Renata Puleo*
In Sicilia, quando insegnavo alle elementari, spesso mi capitava di sentirmi definire maestra di «scola vascia», di scuola «bassa». L’espressione conteneva più di una sfumatura spregiativa, resa ancora più evidente dal fatto che gli insegnanti maschi erano chiamati «professori», come i colleghi delle superiori. Alto e basso, metafore spaziali che mostrano, con evidenza fisica, un sistema di valori applicato ai saperi che in qualche modo perdura nella mentalità, nell’immaginario.
La scuola elementare ha una storia affondata in un sistema culturale classista, ma anche nel pregiudizio per cui ciò che è infantile è semplice, banale.
Se cerchiamo in un vocabolario il significato di «elemento» e di «elementare» ci troviamo al centro di un paradosso linguistico e culturale. L’elemento è il principio primo, costitutivo, basilare di un fenomeno, l’essenza, definita in filosofia «quel che è». Ma è anche il rudimento, il frammento grossolano. C’è qui la traccia di una credenza, oggi considerata priva di credibilità scientifica, che vuole che i bambini imparino muovendo dal semplice verso il complesso, per via di successive aggiunte e complicazioni di esperienze e di nozioni. La prima smentita anche intuitiva ci viene dalla lingua materna che si apprende immersi in un mondo linguistico adulto, in un bagno di acque profonde e torbide in cui imparare a stare a galla.
La Madre, che non a caso viene definita «porta-parola», usa una lingua fatta anche di gesti, di oggetti mostrati e nominati, di giochi che enfatizzano, sottolineano, guidano. Ma è solo un orientamento per una traversata complessa, non riducibile ai suoi elementi. La lingua si apprende dentro discorsi, dentro relazioni sensate, e già le prime parole-frase sono questo abitare un desiderio e una necessità.
Le «Indicazioni Nazionali», fornite a sostegno della Riforma Moratti, sembrano rifarsi proprio a quel pregiudizio sulla elementarità. Le competenze e i saperi personali e sociali sono oscurati, le cosiddette enciclopedie infantili azzerate. Sembra bastare il vecchio alfabetiere, il libro delle prime letture, gli schedari ortografici, la tecnica delle quattro operazioni. Forse gli estensori non sanno che già alla scuola di infanzia i bambini ragionano sulla funzione dello zero, sul concetto di uguaglianza, di differenza, di rapporto. Che praticano la lingua e la matematica come strumenti per osservare il mondo.
Ecco allora ritrovato il cuore dell’elementarità: è la dimestichezza che un buon insegnante deve avere con i fondamenti. Quindi, con i «fondamentali» di una disciplina, con le premesse senza le quali non si affronta nessun problema, quando sappiamo che i problemi umani, i problemi di conoscenza, del «comprendere», sono sempre complessi. Si dà il caso che le competenze siano la messa in campo di un saper fare trasversale, sincronico, per cui non c’è una attività, una modalità che è solo matematica, o solo linguistica. Esistono grandi «temi concettuali» da dipanare attraverso quello che se ne può dire in quel momento, in quel contesto, che è la classe, la relazione specifica.
Ecco allora emergere due «elementi» che caratterizzarono la scuola di base al suo nascere come una debolezza, e che oggi ne costituiscono l’aspetto più felice: l’unitarietà delle esperienze – non il maestro unico!- e la possibilità di scambiare parole costruendo pensiero collettivo. Penso al fare scuola frutto delle fortunate intuizioni e degli attenti studi dei nostri insegnanti migliori dentro la storia, la pratica politica del Tempo Pieno. Articolare il tempo per «fare matematica occupandosi d’altro», per dare fiato a una discussione intorno all’uso di una busta di plastica, per ragionare intorno a un paradosso linguistico che i grandi chiamano sillogismo. Dove non c’è distinzione fra apprendimenti alti e bassi, perché si tratta di mettere in forma le esperienze dirette, i cosiddetti fatti. «Elementare» è ciò di cui non si può fare a meno per comprendere.
