di Pinella Leocata
Sfilano lungo via Etnea addobbata di luminarie, tra le persone indaffarate a comprare gli ultimi regali di Natale. Avanzano dietro uno striscione dorato che grida “Donna vita libertà”, lo slogan delle donne iraniane che sono scese in piazza per contestare il regime fondamentalista e dittatoriale la cui polizia “morale” ha trucidato Mahsa Amini solo perché aveva una ciocca di capelli libera dal velo. Un regime che dopo di lei ha massacrato e continua a massacrare ragazze e ragazzi che a migliaia vengono arrestati solo perché protestano. “Jin Jiyan Azadi” recita lo striscione usando le parole curde vita e donna, parole che hanno la stessa radice.
Le donne e le femministe catanesi sono scese in piazza per esprimere “solidarietà alle sorelle iraniane e curde e a tutti i popoli nella lotta contro i regimi opprimenti e dispotici”. E lo fanno a titolo personale, senza sigle. Accanto a loro anche tanti uomini, come tutti sconvolti dalla brutalità del regime e colpiti dalla forza e dal coraggio delle donne e dei giovani iraniani che pagano con la tortura e con la vita la rivendicazione della propria libertà e dignità. “La libertà della donna è condizione per la libertà di tutta la società – recita un documento letto per strada -. La libertà delle donne oggi è garanzia della prosecuzione dell’umanità, del rispetto delle scelte, dei credi, delle opinioni di ognuna e di ognuno, della natura e del vivente”.
Mentre il corteo sfila le donne cantano la versione femminista del canto delle mondine e la versione che le donne iraniane hanno fatto del canto degli Inti Illimani “El pueblo unido jamás será vencido”. Una canzone che invita a “giurare sul sangue puro dei tulipani”, il fiore simbolo della Persia, e in cui si racconta della “rivolta di baci e lacrime in questo luogo di sofferenze senza fine”. “Nel nome della donna, nel nome della vita – promettono – questi vestiti di servitù verranno stracciati”. E sono tante le donne in corteo che portano un grande tulipano rosso di carta sul petto, mentre altre indossano un piccolo cartello bianco con il nome delle donne trucidate dal regime. Tra chi sfila gira anche l’appello di un gruppo di femministe romane che invita i parlamentari nazionali e regionali ad adottare i condannati a morte in Iran in modo da bloccare le esecuzioni capitali.
Tra i manifestanti c’è anche una giovane donna iraniana che si trovava per caso in via Etnea con il figlio. “Niente nome perché è troppo pericoloso per me e per la mia famiglia che vive in Iran”. Lei ha studiato e si è laureata a Catania dove adesso l’ha raggiunta anche il figlio. Non vuole tornare più al suo Paese. L’ultima volta che c’è stata, l’anno scorso, l’ha trovato triste, le donne coperte da vestiti scuri e velate, il costo della vita carissimo, la crisi economica devastante. E adesso la terribile repressione. “Arrestano anche ragazzine quattordicenni e le stuprano fino alla morte. È terribile. Uccidono per niente. Hanno arrestato anche mia madre, anziana e malata, solo perché andava in bicicletta. Eppure era completamente velata ed è una musulmana praticante. In Iran non si può più vivere, ma sapendo quello che succede nel mio Paese non posso essere contenta neanche qui”. E aggiunge. “Vi prego, parlate di quello che succede, parlatene ancora e ancora. E grazie per questa manifestazione di sostegno”.
Infine, impossibile raggiungere piazza Università occupata dalle bancarelle natalizie, il corteo si ferma sotto la prefettura dove in tanti fanno i propri interventi a microfono aperto.
(La Sicilia, 22 dicembre 2022)
di Giuliano Battiston
«Siete informati di dover sospendere l’educazione delle ragazze fino a nuovo ordine». Con queste parole, in una lettera ufficiale indirizzata a tutte le università pubbliche e private ieri i Talebani hanno annunciato l’interruzione dello studio per le studentesse.
Il decreto porta la firma di Neda Mohammad Nadeem, ministro dell’Istruzione superiore, e ha effetto immediato: sin da oggi, mercoledì. Così, in poche ore decine di migliaia di ragazze afghane vengono private del diritto allo studio, della possibilità di istruirsi e di vivere in un contesto sociale più ampio di quello domestico.
Secondo il ministro, già governatore della provincia di Kabul, la decisione è avvenuta dopo che «i più importanti studiosi del Paese hanno valutato il curriculum e l’ambiente universitario dal punto di vista della sharia, e dopo che io stesso ho presentato il loro rapporto, con alcuni suggerimenti, alla leadership dell’Emirato», ad Haibatullah Akhundzada, la guida dei fedeli. «Se Dio vuole», prosegue il ministro, presto i Talebani riusciranno a far combaciare il diritto allo studio con «un ambiente rispettoso della sharia».
C’è da dubitarne: le scuole superiori femminili sono chiuse da 457 giorni e l’Afghanistan è l’unico Paese al mondo a negare loro l’istruzione. Anche in quel caso le autorità di fatto hanno più volte ripetuto che si trattava di una sospensione, non di una vera chiusura, e che «presto» sarebbero state riaperte. Le adolescenti afghane continuano però ad aspettare, tranne rari casi.
Le loro sorelle più grandi si preparano a una nuova vita, tre mesi dopo aver sostenuto gli esami di ingresso all’università, potendo scegliere un ventaglio di facoltà ridotto rispetto al passato. Le voci sull’eventualità della chiusura circolavano da settimane: l’idea che le università siano incubatori di proteste preoccupa i Talebani, che non hanno esitato a usare le maniere forti anche per controllare i dormitori o, in alcuni casi, impedire che le ragazze potessero uscirne in occasione di proteste o manifestazioni.
La decisione segna un’ulteriore tappa nella transizione del movimento dei Talebani da gruppo di lotta armato a gruppo di potere istituzionale, per quanto non riconosciuto dalla comunità internazionale. E complica ulteriormente i rapporti con gli stranieri: consolida la linea dell’autarchia rivendicata nel luglio scorso dal leader supremo alla Loya Jirga, la grande assemblea di Kabul, quando disse che «non ci saranno compromessi sulle leggi prescritte dalla sharia. Il mondo non dovrebbe interferire in Afghanistan, un Paese sovrano e indipendente».
Per aggiungere: «Anche se useranno la bomba atomica, non faremo neanche un passo contrario a quel che chiede Allah e stabiliremo un vero sistema islamico». Quello dei Talebani non è però il sistema islamico auspicato dalla maggior parte degli afghani e delle afghane, che guardano al diritto allo studio, anche delle ragazze, come tale: diritto di tutte e tutti.
Da qui, l’inevitabile inasprimento del conflitto sociale interno. Sul piano esterno, la decisione dei Talebani arriva proprio nel giorno in cui al Consiglio di sicurezza dell’Onu la rappresentante speciale del segretario generale, Roza Otunbayeva, ribadiva come la chiusura delle scuole avesse inasprito e compromesso i rapporti con la comunità internazionale, portando a uno stallo.
Tutto ciò mentre Martin Griffiths, sottosegretario per gli affari umanitari dell’Onu, ricordava come solo le esenzioni alle sanzioni che pesano su diversi ministri che sono sulla lista dei terroristi Onu abbiano fin qui permesso di evitare la catastrofe umanitaria.
(il manifesto, 21 dicembre 2022)
di redazione
Una notizia molto triste: la nostra Lorenza Minoli, autrice della Mappa femminile della città di Milano, con la quale abbiamo condiviso intensi anni di lavoro, ci ha lasciato.
Siamo onorate di aver potuto fare un pezzetto di strada insieme a lei. Il suo lavoro di ricerca è stato incredibilmente vasto e approfondito, tanto da dare, a tratti, le vertigini.
La nostra unica consolazione è quella di essere riuscite a pubblicare l’opera a cui ha dedicato tutta se stessa in modo che potesse vederla, finalmente, realizzata. Sappiamo che ne è stata felice.
Aveva altri progetti, avremmo voluto parlarne insieme. Invece non è stato possibile.
Ci mancherai molto, Lorenza. Cercheremo di fare tesoro del tuo prezioso lavoro, di non disperdere quanto hai seminato.
(Enciclopedia delle donne, 20 dicembre 2022)

di Silvia Truzzi
La scrittrice scozzese J.K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter, finanzia (integralmente) un nuovo rifugio per donne a Edimburgo. Beira’s Place, si chiamerà così, offrirà aiuto a donne dai 16 anni in su che hanno subito violenza sessuale o abusi in qualsiasi momento della loro vita. «Essendo io stessa una sopravvissuta a una violenza sessuale – ha detto la scrittrice – so quanto sia importante che le vittime abbiano la possibilità di usufruire di un’assistenza incentrata sulle donne e fornita dalle donne in un momento così vulnerabile. Spero che Beira’s Place consentirà a un maggior numero di donne di elaborare e recuperare il proprio trauma». Iniziativa lodevole, no? L’annuncio invece ha provocato la reazione indignata (e figurati) del centro antiviolenza pubblico scozzese, il Rape Crisis Scotland, guidato da una donna trans, che accusa nuovamente la Rowling di non voler accettare donne trans e persone non binarie. Va detto che la Scozia sta per approvare una legge che permette di cambiare sesso con una semplice autocertificazione, senza che sia necessario un percorso medico e psicologico. Rowling, accusata di essere una Terf (ovvero una femminista transfobica) ogni volta che apre la bocca, ha dichiarato che chi nasce di sesso maschile non può semplicemente dirsi donna e avere accesso a luoghi come bagni o spogliatoi (o carceri) riservati alle donne perché potrebbe essere pericoloso. Cosa non si capisce di questo ragionamento?
[*Babbano è un termine tradotto da “Muggle” che serve a definire, classificare o indicare nei libri di Harry Potter, gli esseri umani che non sono dotati di poteri magici. Nei romanzi della Serie Harry Potter è il termine gergale con cui maghi e streghe definiscono coloro che non possiedono e non sono a conoscenza della magia.]
(Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2022)
di Franca Fortunato
Il dieci dicembre 1927 a Stoccolma una donna, una grande scrittrice italiana, ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, la prima e unica ad oggi. Il suo nome è Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871. Una donna determinata e testarda che, credendo in se stessa, ha saputo farsi strada nel mondo letterario del suo tempo, un mondo misogino e sessista, ostile a ogni donna che pretendesse di fare della scrittura la propria professione. Appassionata di libri e di storie sin dall’infanzia, leggeva sempre e ovunque e così cominciò a scrivere giovanissima. Amava andare a scuola ma, come per tante della sua generazione, i genitori le proibirono di continuare dopo la quarta elementare perché “femmina” ma non le negarono lo studio che continuò a casa con un precettore e poi da sola. A 17 anni pubblicò la sua prima novella, dove in modo spietato descriveva l’ipocrisia e l’arretratezza della realtà del suo paese natio. Fu un grido unanime, “vergogna”, fu accusata di scrivere menzogne e calunnie. Anche i genitori e le zie la rimproverarono e la criticarono. Che si cercasse un marito, scrivere non è da “femminina”. Grazia deluderà tutte/i, continuando a scrivere e a pubblicare, restando fedele al suo desiderio profondo di diventare una grande scrittrice. Inseguirà il suo sogno e la sua ambizione fuori dalla Sardegna, a Roma, la “Gerusalemme della cultura”, dove si trasferisce con Palmiro Madesini, l’uomo che diventerà suo marito e suo agente letterario. Grazia vuole scrivere ma anche sposarsi, vuole lavorare ma anche avere figli, non vuole scegliere tra maternità e lavoro, aiutata e sostenuta in questo dall’uomo che ha scelto come suo compagno, un uomo che non la invidia, che non è geloso del suo successo, anzi è contento, la sostiene e la rende felice. In un tempo patriarcale come quello del primo Novecento, un uomo che lascia il lavoro per mettersi al servizio di una donna, un’intellettuale, suscita negli altri uomini disprezzo. È così che Luigi Pirandello lo ridicolizzerà in una sua opera, lui invidioso della scrittrice “ignorante” che gli aveva sottratto il Nobel. Lasciata la Sardegna per inseguire il suo sogno, Grazia non cesserà per tutta la vita di amare e raccontare con “la sua potenza di scrittrice” la sua terra e “la vita quale è nella sua appartata isola nativa” – come si legge nella motivazione al Nobel –. A quella terra natia da cui è fuggita, al suo amore per essa che, consapevole o meno, la tiene legata simbolicamente alla madre, la sua origine, deve la sua forza e la sua arte, come ha ricordato nel suo discorso a Stoccolma, dove sul palco è salita mano nella mano con il marito. «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche una biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei (…). Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo». Un’arte originale, cioè radicata nelle sue origini, la terra, la madre, che ha fatto di lei una grande scrittrice e l’ha resa degna di quel Nobel assegnato quest’anno alla scrittrice francese Annie Ernaux.
