Marina Forti
«J’ai fait la Côte d’Ivoire», dice Hamidou Ouedraogo, «ho fatto la Costa d’Avorio», che significa: ho fatto anni di duro lavoro come migrante. Il signor Ouedraogo è nato nel 1945 a Tanlili, nel nord-est del Burkina Faso, e la sua esperienza di emigrante nelle piantagioni ivoriane gli ha fornito l’ispirazione per ciò che definisce «un progetto per migliorare la vita» delle famiglie contadine. Oggi la Union Namanegbzanga des Groupements Villageois de la zone de Tanlili, o Ungvt, è un riuscito esperimento di barriera contro la desertificazione e difesa dell’ambiente. Soprattutto è una certa idea di bene comune. Questo ci ha spiegato Hamidou Ouedraogo l’altro giorno, a Napoli, dove era tra le dieci persone che hanno ricevuto il Premio Slow Food per la difesa della biodiversità (di cui questa rubrica ha già parlato nei giorni scorsi). In Costa d’Avorio Ouedraogo aveva trovato lavoro come tecnico nell’industria del legname. Ma la vita era dura e nel 1977, tornato a Tanlili dopo quindici anni, «piuttosto che ripartire ho cercato di fare qualcosa». Dunque: dieci uomini – poi 20, e poi 35 – hanno cominciato a lavorare insieme nei campi di ciascuno. Là si coltiva il sorgo, e lavorando insieme il raccolto ha cominciato a migliorare. Nel 1982 il gruppo si è dato un nome: Song Taaba, «aiutiamoci tra noi» nella lingua morè parlata dai Mossi (ci sono diversi gruppi etnici in Burkina Faso e i Mossi sono il 40% della popolazione).
«Ora la fase della sopravvivenza l’abbiamo superata», dice Ouedraogo. Spiega: il Plateau Mossi, dove si trova Tanlili, è un territorio semiarido su cui incombe la desertificazione. La pioggia è poca, in media 500 millimetri d’acqua all’anno, e cade tutta in 3 mesi. Quando arriva rotola via in fretta, portando con sé lo strato fertile del terreno – è questo che si chiama «erosione». Allora bisogna cercare di trattenerla. Il gruppo di Ouedraogo ci riesce con le «dighette anti-erosione» e lo zaï.
Le dighette sono muretti di pietre di una trentina di centimetri, disposti lungo le linee di livello. «Lo zaï è una vecchia tecnica che tutti conoscevano, ma era dimenticata»: si tratta di fare dei buchi a distanze regolari nei campi, prima che arrivino le piogge. L’acqua si raccoglierà nei buchi e colerà via più lentamente. In ogni zaï si mettono i semi: il sorgo bianco e quello rosso, il mais, il miglio, associati alle leguminose (fagiolo e arachide) che aiutano il terreno a fissare l’azoto. I concimi chimici sono proibitivi ma ogni famiglia produce compost con gli scarti organici della cucina e delle vacche. Hanno cominciato a ripiantare alberi, il néré, il tamarindo e l’acacia albida. Tanlili significa «nascosto dalle colline» e quattro in particolare sono del tutto protette: niente pascolo, vietato raccogliervi legna o frutti spontanei.
Ormai i «gruppi di villaggio» sono 39, distribuiti in 22 villaggi, con 3.150 membri e circa 30mila persone coinvolte in qualche modo. L’Union, che Ouedraogo presiede, ha trovato partners internazionali (tra cui l’università di Milano e le Coop Lombardia e Liguria). Possiede aratri, animali da tiro, magazzini, il vivaio, il molino, la fabbrica di sapone, l’unità di cucito e quella di tintura dei tessuti, e quella del burro di karité – in queste lavorano le donne, così nelle case arriva un po’ di reddito e lo statuto delle donne è decisamente migliorato. Poi c’è la scuola, quattro centri di alfabetizzazione per adulti e le biblioteche di villaggio.
Ouedraogo torna al punto iniziale: «Tutta l’idea è venuta nel periodo della rivoluzione». La rivoluzione di Thomas Sankara, che guidò un colpo di stato nel 1983 e fu ucciso nel 1987: in quei quattro anni ha fatto una politica di non allineamento e un tentativo di democrazia popolare. Le prime banche dei cereali sono arrivate allora, e anche i «commandos di alfabetizzazione», dice Ouedraogo. «La dinamica ci ha ispirato. Ora ciascuno sa che lo sviluppo del suo villaggio comincia da lui. Abbiamo imparato anche che per lottare contro la povertà ci vuole accesso alla conoscenza. Abbiamo compreso che la base dello sviluppo è il sapere».
da l’Unità
Volevano farne a tutti i costi il simbolo dell’idealismo americano che lotta contro il Male, l’eroina della guerra a stelle e strisce contro il dittatore iracheno Saddam Hussein. In verità, erano anche riusciti nell’intento: per settimane la sua storia aveva monopolizzato i media, distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica Usa dal pantano nel quale l’Amministrazione Bush si andava infossando in Iraq. Fino all’altro ieri. Quando, in vista della trasmissione – prevista sulle tv americane per stasera di un film sulla sua vicenda, Jessica Lynch, l’ex soldatessa catturata in Iraq e liberata da un commando americano, non ha deciso di dire basta alla strumentalizzazione della sua storia.
Jessica rivendica la “normalità” del suo dramma: “Non sono un eroe,mi hanno usata perché avevano bisogno di un simbolo. I veri eroi sono i miei undici compagni morti al mio fianco”. .
Doccia fredda, anzi gelata, per il Pentagono che all’indomani della liberazione di Jessica aveva diffuso le immagini sgranate del suo salvataggio infarcite di coraggio e abilità militare. “Sono esagerate e sfruttate a scopo di propaganda” accusa ora l’ex soldatessa appena ventenne, che invece di imbracciare un fucile avrebbe preferito insegnare ai bambini. Con la sua, “verità” il soldato Lynch scoperchia un verminaio composto di macchinazioni e strumentalizzazioni che lasciano stecchiti i falchi dell’Amministrazione Bush. E diventa, ora sì simbolo, ma di una coscienza americana che rifiuta l’inganno.
In un’intervista alla “Abc”, che andrà in onda martedì ma di cui sono stati diffusi alcuni stralci, Jessica, maestrina mancata ed eroina per forza, confessa che le forze armate americane hanno manipolato il resoconto del suo salvataggio da un ospedale di Nassiriya e che non avrebbero dovuto filmarlo. “Non mi considero un’eroina. I miei eroi sono Lori Piestewa e gli altri soldati come lei uccisi nell’imboscata. Sono i soldati che sono ancora lì”, dice Jessica alla “Abc”. E sulla ricostruzione fatta del suo eroismo rincara la dose: “Fa male quando vedi che la gente inventa storie che non hanno fondo di verità. Solo io potrei raccontarlo, raccontare che mi difesi sparando, ma non l’ho fatto, non ho sparato un colpo, l’arma si era inceppata, ho nascosto la faccia tra le mani e pregato. Non,ricordo nulla della cattura. In ospedale sono stata trattata con grande umanità”, dice Jessica smontando con onestà il ritratto eroico della sua resistenza alla cattura e della sua prigionia dipinto dal Pentagono. Originaria della West Virginia, Jessica era poco più di una bambina dalla faccia pulita che si era arruolata con l’ambizione di pagarsi gli studi per fare la maestra. Spedita in Iraq, lei e la sua unità di Fort Bliss in Texas caddero in un’imboscata il 23 marzo vicino a Nassiriya, nel sud del Paese. Undici dei suoi commilitoni, tra cui la soldatessa pellerossa lori Piestewa, morirono nell’agguato, ma Jessica, gravemente ferita, fu catturata dagli iracheni e salvata una settimana dopo dalle Forze Speciali americane.
La “sua” storia, lei l’ha raccontata. Non agli sceneggiatori del film “Salvate Jessica Lynch”, ovviamente, che è stato peraltro girato senza neanche la sua consulenza. La settimana prossima nelle librerie americane approderà la sua biografia autorizzata, messa nero su bianco dall’ex giornalista del “New York Times” Rick Bragg. Nel libro, intitolato “I am a Soldier, Too”, Bragg rivela che Jessica sarebbe stata violentata dagli iracheni. Ma la ragazza, che ha perso la memoria di quanto accaduto dopo il ferimento, non conferma.
Franco Carlini
Lo chiamano riso d’acqua anche se riso non è, trattandosi semmai di un’erba che cresce nell’acqua bassa e che assomiglia al grano; il suo nome scientifico è Zizania palustris, proprio come la zizzania del Vangelo, ma, a differenza di quella che è considerata pianta sgradevole, il riso d’acqua è invece un buon alimento e nutriente. Gli americani attuali lo chiamano wild rice, ma la popolazione nativa del Minnesota, gli Anishinaabe, lo considerano alimento importante e persino propizio e lo chiamano manoomin, «erba buona». E hanno ragione del resto, dato che contiene più proteine e meno carboidrati del riso vero. Come segnala Corby Kummer sul sito Internet dell’associazione Slow Food, «Il Midwest settentrionale e il Canada meridionale, la zona dove si trova la riserva di White Earth, sono il centro della biodiversità e del plasma germinale di questa pianta». E il progetto Welrp che promuove il recupero alla popolazione originaria delle terre della riserva di White Earth è uno dei destinatari del premio Slow Food per la Biodiversità che viene festeggiato domani a Napoli.
Figura di spicco ma non unica dell’iniziativa è Winona LaDuke, che fu candidata alla vicepresidenza insieme a Ralph Nader nelle passate elezioni presidenziali, ma questo è l’aspetto forse meno interessante della sua biografia, e in ogni caso non è per meriti partitici che il premio le viene assegnato. Il suo debutto pubblico lo fece nel 1977 quando aveva solo 18 anni e parlò alle Nazioni unite a sostegno dei diritti della sua nazione indigena, gli Anishinaabe appunto, conosciuti anche come Ojibwe e Chippewa. La storia penosa è analoga a quella di altre popolazioni originarie del nord America: un trattato con i bianchi (nel 1867) riconosceva la sovranità Anishinaabe su 35 kmq di pini, corsi d’acqua e altre risorse. Tra vendite fittizie, truffe e forzose modifiche quel territorio si è ridotto a un 10 per cento del promesso e così negli ultimi anni, perse le speranze nelle battaglie legali, il movimento Welrp fondato da Winona ha cominciato a raccogliere fondi per riacquistare i terreni abbandonati e restituirli a chi vi aveva sempre abitato.
E su queste terre cresce il riso d’acqua, disgraziatamente riscoperto dai ricercatori universitari come buono e sano e dunque rapidamente brevettato, geneticamente manipolato, esportato in altri stati. Oggi viene coltivato soprattutto in California, sotto forma di ibrido a basso costo, e queste varianti genetiche rischiano di avere la meglio sul manoomin originario. Winona LaDuke non ha scrupoli a chiamare con il suo nome tale appropriazione: biopirateria, ovvero «appropriazione illegale della vita, che si tratti di microrganismi, di piante, animali così come della conoscenza culturale che li accompagna». Così scrive LaDuke, aggiungendo che «la biopirateria viola le convenzioni internazionali, ma spesso opera attraverso nuove leggi create per l’occasione attraverso il Gatt e l’applicazione dei diritti di proprietà intellettuale (soprattutto i brevetti) alle risorse genetiche e alla conoscenza». All’avanguardia (si fa per dire) nella commercializzazione e sterilizzazione del riso d’acqua è la californiana Norcal Wild Rice Company.