Credo che la stagione di lotta non conclusa a difesa della nostra scuola sia nata anche da questo orgoglio per la sua elementarità. Per la forza che viene dal lavorare sui fondamenti affettivi, cognitivi. È una caratteristica visibile, trasparente, in questo senso pubblica.
* Direttrice didattica
Bruno Amoroso
La «società della conoscenza», lo slogan di cui sono pieni i manuali della globalizzazione e i documenti dell’Unione europea, è per noi un indirizzo sbagliato, lo scherzo di un amico o la stupidità di un nemico. La «conoscenza», nei discorsi dei paladini della globalizzazione e di ogni falsa «rivoluzione», è al massimo una innovazione del linguaggio, e, nella mente di chi ha escogitato furbescamente questo slogan apparentemente innocente, è un qualcosa che si acquisisce, si apprende da chi sa. Presuppone delle verità raggiunte o da raggiungere con la ricerca «avanzata» degli «illuminati» nei «centri di eccellenza». Noi comuni mortali dobbiamo sforzarci di «apprendere» e di «adattare» il nostro modo di pensare, di vivere e… di morire. Il problema, per loro, è che a noi non serve una «società della conoscenza», alla quale, comunque, non apparterremmo, ma una conoscenza della società, della quale siamo parte. In questo secondo significato, la conoscenza diviene un’altra cosa: non la causa della nostra alienazione, lo strumento della nostra omologazione ai cloni della scienza prodotti nel laboratorio del «villaggio globale», ma la capacità di pensare oltre il contingente e il «reale», di interrogarci sulle ragioni della distanza tra le nostre aspirazioni e il «mestiere di vivere». Se per conoscenza intendiamo la valorizzazione e la diffusione dei saperi esistenti e pazientemente accumulati nel corso della fatica quotidiana di donne e uomini in tutti i «villaggi del mondo», parliamo non di conoscenza ma di conoscenze, plurali dunque come lo sono le persone, le comunità, i paesi, le società che li hanno prodotti.
Immaginare
I saperi, dunque, sono altra cosa. Anzitutto sono nostri, di ciascuno e di tutti. Per questo diciamo che la conoscenza è un bene comune. Non è una definizione giuridica sulla proprietà o titolarità, e neanche un problema di distinzione tra «pubblico» e «privato». Dire che è un bene comune significa affermare che si origina, trasmette e applica da tutti verso tutti, pur restando legato alle specifiche di ciascuno, ai suoi luoghi di origine. È il prodotto di pratiche e relazioni sociali largamente condivise. Nasce dall’esperienza e dalla fatica quotidiana, lievita sui mille percorsi dell’esistenza.
Al contrario, la «conoscenza» di cui si fregia la nostra società, come la scienza, è considerata il risultato di un esperimento controllato e sempre riproducibile. Come la clonazione, appunto, ma non come la vita che è invece sempre diversa, unica perché vera. Saggiamente ci ammonisce Raimon Panikkar che 2+2 non sono mai uguali a quattro e se lo fossero, allora vuol dire che 2 e 2 non significano nulla dal punto di vista umano. Quindi, per noi la conoscenza è l’insieme dei saperi che nascono dal racconto e dalla riflessione di ciascuno sulle proprie esperienze. Esperienze che non si possono sommare, dividere o riprodurre, ma, proprio perché uniche e irripetibili, ne dobbiamo fare tesoro per capire meglio il valore della loro unicità e del nostro percorso. Il sapere esiste in ogni persona, è l’essenza della propria storia, esistenza mai solitaria, sempre condivisa.
Gli individui, invece, clone giuridico del diritto borghese, esistenze virtuali, non hanno storia, vivono una solitudine collettiva, possono solo apprendere. I saperi crescono grazie alla nostra capacità di immaginazione, al bisogno e alla volontà di andare oltre, in un presente e futuro diverso, migliore. L’unicità del sapere, il suo grande valore, nasce dunque dalla capacità di immaginare che, per ciascuno di noi, un’altra vita è possibile.
