l’Unità – Dopodomani la prima marcia sulla Casa Bianca. A Baghdad muoiono altri due soldati Usa
WASHINGTON In segno di lutto, Jenifer Moss indossa una maglietta bianca. A 29 anni è vedova con tre bambini. Suo marito, il sergente Keelan Moss, è morto. in novembre in Iraq, su un elicottero abbattuto da un missile dei guerriglieri. Sulla maglietta di Jenifer vi è una scritta.in caratteri rossi: “Sostenete i nostri soldati, destituite George Bush”.
Domenica 14 marw, un gruppo di donne come Jenifer, mogli e madri di militari caduti, marceranno sulla Casa Bianca. Per il 20 marzo, nell’anniversario dell’invasione, è in programma una dimostrazione di protesta davanti al ranch di Bush a Crawford nel Texas. “Mio marito – accusa Jenifer – è stato mandato a morire con un pretesto. Le armi di sterminio non sono state trovate”.
Forse per la prima volta negli Stati Uniti, si sviluppa un movimento pacifista organizzato dalle famiglie dei combattenti. Si chiama “Military Families Speak Out” e ha raccolto più di mille adesioni sul suo sito internet. Vuole accompagnare la campagna elettorale di George Bush con manifestazioni di denuncia. Tra i suoi attivisti si sono schierati uomini e donne che in maggioranza hanno votato per questo presidente quattro anni fa, ma hanno perso la fiducia in lui quando hanno appreso che in Iraq non esistevano armi di sterminio. Il reverendo Tandy Sloan, un pastore protestante di Cleveland nell’Ohio, ritiene Bush responsabile della perdita di suo figlio Brandon, 19 anni, caduto in battaglia un anno fa durante l’avanzata verso Baghdad. “Provo disgusto – spiega – quando ascolto le dichiarazioni del presidente in televisione. Sbagliare è umano, ma non si può perdonare chi ha ingannato volontariamente la nazione”. Ronald Spector, docente di storia militare alla George Washington University, conferma: “Non vi sono precedenti di portata così vasta. Se le famiglie dei militari cominciano ad avere gravi dubbi sulla necessità della guerra e non credono che ci sia un motivo accettabile per la presenza dei loro ragazzi in Iraq, si tratta di un fenomeno nuovo e molto significativo”. Durante la guerra in Vietnam, le madri di alcuni caduti avevano partecipato a una marcia di protesta, ma erano meno di venti. Inoltre, la guerra durava da anni e andava di male in peggio quando erano cominciate le manifestazioni di dissenso. Il sito Internet ({Military Families Speak Out” è stato creato da due famiglie prima dell’invasione dell’Iraq. Quando le truppe americane hanno attraversato la frontiera altre 200 famiglie hanno aderito, e altrettante dopo i bombardamenti aerei sulle città irachene. “Bush – proclama il sito – dice ai guerriglieri in Iraq di farsi sotto, ma noi diciamo a lui di riportare subito a casa i nostri figli, di dire la verità invece di nascondere il numero dei caduti”. La guerra in Iraq è costata alle forze armate americane 533 morti e 3200 feriti. “Quanti altri giovani dovranno morire perché questo presidente non ha il coraggio di confessare di aver commesso un terribile errore, e di mettere fine all’occupazione?”, domanda Cherice Johnson, vedova di un marinaio ucciso da un cecchino mentre il suo reparto si avvicinava a Baghdad un anno fa. Richard Dvorin, padre di un soldato dilaniato da una mina, ha scritto al presidente Bush: “Dove sono gli arsenali di armi chimiche e biologiche? La vita di mio figlio è stata sacrificata in una guerra inutile”.
L’Internet ha dato alla protesta una dimensione che non sarebbe stata possibile ai tempi della guerra in Vietnam. Quando Marianne Brown, 52 anni, ha organizzato una veglia a lume di candela a South Haven nel Michigan, reggendo la foto del figlio soldato in Iraq, soltanto una decina di donne si è unita a lei. La gente della sua città le gridava insulti, e la sua auto è stata rovinata con graffiti ingiuriosi. La notizia, pubblicata soltanto da un giornale locale, si è diffusa sulla rete. Le famiglie contrarie alla guerra si sono messe in contatto, e hanno dato vita a una organizzazione nazionale. Sono una minoranza, ma la loro voce non può più essere ignorata.
La protesta contro la guerra si diffonde negli ambienti più conservatori. John Bugay, 44 anni, di Pittsburgh, si vanta di non avere mai votato per un candidato del partito democratico. Ora ha fondato un sito di nome republicansforkerry.org. “Mi sento tradito da questo presidente di guerra”, si sfoga.
Intanto lo stillicidio dei morti prosegue. Ieri sera sono rimasti uccisi altri due soldati americani a Baghdad. Il loro convoglio è saltato su una mina.
Natalia Aspesi
Ricevo per la rubrica “Questioni di cuore” sempre più lettere di uomini incattiviti, lettere colte o banali, drammatiche o spiritose, singhiozzanti o furibonde, appassionate o gelide. Invece le dotte analisi e statistiche desolate- che continuamente confermano l’inferiorità femminile nell’occupazione, nei salari, nella carriera, nel potere politico e finanziario è nella quotidianità domestica e familiare, macigno sulle spalle della maggior parte delle donne- descrivono un mondo maschile solidale.
Un mondo maschile stupefatto, collaborativo, che auspica la degna parità garantita dalla Costituzione: Parlamento zeppo di signore, chissà in futuro una presidente del Consiglio, carriere fulminanti nelle banche e nella grande industria, e naturalmente, per tutte le altre, lavoro sicuro e appagante, paghe paritarie, servizi sociali abbondanti. Grazie, bravo mondo maschile, ma gli uomini? Gli individui, quelli non delle statistiche e dei commenti ma della vita, i fidanzati, i mariti, gli amanti, quelli con cui le donne hanno a che fare nel labirinto dei sentimenti e della realtà, gli stessi che auspicano ogni bene all’universo femminile, e poi si ritrovano molto scontenti delle donne. Ecco cosa pensano delle donne, cosa ne scrivono molti uomini al Venerdì. Il femminismo le ha rovinate. Vogliono solo sesso e soldi. Poi per forza qualcuno le ammazza. Pensano solo alla carriera. Arrivano a casa dal lavoro tardi e troppo stanche per le coccole. Si appassionano alla professione e non sono più disponibili come prima, tanto vale lasciarle. Ma cosa vi siete messe in testa, resterete sempre inferiori. Quando scoprono che la convivenza vuole dire anche letti da rifare e biancheria sporca, se ne vanno. Dicono che da sole non ce la fanno più con il lavoro e i bambini, e le nostre nonne che ce la facevano con cinque e la fabbrica? Oggi le donne vogliono fare i loro comodi e avere sempre ragione. Noi uomini siamo diventati troppo democratici a causa di certe leggi, non ci resta che rimpiangere i bei tempi quando le donne se ne stavano buone buone a lavare i piatti e ad aspettare con ansia il ritorno del marito. Ci sentiamo declassati dall’autonomia delle donne che dal lavoro traggono energia e soddisfazioni. Dopo aver condiviso il rifiuto dei ruoli sessuali tradizionali, ci sentiamo separati in casa, ingombrante zavorra, perché loro sono piene di impegni. Fa quindi molto piacere che addirittura il capo della Stato abbia avuto parole belle per le donne, per le loro difficoltà, la loro solitudine, le culle lasciate vuote, come rinuncia e difesa. Siete di più, ha detto, siete più brave, fatevi valere. E altri uomini di pensiero partecipano con i loro scritti all’elogio delle donne ingiustamente svantaggiate e piene di problemi.
Facciamoci valere, benissimo, ma come? È dagli anni 60, dai tempi pre ’68 delle prime rivolte femminili, che le donne chiedono quello che viene continuamente loro promesso e mai dato, anche se molto, in anni fiduciosi e combattivi, si è conquistato, e non solo per le donne. Ma pare ormai che le richieste più ovvie e più pratiche siano diventate chimere, e per questo anche si esita a “colmare le culle vuote”, che, a parte le gioie della maternità, vorrebbe dire prestare un ennesimo servizio, questa volta alla patria, e sempre a spese loro. Ecco, per dire che non bastano leggi, comunque auspicabili, e le parole di un grande presidente, e la generica solidarietà maschile e la consapevolezza dei propri diritti e la voglia di “farsi valere”.
Per le donne non ci sono, a frenare la possibilità di lavorare, di guadagnare, di entrare in politica anche per aiutare le altre donne (quindi non come Prestigiacomo o Moratti) , soltanto una distrazione generica della società tuttora molto maschile, la responsabilità della casa e dei figli da mettere al mondo e crescere. Ci sono anche gli uomini. C’è quella cosa di cui si parla sempre, ma che non viene mai presa in considerazione, che è l’amore. Per amore gli uomini pretendono, per amore le donne rinunciano. La vera scelta oggi per tante donne non è più o carriera o figli, ma o carriera o amore. Infatti ci sono più di due milioni di italiane che lavorano e vivono da sole con i figli, sia pure con grandi sacrifici. Ma non si sa quanti siano i milioni di donne che scegliendo la carriera, si sono mutilate dell’amore.
Piero Sansonetti
Nell’articolo di ieri abbiamo visto che il pensiero femminista ha molti punti di vista diversi. Prendiamone in considerazione due, piuttosto distanti tra loro.
Barbara Ehrenreich è una sociologa americana innamorata quasi carnalmente della sociologia. Il suo pensiero è un pensiero radicale e fortemente di sinistra. Quello però che in lei soprattutto è radicale è il modo di vivere la vita, lo studio, l’uso dell’intelligenza e delle conoscenze. Anni fa ha deciso di studiare il fenomeno dei lavoratori poveri, che è uno degli aspetti fondamentali (e sconosciuti) della società e dell’economia americana. Cosa ha fatto? È andata in biblioteca? Ha comprato dei libri? Ha realizzato delle interviste sul campo? No: ha distrutto le sue carte di credito, si è licenziata dal lavoro, ha buttato il cellulare, ha chiesto scusa alla famiglia, ed è partita sola, con una valigetta e con un centinaio di dollari in tasca, per la profonda America. Ha vissuto per due anni senza più nessun contatto con il mondo precedente, ha viaggiato in una decina di Stati, dal nord al sud, lavorando come cameriera, come barista, come donna delle pulizie, come operaia, o come commessa quando le andava bene, prendendo le paghe minime che trovava, dormendo in stanze luride in affitto, o in motel di quart’ordine, o in roulotte, o in baracca, e ha dimostrato come in America non basta avere un lavoro per vivere dignitosamente. Si può lavorare anche dieci ore al giorno, con un regolare contratto ma non avere soldi abbastanza per mantenersi in modo decente. «It’s american way», bellezza. È il sogno americano.
Poi Barbara Ehrenreich è tornata a casa sua, in California, ha ripreso il suo lavoro di sociologa e ha scritto un libro su questa sua esperienza. Era la fine degli anni novanta, del secolo.
Ora la Ehrenreich ha partecipato alla stesura di un altro libro che si chiama Donne globali (pubblicato in Italia da Feltrinelli) nel quale parla soprattutto dell’esperienza delle migranti. Il capitolo più drammatico di questo libro riguarda quella che possiamo un po’ rudemente chiamare la questione della servitù. Fenomeno diffusissimo in occidente, e in Italia, ma ignorato largamente. Situazione palese, sconosciuta, negata. Si tratta di questo: alcuni milioni di donne del terzo mondo vengono in occidente con un compito esclusivo: servire nelle case dei ricchi e della classe media del primo mondo, e occuparsi di tutte le cose – le necessità personali – delle quali i ricchi e i benestanti non vogliono occuparsi personalmente, perché li stanca, o li annoia, o li disgusta, o le ritengono degradanti: la pulizia delle loro case, dei loro vestiti, delle loro scarpe, delle loro stoviglie, la preparazione di pranzi e cene e il trasporto dei piatti dal fornello al tavolo e viceversa, la pulizia dei bagni dove i ricchi hanno depositato i propri bisogni corporali, l’accudimento dei figli piccoli o quasi grandi, lo svuotamento dei portacenere e degli orinatoi di cani e gatti, il riordino di tutti gli oggetti e le cianfrusaglie lasciati in giro per caso, il pagamento delle bollette, l’acquisto dei generi alimentari e molto altro ancora. Barbara Ehrenreich nel ’99 ha lavorato per qualche mese come cameriera, e racconta così la sua esperienza: «Ho lavato circa 350 pavimenti in quelle settimane: bagni, cucine e ingressi che richiedevano il trattamento a ginocchioni (come prometteva la pubblicità della ditta di pulizia che mi mandava nella case private: «noi puliamo a ginocchioni… »). Il mondo visto sulle ginocchia, è un mondo diverso da quello normale, ed è un mondo dove non si entra mai volontariamente. Vi si possono trovare elaborate strutture di polvere tenute assieme dai peli di cane, oppure frammenti secchi di pasta incollati a terra dalla loro stessa salsa, resti agglutinati di sughi, gelatine, creme contraccettive, vomito o urina. A volte si incontrano anche le gambine di un bambino arrabbiato perché le donne sono ancora lì quando lui torna da scuola, oppure i piedi calzati «Joan and David» della padrona di casa nervosa, che aspetta solo di indicare la macchiolina che vi è sfuggita». Tutto questo carico di lavoro e di umiliazioni in cambio di che cosa? Di stipendi molto modesti, che secondo le indagini ufficiali – e che quindi riguardano solo il lavoro emerso e non il lavoro nero, diffusissimo – sono mediamente di 23 dollari alla settimana al di sotto della soglia di povertà. Stipendi che naturalmente sono quasi ininfluenti nel bilancio di una famiglia ricca, e vengono comunque in gran parte risparmiati dalle migranti e inviate nei paesi d’origine ai mariti. Nel 1993 un personaggio famoso in California, la giudice Zoe Baird, fu coinvolta in uno scaldaletto che le costò la nomina a procuratore generale: pagava in nero la cameriera. Quanto? Cinque dollari l’ora, cioè al di sotto della paga minima e per di più senza contributi. La Baird guadagnava all’epoca 550.000 dollari all’anno, che diventavano 543.000 dopo aver pagato lo stipendio alla cameriera.
