Giuliana Cecconi

Care/i tutte/i,
prima di tutto vi ringrazio per avermi risposto e con argomentazioni tanto stimolanti.
Sono grata alla Libreria delle donne che mette a disposizione questo spazio di discussione che permette scambi tanto interessanti. Per comodità divido la mia risposta in tre parti:

Per Sara, Elisabetta e Laura C.
Io capisco che sia interessante e vi stia molto a cuore lo scambio che avete instaurato con gli uomini del vostro gruppo, anche se penso ci sia molta differenza tra confrontarsi con uomini che, almeno in parte, sono interessati alle esperienze,
ai saperi e alla politica delle donne, e gli uomini che incontriamo e con cui dobbiamo relazionarci tutti i giorni all’esterno di un contesto comunque privilegiato e facilitante.
Ma il punto che mi interessava capire meglio è il vostro posizionamento rispetto al percorso che questi vostri “compagni di viaggio” stanno affrontando.
Perché io continuo a leggere, nella vostra lettera precedente e in questa vostra risposta, non uno scambio, ma un’accoglienza a senso unico.
Che trovo pericolosa se individuata come strategia vincente per poter trovare nuove strade da indagare assieme con gli uomini che incontriamo nei contesti personali e lavorativi.
Mi sembra che ricadiate, ancora una volta, nel ruolo di cura e responsabilità destinato alle donne (studiato peraltro anche da femministe come Gilligan).

Per Elisabetta
A me non interessa mettere in scena il conflitto tra i sessi. A me interessa mettere in scena me stessa, cioè essere io con le mie scelte, i miei valori, il mio dire, la mia azione.
La trasformazione del tuo “quotidiano”, così come lo descrivi, non ti nascondo
che mi inquieta: tu hai ascoltato, dato credito, fiducia, hai dovuto essere più strategica, mediatrice e propositiva. E il tuo capo che percorso ha fatto? Sei riuscita a modificare anche il suo modo di porsi e di considerarti? C’è stato “reciproco riconoscimento”?
Quello che tu dici di avere messo in atto mi sembra quello che tu stessa, al punto 3 della tua lettera, chiami adattamento femminile alle dinamiche del maschile.
Ma a me, a questo punto della mia vita, della mia esperienza, del mio posizionarmi
nel mondo, la costruzione del “soggetto politico complesso” mi interessa solo se prima di tutto e soprattutto non sono solo io donna l’agente del cambiamento.

Per Umberto e Luciano
Cari Umberto e Luciano, effettivamente nella mia lettera davo un pò per certo che dagli uomini ci si può attendere solo ciò che si è sempre trovato. E dalla vostra risposta questo pensiero mi esce confermato. Infatti, poiché dichiaro che il processo di uscita dal patriarcato degli uomini spetta a loro, che ne sono ancora molto lontani, e che comunque
io, come donna, non me ne voglio occupare né preoccupare perché devo e voglio
ancora occuparmi e preoccuparmi di mantenere saldo, chiaro, visibile e autorevole
il mio posizionamento nel mondo, e, casomai, spendere energie perché questo
diventi patrimonio acquisito dal maggior numero di donne possibili, ecco che subito decidete che di separatismo si tratta, con tanto di lezione su quello che il separatismo ha significato per le donne nel passato e sentenza finale che il separatismo, oggi, non ha più senso. Potete, per favore, lasciare parlare le donne sul separatismo passato e presente?
Sappiamo noi perché l’abbiamo praticato e/o continuiamo a farlo.
Sforzatevi di non volerci rispiegare la nostra storia, penso sia il primo passo del percorso che volete intraprendere.

Per tutte/i
Ciò che mi ha più colpito nelle risposte è l’uso dei termini maschile/femminile usati quali sinonimi di uomo/donna (vecchia lezione femminista quella di indagare il linguaggio quale dispositivo di produzione e riproduzione del genere?).
Una soggettività, quindi, eteropatriarcale, nuovamente costretta nel dualismo maschile/femminile, che non tiene conto né dei rapporti di potere, che fondano il senso di identità, né delle soggettività irriconducibili nel binario maschile/femminile di cui parlano Butler, Haraway, de Lauretis e Braidotti.
Se il separatismo, con le sue certezze dicotomiche, è una politica superata, perché usare un linguaggio che riconferma una “identità di genere” monolitica che non può che i cacciare le donne all’interno del patriarcato?

Sara Gandini, Elisabetta Marano, Laura Milani, Laura Colombo

Partire dal piacere e dall’importanza dello scambio fra donne per tentare una relazione nuova con alcuni uomini: questa è l’ambizione che muove un gruppo iniziato circa un anno fa di cui facciamo parte. Gli uomini che hanno voluto cimentarsi in questa esperienza avevano caratteristiche che ci piacevano: l’estraneità all’autoritarismo, alla rincorsa al successo e al denaro, e l’interesse a confrontarsi con donne che avevano desiderio di riflessione politica ed esperienza della relazione con l’altra.
Abbiamo vissuto un confronto interessante e coinvolgente, ma non tutto è andato come volevamo. Ci siamo scontrate con un problema su cui vorremmo interrogarci e interrogare gli uomini per rilanciare la nostra sfida politica. Ci siamo rese conto che per alcuni di loro essere attenti alla politica delle donne significa assu
merne concetti e modalità, col rischio di diventare coincidenti a noi. Questo non ha favorito lo scambio a cui tendiamo, ha annullato una distanza per noi preziosa e ha messo in secondo piano quella differenza fra i sessi che, a nostro avviso, è fondamentale per una reciproca messa in discussione, o meglio, per poter stare in relazione nella libertà. La distanza a cui accenniamo è un punto di partenza che non può essere il nostro perché proprio di un uomo, legato alla sua storia, alle sue, lotte, spesso portate avanti in solitudine. Noi abbiamo capito che alcuni di essi, nel desiderio di annullare la distanza, annullano la necessità di confrontarsi con gli altri uomini, e questo è uno dei punti che fa problema. Ci riferiamo a uomini che noi chiamiamo, forse un po’ affrettatamente, “femministi” (parola che non ci piace ma che riassume molte caratteristiche). Il femminismo, o meglio, il simbolico femminile, rappresenta a nostro giudizio una grandiosa possibilità per gli uomini, così come è stata ed è una feconda realtà per le donne. Ma nasconde un’insidia, un nodo con cui non è facile fare i conti. Gli uomini possono ncevere dalle donne tesori incredibili, ma possono anche restituire (ed è questa la nostra scommessa) una ricchezza: forse la sicurezza nel portare avanti i loro progetti, quella baldanza realizzatrice e quella differenza maschile non prevaricatrice che sappia metterci in discussione, stando in relazione. E’ vero, noi femministe possiamo abbagliare, ma se gli uomini riuscissero a recuperare parte della propria storia per farla incontrare col sapere delle donne, senza perdersi nel desiderio della coincidenza, allora le relazioni con gli uomini potrebbero ricominciare a diventare utili e interessanti politicamente. Siamo convinte che la distanza fa gioco, crea interesse, smuove passioni, se vissuta nel qui e ora del regalo dell’ascolto e dello scambio reciproco, come sottolinea un amico nella “posta in gioco” dei nostro sito (www.libreriadelledonne.it).

Marinella Correggia

Nel piccolo stato indiano del Kerala un oscuro consiglio locale sta tenendo testa a un colosso multinazionale. Lo scontro è ormai classico: da un lato i diritti fondamentali di comunità locali (spesso povere) sulle risorse vitali dell’area, dall’altro gli interessi di giganti che producono ma creano un certo numero di posti di lavoro (per poveri), il tutto con la connivenza delle autorità regionali o statali, e con un ruolo talvolta progressista e talvolta conservatore da parte dei tribunali. Stavolta, il tribunale dello stato ha agito per bene: ordinando a un impianto di imbottigliamento della Coca Cola di fermare l’estrazione di acqua dalla falda acquifera locale, dando un mese di tempo all’azienda un mese di tempo per fermare le operazioni estrattive nell’impianto di Plachimada, distretto di Palakkad, e trovare fonti alternative. I dirigenti della Hindustan Coca-Cola Beverages Private Limited, branca indiana del colosso di Atlanta, ricorreranno in appello. L’azienda aveva chiesto tempo fa il rinnovo della licenza per la sua fabbrica di imbottigliamento a Plachimada, in Kerala appunto. Era stato lo stesso panchayat (il consiglio locale, organismo eletto) di Perumatty nel gennaio 2000 a dare la licenza alla Hindustan Coca-Cola per la fabbrica di Plachimada, il cui compito consisteva nell’importare da Atlanta la miscela segreta, mescolarla con l’acqua locale e imbottigliare il tutto. Erano un po’ di soldini per la comunità: annualmente il panchayat riceveva l’equivalente di 11.000 come tassa sull’immobile, poi circa 800 euro-equivalenti a titolo di licenza per produrre e infine circa 4.000 euroequivalenti sotto forma di tassa professionale. Soprattutto, c’era la questione dei posti di lavoro: 150 permanenti e 250 a termine. Il permesso era stato regolarmente rinnovato, e l’ultima licenza scadeva il 31 marzo 2003.

 

Ma i vantaggi erano evidentemente poca cosa a fronte della perdita di acqua. Così, gli abitanti dei villaggi circostanti, colpiti da crisi idrica – la fabbrica assorbiva 1,5 milioni di litri al giorno – si sono organizzati e sono riusciti, con l’appoggio di gruppi ambientalisti e di alcuni partiti, a rendere pubblica la loro protesta in tutta l’India. Tanto che è partita proprio da Plachimada, nel gennaio scorso, la padhyatra (marcia) di un’alleanza indiana di lotte popolari – fra cui la Narmada Bachao Andolan – che in due mesi di cammino si è posta l’obiettivo di interagire con le popolazioni e le autorità locali e statali in diverse parti dell’India.

 

Pochi mesi dopo, il 7 aprile di quest’anno, di fronte alle proteste popolari il panchayat ha preso la decisione di cancellare la licenza, con la motivazione che la fabbrica aveva portato al quasi esaurimento, e all’inquinamento, delle falde acquifere dell’area circostante. La Hindustan Cola si è allora rivolta alla Kerala High Court (tribunale) mettendo in discussione l’autorità del panchayat in materia; ma il tribunale ha stabilito che quest’ultima spieghi la propria posizione all’incontro del panchayat, il 17 novembre. Quel giorno, come riferisce il reportage della rivista indiana Down to Earth, il presidio di protesta davanti alla fabbrica era ormai arrivato a 550 giorni. Tre chilometri più in là, davanti alla sede del panchayat, invece, da circa 180 giorni erano i dipendenti di Coca Cola a campeggiare, chiedendo il rinnovo della licenza di imbottigliamento. Il 17 novembre i tredici membri del panchayat hanno sottoposto al manager una serie di domande, lasciate senza risposta. Poi la recente intimazione di chiusura da parte del tribunale.

 

Problema: Cherkkalam Abdulla, ministro dello stato del Kerala, poco prima della nuova sentenza ha ribadito che «il punto di vista degli abitanti di Palakkad non riflette quello dell’intero stato. Abbiamo bisogno di industrie e di lavoro» (nnon importa per produrre che cosa, e a quale prezzo).Il tribunale ha invece sentenziato che l’acqua di falda è un bene collettivo e lo stato ha il compito di proteggerla dallo sfruttamento eccessivo, pena la violazione dei diritti fondamentali garantiti dall’articolo 21 della Costituzione. Chi vincerà in appello?

Marina Boscaino

Di cosa vuole convincerci la signora Moratti? Di cosa ha bisogno di convincerci? Come un caparbio amante respinto continua ad inviarci doni. Invece delle tradizionali rose rosse, il suo tentativo di lusingarci, di persuaderci passa attraverso un’interminabile spedizione di materiale patinato: opuscoli, lettere, brochure, tutti partonti dalla stessa impeccabile regia, marketing oriented, profonda conoscitrice dei recessi angusti in cui la mente umana si è rintanata in quest’epoca di crisi e delle necessità di una società sempre più rivolta all’apparenza che alla sostanza.
Di persone che inseguono sogni e miti fragili, l’epopea delle soap, le veline che sculettano in televisione, lo chansonnier di bassa lega che diventa Presidente del Consiglio e padrone dell’Italia. Ma, c’è un ma. Noi siamo insegnanti, noi siamo educatori. Il nostro compito principale è anche quello di guardare al senso profondo delle cose. Insegniamo che la forma può essere significativa solo se supportata da un progetto ideale che le conferisca sostanza. Con chi crede di avere a che fare il Ministro Moratti? Ci dipinge, noi insegnanti, nei suoi spot televisivi come sorridenti e rassicuranti interlocutori di giovani ben vestiti ed entusiasti, dimenticando che tanti di noi lavorano quotidianamente in situazioni al limite della praticabilità, in condizione di degrado ambientale, in classi al limite della capienza; al cospetto anche di bambini o ragazzi portatori di handicap, sempre di più, che – grazie anche ad una spregiudicata gestione delle risorse e ad una politica di taglio selvaggio – non trovano il sostegno di cui avrebbero bisogno e che una logica di civiltà dovrebbe garantirgli di diritto; e la cui cura è completamente affidata alla buona volontà e all’improvvisazione di ciascuno di noi. Dei nostri stipendi è meglio tacere. La realtà – sembra ignorare il Ministro dell’Istruzione non è rappresentata dai suoi sobri tailleur e dalla sua impeccabile acconciatura. La realtà non è quella della propaganda, nella quale continua a sperperare denaro pubblico.

