da il manifesto
Leggo che Lynndie England si è divertita, lo giura e lo rivendica. Si è divertita a fare – «nulla di grave, cose di routine » – e si è divertita a fotografare, in allegra combutta con Sabrina Barman, altra simpatica figurina femminile del carnaio di Abu Ghraib. Divertita, ecco. Invece che stare a fare la contabilità dell’orrore a cavallo fra la foto della dolce Lynndie col prigioniero iracheno al guinzaglio e quella dello sgozzamento islamico del cittadino americano Nicholas Berg, potremmo applicarci utilmente ad analizzare questo aggettivo, «divertente», applicato alla tortura. Perversione di una mela marcia? O effetto estremo dell’insensatezza in cui l’edonismo occidentale può precipitare, quando cade ogni tabù e ogni confine fra il lecito e l’illecito? Per una non tanto strana coincidenza, la dichiarazione giurata di England ci arriva dalla stampa americana in contemporanea con la ricostruzione dettagliata delle tappe che hanno portato i falchi dell’amministrazione americana, dopo l’11 settembre, a ritenere « obsolete » le regole della convenzione di Ginevra, divieto di tortura compreso, nel trattamento dei prigionieri prima a Guantanamo poi in Iraq, e a incoraggiarne l’umiliazione fisica e sessuale. Il tutto in nome della illegalità del terrorismo, che giustificherebbe metodi altrettanto illegali per combatterlo. Vi pare troppo grande il salto fra questo teorema di stato e l’idea che Lynndie England s’è fatta del lecito e dell’illecito, della routine e del divertimento a Abu Ghraib?
Leggo che invece la contabilità dell’orrore fra le due immagini di cui sopra va fortissimo sulla stampa nostrana (a differenza che su quella americana). L’ultima trovata, firmata Galli Della Loggia sul «Corsera» di ieri, è che d’accordo, le responsabilità dello sgozzamento non elidono quelle delle torture e viceversa, ma la scala dei due fatti resta distantissima: la tortura, che ha una sua perversa ratio («per quanto sia orribile ammetterlo, funziona»), sta suscitando la rivolta dell’opinione pubblica occidentale, mentre lo sgozzamento, che non ha ratio alcuna ed è un puro messaggio dimostrativo di odio, non riesce a far muovere paglia nell’opinione pubblica islamica. Ancora una volta, la democrazia si salva l’anima? Magari. L’ottimismo dei fautori nostrani dello scontro di civiltà, ben più zelanti di Samuel Huntington che non da oggi ha realizzato che in Iraq era meglio non andarci, è davvero invidiabile.
Senonché ci sono soglie in cui non sono in gioco i sistemi politici, ma i livelli antropologici. Gli orrori che arrivano dall’Iraq non si elidono : si sommano, e sommandosi alludono a qualcosa che assomiglia ogni giorno di più non a un derby fra l’occidente e l’islam ma a una regressione antropologica. Dalla quale non è chiaro come usciremo, se ne usciremo: «noi » e «loro».
Quanto c’entra l’homo videns, ovvero l’abitatore della civiltà del visuale che è palesemente globale e bypassa i confini fra occidente e islam, in questa regressione? Tanto che forse ne è la chiave. Gode Lynndie a fotografare e farsi fotografare. Godono i carnefici incappucciati di Nicholas Berg a farcelo vedere sgozzato in differita. Godono come quelli che vanno a sposarsi in tv, perché l’essere è l’apparire, senza visibilità non si esiste e al confine col virtuale la vita diventa più vera. E noi, gli spettatori? E’ vero, c’è chi vede e si sveglia. Ma c’è anche chi vede e distoglie lo sguardo e continua a fare quello che faceva prima, come se accendendo e spegnendo un video anche la realtà si potesse accendere e spegnere. Si chiama virtualizzazione del reale e produce robot schizoidi. Il divertimento è salvo. La paranoia non abita solo a Abu Ghraib o nei covi dei terroristi islamici.
Per la quarta volta in pochi mesi è sceso in piazza il popolo degli oppositori alla legge varata dal ministro Moratti
ROMA – Per la quarta volta, negli ultimi mesi, il mondo della scuola è sceso in piazza per dire «no» alle riforme varate dal ministro Moratti. Erano in ottantamila, a Roma, secondo gli organizzatori, in cinquantamila secondo le cifre ufficiali. Una mobilitazione partita dal basso – dai genitori, dagli insegnanti – che ha raccolto via via il sostegno di sindacati, associazioni, partiti. E a questi sindacati e partiti, gli organizzatori della manifestazione (una quarantina di Comitati e Coordinamenti sparsi in tutta Italia) hanno chiesto di fare una sintesi delle loro rivendicazioni: i primi proclamando uno sciopero generale unitario di tutto il mondo dell’istruzione, gli altri rimboccandosi le mani quotidianamente perchè gli obiettivi condivisi vengano concretamente raggiunti. Un appello lanciato dal palco allestito per i comizi finali: nessun politico, solo interventi dei rappresentanti dei coordinamenti cittadini.
BAMBINI – Al corteo c’erano tanti bambini (anche in passeggino) che hanno accompagnato mamme e papà arrivati da tutta Italia convinti che, come recitava lo slogan della manifestazione, «Fermare la Moratti è possibile». Chiassoso e folto lo spezzone degli studenti (aderenti all’Uds). Alla testa del corteo, ha fatto capolino il segretario dei Ds Piero Fassino. «I provvedimenti della Moratti, non chiamiamoli riforma perchè non lo sono – ha detto – stravolgono il sistema scolastico facendogli fare un balzo indietro di 40 anni».
FINI – Il vicepremier Gianfranco Fini durante il suo intervento ad una iniziativa elettorale di An commentando la manifestazione di oggi contro la legge Moratti ha detto: «È la centesima manifestazione che la sinistra fa contro la legge Moratti. Ma perchè la sinistra si arrabbia tanto? Perchè la riforma Moratti cambia in profondità i valori della scuola portandovi pari opportunità e selezione per merito. Con questa riforma il diritto di studiare è garantito a tutti ma è il merito a selezionare la futura classe dirigente. Con la riforma Moratti i valori della destra diventano legge così come con la Bossi-Fini per quanto riguarda l’immigrazione».
da il manifesto
Caro Barenghi, è vero, «i cattivi sono anche inferiori» (La risposta di sabato). E nei panni della iena, la soldatessa Lynndie ci si è messa con le sue mani ben prima che ce la mettesse jena. E la favola del buon generale e del cattivo soldato si trova in ogni antologia che si rispetti. E potrei continuare, solo reiterando (magari una volta sola), questo esercizio così simile, alla scoperta dell’acqua calda. Quello che mi pare più difficile da praticare è la manifestazione di un sentimento di «pena» misto a «com-passione» per la soldatessa Lynndie (oggi in particolare), e per tutti i disgraziati che come lei, partendo da una condizione «inferiore», se una spinta la ricevono, la ricevono verso una condizione morale e materiale ancora più inferiore al posto di un aiuto utile a cercare di riscattare la propria «cattiveria». I tanti esseri umani che riescono a rimuovere la propria «inferiore cattiveria», dovrebbero essere chiamati a soccorso per «interesse», non per melenso buonismo. Capita invece che ci si attardi di più a coprirli di «inutili» decorazioni, come si faceva nella vecchia Unione sovietica. Intanto una ragazza, di cui non ci si prende nemmeno cura di fornire l’età esatta (si legge 21 o 24, come fosse la stessa cosa), si trova esposta alla gogna su tutti i giornali del mondo con ben in vista il fardello della sua miserabile ignominia, quasi che il «male», del quale si trova ad essere alfiere, fosse tutto farina del suo sacco. Eretta così a simbolo dell’onore violato dell’America o del suo disonore a seconda del punto di osservazione. Antico quanto il mondo, lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Non è rivoltante solo per quello che «si vede», ma anche per quello che maldestramente si vuole nascondere: le responsabilità di tutti i capi della soldatessa Lynndie. Dal caporale di giornata sino al comandante supremo dell’esercito degli Usa. Sino a investire anche tutti i corifei scandalizzati e muti. Dispiace (almeno a me dispiace) che anche il manifesto, con la parziale eccezione di Luciana Castellina, si acconci al «linciaggio» di una che si è già linciata da sé; una legata alla sua vittima con lo stesso guinzaglio, che sembra impugnare ma che in realtà lega anche lei. Intanto che i carnefici se ne stanno fuori campo a lodarsi e a scannarsi fra loro.
da DeA – Donne e Altri
Sorridente e carina la ragazza fa capolino sulla sinistra della foto, guarda l’obiettivo e alza i pollici, in segno di vittoria. Come una qualunque coetanea in giro per il mondo. Vestita casual ma alla moda, cioè maglietta e pantaloni nei colori militari/mimetici così diffusi in questo tempo di guerra. Solo che lei è proprio un soldato, lo si capisce perchè al centro della fotoricordo non c’è un monumento, ma il corpo nudo e scuro di un uomo incapucciato, che alza la mani sulla testa. Un prigioniero irakeno, uno di quelli torturati nella prigione di Abu Ghraib. Questa ragazza graziosa e dall’aspetto da “ragazza della porta accanto” vuole ricordare come ha “vinto” (umiliato, ridotto a cosa) questo nemico. A capo della prigione era, come si sa, una donna, la generale di brigata Janis Karpinsky. Sospesa dall’incarico, ha dichiarato di essere rimasta sconvolta, quando ha visto le foto, e di ignorare tutto di quanto avveniva nella prigione: “Ho pensato che quelle erano persone cattive”. Sul Manifesto di oggi Ida Dominijanni scrive: “Il caso Karpinsky vanifica qualunque visione essenzialista della differenza fra i sessi, esattamente come vanifica qualsiasi fede feticista nella democrazia”.
Sottoscrivo. Ma intuisco qualcosa di peggio: mi ci spinge quella ragazza così incosciente, nel suo sorriso. Che nella mia testa non so proprio tenere insieme con il corpo umiliato del prigioniero, e mi provoca una deflagrazione, un vuoto di senso. Ancora più delle kamikaze, di cui almeno riesco a percepire la determinazione della vittima alla vendetta. E’ un punto di non ritorno. Fare la guerra, il perseguire fino alle estreme conseguenze gli obiettivi di emancipazione e parità, per cui partecipare alle azioni in prima persona diventa una meta da raggiungere , è un’esperienza pericolosa. Non si tratta solo di donne “cattive”. Mi chiedo cosa succede quando donne scelgono sempre più numerose di sperimentare il lato maschile dell’identità, di assumere la forza in prima persona. E’ un mutamento devastante. Per l’assetto del mondo, temo.
P.S.
Il Washington Post pubblica in prima pagina una nuova foto delle torture ai prigionieri irakeni. Inguardabile. La giovane donna, la stessa che abbiamo già visto in altre foto, tiene al guinzaglio un prigioniero nudo, buttato per terra. Ora sappiamo tutto di lei. Si chiama Lynndie England, ha 21 anni, viene dal West Virginia, è divorziata. Un’altra che, come la “buona” Jessica Lynch, era partita per l’Irak con l’obiettivo di pagarsi il college. E’ agli arresti come il suo boy-friend Charles Garner, con cui compare abbracciata in una delle foto davanti ai prigionieri-trofeo. Sappiamo che ha una madre, che la difende. E un padre che ha avuto lo shock di riconoscerla nelle foto. Sono molti i commenti alle immagini e alle torture. E dure le conseguenze politiche. Nell’editoriale di oggi il New York Times chiede le dimissioni del segretario alla difesa Rumsfield; è a rischio la popolarità del presidente Bush. Ma se tutti, nelle cronache e nei commenti, registrano la presenza di questa ragazza minuta e sorridente, solo Donna Britt, sul Washington Post, affronta il tema della donna torturatrice e crudele. L’analisi è dura, parla della fine dell’equivoco, sulla pretesa azione civilizzatrice delle donne nell’esercito, dei tanti uomini pacifisti, e conclude: “Forse la festa della mamma non rimarrà a lungo una prerogativa delle donne”
da il manifesto
“Prima i nostri nemici hanno creato l’attentatore suicida. Ora noi abbiamo il nostro attentatore suicida digitale: la macchina fotografica”. Così Robert Fisk sull’Independent di venerdì, ripreso dal manifesto e tradotto dall’Unità di sabato. Il paragone fra l’icona totale degli aerei che si schiantano sulle torri gemelle e le foto delle torture a Abu Ghraib, in particolare quella della giovane Lynndie England con il prigioniero iracheno al guinzaglio, è un’ottima intuizione e merita di essere sviluppata per più di un verso. Non c’è solo l’analogia nel peso dell’impatto simbolico. Nè solo la sinistra analogia che lo stesso Fisk giustamente evoca, fra quello che venne definito “lo stupro” di Manhattan a opera dei maschi kamikaze di Al Quaeda e lo stupro della sessualità maschile islamica a opera delle torturatrici americane. C’è il fatto che allora come adesso, l’assolutamente Altro, il Nemico Diverso, si manifesta in realtà come assolutamente simile: tanto i kamikaze di Al Queda maneggiavano l’arte dell’immagine spettacolare made in Usa, quanto i torturatori americani si muovono perfettamente a loro agio nel carcere delle sevizie che fu di Saddam Hussein. E c’è, allora come oggi, l’effetto straniante dell’immaginario che diventa realtà, anzi iperrealtà: l’immaginario hollywoodiano della catastrofe annunciata nel caso dell’11 settembre, l’immaginario sessuale della vendetta sadica femminile sul maschio vinto e degradato nel caso di Abu Ghraib. E nell’un caso e nell’altro, l’immaginario dimostra di non avere confini: è il primo ingrediente del mondo a essersi globalizzato, trasmesso, contaminato. Aiutato da una tecnica anch’essa senza confini: la diretta tv nel caso delle torri, la sequenza ossessiva (e voyeur) delle foto nel caso di Abu Ghraib trasmettono e moltiplicano la catastrofe dell’ordine simbolico. La quale raddoppia, anche e in primo luogo dal punto di vista della posizione dei due sessi nell’ordine simbolico medesimo. L’11 settembre si parlò, acutamente, di catastrofe del fallocentrismo, ben rappresentata dal clash dell’aereo-uccello suicida contro la potenza verticale e binaria delle torri. Ma adesso, siamo alla catastrofe simbolica del primato e dell’alterità femminile sulla specie e sulla relazione con l’altro, implacabilmente rappresentata dalla foto “donna con uomo strisciante al guinzaglio”. Confesso di avere sottovalutato questa catastrofe, ancora pochi giorni fa, scrivendo che bisognava abbassare i punti esclamativi per la presenza di donne fra i torturatori e prendere atto dei danni portati alla differenza fra i sessi, e dunque all’umanità, dall’imperativo occidentale all’omologazione delle donne all’ordine fallocentrico in forma di emancipazione e diritti di accesso paritario a tutto, guerra e carriera militare comprese. Non avevo ancora visto la foto di Lynndie con il prigioniero iracheno al guinzaglio. La quale foto cambia il senso dell’accaduto. Le responsabilità dell’ideologia omologante dell’emancipazione forzata restano; come pure restano le responsabilità del discorso che ha legittimato la guerra all’Iraq come guerra al patriarcato islamico, con ciò certamente autorizzando l’umiliazione inferta dalla giovane Lynndie al suo trofeo. E però in quella foto c’è qualcosa di più. Un di più femminile – lo sguardo, il sorriso, l’abbigliamento – che non si lascia ricondurre e ridurre a un comportamento omologato o imitativo dei muscoli e della sopraffazione virile.