Questo tipo di immigrazione è ormai uno degli elementi di stabilità persino psicologica nelle famiglie occidentali, che non potrebbero mai rinunciarvi . La Ehrenreich la paragona alla schiavitù dei secoli scorsi. «In Medioriente, nell’antichità – scrive – le donne fatte prigioniere durante le guerre erano ridotte in schiavitù e vendute per svolgere compiti domestici o diventare le concubine dei vincitori; degli africani portati come schiavi in America, tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, quasi un terzo erano donne e bambini e la grande maggioranza di loro fu usata come serva di casa o concubina».
L’uso delle donne dei paesi poveri come serve nei paesi ricchi, secondo la Ehrenreich è da un lato una ignobile ingiustizia, dall’altro – paradossalmente – il carburante che alimenta la liberazione delle donne in occidente. Nel rapporto tra maschi e femmine in occidente – scrive – è cambiato qualcosa negli ultimi anni: si è attenuato il grado di oppressione della donna. Però non è stato in nessun modo intaccato il privilegio dei maschi. Il miglioramento della condizione della donna non è determinato da un riequilibrio dei poteri e delle relazioni tra maschio e femmina. Come è possibile? A compensare lo squilibrio c’è stato il massiccio afflusso delle serve dal sud del mondo. E questo afflusso è organizzato come una vera e propria tratta, moderna e sofisticata. Determinate da precise scelte politiche dell’economia internazionale globalizzata. In questo modo: l’Fmi o la Banca mondiale, per concedere dei prestiti a un paese povero, chiedono che siano rispettate alcune condizioni. Ad esempio il taglio dei servizi sociali, dell’assistenza sanitaria, della scuola, dell’asilo, eccetera. E poi chiedono che sia svalutata la moneta. La svalutazione significa che il dollaro, o l’euro, o lo yen diventano oro pura e che la moneta del paese povero che ha svalutato diventa carta straccia. Bisogna andare a guadagnare dollari o euro o Yen. Il modo più sicuro è andare a fare le serve all’Ovest. Non ci sono più le navi coi negrieri, ci sono i decreti degli organismi economici internazionali.
Barbara Ehrenreich se la prende anche con il vecchio femminismo americano, in particolare con il Now (National Organization for Women, la più celebre organizzazione femminista americana) che accusa in sostanza di femminismo nazionalista e arretrato, non al passo con la globalizzazione.
Lia Cigarini è un’avvocata milanese di successo. Ma soprattutto è una femminista milanese di antichissime origini. È proprio una femminista della prima ora. Da ragazza stava nel Pci, o più precisamente nella Fgci (che era l’organizzazione giovanile del partito), quando il capo della Fgci era Occhetto, e poi dopo ancora con Petruccioli. Erano gli anni cinquanta e sessanta. Stava nel partito ai tempi eroici di Alberganti, Cossutta, Rossanda e Tortorella. Quando si consumò la battaglia dura tra vecchi e nuovi, tra stalinisti e innovatori. Lia è stata anche segretaria della Fgci milanese. Intorno al sessantotto, ma anche prima, ha mollato gli ormeggi, si è allontanata dalla politica tradizionale e ha deciso di dedicare tutta la sua passione e il suo intelletto al femminismo. Lia Cigarini è una delle massime esponenti del femminismo della «differenza». Cosa vuol dire? Schematizzando molto questo sistema di pensiero, vuol dire questo: non si tratta di porre rivendicazioni di parità e neanche di chiedere un riequilibrio nel potere politico o nella rappresentanza. Non interessa la parità nei vari campi della vita pubblica e lavorativa. L’operazione da compiere è un’altra, semplice e praticamente rivoluzionaria: mettere al centro di tutto – proprio di tutto: della vita, della politica, della filosofia – il conflitto tra i sessi. La lotta tra femmine e maschi (tra femmina e maschio, anche al singolare). Questo comporta che tutte le altre questioni diventano subordinate al conflitto di genere (lavoro, economia, rappresentanza, eccetera).
Il conflitto tra i sessi, sostiene la Cigarini, è diverso da tutti gli altri conflitti perché non è un conflitto distruttivo ma – si dice in gergo – è un conflitto relazionale. Cioè un modo per modificare costantemente le «relazioni», quelle tra le donne, quelle tra donna e uomo e quella tra gli uomini. Conflitto relazionale vuol dire che non è regolato dai rapporti di forza (che noi tradizionalmente consideriamo la chiave e il misuratore di ogni conflitto), ma dalla relazione tra persone. C’è una parentela probabilmente abbastanza stretta – mi sembra – tra questa concezione del conflitto e il vecchio «sathiagraha» inventato da Gandhi, cioè la battaglia nonviolenta che alla fine portò alla liberazione dell’India dagli inglesi.
Lia Cigarini dice che la politica della sinistra – della miglior sinistra – è quella che tutela innanzitutto gli interessi dei lavoratori subordinati, e che però sa accogliere le istanze culturali e politiche più recenti, come quelle femministe o quelle degli «altromondisti», cioè dei no-global. Alle femministe della differenza questo non va ancora bene. Non perché non siano interessate ai diritti dei lavoratori subordinati, ma perché non credono che possano essere il punto di partenza. Qual è il punto di partenza, la contraddizione principale (come si diceva una volta)? Non è quella tra capitale e lavoro ma è quella tra maschio e femmina. E si risolve non con lo scontro di potere ma col conflitto relazionale. Alle donne non interessa né prendere il potere, né fare nuove leggi, né imporre obblighi o divieti. E questo cambia completamente la natura stessa della politica (per esempio cancella Machiavelli). Non interessa per due ragioni. La prima è che leggi, e divieti, e potere sono lontanissimi dalla propria concezione della vita, dei rapporti umani e dal proprio immaginario. La seconda ragione è che li ritengono inutili. In Russia e in Cina, negli anni passati c’erano leggi quasi perfette a regolare i diritti delle donne: ma i diritti delle donne non erano rispettati e non lo sono neanche oggi. Perché? Non serve a niente cambiare le leggi, serve cambiare le teste. E per fare questo non basta o non è utile l’organizzazione – vecchio strumento essenziale della politica maschile – ma c’è bisogno della relazione, che è un modo di fare politica molto più complicato e molto più completo, che supera le vecchie idee di democrazia e di rappresentanza.
Il difetto della sinistra – dice la Cigarini – è di considerare la presenza delle donne nella società come una questione sociale. La sinistra equipara i problemi e la sensibilità delle donne a quelli di una certa categoria sociale – una qualsiasi – colpita da determinate ingiustizie. In questo modo le donne vengono ridotte da «presenza viva e parlante» in problema, in oggetto, in tema di un discorso neutro-maschile. Perché avviene questo? Perché il maschio sa fare politica solo riducendo ad uno le varie questioni. Le sa affrontare solo così: semplificandole. Le donne invece sono «irriducibili ad uno», e questo disturba, perché rompe la completezza del proprio pensiero e della propria politica. Le donne sono asimmetriche.
La scuola che c’è
Sono una docente di scuola media e insegno educazione fisica in un istituto comprensivo, questo mi permette di stare in relazione con maestre della scuola elementare. Questo aspetto della mia vicinanza alla scuola elementare non è secondario nella riflessione che voglio fare oggi. I luoghi sono importanti. I luoghi reali e simbolici che si sono attraversati e abitati, sono importanti perché danno la misura del vissuto e la prospettiva da cui guardi la realtà. Per questo mi è necessario dire, per prima cosa, che sono approdata al movimento dell’autoriforma gentile perché vi ho trovato echi e parole della politica femminile della Differenza che io già praticavo con altre colleghe nella scuola. Pratica politica che mi permetteva e mi permette, di starci partendo dalla mia soggettività, valorizzando il mio sapere e le mie passioni e dando parola alle pratiche di relazione e di scambio.
Autoriforma gentile ha nella parola “gentile”, oltre al gioco scherzoso su Giovanni, questa allusione al femminile e già in questo racconta la verità di una scuola abitata in gran parte da donne.
Nel ’94, quando l’Autoriforma è nata, eravamo in una situazione di critica aspra alla cosa pubblica gestita dallo stato. Tutti i luoghi comuni sulla scuola avevano risalto sui media, chiunque si sentiva autorizzato a raccontare la scuola come la vedeva dall’esterno, si richiedeva a gran voce una riforma che superasse lo statalismo con l’introduzione nella scuola di un’organizzazione ispirata al privato, si indicava nella logica di mercato il toccasana per raggiungere “efficacia ed efficienza” in un luogo, peraltro, abitato da viventi. Io avevo già spostato il mio sguardo da una scuola raccontata da altri a quella che abitavo, arrivando a capire il di più dato dalla presenza femminile e ribaltando lo stereotipo della scuola che non funziona perché ci sono troppe donne. Ero convinta che la scuola, nonostante tutto, funzionasse proprio per la cura, l’attenzione, la capacità di relazione che le donne vi avevano portato, soprattutto nella scuola di base, per questo non potevo che aderire con entusiasmo al movimento dell’autoriforma. Un movimento che non nasceva in contrapposizione a quanto stava accadendo, ma veniva da percorsi già in atto, da donne e da uomini, che partendo da luoghi e da pratiche diverse, si ritrovavano sull’esigenza che la riforma della scuola non poteva che partire da chi la scuola la stava facendo.
Per dirla con le parole di Vita Cosentino: “autoriforma è cambiare a partire da quello che c’è già e funziona. Far circolare il pensiero che c’è nella scuola, intendere l’insegnamento come un mestiere intellettuale alto, capace di produrre teoria sulla scuola basandosi sull’esperienza, è una politica scolastica fatta in prima persona…..E’, ovviamente, anche critica puntuale su ciò che non va.” 1Questo raccontare ed ascoltare le pratiche di soggetti in carne ed ossa, questo dare voce al positivo della scuola che c’è, mi ha portato, con questa idea di autoriforma, a ribaltare le categorie di pensiero dominante sull’educazione e la scuola e a rigettare il concetto tecnicista e aziendalistico presente in tutte e due le ultime riforme. Ha portato a dare valore ad atteggiamenti di curiosità per gli esseri umani che ci si trova di fronte, alla disponibilità all’imprevisto, al gusto per la risoluzione dei conflitti, al desiderio di giocare fino in fondo la propria soggettività.
Nella mia pratica questo significa dare il massimo valore all’essere lì in presenza, e a ciò che capita, con i ragazzi e le ragazze della mia classe.
Mi porta a comprendere che chi ho di fronte è un essere umano con la sua componente corporea, la sua caratteristica cognitiva e soprattutto la sua affettività. E’ con questo unicum che io mi metto in relazione per riuscire a compiere ogni volta il miracolo dello scambio che sta nel processo di apprendimento. Il coinvolgimento affettivo, lo starci in ciò che si sta facendo è ciò che permette ai ragazzi e alle ragazze di non sentire il sapere come lontano da sé, come cose che devono imparare, ma che con loro non c’entrano nulla. Voglio fare un esempio: in un laboratorio teatrale, dove io e una collega volevamo portare il gruppo a lavorare sulle parole che raccontano la realtà, leggemmo Natale di Ungaretti. Senza dare troppe spiegazioni chiedemmo ai ragazzi e alle ragazze quali sensazioni avevano suscitato in loro quelle parole, se qualcuno aveva vissuto le situazioni e i sentimenti narrati dal poeta. Un ragazzo di prima media, con grosse difficoltà d’apprendimento e che non partecipava mai alle attività scolastiche, quella volta raccontò che lui aveva provato quella apatia, quella voglia di starsene da solo, di non partecipare ai giochi dei compagni, quando un anno prima aveva perso sua madre.