La strenna natalizia quest’anno è verde come la speranza, il colore simbolo di tutta l’invasiva campagna pubblicitaria che da un anno circa imperversa su giornali, radio e Tv. “Una scuola per crescere” (tanto per cambiare) è l’agenda – inviata a personale docente e amministrativo – in cui, in duecento pagine a colori, vengono proposti per l’ennesima volta ai lavoratori della scuola i contenuti della riforma approvata il 28 marzo del 2003 ma ancora impantanata nega mancata approvazione dei decreti attuativi. In assenza dei quali la Moratti spedisce, augura, consiglia, pontifica. Le rose, quelle dell’amante di cui sopra, generalmente fanno una brutta fine, dimenticate in un vaso o addirittura depositate nel secchio dell’immondizia. Per le agende del ministro si prevede un’altra sorte, non meno ingloriosa: “Agenda Moratti. No grazie” è il civilissimo slogan che la Cgil ha individuato per boicottare l’iniziativa.

Mentre gli istituti sono sul lastrico, il ministro si preoccupa di spendere soldi per pubblicizzare la sua “riforma”: sono circa 10 i milioni di euro investiti in questa campagna. Ma niente integralismi o falò in piazza; semplicemente le agende sono state e verranno rispedite al Ministero. Tutti i maggiori sindacati della scuola, compresi i Cobas e la Gilda, si sono impegnati in questo contro-invio. Da quasi tutte le regioni d’Italia nel mese di dicembre si sono susseguite spedizioni al mittente, da parte di singoli lavoratori, dei sindacati che si sono incaricati della restituzione. Ci sono piccoli fatti che a volte sono in grado di scatenare reazioni imprevedibilmente significative. Ebbene sì, quando è troppo è troppo. Sono circa due anni e mezzo che il Ministro Moratti tratta la scuola pubblica italiana come un’azienda (non di famiglia, quella si tratta con più cura e con più accortezza), applicando al sistema dell’istruzione pubblico nazionale strategie inadeguate, soluzioni pseudo-manageriali e soprattutto apportando drastici tagli alla spesa. In questi due anni e mezzo abbiamo dovuto sopportare di tutto: dall’insulto del bonus per chi iscrive i figli alle scuole private (a proposito, i rimborsi stanno arrivando in questi giorni) all’immissione in ruolo degli insegnanti di religione; dall’attacco all’autonomia dell’insegnamento con la penosa querelle sui testi di storia, all’equiparazione tra servizio nella scuola pubblica e nella scuola privata. Finanziaria dopo Finanziaria, taglio dopo taglio abbiamo letto il rapporto dell’Eurispes sull'(in)sicurezza negli edifici scolastici. La legge delega poi è un contenitore che per il momento è vuoto, ma che rappresenta 9 pericoloso presagio di un’idea di scuola contraria ad ogni principio di equità di solidarietà, di pari opportunità per tutti i cittadini di questo Paese; clamoroso il suo attacco al tempo pieno. Ce n’è stato per tutti i gusti, alla scuola non si è risparmiato nulla (tranne i soldi da investire). Ma con l’agenda, con questo gadget di raffinata eleganza, si è toccato il fondo: curato vademecum che ci spiega quanto sia stato bravo questo Governo, in che razza di scuola meravigliosa avremo il privilegio di insegnare, quanto lo zelante ministro abbia a cuore le politiche scolastiche.

Propaganda, chiacchiere raffinate al prezzo di 10 milioni di euro. Garbate menzogne che tentano di coprire una voce sempre e comunque inascoltata, quella del mondo della scuola, che tante volte in questi ultimi mesi si è levata alta a dire che questa riforma non la vogliamo. A chiedere di rivedere le cifre, gli investimenti, i diritti che un paese che voglia realmente crescere e che creda nel suo futuro deve necessariamente impegnarsi a garantire. A decine di migliaia gli insegnanti stanno rispondendo in tutta Italia a questa inutile provocazione, a questa incosciente presa in giro; addirittura gruppi spontanei di boicottaggio hanno organizzato presidi e sit-in: a Torino, a Milano, a Pordenone, in Sardegna, a Treviso, a Bologna, nel Sud. L’augurio che inviamo al Ministro è quello di trascorrere un Buon Natale tra le montagne: non montagne di neve, ma montagne di agende. Simbolo dell’indignazione degli insegnanti; e invito (forse troppo ingenuo) al pentimento, per un’occasione sprecata: quella di affidare semplicemente ad un dignitoso silenzio il commento dello stallo di una riforma che, nonostante i proclami e un costosissimo battage pubblicitario, stenta a decollare.

da il manifesto

“Culture creole. Imprenditrici straniere a Milano” di Carla Lunghi

Il processo di globalizzazione sta certamente modificando in profondità il mondo in cui viviamo, rimescolando confini, ridefinendo identità, ponendoci di fronte a sfide che, prima ancora di poter essere affrontate sul piano dell’azione politica, richiedono di essere capite, elaborate, pensate. Interpretare quello che ci accade oggi resta dunque una sfida aperta per una sociologia tesa a dare voce e parola ai soggetti, impegnati a cercarsi nel quotidiano. La recente ricerca di Carla Lunghi Culture creole. Imprenditrici straniere a Milano (Franco Angeli), s’interroga sui fenomeni migratori e sul processo di globalizzazione dirigendo lo sguardo verso un settore (quello delle donne straniere imprenditrici a Milano) delimitato dal punto di vista oggettuale e definito da quello territoriale, ma proprio per questo anche più controllabile e maggiormente accessibile a un’analisi concreta. Richiamandosi alla direzione metodologica praticata da Laura Bovone, la ricerca assume come strumento dell’analisi sociologica i racconti di vita delle protagoniste. Il libro si presenta allora come il tentativo di narrare le storie di queste donne, lasciando a loro stesse il compito di raccontarsi attraverso lunghe interviste di cui l’autrice riporta ampi passi.
Il motivo che conduce a scegliere le donne straniere come oggetto dell’indagine è chiaro sin dall’inizio. Nella figura della donna straniera si incontrano due categorie tradizionalmente marginali che sembrerebbero in linea di principio dover restare escluse dall’attività creativa. Carla Lunghi è invece interessata a queste donne straniere proprio in quanto imprenditrici che si sono affrancate da una duplice passività, da un lato riappropriandosi di pratiche tipiche delle donne che però, in quanto pratiche dell’eccellenza, divengono spesso prevalentemente maschili, e dall’altro riscoprendo il valore innovativo della propria cultura di origine”Indagare la moda e il cibo – scrive l’autrice – ha quindi significato tutto questo: da un lato verificare la creatività della cultura popolare, soprattutto laddove pratiche straniere si mescolano a prassi locali, e dall’altro scommettere sull’esistenza di- nuovi ruoli femminili elaborati da coloro che sembravano, per definizione, condannate alla tradizione, le donne straniere”.
Seguendo le narrazioni delle intervistate, Lunghi cerca di mostrare come il processo di globalizzazione non produca soltanto una- standardizzazione dei modelli di vita, poiché la cultura popolare, che in queste donne vive e si esprime, manifesta una notevole vivacità. I migranti sono costantemente in viaggio, e con loro viaggiano le loro culture. Innestandosi in nuove realtà locali queste producono commistioni tra usi stranieri e tradizioni locali, generando oggetti e beni che condensano stratificazioni di significati e che, in quanto fruiti dalla cultura d’accoglienza, indicano non solo un fenomeno economico, bensì la ristrutturazione simbolica e materiale degli ambienti ospitanti, una contaminazione produttiva: introducono nuovi stili di consumo e dunque originali modi di immaginare e fruire la vita, il corpo e il tempo.
Questi prodotti culturali non si limitano infatti a riproporre modi dettati dall’immaginario della cultura d’origine, ma si adattano a nuove situazioni facendosi a loro volta contaminare dalle tradizioni ospitanti. Di qui l’idea di culture creole, di linguaggi nuovi che propongono alla riflessione un altro aspetto, alternativo e per molti versi antagonista, della globalizzazione. La produzione culturale di queste donne rappresenta infatti una singolare mescolanza di diversi tratti che, invece di giustapporsi, si fondono, dando luogo a qualcosa di nuovo e di originale, a prodotti ibridi che superano le rigide barriere tra cultura alta e cultura popolare o di massa.
Di questa ricca ricerca, attenta all’analisi del quotidiano, almeno un altro aspetto va segnalato. L’analisi delle reti reali che spesso sostengono il lavoro delle imprenditrici straniere mostra come, nel processo migratorio, proprio alle donne risulti forse assegnato un ruolo “privilegiato”. Dovendo gestire con scioltezza ruoli formali e informali, esse sono infatti portate a creare doppi legami innanzitutto fra il contesto &origine e quello d’accoglienza, ma poi anche a coniugare, in maniera libera e originale, pratiche e modelli tradizionali con valori e prassi della modernità. Esse stanno così potenzialmente al centro di un’integrazione che non si esaurisca nella passiva assunzione dei modelli propri del contesto d’accoglienza. Lunghi suggerisce che, dovendo giocare un ruolo di mediazione nel lavoro, nella scuola, nella vita associativa, le donne straniere non rappresentano l’anello debole della catena migratoria, bensì la potenzialità di un’integrazione creativa che produce innovazione.

Un seminario sul tema «Comunicare l’Africa», in coincidenza con il Festival del cortometraggio di Siena

L’Africa nera che resta oscurata, che non fa notizia, che è teatro di guerre `dimenticate’ nonostante il bollettino quotidiano dei morti, le legioni di bambini-soldato, la magnitudine dei disastri dello sviluppo, il disperante dilagare dell’Aids è stata al centro di un seminario sul tema «Comunicare l’Africa» al Festival internazionale del cortometraggio di Siena: un incontro ricco di voci e contributi `interni’ al problema, perché promosso dalla Fondazione africana per la medicina e la ricerca (dal 1957 presente in quattordici paesi africani) in tandem con l’Osservatorio sui modi di ‘trasmettere’ l’Africa in occidente, da poco istituito all’Università di Siena. L’Africa che la percezione dei bianchi (e anche dei neri, `educati’ alle scuole dei bianchi) ha storiografato «radicalmente altra e inferiore, fin da Hegel ritenuta vuota di storia, persino di anima, e quindi di pensiero, di umanità», come ci ricorda il giornalista congolese Jean Léonard Touadi, in Italia da un sufficiente numero di anni per potere descrivere filtri e stravolgimenti del nostro media-system. L’Africa interiorizzata, insomma, come `terra incognita’ e in definitiva inconoscibile, nel migliore dei casi punto di cesura dell’originaria asimmetria di relazioni: fra la tigre («che anziché ribadire la sua tigritudine dovrebbe piuttosto saltare sulla preda») e i sensi di colpa del muzungu, uomo bianco, che potrà al massimo interrogarsi circa i propri fraintendimenti, ma non certo sbarazzarsi dei filtri che li hanno originati. Un seminario che nell’intervento introduttivo di Giulio Cederna e soprattutto in quello finale dell’africana Zawadi Mawanda, non ha potuto che concludersi su un ulteriore rosario di interrogativi: ammesso – al di là della solidarietà di maniera, e con il supporto dei complici `giusti’ – che si riesca a bucare il muro dell’indifferenza, ammesso che questo riesca grazie ai vari contributi di conoscenza e passione e capacità di ascolto di attori, registi, testimonial di ottimi documentari, riusciremo a orientarci per capire quale sia l’Africa che viene fuori da quanto si continua a comunicare? Quante altre parti dello stesso continente resteranno comunque escluse? L’intervento di Mawanda ci ha informato del fatto che su trentuno milioni di Kmq si parlano in Africa ben 1000 lingue diverse, di cui solo 10 da più di 1 milione di persone; che il 70% degli africani vive in villaggi, nell’Africa rurale, e quindi immuni da qualsiasi influenza d ei media; e che, anche nelle zone urbane, il 45% della popolazione non legge, ovvero è esclusa dal flusso di storie scritte; mentre chi segue la Tv apprende le storie filmate dei paesi confinanti solo attraverso i vari reportage occidentali.