Su quelle terre d’America vive anche Margaret Smith, insegnante in pensione di 84 anni. Ogni giorno parte con un suo furgone e porta a casa di 170 persone un pacco di «cibi buoni» (Mino-Miijim) che contiene gli alimenti di una volta: riso d’acqua intero e macinato, farina di granturco, carne di bisonte acquistata in altre riserve e caffè biologico; non mancano sciroppo d’acero e marmellata di frutti raccolti a mano. Sembra davvero – e forse lo è – una favola americana, Sono anziani abbastanza poveri, ma il sollievo che arriva con i pacchi non è solo quello economico: con quei cibi si conserva la memoria (e le ricette) e si mantiene la cultura di una comunità dispersa. E perché non lo sia fino in fondo, sono stati realizzati circa 400 piccoli orti all’interno della ricerva, dove tornare a coltivare «granturco, fagioli e zucca, le `tre sorelle’ della storia orale nativa che crescono insieme in armonia».
al Social Forum di Firenze


Oriella Savoldi
Ricordo il commento di un operaio della Fiat sul momento in cui le donne varcarono per la prima volta l’ingresso della fabbrica. Suonava più o meno così: mi trovavo nella stessa fabbrica in cui entravo tutte le mattine da anni, eppure la mia sensazione era di essere in un altro mondo. Stupore e spaesamento di fronte ad un cambiamento radicale, quello della presenza femminile, che rompeva la consuetudine e cancellava la familiarità di quel luogo, tanto da farlo sentire come se fosse in un altro mondo.
Oggi incontrare donne nei più diversi posti di lavoro ha assunto il carattere della normalità. “Sapessi che vantaggio per me che, dovunque vado, incontro donne”, mi dice una giovane collega del sindacato. Non è stato così per me e per quelle della mia generazione, noi abbiamo sentito tutto il peso e tutto l’entusiasmo, le due cose insieme, di entrare per la prima volta in luoghi da sempre abitati da uomini e costruiti a loro misura.
Sono tornata indietro a quel momento di passaggio, per ripensarlo o, meglio, per cominciare a pensarlo insieme agli uomini: noi donne, in questi anni, ci abbiamo riflettuto molto, ma senza tener conto della difficoltà vissute dagli uomini davanti al cambiamento di cui le donne sono protagoniste. Queste difficoltà esistono e qualcuno comincia a parlarne, come Stefano Nahmad e Giacomo Mambriani, recentemente intervenuti su questa rubrica..
Primo pensiero. L’idea che sul lavoro le donne sono come gli uomini, è di origine maschile, ma è falsa anche dal punto di vista maschile e nasconde la sorpresa davanti alla differenza del “paesaggio con presenza femminile”, sorpresa che quell’operaio esprimeva con tanta vivezza: sono finito in un altro mondo. In effetti, un mondo in cui donne e uomini hanno rapporti stretti anche per quel che riguarda il lavoro, non è più lo stesso.
Secondo pensiero. Ma il cambiamento resta come bloccato. Oggi il protagonismo femminile viene riconosciuto da molti e volentieri; sui giornali, in televisione, nei libri si parla perfino di un “di più” femminile. Ma di solito tutto finisce in questo riconoscimento. Non assistiamo ancora al seguito e, a dire il vero, neanche sappiamo in che cosa consista. Come mai?
La risposta a questa domanda doveva essere il mio terzo pensiero, che però ancora non ha preso forma. Ma so il suo inizio: impariamo a stare allo spaesamento di sapere che esistono anche le donne, esistono anche gli uomini. E non sono, né questi né quelle, così come li immaginiamo, tanto per difenderci, senza tentare l’avventura di nuovi rapporti liberi. Ecco, si tratta di vivere lo spaesamento come un passaggio verso un nuovo tipo di rapporti tra esseri umani alle prese con il gusto – e la difficoltà – di stare a questo mondo. Verso una nuova politica, forse.
Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci inviato questa sua traduzione di un testo del febbraio 2000 di Ruta Charles, esperta sulle problematiche relative all’acqua e funzionaria dell’ambasciata olandese in Sudan.
Il Sudan e’ attraversato dal Nilo e dai suoi tributari, rendendo meno grave la scarsita’ d’acqua che invece affligge altri paesi: tuttavia il problema e’ sentito fortemente nelle zone aride e durante la stagione secca, ed il nomadismo e la transumanza portano spesso al conflitto fra comunita’ per l’uso dell’acqua. Si compete sull’acqua potabile, sulle zone di pascolo che circondano le sorgenti, e sul possesso del bestiame (i cicli di “rapimento” e “riconquista” di una mandria possono andare avanti per anni). In anni recenti, a causa della guerra civile, questo tipo di conflitti ha subito un’intensificazione, perche’ ora le tribu’ hanno accesso alle armi e non combattono piu’ nei modi tradizionali, ma usando mitragliatori e fucili a lunga gittata. Un altro dato importante e’ l’estesa presenza di mine antiuomo nel suolo: le parti combattenti hanno preso l’abitudine di infestare con le mine i terreni circostanti le fonti d’acqua, e poiche’ e’ compito delle donne provvedere l’acqua alla famiglia e cercarla in tempi di siccita’, esse sono il gruppo piu’ a rischio. Ma ne affrontano anche altri, in special modo nell’ovest e nel sud-est del paese, dove per raggiungere l’acqua devono affrontare lunghi cammini, durante i quali possono essere uccise, stuprate e rapite, a seconda dei conflitti esistenti fra le tribu’.
Le donne del sud-est del Sudan hanno deciso ad un certo punto di porre fine alle competizioni per il possesso dell’acqua e del bestiame, che nella loro zona coinvolgevano le tribu’ Toposa, Boya e Didinga, formando un Comitato di pace. L’idea del Comitato era di mettere insieme le donne dei tre gruppi, in modo da mostrare agli uomini che era possibile vivere pacificamente insieme, pianificando la condivisione delle risorse disponibili. Il Comitato dapprima incontro’ separatamente gli anziani di ogni tribu’, poi invito’ ad un incontro i capi. Per farlo, le donne dovettero rompere delle regole sociali tradizionali: ad esempio, le corti dei capi si trovano sotto il piu’ grande albero dell’area, preferibilmente nella zona del mercato, ed alle donne non e’ permesso sedere sotto l’albero e parlare ai capi durante le loro assemblee. Queste donne ruppero la regola, andando sotto questi grandi alberi a chiedere la fine delle guerre tribali. Minacciarono di negare le loro figlie in mogli a chi come dono per il matrimonio avesse portato bestiame rubato e, minaccia ancor piu’ seria ai capi, dissero che avrebbero smesso di dormire con i loro mariti. Queste furono le loro precise parole: “Perche’ dovremmo avere bambini, se poi dobbiamo crescerli perche’ vengano uccisi o rapiti prima ancora di vederli cresciuti?”. Le donne sciamarono da un villaggio all’altro, formando sotto-comitati di pace, finche’ i capi accettarono l’idea, e le sostennero nel loro sforzo di organizzare incontri fra le tribu’.
La cosa che colpisce di piu’, di questo lavoro di pace a livello di base, e’ che queste donne sono illetterate, prive di qualsiasi addestramento nella risoluzione dei conflitti, e vivono in una zona remota a stento raggiunta dagli aiuti umanitari dell’Unicef (che comunque non sono frequenti): l’idea fu del tutto loro, scevra da influenze esterne. La nostra ambasciata ha incontrato queste donne per ascoltarle ed imparare da loro, ed ha deciso di sostenerle e di facilitare la loro presenza nei processi di pace.
Giacomo Mambriani
Alla fine del grande seminario di Diotima (comunità di filosofe dell’Università di Verona) del 2002, dal titolo Donne e uomini: anno zero, un uomo ha proposto agli altri presenti tra il pubblico di incontrarsi separatamente, per tentare uno scambio autentico di vissuti e di esperienze (cosa che, come le donne sanno, è difficile nel mondo maschile). All’appello hanno risposto circa una decina di uomini, compreso chi scrive. E iniziato così un percorso che tuttora prosegue e di cui, su invito delle filosofe di Diotima (che curano questa rubrica), parleremo in chiusura del seminario di quest’anno, A 5 dicembre all’università di Verona.
Il formarsi di questo gruppo maschile non è un caso isolato: in varie città, già da alcuni anni, anche altri si riuniscono cercando forme diverse di comunicazione. Viene spontaneo chiedersi da dove nasca questa nuova esigenza di confronto, che è anche un interrogarsi sul proprio modo di stare al mondo. In parte è certamente un tentativo di risposta (meglio tardi che mai, si potrebbe dire) a questioni sollevate dà movimento femminista almeno trent’anni fa; ma è anche espressione di un reale disagio maschile, fino ad ora latente e assai condizionante. Si tratta di un disagio che viene da lontano e che caratterizza gran parte della storia della civiltà occidentale. Disagio che ha prodotto, e continua a produrre, molta sofferenza nella vita di uomini e donne. E’ possibile dire qualcosa di questo disagio che, letteralmente, è una mancanza di agio?
Ho cercato aiuto nel vocabolario, e ho visto che i principali significati di “agio” sono due: “comodo” (comodità) e “ampiezza o sufficienza di spazio, luogo e tempo”. Ho visto inoltre che la parola deriva dal verbo latino adiacere, che alla lettera significa “giacere presso”. Da queste informazioni ricavo che l’essere a proprio agio è la possibilità (la capacità) di sperimentare la condizione della vicinanza, in uno stato di rilassatezza e abbandono, disponendo del tempo sufficiente. Il fatto che “giacere” porti con sé anche il senso dell’unione erotica dà un’ulteriore sfumatura alla dimensione dell’agio, così fondamentale per la vita umana e così negletta nell’era globalizzata.
Come uscire dal disagio per essere finalmente a nostro agio? Oltre alla cronica mancanza di tempo che affligge gli individui nelle società moderne, l’ostacolo più grande su questa strada è la paura della trasformazione di sé, o della perdita di identità; ciò perché nel pensiero occidentale di impronta maschile l’identità si definisce soprattutto in opposizione, piuttosto che in relazione a qualcosa o a qualcuno/a. Ma l’identità è mobile e inafferrabile come un profumo, e si può percepire solo nel rapporto imprevedibile con l’altro/a nella sua irriducibile differenza, per usare un’espressione cara al pensiero delle donne.
Gli uomini cominciano ad aver voglia di intensificare il contatto: con se stessi, con gli altri uomini e con le donne. Bisognerà essere pazienti e non forzare i tempi, perché certe cose possono accadere solamente ad-agio.
Andrea Bagni
C’è una strana affinità, ma anche una strana lontananza, fra il movimento nato a Seattle e la scuola.
Si parla continuamente del sapere come risorsa nuova e centrale del capitalismo postfordista, la questione dei beni comuni (come l’istruzione) e degli spazi pubblici (come la scuola) è presente nel dibattito generale, eppure si direbbe che questo movimento non abbia una sua idea di scuola, una sua pedagogia (magari anti-pedagogia).
Certo si denuncia l’aziendalizzazione delle scuole, la mercificazione del sapere, il tentativo di fare affari con il mercato dell’istruzione (software didattico per scambi a distanza, post-umani, sub-umani; un sapere tanto “universale” quanto astratto e strumentale).
E tuttavia la sensazione che ho è che non si riesca ad arrivare al cuore della scuola, e ad acquisire un linguaggio (ed un pensiero) adeguato a quel cuore.
I primi a non parlare di scuola mi sembrano proprio gli insegnanti, rassegnati a vivere nel microspazio delle proprie classi (sognandolo protetto dalla stessa inerzia del carrozzone burocratico – ma sbagliando perché le riforme ormai procedono per via amministrativa, e mutano risorse soggetti tempi e spazi del fare scuola quotidiano); oppure nelle “piazze grandi” del movimento, dei “laboratori per la democrazia”, della società civile. Comunque altrove.
Eppure il forum europeo di Firenze è stata anche una straordinaria esperienza di scuola, di università “universale” degli incontri, di traduzioni del sapere sociale per un mondo comune.
È come se il movimento non vedesse gran che la scuola per una specie di “eccesso di vicinanza”, perché quello che accade nell’incontro fra generi e generazioni diverse appartiene a un discorso pubblico di “politica prima”, alla possibilità di costruire repubbliche (sotto e oltre gli Stati, dopo le Nazioni e contro gli Imperi).
