietarie, ma nell’interesse proprio e in quello del Comune, cioè nell’interesse di quelle imprese che in unità di intenti con l’amministrazione si propongano adeguati progetti di utilizzo. Laddove esistano ancora le popolazioni proprietarie e siano davvero interessate alla conservazione delle proprie terre, esse dovranno invece rivolgersi previamente al sindaco e sperare di essere ascoltate, ma non potranno in alcun modo opporsi al decreto di costui. Al contrario, ove il sindaco inserisca nella dichiarazione alcune terre per avventura occupate da privati, costoro – anche senza esser proprietari – potranno ricorrere al Tribunale amministrativo, chiedendo il rispetto dei loro interessi. Ma proprio questa prospettiva potrebbe indurre i sindaci più solerti a consultare previamente tutti gli occupatori per escludere dalla dichiarazione le terre pretese da costoro.
Non tutto sarà comunque oggetto di immediata compravendita. Ma si può star certi che nel giro di ben pochi anni, sia per effetto delle dichiarazioni dei sindaci, sia per effetto delle pretese dei privati, di terre civiche non resterà che l’ombra. La nuova legge non obbliga affatto il sindaco a un meticoloso lavoro di ricognizione di sentenze incomprensibili, non pretende neppure che la dichiarazione sindacale sia suffragata da qualche straccio di prova o di ragionamento; si accontenta per l’appunto di una dichiarazione a efficacia quinquennale. Ogni cinque anni, infatti, il sindaco in carica potrà rivedere la dichiarazione precedente e ridimensionare a suo piacere le superfici dei demani civici. La proprietà collettiva con l’entrata in vigore della nuova legge si trasformerà dunque in sorta di demanio a tempo, soggetta a ogni trasformazione edilizia o industriale da parte dei privati che godano del favore delle amministrazioni, senza recare alcun beneficio alle popolazioni residenti, che potranno al massimo raccogliervi un po’ di fieno o dei mirtilli nei periodi stabiliti. Nonostante il carattere eversivo che questa legge ha assunto, l’opposizione non vi ha trovato nulla da eccepire, forse attratta dalla prospettiva di far man bassa nei comuni di propria pertinenza; non ha sollevato un dubbio solo sulla costituzionalità di un esproprio così massiccio e immotivato; non ha preteso alcun compenso per le popolazioni soccombenti; non si è neppure accorta del progetto e non l’ha mai denunciato neppure sui propri autorevoli giornali.
***questo articolo ci è stato inviato da un alto magistrato, che preferisce restare anonimo
A Roma l’iniziativa patrocinata dal manifesto
Riprende il discorso di Riccardo Petrella sulla cosa pubblica in tema di beni comuni. I presenti a una importante discussione romana propongono di tenere alta, da qui ad aprile, la questione a livello della politica e soprattutto dell’opinione pubblica. Ci saranno molte iniziative diffuse
e un manifesto finale Diamoci sette mesi e intanto costituiamo un gruppo per il percorso della “res publica”. E spingiamo i nostri amici….
Guglielmo Ragozzino – Roma
Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, il manifesto ha pubblicato, – in contemporanea a Carta – in cinque puntate (27 e 30 agosto; 1, 3 e 5 settembre) un testo di Riccardo Petrella che aveva l’obiettivo di lanciare la proposta di una nuova res publica dei beni comuni. Lo scritto è stato letto e commentato, insomma ha avuto un successo insolito, visto il periodo di uscita assai poco favorevole. Ora l’iniziativa è stata ripresa in una riunione di approfondimento che si è tenuta ieri nella sala della Pace della Provincia di Roma. La proposta è di sviluppare una campagna di 8 mesi per rendere popolare il tema dei beni comuni.
Petrella ha esordito analizzando la protesta molto diffusa di coloro che sentono aboliti i propri diritti in quanto cittadini: Della protesta ha esemplificato quattro aspetti salienti.
In primo luogo la mercificazione della vita. In altre parole il fatto che ogni problema e ogni rapporto umano, ogni aspetto della vita diventa l’oggetto di un bilancio di costi-opportunità.
Il secondo punto in evidenza è la finanziarizzazione delle regole della casa. Queste ultime sono le questioni dell’economia. Petrella ama ripetere che economia deriva dal greco antico oikos, che appunto significa casa, in tutte le sue accezioni. Ora l’economa è stata stravolta dalle leggi della finanza che dominano le merci. Se i rapporti umani erano già compromessi dalla mercificazione, ora questa si è ulteriormente degradata. Sarà sempre una transazione monetaria, non un servizio, non una cosa reale a creare valore.
Il terzo punto consiste nella privatizzazione del politico. L’esempio lampante di questo è che nell’Unione europea, Commissione e Parlamento contano infinitamente meno della Banca centrale che, senza poteri legali, ne ha di formidabili effettivi. Muovendo il tasso d’interesse reale, riscalda o raffredda le economie dei paesi sottoposti. Il 3% di indebitamento massimo, croce e delizia delle nostre politiche, è stabilito dai banchieri e imposto, ai tempi di Maastricht, ai politici, ma non risponde ad alcuna legge o scienza superiore.
Ultimo punto la militarizzazione del mondo. Qui non si tratta solo degli Usa che con le armi puntano al dominio degli altri paesi e continenti, ma è soprattutto il capitalismo che deve conquistare il mondo e per conseguenza espellere gli altri modi di vivere e fare scambi.
In questa situazione pericolosa e che tra l’altro è in movimento, esistono ancora i miei diritti, i diritti di noi cittadini comuni? Occorre organizzare una difesa. L’unica possibile – ripete Petrella – è una reivenzione della res publica, una cosa pubblica adatta al XXI secolo, con alcuni accorgimenti.
Prima di tutto c’è un livello nazionale da mettere in campo, contro la globalizzazione che sembra inevitabile. In Italia, il governo attuale può fare qualcosa; ha fatto perfino delle promesse. Occorre prenderlo sul serio, chiedergli che si esprima, nomini una qualche forma di task force o forse un segretariato capace di occuparsi dei beni comuni. Petrella tocca poi il problema dell’acqua, dal quale ha ricavato questo ritorno alla politica dei beni comuni. All’acqua serve un percorso di res publica forte per riaffermare che si tratta di un bene pubblico. Ci vuole un atto governativo meno impreciso di quello scritto nei programmi e che affida al settore pubblico anche la gestione, ma che viene ogni giorno messo in dubbio dal corso delle cose. E Petrella cita la crescita inarrestabile della società multiutility emiliana Hera, sottolineando che l’H di Hera significa Holding, cioè, con tutta evidenza, finanza.
E Petrella conclude indicando altri punti: il processo in atto di mercificazione dell’educazione, segnalato dalle decisioni relative all’università di Bologna. La possibilità di inserire un tarlo nel sistema della finanza, alludendo, se abbiamo ben capito, a una sorta di Tobin Tax o a uno strumento analogo, discusso ancora a Bari, in sede di Controcernobbio. La necessità di stringere un patto difensivo in tema di usi civici. E infine una presa di posizione capace di dare fiato alle Ong operanti nel settore della cooperazione internazionale.
La discussione ha coinvolto tra gli altri Patrizia Sentinelli, viceministro degli esteri e Stefano Rodotà, pensatore libero.
Per Sentinelli la logica di mercato ha fatto vittime anche a sinistra, fin tra gli economisti della rive gauche. E’ necessario recuperare il significato dei beni comuni; e dopo una fase di politica culturale si passerà meglio a influire sulla politica politica. Un segretariato che si occupi di beni comuni le sembra un’idea apprezzabile e lancia in proposito un invito a Petrella. Sull’acqua dice cose importanti. L’acqua è passata, come bene comune, ma è l’unica vittoria, ed è sempre a rischio, perché quando nel convegno romano sull’acqua si arriva al compromesso di stabilire che l’acqua «non è una merce come le altre» significa che essa rientra nell’ambito delle merci. E’ Prevalsa la posizione del Comune di Roma che nell’acqua ha interessi d’impresa. Inoltre Sentinelli dice una parola forte, oltre che condivisibile, per un viceministro: il forum mondiale dell’acqua è una «fandonia». L’Onu c’entra pochissimo e fanno tutto le multinazionali.
Rodotà, in un intervento molto applaudito, parla di conoscenza, comunicazione, Internet. Indica forme anche nuove di conoscere e comunicare e poi del conflitto che bisogna affrontare e superare se si vuole evitare che la libera conoscenza non si trasformi nel suo contrario. Cita Proudhon quando dichiara «chi dice umanità vuole ingannarvi» e ognuno capice l’allusione. Cita due volte de Tocqueville, a proposito della lotta politica tra chi possiede e gli altri che non hanno niente e poi ancora in tema di scarsità della terra, all’origine della sottrazione dei beni comunali ai commons. Poi parla del patrimonio pubblico, quello insidiato dalla Patrimonio spa e ricorda che 9 volte su 10 esso è dei comuni e non dello stato che dice di volerlo vendere per ridurre il debito. E infine del bene comune rappresentato dalle teche Rai. C’è il pericolo che la Rai lo venda e lo privatizzi, come ha fatto con il materiale sulla Juventus. «Quello è materiale di serie B», nota qualcuno dal palco.
da il manifesto – La diversità e il decentrameno sono le risorse indispensabili per costruire un altro mondo. Ma la critica allo sviluppo industriale e al degrado ambientale e sociale che esso provoca può diventare efficace se le comunità locali del Nord e del Sud del mondo trovano il modo per continuare a camminare assieme sulla strada della resistenza alla globalizzazione. Un’intervista con la fisica indiana Vandana Shiva
L’incontro con Vandana Shiva avviene in un’affollata università napoletana, nella facoltà di scienze politiche della Federico II, circondata da studenti, attivisti, donne, che la tempestano di domande. Dopo il seminario organizzato dalla cooperativa «O’Pappece» sui temi della globalizzazione e sulle forme di resistenza ai sistemi monopolisti, è una corsa per ascoltare ancora la fisica indiana che da oltre 15 anni si batte per contrastare le multinazionali arrivate in India a sfruttare i terreni e le comunità locali. Vandana Shiva ha fondato un’organizzazione, Navdanya, che raccoglie dieci milioni di agricoltori indiani e che sostiene l’importanza della biodiversità per combattere l’introduzione della monocoltura e la neocolonizzazione occidentale. Attualmente è direttrice della «Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia» ed è fra i membri del Third world network, una rete internazionale di associazioni per lo sviluppo e le relazioni Nord-Sud. Definita la «santona no global», ha sempre detto di preferire la parola pro local a «no noglobal». Ma in un’accezione atipica perché «la dicotomia locale/universale – scrive nel volume Sopravvivere allo sviluppo, Isedi – è mal posta se applicata alle tradizioni indigene e occidentali del sapere, perché il sapere occidentale è una tradizione locale che si è diffusa nel mondo attraverso la colonizzazione intellettuale. L’universale si diffonde come sistema aperto. Il locale globalizzato si diffonde invece con la violenza e l’inganno. Il primo livello di violenza che si riversa sui saperi locali è quello di non riconoscerli come tali».
I suoi testi – molti dei quali pubblicati in Italia: Monocolture della mente, Bollati Boringhieri; Biopirateria, Cuen; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi; Terra madre, Utet, edizione riveduta di Sopravvivere allo sviluppo; Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli; Le guerre dell’acqua, Feltrinelli – hanno rappresentato e rappresentano una vera «didattica» per il movimento no global. Sono testi dove Vandana Shiva pone l’accento sull’ecologia sociale come metodo di resistenza e di costruzione di alternative alle conseguenze di uno sviluppo fondato sulla distruzione ambientale che induce i paesi poveri a sottoscrivere e applicare i programmi di aggiustamento strutturale decisi dal Fondo monetario internazionale, che comportano sempre drastici tagli al welfare state e una politica di privatizzazione dei «beni comuni», come possono essere l’acqua, l’elettricità, i trasporti, le risorse naturali.
Con i suoi vestiti colorati e un sorriso calmo, la «donna dell’Himalaya» ascolta e risponde senza fretta, camminando nel centro storico napoletano. Alla fine raggiungiamo un bar dove mediattivisti indipendenti e giornalisti preparano le telecamere, i registratori, le penne e i blocchetti e anche in questo caso vale il principio della condivisione.
Lei ha contribuito a sviluppare in India un’ampia opposizione agli effetti della globalizzazione economica. Inoltre, ha spesso sottolineato la necessità di un’allenza con i gruppi di attivisti nel Nord del pianeta. A che punto è la tessituta della rete Nord-Sud?
Tutti vogliamo convertire i discorsi in pratiche d’azione. Abbiamo però livelli e condizioni differenti. Questo non è un problema, bensì una risorsa. Ritengo che ogni luogo abbia il suo specifico livello d’interazione e discussione e non si devono imporre le proprie dinamiche di discussione ad altri. Con queste premesse dobbiamo costruire una rete di solidarietà con il Sud e con i paesi dell’Est Europa unendo le energie, condividendo le esperienze e rispettando le differenze. E’ su questa strada che gli attivisti occidentali devono combattere le proprie battaglie. Non si tratta di un soccorso etico o morale, ma di un meccanismo fondamentale per cambiare i giochi del potere.
In questo momento, per esempio, i polacchi stanno tentando di difendere le loro fattorie che presto saranno risucchiate nelle logiche del mercato mondiale, ma i leaders politici di Varsavia fanno accordi per consentire l’espropriazione da parte delle multinazionale dell’agro-business. Una delle sfide del movimento dei movimenti è riuscire a unire le forze dei paesi dell’Est con quelli del Sud del mondo per ribellarsi e difendere i propri spazi si autonomia.
Cosa vuol dire in concreto?
Certo non bastano gli appuntamenti internazionali, come possono essere i forum sociali continentali. In Occidente, ad esempio, è importante modificare le azioni quotidiane, trasformandole in testimonianza politica. Decidere cosa comprare o mangiare, come vestirsi o viaggiare per esempio sono tutte azioni attraverso le quali si può fare politica e opposizione alle multinazionali. Devo ammettere che molti si stanno muovendo in questa direzione, ma non è ancora abbastanza.
Il cambiamento passa nel decentramento e nella diversificazione, deve cioè creare pluralismo culturale e biologico in contrapposizione alla concezione di comunità fondata sulla fabbrica, produttrice di monocolture insostenibili in natura e nella società. Difendere quello che hai e non consentirne la distruzione è un bisogno primario per ogni individuo. Ma ripeto: voi in Occidente dovete riuscire a unirvi al Sud e all’Est dove il decentramento e la diversificazione ancora esistono.