Condividere
Il sapere, al contrario della «conoscenza», è modesto, riservato, umano; nasce sulle orme dei nostri piccoli passi che, insieme a quelle di altri milioni di viventi, esprimono il fiume della vita e della storia. Nei saperi non parliamo di «flussi», di «moltitudini», «di masse critiche», ma di dialogo, di sinergie, di condivisione. Da questi incontri, scambi, non nasce il «mercato della conoscenza» ma i luoghi dell’incontro e i laboratori del sociale. I saperi non si brevettano, si offrono in dono, in una relazione sociale nella quale la gratificazione maggiore è essere ascoltati, riconosciuti, scoprire di essere parte di un mondo reale, autentico, impegnato come noi a risolvere problemi non uguali ai nostri ma, forse, simili. La conoscenza non ha qui luoghi separati da quelli della vita quotidiana, non richiede sperimentazioni in quelle «cattedrali» della conoscenza che sono le scuole e le università. Richiede, semmai, che le «cattedrali» vengano aperte a tutti, ridiventino un’appendice del vivere quotidiano che comprende anche la cultura, la ricerca e l’educazione. Il problema di riciclare i «maestri» dentro meccanismi di educazione e apprendimento diversi, diffusi, esiste ma è risolvibile.
L’apprendimento nasce anzitutto dalla propria esperienza. I saperi insegnano a ciascuno che si può imparare con gli altri, non dagli altri. La conoscenza come bene comune non affonda nel diritto, ma nei saperi che sono comuni poiché sono di ciascuno e, essendo particolari, di tutti. Nella «società della conoscenza», nella sua illusione di saperi codificati, esistono «insegnanti» e «allievi», «sacerdoti» e «fedeli», i tecnici e gli esperti della comunicazione. In questi insegnamenti, il mezzo diviene il fine come qualcuno aveva sapientemente anticipato negli anni sessanta. La «società della conoscenza» è molto impegnata alla ricerca di fondi, di spazi nuovi da occupare, di commesse da soddisfare.
Dateci più euro e noi cambieremo il mondo! è la domanda che viene espressa dalle università e dai centri di ricerca. Non interroga da dove vengono i fondi e dove andranno i risultati delle ricerche. Nessuno parla più di quale idea di educazione e di società sia alla base di tutto ciò. Il punto più alto di annichilimento culturale è quello raggiunto dai cantanti: mobilitati per non farsi ascoltare dai più interessati alle loro storie, e per farsi «comprare» dai pochi che possono pagarle anche se non apprezzarle. Il tutto, naturalmente, in nome dei «diritti di proprietà» e dei «diritti acquisiti».
Agire
Si tratta anzitutto di individuare presto e insieme i limiti della conoscenza che si vuole produrre con la «società della conoscenza». Un sistema di potere al servizio di un progetto di apartheid che la «conoscenza» dovrebbe legittimare. Paradossalmente il limite maggiore è più pericoloso di questa conoscenza è di non riconoscere limiti al proprio dispiego e alla propria investigazione. Il problema non si è mai posto per i saperi che nascono sui bisogni e l’esperienza umana quotidiana, sono naturalmente intrecciati con fattori culturali e religiosi [valori], non divengono mai un fine in sé ma sempre per qualcosa e per qualcuno. I saperi nascono e si trasmettono tra le persone nei luoghi della loro esistenza e convivenza dai quali, quindi, per definizione non prescindono. La «conoscenza» invece nasce nei luoghi «separati» del «mondo scientifico», ha un proprio sistema di valori, di valutazione e di governo che godono di grandi immunità.
Il passaggio dai saperi alla conoscenza produce sulle culture e le comunità gli stessi effetti devastanti che la supremazia della moneta e della finanza hanno prodotto, rispetto ai beni, sui mercati e sulle economie. I limiti di quantità, di qualità e di buon senso inerenti ai secondi sono estranei ai primi. La conoscenza non riconosce e non accetta limiti. È l’avvio di una spirale alimentata dalla sete di sapere e di potere fuori del tempo e dello spazio e come tale inesauribile. Ai saperi è connaturale il senso e la direzione dell’agire. L’obiettivo di rendere migliore il proprio cammino. Di rendere più agevole il raggiungimento degli obiettivi che ci si propone. I saperi non danno gli obiettivi, ma aiutano a trovare i sentieri migliori per arrivarci.