Ma anche il discorso sul sapere soffre, mi sembra, di una ambiguità non facile da risolvere.
È ancora vera la tesi (addirittura confindustriale, in epoca Lombardi), per la quale l’economia moderna non ha bisogno di professionalizzazione scolastica precoce, ma di un sapere di base diffuso, su cui articolare l’apprendimento delle innovazioni produttive in continua evoluzione, non raggiungibili dal mondo della scuola? Allora la Confindustria sottolineava orgogliosa il bisogno di una base di conoscenze solida – liceale diceva – per tutti i lavoratori. Va da sé che immaginava la formazione funzione di disponibilità, flessibilità e adesione al volere dell’impresa.
Però qualcuno mica ci crede tanto a quest’addio accelerato al novecento e ricorda la durezza materialissima dello sfruttamento capitalistico nel sud del mondo (o il peso dell’insicurezza sul lavoro nella vita precarizzata nel nord: altro che fine della società lavoristica, produzione linguistica che valorizza la conoscenza del ” posto dei calzini”, cioè quel sapere femminile che riconosce anche il grande padre Moro nello splendido film di Bellocchio).
Qualcun altro ricorda come le trasformazioni della scuola oggi puntino all’antico principio dell’esclusione e della divisione dei percorsi fra classe dirigente e non. Forse per quelli e quelle che dovranno eseguire ed ubbidire – flessibili disponibili e anche richiesti di un certo entusiasmo nell’essere imprenditori di se stessi nei lavori neo-servili – sarà necessaria una nuova formazione alla flessibilità, ma insomma di “sapere al lavoro” non si dovrebbe in verità parlare: si rischia perfino l’apologia del capitalismo.
Il fatto è che il sapere e la dimensione linguistica del nuovo lavoro sono un po’ da problematizzare.
Voglio dire che forse quella che viene tradotta in lavoro è una conoscenza operativa trasversale, minima e miserabile; non si forma nelle scuole o nelle università (almeno non in quelle che abbiamo conosciuto fin qui) e ha orrore di una dimensione personale e critica; neppure ha bisogno di tempi e spazi distesi, lenti, specifici.
Mi pare una specie di alfabetizzazione simbolica estesa quanto piatta, priva di profondità; flessibile e polivalente quanto incapace di scavare e approfondire.
È una conoscenza che si fonda fuori delle scuole, nel tessuto segmentato e mobile del sapere “usa e getta” della comunicazione di massa: per contatto e assimilazione sociale. Forse si può dire che comporta l’accettazione del mondo, il vivere senza passato in un presente assoluto, in chiave di adattamento, adesione, navigazione abile e operativa sugli “amari abissi” che vedeva invece l’albatros di Baudelaire…
Forse alla scuola chiede davvero il capitale poco più che controllo e socializzazione. O chiede una sorta di prima esperienza “formativa” di adattamento alla mega-macchina buropedagogica, distributrice di pagine e voti, debiti e crediti – come una fabbrica fordista del sapere di massa: luogo di moduli da assemblare, test da somministrare, certificati da certificare, rendimenti da misurare; tutto in termini rigorosamente quantitativi (come un prodotto interno lordo) e prestazionali. Tutto il resto essendo poesia, o peggio politica (e magari sono la stessa cosa). Una via di mezzo fra fabbrica, caserma e “parco giochi” di formazione del perfetto consumatore: istruito ai libretti d’istruzione, alla ideologia della subordinazione e insieme competizione individuale…
Allora penso che bisognerebbe lavorare nella scuola per un altro sapere – aperto, informale, pubblico, capace di critica dell’esistente: di autonomia e libertà personale; bisognoso di tempi lenti e luoghi ravvicinati relazionali, umani… Un sapere che costituisca sovversiva eccedenza culturale.
E tuttavia, pur con tutte le cautele del caso, mi pare importante riflettere su quella dimensione culturale comune, qualità politica del lavoro, e su ciò che questa comporta per la scuola e la conoscenza.
Certo che i monitor della Silicon Valley non hanno cancellato i luoghi come Cavite (di cui ha raccontato anche Naomi Klein): li hanno integrati e moltiplicati.
Ma a me sembra che comunque sia in gioco oggi in chi lavora (sempre più precario e marginale – ma sempre meno ai margini) una dimensione soggettiva e singolare nuova. Un general intellect che non è più tutto e solo incorporato alle macchine, ma direttamente operativo nei corpi del lavoro vivo (peraltro sempre più corredati di protesi post-umane, tipo mouse o tastiere). Individualità che diventano solitudini competitive; abilità relazionali che si vendono come “cura delle relazioni col cliente”, sapere che si riduce alla tecnica del sapersi presentare (perfino nelle nostre vecchie scuole si fanno corsi su come si costruiscono curriculum “seduttivi” o si affronta un colloquio: dall’etica del lavoro all’etica del perderne e trovarne uno qualunque, vendendosi bene). E l’identità in crisi si può trovare nell’adesione all’azienda (Cristian, un mio ex studente che lavora da pochi mesi in un discount, mi dice che noi facciamo i migliori prezzi della Toscana. Loro, la sua ditta).
Non credo sia già pronto, in esodo da qualche parte, il soggetto rivoluzionario post-statale, post-nazionale (affascinante ma astratto esattamente quanto l’impero), però di sicuro nelle teste, nella loro eccedenza di conoscenze o abbondanza di sotto sapere, nella loro singolarità competitiva o cooperativa, relazionalità politica ridotta a merce – qui è il cuore del conflitto. Non è questione solo di politica economica, ma anche di politicità dell’economia.
Il lavoratore della grande azienda del novecento poteva immaginare di liberarsi restando ingranaggio della fabbrica, ma “facendosi stato” attraverso la sua rappresentanza istituzionale. Dall’alto e da fuori, in un certo senso, non da dentro. Contava una società rivoluzionata, più che rivoluzionaria; contava la norma costituzionale, più che la dimensione costituente.
Oggi forse, almeno tendenzialmente nel nord imperiale, si è meno ingranaggi della catena, più liberi nelle braccia, nei ritmi e nei luoghi di lavoro – ma più precari, meno liberi dal lavoro e più asserviti nelle menti, invasi nel tempo libero (che i marchi studiano e vendono come prodotto culturale, più della vecchia merce), con il lavoro che si porta a casa nel computer e ti resta tutta la notte nella testa.
Non ci si libera (credo) sognando di essere stato. Assomiglia più a un altro incubo.
E ci sono forse possibilità di senso politico proprio dentro il proprio lavoro. Che è come dire che si hanno desideri oltre che bisogni sociali. Che si può resistere politicamente perché si esiste in relazioni politiche (magari anche continuando a tenere le bandiere alle finestre: segno singolare che si lascia in un mondo comune, altro che identità con l’azienda).
Insomma si è produttivi e politici con la propria stessa vita: è la soggettività in gioco, oggetto del comando, luogo dello sfruttamento come della costruzione conflittuale di relazioni politiche. Nel “vecchio” novecento credo l’abbia sempre saputo il femminismo.
Che c’entra la scuola o l’università con tutto questo? C’entra, c’entra. Domandatelo a ragazze e ragazzi quando hanno chiuso i libri e si domandano che cosa ha a che fare con loro tutto questo “futuro”; quando cercano un valore d’uso del sapere oltre il (miserabile) valore di scambio.
Forse non importa nemmeno che sia scuola “sovversiva”. Basta che sia davvero scuola, pubblica. Politico luogo comune.
Appello di 26 piloti israeliani e un generale «refusniks». Sharon: «Barghuti resta in carcere»
Michele Giorgio
La notizia era stata annunciata, ma gli stessi refuseniks dell’esercito aspettavano dubbiosi. Ieri sera l’annuncio davvero esplosivo peril governo di Ariel Sharon e per l’opinione pubblica israeliana che ha ascoltato il comunicato dato dalla tv Canale 2. Dopo un incontro con il capo dell’aviazione militare, generale Dan Halutz, 27 piloti della riserva hanno formalmente reso noto di non essere disposti ad eseguire in futuro «esecuzioni mirate» di militanti palestinesi nei Territori. Tra loro c’è anche il generale Yiftah Spector, che è stato comandante di squadriglia nella guerra del `73. «Noi, piloti di notevole anzianità e tuttora attivi, ci rifiutiamo di compiere attacchi illegali ed immorali, come quelli che Israele conduce nei Territori». Negli ultimi due mesi Israele ha intensificato, specialmente nella striscia di Gaza, gli attacchi mirati contro dirigenti di Hamas, al punto di far fallire dopo un attacco al campo profughi di Hebron, la difficile tregua in corso. In alcuni casi di razzi hanno mancato il bersaglio e hanno ucciso passanti innocenti, come nel caso dell’assassinio mancato di Rantisi e dello sceicco Yassin. I piloti aggiungono di rifiutarsi inoltre di condurre con i propri velivoli le truppe di terra «entro i territori occupati». Ora l’iniziativa dei piloti va ad affiancarsi alla protesta degli oltre 500 riservisti delle unità di terra che da oltre un anno si rifiutano di fungere da «aguzzini» del popolo palestinese. Durissima la reazione dello stato maggiore israeliano. Il capo dell’aviazione Halutz ha dichiarato subito che i piloti «verranno giudicati per il loro rifiuto di eseguire gli ordini», aggiungendo che «si tratta soltanto di 27 su migliaia di piloti e non c’è nessun altro esrcito umano come il nostro», per concludere minaccioso contro tutti i refuseniks che il rifiuto di eseguire gli ordini «è la madre di tutti i pericoli per il nostro popolo». E nei territori palestinesi occupati la tensione resta molto alta. In una intervista a Maariv, il premier israeliano Ariel Sharon ha affermato che il leader dell’Intifada palestinese, Marwan Barghuti, non sará incluso nello scambio di prigionieri fra Israele e i guerriglieri Hezbollah che dovrebbe realizzarsi tra qualche giorno. «Barghuti non può essere una delle condizioni di questo accordo. Barghuti è responsabile di uccisioni, e deve stare in carcere», ha detto. L’accordo secondo la stampa israeliana e palestinese é giá pronto e deve essere approvato dai leader delle due parti. Israele libererà centinaia di detenuti libanesi, palestinesi, giordani e siriani in cambio della liberazione di un israeliano prigioniero degli Hezbollah e della restituzione dei corpi di tre militari. Barghuti é senza dubbio parte della trattativa, anche se Sharon lo nega. Il suo ritorno a casa peró é incerto, anche perché Israele vorrebbe esiliare i prigionieri palestinesi inseriti nella lista presentata da Hezbollah. Non ha fatto riferimento alla probabile scarcerazione di decine di prigionieri di Hamas lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore del movimento islamico palestinese. Ieri Yassin ha escluso categoricamente che Hamas possa accettare una nuova tregua con Israele e ribadito che la lotta armata andrá avanti fino al termine dell’occupazione israeliana, affermando anche che Hamas non fará parte del nuovo governo palestinese del premier Abu Ala. «Non entreremo in un governo che nasce sotto l’occupazione israeliana».