Questo poter mettere insieme il proprio vissuto con la poesia di Ungaretti, trovando nel testo le parole per comunicare la sua esperienza, cambiò in quel momento e da quel momento in poi il suo rapporto con il sapere.
Il ragazzo riuscì con il gruppo a produrre una pièce teatrale che raccontava ciò che gli era successo e come ne era venuto fuori. Durante le rappresentazioni, quando la compagna leggeva la poesia di Ungaretti, lui, che non riusciva ad imparare neanche mezza paginetta nelle varie materie, ripeteva a bassa voce tutto il testo. La poesia che non era più solo di Ungaretti, ma anche sua. Dall’esperienza, portandola nell’incontro con altre e altri, riesco a formulare teoria che poi rigiocherò nella pratica, con tutti gli aggiustamenti che le diversità che ho di fronte mi portano a fare.
Nel caso che ho raccontato, come in altri, io ho fatto esperienza di quanto possa essere dirompente riuscire a tenere assieme – emozioni – affetti – conoscenze – e questo per me è un elemento che diventa teoria non sulla scuola, ma della scuola. Come dice Luisa Muraro: Per teoria intendo, alla lettera, le parole che fanno vedere quello che è.
Questa conoscenza che mi viene dallo scambio delle pratiche mi porta inevitabilmente a ribaltare anche la gerarchia tra sapere accademico e sapere dell’insegnante, tra la competenza di chi pensa la scuola da luoghi lontani, dove non arrivano gli odori e le puzze delle aule, e chi invece sta con, e in prossimità, di bambine e bambini. Questo ribaltamento è stato il tema del Convegno 2001 dell’autoriforma gentile “ Le maestre e il professore”.
Questa operazione simbolica è stata espressa con queste parole: “Le scuole dell’infanzia ed elementari sono la parte migliore della scuola italiana e fin dalla fine dell’800 sono principalmente donne, maestre ed educatrici, ad abitarle. Nel nostro incontro vogliamo interrogare la loro esperienza per capire come si è creata questa qualità, e mostrare come tutta la scuola possa cambiare imparando da loro. Intendiamo così mettere in discussione la tradizionale gerarchia tra i diversi gradi di scuola: al livello più basso la scuola dell’infanzia, al livello più alto l’università. In questa rappresentazione l’idea di fondo è che bisogna man mano emancipare l’insegnamento dai lacci affettivi attraverso cui passa l’apprendimento nell’infanzia, cosa tipicamente femminile (“la maestra” appunto), per passare al sapere neutro condensato nella figura del “professore”, considerato più nobile perché più vicino all’accademia e depurato dagli aspetti emotivi implicati nel gioco della relazione.” 2
Questa operazione simbolica mi ha fatto guardare con più attenzione vicino a me, alle persone con cui mi relaziono a scuola, magari lasciando in secondo piano i vari vademecum della perfetta insegnante. Così ho scoperto la maestria di alcune colleghe della scuola elementare del mio istituto.
Le maestre con cui sono in relazione nella mia scuola, conoscono le singolarità, gli umori, i modi di fare, le potenzialità e le debolezze delle bambine e dei bambini delle loro classi, ne parlano con competenza e amore.
Ho percepito il grande dolore di queste colleghe di fronte alle imposizione dei decreti attuativi della legge 53/03: dolore di perdere la relazione tra loro costruita nel tempo, di fronte alla riduzione dei tempi di lavoro con la classe, la sofferenza di vedere non riconosciuti né considerati, da chi sta trasformando la scuola pubblica in un supermercato di spezzoni di sapere, progetti e modalità didattiche costruiti proprio sullo scambio e su scommesse fatte nell’interclasse.
Queste maestre, nella lotta che stiamo portando avanti, hanno saputo raccontare cosa stava succedendo alle mamme e ai papà, con cui avevano un invidiabile colloquio quotidiano (invidiabile per noi delle medie, per non parlare delle superiori), trovando il modo di raccontare la scuola.
Così è avvenuto che in difesa della scuola pubblica, per la prima volta, si è formato un movimento di genitori e di docenti, partito si usa dire “dal basso”. Io direi: dall’alto della pratica di relazione.
E in questo modo di fare hanno trascinato anche noi docenti delle medie, ci hanno mostrato la strada per l’incontro con i nostri genitori, che, non accompagnando più i figli all’entrata di scuola, si erano – e avevamo – relegato in spazi stretti: convocazioni per le malefatte del figlio o della figlia, aiuto nella raccolta per qualche progetto, ma mai coinvolti in pieno in un progetto di scuola.
Le maestre e i maestri – e noi con loro – hanno cominciato a mettere in parola ciò che si fa a scuola, hanno cominciato a raccontare le pratiche pedagogiche e a dire il buono della scuola che c’è.
Finalmente la scuola ha trovato la lingua che è la sua, che guarda alle cose elementari e quotidiane, vicine al linguaggio e alla sensibilità di bambine e bambini. Sono le cose che veramente contano.
Un esempio di quali siano le cose quotidiane che veramente contano lo danno le parole di Claudia Fanti, una maestra di Forlì: Che ne sanno loro della NOSTRA scuola fatta di un quotidiano lavoro “artigianale”, con gli strumenti artigianali da noi inventati per avvicinare ogni piccola persona alla bellezza della scoperta dei concetti…Che ne sanno loro della geometria con gli origami, della narrazione orale incentivata da giochi in palestra, del leggere e dello scrivere imparato, più che sui banchi, in movimento e nei “teatri” improvvisati negli spazi angusti dei vecchi edifici scolastici in cui “abitiamo”, che ne sanno loro del tempo che impiega un bambino di prima elementare a superare la paura delle turche e del fatto che fino al momento in cui non l’ha superata non si interessa d’altro …………., che ne sanno dell’importanza del far scorrere le ore conversando, scambiandosi le esperienze e del ritrovarle nelle fiabe e nei testi di letteratura dell’infanzia che i bambini ascoltano a bocche “ancora” spalancate? 3
Questa è una voce che racconta le cose che contano di una scuola che c’è.
C’è una frase di Clara Bianchi, detta nell’incontro di costruzione del forum delle scuole del milanese, che mi è piaciuta molto: stiamo lottando per la scuola che vogliamo e che in parte c’è.
La cosa nuova è che, portati dalle maestre, a raccontare dal loro punto di vista l’esperienza scolastica, ci sono oggi anche i genitori. Sul sito di rete scuole mi è capitato di leggere delle lettere di mamme che, per spiegare la propria contrarietà alla riforma, hanno sentito il bisogno di raccontare ciò che il figlio o la figlia fa a scuola e di come questi stanno bene durante certe attività. Queste mamme raccontano la scuola che c’è e che va loro bene.
Io credo che in questo protagonismo e in queste pratiche, in cui non si delega nessuno, in cui si è presenti fisicamente con le proprie competenze e diversità, stia la forza “rivoluzionaria” di questo movimento. Io sono convinta che questa oggi sia l’unica politica possibile!
E in questo va ricercata la spiegazione del perché questo movimento, nonostante le continue risposte negative da parte del governo alle sue richieste, non solo continua a vivere, ma si allarga a macchia d’olio e coinvolge sempre più persone e situazioni.
E’ un momento stupendo per una riforma vera della scuola che parta da chi la scuola la fa e la vive. Io vedo che sta succedendo quello che abbiamo visto accadere quando abbiamo iniziato l’autoriforma; una grande spinta ad esserci in prima persona. Per questo abbiamo parlato di AUTO-RIFORMA che non è un’etichetta o un’organizzazione, ma solo un nome che dice la modalità di far politica.
E’ il momento anche di mettere in luce ciò che non va, di riprendere la riflessione sul senso della scuola. Perché è vero che c’è chi intende il lavoro come impiegatizio, che lo pensa come un part-time pagato per intero, che aspetta l’una e mezza per scappare da scuola. E’ vero che ci sono genitori che leggono il successo scolastico come una competizione del proprio figlio con i pari. E’ vero che il tempo pieno e il tempo prolungato rischiano a volte di essere delle “prigioni” dove, innaturalmente, si tengono inchiodati per otto ore corpi e cuori, pensando solo di dover riempire le menti. Ma come coinvolgere queste persone, se non riprendendosi in mano il senso profondo della scuola e raccontando la passione che ci portiamo, le nostre esperienze più parlanti e ciò che veramente conta ed ha valore per ciascuno e ciascuna di noi?
Io, in questa operazione del dare senso, mi ispiro alle maestre; e questa è un’operazione simbolica. Il modo di tenere insieme affetti e conoscenza, di star lì in presenza come cosa più importante, aiuta anche me a non essere sopraffatta dai programmi, dalle verifiche, dalle scadenze. Nel momento in cui devo scegliere tra un ragazzino che vuole parlare con me perché per lui è urgente e la verifica sull’acquisizione degli schemi motori che devo fargli fare con il gruppo, ho un criterio di valore e scelgo il ragazzino.
Il movimento che è in corso è fatto soprattutto da maestre che finora sono state mute e cominciano a parlare della scuola che fanno. Io vi invito ad ascoltare queste voci. Chiudo il mio intervento con una frase significativa di Cristina Mecenero, una maestra di Milano di cui è appena uscito per l’editrice Junior il libro Voci maestre: ricerca fatta dal vivo intervistando altre maestre, andandole ad osservare in classe e poi discutendo con loro per riuscire a far emergere alcuni nuclei essenziali del sapere delle maestre.
“ Che lavoro faccio? Io ho il compito di stare vicino all’inizio, è questo il mio mestiere. Detto così il mio lavoro mi pare bello e importante.
Saper stare vicino all’inizio è un’altra cosa ancora, io l’ho imparata un po’, ma so che posso impararla di più. Non è che non sono abbastanza sveglia o intelligente, è che stare all’inizio sembra facile, ma non lo è. Perché? Perché presuppone di rimanere in contatto con le cose essenziali, di base. Questa capacità è un dono di cui tutti possono godere ed al contempo è un’arte che va continuamente esercitata. Un’arte che nella nostra cultura è posta ai margini, quando addirittura non è del tutto eclissata.” 4
Gioconda Pietra.
1 Intervento al convegno LA SCUOLA CAMBIA MUSICA? – Lecco 23 ottobre 1999
2 Introduzione Atti del quinto incontro nazionale del movimento per un’autoriforma gentile della scuola LE MAESTRE E IL PROFESSORE – Roma 28-29 aprile 2001
3 Lettera di Claudia Fanti apparsa sul sito di RETESCUOLE dal titolo TRONFI TRIONFI – 1 marzo 2004
4 Articolo dal titolo VICINO ALL’INIZIO, tratto da VIA DOGANA – L’UNIVERSALE IN UN CONTESTO – n° 62 settembre 02
Lia Cigarini
La relazione con gli uomini, la relazione di differenza io la penso come una relazione molto conflittuale ma non distruttiva. La pratico così e me la rappresento così. Forse però la mia è una rappresentazione ideale, perché quando poi entro in contatto con l’esperienza comune, quando come avvocata mi trovo a difendere le donne nelle cause di separazione, le vedo agire un forte senso di rivincita nei confronti dell’uomo con cui hanno vissuto. Come se avessero di fronte un nemico da distruggere.
Hai in mente qualche caso?
L.C. Quando c’è una lunga contrattazione per arrivare a una separazione consensuale o si finisce in giudizio le cose vanno quasi sempre così. Soprattutto le donne disconoscono le capacità paterne del compagno. Dicono che non sa accudire i figli, che li fa ammalare, non sa farli studiare, ecc. Io riconosco una competenza speciale alle madri, ma non penso ad un’assoluta inettitudine paterna, perché non giova a nessuna.
Più precisamente penso che nel conflitto tra madre e padre il sapere femminile debba fare qualcosa di più che rivendicare un’assoluta competenza della madre. Anche perché in questo nodo entra in gioco la libertà femminile. È libertà anche saper inventare mediazioni. Tuttavia per ora la propria libertà va seconda rispetto alla rivendicazione dell’assoluta competenza materna. Io tra responsabilità totale della madre e libertà vedo tante contraddizioni, loro no.
E sui soldi? La moglie che si separa, secondo la caricatura corrente, lotta fino all’ultimo quattrino.