(Il Quotidiano del Sud, 17 dicembre 2022)
In Libreria delle donne abbiamo i libri di Grazia Deledda e si possono acquistare anche online al seguente link: https://www.libreriadelledonne.it/ordina-un-libro/ (ndr)
di Giovanna Branca
Appena 25enne, il volto da bambino, altissimo ed esile, Alexander Belik potrebbe essere uno dei coscritti della mobilitazione annunciata a settembre da Putin, mandati a combattere, uccidere e morire in Ucraina. Invece è coordinatore del Movimento degli Obiettori di coscienza russi, per il quale lavora dall’Estonia dove si è trasferito il 28 marzo, a un mese dall’inizio dell’“operazione speciale” di Putin. Ieri era a Roma – ospite del Movimento Nonviolento e Un ponte per – nel cinquantennale dell’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza in Italia. Per l’occasione, Belik insieme alle associazioni pacifiste consegnerà al Consiglio dei ministri la raccolta firme per l’appello all’Unione europea perché riconosca lo status di rifugiati politici agli obiettori russi, bielorussi e ucraini. Come denuncia Alfio Nicotra di Un ponte per, infatti, tutti i paesi europei con l’eccezione della Germania «hanno chiuso i propri confini agli obiettori russi», e dopo «una prima simpatia sui media» sono sparite le notizie sull’«altra Russia: quella che rifiuta di imbracciare le armi». Con la sua organizzazione sin da prima del 24 febbraio Belik fornisce consulenza a chi rifiuta la leva e la chiamata nell’esercito. Un rifiuto «consentito – spiega – dalla Costituzione russa, anche se si cerca di nasconderlo». Dunque anche nei territori occupati dell’Ucraina e illegalmente annessi alla Federazione: «Prigioni come quella di Brianka, nel Lugansk, dove venivano detenuti e torturati obiettori e disertori, e come continuano a spuntarne in gran numero dopo la mobilitazione di settembre, sono illegali per la stessa legge russa».
Uno degli obiettivi della sua organizzazione, racconta, è quello di «creare alleanze con associazioni della società civile della Federazione». Da quelle dei popoli indigeni – «la maggioranza dei coscritti», una sorta di pulizia etnica di Putin – ai gruppi Lgbtq «colpite solo due settimane fa dalla legge contro la “propaganda omosessuale”». Questioni «strettamente connesse» alle operazioni belliche: «Putin racconta ai russi di combattere nel Donbass contro l’“ideologia Lgbt” occidentale».
Come e quando avete cominciato ad aiutare obiettori e renitenti alla leva?
Sono entrato nell’organizzazione quando studiavo legge all’università statale di San Pietroburgo. Già al primo anno ho deciso che volevo lavorare nel campo dei diritti umani e loro mi hanno accolto. Da quando ho lasciato il Paese ho continuato a lavorare online come facevamo prima, quindi da quel punto di vista non è cambiato nulla, a eccezione del fatto che non posso più incontrare la squadra: gli organizzatori sono sparpagliati in tutto il mondo – Buenos Aires, Madrid, stati baltici… La guerra non è cominciata 10 mesi fa ma 9 anni fa: dal 2014 (anno della guerra nel Donbass, ndr). È da allora che abbiamo cominciato a organizzarci. Prima dell’invasione su larga scala lavoravamo principalmente con coloro che non volevano fare il servizio militare obbligatorio: spiegavamo come fare richiesta per prestare servizio civile, per esenzioni mediche, o come restare in sicurezza senza presentarsi davanti alla Commissione militare dopo la chiamata. Dopo la mobilitazione aiutiamo anche coloro che vogliono abbandonare il servizio anche se sono già stati mandati nei campi di addestramento in Russia, o perfino al fronte: è legale anche in quel caso.
A queste persone la vostra organizzazione offre consulenze online attraverso Telegram. Come funziona?
Trasmettiamo le consulenze attraverso Telegram, che permette a tantissime persone contemporaneamente di partecipare alle chiamate. Dalla mobilitazione di settembre il nostro canale è cresciuto esponenzialmente: da 1.500 follower a 55.000. Nei primi giorni dopo la coscrizione le chiamate raccoglievano circa un migliaio di persone ciascuna: solo nel primo giorno sono stati in 5.000 a rivolgersi a noi.
Ovd-Info riporta che dal 24 febbraio sono quasi 20.000 le persone detenute in Russia, e 400 i processi penali aperti, per aver partecipato a proteste contro la guerra in Ucraina. Che futuro vede per l’opposizione al conflitto dall’interno del Paese?
La domanda da porsi riguarda le grandi proteste, quelle di massa, che potrebbero cominciare presto, per esempio quando Putin annuncerà la seconda mobilitazione: credo sarà un grande errore che lo seppellirà. Non sappiamo di preciso quale evento le farà scoppiare, ma siamo convinti che ci saranno.
Putin non terrà la tradizionale conferenza di fine anno, e in molti ritengono che voglia evitare domande sulla guerra. Lei cosa ne pensa?
Credo sia così, ma la questione principale non è la conferenza stampa, quanto l’incontro con i due rami del parlamento che tutti gli anni, come da previsione costituzionale, si riuniscono per ascoltarlo – quest’anno non ci sarà. Né il tradizionale “incontro” in cui risponde alle domande dei cittadini. Tutti questi appuntamenti mancati secondo me indicano che sta perdendo la sua connessione con la popolazione, che la teme.
Ha percepito un cambiamento nell’opinione pubblica russa da quando è iniziata la guerra?
Il supporto alle politiche di Putin è innegabile: la maggioranza della popolazione le sostiene pubblicamente, ma potrebbero anche dissentire segretamente. Ma cosa accadrà quando sarà meno del 50% della popolazione a sostenerlo, e la maggioranza dissentirà apertamente? Un grafico di Russian Field – gruppo di ricerca socio-politica che raccoglie i dati attraverso sondaggi telefonici – mostra che quel giorno si starebbe avvicinando sempre più. Una linea del grafico, sempre più in discesa, mostra il sostegno nel tempo all’“operazione speciale”. La linea al di sotto indica la percentuale dei contrari. Le due linee stanno per incontrarsi. E quando accadrà, credo sarà il momento in cui vedremo i cambiamenti.
(il manifesto, 15 dicembre 2022)
di Julie Bindel
Il lancio di un centro antiviolenza per le donne è sempre una buona notizia ma, se nasce da un’idea di J.K. Rowling, ha sempre qualcosa di nuovo. Soprattutto perché la filantropa femminista e scrittrice di fama mondiale ha adottato misure preventive intelligenti per superare in astuzia i suoi detrattori.
JK Rowling ha finanziato e progettato un nuovo centro antiviolenza per sole donne, Beira’s Place, che apre oggi. «Ho fondato Beira’s Place per fornire ciò che ritengo sia un bisogno attualmente non soddisfatto delle donne nella zona di Edimburgo» ha dichiarato la scrittrice. «Come sopravvissuta a una violenza sessuale, so quanto sia importante poter scegliere un’assistenza riservata alle donne e offerta da altre donne quando si è così vulnerabili. Il Beira’s Place incrementerà la presenza di servizi in zona e, spero, consentirà a un maggior numero di donne di elaborare il proprio trauma e di risollevarsi».
Situato nel cuore di Edimburgo, è un servizio per le donne che hanno subito violenza maschile. Prende il nome dalla dea scozzese dell’inverno, come ha spiegato Rowling: «Beira governa la parte buia dell’anno e passa il testimone a sua sorella, Bride, quando torna l’estate. Beira rappresenta la saggezza, il potere e la rigenerazione femminile. La sua è una forza che resiste nei momenti difficili, ma il suo mito contiene la promessa che non dureranno per sempre».
Ci è voluto un anno di duro lavoro da parte della Rowling e del suo staff per farlo decollare, e sono felice di essere stata invitata all’inaugurazione top secret sabato insieme alla crème de la crème delle femministe scozzesi e a molti altri sostenitori. Oggi è la prima volta che la gente sentirà parlare di Beira’s Place, a parte chi è stata coinvolta nel progetto.
Il consiglio di amministrazione, di cui fa parte anche Rowling, è composto da esperte da lungo tempo impegnate contro la violenza maschile sulle donne e le ragazze. Tra loro, l’attivista per i diritti LGB Rhona Hotchkiss, l’ex-leader laburista scozzese Johann Lamont, la medica Margaret McCartney e Susan Smith, direttrice del gruppo femminista For Women Scotland. L’amministratrice delegata è Isabelle Kerr, veterana del movimento Rape Crisis.
Il Beira’s Place è rigorosamente riservato alle donne, come definite nella sezione 212 dell’Equality Act che stabilisce che una donna è una «persona di sesso femminile di qualsiasi età». Ogni donna di almeno 16 anni residente nel Lothian (la regione di Edimburg) che avesse subito violenze sessuali o abusi in qualche momento della vita ora ha a disposizione un servizio gratuito e confidenziale.
Il servizio è finanziato esclusivamente da JK Rowling e non è stato strutturato come ente di beneficenza (charity), il che impedisce ai transattivisti di presentare istanza alla Charities Commission per farlo chiudere.
Rowling sa perché le donne hanno bisogno di servizi con personale esclusivamente femminile dopo stupri e aggressioni sessuali. Come ha scritto sul suo blog nel giugno 2020: «Mi rifiuto di cedere a un movimento che col tentativo di erodere la categoria politica e biologica di “donna” credo stia causando un danno evidente e offrendo una copertura inedita a maltrattanti e aggressori sessuali».
È scioccante che fino all’apertura di Beira’s Place a Edimburgo non fosse rimasto un solo rifugio antiviolenza per sole donne.
Il centro antiviolenza Edinburgh’s Rape Crisis Centre (ERCC) accoglie sia uomini che «si identificano come donne», sia donne. Nel maggio 2021, la transessuale Mridul Wadhwa ne è stata nominata amministratrice delegata, nonostante il posto fosse ufficialmente riservato a una donna. Tre mesi dopo la nomina, in un’intervista Wadhwa aveva definito “bigotte” le donne vittime di stupro che non volevano avere a che fare con gli uomini nel servizio di assistenza. Si è permessa perfino di suggerire che dovessero «rivedere il proprio trauma».
Le “bigotte” di cui parla Wadhwa sono donne che vogliono consulenze per sole donne e spazi per sole donne nei centri antiviolenza, perché non si sentono sicure con gli uomini e anzi sono traumatizzate dalla loro terribile esperienza.
Ma le donne reagiscono. Una vittima di violenza maschile ha fatto causa a Survivors Network, il centro di crisi antistupro di Brighton, dove le avevano dato della transfobica per aver richiesto di accedere a un gruppo di auto-mutuo-aiuto di sole donne. A Sarah Summers (nome di fantasia), sopravvissuta ad abusi sessuali infantili e a stupri da adulta, è stata negata la terapia con sole donne. In compenso, tanto ERRC che il centro di Brighton accolgono come utenti le donne trans in qualsiasi fase della transizione.
«Per gran parte della mia vita ho visto violare dagli uomini i miei confini. Sono stata manipolata, forzata e costretta a fare sesso con uomini», dice Summers. «È impossibile per donne come me riprendersi dal trauma della violenza sessuale maschile in uno stesso spazio con uomini, anche se questi si identificano come donne.