Ieri all’alba si sono vissute ore di terrore alla periferia di Rafah (Gaza). Un ragazzo, Mohammed Hamdan, 15 anni, é stato ucciso dai soldati israeliani. Secondo i testimoni il ragazzo è stato colpito mortalmente da una scheggia di un colpo di cannone in in rastrellamento israeliano nel quartiere di Yebna. Altri 11 palestinesi sono rimasti feriti, mentre almeno tre abitazioni sono state distrutte. A Rafah dall’inizio dell’Intifada, tre anni fa, l’esercito israeliano ha demolito circa 800 case, quasi tutte nel campo profughi a ridosso della barriera di metallo e cemento armato che delinea la «zona cuscinetto» creata da Israele a protezione delle sue colonie a sud di Gaza e lungo il confine con l’Egitto. Intanto le misure contro il movimento islamico Hamas chieste con forza dagli Stati Uniti, provocano tensione nei paesi arabi alleati di Washington. Gli islamisti giordani chiedono le dimissioni del governatore della Banca Centrale di Amman a causa dell’oscura vicenda dei sei conti bancari di Hamas in Giordania, prima congelati e poi scongelati nel giro di 24 ore, 10 giorni fa. Un alto funzionario colpevole di troppo zelo ha trasformato una circolare di routine, inviata alle banche ogni sei mesi dal 1999, in una notizia da prima pagina, riferendo che alle banche commerciali era stato chiesto di individuare e congelare i conti di individui legati ad Hamas. Non pochi hanno colto un legame con la decisione dell’Ue di dichiarare Hamas «organizzazione terroristica». Re Abdallah era negli Usa quando la notizia lo ha raggiunto. George Bush gli ha subito chiesto di congelare i sei conti mettendo in forte imbarazzo il sovrano hashemita. Il Fronte di Azione Islamico (il maggiore partito politico giordano), ha ribadito che Hamas è un legittimo movimento di liberazione nazionale e ha chiesto le dimissioni del governatore della Banca centrale. Eguali le proteste per le indagini aperte di recente in Libano sui fondi depositati in banche del paese da esponenti di Hamas.
Ida Dominijanni
Per battere il terrorismo non basta la guerra, ha ripetuto ieri il segretario generale dell’Onu Kofi Annan, «bisogna conquistare i cuori e le menti». La frase non è nuova; circolava già in alcune corrispondenze dall’Iraq, e segnala egregiamente la contraddizione cieca in cui si è andata a cacciare la politica di potenza americana pretendendo di spacciare per liberazione la sua occupazione dell’Iraq. Un territorio, infatti, si può prendere con le armi; ma per i cuori e le menti ci vuole altro. Che cosa d’altro, la politica occidentale tutta, non solo quella armata di Bush, sembra non saperlo più – salvo sedurre i cuori e le menti con dosi massicce di televendite, soap e veline modello Berlusconi. Ha smesso di saperlo dall’89, ricorda sull’ultimo numero di Via Dogana la storica spagnola Maria Milagros Rivera Garretas: da quando cioè non ha più saputo trovare un linguaggio diverso dall’ideologia socialista per dire il bisogno di senso e di giustizia della gente comune. Del resto, che stiamo ancora vivendo nel cono d’ombra determinato dal crollo del Muro è proprio la guerra antiterrorismo di Bush a dimostrarlo, se è vero che è alla ricostruzione del Nemico perduto dall’America nell’89 che essa principalmente serve. A ripartire dalla frase sui cuori e le menti, sulla stessa Via Dogana, è Maria Luisa Boccia, riprendendo una delle questioni cruciali emerse nel corso e alla fine della guerra in Iraq, quella dell’incommensurabilità fra la politica di potenza, armata o no, e la politica che rifiuta non solo l’uso delle armi ma anche il criterio della potenza. C’era da misurare guadagni e perdite del movimento contro la guerra, e a chi riteneva che esso avesse fatalmente perso non essendo in grado di contrastare la potenza americana con una potenza uguale e contraria si rispose – anzi, alcune risposero – che non si può misurare l’efficacia di un movimento usando il metro che esso contesta in partenza; e che dunque ciò che i no-war avevano seminato non poteva essere giudicato con il criterio dei rapporti di forza. Ma il problema dell’incommensurabilità non si pone solo fra guerrafondai e pacifisti: è sul tappeto da decenni, ad esempio, a proposito della valutazione dell’efficacia della politica delle donne. La quale continua a essere misurata in base al metro del potere, mentre è una politica che volutamente agisce (e comunica con i cuori e con le menti) su un piano diverso da quello del potere.
Via Dogana riprende questa tematica, connettendola a una scommessa di più lungo periodo della rivista che Vita Cosentino sintetizza efficacemente nell’editoriale: «l’idea di giocare la differenza femminile libera come possibilità, dopo la fine del patriarcato e in regime di fratriarcato, di mettere fine agli sforzi per stare alle leggi di dominio e di potere di questo mondo, di mettere fine anche all’optare fra alternative già date, e orientarsi a rendere possibile altro, a sprigionare l’impossibile». Questo «impossibile», questo altro dalle leggi del dominio e del potere, può essere l’amore (Marina Terragni), la corrispondenza fra parola e esperienza (Milagros Rivera), la potenzialità generatrice della madre contro la «distruzione creatrice» del capitale (Alberto Leiss). E comporta l’urgenza, come recita il titolo del numero, di «passare a un altro ordine di rapporti»: dall’ordine basato sulla coppia identità-forza-guerra a quello basato su differenza-relazione-conflitto.
E’ un passaggio che chiama in causa, prioritariamente, i rapporti fra i sessi. Non da oggi infatti la rivista della Libreria di Milano invita ad abbandonare una visione della politica della differenza sessuale come forma di «resistenza-contro» fondata sulla comune identità del «noi donne», per restituirle il senso originario di una politica incentrata sulla modificazione di sé e della relazione con l’altro – un altro a sua volta già modificato dal femminismo -, nella più ampia prospettiva di una rivoluzione anti-identitaria e relazionale della politica di donne e uomini. Lo scritto di Maria Luisa Boccia, che dialoga con un articolo di Pietro Ingrao sulla guerra pubblicato nel numero di maggio della rivista del manifesto, e quello di Luisa Muraro e Lia Cigarini che dialoga con l’ultimo editoriale di Luigi Pintor, esemplificano questa pratica nel confronto su alcune parole – guerra, pace, sinistra, umanità, vita, potenza, amore, impotenza – di un lessico politico sempre più incerto, controverso e, come scriveva Pintor, «retrodatato rispetto alla dinamica delle cose». Su un punto-limite della trasformazione in corso, dove è diventata maschile la difficoltà di trovare «le parole per dirlo» che fu del primo femminismo, ed è femminile la difficoltà di mettere in circolo le parole trovate nel frattempo. Su questo punto-limite della crisi, forse, un’altra relazione tra donne e uomini diventa possibile.
da l’Unità
[…] Tra i concittadini di Bush – più inconsciamente che consciamente – si sta diffondendo la convinzione che alla paura non si può rispondere seminando altra paura ed altro terrore. “Lo scorso anno di questi tempi -mi dice Rainer, un giovane studente del Boston College – con i mie compagni pensavamo che non si poteva stare con le mani in mano, e molti davano ragione a Bush ed ai motivi della sua guerra. Oggi è chiaro ai nostri occhi, che la guerra ha portato solo maggiore caos”.
Per questo la piccola folla di accademici, artisti, politici, imprenditori e tanti semplici cittadini che si sono riuniti a Filadelfia venerdì scorso, 12 settembre, ha avuto un significato altamente simbolico. Di fronte al palazzo dove è stata firmata la Dichiarazione di Indipendenza nel lontano 1776, si è voluta firmare la Dichiarazione di Interdipendenza. Si è trattato di un semplice gesto di resistenza organizzato dai molti che in America professano il loro credo nel multilateralismo, nel dialogo tra le culture, nella necessità di una cittadinanza globale.
Duecento e più anni fa, l’America aveva trovato la sua libertà separandosi dal Vecchio Mondo. “Oggi invece – mi dice Benjamin Barber – la libertà la possiamo trovare solo lavorando per la libertà di tutti”. E’ l’esigenza insomma di passare dalla indipendenza all’interdipendenza, promuovendo un movimento dal basso che trasformi i singoli individui in cittadini del mondo in relazione.
Ma di fronte alla forza bruta dei muscoli d’acciaio, è di un altro manipolo di idealisti che abbiamo bisogno? “Oggi l’idealista è Bush ed il realista sono io”, risponde Barber. “Oggi l’idealista è chi non sa leggere gli eventi e non riconosce la realtà dell’interdipendenza. Sono realisti invece quanti riconoscono che nel mondo tutti dobbiamo cooperare perchè tutti siano più liberi, più eguali e più fraterni. Se vincono i realisti di oggi tutti saremo liberi. Se vincono gli idealisti di oggi, nessuno sarà libero”.
Il 7 settembre scorso si è chiuso il Festival della letteratura di Mantova.
Il 4 dicembre prossimo si aprirà il Festival “Voci di donne” di Ouagadougou, in Burkina Faso, per quattro giorni. I due festival hanno in comune una forte presenza di donne, motivata dall’amore femminile della lettura e della scrittura.
Il Burkina è un piccolo paese nel cuore dell’Africa subsahariana, confinante con il Mali, il Niger, il Ghana. Lingua ufficiale, il francese: “Voix de femmes” s’intitola il festival, promosso dall’Associazione “Talents de femmes”.
Ouagadougou, la sua capitale, è raggiungibile in aereo con volo diretto da Parigi.
Di questo paese e della sua cultura ci ha parlato dapprima Serena Sartori, regista teatrale, che ci va spesso e ne ha scritto su Via Dogana 61, il numero dedicato a Libertà senza emancipazione, dove c’è anche il programma dell’Associazione Talents de femmes. Poi, in viaggio verso la Francia, è venuta a Milano, ospite del Circolo della rosa, Odile Sankara, che è tra le fondatrici dell’Associazione ed è artista di teatro.
A metà novembre Odile tornerà al Circolo della rosa; ne daremo notizia. Verrà a ritirare il premio Grazia Zerman, vinto quest’anno dalla sua Associazione.
Per chi vuole altre notizie sul Festival di Ouagadougou:
Léontine Ouédraogo, direttrice del Festival 06 BP 9293 BURKINA FASO
e-mail.: jjj@fasonet.bj
Un’ultima cosa: non è finita qui con il Burkina Faso, prima o poi ne sentirete parlare ancora.
Edito da Luca Sossella, «Genealogia della rivolta» di Raúl Zibechi
Claudio Tognonato
Argentina, dicembre 2001. Dopo il sequestro dei depositi bancari e la riduzione di un 13% degli stipendi del pubblico impiego, la bancarotta è dietro l’angolo. Tanti avevano previsto che l’Argentina sarebbe entrata in default, ma nessuno aveva immaginato la risposta sociale. Una protesta che prende un’improvvisa accelerazione: uno sciopero generale, gli assalti ai supermercati. La situazione diventa incandescente, i cacerolazos invadono le vie delle città. Infine, l’insurrezione popolare del 19 e 20 dicembre. Gli argentini non vogliono più essere derubati, non sono più disposti a pagare i costi del fallimento del modello neoliberista. Vogliono un totale rinnovamento della classe politica, ripetono: «que se vayan todos» (tutti via). Le rinunce del ministro di finanza Domingo Cavallo e poi quella del presidente Fernando De la Rúa sono acclamate dalla folla che invade Piazza di Maggio.
Genealogia della rivolta. Argentina, la società in movimento di Raúl Zibechi (Luca Sossella Editore, pp. 237, euro 14,00. Il volume sarà presentato oggi alle 19.30 a Roma nel’ex-mattatoio di Testaccio) è il tentativo di capire come nasce un movimento sociale, come si genera una protesta, qual è la radice del dissenso, ma soprattutto da dove traggono origine le nuove forme di lotta. «L’insurrezione del 19 e 20 dicembre – sostiene Zibechi – non solo non è stata convocata da nessuna organizzazione, ma è nata in un contesto in cui non esistevano più organizzazioni in grado di dirigere il complesso dei movimenti sociali (…) proprio l’assenza di queste istanze ha permesso la nascita di movimenti molto ampi, pieni di creatività e potenza come quelli emersi alla fine del 2001».
Il libro propone un nuovo concetto di lotta – intesa come creazione di legami sociali, di solidarietà e fraternità – che riprende l’idea di una società di soci non in concorrenza tra di loro. Zibechi sostiene che il ciclo di proteste argentine «mette in discussione i saperi che i movimenti sociali e la sinistra hanno accumulato durante il XX secolo». Si tratta dunque di capire i cambiamenti che si sono verificati nelle forme della protesta sociale. Per farlo sceglie d’analizzare i movimenti a partire più dalle forme di lotta che hanno sviluppato che dalle dichiarazioni pubbliche e programmi.