 

In compenso, per esempio in Nigeria, si assiste alla crescente popolarità di film low low budget, sfornati in quantità, seguitissimi da tutti in tutta la regione – ma bollati come trash movies dal Washington Post. Per non dire della musica, da sempre veicolo primario di storie: c’è una moltitudine di Afriche che continuano a raccontarsi e trasmettersi nelle nenie, nei canti, nei rap, con parole e ritmi e invettive propri. Come intuiamo dal piccolo ma straordinario Tv Slum, esperimento realizzato tra un gruppo di street boys di Nairobi che si sono vicendevolmente ripresi in video, senza filtri, senza veli, nella loro disgraziata vita in discarica, drogati di colla e puzza di piscio.

 

C’è un’Africa insomma, che al di là delle nostre facoltà di ascolto o distrazioni, ha già iniziato un fermento in proprio di comunicazioni che si esprime nelle mille radio dei villaggi, nei fumetti, nella cultura dell’indisciplina e nell’arte di arrangiarsi. E converrà andarla a scovare se si vuole, finalmente, mutare la prospettiva d ei nostri sguardi.

lettera di Marina Santini

Leggo l’editoriale di Roberta Carlini, «Lettera dalla scuola» (il manifesto 30 novembre). L’ultima frase «lamenta» che nessun insegnante statale ha ricevuto una lettera autografa della ministra dell’Istruzione – non più pubblica – come invece è accaduto alle famiglie dei ragazzi e dellle ragazze che hanno scelto la scuola privata. Mi permetto di far notare come, invece, noi insegnanti statali abbiamo ricevuto ben di più dalla ministra: un’agenda scolastica, con tanto di lettera-prefazione e firma. Questa agenda, ricca di immagini a colori e di «fondamentali» informazioni sui sistemi scolastici europei, è arrivata nelle scuole nella seconda metà di novembre: lo sa la ministra che le scuole iniziano ai primi di settembre? lo sanno le famiglie che parte dei pochi soldi destinati alla scuola pubblica servono per la propaganda ministeriale? Come altre e altri insegnanti rimanderò al mittente il «gentile omaggio».

Donatella Alesi  *

A proposito di un romanzo, di un film, della presa di parola delle donne, della scuola e della lingua che ci nutre insieme al latte materno e all’aria che respiriamo

“Che ci fa Alu nelle capanne di un tessitore? Chiese stupito Gopal.
Non so. Li guarda tessere, probabilmente.
Bè, disse Gopal, devi spiegargli che se non va a scuola non potrà mai trovare lavoro.
Cosa? Balaram lo guardò con profonda meraviglia. Come potrei dire una cosa simile? Sarebbe sbagliato; sarebbe immorale. I bambini vanno a scuola per aprir gli occhi sulla vita della mente. Non per cercar lavoro. Se pensassi che il mio mestiere è solo un mezzo per trovar lavoro, smetterei d’insegnar domani”. [Amitav Gosh, Il cerchio della ragione, (1986) Torino, Einaudi, 2002, p. 64]

 

Il ricordo del dialogo tra un maestro elementare e il suo ex collega d’università, contenuto nel romanzo Il cerchio della ragione di Amitav Gosh, mi è tornato alla mente dopo aver visto il film-documentario del regista francese Nicolas Philibert, Essere e avere, proiettato nelle sale italiane l’inverno scorso. Del film avevo immediatamente apprezzato la felice presentazione di un’esperienza didattica in situazione con uno sguardo sensibile alla narrazione di parole e gesti nel cerchio vitale e vivente dell’agire pedagogico. Il nesso con quel passo del romanzo non ha fatto altro che mettere in parole l’emozione diretta e autentica di un’esperienza che vorrei fosse sempre presente nel modo in cui ogni docente narra la propria pratica didattica nell’epoca dell’aziendalizzazione del sistema scolastico. La dilatazione del tempo della relazione tra alunne, alunni e insegnanti, così ben mostrato nel film francese, nello spazio dell’aula deve essere il punto archimedico di ogni riflessione e discorso che parte dalla scuola ed ha per oggetto la sua narrazione: laddove si creano contesti viventi che attivano legami vitali, là si aprono spazi imprevedibili di libertà e di azione per ogni singolarità coinvolta. Di questo sapere è fatta la competenza simbolica delle/dei docenti; non è acquisito una volta per sempre e, soprattutto, in un modo unico e sempre uguale. Si alimenta con l’esperienza, per tutto il tempo necessario e non sempre misurabile, con buona pace di tutti i corsi di aggiornamento che per loro stessa natura negano la radice di quel sapere: il desiderio di imparare e di insegnare che trova spazio nell’amore e nella fiducia come fondamenti della passione dell’apprendere.
A partire da questo punto la distanza tra l’azienda e la scuola non può che essere massima: c’è bisogno di tempo inutile e non misurabile, di spreco e di pause per dare corpo, nel tempo, alla ricerca di parole e significati che diano senso e valore al nostro abitare nel mondo. La competitività e la produttività rispondono a logiche di dominio gerarchico del sapere e della conoscenza che nulla hanno a che fare con gli spazi delle relazioni incarnate intorno al desiderio di apprendere e alla libertà della ricerca.
Ecco, dunque, perché il dialogo del romanzo di Gosh, pubblicato nel 1986, può essere accolto e ascoltato in quest’inizio di secolo: quel fare e quell’agire, pur spostati nel tempo e nei luoghi, ci riguardano come una scommessa irrinunciabile per chiunque abbia a cuore la centralità dell’esperienza viva che cresce attraverso la quotidiana pazienza del raccontare in ogni aula scolastica, in ogni continente. Oggi le famiglie chiedono un’istruzione di “qualità” e sono disposte a spendere molto e perciò alla scuola e all’università chiedono risultati misurabili e immediatamente utilizzabili nel mondo del lavoro. Quanto più forte e pressante è la richiesta sociale, tanto più necessaria deve essere la risposta alla sfida per un’educazione non costretta a fornire le prove documentate di un saper fare ispirato utilitaristicamente ai modelli delle aziende e al linguaggio prodotto. Nel migliore dei casi è concepita come un servizio sociale e alle/ai docenti viene chiesto l’esercizio di un maternage orientato a soddisfare quel di più emotivo che l’ideologia delle tecnologie didattiche non riesce a soddisfare.
Dove i segni del potere e del denaro, del tempo frazionato e misurato s’incarnano in rapporti strumentali e autoritari, lì prendono vita e si sedimentano pratiche linguistiche che negano il piacere della relazione e del rispetto dell’altro, infarcite di metafore economiche che ne reificano la qualità umana. La scommessa che dobbiamo vincere riguarda precisamente la conquista del segreto dell’esperienza messa in parola, che somiglia al ritmo scandito dall’intreccio di trama e ordito, sempre uguale in tutti i tempi e in tutti i luoghi, come Amitav Gosh narra nel suo romanzo. Apre l’orizzonte di senso con un sapere relazionale, contestuale e della manualità. La scoperta di quel piacere restituisce al giovane Alu la passione dell’apprendere attraverso le mani e l’ascolto dei mille e più termini prodotti dall’arte del tessere, della quale non si stanca mai di sapere. Essa avviene fuori dall’aula scolastica e fuori dai confini delle discipline istituzionalmente accolte nei programmi scolastici. Dunque, i limiti della trasmissione tradizionale del sapere sono visibili nella lunga storia dell’educazione in Occidente e dei rapporti mai semplici con il sistema sociale e gli apparati produttivi. Approdano alla messa in questione dei fondamenti ideologici dell’istituzione e delle sue regole quando fanno irruzione soggetti non previsti: le donne, prima di tutto.

 


La natura della crisi

 

Il tesoro di questa esperienza coincide con l’avvenimento della libertà femminile nel Novecento: coincide, in altre parole, con il processo irreversibile della presa di parola e della visibilità pubblica delle donne. Esso ha innescato la crisi del modello moderno della scuola come spazio della trasmissione gerarchica dei saperi attraverso forme di apprendimento pensate da uomini per uomini e di questa gigantesca critica dell’autorità e della trasmissione unilaterale sicuramente più donne che uomini hanno voluto approfittare. Ne ha fatto tesoro il movimento dell’Autoriforma gentile, nel quale donne e uomini da alcuni anni hanno stabilito relazioni politiche per approfittare di quella crisi e provare a rovesciare la struttura dei discorsi che omologano l’altro da sé negando tutte le differenze1. Il processo di doppia femminilizzazione in atto nelle società occidentali – maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro e metamorfosi femminile del sistema produttivo – si è manifestato prima e con caratteristiche peculiari proprio nella scuola: il desiderio di lavorare creando contesti, utilizzando metafore, simulazioni, drammatizzazioni, insomma, facendo narrazione dell’esperienza viva che mette al centro la relazione incarnata, è la più potente espressione – potente perché rappresentata e visibile – della scommessa educativa che ha il proprio centro nella scuola come istituzione e come contesto relazionale. Di un pensiero politico dell’educare hanno parlato e scritto le/i docenti dell’autoriforma partendo dalla consapevolezza autenticamente inaugurale di ripartire dalla scuola come cuore della società che sta cambiando e sfidare contemporaneamente sia l’ideologia del cambiamento a tutti i costi, dai tempi serrati e non governabili, sia quella del catastrofe: il suo movimento procede dall’interno, dunque, ed è stato inaugurato dall’agire politico delle donne che hanno messo in gioco la capacità di partire da sé e dalla felicità delle relazioni incarnate con il senso dell’autorevolezza giocata in positivo nel vivo dell’esperienza. Il rovesciamento del punto di vista sull’inizio – dalla crisi della scuola al cambiamento della realtà – rappresenta l’imprevisto – nuovo e naturale come ogni nascita, direbbe Hannah Arendt – di una sfida che rifiuta la comoda immagine delle Cassandre ospiti dell’Hotel Abisso con il loro corredo di lamenti e di demoralizzanti effetti di ritorno: approfittare della crisi e della conseguente frammentazione dei nessi provocati dalle abitudini linguistiche del ordine simbolico patriarcale ha conseguenze dirette sull’efficacia della relazione con l’altro, sulla qualità dell’ascolto e dello scambio, rimette in movimento il presente qui e ora.

 


La scommessa politica

 

Per queste ragioni, ho trovato immediatamente godibile – perché rassicurante per il mio bisogno simbolico – la messa in scena del film Essere o avere. Mi era familiare quell’abitare pienamente lo spazio dell’aula con la concretezza delle esperienze educative agite quotidianamente. Allontanava la minaccia dell’impura contaminazione della realtà e dei suoi intollerabili cambiamenti.
Eppure, uscendo dalla sala cinematografica, qualcosa non tornava mentre analizzavo con pazienza le emozioni che il film mi aveva regalato. La figura onnipresente e rassicurante del maestro, sempre pronto a dare risposte ad ogni domanda, cancella il margine incerto dell’apprendimento giocato sulla reciproca domanda. Era qualcosa che il corto circuito con il romanzo di Gosh ha reso pienamente parlante: la scoperta dell’arte della tessitura che permette al giovane Alu, dopo l’inutile tentativo di frequentare la scuola ufficiale, di accostarsi al segreto di un mestiere antichissimo attraverso il libero e appassionato apprendimento del sapere della manualità destinata a diventare in breve tempo sinonimo di felicità del fare e del creare. Lontano dalla scuola. Nel corso del romanzo siamo chiamati ad osservare i passaggi di quella scoperta assimilata al lento e progressivo procedere nelle pieghe di un operare che ha bisogno di tempo e di errori per crescere più sicuro e più forte attraverso le mani. La felicità del ragazzo non aveva trovato accoglienza nelle aule scolastiche, nonostante le preoccupazioni pedagogiche dello zio maestro e noi lettrici/ lettori non possiamo non salutare con gioia l’imprevisto di una scoperta che lo condurrà nello spazio dicibile dell’esperienza accostata alle cose, in relazione vivente con coloro che sanno fare e dire a partire da sé: è il segreto di ogni mestiere e di quell’attività umana che sa produrre linguaggio, modi di dire, metafore, come la tessitura. Di quel segreto non c’è traccia nelle aule scolastiche del villaggio indiano così come nella scuola rurale del film francese.
Tuttavia questo scacco della pratica didattica, comune a molte narrazioni artistiche sulla scuola degli ultimi anni, è sempre meno vero perché corrisponde agli stereotipi del senso comune impegnati in una gigantesca opera di svalorizzazione collettiva dei cambiamenti avvenuti nella scuola. Rincorrere l’ideologia della cultura professionalizzante al servizio del sistema produttivo, esercitare forme di maternage emotivamente esaustivo, separare pubblico e privato della propria immagine di docente sono i punti critici delle due rappresentazioni artistiche che ho voluto richiamare nel mio discorso: a quei modi di incarnare il mestiere dell’insegnamento io non riconosco l’autorevolezza per aprire conflitti e un radicale, differente agire politico nella scuola perché da essi non nasce la domanda che innesca l’apprendimento e l’auto-apprendimento, che solo il movimento politico del partire da sé può provocare. Solo con quel gesto, che mi viene dalle donne del femminismo che ho conosciuto, creo il contesto in cui la relazione si incarna, cresce, matura, si rivela in parole senza le quali l’azione e il discorso perderebbero ogni rilevanza umana, a cominciare dal suo carattere di imprevedibilità, che è radice di ogni agire all’insegna della libertà e del desiderio.