I gruppi di mutuo-aiuto tra donne sono l’unico spazio in cui le donne dovrebbero potersi sentire al sicuro. Costringerci a negare la realtà conferma che ciò che proviamo non conta e i confini del nostro essere sono considerati irrilevanti».
La gran maggioranza delle donne la pensa come Summers. Il gruppo femminista di base Women and Girls in Scotland ha pubblicato l’anno scorso un rapporto basato su una ricerca che ha rilevato che secondo l’80,1% delle donne intervistate, le donne vittime di violenza maschile dovrebbero poter accedere a centri antiviolenza e case rifugio per sole donne, mentre il 71% non si sentirebbe a suo agio se in questo servizio fossero presenti maschi trans-identificati.
Al giugno scorso è stato registrato un enorme aumento di stupri e aggressioni sessuali contro le donne in Scozia. I dati della polizia mostrano che tra il 2018/19 e il 2021/22 i casi di stupro contro le donne sono aumentati del 25%.
Cosa succede a Edimburgo da quando è arrivata l’ondata trans? Era un epicentro del femminismo radicale. Ero al lancio di Tolleranza Zero a Edimburgo nel 1992. Si trattava di una campagna allora innovativa che utilizzava immagini di donne forti su manifesti e cartelloni pubblicitari in giro per la città, affermando che nessun livello di violenza degli uomini nei confronti di donne e ragazze dovrebbe essere tollerato. Al suo trentesimo anniversario il mese scorso, la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon, che sta attualmente promuovendo una legislazione per consentire agli uomini di essere collocati nelle carceri femminili, nei reparti ospedalieri e nei rifugi, è stata l’oratrice principale. Prima dell’evento, ai partecipanti è stato chiesto di non menzionare la propria identità o di mettere in discussione la definizione di “donna”. Tutti i partecipanti tranne una hanno obbedito, lasciando una donna coraggiosa e arrabbiata a rimproverare Sturgeon per «[aver dato alle scozzesi] delle bigotte per aver difeso i diritti delle donne», mentre gli altri sedevano lì con aria imbarazzata.
Ma Sturgeon non ascolterà nessuno, neppure Reem Alsalem, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze. Alsalem ha detto a Sturgeon che le riforme presentavano «potenziali rischi per la sicurezza delle donne in tutta la loro diversità» e che «l’evidenza empirica» suggeriva che gli uomini abusanti potrebbero cercare di approfittare della legge.
Le donne transessuali di Edimburgo sono molto soddisfatte dei servizi antiviolenza, ma le donne nate donne no. Innumerevoli donne scozzesi hanno espresso a Sturgeon le loro paure sull’autoidentificazione di genere; la stessa Rowling l’ha definita sarcasticamente la prima femminista per aver imposto alle donne e alle ragazze scozzesi una legislazione così pericolosa per loro. Ma Rowling non si limita a parlare, dove mette bocca mette anche i soldi. Come ha detto a Suzanne Moore: «È importante che si facciano avanti le donne come noi, quelle che hanno le spalle larghe…».
Se cinque anni fa mi avessero detto che aprire un centro antiviolenza per sole donne avrebbe inesorabilmente sollevato controversie, mi sarei messa a ridere. E invece ora siamo a questo punto. Le sopravvissute ad abusi sessuali, come Sarah Summers, e tutte le altre donne che sono rimaste lontane dai servizi antiviolenza a causa della presenza delle donne trans, meritano di meglio.
Ho parlato con molte donne che si sono accorte immediatamente di avere a che fare con un maschio nei centri antiviolenza, per quanto gli interessati credessero di passare per donne. Le utenti dei centri che sono donne di nascita sono state traumatizzate, e sono stati uomini i responsabili di quel trauma.
L’inaugurazione di Beira’s Place è stata entusiasmante. Non si è parlato di transattivismo, ci sono stati solo elogi per la fantastica squadra che anima l’iniziativa. Non si è parlato dell’inferno che le operatrici dei centri antiviolenza e delle case-rifugio hanno dovuto affrontare per tentare di salvaguardare la destinazione esclusiva di quei servizi alle donne, c’è stato solo entusiasmo per l’avvio di questa nuova avventura. Beira’s Place sarà un’oasi e, si spera, segnerà l’inizio di una nuova rivoluzione femminista. Ancora una volta, la Rowling ha fatto una magia.
(UnHerd.com, traduzione nostra, 12 dicembre 2022, https://unherd.com/2022/12/jk-rowling-works-her-magic-again/)
di Farian Sabahi
Il ventitreenne Mohsen Shekari lavorava in un caffè ed era un amante dei videogiochi. Arrestato durante le proteste, era stato processato il 10 novembre. È stato impiccato ieri mattina. Come d’abitudine in Iran, anche al tempo dello scià, gli è stata estorta una confessione, servita a comminare la pena capitale per il reato di mohabereh, «propaganda contro Dio».
I capi d’accusa sono stati «l’aver bloccato una strada, l’aver partecipato ai disordini, l’aver estratto un’arma con l’intenzione di uccidere e l’aver accoltellato intenzionalmente un paramilitare basiji».
Questa prima impiccagione di un giovane che ha preso parte alle proteste, innescate dalla morte della ventiduenne curda Mahsa Amini il 16 settembre, vuole essere una forma di intimidazione nei confronti di tutti coloro che osano sfidare il regime. Secondo l’ong Iran Human Rights con sede a Oslo, sono almeno 458, di cui 63 minorenni e 29 donne, le persone uccise nella repressione e oltre 18mila quelle arrestate.
L’altro ieri sera, nel terzo giorno di sciopero nazionale e in concomitanza con la giornata iraniana degli studenti universitari, le forze dell’ordine hanno sparato colpi d’arma da fuoco contro il ventunenne Houman Abdollahi nella città nordoccidentale di Sanandaj, nella provincia iraniana del Kurdistan dove le autorità usano la mano pesante contro ogni forma di dissenso.
Secondo il sito IranWire in cui sono operativi numerosi giornalisti della diaspora iraniana, il ragazzo sarebbe stato colpito mentre si trovava nel quartiere Hassan Abad e sarebbe morto nell’ospedale Kosar in seguito alle ferite riportate.
Intanto, nonostante il rallentamento di internet, gli attivisti continuano a comunicare con giornalisti ed emittenti straniere. Gli operatori sanitari in Iran hanno fornito al quotidiano britannico The Guardian le foto delle ferite devastanti sui corpi dei manifestanti.
Un medico della provincia centrale di Isfahan ha raccontato di aver «curato una donna sui vent’anni, che è stata colpita ai genitali da due pallottole. Altri dieci pallini erano nella parte interna della coscia. Questi dieci pallini sono stati rimossi facilmente, ma quei due pallini erano una sfida, perché incastrati tra l’uretra e l’apertura vaginale».
Il medico ha aggiunto che le autorità stanno prendendo di mira uomini e donne in modi diversi «per distruggerne la bellezza». Gli operatori sanitari hanno sottolineato che i colpi agli occhi di donne, uomini e bambini sono particolarmente comuni.
A invitare le forze dell’ordine a sparare in viso pare sia stato Ali Akbar Raefipour, un docente universitario vicino ai pasdaran che ha usato i social media per intimidire coloro che scendono in strada. In un tweet del 6 dicembre scorso aveva scritto: «Se volete perdere la vita, unitevi alle proteste, specialmente se avete un bel viso». Twitter ha bloccato il suo account.
Mercoledì, in occasione della giornata nazionale degli studenti universitari, agenti in borghese si sono intrufolati negli atenei, malmenato i ragazzi e rapito i giovani Mohammad Shebahati, Arian Heydari, Amirhossein Garshasebi, ed Erfan Zarei.
Nel frattempo, la repressione in Iran ha convinto la Corte costituzionale del Belgio a escludere lo scambio di prigionieri, e quindi il ritorno a Bruxelles del volontario Olivier Vandecasteele, nel carcere di Evin dallo scorso febbraio. Doveva essere scambiato con il diplomatico iraniano Assadollah Assadi condannato a vent’anni da un tribunale di Anversa.
La repressione di regime fa anche crescere la rabbia. Di certo, ayatollah e pasdaran sono consci di correre il rischio di un ribaltamento del sistema, e per questo si stanno preparando la via di uscita. Non sorprende quindi la segnalazione di diversi elicotteri in volo dalla casa del leader supremo Khamenei verso l’aeroporto di Teheran.
Pare che la dirigenza iraniana stia negoziando con le autorità venezuelane affinché i funzionari della Repubblica islamica e i loro familiari possano richiedere la residenza. Sono notizie rivelate da una fonte venezuelana all’emittente saudita Iran International che il manifesto non è in grado di verificare. Un’altra possibile destinazione per gli uomini di regime e le loro famiglie pare possa essere il Cile.
(il manifesto, 9 dicembre 2022)
di Maurizio Molinari
«L’Iran di oggi è come il Sudafrica dell’apartheid, da noi il razzismo è contro le donne ma il regime perderà anche questa volta». Azar Nafisi, scrittrice iraniana in esilio ed autrice di best seller come “Leggere Lolita a Teheran”, coglie l’occasione della sua presenza a Roma per “Più libri più liberi” e viene in visita alla redazione del nostro giornale. Si unisce alla riunione di redazione. Si informa sugli ultimi eventi in Iran e poi sottolinea l’importanza del ruolo della libera stampa nei Paesi democratici “perché fa sentire le donne meno sole”. E nell’intervista che segue, con voce tenue ma ferma, spiega quale è la genesi del coraggio di chi sfida la teocrazia iraniana togliendosi il “velo dell’oppressione.
Perché una donna trova dentro di sé la forza di sfidare l’hijab?
Perché questo è un regime che sfida e ha sfidato la nostra stessa esistenza di donne. Non è solo una questione politica è una questione esistenziale e fin dall’inizio della Repubblica Islamica, prima di avere la nuova costituzione loro hanno cancellato le leggi di protezione familiare che davano alle donne diritti e protezione a casa e fuori. L’ayatollah Khomeini l’8 marzo 1979 provò a rendere il velo obbligatorio. Ma all’epoca decine di migliaia di donne scesero in piazza. Il loro slogan era “la libertà non è né orientale né occidentale, la libertà è globale”. Questo accadde all’inizio della rivoluzione e come donna la sensazione fu che stavo perdendo me stessa. Se non potevo scegliere cosa indossare, come parlare, come sentire, come connettermi con altra gente, allora avrebbe significato che non ero più io. Quindi mi sento di dire che le donne stanno lottando per la loro vita.
Che rapporto avevano le donne col velo prima della Repubblica Islamica?
Il governo non se ne occupava, non metteva bocca su quel che le donne indossavano. Eravamo libere. Avevo parenti che lo indossavano a cui eravamo molto vicini ed erano donne brillanti e intelligenti come tutto il resto delle donne iraniane. Non c’erano problemi. Mia nonna era una musulmana ortodossa e mia madre non indossava mai il velo. Eppure, vivevano fianco a fianco. Mia nonna diceva che il vero Islam non forza le donne a indossare il velo.
Perché per la teocrazia iraniana il velo obbligatorio è così importante?
È un efficace mezzo di controllo. In pratica ci dicono “non possiedi te stessa”, “non possiedi il tuo corpo: siamo noi i tuoi padroni, ti diciamo cosa fare”. È una lotta per il potere. Questo è il motivo per cui oggi indossare il velo è diventato un simbolo, una dichiarazione a favore o contro il regime. Il regime è un sistema totalitario, che impone una divisa ai suoi cittadini, che controlla attraverso la repressione e ci porta via la nostra identità nazionale e individuale.
Questa è la genesi della rivolta delle donne?
Quello per cui stiamo lottando non è a favore o contro il velo, ma libertà di espressione e libertà di scelta.
Chiunque venga in Iran percepisce immediatamente l’energia delle donne. Il loro carattere è una peculiarità del Paese. Dove si origina?