L’analisi si porta sull’esperienza delle Madri di Piazza di Maggio che con le loro ronde di fronte alla Casa Rosada nel pieno di una delle più cruente dittature del ventesimo secolo, hanno dato vita ad una nuova etica sociale che ha procurato loro un vasto riconoscimento internazionale. Ogni giovedì alle 15.30 sono ancora lì a chiedere per i loro figli desaparecidos. Hanno cominciato nel 1977, hanno capito che i compagni dei loro figli non potevano manifestare senza diventare anche loro scomparsi e hanno preso in mano la denuncia come Madres. I militari hanno tentato di contrastarle, loro sono state malmenate, alcune sono anche scomparse, ma la loro lotta ha spiazzato i repressori. Quella delle Madri è una lotta autoaffermativa senza delega di rappresentanza.
Nel libro vengono poi analizzate le lotte degli Hijos, i figli dei desaparecidos che si propongono raccogliere e dare continuità alla lotta delle Madri e successivamente quelle delle nuove forme di espressione e di controcultura create dai giovani negli anni `90; le lotte dei piqueteros, i disoccupati che occupano con picchetti ponti, strade e autostrade immobilizzando il paese; le organizzazioni territoriali delle Asambleas barriales, una sorta di comitato di quartiere dove si esercita una democrazia diretta; e la nuova esperienza sindacale della Central de Trabajadores Argentinos (CTA) di Victor De Gennaro.
Genealogia della rivolta è una ricerca partecipante, che studia dall’interno queste nuove esperienze. Raúl Zibechi, giornalista del settimanale uruguaiano Brecha (in Italia collabora con Carta) ha vinto a giugno il prestigioso Premio de Periodismo José Martí, scelto tra 120 giornalisti dell’America Latina proprio per le sue accurate ricerche sugli avvenimenti argentini.
da il manifesto
Menchu e Shiva contro la Wto: solo per crisi del caffè colpiti 25 milioni di contadini
Anche il controvertice è entrato pienamente nel vivo, dopo la manifestazione dei contadini che martedì ha contestato l’inizio dei lavori della Wto. Si svolge a qualche chilometro di distanza del summit ufficiale e si discute ovviamente di commercio, ma di commercio giusto, «quel commercio – dicono il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchu e l’economista indiana Vandana Shiva – che favorisce davvero i piccoli produttori, non li strangola con la corsa al ribasso dei prezzi sui mercati internazionali e li sostiene nei momenti di difficoltà». «C’è qualcosa di perverso – spiega Menchù – nelle conseguenze del crollo del prezzo del caffè, che nel solo centro America ha provocato la perdita del lavoro per 540 mila contadini, che si vanno a sommare al gran numero di disoccupati».
«La sola crisi del caffè ha colpito 25 milioni di persone in Africa, Asia e America Latina – denuncia il premio Nobel rivolgendo un appello alla stessa Wto e ai governi presenti a Cancun perché appoggino il commercio giusto. «Lavoriamo per proteggere i nostri agricoltori, le nostre comunità, le nostre biodiversità – dice Vandana Shiva – Da quando la Wto ha cominciato a imporre le sue regole i prezzi dei prodotti agricoli sono crollati: in India, negli ultimi due anni i ricavi dei produttori di tè sono scesi da 9 a 5 miliardi di dollari e le vendite sono crollate del 20%. Con le regole di quello che chiamano il libero scambio l’export dei semi oleosi perde ogni anno 200 miliardi di rupie, quello delle patate 50, quello del riso 300, e quello del grano altri 300». «Quando si parla di regole – afferma Shiva – non ci si deve limitare al discorso sui sussidi, che sembrano la parte più critica e più criticata a Cancun, ma ci si deve concentrare sul problema del ribasso dei prezzi. Perché i sussidi interni, quelli dati allo sviluppo rurale, sono giusti: gli unici sbagliati sono quelli alle esportazioni».
Gabriele de Palma
Per fare ricerca sul Golden Rice, una varietà di riso con un contenuto elevato di vitamina A, e dunque particolarmente utile come alimento nelle popolazioni con diete poco ricche, è necessaria la «licenza»: infatti non solo il riso stesso, ma anche le tecniche necessarie per manipolarlo sono coperte da brevetto industriale, quaranta in tutto. Sono le cosiddette «enabling technologies», ovvero gli strumenti di ricerca necessari per le sperimentazioni. Ma non sempre i ricercatori universitari hanno i mezzi per pagare le royalties sui brevetti e così il sistema di protezione della proprietà intellettuale finisce sovente per diventare un blocco di fatto (o un elemento di dissuasione) alla ricerca. E’ per questo che nei mesi scorsi negli Stati uniti è stato istituito un consorzio per permettere che i risultati della ricerca universitaria in campo agricolo abbiano applicazioni pratiche non direttamente controllate dal settore privato. E’ stato battezzato Pipra (Public-sector Intellectual Property Resource for Agriculture) e nasce per volontà di dieci università e due centri di ricerca e grazie alle generose donazioni delle fondazioni Rockefeller e McKnight. L’idea deriva nei suoi principi teorici dal Land Grant College System del lontano 1862, un sistema di istruzione e ricerca pubblico in campo agricolo che offriva la possibilità di studiare anche a chi non aveva i mezzi per accedere alle università private e che garantiva la diffusione pubblica dei risultati ottenuti.
Ma da quando nel 1980 la Corte suprema ha sentenziato la brevettabilità degli organismi viventi (la famosa causa Diamond vs. Chakrabarty) il mondo della ricerca agricola ha subito un notevole stravolgimento e il concetto di bene pubblico si è estremamente assottigliato e così Pipra vuole restituire l’attributo di bene pubblico condiviso alle conoscenze sviluppate grazie a finanziamenti pubblici. Tale scopo non è in conflitto con gli interessi del settore privato, che sviluppa solo le biotecnologie più redditizie (soia e mais per esempio) trascurando invece molte colture di sussistenza che sarebbero utili ai sistemi agricoli dei paesi in via di sviluppo, nonché molte colture di nicchia commercialmente ancora poco remunerative.
Ciononostante la realizzazione di tale progetto è molto più complicata di quel che potrebbe sembrare. Se è vero che, come dimostrato da un recente studio, un quarto delle invenzioni brevettate in campo agricolo è frutto della ricerca pubblica (nessuna azienda privata può vantare tanti brevetti), è purtroppo anche vero che molti brevetti sono stati ceduti interamente al settore privato e che il patrimonio pubblico è particolarmente male assortito. Oltre a tutto il settore pubblico della ricerca quasi mai detiene la licenza di tutte le tecnologie necessarie per sviluppare e produrre nuove varietà vegetali: ne manca quasi sempre qualcuno per il raggiungimento del fatidico Fto (freedom to operate), ovvero l’autorizzazione a sviluppare nuovi prodotti.Per ovviare a questi ostacoli allo sviluppo di varietà agricole destinate al bene comune, la neonata Pipra si è preposta tre obiettivi a breve termine. 1) Stilare un inventario delle tipologie di brevetto e delle concessioni in licenza degli stessi e cercare le migliori soluzioni per conservare il diritto di utilizzare per il «bene comune» le invenzioni che il settore pubblico concede in licenza ai privati. 2) Istituire un archivio esaustivo di tutti i brevetti e di tutte le licenze in possesso del settore pubblico; un tale database è necessario per conoscere agevolmente cosa si può fare gratuitamente e quali brevetti è eventualmente necessario acquistare dal settore privato. 3) Riunire i brevetti a disposizione del settore pubblico in «pacchetti» che favoriscano l’ottenimento del Fto. Appena annunciato il varo del progetto, Pipra ha raccolto l’interesse di diverse organizzazioni dichiaratesi pronte a contribuire.
Tutti i dettagli si possono leggere all’indirizzo www.pipra.org.
Enrico Fierro
“Scusate, sapete dirmi dov’è via Matilde Serao?”. Castelvolturno, Villaggio agricolo. Siamo nel dedalo di viuzze, negozi e case una addosso all’altra che una volta avevano la pretesa di essere villette per le vacanze. Un uomo sudato in canottiera interroga con lo sguardo la moglie, una matrona che fatica a tenere a bada due piccirilli che si rincorrono tra i cumuli di monnezza. “Nunn’o saccio (non lo so, ndr)”. Insisto: “Via Serao, dove c’è la chiesa di padre Giorgio” “Ah, voi cercate ‘o prevet de puttane (il prete delle puttane, ndr), chillu strunzu … “. Il volto dell’uomo è paonazzo, la
bocca vomita bestemmie contro ‘e puttane, ‘e nire, ‘o prevete.
La moglie lo trascina in casa, io vado via e continuo a girare a vuoto per mezzora. E invece la chiesa di padre Giorgio è lì, a due passi dalla casa dell’uomo in canottiera. E di fronte, la casa dei comboniani. “The church”, c’è scritto su un cartello, appeso al cancello. Come nelle zone di guerra. Un casone a tre piani, gli intonaci che cadono a pezzi, un cortile pieno di stracci, mobili vecchi, una bandiera della pace lacera. Busso ad una porta al piano terra, mi apre una ragazza nera in pantaloni stretti e colorati. Un’altra, impaurita, si copre il volto e va a nascondersi. Nel locale sei letti a castello e qualche culla. “Chi cerchi?”. “Padre Giorgio”. Mi accompagna, finalmente.
Al primo piano la cucina e un signore dall’accento abruzzese, con una camicia azzurra aperta sul collo dalla quale oscilla un crocefisso di legno, è padre Nicola, traffica con ali e cosce di pollo da surgelare. Nella stanza di padre Giorgio un lettino, sulla parete una foto con un giovane Papa Wojtyla, di fronte una scrivania con un computer e il telefono. Le finestre sono spalancate ma fa un caldo cane.
“Peggio del Mozambico”, ride quest’uomo nato al Ferrara sessanta anni fa, ex elettrotecnico, prete per vocazione sprituale e intellettuale, comboniano da 25 anni e subito missionario nei villaggi più sperduti del Mozambico, insanguinato dalle guerre civili. Dopo qualche anno, fedele all’insegnamento del fondatore dell’ordine Daniele Comboni, “salvare l’Africa con l’Africa”, il suo continente nero padre Giorgio l’ha cercato qui Castelvolturno, cuore multietnico del litorale Domitio. Qui ‘e nire, come li chiamano, riescono, loro malgrado, ad essere mille cose insieme: economia e arretratezza, bene e male, il piacere e il dolore. Le puttane e la droga, le braccia a poco prezzo per l’edilizia, e le campagne, le case del litorale affittate a nigeriani, polacchi, albanesi, moldave, a posto letto (200 euro al mese per una brandina), il sesso a buon mercato per i giovani dalla pelle bianca della grande conurbazione che va da Formia a Castelvolturno (” 15 bocca, 30 l’amore”), l’eroina tagliata con la fetenzia che crepa le vene dei ragazzi.
Qui ‘e nire ora sono il nemico numero uno, il cancro da estirpare, la vergogna da cancellare. Loro e chi li difende: i comboniani, Che a giugno si sono incatenati, ai cancelli della questura di Caserta contro la Bossi-Fini, sotto gli occhi impotenti del questore e dei funzionari venuti da Roma per dirigere l’Operazione Alto impatto. “Rastrellamenti indiscriminati contro gli immigrati”, denunciarono i missionari. Padre Giorgio e padre Franco, un omone di un metro e novanta venuto dal Varesotto sul litorale Domitio a portare la parola di Cristo. E una croce di legno pesante che quel prete con la stazza di un marcantonio issò sotto gli uffici della Questura, davanti un tavolinetto come altare e li celebrò la Messa insieme a padre Giorgio e alle suore di colore fatte venire dalla Nigeria. Quella. protesta fu gradita a pochi, a molti fece perdere la pazienza e la testa.