 

* Società Italiana delle Letterate. Di Donatella Alesi abbiamo pubblicato l’articolo “L’amore della lingua” sul numero di école di ottobre 2003.

 

NOTA
1. L’Autoriforma gentile e la Società italiana delle Letterate hanno organizzato nello scorso ottobre a Roma l’incontro nazionale “La lingua che ci amora. Esercizi di libertà per imparare con”.

 

Bibliografia di riferimento
Paola Bono, Sara Cabibbo, Marina Camboni, Maria Vittoria Tessitore, et al., Lett(erat)ura. Lavori in corso, Roma, La goliardica, 1985.
Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, a cura di Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini, Milano, Pratiche, 1998.
Vita Cosentino, Guido Armellini, Scuola, Bologna, CLUEB, 1999.
Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell’insegnamento, a cura di Marina Santini, suppl. di Via Dogana, n. 62, 2002.

Mio nonno è stato il compagno della mia infanzia, ed era un uomo geniale, colto, affettuoso. In più era un artista, e sulle pareti del suo studio c’erano i molti quadri dai quali non si era potuto distaccare; tra questi, il mio preferito era un disegno del Mosè di Michelangelo, fatto a matita e carboncino quando lui aveva diciotto anni. Mi ha raccontato la leggenda di quella statua. Una volta completatala, Michelangelo le ha dato una martellata sul ginocchio, urlandole “Perché non parli?”; al suo capolavoro, secondo lui, mancava solo la parola per raggiungere la perfezione assoluta.
“Perché non parli?”: crescendo mi sono accorta che la stessa domanda che il grande artista ha posto invano ad una statua, le donne la pongono quasi quotidianamente agli uomini, a partire da quelli con cui dividono la casa, il lavoro, gli affetti, i figli, la politica… Esperienza comune di tutte è di avere accanto uomini che agiscono senza parlare e senza chiarire, nemmeno a se stessi, le proprie motivazioni, desideri, obiettivi. “Perché non parlano?” ci chiediamo spesso anche tra donne, cercando di penetrare il silenzio assordante degli uomini che ci circondano. Avendo molte domande da fare e quasi nessuna risposta, il rischio di scivolare nell’interpretazione è quasi inevitabile, quindi le donne hanno molte teorie sul perché del silenzio maschile, ma senza una relazione con la controparte è impossibile verificarle. Quindi è difficile non interpretare e limitarsi a descrivere, continuando a sperare che una qualche affermazione solleciti l’inizio di un dialogo.
Io sono molto in difficoltà con gli uomini, a volte, mi dico, non mi piacciano granché. Cos’è che non mi piace di loro? Ecco, nella mia esperienza, anche di convivenza con un uomo, ho capito che quello che mi piace meno è che spesso gli uomini tendono non a pensare a te, ma a pensare per te. Un uomo innamorato è pericolosissimo, in quanto non ha nessun confine, e non riesce a distinguerti da se stesso. Quello che chiede alla sua donna è di restare nell’indistinto della fusione e se lei prova a distaccarsene scatena reazioni anche brutali. Mi direte: è l’innamoramento che funziona così. In parte è vero, ma questa tendenza la vedo accentuata negli uomini perché spesso la relazione con la loro compagna è l’unica significativa della loro vita, quindi non hanno altri “sguardi esterni” che danno misura e confini. Per questo, quando un uomo mi dice che mi ama, sempre più spesso penso che potrebbe anche farmi fuori se non sto attenta e se non lo “maneggio” con cautela.

Marina Terragni
Penso a due cose simultaneamente. Penso all’aspra guerra dei sessi nel privato. Crescono le separazioni, soprattutto quelle giudiziali, e i divorzi. Spesso che la chiave del divorzio è l”eccessiva” affermazione professionale della moglie. E poi non passa settimana senza che la cronaca non riferisca di un delitto di coppia, o di un omicidio-suicidio per ragioni di gelosia, abbandono, conflitto sui figli. Quasi sempre le vittime sono donne, quasi sempre gli assassini uomini. Gli osservatori di Eurispes hanno parlato di “vittime forti”.
Si soffre molto nella coppia, anche quando non si arriva a questi estremi. Un rancore, un dolore che restano fuori dalla scena della sexual correctness che domina nel mondo del lavoro e delle relazioni pubbliche tra i sessi. Tutta una parte della nostra vita che passa sotto silenzio, le donne ne parlano poco e sottovoce anche tra loro.
L’altra cosa che ho in mente riguarda la differenza sessuale. Intendo il modo in cui io e molte altre usiamo questo concetto. Mi rendo conto che il mio modo di parlare di differenza sessuale salva e ad un tempo tiene fuori gli uomini. Li salva perché quando penso alla differenza sessuale penso in primis alla mia differenza dagli uomini. Sono io cioè che eccedo, mi scosto, devio da un maschile che al fondo resiste, intatto sebbene in crisi, come neutro di riferimento. Tiene fuori gli uomini perché la differenza sessuale non li investe, gli scorre a lato, sembra lasciarli sempre identici a se stessi e al centro per quanto indeboliti, anche quando sono disposti – bisogna poi vedere come e perché- a riconoscere la mia, di differenza.
La differenza andava nominata ed è stata nominata come differenza femminile, e storicamente si capisce perché le cose siano andate così. Ma il momento di oggi chiede di nominare chiaramente anche la differenza maschile, il passo che va fatto è questo, credo. Il modo in cui ho sempre pensato la differenza sessuale rende opaca la differenza maschile, non chiama reciprocità.
Gli uomini non hanno mai nominato la loro differenza. Taluni la affermano in qualche modo ma senza mai arrivare a nominarla.

[… ]

Circolo della Rosa
Via Pietro Calvi n.29
Tel.0270006265

 

Domenica 30 novembre 2003 alle ore 17 riceveremo, al Circolo della rosa, la visita di Odile Sankara e Léontine Ouédraogo. Arrivano dalla Francia dove hanno fatto e insegnato il teatro del loro paese, il Burkina Faso (Africa subsahariana). Qui, in Burkina, hanno fondato nel 1992 un’associazione, Talents de femmes per promuovere l’eccellenza femminile nelle arti dello spettacolo e nell’artigianato. L’associazione in questi anni ha messo in scena testi teatrali, ha promosso Giornate delle donne delle arti dello spettacolo e organizza stabilmente, ogni due anni, Voix de Femmes, noto in tutta l’Africa. Del loro impegno per la cultura delle donne hanno parlato il manifesto del 28 dicembre 2002 e Via Dogana n.61(giugno 2002).Odile e Léontine vengono a Milano per ritirare il premio Grazia Zerman che quest’anno è stato assegnato alla
loro associazione.
Per la storia del premio, si può consultare il sito della
Libreria, www.libreriadelledonne.it nel quale prossimamente si aprirà una stanza di attenzione affettuosa al Burkina Faso, un paese molto povero di beni materiali e ricco di cultura. In Burkina l’amore della cultura agisce come risveglio politico che attraversa tutte le situazioni, le donne artiste come i contadini dei villaggi, e al suo inizio ci sono gli anni rivoluzionari, tra il 1983 e il 1987, del presidente Thomas Sankara, fratello maggiore di Odile per parte di padre, poi tragicamente ucciso, ma mai dimenticato.
Con le nostre invitate parleremo di politica delle donne e di linguaggi artistici. E faremo un po’ di festa. Siete invitate/i a partecipare.
Vita Cosentino, Luisa Muraro, Serena Sartori

Serena FuartE’ Luisa Muraro a consegnare alle due ospiti del Burkina Faso il Premio Grazia Zerman, quest’anno assegnato all’Associazione Talents de Femmes. Odile e Léontine hanno parlato dei progetti della loro Associazione, del loro modo di fare politica e intendere la politica delle donne.
A introdurre la discussione assieme a Luisa Muraro sono Vita Cosentino e Serena Sartori

 

Luisa Muraro introduce ricordando la nascita del premio e presentando l’associazione Talents de Femmes.

 

Il premio Grazia Zerman

 

Grazia Zerman ha svolto un’intensa attività politica presso la Libreria delle Donne che l’ha vista impegnata, assieme alla sue compagne, in un lungo percorso di ricerca iniziato dagli anni settanta.
Prima di morire precocemente nel 1995 ha espresso ai familiari il desiderio di promuovere e sostenere economicamente la ricerca delle donne. Gli eredi si sono fatti portatori di questa richiesta e hanno fondato un’associazione a lei intitolata. L’Associazione Maria Grazia Zerman, nata nel 1996, si impegna così ogni anno, in due iniziative: una borsa di studio annuale per una giovane studiosa che voglia approfondire temi o specializzarsi in conoscenze interessanti per la cultura delle donne e un premio per una tesi di laurea dello stesso tipo.
L’anno scorso è si è deciso di modificare in parte questa formula e di ammettere anche associazioni a concorrere per il premio.

 

L’associazione Talents de Femmes

 

Nata nel 1992 ha lo scopo di promuovere l’eccellenza femminile nelle arti dello spettacolo e nell’artigianato. L’Associazione, composta principalmente da donne, non preclude la partecipazione agli uomini. In questi anni ha messo in scena testi teatrali, ha promosso Giornate delle donne delle arti dello spettacolo e organizza stabilmente, ogni due anni, Voix de Femmes, evento noto in tutta l’Africa. Del loro impegno per la cultura delle donne hanno parlato il Manifesto del 28 dicembre 2002 e Via Dogana n.61 (giugno 2002).

 

La premiazione

 

A ricevere il premio da Luisa Muraro sono Léontine Ouédraogo, per la prima volta in Libreria delle Donne e Odile Sankara già ospite in altre due occasioni.
Il riconoscimento monetario assegnato all’Associazione Talents de Femmes è stato accresciuto grazie alla donazione di parte del premio vinto da Maddalena Brentarolli assegnato dall’Associazione Grazia Zerman per la sua tesi di laurea su Ingeborg Bachmann.

 

Vita Cosentino dà inizio all’incontro presentando uno dei progetti di Talents de femmes. Si tratta del “Progetto per sostenere la formazione letteraria delle ragazze delle scuole superiori”, che ha particolarmente spinto lei e Luisa Muraro a proporre l’associazione per il Premio, e che, grazie al finanziamento ricevuto, nel corso del 2004 potrà essere realizzato.
Legge alcune parti dell’articolo di Via Dogana ‘Libertà senza emancipazione’ dedicato ai progetti di quest’associazione.
”Se anche avete un solo dente fate che sia di un bianco perfetto” dice il proverbio. Nelle donne burkinabè la passione per la scrittura esiste, questo è molto importante, si tratta ora di trovare dei quadri, un inquadramento affinché esse possano dare il meglio di se stesse. E’ in questa prospettiva che l’associazione Talents de Femmes, fedele ai suoi obiettivi, vorrebbe contribuire all’emergere della parola scritta femminile. La donna non ha forse una sensibilità che le è propria con la quale è tenuta a contribuire alla costruzione del pensiero nazionale? In altre parole, può esistere un pensiero nazionale senza l’apporto della donna? Indubbiamente la ragazza burkinabè ha problemi che possono essere giudicati prioritari: la scolarizzazione, l’educazione, la lotta contro le malattie sessualmente trasmissibili, il dramma delle ragazze madri. Tutti questi problemi, vissuti spesso in un drammatico silenzio, situano la giovane donna nel punto d’incrocio dei mali sociali del nostro tempo. E’ una ragione in più per dare la parola a queste vittime perché, come dice Edmond Jabès, “praticare la scrittura è praticare nella propria vita un’apertura da cui la vita si farà testo”.
Quello che colpisce Vita è la scelta di queste donne, pienamente consapevoli dei drammatici problemi del Paese, di adottare come strategia politica di soluzione la strada della scrittura offrendo alle ragazze giovani la possibilità di poter raccontare, scrivere quello che vivono e ciò che desiderano. “Per questa ragione molto importante – continua Vita – mi sono sentita di proporre assieme a Luisa questa Associazione. Ho capito che c’è oggi in questo Paese qualche cosa di straordinario di cui vale la pena di parlare e di discutere e che io vedo come una possibilità politica che si apre e che è interessante per noi anche qui in occidente.”
Una delle qualità speciali che distingue il Burkina Faso è il suo amore verso la cultura, una propensione appassionata che agisce come risveglio politico. Conta dieci milioni di abitanti, si trova al sud del Mali, in una zona arida del Sahel è povero di beni materiali quanto è ricco di manifestazioni culturali. E’ ultimo o penultimo in tutte le statistiche degli indici di sviluppo eppure nella sua capitale ogni anno vengono celebrate importanti eventi: negli anni dispari si organizza il Festival del Cinema Pan-africano, negli anni pari la Fiera dell’Arte e dell’Artigianato. La città è inoltre sede di moltissimi altri incontri culturali che interessano tutta l’Africa.