L’Iran ha una storia antica che va indietro fino alla cultura romana. Gli iraniani sono un mix culturale, ma restano fedeli all’immagine dell’Iran nella sua interezza, l’Iran preislamico e post-islamico. Questo gli dà un senso di identità. Attraverso i secoli, per esempio, gli iraniani hanno continuato a festeggiare il Capodanno secondo la tradizione zoroastriana. All’inizio Khomeini e gli altri leader religiosi provarono a dire che era sbagliato. Ma gli iraniani non hanno ascoltato. E infatti si festeggia il 21 marzo, secondo il calendario zoroastriano e anche con più clamore, proprio perché il governo diceva che non si doveva fare. Questo sfidare il governo, non solo politicamente, ma in termini culturali e di identità nazionale, va avanti da 43 anni.
E ora come fa la rivolta a continuare?
Questa generazione, paradossalmente, è quella dei figli della rivoluzione. Non hanno visto come era prima. Eppure, le loro mamme, nonne e bisnonne lo ricordano bene. E a casa vedono che ci sono due Iran, quello privato e quello pubblico imposto dalla Repubblica Islamica. È questa giovane generazione che non vede futuro per sé stessa all’interno del sistema.
Perché il regime non riesce a domarla con la repressione?
Non riesce perché l’unica lingua che usa è la forza. Per questo regime, come per qualunque altro regime totalitario, riforme significa rivoluzione. Non possono cedere di un millimetro perché poi si vorrà di più e di più. Non puoi essere un po’ conciliante, devi essere totalitario. Vedono la loro sopravvivenza nell’eliminazione delle voci del popolo iraniano. Come ho già detto, questa non è una lotta politica, ma esistenziale. Per il regime come per il popolo è una lotta per la sopravvivenza. Se fosse stata solo una rivolta politica, sarebbe stato facile prendere i leader dei gruppi politici ed ucciderli.
E invece è una battaglia per i diritti…
L’Iran di oggi è come il Sudafrica dell’apartheid. Il razzismo in Sudafrica era contro i neri, in Iran oggi è contro le donne. Ci sono migliaia di persone che scendono in piazza e non puoi certo ucciderle tutte. E anche se ne uccidi qualcuna ce ne sono ancora altre. E in questo modo il regime sta spingendo sé stesso contro il muro. Non può farcela. Imploderà come avvenuto con il Sudafrica davanti alla sfida di Nelson Mandela.
Come vede l’ondeggiare del regime? Parlano con voci diverse, fanno timide aperture ma poi tornano indietro. Che succede a Teheran?
Le contraddizioni ci sono state fin dall’inizio all’interno del regime e con le proteste delle donne ci sono state anche defezioni interne al regime. Anche queste crepe ricordano il Sudafrica dell’apartheid, quando l’élite bianca iniziò a dividersi.
Come possono le democrazie aiutare le donne iraniane?
Parlando di loro. Perché il regime gli dice in continuazione che sono sole, nessuno al mondo si interessa a loro. È una guerra psicologica. Se l’opinione pubblica nei Paesi liberi parla di loro, compie l’opera più decisiva, importante. Non farle sentire sole. Per questo sono importanti eventi di solidarietà come quello in programma domenica al Teatro Parenti di Milano che voi avete organizzato.
Perché alla fine degli anni Novanta lasciò l’Iran?
Avevo raggiunto il punto in cui non potevo restare, dovevo essere sincera con me stessa. Non potevo vivere con quella censura, mi faceva odiare me stessa. Compresi che venendo via avrei potuto avere un ruolo e dare voce all’altro Iran ma mi sono anche sentita in colpa. E ciò è vero anche ora, perché vivo al sicuro. Mentre queste giovani persone vengono uccise ogni giorno. Il mio cuore si spezza ogni giorno.
(la Repubblica, 9 dicembre 2022)
di Giulia D’Aleo
«Quelli che presentiamo sono dati che dovrebbero essere cruciali per il lavoro del nuovo governo. Perché il problema della violenza sulle donne non è solo il femminicidio». Così la dirigente di ricerca del Cnr Maura Misiti ha concluso l’incontro di presentazione della seconda edizione del progetto ViVa, nato nel 2017 da un accordo tra il dipartimento per le Pari Opportunità e il Consiglio nazionale delle ricerche.
Insieme ad ActionAid, la rete D.i.re e altre quattro realtà impegnate nel contrasto e nell’indagine della violenza di genere, ViVa ha rintracciato nella creazione di rapporti stabili tra Centri antiviolenza (Cav), case rifugio e servizi generali – servizi socioassistenziali, forze dell’ordine, servizi sociosanitari, istituzioni scolastiche, sistema giudiziario e società civile – la chiave per realizzare servizi integrati e aiutare le donne a uscire dalla violenza. Le reti territoriali esistenti, però, sono ancora altamente carenti e faticano a mettere a punto degli interventi che diano centralità alla donna.
Nel 2021 la mappatura Istat segnalava 376 Cav e 431 case rifugio attivi in tutto il territorio nazionale, che hanno dato supporto a 54mila donne e ne hanno accompagnate oltre 19mila in un percorso di fuoriuscita dalla violenza. Nel 94% dei casi questi fanno parte di una rete composta da associazioni, prefetture, servizi sociali e da tutti gli enti che possono fornire supporto e servizi. Possibilità da cui restano esclusi alcuni territori del sud Italia, dove l’assenza di reti è la causa di un sostegno insufficiente. «I servizi per cui i Cav e le case rifugio ricorrono più spesso alla loro rete di riferimento – spiega Maria Giuseppina Muratore, ricercatrice Istat – sono il sostegno ai minori, alla genitorialità e il supporto linguistico-culturale. I punti più deboli vengono compensati da un aiuto esterno».
Le reti aiutano poi a segnalare i casi di fragilità e rinviare agli attori più adatti le donne che cercano aiuto. «È un’interrelazione complessa. Il 31% delle donne che arriva ai Cav lo fa tramite servizi territoriali: un terzo ha già chiesto aiuto alle forze dell’ordine o al pronto soccorso. Allo stesso modo, le donne che escono dalle case rifugio nel 30% dei casi vengono rinviate ad altri servizi». Le reti differiscono tra loro anche in base a chi le coordina, un ruolo che, nella maggior parte dei casi e con picchi nel nord-ovest, è ricoperto dai comuni stessi, mentre in Sicilia e Sardegna la prevalenza è di reti che rispondono alle prefetture. Condizione insolita, sulla cui efficacia, suggerisce Muratore, «bisognerebbe indagare». In generale, le reti sono un equilibrio di forze spesso fragile, in cui gli attori hanno pesi diversi e modalità di azione opposte e non coordinate.
«Nella tutela dei figli, ad esempio, entrano in gioco meccanismi complessi, che evidenziano appieno le differenze di approccio tra i Cav e i tribunali per i minorenni», spiega Maria Rosa Lotti dell’associazione D.i.re, attiva in 18 regioni con 82 centri tra Cav e case rifugio.
I protocolli di intervento dei servizi sono delle procedure talmente standardizzate e con una possibilità residuale di scelta per la donna che contrastano con i percorsi di autonomia messi in atto dai nostri centri
Non prendono attivamente parte alle reti, inoltre, alcuni soggetti – come centri per l’impiego, aziende di edilizia residenziale pubblica, enti di housing sociale, associazioni sindacali e aziende – che sarebbero fondamentali in un percorso di fuoriuscita dalla violenza che aspiri all’empowerment femminile, ovvero una condizione di indipendenza economica, sociale e abitativa. Oltre il 60% delle donne che arrivano nei Cav, infatti, non sono economicamente autonome e, per chi non ha mai lavorato, uscire dalla violenza diventa ancora più complesso.
Il grande assente, però, sono le istituzioni. Le politiche territoriali constano di misure eterogenee e intermittenti, spesso finanziate tramite bandi. «Per raggiungere l’autonomia è necessario partire dai diritti socioeconomici, già scarsamente garantiti alla cittadinanza e ancora meno alle donne – dice Rossella Silvestre di ActionAid –. Blocchiamo gli sfratti nei casi di fragilità, proponiamo la sospensione delle rate del mutuo, rinnoviamo il reddito di libertà, che al momento è soltanto una corsa a chi arriva prima e non un diritto».
Nel rapporto pubblicato a novembre viene precisato, però, come il reddito di libertà possa al più rappresentare una misura di supporto emergenziale. L’indipendenza della donna è, invece, strettamente dipendente da un reddito stabile, percepito tramite un lavoro, e da una condizione abitativa che non siano le case rifugio. «Bisogna dare riconoscimento a questo periodo di momentanea vulnerabilità ed eliminare la neutralità delle politiche pubbliche esistenti», aggiunge Silvestre.
La richiesta per garantire alle donne vittime di violenza di essere riconosciute come soggetti in condizione di fragilità e accedere a vantaggi come la riduzione dei contributi era già stata sottoposta all’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando dalla cooperativa sociale Eva, «da cui abbiamo ricevuto promesse mai mantenute». Lella Palladino gestisce tre laboratori di inserimento al lavoro e accompagnamento all’autonomia, tramite una strategia di «rinforzo dell’autostima, per consentire alle donne di guardarsi con i propri occhi e non con quelli dell’uomo che ha compiuto violenza».
La sicurezza delle donne passa anche dall’azione sull’uomo violento. I Centri per gli autori di violenza in Italia sono più recenti e meno consolidati dei Cav, ma anche questi sono previsti dalla convenzione di Istanbul, che all’art.16 ne sancisce la creazione e il rapporto di collaborazione con i servizi dedicati alle vittime. Nell’indagine di ViVa del 2017 se ne contavano 54 sparsi per il territorio nazionale e 1.200 persone prese in carico. L’obiettivo prioritario non è la loro tutela, ma la sicurezza delle donne e dei loro figli. Le modalità di accesso sono spontanee nel 40% dei casi, mentre per oltre la metà si tratta di soggetti indirizzati da tribunali e avvocati, servizi sociali e autorità giudiziarie.
L’assenza di preparazione degli operatori nel parlare di violenza con chi la commette e contrastare le frequenti forme di minimizzazione, banalizzazione e colpevolizzazione delle vittime è una delle criticità evidenziate dalla ricerca. Un’altra, segnala Alessandra Pauncz, presidente dell’associazione Relive – Rete nazionale centri per autori di violenza, riguarda i tribunali ordinari civili e quelli per i minorenni, che, nei casi di separazione con violenza da parte del partner, applicano misure insufficienti alla tutela della sicurezza della donna.
«Le visite protette tra genitore e figli vengono spesso sospese dopo pochi mesi, dando all’uomo la possibilità di avvicinarsi di nuovo alla donna e commettere violenza, senza che si sia prima agito sul suo comportamento – conclude Pauncz – . Vogliamo un contenimento alla libertà degli autori di violenza, se questa impedisce alle donne di realizzarsi».
(il manifesto, 7 dicembre 2022)
di Zehra Doğan
Dalle montagne curde a Teheran
Nel mondo quello che sta accadendo in Iran viene letto in maniera riduttiva sottolineando soltanto il problema dell’«islam dispotico che obbliga le donne a coprirsi».
Ci si concentra sul diritto di avere la libertà di indossare o meno il velo. È vero, il velo è stato reso obbligatorio per le dipendenti pubbliche in Iran dopo la «rivoluzione del 1979» e i corpi delle donne sono stati imprigionati dall’hijab e da leggi sessiste. Ogni anno migliaia di donne in Iran vengono fermate e arrestate per non aver indossato l’hijab «correttamente». Certo, il velo è un grosso problema in Iran, dove il diritto delle donne di decidere del proprio corpo è controllato dalla pressione statale e religiosa. È a causa della contestazione delle donne all’oppressione sia dello stato sia della religione che il velo, che è solo un pezzo di stoffa al di là delle percezioni attribuite a esso, è diventato un simbolo dell’opposizione delle donne in Iran e in molti paesi governati dall’islam. Le prime informazioni storiche sulla pratica dell’uso del velo per coprire il capo risalgono all’epoca preislamica. Questo tessuto, che in alcuni periodi è uno status symbol, in altri periodi appare come il modo in cui le tribù si autodefiniscono. Molte fonti affermano che durante l’epoca assira solo le donne della classe dirigente potevano indossarlo, mentre a contadine e schiave era proibito. Il velo è il più grande strumento di oppressione contro le donne in Iran, come lo è in tutti i paesi islamici autoritari. Ma sarebbe un approccio sbagliato ridurre la definizione di libertà in Iran alla sola decisione delle donne di indossarlo o meno.