Un caso isolato, o due o tre, di sadismo femminile? Può darsi, ma noi non possiamo farci complici del discorso del potere sulle mele marce, riducendo quella foto a un caso di sporadico sadismo. E non possiamo neppure contemplare con costernazione, come si limitano a fare alcuni filosofi, l’eterno ritorno su questa terra della banalità del male. C’è un male determinato che ci chiama in causa qui e ora: noi donne dico, anzi noi femministe che in un tempo determinato, secondo `900 e dintorni, abbiamo fatto della sessualità, della sessuazione e della relazione fra i sessi un campo di osservazione e di sapere privilegiato. Quell’immagine dice di un immaginario sessuale degradato e reificante, ancorché corredato di postmoderna trasgressione trans e drag, che nasce – quasi fosse l’altra faccia del moralismo bacchettone – nelle viscere dello stesso paese che pochi anni fa si scandalizzava per il sexgate di Bill Clinton. Un immaginario che corre nelle vene di società peraltro smaterializzate, dove più il sesso si esibisce meno il desiderio si esprime, e dove anche il discorso femminista sorvola ormai volentieri sulla sessualità, la sua opacità, le sue contraddizioni. E dice ancora, quell’immagine, di un immaginario post-femminista sul femminismo, che trasfigura quello che è stato e resta un movimento di libertà dalla fissità dei ruoli sessuali in una competizione per il potere e per la sopraffazione, in un gioco di rivalsa dell’ex sesso debole sull’ex sesso forte, in una sfida fallica all’ultimo respiro che intrappola le donne quanto e più degli uomini. Bisogna indugiare su quella foto, e fare spazio al lavoro del lutto. Come dopo l’11 settembre, dopo Lynndie England più niente è come prima.
Sara Gandini e Umberto Varischio
Caro manifesto, del dibattito avviato dall’articolo di Manuela Cartosio e dalla trasmissione L’Infedele, del primo maggio, un aspetto ci turba profondamente: la quasi completa afasia maschile. Per ora, salvo qualche accenno di Gad Lerner sulla propria esperienza personale, solo Roberto Tilio è intervenuto, ringraziando una migrante e riconoscendo il suo affidarsi a lei per risolvere una sua esigenza oltre alla sua impagabilità”; e altrettanto giustamente ha denunciato l’inciviltà di una società che obbliga queste donne e questi a situazioni inumane anche solo per poter ottenere il permesso di esserci insostituibili;ma sulla questione specifica della cura gli uomini non hanno null’altro da dire? Se il lavoro di cura continua ad essere svolto dalla donna anche in presenza delle/dei “badanti” questo non pone nessun problema? E se parte di questo lavoro viene affidato soprattutto a lavoratrici migranti la questione riguarda solo le datrici, e gli eventuali datori, di lavoro? Grazie alla libertà femminile, che le donne hanno ottenuto dopo anni di femminismo, e a relazioni più significative con le donne stesse, sta emergendo sempre più il desiderio maschile di ribaltare quelli che sono i modelli del patriarcato. Sempre più uomini cominciano a sentire e ad esprimere il desiderio di paternità, partecipando concretamente anche alla cura dei propri figli; è un dato di fatto che sempre più uomini chiedono congedi di paternità e si occupano dei figli quando le compagne sono impegnate in altro. Non vogliamo dire che le donne e gli uomini hanno ruoli equivalenti e che non esistono differenze fra i sessi nel lavoro di cura o nel modo di stare in relazione nella famiglia. Siamo però convinti che la presenza viva di entrambi, uomini e donne, ognuno con le proprie ambizioni e modalità, possa aiutare entrambi a vivere più liberamente anche i propri desideri di realizzazione, al di là di schemi prestabiliti. E aiuti a ridare valore anche al lavoro di cura salariato svolto da donne (e alcuni uomini) immigrati da paesi più poveri. Come dice Luisa Muraro, senza fomentare risentimenti e confusione e senza menare colpi alla cieca sulle esperienze degli esseri umani.
da il manifesto
Abituato dall’inflazione del visuale a posarsi sulle immagini veloce e distratto, lo sguardo certe volte non basta: quando bisogna andare sui dettagli è sempre meglio la parola scritta. E nel caso delle sevizie “occidentali” sugli iracheni a Abu Ghraib, è sui dettagli che bisogna andare, per evitare che quel nome sommario, “tortura”, ci esima dal fare dettagliatamente i conti con quello che comporta per la nostra democratica civiltà il ritorno di questa pratica nel lessico quotidiano (già sinistramente anticipato, e con troppo scarso allarme, dai non tanto accademici dibattiti successivi all’11 settembre sulla possibilità di riattivarla contro il terrorismo). Dunque andiamo sui dettagli, e invece che distogliere lo sguardo da quelle insopportabili immagini fermiamolo sulle minute descrizioni del rapporto Taguba e delle testimonianze dei detenuti. Pestaggi con sedie e bastoni. Sodomizzazioni maschili con manici di scopa e lampade al fosforo; stupri femminili con foto. Masturbazioni obbligate. Sesso orale per forza. Uomini travestiti con lingerie femminile, very drag. Ammucchiate. Morsi di cani. Elettroshock ai genitali. Trattamento al ghiaccio dei corpi nudi. Nel dettaglio, il catalogo è questo. Con esecutori e esecutrici,un’orgia di sadismo bisex. Sconvolta da tanto orrore autoprodotto, l’opinione pubblica occidentale stupisce che a perpetrarlo ci fossero anche donne: soldatesse che incitano, ridono, fotografano, godono, coperte da una generalessa che sostiene di non aver saputo e punta il dito contro responsabilità più alte ma chissà. Funziona sempre così, in base a un collaudato dispositivo dell’immaginario e del senso comune: se il mondo (perlopiù edificato da uomini) diventa tanto orrendo, che almeno le donne si salvino e lascino aperto uno spiraglio di salvezza per l’umanità. Non fu così anche con la prima kamikaze palestinese? Stupore, scandalo, punti esclamativi.
Andrebbero tolti, quei punti esclamativi, e non certo per assolvere le secondine di Abu Ghraib, né solo perché di analoghi precedenti la storia è sinistramente lastricata dalle kapò naziste in giù. Ma perché più urgenti sarebbero alcuni punti interrogativi da rivolgere a quanti, in occidente, hanno fatto della “guerra al terrorismo”, in Afghanistan prima in Iraq poi, una guerra ideologica e politica sulle relazioni planetarie fra i sessi. Con la libertà e la democrazia, si doveva esportare in quei paesi anche l’emancipazione femminile. Liberare le donne arabe e islamiche dal velo, dall’oppressione, dal dominio di sistemi tardopatriarcali e tardomaschilisti. Ricoprirle di pari diritti, come noi qui a ovest.
Missione compiuta: abbiamo esportato emancipazione femminile. Soldatesse che torturano come i soldati e meglio, e guardano e fotografano e ne godono altrettanto. Sono i danni collaterali dell’uguaglianza, del pari diritto a arruolarsi e a fare carriera nell’esercito, del body building che gonfia i muscoli femminili quanto quelli maschili. Di che ci meravigliamo allora? E perché piuttosto non spegniamo radio e tv, quando sentiamo aleggiare l’ipotesi che quelle immagini di Abu Ghraib rappresentino la rivalsa del femminismo occidentale sul maschilismo islamico – come se questo fosse il femminismo, una ritorsione sadica e umiliante del gentil sesso sul sesso forte, neanche avessimo preso lezioni di sfida fallica alla scuola di Bush e dei neocons?
La differenza fra i sessi non è un dato: è un progetto, che rema contro la tendenza globale, spinta da ovest, a omologare, parificare, assimilare le donne al peggio della storia maschile, dei suoi miti e dei suoi riti. Per una che tortura, ce ne sono milioni che lavorano ogni giorno e dappertutto, a ovest e a est, per aprire il presente a un salto di civiltà. Fanno meno notizia, ma hanno un’altra economia del godimento e non ridono dei corpi martoriati. In fondo è sempre anche su questo, sul tipo di trattino che mettiamo fra il corpo e il piacere, che le guerre si combattono, si perdono o si vincono.
La regione Valle d’Aosta ha deciso, con due accordi firmati con i sindacati, di non applicare la riforma Moratti della scuola. Il primo accordo prevede, tra le altre cose, che l’attuazione della riforma sia adattata alla realtà locale e che vengano mantenuti gli attuali organici di lavoro e il tempo scuola. Il secondo mantiene invece l’attuale modello organizzativo della scuola media, compresa la possibilità di optare per il tempo prolungato. In pratica tutte le norme attuative della riforma Moratti saranno oggetto di accordi locali.
Ulrike Viccaro
Roma anni 70, quando era al culmine l’epopea dei «cernitori» e dei raccoglitori d’immondizia, non ancora «operatori ecologici». La loro eredità sta per diventare un dramma: MalagrottaVi hanno mai detto, da bambini, «studia se no vai a fare lo scopino»? A me è capitato spesso di sentire questa frase, e di sobbalzare leggermente perché proprio questo era il mestiere che faceva mio padre. I bambini non sono tanto operaisti, o semplicemente risentono del mondo che li circonda e ne assorbono vizi e pregiudizi; da grande, credo che questa mia provenienza abbia creato qualche disturbo. Non riesco ad attuare separazioni definitive da nessun vestito, sia pure vecchio e lacero, né da oggetti rotti. Il secchio diventa una sorta di tomba, e accompagno le cose – fruste, inutilizzate, inservibili – verso il loro destino di rifiuti con la faccia e l’incedere da funerale. Non parliamo neppure della carta, feticcio sottile accumulato anche per anni negli angoli più nascosti della casa, di cui riesco a liberarmi dopo accurata selezione e enormi sospiri. Velleità artistiche – mai tramutatesi in realtà pratiche – mi inducevano a pensare che avrei prodotto opere d’arte dal rifiuto, e la fantasia si sbizzarriva nel pensare – non fare: pensare – a pupazzi imbottiti con scarti di vestiti, cornici rivestite di cartapesta, scatolette di latta tornate a nuova vita nella loro nuova funzione di porta-qualcosa-che-forse-ora-non-serve-ma-poi-chissà. Un angolo del mio cervello sembra essersi dedicato solo a questo pensiero: come posso riutilizzarlo? Sono proprio sicura che non mi servirà più? E se poi lo getto via e poi scopro che lo potevo usare ancora, in un altro modo?
Il mestiere della cernita
Sarà per questo che l’incontro con persone che hanno fatto del mestiere della cernita dell’immondizia la propria fonte di guadagno colpisce così tanto. Prima che questo mestiere diventasse un’esclusiva dei nomadi e degli addetti comunali al riciclaggio, e prima che la gestione dei rifiuti urbani fosse responsabilità diretta del comune, c’erano persone che si recavano presso i giganteschi prati che circondavano le periferie, ricoperti di immondizie, e «sceglievano» le cose da prendere per riutilizzarle, immettendole di nuovo nel ciclo produttivo.
Chi ha svolto questo lavoro lo ricorda spalancando gli occhi, come per voler far entrare nelle proprie pupille tutto lo stupore di chi ascolta. Come mai non sai della cernita? A leggere e rileggere Pasolini lo trovi, questo e altri mestieri da borgataro; anzi, nei libri e nei film sulla borgata viene fuori un filo spesso di significati, quello che collega i «borgatari» confinati ai margini della città con l’immondizia, il recupero, il «vivere separato». Ho conosciuto anche una cernitrice donna, Anna, che lavorava nel cuore di Roma, a Trastevere. «Capava» i metalli: tra tutti uomini, «io l’unica donna. Lavori da maschio, capisci?»; quando ho usato il termine «riciclaggio» riferito al loro lavoro, Sergio (manovale edile, asfaltista, poeta e scrittore, cernitore) mi ha corretto: «Cernìta. non riciclata, o differenziata. Cernìta a me piace di più». Anch’io «cernisco», scelgo tra i racconti, li «càpo» e li rimonto. Quello che mi è più vicino è quello di Silvio Zaccarelli, che conosce mio padre da quando è entrato «a fa’ er monnezzaro», e mi permette di registrare un racconto di due ore sulla sua vita, e sulla vita dell’immondizia romana: «Un’assunzione al comune di Roma, e da lì ho iniziato la cosa che è stata una Divina Commedia… non in tre parti, perché il Paradiso manca, ma è stato Inferno e Purgatorio. Da una parte l’avvilimento più grande… Io credo che era un mondo, proprio, e poi te lo racconterò, che ce se potrebbe veramente scrìve, ma non pe’ fa un libro, ma… un cortometraggio sulle realtà, che veramente me sembra de rivìve adesso vedendo i nomadi, gli extracomunitari».
Non trespoli, sacchi
Sono i primi anni `70, non sono gli anni dei «miei» cernitori: «L’impatto più brutto è stato quello de anda’ a Balduina, nell’unica parte de Roma dove ancora resistevano i sacchi piuttosto che i trespoli: ancora il servizio andava fatto sulle scale, co’ ‘sti famosi sette sacchi che te venivano dati, e che pe’ un mese nun venivano cambiati. Tu dovevi anda’ all’ultimo piano, bussare alle porte se non c’era er secchio de fòri, e…: `Monnezza!’, quella tirava fuori il secchio della mondezza, e tutto quello che c’era… ma proprio tutto! E soprattutto era il liquame del risultato delle attività culinarie, che lì erano già in quei tempi abbastanza sostanziose; insomma quando eri arrivato al primo piano eri praticamente già pieno de olio, che oltre che nauseante per l’odore… Poi, la cosa veramente assurda era il fatto che la gente te guardava come se tu eri il monatto della situazione. Cioè, proprio l’untore. Te scansavano, e non c’era doccia che potesse tene’ al fatto che quando te finivi… Perché `sta sporcizia, per lo meno a me, me rimaneva proprio dentro».