Certo è un passaggio fondamentale, ma non così scontato e automatico…
In agricoltura il collegamento, il dialogo tra le piccoli agricoltori è un principio essenziale per portare avanti qualsiasi battaglia. Ritengo che questa sia la componente principale in ogni luogo: abbiamo bisogno che sia così anche in Europa. Vedi, l’uniformità e la centralizzazione sono alla base del degrado ecologico e sociale di tutto il pianeta. Un precesso «degenerativo» che, invece di fermarsi, si sta diffondendo nei paesi in via di sviluppo. Così nel Sud, ma anche in Europa, invece di tendere alla differenziazione ci si uniforma al modello industriale e agricolo statunitense.
La maggioranza dei cittadini europei non vuole un appiattimento delle politiche nazionali sulle logiche della globalizzazione economica. E tuttavia i governi europei costantemente disattendono le aspettative di una migliore qualità della vita con una politica che, mentre induce a credere nella possibilità di riforme sociali, propone parallelamente l’asservimento delle comunità locali alle grandi multinazionali.
Attualmente, coesistono due sistemi: la monocoltura statunitense e i sottosistemi della diversità. Molti studiosi, e io con loro, sono convinti che il secondo modello sia più produttivo. L’Europa è seduta al centro, così può ancora decidere di andare verso la diversità, la democrazia, il rispetto delle differenze o, al contrario, verso la monocoltura.
Nella prima settimana di luglio a Napoli si terrà il secondo appuntamento dei gruppi e delle associazioni per costruire il Forum sociale del Mediterraneo di Barcellona. Le difficoltà di riunire attorno a un tavolo realtà così diverse, come possono essere quelle italiane, libanesi, tunisine, alegrine, spagnole appare enorme…
Ogni politica innovativa costruisce le proprie basi secondo le condizioni di attuabilità in un dato momento storico. Non penso che bisogna essere disfattisti e insicuri in quello che organizziamo, ma guardare il contesto e cogliere il potenziale. Ci sono dei problemi nel Mediterraneo come ci sono in India. In ogni situazione esiste un potenziale, ma può essere raccolto solo attraverso la nostra determinazione. Sono convinta che in nessun luogo ci saranno mai le condizioni ideali per coinvolgere le comunità. Dipende molto da noi. Finché le persone saranno creative e solidali, pronte a condividere le esperienze, potranno provocare uno piccolo cambiamento. Ma poi sappiamo che i piccoli cambiamenti possono crescere, irrobustirsi, germineranno e i nuovi germogli inizieranno a fiorire. La transizione alimenta cioè se stessa. Per troppo tempo in politica si è adottata una parola che non posso sopportare: «posizione».
La realtà non è una posizione è un processo. «Posizione» è una parola artificiale, io non ho una posizione, il mio è un cammino, un percorso, un impegno in divenire. Raccogliamo i frammenti dei processi, le evoluzioni. Tutti noi non siamo esseri stagnanti con posizioni immutabili. E’ necessario comprendere quali energie possiamo mettere in campo e capire chi e che cosa è agli antipodi della nostra idea di società.
Personalmente, ritengo le multinazionali alimentari agli antipodi della mia comunità e le combatto, mentre posso convivere con i contadini e i loro piccoli commerci. Sbaglia chi propone la chiusura, l’assenza del mercato. I contadini nelle più isolate regioni dell’Himalaya hanno costituito un mercato, fondato sul baratto è vero, ma questo dimostra che nessuna società è mai stata totalmente chiusa
I progetti del futuro?
Partecipo a una commissione sul futuro alimentare organizzata in Toscana che crede in una politica della diversità, della localizzazione ed è contraria all’agricoltura biochimica. I gruppi impegnati nei lavori, un team globale con i principali attivisti del mondo, stanno cercando di costruire difese per il futuro contro lo sviluppo distruttivo e l’ecologia del terrore. L’idea è quella di formare una commissione mondiale e spingere i governi a promuovere la diversità. Poi c’è la battaglia in India contro la privatizzazione dell’acqua. Da un anno e mezzo abbiamo dato vita a un movimento chiamato water liberation per la difesa della sovranità comunitaria sull’acqua. Il mese scorso abbiamo conseguito un successo contro la privatizzazione del fiume Shivnat costringendo il governo a recidere il contratto con la Coca cola. Un progetto che prevedeva un’imponente diga che avrebbe spostato tutti i villaggi, nel raggio di due miglia dalle rive del fiume. Le donne si sono battute per un anno, poi la corte suprema ha deciso di sostenere le comunità locali, definendo il piano un’appropriazione illegale.
Ora stiamo cercando di impedire la privatizzazione delle rive del Gange. Una società francese ha intenzione di prelevare 635 milioni di litri per spostarli nelle condotte di Dheli. Contrastiamo anche il megaprogetto di 200 miliardi di dollari per spostare il corso naturale della maggioranza dei fiumi indiani. Far confluire l’acqua nelle grandi città e nelle aree industriali significherebbe sottrarre un bene primario per dieci anni alle comunità lungo la riva.
Per il prossimo futuro invece uno degli appuntamenti cui parteciperò sarà la mobilitazione per fermare il Wto, che si riunirà a Cancun in settembre. Il primo obiettivo degli attivisti globali è infatti fermare il Wto prima che renda irreversibili i meccanismi che mettono in ginocchio i contadini e i piccoli produttori nel Sud del mondo.
Lei si è battuta contro le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, condotte in nome della lotta al terrorismo. Lei cosa pensa del concetto di guerra preventiva?
La parola terrorismo ha un significato complesso. Terrorismo è un sistema che porta appunto terrore e diffonde paura. Il terrorismo arriva nell’economia indiana e trascina via con sé le sicurezze dei contadini, li catapulta con forza nella società del XXI secolo. L’11 settembre tutti gli occhi erano puntati sulle due torri del World trade centere che crollavano. Molti hanno scritto parole toccanti sulle vittime delle Twin Towers. Quell’impeto di commozione e solidarietà ha coinvolto anche me.
Quel giorno io ero in un piccolo villaggio tra le montagne, chiamato Evisa. E quel giorno 23 persone sono morte di stenti. Sottrarre le risorse alle comunità, avere coscienza di provocarne la morte fisica, spingere i contadini a coltivare per il mercato è terrorismo a banda larga, è la profonda e permanente violenza quotidiana in ogni società. L’11 settembre è un giorno solo e ha distrutto due palazzi in una città. La globalizzazione è l’11 settembre ogni giorno, in ogni momento.
Mario Ferrari
I percorsi del femminismo hanno scombinato gli stereotipi tradizionali relativi a uomini e donne e hanno reso possibili esperienze di sé in rapporto agli altri/e che accadono al di là d’ogni prefigurazione. Ai processi di liberazione femminile inizialmente gli uomini non hanno preso parte, se non come attenti o interessati osservatori, in alcuni casi; in altri, o ne sono rimasti estranei o, se invasivi, sono stati messi alla porta. Soltanto con il tempo piccoli gruppi di maschi si sono resi conto di poter collaborare al movimento di liberazione femminile senza dover per forza occupare una posizione di rilievo, ma entrando in un processo di trasformazione di sé.
E si sono ritrovati a un punto di partenza nuovo. Perché un punto di partenza antico c’è già stato nella tradizione. Infatti, il pensiero occidentale si è largamente impegnato a indagare chi è l’uomo sia sul piano teoretico sia su quello pratico. Uno dei filosofi antichi che ha affrontato la questione mediante un percorso etico è Diogene di Sinope, vissuto tra il V e il IV secolo a.C.. Di lui si racconta che vagasse nelle zone più affollate della città in pieno giorno con una lanterna accesa dicendo: “cerco l’uomo”. Praticando un virtuoso ritorno alla natura, a ciò che è essenziale e che basta per vivere, Diogene esternava disprezzo verso tutto ciò che produce sicurezza: ruoli, poteri, averi, e si esprimeva con sfacciataggine libera e ironica anche di fronte ai potenti.
Oggi l’audace filosofo può provocare ancora profonda simpatia in chi cerca di mettere al centro della vita il bisogno di ricerca e radicalità, l’essere piuttosto che l’avere.
Ma proprio su questo punto si riscontra una certa affinità e molta distanza tra il percorso di Diogene, e con lui della tradizione, rispetto all’esperienza del femminismo. Diogene cercava l’uomo. Denunciava, cioè, la mancanza di umanità – quella, almeno, da lui scoperta e apprezzata – nei maschi. Oggi alcune donne, cresciute nella relazione con altre donne, lamentano l’assenza di legami significativi con gli uomini. Quindi sentono, in qualche maniera, il bisogno e la mancanza di tali relazioni a cui, per vari motivi, i maschi si sottraggono. Entrambi i punti di vista, quello della ricerca e quello della mancanza, permettono di intuire la triste situazione in cui si possono trovare quei maschi che rinunciano, per vari motivi, alla possibilità di evolversi umanamente.
Tuttavia, se a distanza di secoli l’antica provocazione di Diogene rispunta, è pur vero che si presenta sotto nuova veste, cambia la sua natura e dispone a conseguenze nuove. Infatti, mentre Diogene, e con lui la tradizione, ha incoraggiato gli uomini a un percorso etico radicale, coerente, in grado di metterli a contatto con ciò che è essenziale; le donne invitano gli uomini a non opporre resistenza a un contatto essenziale con sé e con altri/e invitandoli alla relazione. Per Diogene è essenziale alterarsi, cioè diventare altro – prendere le distanze – dalla propria disumanità mediante una via di riscatto che prevede il disprezzo e l’abbandono dei beni, un ritorno a sobrietà per imparare a vivere come gli animali di ciò che serve; per le donne, invece, è essenziale lo svolgimento e l’accrescimento di sé che accade quando si accetta il rischio della relazione a partire dal suo punto originario, lo scambio cioè con altri/e di quell’indigenza e di quella mancanza che la tradizione ha scartato per vergogna e per paura. Diogene ha fatto cadere in ombra l’incapacità di esprimersi umanamente e ha sostenuto l’importanza di cambiare strada; le donne hanno fatto della propria incapacità il luogo più appropriato per stabilire con sé e con altri una relazione reale, capace di trasformazione.
Se il nuovo inizio, dunque, consiste nel riconoscere come parte di sé, nominare e scambiare con altri/e la propria mancanza, gran parte degli uomini, mi pare, non conosce ancora quest’esperienza. Anche Diogene ha scavalcato questo passaggio e, per lo meno, non ci è stato d’aiuto nell’affrontarlo. Egli ha, in qualche modo, soccorso se stesso e altri rinunciando alle sicurezze e rimanendo in uno stato permanente di indigenza. Ma quale criterio garantisce la misura autentica di tale indigenza? Probabilmente a Diogene è mancata la misura del proprio bisogno che si riconosce all’interno della relazione. La sua esperienza, comunque, si ripete con molta spontaneità tra uomini quando tentiamo di parlarci in maniera nuova. Ci riesce piuttosto difficile addentrarci nella relazione fino a svelare qual è il nostro bisogno personale, le contraddizioni che proviamo, le paure e le inquietudini che premono dentro di noi, le angosce che emergono, le complicazioni esistenziali che incontriamo… Ci è più congeniale scivolare lentamente, quasi senza accorgimento, su questioni di metodo che garantiscano la correttezza del pensiero.
L’esperienza femminile del partire da sé ci invita a fare un passo indietro rispetto al percorso di Diogene; rinunciando a contenuti, risposte, dottrine e significati prodotti dalla tradizione, che provocano sicurezza e distrazione, occultamento e distanza da un’esperienza che può spaventare.
È possibile intercettare infiniti segnali di paura e di vergogna all’interno della nostra esperienza. La cultura dominante blocca l’accesso al nostro senso di impotenza, trattandolo come una specie di orribile sventura o come una forma di patologia: la sola impotenza di cui si sente parlare è l’impotenza sessuale. Ma essa non è che uno dei tanti punti di avvistamento di un’esperienza nella quale, con onestà, possiamo riconoscerci tutti.
Come potrebbe, ad esempio, immaginare il proprio successo un politico impotente? Come potrebbe costruire la sua vittoria sugli avversari senza ostentare sicurezza? Come farebbe a gestire situazioni conflittuali senza giocare al braccio di ferro? È assurdo, ma non gli è permesso di mettere in gioco ciò che vive a partire da un sentire spontaneo e da un pensare onesto. La sua potenza trova riconoscimento nel codice aggressivo di difesa e attacco. Poco conta se dietro al suo ostentato senso di onnipotenza egli abbia a che fare con un mancato rapporto con il proprio senso di impotenza.
Se il percorso femminista contiene in sé questa valenza rivelatrice, anche noi possiamo correre il rischio di uno sbilanciamento e oltrepassare la soglia del sospetto e della distanza per costruire relazioni autentiche che ci permettono di fare esperienza della sorprendente potenzialità di cui è gravida la nostra carenza.
da El Pais
Il mercato del quartiere sciita di Al Kadhamiya vive del tutto libero dai timori per la situazione della sicurezza che si sono abbattuti su altre zone di Bagdad da quando la città è stata presa dagli americani, il 9 aprile. Tutti i negozi sono aperti e quasi non si cammina nella folla che scorre tra i banchi di cibo o di frutta, i ristoranti di kebab, i negozi di vestiti o di apparecchiature elettroniche e, naturalmente le botteghe che vendono ritratti di Alì o di Hussein – le due principali figure della religione sciita, un ramo dell’Islam che permette le immagini. Ma non è solo l’intensa attività, senza soldati statunitensi che pattuglino la zona, a sorprendere. Il quartiere offre una visione insolita in altre parti della capitale irachena – e non solo di popolazione cristiana -: non c’è una donna che non vada coperta, o con il chador nero che copre dalla testa ai piedi, in molti casi anche con i guanti, o, ed è solo una minoranza, con un fazzoletto in testa e una gonna lunga. Il timore che questa immagine diventi generale in tutto l’Irak ha portato diversi gruppi di donne a organizzarsi.
Ritorna il chador.