 

Vita Cosentino parla di questo ‘risveglio’ intrecciato tra una politica che ciascuno fa in prima persona e l’amore della cultura che ha origine durante i quattro anni di presidenza del Paese di Thomas Sankara, fratello di Odile (1983-1987). Quel periodo, che si caratterizza per i tentativi rivoluzionari di democrazia diretta, è stato molto importante da un punto di vista simbolico. Thomas Sankara parlava di decolonizzare la mente, di riprendere le radici culturali africane. C’è ora oggi molta attenzione intorno alla sua figura, oltre ai libri che trattano del suo personaggio, sono in preparazione due spettacoli teatrali in tema, uno in Italia e uno in Francia.
Vita parla anche di un pericolo, nel senso che si può guardare a quegli anni con un sentimento di nostalgia, nostalgia data anche dal fatto che le forme politiche come la rivoluzione a noi note, finiscono appunto per imporsi e oscurare qualche altra cosa, per esempio il presente in cui non c’è una rivoluzione con un capo carismatico, con una struttura o un piano che si attua. Tuttavia in Burkina sta succedendo qualcosa di straordinario, che è legato a quell’inizio ma che è andato avanti. Odile Sankara ha spesso parlato infatti di moltissime associazioni, cooperative di donne che preservano e promuovono la cultura.
“…ma quei pochi anni hanno rappresentato un passaggio salutare per tutti – ha dichiarato Odile nel corso di un’intervista al Manifesto fattale da Luisa Muraro -, ci hanno lasciato cose importanti come l’apertura al mondo e avere fiducia in sé, e queste sono delle qualità che non passano facilmente”. Vita cita anche la parole di Hamidou Ouedraogo, di recente a Napoli a ritirare il Premio Slow Food per la difesa della biodiversità. Nel ricordare quegli anni ha detto: “La dinamica ci ha ispirato. Ora ciascuno sa che lo sviluppo del suo villaggio comincia da lui. Abbiamo imparato anche che per lottare contro la povertà ci vuole accesso alla conoscenza. Abbiamo compreso che la base dello sviluppo è il sapere”.
Per chi abita in Burkina, continua Vita, è molto importante che in Occidente si conosca ciò stanno facendo perché questo contribuisce a farlo vivere.
“E’ per me molto importante essere in questo rapporto di scambio – conclude Vita – perché questo aiuta me e noi in Occidente a orientarci in politica fuori da schemi e da semplificazioni, al contrario in uno scambio vivo con altre realtà”.

 

Luisa Muraro dà inizio poi ad una discussione con le due ospiti proponendo degli spunti di riflessione da cui ha preso poi avvio uno scambio di idee.
Luisa chiedo loro di spiegare la ‘contraddizione apparente’ del ritirare un premio per un progetto di scrittura, per giunta in lingua francese, mentre loro provengono da una cultura essenzialmente orale.
“Abbiamo voglia di parlare e abbiamo delle cose da dire – risponde Léontine – spesso capita che in presenza degli uomini le donne tacciano. Tuttavia quando abbiamo un pezzo di carta e una penna in mano allora parliamo, con la scrittura le donne possono parlare di tutto quello che vogliono”.

 

“Per me il luogo della scrittura resta il luogo della libertà d’espressione – dice Odile -. Ci potrà essere la censura dopo ma intanto qualcosa è stato pensato e tradotto in scrittura. Per molti paesi questo è molto importante, è una presa di coscienza e padronanza di sé. Uno scrittore africano, Amadou Hampâté Bâ, disse che quando in Africa muore un vecchio è come se bruciasse una biblioteca.” Il punto su cui insistono le due ospiti è l’importanza della scrittura come trasmissione e conservazione della conoscenza.

 

Un altro tema altrettanto importante riguarda la presenza maschile all’interno dell’Associazione.
Léontine e Odile dichiarano che l’Associazione è aperta a tutti gli uomini che ne condividono gli obiettivi e precisano che l’Associazione non si pone come movimento femminista, mal visto in Burkina perché percepito come negazione dell’uomo, come lotta per occupare la sua posizione.
Luisa Muraro dichiara di comprendere questa posizione e chiede il loro parere sul fatto che una relazione uomo-donna possa essere arricchente per la cultura della donna. Chiede inoltre se è possibile trovare una strada di una pratica di relazione donne-uomini nel loro paese, dove ci sia libertà e non solo per necessità tattica, una pratica di relazione che possa portare al femminismo una nuova ricchezza, far intendere che si può, accanto alla relazione donna con donna, praticare delle relazioni con gli uomini che siano fonte di libertà.
Odile risponde che nonostante il loro movimento sia spesso stato interpretato come una lotta per la superiorità, nel loro progetto hanno delle cose da dire, vanno fiere di essere donne, “…noi però ci siamo ed esistiamo e quello che ci interessa è che nella relazione uomo-donna si crei una situazione in cui ciascuno trovi nell’altro riconoscimento di stima e di libertà”.

 

Serena Sartori interviene a proposito riferendosi alla grandissima apertura mentale del presidente Thomas Sankara, seppur durato solo quattro anni, nel corso del suo governo ha detto delle cose che mai nessun governo ha detto. Cita una frase che disse pubblicamente. “Se perderemo la battaglia della liberazione della donna, avremo perso ogni diritto a sperare nella trasformazione della nostra società in qualcosa di superiore. La nostra rivoluzione non avrà alcun senso”.
Sul tema della libertà si sviluppa un fruttuoso dibattito. Odile, riprendendo il discorso di Luisa, puntualizza però che la parola libertà riferita alla libertà di donna può essere interpretata in modo equivoco, come libertinaggio. Si chiede come può avvenire il cambiamento, come può una donna diventare libera in una società dove sia in casa che fuori casa comandano gli uomini, in una società fallocratica, dove il valore è di essere uomo.
Pone poi una questione molto importante: in Africa non si può andare in fretta e qui si parla di un cambiamento molto profondo e radicale di mentalità. Thomas Sankara, aggiunge, ha lottato per l’emancipazione delle donne, era un’epoca rivoluzionaria, gli anni ottanta, lui ha parlato a favore di questo ma ciò ha avuto un contraccolpo lacerante nelle relazioni domestiche, perché è stata intesa in modo sbagliato.
Luisa interviene ponendo una questione: se la parola emancipazione non è adatto, dice, il termine libertà, che Odile considera ‘delicata’ sembra più adatta. Libertà non è emancipazione, spiega ancora Luisa, libertà significa salvaguardia della soggettività, credenza personale, intreccio delle relazioni. L’emancipazione è il modello dell’altro, del sesso maschile, il desiderio di essere uguali agli uomini. Luisa dice di comprendere come la parola libertà sia spesso interpretata male, ma nonostante tutto ha un significato molto importante, si riferisce ad una crescita soggettiva personale, rispettosa della trama di rapporti. Meglio privilegiare questo termine allora.
Odile si dichiara d’accordo ma invita a far attenzione ai fatti e ai contesti. Léontine precisa quanto non è facile far intendere quel di più di sfumatura del termine.
Luisa puntualizza che quando usa il termine libertà parla esplicitamente di ‘libertà femminile’, termine che inscrive la differenza di essere donna nella libertà. Non si tratta di una limitazione di libertà ma un di più qualitativo. La libertà di cui ha bisogno una donna è qualcosa di più ricco rispetto alla libertà che garantisce un diritto.
Odile ribatte dicendo di non essere d’accordo sul fatto di utilizzare il termine ‘libertà femminile’ lei si dichiara propensa all’uso del termine libertà tout court, perché uomini e donne sono prima di tutto esseri umani.
Aggiunge, concludendo, che ci vuole un lungo lavoro di educazione per permettere a uomini e donne di diventare liberi di scegliere nella loro vita. Per questo il progetto di scrittura: è importante che possano meglio esprimersi.

 

Interventi

 

Viene lasciato spazio agli interventi del pubblico. In uno di questi si chiede che cosa la loro Associazione abbia realizzato finora.
“Poco e molto” è la risposta di Odile. “Siamo donne di teatro ed è quindi facile per noi far conoscere l’associazione attraverso spettacoli teatrali”.
Fa riferimento poi alle loro attività passate: nel 1996 hanno messo in scena uno spettacolo ‘Les coepouses’. Nel 1997 c’è stato il primo incontro di donne in occasione del Festival di Teatro che aveva invitato la loro associazione e loro ne hanno approfittato per fare un incontro di donne di più paesi (tra gli altri Mali, Costa d’Avorio e Senegal). Nello stesso anno hanno creato il festival ‘Voix des Femmes’ che è stato facile per loro perché attinge alla cultura tradizionale (danze, teatro, artigianato) e hanno portato in luce l’esistenza di gruppi che coltivano queste arti tradizionali del loro paese. Nel 2004 ci sarà la sua quarta edizione. L’Associazione ha inoltre organizzato incontri cinematografici al fine di mantenere costante la loro visibilità.

 

In un altro intervento viene chiesto se pensano di proporre argomenti precisi al concorso letterario per le giovani studentesse. Léontine risponde che non hanno intenzione di proporre dei temi, al contrario vogliono incoraggiare le donne ad esprimersi. Sarà la giuria che sceglierà i testi che verranno poi da loro recitati.
Serena Sartori per esemplificare lo spessore dei testi messi in scena, racconta la trama dello spettacolo ‘Les coepouses’. Scritto da un’algerina, messo in scena in collaborazione con la Norvegia, il tema riguarda la poligamia. Si trattava un matrimonio avvenuto tra un uomo con una donna molto innamorata. Questo grande amore dura finché lui decide di sposarne un’altra. La ragazza entra in crisi, non ne vuole sapere, c’è una crisi in famiglia. All’arrivo dell’altra sposa però le cose cambiano: tra le due nasce una grandissima amicizia; arriva poi una terza sposa che accresce ancor più la relazione tra le donne finché la loro unione sovverte l’ordine dei ruoli soppiantando quello dell’uomo. La cosa interessante è che questa storia rientra in una riflessione sulla poligamia che le donne africane fanno e che è molto diversa dalle concezioni occidentali.

 

In un altro intervento viene chiesto se le visite da parte degli occidentali in Burkina sono un sostegno o se al contrario appesantiscono o disturbano l’andamento delle loro vite. Odile risponde che in Burkina si amano molto gli stranieri, si tratta di un paese molto aperto che coltiva i valori dell’ospitalità e che da questo incontro si aspetta non visite turistiche, ma visite che le aiutino a pensare.
Viene inoltre chiesto come funzionerà il progetto di formazione delle giovani scrittrici. Léontine risponde che ci sono cinque collegi femminili di scuola media superiore e la prima selezione dei testi verrà fatta dagli insegnanti. Le ragazze che vengono scelte perché riconosciute come potenziali scrittrici saranno poi seguite con degli stage per formarle in vista di diventare scrittrici.

 

Nell’intervento successivo viene chiesto come mai facciano uso della lingua francese dei colonizzatori.
Odile risponde precisando che usano il francese, in quanto lingua che unifica. Il piccolo Burkina ha cinquanta lingue e sessanta etnie diverse. Per comunicare quindi hanno deciso di mantenere la lingua francese. Ha precisato che secondo lei è possibile usare la lingua francese con un giro mentale, di pensiero e di sensibilità, che è quello della lingua materna. Luisa Muraro fa l’esempio di uno scrittore di lingua inglese, Nabokov, che, seppur di nazionalità russa, ha scritto con successo in inglese.

 

In un altro intervento viene chiesto di ritornare sul tema della colonizzazione della mente.
Léontine risponde che loro, in quanto donne di cultura, ritengono che le cose avvengano prima nella mente. Il fatto di essersi riunite in associazione ha permesso loro di iscriversi in un inquadramento, di avere una presenza pubblica e tutto questo per parlare, per dire delle cose a partire da loro. Odile riferendosi alla biografia di suo fratello, ha parlato del loro padre molto patriarcale e della sofferenza della madre. Thomas sosteneva l’idea di ‘sprigionare’ le persone dalla loro testa, farle uscire dall’incastro in cui vanno a mettersi, convincerle che è importante occuparsi di sé e di prendere la parola ed essere responsabile di sé.

Dal 16 ottobre al 2 novembre 2003, a Milano, si è tenuta la manifestazione Piazze solidali: pensare e agire un mondo diverso. Insieme a Sara Gandini, Elisabetta Marano e Laura Milani, ho partecipato alla realizzazione della mostra che è stata esposta in questo spazio, a cura del Gruppo Comunicazione del Social Forum di Milano. Si tratta del gruppo che ha pensato e pubblicato, durante il Forum di Firenze del 2002, il quotidiano Social Press, e che ora gestisce il sito www.socialpress.it.