L.C. Il problema non è qui. L’obiettivo vero è negare il partner come padre, come marito. C’è questo forte desiderio di rivincita sul maschio. Sui soldi, a parte forse quelle poche ricchissime, le donne non sono poi così agguerrite. A volte mi tocca richiamarle perché chiedano di più. La questione dei soldi la pongono soprattutto gli uomini, che cercano di dare il meno possibile o per farla pagare alla moglie che ha voluto la separazione, oppure perché per loro è una misura per sistemare le cose e i sentimenti. La lotta delle donne è soprattutto sui figli. Io sono d’accordo che vengano affidati alle donne, ma non sulla pretesa di cancellare totalmente il padre. Vogliono anche che lui sia riconosciuto come il colpevole assoluto della fine del matrimonio. Che resti agli atti. Ci sono anche i matrimoni che finiscono perché “lui non parla”. I figli sono ormai grandi, e lui passa il tempo in silenzio davanti alla tv. Le donne pensano che un matrimonio senza comunicazione sia finito. Gli uomini si difendono dicendo di aver sempre lavorato e mantenuto la famiglia e quindi di ritenersi a posto. In genere questi matrimoni finiscono civilmente però nell’assoluta incomprensione tra le parti. Qui direi proprio silenzio tra uomo e donna non tra madre e padre.
[… ]
Nonostante la pioggia migliaia di persone ieri sono scese in piazza per dire no alla riforma Moratti e per difendere la scuola pubblica. I sindacati confederali per la seconda volta hanno indetto una manifestazione nazionale. La scuola ha risposto in massa
Cinzia Gubbini
«Tremate, tremate, le scuole son tornate». Resitono, resistono, resistono, questi insegnanti e genitori della scuola italiana, che avranno pure una «visone statalista», come dice il forzitaliota Bondi, ma il conflitto sanno cosa significa molto più delle ingessate convenscion per dire che la riforma Moratti da più libertà. Resistono alla pioggia di bugie e manipolazioni, e pure alla pioggia che dio la manda. Con ombrelli, impermeabili, cappellini e stivali, ieri hanno marciato su Roma quasi centomila persone, nonostante qualche autobus bloccato dalla neve sull’Appennino. Chi si rivede: la scuola pubblica in piazza; per la terza volta, in cinque mesi, senza contare le centinaia di iniziative che hanno invaso nelle settimane scorse le singole scuole per dire no alla riforma Moratti. Stavolta è toccato ai confederali – con l’adesione di associazioni come Legambiente, il Cidi, i Girotondi – che ieri hanno indetto un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo. E tutti continuano a guardare con un certo stupore questa massa di persone che basta dare il la e si mette in fila come per il pifferaio di Hamelin, con i cartelli fai da te. Sarà pure vero che la scuola soffre di una sorta di allergia per la parola riforma, ma la ministra Moratti ha toccato qualcosa di più profondo, che ha stravolto la pancia del paese, che trascina fuori dalla porta di casa famiglie, insegnanti, semplici cittadini, studenti.
Qui non c’entra la magia, c’entra una coscienza diffusa che, guarda un po’, nasce proprio dalla scuola – quella pubblica e di massa – che si vuole smantellare. «A me pare che, per la prima volta, si ha l’impressione che si voglia cambiare una cosa fatta bene, e cioè la scuola elementare. Che si voglia deliberatamente tornare indietro – dice Giuseppe, un genitore di Varese, che ieri si è infilato insieme agli insegnanti sul pullman organizzato dai confederali – capisci che vogliono toglierti qualcosa di più per darti qualcosa di meno». «Ci siamo letti il libretto, e abbiamo capito che sarà pure vero che alle medie introducono la seconda lingua europea – dice una mamma romana di Monteverde, animatrice del Coordinamento spontaneo sorto nel quartiere – ma riducono l’inglese di un’ora e mezzo. Per fare più cose ci vogliono più soldi e più tempo, e nella riforma non c’è né l’uno né l’altro. Il ministro parla di libertà, ma è una Torre di Babele, con i ragazzi che possono entrare e uscire quando vogliono, non ci si capisce niente».
Fischietti, zaini con la merenda per i bambini, che sono venuti anche stavolta e sono informatissimi sulla polemica contro la loro partecipazione alla manifestazione. Due maestre di Prato si sono conciate da ragazzine, coi fiocchi in testa e le lentiggini, in mano due cartelli: «Mi hanno strumentalizzato», «Anche a me». Finalmente si fanno vedere anche gli studenti delle scuole superiori, prossimo obiettivo del ministro Moratti, e loro lo sanno bene. Parecchi di loro sfilano dietro il camioncino dell’Unione degli studenti, poco distante dallo striscione di apertura che diceva «Una scuola migliore è possibile».
[…]
Le scuole comunali d’infanzia di Reggio Emilia festeggiano quaranta anni di attività. Un’esperienza preziosa, basata sull’ascolto, la sperimentazione, la crescita condivisa. Ne parla la coordinatrice pedagogica Tiziana Filippini
Arianna Genova
È davvero una bella storia italiana quella delle scuole comunali d’infanzia di Reggio Emilia che oggi festeggiano i loro quarant’anni con la mostra-evento ospitata ai Chiostri di san Domenico (fino al 31 marzo) e un convegno internazionale dedicato alla figura di Loris Malaguzzi (25-28 febbraio). Quasi mezzo secolo di successi che hanno visto formarsi un rapporto «speciale» tra bambini, genitori, insegnanti e istituzioni cittadine, coadiuvati da una rete di servizi invidiabile, aperta a ogni tipo di sperimentazione, un sistema che gli svedesi, già nei lontani anni 80, sono venuti a sbirciare «esportandolo» sotto le spoglie di una esposizione a Stoccolma. A Tiziana Filippini, responsabile del coordinamento pedagogico delle scuole e nidi d’infanzia di Reggio Emilia, abbiamo chiesto di farci da guida lungo la storia di questo meraviglioso «caso anomalo».
Come nasce l’idea di fare una mostra sulle scuole d’infanzia?
La mostra si chiama I cento linguaggi dei bambini. La narrativa del possibile, cui abbiamo aggiunto: «1980-2004». Vogliamo far vedere quelli che sono stati i cambiamenti e le diverse consapevolezze del nostro stare con i bambini. C’è una prima parte della rassegna incentrata sugli anni 80 e poi una sezione sul decennio dei 90, a testimonianza delle trasformazioni avvenute sia nel modo di documentare che in quello di fare attività: si privilegia la ricerca, i processi, le strutture narrative e per dare visibilità a tutto ciò è nata una collana editoriale. La mostra è una ricognizione sulla nostra esperienza, qualcosa che ne riprende i fili, una sorta di rilettura della propria identità e insieme dell’esperienza più corale. La rassegna nacque negli anni 80 da un’esigenza locale: dare testimonianza di una diversa immagine di bambino e di scuola, della possibilità di un’altra didattica. Malaguzzi, con la prima scuola aperta nel 1963, aveva cercato di costruire qualcosa di innovativo, raccogliendo le battaglie delle donne di quel periodo e investendo sull’infanzia per creare una società diversa. Era la sua un’idea di futuro, un patto sociale. La scuola «partecipata» vedeva fin dall’inizio collaborare tutti, dai genitori ai rappresentanti di fabbrica e dei quartieri. Attraverso il «riscatto» delle intelligenze dei bimbi si riscattavano anche quelle di donne e uomini. Intorno si respirava però scetticismo. Malaguzzi allora portò i bambini sotto i portici della piazza per mostrare ai cittadini come dipingevano con cavalletti e colori. L’obiettivo era dare visibilità alle loro competenze, non solo cognitive ma anche emozionali-espressive. Malaguzzi sosteneva che ogni bambino nasce in una relazione, è un essere intero che non accetta di essere diviso e frammentato, neanche disciplinarmente. Quello «nuovo» era un bimbo ascoltato, che gli adulti dovevano affiancare nelle sue ricerche. E mentre lo diceva agli operatori e educatori, lo ripeteva anche alle famiglie. Un bambino è già un cittadino, è un soggetto che al pari di altri produce cultura. E l’educazione è un fatto pubblico.
Qual è l’idea «forte» che impronta l’esperienza delle scuole d’infanzia di Reggio Emilia?
Ci sono piuttosto alcuni tratti forti della nostra identità. Per esempio, rimettersi in gioco continuamente. E cercare di comprendere cosa vuol dire scuola d’infanzia in una città educante e complessiva. Chiedersi cosa significa partecipare oggi rispetto al 1963 quando l’urgenza era lottare per avere scuole e servizi. Pur nei cambiamenti ci sono dei valori che restano perché non appartengono solo alla sfera privata ma a quella politica ed etica. La scuola è fondamentalmente questo, non luogo di trasmissione ma di costruzione.
Cosa è cambiato oggi?
È mutata molto la forma organizzativa: viviamo in una società dove la cultura della partecipazione è venuta meno. Ci sono intere generazioni che non hanno avuto modo di sedimentare questa modalità di rapporto e la scuola stessa non è stata un esercizio. La trama sottile che ancora aggrega è quella di non rinunciare a un’idea di scuola promotrice di democrazia, capace di mantenere alti quei valori indispensabili per un individuo. Oggi poi abbiamo persone che vengono da tutto il mondo, c’è un incrocio di culture che permettono di accedere a conoscenze diverse.
A quali teorie pedagogiste si sono ispirate le vostre scuole?
Malaguzzi, nella ricerca del suo modello alternativo, attingeva da vari pedagogisti, prendeva da ognuno quello che considerava il meglio, il tutto sempre filtrato dalla realtà. L’idea base della teoria-prassi è stata una ricchezza in più. Non solo quindi le teorie dei pedagogisti moderni ma una serie di atteggiamenti mentali, modi di essere in cui la ricerca educativa diventava uno stile. La maggior parte della nostra formazione viene fatta sul campo e l’esperienza è uno strumento di riflessione. Il cambiamento è considerato una risorsa, non una frustrazione. Niente è automatico, non arriva nessuno qui da noi «abilitato» dal suo curriculum e basta: si rimette in gioco.
La documentazione, per tornare anche ai criteri che hanno guidato l’allestimento della mostra, è la chiave di volta di tutto questo. Faccio un esempio: c’è una figura che ha voluto fortemente Malaguzzi che è l’atelierista. È una figura anomala che rompe con la pedagogia tradizionale e porta dentro la scuola, a tutti i livelli, i linguaggi espressivi, tiene insieme appunto i «cento linguaggi». Non si tratta qui del «laboratorio» di cui parla Moratti. Quel laboratorio torna a separare, va nella direzione contraria rispetto a quanto dicono le neuroscienze e le psicologie cognitive. Col tempo parcellizzato si viene a perdere l’importante dimensione della crescita condivisa. Insieme, ci si educa vicendevolmente per decifrare la società.
Veniamo al punto: la riforma Moratti…
Quando dice di fornire risposte a tutti, pur non perdendo di vista l’identità, è forte. Qui però non si tratta di privilegiare un gruppo o un individuo ma una serie di co-emergenze dove il singolo viene considerato dentro le relazioni. La pretesa morattiana di individualizzare i percorsi è mistificatoria, apre una strada che è astratta rispetto al modo di crescere di qualsiasi essere umano, che è sempre relazionale. Solo così impari delle procedure che poi ti accompagneranno per tutta la vita. Il soggetto apprende a costruire la propria conoscenza.
L’esperienza di Reggio ha «seguaci» in Italia?
Gli scambi sono numerosi ma la nostra rete di scuole nidi e infanzia non rappresenta nessun modello esportabile. È un’esperienza nata in quell’acquario che è l’ambiente, che accoglie e sollecita le diverse risposte.
Vita Cosentino
Dopo gli autoferrotranvieri, la scuola, quella vera, ha riempito le pagine dei quotidiani per l’esplosione di una lotta che non accenna a fermarsi. A guardare quei volti sorridenti di maestre, di bimbi, di mamme e papà, vien subito da dire che questa lotta smentisce l’allarme lanciato in ottobre dall’Espresso di insegnanti sull’orlo di una crisi di nervi, diagnosi che aveva dato la stura al solito parlar male della scuola e di chi ci lavora. Forse invece conferma quell’allarme, però di nuovo c’è che il malessere ha trovato una via d’uscita nella politica, nell’esserci in prima persona. Se n’era già visto un piccolo segno in un semplice gesto di dignità, partito spontaneamente nelle scuole prima di Natale: rispedire al mittente le agende Moratti, regalo che portava con sé il marchio da dipendente aziendale. Proprio quello che maestre, professori e professoresse non vogliono essere. E lo dicono ormai da anni a governi di centrodestra e di centrosinistra.
Eduardo di Blasi (Unità 18/1/04) facendo la cronaca della manifestazione di centomila a Roma, registra così questa ripresa della politica: “…la politica, quella vera, quella che viene dal basso, quella che spinge una preside, madre di figli, a portarsi in giro dei sacchi della spazzatura con scritto “Riforma Moratti”, quella che porta una donna in evidente stato di gravidanza a sfilare con marito, figlia e nascituro, quella che porta in piazza carrozzine di neonati e carrozzelle di disabili“. La novità che desta maggiore stupore viene messa da Roberto Crotoneo sulla prima pagina dell’Unità: un terzo della manifestazione è fatta da bambini e bambine, una cosa mai vista. Ne scrive con toni da Guinness dei primati: “Chissà se lo sanno quei trentamila bambini di ieri. Che questa storia farà il giro del mondo. In un paese occidentale, civile, europeo, trentamila bambini in piazza. E bambini piccoli, di sei, sette, otto, fino a dieci anni di età. Con i genitori, certo, e con le loro maestre“.