“Certo che questo pericolo esiste”, segnala Maisun al Danluyi, nella lussuosa casa che Adan Bachachi possiede nel quartiere di Al Mansur e che usa per le costanti riunioni della sua formazione politica, il Movimento Indipendente per la Democrazia. Molti diplomatici occidentali e molti iracheni di classe media vedono in quest’uomo di 80 anni, vissuto in esilio per 30 anni e sostenitore di uno Stato laico per l’Irak, l’unico politico capace di mettere insieme un governo di transizione. Al Danluyi, una donna di 42 anni, è una dei suoi principali consiglieri ed è stata l’organizzatrice dell’Incontro delle Donne Irachene, svoltosi a Bagdad lo scorso fine settimana. “L’obiettivo di questo incontro era discutere i problemi delle donne irachene e anche il nostro futuro”, dice. “Il pericolo non è nell’Islam, perché l’Irak è un paese a stragrande maggioranza musulmana, ma nelle pratiche radicali di questa religione. Vogliamo che questo incontro sia il principio di una vasta organizzazione per la difesa dei nostri diritti”. E non è l’unica riunione di donne, ce ne saranno altre nella capitale le prossime settimane. Il principale quotidiano distribuito a Bagdad, il giornale curdo Azzaman, annunciava di recente il ritorno di Safia al Shiel, un’attivista irachena che ha passato 20 anni in esilio, soprattutto in Libano e in Siria. “Al Shiel ha dichiarato di aver preso contatti dentro e fuori l’Irak per fare una conferenza nazionale che garantisca i pieni diritti della donna irachena, e ha aggiunto che l’Irak è un paese più avanzato dal punto di vista sociale di altri Stati della zona”, segnalava il quotidiano. Al Danluyi afferma che gli anni d’oro delle donne irachene sono stati gli anni cinquanta e sessanta, quando raggiunsero un grado di libertà molto superiore a quello di altri Stati arabi. Attualmente ci sono molte donne che lavorano nei ministeri, negli ospedali e all’università. “Mia madre è stata la prima pediatra irachena, all’inizio degli anni sessanta. Nell’epoca di Saddam abbiamo conservato alcuni di quei diritti, ma è stato nonostante il dittatore: non ha represso solo le donne, ma tutto il popolo iracheno”, dice. Kadimiya Jabar, di 53 anni, conosce molto bene la repressione del dittatore contro le associazioni di donne. Abbigliata con un fazzoletto in testa, Jabar si trova nella sede della Lega delle Donne Irachene, un edificio ripulito dai saccheggiatori, situato molto vicino al Ministero degli Esteri. Questo movimento fu fondato nel 1952 e, sia sotto Abd al Karim Qasim sia sotto Saddam Hussein, le sue appartenenti furono perseguitate, torturate e uccise. Jabar, sposata e madre di sei figli, ha vissuto 10 anni in esilio. “La religione rispetta i diritti delle donne. Quelli che dicono che la donna non deve muoversi di casa non è che siano religiosi, è che sono contro il progresso. Noi pretendiamo di avere gli stessi diritti degli uomini, e che ogni donna decida come vuole uscire vestita in strada”, dice la portavoce della Lega delle Donne Irachene.
Pessimismo.
Ma non tutti si mostrano tanto ottimisti. I cristiani, che rappresentano una minoranza del 4 per cento della popolazione irachena, anche se a Bagdad sono una parte più importante, non vedono il futuro così chiaro. Nelle zone del sud del paese, dove gli sciiti sono la stragrande maggioranza, non si vedono donne senza chador. Di fatto, si vedono poche donne per strada o nei mercati. Questo si spiega in parte per la paura dovuta alla situazione di insicurezza generale, ma anche perché sono zone profondamente conservatrici. “Se finirà per imporsi una legge islamica, dovrò andarmene dal mio paese”, afferma Rajaà Bosha, ginecologa di 60 anni che collabora con l’associazione Al Amal, una ong che da 10 anni sviluppa programmi di donne nel Kurdistan e che si è appena stabilita a Bagdad. “Bisogna lottare per il rispetto dei diritti di tutti, di uomini e donne, perché altrimenti l’Irak non sarà mai una piena democrazia”, dice questa cristiana di Bassora, la principale città del sud dell’Irak, sempre più dominata dalle tradizioni sciite più conservatrici. “La situazione della donna non è ancora un problema maggiore in Irak, perché conserviamo molti dei diritti ottenuti negli anni sessanta, anche se c’è molto da migliorare nel campo dell’attenzione ginecologica. Ma la situazione può cambiare e bisogna far qualcosa prima che sia troppo tardi”, aggiunge.
(traduzione di Clara Jourdan)
Angela Cozzi, Milano
Ho letto la risposta in cui lei ha dato conto delle opinioni di Elizabeth Badinter, Eugenio Scalfari e sue, in materia di femminismo.
Può darsi che abbiate ragione e che davvero il “separatismo” sia all’origine della crisi che ha messo le donne su una via sbagliata, e ci ha fatto smarrire la via.
Ma non sono d’accordo sulla necessità che persone come lei o come Scalfari prendiate la parola in tali discussioni.
Comunque la mettiate, c’è da parte degli uomini (e qui il discorso prescinde da voi due, che anzi..) un qualcosa di untuoso e di paternalistico che avvilisce questi dibattiti.
Anche il più intelligente dei maschi quando parla di femminismo appare fasullo.
Forse bisognerebbe indagare perché questi civili accettano di partecipare alle parate militari…
(la Redazione del sito)
da il manifesto
La partecipazione di un «manipolo» di ragazzi/e impegnati nel Servizio Civile Nazionale (non gli obiettori di coscienza: considerati troppo pericolosi) alla parata militare del 2 giugno è l’ennesimo segnale della cooptazione del «civile» e dell’umanitario dentro la cornice e la logica di un protagonismo delle Forze armate fatto da «soldati di pace» (titolo della prossima serie di telefilm Rai) che fanno le «guerre umanitarie», naturalmente. Cos’abbiano a che fare i ragazzi che portano aiuto ai disabili e agli anziani con la tronfia e retorica parata (e che costa milioni di euro, molto più utili per i servizi ai disabili che Berlusconi smantella quotidianamente) i carri armati e i caccia bombardieri è difficile da dirsi. Per il governo italiano è più chiaro: un tocco di bontà, un pizzico di umanitario con cui condire in salsa nostrana l’indigesta pietanza di un esercito di «pace» con retrovie «civili» e blandire qualche ente di servizio civile che in questo modo si crede accolto, legittimato, valorizzato. I governi italiani da anni aumentano le spese militari; dalle nostre basi militari partono gli aerei per le missioni di guerra; le nostre forze armate partecipano ad alcune operazioni militari (Iraq, Afghanistan) che niente hanno a che fare con le missioni di pace. Quando Aldo Capitini e don Lorenzo Milani pensavano a un servizio civile alternativo a quello militare immaginavano qualcosa di radicalmente diverso da un’appendice «umanitaria» in coda ai camion dei militari e alle autoblindo sappiamo che quei ragazzi in servizio civile svolgono un compito importante per la comunità e che l’istituzione del Servizio Civile Nazionale rappresenta un importante risultato e anche una conquista per il Movimento per la pace italiano. Ma se il prezzo è quello di essere «embedded» tra un battaglione San Marco e la Folgore, allora quel prezzo è troppo alto. La festa della Repubblica è di tutti, ma non è certo un buon motivo per avvalorare una omologazione civili-militari tutti insieme appassionatamente, omologazione cui gli alfieri degli interventi militari-umanitari da alcuni anni si prodigano con entusiasmo. Nessun pregiudizio ideologico verso le Forze armate se hanno un ruolo autenticamente di pace e dentro la cornice dell’Onu; ma contro il militarismo e il loro uso al servizio delle guerre e alla geopolitica di potenza sicuramente sì. I ragazzi «precettati» alla sfilata militare avrebbero dovuto ricorrere alla vecchia e sempre buona pratica dell’obiezione di coscienza e sfilare da qualche altra parte, o magari, ancora meglio dedicare la giornata di ieri al servizio cui si dedicano gli altri giorni della settimana. La istituzionalizzazione del servizio civile (in alcuni casi problematica) non può voler dire la sua strumentalizzazione ai fini di operazioni politico-culturali che hanno come obiettivo l’annullamento dell’autonomia, della radicalità e del carattere di pace del servizio civile e della sua ispirazione originaria. Non prestarsi a queste operazioni è di fondamentale importanza per le organizzazioni umanitarie e per il servizio civile. A Baghdad nel `42 le Ong internazionali presenti sul campo non collaborano né si fanno intruppare dalle Forze armate americane. A Via dei Fori Imperiali il messaggio non è ancora arrivato.
da il maifesto – Il suo salvataggio «dai torturatori iracheni» aveva commosso l’America e il mondo. Ma ora si scopre che fu tutta una montatura allestita dal Pentagono per dare un volto umano a una guerra che si stava trascinando
La faccetta sbarazzina sotto il berretto militare, a noi veterani del manifesto Jessica Lynch ricorda vagamente Valentina, la figlia di Valentino Parlato, e suscita perciò la simpatia di chi si è visto crescere. Niente a paragone del prorompente amore con cui tutta l’America sta cingendo in un soffocante abbraccio questa diciannovenne nata in Virgina, in un borgo chiamato Palestina, e che si era arruolata per poter frequentare le scuole e diventare maestra delle elementari. Il cantante Eric Horner ha appena inciso Lei è un eroe, «una canzone che mi è sgorgata diritta dal cuore e che è dedicata a Jessica» dice modesto il cantante. Dalle scuole elementari arrivano valanghe di compiti in classe scritti da scolari. Su internet è già iniziato il merchandising: insieme a un’altra decina di oggetti, sono in vendita magneti da attaccare al frigorifero con la scritta «America Loves Jessica» (5 dollari), dipinti a olio (200 dollari). Si sono formati club di ammiratori. Ma era quasi inevitabile dopo dopo che per giorni e giorni i piccoli schermi hanno martellato con il suo visino le famiglie d’America e che Newsweek le aveva dedicato la copertina «Saving Private Lynch», «salvando il soldato Lynch», che ricorda il Private Ryan del film di Steven Spielberg. E come poteva essere altrimenti se è vero che Jessica è la prima soldatessa «Pow/Mia salvata da un commando»? dove Pow/Mia è una sigla inflazionata dai tempi di Rambo, quando mezza America era stata convinta a credere che in Vietnam ci fossero ancora miriadi di prigionieri di guerra (Prisoners of War, Pow’s) o di «dispersi in combattimento» (Missing in Action) da recuperare con spericolate incursioni come quella che ha salvato appunto la soldata Lynch da un ospedale iracheno.
Ma ricapitoliamo la storia – almeno come ci fu raccontata. Il 23 marzo, nei pressi di Nasiriyah, un furgone dell’esercito Usa con a bordo 15 militari della sussistenza «cadde in un’imboscata», e nove soldati americani perirono: nella propaganda di guerra, i soldati angloamericani morivano sempre in imboscate, mentre quelli iracheni rimanevano uccisi negli attacchi. Come in seguito riferì il Washington Post, Jessica Lynch «riportò multiple ferite d’arma da fuoco» e fu anche pugnalata mentre «combatteva accanitamente e colpiva parecchi soldati nemici, sparando con la sua arma finché esaurì le munizioni». L’autorevole quotidiano della capitale Usa citava anche una fonte militare anonima secondo cui «lei stava combattendo a morte».
I media americani instillarono la convinzione che Jessica Lynch era torturata dagli iracheni. La guerra nel frattempo sembrava impantanarsi per la coalizione angloamericana, di fronte alla resistenza di Bassora e di altre città. Il 2 aprile all’alba a Doha, Qatar, i rappresentanti della stampa mondiale furono scaraventati giù dai loro letti e portati nel futuristico e hollywoodiano Centcom (centro comunicazioni): «C’è una situazione di notizie scottanti, il presidente è già stato avvertito». I giornalisti credettero che Saddan Hussein fosse stato arrestato, riferisce l’inviato del quotidiano inglese The Guardian. Invece fu mostrato loro un filmato di cinque minuti sul salvataggio della soldata Lynch che era stata picchiata nel suo letto d’ospedale e interrogata, dissero gli ufficiali del Pentagono. Il salvataggio era stato reso possibile solo dall’eroico avvocato iracheno Al-Rehaief che aveva informato gli americani dell’ospedale in cui era «imprigionata» Lynch. Così, poco dopo mezzanotte, un comando di Rangers dell’esercito e di Seals della marina attaccò l’ospedale di Nasiriyah: il loro «temerario» assalto in territorio nemico fu «carpito» dalla cinepresa militare a visione notturna. Fu detto che erano avanzati sotto il fuoco nemico, ma che ce l’avevano fatta e avevano trascinato via Lynch fino all’elicottero. Nel filmato si sentivano spari, esplosioni, e i soldati americani gridare: «Go! Go!». In pochissime ore il filmato girato da un operatore militare aveva subìto l’editing e fu diffuso ai network di tutto il mondo. Quando fu mostrato, riferisce l’inviato del Guardian, «il portavoce militare a Doha, il generale Vincent Brooks, dichiarò: “Alcune anime eroiche hanno rischiato la vita perché questo avvenisse, leali al comandamento di non lasciare mai indietro un commilitone caduto».
L’avvocato Al-Rehaief ha ottenuto l’asilo politico appena due settimane dopo il suo ingresso negli Usa, ha firmato un contratto da 500.000 dollari per un libro di memorie Rescue in Nasiriyah («recupero a Nasiriyah») che uscirà in ottobre. E Hollywood ha naturalmente già pronto un film. Solo che il salvataggio era già un film.
Subito l’arrivo in Germania, il comandante dell’ospedale militare, il colonnelloDavid Rubenstein disse ai giornalisti che l’esame medico «esclude che qualunque ferita (di Jessica) sia stata causata da armi da fuoco o da taglio». Il giorno successivo, riferisce WorldNetDaily, il padre di Jessica confermò questa diagnosi riferendo che i dottori gli avevano detto che Jessica non era stata sparata, ma aveva subito fratture alle braccia e alle gambe quando il camion era saltato per una granata irachena. D’altronde è difficile immaginare una furiera, addetta alla sussistenza, e che cioè non è addestrata al combattimento né all’uso delle armi, «battersi sino alla morte», «colpire i nemici fino a esaurire le munizioni».