Al sindaco di Castelvolturno, ragionier Antonio Scalzone, di Forza Italia, prima di tutti, che accusò i comboniani e il vescovo di Caserta, mansignor Raffaele Nogaro, e tutta la Chiesa che non guarda al colore della pelle e al timbro sui passaporti, di “favorire il traffico di droga e quello di giovani donne ridotte in schiavitù”. Il sindaco chiamò Mario Borghezio, terrore degli immigrati, e,il panzer di Bossi si fiondò a Castelvolturno accolto dalla gente coi fazzoletti verdi al collo e dai cori: “Viva la Padania fuori i negri”. Borghezio ringraziò gli abitanti di “Castelvetrano, pardon, Castelvolturno” e illustrò la sua ricetta per ” la ripulitura sociale della zona”: “Cacciare subito i comboniani, quei preti amici di neri e puttane”. Infine il vescovo di Capua, monsignor Bruno Schettino che accusa i comboniani di “non predicare Gesù” e ne, propone la cacciata dal suo territorio. “Perché ci hanno rotto i coglioni”, urlò dagli scranni di un consiglio comunale aperto un assessore di Forza Italia.
Ma padre Giorgio, padre Franco e padre Nicola non hanno piegato la testa. Anzi. Il cinque di ottobre saliranno a Roma, si piazzeranno all’ingresso di Montecitorio e insieme a nire e puttane reciteranno il Rosario. Per ore. “Con la parola di Cristo – mi dicono – cercheremo di far capire ai parlamentari della Repubblica che quella legge, la Bossi-Fini è semplicemente disumana”. Poi, a novembre bruceranno gli ordini di espulsione davanti a tutte le prefetture d’Italia e rilasceranno i “veri” permessi di soggiorno, “quelli dati in nome di Dio”. Altre polemiche, altre fratture. Ora siamo sulla terrazza della cucina, il cronista, i preti corriboniani, un seminarista giovane venuto da Bologna e uno venuto dal Messico. Con noi ci sono sei ex prostitute nigeriane, tre hanno i loro bambini nei passeggini. Ringraziamo Iddio per il cibo che ci ha offerto e ringraziamo anche A. (le ragazze sono terrorizzate dai papponi e chiedono l’anonimato) che ha cucinato spaghetti conditi con sugo di pollo speziato e piccante come non mai. Da una stanza si sente il canto di un’altra ragazza, è una nenia della sua terra d’Africa che sa di gospel e di blues. Tutto attorno, invece, sa di precarietà, i soldi per mandare avanti la baracca sono pochi, inesistenti le donazioni pubbliche. “Mi servono 4mila euro al mese per aiutare le ragazze e i loro figli. Spesso è difficile trovarli, ma andiamo avanti”, dice padre Giorgio. “Padre – gli chiedo – ne vale la pena?”. “Certo – mi fu lui – questo è il nostro modo di essere Chiesa. Ne vale la pena per questi bambini e per le loro madri che abbiamo strappato alla strada, alla violenza e ad umiliazioni indescrivibili. Spesso mi sento impotente come l’altro giorno. E’ venuta da me una ragazza ucraina bellissima. “Padre mi aiuti, mi trovi un lavoro altrimenti torno a battere”. L’ho guardata disperato”.
E’dura ma ne vale la pena. Padre Giorgio racconta di padre Franco, che ogni sera va per le strade della Domitiana a raccogliere prostitute. Le avvicina insieme a una suora nigeriana. Parla con loro, ascolta le loro storie e i loro drammi sfidando l’ira dei violentissimi papponi nigeriani e quella della camorra di Casal di Principe e dintorni. Che con la mafia nera ha da anni stabilito solidi rapporti.
All’inizio, per la verità, i nigeriani non capirono che questa è terra dove anche l’aria è sotto il controllo di boss che si chiamano “Sandokan”, “Cicciotto ‘e mezzanotte”, e che sono potentissimi. La strage di Pescopagano nel ’90 (quattro pusher tanzaniani “fucilati” in un bar) chiarì subito come stavano le cose: qui comanda la camorra. E ora i papponi nigeriani e gli spacciatori pagano: da 50 a 100 euro è la tassa sul “posto” (l’albero o la fetta di marciapiede dove stazionano le prostitute), più il 30 per cento sugli incassi. “Questa realtà è terribile – dice padre Giorgio – le condizioni di vita sono disumane per tutti, bianchi e neri. In questo luogo non luogo non c’è una biblioteca, un posto di aggregazione sociale, non c’è nessuno che si occupi del disagio giovanile”.
Castevolturno, con il suo centro storico che raccoglie 5mila abitanti e gli altri 15mila che vivono lungo 27 chilometri di litorale, è fatta così. Qui le case che i casertani e i napoletani della piccola borghesia si erano costruite per la villeggiatura, sono state occupate via via dai cittadini di Pozzuoli dopo il bradisimo e dagli immigrati attirati dalla raccolta del pomodoro e dal lavoro nell’edilizia. E’ una realtà che scoppia. “Ildramma – riflette padre Giorgio – è che la gente vive male, per anni hanno covato disagi e rabbia che ora scaricano sugli immigrati, su tutti indiscriminatamente, mettendo insieme spacciatori, prostitute e chi viene qui per fuggire dalla fame e dalla miseria”.
C’è chi soffia sul fuoco (il sindaco e la sua maggioranza) e così le vittime si alleano con i carnefici pronte a scagliarsi contro chi è più vittima di loro. La storia si ripete drammaticamente. In un’area che negli anni Settanta fu al centro di una formidabile devastazione del territorio: Coppola Pineta Mare, le Torri e gli alberghi, demanio e litorale depredati con la benedizione di vescovi e ministri. Una storia vecchia. Perché ora c’è un piano di risanamento del litorale (l’ultima Torre abusiva dei Coppola è stata abbattuta il 1 agosto) che prevede investimenti per 503 milioni di euro. L’ampliamento dell’Holiday Inn e del campo da golf, la costruzione di nuovi alberghi e di punti turistici di eccellenza. “Perle nel deserto – dice scettico padre Giorgio – vogliono risanare, ma a chi hanno affidato il risanamento? Ai figli dei Coppola, agli stessi che hanno devastato il territorio”.
Il nostro incontro è finito, i bambini giocano con i due novizi, il bolognese e il messicano, le ragazze nigeriane riordinano la casa. Nel cortile due polacchi cercano di aspirare acqua da un pozzo. Non viene fuori una goccia. Qui, nel Villaggio agricolo di Castelvolturno, i rubinetti sono a secco e in molte case non c’è acqua corrente. Però si stanno costruendo alberghi lussuosi e campi golf per turisti che possono spendere ma che non devono vedere neri in giro. Fuori gli spacciatori e le puttane, fuori i povericristi carne da macello per l’industria dell’edilizia e della pummarola. Questo è il futuro. Il presente di padre Giorgio e di padre Franco è la strada. Tra poco calerà la sera, le puttane nigeriane indosseranno le loro minigonne sgargianti e venderanno i loro corpi ai bianchi. Quindici bocca, trenta l’amore. Passeranno ore sotto un albero a salire e scendere dalle auto. Uno, due, dieci, venti rapporti ogni sera. Padre Franco le avvicinerà una ad una per offrire loro povere cose. Un piatto di pasta, un letto, una parola di conforto. Pillole di vita e di dignità.
Oggi, come ai tempi di don Milani, la lingua è un luogo cruciale di conflitto e di ricerca (in termini diversi).
Per il movimento per l’Autoriforma gentile e per la Società italiana delle Letterate – che hanno organizzato l’incontro nazionale La lingua che ci amora. Esercizi di libertà per imparare con (Roma 4 – 5 ottobre 2003) – la distanza linguistica e culturale tra le generazioni può diventare un’appassionante scommessa politica se la si considera in termini relazionali. Riportiamo il testo-invito al convegno
Un motivo ricorrente nei discorsi sulla scuola è lo sconcerto di fronte all’apparente rozzezza e povertà linguistica delle giovani generazioni. Spesso il mondo accademico la interpreta come un segnale “apocalittico” di crisi dei valori della cultura, a cui rispondere con una strategia di difesa e di restaurazione. Altre voci, specie nel campo della pedagogia, capovolgono la valutazione, esaltando le potenzialità espressive dei nuovi canali comunicativi a scapito del logocentrismo della cultura tradizionale. Noi pensiamo che, indipendentemente da questi giudizi unidirezionali, la distanza linguistica e culturale tra le generazioni possa diventare un’appassionante scommessa politica se la si considera in termini relazionali: dove c’è differenza tra esseri umani, lì c’è qualcosa di nuovo e di importante da scoprire. Per questo pensiamo che oggi, come ai tempi di don Milani, la lingua sia un luogo cruciale di conflitto e di ricerca, ma in termini diversi. Allora la scommessa aveva caratteristiche collettive, riguardava classi sociali da emancipare socialmente, sentite come portatrici di una cultura materiale e di una ricchezza linguistica capaci di scardinare l’opacità e il potere della lingua delle classi dominanti. Oggi ci pare che la scommessa riguardi la libertà e tocchi la singolarità di ogni essere umano, giovane e adulto, messa a rischio dall’affermarsi di forme di linguaggio standardizzato e omologante. Prima di essere un problema di insegnamento, si tratta di noi come parlanti, della nostra umanità e della sua espressione libera in ogni ambito della vita associata. A questa situazione la pedagogia linguistica ufficiale risponde con la proposta di modelli codificati, basati su una concezione funzionalistica e utilitaristica della lingua, ben inseriti nel pensiero aziendalistico dominante. Noi crediamo invece che dalle differenze possano nascere modi espressivi imprevedibili e multiformi, capaci di dar voce a quello che ciascuno e ciascuna vive, sa e vuole, nell’ambito di una relazione fondata sul piacere dello scambio: un grano di libertà che può cambiare ciascuna e ciascuno di noi, e il mondo che ci circonda. La storia della presa di parola femminile attraverso la quale molte di noi sono passate mostra come si possa diventare soggetti di discorso, trovando parole per dirsi fuori dalle categorie concettuali previste.
Tutto questo è accaduto non per caso. Noi intendiamo approfittare della crisi in atto per rovesciare i modi di strutturare il discorso che si pretendono esaustivi e negano così l¹esistenza dell¹altro da sé. In questo contesto, come si possono ridefinire in positivo le differenze tra le generazioni? Come liberarsi da una serie di modelli, come scartarli e giocarci? Fino a che punto convergere verso un italiano comune e fino a che punto dare spazio a una lingua meticcia? Come dare forza a una scommessa politica sulla lingua viva per cui le parole sappiano dare la libertà di inventare mediazioni indipendenti dal denaro e dal potere, e affermino il valore impagabile di essere al mondo con un senso libero di sé e dell’esperienza che si vive?
L’amore della lingua
DONATELLA ALESI *
La lingua che ci nutre insieme al latte materno e all’aria che respiriamo è il nodo politico della scommessa che abbiamo di fronte oggi: non solo per reagire alle politiche aziendalistiche, ma per ricominciare a fare della scuola il luogo realmente democratico dell’agire insieme, dunque dell’imprevedibilità delle relazioni incarnate. Imparare a parlare non per essere subalterni allo stato di cose presente, ma, come ha scritto Vita Cosentino, per “diventare se stessi e se stesse, diventare soggetti parlanti, che prendono decisioni e pensano”. Riguarda la scuola, o, in altri termini, il futuro di tutte e tutti
Interrogarsi a partire dalla scoperta di sempre più evidenti segnali di sconnessione del rapporto tra parole e cose significa da un lato rivedere un patrimonio di conoscenze usurate e non più dicibili e, dall’altro, approfittare dell’avvistamento delle fratture per costruire altri nessi logici, rivedere il rapporto tradizionale tra oralità e scrittura a favore della prima, riscoprire la fisicità della lingua occultata nell’esercizio secolare degli atti della lettura e della scrittura. Insomma, ricreare-inventare l’amore della lingua che è l’opera prima di civilizzazione compiuta dalla mediazione materna.
Intorno al La lingua che ci amora si è concentrato il dibattito del convegno nazionale Roma 4-5 ottobre 2003) del movimento dell’Autoriforma gentile, organizzato insieme alla Società Italiana delle Letterate (SIL).
