Il ministro degli Affari sociali del Burkina Faso, Mariam Lamizana: «La nostra società si sta trasformando. Decidiamo noi il nostro futuro»
Tiziana Barrucci
«L’Africa ha dimostrato che può prendere in mano il suo destino», ripete sempre Mariam Lamizana, ministra degli Affari sociali e della Solidarietà nazionale del Burkina Faso. Oggi Lamizana sarà a Roma, ospite di diversi appuntamenti d’eccezione: l’iniziativa di sensibilizzazione dell’associazione Aidos, del convegno organizzato per venerdì dal comune di Roma nella sala della Protomoteca del Campidoglio e dell’assemblea delle sezioni Ds di sabato. «Vengo in Italia perché sono grata a queste organizzazioni civili e politiche per l’aiuto che stanno dando al mio paese – tiene a sottolineare – in questo momento il nostro continente non ha tanto bisogno di sostegni economici quanto di partner che ci trasmettano conoscenze ed esperienze». Lamizana prima di essere una politica è una grande conoscitrice della società in cui vive e lavora, con una lunga esperienza di lotte civili per i diritti umani. Che l’hanno portata nel 2000 a fondare a Ouagadougou l’associazione Voix de Femmes, contro ogni tipo di violenza sulle donne. «Stiamo vedendo i risultati del nostro impegno e delle nostre campagne – spiega soddisfatta – oggi in alcune zone siamo arrivate ad una riduzione della pratica dell’escissione di ben il 40 per cento. Se questo non è un successo…»
Quali strategie avete utilizzato?
Usiamo definire le mutilazioni genitali pratica dell’esclusione, ma non sempre questa definizione funziona per convincere le famiglie a rinunciare ad una tradizione secolare. Per ottenere risultati soddisfacenti abbiamo quindi deciso di utilizzare modalità diverse a seconda del luogo di intervento. Nei villaggi funziona l’idea di puntare sulle conseguenze nefaste delle mutilazioni sulla salute. Nei centri urbani invece abbiamo puntato l’accento sui diritti delle donne.
Che ruolo hanno gli uomini?
Sappiamo tutti che sono loro a decidere spesso della vita dell’intera comunità. La loro parola determina quasi sempre le azioni o le non azioni dell’universo femminile. Per questo li riteniamo responsabili di quello che chiamiamo silenzio colpevole. L’escissione ha ai loro occhi e quindi a quelli delle donne il valore della fedeltà. Se si riesce a convincerli di tale assurdità, buona parte del lavoro è fatta. E oggi ci sono tantissimi uomini che collaborano alle nostre campagne di sensibilizzazione.
Il cambio della guardia ai vertici del Burkina Faso ha determinato un arresto se non un arretramento in molti campi della società civile. Cosa pensa che sia rimasto dell’Africa di Sankara?
Bisogna capire che le evoluzioni sono ineluttabili. La storia va avanti e spesso gli eventi possono portare novità positive. Oggi viviamo in una repubblica democratica e in un sistema economico e sociale dinamico. Sta a noi indirizzare questi cambiamenti in modo che portino benessere per l’intera popolazione.
Per esempio?
Posso citare l’esempio di quella che potrei definire una piccola riforma agraria. Tradizionalmente l’agricoltura è correlata ai cicli climatici e poiché da noi le piogge sono rare, spesso i raccolti sono insoddisfacenti. Questo significa prezzi alle stelle e problemi alimentari per gran parte della popolazione. Ma da qualche anno l’introduzione di diserbanti e di sistemi di irrigazione sta facendo raddoppiare i raccolti abbassando i prezzi.
Sicuramente, ma questi non sono i cambiamenti politici di cui discutevamo…
No, ma sono questi i cambiamenti che contano.
E cosa pensa di quella politica che vorrebbe aiutare l’Africa incentivando le esportazioni dei paesi africani, magari tagliando i sussidi che l’occidente concede ai suoi produttori?
Credo che sia una linea da seguire senza esitazione.
Ma così facendo l’Africa non si impoverirà ulteriormente?
Ovviamente c’è bisogno di un equilibrio. Ciò che è avvenuto negli anni passati è stato puntare sulle esportazioni a scapito dei prodotti alimentari, così i contadini per vendere e avere più soldi rinunciavano a mangiare. Ora bisogna puntare a favorire le esportazioni dai paesi del mio continente ma contemporaneamente assicurare alla nostra popolazione la possibilità di consumare.
Cosa si aspetta dal forum di Roma?
Che si metta l’Africa nell’agenda di tutti i paesi del Nord.
Margherita Pellegrino
Ho letto che la Commissione del Farmaco ha ammesso al rimborso il Ritalin, che viene usato per il trattamento dell’Attention Deficit Hyperactivity Disorder, cioè disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività. Sono un’insegnante, e ho avuto tra le mani il questionario distribuito nelle scuole grazie al quale viene stabilito se l’alunno è affetto da Adhd. Le domande a cui noi insegnanti dovevamo rispondere erano: “Non riesce a concentrarsi, non mantiene a lungo l’attenzione?”; “Si distrae facilmente?”; “Non riesce a stare fermo seduto?”; “È irrequieto, iperattivo?”; ” Non porta a termine i giochi?”? Sono preoccupata. Ma dove hanno vissuto finora gli psichiatri che hanno scritto il questionario, su Marte? Perché i bambini, i comportamenti di cui sopra, da che mondo è mondo li hanno sempre avuti. Qualsiasi insegnante sa che ci sono alunni che quando non capiscono qualcosa, si distraggono, si alzano e fanno qualcos’altro. Di bambini vivaci, ora definiti “iperattivi”, nelle scuole italiane ce ne sono sempre stati. I bambini che trent’anni fa gli psichiatri avrebbero etichettato come affetti da “deficit di attenzione e iperattività” oggi sono artisti, operai, politici, insegnanti, commercianti, giornalisti, gente che manda avanti la società. Capisco che gli psichiatri devono procacciarsi nuovi clienti e le case farmaceutiche trovare a chi vendere psicofarmaci, ma per favore, che stiano lontani dai bambini.
Parla l’ex-ministro della cultura in Mali: «L’Occidente? Lavora per sconvolgere il mondo»
Geraldina Colotti
Alla manifestazione Italia Africa – che animerà la capitale con varie iniziative (dal 15 al 17, www.italiafrica.com) – tra le personalità invitate al convegno previsto in Campidoglio per il 16 aprile c’è Aminata Traoré, ex-ministro della cultura del Mali. Ma l’allieva del grande sufista Amadou Hampâté Bâ – non potendo essere presente – affida al manifesto un appello affinché l’Africa «entri nel dibattito elettorale del popolo italiano». Da anni, la vulcanica signora di Bamako – figlia di un funzionario dell’ex-Sudan Francese – con una mano sente il polso del suo paese e del suo continente e con l’altra scrive analisi sul «ricatto dei finanziamenti esteri», sul «business degli aiuti umanitari», sui guasti delle politiche di «aggiustamento strutturale» e su una possibile alternativa africana alla globalizzazione selvaggia. In un saggio penetrante – L’immaginario violato, edizioni Ponte alle Grazie – accusa l’Occidente «che spodesta e assoggetta, ma non vuole essere disturbato nelle sue certezze». E a Bamako, nel corso del forum sociale, spiega perché il «neoliberismo sta uccidendo l’Africa» e propone il «manifesto per un altro Mali». Mentre in Europa, cerca «l’alleanza tra la società civile del sud e quella del nord» e organizza convegni sulla produzione del cotone. «Il discorso intorno all’Africa è dettato dal Nord ed è là che dobbiamo farci sentire – dice – ma bisogna educare dal basso i dirigenti africani». E aggiunge: «Anche in Europa i costi del neoliberismo ricadono sui meno favoriti e provocano conflitti sociali. Ma voi avete più strumenti d’informazione, più mezzi per capire, più spazi per agire. Invece i nostri spazi sono condizionati dall’accettazione di un modello imposto dall’esterno: altrimenti ci privano di capitali e le materie prime non si vendono. Intanto, mentre si prepara il terreno agli investimenti stranieri, un’informazione manipolata fa credere ai popoli d’Africa che certe decisioni vengano prese per il loro bene».
Dati storici e cifre recenti mostrano invece i disastri della «produzione forzata» in un’Africa «dal fragile tessuto sociale» a cui le potenze coloniali «non hanno dato il tempo di industrializzarsi». Su 53 paesi africani, 35 hanno investito tutto sulla produzione di cotone, 32 fra questi sono esportatori. «Le potenze coloniali, le istituzioni che detengono i finanziamenti internazionali – afferma l’ex-ministra – fanno loro credere che così facendo avrebbero accesso al mercato mondiale. Dal 1950 la produzione di cotone nell’Africa del Nord è passata dal 7% all’attuale 22%. In certe zone dell’Africa Subsahariana è aumentata da 30.000 a 1.000.000 di tonnellate». Una scelta che ha aggravato squilibri ecologici e povertà. «Gli stati ricchi – accusa Traoré – barano al gioco che ci hanno imposto. Al contrario di quelli africani, i contadini statunitensi o europei ricevono sovvenzioni, sono garantiti da prezzi stabili».
Aminata Traoré, che ha fondato la rete delle organizzazioni contadine dei produttori agricoli dell’Africa dell’ovest, propone invece un cambio di indirizzo: «La discussione su regole e sovvenzioni rischia di avvitarsi. Un altro modo di affrontare la questione del cotone consiste nel trasformarne un’adeguata quantità utilizzando tecnologie a basso costo, valorizzando i saperi locali, giocando la carta della diversità culturale nel quadro di un’economia responsabile».
La riabilitazione dell’«immaginario violato» passa dunque per l’autonomia economica, politica e culturale. Aminata sospira ascoltando le notizie dall’Iraq: «Quel che il neoliberismo spaccia come soluzione ai problemi ne è, invece, la causa. Le sue risposte economiche non risolvono la guerra, la provocano. Dopo il genocidio dei tutsi in Ruanda, che le potenze occidentali hanno alimentato senza muovere un dito, dall’Unione europea sentiamo dire solo: tutto tranne le armi. Ma io direi: tutto tranne la menzogna. Perché sull’Africa mentono le grandi potenze, i nostri dirigenti, e noi mentiamo a noi stessi». Un telefono squilla. Madame Traoré ha un altro appuntamento. «Mentre noi parliamo – conclude – i vostri capi di stato lavorano a sconvolgere il mondo. Tocca a voi sfiduciarli».
Andrea Bagni
Forse non è male partire dalla consapevolezza che viviamo in tempi eccezionali. In una situazione d’emergenza non solo della scuola, ma di tutto il contesto che la circonda e con cui “respira” – o soffoca.
I tempi eccezionali sono quelli di una possibile tragedia (politica, culturale, scolastica) ma forse anche di una possibile svolta: altrettanto politica culturale scolastica. Anche nel senso, per esempio, che non basterà tornare un giorno a prima del berlusconismo o della Moratti. Quel prima assomigliava già molto (troppo) al dopo. Forse lo ha, in qualche misura, prodotto. In questo senso è vero che non si può fare una riforma della scuola ogni cinque anni: voglio dire che è vero che non basterà cambiare qualcosa e aggiustare qualcos’altro del fare scuola e “fare riforma”. Occorre proprio cambiare sguardo: modalità forme paradigmi con cui pensare la scuola. Con cui fare politica e fare società. Costruire rapporti.
Forse può essere utile vedere in questi tempi terribili di guerra globale, nel dominio assoluto di ciò che è legge di mercato e amministrazione paramilitare della vita collettiva, anche una occasione (l’unica realistica forse) di costruzione politica di relazioni fra diversi/e, di spazi pubblici per il confronto e il discorso comune. Nella scuola, nella società aperta, nell’Europa in costruzione (possibile luogo nuovo di diritto post-stato nazionale) un’occasione per la pace – che non può essere nell’ingiustizia e nell’esclusione garantitta dagli eserciti.
Vorrei allora partire dalla mia esperienza, dai luoghi che ho attraversato e in cui sono stato in questi ultimi tempi, che non sono solo luoghi di scuola ovviamente. La riflessione che voglio fare arriva alla scuola, ma da un orizzonte più largo. Conta per me il lavoro nella rivista école, l’incontro ormai antico con l’autoriforma gentile, ma soprattutto il movimento che nel 2001 da Genova è cresciuto in tutta Italia e rappresenta un’esperienza politica straordinaria.
Il nodo è: nella scuola e fuori che cosa vuol dire fare politica oggi, nella condizione attuale della scuola morattiana e della società berlusconiana, della sua (s)composizione e delle sue relazioni. Il nodo è anche il rapporto o non-rapporto tra sfera delle istituzioni, della rappresentanza, e sfera dei movimenti, delle esistenze politiche e delle insorgenze sociali, nella scuola e fuori.
Nell’esperienza fiorentina del movimento, ma anche a livello generale mi sembra, vive un antico conflitto, e una possibilità. Conflitto tra la modalità politica vertenziale dell’avanguardia di lotta, della sigla sindacale spesso in competizione con altre, che ha il compito di sensibilizzare gli altri “che non si sono ancora accorti”; e l’atteggiamento invece “mediatico”, cauto, che si fonda sull’idea che la politica si fa dal basso ma per acquisire i consensi e poi finalmente vincere le elezioni, farsi stato e governo e, una volta giunti ai vertici, cambiare la società dall’alto.
Io penso che questi modelli in un certo senso classici della politica novecentesca non vadano più bene. E qui sta l’occasione. Non sono ripercorribili quelle strade che abbiamo conosciuto: né la strada di una sorta di autonomia del sociale, modello pedagogico dell’avanguardia di lotta che deve illuminare gli altri, smuoverli, aggregarli e poi condurli alla vittoria; né la vecchia nozione di autonomia del politico dove quello che conta è quello che avviene nella sfera del palazzo, un luogo di rappresentanza che è diventato di rappresentazione del potere, meccanismo autoreferenziale che ha perso qualunque rapporto con la dimensione esistenziale della politica.
Non sono ripercorribili queste strade e non bisogna neanche averne nostalgia. C’è bisogno di una nuova nozione e pratica di politica.
Per certi versi la destra è stata più consapevole e più rapidamente di questa trasformazione, perché la sua forza non sta solo nel possedere il monopolio degli strumenti di comunicazione di massa, ma nel fatto che la grammatica del suo messaggio assomiglia già strutturalmente alla forma destrutturata della società. Alla sua sintassi frammentata. La vita delle persone e le loro relazioni sociali sono già organizzate come in un palinsesto televisivo, e sono “solitudini globali” in competizione tra loro, tenute insieme dalla rete degli ipermercati e dell’essere telespettatori, l’unico vincolo sociale che si vorrebbe rimanesse. La forma del potere non è solo la repressione e il controllo delle insorgenze sociali, ma si esercita già nel produrre le soggettività in quella forma particolare e inerte, connotata da relazioni frantumate e frammentate. (Non a caso è abbastanza difficile definire Forza Italia un partito; sembra più una rete commerciale tipo franchising, un marchio con centri vendita dispersi sul territorio).
