Cara redazione del sito,
questo articolo mi piace e ve la propongo perchè è la storia di un uomo che senza grandi atti di eroismo, con piccole azioni quotidiane, con le sue preziose relazioni di tutti i giorni e grazie all’amore verso una donna, cerca di cambiare il suo mondo in una situazione difficile come quella irakena.
Umberto Varischio
da il manifesto – Il volto dell’altra America
Da scudo umano a coltivatore, il percorso compiuto da Martin Edwards attraverso la guerra portata dai suoi compatrioti nel paese mediorientale. Con una inattesa conversione all’Islam e un matrimonio
Come un pacifista americano, sua moglie irachena e alcuni loro amici hanno vissuto la guerra e l’occupazione dell’Iraq; e perché adesso si trovano ancora lì, dando una mano come possono.
Quacchero della California, capelli argentei e occhi azzurri, ex agricoltore, giornalista e altro ancora, sempre ornato di spilla con la scritta «Create a nonviolent peace force», Martin era il più pratico e organizzato fra i trenta pacifisti dell’Ipt (Iraq Peace Team) che vivevano a Baghdad nelle settimane dei bombardamenti pre-occupazione, fra il marzo e l’aprile 2003. Americani, inglesi, coreani, canadesi, australiani, un’italiana. La più giovane di tutti era Un-Ha, gentile ragazza che a Seoul aveva rimandato il matrimonio pur di «stare con gli iracheni contro la guerra». La sua stanza era ingombra di cibo coreano impacchettato, portato chissà come via terra da Amman, e diventò meta di pellegrinaggio quando nell’hotel Al Fanar il menù cominciò a limitarsi al pollo e per i vegetariani rimanevano solo pane, marmellata di datteri e qualche cetriolo che sarebbe stato molto costoso se non l’avesse regalato di straforo Abu Ali, il factotum dal grembiule grigio.
Negozi e mercati aperti
Quando nell’hotel divennero più forti le voci sulla possibilità di un lungo assedio a Baghdad, Martin ebbe l’idea: si prese qualche ora di pausa dalle dolorose visite collettive agli ospedali e ai bombing sites, dove il gruppo andava a constatare per future denunce i misfatti della «coalizione dei volonterosi» (allora pensavamo che a conflitto finito tutto sarebbe stato sepolto dall’oblio, come dopo la prima guerra del Golfo, con quegli innumerevoli morti civili e militari iracheni sepolti vivi nelle trincee). Il quacchero trovò negozi e mercati aperti nella città immobile. Vi comprò melanzane, patate, cipolle, olio, lenticchie, riso, datteri e una pentola. Da allora cominciò a preparare cene collettive al lume di candela (il generatore dava luce solo al pianterreno) nella sua stanza, cui aveva dato un look da sopravvivenza bellica – la rete messa in verticale a proteggere da eventuali vetri infranti il materasso sul pavimento.
Martin era il più assiduo alla centrale di potabilizzazione di Al Mansour che gli attivisti dell’Ipt, pur non essendo scudi umani, avevano deciso di presidiare con turni diurni e notturni in omaggio alla convenzione di Ginevra che proibisce di centrare obiettivi civili vitali (nel 1991 erano stati rasi al suolo deliberatamente). Surreali quelle serate all’impianto, il tramonto che tutto intorno si confondeva con i fumi antiaerei e i funghi di bombe sganciate sugli iracheni da invisibili aerei; si cenava in picnic sull’erba intorno alle vasche dell’acqua, controllate dall’ingegnera Leila, foulard e aria stanca, e non mancavano la fontanella per bere, diversi gatti randagi e le provviste procurate da Martin, fra cui vera Nutella che causò qualche senso di colpa).
Il 9 aprile, quando all’improvviso si materializzano i carri armati americani, immobili e puntuti come scorpioni in attesa, Martin è il primo a decidere che con quelli, con i soldati, si deve parlare. Gli altri dell’Ipt sentivano di detestarlo leggermente quando diceva: «Adesso faccio public relations con i soldati». Ma si trattava di intendersi: public relations per un quacchero vuol dire cercare di capire e spiegare.
In quei giorni molti dei pacifisti partono; chi ha finito da un pezzo le ferie, chi i soldi, chi non sa davvero più cosa fare lì; e l’anima ispiratrice dell’Ipt, Kathy Kelly, va incontro al processo politico che le costerà oltre quattro mesi di carcere negli Stati uniti. Ma Martin vuol rimanere, e può farlo; per vivere gli basta pochissimo e ha qualcosa da parte che si farà mandare. Nel marasma generale restano anche due coreani, Un-ha e Song-Ji, la prima a far volontariato in un orfanotrofio statale senza più stato, dove per un mese paga il personale, aiutata a sua volta da un tassista iracheno che la affida a sua sorella vedova, cibo e ospitalità gratis. Il secondo coreano rimugina l’idea di un centro per la pace ma nel frattempo paga un camioncino per raccogliere i rifiuti nel fatiscente quartiere «New Saddam» (come si chiamerà adesso?).
Ben presto Martin prende dimora in un ospedale privato, aiutando come elogista, per gli acquisti e simili. Poche settimane dopo, di passaggio all’hotel Al Fanar, confida agli amici rimasti di essersi innamorato di una ragazza irachena: Amal («speranza»), una delle tante ingegnere civili di buona famiglia ora disoccupate. Lei trentacinquenne, lui sessantenne. Ma il problema è un altro: per sposarsi all’islamica, come lei esige perché è molto religiosa, lui deve diventare musulmano. E’ incerto… Poi scompare nuovamente nel vortice di Baghdad. E gli ultimi amici stranieri partono.
Quasi un anno dopo, in una lista di discussione, appare il messaggio di un Martin Edwards che dagli Usa scrive: «Sono tornato a Baghdad con mia moglie Amal e vi potrò dare una mano». E’ proprio lui? Certo: da Baghdad risponde che sì, si sono sposati con rito musulmano, lui studia l’arabo, va a pregare in moschea – che differenza fa, Dio è sempre Dio – e là ha molti amici, certo deliziati dall’idea di un americano convertito e antioccupazione. Nella sua «vita precedente», Martin aveva anche coltivato soia; così qualcuno l’ha messo in contatto con Plenty, una comunità-associazione statunitense che appoggia progetti nutrizionali, ora anche in Iraq.
I contatti con i pacifisti di casa, Martin li tiene attraverso un gruppo Yahoo e con articoli per giornali alternativi. Quanto ai connazionali occupanti… Un giorno di maggio Martin si trova a passare davanti al futuribile monumento ai martiri della guerra contro l’Iran. La polizia irachena che lo presidia – la zona è ora una specie di base militare – è ben disposta verso questo «giornalista americano musulmano», ma il militare statunitense lo manda via. Martin insiste: «E’ un monumento iracheno, vorrei fotografarlo». Risposta: «Questo adesso è il nostro monumento. Fila».
Nella tragedia di laggiù, Martin vive «da iracheno», molto più di tutti gli stranieri presenti, militari, funzionari occupanti, contractors, giornalisti, cooperanti di ong. Vive con Amal in un appartamentino, attorniato dai parenti di lei. La luce va e viene; per avere un po’ di refrigerio con ventilatori a pale e soprattutto per far funzionare il computer ha comprato un piccolo generatore. Anche l’acqua va e viene, ma ci sono i cassoni per accumularla.
Bere l’acqua dei canali
Invece, nelle campagne dov’è andato per la sua soia, Martin ha visto i contadini bere l’acqua dei canali di irrigazione. I contadini sono quelli che Plenty ha convinto, con un contributo, a riavviare in Iraq la coltivazione di soia, non geneticamente modificata; ma non più per gli animali, bensì per la diretta alimentazione umana. I semi provengono dal Centro di ricerca agricola di Dohuk e da una banca di semi biologici americana. Partner importanti del progetto sono l’Istituto iracheno per la nutrizione e la facoltà di agraria di Baghdad, dove il professor Sahouki decenni fa aveva sviluppato una proposta relativa al «latte» di soia; ma al regime non piaceva. Adesso, a coltivarla si è detto disponibile anche un allevatore di polli un po’ a disagio (e poi con quel caldo son sempre malati).
Intanto Martin ha ritrovato e coinvolto il giovane Salam, conosciuto un anno prima mentre l’iracheno organizzava con altri studenti il giornale Al Muhajaa.
Con semplici macchinari – costruibili anche in Iraq – dai fagioli di soia si ricavano latte, germogli, formaggio, crocchette, farina, dolcini, biscotti proteici. Ma… la soia: non sarà forse percepita come un’americanata in Iraq, l’ennesima? Plenty si è posta il problema e ha organizzato alcuni seminari preparatori con assaggi, per genitori, bambini, docenti universitari, lavoratori sociali, piccoli imprenditori, cuochi d’ospedale; tutti hanno espresso interesse e trovato che quegli alimenti sono anche adattabili ai gusti locali. Del resto il più proteico e bilanciato e versatile di tutti i legumi è ben più asiatico che yankee.
Agli inizi di aprile Martin era in giro per il nord, mentre i militari del suo paese martirizzavano Falluja. Peccato, perché in quei primi giorni, gli iracheni di Baghdad si affannano in moschee e chiese e ogni luogo a raccogliere aiuti per portarli a Falluja, sperando di evacuare feriti. Ma hanno bisogno di qualche straniero che accompagni i loro autobus, a mo’ di lasciapassare, per non essere rispediti indietro dai militari americani. Bussano a tutte le porte delle ong internazionali che hanno in loco dei cooperanti.
Ong asserragliate
Ma quelli non cooperano: asserragliati nelle zone più tranquille di Baghdad, non accettano di correre il rischio. (Dopo qualche giorno, come tutta Baghdad, manderanno a Falluja con aiuti il loro personale iracheno; ma hanno intanto perso un’ottima occasione per rendersi utili, in un paese per il resto così ricco di competenze umane che quelle straniere non servono proprio).
Disperati, gli iracheni bussano alla porta della giovane inglese Jo Wildings. Lei è in Iraq da mesi, fa spettacoli da circo (senza animali) con i bambini, come già in Bosnia, Serbia, Afghanistan. Jo si fa una semplice domanda – «chi ci va sennò?». E per risposta, li accompagna lei i bus iracheni a Falluja, sventolando il passaporto anglosassone. Più tardi, non si potrà più fare. Riescono a tornare vivi dall’inferno riportandone pazienti gravi. L’avrebbe fatto anche Martin, fosse stato in zona; e l’avrebbe fatto Song-Ji, il coreano, che si autodefinisce «primo pacifista a tempo pieno della Corea» (è sostenuto da un forte gruppo di appoggio laggiù). E’ tornato in Iraq da poche settimane e con Martin vuole costruire a Baghdad il primo «Centro di educazione alla pace».
Stefano Sarfati Nahmad
Caro Ignacio,
ho letto il tuo editoriale sull’ultimo numero de Le Monde diplomatique, che parla della violenza maschile. Presto sempre attenzione alle pagine della cronaca, qui in Italia, che raccontano di episodi in cui un uomo ammazza una donna, magari a volte anche i figli, o i parenti di lei, o il suo amante. Quasi sempre, dopo l’omicidio l’uomo si ammazza oppure si consegna alle autorità, cosa che ci fa capire che si tratta di uomini disperati, distrutti dal loro rapporto con la donna dalla quale evidentemente si sentono schiacciati. Ogni volta che ho letto questi articoli mi sono un po’ emozionato, mi sono un po’ sentito toccato nel mio intimo, ho sempre pensato che in qualche modo questa notizia mi riguarda e quando mi lascio andare con un po’ di coraggio a una sincera autoanalisi, ripenso a tutte quelle volte che ho provato anch’io una rabbia che facevo fatica a contenere, alle mie reazioni quanto meno ineleganti ma spesso proprio scomposte o addirittura aggressive davanti a donne più brave e disinvolte di me. Quanto lavoro su di me ho dovuto fare per godermi la relazione con mia moglie, una donna che fa meglio di me quasi tutto e in più ha messo al mondo nostro figlio, andando a lavorare anche il giorno prima del parto. È difficile essere uomini di questi tempi. Ma non per te. Per te si tratta di uno dei tanti problemi sociali che abbiamo in Europa e che, come tale, va affrontato con nuove leggi. Nuove leggi, ti rendi conto? Cari signori disperati che vorreste strangolare con le vostre mani vostra moglie, ormai uscita completamente dalla vostra sfera di influenza, che riesce a divertirsi senza di voi, ha altri interessi, altre relazioni mentre voi restate a casa depressi e ubriachi: da domani sarà vietato essere violenti tra le mura domestiche; stanzieremo un miliardo di miliardi, faremo un numero verde inter-europeo, costituiremo un ufficio speciale, con un presidente e un vicepresidente, cinque persone in ogni paese europeo che si occuperanno di questo problema… Ma se sono proprio i paesi nordici, dove abbondano le leggi sul diritto di famiglia, sulle pari opportunità, ecc. i paesi dove avvengono il maggior numero di queste violenze, non ti pare che le cose dovrebbero essere affrontate diversamente? Tu in realtà stavi per centrare il punto ma l’hai mancato, quando hai scritto che il privato è politico. Non è il privato ma il soggetto a essere politico. (“Il personale è politico”, dicevano infatti le femministe.) Sei tu, sono io, sono tutti gli uomini, che nella loro soggettività faticano a sostenere quotidianamente relazioni con donne, perché le donne sono cambiate. Per cui, caro Ignacio, temo che non basti più legiferare: quel che noi uomini adesso dobbiamo fare è mettere in gioco e nella politica la nostra soggettività, così com’è oggi e come vuole essere domani.
Le violenze contro le donne, commesse da << partner intimi di sesso maschile>>, hanno dimensioni allucinanti. Tra le cause di morte delle donne di compresa tra i 16 e i 44 anni, le brutalità commesse tra le mura domestiche sono in testa alle statistiche, prima degli incidenti stradali e del cancro…
di Ignacio Ramonet
A seconda dei paesi, la percentuale delle donne vittime di sevizie varia dal 25 al 50% circa. In Portogallo ad esempio, le donne che dichiarano di aver subito violenze da parte del marito, amante o convivente sono il 52,8%. In Germania, ogni anno si denunciano quasi trecento casi di donne assassinate dai loro conviventi: tre vittime ogni quattro giorni. Nel Regno unito il conto è di una ogni tre giorni; in Spagna una ogni quattro giorni, cioè quasi cento all’anno. In Francia, ogni mese sei donne – una ogni cinque giorni – muoiono per le violenze di un uomo tra le mura domestiche: un terzo accoltellate, un altro terzo uccise con armi da fuoco e le altre strangolate (20%) o pestate a morte (10%) (1). Complessivamente, nei quindici stati dell’Unione europea (prima dell’allargamento a 25) ogni anno quasi 600 donne (poco meno di 2 al giorno) hanno perso la vita in seguito ad atti di brutalità sessista in famiglia (2).