Crollava così una prima parte della storia di Private Lynch. Ma a metà aprile la stampa inglese (non per caso, vedremo) ha cominciato a smontare anche la seconda parte della storia, quella che riguarda il «temerario salvataggio». Il Times di Londra raccolse la testimonianza del dottore Harith al-Houssona che si meravigliava della versione Usa: «Quel che raccontano gli americani è come la storia di Sinbad il marinaio, è un mito». Secondo questo dottore, quando gli fu portata nell’ospedale di Nasiryah, Lynch aveva una ferita alla testa, un braccio e una gamba rotti e fu curata con tutte le premure possibili, come raccontò più tardi anche l’infermiera Khalida Shinah al Guardian.
Non solo, ma due giorni prima che arrivasse il commando, il dottore Al-Houssona aveva deciso di consegnare Jessica agli americani, la caricò su un’ambulanza e istruì l’autista di andare al checkpoint americano: mentre si avvicinava, gli americani aprirono il fuoco e l’autista riuscì a salvarsi per un pelo e a rientrare di corsa in ospedale.
Non basta. Il giorno prima dell’«eroico recupero», l’esercito iracheno era scappato via. Addirittura – raccontava un cameriere di un ristorante, Hassam Hamoud – una pattuglia di americani entrò in città e l’interprete arabo gli chiese se in giro c’erano ancora fedayn, e lui rispose «no».
Perciò le «anime coraggiose» arrivarono in elicotteri e con carri armati sul tetto di un ospedale disarmato, esplosioni risuonarono e spari echeggiarono in corsie semivuote, dottori con lo stetoscopio al collo furono ammanettati, fu squarciato il materasso su cui era stata adagiata Jessica («e ci tolsero l’unico letto “anti-decubito” che avevamo»), furono imprigionati anche pazienti che erano intubati e paralizzati. Racconta al Times il medico al-Housssona: «Erano terribilmente delusi di non trovare l’orribile Guardia repubblicana che si lavorava Lynch con i ferri roventi… quando stai girando un film a buon mercato, ti arrangi con quel che hai. Avevano bisogno dei cattivi, e non è colpa loro se la produzione non gliene aveva forniti di veri», così se la presero coi dottori.
In definitiva, la soldata Jessica, addetta alla sussistenza, si era fratturata braccia e gambe e non era stata colpita da pallottole o lame. È stata curata. Non è stata torturata. Il commando americano non ha dovuto fronteggiare nessun soldato nemico, poiché tutti erano fuggiti il giorno prima. L’arma più pericolosa che ha minacciato questi Rambo sarà stato un clistere. Per il resto, non sapremo mai cosa avvenne il 23 marzo a Nasiriyah perché, molto opportunamente, Jessica Lynch ha un’amnesia: non ricorda nulla, e in realtà la ragazza virginiana sembra capitata per caso nel film del suo salvataggio, forse perché era fotogenica, e si trovava là nel momento in cui la propaganda di guerra Usa aveva più bisogno di un viso gentile per dare un volto umano a una guerra che si trascinava.
Tutta la messa in scena del Pentagono è venuta fuori solo a causa dei dissensi che dietro le quinte crescevano tra Gran Bretagna e Stati uniti su quale politica dell’informazione adottare (ricordate i giornalisti embedded?). Durante il conflitto, l’addetto inglese a Doha, Simon Wren ha mandato parecchi rapporti al vetriolo a Londra e a Downing Street. In particolare, vi definiva «imbarazzante» e «ipergonfiata» la versione americana su Jessica Lynch. Di queste crepe nel fronte alleato è sintomo anche il documentario girato dalla Bbc e presentato domenica 18 maggio, col titolo War Spin. Una delle espressioni più in moda tra i politologi anglosassoni è attualmente spin doctors, commentatori e analisti che nei media che fanno cambiare («ruotare») opinione.
In gioco, tra Londra e Washington, era non solo l’episodio di Jessica Lynch, ma il rapporto tra verità e politica: è probabile infatti che Tony Blair fosse davvero convinto che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa e che gli americani ne avessero prove inconfutabili.
Invece gli americani stavano perfezionando la tecnologia delle «bombe al panzanio», come le ha chiamate Stefano Benni, arruolando nel proprio arsenale bellico produttori e sceneggiatori di Hollywood, completi di effetti speciali. In particolare, scrive John Kampfner del Guardian, «il Pentagono è stato influenzato dalla Tv-realtà e dai film di azione, in particolare Black Hawk Down. Nel 2001, il produttore di Black Hawk Down (il film su Mogadiscio), Jerry Bruckheimer, andò al Pentagono per proporre un’idea. Lui e il suo coproduttore Bertam van Munster (che aveva programmato il reality-show Cops, Sbirri) suggerirono Profili dal fronte, una serie tv in prima serata sulle forze Usa in Afghanistan: storie umane viste con gli occhi dei soldati. Lo scopo di Van Munster era di metterla sull’intimo e sul personale». L’idea entusiasmò il ministro della difesa Donald Rumsfeld, tanto che nella guerra in Iraq il Pentagono si è prodotto da solo i suoi profili dal fronte, di cui Saving Private Linch è stato l’episodio di maggior successo. Il primo, ma certo non l’ultimo.
PS. Due osservazioni marginali sulla vicenda di Jessica Lynch.
1) È assordante il silenzio che i media italiani hanno mantenuto sulla messinscena, dopo che ci avevano bombardato per giorni con l’eroico salvataggio e le graziose lentiggini. Lungi da noi il sospetto che la stampa italiana sia succube di quella americana.
2) Elaine Donnelly, presidentessa del Center for Military Readiness, sospetta che siano state le «femministe del Pentagono» ad aver fatto filtrare i rapporti (falsi) sulle ferite e (non documentati) sull’eroismo di Jessica Lynch per favorire l’avanzamento delle donne nella carriera militare: le disavventure della povera furiera sono così strumentalizzate dalle paladine del patriarcato, almeno quello militare.
Le attuali leggi sul diritto d’autore favoriscono l’esproprio privato di un bene comune. Una tragedia simile alle recinzioni delle terre agli albori della rivoluzione industriale
Arturo di Corinto
Aristotele, Cartesio, Spinoza, Locke, Kant, Heidegger, Foucalt, Lyotard, Dennett e altri ancora. Generazioni di filosofi si sono arrovellati sul tema della conoscenza ed essa, la conoscenza, così presente e così sfuggente è da sempre il tema centrale di tutta la riflessione filosofica. Chi ne ha indagato la natura, chi lo statuto, chi l’organizzazione, l’ha fatto da prospettive differenti. Oggi però la principale domanda circa la natura della conoscenza riguarda la sua proprietà. Specchio dei tempi, di un’epoca in cui le idee diventano merce. La conoscenza è sì incorporata nelle macchine, nel management, nell’intelligenza operaia ed è inestricabilmente legata alla storia della tecnica e della scienza, ma nell’epoca della riproducibilità digitale la conoscenza è sempre più codificata, oggettivata su un supporto elettronico e quindi duplicata, scambiata e venduta a gran velocità. Così per la conoscenza tecnico-scientifica, così per quella trasmessa oralmente sui metodi di coltivazione tradizionale, così per il «sapere tacito» elaborato dalla forza-lavoro nella grande manifattura, così per il sapere sociale diventato linfa vitale nella «new economy». Un bene di tutti che diventa dunque di proprietà di chi se ne appropria; e poco importa se ogni scoperta, ogni invenzione, ogni oggetto che la incorpora è il frutto del lascito di generazioni di coltivatori, artigiani, operai, scienziati e pensatori che lì l’avevano lasciata a disposizione di tutti a fronte di un tozzo di pane, di un apprendistato, di un premio, di una borsa con tre denari.
L’appropriazione privata della conoscenza è una tragedia che Stefano Rodotà paragona alla tragedia dei commons, cioè a quando le terre comuni furono divise e recintate e una nuova parola divenne tristemente nota: enclosures, lotti di terra privatizzati e recintati non più nella disponibilità di tutti.
La conoscenza, commons in senso pieno, sta quindi conoscendo una simile fase di appropriazione privata e di recinzione. Col filo spinato? No, attraverso brevetti e copyright che, nati per tutelare la fatica dell’ingengo umano, dell’artista, del musicista, dello scrittore, dell’inventore, sono branditi come una clava da multinazionali senza pudore che dal suo uso commerciale vogliono solo profittare.
Ebbene sì ecco il paradosso. La tutela della proprietà intellettuale pensata per proteggere il creatore dell’epoca di Gutenberg e incentivare la costosa stampa dei manoscritti, adesso, attraverso la riproducibili in quantità infinita a costo prossimo allo zero, protegge la volontà delle imprese di farne del business in ogni suo aspetto.
Lo stesso accade per i brevetti il cui campo di applicazione si estende ben oltre il diritto allo sfruttamento commerciale di un processo innovativo ed entra in contrasto con il bene pubblico. Come è stato possibile? Come è possibile che il patrimonio genetico di tutti i finlandesi sia diventato proprietà di una multinazionale del farmaco? Come è possibile che ogni volta che stanno per scadere i diritti della Walt Disney su Mickey Mouse il congresso americano allunga i tempi di decadenza del copyright sull’opera? E come è possibile che l’Italia accetti di riproporre in salsa tartufata il famigerato Dmca (Digital millennium copyright act) alla European Union Copyright Directive che irrigidisce a dismisura la tutela del copyright e introduce il consumo a tempo dei prodotti della cultura? (www.softwarelibero.it)
Domande che rimarrebbero senza risposta se non si parte dal fatto che l’economia delle idee, quelle di cui parlava Adam Smith è diventato il terreno di scontro citato dal Tocqueville che viaggiava nella giovane America: «lo scontro del futuro sarà sulla proprietà».
E questo perche? Nell’economia dell’abbondanza, le idee, al pari delle zucchine, seguono la legge del mercato: più ce ne sono, meno costano. E se costano di meno, come le zucchine, i margini di profitto di chi le vende si abbassano, perciò meglio mandarne un po’ al macero o conservarle in frigo aspettando migliori corsi di borsa. L’obiettivo è chiaro: creare scarsità di risorse/idee/conoscenza, limitarne la diffusione e distribuirla col contagocce.
Poco importa se questo produce un danno all’«economia della conoscenza», che potrebbe risollevare le sorti dell’economia mondiale e della democrazia, tanto nel ricco Nord che nel povero Sud del pianeta.
Che cosa c’entra la conoscenza con l’economia e la democrazia? Quando si parla di conoscenza, si parla di libera circolazione di informazioni, prodotte da un processo creativo e cumulativo, «sociale» in senso pieno, autopoietico all’interno di comunità di interessi oppure organizzato dai centri di produzione del sapere e attivato da investimenti in ricerca e in formazione, spesso di carattere pubblico. Quando si parla di conoscenza, si parla di intelligenza collettiva incorporata nel software, materia prima di ogni produzione tecnologicamente avanzata e di tutta l’industria dell’immateriale; quando si parla di conoscenza, si parla di metodi formativi, di distance education, ad esempio, e si parla di metodi curativi, cioè della cura per il cancro e l’Aids; si parla di metodi agricoli e commerciali, cioè di sussistenza e sovranità alimentare. Si parla perciò di brevetti. Brevetti sugli «alfabeti della conoscenza», alfabeti, cioè unità codificate di conoscenza, rese in una forma, soggette a una regola che le rende comprensibili «decodificabili», e trasferibili dal contesto in cui nascono e le dislocano lontano nello spazio e nel tempo. È così che un metodo di cura sperimentato in Africa, viaggia sul treno della rete verso l’Europa, dove diventa farmaco da rivendere agli stessi che ne sono stati la cavia. E a caro prezzo.
Controproposte? Impedire l’estensione del copyright sui prodotti culturali e impedire la brevettazione delle idee incorporate nel software e nei metodi sanitari, formativi, agricoli; impedire che la scoperta di una sequenza genetica sia considerata un’invenzione e così trattata e commercializzata, riportandola nel suo dominio naturale: quello pubblico, ancora garanzia di qualità e di accesso per tutti: scienziati, curiosi, ricercatori. Come? Adattando il copyleft, pensato per il software, per la protezione del vivente. Una sorta di General Public License (www.gpl.org) per il codice sorgente degli organismi, il Dna, ma non solo. Il passaggio successivo è invece quello di creare database pubblici di dati genetici (sequenze geniche, interazioni proteiche, ecc.) secondo l’idea di alcuni bioinformatici (http://bioinformatics.org) ed epistemologi (www.e-laser.org). La logica del copyleft, il ribaltamento, del diritto d’autore, garantirebbe cosi il libero accesso al sapere scientifico.
E sul lato del copyright? Si potrebbe diminuire il «tempo di vita» del diritto d’autore e chiedere una «microtassa» annuale per rinnovarne la titolarità e ottenere che l’opera torni nel pubblico dominio se non viene pagata (www.creativecommons.org). Il passo successivo? Creare archivi aperti a cominciare dalle pubblicazioni scientifiche, per mettere in circolo più idee e più conoscenza (http://eprints.rclis.org).
In questo modo il copyright tornerebbe ad avere il significato originario di «diritto di copia» e l’equo utilizzo, il fair use, liberamente dispiegarsi per il progresso di tutti.
Daniela Sanzone
Come un contadino canadese, il cui campo è stato invaso da semi ogm portati dal vento, sta resistendo da anni alla causa intentatagli dalla Monsanto per «furto». Una lezione per tutti gli agricoltori, compresi quelli che usano erbicidi.
E’ stata definita «Davide contro Golia». E’ la causa persa fino a oggi da Percy Schmeiser, agricoltore, contro Monsanto, multinazionale statunitense produttrice di semi geneticamente modificati ed erbicidi. In seguito alla richiesta dell’avvocato di Schmeiser, Terry Zakreski, la Corte suprema del Canada ha però deciso in questi giorni di riaprire il caso e di offrire a «Davide» un’altra possibilità. L’inusuale vicenda risale al 1998, quando una ventata apparentemente propizia trascinò i semi delle coltivazioni di «Ready canola» (un tipo di mais) della Monsanto, colosso ogm, nel terreno di Percy Schmeiser, agricoltore settanduenne della piccola comunità rurale di Bruno, in Saskatchewan, una delle vaste province canadesi. Più di 320 ettari appartenenti a Schmeiser sarebbero stati così «contaminati» da questa Ready canola, resistente all’erbicida Roundup, prodotto appunto dalla Monsanto.