Secondo me, nel disastro, la strada è ricostruire le pratiche di un altro tipo di società immediatamente politica, connotata nella sua grammatica profonda da relazioni né solo private né solo istituzionali, uno spazio pubblico (quello della repubblica) interfaccia tra domus e ecclesia, luogo comune che è territorio, piazza, scuola: agorà. (Si potrebbe ripensare anche all’importanza di un altro concetto antico come quello di “stato di diritto”, che garantisca degli spazi agibili per un fare società che sia immediatamente fare politica).
In questo senso anche il concetto di non violenza (di cui si è tanto discusso) e di Europa, può essere davvero prezioso, perché nel momento in cui la politica – quella degli stati e degli eserciti – produce l’incubo di una società di fondamentalismi gli uni contro gli altri armati, e di religioni le une contro le altre armate, lo spazio in cui agire diventa quello forte della sua “debolezza” di una non-potenza non-militare. Bisogna ripensare quella che una volta è stata definita possibilità di un’autoriforma della politica, l’apertura e il tessuto di uno spazio del discorso.
A proposito di quello che succede dentro la scuola e entra nelle esistenze di chi la abita.
Ma la scuola poi cosa c’entra in tutto questo?
C’è un disastro molto simile a quello che investe la società, il disastro di una scuola destrutturata e insieme tecnicizzata, progettata sul lavoro postfordista come lavoro sempre più frammentato, precario, incerto, ricco di sapere magari, ma di sapere povero e solo strumentale; una scuola come educazione alla docilità della nuova forza lavoro, all’adattamento flessibile alle esigenze sacre del mercato del lavoro. Non all’autonomia. Una scuola che si fa simile al peggio del lavoro (anche in molta riflessione della sinistra), che per essere legata alla società si frammenta, si fa somma di segmenti, di conoscenze “usa e getta”, di progetti e progettini dove il genitore-cliente sceglie gli elementi e la formazione è la composizione di questi segmenti di sapere che devono essere tali da ingranarsi gli uni con gli altri, sempre più tecnicizzati e omologabili. Dunque bisogna avere sempre più prove d’ingresso, “competenze” d’uscita, certificazioni che devono già definire una sorta di sapere astratto, riconoscibile dappertutto ed equiparabile.
INSOMMA SE LE ATTIVITÀ DIRETTAMENE PRODUTTIVE SI SONO FATTE SEMPRE PIÙ FLESSIBILI SEGMENTATE PRECARIE, ALLORA LA FORMAZIONE DOVRÀ ESSERE SIMILE: BREVE, MODULARIZZATA, COMPONIBILE COME UNA CUCINA AI DESIDERI DEL CLIENTE. PRIVATIZZATA NELLA SUA “ANIMA”, ANCHE SE “PUBBLICA” DOVESSE RESTARE LA RAGIONE GIURIDICA DELL’ENTE GESTORE (E NON RESTERÀ).
NELLA SOCIETÀ DEL RISCHIO E DELL’INSICUREZZA, IL SAPERE DIVENTA “CAPITALE CONOSCITIVO” DA ACQUISTARE INDIVIDUALMENTE E DA SPENDERE SUL MERCATO DEL LAVORO COME OPPORTUNITÀ DI AFFERMAZIONE PERSONALE: PATRIMONIO DELLE “RISORSE UMANE” NELLA COMPETIZIONE SOCIALE.
FINISCE CHE UNA COSTRUZIONE DI CONOSCENZA CHE HA CARATTERE QUALITATIVO E RELAZIONALE DALLA SCUOLA MATERNA FINO ALL’UNIVERSITÀ (LEGATA A CONTESTI SIGNIFICATIVI E A UN SENSO CONDIVISO) DIVENTA UN BENE QUANTIFICABILE, DA TRADURRE IN SEGMENTI DA CERTIFICARE (PERCHÉ GIÀ CERTIFICABILI NELLA LORO STRUTTURA) IN UN PORT-FOLIO O LIBRETTO FORMATIVO CHE METTE A VALORE TUTTA LA PROPRIA VITA (GIÀ QUELLA DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE…), TRADOTTA IN CREDITI, RIDOTTA AD UNA MISURA ASTRATTA E DUNQUE ECONOMICAMENTE RICONOSCIBILE.
ALLORA ECCO L’AUTONOMIA SCOLASTICA (CHE ALCUNI, MOLTO OTTIMISTICAMENTE, CONSIDERANO LUOGO PRIVILEGIATO DI UNA POSSIBILE OPPOSIZIONE ALLA MORATTI) RIDOTTA AD ORGANIZZAZIONE VERTICALE, AZIENDALISTICA E INSIEME NEOFEUDALE (FONDATA SU VINCOLI DI FEDELTÀ PERSONALE AL “SIGNORE” DIRIGENTE), COME IN UN FAST FOOD DEL SAPERE O CATENA DI MONTAGGIO (E SMONTAGGIO) DELLE BIOGRAFIE PROFESSIONALI.
Accanto a questo, inoltre, è cresciuta qualche anno fa la proposta “speculare” di una scuola per così dire “assistenziale” (quella dei CIC) che pensava di curare il pomeriggio come una sorta di sportello d’ascolto (termine economico, come tanti altri oggi utilizzati dalla scuola: crediti, debiti da saldare, port-folio, libretto ecc.) il disagio che produce la sua dimensione buropedagogica, da megamacchina dei voti, del mattino: ancora al fondo ultracontenutistica, modello dare-avere delle conoscenze; ancora il classico versare “cultura” nelle teste ritenute vuote per poi misurare il restituito… (ma che poi, magari agli esami di stato, si accompagna quasi necessariamente all’accontentarsi dei docenti di un minimo assoluto, di una marmellata indistinta di contenuti…).
Mi sembra che alla fine gli/le insegnanti tendano ad una depressione profonda, oppure inclinino a una pedagogia “nera” di micropoteri un po’ miserabili da gestire magari agli scrutini. Ritorna anche forte la tentazione del “disciplinarismo”, l’autorità di un tempo oggi perduta, da ritrovare e far derivare dal carattere alto e altamente formalizzato del sapere da trasmettere: tutto giù compiuto, solido, consacrato dalla tradizione. Insomma, ancora da fuori della scuola e da sopra di noi.
A proposito di quello che esiste nella scuola, resiste ed esce nel mondo che la circonda.
Finisce che per trovare segni di vita nella scuola (in particolare nelle superiori) bisogna forse lasciarne perdere la dimensione istituzionale (riforma, organizzazione didattica, pof) e cercare in microspazi come quelli della classe – le relazioni con ragazze/i, il lavoro concreto su certi contenuti con certe pratiche – e nei piccoli gruppi di insegnanti affini; oppure in macrospazi, ad esempio quelli del movimento per la pace: le piazze di questi anni, Genova 2001, Firenze 2002, le bandiere alle finestre, le carovane, Roma 20 marzo… La ricerca in fondo di una dimensione esistenziale della politica. Qui mi pare sia il contatto con la scuola di tutti i giorni: nella soggettività e nelle passioni, nel coinvolgimento effettivo, nell’esserci delle esperienze. Qui le due dimensioni micro e macro s’incontrano forse, nel costruire senso a partire da sé e dal luogo dove si è. E quello che accade a scuola acquista un senso politico straordinario.
È la scuola come luogo pubblico e “politica prima”.
Ed è qualcosa che ha a che vedere ovviamente col sapere. Non è altra cosa, in un certo senso, dal fare scuola. Per questo bambine e bambini hanno invaso le piazze: perché costruire conoscenza è stare in un certo mondo di relazioni. Il sapere ha senso nelle trasformazioni di oggi se è aperto, non separato ancora una volta dalle pratiche e dalle forme della sua costruzione. Un incontro fra generi e generazioni diverse, attraversato dai dubbi e dai desideri di ragazze e ragazzi, in grado di aprire le discipline alle domande “dall’interno” delle discipline stesse. Indisciplinate (Gian Piero Bernard, Buone notizie dalla scuola). È un sapere anche questo pubblico: né di famiglia, né di mercato, né di stato o ministero. Un sapere critico per un luogo che è di frontiera, cioè consapevole che si costruisce fra punti di vista diversi che cercano tuttavia un mondo comune. Altrimenti si finisce per ridursi ad essere una agenzia formativa fra le tante che preparano alla competitività individuale sul mercato del lavoro. Qui invece è possibile cogliere l’occasione – nella crisi postfordista del valore di scambio del sapere – per l’affermazione del suo valore d’uso. Formare alla società esplosa delle biografie aperte, non all’occupabilità o alla gestione oculata del proprio capitale conoscitivo, da parte di una nuova forza lavoro precarizzata, ma alla navigazione autonoma nel mare aperto della postmodernità.
Perché se è vero che oggi il sapere è forza produttiva, che conoscenza linguaggio comunicazione sono messe al lavoro, quella che viene tradotta in lavoro è una conoscenza operativa minima e miserabile; che non si vuole affatto sia formata nelle scuole o nelle università (almeno non in quelle che abbiamo conosciuto fino adesso) e ha orrore di una dimensione personale e critica; neppure ha bisogno di tempi e spazi distesi, lenti, specifici. Si tratta di una alfabetizzazione estesa quanto piatta, priva di profondità; flessibile e polivalente quanto incapace di scavare e approfondire, diffusa per contatto e assimilazione sociale. Comporta l’accettazione del mondo, il vivere senza passato in un presente assoluto, in chiave di adattamento e adesione all’esistente.
Alla scuola chiede davvero il capitale poco più che controllo e socializzazione. Una sorta di prima esperienza “formativa” di adattamento alla mega-macchina buropedagogica, distributrice di pagine e voti, debiti e crediti – come una fabbrica fordista del sapere di massa: luogo di moduli da assemblare, test da somministrare, certificati da certificare, rendimenti da misurare; tutto in termini rigorosamente quantitativi e prestazionali. Una via di mezzo fra fabbrica, caserma e “parco giochi” di formazione del consumatore: istruito ai libretti d’istruzione e alla ideologia della subordinazione.
Bisognerebbe lavorare nella scuola per un altro sapere – aperto, informale, pubblico, capace di critica dell’esistente; bisognoso di tempi lenti e luoghi ravvicinati relazionali… Un sapere che costituisca sovversiva eccedenza culturale. Che operi traduzioni e sia capace di selezione fra la miriade di informazioni che ormai costituiscono rumore di fondo; una formazione di base e comune, disinteressata quanto interessante quando le conoscenze che sono impiegate nelle professioni invecchiano a ritmi che la scuola non può inseguire; una conoscenza che sia sistema operativo (linux meglio di windows) su cui poter far girare i nuovi programmi, piuttosto che professionalizzazione precoce che ha senso solo come rassegnazione e futura fedeltà all’azienda, nuova unica “famiglia” possibile.
Allora la battaglia politica di questi mesi sul tempo pieno non è solo un conflitto sindacale-vertenziale, pure fondamentale.
Le iniziative sono state le più varie, dalle occupazioni di scuole ai banchi nelle piazze e nei cortili di scuola, alle invasioni di giardini e paesaggi urbani, alle “merende informative”.
Sono apparse dai racconti disseminate, puntiformi e curiosamente domestiche; ispirate al portare alla luce quello che si fa fra le mura scolastiche: il dialogo, l’incontro, la costruzione di un discorso (e allora canzoni cartelloni manifesti…).
Voglio dire che non ci sono state forse grandi organizzazioni dietro e il cuore di tutto è oltre le piattaforme. Sono i soggetti stessi che abitano ordinariamente le scuole, che difendono (e producono) il loro senso e i loro territori.
È come se dalle scuole fosse venuto quasi l’esempio non solo di cos’è una scuola – dei suoi ritmi, delle sue relazioni di cura e attenzione, delle sue forme non ingegneristiche di costruzione del sapere, non puramente trasmissivo – ma un po’ l’esempio anche di un altro modo di fare politica, a partire dal fare polis. La scuola come la piazza, il “corso” del paese, la casa del popolo… Un luogo di relazioni che costruiscono una comunità (e non di sangue e suolo). Né solo merci, né solo telespettatori, né masse indistinte pronte ad essere arruolate in eserciti o aziende. Singolari esistenze politiche. Per questo capaci di resistenza.
In fondo è del tutto naturale che le scuole – soprattutto quelle di base – siano luoghi pubblici di incontri che si sottraggono alle trasmissioni dall’alto, alla frammentazione gerarchica di insegnanti e insegnamenti, crediti e port-folio. O sono altro da questo, o non sono niente di decente.
Ma non si tratta più solo di sommare le proteste e portarle a sintesi, quanto di riconoscere e partire nelle pratiche e nelle analisi da un percorso di esperienze e soggettività ricche e radicate sotto la visibilità delle manifestazioni – più forti mi sembra anche dei casini tradizionali delle leadership, di partito sindacato movimento. Qualcosa che ha a che vedere con la lunga durata dei processi, e con l’autonomia dei soggetti.
Si tratta di costruire non solo barricate ma territori. Già dotati di senso e cioè radicalmente conflittuali, di questi tempi.
In fondo è un’esperienza d’incontro generazionale, di sapere e di scuola. Elementare.
Vita Cosentino
In questo mio contributo intendo ragionare attorno a cosa posso -possiamo- imparare da questo straordinario movimento delle scuole elementari. E’ straordinario perché contiene elementi nuovi e significativi, che permettono di riaprire un orizzonte di senso in cui collocare l’intera scuola e il nostro mestiere di insegnanti.
Parto da un presupposto: ormai è sotto gli occhi di tutti e di tutte che i sistemi scolastici dei paesi occidentali sono in profonda crisi. Almeno per tre motivi. Da una parte non funziona più l’assetto stesso della scuola come trasmissione di conoscenze: sempre più ci rendiamo conto che non c’è un mondo delle conoscenze costituito da certezze condivise e quindi trasmissibili; dall’altra avvertiamo con sconcerto quanto le nuove generazioni siano lontane dai modelli culturali e linguistici in cui noi siamo cresciute/i; in ultimo cresce la consapevolezza che l’idea dell’istruzione come riscatto sociale ha perso forza in un’epoca che tende a ridurre tutte le passioni alla passione di “Fare soldi e subito” come mostrano, per es., i giovani, soprattutto maschi, del nord-est, lasciando precocemente la scuola.
Che ci sia necessità di cambiamento è incontrovertibile. Sta capitando però che alla crisi dei sistemi educativi si trovino risposte che risultano sempre più dannose.
Qui in Italia gli interventi legislativi degli ultimi anni, invece di partire dal buono che c’è nella scuola, hanno puntato tutto sull’aspetto tecnico organizzativo, si sono ispirati all’aziendalismo, al privato, alla logica mercantile, fino al disastro di oggi. Con la riforma Moratti si sta andando, per via amministrativa, attraverso continui piccoli o grandi provvedimenti, alla distruzione sistematica della scuola pubblica.