Il profilo degli aggressori spesso non corrisponde alle idee più diffuse sull’argomento. Per deformazione ideologica, molti attribuiscono le tendenze omicide a individui di scarsa istruzione, provenienti dai ceti più disagiati. Le cose però stanno diversamente. Lo dimostra, ad esempio, il dramma dell’attrice Marie Trintignan , uccisa il 6 agosto 2003 dal suo compagno, un celebre artista. A quanto si afferma in un rapporto del Consiglio d’Europa, <<si direbbe persino che l’incidenza della violenza domestica aumenti in proporzione diretta al reddito e al livello d’istruzione>>. E si sottolinea che in Olanda <<quasi metà degli autori di atti di violenza contro le donne hanno un titolo di studio di livello universitario>>(3). In Francia, secondo le statistiche, gli aggressori sono in maggioranza uomini che detengono un certo potere grazie alla loro funzione professionale. Tra questi si nota una proporzione molto elevata di dirigenti (67%), di professionisti in ambito sanitario (25%) e di ufficiali della polizia o dell’esercito (4).
Altro luogo comune: si pensa che nei paesi <<maschilisti>> del Sud dell’Europa le violenze sessiste siano più frequenti rispetto agli stati del Nord. Anche qui c’è da fare qualche distinzione. Di fatto, sembra che tra i paesi europei la Romania sia quello in cui la violenza domestica contro le donne è più grave, con 12,62 casi di omicidi di questo tipo all’anno per ogni milione di cittadine di sesso femminile. Ma paradossalmente, in questa graduatoria, subito dopo la Romania figurano paesi in cui i diritti delle donne sono più ampiamente riconosciuti, come la finlandia, dove ogni anno 8,65 donne per ogni milione di cittadine finlandesi sono assassinate nel chiuso delle mura domestiche. Nell’ordine seguono la Norvegia (6,58), il Lussemburgo (5,56), la Danimarca (5,42) e la Svezia (4,59). L’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda sono invece agli ultimi posti.
In ogni caso, tra tutti i flagelli mondiali questo tipo di violenze è il più equamente ripartito: lo si trova in tutti i paesi, in tutti i continenti e presso tutti i gruppi sociali, economici, religiosi e culturali. Certo, può anche accadere che a loro volta le donne siano violente nei confronti degli uomini. Non c’era bisogno delle immagini delle torture inflitte dalle studentesse ai detenuti del carcere di Abu Ghraib, in Iraq, per sapere che esistono purtroppo anche donne torturatrici (5). E si potrebbe aggiungere che neppure i rapporti omosessuali sono esenti da violenze. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono le donne a essere vittime dei maschi.
Questa violenza – sulla quale da tempo le organizzazioni femministe cercano di attirare l’attenzione dei governanti (6) – ha raggiunto su scala planetaria un tale grado di gravità che deve ormai essere considerata come una delle maggiori violazioni dei diritti della persona umana; e rappresenta inoltre un importante problema di salute pubblica. Anche perché alle aggressioni fisiche che certo sono le più sanguinose, si devono aggiungere quelle psicologiche: minacce, intimidazioni, e brutalità sessuali; e sono molti i casi in cui questi diversi tipi di aggressioni si sommano.
Il fatto che per lo più le vittime subiscano queste violenze in casa propria ha sempre costituito per le autorità un facile pretesto per lavarsene le mani, qualificandole come <<problemi inerenti alla sfera privata>> . Ma un atteggiamento del genere equivale al rifiuto collettivo di soccorrere persone in pericolo. È una scandalosa ipocrisia. Ormai sappiamo tutti che il privato è politico, e che questo tipo di violenza è il riflesso di una storica disuguaglianza dei rapporti di potere tra uomini e donne, dovuti in particolare al patriarcato: un sistema fondato sull’idea di un’<<inferiorità naturale>> della donna e di una <<supremazia biologica>> dell’uomo. È da questo sistema che nasce la violenza. E per superarlo occorrono leggi appropriate. Alcuni obiettano che ci vorrà tempo. Allora, perché non incominciare subito, istituendo, come dicono molte organizzazioni
femministe, un tribunale internazionale permanente per le violenze inflitte alle donne?
(1) Rapporto Henrion, Ministero della salute, Parigi , febbraio 2001. Si legga anche Elisabeth Kulakowska, <<Violenze sessiste fra le pareti domestiche>>, Le monde diplomatique/Il Manifesto, luglio 2002
(2) Si leggano i rapporti: <<Mettre fin à la violence contre les femmes, un combat pour l’aujourd’hui>>, Amnesty International , Londra 2004; Les Violences contre les femmes en France. Une enquête nationale, La Documentacion française, Parigi, giugno 2002; e Le rapport mondial sur la violence et la santé, in particolare il capitolo 4,<<La violence exercée par des partenaires intimes>>. Organizzazione mondiale della sanità, Ginevra, 2002.
(3) Olga Keltosova, Rapport à l’Assemblée parlamentaire sur les violences domestiques, Consiglio d’Europa, Strasburgo, settembre 2002.
(4) Rapport Henrion, op. cit.
(5) Si legga Gisèle Halimi, Tortionnaire, nom féminin, Libération, Parigi, 18 giugno 2004.
(6) Si veda, ad esempio, il testo <<La violences envers les femmes: là où l’autre monde doit agir>>, presentato dalla Marcia mondiale delle donne al Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel gennaio 2002. Testo integrale sul sito www.marchemondiale.org
da il manifesto – Tradotte dal bengali, sono uscite per Einaudi sotto il titolo La preda le storie della scrittrice indiana scelte da Anna Nadotti. In questi racconti, dove nulla blandisce il lettore, i drammi del mondo rurale brutalizzato dal governo
Su The Hindu del 22 giugno si poteva leggere di una nuova emergenza agraria in India, che ha spinto al suicidio più di trecento contadini nelle ultime sei settimane nell’Andhra Pradesh, dopo aver già causato un numero imprecisato di morti per stenti nel corso di questo 2004. Fame e suicidi sono comunque all’ordine del giorno da lungo tempo tra la popolazione rurale indiana, e non sono da ascriversi tanto a occorrenze meteorologiche avverse, come la siccità, quanto a una cattiva politica agraria, che si può far risalire addirittura ai giorni dell’Indipendenza, nel 1947. Di tutto ciò, la letteratura indoinglese che troviamo in traduzione non parla, così come non parlano di queste tragedie i nostri quotidiani (ma raramente ne fanno cenno gli stessi giornali indiani). È però appena uscita da noi una raccolta di storie – tradotte, è bene rilevarlo, dal bengali e non dall’inglese – in cui questa India non esotica, non misteriosa, non frequentata dagli agenti e dai critici letterari occidentali, occupa il primo piano. La preda – titolo sotto cui sono riuniti sette racconti scelti da Anna Nadotti all’interno dei quarantadue volumi scritti da Mahasweta Devi nell’arco di mezzo secolo – è un libro che introduce il lettore in questo dissestato panorama rurale indiano, alle radici della tragica situazione che ha spinto e continua a spingere tanti contadini a opporre l’estrema protesta del suicidio a una società che non si è mai curata di loro.
Racconti non certo scritti “per far piacere ai lettori” (è la stessa autrice a dichiararlo) le storie di Devi colpiscono come un pugno allo stomaco la cattiva coscienza del primo mondo. “Dopo aver letto i miei lavori, il lettore dovrebbe affrontare la verità dei fatti, vergognarsi della vera faccia dell’India” – afferma Mahasweta Devi in un’intervista citata nella postfazione del volume. E aggiunge: “La mia esperienza mi fa essere perpetuamente arrabbiata, ci sono sfruttatori e forme di sfruttamento imperdonabili […] E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’India progettata dal governo, per denudarne la brutalità.” Racconti di rabbia, dunque, e di violenza, che riflettono l’impegno civile che ha caratterizzato tutte le battaglie combattute nell’arco di un’ormai lunga esistenza (è nata nel 1926) dall’attivista Devi, da sempre impegnata nella lotta contro ogni sorta di ingiustizia, a cominciare dai privilegi e dagli abusi castali, dalla sopraffazione arrogante su cui si regge il sistema feudale agrario.
Cresciuta nella borghesia privilegiata – padre intellettuale, madre assistente sociale – educata, come Tagore, Satyajit Ray e Amartya Sen, a Shantiniketan, prestigiosa scuola di utopiche convinzioni, laureata in letteratura inglese a Calcutta, Devi sceglie di scrivere in bengali tanto i suoi racconti e romanzi quanto i saggi e le opere teatrali, in cui sostiene con veemenza e infaticabile energia – la stessa che da sempre riversa nella propria attività sociale – i diritti degli aborigeni indiani (è fondatrice dell’Aborigenal United Association).
Visioni di un mondo tribale, senza edulcorazioni, le storie di Mahasweta Devi non chiedono la complicità del lettore, né la sua lode. Non vogliono stupirlo né blandirlo: gli domandano semmai una forte e lucida indignazione. Due forme di ignoranza si fronteggiano: quella rassegnata di un popolo spogliato persino della propria dignità e quella, violenta e superba, di chi detiene qualsivoglia forma di potere, dal padrone terriero al rappresentante dell’ordine, dal militare al latifondista. Ma soprattutto, Devi ci regala grandi figure femminili: donne del popolo non remissive, donne che resistono – come la Draupadi del primo racconto – all’uomo e al potere, e nel momento più crudele, quello dello stupro, con la loro stessa dignità feriscono l’aggressore; o figure come la Kunti dell’ultima storia, atemporale eppure viva creatura del mito.
Scrittrice da non confondersi con le indiane di lingua inglese le cui opere narrative pullulano sugli scaffali delle nostre librerie, Mahasweta Devi certo deluderà chi è alla ricerca dell’ultima Monica Ali, di un’altra Jumpa Lahiri o della prossima imitatrice di Arundathi Roy. Se le sue storie descrivono un mondo penosamente diverso da quello delle giovani scrittrici osannate dai recensori occidentali, e se il tessuto narrativo che le sostanzia, pur nel suo rimandare alla mitologia e al racconto popolare, è intrecciato di dati documentari, di fatti, di aspre denunce, la sua lingua non è solo “altra” dalla loro, in quanto lontana dall’inglese che esse adottano. È soprattutto – come sottolinea Anna Nadotti nella postfazione – un idioma in cui “lingue e dialetti, mescolandosi, assolvono allo stesso compito che i colori assolvono sulla tela”: raccontano, descrivono, rendono l’inesprimibile, danno voce (nel caso delle contaminazioni inglesi presenti nei testi) alla violenza del potere. Peccato che, nella traduzione, molto di questo vada perduto: non certo per difetto dell’ottima versione di Babli Moitra Saraf e Federica Oddera, ma per l’impossibilità di trasferire in un altro linguaggio la complessa intelaiatura linguistica del testo di Mahasweta Devi, dovendo operare, per forza di cose, riduttivamente. Così, se anche le traduttrici, invece che anteporre la leggibilità alla filologia, avessero agito in senso opposto, muovendo verso una resa filologica puntigliosa del testo, i risultati non sarebbero stati più in linea col dettato originario, né la fruizione dell’opera sarebbe risultata più agevole. Del resto, la scelta della leggibilità non si risolve, nel lavoro di Saraf e Oddera, in un appiattimento del racconto né in una serie di concessioni alla pigrizia del lettore occidentale, pronto a incasellare entro un immaginario orientalista (nel senso dato da Edward Said al termine) gli elementi della narrazione. Al contrario, nel testo di Devi l’attenzione è volta a sottolineare modi, situazioni e temi della narrativa della povertà e dello sfruttamento, comuni a ogni latitudine.
In questo senso, la traduzione di Mahasweta Devi assume per noi oggi un’enorme importanza. Non si tratta soltanto di prendere coscienza, attraverso i suoi racconti, delle miserie dei fuori casta indiani e neppure di comprendere la realtà tragica delle aree rurali del subcontinente. Se è vero che la narrativa di Devi riesce laddove hanno fallito i media, ovvero nel porre le grandi masse alfabetizzate a confronto con i mali della società tribale indiana, è ancor più certo che con le sue parole l’anziana scrittrice assolve in maniera emblematica a quello che, secondo Édouard Glissant, il grande scrittore e pensatore martinicano, è il ruolo fondamentale dell’artista: attirare l’attenzione su questioni che nessuno osa porre e verità che nessuno osa formulare.
da l’Unità
Ultima intervista a Tom Benettollo di Antonella Marrone
Giovedì scorso, al telefono. «Ciao Tom, devo fare un articolo piuttosto ampio sul movimento per la pace. Che mi dici? Come ti sembra che vadano le cose?». «Auguri!!», è la sua prima risposta. «Bene, comunque. Siamo di fronte ad un fenomeno veramente inarrestabile. Il movimento oggi è forte, autogovernato e in un certo senso irrapresentabile…»
In che senso?
«Nel senso della realpolitik, quella che vorrebbe farci fuori, negarci. Rappresentiamo un ostacolo al libro arbitrio della realpolitk, capisci? Ci vivono come un soggetto politico ingombrante. Eppure siamo stati in grado di cambiare le dinamiche politiche degli ultimi venti anni, dal 1981 ad oggi abbiamo costruito una grande rete nazionale ed internazionale che è riuscita a portare dentro anche componenti importanti di quella politica “realista” oggi molto legate al movimento. Questo movimento ha insegnato, per quanto lo si voglia negare, il valore politico e la forza di una cultura delle “differenze”. Certo c’è chi sostiene ancora che, dal punto di vista politico, non esistiamo…».
Beh, non è un problema del movimento…
«No, è un problema loro, infatti. Se vogliono negare l’evidenza, negare la presenza di movimenti forti – parlo di quello per pace, ma anche quello sindacale, ad esempio – facciano pure. A noi interessa il confronto diretto con le questioni, al primo punto ci interessano risposte concrete. Il movimento per la pace non si pone il problema di trovare un gruppo dirigente, ma lavora in profondità, come del resto ha sempre fatto, perché la sua grande forza abbia un peso. Che cosa fare oggi? Dobbiamo cercare forme di organizzazione per dare alla pace la caratura di un progetto politico. La vertenza si preannuncia infinita. Nononstante i saldi ancoraggi che abbiamo costruito con la società e la politica. Nonostante i milioni scesi in piazza contro la guerra e contro un sistema che per vivere ha bisogno della guerra».
Sarà possibile far capire che la pace va oltre la «piazza» e oltre la «guerra»? Che è uno «stile di vita»?
«Possibile, non facile, forse. Ma secondo me siamo in presenza di una rivoluzione culturale permanente ormai. L’obiettivo c’è, ed è proprio questo. I tempi del movimento sono lunghi, direi “geologici”, ma nessuno può pensare di tornare indietro o di dare un giudizio negativo sulla base di una politica che vuole essere “reale” ma che è invece lontana dallo sviluppo “politico” della società».
L’informazione dà una bella mano a questa politica «realista»…
«L’informazione la sostiene senza dubbio e senza dubbi. Non approfondisce, non va mai oltre il già noto. Eppoi tende, come la realpolitik, a negare la “piazza”. Dice «la politica estera di un paese non la può fare la piazza». Ma dietro la piazza ci sono persone, teste, passioni. Guarda Melfi… dietro quella vittoria c’è la piazza, e c’è un signore che non va a caccia di telecamere o protagonismo. Si chiama Rinaldini. L’informazione non ne parla, non ne ha parlato. Ma ci sono donne e uomini che stanno dietro alla piazza. E che fanno politica cercando il contatto con i problemi. Dovrebbero farlo anche i giornalisti, sai. Per fare informazione…».