Può apparire retorica la definizione di incontro fatale, eppure l’aggettivo tanto abusato dice qualcosa di essenziale sull’apertura necessaria del confronto tra movimento e SIL intorno ad un tema ? la lingua – e con una pratica politica – la narrazione d’esperienze – che ritroviamo sin dalla nascita dell’associazione, nel 1996. La rete di relazioni delle docenti impegnate nella scuola e nell’università tra movimento e SIL spiega il resto.
Noi viviamo nella lingua, essa nutre chi parla, come l’aria che respira gli permette di vivere; non parliamo o scriviamo per frasi precostituite, cerchiamo piuttosto continue conferme nelle relazioni, la vita è un grande laboratorio di costruzione della personalità. Prima di diventare prodotto, ogni atto linguistico è una ricerca di senso radicata nell’esperienza che implica operazioni di percezione, ideazione, ricordo e rappresentazione, è una esplorazione dell’universo mentale che, a partire da schemi significanti, si arricchisce continuamente.
Insieme all’opera della madre, è la scuola lo spazio in cui impariamo a parlare e a mettere in gioco la nostra passione per la/della parola: qui sperimentiamo il buon uso e i buoni effetti dell’opera di civiltà della mediazione materna tra noi e il mondo. In questa sperimentazione siamo sempre costantemente coinvolte/i, sia come docenti che come allieve/i.
In tempi di richiami sempre più minacciosi ad identità chiuse di lingua, suolo e sangue, la possibilità di narrare esperienze su realtà di bilinguismo e plurilinguismo focalizzate sulla relazione vitale tra parlanti e tra parole e cose significa contribuire alla frantumazione della retorica dell’identità culturale e linguistica “nazionale” attraverso l’esperienza della vicinanza di alunne e alunni nati in Italia e in paesi europei-extraeuropei.
Anche la positiva esibizione delle differenze culturali e linguistiche tra generazioni può diventare un’appassionante scommessa politica per illuminare il guadagno delle differenze che abbiamo incarnato e nominato nel corso degli anni. Nella politica delle donne, ad esempio, la presa di parola è stata segnata sin dall’inizio dalla nominazione degli scarti e dei residui del non detto o del cancellato, del guadagno della relazione fino al limite di fare spazio a sentimenti ed emozioni negative, agli errori nella pratica, alle deviazioni-divagazioni. Questo andare e venire del pensiero in relazione trova spazio nel linguaggio e nell’uso quotidiano delle lingue che ci abitano: di questa ricchezza vive l’esperienza dell’insegnamento e dell’apprendimento/auto-apprendimento, centrata sulla libertà dell’invenzione che il convegno vuole mettere in circolo nel prossimo ottobre. Al limite, anche la felicità liberante del lasciar sbagliare e del tempo non utile che la faccia irrompere – imprevista – sulla scena pedagogica mettendo in gioco vitale e vivo tutti gli attori della relazione.
Quanto più riconosciamo il vincolo tra linguaggio e ordine simbolico tanto più viviamo l’irrinunciabile necessità di approfittare della crisi dei linguaggi settoriali e specialistici, compresi quelli pseudoaziendalistici e burocratici che hanno invaso le più recenti ipotesi di riforma scolastica, fino alle più raffinate e astratte tecnologie didattiche, alle tassonomie programmatorie e agli schematismi curricolari, non ultima l’utopia dell’oggettività della valutazione, la critica della quale tanta parte ha avuto nella primissima discussione in seno al movimento dell’Autoriforma.
Il bisogno simbolico di rinominare il rapporto lingua-realtà non può non investire la struttura stessa delle discipline, che dell’ordine autoritario del sapere condividono radice e sviluppo: l’esercizio di libertà agita dalla relazione innesca esiti imprevedibili nel chiuso dell’aula scolastica, con buona pace dei marchingegni progettuali calati dall’alto delle riforme curricolari. Nel dibattito dell’Autoriforma l’indisciplina delle discipline è stata subito messa al centro; parallelamente la SIL ha lavorato sin dalla sua fondazione al rovesciamento dei canoni letterari e alla revisione della nozione stessa di canone, ovvero di quel termine che sancisce divisioni e confini con il supporto di un vocabolario specialistico. Quanto più si allenta il vincolo tra lingua e realtà, favorendo l’ispessimento delle terminologie astratte, tanto più si favorisce la formazione delle professionalità separate e delle competenze specialistiche alimentate dall’ideologia del mercato come fondamento regolativo del sistema sociale.
Passaggio d’esperienza e desiderio raccontando
La questione è quella di narrare le esperienze, di interrogarle e chiamarle in gioco sulla passione dell’apprendimento come esercizio di libertà. Non per riassumere o sintetizzare, ma per chiamare a raccontare migliaia di piccoli episodi che chiedono di essere narrati, segni di cambiamenti che sono avvenuti e avvengono nella pratica e sono riconoscibili quando si presentano nel cerchio delle esperienze della scuola e dell’università. Raccontare esperienze didattiche permette di mettere in parole la propria pratica non come prodotto finito, ma precisamente come sedimentazione del vissuto messa in relazione con altre narrazioni, in una sorta di spazio virtuoso in cui fatti, gesti e parole si accumulano e si ristrutturano in un ordine del discorso nuovo perché divenuto intersoggettivo. Errori, perplessità, vicoli ciechi, imprevisti, improvvisazioni sono funzionali alla narrazione di processi in atto, che debbono diventare materiale per sperimentazioni praticabili in altri contesti. In questo movimento dobbiamo riconoscere i segni della sapienza radicata nella pratica e alimentata dalle relazioni: è la sapienza dell’apprendimento che le/i docenti scelgono di non lasciare tacitamente occultata, facendo propria, fino in fondo, la pratica creativa della parola che narra l’esperienza. Per un lavoro caratterizzato dall’alto tasso di consumazione delle esperienze didattiche, dettata dai tempi serrati della programmazione e dall’invenzione di sempre nuove tecniche, la narrazione rappresenta, da ultimo, la possibilità di tesaurizzare e dare valore a quell’enorme accumulo di sapere contestuale, relazionale e della manualità scommettendo sulla sua struttura in divenire – processo e non progetto.
Intorno alla competenza dei nessi tra le narrazioni e le esperienze il movimento dell’Autoriforma gentile costruisce i propri appuntamenti annuali, veri e propri discorsi polifonici circoscritti nello spazio e nel tempo. Essi sottopongono a revisione critica la forma stessa del convegno, lasciando spazio al libero susseguirsi di interventi e relazioni di contesto, come sa chi ha avuto la fortuna di partecipare al grande sforzo collettivo di rovesciamento della sua struttura autoritaria. Così il convegno tradizionale può provare a trasformarsi in contesto relazionale che mette in collegamento esperienze narrate di ricerca e didattica, ovvero diventare punto di approdo del già vissuto e sponda verso nuovi orientamenti del non ancora esperito, attraverso lo scambio vivo dell’oro della parola accostata all’esperienza. Solo così la narrazione di storie apre spazi di senso significativi per le soggettività in gioco.
Di questo rovesciamento resta traccia nel primo libro polifonico e polimorfico del movimento, costruito per superare l’impianto accademico della saggistica specialistica e degli atti di convegni. Anche su questo terreno l’incontro con la Società Italiana delle Letterate è di grande rilevanza perché sin dalla sua fondazione la SIL è impegnata attivamente a rimettere in discussione forme e linguaggi della comunicazione scientifica – lezioni, seminari, laboratori, convegni – e le conseguenti elaborazioni scritte1. Consapevoli della necessità della forma scritta e della sua intrinseca inadeguatezza, anche la forma del libro-convegno e dei suoi testi esibisce punti di dissonanza e fuga, temi ricorrenti, vicoli ciechi, insomma l’intera trama segnica di emozioni comuni vissute in presenza nella discussione circolare e poi trasferite nello spazio della scrittura.
* Società delle Letterate
NOTE
1. Sul Convegno e sulla lingua ritorneremo nel prossimo numero di école con un altro articolo di Donatella Alesi.
2. Il riferimento è, in particolare, alle esperienze in corso del Laboratorio di mediazione interculturale di Prato e del Seminario residenziale di Trevignano, che affiancano il dibattito del Convegno nazionale.
da Guerra e Pace
I soldati filippini denunciano: il governo sta bombardando il suo stesso popolo per ricevere dollari Usa. Il Sud-Est asiatico sta per diventare il prossimo principale fronte della guerra di Washington contro il terrorismo?
Cosa serve per diventare la maggiore notizia di questa estate? Molto, come hanno recente scoperto un gruppo di giovani soldati filippini. Il 27 luglio, 300 soldati che avevano piazzato esplosivo C-4 in un gigantesco centro commerciale di Manila accusavano uno dei migliori alleati di Washington di far saltare in aria i propri edifici per attrarre i dollari Usa dei finanziamenti militari. E con ciò sono riusciti a malapena e entrare nelle notizie internazionali.
Questo a discapito di tutti perché, come conseguenza del bombardamento del Marriott a Jakarta e delle nuove conclusioni dell’intelligence, nelle quali si sostiene che gli attacchi dell’11 settembre sono stati studiati a Manila, pare che il Sud-Est asiatico stia per diventare per Washington il prossimo principale fronte della guerra contro il terrorismo.
IL MIGLIORE TERRORISMO
Le Filippine e l’Indonesia non sono rientrate nell’asse del male; i due stati offrono a Washington qualcosa che l’Iran e la Corea del Nord non offrono: governi amici che vogliono aiutare il Pentagono a ottenere la sua vittoria. Sia il presidente delle Filippine, Gloria Macapagal Arroyo, che il presidente indonesiano, Megawati Sukarnoputri, hanno abbracciato la crociata di Bush come perfetta copertura per le loro brutali operazioni di pulizia nei confronti dei movimenti separatisti che si trovano nelle aree più ricche di risorse: Mindanao nelle Filippine, Aceh in Indonesia.
Il governo filippino ha già ottenuto una fortuna dal suo status di miglior alleato nella lotta al terrorismo che gli Usa abbiano in Asia. Gli aiuti militari statunitensi sono passati da 2 milioni di dollari nel 2001 a 80 milioni di dollari all’anno, mentre i soldati e le forze speciali Usa si sono impegnati a Mindanao per lanciare attacchi contro Abu Sayyaf, un gruppo che la Casa bianca accusa di avere legami con al Qaida.
Ciò avveniva fino alla metà di febbraio, quando l’alleanza tra Usa e Filippine soffrì un’importante battuta d’arresto. Alla vigilia di una nuova operazione militare congiunta, che coinvolgeva più di 3000 soldati statunitensi, un portavoce del pentagono disse ai giornalisti che le truppe Usa nelle Filippine avrebbero “partecipato attivamente” ai combattimenti, un cambiamento inaspettato rispetto alla linea tenuta dall’ amministrazione Arroyo. Quest’ultima aveva sempre sostenuto che gli Usa stavano occupandosi solo di addestrare le truppe locali.
La differenza è significativa. Una clausola della costituzione filippina proibisce che gli stranieri combattano sul proprio territorio, una salvaguardia contro il ritorno delle basi militari Usa, che furono bandite dalle Filippine nel 1992. La protesta di popolo contro l’annuncio dato in febbraio è stata così forte che l’intera operazione è stata annullata e le future operazioni congiunte sospese.
CHI FA GLI ATTENTATI?
Nei sei mesi successivi, mentre tutti gli occhi erano puntati sull’Iraq, c’è stato un improvviso aumento degli attacchi terroristici a Mindanao. Ora, dopo la ribellione, la domanda è: chi ne è stato responsabile? Il governo accusa il Fronte moro di liberazione islamica (Milf). I soldati ribelli puntano il dito contro i militari e il governo dicendo che, gonfiando la minaccia terroristica, stanno costruendo la giustificazione per maggiori aiuti e interventi statunitensi.