La mia idea è di approfittare di questa crisi -vera- e del fermento politico suscitato dalle risposte -false-, per ripensare da capo il senso della scuola e del nostro mestiere. Ripensare la scuola in movimento, con l’idea di non rimanere solo nel contro ma riformarla in prima persona, per quanto sta in ciascuna, ciascuno di noi, che non è poco. Non limitarsi a resistere ma cominciare a mettere in parole l’esistere in spazi di libertà: la libertà non ce la dà nessuno, consiste nel movimento stesso di diventare liberi e libere.
Questa lotta, con la straordinaria partecipazione dei genitori, con le loro dichiarazioni ai giornali, ai siti internet, ha fatto emergere un giudizio sociale ben netto: la scuola elementare va bene. In questione c’è più di un modello orario – il tempo pieno -, in questione c’è un modo di fare scuola, una concezione della scuola.
Le maestre lavorano bene. Al giudizio sociale mi sento di affiancare un altrettanto netto giudizio politico e simbolico: le maestre sono la parte migliore della scuola, hanno prodotto in questi anni un sapere pratico che ha qualcosa di prezioso da insegnare a tutta la scuola, per cambiarla davvero e in meglio.
E’ uscito da pochi giorni, per le edizioni Junior, il libro Voci maestre di Cristina Mecenero, che è una maestra elementare, che finalmente dà voce alle maestre che sono il 95% della scuola elementare e finora sono rimaste troppo mute. Intervistandone alcune e osservandole in classe, il libro ne fa un soggetto che produce sapere. Cristina propone il sapere della maestra come “Saper stare vicino all’inizio, saper rimanere in contatto con le cose essenziali, di base”. E constata che ” E’ un’arte che nella nostra cultura è posta ai margini, quando addirittura non ecclissata”.
Un libro corale che consiglio di leggere a insegnanti di ogni ordine di scuola, ma anche a intellettuali che con troppa leggerezza denigrano chi ci lavora, ai genitori interessati a figlie e figli, a chi ha a cuore le nuove generazioni e una possibile convivenza umana.
Ispirarsi alle maestre per cambiare la scuola sembra semplice, ma non lo è. Di mezzo c’è un cambiamento di sguardo sulla realtà, un capovolgimento dei criteri di valore dominanti nella società e nella scuola, quelli per cui il sapere dell’esperienza delle maestre vale zero. Un inconsapevole sentimento di superiorità nei confronti delle maestre è esperienza comune e diffusa. E infatti prevale in chi insegna alle medie, e ancora di più alle superiori. Per non parlare del come le considera la società: sono pagate meno e lavorano di più. E c’è una ragione. Nel 2001 come movimento di autoriforma della scuola avevamo organizzato un convegno dal titolo “Le maestre e il professore”, perché d’improvviso su questo valore zero si era aperto uno squarcio di consapevolezza su una di quelle questioni che stanno nel fondo di una cultura, un presupposto implicito che ci muove, ma di cui non abbiamo coscienza. Assieme, nel dialogo abbiamo messo a fuoco come sia l’idea aziendalistica dell’insegnamento che quella gentiliana poggiassero su una precisa gerarchia di potere legata al sapere, fatta di valori simbolici riferiti all’essere donna e all’essere uomo: come una piramide, dove al fondo sono le maestre e un sapere che tiene assieme conoscenza e affetti, che ha cura degli esseri umani e delle relazioni, a cui non si assegna valore, e in cima invece c’è il professore e il sapere neutro specialistico, considerato più nobile perché oggettivo e scientifico, perché più vicino all’accademia e depurato dagli aspetti emotivi. (gli atti di questo convegno si possono consultare nel sito autoriformagentile.too.it)
Rovesciare quei valori simbolici intacca, anche nelle nostre menti, una precisa gerarchia di potere, apre dei varchi che rendono praticabili altre strade. Ora è un tempo buono per farlo, perché questo movimento delle elementari, coinvolgendo i genitori, è “uscito” dalle scuole e ha creato un terreno di lotta e di discussione nel tessuto stesso della società.
Sta ricomponendo attorno alla scuola il corpo sociale, con un’idea di società che sia effettivamente civile e pubblica e condivisa. Molte delle scuole che lottano con più intensità a Roma e a Milano, sono in quartieri di periferia, dove le famiglie lavoratrici, quelle meno benestanti, si vedono ogni giorno portar via pezzi dello stato sociale. Ma cosa si può fare quando ci si trova individualmente davanti allo sportello dell’ospedale a pagare un ticket raddoppiato? Niente, si vive solo uno stato di impotenza. La scuola invece è di per sé un luogo di incontro, potenzialmente uno spazio pubblico, e si stanno creando le condizioni perché lo sia davvero.
Con questo movimento delle elementari la scuola ha ritrovato la sua lingua, che non è quella degli obiettivi, delle griglie, della mission, dell’efficienza, ma non è neppure quella delle manifestazioni contro, con parole d’ordine dure e gridate, quasi militaresche, o delle piattaforme rivendicative. La sua lingua è quella di una comunità vivente in cui le cose che contano sono quelle umane ed elementari che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. In piazza, la presenza massiccia di donne, e -soprattutto- il voler tener dentro anche bambini e bambine, misurandosi con la loro sensibilità, ha cambiato la lingua e la forma politica della manifestazione. A Milano, per S. Valentino, l’hanno chiamata “Manifestazione d’affetto per la scuola pubblica”. Trovare forme linguistiche nuove significa trovare altre forme di politica. Portare in piazza foglietti come quello che ho ricevuto dalle mani di una bimba, che avrà avuto 8 anni, è rendere politico il quotidiano. Diceva: “Le mie maestre vogliono continuare a lavorare insieme”. In questa semplice frase c’è un mondo: la bimba che non voleva perdere da un giorno all’altro una delle sue due maestre, il desiderio delle due maestre di continuare a fare scuola in un certo modo, cioè quello costruito sull’essere due in classe, che permette di fare attività creative, i suoi genitori a cui va bene così. Questa semplice frase che in prima battuta sembra confinata a quelle persone lì, come un loro desiderio quasi privato, quando viene scritta su un foglietto distribuito in piazza acquista una dimensione pubblica, pur rimanendo un linguaggio tanto vicino al quotidiano da sembrare banale.
La scuola è un sistema vivente e all’interno di esso -volenti o nolenti – siamo dentro sistemi di relazioni. Con i modi relazionali che pratichiamo, con la lingua che usiamo, in modo consapevole o inconsapevole, noi veicoliamo una certa idea di scuola, l’accreditiamo e la facciamo vivere. In questo c’è la possibilità di una scelta politica che sta a ciascuno, ciascuna di noi. Cominciamo a domandarci qual è l’idea di scuola che facciamo vivere: o è la scuola del registro e del programma, quella che ne fa una struttura di dominio e di riproduzione delle classi dominanti, come era un tempo; oppure è quella delle attività a pagamento, che ne fa una merce da comprare e vendere sul mercato, come è prefigurata dalla riforma Moratti; oppure – e questa è la possibilità che si apre in movimento – è una scuola che diventa fino in fondo pubblica. La dimensione pubblica non è acquisita una volta per tutte, non è garantita dalla parola statale accanto al nome della scuola, vive o non vive nelle nostre scelte quotidiane. E’ una lotta giorno per giorno. A cosa dico sì, a cosa dico no? Quanto tengo fermo dentro di me il senso pubblico della scuola, rimisurandolo ogni giorno assieme, nelle relazioni che pratico? Quanto le mie pratiche sono pratiche pubbliche? La dimensione pubblica vive se la scuola diventa veramente uno spazio in cui, a partire dalla propria differenza, di sesso, di età, di cultura, si portano desideri, passioni, curiosità, scoperte, da condividere e su cui costruire sapere assieme.
ASSIEME CON, queste parole dicono una relazione imprevista e senza nome nella società che abitiamo. Lo constatava con amarezza già nell’80 Anna Maria Ortese in Corpo Celeste (pag. 42). Cercava e non trovava nella letteratura, se non in alcuni poeti, il segno di una coscienza terrestre “… che abbia al centro la parola essere, prima di ‘avere’ e ‘potere’, la parola ‘essere con gli altri’, invece che ‘contro o sugli altri’.”.
Le maestre sanno, praticamente, come si costruisce sapere assieme con, perché con l’infanzia, se ci si sta non volendo essere da un’altra parte, si può stare solo in questo rapporto assieme con. Altrimenti si fanno guasti terribili.
In questo processo che è un cambiamento di sé in prima persona, ispirarsi a ciò che di meglio c’è nell’essere maestra offre l’orientamento di un pensiero radicale. Ha un valore politico e simbolico. Ha il senso di rifare oggi, nel contesto reale – nelle mutate condizioni di un tempo presente che ha da pensare la differenza – il gesto simbolico che fu di Don Milani, quando indicava nel punto di vista dei poveri, un punto di vista capace di cambiare tutta la scuola e la cultura.
«Made in Africa», seconda edizione italiana della Biennale di fotografia africana di Bamako, in Mali. Fino al 25 aprile, a Milano, sogni, vita quotidiana e creatività di un intero continente raccontati attraverso dieci fotografi e oltre cento immagini
Marisa Paolucci
La mostra Made in Africa, alla sua seconda edizione, offre la possibilità anche in Italia di vedere la creatività artistica africana, il suo stile, la sua sperimentazione, il suo modo di catturare la realtà e di rielaborla con una rassegna dei migliori sguardi sull’Africa della Biennale di Bamako, in Mali. La città di due maestri indiscussi dell’obiettivo come Seydou Keïta e Malick Sidibè che ospita questo grande laboratorio creativo che mette in dialogo le culture più lontane e diverse dell’intero continente. Sono 127 le opere esposte a Milano per Made in Africa (fino al 25 aprile, Musei di Porta Romana, Galleria Arteutopia, viale Sabotino 22, info: tel. 02 89055278, www.arteutopia.it; www.afritudine.org) di undici fotografi provenienti da ogni parte dell’Africa. Città, volti, corpi, emozioni, paesaggi, riti, catturati da sguardi mai superficiali, attraverso un percorso espositivo tripartito: la sezione internazionale, la sezione Egitto e la sezione Zimbabwe.
Nella sezione internazionale – un lungo viaggio attraverso nove paesi, dal Marocco al Sudafrica, dal Gabon all’Algeria -, il marocchino Jamal Benabdesslam sceglie la sacralità del rito restituita in un rigoroso bianco e nero. La preparazione del tè, o le antiche pratiche guaritrici diventano attimi di un quotidiano immerso in una tradizione millenaria. Il bianco e nero seduce anche il nigeriano Emeka Okerete che, con il sapiente uso della luce, riesce a far emergere dall’ombra armoniosi intrecci di corpi nudi.
Quattro le donne presenti in questa sezione. Negli scatti di Maha Maamoun un Egitto caotico dove le donne, con i loro abiti floreali, richiamano all’antico rapporto con la natura. Inquietanti invece i piedi e le mani sapientemente legati, della fotografa Myriam Mihinduou del Gabon. Bloccati in una realtà che non permette alcun movimento. Particolarmente elaborata, infine, la ricerca di Sophie Elbaz e Samta Benyahia.
Franco-algerina, fotogiornalista per Reuters e Sygma, a un certo punto della sua vita Sophie Elbaz decide di interrompere, per «saturazione emotiva», il suo lavoro e sceglie in maniera radicale di occuparsi di fotografia in modo diverso: «Sono nomade d’origine e il legame che ho con il lavoro è il viaggio, che mi definisce come persona. Ho iniziato quindi come fotogiornalista poi mi sono stancata dei giochi e delle manipolazioni che vedevo crescere intorno a questa professione. Non riuscivo più a emozionare le persone in un mondo in cui c’è una vera lotta delle immagini e c’è una sovrabbondanza di emozioni che finisce per annullarle. Allora ho cominciato a scoprire un immaginario più poetico, e metaforico, che mi ha sedotto e ha cambiato completamente il mio modo di vedere le cose». E di restituirlo nelle sue foto anche grazie a una tecnica innovativa scoperta casualmente: «Si tratta di un processo organico che trasforma i colori e i contorni dell’immagine. Il tempo è il fattore essenziale in questo processo di trasformazione. La serie africana rappresenta un periodo di dieci anni. La maturità avviene lentamente. Ho scoperto in questo modo che all’interno di questo processo organico c’erano molte altre cose, si trattava di un nuovo modo di esplorare la fotografia. Questa nuova lettura della materia e dell’immagine rendono le mie fotografie rappresentazioni immaginarie».
Il mondo immaginario delle sue foto è legato al simbolismo della cultura africana segnato da un legame tra presente e passato, tradizione e modernità, maschile e femminile. «Le donne hanno un ruolo molto importante nella trasformazione del continente africano. Lucy è una foto che ho scattato nel 1988, durante una cerimonia animista; all’inizio era soltanto una donna che passava davanti ad alcune persone, dopo il processo organico l’immagine è stata trasformata rivelando il senso di questa cerimonia: c’era il richiamo agli antenati e agli spiriti, e c’è l’immagine di Lucy prima madre dell’umanità. Nella culla dell’umanità l’Africa, che cammina davanti al mondo degli spiriti e dei morti, ricordando che in questo continente la cultura non può essere staccata dall’idea del mondo dei morti e degli spiriti. La metafora di questa immagine è questa donna che cammina portando il suo destino e quello dell’umanità tra due mondi, il visibile e l’invisibile».
Ci sono altre figure femminili nelle foto di Sophie. La donna con la bambola sulla schiena, (Porteuse de vie), rappresenta la fertilità. La donna che esce dalla barca (La Passerelle) con il suo vestito quasi anacronistico rispetto alla barca così vecchia e malandata racconta l’Africa tra passato coloniale e futuro in trasformazione. L’immagine dello sciamano (Chaman Hic un Nunc), rappresenta invece tutto il potere animista, con il divertente anacronismo dell’orologio al polso a riprova che si tratta di uno stregone attivo e contemporaneo.
L’algerina Samta Benyahia affronta un viaggio nell’immaginario femminile, partendo da un manuale scolastico diffuso durante l’epoca coloniale, per poi arrivare ai ritratti delle donne di oggi che hanno studiato su quel manuale. «Sentivo che era il momento di lavorare sulla memoria, sulle tradizioni ancestrali, per arrivare all’attualità. Ho conservato i miei manuali scolastici dell’epoca coloniale e ho creato l’installazione. Ho realizzato una ricerca su quarant’anni di storia personale di queste donne perché volevo evidenziare i diversi percorsi: dopo la scuola, per l’uomo c’è la libertà, per la donna i lavori a casa». Così è andata a cercare queste sue vecchie compagne di scuola e ha chiesto loro di scrivere un testo sull’infanzia e sul presente. Un lavoro importante di legame con la sua generazione di cinquantenni: «Abbiamo vissuto bambine in un’Algeria francese e poi l’indipendenza quando eravamo al liceo con i sogni di libertà di istruzione, indipendenza delle donne, ed è questo legame che mi ha affascinato. Le giovani algerine vivono in un mondo evoluto, con le sue difficoltà, ma immerso in una realtà internazionale con i media, internet… Le donne della mia generazione sono ancora troppo legate a un’educazione vecchio stile».