Ma secondo l’azienda, con sede principale a St. Louis, nel Missouri, le cose sarebbero andate diversamente. La compagnia infatti, accortasi delle coltivazioni di canola nel terreno di Schmeiser, che non aveva legalmente acquistato i semi, né pagato i circa 30 dollari per ettaro per il privilegio della semina, lo ha denunciato per furto dei medesimi. Come molti agricoltori del Nordamerica, Schmeiser è finito sotto il lungo braccio legale della Monsanto, ma a differenza degli altri ha deciso di combattere. La Monsanto ha vinto la causa fino alla Corte d’appello: una causa costata al contadino già 19.000 dollari. L’azienda in sede di appello aveva richiesto anche un indennizzo di 25.000 dollari, non accolto però dalla Corte, che servisse da esempio per altri contadini nel caso avessero in mente di compiere lo stesso misfatto.
Una delle particolarità delle coltivazioni da semi geneticamente modificati sta nel fatto che dei prodotti che ne derivano non possono essere riutilizzati i semi, che devono essere riacquistati ogni volta dalla ditta produttrice. Sono circa 20.000 gli agricoltori in tutto il Canada che hanno piantato i semi nel 2000. Queste piantagioni coprono tra i 18 e i 20 milioni di ettari e rappresentano circa il 40% della produzione canadese di canola. Molti contadini che hanno usato gli erbicidi della Monsanto sono stati poi costretti a comprarne i semi, perché sono gli unici a sopravvivere al terribile «spruzzo», e hanno dovuto poi stipulare una serie di contratti con la Monsanto, che devono essere rinnovati ogni anno, e autorizzare la ditta a fare controlli periodici sui loro terreni.
Ma per quarant’anni Percy Schmeiser ha coltivato canola nella sua fattoria, a circa 80 km a est della capitale Saskatoon, seminando le piantagioni con i semi del raccolto precedente. «La domanda è – si chiede Schmeiser – dove finiscono i diritti della Monsanto e cominciano i miei? Ho sempre coltivato i miei prodotti, non ho mai voluto piantagioni geneticamente modificate. Non ho mai avuto niente a che fare con la Monsanto, non ho neppure mai parlato con loro. Ma tutto quello che era nel mio terreno è diventato di loro proprietà. Non sono un contadino «organico», ma uno convenzionale». Denunciandolo per furto dei semi, la Monsanto lo ha ferito nell’orgoglio e lui non si è tirato indietro, andando incontro a tutte le difficoltà e spese legali, certo della sua integrità.
«A volte mi domando come sia potuto succedere a me – afferma l’agricoltore – e cosa sto facendo alla mia famiglia, ma poi penso che se non fosse stato per il sostegno di mia moglie, dei miei figli e nipoti, non ce l’avrei mai fatta a credere nella mia stessa buona fede. Un contadino dovrebbe avere il diritto a usare i propri semi. Cosa penso della Monsanto? Adesso molta gente ha capito come una compagnia può essere potente, persino più di un governo o di un dittatore. Questa azienda è andata troppo lontano nel sottrarre la libertà agli agricoltori».
Schmeiser è ancora speranzoso e certo di proseguire sul cammino iniziato. L’agricoltore, che ora si trova in Europa, non ha ancora commentato la decisione della Corte. «È una grande notizia ed è un piacere asoltarla – ha dichiarato per lui il suo legale – sono sicuro che quando lo scoprirà, Percy avrà un sorriso grande come il Saskatchewan». Ma la riapertura della causa è solo un piccolo passo su quella che l’avvocato ha paragonato alla scalata dell’Everest. «È come se dopo tutta questa strada fossimo appena arrivati al campo base – afferma Terry Zakreski – e la parte più difficile della scalata è tutta davanti a noi. Ma almeno abbiamo fatto soffermare il giudice su alcuni punti importanti».
da Global – Maggio 2003
Continuare a chiedersi il perché dei silenzio delle donne o della loro invisibile presenza nel movimento non può che continuare a suscitare un imbarazzato e imbarazzante silenzio. Il problema semmai è che le molte voci assenti (e non solo quella delle donne) non trovano possibilità e volontà di espressione nelle sedi tradizionalmente deputate al dibattito e alla decisione collettiva e politica poiché non le riconoscono come luoghi di effettiva costruzione. Più interessante ed utile sarebbe quindi interrogarsi sul perché un movimento così femminiliizzato nella pluralità di pratiche, forme e contenuti, nella sua ferma convinzione della non autosufficienza dei soggetti che lo animano, nella resistenza che diventa Immediatamente costituente, nell’importanza attribuita alla comunicabilità e alla costruzione dei consenso, conviva con il persistere di forme di organizzazione e della decisione politica ormai inattuali, Inadeguate e superate. Infatti un movimento che fa della molteplicità delle pratiche e dei soggetti la sua cifra è inevitabilmente in contraddizione con la tendenza alla sintesi e all’unanimità insita nella natura di assemblee plenarie e comitati o nella figura carismatica dei leader. Il movimento nato a Seattle giunto a Genova, debordato contro la guerra in tutto il pianeta lo scorso 15 febbraio, contestando il governo abusivo dei mondo pone come questione centrale il problema della crisi della rappresentanza. In relazione a questo, la sperimentazione delle pratiche avviata dal movimento dei movimenti trova nell’invenzione di dispositivi che superino i meccanismi di delega e di restringimento degli ambiti decisionali la sua sfida più alta. In questo quadro ridurre il dibattito ad un problema di relazione tra donne e uomini è a nostro avviso semplificatorio e fuorviante: riduce infatti ad un dualismo “classico” quella complessità che costituisce la vera potenza dei movimento e allo stesso tempo indica come possibile soluzione una sorta di politica delle quote. Non sembra essere la rappresentanza mista la soluzione al problema quanto l’espressione delle singolarità attraverso pratiche, creative quanto radicali, di conflitto.
Serena Orazi, Serena Fredda
Global – Maggio 2003
[…]
Le studentesse sono forse più numerose dei loro coetanei nelle mobilitazioni di piazza. Si informano, si confrontano con i compagni, cercano con naturalezza altre donne come punti di riferimento. E disertano, senza per questo sentirsi poco riconosciute o escluse dalle decisioni, gli ambiti di coordinamento tra le realtà più o meno organizzate del movimento: sono noiosi, vecchi, non sono i luoghi giusti per esprimere e socializzare la loro passione politica. Del resto questi ambiti tradizionali resistono solo perché ancora non si definiscono nuove forme e nuovi spazi adeguati all’esigenza di partecipazione politica non solo delle donne, ma della moltitudine di soggetti che si esprime nei grandi appuntamenti di piazza e nei meeting globali. Intanto, gruppi informali di donne e uomini continuano a tessere relazioni trasversali per contribuire alla movimentazione sociale a partire dal proprio vissuto e da ciò che sanno fare. Queste sperimentazioni parziali che si sottraggono al gioco della rappresentanza e della visibilità per privilegiare la messa a valore delle differenze e la pratica dell’obiettivo in funzione del conflitto, oggi non appartengono alla politica delle donne, ma al percorso di tutto il movimento. Allo stesso tempo, la potenza femminile torna a manifestarsi in forme antiche che il femminismo aveva sottoposto a critica, le madri, prima tra tutte Heidi Gaggio, fanno valere la propria autorevolezza e parlano alle menti e ai cuori meglio di qualunque politico. Del resto il movimento dei movimenti deve prepararsi a una lunga lotta che ha come campo di battaglia il mondo intero, e le donne in millenni di oppressione hanno sedimentato pratiche di adattamento ma anche di sottrazione e resistenza al dominio in ogni luogo. Se e come queste pratiche possano diventare patrimonio condiviso e tradursi in ribellione aperta, è una domanda che riguarda tutte e tutti noi.
Roberta Moscarelli
Caro direttore, le scrivo per segnalare a lei e ai suoi lettori alcune immagini, nel caso vi fossero sfuggite.
Ho visto, durante il Tg3 serale di Pasqua, la breve cronaca di un episodio che assume una altissima valenza simbolica per me e per la gente di Emergency, ma non solo, credo. L’ambiente è l’ospedale di Karbala, Iraq, la città santa degli sciiti. Le finestre sono incredibilmente rivestite dalle bandiere di pace (comperate in piazza Duomo, a Milano). Effettivamente, sembra uno dei tanti palazzi delle nostre città, quelli a cui alziamo gli occhi con gratitudine e consonanza, da mesi. Ma che cosa è successo? L’11 aprile il team di Emergency, arrivato da Amman con 30 tormellate di farmaci e materiale di consumo, aveva chiesto ospitalità per il camion frigorifero e l’autoarticolato nel recinto dell’ospedale Troppo rischioso portarli a Baghdad, in preda ai saccheggi; meglio raggiungere la capitale con le sole macchine e rendersi conto di persona della situazione. Due giorni dopo, fatte le verifiche e presi i contatti con l’ospedale Al Kindi di Baghdad, i nostri sono tornati a Kerbala: nulla, nemmeno un filo di sutura, era stato prelevato dal cargo. Si instaura un rapporto di fiducia e di collaborazione, vengono lasciate tre tonnellate di farmaci e si comincia a fare una prima ipotesi di collaborazione. Il sabato di Pasqua i medici dì Emergency tornano da Baghdad nella città santa degli sciiti. Spiegano al mullah che dirige l’ospedale il significato delle bandiere colorate mescolate ai farmaci, raccontano di milioni di italiani che hanno esposto le bandiere alle finestre per dire il “no” alla guerra che avrebbe colpito il loro paese. E il mullah chiede di esporre le bandiere arrivate dall’ Italia alle finestre dell’ospedale.
Subito dopo il servizio del Tg3 dava altre immagini che mi hanno commosso. 12 pazienti (tra cui 10 bambini) affidati al team di Emergency perché li curassero, con più mezzi e maggiori competenze specialistiche, nel nostro ospedale di Sulaimaniya, nella zona dei curdi, i loro “nemici”. “Ma quali nemici, siamo tutti iracheni”, diceva qualche giorno prima Hawar, in un’intervista a Giovanna Botteri. Ti rubo ancora qualche riga per raccontarti anche questa storia, altrettanto ricca di valenza simbolica.
Hawar è l’amministratore curdo dell’ospedale di Emergency a Sulaimaniya. Ha guidato il convoglio che arrivava da là, con 6 tonnellate di farmaci, materassi, cuscini e 45.000 litri di gasolio per rimettere in funzione il generatore dell’ ospedale Al Kindi di Baghdad. A Baghdad Hawar, in quanto curdo, non era potuto andare nemmeno quando, nel 1998, era ricoverato il suo bambino di tre anni, operato di tumore al cervello. Mohammed non ce l’aveva fatta, e adesso Hawar arrivava a Baghdad (Il medesimo ospedale? Un altro? Non importa) per contribuire a rendere possibile la salvezza
di altri figli, E dice “siamo tutti iracheni”.
La cura delle vittime e l’impegno per la pace non possono essere disgiunti, se non si vuole cadere nell’ipocrisia e nel pietismo. “Ciecopacifisti” ci hanno chiamato con disprezzo, pacifisti assoluti Certo, non siamo pacifisti a guerre alterne, questa si, questa no.
Perché dappertutto vediamo lo stesso orrore, la semina di sofferenze, e la semina dì odio che la guerra porta.
Quella sera di Pasqua d’istinto ho dedicato le immagini che avevo visto a padre Alex Zanotelli: “pace da tutti i balconi”, ci ha detto in questi mesi, lui che ben sa che la condivisione e l’impegno politico devono stare insieme.
Ma, se me lo permettete, dedico quelle immagini di speranza anche a tutti i vostri lettori che non toglieranno le bandiere dalle finestre, perché sanno di doversi impegnare per la pace preventiva.
Con stima
Teresa Sarti Strada
Teresa Sarti è Presidente di Emergency – Life Supportfor Civilian War Victims,
www.emergency.it
da l’Unità
Narrando storie Sherazade procrastinava l’esecuzione della sua condanna a morte. Lei parlava, e il boia restava in attesa. Anche i cattivi hanno bisogno di essere intrattenuti, anche i dittatori si annoiano, la fame di parole non conosce limiti politici, puoi imporla l’ignoranza, perché un popolo colto fa paura, ma per te stesso, anche se sei un mostro sanguinario, desideri la distrazione della cultura.
Inaarn Kachachi, nel presentare brani di romanzo, racconti e poesie scritti da donne irachene, ha scelto di risalire alle mitiche Mille e una notte, “Umana Commedia” d’Oriente, e alla Madre di Tutte le Scrittrici: “Le sue nipoti, oggi, usano praticamente la stessa astuzia: ingannano il destino con racconti, che dicono la verità, più di tutti i bollettini del mondo”. E vero, leggere Parola di donne irachene, sottotitolo Il dramma di un Paese scritto alfemminile, edizioni Baldini e Castoldi (in libreria il 20 di maggio), ti fa provare passione e compassione, ammirazione e orrore. “In Iraq si è abituati a scrivere col sangue. Sicuramente perché è diventato meno caro dell’inchiostro”, dice e Inaam, che, come alcune fra le donne che ci presenta in questa antologia, ha ancora voglia e forse, soprattutto, bisogno, di sorridere. Dal 1990 ogni merce è contingentata. La carta è un bene raro, si scrive su tutto, -‘4i vecchi quaderni al retro delle ricette, dalle fatture inevase ai sacchetti di carta spiegazzati. Una matita è un piccolo tesoro. Una giornalista racconta d’aver dato uno schiaffo sulla mano al suo nipotino, perché aveva temperato troppo il prezioso mozzicone che gli serviva per fare i compiti. Dopo aver ceduto a quel momento di rabbia si è chiusa in camera a piangere. Sapeva di essere stata ingiusta. Sapeva anche quanto le era costato quell’umile strumento. “Anche le matite sono sottoposte all’embargo, poiché i Signori delle commissioni Onu sostengono che la grafite potrebbe essere usata per scopi bellici”. Chi scrive una lettera a Baghdad ha l’accortezza di aggiungere un foglio bianco, per poter ricevere una risposta che non costringa il destinatario a sbattersi tre giorni per trovare un pezzo di carta.