Franco Carlini
Dall’Europa all’estremo oriente il software libero si sta propagando in tutto il mondo. Un modello di produzione e distribuzione basato su concetti anti-economici, come la diffusione della conoscenza e la negazione dei diritti d’autore. E anche l’Economist si chiede: siamo al post-capitalismo?
Il software libero ormai è usatissimo, e non solo sui poco diffusi server. Il «pinguino» Linux gira su milioni di personal computer, telefoni cellulari, console per videogiochi. Lo usano i governi perché costa meno e le aziende perché è più solido di Windows. Per Steve Ballmer (il grande capo di Microsoft) è «un cancro», ma molti imprenditori ormai ne sfruttano le possibilità.
Le ultime notizie del mondo Open source vengono dall’Europa e precisamente da due paesi che contano. A Monaco di Baviera tutti i partiti del consiglio comunale salvo l’Unione Cristiano Sociale hanno approvato il piano di passaggio dei 13 mila computer cittadini al sistema operativo Linux entro il 2006. Nella fase intermedia resteranno ancora alcuni server Microsoft, ma nel 2008 tutte la applicazioni saranno «sotto Linux».
Vecchio continente, software nuovo
In Francia venerdì scorso il ministro della Funzione pubblica, Renaud Dutreil, ha annunciato l’intenzione d’introdurre i software aperti nei computer dell’amministrazione, per risparmiare nei costi. Ha anche precisato all’agenzia Reuters che «non stiamo iniziando una guerra contro Microsoft o contro le aziende americane nel settore», ma che «la Microsoft deve tornare a essere un fornitore tra gli altri. La competizione è aperta e la mia stima è che potremo dimezzare almeno della metà le spese di software». Le valutazioni del ministro si riferiscono soprattutto a un piano triennale di aggiornamento dei software per l’ufficio, per 300 milioni di euro.
Decisioni analoghe sono state prese nei mesi scorsi da paesi come il Brasile, la Malesia e Israele, in forme e modalità diverse ma ispirate alla stessa filosofia di maggiore concorrenzialità e di risparmio. Nel frattempo il sistema operativo Linux che inizialmente sembrava confinato ai server (i potenti computer su cui s’impernia una rete informatica), si fa strada anche in altri apparati come telefoni cellulari e lettori di musica. Insomma il successo sembra inarrestabile.
Il fenomeno dunque non è di nicchia e lo conferma il fatto che alla questione dell’Open source il settimanale The Economist abbia dedicato un editoriale, la settimana scorsa, con il titolo «Oltre il capitalismo?». Vale la pena di seguire il suo ragionamento, come al solito assai lucido, e di annotarlo.
Al di là del capitalismo?
Intanto i dati di fatto acquisiti: «È fuori discussione che l’Open source è un buon modo di fare il software», in contrapposizione al modo proprietario dove i codici sorgente originari sono gelosamente custoditi. Il secondo dato di fatto è che «esso produce software sicuro, affidabile e ovviamente economico». Il terzo elemento certo è che anche la sola presenza dei prodotti aperti ha comunque un effetto positivo di «maggiore trasparenza»; lo testimonia il fatto che pur mantenendo la sua ostilità ai sistemi aperti, la stessa Microsoft ha modificato le sue politiche e oggi permette a dei partner accreditati di accedere al suo codice, se non altro per ottimizzare le applicazioni che al di sopra di esso devono girare.
Queste due affermazioni, abbastanza perentorie, ovviamente non piacciono ai produttori di software chiuso, i quali le hanno contestate con varie argomentazioni. Due fondamentalmente: la prima mette in dubbio l’economicità del software aperto e di Linux in particolare. Si sostiene infatti che il costo totale nel tempo (total cost of ownership) dell’adozione di Linux sia ben più elevato di quanto i suoi tifosi sostengono perché mentre si risparmia sulle licenze d’uso si deve spendere molto in gestione e manutenzione.
La seconda obiezione a Linux e compagni è più radicale: esso distrugge ricchezza e rischia di mettere in crisi l’intera economia basata sui diritti di proprietà industriale e intellettuale. Quando il capo di Microsoft, Steve Ballmer, definì Linux «un cancro» l’espressione era certamente forte (e infatti, saggiamente è stata abbandonata), ma proprio questo voleva segnalare: la messa in discussione non solo ideologica, ma pratica di un modello economico. Una messa in discussione che avveniva in maniera contagiosa, propagandosi come un cancro da una cellula a un’altra. Se non un cancro quanto meno un’epidemia.
Questo è appunto il tema che l’editoriale dell’Economist afferra per le corna: il modello Open «rappresenta un nuovo modello di produzione, post-capitalistico?». Può dunque essere esteso a altri settori industriali? Può essere l’Utopia che si realizza, trasformando o forsesovvertendo il capitalismo?
Il capitalista «flessibile»
La conclusione del settimanale, la cui fede liberista è totale, è al riguardo negativa: «Il modello Open source non rimpiazzerà il capitalismo» e tuttavia «la collaborazione tra larghi gruppi di persone che lavorano senza compenso per un fine comune, che la si chiami Open source o in qualsiasi altro modo, può essere una forza potente di bene, e dunque deve essere la benvenuta».
Va detto che, allo stato delle cose e dei rapporti di produzione esistenti, quello dell’Economist è un atteggiamento realistico. Esso rappresenta l’aspetto più intelligente del capitalismo, la cui ragione principale di successo sta nella grande capacità di adattarsi ad ambienti che cambiano e a rapporti di forza mutevoli. Il capitalista puro non ha bisogno di rigide ideologie per fare il proprio mestiere; lascia che siano altri, gli apologeti, a rivestire di principi e di supposti valori il suo modo di produzione e queste ideologie servono a posteriori per legittimare quel modello agli occhi dell’opinione pubblica. Ma nella sostanza è pronto ad adattarsi a ogni nuova opportunità, anche a quelle che emergono dalle culture a lui antagoniste. Con due risultati: da un lato annacqua la carica antagonista di idee e movimenti, riconducendoli dentro il sistema, e dall’altro, nel caso per lui migliore, li trasforma in nuove occasioni di affari.
Ritorno al futuro
Esattamente questo sta succedendo nel mondo del software, basti riandare indietro negli anni, con un piccolo esercizio di memoria. Fino alla fine degli anni `70 il software era aperto e condiviso; esso veniva per lo più pensato e scritto dai suoi stessi utilizzatori, per esempio gli addetti alla ricerca, ed era considerato pura conoscenza strumentale, che come tale veniva diffusa e scambiata gratuitamente con i colleghi. Le aziende delle informatica facevano soldi soprattutto vendendo l’hardware e il software aveva al più la funzione di accessorio funzionale. L’hardware era invece tutto proprietario e di solito incompatibile tra i diversi produttori, con l’effetto di incatenare gli utilizzatori al singolo fornitore, magari il grande monopolista Ibm.
Ma alla fine degli anni `70 dei giovani californiani realizzarono un sogno, quello del personal computer, e una scelta quasi casuale della Ibm ne fece un prodotto aperto, a differenza dei precedenti mainframe (i grandi computer). Quella fu una tipica «innovazione distruttiva» che metteva in crisi l’intera industria informatica, basata sui hardware proprietari, ma nello stesso tempo apriva il campo a un settore completamente nuovo. L’intelligenza di Bill Gates fu di capire che c’erano nuovi bisogni e consumi: software applicativi di massa, per il grande pubblico. Ma per farlo era necessario che il software cessare di essere a libera circolazione ma diventasse un prodotto industriale. Non per caso il movimento che prende il nome di Free software nacque al Massachusetts institute of technology (Mit) proprio in contrapposizione a questi processi di chiusura: Richard Stallman se ne andò polemicamente dal Mit indignato al vedere che persino il software delle stampanti non era più modificabile secondo le esigenze degli utilizzatori.
Dunque non c’è niente di nuovo? Solo un ritorno all’idea del software condiviso dei tempi d’oro? Da un lato è così, ma i ritorni e i cicli non sono mai uguali a se stessi perché nel frattempo è arrivata una cosa che prima non c’era. Quella cosa si chiama Internet e fa una differenza fondamentale. Se prima i programmi venivano diffusi tra colleghi all’interno di piccole comunità di ricerca, ora la comunità è globale: centinaia di migliaia di persone tra di loro collegate grazie alla rete. Lo stesso sistema operativo Linux, che Linus Torvalds mise a punto nella sua versione primitiva nel 1991, crebbe e divenne robusto grazie alla possibilità di reclutare collaboratori entusiasti in tutto il mondo, ognuno dei quali produce righe di codice, collauda e verifica quelle altrui. E un processo di creazione e condivisione della conoscenza operativa che mette a frutto la diversità e persino la lontananza e che è radicalmente diverso dalla produzione industriale tipica della grande industria.
Internet che fa la differenza
La presenza dell’Internet è stata decisiva per lacrescita dell’Open source non solo come strumento di lavoro a distanza, ma anche come ambiente culturale poiché in rete è normale scambiare conoscenza senza fini di lucro.
Il recente dilagare dell’Open source ben al di fuori dei confini della comunità degli hacker alternativi ha provocato diverse reazioni nel mondo dell’industria:
(1) Numerose nuove imprese sono sorte che fanno profitti offrendo dei servizi accessori agli utilizzatori del software aperto. Ovviamente trattandosi di software in uso gratuito i margini di guadagno sono molto inferiori, ma alcune di queste imprese, come Red Hat e Mandrake, hanno raggiunto dei ragionevoli equilibri economici.
(2) Altre aziende hanno visto nel software aperto una poderosa arma concorrenziale contro la Microsoft. La più decisa a cavalcare Linux è stata la Ibm e anche questo è un bel paradosso: quello che era il più aggressivo monopolista oggi spinge un prodotto aperto, in questo caso associandolo al suo hardware e ai servizi di consulenza correlati. La decisione della Ibm di adottare Linux ha avuto un potente effetto simbolico verso le aziende clienti: se la Ibm lo consiglia, allora vuol dire che è una cosa seria e che ci si può fidare.
(3) Le aziende di software che fino a ieri avevano lavorato su software proprietari sono state costrette a mettere in atto politiche di maggiore apertura. Certamente lo sta facendo la Microsoft, sempre sensibile a cogliere i segnali che le arrivano dal mercato: non solo alcuni codici di Windows ora sono disponibili, ma soprattutto scendono i prezzi dei suoi prodotti. Questa è la forza della concorrenza, che talora viene usata strumentalmente dai clienti per ottenere sconti: «Stiamo pensando di passare a Linux, ma se ci offrite delle condizioni migliori potremmo restare con voi».
(4) I produttori di computer più importanti, come Dell e Hp ormai offrono normalmente dei Pc corredati dal sistema operativo Linux. Lo fanno per raccogliere le sollecitazioni della domanda, ma anche per non essere agganciati obbligatoriamente alla sola Microsoft, la quale oltre a tutto è stata vincolata dalle cause antitrust in America e in Europa a rilassare i suoi contratti di licenza, rendendendoli meno esclusivi.
(5) Ormai il mondo del software non è più diviso in due: aperto contro chiuso. Esiste invece un’ampia gamma di soluzioni intermedie, come quelle che va praticando la Sun, altra storica casa di computer californiana. Le sue meravigliose stazioni di lavoro tradizionalmente usano un sistema operativo proprietario, chiamato Solaris. Per frenare l’emorragia la Sun ha appena annunciato che anche Solaris diventerà almeno un po’ aperto, così come lo è il linguaggio Java che la stessa Sun inventò e che ormai è diffusissimo. Anche questa è una buona notizia e conferma che nel mondo dell’informatica gli scossoni continuano.
da il manifesto
Due sopravvissute alla tragedia di Bhopal, messe per la prima volta a confronto col mondo fuori di casa, hanno imparato molto. E sono diventate due vere leader nazionali.
La marcia su New Delhi organizzata da Rashida e Champa Devi (750 chilometri a piedi) è stata ripetuta due volte dalle donne di Bhopal, tutte e due le volte con successo. E il lavoro comune delle due signore, una hindu e l’altra mussulmana, ha evitato gravi disordini nel periodo più drammatico degli scontri fra comunità religiose in India.
Per Rashida Bee, la notte in cui esplose lo stabilimento della Union Carbide segna uno spartiacque personale: «Prima, non ero mai uscita di casa». Viveva a Jaiprakash Nagar, una grande borgata operaia che sta proprio di fronte ai cancelli della fabbrica, e suo marito faceva il sarto. Quella notte però nello stabilimento qualcosa andò storto, i macchinari si surriscaldarono e una cisterna esplose, lasciando uscire 40 tonnellate di un gas letale: isocianato di metile con cianuro idrogeno, mono metil-ammine e altre sostanze, ma questo si seppe solo parecchi giorni più tardi. Quella notte tutti furono presi di sorpresa. Portata dal vento, la nuvola di gas investì in pieno proprio Jaiprakash Nagar e gli altri poverissimi quartieri che costeggiano la fabbrica a nord: mezzo milione di persone la respirarono. Fu uno dei peggiori incidenti industriali della storia umana, migliaia di persone morirono soffocate quella stessa notte: 1.600, disse il governo – forse 6.000, sostengono le organizzazioni che da allora si occupano delle vittime e dei sopravvissuti. Molti di più sono morti in modo lento nei mesi e anni seguenti, di tumore ai polmoni e di altre malattie: il bilancio sfiora ormai le 20mila vittime. Ormai il nome di Bhopal, capitale dello stato del Madhya Pradesh, India centrale, sta all’industria chimica come quello di Hiroshima sta all’olocausto atomico.
Rashida Bee è sopravvissuta a quella notte, sia pure con problemi respiratori e alla vista, ma la gas tragedy ha lasciato suo marito incapace di lavorare. «D’improvviso, non avevamo più un reddito. Tutti gli uomini della famiglia erano malati, nessuno guadagnava». Sei dei suoi parenti sono in seguito morti di tumori provocati dal gas. Dunque, a lei non è rimasta scelta: ha dovuto cercare qualcosa da fare per vivere. «Così sono uscita. Avevo saputo che c’era qualche possibilità nei programmi di riabilitazione del governo». Già, i programmi di «riabilitazione economica, sociale e ambientale»: programmi di formazione professionale per qualche centinaio di persone dei quartieri investiti dalla tragedia – per lo più donne rimaste sole a mandare avanti la famiglia.
Quaderni per vivere
Rashida Bee, che aveva allora 28 anni, si è ritrovata con un centinaio di donne in un corso di formazione-lavoro di cartoleria. «Avevano preso un centinaio di donne, metà hindu e metà musulmane. Lavoravamo, il governo commercializzava i nostri quaderni, avevamo un piccolo stipendio», racconta. «Finché il governo ha detto che ormai potevamo cercarci un lavoro. Ma chi ci avrebbe dato lavoro? D’altra parte noi continuavamo a produrre. Insomma, abbiamo protestato».