Non esiste solo la questione del velo, ma anche quella di persone di popoli diversi, Lgbtq, poveri, lavoratori, bambini e molte altre identità soggette a un’amministrazione oppressiva che non rispetta diritti fondamentali e libertà. Curdi, beluci, azeri e molti altri popoli sono sottoposti a una forte pressione nazionalista. Per questo è importante discutere sul tipo di sistema che si dovrebbe adottare in Iran come conquista della rivoluzione scaturita dalle proteste che hanno raggiunto grandi masse.
Il fatto che lo slogan «Jin, jiyan, azadî» (donna, vita, libertà) sia diventato il motto della resistenza delle donne nel mondo è una vittoria per la lotta del popolo curdo. «Jin, jiyan, azadî» è più di uno slogan: sottolinea che in Kurdistan le parole donna e vita, dal punto di vista etimologico, hanno la stessa radice, mostra come derivino l’una dall’altra. Questa filosofia è stata espressa per la prima volta dalle guerrigliere del Pkk, che da 40 anni combattono sulle montagne per la libertà dei popoli del Kurdistan, e dal leader del Pkk Abdullah Öcalan, imprigionato dallo stato turco da 23 anni. Le guerrigliere curde hanno creato nel 1993 per la prima volta un esercito separato dai compagni maschi e formato da sole donne sulle montagne e lo hanno consegnato alla storia con lo slogan «Jin, jiyan, azadî». Si deve sapere anche che le donne curde combattono da anni in Iran, Iraq, Turchia e Siria non solo per l’identità curda, ma per la libertà delle donne in Medio Oriente in particolare e in tutto il mondo in generale. Sarebbe ingiusto nei confronti dell’ideologia della liberazione delle donne esprimere la filosofia di «Jin, jiyan, azadî», eredità di migliaia di donne curde rivoluzionarie come Sakine Cansiz e Nagihan Akarsel, solo facendosi catturare dal vento della tendenza popolare, decontestualizzandola e sacrificandola al consumo del neoliberismo. Il fatto che l’essenza delle richieste che si alzano dalle proteste è riassunta nello slogan «Jin, jiyan, azadî» non può essere una coincidenza. Perché questo slogan è una filosofia, un paradigma di vita libertario, democratico ed ecologico delle donne che ha preso vita in Rojava. Se ci sarà una rivoluzione in cui questo paradigma prende vita, sarà con un modello in cui tutti i popoli determinano liberamente il proprio destino, rispettano la natura, la libertà dei generi, in cui non ci sarà corruzione e saranno abolite l’unica voce e l’unica bandiera.
*Artista curda, giornalista ed ex prigioniera politica Versione integrale su il manifesto.it
(Traduzione di Nayera El Gamal, il manifesto, 6 dicembre 2022)
di Viviana Mazza
Che cosa sta succedendo alla «polizia della morale» in Iran?
«Non è ancora chiaro – replica Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, che anche in viaggio da Parigi a Roma segue costantemente le dichiarazioni che giungono dalla Repubblica Islamica –. Non c’è un potere in Iran che possa dirsi responsabile per la polizia della morale. Chiedono ad un alto funzionario della magistratura e lui dice che non è stato il sistema giudiziario a istituirla e che bisogna domandare a chi l’ha creata. Questo mostra quanto controllo abbia perso il regime: non può prendere una decisione sulla sua stessa polizia della morale. Ogni funzionario è responsabile per quello che succede in quel governo, non possono semplicemente dire: “Non siamo responsabili”».
Il funzionario in questione, il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri, ha detto che la polizia della morale è stata chiusa dalle stesse autorità che l’hanno creata, negando che si tratti della magistratura. Nello stesso giorno, Ensieh Khazali, vicepresidente per le donne e la famiglia, ha detto in un programma radiofonico: «Non abbiamo affatto una Gashte Ershad (letteralmente pattuglie di orientamento, cioè la polizia della morale). Si tratta di una polizia della sicurezza sociale che si occupa di tutte le questioni contro la legge e può occuparsi della nudità, anch’essa un crimine».
«Non è parte della magistratura, non è parte della polizia… Nessuno vuole prendersi la responsabilità: e questo mostra quanto sia debole il regime. Non può decidere su uno dei suoi stessi organi. È una delle cose più folli che abbia mai sentito».
Perché debole? L’ultima parola non spetta alla Guida Suprema Ali Khamenei?
«Khamenei dovrebbe avere l’ultima parola e, in molti casi, va all’estremo usando ogni mezzo possibile per cementare il regime, ma c’è un disaccordo interno che è fonte di debolezza. Nel regime vedo due tendenze estreme nel modo di reagire a queste proteste degli ultimi due mesi: uno consiste nel negare la propria responsabilità o anche atteggiarsi a opposizione, l’altro di adottare la linea della repressione più dura come se i manifestanti fossero corpi estranei all’Iran. Queste contraddizioni indeboliscono il regime. In teoria Khamenei ha il potere, ma nell’azione concreta non sappiamo chi ce l’abbia e, in rami diversi, le persone agiscono in modo diverso».
Il procuratore generale Montazeri ha aggiunto che bisognerà trovare altri modi per applicare le restrizioni sui comportamenti sociali, senza quindi indicare che ci siano al momento cambiamenti sull’obbligo del velo. Però venerdì è stato annunciato che il Parlamento e il Consiglio supremo della rivoluzione islamica studieranno la questione dell’hijab nelle prossime due settimane. Cosa si aspetta?
«È troppo tardi per fingere che ci sarà qualche tipo di riforma all’interno del sistema. E il governo ha fatto dell’hijab il suo problema centrale. Lo hanno fatto loro. Sono loro che hanno sostenuto che, se le donne girano per strada vestite come vogliono, significa che il regime è finito. E adesso è ciò di cui hanno paura. Non possono fare le riforme. Come faranno? Se domani dicessero “niente più hijab” e “niente più polizia della morale” significherebbe niente più Repubblica Islamica».
Di fatto dopo le proteste, la polizia della morale non si vede più come prima e molte donne stanno violando l’obbligo. Non è una vittoria se la Gashte Ershad viene abolita?
«È vero che se viene abolita è una sorta di vittoria, ma non è quello che i manifestanti stanno chiedendo. Non dicono di abolirla o di essere più flessibili sull’hijab. Dicono: “Non vi vogliamo”. Lo scontro con il regime è legato al fatto che i manifestanti non vedono alcun futuro per sé stessi nel sistema. Hanno bisogno di un nuovo sistema nel quale poter creare il proprio futuro. Ed è per questo che lo slogan è “Donne vita – dicono vita: non una cosa politica – e libertà”. È troppo tardi».
(Corriere della Sera, 5 dicembre 2022, Iran, cosa sta succedendo? «L’abolizione della polizia morale è una riforma finta, non basterà»)
di Paola Mammani e Tiziana Nasali
Lettere – non pubblicate – al Direttore de La Stampa: omicidi di donne, uomini che mancano all’appello e legge Merlin. (La redazione)
Milano, 22 novembre 2022
Gentile direttore,
alcune amiche hanno apprezzato lo spazio che La Stampa ha dato allo sconcerto suscitato in molte donne dall’articolo di P.B. “utilizzatore finale” delle prestazioni di una delle due povere donne cinesi prostituite e trucidate di recente a Roma. Ma mi chiedo: perché far intervenire due giornaliste a difesa della scelta del giornale? Buon per loro che ne sono soddisfatte, ma che cosa si dimostra? Che vi è un’opinione di donne contraria alle lettrici protestatarie? Certo, le donne non sono un gruppo di interesse omogeneo, sono libere, sempre di più, e hanno opinioni e giudizi differenti. Ma sono le indignate quelle che dovrebbero essere per lei interlocutrici degne di attenzione. Era troppo sperare che lei non contrapponesse alle lettrici delle giornaliste soddisfatte del suo operato? Si trattava di individuare come seri interlocutori delle indignate, uomini dotati di maggiore consapevolezza delle responsabilità del loro sesso, diversamente dallo scrittore cui lei ha aperto le pagine del suo giornale.
Paola Mammani (della rete per l’Inviolabilità del corpo femminile)
Milano, 24 novembre 2022
Gentile Direttore,
apprezziamo che lei abbia tenuto aperto l’importante dibattito sulla prostituzione. Vogliamo fare alcune brevi riflessioni. Non crediamo che il cosiddetto modello nordico, la criminalizzazione del cliente, proposto sul suo giornale dalla Senatrice Maiorino attraverso una modifica della legge Merlin, sia una buona soluzione. Riconosciamo invece alla legge Merlin una particolare forza, soprattutto simbolica, che è interpretazione profonda e umanamente lungimirante del fenomeno prostitutivo. Considera infatti reato solo lo sfruttamento della prostituzione e affida a tutti noi, forse più agli uomini che alle donne, il compito di estinguere le cause che ne originano e perpetuano l’orrore, prima fra tutte la richiesta di sesso a pagamento da parte degli uomini. È questa battaglia simbolica, di capovolgimento di significato, di cambiamento dell’immaginario e della narrazione della sessualità maschile, che va combattuta. Le buone leggi poi seguono, se servono.
Veniamo infine ad alcune considerazioni sulle prospettive.
L’attuale governo è ben lontano dalla possibilità di trovare una maggioranza a riguardo. Se ne riparlerà tra 5 anni o comunque dopo la caduta del governo Meloni, e solo in via ipotetica.
Infine, in un paese come l’Italia, in cui non risulta efficace nessuna forma di controllo, è quasi impossibile immaginare l’avvio di serie azioni sanzionatorie nei riguardi dei clienti della prostituzione.
Grazie per l’accoglienza,
Paola Mammani e Tiziana Nasali
della Libreria delle donne di Milano
(www.libreriadelledonne.it, 1° dicembre 2022)
di Angela Strano
Il 25 novembre come giornata internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto agli abusi che le donne hanno subito nei millenni. Una serie di iniziative susseguitesi a Catania per fare in modo che questo non accada più o quantomeno si acquisisca una coscienza critica. Vi teniamo sempre con noi è il nome del flashmob svoltosi lo scorso venerdì pomeriggio in piazza Università.
Esso ha trovato organizzazione con la Ragnatela, rete di associazioni, gruppi, realtà varie contro la violenza sulle donne.
Composizione del flashmob
Vi teniamo sempre con noi prende il nome dalle sagome femminili collocate sul pavimento di piazza Università. Esse indicano tutte le donne vittime di femminicidio, in quanto si sono opposte al dominio maschile permeato di retaggi patriarcali. Tra queste figura Valentina Giunta, che viveva nel quartiere di San Cristoforo, uccisa la scorsa estate dal figlio, imbevuto dai condizionamenti familiari paterni.
A queste sagome si è accompagnato il tappeto rosso, con cartelloni sulle artiste che hanno rappresentato il tema della violenza sulle donne e la strenua opposizione a questo. Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Elisabetta Sirani (pittrice italiana), Zehra Doğan (artista curda), Barbara Kruger e Sue Williams (artiste statunitensi) hanno caratterizzato la mostra allestita da Carmina Daniele e Concetta Rovere in cui emerge tutto il potenziale femminile. Quest’ultima ha pure esposto alcune sue creazioni, assieme a Cettina Tiralosi. Lungo il mandala della libertà hanno trovato spazio gli acquerelli di Monse Pla, il cui richiamo alla natura è strettamente correlato al femminile, con la Grande Madre. Nel corso dell’iniziativa c’è stata la lettura di alcuni brani tratti dal libro Ferite a morte di Serena Dandini, da parte di Carmina Daniele e Mati Venuti. Un’interpretazione scandita dalle note del contrabbasso di Enrico Sorbello, il quale ha suonato musiche di Bach nonché brani improvvisati.
Vi teniamo sempre con noi: le voci espressesi
Introduce il dibattito Anna Di Salvo, della Città Felice, ricordando Valentina Giunta e affermando che negli ultimi decenni la civiltà delle donne ha preso piede e occorre contribuire al suo consolidamento. Sussiste, infatti, una regressione delle conquiste femminili. A tal proposito, Nunzia Scandurra ha affermato che gli attacchi contro le donne sono sistematici. Occorre continuare a condividere gesti, simboli, luoghi, esperienze. I corpi incarnano l’essenza femminile, aspetto minacciato con la prevalenza del genere neutro. La libertà delle donne messa a dura prova da leggi che la reprimono.