C’è un’originalità in questo movimento che i giornali colgono attraverso la presenza dei piccoli, ma che non spiegano. Sarebbe sbagliato considerarlo solo una lotta di categoria, non sono solo insegnanti, come è accaduto in passato. Le scuole infatti sono uno spazio pubblico di incontro tra insegnanti, studenti e genitori, e il miracolo forse è potuto capitare perché il cuore di questo movimento è costituito da scuole materne e elementari. Nella scuola di base i genitori, più spesso le mamme, accompagnano ancora i figli e le figlie a scuola e parlano con le maestre tutti i giorni, specie se sono piccoli, e per tradizione mantengono una relazione viva e spesso danno una mano per le feste e per i laboratori. Questa volta le maestre hanno saputo parlare anche di quello che stava capitando con la riforma Moratti e la cosa ha funzionato. Un’amica, insegnante alla scuola Martiri della mia città, mi diceva che proprio la presenza dei genitori le ha ridato forza, la forza di riportare al centro la questione della qualità della scuola. L’idea vincente forse è stata proprio farsi aiutare e condividere.
Un’altra questione che emerge dalle cronache di questi giorni è sul senso di questa lotta: è solo di opposizione alla Riforma Moratti? È solo per la difesa del tempo pieno? No. Questa lotta non è solo di opposizione. Maria Novella de Luca per Repubblica (17/1/04) è andata a Primavalle, un quartiere duro della periferia romana, in una delle scuola elementari occupate, la XXV aprile. Fa parlare una mamma, Claudia Maluzzo, quarantadue anni e tre figlie, e la Direttrice Rosetta Rossi: “… quello che difendo – dice la mamma – è la qualità di questa scuola, noi inglese e il computer ce l’abbiamo già da dieci anni, qui alla mensa si mangiano cibi biologici, i ragazzini fanno lezioni di ecologia, coltivano le aiuole…, ma perché quella signora ministro vuole buttare tutto a mare? “. La giornalista è visibilmente colpita e trova parole per raccontare relazioni inedite e un modo di essere scuola che non conosceva. Come la bellissima idea della direttrice di usare le parole al posto delle indagini poliziesche e delle punizioni per far cessare i furti: “… nel 1991 la mensa veniva puntualmente saccheggiata…, allora “ho deciso di aprire la scuola al quartiere, coinvolgendo i genitori, e mettendo dei cartelli in cui avvertivamo “chi vuole essere invitato a pranzo si presenti alla mensa” e da allora non è sparito più nulla”. “Usiamo le parole. questa è una scuola di frontiera, ma chi ci lavora ha una motivazione forte“.
Le scuole materne ed elementari sono considerate le ultime con i criteri di valore delle gerarchie scolastiche – per es. prendono gli stipendi più bassi – e invece sono la parte migliore della scuola italiana, quella che più è già cambiata e vuole esistere per quello che è diventata.
Dopo Roma, Milano. Il giorno di San Valentino in quarantamila si riversano in piazza Duomo per una “manifestazione d’affetto per la scuola pubblica”. Assieme a maestre, mamme, papà ancora tantissimi bimbi e bimbe, nonostante le polemiche furiose sulla strumentalizzazione politica dei bambini, culminate in una proposta di legge di vietare il dissenso ai minori. Il giorno prima, in più di 100 scuole occupate simbolicamente per un’ora, assieme hanno inventato frasi, canzoni e preparato striscioni a mano. Come a Primavalle, anche qui la lingua, l’uso che ne è stato fatto, la scelta delle parole in cui riconoscersi, hanno salvato la situazione, in questo caso dall’accusa di strumentalità. Io stessa alla manifestazione ho raccolto da mani bambine foglietti che è una forzatura chiamare volantini: erano tutti diversi, uno per es. diceva “le mie maestre vogliono continuare a lavorare insieme” e un altro “Per mandar via mo-ratti, ci vogliono mo-gatti“. In comune avevano una scritta “io amo la scuola pubblica” e la firma: Comitati genitori-docenti/Forum delle scuole del milanese. Dietro a queste parole si vedono grandi e piccoli che si parlano e, parlandosi, escono dal politichese.
Questa volta la stampa quotidiana ha trovato parole fedeli ai fatti: molti giornali hanno messo in luce la creatività, l’aspetto giocoso dei cortei e colto fin da sottotitoli e occhielli l’aspetto politico più nuovo: l’autorganizzazione. Proteste organizzare con il passaparola (Republica), Un’inaspettata folla per una manifestazione organizzata “dal basso”, con il tam-tam dei comitati spontanei dei genitori e gli appelli su internet (Unità), Chitarre, megafoni e striscioni lungo il percorso “Siamo senza Leader e senza sigle” (Corriere).
In questa inedita capacità di esserci c’è un senso della politica che va oltre la consueta lettura di forze che si muovono “dal basso”. Lo conosco per via della mia esperienza nella politica delle donne e oggi sta emergendo tra donne e uomini. Di recente Alain Touraine, in una intervista all’Unità (17/1/04) ha affermato che siamo in una fase nuova: è entrata in crisi la maniera tradizionale del sociale, distrutta dalla società di massa e globale, e viene avanti un mondo fatto di identità e soggettività culturali. Lo chiama “movimento collettivo dell’intimità“, ed è teso “non più alla conquista utopica del mondo, bensì all’affermazione pubblica dell’interiorità“. Nella manifestazione di Milano la scuola ha parlato questa lingua. Mi torna in mente una spilletta, preparata dalla scuola Bacone che andava a ruba. C’era scritto sopra “La scuola sono io“. Sembrava fare il verso a Luigi XIV. Più profondamente dice la politicità dell’oggi.
La scuola italiana da tempo si stava già modificando per forze proprie – l’abbiamo chiamata autoriforma – e questo cambiamento aveva bisogno da parte di chi governa, da parte di intellettuali e giornalisti, di attenzione e cura, per essere lasciato libero di esprimersi e casomai favorito ed esteso lentamente. Invece sono cominciate a piovere riforme dall’alto che ci hanno messo sempre più in difficoltà, fino alle devastazioni di oggi a cui queste lotte vogliono dare uno stop. Ma i problemi della scuola sono ancora tutti sul tappeto. Ho trovato nell’editoriale del Manifesto (17/1/04), a firma Domenico Starnone, una sensibilità a questa questione politica, invece la Jena con il suo trafiletto sarcastico sui “soggettini”, cioè i soggetti bambini, mostra di non aver capito cosa sta succedendo. Starnone, tirando le conclusioni, dice: “La scuola pubblica, se la si ama, se la si vuole salvare, va guardata con spietata lucidità. La battaglia di oggi a tutela de tempo pieno e contro l’opera devastatrice del centrodestra, giustissima, sarebbe ancora più giusta se riuscisse a riavviare la tensione verso una scuola ben fatta, rifatta. Molti insegnanti ci riescono, giorno dietro giorno, ma in solitudine, tra difficoltà enormi“.
Già ai tempi della Riforma Berlinguer, contro il famigerato concorsone che stabiliva gerarchie interne e distruggeva la collaborazione tra insegnanti, c’era stato un movimento non organizzato che era riuscito a fermare il provvedimento, in nome di un’altra idea di scuola. Ma immediatamente hanno ripreso il sopravvento partiti, sindacati, organizzazioni di ogni tipo e rapidamente si è spento tutto.
Ora chiedo: sono disponibili le forze politiche, i sindacati, le organizzazioni, a fare un passo indietro per imparare che cos’è la scuola da chi la fa, da chi la ama? E a ripensare le forme della politica a partire da quello che capita nelle scuole?
In 40 mila contro la riforma della scuola. Genitori e insegnanti: il tempo pieno non si tocca. Chitarre, megafoni e striscioni lungo il percorso «Siamo senza leader e senza sigle»
Sacchi Annachiara
La «Rete» ha funzionato: 40 mila mamme, papà, maestre, bambini e ragazzi hanno aderito all’ appello diffuso via Internet oltre un mese fa e invaso, ieri pomeriggio, le strade del centro per difendere il tempo pieno. Due fiumi di persone con chitarre, megafoni, striscioni, fischietti, maschere, sono partiti alle 15 da piazza Sant’ Eustorgio e Porta Venezia con i loro bambini. Uomini e donne di tutti gli schieramenti politici, nonne, i ragazzi dei collettivi studenteschi (gli stessi che ieri mattina hanno manifestato da largo Cairoli), precari, bidelli, signore in pelliccia, ex sessantottini, maestre in pensione, personaggi dello spettacolo (da Claudio Bisio a Michele Mozzati), insegnanti di sostegno («che ne sarà dei piccoli disabili?», si domandava Ornella Gandini, docente all’ elementare Clericetti), consiglieri comunali Ds. «Siamo senza leader e senza sigla – spiegavano ieri i rappresentanti del movimento per il tempo pieno, organizzati nel sito Retescuole.net -, ci unisce solo l’ amore per la nostra scuola». Una lunga passeggiata (mentre i primi raggiungevano la piazza, gli ultimi partiti erano ancora in via Palestro), e poi tutti in piazza Duomo, dove la protesta – gioiosa e colorata – è esplosa. Primi ad arrivare, gli insegnanti delle scuole medie a indirizzo musicale che hanno aperto la manifestazione con l’ aria del Nabucco, e poi via, con gli slogan e decine di striscioni colorati preparati dai bambini durate l’ occupazione di venerdì. Tutti pronti a dare una mano: il camioncino dei collettivi con le canzoni per i bimbi (non i soliti Inti Illimani ma «Per fare un albero ci vuole il fiore» e altre filastrocche), le mamme munite di scotch che appendevano ovunque biglietti di San Valentino (da «Io amo la scuola pubblica» a «Le mie maestre vogliono continuare a lavorare insieme»), i genitori delle scuole della zona 8 che trascinavano un enorme Pinocchio («sono le bugie della Moratti»), i papà della Bacone che vendevano le spille gialle «antiMoratti» per finanziare la Rete, i bambini della Bacone (con un dragone di cartapesta a guidare la delegazione) che distribuivano volantini informativi («il tempo pieno non si tocca»), neonati in carrozzina con la scritta (sulla coperta) «sono qua per imparare cos’ è la democrazia». «Grazie, ministro Moratti – gridava dal megafono Antonella Lo Consolo, mamma della scuola elementare Cesari – per averci fatto scoprire quanti siamo, e come siamo determinati a combattere la nuova scuola». Poi i girotondi attorno alla direzione scolastica regionale, in piazza Diaz, l’ abbraccio della scuola e la gioia per il risultato ottenuto. «Siamo almeno in 40 mila – commentava Michele Corsi, uno dei promotori – e dire che ci siamo dovuti organizzare con il passaparola. Ma finalmente la gente si è resa conto di essere stata truffata». Ancora: «Il ministro deve tener conto di manifestazioni come la nostra, spontanea e trasversale, non può continuare a dire che gli italiani vogliono la riforma della scuola». E la protesta non si ferma: per sabato prossimo è prevista una nuova assemblea del forum («vogliamo coinvolgere di più i ragazzi delle superiori e andare oltre Milano, raccogliendo adesioni da altre città italiane»), in vista della manifestazione di Roma del 28 febbraio (indetto da Cgil, Cisl e Uil) e di quella dei Cobas del primo marzo. Annachiara Sacchi 100 LE SCUOLE di Milano e dell’ hinterland che hanno partecipato alla manifestazione di ieri pomeriggio 40.000 I MANIFESTANTI che ieri hanno partecipato al corteo per il tempo pieno (20 mila secondo la questura) GLI SLOGAN Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due van contro la Moratti in fila per sei col resto di due O mangio con la maestra, o mi butto dalla finestra. Le mie maestre vogliono continuare a lavorare insieme Le bugie hanno le gambe corte, la scuola il tempo pieno. Cara Letizia, 27 + 3 + 10 non è = a 40 Scelgo la scuola a tempo pieno e all’ improvviso non si può più. Una ministra italiana con la sua legge la butta giù Caro Dutto, lo sai che nella mia scuola l’ inglese lo facciamo già da tanti anni? Io amo la scuola pubblica!
Stefano Sarfati Nahmad
Sono ebreo e sono contro l’occupazione israeliana. Mi capita spesso di discutere con amici e conoscenti ebrei ma queste discussioni non hanno mai portato da nessuna parte, non ho mai convinto nessuno. A qualunque argomentazione storica, etica o solo di buon senso, mi rispondono con un’altra argomentazione che a loro modo di vedere legittima o giustifica l’azione del governo israeliano. Mi sono chiesto a lungo perché la maggior parte degli ebrei difende Israele incondizionatamente arrivando persino a negare l’evidenza. Poi una sera a cena, commentando i recenti fatti, dico a un mio amico: comunque Fini è pur sempre meglio di Sharon (sottintendendo che Fini è sì un politico di destra, magari ex-fascista, amico di gioventù della Mambro, ma Sharon è pur sempre un criminale). E lui risponde: no, perché almeno Sharon è ebreo.