Samta ha un’idea molto chiara sulla situazione dell’arte contemporanea africana, oggi diventata una realtà importante «nonostante il percorso sia ancora lungo, anche se comincia a esserci da parte dell’occidente un interesse per gli artisti africani. Bamako ne è un eccezionale esempio».
Nella sezione Egitto sono in mostra gli scatti di Nabil Boutros, pittore e scenografo che si dedica alla fotografia dal 1986. Soggetto delle sue immagini sono i cristiani copti presenti in Egitto con la loro storia diversa da quella degli altri cristiani d’oriente e con il loro attaccamento viscerale al paese e ai rituali ancora vivissimi. Un lavoro fatto «per conoscere, per scoprire quello che cerco, in questo caso i pellegrinaggi come eventi importanti sia religiosi che sociali, feste popolari, ricche di situazioni umane, un mondo ancora autentico». Il suo è un Egitto da scoprire attraverso foto in bianco e nero – «perché il bianco e nero hanno uno spazio più denso, più profondo, il colore è più descrittivo» – non immediate, non ammiccanti, dove l’obiettivo è puntato a cercare di catturare il tempo. «L’immagine non deve essere qualcosa di facilmente digeribile – spiega – per poi essere facilmente dimenticata. Ho sempre cercato di fare fotografie meditate dove il tempo è un elemento importante, cerco di entrare nell’immagine, nel mistero, nella luce e nell’ombra e portare in questo mio viaggio chi guarda la foto».
Infine la sezione sullo Zimbabwe, il paese dell’Africa australe che scopre la fotografia con i primi esploratori in cerca delle cascate Vittoria e delle rovine archeologiche di Great Zimbabwe. Risalgono ai primi del ‘900 le prime testimonianze fotografiche di questa terra. Negli anni `80 le fotografie raccolte nella collettiva «Thatha Camera», memoria delle township di Bulawayo, sono il documento originale dell’epoca, una raccolta di immagini resa possibile dal contributo della popolazione. Si tratta di uno spaccato del popolo delle periferie, coinvolto nella battaglia per la democrazia e l’indipendenza.
I tre percorsi della mostra rappresentano un efficace mosaico della fotografia del continente attraverso forme, colori e tecniche di artisti di generazioni diverse; con il loro sguardo raccontano la memoria, i sogni, la realtà rigorosamente Made in Africa.
da l’Unità
Quattro vedove hanno battuto Condoleezza Rice. Con le loro proteste hanno ottenuto da lei una testimonianza pubblica, sotto giuramento, davanti alla commissione d’inchiesta sull’11 settembre. La consigliera per la sicurezza nazionale sarà interrogata giovedì 8 aprile. Ha capito di non avere scelta quando ha chiesto di incontrare le famiglie delle vittime ma le vedove inesorabili le hanno risposto di no: prima di stringere loro la mano avrebbe dovuto testimoniare.
La Casa Bianca si è resa conto in ritardo di un potere che il congresso aveva imparato da tempo a conoscere e a temere. Il potere di quattro madri di famiglia che non si erano mai occupate di politica prima della tragedia che ha sconvolto le loro vite. I loro nomi si leggono ormai ogni giorno sulla stampa americana: Kristen Breitweiser, Patty Casazza, Lorie Van Auken e Mindy Kleinberg. Si fanno chiamare “le ragazze del New Jersey”, con un’allusione allo Stato in cui vivono ma soprattutto a una famosa canzone di Bruce Springsteen. Le ragazze dei New Jersey sono considerate provinciali e sempliciotte dalle loro vicine di New York. Anche per questo milioni di donne americane si sono riconosciute nelle quattro vedove, hanno visto in loro lo stesso spirito dei personaggi di un film di Frank Capra, “Mr. Srnith va a Washington”: la rivincita di gente semplice e perbene contro il cinismo dei professionisti della politica.
“Prima dell’ 11 settembre – confessa Lorie Van Auken – non conoscevo la differenza tra camera e senato. Quando sono stata per la prima volta a Washington con le mie nuove amiche, ho domandato a una di loro se fossero più numerosi i deputati o i senatori. Ora ho imparato che non si possono dare per scontati i diritti garantiti dalla costituzione. Bisogna combattere per difenderli. Non basta votare. Se non si capiscono i problemi con cui dobbiamo misurarci, si rischia di votare per qualcuno che non rappresenta i nostri interessi”.
Nelle elezioni del 2000 Lori Van Auken e Mindy Kleinberg hanno votato per Al Gore, Kristen Breitweiser e Patty Casazza per George Bush. Oggi come allora, tutte e quattro sostengono di non essere legate a un partito. “Vogliamo la verità – assicura Kristen Breitweiser – vogliamo sapere perché un giorno i nostri mariti sono andati al lavoro nel World Trade Center a New York e la sera non sono tomati”.
Nel dicembre del 2001 il senatore democratico Joseph Lieberman chiese al governo di nominare una commissione d’inchiesta sull’11 settembre. Dalla Casa Bianca emergevano retroscena inquietanti: mesi prima dell’attentato i servizi segreti e l’agenzia investigativa federale erano sulla
pista di alcuni dei dirottatori, il governo era stato avvertito che i terroristi di Al Qaeda volevano impadronirsi di aerei per un attacco al cuore degli Stati Uniti, il governo di Bill Clinton aveva un piano di intervento contro la rete di Osama Bin Laden ma il consiglio nazionale di sicurezza lo esaminò con mesi di ritardo. Il massacro dell’11 settembre era evitabile? Il presidente Bush era risolutamente contrario alla nomina della commissione. Sosteneva di voler condurre la lotta contro il terrorismo guardando al futuro e non al passato. Gran parte dell’opinione pubblica era con lui.
Le quattro vedove andarono insieme da Home Depot, un grande emporio di materiali da costruzione. Comprarono tavole di legno e barattoli di vernice, scrissero i nomi dei mariti uccisi, e presero un treno per Washington. Con altre trecento persone, si accamparono davanti al congresso. “Non era possibile dire no a quelle donne” ha confessato un deputato repubblicano al New York Times. Nessun politico voleva dare l’impressione di opporsi alla ricerca della verità sulla più grande tragedia americana dalla fine della guerra mondiale. Il presidente Bush cambiò atteggiamento. Fu la prima volta, ma non l’ultima. Sotto la pressione delle vedove Bush ha accettato di dare altri fondi e altri mesi di tempo alla commissione, di autorizzare la testimonianza di Condoleezza Rice e di essere interrogato egli stesso, a porte chiuse.
Le “ragazze del New Jersey” si sono messe in contatto con le famiglie delle vittime del volo Pan Am 103, esploso nel 1988 sopra Lockerbie in Scozia. Da loro hanno imparato a sollevare l’opinione pubblica contro i tentativi di insabbiare le indagini. “L’Internet è la quinta vedova – spiega Kristen Breitweiser – grazie alla rete siamo riuscite a dare vita a un movimento nazionale”. Thomas Kean, il presidente repubblicano della commissione d’inchiesta, si rende conto che non sarebbe tollerata alcuna compiacenza da parte sua verso il governo. “Le vedove – ha raccontato al New York Times – mi telefonano continuamente, mi tengono d’occhio, seguono il progresso dell’inchiesta, ci hanno suggerito alcune delle domande più importanti per i testimoni. Se non ci fossero loro, dubito che la commissione esisterebbe ancora”.
da Il paese delle donne
Vorrei esprimere qualche riflessione in margine alla concezione di eroi e di eroismo, che si sta celebrando nel nostro paese per l’insistenza governativa e mediatica su stereotipi che speravamo ormai superati. Più di altre, la trasmissione “L’infedele” di sabato 24 “Morire per l’Iraq?” ha offerto alcuni interessanti spunti problematici. Il titolo (evidente citazione della domanda che gli europei si fecero negli anni ’40, se era giusto “morire per Danzica”) alludeva ai comportamenti dei militari italiani nelle vicende belliche del novecento, alle loro prove di coraggio, alla loro presunta capacità di maggior umanità, alle accuse di viltà che i soldati italiani subirono in occasioni di disfatte come quella di Caporetto. La trasmissione ha cercato, anche se forse non abbastanza, di prendere le distanze dal mito del “buon italiano”; sarebbe stata sufficiente una maggiore attenzione alle colpe e alle atrocità di cui si sono resi responsabili gli italiani nella guerre coloniali fasciste (questione peraltro sollevata da un puntuale intervento di Catalano) o viceversa, ricordare l’ eroismo e il coraggio dei 600.000 militari internati nei campi di prigionia nazisti dopo il 1943, per accennare alla complessità e alla pluralità dei comportamenti.
E tuttavia, c’è un punto di questo dibattito che mi preme particolarmente sottolineare e che riguarda la declinazione stessa dell’eroismo, visto ancora all’interno di comportamenti militari, aggressivi o di difesa; come giustamente hanno fatto notare alcune donne presenti, grazie alla loro esperienza di pratiche di pace nei luoghi di conflitto(Anna Fazi, Simona Pari) e alla lunga riflessione storiografica (Anna Bravo), altre sono le nostre aspettative quando parliamo di eroismo.
A differenza dell’enfasi sui gesti individuali, eccezionali e astratti, sostanzialmente poco attenti alla tutela della vita, propria e altrui, con cui si celebrano gli eroi, queste voci hanno posto l’accento sulla necessità di spostare l’osservazione sui comportamenti quotidiani, portatori delle virtù civili (il rispetto per l’altro, la dignità, la capacità di cura, la relazione..) la cui pratica (lo ha ricordato Ermanno Olmi) è l’unica capace di creare dialogo e convivenza.
[…]
Domenico Starnone
Le statistiche dicono che in cattedra ci sono soprattutto donne: quasi il cento per cento nella scuola materna, sotto il novantacinque alle elementari, l’ottantacinque nella media inferiore, oltre il sessanta nelle superiori. Naturalmente non sono necessarie percentuali così cospicue – e per di più sempre un po’ in ritardo sull’evoluzione della situazione reale – per convincersi che è vero. Se si portano i figli all’asilo, si sperimenta direttamente che ci sono solo maestre. Alle elementari è sparito il maestro del Cuore, quello di Vigevano, e la norma sono ormai le maestre. Anche quando ci affacciamo nella scuola media inferiore ci rendiamo conto con un solo colpo d’occhio che, se i professori sono meno rari, le professoresse abbondano e coprono tutti i ruoli. Quanto alla scuola media superiore, basta andare qualche volta a informarsi sull’andamento scolastico dei nostri figli: i professori sono una minoranza; le professoresse dominano.
Dominano, bisogna dire, sotto tutti gli aspetti. Mettiamo per esempio che avete bisogno di rivolgervi alle scuole per coinvolgere docenti e studenti in qualche iniziativa culturale. Scoprite subito che le difficoltà sono notevoli, gli intralci burocratici numerosi, ma che una volta individuata l’area più attiva della scuola il più è fatto. Bene, quell’area è popolata di donne ed esprime in genere figure femminili di prestigio, colte, efficienti, piene di idee. Come a dire che è al tramonto anche la vecchia figura del gallo nel pollaio, il docente di buona cultura, estroso, seducente, quello che sapeva tutto, parlava bene e fungeva da polo per tutte le iniziative, le impennate, le rivolte, la giusta linea politico-culturale.
La femminilizzazione dell’insegnamento è dunque un dato di fatto ed è difficile che si torni indietro. Ma i dati di fatto di per sé non dicono granché, possono essere buoni o cattivi a seconda dell’ottica con cui li si guarda.
Cominciamo dagli sguardi cattivi, che non sono pochi. C’è chi ritiene che la femminilizzazione dell’insegnamento abbia trascinato in basso gli stipendi degli insegnanti e che sia proprio la massiccia presenza femminile nella scuola a impedire la valorizzazione innanzitutto salariale del ruolo del docente. C’è chi pensa che le donne siano sesso debole, incapaci quindi di imporre disciplina e controllo nelle classi, cosa da cui discenderebbe il malgoverno delle scuole o, alla rovescia, la risposta di inconsistente autorità alla degradazione antropologica delle nuove generazioni strette tra tv e consumismo. C’è chi sostiene che la cura sostanzialmente tutta femminile dei figli, della famiglia, comporti che per le donne l’insegnamento sia di fatto un secondo lavoro, cosa che da un lato avrebbe abbassato la qualità dell’insegnamento, dall’altro spingerebbe le docenti a percepire ogni innovazione come una minaccia al precario equilibrio tra casa e scuola. C’è chi si immagina che l’educazione in mani essenzialmente femminili costituisca un gravissimo attentato all’identità maschile, già insidiata dalla marcia inarrestabile delle donne in tutti i campi. C’è chi persino teme che il pensiero vero, la cultura vera siano definitivamente maschili e che di conseguenza le donne non possano fare altro che un pessimo lavoro di trasmissione, un lavoro da estranee che capiscono poco loro e quindi rimbecilliscono i ragazzi.
Sono esagerazioni, spesso sciocchezze, e vediamo perché.
E’ vero che l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro si accompagna in genere a un peggioramento delle condizioni salariali, ma è anche vero che l’insegnamento almeno in Italia è stato sempre mal retribuito, basta riesaminare la condizione di vita degli insegnanti di ogni ordine e grado dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi. Il problema delle basse retribuzioni ha a che fare piuttosto col peso irrilevante che i governi hanno in genere attribuito alla scuola pubblica e con lo scarso credito socioculturale che ha tradizionalmente avuto insegnare ai bambini e ai ragazzi. Alla retorica sul compito delicato dei docenti, ha sempre corrisposto in pratica l’idea che si tratti di un lavoro terra terra, con un bassissimo tasso di specializzazione, di quelli che anche un passante scolarizzato di buona volontà saprebbe fare meglio di tanti insegnanti (maschi o femmine) oziosi. Non è dunque l’ingresso massiccio delle donne a scuola che ha declassato l’insegnamento, ma l’insegnamento nelle società industriali è nato declassato, un’appendice dell’attività di cura o di un più generale controllo ideologico, quindi ‘femminile’ anche quando era a dominanza maschile.
Anche l’inadeguatezza del sesso debole è un po’ una scemenza. Per molti aspetti è vero che il lavoro nelle classi si è fatto particolarmente duro e che le condizioni dell’insegnamento sono per certi aspetti più difficili se non addirittura rischiose, ma si esclude che il selvaggio maschio in cattedra rimetterebbe tutto a posto imponendo ordine e disciplina come un giustiziere nei film di Hollywood. Molti dei gravi disagi che attraversa l’insegnamento non dipendono dai luoghi comuni sul sesso di chi insegna, ma da un’istitituzione povera di mezzi e complessivamente arretrata che lascia soli i docenti di fronte alle difficoltà quotidiane.