Ormai era il 1986 e Rashida Bee si è trovata a organizzare un sindacato di lavoratrici.
E’ allora che Rashida ha incontrato Champa Devi Shukla, come lei operaia alla fabbrica di cartoleria. Nella gas tragedy Champa Devi aveva perso il marito e anche la sua stessa salute. Insieme – una musulmana, l’altra hindu – sono riuscite a organizzare le loro colleghe, donne di famiglie poverissime, spesso analfabete (come Rashida Bee), sempre vissute ai margini della vita pubblica: oggi Rashida Bee e Champa Devi Shukla, 48 anni e 52 rispettivamente, sono la presidente e la segretaria del Bhopal Gas Pedit Mahila Stationery Karmchari Sangh, nome complicato che significa «Unione delle lavoratrici di cartoleria vittime del gas». Le ho incontrate nella sede che il loro sindacato condivide con altre organizzazioni popolari, un minuscolo bungalow in una zona popolare di Bhopal, una domenica pomeriggio di gennaio: stavano preparando i cartelli e provando le canzoni che avrebbero cantato al Social forum mondiale di Mumbai, dove si preparavano ad andare con una numerosa delegazione. Tramite (e interprete) dell’incontro è Satinath Sarangi, attivista e fondatore della Sambhavna Clinic – una straordinaria esperienza di medicina popolare nata all’ombra della Union Carbide (vedi il manifesto del 3 giugno).
Rashida Bee racconta una storia di battaglie tenaci. La prima battaglia, quella per il posto di lavoro e per un vero salario, è culminata nel 1989 in una marcia a New Delhi, la capitale dell’Unione indiana, distante 750 chilometri da Bhopal. Ci sono andate tutte le cento operaie della cartoleria, con 25 bambini; hanno presentato al primo ministro la loro piattaforma – salario, condizioni di lavoro. Sono tornate vittoriose, il posto di lavoro era assicurato. Certo, la storia non era finita lì. Rashida Bee parla di una causa vinta presso il tribunale del lavoro di Bhopal nel settembre 2002. Sorride: spiega che fino a prima della tragedia molte di loro non erano mai andate in un ufficio pubblico, non sapevano neppure dove stesse il palazzo del governo o la residenza del chief minister, il capo del governo del Madhya Pradesh – non si erano mai spinte nella graziosa zona sulla collina che domina i due laghetti di Bhopal, tra giardini e residenze ufficiali. «Gli uomini dopo un paio d’anni hanno rinunciato a battagliare. Loro no. Loro sono ormai quelle che gestiscono gli affari della famiglia, guadagnano, vanno a visitare cliniche, tribunali, uffici», nota con ammirazione Satinath Sarangi.
Ritorno a New Delhi
Il punto è che il lavoro e il salario erano solo parte del problema. Nel 2002 le «donne della cartoleria» sono tornate a New Delhi, dove hanno organizzato uno sciopero della fame durato 19 giorni, questa volta con una piattaforma più ampia. Chiedevano l’estradizione in India di Warren Anderson, amministratore delegato della Union Carbide all’epoca dela tragedia, perché fosse processato a Bhopal (la realtà è che il governo indiano, parte civile in rappresentanza delle vittime, aveva accettato nel 1989 un patteggiamento extragiudiziario con l’azienda chimica americana, che ha versato 470 milioni di dollari di risarcimento e chiuso così la sua responsabilità).
Chiedevano anche e soprattutto un monitoraggio e cure sanitarie a lungo termine per i sopravvissuti, che continuano a soffrire di tumori, tubercolosi, febbri, difetti riproduttivi. Sostegno economico e sociale per i sopravvissuti che non sono più in grado di lavorare: perché a Bhopal le vittime ufficialmente riconosciute hanno ricevuto (parecchi anni dopo l’incidente, tra il 95 e il96) circa 15mila rupie, suppergiù 400 dollari di allora: ma è stato un pagamento una tantum. Chiedevano infine la bonifica completa del sito dello stabilimento: nella carcassa arrugginita della vecchia Union Carbide, restano tonnellate di residui tossici che filtrano nel terreno e nelle falde idriche.
In altri termini, il sindacato delle «sopravvissute del gas» ha posto dei problemi che riguardano il bene comune di tutta la comunità – è per questo che il mese scorso Rashida Bee e Champa Devi hanno ricevuto il premio Goldman, il riconoscimento che la fondazione Goldman di San Francisco dà ogni anno a attivisti e leader di battaglie ambientali e sociali in tutto il mondo.
Raccontano tutto questo, Rashida Bee e Champa Devi, mentre ritagliano degli strani poncho neri su cui sono disegnati polmoni gialli – li porteranno in corteo a Mumbai. Ci spiegano anche che spesso si sono trovate a essere un punto di riferimento per la loro comunità, soprattutto quando in India sono cresciute tensioni tra comunità religiose. Ricordano i riots di Bombay (era il `93), quando sembrava che anche le povere borgate operaie e gli slum di Bhopal dovessero infiammarsi: allora loro, una hindu e una musulmana, sono uscite insieme tenendosi per mano, e con loro le altre lavoratrici, e hanno girato per il quartiere facendo appelli alla concordia. E quella volta il pericolo è stato sventato.
«Cosa ho perso con il purdah»
Rashida Bee insiste. «Prima non sapevo nulla su come i problemi ambientali rovinano la salute delle donne e anche dei bambini non ancora nati. Ora so queste cose. E siamo noi che andiamo in giro a dirlo alle altre». Soprattutto, dice, «quando sono stata costretta a uscire di casa, dopo la tragedia, ho capito cosa avevo perso a stare in purdah», il regime di segregazione osservato dalle famiglie musulmane più tradizionali, con le donne sempre chiuse in casa. «Ho capito che le donne possono fare cose importanti fuori casa. Quando noi parliamo e facciamo sentire la nostra voce, anche l’impensabile diventa vero. Così ora quando discuto ho un argomento pratico contro la tradizione di tenere le donne chiuse in casa».
Cara Redazione,
l’aspetto più interessante dell’esperienza descritta in questo articolo mi sembra l’attuazione nella realtà di un progetto di democrazia “partecipativa” in una cittadina di 14.000 abitanti.
Certo i meccanismi della delega e della rappresentanza restano, come non sparisce di certo il ruolo della Politica; ma questi e altri limiti (parlano solo uomini) non mettono in dubbio, per me, l’interesse per questa tentativo di pratica politica. Ed è questo che mi piace e che vi propongo.
Umberto Varischio
da il manifesto
[…]
Mare blu
Oggi, Grottammare, 14 mila abitanti, non è solo una località turistica premiata dalla bandiera blu per il mare pulito e arredata da giganteschi e profumati oleandri, ma è una città simbolo di democrazia partecipativa, tanto che molti continuano a definirla «la Porto Alegre italiana». Senza dubbio si tratta del migliore esempio realizzato nel nostro paese di quel nuovo corso della politica che supera la crisi della democrazia rappresentativa per dare spazio alla reale e diretta partecipazione dei cittadini alla vita e alla gestione della cosa pubblica.
[…]
Liberi dalla Dc
[…] Dopo cinquant’anni di dominio incontrastato della Democrazia cristiana, infatti, in un territorio che ha sempre vissuto di turismo, senza grandi imprese e perciò senza classe operaia, c’è voluto un lungo e lento lavoro di preparazione per introdurre alcuni principi basilari di democrazia partecipativa. Nei primi anni `80, in pieno craxismo, un gruppo di ragazzi fonda la sede locale di Democrazia proletaria e inizia una serie di lotte, soprattutto ambientaliste, sensibilizzando e spingendo la popolazione alla partecipazione attiva. Nel 1993, dopo il crollo dei grandi partiti con gli scandali di Tangentopoli e dopo un’amministrazione di destra commissariata in pochi mesi, gli attivisti della sinistra radicale danno vita al movimento «Solidarietà e partecipazione» e si presentano con il Pds alle amministrative del 1994. La lista vince e a capo mette Massimo Rossi, insegnante e anima del gruppo locale Dp, che non mancherà di andare, e successivamente intervenire, al Forum sociale di Porto Alegre. Attraverso un apposito assessorato alla partecipazione, il comune avvia un progetto politico fatto di bilanci e di scelte urbanistiche sottoposti costantemente alla verifica democratica, con assemblee di quartiere e comitati spontanei di cittadini. Solidarietà e partecipazione è un movimento aperto, si può iscrivere chiunque e ogni settimana, di mercoledì (ancora oggi), ci si riunisce per discutere alla pari, cittadini e amministratori, «lasciando la casacca politica fuori della porta» ed elaborando ogni volta una sintesi delle discussioni e delle proposte che poi verranno presentate al consiglio comunale. Un movimento cittadino parallelo a quello politico che vuole contrastare la speculazione edilizia per riportare equilibrio ambientale e vivibilità, aumentare la spesa sociale, divaricare nettamente le aliquote comunali minime e massime per una maggiore equità.
Fuori dal coro
Alle elezioni del novembre `98, dopo la rottura tra Rifondazione e il governo Prodi, la lista di Solidarietà e partecipazione, sempre guidata da Rossi, si separa dal centro sinistra terrorizzato da un sistema di governo che non prevede più deleghe assolute, ma il coinvolgimento costante del movimento cittadino. Con la copertura politica di Rifondazione, Rossi si riconferma sindaco con il 62 per cento delle preferenze. Per la prima volta, tredici consiglieri comunali (su venti) sono comunisti, ambientalisti, indipendenti e i grottesi sono ormai consapevoli che la partecipazione non è solo uno slogan propagandistico, ma una pratica possibile. Il comune studia e realizza il nuovo piano regolatore in due anni, passando per una serie di assemblee periodiche di quartiere in cui gli amministratori vanno a chiedere direttamente ai residenti come vorrebbero che si migliorasse l’area in cui vivono. Le decisioni non vengono prese a maggioranza ma per sintesi delle richieste e delle esigenze manifestate di volta in volta, dagli spazi verdi ai parcheggi, dalle strade ai centri sociali. I poteri legati alla speculazione immobiliare, che per oltre cinquant’anni ha rovinato la città con massicce dosi di cemento, non trovano più spazio nel nuovo sistema e lentamente scompaiono dalla scena politica.
Viene bocciato il «Piano regalatore» del 1975, enormemente sovradimensionato e basato sulla costruzione di un porto turistico, di un parco acquatico sulla collina, di alberghi-alveari e di centri commerciali. Il comune prosegue nelle scelte di sviluppo sostenibile: dal vecchio Piano taglia circa un milione di metri cubi potenzialmente edificabili e salva dai palazzinari oltre 20 ettari di terreno sul mare destinati ad alberghi per restituirli ai vivai che da oltre un secolo coltivano – e oggi esportano – piante di oleandro, pitosforo e alloro.
Qualità della vita
I lavori pubblici ricongiungono e attrezzano zone periferiche della città lasciate per anni senza servizi, recuperando il patrimonio edilizio esistente, oltre che spazi verdi e spazi dedicati alla socialità. Sei chilometri di pista ciclabile consentono di attraversare tutto il lungomare e di raggiungere la cittadina a nord, Cupra marittima, in una passeggiata circondata solo da mare e verde. Non meraviglia perciò che oggi i dissensi siano pochi, perché «l’amministrazione – dicono tutti – lavora bene», anche se in centro, rigorosamente chiuso al traffico, qualche commerciante si lamenta della mancanza di quel turismo di massa che, secondo alcuni, darebbe più ricchezza. «Magari avessimo il porto turistico e gli alberghi – dice un negoziante – , quelli porterebbero molta più gente e soldi, ma la sinistra è contraria per principio». Nella gestione della città, però, «non ci sono rigidità ideologiche – risponde Luigi Merli, ex assessore ai lavori pubblici e da un anno sindaco di Solidarietà e partecipazione -, c’è invece un approccio moderno, perché crediamo nella qualità di un’offerta turistica basata sul piccolo, sulla qualità della vita, sulla solidarietà e sulla socialità». Una ricerca di modernità che è visibile anche in altre operazioni: «Con la diminuzione di fondi dal governo, la maggior parte degli enti locali italiani continua a privatizzare i servizi – spiega il sindaco – mentre noi abbiamo aperto la nostra prima farmacia comunale e abbiamo ripreso in gestione il depuratore, producendo ogni anno utili per le casse municipali, a dimostrazione che il pubblico funziona e può essere più efficiente del privato». La giunta, inoltre, ha differenziato le aliquote dell’Ici, agevolando le prime case e spingendo invece i proprietari di più abitazioni e locali ad affittare.
Locale e globale
Se la spesa per gli stipendi degli amministratori è stata volutamente dimezzata, poi, la spesa sociale è triplicata in sette anni per dare nuovi spazi ai più giovani (due ludoteche, un teatro e diversi parchi) e agli anziani (tre nuovi centri sociali), per dare assistenza domiciliare e assistenza linguistica agli immigrati. Ma la «perla dell’Adriatico», come si legge nella pubblicità dell’ufficio turistico, brilla anche per alcune precise scelte di gemellaggio e iniziative di solidarietà internazionale. Dalla città brasiliana di Itiuba, dove ogni anno il comune manda artigiani in pensione a insegnare arti e mestieri, al centro culturale albanese di Argirokastro, dove i tecnici marchigiani lavorano al piano regolatore e al piano di recupero del centro storico basandosi sui principi di sviluppo sostenibile e rispetto ambientale. Non mancano i progetti di cooperazione e scambio con municipalità politicamente affini, dal Chiapas alla Palestina, altro segno che a Grottammare l’attenzione alle dinamiche locali si fonde con quella per le questioni e le problematiche globali. Tutti elementi, insomma, che continuano a fare della cittadina marchigiana un piccolo, prezioso laboratorio di quell’altro mondo possibile che tanto si teorizza nei movimenti e che ancora fa sperare nel poetico presagio di un «futuro iridescente».
da il manifesto
Jonathan Shapira, pilota-obiettore: una mobilitazione internazionale contro il massacro dei palestinesi
Politica della paura: Il premier prova a convincere il pubblico che non abbiamo un partner con cui fare la pace e che quindi ci dobbiamo chiudere con un muro. Chissà che un domani non sia necessario anche un tetto, che ci isoli dall’alto
«Non si può aspettare che i refusenik da 1000 diventino 10.000 e poi 100.000, perché intanto i palestinesi continuano ad essere ammazzati dall’esercito israeliano. Il nostro rifiuto non basta più: deve essere accompagnato da una forte mobilitazione internazionale contro quello che ormai è un regime di apartheid». Così Jonathan Shapira, l’ex capitano dell’aviazione israeliana che assieme ad altri piloti ed elicotteristi firmò la famosa lettera inviata lo scorso settembre al capo di stato maggiore israeliano. «Noi, piloti dell’aviazione – recitava la missiva – cresciuti nei valori del sionismo, del sacrificio e del servizio nei confronti dello Stato…» diciamo basta alle operazioni sui territori palestinesi. Abbiamo incontrato Jonathan giovedì sera al teatro Ambra Jovinelli di Roma, dove ha partecipato all’iniziativa «Israele-Palestina: il rifiuto di uccidere, il rifiuto di morire, promossa dall’Assopace e dall’europarlamentare Luisa Morgantini.