Segue l’intervento di Oriana Cannavò, del centro antiviolenza Penelope, la quale ha auspicato un maggior interesse, in termini di atti concreti, da parte degli enti locali. Ella, inoltre, si è riferita alle attività svolte presso la Casa sociale delle donne. Hanno trovato esposizione, infatti, le creazioni del laboratorio di sartoria gestito da Emily e Amelia di Trizzi d’Amuri. Agata Palazzolo, segretaria del SUNIA di Catania, ribadisce la necessità dell’indipendenza economica e abitativa per le donne, specie le vittime di violenza. Occorrono quindi incentivi alle donne affinché riescano a trovare una casa indipendente. Tina Palella afferma che è fondamentale ascoltare i/le ragazzi/e che frequentano la scuola. Se tra questi/e sussiste chi vive in un contesto familiare difficile, si può risalire al nucleo della violenza.
L’unione contro la violenza sulle donne
Vi teniamo sempre con noi continua con le parole di Valeria Sicurella, del centro antiviolenza Thamaia, sostenendo che il femminicidio non consiste solo nell’uccisione finale. Esso concerne pure tutto ciò che logora e annichilisce una donna. I processi penali, infatti, costituiscono la punta dell’iceberg rispetto a un problema che resta sommerso. Thamaia ha sempre creato rete con le scuole, nonché lavorato con persone competenti e accolto circa 250 donne l’anno. Giusy Milazzo, di SUNIA Sicilia, espone le attività di questa realtà, rivolta ai quartieri popolari; luoghi in cui la voce delle donne spesso resta inascoltata. Pina La Villa, insegnante, afferma che, per prevenire la violenza contro le donne, occorre la sensibilizzazione nelle scuole. La comunicazione con gli/le alunni/e è fondamentale.
Gli interventi di Sesto Schembri e di Chiara Petrelli hanno una connotazione politica. Il primo afferma che il maschilismo è conseguenza di una società borghese; la seconda sostiene che in qualunque sistema economico la donna ha avuto più difficoltà nell’affermare la sua soggettività. In ultimo il discorso di Cettina Tiralosi, la quale evidenzia l’importanza della relazione tra donne, intesa come reciprocità. Questo porta a definire la matrilinearità e a disinnescare la cancellazione del femminile. Un incontro sentito e partecipato che porta a volgere verso altri spunti nel confronto tra donne, in cui emergono necessità importanti da mettere a fuoco, come il tema della violenza. Vi teniamo sempre con noi ha incarnato tutto questo.
(https://catania.italiani.it/vi-teniamo-sempre-con-noi-contro-la-violenza-sulle-donne/, 1° dicembre 2022)
di Guido Caldiron
È «l’ultima dichiarazione» che spetta agli imputati nell’aula di un tribunale, una parola libera in un Paese che non conosce più il pluralismo, il diritto al dissenso e all’opposizione. E che da dopo l’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio scorso, considera ogni voce critica alla stregua di un nemico. Da reprimere, neutralizzare, cancellare. I testi riuniti in Proteggi le mie parole in libreria da domani per e/o (a cura di Sergej Bondarenko e Giulia De Florio, prefazione di Marcello Flores, pp. 178, euro 16,50) raccontano la Russia di Putin attraverso venticinque testimonianze che, lungo gli ultimi cinque anni, tracciano l’orizzonte di una resistenza che continua pur tra mille difficoltà e rischi.
Sono le dichiarazioni pronunciate da imputate e imputati in processi politici svoltisi nel frattempo nel Paese: voci note come quelle di Aleksej Naval’nyj o dello storico Jurij Dmitriev, di una ex deputata o di un militante anarchico, ma anche di tanti uomini e donne comuni che devono rispondere di una protesta di strada, di un cartello contro la guerra agitato sulla pubblica via. Come gli scritti raccolti nei samizdat dell’epoca del dissenso al regime sovietico, si tratta di testimonianze di prima mano di ciò che le autorità e il potere putiniano negano o cercano di rendere invisibile: la violenza, la repressione, la censura, la stessa guerra in Ucraina. Uno scenario che si intreccia non a caso al tentativo di controllare il passato della storia russa, rimuovere i crimini staliniani e le ombre che continuano a proiettare sul presente. Come segnala Sergej Bondarenko, classe 1985, uno degli storici dell’associazione Memorial, sorta negli anni Ottanta su iniziativa dell’ex dissidente Andrej Sacharov per documentare l’orrore dei gulag e delle persecuzioni politiche nell’Urss, che il regime di Putin ha messo al bando proprio alla vigilia della guerra in Ucraina. A Memorial è andato quest’anno il Nobel per la pace.
Nell’introduzione lei fa riferimento al passato di repressione dell’Urss e al celebre caso dei dissidenti Daniel – Sinjavskij. Nella Russia di Putin si è tornati a quel clima, al tentativo di annichilire ogni voce libera?
Assolutamente. Anche se in realtà si potrebbe sostenere che il clima non sia mai cambiato del tutto: ne abbiamo solo conosciuto delle fasi diverse ai tempi di Eltsin o nei primi anni di Putin. Si può iniziare dall’idea stessa di «sistema giudiziario indipendente», che in realtà non era assolutamente tale in epoca sovietica e ne è una sorta di parodia in questo momento. Si può comunque sostenere che la situazione è peggiorata molto negli ultimi 10-12 anni del mandato di Putin. Anni nei quali, inoltre, non è più presente alcuna opposizione legale in parlamento. Già dai primi anni 2000 l’opposizione era sotto pressione, ma almeno a quel tempo se ne vedeva un po’ in tv grazie alle manifestazioni politiche che venivano organizzate. In questo momento non c’è quasi nulla: la resistenza contro la guerra è molto coraggiosa, ma si fa notare a malapena fuori da Internet. Le ultime parole che gli imputati possono pronunciare in tribunale diventano così l’unica forma di discorso politico pubblico nella Russia di oggi.
Perché le autorità hanno deciso di mettere al bando Memorial, nata per documentare la repressione di epoca sovietica: nascondere i crimini del passato serve per controllare il presente e rendere possibile che tutto ciò accada ancora?
Credo si tratti di parte del processo che ho già cominciato a descrivere. Ancora 10 o 12 anni fa si poteva pensare che l’avvento di Putin potesse offrire qualche chance al Paese. Ora ci rendiamo conto del contrario: abbiamo conosciuto alcuni anni di speranza durante l’ultimo periodo della Perestrojka e il mandato di Eltsin e prima della guerra cecena. Dopodiché si è arrivati lentamente alla situazione che si vive attualmente. Per Memorial è accaduto lo stesso: all’inizio l’associazione si occupava del passato sovietico, solo che questo si è trasformato molto rapidamente nel nostro presente. E per certi versi, il presente è persino peggiore dell’ultima fase sovietica: ora non abbiamo solo prigionieri politici, abbiamo omicidi politici, abbiamo la guerra. Dall’inizio degli anni ’90 Memorial lavora in due diversi campi: sul piano storico e su quello della difesa dei diritti umani oggi. Solo che in questo momento tali piani sembrano coincidere: stiamo rivivendo i nostri peggiori incubi. Quindi che si sia voluto liquidare Memorial non è così sorprendente se la si guarda dal punto di vista del regime che vuole fermare tutti coloro che possono contestare pubblicamente la versione propagandistica ufficiale della guerra.
Cosa ha rappresentato per Memorial e l’attività che svolge il fatto che l’associazione sia stata insignita del Premio Nobel per la pace? E di questo riconoscimento che eco si è avuta in Russia?
Non posso parlare a nome di tutti, da dopo i mesi passati in tribunale e la messa al bando dell’associazione, per me ha rappresentato un segno di vita. E la cosa più importante è che non è stata premiata solo Memorial ma tre organizzazioni attive in Ucraina, Bielorussia e Russia. Ovviamente continueremo il nostro lavoro dentro e fuori la Russia e il Nobel è solo uno dei segnali di incoraggiamento che è arrivato insieme ad altri. Sappiamo che la Russia non è solo Putin e il suo governo. Con il Nobel, Memorial è in buona compagnia, accanto a Pasternak, Solzhenitsyn, Sakharov e Muratov: anche tutti loro sono stati messi sotto pressione dal regime prima e dopo aver ricevuto il premio. Ora dobbiamo solo essere all’altezza delle aspettative.
Le dichiarazioni raccolte nel libro non contengono solo informazioni legate ai singoli casi, ma sono un’occasione per denunciare la situazione del Paese, la violenza subita dagli oppositori, la guerra. Si può parlare di questi testi come di voci della resistenza russa contro il regime?
Senza dubbio. Come spiegavo, lo consideriamo uno degli ultimi modi per dire qualcosa pubblicamente, in un contesto «ufficiale», che resti a verbale. L’idea che si possa parlare liberamente in un tribunale quando per altri versi tutto ciò è completamente vietato o soggetto a censura rappresenta una sorta di problema tecnico che si verifica dentro un sistema. Del resto, è una vecchia tattica di guerriglia quella di rivoltare il sistema contro se stesso e provare a dire qualcosa di vero usando a tal fine le contraddizioni dei meccanismi repressivi.
Gli ultimi testi sono stati raccolti nei tribunali dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina: cosa è cambiato da quel momento per la società russa e per coloro che si battono per la libertà e il rispetto dei diritti umani?
L’intero sistema in cui ci muovevamo è crollato. Siamo privati delle cose più semplici – non puoi dire che sei contro la guerra o pacifista (o anche che vuoi che la guerra finisca con la vittoria ucraina, qualunque cosa significhi). Molte persone hanno lasciato il Paese, per il momento con la speranza di tornare. Molti dei miei colleghi sono rimasti in Russia e continuano il loro lavoro e anch’io sto cercando di fare lo stesso: dall’inizio della guerra ho trascorso sei mesi in Germania e due in Russia. Vivo fuori dal Paese da agosto, ma quel che posso dire della Russia è che proprio il tentativo di costruire una mobilitazione dopo il 24 febbraio ha condotto molti a rendersi conto della realtà in cui viviamo. L’elenco delle opzioni è infatti breve: cosa puoi fare se sei contro la guerra e sei ancora in Russia?
Lei è costretto a vivere a Berlino per poter svolgere il suo lavoro per Memorial: cosa significa operare in esilio e dopo la messa al bando dell’associazione? Infine come vede il futuro della Russia?
Ho lasciato la mia casa con uno zaino, due libri e un paio di stivali e non l’ho mai considerato come un viaggio di sola andata. Allo stesso tempo devo dire che questa è una posizione privilegiata: molte persone in Russia non hanno modo di andarsene. Qui ho un posto dove stare con la mia famiglia. Ovviamente non è facile, ma considerando cosa sta facendo l’esercito del nostro Paese in Ucraina in questo momento, sono al sicuro. In Russia, molti dei miei colleghi lavorano ancora per aiutare le persone a non finire nell’esercito o a lasciare il Paese o ad essere rappresentate da un legale in tribunale. La mia unica speranza è che rimaniamo tutti relativamente sani di mente senza fermarci finché la situazione non cambierà.
(il manifesto, 29 novembre 2022)
Cari amici, cari voi che mi leggete e mi pubblicate all’estero, in Russia stiamo vivendo un momento terribile, ancora più tremendo di quello vissuto durante la seconda guerra mondiale, quando Hitler ci attaccò. Quella volta il popolo russo, la Russia, i nostri soldati erano sacri per il mondo intero; il nostro sangue era versato a difesa di tutti, e le grandi nazioni venivano in nostro soccorso, prime fra tutte l’America e l’Inghilterra. E in Europa, chiunque aveva un po’ di cervello si dava alla macchia per combattere contro Hitler.
Noi, invece, vivevamo nel profondo della Russia. La mia famiglia faceva la fame, io avevo la tubercolosi, chiedevo l’elemosina per strada, cantavo per un tozzo di pane. Avevo sette anni quando la guerra finì. Eppure ricordo ogni cosa! E sono cresciuta orgogliosa del mio popolo.