Anche il doppio carico di lavoro che caratterizza la condizione femminile non è una gran novità. Certo le insegnanti-madri devono fare salti mortali (i figli, la gestione della casa, tensioni private di tutti i tipi e d’altro canto la necessità di studiare, aggiornarsi, programmare, correggere etc.) per fare bene il loro lavoro, ma i docenti-padri hanno fatto e fanno tradizionalmente di peggio. Il doppio lavoro maschile per esempio si è andato sempre più diffondendo. Ci sono insegnanti-ingegneri, insegnanti-architetti, insegnanti-speziali, insegnanti che coniugano insegnamento pubblico e lezioni private, insegnanti che sono artisti-poeti-giornalsti-scrittori, etc. Con una differenza non irrilevante: insegnare per le donne è in genere il loro primo lavoro: nella scuola realizzano la loro identità pubblica; mentre insegnare per gli uomini doppiolavoristi è più spesso il lavoro di ripiego (un insegnante-ingegnere si presenta come un ingegnere, non certo come un professore): quello d’obbligo, la loro realizzazione pubblica si compie altrove.
Quanto all’ipotesi poi che le donne-insegnanti siano una minaccia per l’identità dei giovani maschi, essa sembra più uno dei canali attraverso cui si manifestano antichissimi terrori maschili, che una realtà. Esiste sicuramente un complessivo ripensamento in atto della figura simbolica del maschio, pressata dall’avanzata delle donne in ogni settore della società, ma si tratta di uno dei tanti mutamenti storico-antropologici in atto, non da poco ma nemmeno così nuovo e sconvolgente. E’ l’intero ordine di senso dentro cui si muovono tradizionalmente i sessi che è terremotato. Ma altre tipologie del maschile nasceranno, i rapporti tra i sessi troveranno nuovi equilibri economici e culturali, e non si vede cosa c’è da disperarsi.
Più sensato è preoccuparsi per la sostanziale estraneità delle donne alla tradizione culturale tutta maschile che sono tenute a trasmettere in quanto insegnanti. Non è però la massiccia presenza femminile nelle scuole a costituire un ostacolo per la trasmissione della tradizione elaborata sempre e soltanto dal pensiero maschile, ma sono le grandi potenzialità innovative di quella presenza femminile nelle scuole che è decisamente soffocata dentro il canone tradizionale della scuola: metodi di insegnamento, contenuti dell’insegnamento, rituali scolastici. Sono le donne cioè che per fare bene il loro lavoro di insegnanti sono costrette in un modo o in un altro a ripensare la scuola, l’insegnamento e ciò che si insegna da cima a fondo.
Qui passiamo agli sguardi benevoli.
Sotto gli occhi infatti abbiamo ogni giorno anche parecchie altre cose che le statistiche non dicono, e cioè i tratti innovativi di una scuola fatta essenzialmente da donne. Certo, le insegnanti sono diverse l’una dall’altra. Ci sono quelle sovraffaticate, che devono correre dietro a mille cose, e quelle che lavorano con agio. Ci sono quelle che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese e quelle ben coniugate che usano lo stipendio per le piccole spese. Ci sono quelle coltissime e quelle che non aprono libro dai tempi della laurea. Ci sono quelle attentissime ai bambini e ai ragazzi di cui si occupano e quelle che danno i numeri. Ci sono quelle annientate dalla vita e quelle ricche di energie, fantasia, iniziativa. Ma il dato di fatto è che va crescendo una sorta di ottimismo femminile d’avanguardia con una forte capacità di attrattiva, il quale da un lato seppellisce il docente postsessantottesco o lagnoso o sempre in attesa di una nuova stagione di lotte, dall’altro si fonda su una nuova figura di insegnante-donna che pone al centro, con tutto il suo peso sociale, politico, di critica del sapere, la relazione docente e l’insegnamento.
Da dove viene questo senso di scuola comunque viva, comunque positivamente al lavoro? Vita Cosentino, che è una delle animatrici di un movimento tra i più densi di riflessione e autoriflessione all’interno della scuola oggi, quello denominato dell’Autoriforma gentile e che rimanda al pensiero della differenza, faceva notare qualche tempo fa come la scuola, spesso criticata duramente dagli uomini che vi hanno visto la ratifica delle disuguaglianze, grandi arretratezze eccetera, sia stata invece per le donne, malgrado tutto, uno strumento importante di liberazione e di crescita, innanzitutto come scolare, poi come insegnanti. Certo, bisognerebbe aggiungere: per le bambine e le ragazze che non ne sono state escluse per colpa delle arretratezze istituzionali, del vizio scolastico di ratificare disuguaglianze. Ma questo è un discorso qui inessenziale. Quel che conta invece è una sorta di positività di fondo nel rapporto tra donne e scuola che, per le donne dell’Autoriforma gentile, ha dato da tempo i suoi frutti. Tanto che oggi, nelle mani delle insegnanti più consapevoli, la scuola è potenzialmente uno spazio pubblico importante di appropriazione critica della tradizione maschile e di reinvenzione dell’insegnamento. Per il gusto di seguire questa buona scia di positività, va letto Buone notizie dalla scuola (Pratiche editrice, 1998), un libro il cui titolo ottimistico non delude, può avviare ad altre utili letture, mantiene soprattutto la promessa di mostrare che è in atto lo sforzo di uscire da un’immagine di scuola come palude e disegnarne un’altra in cui tutto è ridiscusso nell’ottica nuova della relazione docente e del pensiero della differenza sessuale, da come si insegna a cosa si insegna, dai tempi e gli spazi dell’insegnamento alla valutazione dei risultati.
In realtà le rose e i fiori, che pure ci sono, non riescono comunque a nascondere che la crisi della cosiddetta scuola di massa è profonda, attraversa tutti i paesi industrializzati, ha un centinaio d’anni alle spalle e i dibattiti ricorrenti mostrano sempre una cosa sola: non si sa ancora con quali strumenti, con quali metodi, con quali investimenti economici si possa coniugare qualità dell’istruzione e quantità degli istruiti. Tuttavia la riflessione in atto è, grazie alle insegnanti, di nuovo vivace e prova che dall’interno della scuola possono venire ancora teorie e pratiche capaci di andare oltre le analisi, le proposte e gli interrogativi novecenteschi sui modi di insegnare e di apprendere. Questo ci deve confortare tutti.
di Marco Cazzaniga
Ho vissuto ad Asolo l’esperienza di un incontro tra donne e uomini che si sono riuniti per comunicarsi i loro pensieri e le loro pratiche sullo stare in relazione con il loro differente modo di porsi nel mondo. E’ stata una risposta alla necessità di uscire dal modo con cui normalmente uomini e donne vivono le relazioni, avendo come riferimento delle modalità piuttosto standardizzate, che tengono poco conto della differenza e si rifanno a modelli culturali fortemente segnati dal patriarcato.
Si trattava quindi di individuare pratiche di relazione di differenza che potessero far esistere un nuovo simbolico, ossia modi di stare in relazione di donne e uomini, nel reciproco riconoscimento della loro differenza, alternativi a quelli vigenti, che diventassero un orizzonte verso il quale l’umanità incominciasse a incamminarsi.
Ho potuto verificare la validità di alcune pratiche che nell’associazione “Identità e Differenza”, di cui faccio parte, cerchiamo di vivere e che, nell’occasione, si sono dimostrate particolarmente apprezzate e condivise dagli uomini. Queste pratiche, infatti, sono state introdotte dalle donne che le hanno messe a punto nella loro fase di separatezza e, quando hanno scelto di aprirsi alle relazioni di differenza, le hanno proposte anche agli uomini. Anche ad Asolo le donne presenti hanno mostrato di saperle usare molto bene e gli uomini si sono resi conto che le pratiche della politica delle donne continuano ad essere per loro stessi un riferimento necessario per mantenersi in dinamica di rinnovamento.
La prima e fondamentale è quella del partire da sé. Per gli uomini presenti ha significato soprattutto sapersi liberare da una radicata impostazione mentale, che spinge a interessarsi e a occuparsi di ciò che è a sé esterno, per fare riferimento invece alla propria interiorità e al pensiero libero. Ho potuto così ascoltare uomini che nel loro rapporto con la realtà non si ponevano con l’atteggiamento di chi vuole ordinare e dirigere le cose in nome di modelli razionali precostituiti, ma che lasciavano apparire le loro incertezze, il loro disagio di fronte ad una realtà che, lasciata a loro stessi e per quanto dipendente da loro, si presenta come immodificabile.
Un’altra pratica che ho constatato essere piuttosto difficile per gli uomini, anche se da loro auspicata perché vista come liberante, è quella di poter vivere le relazioni in modo non strumentale, cioè in modo non funzionale ad un determinato obiettivo. Questo significa che nella relazione si sa mettersi in discussione senza ancorarsi al proprio punto di vista, si accetta di fare un passo indietro e di
lasciare venire avanti l’altro, meglio ancora l’altra; significa poter gustare relazioni in cui circoli libertà.
E’ in virtù di questa modalità di vivere le relazioni che alcuni uomini hanno espressamente dichiarato di non voler più temere e sfuggire il conflitto. Se si privilegia la relazione in sè, con la consapevolezza che è il modo di conoscere, capire e apprezzare la differenza, si è disposti anche a sostenere il conflitto che inevitabilmente ne deriva perché non è distruttivo.
E’ stato individuato, e rimane aperto, un problema.
Come l’esperienza di uomini e donne in consapevole relazione di differenza, come credo si sia verificato ad Asolo, può diventare un dato culturale che crea quell’orizzonte entro il quale vanno a collocarsi le quotidiane pratiche di relazione, quelle che attraversano la morale, la politica, l’economia e il diritto?
Certamente una prima risposta è data dalla scelta personale di ognuno di mettersi al mondo con le pratiche accennate: il partire da sé e le relazioni non strumentali nei vari ambiti del vivere quotidiano.
E questo per noi uomini è già un grande passo, perché significa porsi come soggetti che, in relazione con altri soggetti, di cui si valorizza la differenza, si mettono in ricerca di forme nuove di vivere insieme.
Ma non è sufficiente, il passo ulteriore è che l’esperienza di uomini e donne che vivono consapevolmente relazioni di differenza diventi un contenuto culturale pubblico.
Indicando questo obiettivo, non ne voglio però dimenticare uno intermedio, che gli uomini ad Asolo si sono dati: ritrovarsi tra di loro per mettere a punto qualche modalità di uscita pubblica, per far sapere che ci sono degli uomini che credono alla possibilità di una politica altra proprio attraverso le pratiche delle relazioni di differenza.
Vandana Shiva
Un’epidemia di biopirateria dilaga in India: le corporation agroalimentari – Conagra, Unilever e Monsanto – brevettano le biodiversità indigene. E’ un furto che deruba il paese dei mercati d’oltremare e che ci costringerà a pagare royalties per la nostra sopravvivenza.
L’India è travolta da un’epidemia di biopirateria: le corporation globali stanno brevettando le biodiversità indigene e i saperi tradizionali. Prima c’è stata la pianta del neem, poi il riso basmati. Ora il nostro frumento, il nostro «atta» (farina di frumento integrale), il nostro «chapatis» (pane schiacciato, non lievitato) sono stati brevettati. La Conagra, il gigante agroalimentare statunitense, ha ottenuto il brevetto No. 6.098.905 per l’«atta» nell’agosto 2000. Nel 1996, la Unilever e la Monsanto hanno ottenuto un brevetto (EP 518577) perché sostenevano di avere «inventato» l’uso della farina per fare dei tipi tradizionali di pane indiano come il chapatis. Il 21 maggio 2003, l’ufficio europeo brevetti di Monaco ha rilasciato un brevetto con il numero EP 445 929 e il semplice titolo «piante». Proprietaria del brevetto è la Monsanto, meglio conosciuta come il maggiore commerciante mondiale di piante geneticamente modificate. Il brevetto copre il frumento che presenta una speciale qualità di cottura con scarsa elasticità. Il frumento con queste caratteristiche è stato creato originariamente in India; ora la Monsanto ne detiene il monopolio per la coltivazione e i processi di lavorazione.
La biopirateria è sbagliata sia giuridicamente che eticamente. Permettendo che delle innovazioni indigene siano trattate come «invenzioni» del proprietario del brevetto, questi brevetti rappresentano un vero e proprio furto dei risultati scientifici, intellettuali e creativi conseguiti dall’India, e devono essere combattuti. Le conseguenze economiche sono gravi. A breve termine, un brevetto pirata ci deruba dei mercati d’oltremare per i nostri prodotti unici. A lungo termine, se questi trend non saranno contrastati e i sistemi di regolamentazione dei diritti sulla proprietà intellettuale non saranno cambiati in modo da impedire la biopirateria, ci troveremo a pagare le royalties per ciò che ci appartiene e ci è necessario per la sopravvivenza quotidiana.
Se i casi di tali infondate pretese fossero solo uno o due, essi potrebbero essere attribuiti a semplice errore. Ma le cose non stanno così. Il problema è radicato e sistematico e richiede un cambiamento radicale e sistematico, non interventi episodici. Lungi dall’essere un’aberrazione rispetto ad esso, la promozione della pirateria è intrinseca al sistema Usa dei brevetti. I regimi che regolano i diritti sulla proprietà intellettuale nel contesto della liberalizzazione del commercio diventano strumenti di pirateria a tre livelli:
1. La pirateria delle risorse in cui le risorse biologiche e naturali delle comunità e della campagna sono prese liberamente, senza riconoscimento o permesso, e sono usate per costruire economie globali. Ad esempio, il trasferimento di varietà basmati di riso dall’India per costruire l’economia del riso delle corporations americane come RiceTec per l’esportazione.
2. La pirateria intellettuale e culturale in cui l’eredità culturale e intellettuale delle comunità e della campagna viene presa liberamente, senza riconoscimento o permesso, ed è usata per pretendere i diritti sulla proprietà intellettuale come brevetti e marchi registrati, anche se l’innovazione e la creatività originarie non sono avvenute per mezzo di un investimento delle corporation. Ad esempio, l’uso del nome registrato «basmati» per il loro riso aromatico, o l’uso del nome registrato «Bikaneri bhujia» da parte della Pepsi.
3. La pirateria economica, in cui ci si impossessa dei mercati interni e internazionali attraverso il ricorso a nomi registrati e a diritti sulla proprietà intellettuale, con la conseguente distruzione delle economie locali e nazionali dove è avvenuta l’innovazione originale e la cancellazione dei mezzi di sostentamento e della sopravvivenza economica di milioni di persone: ad esempio, i commercianti di riso americani che hanno sottratto i mercati europei ai piccoli produttori indiani di bio-pesticidi a base di neem, e la Grace che ha sottratto loro il mercato americano.