Ecco infine svelato cosa muove gli animi: il meccanismo di identificazione.
Una volta ho chiesto a Peretz Kidron, israeliano, passato dai campi di concentramento, attivo nel movimento pacifista di obiettori di coscienza Yesh Gvul, cosa direbbe ai numerosi ebrei della diaspora che difendono incondizionatamente la politica israeliana. Lui ha risposto: “…che non abbiamo bisogno di amici che si comportano come dei tifosi di calcio”.
Già, interisti contro laziali, ebrei contro musulmani, mondo occidentale contro mondo arabo. Ognuno sta con il suo schieramento e contro lo schieramento che in quel momento gli è contrapposto. E la cosa a volte è grottesca: il rappresentante degli ebrei italiani (Luzzatto) che appoggia un partito che discende da chi li aveva perseguitati, oppure figli di meridionali immigrati al nord che votano Lega Lombarda (e odiano gli immigrati albanesi).
Mi torna alla mente Danny, il protagonista del film The Believer, basato sulla vera storia di Daniel Burros, alto gerarca del Ku Klux Klan e membro del Partito Americano neo-Nazista del quale, in seguito a uno scoop giornalistico, si viene a sapere nel 1965 che è ebreo e così si suicida. Nel film, Danny è un ebreo americano, con un forte senso identitario ebraico. Compresa nell’identità c’è anche il vissuto di “vittima” dei genitori e dei nonni che erano stati perseguitati dai nazisti in Europa. Solo che Danny vive negli USA dei tempi moderni, una nazione forte, con un forte immaginario. Ed ecco allora che avviene il ribaltamento: nel momento in cui il ruolo di debole vittima gli diventa insopportabile, Danny, cresciuto dentro lo spazio mentale dell’identità collettiva, quella ebraica, trova più semplice sostituirla con un’altra identità contraria, diventa neo-nazista, piuttosto che compiere un percorso personale dove ci sia spazio per la sua storia e il suo presente. La bellezza di questo film è che fa vedere tutta l’umanità e il dramma personale di un individuo che cerca spazio per sé nel solo modo che conosce: all’interno di un’identità collettiva, che per definizione annulla il singolo – e infatti muore nel film come nella realtà.
Sono convinto che nella capacità dei singoli di stare alla larga dai modelli identitari, oggi si giochi il conflitto in medio oriente e molto di più. Il meccanismo identitario genera gli schieramenti (come la tifoseria di cui parlava Kidron) i quali portano avanti soltanto gli interessi di pochi furbi, che da soli non si bastano: Sharon senza il conflitto israelo-palestinese non avrebbe senso di esistere, Bush senza l’11 settembre, nemmeno.
Ma non devo a mia volta rischiare di ricadere nella logica degli schieramenti contrapposti e trovare un senso nella mia politica in quanto contrapposta a quella di Sharon e Bush. È quindi fondamentale trovare la forza di collocarsi, di prendere una posizione partendo da chi si è veramente, dal proprio modo di sentire e pensare, se occorre anche saltando la rappresentanza politica come fanno i girotondini. Solo quando dico IO e non NOI, posso rifiutare la domanda di adesione che Sharon fa a me e ad altri, in quanto ebrei, di essere parte del suo schieramento. In fondo, io mi ritengo ebreo perché figlio di madre ebrea. Poi non voglio rinunciare alla mia esperienza di ebreo, alla storia della mia famiglia che, essendo stata perseguitata, mi ha lasciato in eredità l’obbligo di fare un passo indietro e di iniziare a pensare, quando la legge del più forte viene messa in campo (cioè memoria si, ma non a senso unico). Il mio ebraismo è una parte di me. Non annullo la mia soggettività nell’identità ebraica, ma cerco di far confluire l’esperienza ebraica che è in me nella mia soggettività, arricchendola.
Unicopli
Anna Paini
Marco Deriu nel rendere conto delle interviste condotte nell’arco di due anni a Carpi (Modena), con un gruppo di padri e di figli adolescenti (1) “ipotizza l’esistenza di un conflitto intergenerazionale nel maschile, un conflitto non diretto e non esplicito, che si presenta piuttosto nella forma, più sottile ma anche più profonda, di ampi e significativi blocchi comunicativi tra la generazione degli uomini adulti e quella dei giovani e degli adolescenti”. Il conflitto quindi assume forme diverse rispetto a quello che aveva segnato le generazioni precedenti, non passa attraverso gesti di rottura, di ribellione aperta quanto piuttosto attraverso il blocco della comunicazione. Emerge una rinuncia all’autorità da parte dei padri che vogliono affrancarsi dal modello maschile genitoriale dei propri padri e contemporaneamente un non riconoscimento di autorevolezza da parte dei figli nei loro confronti; emergono grosse “difficoltà a confrontarsi con l’aspetto conflittuale delle relazioni” da parte degli adulti e viene meno “la funzione di contenere, di limitare, di orientare, di dare misure, limiti, sponde”, generando una impasse nei rapporti. Nelle pagine conclusive Marco si chiede se una via d’uscita da questo vicolo cieco possa essere quella di proporre nuovi modelli e chiarisce che sente piuttosto la necessità di fornire riferimenti chiari.
Ho apprezzato La fragilità dei padri fondamentalmente per due ragioni:
Innanzitutto per il taglio metodologico. Marco Deriu esplicita di voler evitare di “incasellare le diversità dei padri in una serie di tipologie stereotipate”, ossia di non voler confinare i percorsi biografici in tipologie predefinite, che risulterebbero inadeguate alla lettura di un fenomeno molto articolato.
Tengo a evidenziare questo aspetto perché spesso mi sono confrontata con saggi su temi a me più vicini, quali per esempio l’immigrazione, dove si opta per riproporre “nuove” tipologie che possono sembrare più ordinatrici, ma che appiattiscono la complessità della realtà presa in esame.
L’approccio di Marco è senz’altro più produttivo in quanto largo spazio viene dato ai racconti dei propri interlocutori (padri e figli intervistati) e in primo piano vi è la loro esperienza e la loro relazione (“far emergere la complessità dei punti di vista degli uni e degli altri, mostrare anche la compresenza di elementi contraddittori e di tensioni differenti che possono attraversare la stessa persona”) senza che questo nasconda l’intervento interpretativo dell’autore.
La seconda ragione riguarda l’aiuto che queste interpretazioni mi hanno dato per affrontare un altro contesto intergenerazionale con cui mi sono confrontata, quello di ragazze adolescenti, nello specifico di giovani immigrate. Ho letto La fragilità dei padri mentre ero impegnata in una scuola superiore di Reggio Emilia in una prima ricerca su studentesse straniere, soprattutto di provenienza maghrebina, alcune a Reggio da molto tempo (qualcuna nata qui), altre invece appena arrivate; una ricerca che avrei presentato nell’ambito di un ciclo di incontri, proposto nel corso del 2004 dalla provincia di Reggio Emilia, dal titolo Arrivare non basta. Complessità e fatiche dell’immigrazione familiare. Alcuni passaggi del libro di Marco mi hanno offerto chiavi di lettura per restituire il materiale raccolto svincolato da schemi, cui troppo spesso affidiamo il senso della nostra interpretazione, che contrappongono le scelte individuali a quelle famigliari.
Dalle testimonianze delle più grandi emerge la capacità di muoversi tra più mondi culturali, di rivendicare un’identità complessa, di essere delle mediatrici tra il contesto scolastico ed extra-famigliare in generale e quello famigliare. Posizione ben diversa da quella di chi ritiene che queste ragazze posseggano due insiemi di regole cui fare ricorso a seconda dei contesti. I loro racconti parlano invece un linguaggio di permeabilià che apre uno spazio di negoziazione. Alcune sono riuscite a mediare tra le richieste famigliari che imponevano loro un fidanzamento e matrimonio concordato e la voglia di continuare a studiare, ben consapevoli di non voler interrompere i rapporti di scambio con la propria famiglia, cui assegnano un alto valore.
Questi racconti presentano situazioni che potrebbero sembrare contraddittorie, ma iniziare a leggerle come attraversate da conflitti che non scelgono gesti di rottura o di sfida ma altre strade, che non sono nemmeno quelle del blocco comunicativo, è stato produttivo. Le riflessioni proposte da Marco Deriu sono quindi state utili per interrogarmi sui rischi insiti nel leggere questi gesti, questi comportamenti attraverso schemi che non funzionano più nemmeno per gli adolescenti “nativi”.
Forse bisognerebbe iniziare a riflettere seriamente sui modelli genitoriali a cui si rifanno le adolescenti straniere, senza liquidare o etichettare certi comportamenti come mancanza di autonomia individuale. Si potrebbe piuttosto considerarli come risposte di ragazze che riconoscono e danno valore all’autorità rappresentata dall’esperienza nella differenza generazionale, e che valorizzano la dimensione verticale (assente invece nel rapporto padri-figli delle testimonianze proposte da Marco), e che nello stesso tempo sono consapevoli della differenza tra le loro vite e quelle delle loro madri e si pongono come mediatrici tra contesti culturali diversi, ma senza optare per gesti di sfida emancipatoria.
In una situazione di crisi dei rapporti intergenerazionali forse abbiamo qualcosa da imparare dall’esperienza di giovani donne che negoziano con la propria famiglia svincolate dalla contrapposizione indipendenza/dipendenza.
A fine lettura mi sono resa conto che la riflessione proposta in La fragilità dei padri non coincideva con la mia esperienza di madre di una figlia, esperienza che ha fatto proprio un altro percorso di relazione, che ha scommesso sul tenere insieme la valorizzazione dell’autorità femminile con un rapporto dialogante.
Per questi motivi ritengo che il libro di Marco Deriu offra spunti di riflessione e produca interrogativi vantaggiosi anche per chi non può essere compresa in una genealogia maschile.
(1) le interviste fanno parte di una ricerca qualitativa svolta a Carpi (Mo) per conto del Centro per le Famiglie del Comune e del Free entry Punto d’ascolto per adolescenti dell’Ausl di Modena – Distretto di Carpi.
Donatella Massara
Non avevo mai letto un libro di Bianca Pitzorno; ne conoscevo però la bravura. La Bambinaia francese quando era arrivato in libreria mi aveva fatto venire voglia di leggerlo perché se la sua autrice aveva dedicato energie per un libro così, certamente voleva dirci qualcosa.
L’autrice ha risposto all’invito che le aveva rivolto Liliana Rampello a presentare il suo romanzo al Circolo della Rosa, ho avuto così modo di sapere che fra le protagoniste del suo romanzo si dipana la genealogia femminile.
Poi c’è altro. E’ il dialogo con la letteratura non solamente femminile che Bianca Pitzorno intrattiene in questo romanzo, autorizzandosi e autorizzandoci a discutere e rinterpretare. In questa perlustrazione l’autrice segue la suggestione che ha guidato Jean Rhys in Il Grande mare dei Sargassi, storia di Berta, la moglie creola e pazza che nel romanzo di Charlotte Brontë impedisce le prime nozze di Jane Eyre. L’autrice invece si rivolge a Sophie, la bambinaia d’Adele la bimba affidata alle cure di Jane Eyre. Inseguendo le tracce che la Brontë sparge la legge come protagonista del suo romanzo, ne racconta la storia, la ricolloca nell’infanzia, a Parigi, la insegue fino all’incontro con Jane Eyre. A queste pagine che sono le più intriganti del romanzo, arriviamo dopo tre quarti di narrazione dove un accurato affresco storico ci porta nella vita delle donne e degli uomini che fanno parte dell’universo di Sophie, come delle giovanette e dei giovanetti che partecipano agli anni della sua crescita.
Il romanzo mi è piaciuto perché è sia un gioco letterario, avventuroso e educativo sia un raffinato esercizio d’introduzione all’immaginario femminile. Al centro di questa convergenza di motivi, anche molto soggettivi, l’autrice ci dice che il romanzo di Ch. Brontë mantiene la grandezza del capolavoro; è ancora perfettamente leggibile e in grado di tenere sveglia l’attenzione e tanto più avviene quando ci accorgiamo in quale coinvolgimento Bianca Pitzorno è stata catturata; scopriamo che Jane Eyre, fra i suoi tanti meriti, esibisce anche rigide angolature per esempio il giudizio negativo con cui il mondo inglese guardava al popolo francese che aveva vissuto la Rivoluzione del ’79 e il periodo napoleonico. Adele nel romanzo di Brontë assomma su di sé le caratteristiche di questo mondo francese, giudicate con gli occhi disapprovanti delle inglesi. Jane Eyre alla riprovazione accompagna la mancanza di tenerezza verso la bambina. L’istitutrice e il suo tormentato amore per il padrone non sono privi di conseguenza, dunque, verso la bambina e la sua bambinaia che osservano e giudicano.