I soldati ribelli affermano che:
- I capi dell’esercito, in accordo con il regime dell’ Arroyo, hanno piazzato le bombe di marzo all’ aeroporto della città del sud di Davao, così come in altri luoghi, dove 38 persone sono morte. TI tenente Antonio Trillanes, capo dei ribelli, dichiara di avere “centinaia” di testimoni che possono confermare l’esistenza del complotto.
- L’esercito ha fornito ai veri ribelli di Mindanao armi e munizioni, quei ribelli contro i quali i giovani soldati sono stati poi mandati a combattere.
- Membri dell’esercito e della polizia hanno aiutato i prigionieri accusati di terrorismo a fuggire dalla prigione. La “conferma finale” di questo, secondo Trillanes, sta nel fatto che Fathur Rohman al-Ghozi è fuggito il 14 luglio dalla sorvegliatissima prigione di massima sicurezza di Manila. Al-Ghozi è un noto bombarolo di Jemaah Islamiah, legato sia all’attentato di Bali che a quello al Marriott.
- Il governo si stava preparando e si stava organizzando per una nuova serie di bombardamenti che giustificassero il dichiarare la legge marziale.
DENUNCE “VALIDE E LEGITTIME”
La Arroyo nega e accusa i soldati di essere strumento di oppositori politici senza scrupoli. I soldati ribelli insistono sul fatto che non hanno mai tentato di aumentare il proprio potere bensì di denunciare una cospirazione tra i più alti livelli. Quando l’Arroyo ho promesso di avviare un’indagine su queste accuse, la ribellione è terminata senza violenza.
Nonostante che la tecnica utilizzata dai soldati sia stata condannata, la stampa e anche molti militari hanno riconosciuto che le denunce erano “valide e legittime”, come mi ha detto il capitano della Marina militare ora in pensione, Danilo Vizmanos.
I giornali locali hanno descritto la vendita di armi ai ribelli come un “segreto noto”, come una cosa “comunemente risaputa”. Il generale Narciso Abaya, capo del personale delle forze armate delle Filippine, ha alla fine ammesso che “esiste una corruzione a tutti i livelli”. E la polizia ha ammesso che al-Ghozni non potrebbe essere fuggito dalla sua cella senza l’aiuto di qualcuno dall’interno. Più significativo ancora, Victor Corpus, il capo dell’intelligence dell’esercito, si è dimesso, pur negando di aver avuto un ruolo nelle bombe di Davao.
SOLO UN “BIZZARRO” INCIDENTE
Per di più i soldati non sono stati i primi ad accusare il governo delle Filippine di bombardare il proprio stesso popolo. Giorni prima della ribellione, una coalizione di gruppi legati alla Chiesa e avvocati hanno lanciato una “missione alla ricerca di prove” per investigare le continue voci che davano lo stato come coinvolto nelle esplosioni di Davao. L’indagine sta anche tentando di verificare il possibile coinvolgimento delle agenzie di intelligence statunitensi.
Questi sospetti prendono le mosse da un bizzarro incidente avvenuto il 16 maggio 2002 a Davao. Michael Meiring, un cittadino Usa, ha involontariamente fatto esplodere degli esplosivi nella sua stanza di hotel, rimanendo gravemente ferito. Mentre era ricoverato all’ospedale, Meiring è stato sbattuto fuori di lì da due uomini, che testimoni dicono che si sono identificati come agenti Fbi, e portato negli Usa. La richiesta da parte di funzionari filippini che Meiring venisse riportato nel loro paese per essere accusato non hanno avuto effetto. “BusinessWorld”, uno dei più importanti giornali delle Filippine, ha pubblicato articoli che accusano apertamente Meiring di essere un agente Cia coinvolto in operazioni segrete “per giustificare la presenza di militari e basi Usa a Mindanao”. Tuttavia la storia di Meiring non è mai stata riportata dalla stampa statunitense. E le pesantissime accuse dei soldati ribelli non sono state nulla di più che una storia di un solo giorno. Forse la cosa deve essere parsa troppo esotica: un governo che perde il controllo mentre soffia sulle fiamme del terrorismo per aumentare il proprio budget militare, aggrappandosi al potere e violando tutte le libertà civili.
Perché gli Usa dovrebbero interessarsi a una cosa come questa?
Luisa Muraro e Lia Cigarini
Poco prima di morire, Luigi Pintor scrisse per il manifesto un editoriale sorprendente. Comincia dicendo che la sinistra italiana è morta e più avanti sostiene che destra e sinistra sono “formule superficiali e svanite” che non marcano più un confine significativo. Apparso sul numero cento dell’anno trentatré del quotidiano, con il titolo (che suppongo essere dell’autore) Senza confini, sarà di fatto l’ultimo editoriale di Pintor. Nel leggerlo sentii per la prima volta che, in me, l’ammirazione per lo scrittore politico cedeva al senso di una profonda rispondenza, mai sentita prima. E pensai, insieme a Lia Cigarini, che si poteva riprendere quel testo e rispondergli. Non sapevamo che Pintor era gravemente malato e ci aspettavamo un dibattito sulle pagine del suo giornale, che non ci fu. Poi abbiamo capito la ragione di quell’imbarazzato silenzio. Quello che per Lia e me era un segno di vitalità, altri hanno potuto leggere come effetto dell’imminenza della morte. Ora penso che le due cose sono entrambe vere, e che in Senza confini c’è tutto l’acume che può dare la vicinanza della morte ad uno spirito non domato.
Siamo nella seconda metà di aprile, Bush ha deciso che la guerra doveva considerarsi finita, dopo di che il parlamento italiano, come se fosse un corpo estraneo al resto del paese, vota a larga maggioranza, complice una parte della sinistra, l’invio di truppe in Iraq. Tutti abbiamo riconosciuto la tipica furbata italica: facciamo finta di fare qualcosa anche noi, per non essere esclusi dalla torta (della ricostruzione, in questo caso). Pintor lascia cadere questo spunto polemico, per andare al cuore della faccenda e cioè che in Italia non esiste più una formazione politica capace di farsi forte della comune volontà di convivenza pacifica. Dunque, e arriviamo così al suo incipit bruciante, la sinistra non esiste più, è morta.
In passato anche lui, come abitualmente fa il manifesto, avrebbe fatto la differenza tra quelli che hanno votato così e quelli che hanno votato colà, tra l’una e l’altra sigla. Un gioco che è durato fin troppo, deve aver pensato Pintor, e noi siamo d’accordo con lui: certo, è sbagliato fare d’ogni erba un fascio, ma troppo spesso la sinistra della sinistra serve da ritrovo di una politica semplificata e irresponsabile (come quella che ora, in Brasile, potrebbe determinare la rovina di Lula). Non si tratta soltanto di leader e di deputati. Si tratta anche di noi, per dire donne e uomini che s’incontrano sulle pagine del manifesto con una gran voglia di “ritrovarsi”. E che, perciò, si mettono al riparo dalla corrente della realtà che cambia e sorprende, per rassicurarsi sulla propria identità con slogan brillanti e posizioni di sinistra ben riconoscibili. Con il risultato, scrive Pintor parlando dei movimenti e della grande fiducia che il manifesto ci mette, che le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose.
Ma, giunto a questo punto della sua spietata rassegna, gli si apre davanti un terreno sconosciuto, fuori da tutto quello che finora uno come lui ha praticato e detto. E’ qui che il testo si fa difficile e per certi aspetti, secondo noi, criticabile, ma anche enormemente più interessante. Il suo autore non è un nichilista e vuole andare avanti, a costo di ricominciare tutto da capo.
Da dove? Non lo sa. Potrebbe dire: a partire da me, un uomo che, pur vicinissimo alla sua morte, mantiene il senso di un vivere non ristretto alla mera sopravvivenza personale. Ma non è il suo linguaggio e va avanti a tentoni, prendendo e scartando parole del suo lessico, fino a sfociare in una figura molto forte, in ciò simile a quel diacono manzoniano che, attraverso le cupezze alpine, arriva alla visione della luminosa pianura. E’ la figura di un’umanità e di una politica, due parole per lui quasi sinonime e intercambiabili: umanità che ora egli vede non più tesa a vincere domani ma ad operare ogni giorno, così da invadere il campo con una politica il cui scopo è reinventare la vita in un tempo che ce ne sta privando in forme mai viste.
L’editoriale si chiude con queste parole. A dire il vero, i passaggi precedenti non sembrano andare esattamente in questa direzione. Pensiamo specialmente al passo in cui siamo invitati a prendere atto che l’umanità è divisa in due parti inconciliabili, separate da un nuovo confine che bisogna imparare a riconoscere, un confine di estraneità da marcare fino ad abolire ogni contiguità con il versante inconciliabile. Che sono parole molto dure e in contrasto con la visione finale di un’invasione del campo, e con il titolo stesso, “senza confini”, per non parlare dello spirito di una politica non settaria. Ma c’è una parola, “versante”, che suggerisce una lettura diversa.
Maria Luisa Boccia
In una situazione segnata dalla guerra in Iraq, ho sentito, da parte di donne impegnate da decenni in una politica non centrata sul potere e sulla legge, formulare un dubbio sfiduciato sulla possibilità che la loro pratica riuscisse ad affermarsi rispetto a quello che appare un irresistibile, e sempre rigenerato, predominio della forza. Per lo più queste donne non sembrano disposte a ricorrere a metodi e linguaggi basati sulla forza. Tendono però a considerare troppo ampio il divario tra le loro pratiche e quello che appare il nocciolo aspro ed ineludibile della politica istituzionale, fino a ritenerle tra loro incommensurabili.
Viceversa da parte di molti uomini il netto ripudio della guerra si accompagna ad un esplicito richiamo alla forza. Il problema è quale forza opporre a quella scatenata dal potere dominante, e non già se si possa agire, e come, una diversa politica. In particolare Pietro Ingrao ha richiamato il valore di resistere “nel concreto dello scontro armato e della prova di forza”: “amo la pace – scrive – ma bisogna pur rispondere alla violenza”. Se questa è la priorità, agire politicamente richiede di pesare “sulla trama dei poteri che variamente pervadono il pianeta”, sapendo, tuttavia, che di questa trama la dottrina della forza è “ancora parte: una parte armata, violenta, ma tuttora controversa ”. Incidere sul nesso stringente tra forza, potere e politica è, per Ingrao, il problema lancinante e urgente del “che fare”, non affrontato dal movimento della pace e sul quale manca una riflessione pubblica.
Significativamente il discorso si chiude con un richiamo alla possibilità, indicata da Luisa Muraro, di “cercare salvezza in un altro ordine di rapporti”, strappandosi dal terreno dei rapporti di forza. “E’ un altro orizzonte”, osserva Ingrao, che “scavalca ”, ma non modifica i suoi ragionamenti e che gli fa annotare “la diversità (e forse il limite) della mia esperienza di maschio”.
Questa presa d’atto della differenza, come di due orizzonti, mi appare speculare alla sfiduciata constatazione, di parte femminile, del divario tra la propria pratica politica e quella, rispondente al maschile, che struttura il sistema dei poteri. Entrambe segnalano una difficoltà di relazioni nella differenza. Come se, tra uomini e donne, non potesse infrangersi la regola della complementarità di sguardi ed orizzonti, di identità e compiti, di appartenenze ed ambiti di vita e di mondo. Eppure non è più così, dal momento che le donne tagliano ed attraversano, con il gioco libero della differenza, tutte le identità ed appartenenze, tutti gli orizzonti possibili e tutti gli ambiti di esperienza.
La difficoltà tuttavia c’è e si fa sentire e impedisce di vedere che c’è altro dalla legge della forza, e questo altro è l’essenziale, proprio per la politica. Anche per contrastare la dottrina della guerra preventiva. Mi ha aiutato a misurarmi con quella difficoltà una frase, più volte ripetuta nelle corrispondenze dall’Iraq: “la vera posta in gioco è la conquista dei cuori e delle menti”. Per la quale conquista, si lasciava intendere, le armi possono essere controproducenti.