Dei poveri, delle donne che nelle retrovie difendevano la patria con tutte le loro forze. Le loro disgrazie, infatti, sono tutte nei miei libri, nei miei testi teatrali.
Oggi la Russia delle donne è stata offesa, è stata umiliata. I generali di Putin la disonorano, la calpestano, le portano via i figli per una guerra meschina e rivoltante; una guerra contro quelli che sono suoi fratelli e sue sorelle, contro quell’Ucraina che tanto amiamo e che è parte di noi. Non faccio che piangere, mentre leggo le notizie su Internet. Sono là anch’io, insieme a loro mi nascondo dalle mie stesse bombe! Insieme a loro proteggo dal fuoco i nostri bambini, li proteggo dagli spari dei ragazzi russi; e con loro, con l’Ucraina, mi preparo a fare la fame e a chiedere l’elemosina.
Voi che siete altrove, vi scongiuro: aiutate la santa Ucraina!
Di questa guerra accuso il criminale numero uno, Putin.
Che il sangue dei morti ricada sulla sua vecchia testa, che gli imbratti la faccia e le mani.
Accuso lui di questa carneficina. È un assassino.
Mi arrestino pure, sono pronta, come sono pronta alle botte e allo sciopero della fame e della sete. Sono pronta a subire tutto ciò che accade a chi protesta e viene arrestato per strada.
Di queste parole, però, rispondo io e io soltanto. I miei figli, i miei nipoti e pronipoti non sanno niente.
Ljudmila Petruševskaja
(www.unistrasi.it, traduzione di Giulia Marcucci e Claudia Zonghetti, 28 novembre 2022)
di Tomaso Montanari
Cosa può insegnarci Ljudmila Stefanovna Petruševskaja? Molto, moltissimo. Per questo l’Università per Stranieri di Siena (della quale chi scrive è rettore) le ha conferito, mercoledì scorso, una laurea honoris causa.
Nata nel 1938, e oggi vitale come una ventenne, questa donna apparentemente fragile e in verità solida come una quercia, è tra i maggiori scrittori russi viventi: narratrice, drammaturga, favolista e poeta, ma anche cantautrice e pittrice. Appartenente a una famiglia di “nemici del popolo” sempre dissidenti rispetto all’ortodossia del potere sovietico, nipote del linguista Nikolaj Feofanovič Jakovlev (interlocutore e amico di Roman Jakobson) e di una nonna che fu corteggiata da Majakovskij, Ljudmila Stefanovna viene dalla più eletta tradizione intellettuale moscovita. Contemporaneamente, è una donna che ha vissuto senza protezioni gli orrori della storia travagliatissima del suo Paese, una donna “che per anni – ha ricordato la russista Giulia Marcucci nella laudatio accademica – non aveva neppure uno vero spazio per dormire, e che sapeva raggomitolarsi scalza nei negozi di alimentari per un poco di cibo, una donna pioniera che ha scritto capolavori che non poteva pubblicare a causa della censura, e ha protetto la sua creatività cantando da bambina nei cortili, e poi, da adulta, traducendo dal polacco e alimentando la circolazione clandestina dei Samizdat”. Rimanendo fedele a questa doppia genealogia di cultura e sofferenza, Petruševskaja ha sempre saputo schierarsi dalla parte giusta. Durante il discorso tenuto in occasione del conferimento di un importante premio letterario, ella continuò una famosa poesia di Anna Achmatova, aggiungendo questi suoi versi: “Io invece dirò: parlate! / Io vi ascolto, mendicanti, perseguitati!”. Quando, nel 2021, Vladimir Putin ha chiuso l’associazione Memorial – prima ong russa che raccoglieva la memoria dei dissidenti –, la nostra scrittrice gli ha platealmente restituito il prestigiosissimo premio di Stato che proprio lui le aveva consegnato nel 2002. In questi mesi, Petruševskaja è impegnata in una tournée del suo spettacolo di cabaret letterario nei paesi che ospitano i ragazzi fuggiti dalla Russia per non combattere: con l’idea commovente di sollevare il morale non delle truppe, ma dei disertori!
Quando, nello scorso febbraio, l’Università per Stranieri di Siena aprì una sezione del suo sito dal titolo Voci contro la guerra (traducendo in italiano, e riproponendo in russo, in modo che se anche cancellate in patria, rimanessero sulla rete, le riflessioni di colleghe e colleghi russi, delle università o della cultura, schierati contro la guerra), il testo più impressionante era un post comparso sulla pagina Facebook di Petruševskaja: “Cari amici, cari voi che mi leggete e mi pubblicate all’estero, in Russia stiamo vivendo un momento terribile, ancora più tremendo di quello vissuto durante la seconda guerra mondiale, quando Hitler ci attaccò. Quella volta il popolo russo, la Russia, i nostri soldati erano sacri per il mondo intero; il nostro sangue era versato a difesa di tutti, e le grandi nazioni venivano in nostro soccorso, prime fra tutte l’America e l’Inghilterra. E in Europa, chiunque aveva un po’ di cervello si dava alla macchia per combattere contro Hitler. Noi, invece, vivevamo nel profondo della Russia. La mia famiglia faceva la fame, io avevo la tubercolosi, chiedevo l’elemosina per strada, cantavo per un tozzo di pane. Avevo sette anni quando la guerra finì. Eppure ricordo ogni cosa! E sono cresciuta orgogliosa del mio popolo. Dei poveri, delle donne che nelle retrovie difendevano la patria con tutte le loro forze. Le loro disgrazie, infatti, sono tutte nei miei libri, nei miei testi teatrali. Oggi la Russia delle donne è stata offesa, è stata umiliata. I generali di Putin la disonorano, la calpestano, le portano via i figli per una guerra meschina e rivoltante … Sono là anch’io, insieme a loro mi nascondo dalle mie stesse bombe! Insieme a loro proteggo dal fuoco i nostri bambini, li proteggo dagli spari dei ragazzi russi; e con loro, con l’Ucraina, mi preparo a fare la fame e a chiedere l’elemosina. … Di questa guerra accuso il criminale numero uno, Putin. Che il sangue dei morti ricada sulla sua vecchia testa, che gli imbratti la faccia e le mani. Accuso lui di questa carneficina. È un assassino”. La regressione al nazionalismo bellicista che oggi attanaglia anche l’Occidente non si combatte certo con la russofobia, ma anzi praticando i valori di internazionalismo, fratellanza tra i popoli, scambio culturale. Per questo è particolarmente prezioso l’esempio di chi sa prendere le distanze dalla propria patria e dal proprio governo, criticandolo, e anche condannandolo, apertamente. Per questo le parole coraggiose e lucide di una grande scrittrice russa contro il governo russo e contro un’idea malata di patria e di nazione, sono davvero un modello anche per noi: e per il nostro rapporto con il potere, la patria e la nazione di casa nostra.
(Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2022)
di Annie Marino
Mentre i fatti si stanno ancora svolgendo e le procure sono impegnate a fare chiarezza, mi è capitato di riflettere sugli eventi che sono seguiti alla denuncia della ginnasta Nina Corradini.
Tre circostanze, in particolare, hanno dato impulso a queste riflessioni. La prima riguarda la dimostrazione di solidarietà nei confronti di Nina Corradini da parte della compagna Anna Basta, che si è unita alla denuncia. Anna si è mossa con agilità e coraggio, anticipando, con un post Instagram molto efficace, l’innesco dei farraginosi processi della burocrazia e delle federazioni, per verificare e rendere quindi immediatamente credibile e autorevole l’informazione veicolata nella denuncia di Nina. Anna ha condotto in questo modo un’operazione saggia: per prima cosa, infatti, attraverso la verifica immediata dell’informazione, è stato possibile evitare che la denuncia semplicemente si disperdesse tra le decine di notizie “ad alta risonanza” a cui tutti siamo esposti in questi mesi incredibili – di guerra e crisi sociale, prima che energetica. Di più, è stato possibile scongiurare un’altra conseguenza, quella opposta e più disastrosa, che la denuncia degli abusi fosse gettata in pasto alle opinioni, generalizzata, trattata come una cosa neutra e, infine, forse, deformata o sgonfiata, passando per l’ennesimo scandalo sportivo o, più probabilmente, per un caso isolato.
In questo, ciò a cui finora abbiamo assistito ripropone – con sapienza, come ho già scritto sopra – certe modalità di linguaggio e azione analoghe a quelle che abbiamo visto in opera con il Me Too, fenomeno più volte rievocato nel corso delle ultime settimane (si veda, per esempio, qui). È questa la seconda circostanza che mi ha spinta nuovamente a riflettere – più propriamente, essa ha determinato l’esigenza di una puntualizzazione.
La denuncia degli abusi subiti da Nina Corradini e Anna Basta non mette direttamente in discussione il contratto sessuale, non è quello il punto, il campo visivo appare sgombro dalla presenza degli uomini1 – fatta salva qualche comparsata, come quella del presidente del CONI, Giovanni Malagò. Non vedere o non riconoscere questo, significa negare che ci sono delle nuove domande.
Qui abbiamo delle giovani donne che hanno denunciato abusi – umiliazioni e incuria, con conseguenze gravi, che avrebbero potuto essere più gravi – da parte delle loro allenatrici e insegnanti: con che sguardo alcune allenatrici e insegnanti hanno guardato queste giovani donne? Quale valore hanno dato ai loro corpi e come lo hanno misurato2?
Per ultimo, mi sono chiesta quali e di chi fossero i desideri di cui quei corpi sono, in qualche modo, diventati un mezzo. Potrebbero essere sfuggiti a me, nell’analisi della vicenda, un passaggio chiave o una parola rivelatrice, ma mi sembra che il cortocircuito sia proprio al principio, cioè nel fatto che il desiderio non sia stato espresso o compreso chiaramente – sia esso, supponiamo, un desiderio di «trarre godimento dalla ginnastica ritmica praticata ai massimi livelli» da parte delle giovani donne oppure «di vincere tutte le competizioni» da parte delle allenatrici. Insomma, è macroscopicamente fallita una relazione, quella insegnante-allieva, che ha come presupposto l’affidamento e, al di fuori di questo, difficilmente può essere.
Questo, appunto, riguarda il principio. Adesso, la vicenda si trova al punto in cui un desiderio è stato espresso: «Io e Nina vogliamo fare la differenza. […] Io e Nina vogliamo dire basta al dolore, al terrore. Io e Nina vogliamo alzare la testa anche per chi non ha più forza, perché noi eravamo nella stessa situazione di chi ora non riesce a muoversi. […]»3. Queste parole scritte insieme da due donne, con forza e libertà ritrovate nella loro relazione, hanno modificato radicalmente i fatti.
1 Un caso di Me Too nel mondo dello sport è stato invece quello che ha coinvolto Larry Nassar, medico della nazionale USA di ginnastica (di cui si può leggere qui o qui).
2 Miriam Patrese, insegnante di ginnastica ritmica e atleta, che si è dichiarata contraria alle pratiche denunciate, come quella della “pesatura in pubblico”, in un’intervista a Repubblica ha fornito degli elementi di contesto che possono agevolare la riflessione. Riporto un estratto significativo: «Tutti sanno che i giudici tendono a premiare la magrezza. Se non sei filiforme e magrissima vieni frenata. Fai un esercizio da oro, ma arrivi quarta se non hai tutti i centimetri a posto, se non hai sembianze da bambina. Gli allenatori? Loro si chiedono se sia giusto investire su una ginnasta se sanno che in gara verrà penalizzata […]».