La scrittrice si prende le sue rivincite, dunque, dopo avere raccontato la crescita dei protagonisti e le vicende storiche a cui assistono.
Bianca Pitzorno con questo romanzo ci lascia lo spazio libero per provare piacere con la sua fertile immaginazione, per metterci alla prova con la storia delle donne e degli uomini, giovani e non giovani, protagoniste/i della fine dell’ancien régime e per rientrare nella letteratura delle grandi narrazioni femminili sfidandoci a diventarne le interlocutrici.
Letizia Artoni
Manuela Dviri, autrice di Vita nella terra di latte e miele, è oggi una giornalista israeliana, ma è nata a Padova nel 1949 da famiglia ebraica e sionista. Nella metà degli anni sessanta decide di trasferirsi in Israele, dopo aver sposato Abraham Dviri un ragazzo israeliano “dall’aria tranquilla e buona, ma con le spalle muscolose e le mani forti” conosciuto sulla nave che la stava portando insieme ad altri ragazzi e ragazze da Napoli a Haifa.
Erano i figli e le figlie di agiate famiglie ebree italiane che partivano per il “classico” viaggio in Israele, entusiasti di poter conoscere questo paese “nuovo, giovane, fresco, tutto rivolto verso il futuro, la speranza”.
Qui l’aspettano tempi difficili, ma il coraggio non le manca. Sposata e giovane madre, con pochi soldi e il marito spesso al fronte, riesce a finire gli studi – l’ha promesso alla madre preoccupata di vederla partire con un uomo praticamente sconosciuto – e col tempo a vivere una buona vita. Il marito, ebreo ortodosso, è un avvocato divorzista, lei lavora presso un istituto di ricerca scientifica, i figli sono diventati grandi, la situazione politica non è ancora l’inferno di oggi.
Così fino alla morte del figlio più piccolo, Yoni, ucciso nel 1998 in Libano, dove era stato inviato con altri militari a difesa di un piccolo villaggio di confine…”Mamma” – mi aveva detto – “il comandante ci ha fatto vedere il villaggio di notte, tutte le luci erano accese, e ci ha detto che i bambini lì dormivano tranquilli grazie a noi”. Una scelta convinta quella di Yoni, una morte inutile, ingiustificata per lei che da quel momento, incapace di accettarla come semplice casualità, si impegna a chiederne conto e a testimoniare nel maggior numero di luoghi possibili l’assurdità di questa guerra e la necessità della pace.
E’ un libro corale. La scrittura non è sempre uguale. Si passa dal racconto, ai monologhi, ad alcune parti della pièce teatrale che Silvano Piccardi ha scritto insieme a lei e che Ottavia Piccolo sta interpretando. Alcune di queste testimonianze sono più vicine a noi per esperienza e sensibilità, come quella di Margherita, l’amica d’infanzia, quando ci racconta che cosa è stata per lei la morte di Yoni, altre sottolineano invece la diversità delle vite e del sentire, dell’autrice in primo luogo, e il fatto che per quanto informati, la distanza che ci separa è enorme. Il racconto, molto articolato, l’accorcia.
Andare di persona, come hanno fatto alcuni dei protagonisti, è forse il modo migliore per poter capire un po’ di più e meglio.
Liliana Rampello
“Clandestino” di Eliette Abécassis parla di un incontro, di un attimo che cambia tutta la vita, dello sguardo che solo questa contemporaneità mescolata di geografie e storie lontano-vicine può rendere quasi miracolo concreto. Un uomo, una donna, un binario; colori cupi e bagnati, un’atmosfera parigina alla Simenon, ma con lo sguardo di una donna che sa d’amore, non solo dell’ambiguità dell’anima umana.
E’ il racconto di un legame che fa saltare senza scampo ogni certezza, che si slancia nell’impossibile, nell’inaccettato. Sentimenti e sfondo di delicata rarefazione, per frugare nell’intimità, nella soglia rivendicata come dicibile fra la morte e la vita, come già l’autrice aveva raccontato in due diversi e altrettanto brevi romanzi, Ripudiata (Tropea 2001) e Mio padre (Tropea 2003). Che sia una trilogia? Non importa, il centro è sempre la relazione, il suo ineludibile nodo, che così si dispiega sapientemente in diverse figure. Qui fra una donna e un uomo che imparano a riconoscersi, in Ripudiata Nathan che abbandona Rachel perché sterile, nonostante il matrimonio combinato avesse fatto scoprire la profondità di una passione impossibile da negare, in Mio padre un fratello taciuto che con la sua comparsa fa deflagrare tutti i ricordi di Héléna, la sorella che racconta del padre, di una devozione messa violentemente alla prova della memoria, di una realtà che costringe a cambiare di segno un passato ormai spoglio di ogni innocenza.
Una scrittura che sa intonare il lamento, la preghiera, la passione, la scoperta.
Elisabetta Cicchi
Il libro di Azar Nafisi è uno di quei testi che ti incoraggiano a credere che nonostante le aberrazioni della nostra epoca esista in fondo ad ogni essere umano un nocciolo intatto di pura bellezza, una sorgente di energia libera e limpida. L’autrice scrive il racconto delle proprie esperienze di docente di letteratura inglese all’Università di Teheran alla vigilia, e durante i primi mesi, della rivoluzione Khomeinista. Il libro si intitola Leggere Lolita a Teheran perciò, già prima di leggerlo, soffermandomi sul titolo, mi sono interrogata sulle vicende di censura che il testo di Nabokov ha dovuto affrontare prima di venire alla luce, e su come dovesse essere difficile, se non addirittura pericoloso, tenerlo tra le mani nella terra della Repubblica dell’Islam.
Leggere Lolita Teheran è stato, per me, una finestra aperta su una realtà quasi sconosciuta, ed è stato motivo di gioia. L’Iran di cui ci parla questa donna è una terra lontana, complessa, strangolata dall’odio e dall’ottundimento della ragione, eppure lì, come in tanti altri paesi più o meno scopertamente soffocati, resta vivo il bisogno di vedere, di sentire, di comprendere. Non è un caso che la Adelphi, che lo pubblica in Italia, abbia scelto una foto di copertina come questa: una donna seduta che sta leggendo un grosso libro tenuto con una mano, l’unica parte visibile del suo corpo, altrimenti completamente coperto da un velo nero.
E’ un libro in cui si parla fondamentalmente di letteratura, ma in cui si parla anche fondamentalmente di libertà e di prigionia. Che non è per forza la prigione dei dissidenti, delle ragazze che vengono sorprese con una ciocca di capelli che scivola fuori dal velo o con le unghie laccate di rosso. Queste, se vogliamo, sono le metafore visive delle prigioni vere, sono i muri e le sbarre costruite con le prigioni che noi abbiamo nella testa quando siamo arrabbiati, quando siamo spaventati, quando abbiamo voglia di vendetta e la ragione e il cuore vengono azzittiti, dimenticati. Ed è solo l’arte che può arrivare dietro quelle sbarre che si serrano sempre di più, prima di tutto nel nostro cervello, dentro di noi, nel profondo di noi.
La Nafisi si rende conto che giorno dopo giorno si allungano le liste dei libri proibiti, che i suoi concittadini devono sottostare sempre più ad inaccettabili regole restrittive di ordine sociale e culturale, che i suoi studenti non possono più agire da liberi pensatori, che il pensiero e la creatività sono i primi ribelli del regime e per questo vanno annientati. Nel tentativo di combattere tutto ciò, durante le sue lezioni, cerca di stimolare i suoi studenti e chiede loro: Tu cosa pensi di James? Tu cosa pensi di Humbert? E l’assale la disperazione quando alcuni tra loro, anche i più brillanti, rispondono condannando l’uno o l’altro, o tutti e due, perché quello che hanno scritto, o le azioni che compiono sono “immorali”. I giovani studenti non ragionano più, hanno assunto come loro pensiero i dettami del partito. Non c’è più il bello ma solo il giusto, ed è giusto solo quello che lo è per il partito, secondo la morale del partito.
Eppure, per uno studente che si perde ce n’è un altro, o un’altra, che si sveglia. E questo succede proprio grazie agli immorali protagonisti occidentali di quei romanzi in lingua inglese, la lingua del nemico americano; però, non è per via dell’immoralità dei protagonisti, o della novità di una cultura più liberale che si aprono gli occhi, ma grazie all’arte. Prendiamo Jane Austen, a cui viene dedicato un capitolo intero, chi la condannerebbe per immoralità?
C’è di più, perché proprio il soffocamento intellettuale che sconvolge il suo amato paese spinge lei e un gruppo di studentesse a un genere di intimità altrimenti impensabile; in casa Nafisi si svolgono delle riunioni segrete in cui liberamente si leggono e si commentano i testi proibiti per amore dell’arte rivelatrice che giace nelle pagine dei libri.
All’inizio del primo capitolo del racconto Azar Nafisi scrive: “[…] ciò che cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un’epifania della verità.” Questo racchiude già il valore del libro stesso; passando per i romanzi, passando per le poetiche degli scrittori non si raggiunge una legge, non si coglie un comandamento, ma una scintilla, un momento di significato che noi soli, in prima persona dobbiamo e possiamo cogliere per poter vedere quello che non è scritto chiaro e tondo, ma si rivela pian piano e ci rende liberi di pensare, di gioire, liberi di volare via da qualsiasi territorio soffocato, strozzato, dentro e fuori di noi.
da l’Unità
“In Europa è iniziata una fase nuova: la riscossa delle identità e dei soggetti. Non più in chiave liberale o redistributiva. Piuttosto come movimento collettivo dell’intimità”. Sì avete letto bene: intimità Alain Touraine , sociologo dell'”azione” e dei movimenti, indagatore del sociale e del “post-industriale”, ritorna sulle motivazioni dell’agire collettivo. E distilla una “categoria” a prima vista psicologica, che sembra non aver nulla di sociologico o di “ideal-tipico”. Categoria “post-politica” e “post-sociale”, che serve allo studioso francese per descrivere quella che a suo avviso è la ribellione che cova sottotraccia nelle metropoli del consumo, dei media e dei lavori flessibili. Per capirne di più siamo andati alla fonte, da Touraine medesimo, che ieri era a Roma per una conferenza all’Università di Roma III, alla presenza di cinquecento studenti, invitato da Giacomo Marramao e dal rettore Guido Fabiani.
Professor Touraine il titolo della sua conferenza è “Fine del sociale?”. Non si sarà mica fatto convincere da Barman e da Baudrillard, ovvero: sociale “liquido”, inafferrabile, fatto di simulacri e senza soggetti?
No. Se dico “fine del sociale” mi riferisco a una certa idea del sociale. Prima del XIX il sociale veniva espresso in termini politici: stati, istituzioni, monarchie. Così ne parlavano Bodin, Machiavelli, Rousseau, Hobbes: il sociale come fatto politico. Ebbene, così come nel XIX secolo, con Marx, s’è avuta l’emersione del sociale contro il politico, allo stesso modo oggi entra in crisi la maniera tradizionale – e tutta sociale – di parlare del sociale. Non penso a una realtà invertebrata e inafferrabile, come accade nei post-moderni. Ma a un mondo fatto di identità e soggettività culturali, definibile in chiave culturale. E dunque, a mondo post-sociale, né liquido né informe. In ogni cm è stata la società di massa e globale ad aver distrutto la “società sociale”: mercato mondiale, finanza, televisione. Tutte realtà autoreferenziali e anti-sociali, disaggreganti. Che prescindono dalla comunità, dalla famiglia e dalle individualità concrete. Insomma la “società” viene distrutta da forze anonime e incontrollate: guerra, spettacolo, mercato, e persino inconscio collettivo.
Ma il mercato non è una forza molto materiale?
Non è solo materiale, ma è anche potere immateriale. Desocializzante, e incontrollabile. Così come lo sono la tecnologia e l’alta finanza. Ciò che c’è di più individuale viene distrutto. Tuttavia esistono dei nuclei di resistenza. E stanno in quel che io definisco “l’intimità”. Organizzata attorno alla sessualità, alle relazioni interpersonali, al “sé”. Non più dunque la conquista utopica del mondo, bensì l’affermazione pubblica dell’interiorità Siamo passati da un mondo maschile, ad una dimensione femminile, rivolta verso l’interno.
Non è una barriera un po’ troppo flebile e romantica, contro forze tanto potenti?
Nulla di romantico in tutto questo, perché la ricaduta vera consiste nell’espansione e nel rilancio della lotta per i diritti, civili, socia li, culturali ed economici. Ma “culturali” prima di tutto, in un mondo globale che tende a cancellare le identità particolari.
Non c’entra per caso la difesa del formaggio Roquefort, professore?