Nove mesi dopo il vostro clamoroso rifiuto, quali conseguenze pensi abbia prodotto la vostra presa di posizione?
Ha dato speranza alla gente, sia ai palestinesi, sia agli israeliani che credono nella pace e nella necessità di un accordo. Allo stesso tempo ha dato speranza anche a chi vive al di fuori di Israele, dimostrando che c’è la possibilità di costruire qualcosa di positivo invece di continuare a distruggersi a vicenda. Però, onestamente ti devo dire che oggi la vera speranza non è quella di convincere tutti i soldati israeliani a fare obiezione, perché ci vorrebbe un tempo infinito. La vera speranza è quella di creare una pressione di massa da parte della comunità internazionale e della comunità ebraica nel mondo sui leader del pianeta per costringere il governo israeliano a fermare i crimini di guerra che sta commettendo nei Territori.
Come è maturata la decisione di rifiutarti di servire nell’esercito?
Mi sentivo come schizofrenico, con due personalità. Sotto le armi ero un soldato, quando tornavo a casa invece partecipavo alle manifestazioni contro l’occupazione. Ora anche se la vita è più difficile – qualcuno mi guarda male, non ho più lo stipendio dell’esercito – mi sento una persona completa. Io non ho mai bombardato – facevo parte di un’unità di soccorso – ma mi sconvolgeva anche il dover trasportare le truppe a combattere nei Territori. Facevano delle cose orribili e io li conducevo lì, per me era inammissibile…quando ho capito che comunque ero parte di quell’esercito ho scelto la cosa giusta.
Quali sono state le conseguenze legali e sociali del tuo gesto?
La legge in Israele è dalla nostra parte: c’è una norma che vieta ai soldati di obbedire a un ordine illegale. Da un punto di vista del diritto nessuno può accusarci di aver commesso un crimine. Le conseguenze sociali sono state pesanti: c’è della gente che mi odia, altri mi considerano un traditore. Ma ho anche un mucchio di sostenitori, in ogni settore della società israeliana.
A che punto è il movimento dei refusenik?
È in crescita, ci sono diversi tipi di consapevolezza trai i giovani. Alcuni sono disposti ad andare in carcere anche per dare più forza alla loro lotta contro l’occupazione. Ci sono poi quelli che si fingono matti per evitare il servizio. Comunque la disaffezione per l’esercito è in forte aumento e il 46% dei giovani israeliani appoggia i refusenik.
Tuttavia con Sharon il movimento pacifista è più debole che mai…
All’inizio, anche noi, eravamo confusi per gli attacchi terroristici, gli uomini-bomba. Sharon ha convinto gli israeliani che la colpa di tutto ciò fosse solo palestinese. Questo ha chiuso i loro occhi, impedendogli di vedere che tutto ciò è iniziato molto prima, nel 1967, e anche negli anni degli accordi di Oslo, mentre parlavamo di pace sul terreno, nei Territori occupati, bombardavamo e costruivamo gli insediamenti. La gente è stata confusa.
Cosa ne pensano gli obiettori del piano di ritiro da Gaza?
Non credo a Sharon. Adesso il governo parla di un ritiro nel 2005…forse intendono andare via dalla Striscia nel 3005. Parlano di ritiro da Gaza ma entrano a Rafah e uccidono gente innocente. Quindi credo sia una manovra per evitare le critiche internazionali per i crimini di guerra che stiamo commettendo nei Territori.
Come mai in Israele si parla di «barriera di difesa», «piano di disimpegno» emai di pace?
È il frutto di una politica della paura. I politici provano a convincere il pubblico che non abbiamo un partner per la pace, per questo ci dobbiamo chiudere con un muro. E chissà che un domani non sia necessario anche un tetto, che ci protegga dall’alto. Il problema è che oggi non possiamo più aspettare. Pensa cosa significa essere sotto occupazione: non poter andare a scuola perché c’è un muro tra la tua casa e la scuola. Avresti la pazienza di aspettare che nascano altri Jonathan? O urleresti al mondo di fermare questa apartheid? Dobbiamo pensare ad abbattere al più presto questa apartheid.
L’ultima parte del tuo discorso ha commosso: la gente ti ha applaudito a lungo. Puoi ripeterla?
È arrivato il momento di smettere di usare il potere dei missili, dei proiettili e delle bombe e iniziare ad usare la parola «no», questa parola ha un potere enorme. Se un numero sempre maggiore di persone, non solo in Israele ma anche in Italia – il vostro governo ora sta facendo la guerra all’Iraq – impareranno ad usare la parola «no» forse potremo costruire un mondo migliore.
da il manifesto – Regista, militante nei movimenti pacifisti, Keren Yedaya, autrice di «Or», rappresenta le nuove generazioni del cinema israeliano. Che metabolizzata la lezione dei più «grandi», guerra, occupazione, violenza la raccontano nella cifra segreta e implacabile del vissuto quotidiano
Aconquistare la platea del festival di Cannes, nella serata finale, quella ragazza giovane, emozionata, praticamente sconosciuta ci ha messo un attimo. Quando salita sul palco per ritirare la Caméra d’or, con le lacrime agli occhi, ha ringraziato in nome della pace tra il suo paese, Israele, e la Palestina chiedendo a tutti di aiutare chi come lei nella pace ci crede e mette in gioco tutto per arrivarci. I tanti militanti israeliani che rischiano la galera se non la vita come suo padre o sua sorella, che ha solo diciannove anni, ha rifiutato di fare il servizio militare e ogni giorno aiuta i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Ma Keren Yedaya nei giorno precedenti aveva già colpito chi aveva visto il suo film. Perché Or – scoperto nella Semaine de la critique – è cinema emozionante, politico, che non rinuncia al respiro libero rifiutando per questo le immagini facili (a volte quasi imposte) della propria realtà. Or vive nel rapporto viscerale tra una madre prostituta e la figlia adolescente. È la città di Tel Aviv oggi, dove è stato girato, è la violenza di uomini e donne in una società che sembra avere metabolizzato nel profondo la logica della sopraffazione. La guerra c’è in Or ma fuori campo, dunque ancora più forte perché raccontata attraverso il vissuto. A Roma, dove la incontriamo (grazie al passaggio romano della Semaine, che da anni organizza con cura Francesco Martinotti) Keren Yedaya ci trasmette subito la stessa passione di quella sera. La pace per lei è tutto, è la vita e il solo futuro possibile per il suo paese. E il suo cinema è fatto anche di questo. Una passione scoperta da ragazzina, appena sedicenne, la scuola fino ai vent’anni, i cortometraggi tra cui Elinor, spietata critica dell’esercito israeliano nel ritratto di una ragazza soldato che ha come solo compito la pulizia dei gabinetti. Racconta: «non so se è arrivato prima il cinema o il lavoro politico. Direi che le due cose vanno insieme, le storie che racconto arrivano dai miei incontri». Già perché Keren lavora in molte associazioni che aiutano le prostitute, le donne che subiscono violenza familiare, i bimbi che vivono in strada.
Mattina di sole. Caffè, sigarette fatte col tabacco, la gioia di essere a Roma, città che trova bellissima.
Il tuo lavoro nelle associazioni che aiutano le donne: come entra nel tuo cinema?
On the edge, che ho girato coi ragazzini che vivono in strada, nasce dal lavoro che abbiamo fatto insieme. Visto che nessuno di loro va a scuola, quando venivano al centro li facevo giocare con la telecamera. Così hanno imparato a girare, abbiamo realizzato dei videoclip… Penso che sia importante usare i miei film e il mio mestiere in questo modo, il cinema deve essere qualcosa di vitale, che interagisce col mondo. Il mio secondo cortometraggio era sulla prostituzione. Cercavo di dare voce ai problemi di queste donne, e era possibile perché avevamo lavorato insieme. Non riesco a fare i miei film senza conoscere le persone di cui parlo, soltanto un legame intimo mi permette di trasformare l’esperienza in cinema. È come se nelle immagini scivolasse anche una componente personale, non pubblica. Perché poi è anche vero che quando conosco persone in situazioni complesse non posso stare senza far nulla.
Parlavi di ragazzini che vivono in strada. È strano, all’esterno percepiamo Israele come un paese ricco.
La società israeliana, e credo che sia lo stesso qui in Italia, è fatta di ricchi e di poveri. Abbiamo molti problemi economici anche se non si tratta solo di questo. Se appartieni alle classi alte, al di là della ricchezza, puoi prenderti maggiori libertà. Una donna come Ruthie, la madre di Or, viene messa subito ai margini. È ovvio poi che la miseria riguarda soprattutto i palestinesi. Oggi sono la fascia sociale più bassa, non possono lavorare, la guerra impedisce lo sviluppo di una loro economia. Ecco, la guerra. È il nostro problema principale. Assorbe tutto, denaro, energie, possibilità di essere felici. Come si fa a vivere bene in uno stato permanente di guerra e di occupazione? La gente in Israele soffre di depressione, è paranoica.
È la forza di «Or». Cioè il conflitto resta fuori campo, non ci sono armi, eserciti ma si percepisce una violenza che è quasi uno stato d’animo.
È vero che la storia raccontata in Or può accadere ovunque, visto però che siamo in Israele ci sono aspetti legati in modo specifico alla società israeliana. Non credo che un film sia politico perché fa vedere occupazione o guerra. A me interessava di più trovare una linea tra la vita di Or e di sua madre e la guerra. Non si tratta insomma dei problemi di due donne, in questo c’è anche il senso di un paese che ha scelto finora di vivere occupandone un altro. Ti faccio un esempio. Nel ristorante dove Or lavora, la sola persona gentile con lei è il lavapiatti palestinese. Entrambi sono al livello sociale più basso, sono schiavi messi in gabbia. Eppure – per questo li ho filmati così – stanno in quella cucina voltandosi le spalle. La tragedia del nostro paese per me è proprio questa. Le minoranze non lavorano insieme ai palestinesi, preferiscono girare le spalle. Mi piace pensare che la gente guardando il film, capisca di vivere nella stessa situazione. E che per questo è importante cambiare.
«Or», come altri film israeliani visti di recente, penso a «Alila» di Gitai o a «Campfire» di Joseph Cedar, evidenzia una forte aggressività verso le donne.
La nostra società sacrifica gli esseri umani per nulla. C’è una teoria femminista che traccia una connessione tra la presenza dell’esercito e la prostituzione. In un paese dove prevalgono armi e soldati, le ragazze diventano il regalo agli uomini. Che sono anche loro delle vittime. Se infatti avessero il coraggio di capire la sofferenza fuggirebbero via dalle guerre. Ma non possono. Da noi si dice che chi non fa la guerra non è un uomo. È assurdo perché Israele avrebbe potenzialità magnifiche, è un paese giovane, bello, insieme alla Palestina sarebbe il nostro piccolo paradiso. E invece è un inferno. Per questo non c’è altra soluzione che vivere insieme fermando l’occupazione. Non puoi esistere se il tuo vicino non esiste più.
La pace. Quale pensi che sia oggi la strada possibile per realizzarla?
Quarant’anni sono moltissimi per chi soffre ma sono anche pochi di fronte alla Storia. Sono ottimista, anche se è difficile. Il prezzo da pagare è alto, ma la guerra costa molto di più. Il problema è soprattutto nella testa della gente, per questo bisogna aiutare in ogni modo chi lavora per la pace e contro l’occupazione da entrambe le parti.
In Europa da qualche tempo si tende a sovrapporre la critica a Sharon all’antisemitismo. Cosa ne pensi?
È chiaro che si sono differenze enormi tra criticare la politica di Sharon e essere antisemiti. Anzi credo che sia necessario criticare Israele, la sua politica, per spiegare cosa accade. La connessione con l’olocausto è sempre molto forte, eppure non ci si può fermare a questo. Così come non basta per giustificare la violenza la paura del terrorismo. A volte mi chiedo che differenza c’è tra un attentato e il terrore che diffonde uno stato «democratico» con un’occupazione che uccide la gente ogni giorno. È molto facile odiare quando si è spaventati.
Dalla retromarcia del welfare state, alla violazione dei diritti umani; dal ruolo perverso della guerra, alle scelte contro l’ambiente. Rapporto annuale sui diritti globali (Ediesse-Cgil), alla seconda edizione
Paolo Andruccioli
Il compito dei rapporti è produrre dei bilanci, degli strumenti di lavoro e di ricerca e magari di attività politica. E se si scelgono i diritti fondamentali come indicatori di base, si ottiene (purtroppo) una fotografia del mondo alquanto preoccupante. Una scena in cui aumentano le diseguaglianze e la povertà (550 milioni di uomini e donne che vivono con meno di un dollaro al giorno) e dove continuano a essere negati molti diritti della persona (le torture e Guantanamo sono solo casi estremi); l’ambiente viene calpestato ogni giorno, nonostante il trionfo mediatico delle nuove culture «verdi» e dove, perfino nei luoghi di massimo sviluppo economico, vengono tuttora negati i diritti sindacali e sociali, che comunque vengono giocati nella competizione mondializzata per mettere l’uno contro l’altro i nuovi segmenti dei mercati del lavoro. Un mondo dove la salute non è più un diritto come ci aveva insegnato il Novecento, ma un prodotto che si vende negli uffici delle grandi compagnie di assicurazione private. Il Rapporto sui diritti globali (Ediesse, la casa editrice della Cgil), curato dall’Associazione SocietàINformazione di Sergio Segio, e promosso dalla Cgil, in collaborazione con l’Arci, Antigone, Cnca (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza) e Legambiente, è già alla sua seconda edizione. Era partito l’anno scorso un po’ in sordina e sta crescendo in corso d’opera. Così il nuovo Rapporto (1047 pagine, finite di stampare a maggio) sceglie di mettere al centro i diritti fondamentali, utilizzandoli quindi come indicatori dello stato di salute delle società in cui viviamo. Il rapporto, ha spiegato ieri Sergio Segio che ha coordinato anche questa edizione, vuole essere una «pietra d’inciampo, il nostro contributo alla memoria del presente». Il termine viene traslato dall’esperienza tedesca: in Germania sono state infatte collocate in molte città 3000 Stolpersteine, pietre su cui fare inciampare gli occhi e la memoria, con i nomi delle persone uccise dal nazismo. La fotografia dello stato attuale dei diritti, dunque, come «inciampo» per indirizzare le politiche.
Guglielmo Epifani, il segretario generale della Cgil che firma l’introduzione al Rapporto, spiega che il bilancio degli ultimi dodici mesi è negativo perché lo stato dei diritti in Italia e nel mondo è peggiorato. Il segretario della Cgil ci tiene in particolar modo a sottolineare il fallimento delle trattative sul commercio mondiale. Il flop di Cancun ha lasciato aperta la strada a una politica di scambi commerciali ineguale e fondata sull’assenza di regole. Dati preoccupanti, nel bilancio dei diritti, riguardano quindi ovviamente anche la stessa Europa, che non ha ancora una base costituzionale comune, ma anche il nostro paese, dove «le scelte del governo – sono ancora le parole di Epifani – hanno allargato la fase della stagnazione produttiva, vanificato le prospettive di ripresa e indebolito il tessuto sociale e produttivo».