Un brevetto viene rilasciato come diritto esclusivo per le invenzioni che soddisfano i criteri di novità, non-ovvietà, e utilità. Il sapere tradizionale e le innovazioni collettive e cumulative che esso incarna, evidentemente, non si qualificano come «novità». Modifiche insignificanti e scontate che possono essere apportate da persone esperte nel campo dell’innovazione violano il requisito di non-ovvietà e dunque non dovrebbero essere brevettabili. Il brevetto pirata registrato dalla RiceTec sul basmati e il brevetto pirata registrato dalla Monsanto sul frumento sono entrambi stati ottenuti ricorrendo a modifiche insignificanti e scontate di varietà di piante uniche indiane con caratteristiche uniche, per poi pretendere i diritti totali sulle caratteristiche, sulle proprietà, sui tratti delle piante e dei prodotti da esse derivati.
Le pretese decisive in merito al brevetto riguardano il frumento «soft-milling» in cui i geni rilevanti sono assenti o inattivi. Il brevetto significa di fatto il monopolio sulle caratteristiche genetiche delle piante Nap Hal e su tutte le piante di frumento che sono incrociate con questa varietà indiana. Inoltre, esso copre la farina ottenuta da questo frumento, la «pasta prodotta con la farina» e «biscotti o simili, prodotti con la farina». Nel suo brevetto, la Monsanto ha sbagliato il nome della varietà di frumento, chiamandolo «Na phal» che in Hindi significa «nessun frutto». Invece di identificare correttamente il frumento con il nome sbagliato e di contrastare la biopirateria, il parlamento e i tribunali indiani hanno sostenuto e difeso la biopirateria della Monsanto. Così l’India sta perdendo la sovranità sulle sue sementi, sulla biodiversità e sulle innovazioni collettive che in esse si sono concretizzate. Inoltre sta perdendo l’accesso ai mercati europei per i prodotti derivati dal frumento con qualità uniche offerte dai nostri frumenti tradizionali, che sono molto richiesti.
Se non lo impediremo, il brevetto pirata sul frumento trasformerà la preghiera «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» in una supplica alla Monsanto.
Copyright Ips/il manifestoTraduzione Marina Impallomeni
Luca Fazio
Intervista. “Gli acquedotti sono supercontrollati ma rischiano la privatizzazione.Giuseppe Altamore è Fautore di Qualcuno vuol darcela a bere (Fratelli Frilli Editore). Sta lavorando a un altro libro che uscirà a settembre, I predoni dell’acqua perduta, è esperto di questioni idriche e lavora a Famiglia Cristiana.L’acqua di rubinetto è davvero sicura?
L’85% dell’acqua che sgorga dai rubinetti proviene da falde profonde e sorgenti che, spesso, non hanno nulla da invidiare alle più pubblicizzate acque minerali Solo il 15% dell’acqua potabile arriva dagli invasi o dai fiumi. I gestori dei servizi idrici spendono milioni di euro per potabilizzare l’acqua. Purtroppo, nonostante all’origine il prodotto sia di ottima qualità può peggiorare durante il viaggio verso le case. Le cause sono diverse: dai tubi troppo vecchi alle contaminazioni esterne causate dalle perdite all’impiego non corretto dei disinfettanti a base di cloro. Comunque, l’acqua di rubinetto è supercontrollata e dal 26 dicembre 2003 è anche più sicura.
Cosa dice la nuova normativa?
Il decreto legislativo n.31 del 2001, oltre a ridurre le concentrazioni per le sostanze nocive, deve assicurare la qualità dell’acqua al rubinetto. Sembra scontato, ma non era così. Gli acquedotti garantivano il loro prodotto all’origine. Oggi invece hanno l’obbligo di fornire acqua sicura al rubinetto di casa. Significa che ciò ci arriva in casa deve avere tutti i parametri in regola. Altrimenti scattano sanzioni anche per l’amministratore di condominio, che può essere obbligato a rifare le vecchie condutture.
Sono davvero così conciate le nostre condutture?
A volte hanno 100 anni. Possono essere anche di piombo. Queste di sicuro dovranno essere sostituite entro il 2010, quando il tenore questo metallo, che provoca il saturnismo, dovrà essere contenuto entro 10 mg/l. In qualche caso esistono anche condotte in fibre di amianto e cemento. Se l’acqua ha una buona durezza si forma una patina che la protegge dalle micidiali microfibre che possono provocare tumori allo stomaco. Comunque, le aziende idriche stanno sostituendo i vecchi tubi. Si stima una spesa di 100.000 miliardi di lire per ammodernare il settore idrico.
L’acqua è buona dappertutto?
Ci sono città fortunate come Roma dove è ottima. Altre città devono accontentarsi: a Ferrara bevono l’acqua del Po, naturalmente dopo trattamento. La grande maggioranza dei capoluoghi ha un’acqua con una concentrazione di nitrati inferiore a 10 mg/l, quindi adatta per la prima infanzia. Ci sono 60 acque minerali che superano questa concentrazione.
Produttori e aziende che vendono i “depuratori ” dicono che l’acqua dei rubinetto non è pura.
L’acqua minerale non è pura come vorrebbero farci credere. I cosiddetti depuratori da mettere sotto il lavello possono peggiorare la situazione rendendo l’acqua non potabile. In Piemonte e Veneto ci sono inchieste in corso: i Nas hanno accertato che dagli apparecchi a osmosi inversa usciva acqua dannosa. Se qualcuno volesse migliorare la già sicura acqua di casa può acquistare un semplice filtro composito, badando che il fornitore abbia autorizzazione e numero rilasciato dal ministero della salute.
È vero che le multinazionali sono ormai presenti stabilmente negli acquedotti di mezza Italia?
Sì. L’Italia ha imboccato l’ambigua strada della privatizzazione del ciclo idrico integrato favorendo l’ingresso di società come Veolia Water (gruppo Vivendi) o Suez Lyonnaise des eaux. Risultato: aumento fino al raddoppio delle bollette e comuni che hanno perso la proprietà del loro acquedotto e il controllo democratico sulla risorsa.
Serena Bournens
Ottocento milioni. Sono le case nel mondo che non hanno un rubinetto dell’acqua. Diciottomila. Sono le bambine africane che la mattina, invece di andare a scuola, si mettono una brocca in testa e l’acqua che serve loro per sopravvivere la vanno a raccogliere a chilometri di distanza. Dodici milioni. Sono le persone, in gran parte minori, che ogni anno muoiono per colpa dell’acqua. Perché è inquina perché, peggio ancora, è carente. Quattro. Sono i litri d’acqua che un cittadino del Gambia può consumare al massimo in un giorno. Trecento, quelli che consuma in media un cittadino americano o europeo. Il trenta per cento dei quali va a finire nello sciacquone di un water.
LE NAZIONI UNITE, che hanno fissato per oggi la Giornata mondiale dell’acqua, stimano che la quantità media necessaria allo svolgimento delle attività quotidiane sia di 50 litri pro capite e le riserve mondiali basterebbero a soddisfare quest’esigenza per tutti. Insomma: i numeri ci sono, ma i conti non tornano. E sulla Terra, ad oggi un miliardo e quattrocentomila persone non hanno accesso all’acqua potabile. Perché? “Perché l’acqua, invece di essere un bene indiviso, che appartiene a tutta l’umanità, è diventato un affare miliardario”, spiega Rosario Lembo, presidente del Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale) e segretario del Comitato italiano per il Contratto mondiale dell’acqua. Le Nazioni Unite prevedono che nel 2020, quando la popolazione mondiale sarà di circa 8 miliardi di persone, coloro che non avranno accesso all’acqua potabile saliranno a più di 3 miliardi: “è inaccettabile. E il problema – garantisce Lembo – non è la
scarsità naturale, ma la cattiva gestione di questa risorsa. Nel mondo, innanzitutto, si fa una scarsa politica di buona utilizzazione dell’acqua potabile, il 60% della quale viene utilizzato per l’agricoltura. Ma quello che davvero preoccupa è la non equità della sua distribuzione”.
ROSARIO LEMBO coordina in Italia un progetto internazionale nato cinque anni fa e mirato a “scardinare e capo- volgere la profonda ingiusti- zia che sta alla base della moderna concezione dell’acqua come bene che può essere oggetto di scambio commercia- le di tipo lucrativo”. 11, Con- tratto mondiale dell’acqua (World water contract) è un manifesto che si pone l’obiettivo di definire l’acqua come un diritto universale e inalienabile, individuale e collettivo”. Ma come garantirlo? “Occorre un nuovo sistema di regole messo in piedi da una rete di Parlamenti. Una cornice legislativa al livello locale e internazionale che definisca un trattato mondiale sull’acqua, legalizzandola come bene patrimoniale comune ed escludendola da tutti gli accordi commerciali internazionali”, spiega Rosario Lembo. L’obiettivo è quello di “creare tre miliardi di rubinetti”. Ma come e con quali soldi? “Attraverso un sistema di fiscalità generale che permetta di portare l’acqua dove non c’è e di aprire nei prossimi vent’anni quei 3 miliardi di rubinetti che mancheranno”.
IL RISCHIO PIU’ GRANDE, anche per i paesi più industrializzati, è che “l’acqua “privata” diventi preda degli interessi delle multinazionali”, spiega il presidente del Cipsi. Un esempio su tutti quello della Bolivia. “Nel 2000, a Cochabamba, sulle Ande, dovel’acqua è un bene scarso e dove il governo vendette, sotto pressione della Banca Mondiale e del Fondo monetario, le sorgenti a una multinazionale”. Il risultato? Un aumento del prezzo dell’acqua del 300 per cento, fino a 10 dollari al metro cubo. La popolazione insorge, blocca le strade. L’ondata di rabbia cresce e il governo Suarez è costretto a cedere: revoca la legislazione sulla privatizzazione delle acque e rescinde il contratto con la multinazionale. Bene. Ma a quale prezzo? Un risarcimento danni pari a 25 milioni di dollari. E un ragazzo di 17 anni morto, durante una manifestazione fatta “semplicemente” per aprire un rubinetto d’acqua.
Serena Bournens
Sono 31 i Paesi nel mondo e un miliardo e 400 mila persone che non hanno accesso all’acqua pulita. Il Paese che ha a disposizione le maggiori risorse idriche è la Groenlandia (con 10 milioni di metri cubi annui pro capite); quello con minori riserve è il Qatar (con 94 metri cubi).
o Il 60 per cento della popolazione africana non dispone di acqua potabile e servizi igienici.
o L’utilizzo dell’acqua sul nostro pianeta si è triplicato dal 1950: oggi gli uomini consumano in media 800 metri cubi di acqua all’anno pro capite.
o Al livello globale si stima che il 70 per cento del totale delle acque dolci è utilizzato in agricoltura, il 20% in attività industriali; il 10% per usi domestici.
I NUMERI IN ITALIA DAL DOSSIER DI LEGAMBIENTE
o 5513: gli enti che gestiscono i servizi idrici in Italia. Tranne municipalizzate, consorzi, ed enti di diritto pubblico, mediamente non servono più di 5 mila utenze.
o 13503: è il numero degli acquedotti italiani.
o 54000: gli addetti al servizio idrico
o 0,281: la tariffa media italiana per la distribuzione di un metro cubo di acqua potabile
o 4,13 miliardi: è il fatturato (indotto compreso) dell’industria italiana dei servizi idrici.
o 20,6 miliardi: sono o investimenti in infrastrutture idriche dell’ultimo decennio.
o 27% è la percentuale delle perdite di rete in Italia
o 98,2% la percentuale degli italiani serviti da acquedotti.
o 48% la percentuale d’acqua destinata all’irrigazione.
LE GUERRE
L’acqua, l’oro blu del ventunesimo secolo, è stata la causa nei secoli di numerosi conflitti. R Gleick in “Water Conflict Cronology”, pubblicato nel 2000, fa una lunga lista. Eccone alcuni:
o 1503 conflitto tra Firenze e Pisa: Leonardo da Vinci e Macchiavelli progettano di deviare il corso dell’Arno fuori da Pisa
o 1642 Cina: le dighe di Huang He vengono fallate per scopi militari.
o 1898 Egitto: tra Francia e Inghilterra rischia di scoppiare un conflitto quando una spedizione francese cerca di prendere il controllo delle sorgenti dei Nilo Bianco.
o 1938 Giappone-Cina: Chiang Kai-shek ordina la distruzione delle dighe sul tratto Huayuankou del fiume Giallo per inondare le zone minacciate dall’esercito giapponese.
o 1947-1960 In seguito alla separazione fra India e Pakistan il bacino del fiume Indo rimane diviso; ne risultano dispute per l’utilizzo dell’acqua per l’irrigazione. L’Indus waters agreement viene concluso nel 1960 dopo 12 anni di negoziazioni.
o 1948 Gli arabi tagliano le forniture di acqua di Gerusalemme Ovest durante il primo conflitto arabo-israeliano.
o 1951 Corea, Nazioni Unite. La Corea del Nord libera un flusso di onde dalla diga Hwachon che danneggia i ponti galleggianti costruiti dalle truppe delle Nazioni Unite nella valle Purkhan. Gli aerei Usa vengono mandati a distruggere gli impianti di chiusa.
o 1963-64 In seguito alla creazione delle frontiere tra Etiopia e Somalia nel 1948 sconti di confine si verificano lungo i territori contesi dei deserto di Ogaden dove sono situate risorse strategiche di acqua.
o 1967 Israele-Siria: Israele distrugge i cantieri arabi per la deviazione della sorgente del fiume Giordano. Israele occupa le colline dei Golan e il Banias, affluente dei Giordano e la West Bank.
o 1980-88 L’Iran devia dei corsi d’acqua per inondare postazioni di difesa irachene.
o 1982 Israele-Libano: Israele chiude l’acqua che rifornisce Beirut durante l’assedio.
o 1990 Iraq-Siria-Turchia. Il corso del fiume Eufrate viene interrotto per un mese a causa dei lavori conclusivi per la diga Ataturk voluta dalla Turchia. Siria e Iraq protestano.
o 1999 Bangladesh: Cinquanta feriti negli scioperi per protestare contro la mancanza di energia e acqua.
o 1999 Kosovo: I serbi contaminano l’acqua dei pozzi e degli impianti gettandovi i cadaveri dei kosovari albanesi.