I difensori del capitalismo globale tenteranno di mettere in ridicolo certe istanzelocalistiche, così come veniva fatto contro il protezionismo e il corporativismo dal capitalismo nascente. C’è il localismo certo, ma c’è anche molto di più. Mi riferisco al conflitto tra mercato globale e autoaffermazione delle identità culturali. E parlo di volontà che sono modi di relazione e stili di vita.
Le chiedo: le lotte attuali per il salario, contro le diseguaglianze e la difesa del Welfare sono altro, rigetto allo scenario che lei descrive?
Non dico che la lotta per i diritti sociali è finita, anzi. Affermo che oggi il grande problema è quello di legare i diritti culturali ai diritti sociali, così come in passato il movimento operaio ha legato questi ultimi ai diritti politici. C’è bisogno di tutte le forze per resistere contro forze immense e globali A partire dall’uso del diritto contro lo Stato e a favore dell’individuo. E a cominciare dalla famiglia, non più veicolo di valori tradizionali come in passato, ma condizione di base per potenziare e sviluppare l’individualità critica, autonoma, responsabile. E lo stesso vale per la scuola, terreno laico di formazione della personalità. Contro le potenze anonime e desocializzanti, e contro l’integralismo comunitario.
Che relazione intravede tra il movimento new-global e “l’intimità libera” che tanto le sta a cuore?
I new-global sono fondamentali. Come critica della globalizzazione e dei suoi squilibri. E a difesa delle realtà umane concrete, nell’ingranaggio del mercato mondiale. Tuttavia la capacità dì mobilitazione sociale e la progettualità sono ancora scarse. Il movimento ha valore di denuncia, e per di più è mondiale. Ma non è ancora una realtà radicata sull’autonomia delle soggettività e dei diritti a livello planetario. La denuncia è solo contro la cattiva redistribuzione. Oggi invece occorre passare dal tema della redistribuzione del reddito, a quello del riconoscimento dell’altro.
Quel che lei descrive, come diagnosi e auspicio, non investe anche le forme produttive? Ovvero resta il capitalismo così com’è, il confine dei movimenti?
Il capitalismo è l’economia liberata da ogni controllo, che giunge perciò a dominare ogni ambito sociale. Una dinamica latente e ineliminabile. Ma ineliminabile è anche il movimento opposto: la ripresa di controllo delle forze spontanee da parte della politica. Ed è proprio quello di cui discutiamo oggi, quando denunciamo l’egemonia dei paesi ricchi, la delocalizzazione o l’aumento delle diseguaglianze. Nondimeno il controllo politico, ecco il punto, deve essere culturale. Incentrato sui diritti dei singoli e delle comunità, a partire dal nuovo sociale.
E favorevole a un nuovo “universalismo dei diritti”, oppure sì tratta di uno slogan troppo neutro e illuministico?
Non amo questo lessico universalista, benché non sottovaluti affatto il ruolo delle istanze universalistiche come l’Onu, il tribunale penale o, Amnesty International. Ma la forza principale contro questa globalizzazione restano le individualità concrete, le lotte contro l’umiliazione e contro il disconoscimento dell’identità dell’altro.
Dunque, Onu ed Europa non hanno alcuna chance di intercettare i temi e i movimenti sociali che lei descrive?
Direi di sì, e sono il primo ad augurarmelo. Ma l’Onu è troppo debole, e l’Europa è un vuoto morale…
Euroscettico, professore?
No, eurodisperato! Certo che sono per l’Europa, ma solo a condizione che sappia svolgere un ruolo politico mondiale. Verso il mondo islamico ad esempio, e in modo del tutto opposto a quello americano. Quanto al resto – la tecnocrazia, le banche e i bilanci passano sopra la testa dei soggetti. E poi l’economia e le banche sono un fatto mondiale, e non europeo…
Per concludere, professor Touraine che idea si è fatta dell’Italia di oggi, l’Italia del centro-destra e dì Berlusconi?
E’ una vergogna (in italiano, n. d. r). Probabilmente è tutta una conseguenza della modernizzazione e del liberismo degli anni ottanta, che da voi alla fine ha assunto un aspetto peculiare: la confusione estrema tra interessi pubblici e privati. Populismo è categoria troppo nobile per Berlusconi. Piuttosto è una forma di patrimonialismo, di puro dominio del denaro. Avete una grande capacità di mobilitazione collettiva e di iniziativa sociale. Prima o poi il centrosinistra riuscirà a trovare un accordo politico, ne sono sicuro.
Eppure la destra in Italia è votata da metà degli italiani e oltre. Come lo spiega?
Credo dipenda dal contesto internazionale. Dal peso dell’americanizzazione. In questo quadro di interdipendenza, ci sono spinte e controspinte in Europa. Da voi ha prevalso l’allineamento agli Usa, contro i veri interessi europei Berlusconi? Rappresenta l’allinea-, mento filo-Usa ai livelli più bassi. L’assenza italiana dalla politica europea è un grave danno. E il vostro premier, venditore e uomo del denaro, è una catastrofe in tal senso. Un incubo. Ma ce la farete, mi creda. L’Italia è cosa troppo seria, e gli italiani non la lasceranno ancora a lungo a Berlusconi.
Vita Cosentino
Dell’Africa si parla ogni tanto sui giornali, ma sempre con un senso di sconforto. Io ho trovato un altro modo di guardarla entrando in contatto con alcune donne del Burkina Faso.
Il Burkina, 10 milioni di abitanti, si trova a sud del Mali, nell’arido Sahel, ed è molto povero di beni materiali quanto ricco di amore per la cultura. Così me l’ha raccontato Serena Sartori, regista teatrale, che da 10 anni vi lavora. In pratica è ultimo o penultimo in tutti gli indici di sviluppo e la sua capitale Ouagadougou è la sede riconosciuta del Festival del cinema panafricano, negli anni dispari, e in quelli pari della Fiera dell’arte e dell’artigianato.
Grazie a Serena abbiamo ospitato alla Libreria delle donne di Milano Odile Sankara che con le sue compagne ha fondato nel ’92 l’associazione “Talents de femmes” per promuovere l’eccellenza femminile nella scrittura e nelle arti dello spettacolo. Odile è tornata nei giorni scorsi a Milano assieme Léontine Ouédraogo a ritirare il premio Grazia Zerman assegnato al loro “Progetto per sostenere la formazione letteraria delle ragazze delle scuole superiori”.
In Burkina l’amore della cultura agisce come risveglio politico che attraversa tutte le situazioni, le donne artiste come i contadini dei villaggi. Al suo inizio ci sono gli anni rivoluzionari del presidente Thomas Sankara (1983 – 1987), fratello maggiore di Odile per parte di padre, poi tragicamente ucciso e mai dimenticato.
In questo momento in Italia, in Francia, in altri paesi occidentali, c’è un notevole interesse attorno alla sua figura e al suo tentativo di democrazia diretta, soprattutto da parte di chi, in movimenti, in associazioni, come cani sciolti, sta cercando nuove forme della politica. C’è il rischio di guardare a lui e ai suoi meriti con gli occhi della nostalgia confermando forme già conosciute: una rivoluzione con un capo carismatico, un’organizzazione, un piano da attuare man mano. Questo rischia di oscurare il presente, per cui si finisce per pensare che oggi che non c’è più, non c’è niente e non si vede una “rivoluzione” che va avanti senza un capo e sta nel cuore della gente. Ma si può valorizzare in altro modo quel passato. Odile parlando di quegli anni dice: “Ci hanno lasciato cose importanti come l’apertura al mondo e l’avere fiducia in sé”.(Manifesto 28-12-02 ) E ugualmente Hamidou Ouedraogo di recente a Napoli, a ritirare il Premio Slow Food per la biodiversità: “La dinamica ci ha ispirato. Ora ciascuno sa che lo sviluppo del suo villaggio comincia da lui.” (Manifesto 11-11-03)
In questo paese c’è qualcosa di straordinario, che ci parla di una possibile politica oggi, se troviamo assieme parole per dirla, se vogliamo orientarci in politica, rimanendo fuori dagli schemi e dalle semplificazioni ideologiche.
Sara Gandini
Sono Sara Gandini e faccio parte della redazione del sito della Libreria delle Donne di Milano e di due gruppi di riflessione: uno è quello di cui hanno parlato precedentemente anche Elisabetta Marano e Umberto Varischio, misto, e uno di sole donne, o meglio di giovani donne, che discutono di politica a partire dalle loro pratiche politiche in diverse associazioni.
Il gruppo di uomini e donne e’ per me molto importante ma considero essenziale far parte del gruppo di giovani donne di cui accennavo, perche’ li’ ritrovo passione e coinvolgimento, forti relazioni duali che mi danno moltissima forza e una maggiore consapevolezza rispetto a quello che mi capita nel mondo.
Questi gruppi sono inevitabilmente caratterizzati da grossi conflitti ma credo che la pratica del conflitto sia una delle pratiche più difficili da mettere in atto in termini positivi. Sono convinta della sua importanza però credo di averla vista in atto, in modo creativo e fecondo, solo raramente. Le esperienze che ho avuto personalmente molto spesso mi hanno portato alla rottura della relazione. Credo sia necessario aver una grande fiducia nella relazione affinche’ si riesca a vivere i conflitti fino in fondo, senza arrivare allo scontro e alla contrapposizione, e lasciando uno spazio dentro di se’ per l’altro… I pochi conflitti che sono riuscita a vivere in modo positivo sono stati quelli aperti con donne e in quei casi la posta in gioco era alta. Quello che secondo me è stato fondamentale, nei conflitti che ho vissuto positivamente, è stata la capacità di mostrarsi e di mettersi in gioco fino in fondo, cosa assolutamente non semplice se non sei in una relazione degna di questo nome. Ora io credo che questa cosa capiti difficilmente tra un uomo e una donna e ancor piu’ raramente tra uomini. Tuttavia mi sono resa conto in un’esperienza che ho avuto da poco, con mio padre ed il mio compagno, che quando sono riuscita ad accettare le mie fragilità ma soprattutto a riconoscere ed accettare che le fragilità e le debolezze dell’altro sono anche mie, e quindi a far spazio per l’Altro, qualcosa e’ succcesso. Mio padre soffre di depressioni e di alcolismo da tanti anni. In questi giorni ho tentato di farlo ricoverare ma questo ha creato grossi conflitti. Sono andata a casa sua, ho tentato di impormi, di imporre la mia volontà, ma ho prodotto, in realtà, solamente uno scontro. Lui mi opponeva la sua aggressività, la sua volonta’ di non farsi curare, di stare a casa sua e di auto distruggersi. Poi, anche attraverso mediazioni di suoi amici, siamo riusciti a farlo ricoverare ma comunque continuava a non affrontare il problema. Ho tentato di parlargli di mettere sul piatto la cosa ma senza successo.Credo sia capitato qualcosa nel momento in cui ho chiesto al mio compagno di intervenire, di tentare di fare una mediazione. Nel momento in cui lui ha cominciato a parlare di se’, cosa non facile dato che non ama farlo, e il mio mettermi un po’ a lato, ha fatto si’ che mio padre cominciasse ad ascoltare diversamente. Questa cosa che un uomo mostrasse se stesso, con le proprie fragilità, a un altro uomo, in realtà è stata la cosa scardinante. A quel punto anche mio padre si è mostrato, ha accettato di raccontarsi e in qualche modo affrontare la cosa senza negarla.
Fondamentale pero’ e’ stato che, prima di tutto, riconoscessi e accettassi che le fragilità e i limiti di mio padre sono anche i miei. Cosi’ io credo che il conflitto possa avere una svolta se si riconosce in qualche modo l’altro dentro di se’, con tutte le difficoltà che questo puo’ provocare.
Vivien Briante
Alcune donne a Roma hanno affermato che pur tenendo aperta la pratica di relazione di differenza con gli uomini, rimane forte in loro il desiderio di mantenere uno spazio di incontri tra donne perché lo si ritiene un bene irrinunciabile e prezioso anche per arricchire e rendere più sincera l’elaborazione con gli uomini. Ma metterci in gioco per noi donne oggi con la relazione di differenza, non significa sentirci minacciate o indebolite nella nostra politica, significa fare spazio a qualcosa di imprevedibile che verrà.
Come nelle “Città Vicine”, anche in altri ambiti vi sono uomini che stanno iniziando a parlare non più attraverso forme di pensiero che pretendono di leggere la realtà secondo un ordine universale, ma distinguendo gli elementi di differenza maschile. Questo significa desiderare di ascoltarli anche se fanno uso di un linguaggio che spesso non ci corrisponde; reggere con amore questo ascolto, significa trovare una strada di comunicazione profonda che possa darci la possibilità di pratiche ed invenzioni politiche nuove ancora da indagare e da scommettere insieme per uscire finalmente dall’estraneità tra i due sessi perché si riconoscano differenti ma …vicini.