Titti Di Salvo, della segreteria confederale della Cgil, ha spiegato ieri l’impianto, la struttura del nuovo Rapporto annuale sui diritti. In particolare ha voluto mettere in evidenza la scelta di dividere il lavoro in quattro grandi capitoli (diritti economico-sindacali, diritti sociali, diritti umani, civili e politici, diritti globali ed ecologico-ambientali) e di ripetere per ogni sezione la stessa struttura. Dopo l’esposizione dei temi centrali e le prospettive, vengono cioè proposte delle schede di lettura, una cronologia e le parole chiave. Nella parte riguardante i «nuovi lavori e i nuovi diritti», potrete così trovare le schede sui Cococo, i contenuti della legge 30, la contrattazione collettiva per le collaborazioni. Tra le parole chiave di questa parte spiccano ovviamente gli «atipici», i «call center», il «capitalista personale», il sistema del «job on call» e via dicendo. Molto ricca tutta la parte che riguarda il welfare, dalle pensioni alla sanità, passando per le politiche sociali, mentre nella sezione diritti umani (terzo capitolo) si possono trovare invece gli effetti devastanti della guerra, i conflitti per le materie prime, l’estremismo islamico, ma nelle schede ci sono riferimenti anche alle mine antiuomo, al nuovo boom delle armi, passando per le varie missioni di «peacekeeping» e «peacebuilding».
Nella quarta e ultima sezione, quella sui diritti globali ed ecologico-ambientali si fa il punto sugli effetti reali dei processi di globalizzazione, con schede sulla disoccupazione, la comunicazione e informazione globali, il quarto Forum sociale mondiale, il vertice di Cancun e la crisi del Wto. Non mancano tra le schede planetarie quella sull’accesso ai farmaci e perfino un primo bilancio «in chiaroscuro» del governo Lula in Brasile.
Per Stefano Anastasia (Antigone), il Rapporto è stato anticipatore della situazione che ha fatto emergere le torture in Iraq, mentre per Tom Benetollo (Arci) il lavoro è soprattutto uno stimolo ai partiti e alla politica tradizionale perché si rimetta in sintonia con la società. Teresa Marzocchi (Cnca) e Maurizio Gubbiotti (Legambiente) hanno inve spiegato i nessi tra i diritti del lavoro e quelli sociali e ambientali. Titti Di Salvo ha spinto fino alle estreme conseguenze la critica allo sviluppo economico basato sulla competizione dei prezzi. Invece di perdere la gara con i paesi con il più basso costo del lavoro, bisognerebbe cominciare a esportare i diritti nel mondo. Una frase che nella Cgil, sindacato dei diritti, è suonata bene, ma che in qualsiasi consesso finanziario avrebbe fatto gridare allo scandalo.
Dall’intervista dal titolo “La Spectre dell’ordine mondiale” a Tzvetan Todorov.
da il manifesto
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Al Festival di Filosofia di Cosenza in un contesto in cui si è discusso di «Utopia ed Eresia», lei ha tenuto una lezione sulla «Potenza dell’Amore». Può spiegarci i motivi di questa scelta?
Parto dalla considerazione che l’utopia deve sempre guidarci nella nostra esistenza di singoli e nei progetti politici che gli stati pensano di realizzare. Ma non credo alla concretizzazione reale di un’utopia. Non è possibile realizzare il paradiso terrestre perché la specie umana è imperfetta esattamente come il «giardino imperfetto» di Montaigne. Montaigne spera che la morte lo raggiunga mentre lavora al suo giardino. Ciò che voglio dire è che l’amore è certo la dimensione più bella dell’esistenza umana. Oggi si può essere un po’ scettici rispetto a quest’idea. La vita pubblica, infatti, non è organizzata secondo il principio dell’amore ma della giustizia o dell’uguaglianza che non è esattamente la stessa cosa. Ecco perché insisto sulla «potenza» dell’amore. La «potenza» non è banalmente la forza ma la «possibilità». Un costante «tendere a» che non si può arrestare esattamente come non è possibile arrestare la forza che scaturisce dalla possibilità utopica d’immaginare un mondo altro da questo.
Recensione di “La fragilità dei padri. Il disordine simbolico paterno e il confronto con i figli adolescenti” 2004, Milano, Unicopli, di Marco Deriu
Anna Paini, antropologa
Marco Deriu nel rendere conto delle interviste condotte nell’arco di due anni a Carpi (Modena), con un gruppo di padri e di figli adolescenti (1) “ipotizza l’esistenza di un conflitto intergenerazionale nel maschile, un conflitto non diretto e non esplicito, che si presenta piuttosto nella forma, più sottile ma anche più profonda, di ampi e significativi blocchi comunicativi tra la generazione degli uomini adulti e quella dei giovani e degli adolescenti”. Il conflitto quindi assume forme diverse rispetto a quello che aveva segnato le generazioni precedenti, non passa attraverso gesti di rottura, di ribellione aperta quanto piuttosto attraverso il blocco della comunicazione. Emerge una rinuncia all’autorità da parte dei padri che vogliono affrancarsi dal modello maschile genitoriale dei propri padri e contemporaneamente un non riconoscimento di autorevolezza da parte dei figli nei loro confronti; emergono grosse “difficoltà a confrontarsi con l’aspetto conflittuale delle relazioni” da parte degli adulti e viene meno “la funzione di contenere, di limitare, di orientare, di dare misure, limiti, sponde”, generando una impasse nei rapporti. Nelle pagine conclusive Marco si chiede se una via d’uscita da questo vicolo cieco possa essere quella di proporre nuovi modelli e chiarisce che sente piuttosto la necessità di fornire riferimenti chiari.
Ho apprezzato La fragilità dei padri fondamentalmente per due ragioni:
Innanzitutto per il taglio metodologico. Marco Deriu esplicita di voler evitare di “incasellare le diversità dei padri in una serie di tipologie stereotipate”, ossia di non voler confinare i percorsi biografici in tipologie predefinite, che risulterebbero inadeguate alla lettura di un fenomeno molto articolato.
Tengo a evidenziare questo aspetto perché spesso mi sono confrontata con saggi su temi a me più vicini, quali per esempio l’immigrazione, dove si opta per riproporre “nuove” tipologie che possono sembrare più ordinatrici, ma che appiattiscono la complessità della realtà presa in esame.
L’approccio di Marco è senz’altro più produttivo in quanto largo spazio viene dato ai racconti dei propri interlocutori (padri e figli intervistati) e in primo piano vi è la loro esperienza e la loro relazione (“far emergere la complessità dei punti di vista degli uni e degli altri, mostrare anche la compresenza di elementi contraddittori e di tensioni differenti che possono attraversare la stessa persona”) senza che questo nasconda l’intervento interpretativo dell’autore.
La seconda ragione riguarda l’aiuto che queste interpretazioni mi hanno dato per affrontare un altro contesto intergenerazionale con cui mi sono confrontata, quello di ragazze adolescenti, nello specifico di giovani immigrate. Ho letto La fragilità dei padri mentre ero impegnata in una scuola superiore di Reggio Emilia in una prima ricerca su studentesse straniere, soprattutto di provenienza maghrebina, alcune a Reggio da molto tempo (qualcuna nata qui), altre invece appena arrivate; una ricerca che avrei presentato nell’ambito di un ciclo di incontri, proposto nel corso del 2004 dalla provincia di Reggio Emilia, dal titolo Arrivare non basta. Complessità e fatiche dell’immigrazione familiare. Alcuni passaggi del libro di Marco mi hanno offerto chiavi di lettura per restituire il materiale raccolto svincolato da schemi, cui troppo spesso affidiamo il senso della nostra interpretazione, che contrappongono le scelte individuali a quelle famigliari.
Dalle testimonianze delle più grandi emerge la capacità di muoversi tra più mondi culturali, di rivendicare un’identità complessa, di essere delle mediatrici tra il contesto scolastico ed extra-famigliare in generale e quello famigliare. Posizione ben diversa da quella di chi ritiene che queste ragazze posseggano due insiemi di regole cui fare ricorso a seconda dei contesti. I loro racconti parlano invece un linguaggio di permeabilià che apre uno spazio di negoziazione. Alcune sono riuscite a mediare tra le richieste famigliari che imponevano loro un fidanzamento e matrimonio concordato e la voglia di continuare a studiare, ben consapevoli di non voler interrompere i rapporti di scambio con la propria famiglia, cui assegnano un alto valore.
Questi racconti presentano situazioni che potrebbero sembrare contraddittorie, ma iniziare a leggerle come attraversate da conflitti che non scelgono gesti di rottura o di sfida ma altre strade, che non sono nemmeno quelle del blocco comunicativo, è stato produttivo. Le riflessioni proposte da Marco Deriu sono quindi state utili per interrogarmi sui rischi insiti nel leggere questi gesti, questi comportamenti attraverso schemi che non funzionano più nemmeno per gli adolescenti “nativi”.
Forse bisognerebbe iniziare a riflettere seriamente sui modelli genitoriali a cui si rifanno le adolescenti straniere, senza liquidare o etichettare certi comportamenti come mancanza di autonomia individuale. Si potrebbe piuttosto considerarli come risposte di ragazze che riconoscono e danno valore all’autorità rappresentata dall’esperienza nella differenza generazionale, e che valorizzano la dimensione verticale (assente invece nel rapporto padri-figli delle testimonianze proposte da Marco), e che nello stesso tempo sono consapevoli della differenza tra le loro vite e quelle delle loro madri e si pongono come mediatrici tra contesti culturali diversi, ma senza optare per gesti di sfida emancipatoria.
In una situazione di crisi dei rapporti intergenerazionali forse abbiamo qualcosa da imparare dall’esperienza di giovani donne che negoziano con la propria famiglia svincolate dalla contrapposizione indipendenza/dipendenza.
A fine lettura mi sono resa conto che la riflessione proposta in La fragilità dei padri non coincideva con la mia esperienza di madre di una figlia, esperienza che ha fatto proprio un altro percorso di relazione, che ha scommesso sul tenere insieme la valorizzazione dell’autorità femminile con un rapporto dialogante.
Per questi motivi ritengo che il libro di Marco Deriu offra spunti di riflessione e produca interrogativi vantaggiosi anche per chi non può essere compresa in una genealogia maschile.
(1) le interviste fanno parte di una ricerca qualitativa svolta a Carpi (Mo) per conto del Centro per le Famiglie del Comune e del Free entry Punto d’ascolto per adolescenti dell’Ausl di Modena – Distretto di Carpi.
Lia Cigarini
Via Dogana ha messo a tema la lingua corrente. Non è una proposta politica, “non si tratta cioè di sostituire il pensiero della differenza sessuale con un pensiero più avanzato. Ma piuttosto di tenerlo disarmato vicino al non pensiero di cose che non c’entrano ma càpitano”.
Per me, insofferente negli ultimi tempi al linguaggio un po’ rarefatto e ripetitivo di questa rivista (le parole a me o danno energia per capire e agire o sono morte), l’idea di lingua corrente ha significato immediatamente un ripensare e far parlare le scelte che andavano facendo le mie clienti separande nei loro rapporti con gli uomini e i figli in nome del femminismo dei diritti, scelte magari opposte alle mie e dettate da un desiderio di rivincita che mi è estraneo. La mia lettura può essere discutibile e, infatti, è discussa.
Ma il punto non è qui. Questo materiale – la relazione/conflitto con gli uomini mi (ci) ha sempre coinvolto da vicino – è, diciamo così, pane per i nostri denti. E’ vero che io, insieme ad altre, ho fatto un salto a lato sottraendomi ai molti disagi della relazione quotidiana con un uomo. Tuttavia la riflessione sui rapporti con gli uomini, sempre viva e approfondita, ha creato un sapere che può circolare nonostante le scelte diverse tra me e le mie clienti, tra le lettrici di Via Dogana e forse si può dire tra le donne. Perché si è sempre cercato, con un’estesa pratica di relazioni, che non fosse una collocazione marginale (separatista) ed estranea al mondo.
Questa collocazione a lato ma strettamente connessa con il mio (nostro) desiderio di esistenza libera, si è rivelata preziosa anche per capire qualcosa della sempre maggiore femminilizzazione del lavoro. La riflessione di tanti anni in un gruppo a partire dalla nostra esperienza lavorativa, insieme agli scambi con altre donne lavoratrici e sindacaliste e con uomini interessati al tema del lavoro, mi permette di leggere il conflitto tra i sessi, la contraddizione tra vita e lavoro, la parlante differenza femminile, anche sotto quello che si presenta come un discorso di uguaglianza raggiunta con gli uomini e di adeguamento indolore al loro modo di lavorare. Ho la sensazione che, se il confronto andrà avanti con sempre più donne lontane dalla pratica della differenza, senza pretendere di ordinare il materiale secondo la lingua che si è già costituita in questi trenta anni tra di noi (sono state le linee seguite negli incontri sul lavoro voluti da Pinuccia Barbieri in Libreria), ci sarà una contaminazione dei linguaggi e del pensiero nel mettere in discussione il modo di lavorare maschile o perlomeno nel creare movimento e riflessione.
E poi è capitato l’Iraq, le soldate, le torturatrici con scatto porno-fotografico. Qui non mi sembra che abbiamo una riflessione collettiva e una pratica politica adeguata. Il salto a lato, nelle questioni della guerra (di questo tipo di guerra), lo abbiamo fatto ma risulta essere un salto nella marginalità o perlomeno nell’estraneità: la pratica di relazione tra donne non ha inciso né deciso, la relazione di differenza con gli uomini è faticosa.
Da qui, l’impotenza politica più assoluta e frustrante rispetto al susseguirsi delle guerre (Israele-Palestina, Golfo, Kosovo, Iraq) e alla teorizzazione americana della guerra preventiva.
Eppure Luisa Muraro, già nel 2001, subito dopo l’11 settembre, nel testo intitolato Che cosa ci sta capitando? (VD 58/59), invitava ad uscire dall’autosufficienza, perché “capita qualcosa per cui non posso aver ragione ed è perfino ridicolo cercare di averla in quanto l’essenziale è ancora da pensare” e chiedeva di esserci in questa sfida: essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto perché i contenuti nascono dallo scambio e sono frutto della mediazione di volta in volta.
La riflessione collettiva non si è però avviata, forse perché le mediazioni che usiamo per pensare e agire, vale a dire l’esperienza e la relazione con altre/i, qui non funzionano. Ma, d’altra parte, penso che senza riflessione collettiva niente si possa aggiungere a quello che tanti uomini di buona volontà hanno pensato e fatto.
Poi, l’Iraq, le torture e soprattutto la foto della giovane Lynndie England con il prigioniero iracheno nudo al guinzaglio, foto che è già diventata l’icona di questa guerra.
Ma, finalmente, a Roma, all’incontro su Via Dogana e lingua corrente, presso la Casa internazionale delle donne, l’8 maggio scorso, è scoppiata una vivacissima e interessante discussione che ha prodotto una spietata e utile decostruzione del femminismo. Il dolore, la vergogna e lo scacco hanno costituito il punto vivo dell’esperienza, che prima mancava, almeno per quelle che erano lì, ma chissà per quante altre. Ed è a partire da quelle emozioni che si è iniziato a ragionare con originalità.