Ci pensiamo mai alle condizioni materiali della scrittura, mentre battiamo allegre sui tasti lievi dei nostri personal computer, mentre guardiamo distratte la stampante secerneTe pagine su pagine, obbediente al comando, funzionale, ficca? No, non ci pensiamo. Eppure la parola durevole ha i suoi costi. L’estrema povertà, la reclusione in prigioni inumane, l’embargo, la guerra ti tolgono dalle mani quei due strumenti che consentono ad un pensiero di consolidarsi in parole, alle parole di restare, di poter essere lette, di creare ponti fra realtà distanti, fratellanze per affinità morale. Una matita, un pezzo di carta. Per fortuna, le scrittrici irachene, hanno saputo superare ogni tipo di difficoltà: da quella patetica dei pezzo di carta, a quella quasi insormontabile della cultura ginefobica (che le vuole mute e discrete, coperti i capelli come i pensieri), fino a quella, non meno terribile, della censura. Con l’ostinazione dei poeti e la rabbia dei testimoni, hanno saputo continuare a scrivere.
[…]
Beppe Sebaste
Nel 1987 usciva un libro scritto da un gruppo di filosofe detto Diotima, dal titolo Il pensiero della differenza sessuale. Contestava alla cultura occidentale di “non avere elaborato in sapere il fatto della sessuazione della specie umana”, e quindi non aver reso conto del fatto che “la differenza sessuale affetta il soggetto stesso dei discorsi e delle conoscenze, così come lo affettano altre sue elementari determinazioni, quali la collocazione spazio-temporale o l’essere individualmente mortale”. Per celebrare la ripubblicazione dello storico quaderno ho incontrato Luisa Muraro, una delle fondatrici e principali animatrici della comunità Diotima sorta presso l’Universìtà di Verona. Siamo a Milano, zona Ticinese, in una linda e luminosa cucina che si affaccia su uno studio stipato di libri, e mi trovo benissimo. Anche per questo esito a comprendere dove sia la difficoltà della comunicazione e del dialogo qui e ora, tra un uomo e una donna. ” Solo la divisione (in due) permette un sapere, permette che ci sia conoscenza – mi dice Luisa Muraro-. La totalità non può essere conosciuta, come mostrava anche lo studio sull’Autopoiesi di Maturana e Varela. Un’antropologa, Francoise Heritier, si è basata sull’arte arcaica per studiare l’asimettria dei sessi, maschile e femminile, che nascono entrambi dalle donne. L’asimmetria è più importante del due, e la incontro con ricorrente difficoltà nei rapporti tra i sessi. La tendenza umana, intellettuale, è di correggerla, ma è importante che rimanga sempre in gioco. Tra donne sentiamo che il lavoro dato dalla asimmetria dobbiamo farlo sempre noi, che cioè tocchi a noi fare posto e luogo all’altro, agli uomini…. L’esperienza della separazione della donna dalla società degli uomini è stata un rimedio estremo a un male estremo – l’insoddisfazione per un’umanità parziale. Ora cerco, cerchiamo, la strada per uscire da un risentimento che viene dalla ferita dell’altro, a cui si è fatto posto, verso il quale c’è stato uno sporgersi e un esporsi … “.
Dico a Luisa Muraro, di cui ho apprezzato (molto imparando) i libri, che parlando con lei faccio esperienza non solo dell’asimmetria, ma di un modo di ragionare e guardare alle cose che attua e pratica in ogni passaggio quello che, da intellettuale di sesso maschile, spesso mi accontento di enunciare. Per fare un esempio, non si tratta di dire che l’emotività è importante, che i sentimenti hanno pari dignità delle cognizioni: si tratta di tradurlo nel processo del pensiero e della valorizzazione di ciò che si dice – cioè che si fa. “Dire è fare” non è solo un enunciato della linguistica pragmatica (Austin): è l’esperienza comune delle filosofe, allieve e maestre, del gruppo Diotima. Mi accorgo che la mia adesione concettuale a ciò che Luisa e le altre enunciano è spesso moralistica, contenutistica. La conversazione si fa riflessione sul linguaggio, sul dire la verità dell’esperienza senza censura, senza soprattutto autocensura. E’ il “partire da sé” delle loro avventure filosofiche – che è in realtà alla portata di ognuno, donne e uomo. Per dirla tutta, siamo agli antipodi del linguaggio armato, concettuale, senz’aria né corpo, che si respira nelle pagine di certi filosofi di grido. Allo stesso modo, ne Il Dio delle donne, che chiama la mistica femminile “teologia in lingua materna”, che rende parole ed esperienze specialistiche “preziose e comuni come il pane sulla tavola”, c’è una formula molto bella: non si tratta di dare una spiegazione alla fiaba, quanto piuttosto di dare una fiaba alla spiegazione…
“La filosofia di Diotima – dice Luisa Muraro – nasce da un’esperienza di femminismo come pensiero della differenza, diverso da quello che si presentava come pensiero dell’uguaglianza. E’ un altro livello, che rende dicibile l’esperienza femminile che nella griglia interpretativa della cultura ereditata resta censurata. Parlavo del mio libro Il Dio delle donne con la filosofa Roberta De Monticelli (autrice, tra l’altro, del recente L’ordine del cuore. Etica e teoria dei sentire, Garzanti). Donne è un nome dell’umanità, un universale che iscrive una parzialità, una differenza. Chiamare l’umanità “le donne” è una scommessa non facile per aprire la strada al significarsi libero dell’esperienza femminile, e che come altre locuzioni – “la verità delle donne” – è fuori dal filosofare tradizionale. Eppure è una locuzione autonoma, non è in spregio di nulla, neppure contro l’autorità dei filosofi. Dalla cittadella della dicibilità del vero – che è la filosofia – si tratta di rendere dicibile qualcosa che restava sempre fuori. Che nome dargli? Per esempio, “la verità delle donne”. Verità contestuale, relativa, contingente. Verità che nasce e che tramonta”. Alle mie obiezioni sulla tradizione della filosofia, a cui un certo pensiero decostruttivo obietta appunto la “fissazione”, nel duplice senso, della “verità”; e ad altri miei rilievi sull’uso delle parole “sapere” e “conoscenza”, quando la svolta etica del pensiero (Lévinas) ha proposto una rivoluzione del filosofare che passi per un “altrimenti-che-sapere”, una disponibilità all’altro anteriore a ogni conoscenza, Luisa Muraro risponde così.
“Sapio, da cui sapiente, sapere, è parola che per la sua radice, connivente a sapore, comprende corpo e mente. Il problema che avete voi uomini, eredi della tradizione filosofica da cui volete districarvi, noi non lo abbiamo. Noi ci poniamo il problema di rendere dicibile la “verità delle donne”. Questo spiega come le nostre critiche possano apparire generose nei confronti della filosofia, nelle nostre affermazioni. Ne Il profumo della maestra (uno dei quaderni di Diotima, 1999) si parla di saperi specificamente femminili, di un avvaloramento della conoscenza e dei saperi femminili. Per esempio, ciò che George Steiner attribuisce con enfasi maschile agli artisti, il potere della “creazione”, è ciò che può venire comunemente praticato. Noi abbiamo la relativa leggerezza, rispetto a voi uomini – cioè una libertà, nella lingua, nelle parole e nelle idee – data dall’assenza dalla storia. Come Diotima, il personaggio del Simposio di Platone che resta sulla soglia della filosofia, la cui modalità di assenza è particolarmente interessante, e che forse non è mai esistita. Questo “forse”, questo dubbio sull’esistenza, è per noi significativo del rapporto con la filosofia. Siamo differenti, e questa differenza che incarniamo rispetto alla filosofia non è stata mai smussata. Non è stata, e non è, un’esperienza facile”.
Rivolgo a Luisa Muraro una domanda sulle identità. Non cerco di fare entrare dalla porta di servizio quella “tentazione del neutro” di cui ha scritto, tra le altre, Wanda Tommasi su questo primo libro di Diotima. Al limite, la mia idea di neutro è quella grammaticale (come in tedesco: il bambino, das kind). Penso alle critiche che, quasi contemporaneamente al femminismo, poneva Roland Barthes alla lingua e alle sue obbligazioni di genere. Non è riduttivo, oggi, parlare di due sessi?
“I sessi sono due. Ma c’è altro. E questo altro non è neutro, e non è il neutro. Meglio chiamarlo Dio. Il passaggio all’altro, lo schiodamento dall’identità di genere non avviene senza accettazione della differenza sessuale, piuttosto grazie ad essa. Non si tratta di avallare le identità di genere che la cultura e la civiltà propongono e impongono a donne e uomini. Molte “trasgressioni” (che sono tali secondo la norma) sono altrettante rivolte contro le identità di genere, sforzi per dare una sesualità libera alle differenze. Sforzi che costano tantissimo a chi li compie. Storicamente alcune e alcuni sono riusciti a dare un senso lieto, vincente nei confronti della società patriarcale, alle loro differenze. Nel tardo medioevo c’è una forte generazione di un senso libero della differenza sessuale. Così anche nel fenomeno delle “preziose”, che attingono al pensiero di Montaigne, studiato da Benedetta Craveri nel suo La civiltà della conversazione, di cui si parla anche nel capitolo “La fragilità degli inizi” de Il dio delle donne“.
Parliamo di questo quaderno di Diotima del 1987. La storia del gruppo (cui parteciparono, tra le altre, Adriana Cavarero, Cristiana Fischer, e a cui continuano a far parte Anna Maria Piussi, Chiara Zamboni, Anna Rosa Buttarelli etc.) è scritta nelle ultime pagine in modo francamente divertente. Da allora ne sono usciti altri sei (l’ultimo, Approfittare dell’assenza, recensito su queste pagine l’ottobre scorso).
“Questo primo quaderno di Diotima è il libro inaugurale del pensiero della differenza sessuale. Proprio sull’Unità, nel 1986 Luisa Cavaliere mi intervistò su Diotima, e alla domanda su come chiamarlo, invece che filosofia femminista, dissi “pensiero della differenza sessuale”. L’Italia è il paese dove si è sviluppato un femminismo politicamente molto intelligente. Basta notare la qualità delle manifestazioni pacifiste in Italia rispetto ad altri Paesi, dove ci sono state violenze. Questa differenza è dovuta alla presenza dei cattolici, ma anche all’eredità e alla presenza del movimento femminile con le sue connotazioni: la non contrapposizione, l’efficacia della politica del simbolico, non ipermaschile né rudimentale; il far posto all’altro, il partire da sé come modificazione del reale a partire dalla modificazione di un rapporto con te e con il reale; infine il fatto che quello che dici lo devi essere, lo cominci a essere, lo devi costruire-dentro, per come riesci. Diotima ha contribuito a tutto questo. Abbiamo cercato di non istituzionalizzarci, ma di restare una presenza affidabile, in ascolto del mondo delle donne”.
Lo spettacolo della forza ci pervade, ma non tutto il mondo è consegnato alla logica dei rapporti di forza. In una società sempre più segnata dalla presenza femminile, sotto il cielo della politica c’è dell’altro, che la cultura laica stenta a vedere e che possiamo vedere solo sottraendo lo sguardo alla seduzione della forza. E’ da qui che comincia un altro mondo possibile
Luisa Muraro
Lo spettacolo della forza è letteralmente impressionante e qualche volta spaventoso: si imprime a tutti i livelli, fino ai nervi e ai muscoli. La legge del più forte, quando la vediamo all’opera, ci entra nella mente e sbaraglia i ragionamenti. C’è poco da fare. Ma, forse, c’è da dire almeno una cosa e cioè che questo vale più per gli uomini che per le donne. Lo dico sapendo di andare vicina ad uno stereotipo sessista che personalmente detesto. Lo dico lo stesso, per uno scopo molto preciso e cioè che si cominci a fare un qualche uso pensante delle nostre differenze. Nel tremendo frangente storico in cui ci troviamo, tutte e tutti siamo impressionati dallo spettacolo della forza che schiaccia gli inermi, e moralmente abbattuti dal trionfo della legge del più forte. Ma questo non vuol dire che tutti facciamo il passo ulteriore (e a mio giudizio, catastrofico) di prendere la legge del più forte come criterio politico definitivo, al quale si potrebbe opporre unicamente l’utopia di un mondo pacificato, in cui il lupo e l’agnello bevono alla stessa fonte. No. Ci sono alcuni e, fra le donne, molte, che conoscono l’esistenza di un altro passaggio.
Un esempio del contrasto di posizione fra donne e uomini, lo dà lo scambio tra Ida Dominijanni e Mario Tronti, Che fare dell’Occidente (il manifesto di venerdì 11 aprile). C’è un punto in cui lo scambio si arresta e «lei» dice: «Non sono d’accordo». Non è d’accordo che lo strapotere Usa possa e debba essere fermato solo con l’uso di un potere uguale e contrario, non è d’accordo che tutto il resto che abbiamo visto in queste settimane (manifestazioni, bandiere, mobilitazione mondiale) sia da considerare impotente e già sconfitto. Ecco, se in quel punto d’arresto anche «lui» si fosse fermato e avesse ascoltato l’altra, avrebbe visto davanti a sé una persona che non era tutta invasa dalla legge del più forte, e lo scambio fra i due poteva ripartire di nuovo, in un orizzonte più grande, non più interamente occupato dalla logica dei rapporti di forza. Tu, gli chiede alla fine lei, dovendo appellarti a una figura filosofica della filosofia occidentale, chi sceglieresti? Risposta: per superare questa frattura – tra lavoro sporco della guerra, leggi Usa, e il lusso della pace, leggi Europa, tra guerra e politica – tanto vale ripartire da Hegel.
Era un gioco, per chiudere l’intervista; nondimeno la scelta mi sembra significativa. Tanto per stare al gioco, io avrei scelto Montaigne. La risposta di Tronti fa venire in mente, per contrasto, il titolo di un bellissimo testo di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. A me fa venire in mente un’altra cosa ancora, poco nota, che Hegel, cercando una figura per significare la potenza della dialettica nella storia umana, pensò in un primo momento alla relazione amorosa e poi preferì la figura della lotta tra servo e padrone.
Questa notizia, velatamente, ci parla dei limiti politici della filosofia hegeliana, oggi. Oggi, infatti, tra le forze in campo c’è anche quella dell’amore. Non lo dico misticamente, ma a partire dal grido, indimenticato, della ragazza americana dopo l’11 settembre: «Perché ci odiano tanto?». Gli Usa hanno vinto la seconda guerra mondiale ma non stanno vincendo questa, se non altro per questa ragione, che non suscitano l’amore di cui, dopo quel grido, tutto il mondo sa che hanno bisogno. Lo dico perché viviamo in una società e in una cultura segnate sempre più apertamente dalla presenza femminile e l’amore è, notoriamente, una cosa importante per la grande maggioranza delle donne. Forse anche degli uomini, anzi ne sono sicura, ma le donne lo sanno. La sorella che, secondo la dialettica di Hegel, restava indietro rispetto allo sviluppo etico, per diventare moglie e madre chiusa nel mondo privato degli affetti, oggi entra ed esce di casa abbattendo confini che marcavano opposizioni altamente significative per «lui». Ne parlano anche le tanto citate, ma forse poco capite, bandiere della pace.