Questa particolare sporcizia mi fa venire in mente per associazione di idee un’altro tipo di separatezza raccontata, quella di alcuni ragazzi del Pitigliani. Allora era orfanotrofio, oggi è centro di cultura ebraica. Ora faccio una cernita, monto due racconti: un ragazzo ospite, e un’educatrice che vive con i ragazzi: «Io faccio parte di quella fascia di ebrei che scappati dalla Spagna si sono poi insediati in tutto il Nord Africa, tant’è vero che il mio cognome è di origine tunisina, mentre mia madre è di origine libica. Già nella scuola io me ricordo de `na ragazzina romana che il primo giorno de scuola piangeva disperata come se j’avessero `mmazzato il padre e la madre, che l’avevano messa in una classe de tutti tripolini: stava coi beduini in classe! E’ vero! Cioè, verità vissute! La mia sezzione era `na sezzione de beduini. Noi avevamo la possibilità di non farci capire dall’insegnante perché parlavamo tutti l’arabo, e quindi potevamo parlare fra noi in arabo».
«Quelli dell’orfanatrofio»
«La scuola meglio non parlarne, perché i nostri ragazzi, già… E’ vero, perché anche a scuola: `…quelli dell’orfanotrofio…’! E hai voglia a vestirli bene, a cosarli, niente da fare. Loro ci dicevano sempre: `signorina Giu’, noi siamo la shakoranza!’. Shakor significa la cosa brutta, cosa che non ha nessun… ecco, l’immondizia».
Già, l’immondizia. Il primo significato di «shakor» è nero, ma il passaggio è semplice. Siamo al filo di prima, al senso profondo di immondizia: immondo è impuro, mentre puro è trasparente, non inquinato, «di prima scelta». Una cosa bella – puro è anche buono, no? – che non ha niente a che vedere con l’inferno, il posto dei cattivi, dei «diavoli» «Il tipo de macchinario che stava all’interno degli stabilimenti di raccolta dei rifiuti non prevedeva l’apertura dei sacchi, e quindi c’erano dei lavoratori all’interno degli stabilimenti che erano [detti] i diavoli, perché se dovevano mette’ nella buca dove veniva scaricato il camion con l’immondizia; tu te immagini, il camion quando scarica… la cosa che sale so’ le cose più leggere, quindi la polvere, oltre al fetore… e questi, arrampicati con un’ascia, co’ un’ accetta, dovevano rompe’ tutti i sacchi! Il lavoro diventava veramente diabolico, ecco perché erano chiamati diavoli; e io da questo deduco che il ritardo della raccolta a sacchi era dovuto al fatto che sicuramente qualche ingegnere che aveva costruito lo stabilimento seguitava a pensa’, co’ tutti i suoi studi, che la cosa, che lo scarico del camion doveva avveni’ così come avveniva all’interno dei vecchi orti, e non s’era accorto che invece mettendo il sacco bisognava pure fa’ un meccanismo semplicissimo che era il famoso spaccasacchi; cioè una macchinetta che apriva i sacchi mano mano che venivano scaricati; e questo credo che sia durato per un anno, due. E da lì è nato il ciclo del fatto così, proprio degli stabilimenti, però sempre meno veniva a galla la storia del riciclaggio, della cernita».
L’Innominato dell’immondizia
Nell’odissea dell’immondizia c’è anche un Innominato: «Quando il camion era pieno, quindi settanta, ottanta quintali de rifiuti, questi venivano scaricati in un terreno a Ponte Galeria. Era Ponte Malnome, e fu inaugurato nel 1948. Se chiama Ponte Malnome perché se dice la cosa che era a Ponte Vaffanculo, perché è un ponticello piccolo piccolo, e infatti il camion ce passa proprio… lo sfiora, c’entra appena appena. La cosa bruttissima è che è veramente la fonte di tutti gli inquinamenti del mondo, perché c’è la discarica de Malagrotta, c’è l’impianto de Ponte Malnome, ma la cosa vera -quella brutta – è proprio la discarica: lì s’accumulano i rifiuti de tutta Roma. A differenza de prima, so’ diventati rifiuti coi residui plastici in quantità enorme, te immagini che la plastica non respira, quindi tutto quello che viene frammisto a questa plastica, è quello il famoso puzzo, e oltre che… il fetore della monnezza nasce pure da questo, la plastica nun fa’ respira’ niente. E poi, un ammasso de rifiuti de tre milioni de persone soltanto in un luogo, tu te lo immagini. E questa Malagrotta è andata sempre avanti perché rispetto a tutte le altre discariche faceva un prezzo inferiore, abbordabile, e quindi nessuno mai j’è venuto in mente de pote’ fa’ un altro tipo di lavoro, quello veramente de nun ammassa’ tutta la robba che veniva conferita in quel posto: costrui’ un impianto qualche cosa costa, e il gioco non valeva la candela; quella costava così poco, e rendeva soprattutto al detentore della discarica tanti soldi, i soldi sai che girano in politica, quindi un po’ perché dicevano non conviene perché costa de più, e nessuno pensava che poi la discarica a un certo punto se esaurisce, nun è infinita, e allora le cose so’ andate sempre avanti così, ‘sta discarica adesso finalmente nel 2005 credo che dovrebbe esse’ chiusa».
Arriviamo a oggi, agli odori di tutta una vita: «L’odore più bello, io l’odore che me ricordo de Roma sono due: il primo del pane. I forni de Trastevere erano una cosa eccezionale, proprio la cosa più pregnante ma più dolce che ho mai sentito. Poi l’odore della primavera, che è un po’ de tempo che me manca, gli odori de Roma». Preoccupatevi di quello che non puzza, di quello che sembra puro: «Gli odori della monnezza, quelli no. Te giuro! Perché poi, te l’ho detto, so’ odori che comunque se sei così disgraziato de fa’ il raccoglitore, le vivi per quelle sei ore; poi non è che le vivi tanto, la vive de più invece per esempio quello che è collocato vicino a Malagrotta, vicino alla discarica. Tu pensa che tutta la borgata Massimina, e tutta la parte de via Portuense che sfocia su via della Pisana, chiunque abita lì, appena tira vento… quello sente proprio il puzzo dell’immondizia. In più c’è pure l’inceneritore de Ponte Malnome, che è uno de quelli veramente più all’avanguardia del mondo, e ciò non toglie che le immissioni nell’aria le fa, e nulla toglie che quelle emissioni siano oltretutto maleodoranti. E la plastica quando brucia fa un odore terrificante, te l’ho detto. Un giorno ce facciamo una passeggiata a Ponte Malnome, e te faccio vede’ gli impianti da de fòri, ma soprattutto se c’è una giornata che tira un po’ de vento, te accorgerai che cominci a stomacàtte da Corviale, perché quello è un puzzo proprio brutto, che te prende proprio, che te chiude i polmoni e lo stomaco. E quello se lo cibano i cittadini quotidianamente. E invece gli odori della Nettezza urbana, anzi dei rifiuti, io credo che potrebbe esse’ un odore… perché se tu vai ai mercati, ai mercati grandi, quello è l’odore dei rifiuti, perché quello dovrebbe esse’ il rifiuto. Er rifiuto, quello proprio brutto, addirittura è inodore. La plastica solo se ce sta il pesce dentro puzza, altrimenti è inodore, non emana niente. E’ questo il problema. Forse bisognerebbe avverti’ de più l’odore della mondezza, e allora sarebbe mondezza pulita, gestibile».
Se chiude Malagrotta
«Quello che tu stai scrivendo, che stai elaborando, je devi da’ un tetto che è questo. Se nel 2005, con la proroga arriveremo al 2006, 2007 – chiude la discarica de Malagrotta, i rifiuti, cioè, i tre milioni e mezzo de tonnellate che produce Roma quotidianamente dove cazzo vanno a finire? Come saranno trattati? Impianti de riciclaggio non ce ne sono, ma no all’avanguardia, proprio non ce ne sono, il massimo che c’è, è l’impianti de stoccaggio, ma stoccaggio significa soltanto che io prendo la robba e la metto lì, e allora stocco il cartone e me salvo perché non puzza, stocco il vetro, me salvo perché non puzzo, e in più faccio opera de recupero, faccio opera de occupazione… ma gli altri rifiuti, quelli industriali, dove andranno? Chi li tratterà, se noi trattamo soltanto `ste du’ cose, vetro e carta? Gli altri rifiuti, dove andranno?» Nel mondo dell’immondo. Come questo foglio di giornale.
BIBLIOGRAFIA
G. Viale, «Un mondo usa e getta»
P. P. Pasolini, «Appunti per un film sull’immondizia»
P. P. Pasolini, «Che cosa sono le nuvole?»
Respinta dall’Unione la proposta del governo di Madrid di abbassare l’Iva per libri e dischi
AL. D’A
Scontro Madrid-Bruxelles sull’imposta per i prodotti culturali. Carmen Calvo, ministra spagnola, lancia una proposta choc per abbattere i prezzi di libri e soprattutto dischi : portare l’Iva dal 4% a «un simbolico» 1% per i libri e dal 16% al 4% per i cd. Questo il primo passo, in futuro una forbice dall’1% al 4% per tutti i prodotti culturali. Immediatamente la commissione europea risponde che la materia è «sensibile», si tratta di mercato interno, e che per farlo ci vuole il consenso di tutti i partner comunitari. E’ risaputo che Germania e Danimarca non ci sentono da questo orecchio. A Madrid non resta che ammettere il colpo: «l’annuncio di abbassare l’Iva – corregge la vicepresidente del governo María Teresa Fernandez de la Vega – era l’espressione di un desiderio, perché è vero che esiste una legislazione europea che non lo permette». Vita corta, meno di 24 ore, per una proposta che, parole della vicepremier, mira a «dare impulso alla lettura e a considerare la musica come un’espressione culturale, il cui piacere deve venire promosso dai poteri politici». L’idea figurava a pagina 154 del programma elettorale di Zapatero ma soprattutto, ricorda Calvo, serve «a che i cittadini `comprino’ cultura e l’industria culturale possa vivere sempre di più professionalmente». La battaglia non è comunque finita, assicurano dal governo Zapatero, «vogliamo provare a cambiare la normativa comunitaria». Cosa non facile.
« Gli stati membri – ricorda infatti Jonathan Todd, portavoce del commissario al mercato interno Fritz Bolkentein – non hanno l’opzione di applicare un’Iva ridotta ai dischi, mentre per i libri si può ma non sotto il limite del 5%». Impossibile abbassare l’imposta sui cd. Farlo unilateralmente, ammonisce Bruxelles, equivale a una distorsione del mercato interno della Ue. Un peccato grave, che prevede, tanto per iniziare, l’apertura di un procedimento di infrazione.
Per i libri il discorso è diverso. Si può andare fino al 5%, come dice Todd, e anche sotto, come dicono alcune tabelle nazionali, ma solo con l’ok di tutti i paesi dell’Unione. Per l’editoria, la Spagna si giova già di un’Iva al 4% come la Grecia, il Lussemburgo è al 3%, Regno unito e Irlanda praticano addirittura l’esenzione. Ma si tratta di accordi frutto dei negoziati di adesione o di deroghe già previste dalla direttiva comunitaria del 1992 che tratta le imposte. Il fatto è che il mercato dei libri è meno preoccupante per la grande industria perché legato a mercati e lingue precisi. In sostanza si può chiudere un occhio sull’Iva bassa sull’editoria, mentre risulta impossibile farlo nell’industria musicale perché gli interessi sono molto più grandi e il mercato globale. Difatti i cd, a differenza dei libri, non compaiono nella lista dell’annesso H della direttiva comunitaria, quella che da diritto a imposte ribassate. E non hanno nemmeno speranze di entrarci. La Germania (7% di Iva sui libri e 16% sui dischi) e la Danimarca (25% su entrambi) sono infatti ben decise a utilizzare il loro potere di veto perché non faccia strada la proposta avanzata da Madrid. Ci prova già da anni, senza successo, la Francia per la ristorazione.
Parla Retescuole: la maestra, la mamma, il prof
Antonella Loconsolo, Patrizia Quartieri, Michele Cors
Nel mondo ci sono le terre ed i cieli
Non sono divisi in scaffali
Nel mondo ci sono le fiabe e le arti
Non sono divise in reparti
Nel mondo c’è un nido, che è la tua classe
Uscendo non trovi le casse
Nel mondo ci sono maestri un po’ maghi
Ci sono, non solo se paghi
Nel mondo il sapere che vuoi si conquista
Nel supermercato si acquista
E allora rispondi con una parola
Com’è che la vuoi la tua scuola?
Bruno Tognolini da Scrittori per la scuola di tutti (www.sestocircoloquartu.it/scrittoriperlascuoladitutti.htm)
Non è possibile raccontare l’esperienza di ReteScuole e contemporaneamente farvi comprendere cos’è.
Per raccontare è necessario usare la razionalità del cronista, per comprendere l’affettività delle relazioni. Non abbiamo lo spazio per fare entrambe le cose quindi scegliamo quella cui più teniamo, e lo faremo con una scrittura collettiva, come collettiva e condivisa è stata la nostra esperienza fino ad oggi.
La maestra
Insegnante di scuola elementare per scelta e per passione, accompagnare nella crescita le nuove generazioni ha dato senso al mio lavoro di ogni giorno, connotandolo come un privilegio e una responsabilità non concesse a tutti. Vivo questa avventura umana quotidiana arricchendomi di esperienze, di saperi, di vissuti, di emozioni che diventano patrimonio spendibile nel farsi confronto continuo con l’altro. Alunni, genitori, colleghi, territorio.
Anche per questo ho sempre cercato e sostenuto il rapporto con le famiglie dei miei alunni.
Anche per questo.
Oggi non è più così: la grande alleanza che si è stabilita tra genitori e insegnanti supera il farsi carico comune del processo formativo di un bambino. Assume dimensioni che oltrepassano la professionalità specifica delineata da ruoli e compiti. Una cittadinanza comune, genitori e insegnanti si è fatta strada tra i macigni della riforma.
Ritrovo nella partecipazione al movimento il senso del mio essere persona, cittadino, educatore.