In scena a Ferrara la compagnia burkinabè Salia Nï Seydou
FRANCESCA PEDRONI
FERRARA
È un fenomeno in crescita la danza contemporanea africana. I suoi esponenti vengono dal Senegal, dal Magadascar, dal Burkina Faso, dalla Costa d’Avorio, dal Sudafrica. Coreografi e interpreti il cui corpo è memoria ancestrale di tradizioni che però si rinnovano nell’incontro con la scrittura coreografica occidentale e con problematiche attuali come la globalizzazione, il dialogo tra etnie, culture e religioni, il dolore, purtroppo inarrestabile, per le devastazioni della guerra. Sono gruppi portavoce di una danza combattiva, intimamente allergica all’enfasi della tecnica fine a se stessa. Non è un caso che siano stati fondati negli anni `90 concorsi come le Rencontres Chorégraphique de l’Afrique et de l’Ocean Indien, grazie ai quali esplorare questa nuova linfa creativa, né che rassegne come la Biennale di Lione, il festival di Montpellier, o in Italia, a Torino, il Festival Afro dei tenaci Katina e Bruno Genero, abbiano dedicato edizioni intere a questo tipo di danza.
Bene ha fatto perciò il teatro Comunale di Ferrara ad ospitare due repliche di Weeleni, l’appel, quarta creazione della Compagnia Salia Nï Seydou. Il gruppo è stato fondato nel 1995 da Salia Sanou e Seydou Boro, danzatori entrambi originari del Burkina Faso, con alle spalle alcuni anni nella compagnia francese di Mathilde Monnier. Curioso il percorso. Monnier nel `92 va in Burkina per «rinnovare» il proprio linguaggio coreografico. Sanou e Boro la seguono in Francia. Dopo tre anni fondano il loro gruppo in Burkina Faso, dove ora tentano di dare vita a un Centro Coreografico.
Weeleni, l’appel è uno spettacolo potente. Nasce da tre assoli, riuniti poi nella stessa creazione. È «appello» alla consapevolezza. La scena, vuota al centro e circondata da una semplice struttura di ferro con appesi grandi pannelli colorati, ospita oltre ai danzatori – Sanou, Boro e Ousséni Sako – i quattro musicisti: dal Burkina Faso Saïdou Khanzaï (chitarra), Ibrahim Boro (chitarra), Dramane Diabaté (percussioni, djembé), dal Marocco Youssef El Mejjad (tastiere e canto). Apre Sanou: il suo assolo, Gestes, è un canto sulla fatica, sul dolore antico della schiavitù, danzato con la schiena al pubblico. Un dorso dalla muscolatura parlante in ogni fibra, dolente nel graffio impulsivo di una danza che comincia a terra per poi possedere, nel lavoro, lo spazio. Waati, di Sako, è un assolo sul «tempo», sullo stare nel mondo, sulle scelte possibili e non, nel quale una danza piena di scatti e ralenti ci racconta il dialogo tra il corpo e l’avvolgente scorrere del tempo della natura. Masculin-feminin di Boro è l’incontro uomo-donna, il pianto delle madri, la sensualità, l’attesa e la preghiera. I tre danzano soli e insieme, in un momento anche con i musicisti (struggente la composizione), in una diversità nell’uguaglianza che appella alla salvaguardia dell’identità nell’incontro. Un appello «politico», capito e salutato con partecipazione dal pubblico.
da il manifesto – Un milione almeno in piazza a Roma per dire basta alla guerra. La manifestazione di un popolo che vive le ferite di Baghdad, di Pristina, di Madrid e pretende di spezzare la catena della morte e del terrore. Cominciando con il ritiro delle truppe dall’Iraq. Il cammino di pace per un altro mondo possibile non si ferma
Una manifestazione di popolo, un laboratorio. Una manifestazione di popolo perché c’erano i bambini in carrozzina con i genitori e i nonni, un tutt’uno, uno sciamare di uomini e donne di ogni età con un grande sentimento comune disegnato con tanti colori quanti sono quelli che formano l’arcobaleno della pace. Ma anche un laboratorio dove si sperimentano nuove forme di relazioni sociali tra diversi. Di più: dove si comincia a praticare un altro modo di stare al mondo, di decidere le priorità in totale autonomia rispetto all’agenda dettata dalla Politica con la P maisucola. C’è posto per tutti in questo laboratorio che fa politica, per tutti coloro che hanno espulso la guerra dal proprio orizzonte e non tollerano l’idea di consegnare ai propri figli un mondo peggiore di quello in cui hanno vissuto loro. Hanno una base in comune queste centinaia di migliaia di persone, è l’articolo della Costituzione che espelle la guerra dalle possibilità, dalla politica. Boy scout e sindaci, disobbedienti e suore, ambientalisti e delegati operai non hanno fatto una manifestazione, hanno invaso Roma mescolati tra di loro come gli ingredienti di un piatto raffinato in cui i gusti, però, si distinguono l’uno dall’altro, il dolce e l’agro, il salato, il piccante, il delicato. Quanti sono questi e queste no-guerra? Impossibile dirlo, non bastano le cinque ore di corteo a contarli tutti e se si dovesse recitare l’elenco dei gruppi, dei circoli, delle scuole, delle fabbriche, delle sezioni, delle associazioni, dei comitati si finirebbe per far arrabbiare un sacco di individui e collettivi dimenticati nella narrazione. Non si vedono servizi d’ordine, salvo in pochissimi casi militanti, o come li chiamano gli altri, i normali, «militonti». Le bandiere con le falci e martello bordate con il filo d’oro si intrecciano con gli striscioni dipinti in casa, lungo la marcia interminabile che da ogni parte di Roma conduce al Circo Massimo. Alle 18 i cortei sono due, uno che tenta di arrivare e uno di chi tenta di uscire. «Fate il vino non la guerra», invita uno di questi striscioni casalinghi, ma sia ben chiaro, il vino «dev’essere biologico». Per chi manda questo messaggio l’altro mondo, quello possibile, è fatto di lavoro «scelto per vivere non per sfruttare gli altri». C’è chi si aggrega sognando un mondo in cui ci sia più posto per la fede e meno per le religioni: «Di che religione è Dio?». Oppure: «Cristo è qui/ quando ci sarà tutta la Chiesa?». Non si scandalizzano, cattolici di Verona e valdesi di Grottaglie, a camminare insieme alle «lesbiche contro la guerra» o a chi alza uno degli striscioni più divertenti e commentati: «Uomini contro la guerra. Percorsi maschili di libertà».
In quel mondo possibile sognato e in piccola misura già vissuto dai camminatori arrivati a Roma in treno, pullman, auto private, camper, c’è posto per gli americani pacifisti «Not in our name» e per gli amici kurdi di Abdullah Ocalan, per gli spagnoli romanizzati e i palestinesi, per gli ebrei contro l’occupazione e per i disoccupati napoletani o di Acerra che sembrano arrivare da Marte. Sarà perché vogliono essere muratori di un altro mondo dove ci sia lavoro ma anche dove ci si possa fumare una canna in pace, come chiedono giovani dei centri sociali più o meno disobbedienti. Un mondo in cui non ci si scanni per il petrolio, ma siccome per riuscirci bisogna anche ridurre il consumo di petrolio, ecco i pedalatori che hanno avvitato al loro velocipede una targa speciale: «Bici no oil». In bici si va più lentamente, certo, ma non s’ammazza nessuno. Se si andrà più piano non ci sarà bisogno neppure dell’alta velocità che mina la vivibilità della val di Susa. Pace e non solo. Perché per costruire la pace bisogna vivere in un altro modo, bisogna costruire «Ponti, non muri», bisogna controllare il mercato dei capitali e aprire le frontiere agli umani (non al mercato degli umani, quello è già aperto). «Non sulla nostra pelle», chiedono decine di africani che si presentano come «rifugiati a Roma Tiburtina». Tre o quattro quartieri più avanti si ripete con maggiore irriverenza lo stesso concetto: «Bossi e Fini fuori dai confini/ Berlusconi fuori dai coglioni». Irriverente ma efficace, condiviso da tutti anche da un cappuccino con tanto di sandali che sorride imbarazzato. In un mondo diverso ci sarà posto per giocolieri e trampolieri che intanto si esercitano in piazza Barberini e poi lungo tutto il corteo, anzi i cortei; non c’è posto per le scorie che siano o non siano radioattive. Dev’esserci l’acqua in questo mondo in nuce e meno elettrodotti. Ma sempre alla pace si ritorna: «Ke cazzata la guerra», ci ricorda lo striscione firmato «i corvi/ movimento studentesco». Ci sono gonfaloni di mezz’Italia, sono costretti a sfilare chi lungo il corteo ufficiale chi giù per via Nazionale. Ci sono comuni in cui i sindaci non hanno smanie di presidenzialismo, anzi da anni sperimentano il bilancio partecipativo, come avviene in un paese della costa ascolana.
Quel che non si capisce è dove inizi e dove finisca il corteo, tutta Roma è un corteo. Alle 19 anche Trinità dei Monti è un corteo che scende e risale da piazza di Spagna verso via Frattina e via del Corso, pacifisti e giapponesi che si mescolano e si fotografano a vicenda schivando assembramenti esagerati di poliziotti, carabinieri e quant’altro che sembrano asini in mezzo ai suoni, fuori posto più o meno come un lunghissimo dirigente della sinistra che si affaccia a un corteo pieno di suoi elettori, ma neanche loro ce lo vogliono nel corteo. A proposito di carabinieri, quelli di Nassiriya, tutti li rivorrebbero a casa, qualcuno addirittura suggerisce: «Tornate a farci le multe». E’ pieno di «ingegneri di pace», «traduttori di pace». Ci sono anarchici che si chiamano «Gruppo Kronstadt contro la guerra», costretti a spiegare a tanti curiosi dov’è Kronstadt, e cosa vi capitò più di ottant’anni fa. Per imparare la storia anche le manifestazioni possono tornare utili. Una citazione di un’organizzazione possiamo farla: si tratta di Emergency, che ha dato un segno – positivo – alla giornata mondiale contro la guerra targata Roma. Domanda cretina: ma oltre che contro la guerra, questi due milioni di persone saranno anche contro il terrorismo? Le domande cretine non meritano risposta. Madrid brucia sulla pelle di tutti i camminatori iridati. Madrid però non è rimasta senza risposta. Ha moltiplicato le forze, i pullman e i treni, anche la Cgil ha avuto uno scatto di reni dopo Madrid, ma tante Camere del lavoro, la Fiom e la Funzione pubblica non hanno avuto bisogno di altri 200 morti per continuare un cammino mai interrotto, almeno da Genova 2001. Sergio Cofferati guarda la piazza, forse la riconosce. E’ una piazza che cammina dietro idee semplici e fantastiche, più che dietro uomini e bandiere. Dovremmo rifletterci tutti.
Intervista a Shirin Ebadi
Georgina Higueras
traduzione di Clara Jourdan
[…]
Lei ha detto che il maschilismo è una malattia, come l’emofilia.
R. In effetti, l’emofilia è una malattia che si trasmette attraverso le madri. Alcune madri hanno nel proprio corpo gli elementi nascosti della malattia, e anche se loro non ne sono affette, la trasmettono ai figli e li fanno ammalare. Considero questo male simile alla cultura patriarcale nel mondo. Nel sistema patriarcale le donne sono le vittime, ma al tempo stesso sono quelle che trasmettono tale cultura ai figli maschi. Non si può dimenticare che ogni uomo oppressore è stato cresciuto da una madre. Le donne stesse fanno parte del ciclo di espansione del maschilismo.
[…]
Lei dice sempre che il concetto di uguaglianza tra i sessi l’ha imparato in casa. Che ruolo ha avuto suo padre nella sua formazione?
Ha avuto un ruolo molto importante nella formazione della mia personalità. Eravamo tre sorelle e un fratello. Mio padre ha dato a tutti e quattro la medesima libertà e la medesima quantità di soldi per le nostre spese. Ho imparato l’uguaglianza tra l’uomo e la donna da mio padre. Mio padre mi ha dato pace, e non strillava mai. Quando eravamo bambini e facevamo baruffe, ci guardava e diceva “molto bene”, prendeva il suo libro e si metteva a leggere. Allora capivamo che non gli era piaciuta la nostra litigata e non era soddisfatto del nostro comportamento.
E sua madre?
Mia madre è una casalinga che ha dedicato tutta la sua vita e il suo amore ai figli. Mia madre ha la stessa mentalità di mio padre, solo che è una donna ansiosa.
[…]
La storia dell’Iran è parecchio tormentata; nonostante ciò lei ha sempre avuto aspirazioni. E’ vero che da bambina voleva essere ministra della giustizia?
Questo fu più tardi, quando finii la Facoltà di Diritto e diventai giudice. A quel tempo desideravo essere ministra della giustizia, ma adesso non più! Adesso penso a qualcosa di maggior peso che essere ministra, ed è aiutare a far sì che si rispettino i diritti umani.
Come lei stessa ha confessato, a casa sua non comanda né lei né suo marito, ma le loro due figlie, e la minore, Nargis, dice che vuol essere presidente.
Quando aveva otto anni, mia figlia lesse nel suo libro che secondo la Costituzione iraniana solo l’uomo poteva diventare presidente. Mi guardò arrabbiata e mi disse: “Che posso fare? Io volevo essere presidente”.
Adesso ha appena cominciato a studiare diritto, e non è impossibile che un giorno abbia i meriti e i titoli sufficienti a diventare capa di Stato.
La donna deve essere ambiziosa?
No, ciò di cui la donna iraniana ha bisogno è prepararsi a riprendere e a rendere stabile il suo ruolo nella società. Il futuro dell’Iran è delle donne.
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Perché è diventata giudice?
La giustizia è sempre stata una questione primaria per me, ed è questa la ragione per cui scelsi la professione giuridica. Questo stesso principio mi spinge ad attivarmi nella difesa dei diritti umani.
Le piacerebbe tornare ad esercitare?
Essere giudice è molto difficile con le leggi attuali. Io sono contro molte di esse. Non potrei, per esempio, condannare una donna a essere lapidata a morte.
Che cosa ha rappresentato per lei il premio Nobel per la pace?
Ha per me il significato che il mondo ha accettato che l’islam non è una religione del terrore; che è arrivato alla conclusione che le donne musulmane non sono in una buona situazione e che dà valore alla campagna delle donne per la libertà
Il mondo intero fu sorpreso quando il comitato del Nobel annunciò il suo nome. Ma pare che lei se lo aspettasse già da tempo.
Ho sempre pensato che un giorno avrei vinto quel premio, ma pensavo che lo avrei ottenuto a 80 anni. Credevo di dover scrivere molti più libri, fare molte più conferenze e molti più viaggi, ma ho vinto il premio 25 anni prima di quanto avevo pensato.
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Qual è stato il suo momento più felice?
Tanti. Quando vedo che la gente è felice, lo sono anch’io. La felicità è contagiosa, come la tristezza.
il Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale dell ‘ Acqua
Ribaltata la proposta della Commissione giuridica di liberalizzare la gestione dell’acqua contenuta nel Rapporto Miller
Cari amici e sostenitori
grazie anche all’azione di contatto con e-mail sui parlamentari europei che alcuni di voi hanno attuato in questi due giorni , si è concluso con successo, l’azione di sensibilizzazione organizzata dal Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale sull’acqua, con il supporto dei Comitati italiano, francese e belga, nella giornata di martedì 9 marzo a Strasburgo, in preparazione della presentazione ed approvazione, da parte del Parlamento europeo, del rapporto Miller su “strategie per il mercato interno- priorità 2003-2006″ sulla base della Comunicazione redatta dalla Commissione Giuridica per il mercato interno.