Lo strapotere degli Usa non si ferma con le bandiere iridate, dicono. D’accordo. Non si ferma neanche con l’amore, aggiungiamo pure, con gli occhi pieni dell’immagine di Rachel Corrie davanti al bulldozer che la schiaccerà insieme alla casa che lei ha tentato invano di difendere. Naturalmente che no, se facciamo il confronto sul terreno dei rapporti di forza. Ossia, se noi stessi restiamo su questo tereno e ragioniamo in questo orizzonte, facendo di quello che lì s’impone la nostra legge mentale. Il punto è proprio questo, strapparsi a quel terreno, allargare l’orizzonte, non farsi trovare lì.
Lo spiegherò con un’idea di Cristina Campo, citando le sue esatte parole, perché, come sa chi l’ha letta, lei pesava le parole con bilancia d’orefice. Parla delle fiabe (che vuol dire che parla anche del Vangelo) e dice: «La caparbia, ininterrotta lezione delle fiabe è la vittoria sulla legge di necessità e assolutamente niente altro, perché niente altro c’è da imparare su questa terra» (Parco dei cervi). Gli eroi delle fiabe, spiega, sono chiamati ad affrontare prove che superano solo quando, uscendo dal sistema dei rapporti di forza, cercano la salvezza in un altro ordine di rapporti. Finché valgono i rapporti di forza, non c’è gigante al quale non possa opporsi un più tremendo gigante e non c’è fine al gioco pendolare delle contrapposizioni. E cita il pastorello coraggioso sfidato al tiro a segno da un tremendo gigante: se avesse tirato una pietra, non ce l’avrebbe fatta perché il bersaglio era troppo distante; vince perché fino al bersaglio invia un uccello in volo.
L’idea di Cristina Campo è un’idea immediatamente politica. Per saperlo,la si applichi al movimento no-global. Insegna la libertà di un agire politico che si schioda dal confronto speculare con l’avversario dentro al sistema del potere. Non c’è solo la libertà di optare fra alternative già date. C’è altro, un altro mondo è possibile e comincia a nascere nello sguardo non affascinato dallo spettacolo che offre la forza.
Ma la Campo parla di trascendenza e i suoi simboli hanno un significato religioso. Sorge inevitabile l’obiezione laica, di chi non crede in Dio o, anche credendoci, non vuole mescolare le cose divine con le faccende umane.
Non è un’obiezione da poco in questo frangente che vede la religione portare acqua al mulino della guerra, aggravando i conflitti oltre ogni misura umanamente praticabile. La cultura laica ci insegna a tenere Dio e la religione separati dalla scienza, dalla politica, dal diritto. Lo ha ribadito su questo giornale Valentino Parlato in garbata polemica con un noto opinionista che voleva spiegare (a noi europei) il senso normale e civile della giornata di meditazione e preghiera proclamata da Bush durante la guerra. Mi hanno insegnato a tenere separate certe cose, ha scritto facendo un elenco e nell’elenco c’era anche la separazione tra vita privata e vita pubblica. Sembrava quasi che dicesse: una volta… sembrava che sapesse che ormai l’equilibrio inventato dai filosofi moderni non regge più. Infatti. I nodi vengono al pettine. La modernità laica occidentale era una complicata costruzione della classe intellettuale al potere. Doveva tenere a bada la bigotteria e il fanatismo, ha fallito e sarebbe ridicolo mettersi a difenderla come una religione.
Fra le molte cose lette in questi mesi di intensificate letture, ricordo il lungo articolo di un analista inglese che diceva, acuto e sprezzante: Bush non ha né l’intelligenza né la cultura minime richieste per parlare di politica con argomenti razionali, e perciò si aggrappa al linguaggio religioso. Azzeccato, ma che cosa prova questo se non il fallimento della cultura laica? Fallimento tacitamente registrato, in sostanza, anche dai molti fra noi che, senza essere né credenti né cattolici, hanno esultato per la passione politica con cui il papa cattolico è sceso in campo contro la guerra. Non è stato solo per un calcolo, del tipo: se può servire, ben venga anche il papa. No, la sua foga virile intrisa d’angoscia e dolore, ci ha comunicato un sentimento di commozione e ci ha dato coraggio.
Perciò propongo che torniamo sulla questione della trascendenza e dei simboli religiosi. Viviamo in un passaggio difficile e lo affrontiamo senza disporre della nostra eredità religiosa, vale a dire del meglio della civiltà europea premoderna. Le premesse della separazione tra politica e religione risalgono al Medioevo, come noto. Ma il Medioevo non ne faceva una forma del pensiero definitiva, e non spezzava il continuum che è ogni civiltà, a causa della lingua che la pervade tutta, e che siamo noi stessi, per la stessa ragione, la lingua. Perciò, nel Medioevo poteva capitare che un vescovo, Ambrogio, armato della sua autorità spirituale, non consentisse all’imperatore di entrare in chiesa e lo rimandasse pubblicamente indietro, a fare penitenza per aver ordinato la distruzione di una città che non si sottometteva al suo potere.
Noi oggi dobbiamo congedarci dalla modernità e ci tocca farlo senza poter prendere né fiato né rincorsa. Tant’è che ci chiamiamo, tristemente, postmoderni. Non abbiamo niente da opporre alle tendenze dell’integralismo. Lasciamo la religione all’uso e abuso di fanatici e bigotti.
Qualcuno che mi legge si sarà accorto che ho fatto mia l’idea di un prete che fu anche un politico, ma in una maniera molto diversa da don Sturzo. Parlo di don Giuseppe De Luca che in politica fu, essenzialmente, un mediatore. L’idea di far parlare tra loro cultura laica e tradizione religiosa, in effetti, viene da lui e io non potrei aggiungervi nulla. Ma c’è una cosa che si può dire in più, perché da allora qualcosa è cambiato, la stessa che ho ricordato all’inizio, una presenza libera di donne e di pensiero femminile. Viviamo in una società in cui una donna può fermare il lui di turno e dirgli «Non sono d’accordo».
La differenza femminile libera – alla condizione che «lui» si fermi e ascolti, chiaro – è la possibilità che io vedo che abbiamo di schiodarci dalla legge di necessità in politica, ossia dal paralizzante confronto tra forze contrapposte. Possibilità che si distribuisce su due versanti, uno rivolto al presente e uno al passato.
Al presente, sta diventando riconoscibile una politica delle relazioni praticata di preferenza dalle donne, che si esercita fuori dal terreno del potere e del dominio, e che sa che il mondo non è tutto consegnato a questa logica. C’è altro ed è possibile vederlo all’opera se lo sguardo non si lascia catturare dallo spettacolo della forza. Questo «altro» non è un di più, è l’essenza della politica, oso dire, in quanto non do nome di politica al fatto che noi dobbiamo sottostare alla legge del più forte, ma, al contrario, che riusciamo a vincerla.
Al passato, l’ermeneutica della differenza ci insegna a recuperare l’eredità religiosa fuori dalla traiettoria di una storia maschile che è terminata con la inevitabile separazione delle cose divine dalle faccende umane, pena guerre e intolleranza. Sono ormai parecchi anni che studio la cosiddetta mistica femminile, che forma un ricchissmo filone di ricerca libera di Dio, ininterrotto dal Medioevo ai nostri giorni. E ho imparato una libertà religiosa che non avevo, quella di un dire dio che apre l’orizzonte chiuso dalla nostra presunta autosufficienza, e che in politica si traduce, senza troppi passaggi, nel sapere che la libertà è l’ingrediente più prezioso dell’amore, e l’amore quello della libertà.
da il manifesto
Secolo XXI. Il nuovo secolo ripete in alto la vocazione del suo predecessore: le proposte politiche trovano fondamento nel dominio e nell’esclusione dell’altro. Che cosa c’è di nuovo? Come prima, oggi si ricorre alla guerra, alla menzogna, alla simulazione, alla morte. (…) Il progetto di mondo del neoliberismo non è altro che una riedizione della torre di Babele.(…) Il neoliberismo tenta di fare la stessa costruzione, ma non per raggiungere un cielo improbabile, bensì per liberarsi una buona volta della diversità, che considera una maledizione, e per assicurare al potere che mai cesserà di esserlo. (…) Il nuovo dio del denaro ripete la maledizione originaria ma all’inverso: sia condannato il diverso, l’altro. Nel ruolo dell’inferno: il carcere e il cimitero. Il boom dei profitti delle grandi imprese transnazionali è accompagnato dalla proliferazione di prigioni e camposanti. Nella nuova torre di Babele, il compito comune è l’omaggio a chi comanda. E colui che comanda lo fa solo perché supplisce alla mancanza di ragione con un eccesso di forza. (…)
Se nella torre di Babele della preistoria l’unanimità era possibile con la parola comune (lo stesso linguaggio), nella storia neoliberale il consenso si ottiene con gli argomenti della forza, le minacce, l’arbitrio, la guerra.
Posto che vivere nel mondo significa farlo in contiguità con il differente, le opzioni che abbiamo sono tra essere dominante o dominato. Per il primo ruolo la quota è esaurita e farne parte è ereditario. In cambio, per il ruolo di dominato ci sono sempre posti liberi e l’unico requisito è rinnegare la differenza o nasconderla.(…)
II. La geografia delle parole
Se la preistoria è terminata tre anni o venti secoli fa non sembra importare molto. Là in alto, quelli che sono il potere e il destino, si impegnano a convincerci che la storia si ripete, checché ne dicano i calendari. L’annullamento del differente è una moda sempre di attualità. E benché, nell’essenziale, non ci sia nulla di differente tra le catapulte dell’Impero romano e le «bombe intelligenti» di Bush, adesso il progresso tecnologico funziona come il nuovo cappellano delle truppe di occupazione (dipinge di bontà quel che non cessa di essere un crimine a distanza) e come lo scenografo dello spettacolo (i bombardamenti in televisione si trasformano in intrattenimento pirotecnico «affascinante»: Cnn dixit). (…)
Dove mancano le ragioni, pullulano i dogmi. Il primo dogma appoggia la causa, poi la deforma e la trasforma in destino. Nel cannocchiale del potere, l’orizzonte è sempre lo stesso, immutabile ed eterno. La lente del potere è uno specchio. Il differente sarà sempre inatteso e all’inatteso sempre si opporrà la paura. E la paura sempre si farà forte del dogma per schiacciare l’inatteso. Nel cannocchiale del potere, il mondo è piatto, sbiadito e sudicio. (…)
III. La geografia del potere
(…) Coloro che abitano nel nord non si trovano nel nord geografico, ma nel nord sociale, vale a dire che stanno sopra. Coloro che vivono nel sud, stanno sotto. La geografia si è semplificata: c’è un sopra e un sotto. Il luogo di sopra è stretto e ci entrano solo alcuni. Quello di sotto è tanto grande da comprendere qualunque luogo del pianeta, e offre posto a tutta l’umanità.(…)
Nell’epoca moderna, il potere conduce guerre multiple di conquista. E non mi riferisco a «multiple» nel senso di «molte», ma nel senso di «in molte parti e in molte forme». (…)
Oggi, i civili in Iraq, uomini, bambini, donne e anziani, all’improvviso hanno qualcosa in comune con il prospero manager nordamericano. Questi fabbrica missili Cruise, quelli li ricevono. Gli eserciti di Stati uniti e Gran Bretagna sono solo gli amabili postini che uniscono due punti tanto lontani geograficamente. Così che dobbiamo ringraziare persone come Bush, Blair e Aznar per essersi presi il disturbo di nascere nella nostra epoca. Senza persone come loro, sarebbe impensabile, la geografia moderna. Ma questa guerra non è contro l’Iraq, o non solo contro l’Iraq. È contro ogni tentativo, presente o futuro, di disobbedire. È una guerra contro la ribellione, vale a dire contro l’umanità. È una guerra mondiale nei suoi effetti e, soprattutto, nel NO che gli effetti provocano.
IV. Il destino di Polifemo
(…) Le mobilitazioni in tutto il pianeta, tra altre cose, provano che questa è una guerra contro l’umanità. Se c’è qualcuno che ha inteso bene che l’Iraq si trova oggi in qualunque parte del pianeta sono i giovani. Mentre altri guardano una carta geografica e si consolano misurando le migliaia di chilometri che separano Baghdad dalle loro case, i giovani hanno compreso che le bombe (quelle esplosive e quelle della disinformazione) non vogliono solo distruggere il territorio iracheno, ma il diritto ad essere differente.
E quando un giovane dipinge un «No» su un cartello, su un muro, in un quaderno, in una voce, non sta solo dicendo «No alla guerra in Iraq», sta anche dicendo «No alla nuova torre di Babele», «No alla omogeneità», «No all’egemonia». Perché i giovani ribelli usano il »No» come pennello, e tenendolo in mano e nello sguardo dipingono e prevedono un’altra geografia.
Come il ciclope della letteratura greca, Polifemo, il potere fa dell’odio verso il differente il suo unico occhio. È in verità molto forte, e sembra invincibile. Ma, come già a Polifemo, un fantasma chiamato «Nessuno» lancia una sfida al potere. Perché, quando il potente si riferisce agli altri, con disprezzo li chiama «nessuno». E «nessuno» è la maggioranza di questo pianeta. (…)
Nel mondo che sta per nascere, (…) quando qualcuno chiederà: «Chi ha fatto questo mondo?», la risposta sarà: «Nessuno».