Questa esperienza, chiamata “del Tendone”, non è stata del tutto positiva. Abbiamo infatti rilevato una grande dispersione, poiché vi era un’ambivalenza di fondo: accanto a eterogenee proposte politiche di associazioni, gruppi, collettivi vi erano molti banchetti di vendita, che andavano dalle cibarie all’artigianato.
Riteniamo che la pluralità sia ricchezza, a patto che si presenti con un taglio. In altri termini, la potenziale ricchezza può dispiegarsi solo se è possibile un netto confronto tra i differenti soggetti politici, e se la posta in gioco è una sfida all’esistente.
Quello che secondo noi mancava era esattamente questo taglio. Tale carenza ha portato a uno sfilacciamento della proposta poltica, che pareva ridotta alla vendita dei prodotti equi e solidali (cosa peraltro sacrosanta), mentre l’aspetto del confronto, della sfida, è rimasto parecchio al margine. Per un movimento che ha la presunzione di aspirare a un “altro mondo” non può bastare.
Anche l’impostazione forzatamente pluralistica, quasi buonista, è, a nostro avviso, criticabile: creare un contenitore asettico, nel quale far convergere una pluralità di soggetti non ha un senso politico, se non si predispone un terreno sul quale far nascere qualcosa di nuovo. Detto altrimenti, per fare politica è essenziale uno spazio di incontro/conflitto, in cui le diverse soggettività possano mettersi in gioco. Le urgenze di altro tipo (“tecniche”, di vendita, di organizzazione), seppur rilevanti, rischiano di far perdere buone occasioni.

In ogni caso, qui vogliamo darvi la possibilità di visitare la parte della mostra che noi abbiamo curato, oppure di rivederla, nel caso siate passati nello spazio che era stato allestito dietro al Duomo di Milano (il Tendone).
Le linee guida che ci siamo date nel lavoro per la mostra, sono le seguenti:

  1. BASTA MISERABILISMO: vogliamo mostrare come molte donne, anche in situazioni critiche, sappiano trasformare la sofferenza in lotta.
  2. IMPARARE DALLA POLITICA DELLE DONNE: per spingere a una lotta rinnovata crediamo che ci sia molto da imparare dalla politica delle donne (da parte di donne e uomini).
  3. IL CONFLITTO TRA I SESSI NEL MOVIMENTO: le pratiche politiche peculiari del movimento di movimenti sono mutuate dalla politica delle donne. Tuttavia ai vertici ci sono quasi tutti uomini, e negli scontri di piazza ci sono prevalentemente uomini.

Vi sono moltissime situazioni di guerra, di povertà, di deprivazione, che le donne affrontano con amore e creatività. Quindi il primo punto, più che una cosa da imparare, diventa un saper guardare in un modo differente là dove queste cose succedono, premessa indispensabile per poter mettersi in ascolto dell’altro e guadagnare sapere politico per sé.
Guardando con occhi differenti a quello che le donne riescono a fare, non si vedono più solo donne misere, sfruttate, più deboli dei deboli, anche se il contesto sociale, politico e culturale resta tremendo. Il fatto che le donne sappiano trovare forme di lotta inedite, punti di vista differenti, parole che sanno mostrare paesaggi imprevisti, rende possibile il cambiamento anche all’interno di queste situazioni.
Così abbiamo fatto spazio alle parole di Hebe de Bonafini, Vandana Shiva, Amira Hass, Liana Badr, Odile Sankara: donne grandi, dalle quali si può imparare.
Il terzo punto apparentemente rimane a sé, ma invece no. Infatti, le forme della politica degli uomini spesso aderiscono alla logica della forza, della contrapposizione, portano avanti una forma di colonizzazione di impronta occidentale. Anche nel movimento vi è un’irriducibile differenza, che però fatica a esprimersi: vi è un conflitto tra i sessi che stenta a rendersi esplicito. L’ultimo scritto che presentiamo tenta il difficile passo di una messa in parola di tale conflitto.

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A Parigi, anche fuori da seminari e plenarie si è parlato molto della legge che vieta l’esposizione visibile di qualsiasi segno di appartenenza religiosa nella scuola pubblica.
Martine, favorevole alle legge, racconta di essere molto arrabbiata per il fatto che nella piscina che frequenta, ora ci sono orari in cui l’ingresso è concesso solo alle donne: “Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo”. L’obiezione che questo è l’unico modo per darvi accesso a donne e ragazze di religioni che prevedono una stretta separazione tra uomini e donne, non la convince più di tanto. Viviane sostiene che è necessario un percorso più graduale, ma che certo, alcuni tipi di lavoro che prevedono un contatto con il pubblico, difficilmente possono essere svolti da donne che per osservanza religiosa per esempio non danno la mano agli uomini.
Durante e dopo la plenaria su “Razzismo, xenofobia e antisemitismo”, nella quale fin dall’introduzione è stato sottolineato che è un errore limitare le espressioni individuali, anche se di tipo religioso, ne parlo a lungo con Widad, una giovane donna di origine maghrebina che abita in un piccolo centro fuori Parigi. Casacca, jeans e scarponi, la testa coperta da un foulard. Widad ha 28 anni, tre figli piccoli e un master in economia.
Sei venuta solo per questo dibattito o hai partecipato ad altri lavori dell’FSE?
“No, solo per questo dibattito. Mi interessa molto. Soprattutto la questione dell’antisemitismo. È difficile sostenere la causa del popolo palestinese senza subire questo tipo di accuse. Ma sono qui anche per sentire la discussione sul razzismo, sulla situazione qui in Francia.”
Cosa pensi della legge che vieta il velo nelle scuole?
“Vedi, io vorrei fare l’insegnante, ma non posso perché porto il foulard. Voglio lavorare però e quindi penso che proverò a mettermi in proprio.”
Come ti regoli, quando per salutare un uomo ti porge la mano?
“Beh, in teoria non vorrei dargli la mano, ma se capita che un uomo mi porge la mano rispondo al gesto, altrimenti lo metterei in imbarazzo e questo mi dispiacerebbe. Non sarebbe educato. Certo, se non mi porgono la mano sono più contenta.”
Dalla platea è intervenuta una donna, dicendo che il velo è un simbolo di oppressione delle donne. Capisci le sue ragioni?
“Certo che le capisco. Ci sono tanti paesi dove le donne sono costrette loro malgrado a portare il velo e questo va senz’altro denunciato con forza.”
E tu, perché hai deciso di coprirti? È una tua scelta o è stata la tua famiglia a volerlo?
“Quando ero una teenager cercavo me stessa, sentivo bisogno di una maggiore spiritualità. Ho letto molto il corano ed ho deciso che mi sembrava giusto che una donna avesse un aspetto pudico. Così ho deciso di potare il foulard. Non so se riesci a capirmi. E in parte è anche un’esigenza di rimarcare la mia identità, l’appartenenza ad una minoranza.”
Anche le tue sorelle hanno il foulard. Hanno fatto lo stesso tipo di percorso? La tua famiglia è religiosa?
“Si, hanno fatto come me. La mia famiglia non è particolarmente religiosa. Anche in una famiglia religiosa troverei molto sbagliato imporre il velo ad una ragazza o ad una donna che non lo vuole portare. La costrizione non aiuta la ricerca spirituale e quindi nemmeno la religione. Se il velo è semplicemente imposto, è privo di significato.”
Cosa diresti alla donna che è intervenuta prima, a chi è favorevole alla legge e soprattutto a questo movimento?
“Vorrei dire che invece di sostenere quella legge, soprattutto noi donne dovremmo unirci in una grande battaglia comune perché in tutto il mondo, anche nei paesi arabi, le donne siano veramente libere, anche di scegliere se mettere o no il velo.”
Che nelle scuole pubbliche si imponga di appendere croci sulle pareti o si vieti di portare il velo, non cambia poi molto, sono due espressioni di una stessa intolleranza, reazioni scomposte di un’Europa spaventata dal fatto di essersi scoperta già più multietnica di quanto pensasse di essere. Sarebbe ben più importante ragionare su chi sono oggi i cittadini europei, sui loro diritti, le loro esigenze e modalità di espressione, sul significato del concetto stesso di cittadinanza in Europa

Andrea Bagni

Sul caso Virgilio e la polizia a scuola in cerca di droghe si potrebbe anche scherzare un po’. Provate a pensare ai poliziotti travestiti da bidelli, dediti a fare opera di spionaggio: sembra uno dei primi film di Woody Allen, telecamere nascoste in panini tenuti all’altezza degli occhi; un caffè con la canna chiede sempre una collega al bar: analisi del sangue, perquisizione notturna e via. Personale non decente.
Ma invece le cose sono molto più tristi. E non parlo qui dello squallore e della volgarità di questo governo e del suo rigore. È troppo evidente e sotto gli occhi di tutti. Come un animale ferito, in questi ultimi due anni può fare di tutto per salvarsi. Di tutto di più. Droghe ordine famiglia calcio patria…
Io, quando anche avevo l’età giusta e tutti i miei amici lo facevano, non ho mai fumato; né tabacco né altro. Fondamentalmente non credo di avere mai posseduto la tecnica: mi mancava il know how, come direbbe Berlusconi. Tossivo e basta, poi quando mi sono stancato di tossire ho smesso.
Oggi non è che mi faccia un buon effetto vedere un mare di ragazze e ragazzi che ai concerti (o alle manifestazioni, peggio ancora) bevono orrendo vino in bottiglie di plastica senza etichetta o si fanno una canna dietro l’altra. Ho il timore che gli piaccia perdersi, stordirsi, proprio lì dove secondo me si dovrebbe essere attenti e “critici”. Politici. Hanno tutto un altro modo di essere presenti, forse; fisico piuttosto che intellettuale. Da immersione totale. Non riesco gran che ad apprezzarlo, tuttavia penso che l’erba resti un rito collettivo, un modo di appartenere a un gruppo intorno a droghe fra noi leggere. Tutt’altra roba dalla tossicodipendenza, che isola e dispera.
Penso siano aspetti di un mondo con cui fare i conti. Misurarsi per avere senso e dare misura. Ma sembrano, in realtà, essere andati in crisi tutti i luoghi del discorso e degli incontri. Nelle scuole la polizia, nelle città le zone rosse, nelle democrazie Schwarzenegger. E della scuola che rimane, se scompare la possibilità del discorso e del dialogo?
Nel mio istituto tecnico sono due anni ormai che abbiamo le telecamere in portineria da Grande Bidello. Abbiamo ottenuto, dopo estenuanti trattative, che siano puntate solo sugli ingressi e sulle porte d’uscita, ma l’argomento era irresistibile: ce lo chiedono i genitori, ci sono problemi di sicurezza (sicurezza è la parola chiave).
In alcune scuole della mia città già si entra con un tesserino magnetico che “strisciato” segnala immediatamente la presenza o assenza da scuola, perché le famiglie possano controllare in tempo reale, come si dice oggi. Da casa, fra un programma televisivo e l’altro; in una pausa dall’ufficio. Anche le pagelline gliele mandiamo a casa, come una bolletta.
E si progettano registri elettronici che si possano consultare on line, per i voti. Conta il controllo ragazzi. Degli adulti.
E conta la punizione, puntuale e precisa. Meccanica e inesorabile, come quando ad ogni occupazione il collegio delibera di abolire le gite. Corrispondenze. Niente deve restare impunito.
Di che cosa fate a scuola, di cosa parlate fra di voi o con gli insegnanti, non gliene frega niente a nessuno. Conta sapere dove siete, cosa avete in tasca – non in testa o nel cuore. Non deve succedervi niente in classe.
E infatti quando torna mia figlia: com’è andata oggi a scuola? Bene. Che avete fatto? Niente.
Mi sembra il sogno della società e del mercato. Una scuola di contenimento che non sia disturbata da un qualche contenuto, da una pericolosa passione. Le cose che contano (quelle che si possono contare cioè) si producono altrove, mica nelle scuole. Così obsolete, lente, retoriche… Non in tempo reale.
Anche noi insegnanti, che passiamo un mare di ore all’anno con ragazze e ragazzi, ci crediamo poco che stia lì il nostro ruolo (adulto, asimmetrico, fatto di parole e di emozioni, massimo di autorità minimo di potere come ha insegnato il femminismo): non abbiamo fiducia che da lì possano passare messaggi che lasciano segni, e ci affidiamo alla sanzione – impersonale, istituzionale, liberatoria e irresponsabilizzante per i giovani, che dopo aver pagato hanno “saldato il debito”.
E invece a noi tocca resistere in una specie di guerriglia gentile delle parole e dei sentimenti; tenere aperto lo spazio del discorso e darsi il tempo delle domande. Lento e paziente. Anche un po’ ribelle. Un tempo regale.