Nel corso della votazione a voto uninominale, che ha avuto luogo questa mattinata di oggi giovedì 11 marzo, a Strasburgo, il Comitato per il contratto Mondiale dell’acqua ha infatti raggiunto due significative risultati : l’approvazione di un emendamento sostenuto dal Gruppo GUE che chiedeva di “escludere l’assoggettamento della gestione delle risorse idriche dalle norme del mercato interno” e l’approvazione di un secondo emendamento che ha rigettato la richiesta della Commissione di “accogliere con favore le proposte di continuare la liberalizzazione segnatamente al settore dell’acqua e dei servizi postali” ( art.10).
Con 201 a favore e 116 contrari, è stata infatti accolta dal Parlamento la richiesta espressa con una lettera aperta emendamento, inviata nella giornata di ieri da Danielle MITTERRAND- p.Alex ZANOTELLI e Riccardo PETRELLA a tutti i parlamentari europei, di sostenere , durante le votazioni, la prima parte dell’emendamento all’art. 16 cioè ” essendo l’ acqua un bene comune dell’umanità, si ritiene che la gestione delle risorse idriche non debba essere assoggettata alle norme del mercato interno, privatizzato e liberalizzato.
Ma l’azione di sensibilizzazione e di riflessione stimolata dal Comitato italiano con i contributi e le motivazioni esposte nel corso della audizione “aperta” , realizzata nella giornata di martedì 9 febbraio presso la sala 2 del Parlamento europeo, con gli interventi ed i contributi di riflessione esposti da Alex Zanotelli – Danielle Mitterrand – Mario Soares e Riccardo Petrella sulla debolezza dei principi politici espressi e per il basso livello di difesa del carattere di ” bene pubblico dell’umanità” dell’acqua , ha determinato un secondo importante risultato a livello di votazione ( 395 a favore della eliminazione -22 contro) : la soppressione della seconda parte dell’art. 10 con cui la Commissione Giuridica chiedeva al Parlamento di accogliere con favore le proposte di continuare la liberalizzazione e l’ apertura dei mercati in altro settori e segnatamente l’acqua ed i servizi idrici , nel rispetto sempre degli obblighi del servizio universale”.
Entrambi queste assunzioni di responsabilità assunte dal Parlamento europeo dimostrano- che se la società civile, ed in particolare i Movimenti sono capaci di inserirsi negli spazi di democrazia e di partecipazione che esistono all’interno delle istituzioni, con precise proposte politiche, è possibile condizionare la “politica”,anche quella espressa dagli interessi forti delle multinazionali.
E’ la seconda volta, dopo la sconfitta di Cancun , che la Commissione Europea , nonostante la forte lobby esercitata dalle principali imprese multinazionali europee, è costretta sulla base di iniziative intraprese dal nostro Comitato e dai Movimenti a sostegno del Contratto Mondiale sull ‘acqua e di un voto del Parlamento, a cambiare la propria strategia rispetto alla tendenze da tempo in atto di affermare i principi della privatizzazione della gestione delle risorse idriche e di sancire la mercificazione dell’acqua. Il successo raggiunto con questa iniziativa costituisce uno stimolo ed un forte segnale di incoraggiamento per continuare , a partire dal territorio, l’impegno per sollecitare il “riconoscimento dell’acqua come un diritto umano universale per tutti” e la gestione delle risorse idriche come un “servizio pubblico europeo”.
Rosario Lembo – Segretario Comitato italiano
Parla il ragazzo che ha avviato la ribellione contro il Pp. Con un semplice messaggino: «Aznar non fare il finto tonto»
Non ha nome né cognome, solo un cellulare. È stato lui, un ragazzo di Madrid, a lanciare sabato la protesta contro la strategia di occultamento delle informazioni seguita dal governo e dal Pp. La catena radiofonica Radiocable (www.radiocable.com) lo ha scovato e intervistato ieri. Questo è il testo
Sei tu l’autore del primo messaggio?
Sì, venerdì notte avevo scritto il messaggio e la mattina di sabato l’ho inviato a pochi amici
Immaginavi gli effetti della convocazione?
No. In verità no. L’ho fatto quasi come un atto di rabbia. C’erano le elezioni e si stava giocando con un’informazione che poteva essere molto importante per il loro esito. E l’ho fatto come un gesto alla disperata, senza immaginarne le conseguenze, la mobilitazione che poi si è prodotta.
Sei andato a calle Genova?
Sì. Andavo con alcuni amici, stavamo scherzando su quanta gente ci sarebbe stata, 15-20 persone. Già pensavamo di andare al cinema o da qualche altra parte. Mano a mano che ci avvicinavamo a calle Genova, arrivati ad Alonso Martinez, abbiamo notato un piccolo ingorgo di macchine e siamo rimasti allucinati. Quando abbiamo potuto scorgere l’entrata della metro, abbiamo visto che da lì usciva un casino di gente con cartelli di «no a la guerra» e «paz». Ci siamo resi conto immediatamente di ciò che stava succedendo. La gente aumentava, le tv internazionali piazzate di fronte alla sede del Pp mandavano in diretta le immagini. C’era molta stampa ma era tutto casuale. Molti hanno parlato di cospirazione quando invece è stato il frutto di un atto tanto semplice come mandare un messaggio. La fortuna è stata che c’erano moltissime televisioni stavano montando i propri set per la notte elettorale dalla sede del Pp. Immagino che i tecnici hanno avvisato i giornalisti e la voce è corsa. Anche la Cnn l’ha trasmesso per un’ora.
Appartieni a qualche piattaforma politica o partito?
No, l’ho fatto per una questione personale, mi sembrava vergognoso ciò che stava accadendo. Uno dei primi diritti è quello alla verità, soprattutto in una situazione come questa, quando la violenza terrorista uccide. E’ stato semplicemente un atto di protesta.
La manifestazione ha influito in qualche maniera sul risultato elettorale?
Non lo so. Per me la cosa più importante è che abbia influito sulla gente che sentiva quello che sentivo io: l’impotenza di non poter far nulla, la sensazione che non si dicesse quel che stava davvero accadendo. Personalmente, quando mi sono trovato in calle Genova con tutta la gente che arrivava, e rimaneva lì per ore, pensavo: in che cosa mi sono cacciato? Ma la gente era molto educata: nessun incidente, nessuna provocazione. Tutti avevano molto chiaro quel che volevano: la verità.
Ricordi il messaggio?
«Aznar non fare il finto tonto….» e poi si dava l’appuntamento per le 18 in calle Genova. Il mio telefono permette solo 160 caratteri, il messaggio ne ha 158. Me ne avanzavano due, sono rimasto molto tempo a limare il testo.
Si apre una nuova epoca per le mobilitazioni collettive?
E’ stata un’esperienza allucinante. Una convocazione che parte alle 10 di mattina per sms da un telefono e arriva a concentrare 6-7.000 persone è un’esperienza quasi da studiare. E’ stata una reazione a catena, a valanga in pochissime ore, un processo quasi istantaneo. Normalmente quando organizzi un’azione del genere, metti i manifesti, lo pubblicizza per giorni. Invece questa è stata istantanea. Cresceva a misura di quello che la gente sentiva per quello che stava accadendo.
Sapevate che Rajoy stava condannando la manifestazione?
C’era un filo diretto tra dentro e fuori. Quando Rajoy ci ha attaccato abbiamo iniziato a gridare «la voce del popolo non è illegale». La situazione era delicata, c’era la giornata di riflessione, la campagna elettorale sospesa. Ma la gente voleva stare lì.
Eri cosciente dell’illegalità di questa manifestazione?
Non la chiamerei manifestazione. E’ stata una concentrazione spontanea, non pensavo arrivassero in tanti. C’era la polizia. Se fosse stata illegale avrebbero potuto scioglierla. Ma noi stavamo lì per difendere la legalità.
da il manifesto – Le pratiche di pace femminili mostrano che il rifiuto della guerra comporta la rivoluzione di tutto il lessico della politica. Per chiarire le occulte parentele che legano la violenza pubblica e quella privata, e per inventare una politica della relazione contro la politica dell’identità
Le considerazioni di Adriana Cavarero sul rapporto fra guerra e politica (Una politica oltre il potere, sul manifesto del 28 febbraio scorso) mi stimolano a una riflessione ulteriore che parte dalle molto diffuse quanto poco note o quantomeno poco considerate «pratiche di pace» delle donne, pratiche che hanno popolato la storia recente in molti luoghi difficili del pianeta. Sono d’accordo con la lucida e nitida radicalità con cui Cavarero prospetta la vicinanza/continuità tra politica e guerra ed evidenzia, del femminismo, la spinta al ripensamento radicale dei concetti di base che fondano il nostro pensare e il nostro vivere.
Poco note, poco considerate, attribuite al pacifismo tutto femminile del materno, o alla «vocazione sacrificale» delle donne, da molti (quanti?) anni, nei luoghi dove ogni dialogo si è ormai spento, si ritrovano gruppi di donne che non cedono nell’estenuante pratica del dialogare, parlarsi, continuare a confliggere, non rompere del tutto. Israele, Palestina, Colombia, Irlanda, Gran Bretagna, ex Jugoslavia per citare le più note, India-Pakistan, Ruanda, in ognuno di questi luoghi esistono tentativi di non arrendersi alle frontiere segnate dalla storia. Oggi, ogni organizzazione di incontri internazionali deve fare i conti con la eventualità di incontri/scontri/ dialoghi estremi tra «nemiche potenziali» o definite come tali dalla storia e da una soggettività che alla storia comunque non può sfuggire. Il ragionamento di Cavarero mi permette di esplicitare con maggiore chiarezza ciò che questi tentativi testimoniano, di tirarli fuori da una eccessiva ovvietà, da facili stereotipi.
Per chi non pratica queste esperienze e questi luoghi e ne vuole avere una idea un po’ più che descrittiva, invito alla lettura di un libro, non recentissimo, ma molto attuale in questa discussione, The space between us, Negotiating Gender and National Identities in Conflict (Zed Books). Cinthia Cockburn vi analizza le caratteristiche di queste pratiche in tre zone calde del mondo, Israele-Palestina, Irlanda-Gran Bretagna, ex Jugoslavia. Vi si trovano spunti utili al dibattito in corso, che da un lato evidenziano le premesse necessarie a una possibilità di dialogo, tra persone in guerra potenziale o reale: la rinuncia a una politica dell’identità, per esempio. Dall’altro vi si descrivono le strategie che appunto le donne si sono inventate, nelle varie e molto diverse situazioni, per stare al di qua della guerra, della rottura, per mantenere uno spazio abitabile dall’idea di relazione. Vi si descrivono i vissuti delle singole, si osano alcune ipotesi interpretative. Sono pratiche del tentativo di usare il conflitto al posto della guerra, pratiche che si collocano fuori dalle ideologie e sembrano fondarsi sulla disperata necessità del salvataggio di una relazione con le altre donne, sulla preservazione anche di uno spazio fisico comune, una «casa delle donne», per esempio, dove prima che il conflitto si radicalizzasse le donne si incontravano, in una sorta di terreno franco. Sono pratiche che cercano di preservare uno «spazio tra», uno spazio transnazionale e«transizionale» , più importante di ogni ideologia, di ogni identità da difendere, o terra, o principio. Pratiche che sono state affinate con l’esperienza, fatte anche di stratagemmi, di usi abili e consapevoli del silenzio, politiche del «fermarsi e deviare» prima che… sperimentate nel tempo, senza ingenuità, dove tutte sanno qual è la posta in gioco, dove vengono sapientemente dosate le possibilità emotive di conflitto di ognuna, i suoi limiti.
Tali pratiche, rigorosamente, condividono la radicalità di alcune revisioni concettuali. Prima di tutto esse sono fondate sulla più o meno esplicita coscienza che vi sia una occulta parentela da chiarire, comprendere, disfare e ri-comporre, tra il maschilismo della guerra e le violenze che popolano le case, i luoghi privati di quell’amore tradizionalmente contrapposto alla guerra dall’immaginario maschile. Mi ha più volte colpito come molte delle donne della rete internazionale di cui faccio parte che vengono da zone di guerra, dal Sudan , dal Mozambico, facciano tesi (di laurea o master) sulla guerra da cui provengono. Molte finiscono per focalizzare la contrapposizione tra guerre di liberazione e guerre nelle case. Molti titoli suonano: «Pace nella nostra terra, guerra nelle case». Molti dei racconti, negli incontri post pace, evidenziano i paradossi della pace dei tempi di guerra e delle guerre dei tempi di pace, secondo una percezione, quella delle vite femminili, che impongono rovesciamenti, ridefinizioni inaspettate. Pace e guerra si riempiono di significati opposti.
La nascita di una nuova antropologia può avvenire soltanto se e quando divenga impossibile «saltare» le domande che ri-accomunano in ogni singolo soggetto l’autoanalisi della distribuzione pulsionale tra le due «guerre», le due violenze, quella tra i sessi e quella tra uomini. Ciò che accomuna questi tentativi sono lo sforzo e il coraggio, che è stato già di molte donne, di guardare dentro il pozzo dei propri desideri, complicità, miserie, distribuzioni pulsionali, tenendo insieme questi paesaggi pubblici e privati. Alcuni uomini ci hanno provato, a partire dal vecchio libro di Glenn Gray, del 1959, The Warriors, diario da soldato in Italia, durante la seconda guerra mondiale, di un intellettuale americano. Ce ne sono ormai molti altri. Senza un lavoro di questo tipo ogni teoria della guerra e della pace, ogni pacifismo non puramente tattico ma sostanziale sarà sempre monco, di superficie, inadatto a sfiorare le forze profonde che operano nel sostenere le guerre, il desiderio di guerra, la repulsione della guerra, i sogni dell’andare e del tornare, i paradossi di paci che diventano altre guerre e di paci che coprono altre guerre.
In quale luogo sarà analizzabile questo rovesciamento dei luoghi comuni? Sarà possibile trovarne uno in cui liberamente si possano rimettere in questione i significati, le definizioni concettuali di pace, guerra, conflitto, a tutto campo? Questa è una delle questioni culturali e politiche su cui si giocano oggi sia la possibilità di un dialogo tra i sessi che la stessa presenza politica non subalterna delle donne nello spazio pubblico. Quanto di questa estenuazione dialogica cui le donne non rinunciano si basa sulla comune consapevolezza che esistono altre guerre e altre paci da trovare e che i fondamenti dell’una e dell’altra «pescano» in quell’ altro fondo, vivo e trasversale alle ideologie politiche, oltre il marxismo, che è il patriarcato?