[…]
Stefano Ciccone
Nel dibattito sui referendum per l’abrogazione parziale della legge sulla procreazione medicalmente assistita cominciano ad aprirsi dei varchi che incrinano la posizione astensionista. Come uomo mi interessa stare in questa discussione non semplicemente da “progressista” contrastando una legge oscurantista ma ascoltando cosa mi dice questo conflitto. Quali domande mi pone, quali opportunità mi apre. So infatti che non posso linearmente fidarmi ne’ della scienza ne’ della “biologia”: due fonti di certezze che rappresentano altrettante gabbie nel mio tentativo di definire la mia esperienza come uomo.
Forse non è del tutto un caso che proprio il quesito definito sulla fecondazione eterologa sia quello che registra il maggior numero di obiezioni. La definizione errata (dato che non di fecondazione eterologa si tratta ma di semplice donazione di gameti maschili non provenienti dall’interno della coppia) sembra voler evocare ardite sperimentazioni mentre il tema al centro è ben più concreto e antico e riguarda la certezza della paternità.
Nella storia la responsabilità maschile nella difficoltà ad avere figli delle coppie è sempre stata dissimulata rispetto alla sterilità delle donne (quando non la loro “incapacità” a dare un erede maschio al padre). Una colpevolizzazione delle donne che però diceva al tempo stesso della “accessorietà” maschile nel processo riproduttivo. Un’accessorietà che credo sia fondativa dell’identità maschile e della stessa società segnata dall’ordine patriarcale. Patriarcato vuol dire potere del padre, vuol dire genealogia segnata dal nome del padre e dalla riduzione della donna a corpo gestante del seme paterno. La norma, la regolazione sociale del controllo maschile sui corpi delle donne ha reso visibile il ruolo paterno nella genealogia, ha affermato un ruolo maschile nel susseguirsi delle generazioni contro le evidenze della natura. Un ruolo, all’origine dell’umanità probabilmente non percepito, non visibile. Ma la costruzione di questo potere ha reso gli uomini estranei a se stessi e ai propri figli riducendo l’esperienza paterna nella rappresentazione del “pater familias” che fondando se stessa sull’astrazione del proprio ruolo e del proprio sapere ha negato legittimità storica a una relazione basata sulla frequentazione del proprio corpo come fondante di una paternità costruita sulla relazione.
La storia dei nostri padri e l’inutilizzabilità per noi del loro ordine, dei “dividendi”di privilegio e autorevolezza che abbiamo ereditato da loro, ci dicono che quella strategia è ormai esaurita pur nella sua capacità oppressiva che ancora esprime.
Dopo la legge anche la tecnologia, il sapere medico sono stati alleati della mascolinità storicamente determinata, nella lotta ingaggiata con il femminile per il controllo sul processo riproduttivo. I corpi femminili sono divenuti trasparenti e hanno rivelato “il figlio” prima della nascita rendendolo altro dalla madre e permettendo ai padri di costruire una relazione “anche fantasmatica” con la sua immagine riprodotta nei monitor. Un processo che non ha soltanto ampliato gli spazi di invasione maschile nei percorsi di autodeterminazione delle donne ma ha anche rinnovato l’esperienza della paternità e chiesto agli uomini una nuova responsabilità offrendo alle relazioni tra i sessi spazi per liberare la sessualità dalla finalità riproduttiva e le esperienze genitoriali dalla necessità biologica di ruoli attitudini dei sessi.
Ma anche la scienza, da alleata del desiderio maschile di controllo dei processi riproduttivi si è rivelata capace di enfatizzarne l’accessorietà fino a produrre la possibilità di una maternità che avvenga senza un rapporto sessuale con un uomo.
Insomma la ricerca maschile di protesi normative e tecnologiche si rivela una strada senza uscita che genera nuova miseria nell’esperienza umana degli uomini. Una miseria da cui vogliamo affrancare la nostra vita.
In questi anni è cresciuta anche nel nostro paese una riflessione e un’iniziativa di uomini che partendo dalla propria parzialità intendono interrogare la politica, le relazioni con le donne, i linguaggi, le relazioni sociali.
Questa esperienza politica sceglie di stare anche nella battaglia sulla legge 40 portando la propria riflessione che chiede un’interlocuzione con le donne oltre il tema dei diritti,della libertà del progresso scientifico, della laicità dello stato e della non influenza dello Stato nelle scelte personali. Si tratta di terreni per loro natura ambigui quando si tratta di relazioni tra i sessi. Penso solo, oltre le cose già dette, al pericoloso ritorno a un’idea della famiglia come luogo privato e protetto dallo sguardo pubblico che spesso si è rivelata luogo di violenza e oppressione anziché di libertà.
Le nuove tecniche, le nuove forme di definizione tra i sessi nella procreazione sono dunque segnate da nuove ambiguità che non voglio sottacere per necessità di schieramento in una battaglia che, utilizzando lo strumento rozzo del referendum non da grande spazio alla costruzione di percorsi di confronto e partecipazione più ricchi. Eppure in tutto questo vedo un’opportunità per parlare della mia domanda di libertà e di senso e scoprire che questa si incontra con l’autonomia e la libertà femminile e parte dall’esperienza che faccio del mio limite, come uomo, di non poter accedere alla paternità senza costruire una relazione con una donna.
Credo, ad esempio che vada ascoltata e valorizzata l’esperienza di quegli uomini che scelgono di diventare padri non biologicamente ma attraverso il seme di un donatore sapendo che non è la biologia che li renderà padri ma la relazione con quella donna e con quel bambino o quella bambina. Un’esperienza non banale, certamente segnata da una frustrazione e dall’esperienza dolorosa di un limite che viene reinventata e resa una risorsa e che forse può dire qualcosa alla rincorsa tecnologica alla genitorialità che chiede paradossalmente alla tecnica il supporto per fondarsi nella necessità della biologia.
Nell’esperienza maschile la genitorialità non è mai biologica, non si fonda nel corpo ma nella relazione, nella mediazione con la donna, nel riconoscimento reciproco . I padri possono assistere in sala parto le proprie compagne ma entrano in ospedale come i parenti, si accostano al letto della donna dove lei, porgendo il bambino lo indica come padre.
Vedo l’opportunità di una nuova politica tra donne e uomini che non si fermi ai diritti ma interroghi le esperienze di ognuno/a, in questo senso nella discussione sulla Legge sulla procreazione medicalmente assistita è necessario andare oltre le polarizzazioni tra libertà della scienza e necessità di normazione, tra desiderio di genitorialità e vincoli basati su modelli morali, tra laicità dello stato e eticità della legge.
I pochi gruppi di uomini che tentano un percorso originale di presa di parola a partire dalla propria esperienza parziale hanno, sul tema della nascita e sul ruolo dei due sessi nelle scelte che la riguardano, costruito negli anni iniziative e proposte tese a affrancarsi da una richiesta d complicità con politiche che tendono a imporre per legge limiti all’autonomia e alla libertà delle donne.
Non è nella legge (nel potere, nel ruolo patriarcale in famiglia, nel riconoscimento normativo di poter dire la propria sulle scelte procreative delle donne) né nel controllo tecnologico del corpo femminile, che potremo trovare risposta alla domanda di senso che segna la nostra condizione di uomini. Dobbiamo ascoltare i limiti del nostro corpo, farne e esperienza e chiedere di fondare una relazione con le donne sul riconoscimento reciproco tra due parzialità. Una relazione che, dunque, faccia i conti con i desideri e le fantasie di onnipotenza, le torsioni della libertà in autosufficienza, le promesse tecnologiche di reinvenzione dei corpi. Una relazione per la quale, come dicemmo molti anni fa chiede uno spazio vero tra la prima parola e l’ultima che le donne continuano a dover avere sulle scelte che riguardano la loro possibilità di generare un altro corpo da se’.
Per fare questo dobbiamo sgombrare il campo da un tentativo retrivo di normare le scelte di vita delle persone e il loro accesso alle tecniche, per aprire un nuovo spazio di confronto tra donne e uomini.
da il manifesto – Estate ’72, Jane Fonda e il marito Tom Hayden, attivisti-bandiera contro la guerra in Vietnam, vengono in Europa per delle conferenze. E passano anche dalle stanze del manifesto… Da noi si cantava «C’era un ragazzo / che come me…», in California i pacifisti battevano la West Coast insieme ai reduci dell’Indocina contro Nixon e la sua «sporca guerra». Luciana Castellina racconta la campagna per il Vietnam con «Barbarella» e la visita di Jane, «una bella compagna», al nostro giornale
Aveva un tailleur-pantaloni in gessato, scarpe basse, camicetta bianca. I capelli biondi lunghi, ma non eccessivi. Era bellissima; e sobria. Era seduta proprio qui, nella redazione del manifesto, via Tomacelli 146 (le piccole stanze a metà corridoio, all’ultimo piano). Dove belle ragazze non mancavano, ma certo erano un’altra cosa. Lei era Barbarella, come l’aveva ribattezzata il suo primo marito, il regista francese Roger Vadim; ora finalmente di nuovo se stessa, Jane Fonda (grande cinema anche nella famiglia originaria, perché figlia di Henry e sorella di Peter), futura signora Hayden. Hayden Tom, leader degli Sds (Students for a democratic society ), uno di quelli che nel ’69 finì in galera per aver pesantemente disturbato la Convention democratica di Chicago.
Quello era l’anno in cui il Vietnam, negli Stati Uniti, aveva cominciato a scottare. Jane era venuta da noi come ambasciatrice del movimento americano per raccontare al manifesto, in quel tempo il gruppo politico più conosciuto fra le generazioni sessantottine del mondo intero, cosa stavano facendo e cosa si proponevano per bloccare l’aggressione all’ex colonia ereditata dalla Francia.
La malafemmina
L’improvviso riemergere dai fondi della memoria di questo paese aggredito – ora, come gli altri di Indocina, avviato ai commerci globali, ma utile parametro per stabilire i record dell’orrore della guerra moderna e della civiltà occidentale – mi ha riportato il ricordo di Jane Fonda, militante pacifista americana, la più nota, certo, e anche la più invisa ai militari, proprio perché incarnava assieme il mito della donna che ogni soldato sognava di avere come fidanzata e il simbolo di una spavalda rivolta. Una malafemmina, insomma, che disturbava non poco la mitologia americana. E la disturba tuttora, se si pensa alle grida della stampa neocon quando il volto quasi imberbe del candidato democratico John Kerry è apparso dietro a quello di Jane nella vecchissima foto di un tribunale allestito dal movimento pacifista americano per denunciare torture e vessazioni compiute dall’esercito nella piana del Mekong. E cui partecipavano – lo racconta con straordinarie testimonianze in diretta un film di trent’anni fa, «Winter Soldier» – gli stessi che quelle atrocità avevano compiuto e ora si rendevano conto di quel che erano stati indotti a fare dalla brutalità della guerra. Anche questa foto ha contribuito a rilanciare la memoria del Vietnam: il parallelo con l’Iraq è ogni giorno più stingente. Ma in questa campagna elettorale americana sembra che possa levare una parola critica sugli ammazzamenti di iracheni solo chi ha ammazzato almeno una buona dose di vietcong, altrimenti gli tolgono la parola.
Quando Jane venne in via Tomacelli doveva essere l’inizio del `72 e con noi restò a parlare a lungo, come una compagna qualsiasi. Una bella compagna. La rividi mesi dopo, nel viaggio in America per seguire la campagna elettorale che opponeva Nixon allo «scandaloso pacifista» McGovern, il mio primo viaggio negli Usa e il primo reportage oltreoceano del manifesto. Approdai a casa sua a Los Angeles, una villetta sulle pendici alte di Beverly Hills, sacco in spalla e dopo un certo numero di bus pieni solo di domestici neri, perché a quei tempi il giornale non poteva permettersi taxi né alberghi e in giro per gli Usa io andavo grazie alla catena di solidarietà dei compagni, dormendo a casa dell’operaio di Detroit o in quella, a La Jolla, di Herbert Marcuse, il biglietto aereo pagato grazie a qualche conferenza in università americane dove docenti progressisti introducevano presso famelici allievi le glorie della nuova sinistra europea. Nella catena, un anello era anche la casa di Jane e di Tom. Una casa nel quartiere delle star. Mi sembrò un accampamento, come tante delle nostre case di militanti in quell’epoca: nelle stanze piene di disordine, sacchi a pelo sparsi dovunque e libri e giornali accatastati negli angoli, alla parete la carta degli Usa, bandierine nei luoghi dove si era tenuta una manifestazione pacifista, perché, mi spiegarono, «abbiamo voluto privilegiare il Middlewest, l’America profonda delle piccole città, mai lambite dal movimento, più stravolte dall’informazione deformata».
Jane stava partendo per uno dei suoi «raid» serali lungo la costa californiana: una serie di conferenze, tenute assieme a reduci del Vietnam. Non stava bene, Jane: aveva la nausea. Solo dopo mi disse che credeva di aspettare un bambino. Ma partì lo stesso e io l’accompagnai giù per le lucenti autostrade fino ai grandi agglomerati urbani a ridosso di Hollywood. Non capitava spesso agli abitanti dei suburbi d’incontrare una come Jane Fonda e perciò le sale dei cinema erano affollate. Jane sapeva bene che ad averli mossi non era la preoccupazione per il Vietnam ma la curiosità per la diva famosa e il suo famosissimo clan. E proprio di là partiva per attrarne l’attenzione e condurli via via a capire.
Dal palco, microfono in mano, cominciava a raccontare di quando era piccola e suo padre Henry, assieme a Gary (Cooper), a John (Wayne), a Glenn (Ford) la sera giocavano a poker, sempre in stivali, il pistolone a fianco, i modi dei loro western, come se si trovassero in un saloon all’epoca della costruzione della ferrovia e non in un domestico salotto di amici. Incapaci di uscire dai loro personaggi, anche dopocena, a casa. La forza della mimica, dell’autosuggestione, del teatro, sicché alla fine non è più possibile discernere fra la realtà e finzione. Anche con lei era stato così, raccontava seducendo la gente in platea che seguiva, passo passo, ogni suo gesto: Hollywood l’aveva rifatta, alterata. Rifatto i seni perché non abbastanza grossi, le labbra perché troppo sottili, i capelli, i vestiti, il modo di camminare. Stravolgimento delle persone, delle cose, della storia. Non era forse andata così con i pellirossa? Gli indiani d’America erano ormai diventati quel che ne avevano fatto i film di Hollywood, così come suo padre e i suoi amici.
E’ solo dopo questa preparazione, seguendo un accorto crescendo, in cui ogni frase politica nasceva da un ricordo, da un’annotazione che veniva dalla Hollywood più esclusiva, è solo allora che Jane tirava fuori il Vietnam. Quando la gente era ormai dentro la sua rete.
La vicenda del Vietnam mistificata, i vietcong come gli indiani, gli eroi di Nixon come le marionette di Hollywood, gli uni barbari e cattivi, gli altri sempre coraggiosi, civili, vincitori. L’America inventata. Come ora.