3 Si tratta di un estratto dal post Instagram di Anna Basta già richiamato sopra.
(www.libreriadelledonne.it, 27 novembre 2022)
di Riccardo Staglianò
La ragazzina è cresciuta. Rispetto alle prime foto che hanno formato l’imprinting nella nostra memoria, ora Greta Thunberg ha lineamenti e uno sguardo da adulta. Dalla cucina dell’appartamento a Stoccolma che divide con alcune amiche, dopo una lunga serie di appuntamenti cancellati last minute, risponde alle domande su The Climate Book (Mondadori), il ponderoso libro sulla crisi climatica che ha concepito coinvolgendo i principali esperti in circolazione. Essere interpellata come un oracolo è, per questa diciannovenne terribilmente precoce, tanto normale quanto per una qualsiasi coetanea discutere di quale maglietta abbinare ai jeans. Per tutta l’intervista starà molto attenta a non criticare le scelte, sempre più radicali, di altri sottoinsiemi del movimento ambientalista che ha battezzato. E che, a dispetto di alcuni titoli di stampa, non ha alcuna intenzione di abbandonare. Alla fine, segnalandole una contraddizione, riuscirò addirittura a strapparle una risata che restituirà all’attivista in servizio permanente effettivo una tenera dimensione umana.
Quando ha avuto l’idea di questo libro e quanto tempo c’è voluto per metterlo insieme?
Con la pandemia, non potendo più fare scioperi e marce, avevo del tempo a disposizione e ho ragionato su come metterlo a frutto. La scelta, per studiare meglio le cause del problema che volevamo risolvere, è stata di fare un libro che diventasse la destinazione per tutti quelli che volevano approfondire. Ci son voluti quasi due anni.
Come ha scelto gli esperti?
L’idea centrale era di mettere insieme storie ed esperti. Prima ho buttato giù una lista di temi. Poi ho chiesto a persone di cui mi fido di suggerirmi chi poteva spiegarli bene. Tranne rare eccezioni di gente che non aveva tempo, ho raccolto un’incredibile disponibilità di cui ancora ringrazio.
Ci sono cose nuove che ha imparato da questo lavoro?
Ho capito meglio che la crisi climatica è collegata con molte altre crisi. Che è anche una crisi del sistema economico, di oppressione del sud del mondo che ha meno responsabilità ma paga un prezzo più alto. Che l’approccio giusto non è quello binario ma piuttosto quello intersezionale, che analizza non solo l’oppressione ma i modi e le culture che l’hanno generata. Insomma mi ha aiutato a connettere i punti e ad allargare lo sguardo.
Esiste un consenso nella comunità scientifica sulle soluzioni da adottare contro la crisi del pianeta?
L’unico consenso è sul fatto che rapidissimamente dobbiamo abbandonare la nostra dipendenza dalle fonti fossili. Su come farlo ci sono ancora molte opzioni diverse.
Pensavo a soluzioni come la geoingegneria. Una volta era la scusa usata dai negazionisti per non mettere mano al nostro stile di vita. Oggi anche persone come Elizabeth Kolbert, che nel libro firma uno dei contributi, sono più aperte all’idea. Lei che ne pensa?
Che ancora oggi è spesso una scusa per non cambiare radicalmente le cose. Rischia di essere una grande distrazione. Solo i Paesi più ricchi potrebbero provare davvero a mettere in piedi sistemi del genere ma, se le cose andassero male, le conseguenze le pagherebbero maggiormente i Paesi poveri che non hanno avuto voce in capitolo nel decidere di realizzare, ad esempio, scudi di aerosol contro i raggi del sole.
La pandemia ha dimostrato che, volendo, grandi cambiamenti di abitudini possono accadere di colpo. Perché non succede per i comportamenti che nuocciono al clima?
Perché la gente percepisce le conseguenze come distanti, sia geograficamente che nel tempo. Ma è un errore: basta pensare alle conseguenze delle inondazioni su decine di milioni di persone in Pakistan o quelle che la siccità ha sul cibo di oltre dieci milioni nel Corno d’Africa. Il fatto è che i potenti non sono mai direttamente coinvolti. E le aziende più responsabili dei guasti mettono le loro enormi risorse a disposizione dei lobbisti che puntano a rimandare o negare la necessità di qualsiasi tipo di azione. Diffondendo, com’è successo in passato per altre industrie pericolose, dubbi e altri elementi di distrazione dell’opinione pubblica.
Oppure fingendo di aver capito la lezione, cercando di rifarsi una verginità verde, come succede nel cosiddetto greenwashing?
Le stanno provando tutte pur di non cambiare niente. Quella del greenwashing è una forza enorme, tanto più ora che le aziende energetiche hanno fatto profitti stratosferici. A voler cercare un aspetto positivo di questa vicenda, c’è che il greenwashing è la conseguenza della maggior consapevolezza della popolazione che un cambiamento è necessario. Prima non serviva perché i consumatori non si rendevano conto di quanto grave fosse la situazione.
La guerra in Ucraina poteva diventare un’occasione unica per spingere sulle rinnovabili, e invece registriamo nuovi record di uso del carbone. Non facciamo mai la cosa giusta?
Dei vari programmi di aiuti finanziari europei solo il 2 per cento è dedicato alle cosiddette energie verdi. È l’ennesimo fallimento. Mentre le compagnie energetiche fanno segnare profitti inediti.
I Fridays for future sono sempre stati un movimento pacifico: non teme che, in assenza di soluzioni reali, qualcuno potrebbe passare all’azione violenta?
È possibile. È molto comprensibile che le persone siano sempre più disperate. L’unico modo per evitare che ciò accada è di agire alla sveltissima prima che anche la società vada fuori controllo. D’altronde l’unica certezza è che abbiamo provato vari metodi di lotta ma nessuno ha ancora funzionato.
Come far saltare un oleodotto, libro del suo connazionale Andreas Malm, ha ricevuto attenzione in tutto il mondo. In che modo i vostri approcci divergono?
Noi forse siamo più concentrati sul capire le cause della crisi climatica. Le “azioni dirette”, senza spiegare le cause, a mio modo di vedere potrebbero confondere le persone. La ragione comprensibile dell’interesse però è la solita: sono sempre più quelli che vogliono un cambiamento, in un modo o nell’altro.
In questi giorni si parla molto di azioni dimostrative di attivisti che si incollano a un quadro di Goya o lanciano zuppa contro un Van Gogh. Non crede che, sfuggendo il nesso con la lotta ambientale, potrebbero alienarsi una parte dell’opinione pubblica?
Il rischio esiste. Ma io sono una persona singola ed è difficile dire agli altri cosa è giusto fare. Tanto più che sin qui non sappiamo ancora quale sia la strategia più giusta per cambiare le cose. Niente ha veramente fatto la differenza. Abbiamo bisogno di aiuto da tutte le parti. Ricordandoci però che, oltre a catturare l’attenzione dei media, bisogna recuperare la prospettiva intersezionale della lotta, che tiene conto di chi è in prima linea, degli indigeni che subiscono le conseguenze più gravi e così via.
Mentre noi parliamo, i governi del mondo discutono in Egitto alla Cop27. In passato ha avuto parole dure nei confronti di queste riunioni, l’ormai famoso “Bla, bla, bla”. C’è qualcosa che potrebbe farle cambiare idea?
Non credo che sia utile concentrarsi su questi eventi. Ricordo solo che l’industria fossile ha inviato seicento lobbisti che sono più di quanti ne hanno mandati, messi insieme, i dieci Paesi che hanno subìto l’impatto più serio della crisi climatica. Non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sul minimo sindacale, ovvero un fondo per aiutare chi ha subìto i danni climatici maggiori. E quest’anno è forse anche peggio, dal momento che i margini di movimento degli attivisti sul terreno è ancora più ristretto.
Un rapporto del think tank Germanwatch ha appena detto che nessun Paese riuscirà a mantenere l’aumento della temperatura sotto il grado e mezzo che era stato indicato come traguardo. Cosa prova di fronte a queste ammissioni?
Bah, ammetterlo è già meglio di mentire o impegnarsi in acrobazie di greenwashing. Essere chiari è il primo passo per capire quanto più ambiziosa dev’essere la nostra risposta al problema. So che è un’asticella bassa, ma almeno è un punto di partenza.
Tra le soluzioni individuali che indica ci sono il volare meno e il diventare vegetariani. Altre contromisure pratiche?
Sono solo due esempi. Se sei un politico hai responsabilità molto più ampie. Idem se, come me, hai una piattaforma grazie alla quale le persone ti ascoltano. Più in generale le cose che tutti possono fare sono istruirsi il più possibile sul tema e poi diventare, in qualsiasi forma, attivisti, nel senso di condividere queste informazioni. Solo se questa consapevolezza è sempre nella testa delle persone, allora è possibile che si formi l’effetto valanga di cui abbiamo bisogno per cambiare lo status quo.
Quanto al non volare, da giornalista faccio dell’andare a vedere ciò di cui scrivo un punto d’onore. I pezzi e le interviste dal vivo, piuttosto che via Zoom come questa, vengono meglio. Non crede che anche lei potrebbe avere un impatto maggiore se raggiungesse più posti in aereo piuttosto che viaggiare solo in treno o nave?
Forse il caso del reporter è diverso, ma una come me non ha davvero bisogno di essere sempre sul campo, dal momento che gli attivisti locali possono fare un lavoro buono quanto il mio. Mi sembra di essere più utile alla causa con questo gesto simbolico dell’astenermi da voli inutili. In ogni caso l’80 per cento della popolazione mondiale non ha mai messo piede su un aereo, e quindi dire che anche noi privilegiati ne possiamo fare a meno forse serve a comunicare che siamo dentro a un’emergenza piuttosto seria.
Che impatto ha avuto sulla sua vita essere diventata in soli quattro anni uno dei nomi più riconoscibili del mondo?
Un impatto enorme. Praticamente ogni ora che sono sveglia la dedico a essere un’attivista. La mia vita è cambiata completamente. Però questo le dà anche un senso che prima ignoravo.
Recentemente avrebbe detto di essere pronta lasciare il suo ruolo di portavoce informale del movimento ambientalista a qualcun altro: si è stancata?
(Sorride). Non so neanch’io bene come dalla dichiarazione originaria siamo arrivati a quel titolo rilanciato da molti siti e giornali. Ciò che io ho veramente detto è che c’è bisogno di mettere il megafono nelle mani delle persone più colpite direttamente dalle conseguenze della crisi. In altri termini, serve decolonizzare il movimento per la lotta climatica. Sono un’attivista e intendo continuare a esserlo. Continuo a fare gli scioperi del venerdì e questo libro è solo un altro modo di lottare. No, non ho alcuna intenzione di fare un passo indietro.
Cosa immagina per il suo futuro prossimo? Non prende in considerazione di entrare in politica?
No, non è la cosa giusta per me. Mi diplomerò a primavera, dopo aver saltato un anno, e non ho assolutamente idea di cosa farò dopo. L’unica certezza è che voglio essere un’attivista e portare un cambiamento reale.
Il suo è un librone pesante che è stato stampato e spedito nel mondo. Ma anche la sua versione elettronica, che pesa sui 200 Mb, è l’ebook più pesante in cui mi sia mai imbattuto. Non potevate optare per qualcosa di più leggero, con un’impronta di carbonio più bassa?
(Ride di una risata che non so dire se più imbarazzata o liberatoria.) Nel volume propongo un ripensamento di consumi con un impatto decisamente più rilevante di quello dei libri, che almeno servono per acquisire consapevolezza. E sì, è un volume pesante, ma questo lo si deve perlopiù ai grafici che sono davvero magnifici e, si spera, faranno capire molte cose a molte persone. È vero, certo, che anche le cose digitali sono energivore e dunque hanno un impatto sul clima. Ma se la tua casa va a fuoco la prima cosa che fai è scappare, e solo in un secondo momento pensi ai dettagli che, altrimenti, rischiano di confondere rispetto al metterti in salvo.
Sia nel suo Paese che nel mio le ultime elezioni hanno visto il successo di forze di destra che, storicamente, non hanno dimostrato grande sollecitudine nei confronti del clima: ne è preoccupata?
Posso dire che sia destra che sinistra sono stati, sin qui, molto lontani dal trovare una soluzione al problema. Il nostro precedente governo progressista si è distinto per una fenomenale attività di greenwashing. Il nuovo, però, come prima azione, ha dimezzato il budget per l’ambiente fino al 2025. E ha abolito il ministero per l’Ambiente, inglobandolo in un altro. Sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quindi sì, entrambi sono gravemente insufficienti. Ma le differenze ci sono. Eccome.
(Il Venerdì – la Repubblica, 25 novembre 2022)