E per prevedere questo mondo e cominciare a costruirlo, è necessario vedere molto lontano nella geografia del tempo. Chi sta in alto ha la vista corta e si sbaglia, quando confonde uno specchio con un cannocchiale. Chi sta in basso, «nessuno», non deve nemmeno mettersi sulla punta dei piedi, per indovinare quel che seguirà. Perché il cannocchiale del ribelle non serve neppure per vedere qualche passo più in là. Non è che un caleidoscopio in cui le figure e i colori, complici le une e gli altri con la luce, non sono attrezzi da profeta, ma una intuizione: il mondo, la storia, la vita avranno forme e modi che non conosciamo ancora, ma che desideriamo. Con il suo caleidoscopio, il ribelle vede più lontano del potente con il suo cannocchiale digitale: vede il domani. I ribelli camminano nella notte della storia, sì, ma per arrivare al domani. (…)
I ribelli non cercano di emendare la pagina o riscrivere la storia perché cambino le parole e la ripartizione della geografia, semplicemente cercano una nuova mappa, in cui vi sia spazio per tutte le parole. Una mappa in cui la differenza tra i modi di dire «vita» non sia nella bocca di chi li pronuncia, ma nella totalità di coloro che si esprimono. Perché la musica non si compone di una sola nota, ma di molte, e il ballo non è un solo passo ripetuto fino al disgusto. Così, la pace non sarà altro, se non un concerto aperto di parole e di molti sguardi su un’altra geografia…
Dall’Iraq delle montagne del sud-est messicano, e vedendo il cielo oscurarsi di aerei ed elicotteri militari della Operación Centinela, marzo del 2003. (Il testo sarà pubblicato integralmente nel prossimo numero di Carta)
da il manifesto
Qualche mese fa una minuscola fetta del mondo sportivo iracheno ha lanciato una proposta attraverso la stampa internazionale. Era la fine di ottobre, la guerra sembrava ancora evitabile e la nazionale femminile di calcio iracheno propose una partita amichevole con la squadra Usa, nel nome della pace. Il calcio femminile è presente in Iraq fin dagli anni 50 e dopo un primo tentativo negli anni70, la nazionale è stata ricreata 4 anni fa. L’Iraq è stato uno dei pionieri dell’emancipazione femminile nel mondo arabo. Le donne rappresentano una fetta consistente della popolazione universitaria, sono presenti al parlamento e nei ministeri; l’infibulazione non è praticata, così come non ci sono normative sul vestiario. La situazione è peggiorata dopo l’embargo, con la crisi economica e il riavvicinamento del regime a posizioni più tradizionaliste. L’Iraq resta però uno dei paesi arabi in cui le donne godono di maggiore libertà. “Nessuno pensa che lo sport sia solo per gli uomini – ha detto la calciatrice Nida Yasser, 25 anni – anche se mia madre era un po’ preoccupata quando ho cominciato a giocare a calcio. Adesso lo ha accettato e prega per me”. Sopravvissute alle torture e alle punizioni che hanno spesso colpito gli atleti iracheni per volontà del figlio di Saddam Hussein, Uday, le ragazze del calcio iracheno si allenavano (prima dell’inizio della guerra) liberamente, con tenute da calcio regolamentari, calzoncini neri e magliette con i colori nazionali. Nel 2001 hanno vinto la medaglia di bronzo a un torneo di calcio islamico tenutosi in Iran. Kholud Layez, 35 anni, è il capitano e il difensore centrale della squadra. Ai giornalisti ha dichiarato: “E’ un mio grande desiderio affrontare la squadra americana. Vorremmo mostrare che anche noi sappiamo giocare a calcio. E forse le giocatrici americane hanno una posizione più aperta rispetto a quella del loro governo. Forse a loro interessa sapere che l’Iraq è una nazione civile, e che il suo popolo ama lo sport, esattamente come loro”. Le ha fatto eco Sana Ahmed, portiere della squadra: “Con una partita amichevole la battaglia potrebbe essere civile, un confronto sul terreno di gioco”.Dagli Stati uniti non è arrivata alcuna risposta, se non qualche commento a margine sul dislivello tra le due formazioni che renderebbe la partita impraticabile. Dalla Federazione irachena nessuna proposta ufficiale è stata inoltrata alla Fifa, pronta ad appoggiare ogni iniziativa che possa fare del calcio uno strumento di contatto tra culture diverse, ma incapace di prendere un’iniziativa personale. Il suggerimento delle calciatrici irachene è stato però raccolto dal calcio femminile italiano: “Non sarebbe un’occasione straordinaria? E per arginare il dislivello di gioco, non potremmo rafforzare la nazionale irachena con rappresentanti degli altri paesi? E perché non giocarla qui a Roma? Il giorno di Pasqua? Magari ci viene anche il Papa!”, questa la reazione euforica del sito calciodonne.net, che ha immediatamente cercato di attivarsi. E che ha provato a coinvolgere Mia Hamm, stella del calcio Usa, presidentessa di un’associazione di beneficienza, ma anche figlia e moglie di un militare. Hamm si è detta troopo impegnata. Le calciatrici irachene, dopo questa breve apparizione sui giornali, sono scomparse di nuovo nel nulla. Finita la guerra, quelle sopravvissute ci riproveranno.
I libri di Saskia Sassen sono disponibili alla Libreria delle Donne di Milano nel settore “Economia Politica” ( si veda anche il “Catalogo” nella nostra home page del sito www.libreriadelledonne.it)
da il manifesto – Intervista a Saskia Sassen
Le spiegazioni della guerra degli Usa e dell’Inghilterra contro l’Iraq sono molteplici. Qualcuno ritiene Saddam Hussein un dittatore, pericolososo per il suo paese e per la stabilità internazionale, ragione sufficiente per cacciarlo via con ogni mezzo. Altri sostengono che la guerra serve agli Stati uniti per appropriarsi delle riserve petrolifere irachene; altri ancora ritengono che l’obiettivo di Bush sia molto più ambizioso: creare un ordine mondiale cucito su misura degli interessi statunitensi. Per te invece?
La terza che hai detto. Ma prima di risponderti, voglio fare una premessa per me importante: questa guerra è illegale dal punto di vista del diritto internazionale e ingiustificata dal punto di vista della minaccia reale rappresentata da Saddam Hussein. Detto questo, sono convinta che l’intervento militare in Iraq fa parte di un progetto più ampio che va ben al di là del mutamento degli assetti politici a Baghdad.
Bisogna però capire chi vuole questa guerra e quali saranno i benefici per gli statunitensi. Per noi americani, il bilancio sarà disastroso. Costerà un mare di soldi.
L’ultima stima ufficiale è che la guerra all’Iraq costerà 75, 80 miliardi di dollari in più di quello previsto in precedenza: una cifra enorme che peserà sul già enorme deficit di bilancio. Sono convinta inoltre di quanto sostengono la maggior parte degli analisti, che sono persuasi che questa guerra non porterà benefici all’economia. Magari andrà bene alle imprese scelte due settimane fa dal governo statunitense per ricostruire l’Iraq. Al di là del fatto che Bush ha preso questa decisione quando all’Onu era ancora
aperta la discussione sull’intervento militare o meno, va sottolineato che anche in questo caso solo alcune imprese participeranno alla spartizione della torta. Quindi possiamo dire che la guerra la vuole solo una parte dell’establishment economico.
Stando ai sondaggi, sembra però che gli americani la adorino: per loro è uno spettacolo grandioso – e in effetti le immagini sono drammaticamente sbalorditive.
Un vero evento mediatico. Ma è una guerra dichiarata in un contesto in cui il governo ha posto un’alternativa secca: o con noi o contro di noi. L’amministrazione Bush ha fatto dunque leva sul patriottismo. I media si sono poi dilungati sulla notizia che Bush e la Rice pregano insieme in ginocchio nello Studio ovale, evocando il profondo puritanesimo della società americana e ingigantendo l’immagine di una nazione unita dalla preghiera. A tutto ciò, possiamo aggiungere una variabile che sta pesando
molto nelle decisioni di George W. Bush e che riguarda un sentimento di intolleranza dell’establishment neo-conservatore verso tutto ciò che potremmo definire «diversità su scala globale». Gli Usa hanno costretto gran parte delle nazioni a diventare neoliberiste, cioè a intraprendere politiche di privatizzazione, di apertura dei mercati interni agli investimenti esteri, anche se questo significava lasciar morire di fame le rispettive popolazioni. Credo, però, che gli Stati Uniti stiano abusando del proprio
potere. Storicamente, quando questo è accaduto abbiamo assistito alla fine dei grandi imperi. È forse un’ironia della storia, ma quando un potere è assoluto, vengono a mancare alcune condizioni che lo disciplinano e questo porta alla sua crisi.
[…]
Il movimento antiglobalizzazione è stato uno dei protagonisti dell’opposizione alla guerra in nome di un’alternativa al neoliberismo. Il New York Times ha parlato di un’altra superpotenza nel mondo dopo gli Usa, il movimento antiglobalizzazione. Come valuti le mobilitazioni di questi ultimi mesi contro la guerra?
Credo che il movimento antiglobalizzazione svolgerà un ruolo cruciale nel ridisegno del mondo. E’ infatti un movimento globale che propugna una cittadinanza globale, fattore che gli consente un protagonismo politico impensabile solo fino a pochi anni fa. In un’intervista con il manifesto (Marco d’Eramo, 22/04/2001) avevo affrontato il tema delle “micropratiche della cittadinanza”. Potremmo dire che ora ci troviamo di fronte a pratiche di cittadinanza transnazionale. Nel caso dell’Europa, questo è quanto sta emergendo con forza nel movimento contro la guerra in Iraq. Mi sembra cioè che i cittadini europei stiano andando oltre i propri leader nazionali, visti alternativamente come eroi (Chirac) o come farabutti (Blair), e stiano incominciando a costruire una pratica di cittadinanza europea che supera gli stati nazionali e i partiti politici nazionali.
I cittadini, e uso questo termine nel senso più ampio, non solo formale, dei paesi europei i cui governi sono storicamente rivali (Francia e Regno Unito, Francia e Germania), ora si uniscono attraverso le frontiere. Le immagini delle manifestazioni contro la guerra veicolate dai media globali alimentano questo sentimento politico che potremmo definire universalistico. Un senso di “europeità” sta nascendo ed è molto più sofisticato di quello che misura la Commissione europea per aumentare la partecipazione dei cittadini. Chi manifesta la sua contrarietà alla guerra mette l’accento su questa cittadinanza transnazionale e non sul conflitto fra Blair e Chirac. Così, gli inglesi vedono Blair un leader politico che mette in pericolo l’Europa e Chirac un po’ come un eroe. Allo stesso modo, i francesi pensano che Chirac debba gestire il conflitto con Blair in vista del rafforzamento dell’Europa e non solo in funzione della difesa degli interessi nazionali.
La guerra non ha solo degli effetti nei luoghi dove si combatte, ma anche all’interno dei paesi che l’hanno voluta. Dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush ha emanato delle leggi che limitano la libertà di movimento per i migranti e alcuni diritti civili…. Le città globali diventeranno delle fortezze presidiate militarmente?
Certamente. Non c’è alcun dubbio che la guerra in Iraq avrà delle ripercussioni globali e quindi anche negli Stati uniti. Il Patriot Act, la legge approvata dal parlamento dopo gli attacchi dell’11 settembre, ha ridotto i diritti legali dei migranti e di alcune minoranze. La paura degli attacchi terroristici porterà a una militarizzazione degli spazi pubblici, dei sistemi di trasporto. Questo è un elemento potenzialmente fascista all’interno degli Stati Uniti che prima o poi ci toccherà tutti, cittadini o migranti, minoranze sospette o meno, poveri o ricchi.
A proposito delle città globali che diventano fortezze ci sono alcuni dati interessanti del Dipartimento di Stato sugli anni Novanta che mostrano come, dopo il 1998, le città siano diventate il principale obiettivo degli attacchi terroristici. E’ inoltre molto probabile che la guerra contro l’Iraq avrà quello che alcuni studiosi chiamano un “ritorno di fiamma”, cioè spingere un numero impreciso di “indecisi” alla scelta terrorista e che le metropoli diventeranno sempre più “obiettivi sensibili”.
Da quando Bush e Blair hanno iniziato a parlare di guerra, abbiamo assistito all’aumento del livello di allerta in città come Londra o New York. Con il mio gruppo di studio sulle città globali abbiamo fatto una ricerca sui giornali Usa per vedere se dall’11 settembre ci fosse stato da parte dell’amministrazione Bush una qualche ammissione relativa due fatti: a) se il dipartimento di stato avesse mai diffuso questi dati; b) che andare alla guerra con l’Iraq avrebbe aumentato le possibilità di attacchi alle città americane più che ai militari ammassati nel Golfo. Non possiamo diventare paranoici e pensare che le città diventeranno stati-fortezze. Considerato quanto odio e disperazione ci sono nel sud del mondo, considerato la violazione del diritto internazionale e le sofferenze per i civili rappresentate dal bombardamento dell’Iraq, è sorprendente quanto poco terrorismo contro gli Stati Uniti ci sia. Ma da oggi, forse, la situazione cambierà, visto che gli Usa stanno offrendo molti incentivi per spingere molti giovani a varcare quella soglia oltre la quale c’è la scelta di morire combattendo contro il mio paese.
Le metropoli di una nomade
Mai una definizione come «la circolazione di cervelli» si addice a Saskia Sassen. Olandese di nascita, ha passato la sua prima giovinezza in Argentina, trasferendosi poi in Italia per approdare, infine, negli Usa, dove insegna all’Università di Chicago e alla Columbia University di New York. Ma il suo nomadismo intellettuale la porta spesso in Italia, in Francia e in Inghilterra. Attivista da sempre nella «nuova sinistra»
è però poco incline al dogmatismo che caratterizza spesso il pensiero critico statunitense. Il suo nome è divenuto famoso per un saggio sulle Città globali, una analisi particolareggiata del ruolo di New York, Londra, Tokyo nell’economia globale (il libro è stato pubblicato dalla Utet). La tesi centrale del volume è che in alcune città si sono concentrati alcuni servizi finanziari, legali, di progettazione organizzativa, di
ricerca e sviluppo che sono indispensabili, per coordinarlo, a un processo produttivo disseminato potenzialmente in tutto il pianeta. Proprio per questi motivi, nelle città globali la «polarizzazione sociale» raggiunge il suo acme. Saskia Sassen ha in seguito applicato questa griglia analitica a molte altre città, come San Paolo, Miami, Singapore, Honk Hong nel libro Le città nell’economia globale (Il Mulino).
Oltre a questo tema, uno degli argomenti da lei studiati è la crisi della sovranità nazionali nell’economia mondiale (Losing control, Il Saggiatore) e le conseguenze sociali della globalizzazione economica (Globalizzati e scontenti, Il Saggiatore). Ed è all’interno di questo argomento che è maturato il suo interesse per il ruolo delle migrazioni nello sviluppo economico europeo (Migranti, coloni, rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa, Feltrinelli), dove il migrante diventa la figura simbolica
della globalizzazione economica.
B. Ve.