L’accoglienza del pubblico era singolare: nemmeno un soffio che disturbasse il suo recital-comizio, tecnici, impiegati, quadri medio bassi dell’industria cinematografica più potente del mondo e del suo indotto affascinati dalle parole della compagna Fonda. Poi, appena lei lasciava il proscenio ai reduci e la realtà entrava in diretta un gran freddo che calava. Ma alla fine il bilancio della serata era positivo. Ricordo il discorso, ripetuto a ogni tappa ma sempre stravolgente, di un ex prigioniero dei Viet: in guerra c’era andato volontario, per comprarsi un’automobile. Poi il fronte, l’orrore, la vergogna, la paura quando era stato preso prigioniero e alla fine, però, aveva capito che i vietcong erano capaci di intendere quel che gli americani non avevano ancora afferrato: la distinzione fra popolo e governo degli Stati uniti.
Jane Fonda non è più una militante pacifista. E’ capitato a tanti, non le si può muovere particolare sermone. Ha sposato in ulteriori nozze Ted Turner, l’inventore-padrone di quella cosa da cui tutti dipendiamo: la Cnn. Almeno all’inizio, la tv globalizzata meno indecente. Proprio come attiva collaboratrice e non solo moglie di Turner ho reincontrato Jane qualche decennio dopo, in una buona conferenza dell’Onu sull’informazione. Mi domando cosa pensi adesso, quando la Cnn non è più nemmeno di suo marito e lei non è più sua moglie; e comunque la Cnn non è più quella che era.
[…]
La visita di Jane Fonda al manifesto non fu una bizzarria ma un segno della famosa altra America che c’era e per fortuna, almeno un po’, c’è ancora.
La Corte suprema canadese ha dato torto al contadino che sei anni fa aveva trovato nel suo campo semi geneticamente modificati. Noi sappiamo che ha ragione. Aspettiamo il tribunale che gli darà ragione.
(La Redazione del sito)
Canada, il gigante biotech vince la causa sui contadini
Per la Corte suprema la multinazionale Usa «ha il diritto di brevettare semi gm». Gli ecologisti: «Così Monsanto potrà continuare a inquinare i campi»
di Daniela Sanzone – Toronto
Per l’ennesima volta il Canada si pone all’attenzione del mondo per una decisione storica. Ma in questo caso non è in nome dei diritti delle cosiddette minoranze o dei più deboli. La Corte Suprema canadese ha piuttosto difeso il gigante biotecnologico americano Monsanto, riconoscendone per legge – per la prima volta in assoluto – il diritto di brevettare i semi geneticamente modificati. Ne esce sconfitto Percy Schmeiser, coltivatore di Bruno, in Saskatchewan. Questi, secondo la Corte, avrebbe infranto i diritti della Monsanto, avendo piantato nella sua proprietà, senza averli regolarmente acquistati e senza dunque sottostare alle strette regole dell’azienda, i semi di canola (un tipo di mais) modificati e quindi resistenti all’erbicida. La vicenda va avanti ormai da sei anni e è stata definita la battaglia di Davide contro Golia. Ricordiamo i fatti. La Monsanto – con sede a St. Louis, Missouri, valutata sui 4.9 miliardi di dollari di introiti all’anno – ha fatto causa al contadino, accusandolo di aver rubato i semi, mentre lui continua a sostenere di non sapere neppure che si trattasse di semi geneticamente modificati, tanto che non aveva mai fatto uso del potente erbicida fornito dalla società stessa per difendere le coltivazioni. Sarà stato il vento, aveva detto Schmeiser, o un camion che li ha scaricati per sbaglio sulla proprietà. La ditta non ha sentito scuse o ragioni e ha chiesto il pagamento di quasi 20.000 dollari come percentuale dei profitti di Schmeiser, più altri 153.000 come risarcimento delle spese legali. Ma se la Corte ha dato ragione alla Monsanto, in un piccolo colpo di scena, ha anche sollevato il settantatreenne contadino dal pagamento preteso dalla ditta (proprio perché il potente erbicida non è stato mai utilizzato). I giornali hanno definito la decisione una gigantesca vittoria della biotecnologia e una devastante sconfitta per i critici dell’ingegneria genetica. «Nell’era in cui la manipolazione genetica gioca un ruolo complessivo – afferma Dana Flavelle sul Toronto Star – dalla ricerca sul cancro alle malattie del cuore, una decisione negativa nei confronti della più grande azienda biotecnologica avrebbe avuto una ripercussione negativa sugli investimenti in Canada».
E infatti, il vice presidente esecutivo della Monsanto, Carl Casale, ha subito commentato che la Corte Suprema «ha stabilito uno standard mondiale nella protezione di una proprietà intellettuale e questa decisione mantiene il Canada come un’attraente opportunità di investimento». Schmeiser e i suoi sostenitori, un gruppo di consumatori, ambientalisti e coltivatori, lo hanno definito invece un enorme passo indietro. La sentenza tra l’altro arriva a una settimana dall’abbandono da parte dell’azienda degli esperimenti genetici sul grano. E se il sindacato nazionale degli agricoltori parla di violazione del diritto acquisito ormai da tempo dei contadini di mietere e sviluppare i propri semi e li pone nelle mani dei giganti internazionali, il Council of Canadians avverte che la Monsanto potrebbe ancora perdere la propria battaglia «nella corte dell’opinione pubblica». Pat Venditti, portavoce di Greenpeace Canada, dichiara che in questo modo la corte consente alla Monsanto di «continuare a inquinare i campi degli agricoltori e a minacciarli con costose cause». Il Canada, afferma Venditti, ha preso una posizione del tutto dalla parte del mercato, ignorando i consumatori e i rischi che queste coltivazioni comportano».
da il manifesto
Sono consapevole del fatto che il fare architettura non termina con la realizzazione di spazi più o meno qualificati, ma che prosegue con lo «stratificarsi» delle azioni, delle emozioni, dei sentimenti di chi li abita, che li renderanno vivi e unici. Sono consapevole che la casa, umile che sia, non è mai costituita dalle sole mura che «contengono», ma dalla vita che vi si svolge dentro; dalla storia delle vicende umane; dalle speranze di futuro, dai simboli che vi si raccolgono; dagli odori che vi si impregnano; dalla luce che la illumina; dal calore che la riscalda; dai suoni che la ravvivano. Sono consapevole di questo e in qualità di artefice dell’architettura, non posso accettare che Israele, nella sua pur giusta difesa dal terrorismo, adotti come metodo di «difesa» la demolizione delle case palestinesi. Dal 2000, in Palestina, questa «difesa» ha creato ben 12 mila profughi. Questo metodo barbaro, è più umiliante e repressivo della stessa eliminazione fisica, perché riguarda non una sola persona, ma l’intera famiglia che ci vive. Toglie ai padri l’orgoglio di aver dato un riparo alla famiglia, alle madri la protezione necessaria a un sereno accudimento dei figli, ai figli la speranza di un futuro migliore. Per questo chiedo che gli Ordini degli architetti, quali rappresentanti dei professionisti e quali custodi dei valori dell’abitare, condannino pubblicamente l’uso deliberato dell’abbattimento delle case palestinesi da parte dell’esercito israeliano.
Parla Ousmane Sembene, vincitore del Certain regard con “Moolaadé”, film con cui il padre del cinema africano racconta la rivolta delle donne contro l’escissione. “Sono loro, più degli uomini, a muoversi verso nuove consapevolezze”
Cristina Piccinno
L’oggetto da cui non si separerebbe mai è la sua pipa, il personaggio che ama di più nella storia del cinema è Charlot e se gli chiedi cosa significa fare un film risponde: “È come cucinare un buon pranzo”. Lui del resto si definisce un bravo cuoco – pure se in occasioni molto speciali, proprio come sono i suoi film. Sembene Ousmane, che ha scoperto Chaplin da ragazzino, a Ziguinchor, nel sud del Senegal, deve amarne l’humor obliquo, lo stesso che riempe ogni sua frase di provocazioni gentili. Moolaadé ha vinto il concorso del Certain regard, quasi “rimediando” alla pessima figura fatta da Thierry Frameaux che non l’ha voluto in competizione – nella giuria ci sono anche due direttori di festival che ancora prediligono l’indipendenza come Michel Demopoulos (Salonicco) e Eva Zaoralova (Karlovy Vary). Poi Carlos Gomez (Le Journal du Dimanche), Eric Libiot (L’Express), Baba Richerme (Rai). Perché Moolaadé è un film magnifico e importante, che polverizza la violenza spacciata per identità, tradizione, valore religioso.
La rivolta delle donne africane contro la pratica dell’escissione, di questo parla Moolaadé, dedicato dal regista alla madre che come la protagonista del film, Collé, l’eccentrica del villaggio, ha vissuto lottando per sconfiggerla. Sembene, considerato il “padre” del cinema africano ha la stessa determinazione: un immaginario potente e libero che racconta l’Africa rovesciando le “leggi” coloniali dell’esotismo, con intelligenza e gusto del cinema. Lo incontriamo sulla terrazza del Palais, un pomeriggio di sole, elegantissimo e con l’inseparabile pipa.
La pratica dell’escissione continua in 38 dei 54 stati che appartengono all’Unione africana. Lei dedica il film a sua madre, pioniera nella lotta per abolirla. È da qui che nasce “Moolaadé”?
Non riesco mai a spiegare con precisione come si formano le idee in un processo creativo. Certamente il punto di partenza è la realtà quotidiana in cui le donne rappresentano per me l’anima contemporanea dell’Africa. Sono loro, molto più degli uomini a compiere un percorso verso nuove consapevolezze, a cominciare dalla lotta contro l’escissione. La protagonista del film ha subito l’escissione da ragazzina. È una ferita dolorosa, e non solo fisicamente. Questo la spinge ad aiutare le altre. Si è opposta all’escissione della figlia ed è diventata un punto di riferimento per tutte quante cominciano a prendere coscienza della propria individualità.
Al tempo stesso convive con la cultura della tradizione, la poligamia…
E le diverse mogli vanno d’accordo nonostante i continui litigi… Conosco la mia società, so come sono le donne della mia famiglia: l’uomo pensa di occupare un certo posto e loro lo lasciano fare, così si sente un maestro. Non c’è un conflitto reale, il problema riguarda la società che cerca di imporre ruoli e regole… Forse anni fa in Italia era un po’ la stessa cosa.
Dove è stato girato “Moolaadé”?
In Burkina Faso, non lontano da Ouagadougou, una zona che amo molto. Sono luoghi di pace e di serenità. È importante perché ho sempre girato i miei film in un décor naturale. L’elemento più difficile è la luce: in Africa è molto forte, bisogna catturarla con attenzione.
La radio. Nel film si direbbe un mezzo sovversivo in mano alle donne e temuto dagli uomini.
In Africa è un media molto diffuso e molto potente. Per un paese dove ci sono ancora tanti analfabeti, radio e satelliti, che parlano le lingue nazionali, arrivano a tutti. Quando la figlioletta di Collé dice al “mercenario” che lei sa bene cosa significhi il suo soprannome, che lui fa parte di quegli eserciti che in Africa hanno massacrato migliaia di persone, è perché ascolta la radio. I capi religiosi le vietano, si rendono conto che sono un’arma di conoscenza. In generale temono il ruolo della “cultura”, che non sono solo i libri ma è conoscere quanto avviene nel mondo per rispondere all’oppressione.
La presenza della moschea al centro del villaggio vuole dirc che in Africa sta dilagando l’integralismo?
Non proprio. In Africa c’è rispetto per le religioni, le moschee hanno fatto sempre parte della società come le chiese cristiane. Non è questione di integralismi: gli uomini sono molto più conservatori delle donne, così utilizzino tutti i mezzi per mantenere la situazione bloccata.
“Moolaadé” arriva quattro anni dopo il suo ultimo “Feat-Kinè”. Questo perché il cinema africano oggi non riesce più a trovare i finanziamenti? Ma è sempre stato difficile averli…
Moolaadé è stato girato in otto settimane ma ci è voluto un anno e mezzo di preparazione, gli attori che sono quasi tutti non professionisti dovevano appropriarsi dei loro personaggi. È la lezione di Rossellini: il cinema deve essere un po’ parola e molto silenzio. Gli africani come gli italiani non stanno mai zitti, quindi si deve lavorare per tirare fuori lo sguardo, l’emotività che si esprime nell’immagine e non solo nella parola. Per me tra queste due componenti c’è una relazione molto precisa. Lo stesso vale per la musica, che deve entrare dentro all’immagine senza invaderla.
Il finale del suo film è aperto e ottimista…
Penso che l’escissione finirà, come altri problemi gravi del nostro continente. Gli uomini saranno liberati dalle donne perché ogni conquista è un passo avanti in cui ci guadagnano tutti, e questo vale soprattutto per le generazioni a venire. Faccio film per l’Africa, in cui si affrontano temi che non vediamo in altre cinematografie. La società africana sta vivendo un’evoluzione, è molto cambiata da quando ho cominciato a fare cinema. Ecco perché mi sembra sempre di essere a un nuovo inizio.
da the Guardian
I dati del mese di aprile indicano una ripresa economica e la creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati uniti, numeri che il presidente Bush sta usando per la sua campagna elettorale, ostentando ottimismo e una fede incrollabile nel liberismo. La giornalista Naomi Klein, dalle colonne del britannico Guardian (www.guardian.co.uk) sferra un duro attacco a questa ripresa, e per smascherarne gli aspetti deteriori la collega allo scandalo delle torture commesse nel carcere iracheno di Abu Ghraib. «Più dell’82% dei posti di lavoro creati in aprile – dice la Klein – sono nelle industrie dei servizi, inclusi ristoranti». I datori di lavoro, d’altra parte sono per la maggior parte agenzie di lavoro temporaneo, mentre nell’ultimo anno sono andati perduti 272.000 posti nell’industria manifatturiera. Ma i nuovi assunti non sono tutti venditori di hamburger e impiegati a tempo determinato: «Con due milioni di americani dietro le sbarre il numero di guardie carcerarie è cresciuto in maniera verticale, da 270.317 nel 2000 a 476.000 nel 2002». «Guardare Bush col pollice alzato di fronte a tale miseria economica mi fa ricordare alcune delle fotografie fatte in Iraq dai soldati e circolate in tutto il mondo», dice la Klein. Sì, perché secondo l’autrice del best seller No logo, c’è un collegamento tra la misera crescita economica statunitense e le sevizie ad Abu Ghraib: i torturatori sono «Mc workers», lavoratori da McDonald’s. Come la soldatessa Sabrina Barman, di Lorton, Virginia, ex impiegata nel locale Papa John’s Pizza. Il mercato secondo Bush ha prodotto un divario crescente tra una ristretta minoranza di ricchi e una gran maggioranza di poveri. Ed è in questo gap – spiega la Klein – che s’inserisce l’esercito americano, che è diventato come un ponte che permette di accedere a determinati servizi necessari ad elevare il proprio status: soldi per pagare le tasse in cambio del servizio militare.«Ha funzionato esattamente così per Lynndie England, la più infame tra gli accusati di Abu Ghraib. È entrata nell’esercito per pagarsi il college. La sua collega Sbarina Barman s’è arruolata per lo stesso motivo».