Carissime con grande piacere ho visto che era in rete un commento di Lia Cigarini all’articolo di Piero Sansonetti.
Avevo linkato i paragrafi dell’articolo del 17 -appunto- al sito di storia; più che l’obbrobriosa parola questione femminile mi aveva colpito che le donne avessero preso parola e anzi a quello che ho saputo, addirittura aperto il Forum; le cose dette e ben spiegate nell’articolo mi avevano interessato anche se mi pareva che nulla si dicesse della complessità con cui abbiamo in questi anni affrontato la questione del potere, e Lia la commenta e indica – tuttavia rispetto al silenzio e alla marginalità femminile che era stata notata nei Forum precedenti, adesso questa voglia di dire la propria pur se concentrata su questioni di politica oggettiva (chiamo così la sequenza di temi che erano già stati presenti nel Forum di Firenze) mi aveva colpito favorevolmente e avevo letto in quelle parole un discorso simile a quello che abbiamo fatto su un ordine non basato sul diritto ma sulle relazioni e i soggetti. Inoltre una crescita, una determinata volontà politica delle donne di uscire e mettrsi al centro del Forum dove comunque desiderano stare.
Dopo – sull’onda della lettura di Sansonetti che non mi era sembrata così terrible, ma non sono conoscitrice acuta dei giornalisti dell’unità e della politica della sinistra come Lia e neanche ho la autorità di lei, sono andata alla assemblea delle donne alla Casa della Cultura, venerdì scorso. Purtroppo ho constatato che niente di quello che Sansonetti lasciava pensare saltava fuori nell’Assemblea dove di donne non compariva ‘quasi’ la parola (non ho sentito è vero l’intervento di apertura di Giovanna Capelli, però quattro o cinque interventi di altre del pubblico e organizzatrici, li ho sentiti). C’è stata una sequela di parole sui temi cardine del Forum come controllo sociale sul precariato, migranti, leggi di regolamentazione della flessibilità. Ne ho concluso dopo avere riletto gli articoli di Sansonetti del 17 e del 18 novembre e essere stata all’assemblea che fra le donne questa forza del movimento no-global – intendo i temi di lotta politica al neo-liberismo – sbocca in un grigio neutralismo che depotenzia i soggetti – le donne in questo caso tutte sbilanciate a leggere contraddizioni e questioni che riuonano altre, patrimoni della sinistra che le metteno però nella posizione di ‘esperte’, ‘sindacaliste’, ‘anime belle’, anche, non soggettività piene e oggettivamente collocate nella socità e nel movimento. Come se loro medesime entrassero in questi contesti direttamente con la loro personale situazione che è o un universale interesse per il mondo o un collocarsi fra le donne come puro soggetto economico. E mi ha colpito che fra il pubblico delle ‘convinte’ c’erano anche alcuni volti che abitualmente vedo alla Libreria e agli incontri del Circolo. Come se il corpo e la materialità dei bisogni economici andassero alla Casa della Cultura e la cultura e lo spirito andassero in via Pietro Calvi.
Adesso perchè vi dico tutto ciò? Perchè vorrei saperne di più, riunire i commenti e le impressioni, il corpo e lo spirito. Il commento di Lia Cigarini è già una risposta e una riunificazione, perchè era quello che se avessi avuto spazio alla Casa della Cultura avrei grosso modo detto anch’io, contenta fino a un limite, però, oltre il quale vorrei andare. Mi spiego: è difficile parlarsi attraverso un articolo di un bravo giornalista io stessa me ne sono accontentata prima di andare alla Casa della Cultura. Allora è successo qualcosa di nuovo a Parigi riguardante le donne, c’è stata una scalata al tavolo centrale. Cosa ne segue? Su Jemanjà sono stati pubblicati documenti interessanti, esistono resoconti giornalistici delle donne? Aspetto la vs. risposta e mi adeguerò alla vs. ricerca considerato che siete numericamente di più che nel sito di storia e anche più vicine al movimento dei movimenti.
Un abbraccio carissimo a tutte voi e tutti quanti del giro.

Donatella

Carissima Lia Cigarini,

ti chiedo scusa, innanzitutto, per il ritardo col quale ti rispondo. E’ dipeso prima da problemi che ho avuto sulla posta elettronica (ho visto la tua lettera solo ai primi di dicembre), poi da un accumulo di impegni, e infine dalla mia pigrizia.

Ho letto le tue critiche, severissime, agli articoli che ho scritto da Parigi. Le critiche fanno sempre dispiacere, specie quando sono un po’ brusche, come le tue. Però se vengono da persone intelligenti, e colte, fanno riflettere. E io naturalmente sto riflettendo sulle tue osservazioni, e mi è difficile pensare che siano infondate, dal momento che tu da molti anni ti occupi di queste cose, le studi, ci hai costruito sopra tanti pensieri e tante battaglie, mentre io ne so pochissimo. E’ la condanna odiosa alla quale siamo sottoposti tutti noi giornalisti: occuparci di cose che non conosciamo, o conosciamo pochissimo, fingendo di saperne molto.

Vorrei solo avanzare una timida giustificazione e poi fare due osservazioni.

La giustificazione è semplice: io in quegli articoli non ho espresso il mio pensiero: ho fatto il cronista. Cioè ho riferito – probabilmente in modo un po’ approssimativo e incompleto – di alcuni documenti e di vari seminari che si sono tenuti a Bobigny, e ai quali hanno partecipato molte migliaia di donne; e poi ho resocontato l’intervento (sulla questione europea) di una dirigente politica svedese. E’ probabile – come spesso mi succede – che resocontando abbia mescolato il mio pensiero e le idee espresse dalle donne del forum, e mi dispiace. Però non credo di avere esageratamente contraffatto le idee e i concetti che ho ascoltato.

Passo alle osservazioni. La prima è molto ingenua. Mi chiedo: se migliaia di persone – e anche moltissime donne – tutte appassionate e impegnate nella lotta e nella analisi politica, trovano ragionevoli le cose di Bobigny, non è giusto tenerne conto? Voglio dire: non credi che la vostra lotta – di voi donne: che è storica ed è decisiva per i destini dell’umanità – debba raccogliere insieme sia i livelli di elaborazione e di coscienza più avanzati e d’avanguardia, sia quelli più rudimenatli e primitivi, cercando di intergarli, di farli crescere, non di contrapporli? Come vedi non è un’osservazione, è una domanda. E ti giuro che è posta senza nessuno spirito
polemico, né tantomeno con arroganza: è posta proprio così com’è: una domanda vera.

Anche la seconda osservazione è quasi una domanda. Questa. Tu dici: ma allora non sarà che esiste una questione maschile? E identifichi la questione nell’incapacità dei maschi a non considerare universale il loro punto di vista. Sono convinto di sì. Esiste una questione maschile. Io credo però che non ci sia nessuna differenza tra le due questioni di genere (maschio e femmina: vedi che sto attento a non scrivere più questione femminile… mi destreggio…) perché non può esistere una senza l’altra, dal momento che la questione esiste solo come questione di rapporto tra i due sessi. Se non ci fosse il problema di riformare questo rapporto, e poi il rapporto di ciascuno dei sue sessi con la società, non vedrei dove sta il
problema. Non è così?

Perdonami qualche schematismo e superficialità.

Ti saluto con affetto e stima

Piero Sansonetti

da l’Unità

Piero Sansonetti è un giornalista politico che io stimo molto sia per la capacità di fare una cronaca precisa ed intelligente di grandi e complessi avvenimenti come sono stati i raduni di Porto Alegre, di Firenze e di Parigi, sia per la passione politica che gli permette di captare il linguaggio e la realtà che cambia.
Tuttavia, nel racconto del forum di Parigi (L’Unità 17 novembre 2003), segnalando la presenza importante delle donne, Sansonetti usa un linguaggio politico vecchio, prefemminista e contradditorio. Parla, cioè, di “questione femminile”. E sembra ignorare che questa è una formula che rispecchia un pensiero inconsapevolmente maschilista.
Ben più grave però è un altro punto. Egli sembra non sapere che da trenta anni il movimento internazionale delle donne (in particolare in Italia, Germania, Spagna, Polonia, Francia e parte degli Stati Uniti) ha criticato e decostruito il potere dando esempio di un agire politico che lo aggira.
Perciò la sua ricostruzione della discussione su questo tema appare contraddittoria e non corrispondente alla realtà. Egli, infatti, dice che la forza del movimento no-global sta nel fatto che non si è mai posto l’obiettivo del potere e sostiene che da qui partirebbe la nuova battaglia delle donne. E’ vero il contrario: per anni le donne riunite in piccoli gruppi hanno messo in parola la loro esperienza del mondo tentando di costruire un altro ordine di relazioni tra donna e uomo a lato della politica maschile di potere. E da quelle pratiche e da quel sapere ha preso ispirazione il movimento no-global, come sottolinea Naomi Klein con la celebre sintesi; “il movimento dei movimenti è donna”.
Il ragionamento di Sansonetti continua così: il movimento vuole trasformare il potere in semplice meccanismo di organizzazione e così si abolisce il vantaggio maschile che sta tutto nel potere. Ed ecco risolta la questione femminile!
Poi riferisce dell’applaudito discorso di Gundrum Schyman dirigente della sinistra svedese che, partendo dalla constatazione che più della metà numerica del mondo, le donne, sono fuori dal potere, chiede, perché ci sia più democrazia, una spartizione numericamente equa del potere. Siamo in piena confusione. E’ una confusione che ha origine nello stesso movimento i cui dirigenti hanno sempre privilegiato il femminismo di denuncia e di rivendicazione del potere. E non vedono le pratiche politiche che mettono in discussione il potere alla sua radice, nella sessualità, nell’esperienza quotidiana di rapporti tra uomini e donne. Dico cose che molte hanno già segnalato, specialmente a Firenze, penso in particolare alla critica mossa da Paola Melchiorri.
Qui a me non interessa tanto la discussione nel movimento no-global bensì capire come mai Sansonetti e insieme a lui tanti uomini sensibili ad una collocazione dignitosa delle donne nella politica democratica (che è comunque equilibrio di poteri) o addirittura attratti dalla pratica politica delle donne, alla fine danno l’impressione di non capire le nuove questioni poste dal movimento delle donne.
Quasi mi viene da dire: ma allora esiste una questione maschile. Mi riferisco alla identificazione di sé uomini con un punto di vista universale, che non può non comprendere in sé tutto e tutti, identificazione che l’uomo difende spesso a forza di sordità verso la compagna della vita o quella di riunione, seduta lì, al suo fianco.

Lia Cigarini

Pubblichiamo solo la seconda puntata del 18 Novembre di Sansonetti, che ha seguito molto bene il Forum di Pagi del movimento di movimenti, perché nella prima (17 Novembre) c’è una confusione grave per quello che riguarda la politica delle donne. Precisiamo che su questa confusione fatta dal movimento di movimenti Sansonetti non è riuscito a fare chiarezza.
La redazione del sito

Leggete il commento di Lia Cigarini

da l’Unità – I giornali francesi hanno parlato molto e molto approfonditamente del Forum sociale europeo che si è concluso domenica a Parigi. Quelli di sinistra, quelli di centro, quelli di destra. Anche i politici francesi si sono occupati del forum. Laurent Fabius, ex premier socialista, è stato a colazione con José Bove, molti capi conservatori hanno partecipato a varie riunioni sul tema della globalizzazione e del ruolo del movimento, e si sono mostrati tutt’altro che aggressivi col forum (il governo di centrodestra lo ha finanziato con più di un miliardo di vecchie lire). I giornali francesi non parlano di argomenti tipo “sono violenti o no?”, “sono divisi?”, “chi sono i leader?”. Parlano delle analisi e delle proposte dei no-global. Le approvano, le discutono o le contestano. Talvolta anche nettamente le contestano (specie giornali di destra come Figarò) ma nel merito. Dicono: non è vero che la mondializzazione ha portato a un aumento della povertà, perché i dati sono questi e questi. Oppure: è vero che ha aumentato le disparità ma tutto lascia credere che sia un ciclo naturale e che le disparità torneranno a ridursi. Alcuni sostengono che le proposte antiprotezioniste dei no-global (per l’agricoltura) sono giuste, altri dicono che sono pericolosissime. E spiegano queste proposte, e spiegano le analisi che ci sono dietro, e perché funzionano o perché non vanno bene. Colore quasi niente, pettegolezzi pochissimi.
Sono cose per il giornalismo italiano neppure concepibili. Fanno quasi paura: complicherebbero maledettamente la vita ai giornalisti e ai lettori. Le Monde ha aperto il giornale due volte sul Forum. Il quotidiano economico “Echos”, che è un po’ come il nostro “Sole 24 ore”, gli ha dedicato un inserto di dodici pagine, tutte sui contenuti. E un editoriale nel quale dice: “È impossibile oggi fare politica o occuparsi di economia senza tener conto del movimento altromondista, che è la più importante novità politica di occidente dell’ultimo quindicennio”.