La consapevolezza di agire per il bene dei figli miei e degli altri mi indica strade di determinazione, di impegno, di volontà, strade che incontrano a volte la solitudine, l’ostruzionismo, l’indifferenza ma sempre più spesso si aprono in piazze di condivisione, di partecipazione, di confronto. In quelle piazze s’incontra la voglia sopita di fare, di stare con altri a pensare, di dar voce a valori poco esibiti, ma che oggi reclamano di essere urlati.
A novembre, per dar voce ad un malessere che sentivo salire dentro di me e ritrovavo nelle battute tra colleghi, ho chiesto di realizzare, nel plesso in cui lavoro, una serata informativa aperta a genitori e insegnanti che si ponesse come obiettivo null’altro che stimolare una riflessione su questa riforma così lontana dalla scuola, al punto da essere quasi del tutto sconosciuta; era già nell’aria, ma se ne stava lì in qualche circolare, tra un articolo isolato di qualche giornale e, per molti di noi, non aveva ancora una fisionomia riconoscibile. Quella sera di novembre, è stata un gran sera. L’auditorium della scuola era pieno, pieno di genitori, più che di insegnanti.
Qualche dubbio su come si sarebbe svolta la serata mi accompagnava: non conoscevo a fondo le due relatrici di ReteScuole che con il Dirigente avrebbero condotto l’incontro. E invece, con un susseguirsi di domande sempre più mirate, con interventi sempre più incisivi è esplosa la voglia di saperne di più, il bisogno di ritrovarsi, di confrontarsi, di riflettere. Finalmente di pensare, di pensare alla scuola, che non è solo quella del proprio figlio o dei propri alunni, ma alla scuola come bene della polis, alla scuola che corre il pericolo di diventare altro, di non essere più scuola di tutti e per tutti. Così con spirito nuovo, anche fra colleghi, con un parlarsi ormai avviato, si sono cercate e costruite le occasioni per saperne di più, per confrontarsi con altre realtà, per diventare parte attiva. Un seminario del Cidi al quale alcuni di noi hanno partecipato è servito per allargare lo spazio della riflessione. Le perplessità, le prese di posizione, le critiche mosse da studiosi, esperti, organismi istituzionali dal CNPI all’ANCI, hanno dato valenza di verità ai nostri dubbi, alle nostre supposizioni più nere. Le battute tra colleghi sono diventate conversazioni, confronti, discussioni e hanno portato a rifiutare in massa le agende che il Ministro ci ha gentilmente fatto pervenire poco prima di Natale. Questo piccolo gesto si è rivelato invece molto importante, ha di fatto permesso di contarci, di dirci che eravamo in tanti a sentirci a disagio nel vederci recapitare qualcosa di non richiesto e che trasudava mera pubblicità. Proprio in quel periodo, abbiamo avuto la conferma definitiva che il numero degli insegnanti destinati ad aiutare l’inserimento dei bambini stranieri passava da tre a uno.
Ovvie le considerazioni in merito. Una mozione unitaria del Collegio Docenti in difesa del tempo pieno e della scuola pubblica ha sancito il nostro no, come insegnanti, alla riforma. Due genitori, del resto è sempre così, all’inizio, solo due genitori “normali” non militanti, non politicizzati, due genitori normali hanno avuto il coraggio, il grande coraggio di credere che quella sera tanti, anche se silenziosi, partecipavano alla costruzione di un discorso che aveva bisogno solo trovare il suo incipit.
Così i passa parola, i caffè bevuti insieme dopo aver accompagnato i bambini a scuola, il dialogo riavviato con i propri insegnanti, le domeniche passate a stampar volantini a preparare assemblee, hanno tessuto una rete che è riuscita ad abbracciare tutta la scuola.
Anche noi insegnanti ci siamo rimaste impigliate, anche noi abbiamo sentito il bisogno esserne parte perché non avesse buchi quella rete e diventasse sempre più resistente. Certo non tutti gli insegnanti, non tutti i genitori ne sono ancora parte attiva, ma l’espandersi continuo della partecipazione mi può solo far ben sperare.
Al primo Forum delle scuole di Milano, ho capito che si stava realizzando un senso , un sentire comune senza legami di appartenenza partitica, sindacale, un sentire forte e unitario, nel quale chi prendeva la parola non si presentava come genitore o insegnante, ma cittadino portavoce di una zona della città. In gennaio, ci siamo ritrovati in tanti in piazza della Scala a chiedere al Comune di farsi interprete delle nostre richieste. Facendo parte della delegazione che è stata ricevuta ho potuto constatare di persona quanta poca attenzione c’è, da parte di chi ci governa, per i problemi dei propri cittadini.
” ma come, insegnanti e genitori insieme???”
è stato il commento stupito di un consigliere comunale.
Nessuna domanda sul perché questi due mondi si fondevano in uno.
Peccato, peccato davvero che Milano, nei suoi rappresentanti, per primo il sindaco, non abbia ritenuto di ascoltare, facendola propria, l’esigenza che l’85% dei suoi cittadini che frequenta la scuola elementare, gli ha manifestato.
E sì, sono proprio tanti i bambini che a Milano frequentano il Tempo pieno. I loro genitori sono elettori di destra e di sinistra, sono del centro e della periferia… Queste porte chiuse in faccia non ci hanno demotivato. Così come non ci ha demotivato il silenzio di stampa e giornali, le frammentazioni dei sindacati, le deboli prese di posizione dei partiti. Siamo andati avanti, ci siamo incontrati sempre più numerosi, senza sigle, senza bandiere. Se una bandiera ci sarà, sarà la nostra.
Sono nati i comitati in quasi tutte le scuole elementari di Milano, ogni zona ha creato un suo coordinamento; internet e la forza di andare avanti hanno fatto il resto.
ReteScuole da luogo virtuale si è trasformato in una valanga umana che ha attraversato festosamente Milano il giorno di san Valentino.
Finalmente ci siamo guardati in faccia, noi 40 000 persone con nel cuore la nostra scuola.
Abbiamo camminato fianco a fianco in una giornata di sole.
Eravamo emozionati, sì io mi sono commossa quando ho visto la piazza del Duomo della mia città che brillava di persone normali, di gente comune, di uomini, donne, bambini contenti di stare insieme per un oggi e un domani condivisibile.
Il decreto attuativo è comparso sulla G.U. e i comitati sono sempre più numerosi, ora ci sono anche le scuole medie, fanno capolino le superiori. L’università protesta.
Io continuo a rileggere Don Milani.
La mamma
Quel sabato 14 febbraio, alla manifestazione di affetto per la scuola pubblica, mi guardavo intorno e non mi sembrava vero. Un mare di persone, belle, colorate, solidali, che avevano scelto di occuparsi della scuola. Abbiamo una straordinaria organizzazione? Ci piacerebbe darlo a intendere: invece, semplicemente, è accaduto.
Non è una cosa da poco: di questi tempi della scuola non si occupa nessuno. Non se ne occupano le Provincie e i comuni, Milano in testa, che lasciano che le scuole cadano a pezzi, prive dei più elementari criteri di sicurezza, inadeguate, fatiscenti.
Non se ne occupa la Regione, almeno così è in Lombardia, che le priva con una legge, la legge regionale n° 12, anche dei più elementari presidi sanitari.
Ed ora lo Stato dà il colpo di grazia, con una riforma che riforma non è, trattandosi in realtà di un taglio gigantesco a spese e risorse, condito in una salsa di affermazioni di principio melense e vuote, quando non addirittura inquietanti.
Questi genitori se ne occupavano eccome: sono entrati nelle scuole, senza permesso, senza dirigenti politici o sindacali, senza coperture, e senza, da parte nostra, confessiamolo, indicazioni molto precise. Hanno cominciato un’occupazione “illegale” divertendosi parecchio a costruire striscioni, cartelloni, strumenti musicali per la manifestazione del giorno dopo, insieme a maestre e bambine e bambini. In tante scuole hanno portato da mangiare e da bere, in alcune hanno tirato fuori il sacco a pelo e, sembra, siano quelli che si sono divertiti di più. Il giorno dopo c’era chi trascinava (stile schiavo egizio addetto alla costruzione delle Piramidi) un Pinocchio gigantesco, in equilibrio precario sul pavé, c’erano nonni con il naso da Pinocchio e famiglie intere con i cappelli da asino. 12.000 spillette pungi-Moratti, con la scritta “No alla riforma” luccicavano sui cappotti, mentre i 38 000 che non ce l’avevano continuavano a chiedere chi le vendesse.
Tutti ingannati dalle nostre menzogne, come sosterrà poi il sottosegretario Valentina Aprea sul TG1? Ma allora saremmo dei maghi della comunicazione, se si tiene conto dei nostri potenti mezzi, cioè un sito, www.retescuole.net, qualche volantino fotocopiato di sfroso negli uffici e tante chiacchiere fuori dai cancelli, in attesa dei figli.
Il problema è che ciò che diciamo noi ha il sapore della verità, mentre le brossure patinate della ministra, piene di fotografie di bambini rigorosamente bianchi e assolutamente sani, fanno squillare nei genitori un sinistro campanello d’allarme.
Se fosse una buona riforma infatti, non avrebbe bisogno di alcun lancio pubblicitario. Forse la ministra non se ne rende conto, ma ognuno di quei libretti che troviamo in Topolino, Io donna, Venerdì di Repubblica, fanno montare la nostra rabbia. Ma come, si buttano via i soldi così e noi mandiamo i figli a scuola con il rotolo della carta igienica nello zaino, perché il bilancio della scuola ormai non consente più nessun acquisto? Ma come, si fanno spot televisivi “La scuola cresce, proprio come te” e poi la direttrice manda un invito all’Associazione genitori di fare tante feste, perché abbiamo alcuni insegnanti gravemente ammalati e non si sa più come fare a pagare tutti i supplenti?
Noi genitori sentiamo ogni momento di più puzza di bruciato: è come vedere la televendita dello scioglipancia di Wanna Marchi: qualcuno ci casca, e compra il “pacco”, ma altri fanno partire la denuncia al movimento consumatori. Noi, genitori di ReteScuole, siamo di quelli che il “pacco” non lo comprano, e continueremo ad avvertire gli altri genitori, affinché non ci caschino nemmeno loro. Siamo anche noi fanatici delle tre “I”: internet è diventato il pane quotidiano anche di chi non sapeva nemmeno come si accende un computer. L’impresa l’abbiamo costituita per produrre e diffondere spille, bandiere, volantini e, pur senza copyright sforniamo canzoni, slogan e messaggi e poesie a ritmo serrato. Quanto all’inglese, in effetti, ci è stato utile. Ciascuno di noi ha scritto in un angolo del suo cuore la frase che Don Milani aveva impresso sul muro della sua scuola: “I care”, mi prendo cura. Il contrario di “me ne frego”, insomma. Letizia, mi dispiace, per te saranno cavoli amari.
Il prof
Lavoro alle superiori e, diciamolo, noi delle superiori abbiamo sempre nutrito un certo complesso di superiorità verso le “maestrine” del tempo pieno. “Eccesso di mammismo”, “troppi bacini”, tutta quella concentrazione di donne: maestre, mamme, bidelle… Mah! Che fossero in fondo alla tabella delle retribuzioni salariali della scuola, non ci è mai parsa una gran ingiustizia. Poi in tanti, davvero tanti, abbiamo cominciato ad osservarle più da vicino, queste “maestrine”. Per ragioni generazionali, perché i figli che sono andati alle elementari ormai ce li abbiamo avuti quasi tutti. E poi, certo, anche il movimento, i movimenti, che hanno attraversato in questi anni la scuola del milanese, e, immagino, non solo quella milanese: e così abbiamo conosciuto la loro tranquilla radicalità, la loro distanza dai riti della protesta classica e l’attaccamento alla pratica, l’orgogliosa rivendicazione di un fare scuola fondato sulla relazione. Non potremmo mai comprendere il successo della mobilitazione senza capire che si tratta di una scuola “popolare”: le feste di fine anno sono “gli eventi” del quartiere, molto di più di qualsiasi festa di partito o processione parrocchiale.
Le maestre del tempo pieno hanno influenzato molto questo movimento.
I movimenti hanno una loro genealogia nella scuola. Da dieci anni a questa parte ve ne sono stati quattro nel milanese, ogni volta si sgonfiavano sedimentando un gruppetto che poi portava la sua esperienza a un nuovo movimento: e il primo è stato il coordinamento a difesa del tempo pieno, e le sue modalità organizzative, molto femminili, per nulla gerarchizzate, poco legate alle identità extrascolastiche, hanno segnato anche gli altri movimenti e il “basismo” che li ha caratterizzati. Anche la maniera di proporre il materiale, è molto stile “tempo pieno”. Il nostro sito assomiglia a quelle scuole elementari dove uno entra e trova tutte le pareti tappezzate dei lavori delle bambine e dei bambini: non c’è una gara, chi fa appende. Così il sito non produce in proprio se non pochi materiali: i più sono delle singole scuole che inviano un volantino, una serie di slides, un opuscolo, una spilletta… e i “lavori” vengono “appesi” nel sito, chi vuole li può prendere, copiare, trasformare… Anche la comunicazione ha molto da “maestra”: i materiali sono chiari, concisi, con una costante attenzione alla presentazione piacevole all’occhio, ed anche alla precisione sui contenuti. Non si esagera, non si fa retorica, non si dicono cose non verificabili. Con quella abitudine a dire le cose e poi a farle, quando noi delle superiori siamo abituati a dire dire dire. Insomma, un movimento che “assomiglia” alla parte migliore della scuola che vuol difendere.
Sì, lo sappiamo. Non è tutto così il tempo pieno e più in generale non è così la scuola italiana. Se c’è una cosa che non perdoneremo mai alla Moratti, ma anche al centrosinistra, nel suo periodo di delirio pedagogico, è quello di averci stretto nell’angolino della difesa di quel che c’è. Di averci fatto perdere la voglia di ragionare su noi stessi, di criticarci, di litigare tra noi, di sperimentare senza tema che qualcuno ne potesse approfittare per smantellare un altro pezzetto di scuola. Avremmo voglia di smarcarci, di dire e dirci a questi genitori e agli studenti che lottano con noi: “lo sappiamo che potrebbe essere meglio, che noi potremmo essere meglio”. Ma c’è sempre una nuova circolare o l’attuazione di un decreto che ci ricorda che esiste sempre qualcosa di terribilmente peggio all’esistente, e che urge una risposta prima di… E che fatica, una fatica che si aggiunge alla fatica dell’insegnare, mantenere desta una vigilanza che sembra senza fine. Perché il peggio che ci impedisce di pensare al meglio si insinua in maniera sottile nella nostra mente, anche senza che un decreto attuativo l’abbia deciso. Pensate al ruolo che sta svolgendo il programma per computer che gestisce oggi tanti consigli di classe: nei giorni precedenti lo scrutinio gli insegnanti digitano i loro voti, poi quando si riunisce il “consiglio di classe” si attiva il proiettore che mostra una dietro l’altra le schermate di ogni allievo: 7, 6, 7, 5, 4 … I consigli di classe la Moratti li vuole eliminare (ma voleva farlo anche Berlinguer) perché gli insegnanti è sufficiente che “consegnino” il loro voto, poi si somma… e il gioco è fatto. Le vecchie discussioni collettive, le battaglie tra le varie frazioni del consiglio, le lotte per “salvare” qualcuno perché sì, in fondo, perché la famiglia… via via via tutto. Ma il proiettore lo fa senza decreto. C’è un sottile appello al lato oscuro dell’insegnante: perché perdere tre ore di consiglio di classe, quando me la posso cavare in mezzora? Ed ecco materializzarsi il proiettore, non il decreto attuativo: il proiettore. Capite in che forme sottili dovrebbe articolarsi la nostra resistenza al peggio che avanza? Dovrebbe, ad esempio, cominciare col sabotaggio del proiettore.
Sì perché c’è un lato oscuro dell’insegnante. Ci sono interi sistemi didattici basati sul lato oscuro dell’insegnante. Pensate al Giappone. Uno legge le statistiche: media di allievi per classe: 50/60. E uno pensa: ma come fanno? Se nelle superiori quando ci troviamo una prima di 30 ragazzini scalmanati siamo esauriti dopo mezzora di lezione! Poi leggiamo la statistica a fianco: record assoluto dei suicidi scolastici: Giappone. E allora capiamo. Capiamo che in Giappone c’è un sistema scolastico dove i nostri colleghi sono i kapò dell’educazione, dove regna il terrore in classe, dove la scuola non raccoglie il dolore del mondo: lo produce. Non facciamo fatica ad immaginare una scuola così: non era la scuola dei democristiani, quando eravamo piccoli noi: non ci piaceva, ma siamo sopravvissuti. Era quella dei nostri genitori, la scuola del fascismo, quella che pure, aveva 50/60 allievi per classe. I nostri genitori ce ne parlano a volte con nostalgia, spesso in polemica con il “lassimo” della scuola di oggi, con lo stesso spirito con cui un adulto maltrattato da piccolo tesse le lodi della sua educazione “dura ma giusta”: quando chiediamo loro qualcosa sulle forme e i contenuti dell’insegnamento dei maestri dell’epoca abbiamo risposte sfocate, vaghe, incerte, al massimo qualche rima… Invece i ricordi netti, immediati, quelli che balzano vivissimi ai loro e ai nostri occhi, come cosa dell’altro ieri, riguardano i segni che sui loro corpi venivano inflitti da quella scuola. E quando ce ne parlano notiamo che ricordano i loro insegnanti solo per questo, distinguendoli per il tipo di punizione che prediligevano: quello tirava le orecchie, quell’altra ti metteva in ginocchio sulle noci, quell’altro là dava bacchettate proprio sulle nocche e un’altra ancora gridava così tanto che la sentivano anche dall’altra parte del paese… Una scuola di terrore, fonte di dolore. Una scuola fondata sul nostro lato oscuro.
A questo lato oscuro fa appello la Moratti. Perché, pensiamoci bene: a noi insegnanti di ruolo, in fondo in fondo, andrebbero bene tante cose che dice o pensa o fa la ministra. Non ci sono più i consigli di classe: fantastico, si torna prima a casa, e se eliminassero anche i collegi sarebbe una meraviglia. Tutte quelle valutazioni scritte che non se ne può più: si torna ai numeri, ai santi numeri, era ora! E poi il messaggio subliminale: quelli che in classe ti danno fastidio, quelli che ti fanno perdere un sacco di tempo, quelli che “non hanno voglia”, via via: secondo canale! Non stanno nemmeno lì? Via via: a lavorare, che poi ti certifico, basta che stai alla larga. Voi capite che in una situazione sociale dove la gente sta male, e sta sempre peggio, l’ultimo anello della trasmissione della sofferenza sono i bambini e le bambine, ma poi più si va avanti con l’età e più è peggio. Perché il dolore si accumula, specie ora che i giovani hanno meno parole per nominare la loro sofferenza, e allora ci distruggono i banchi e cercano di mandarci in manicomio. E in questa situazione la Moratti si avvicina invisibile alle nostre orecchie e mormora soavi parole al nostro lato oscuro: ma non sarebbe più facile bocciare, così senza tante storie, senza domande, senza complessi di colpa? Non sarebbe più semplice dirgliene di ogni a quei genitori, ribaltare loro addosso tutte le tue insoddisfazioni, la tua fatica, distogliere il tuo sguardo dal loro quando ti chiedono quasi imploranti di parlargli bene di suo figlio, di non aggiungere alla loro fatica anche questa, la fatica della scuola, e ci sono queste due fatiche che si affrontano… e una vuole essere più fatica dell’altra… E abbiamo questa possibilità, come insegnanti, possiamo “scaricare” su studenti e genitori. Perché in questo triangolo il potere è nostro. Anche se in realtà siamo i portatori di un potere altro. Possiamo odiarli, e stare meglio. La Moratti bisbiglia ai nostri orecchi che c’è una strada, quella di guardare gli occhi dei nostri studenti e di scorgervi quelli dei nostri avversari.
Noi invece diciamo: distogliamo quello sguardo, guardiamo fuori, gli avversari sono fuori di qui. E qui sta il valore del movimento che stiamo vivendo. Forse finirà domani, forse no, ma intanto ce lo godiamo. Ci sono tre soggetti sociali che una scuola fondata sul lato oscuro dell’insegnante, sulla pedagogia nera, la scuola della sofferenza, sono avversari accaniti: gli insegnanti che comandano ma in realtà sono comandati, i genitori che “non devono impicciarsi” e gli studenti che devono obbedire. Ma adesso, grazie Moratti (!), adesso si trovano insieme, e fanno scuola, nel senso più alto del termine. Che immensa lezione pedagogica quella della manifestazione del 14! Una manifestazione senza lotta per la testa del corteo, senza striscioni che richiamano altre identità che non siano quelle della scuola, senza battaglie per vedere chi parla in piazza, senza nessuno che sappia in realtà che diavolo sia questa ReteScuole e nemmeno il nome di un qualche “dirigente”. In compenso: una quantità incredibile di colori, bandiere, maschere, giochi, fischi e musiche. Nel comunicato che abbiamo poi scritto dicevamo che da quel momento il governo non avrebbe più potuto attaccarci perché strumentalizziamo i bambini: è stato troppo evidente che al contrario sono stati i bambini e i loro gusti estetici e le loro modalità di relazionarsi con il mondo a dare il tono di quella manifestazione. E i potenziali avversari si sono ritrovati insieme non più divisi dai muretti dei consigli di classe “aperti”, o di consigli di circolo che non decidono nulla, fuori dai “colloqui”, saltati gli argini, a dilagare sulla strada.
E poi si sono aggiunti anche gli studenti dei collettivi, le scuole superiori, le scuole più difficili, dove si boccia, dove ci sarebbero tante cose da cambiare, se solo ci lasciassero in pace per qualche anno. Ci hanno scritto una lettera, gli studenti. Erano deliziati alla prospettiva di vederci “occupare” come fanno loro, e “disobbedire”. Si firmavano con “da un luogo indifferente, Italia, Europa, Pianeta Terra studenti ribelli e disobbedienti contro l’impero globale” o qualcosa del genere. Capite che già nella firma c’è un messaggio implicito: è una lettera diretta ai loro genitori, ai loro prof, a quelli che li tengono sotto, che li bastonano e che sono, in generale, un po’ più moderatini… avrebbero potuto pure firmarsi “studenti” e basta. Glielo diciamo sempre: occhio a chi parlate… Invece loro firmandosi così ci dicevano senza scriverlo: noi siamo questo, ci dovete accettare, vogliamo comunicare, stabilire una relazione, non ci interessa “mediare”, perché tra soggetti sociali diversi che vogliono allearsi, non si media, ci si incontra oppure no. Abbiamo risposto con una lettera tutta politica, politicamente lucida come una piastrella bianca del bagno di casa: il nostro ragionamento era semplice, classico, adulto. Più gente c’è contro la Moratti, meglio è, studenti insegnanti genitori uniti nella lotta… ecc. ecc. ecc. Non avevamo capito nulla. E ce ne siamo accorti quando abbiamo visto con che soddisfazione avessero accolto la nostra risposta, non per il contenuto, ma per il fatto che avevamo risposto. Che li avevamo considerati “soggetto”. E quindi ci hanno subito mandato una seconda lettera, che in realtà è quasi identica alla prima e ignora, giustamente, la nostra risposta, ma solo perché i contenuti “politici” non c’entrano, c’entra solo il fatto che “ci scriviamo”. Uno di loro mi ha detto che vorrebbe alla fine che ci fosse tra noi un “epistolario”. Che ci scambiassimo un sacco di lettere. Ora però che abbiamo capito cosa c’è in gioco, per noi è difficile scrivere la seconda lettera. Perché in gioco c’è un impegno enorme, per noi. Perché non c’entra più la politica nel suo senso tattico, c’entra la scuola come luogo dove “stanno” diversi soggetti. C’entra la “possibilità” di una scuola fondata sulla relazione, tra il nostro lato chiaro di genitori, di insegnanti, di adulti, e quelli che vorremmo “educare”. Una possibilità che oggi noi vediamo in maniera appannata, perché non può esistere il progetto di scuola diversa, senza progetto politico. Ed è quest’ultimo che si è appannato.
I bambini del tempo pieno che ci “educano” a una diversa maniera di manifestare, e i ragazzi dei collettivi che vogliono allearsi con noi, quando altri come noi li sospendono per una settimana per punirli delle loro occupazioni, vedono meglio di noi la “possibilità”, cioé la scuola possibile, la pedagogia possibile, la relazione possibile tra “sguardi diversi” e, quindi, la resistenza possibile. Speriamo che vedano giusto e che, a partire da lì, da qualche luogo indifferente del pianeta scuola, ci si cominci a scrivere tantissime lettere.
La cronaca della storia di ReteScuole la potrete leggere se ne avrete voglia qui: http://www.retescuole.net/download/retescuole.rtf
da Carta
Julia Ward Howe. Fu lei a proporre, nel 1870, l’idea originale per il “Giorno della Madre” la protesta di donne che avevano perduto i loro figli contro il massacro della guerra
Julia Ward Howe, femminista nordamericana, nacque il 2 7 marzo nel 1819 a New York; scrittrice, moglie di Samuel Gridley Howe di Boston, medico, dopo la guerra civile si attivò in campagne contro la schiavitù, per i diritti economici e sociali delle donne e per la fine delle guerre. A lei, sbocciate grazie al suo impegno antischiavista e pacifista, si devono le parole dell’inno nonviolento del 1862, John Brown’s Body. Morì nel 1910, in tempo per evitare di vedere le due grandi guerre mondiali. Parte del suo lavoro arriva a noi perché suo è l’appassionato primo discorso, pronunciato nel 1870, in occasione della proclamazione dei Giorno della Madre.
Non una festa commerciale creata per vendere cioccolatini, o per partecipare a trasmissioni in cui si può ancora garantire che oltre i 50 anni le rughe si tengono a bada ed è possibile e onorevole fare a gara con le figlie nel rimorchio, ma l’idea originale della giornata: la protesta di donne che avevano perduto i loro figli contro il massacro della guerra.
In questi giorni, in concomitanza con l’incombenza della festa della Mamma, l’organizzazione Save the Children ha reso noto il suo rapporto annuale sui posti migliori e peggiori al mondo per essere madri. Lo studio ha comparato il benessere delle madri e dei loro bambini e bambine in 117 paesi, 43 dei quali stanno sperimentando un conflitto armato o sono appena emersi da una guerra civile. I migliori sono Svezia, Danimarca, Norvegia, Svizzera, Finlandia, Canada, Olanda, Australia e Gran Bretagna. Al fondo troviamo Niger, Burkina Faso, Etiopia, Guinea-Bissau, Angola, Ciad. Gli Stati uniti sono all’undicesimo: una ulteriore sconfitta della grande democrazia occidentale armata.
Se non ne potete più della retorica sul materno degli spot, ecco le parole di Julia Ward Howe, diciannovesimo secolo: “Alzatevi, dunque, donne di questo giorno? Si alzino tutte le donne che hanno cuore, sia che abbiano avuto un battesimo d’acqua, sia che abbiano avuto un battesimo di paura. Dite con fermezza : Non permetteremo che le grandi questioni siano decise da forze estranee dalla nostra volontà. I nostri mariti non torneranno da noi con addosso la puzza del massacro, per ricevere carezze applausi. I nostri figli non ci verranno sottratti affinché disimparino quello che noi siamo state grado di insegnare loro sulla carità, la pietà e la pazienza. Noi donne di qui proviamo troppa tenerezza per le donne un qualsiasi altro paese per permettere che i nostri figli siano addestrati a ferire i loro. Dal seno di una terra devastata una voce si unisce alla nostra. Dice: Disarmo! Disarmo !’. La spada dell’assassinio non è la bilancia della giustizia. Il sangue non lava il disonore né la violenza indica possesso. Poiché, gli uomini hanno spesso abbandonato l’aratro e l’incudine alle prime avvisaglie di guerra, che le donne ora lascino a casa tutto ciò che può essere lasciato e si uniscano per una giornata nella quale si discuta insieme”.
“Si incontrano dapprima, le donne tra loro, per riflettere sul dolore e la devastazione della guerra e commemorare i morti. S uniscano poi agli uomini in un comune consiglio per trovare i mezzi con cui la grande famiglia umana possa vivere in pace, e ognuna porti nel tempo che mette a disposizione la sacra impronta, non di Cesare, ma del suo dio. In nome delle donne e dell’umanità io chiedo seriamente che un congresso generale delle donne, senza limiti di nazionalità, venga indetto nel luogo più conveniente e nel più breve tempo possibile, per promuovere l’alleanza di differenti nazionalità, la risoluzione amichevole delle questioni internazionali, il grande e generale interesse della pace”.
Per favore chi può inoltri questo a Condoleza, forse potrebbe esserle utile.