ALAIN JUPPE. L’ex primo ministro conservatore, Alain Juppé, ha rilasciato un’intervista lunga e seria a “Echos”, nella quale esprime molte critiche alla strategia no-global ma anche molto rispetto. E persino consenso verso la parte ambientalista del movimento. Juppé dice che il problema di quale e quanto mondo vivibile lasceremo ai nostri figli e nipoti è un problema generale e gravissimo, che supera le distinzioni tra destra e sinistra. E prende sul serio anche la domanda di uguaglianza che viene dal forum: però critica le strategie marxiste e quelle “arcaico-contadine?” che secondo lui non sono il modo per rispondere a quella domanda.
TONI NEGRI. Il vecchio professore che negli anni settanta fu il leader dell’autonomia operaia, e si beccò condanne per svariati anni di galera, e prima riparò in Francia e poi tornò in Italia per scontarle (e qualche mese fa ha finito la pena), cioè Toni Negri, è stata una delle star di Parigi. Era prevista la sua presenza a due seminari. Però i seminari si tenevano in sale piccole, da trecento posti, come tutti i seminari. E a sentire Negri venivano in duemila. Non c’entravano. Così Negri è dovuto uscire dalla sala, rinunciare a amplificazioni e traduzioni simultanee, e parlare all’aperto, alla Villette, su una spianata di cemento, con un microfono gracchiante e una gran folla seduta per terra ad ascoltarlo. Era una scena curiosa. Negri parlava in italiano, in francese e poi un ragazzo traduceva in inglese, parlava con molta foga, gesticolava, da lontano sembrava la scena di un comizio un po’ rozzo, e invece era una complicatissima e sofisticata lezione di dottrina politica sul seguente concetto: non c’è più la classe operaia, c’è la moltitudine. Cioè l’idea (e la pratica) di sfruttamento non si applica più alla produzione di plusvalore, ma a tutta la produzione,visibile e invisibile, intellettuale e materiale, d’officina, d’ufficio, domestica o casalinga. la produzione non è solo quella di beni concreti ma è anche produzione di relazioni, conoscenze, servizi, saperi. Chiunque lavori è moltitudine: sfruttato dal capitale in quanto lavoratore e in quanto singolo. La moltitudine è plurale ma è anche singola e individuale. Questo cambio del soggetto produttivo, del soggetto sociale e del soggetto politico, cambia tutta la strategia e la teoria del movimento operaio. E cancella l’idea di popolo, idea vecchia legata agli stati nazionali.
L’AGRICOLTURA. Il forum si è occupato molto di Europa e anche molto di agricoltura. L’agricoltura è un problema decisivo, perché da come lo si risolve dipende molto dellerelazioni tra sud del mondo e Occi- dente nei prossimi anni. Il movimento no-global a Cancun ha avuto un buon risultato in questo campo: alleandosi con Brasile, Cina, India e altri 17 paesi, ha sconfitto gli Stati Uniti e l’Europa stabilendo il principio che finché l’Occidente non rinuncia al suo protezionismo agricolo, i paesi poveri o in via di sviluppo bloccano il funzionamento del Wto e dunque danneggiano le strategie di mercato dell’occidente. I paesi che seguono questa linea sono abitati da più della metà dell’umanità (quasi quattro milioni di persone) e quindi da più della metà dei possibili mercati del futuro. Cosa c’entra tutto questo con l’Europa? C’entra, perché l’Europa è chiamata a una scelta: continuerà a schierarsi a corpo morto con gli Usa, come ha fatto a Cancun, o sceglierà una via politica, offrendo una sponda ai paesi del cosiddetto G20 e rinunciando ai suoi privilegi protezionisti? I privilegi sono molto semplici: l’agricoltura europea e americana è finanziata dallo Stato (due dollari al giorno per una mucca), e quindi mette fuori mercato e uccide l’agricoltura del terzo mondo che questi finanziamenti non li ha. Rinunciare al protezionismo colpisce i piccoli contadini europei? No, perché più del 95 per cento delle sovvenzioni vanno alle multinazionali impegnate in agricoltura. Cioè servono solo a rimpinguare i profitti, a danno del Sud del mondo.

IL PACIFISMO. Sicuramente la scelta pacifista ormai è un punto fermo. Il movimento ha fatto enormi passi avanti in questi anni. Il rischio che corre è solo quello di adagiarsi in un pacifismo generico, mentre invece il problema è quello di collegare il pacifismo a tutta l’analisi sul neo-liberismo che costituisce la forza vera del movimento. Per esempio, su Iraq e Medioriente ci sono stati molti dibattiti al forum e, sono stati interessanti. Hanno partecipato palestinesi, israeliani, afgani, rappresentanti dei partiti di opposizione (non armata) irachena. La linea è chiara: no alla guerra, no alla violenza, no alla forza come elemento di regolazione delle relazioni tra gli uomini e gli Stati. Però ci sono delle domande alle quali il movimento non sa ancora rispondere. Per esempio questa: come si affronta il successo economico – cioè la ricaduta positiva sul piano economico – che la guerra sta avendo negli Stati Uniti? La recessione è invertita grazie all’industria bellica e alle speranze di petrolio iracheno a prezzo basso. Le Corporation sono dispostissime in cambio di questi risultati a sopportare un migliaio di soldati morti all’anno. Neanche Bush e il potere. politico hanno la forza per fronteggiare queste potenze. Il movimento non può attestarsi sulla sua “grandiosità” etica: deve entrare nel merito. Se no resta fuori dalla partita.

COME SI CONCLUDE. Con l’apertura di una nuova fase di impegno e di lotta politica, nella quale ai temi tradizionali (pace, agricoltura, lotta alle privatizzazioni) si aggiunge il grande filone dell’Europa. Questo è un segno di straordinaria maturità e di crescita del movimento. Si conclude anche con la presa d’atto dei successi dell’ultimo anno. Fondamentalmente due: l’accordo di Ginevra sulle medicine “fuori brevetto” nei paesi poveri, e il fallimento della linea Usa-Europa a Cancun su privatizzazioni e agricoltura. Sono grandi successi. Dov’è il limite che esce da Parigi? La mancanza di una linea che possa imporre ai partiti tradizionali il dialogo. La distanza tra partiti tradizionali e movimenti non si è ridotta, in questi mesi. Si è allargata: specie sulla Costituzione europea e sulla funzione che viene assegnata al mercato nella regolazione della vita pubblica. Queste distanze si possono stringere solo se i movimenti impongono ai partiti di pronunciare dei sì e dei no su grandi questioni, al tempo stesso concrete e ideali. Per esempio: il disarmo e la rinuncia all’ esercito europeo; l’abolizione delle frontiere; il salario sociale o un’ altra forma concreta di abolizione della povertà; la fine del protezionismo agricolo; la Tobin tax e la tassazione delle rendite finanziarie. Se ci riescono vuol dire che sono entrati nella loro fase decisiva: quella che si misura sulle possibilità di governare le società moderne. Se no arrancano.

da il manifesto – Il maresciallo Pallotta, direttore del Giornale dei carabinieri, attacca la missione in Iraq: “Peacekeeping? Ma quale pace? Altro che terrorismo, è guerra. E a combattere mandiamo padri di famiglia. Non deve essere il nostro Vietnam”. Contro di lui si schiera il Cocer, il comando dei Cc potrebbe punirlo

Il Cocer, la rappresentanza istituzionale dei carabinieri, lo accusa di “strumentalizzare” i morti di Nassiriya. E il comando generale dell’Arma potrebbe assumere iniziative giudiziarie e disciplinari. Ma il maresciallo capo Ernesto Pallotta, vent’anni di servizio nella Benemerita e quasi altrettanti di battaglie per democratizzarla, ha deciso di non mollare. “Il nostro governo deve essere chiaro, deve constatare che in Iraq vi è la guerra e che la missione di pace è un’operazione di guerra”, ha dichiarato ieri Pallotta, direttore editoriale de Il Giornale dei carabinieri e delegato del Cobar Lazio (è la rappresentanza regionale corrispondente ai Cocer). “Peacekeeping – ricorda Pallotta – significa mantenimento della pace. Ma quale pace? Chi ha deciso? Il presidente americano ha decretato l’inizio e la fine della guerra. Ma unilateralmente, senza ascoltare i suoi nemici che invece proseguono nelle azioni bellicose”. Pallotta la vede così: “In assenza dei caschi blu, dell’Onu e dei partner europei che si sono ben guardati dal mandare le truppe, la parola giusta per quanto accade in Iraq è guerra. E poiché oggi la guerra è cambiata non si fa più viso a viso, come vorrebbero gli americani che sono i più forti, ma si chiama anche terrorismo, guerriglia, resistenza… Gli Stati Uniti usano la parola terrorismo per cercare di coinvolgere altri paesi”. Il maresciallo polemizza anche con il ministro della difesa. “Martino – prosegue Pallotta – ha detto che questo è il nostro 11 settembre. Noi invece non vogliamo che l’Iraq diventi il nostro Vietnam. Chiediamo quindi un dibattito politico sulla missione per decidere se questa è una guerra. E quel punto saranno altri gli uomini e i mezzi impiegati, non dei semplici padri di famigli convinti di essere lì per la pace o per mantenerla”.Ma se l’Italia dichiarasse la guerra non violerebbe l’articolo 11 della Costituzione? “Certo – risponde il maresciallo Pallotta – Sarebbe necessario il mandato dell’Onu, come per la guerra del Golfo nel 91 e più avanti per la Bosnia”. E in quel caso dovrebbe toccare ai carabinieri? “Ma no. I carabinieri sono organo di polizia militare e dovrebbero occuparsi soltanto dei reati eventualmente commessi dai nostri militari. Per il resto possono partecipare a operazioni di peacekeeping a tutela dell’ordine e della sicurezza, ma solo in situazioni diverse da quella irachena attuale. Il problema, insomma, dovrebbe porsi in un secondo momento. E comunque per la guerra non siamo attrezzati: non abbiamo obici semoventi, né missili, né aerei. I nostri blindati non bastano”. In Iraq, oltre ai paracadutisti e agli altri specialisti della guerra, sono andati anche decine di carabinieri dei reparti territoriali, attirati dalle cospicue indennità di rischio (98 per cento dello stipendio) ma forse (il comando nega) non del tutto preparati alla situazione.Pallotta è scomodo perché le sue parole colpiscono la strategia dei vertici dell’Arma, che invece scommettono parecchio sulla Seconda brigata mobile che riunisce i parà del Tuscania, i reggimenti speciali di Laives e Gorizia e gli uomini del Gis. Le missioni all’estero, per la Benemerita, vogliono dire soldi, prestigio e ruolo internazionale, tant’è che i carabinieri sono arrivati in Iraq prima ancora dell’esercito e i loro generali, se potessero, ne manderebbero molti di più degli attuali 350 (su 2400 militari italiani). Pallotta su tutto ciò non si esprime. Ricorda solo che “il parlamento europeo, più di una volta, ha approvato raccomandazioni che chiedono la smilitarizzazione delle forze di polizia”.Per la polizia la riforma c’è stata nel 1981. I carabinieri invece mantengono l’ordinamento militare che impedisce loro di parlare, se non altro attraverso liberi sindacati come quelli dei poliziotti. Pallotta le sue battaglie le ha pagate a caro prezzo: nel febbraio del93, quando insieme a un gruppo di carabinieri democratici fondò l’associazione Unarma, il maresciallo in pochi giorni venne deferito alla commissione di disciplina e rischiò la radiazione. E dopo anni di pressioni, nel 2001, il Consiglio di Stato ha deciso che Unarma aveva “natura sindacale” e che pertanto era “legittimo” applicare le sanzioni previste dalla legge 382/1978 che vieta l’iscrizione dei militari di professione alle associazioni sindacali. Le adesioni, così, si sono fermate a quota tremila. “Eravamo – racconta Pallotta – un luogo di libero dibattito e di confronto tra carabinieri”. Sarebbero potuti arrivare a decine di migliaia, raccogliendo una bella fetta dei 112 mila carabinieri esistenti in Italia. Per questo è calata la mannaia del Consiglio di Stato, nell’assordante silenzio del centrosinistra al governo. Contro la decisione Unarma ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, la cui pronuncia è attesa nel 2004. E intanto Pallotta ha subito attacchi di ogni tipo, dai comandi dell’Arma e da alcune procure (militari e non).All’indomani del massacro di Nassiriya Pallotta e i responsabili del Sindacato carabinieri in congedo (Sinacc) hanno chiesto il ritiro del contingente (i comunicati sono in rete: www.nsd.it). E il primo a reagire è stato il Cocer: “E’ un tentativo di strumentalizzazione di poveri ragazzi deceduti che hanno invece bisogno solo di pietà e, soprattutto, di rispetto”. E’ un organo istituzionale, il Cocer, l’esatto opposto di un sindacato: lo presiede un generale che era iscritto alla P2, Serafino Liberati, e oggi (oltre a rappresentare la truppa) comanda il Raggruppamento investigazioni scientifiche dal quale dipende il Ris di Parma. “Pallotta parla a titolo personale”, dicono i generali. Il comando ha diramato una nota che potrebbe preludere ad azioni disciplinari, facendo sapere che le parole del maresciallo “non rappresentano nel modo più assoluto il pensiero del comando generale, né quello di tutto il personale dell’Arma”. Replica Pallotta: “E’ risibile, non ho mai parlato a nome dell’Arma. Esistono le rappresentanze militari e io ne faccio parte. Mi sembra che il comando commetta lo stesso errore che imputa a me: nemmeno il comando, infatti, è proprietario del pensiero dei carabinieri”.