Sarà sospesa la riforma della scuola che favorisce gli istituti privati
[…]
Istruzione. Nelle loro vite parallele, sia Berlusconi sia Aznar hanno introdotto una riforma dell’istruzione tesa a favorire la scuola privata e indifferente ai pareri contrari dei rettori, dei professori, dei genitori e degli studenti. Aznar è andato oltre: ha ceduto alle pressioni della Conferenza episcopale (in cambio, durante una sua visita a Madrid il Papa non fece alcuna critica alla decisione di Aznar di appoggiare la guerra in Iraq) reintroducendo l’insegnamento obbligatorio della religione con una legge più reazionaria di quella franchista, che almeno consentiva di chiedere l’esonero, e facendone addirittura una materia che fa media e per la quale si può essere bocciati. Il governo socialista sospenderà la riforma scolastica di Aznar, in attesa di vararne una propria.
Marina Forti
Che relazione c’è tra il prezzo dei farmaci e il loro costo di produzione? A ben guardare, nessuna – e la questione, ormai lo sappiamo, sta tutta nei brevetti. Vittorio Agnoletto, nella sua veste di medico e leader della Lila, la Lega italiana per la lotta all’Aids, fa l’esempio dell’infezione da Hiv, il retrovirus responsabile dell’Aids: su 42 milioni di persone infettate (sieropositive) in tutto il mondo, 38 milioni non hanno accesso ai farmaci che possono rallentare e rendere meno penosa la malattia per il semplice motivo che in molti paesi i sistemi sanitari nazionali non possono permettersi di distribuire il trattamento ai loro utenti perché costa troppo. Quei 38 milioni si trovano, manco a dirlo, in paesi del Sud del mondo e dell’est europeo, e in particolare (29,5 milioni) in Africa. Né si tratta solo di Aids, perché malattie curabilissime come la tubercolosi o la malaria o la semplice diarrea continuano a mietere vittime per lo stesso motivo. Restiamo all’esempio dei farmaci anti-Aids: la terapia con uno dei cocktail più usati (Stamudina, Nevirapina e Lamidruvina) può costare tra 7 mila e 11 mila dollari all’anno, mentre lo stesso trattamento prodotto dalla indiana Cipla fuori brevetto è sul mercato per 350 dollari – con in più il vantaggio che i tre farmaci sono combinati in una sola pastiglia (vedi il manifesto del 16 aprile). Ma le norme internazionali di protezione dei brevetti impediscono a un paese di comprare “generici” a basso costo da chi è in grado di produrli, pena incorrere nelle ire dell’Organizzazione mondiale del commercio… La battaglia contro i brevetti sui farmaci però non riguarda solo i paesi “poveri”: anche noi paghiamo i farmaci in modo spropositato. “Non è solo una questione di solidarietà con i paesi del Sud, c’è un interesse comune a combattere la regola dei brevetti”, dice Vittorio Agnoletto. “Le case farmaceutiche sostengono che se permettessero ai paesi del Sud di produrre, esportare e comprare generici loro non riuscirebbero a finanziare la ricerca. Ma non è vero”. Primo: il peso dell’Africa nel mercato mondiale dei farmaci è irrilevante, l’1 percento; l’Asia conta per il 7 percento, mentre Europa, Nord America e Giappone sono l’84 percento. Secondo, “tra i costi dichiarati dalle aziende farmaceutiche conta più il marketing della ricerca”. Lo dice un’indagine dell’associazione Usa Families, secondo cui nel 2001 le 9 maggiori aziende farmaceutiche mondiali avevano speso 45,5 miliardi di dollari in pubblicità e 19 miliardi in ricerca. il 20% circa va in ricerca, tra il 30 e il 39% in marketing presso i governi e i sistemi sanitari occidentali. E poi: “Il magazine finanziario Fortune ha guardato i profitti delle prime 500 aziende al mondo di qualsiasi settore, e poi quelli delle aziende farmaceutiche: ebbene, negli ultimi dieci anni le case farmaceutiche hanno dichiarato profitti 5 volte e mezza più alti della media delle top 500. Se poi guardi gli stipendi dei manager delle 9 maggiori aziende, escluse le stock options la media annuale è di 20,9 milioni di dollari all’anno – se aggiungi le opzioni azionarie siano a 47,9 milioni di dollari all’anno. La Pfizer afferma che in sei mesi di vendite ha recuperato le spese di ricerca e produzione del Fluconazolo: ma il brevetto dura vent’anni, dunque ha 19 anni e mezzo di puro guadagno”. Insomma, “da un lato hai profitti smisurati, dall’altro hai prezzi tali che il diritto alla salute è negato”.
Bisogna “almeno equilibrare i profitti delle aziende con il diritto alla salute”, dice Agnoletto. In pratica, afferma, bisogna limitare la durata dei brevetti e “rendere operativa l’eccezione sanitaria”. Si tratta dell’accordo raggiunto presso il Wto nell’agosto 2003 che permette ai governi di importare farmaci generici al minor costo possibile per i sistemi pubblici in casi di emergenze sanitarie – ma con limitazioni tali da renderla vana, il permesso va chiesto di volta in volta al Wto ed è condizionato al nulla osta del proprietario del brevetto… Insiste: non si tratta di “donare” farmaci o fare qualche sconto al terzo mondo, bisogna cambiare le regole commerciali che permettono prezzi alti.
(il titolo è nostro – sito della Libreria delle Donne di Milano)
Da “L’antieroe che viene dal vuoto”
Ida Dominijanni
…… Non resta che invertire questa logica e questa retorica. Sgonfiare i muscoli, non per debolezza ma per decisione; senza irrigidirsi e senza piegarsi, senza fermezza e senza trattative, ma lasciando il tavolo della guerra e provando a riaprire la partita della politica e a ripopolare il mondo di uomini senza qualità. Genere Zapatero, l’antieroe.
La marcia su Roma del continente nero. Solidarietà capitale.Centomila in piazza
Cancellazione del debito, stop alla vendita delle armi, farmaci gratuiti, tutela dei diritti umani, aiuto allo sviluppo. Con questi impegni si è chiusa ieri la manifestazione “Italia-Africa” promossa dal Sindaco e dall’associazionismo. Un lungo corteo per disegnare il volto della nuova Europa
Geraldina Colotti
Si è conclusa ieri con un corteo da Piazza Barberini a Piazza del Popolo la manifestazione “Italia-Africa” organizzata dal Comune di Roma e dalle associazioni che, da inizio aprile, hanno promosso iniziative. Sotto un cielo piovoso che per tutto il percorso concederà inattese schiarite, sfila l’Africa per le strade di Roma. “Abbiamo trovato 100 miliardi di dollari per la lotta al terrorismo – ha detto il Sindaco – ne basterebbero 10 per combattere aids e povertà”. Il dramma dell’aids, Noerine Kaleeba, attivista ugandese dell’Organizzazione non governativa Actionaid International l’ha vissuto da vicino: “Mio marito – racconta – è morto di Aids. Vent’anni fa ha contratto il virus dopo una trasfusione di sangue infetto in un ospedale privo di attrezzature. Dopo, oltre al dolore ho vissuto l’ostracismo”. Da allora, Noerine ha deciso di impegnarsi “per fare prevenzione” nelle unità mobili dell’organizzazione: “Vado nei villaggi – dice – e parlo alle ragazze. Da noi hanno vita sessuale precoce, vanno informate subito, anche perché i loro tessuti giovani sono più vulnerabili”. Neanche la pioggia battente fino a mezz’ora prima ha messo in forse la manifestazione. A Piazza del Popolo saranno almeno 100.000. Questo spicchio di mondo venuto a dire che l’Africa è “un pezzo d’Europa” – un pezzo da accogliere e non da sfruttare – è un grande risultato. “Italia Africa, stesso cammino”. Le parole di chi vive con meno di un dollaro al giorno danno un volto alle cifre dell’esclusione. “Avete idea di quel che significhi stare tutto il giorno chino su un campo di cotone? Da noi sono pochissimi quelli che possono permettersi un trattore”, chiede François Traoré, del sindacato dei produttori di cotone in Burkina Faso, invitato da Crocevia. Giunto in Piazza in serata, il segretario Ds Fassino annuncerà di aver stipulato un accordo con una cooperativa del Burkina-Faso. Con un investimento di 600.000 euro verrà costruito un centro di assistenza per le donne vittime di mutilazioni genitali.
“Sono del Mozambico”, dice un immigrato. E sorride indicando un cartello: “I ricchi sempre più ricchi i poveri sempre più poveri”. E in una Piazza del Popolo gremita malgrado la pioggia, il presidente mozambicano Joaquim Alberto Chissano affermerà: “abbiamo una nuova coscienza del nostro destino, che cambierà perché il popolo africano lo vuole”, e chiederà ai governi europei di cancellare ogni debito dei paesi africani. “Il futuro dell’Africa è nero” recita il cartello di Amref, la fondazione africana per la medicina e la ricerca. “L’Africa deve fare come Sankara”, è la scritta che un uomo porta al collo. Poco distante, Mamadou regge una bandiera della Fiom. Ha 37 anni ed è senegalese. Lavora alla catena di montaggio in una fabbrica a Bassano del Grappa “Sono musulmano e sono qui per non sentirmi solo – dice – Il mondo ricco va avanti senza l’Africa e a forza di guerre. Dovete pensare a un tubo d’acqua che va verso una montagna. Noi ci troviamo in cima, il rubinetto sta sotto e quando viene chiuso non ci arriva neanche una goccia”. Dietro le numerose bandiere della Cisl volti d’Africa di ogni generazione. Abdel, Kadija, Abdellah hanno 12, 17 e 18 anni. Vengono dal Marocco e parlano con uno spiccato accento genovese “Siamo musulmani – dice Abdellah – a Lecco ci troviamo bene. Ma pensiamo anche a chi, in altri paesi soffre. La mamma è mediatrice culturale, ha conosciuto la Cisl e per questo ci siamo messi qui: per dire a Bush e a Berlusconi che se fanno le guerre ci rimette il mondo”. Interviene Abdel, il più piccolo: “Hanno detto che in Iraq c’erano armi e non era vero. Ma se volevano il petrolio, non potevano comprarlo con i dollari?” Nello spezzone del Wwf, Lorenzo, 14 anni, romano, dice di “condividere gli ideali della Sinistra giovanile”. E s’infervora contro “Bush e il suo lacchè Berlusconi”. Dietro lo striscione dell’Unicef, i bambini chiedono pace e solidarietà. Solidarietà concreta che si mette in rete, dall’Africa lontana a quella dietro casa. Come nella “campagna Sudan” illustrata da Riccardo Troisi del Punto Pace di Pax Christi e Rete Lilliput. Un progetto di “pacificazione dal basso”, chefornisce supporto alle associazioni in loco “Il successo di Italia-Africa – dice Troisi – è anche dovuto al Comitato cittadino della cooperazione decentrata, un luogo di scambio tra associazionismo nazionale e internazionale sui temi dell’ambiente, della povertà, della pace, che si è formato un anno fa e poi ha lavorato sul territorio”. Da quel lavoro, da Piazza del Popolo, dall’Hotel Africa che pone urgenze concrete, nasce ora la domanda su cosa fare dopo.
Ciò che scrivo di seguito ha come cornice questo secondo convegno organizzato dal Cesp, un tempo di riflessione e di confronto che si propone non come parentesi tra le lotte, ma come parte di esse, e naturalmente il grande movimento che ha preso forma in questi ultimi mesi a partire dalle scuole elementari, per cui mi sento ora ancora più orgogliosa di essere una maestra.
L’argomento del convegno, Non abbiamo tempo pieno da perdere, invita a pensare in più direzioni – per esempio quella del rapporto tra tempo e crescita, tra bambini e bambine e tempi di esperienza, tra noi adulti che ci occupiamo di loro e ciò che possiamo fare accadere nelle classi; io scelgo di seguirne una, e cioè di dare voce agli intrecci tra le maestre che siamo e la scuola che abbiamo fatto finora.
Scelgo di parlare al femminile, le maestre, perché le maestre sono il novantacinque per cento della scuola elementare, senza nulla togliere a Gianluca, Gabriele, Andrea e Franco, maestri che ho conosciuto e che stimo, e agli altri che fanno questo mestiere con grande impegno e investimento emotivo e intellettuale. E dovendo più a loro che a noi l’essere qui in un contesto pubblico a parlare di scuola elementare, perché come maestre non abbiamo mai amato dialogare con la scena pubblica. Ma voglio che la lingua esprima quello che è, sapendo che ciò è importante sempre e soprattutto quando si vuole riflettere.
La prima vera preoccupazione che io abbia mai avuto da che ho iniziato a insegnare – una sorta di sentimento di incertezza, precarietà, non corrispondenza, e di lutto, per la scuola come è stata e come io l’ho fatta finora – l’ho provata alcuni mesi fa, quando mi sono resa conto che la nuova proposta di riforma scardinava alcune di quelle condizioni che negli ultimi trent’anni hanno fatto sì che noi maestre elementari abbiamo potuto fare una buona scuola. Tutor, frantumazione dei tempi e forse anche del gruppo classe, anticipo, abrogazione del tempo pieno: ciò che portano con sé queste “novità” sono un’atmosfera di fondo, un’idea di base, una prospettiva che taglia con ciò che abbiamo fatto fino a ora. Taglia senza indugi, come se niente fosse, come se non ci fosse nessuno veramente nelle scuole elementari, non veramente donne per la maggior parte, e uomini, che spendono la loro vita dedicandosi a questo mestiere, non veramente bambini e bambine che ancora oggi sono quello che sono e cioè appartenenti a quella fase della vita che ha delle caratteristiche tutte e sue e non si può ridurre ad altro, se non a costi umani altissimi.
Il tempo pieno è lo strumento che abbiamo accordato in questi trent’anni per fare una buona scuola e per vivere bene a scuola. Così è, molto semplicemente.
A me ha permesso di attraversare un periodo storico, quello degli anni Ottanta e Novanta, esercitando un mestiere che non presupponeva grandi fratture con la mia vita personale, non presupponeva una scissione problematica tra il mio desiderio di lavorare bene, di fare cose con senso, di partecipare alla vita della società contribuendo al bene comune, nonostante la tornata cognitivista e gli “attacchi” a un’organizzazione sensata, per esempio il dimezzamento delle ore di contemporaneità. Mi ha permesso di stare nell’eredità delle grande sperimentazioni degli anni Sessanta e Settanta da cui deriva il modello di scuola del tempo pieno, di starci imparando il senso della condivisione, della collegialità, del fare pratico, del fare immaginativo, del lasciare spazio al corpo.
A partire da quell’eredità negli anni ho visto le maestre che siamo continuare nella scelta della condivisione, della collaborazione, di grandi eventi culturali, legati all’interculturalità, alla pace, alla presa di consapevolezza di chi si è e chi sono gli altri e cosa possiamo fare insieme, insieme ai nonni e alle nonne, agli anziani del paese, agli extracomunitari, ai nostri vicini compagni delle scuole materne e delle medie. Tutti eventi organizzati coinvolgendo decine e decine di bambini e genitori, non più io credo per adesione a una visione del mondo che aveva una traduzione in un movimento politico, ma per risonanza.
Risonanza a che cosa? Io credo che abbiamo sentito risonanza con il nostro compito di stare vicino all’inizio.
Se lo dico così il mio mestiere, e quello di chi lavora nella scuola materna-d’infanzia, prende la forma che io sento che ha, di un mestiere di grande respiro, un mestiere che porta con sé un profondo significato simbolico sociale e culturale.
Stare vicino all’inizio sembra facile, ma non lo è. Perché? Perchè presuppone di rimanere in contatto con le cose essenziali, di base. Significa accompagnare le bambine ei bambini in un percorso in cui si giocano cose elementari, ma che appartengono all’ordine delle fondamenta, cose intorno alle quali tutto si ordina, prende senso e progredisce. Cose da poco? Chi ha il coraggio di dirlo… eppure per la nostra società sapere stare vicino all’inizio è tutto fuorché interessante.
Stare vicino all’inizio significa stare nel contatto, è dal contatto col corpo culturale dei bambini che le maestre sanno, sanno cosa fare, se di mattina o di pomeriggio, sanno quando aspettare perché qualcuno è assente, sanno quando è necessario dare una mano, o chiedere consiglio quando le vicende si complicano. Sanno dialogare con le loro passioni legandole alla didattica, che è un oggetto duro, in mezzo a tutto quel ben di dio che è l’intelligenza morbida, sfumata, sfrontata, leggera e spietata dell’infanzia, quella didattica che a volte sfugge, e sfugge via anche dai corpi bambini.
Saper stare vicino all’inizio: all’inizio c’è affetto e conoscenza, affetto e sentimento, affetto e emozioni. Stare nel movimento che si produce nella vicinanza a tante piccole creature e al loro esserci affettivo, quell’esserci nel sentimento della conoscenza, è questo che ha imparato chi fa bene la maestra. Per stare lì, stai in contatto con la tua vita, con te stessa, prima e di più che con le competenze tecniche.
Noi maestre e maestri ora siamo scesi in piazza, abbiamo invaso la Rete, penso qui a quello che sta succedendo nel sito di Rete Scuole, abbiamo tenuto assemblee, per dire no a questa riforma e insieme alle bambine e ai bambini e ai loro genitori stiamo dicendo pubblicamente in varie situazioni perché la scuola elementare funziona.
Io lo dico così: la scuola elementare funziona perché le maestre non praticano il mestiere ad arte, lo praticano con arte.
Le maestre non c’entrano quasi niente coll’essere professioniste. Le maestre sono molto di più. E molto di meno. Ed è attraverso questo più e questo meno che le maestre lasciano passare gli entusiasmi, i coinvolgimenti e l’esserci che distingue l’essenza del nostro lavoro da quello di chi insegna negli altri ordini di scuola. Le maestre sono donne che vanno e vengono da corsi, letture e partecipazioni a eventi sociali e culturali: vanno – ricevono, prendono, si infervorano – e vengono-tornano a scuola filtrando tecniche e approcci e specialismi attraverso l’intelligenza dello stare in presenza dell’infanzia.
Ma per praticare un mestiere come il nostro con arte abbiamo bisogno di uno spazio simbolico e concreto. Lo spazio che ha tutte e due queste caratteristiche è quello che si crea intorno all’essere in due, alla collegialità, alla collaborazione, alla corresponsabilità, all’avere un tempo generoso a disposizione. Quello spazio ora è messo completamente in discussione dalla nuova Riforma.
Ma i bambini non chiedono a noi un portfolio, o attività opzionali, o di essere tutorati: chiedono a noi di esserci, prima di tutto, stando lì al loro fianco, presenti con tutto il carico e la leggerezza della nostra e della loro storia. Quell’esserci è un elemento strutturale della relazione a scuola con i bambini e le bambine. Sentirsi chiamate in causa: è questo che per noi ne consegue, e di questa chiamata a esserci fa parte anche la fatica del fare la maestra. Per esserci a fianco dell’infanzia, abbiamo fatto scuola finora sporcandoci le mani, nei laboratori, nelle attività teatrali, nelle invenzioni del momento, nei pasticci dei bambini.
Le maestre sono donne che si sporcano le mani. Si sporcano le mani per il sapere. Per accompagnare le creature piccole a padroneggiare alcuni strumenti della nostra cultura. E’ indispensabile sporcarsi le mani se si è maestre, perché la materialità, la corporeità, la fisicità – della materia, in senso lato e duplice, della voce, del contatto, dello sguardo – sono la dimensione delle bambine e dei bambini con cui stiamo per quattro o sei ore al giorno per cinque anni. Il pensiero si muove dentro di noi e circola fuori di noi molto diversamente se la partenza è la mente, il ragionare, l’intellettualizzare, o se si parte dal corpo, e quindi dall’esserci affettivo, emotivo, con sentimenti e intuizioni e sensibilità…. Con le mani manteniamo un contatto intelligente con l’esperienza, e ciò che guadagniamo dall’esperienza lo manipoliamo subito dopo per farlo diventare di nuovo materia, come quando si cucina. Ed è di questa pasta che è fatto il nostro sapere.
Le nostre voci ora stanno contribuendo al passaggio che si può avere dall’esperienza diretta al sapere, e cioè al passaggio dall’esperienza di stare vicino all’inizio (all’inizio dei percorsi, all’inizio della vita, all’esperienza più che alla teoria) al sapere che può derivarne e di cui potrebbe fare tesoro la società, una società interessata al rapporto tra generazioni, non dimentica che il mondo è fatto ogni giorno da noi bambini-adolescenti-adulti, che siamo un po’ tutto, un po’ tutto assieme.
Gregory Bateson conclude uno dei suoi libri con una domanda: come insegnanti siamo saggi?
Io dico che sì, come maestre siamo sagge.
Cara Ministra, cara società, per dare una buona nuova forma alla scuola, non avete che da ascoltarci.
Come in ogni settore della società, il lavoro di ricerca subisce una crescente precarizzazione: si tratta di un fenomeno strutturale e niente affatto accidentale. Non bastano più i 20 anni di precarietà, tra la laurea e il post-dottorato, che precedono il riconoscimento del benché minimo statuto professionale: i contratti stabili sono ormai così rari che sempre più “ricercatori precari” alternano, o addirittura sommano, contratti a tempo determinato nel pubblico o nel privato, il sussidio di disoccupazione e il reddito minimo di inserimento (Rmi). Quanto agli intermittenti dello spettacolo, che in troppi, viene spesso affermato, approfittano del sussidio di disoccupazione, oltre un terzo di loro non beneficiava più del regime speciale del sussidio prima ancora che esso fosse riformato. Le riforme che colpiscono intermittenti e ricercatori istituiscono un’unica possibilità di vita basata da una precarietà senza diritti che ci rendono sottomessi alle scelte dei datori di lavoro, sia pubblici che privati.
Oltre alla precarizzazione imposta alla nostra attività, denunciamo la distruzione dei diritti collettivi che ne garantiscono la libertà.
Politiche del controllo
La distruzione dei diritti collettivi si accompagna ad una politica di controllo sui saperi. Tale controllo è diretto nel caso della ricerca, ove le direttive nazionali ed europee fissano l’orientamento della ricerca e in cui la specificità dei finanziamenti vieta ogni ricerca fondamentale che non sia giustificata mediaticamente o finanziariamente. Il rapporto Belloc, che ispira la riforma dello statuto dei docenti-ricercatori (che finora godevano di una certa libertà di ricerca, in cambio dell’obbligo di 192 ore di lezione all’anno), suggerisce di punire con ore di lezione supplementari le ricerche che non seguono gli orientamenti tematici predefiniti. Il controllo sul tempo e sulle attività è complementare al controllo sui saperi.
La “tematizzazione” delle linee di ricerca adotta lo stesso sistema delle sovvenzioni dell’eccezione culturale. L’obiettivo è la sopravvivenza di pochi “poli di eccellenza” ben controllati, al fianco di una ricerca e di una cultura direttamente spendibili sul mercato, attraverso gli orientamenti tematici imposti dallo stato nel caso della ricerca pubblica, e le sovvenzioni discrezionali per la cultura. Noi rifiutiamo questa cosiddetta ricerca d’eccellenza tanto quanto questa cultura dell’eccezione. Rifiutiamo la scelta tra le leggi del mercato e l’eccellenza sotto controllo.
Forme di vita
Ciò che accomuna noi, ricercatori e intermittenti, oltrepassa la produzione del sapere e del sensibile. E’ un particolare rapporto con il tempo, non riducibile a quello del lavoro (grazie ad uno statuto specifico per gli uni e ad un regime di sussidi per gli altri); sono le pratiche quotidiane, le forme dell’esistenza. Le riforme che ci colpiscono vogliono controllare la nostra produzione, ma anche le nostre temporalità, soggettività, scelte di vita.
Esse segnano la fine di una certa apertura delle professione “intellettuali”, iniziata negli anni `70 con la crescita numerica di professori, ricercatori, artisti, giornalisti, fotografi, etc. Mentre operano una selezione sui saperi, tali riforme selezionano gli individui che hanno accesso alla formazione, agli strumenti di produzione e di diffusione, alla possibilità di esercitare tali attività.
Intermittenti e ricercatori non vogliono solo difendere uno statuto, ma anche rivendicare la possibilità di produrre conoscenza secondo le proprie temporalità, di poter scegliere le modalità della cooperazione.
La difesa dei beni comuni
I risultati dell’attività intellettuale sono dei beni comuni. Ma bene comune è anche ciò che produciamo tutti insieme, che nasce, vive e muore nella nostra quotidiana cooperazione. Ricercatori senza statuto, artisti con l’Rmi, critici a cottimo, spettatori, studenti, pazienti e profani: le azioni individuali, l’attività intellettuali e le relazioni affettive tessono l’immaginario sociale e le sensibilità dell’Altro.
Il tempo trascorso a ricercare, a sognare, a sperimentare, a non far nulla, a parlare, non appartiene ad artisti e ricercatori: è semplicemente un patrimonio dell’umanità; è parte della nostra intelligenza collettiva. In nome di tale intelligenza collettiva, di questo bene comune inalienabile, esigiamo una reale apertura della scienza alla società. Da qui, per noi, la rilevanza dell’accesso alla cultura. La questione della produzione e della circolazione dei beni comuni – conoscenza, cultura, informazione, salute, insegnamento – è una questione pubblica per eccellenza. Non riguarda cioè solo coloro che producono per mestiere un bene comune: sopratutto è un tema che coinvolge i destinatari di quei beni comuni. Mentre le politiche “professionali” oppongono il produttore al consumatore, noi affermiamo che tra ricercatore e contadino, tra malato e medico, tra spettatore e intermittente, tra studente e professore è possibile costruire rapporti di cooperazione e di coproduzione. I malati di Aids ci hanno già mostrato come le ricerche sull’Hiv non potevano fare a meno né della loro conoscenza né della loro collaborazione.
Le scelte politiche che riguardano insegnamento, cultura, ricerca e salute non riguardano solo le condizioni di lavoro, le retribuzioni di chi li produce, le conoscenze sviluppate, ma anche e soprattutto i fruitori, il loro diritto all’accesso e alla conoscenza, alla cultura, all’informazione, il costo che devono pagare per accedervi e i contenuti di ciò che imparano, guardano, ascoltano. E non possiamo nemmeno separare la produzione e la circolazione delle conoscenze dalla questione della distribuzione della ricchezza poiché, nelle nostre società, esse rappresentano strumenti di potere che decidono l’accesso o l’esclusione sia dai saperi che dalle ricchezze materiali.
Un sociologo ci fa notare che nel corso della vostra vita, si trascorrono 33.000 ore a scuola, 63.000 al lavoro e 96.000 davanti alla Tv: “Ciò significa che la speranza di vita guadagnata dopo l’apparizione della Tv, la passerete davanti al televisore”. E’ positivo che il tempo di vita guadagnato grazie alla ricerca medica o alla riduzione del tempo di lavoro venga trascorso davanti a un televisore?
Di fronte a questi nuovi dispositivi di controllo del nostro tempo, delle nostre nostre vite, decidiamo d’ora in poi di opporre lotte trasversali, articolate da un comune rifiuto; realizziamo una contaminazione in cui si affermino, contro i loro deserti, i nostri mondi.
*** Testo collettivo prodotto nelle riunioni tra intermittenti, insegnanti, ricercatori, precari all’interno della commissione scuole, pubblicato in L’Interluttant e di prossima pubblicazione in Les Inrockuptibles.
Visita alla Cipla, industria farmaceutica indiana: da Gandhi e Nehru alla legge contro i brevetti, fino alla contemporanea battaglia contro la “proprietà intellettuale”, una storia intrecciata all’idea di autosufficienza e bene pubblico
Marina Forti
Nella saletta dove riceve gli ospiti, il signor M. K. Hamied mostra le foto di suo padre con il Mahatma Gandhi e con Nehru, guida del Congresso Nazionale Indiano e poi primo premier dell’India indipendente. Una foto ritrae Gandhi, avvolto nel panno di khadi bianco che lui stesso filava, in visita ai Laboratori Cipla nel 1939: allora era la prima e unica azienda farmaceutica indiana. Ad accoglierlo c’era K. A. Hamied, il fondatore dei Laboratori e padre del nostro interlocutore, insieme alla dottoressa Sushila Nayar, biochimica che ha avuto parte importante nell’avviare quest’impresa. Oggi la Cipla è nota per produrre ottimi farmaci “generici” a una frazione del costo imposto dalle grandi case occidentali, e conduce una battaglia contro monopoli e brevetti. E in questo è coerente con una storia che torna indietro appunto agli anni `30 del Novecento, quando la famiglia Hamied era parte di quell’élite nazionalista che lavorava per un’India non solo indipendente ma anche autosufficiente e attenta al suo sviluppo sociale. I “Chemical Industrial and Pharmaceutical Laboratories”, Cipla, sono nati a Bombay nel 1935 per iniziativa del dottor Khwaja Abdul Hamied appena tornato da Berlino, dove si era specializzato in chimica. “Fondare un’azienda era un po’ una follia allora, anche perché mio padre non aveva capitali: raccolse i soldi tra parenti e amici, vendette i gioielli di famiglia. Ma aveva un’idea, e coraggio”, dice il signor M. K. Hamied (uno dei due figli del fondatore: il fratello è il presidente dell’azienda). “La prima svolta è arrivata con la guerra, quando le vie marittime erano insicure e i farmaci non potevano arrivare facilmente dal Regno Unito: l’unica azienda che poteva produrli in India ha avuto un grande vantaggio”. Così quando l’India è diventata indipendente, nel 1947, la Cipla era ormai un’azienda solida, produceva nel vecchio laboratorio nel centro di Bombay ma cominciava a espandersi – è del 1951 l’edificio dove ci troviamo, costruito accanto a quello originario, oggi sede degli uffici centrali.
I farmaci più costosi del mondo
Il problema era che i farmaci indiani erano costosi, e il motivo stava nei brevetti. “Tutto ciò che producevamo era sotto brevetto britannico”, spiega il signor Hamied, “e il risultato era che i nostri farmaci erano i più cari del mondo, come dimostrerà un’indagine del Congresso degli Stati uniti nel 1965. Era l’epoca in cui nel mondo arrivavano i primi antibiotici, ma l’India non poteva permetterseli”. Negli anni `60 si è sviluppato dunque in India un movimento d’opinione contro i brevetti: ha mobilitato deputati, forze politiche, case farmaceutiche, il sistema sanitario, organizzazioni della società civile. Furono istituite commissioni parlamentari di indagine sul sistema sanitario e tutte puntarono il dito sui brevetti farmaceutici: argomentarono che un paese con (allora) oltre mezzo miliardo di abitanti, e malattie che facevano strage benché fossero curabili, doveva potersi permettere i farmaci che produceva. In quegli anni del resto l’India aveva preso diverse misure per espandere l’industria nazionale, lavorava per uno sviluppo tecnologico e scientifico autoctono, oltre che per l’autosufficienza alimentare. “Infine Indira Gandhi nel 1972 ha varato la nuova legge sui brevetti. L’India non riconosceva più brevetti sui prodotti farmaceutici, ma solo su certi procedimenti”. I brevetti sui medicinali, come del resto il cibo, erano aboliti.
L’abolizione dei brevetti
E’ stata la vera svolta. Diverse aziende farmaceutiche indiane sono nate allora. La Cipla si è trovata in buona posizione perché, spiega il dottor Hamied, aveva gli scienziati chimici e biochimici capaci di sintetizzare i principi attivi necessari a produrre diversi farmaci, e li vendeva ad altre aziende. “Le grandi multinazionali pensavano che non ce la saremmo mai cavata, non avremmo potuto fare altro che copiare i farmaci che avevamo già in produzione. Invece ce l’abbiamo fatta, anzi è stato un momento di boom. Abbiamo cominciato a fare dagli antibiotici agli aerosol per l’asma a tutta la gamma di farmaci contro malaria e tubercolosi”: il signor Hamid indica le vetrine che tappezzano la sala del ricevimento, un campionario completo, un’intera farmacia. “Le compagnie straniere restavano in India con i loro farmaci, solo che i nostri costavano molto meno”.
Oggi la Cipla ha 22 stabilimenti di produzione sparsi per l’India, occupa uno stuolo di giovani ricercatori e alcune migliaia di dipendenti. Ha centri di formazione, un centro per la ricerca di trattamenti antidolore per i malati terminali, un programma di educazione sull’Aids. Negli anni `80 i suoi stabilimenti sono stati ispezionati dalla Food and Drugs Administration degli Stati uniti (l’ente federale che controlla gli standard di medicinali e alimentari) e dall’equivalente organismo dell’Unione europea, e da allora ha cominciato a esportare.
Qui però si ripresenta il problema dei brevetti, in particolare da quando è entrata in scena l’Organizzazione mondiale del commercio: la Cipla esporta in paesi che non sono entrati nel Wto e non si considerano tenuti a onorare i brevetti, o paesi che sono nel Wto ma sono ancora nel periodo transitorio, il periodo di grazia prima di doversi adeguare alle norme di protezione dei “diritti di proprietà intellettuale”. O in paesi dove il mercato è così piccolo che le case farmaceutiche occidentali non si prendono la briga di intervenire…
Negli anni `80 però è entrato in scena anche l’Aids, e poi sono arrivati sul mercato farmaci che possono allungare in modo considerevole la vita dei malati di Aids, e renderla meno penosa. “Quando è comparso l’Azt abbiamo cominciato anche noi a produrlo perché ci sembrava un virus in espansione, anche qui in India”. L’Azt è stato presto soppiantato da altri farmaci, usati in cocktail che hanno cambiato la vita dei malati di Aids nei paesi occidentali. E hanno di nuovo messo in luce il problema dei brevetti.
Fece clamore nel 2000 la causa legale intentata da un cartello di 39 aziende farmaceutiche contro il governo del Sudafrica di Nelson Mandela, dove una legge nazionale dava il diritto al servizio sanitario di acquistare farmaci “generici” sul mercato internazionale per fare fronte a un’emergenza pubblica: e l’infezione da virus Hiv era di sicuro un’emergenza di salute pubblica. Il processo aperto a Pretoria, con proteste pubbliche mondiali, procurò una pessima pubblicità alle multinazionali farmaceutiche (che infatti poi ritirarono la loro causa) ed espose al mondo intero la realtà dei fatti: il trattamento-tipo per un malato di Aids è troppo costoso per diventare universale nei paesi poveri, e il suo costo astronomico è dovuto solo ai brevetti. Ad esempio: la terapia combinata di Stamudina, Nevirapina e Lamidruvina, una delle più diffuse, può costare da 7mila a 11mila dollari all’anno. La Cipla produce i tre farmaci, anzi li ha combinati in una sola pastiglia che chiama Triomune, ed esporta il trattamento per un anno al costo di 350 dollari (250 dollari per il mercato interno indiano). La differenza tra 350 e 11mila dollari sta tutta e solo nelle royalties percepite dalle case farmaceutiche proprietarie dei brevetti.
La guerra dei “generici”
Così la causa di “Big Pharma” contro il Sudafrica ha portato alla ribalta internazionale il nome della Cipla, una delle ditte che avrebbero potuto vendere i farmaci anti-Aids al paese africano. Ha portato alla ribalta anche l’esempio del Brasile, che è capace di produrre farmaci in proprio e ha deciso di farlo, sfruttando il periodo di grazia concesso dal Wto prima di dover onorare tutti i brevetti (il Brasile ha avuto successo nel fermare la diffusione del virus Hiv e nel dare cure a tutti i malati di Aids soprattutto perché ha un sistema sanitario basato sull’accesso universale: ma questo è un altro discorso). “In termini di mercato, l’Aids è cosa minore per l’industria farmaceutica: ma ha avuto grande risonanza emotiva e ha esposto il problema”, fa notare il signor Hamied, “il fatto è che Big Pharma è determinata a difendere i suoi brevetti”. In effetti, anche dopo che le aziende farmaceutiche hanno ritirato la loro causa, il governo sudafricano non ha cominciato a importare “generici”, dalla Cipla né da altri (le aziende farmaceutiche occidentali hanno invece cominciato a fare sconti drastici ad hoc a questo o quel paese africano). La pressione resta fortissima. Né vale solo per i farmaci anti Aids – malattie come la malaria, la tubercolosi o la dengue sono killer forse ancora più pericolose. La Cipla esporta con difficoltà: ad esempio in Camerun, Mozambico, Kenya, Thailandia, Uganda. “In Ghana abbiamo avuto un problema, esportavamo dei prodotti di cui la Glaxo rivendica il brevetto. Così hanno fatto pressione sul governo del Ghana e ci hanno impedito di esportare. Ora, due anni dopo, risulta che quel brevetto non era valido”.
L’adesione dell’India al Wto ha suscitato nuove polemiche, anche se non si può dire che oggi l’India veda la stessa mobilitazione civile che negli anni `60 aveva portato all’abolizione dei brevetti. Nel gennaio 2005 scadrà il periodo transitorio, e l’India dovrà allora ricominciare a onorare i brevetti (quelli registrati dopo il 1 gennaio 1995, quando sono entrati in vigore gli accordi generali sul commercio ed è stato istituito il Wto): ad esempio, la Cipla dovrebbe trovarsi a non poter più produrre il Triomune. Molti dei farmaci più diffusi risalgono a prima del `95, così l’effetto non sarà immediato: ma nel medio termine la ripercussione sul mercato interno indiano sarà devastante, dicono i dirigenti della Cipla.
“I prezzi saliranno a livelli europei, e questo significa che torneranno a essere proibitivi per gli indiani”, dice M. K. Hamied. Il signor Amar Lulla, che condivide con lui la carica di direttore esecutivo, rincara: “Nel 1972 le commissioni parlamentari avevano raccomandato di abolire i brevetti per garantire la salute pubblica: da allora nulla è cambiato nella situazione sanitaria generale del paese che possa giustificare di nuovo i brevetti”. I dirigenti della Cipla si battono per un sistema che chiamano “diritti automatici”, o “licenza obbligatoria”: “C’è un brevetto? Bene, pagherò le royalties dovute, ma devo avere il diritto di produrre quel farmaco. Un governo deve poter fare produrre i farmaci necessari al servizio sanitario. Invece ora non è solo questione di royalties, bisogna che il detentore del brevetto mi autorizzi a produrre”. La battaglia resta aperta.
da il manifesto
Gita Wolf ha fondato la Tara Publishing nel 1994, e in dieci anni la casa editrice (che ha sede a Chennai, vicino a Madras) è diventata una delle “piccole imprese” più ammirate del mondo, grazie allo splendore della grafica e delle illustrazioni di libri costruiti artigianalmente, spesso stampati a mano su carta fatta a mano, in cui si ritrovano tutta la tradizione visiva dell’India contadina, ma anche le sue leggende, i suoi personaggi, i suoi animali. Alla produzione per bambibni si sono aggiunte di recente la narrativa per adulti e memorabili libri dedicati all’arte e all’iconografia popolare indiana. Dal primo libro con le figure, una fiaba femminista intitolata Mala, all’ormai celebre Very Hungry Lion del 1995 al recente One Two Tree! , illustrato da Durga Bai, un artista tribale di straordinaria bravura, la Tara ha messo insieme un bellissimo catalogo che vende in dieci paesi, dall’Europa all’Australia, dagli Usa alla Corea (tra quelli italiani ci sono Adelphi, Corraini e MC). Nonostante i premi vinti e gli ottimi affari conclusi all’estero, però, la Tara è e vuole restare un editore piccolo, che si regge sulle idee e la collaborazione di un gruppo di amici affiatati ed è aperto a sempre nuove collaborazioni, incluse quelle venute da lontano.
La Tara, così artigianale e sofisticata, rappresenta un’eccezione o un’anomalia rispetto all’editoria indiana di oggi, oppure esiste una tradizione alla quale vi ricollegate?
Direi un’eccezione, se non proprio un’anomalia, perché gli Indiani urbanizzati sono soprattutto interessati a progetti che parlino di un’India futuristica e tecnologica. Ma nelle zone rurali passato e presente convivono e il disegno tradizionale ha ancora un ruolo importante. In passato, il disegno tradizionale non si è mai veramente sviluppato al di fuori dell’ambito della tessitura e non si è mai adeguato ai gusti e alle tendenze di oggi, per molte ragioni. Nelll’India libera e post coloniale, però, questa tradizione ha ripreso vigore. Lo sviluppo dell’illustrazione, comunque, da noi è storicamente limitato. La sua lunga stasi è dovuta anche al fatto che era appannaggio di determinate caste considerate davvero marginali. In tempi di estetica industriale, tuttavia, c’è stato un revival che fa un po’ pensare a William Morris, il socialista inglese vissuto nel XIX secolo, che fece rinascere una tradizione pre-industriale e artigianale capace di inserirsi nella modernità. Da noi riproporre questa tradizione significa anche combattere la scarsa immaginazione della borghesia indiana. Abbiamo recuperato questa tradizione visiva rurale e tribale a beneficio dell’infanzia, senza condiscendenza alcuna, nel segno dell’eguaglianza e dell’apertura nei confronti di qualsiasi cultura.
Realizzate splendidi libri fatti a mano: in Europa sarebbero oggetti per pochi, costosissimi e da collezione. In India è la stessa cosa?
I libri fatti a mano sono solo una parte della nostra produzione, facciamo anche dell’altro. Per quel che riguarda questi libri, va detto che sono molto apprezzati da bibliofili di ogni specie, inclusi molti appartenenti alle classi lavoratrici e artigiane che vi riconoscono i segni tipici della propria cultura, e alla classe classe media indiana, che solo in tempi recenti ha preso a considerare il libro un “oggetto culturale”. Il prezzo di libri così speciali non è alto, se si considera che sono il frutto di un grande lavoro in cui è impegnata molta mano d’opera. Gli artigiani che li stampano e li rilegano sanno di fare qualcosa di unico e sono fieri dei molti premi internazionali che abbiamo vinto e dell’attenzione che riscuotiamo. E per un bambino è importante possedere libri così belli, sapendo per di più che nascono dalla tradizione culturale del proprio paese e dall’impegno di tante persone.
Che cosa ne pensate dell’editoria “globalizzata” e massificata che oggi si rivolge ai ragazzi, creando fenomeni che coinvolgono il pubblico di tutti i continenti?
In India ci sono sette giganti editoriali che offrono libri a prezzi molto bassi e ricorrono a energiche strategie di marketing per promuoverli. Ma la globalizzazione ha anche un’altra faccia, per esempio ci dà la possibilità di intrattenere relazione produttive e creative con editori e illustratori non indiani. Mi sento davvero felice ogni volta che i nostri libri vanno in giro per il mondo, e di recente ho acquistato i diritti di una serie di comics giapponesi su Hiroshima, Barefoot Gen. Non ho nessuna obiezione contro questo tipo di globalizzazione. Sfortunatamente, lo strapotere delle grandi multinazionali dell’editoria tende a soffocare le differenze culturali, a omologarle. In molti paesi occidentali è davvero difficile essere un editore indipendente, la libertà è piuttosto limitata dalla presenza e dall’azione dei “giganti”. In India, per fortuna, al momento esiste ancora uno spazio per lavorare a modo proprio.