L’umanità dei saperi è in ciò: nell’essere dei docili, anche se faticosi, strumenti a nostra disposizione. Per questo, acquisire e diffondere i saperi significa anche avere un progetto da realizzare, agire. Il progetto ovviamente esiste sempre, ma il nostro è diverso. Il progetto della conoscenza nella «società della conoscenza» è un progetto di apartheid, il progetto della globalizzazione [solo e sempre capitalistica]; i progetti dei saperi sono quelli delle comunità umane [siano esse organizzate in villaggi, città, società, stati, ecc.]. Il primo è un progetto élitario, di «eccellenza», altamente competitivo. I secondi sono i «progetti degli uomini comuni», di risveglio delle comunità, di condivisione e solidarietà.
Tiziana Morino
risposta di Luigi Cancrini
Caro prof. Cancrini,
negli ultimi anni, mi sono occupata molto di formazione diretta alle donne, con particolare riferimento alla differenza di genere, allo sviluppo dell’identità ed al sostegno all’autovalorizzazione.
Ebbene, credo di avere indagato abbastanza a fondo i confini tra assertività ed egoismo e quanto l’identità di ruolo e quella di genere storicamente determinata condizionino (perlopiù in maniera inconscia) le donne, facendole costantemente sentire in colpa se scelgono se stesse piuttosto che il ruolo che è stato loro socialmente assegnato, ricacciandole inesorabilmente nei tentacoli di doppi legami e di ricatti morali, spesso fonte di patologie, o comunque di vite a metà, di sogni infranti, di tristezze croniche, di sfiducia in se stesse e di grande senso di inadeguatezza.
Ed allora, dal momento che le donne sono spesso al centro delle relazioni (soprattutto familiari) e dal momento che le relazioni sono dei sistemi, il sistema non può essere in equilibrio (sano) se uno/a dei/delle componenti è danneggiato/ a. E se io (donna) continuo ad agire secondo la domanda “è giusto/è sbagliato” (senso di colpa) e non “è bene/è male per me”, “che cosa desidero/che cosa non voglio” (assertività), continuerò a portare elementi di patologia nella relazione.
Mi fermo qui, perché il tema è vastissimo e delicato.
Tiziana Morino
Il tema da te sollevato è un tema complesso. La risposta che proverò a darti dunque, è solo un tentativo di fornire elementi di riflessione da un punto di vista che è il mio, quello di chi occupa delle famiglie che stanno male e che chiedono aiuto: quello in cui con più forza e in modo più duro e chiaro, a volte apparentemente disperato, ci si confronta, abitualmente, proprio con questo tipo di problemi.
Il punto da cui penso che dovremmo partire, cara Tiziana, è quello che riguarda la famiglia intesa come sistema umano definito dalla necessità di perseguire alcuni obiettivi fondamentali: la stabilità affettiva dei suoi membri, il nutrimento e l’allevamento dei figli, la protezione dei più deboli. Nello schema di Parsons e Bales, un classico della letteratura sociologica su questa tema, la divisione dei ruoli prevista per realizzare questi obiettivi propone all’uomo il compito dei rapporti con l’esterno (del guadagno, del lavoro, della protezione fisica) e alla donna quello relativo alla gestione dei rapporti interni (il nutrimento, fisico ed affettivo, la casa e la sua atmosfera). Il quadro che ne risulta è quello dell’infanzia mia e di tanti altri della mia età, il padre che lavora e la madre a casa, una circolazione d’affetti basata sulla reciprocità della protezione materiale e psicologica fra i coniugi, una tendenza a riproporre questo tipo di divisione di ruolo fra i figli, maschi e femmine, da educare in modo notevolmente diverso. Con due conseguenze fondamentali: quella di una aspettativa chiara su quello che ognuno deve fare in una famiglia e quella, meno evidente ma molto più importante, di una convinzione condivisa intorno al fatto che il sistema (la famiglia) è più importante dell’individuo che si realizza sostanzialmente all’interno del ruolo che la famiglia gli dà.
Qualunque sia il giudizio che si dà di questo “quadretto” (che per alcuni è ancora sano e positivo e che altri alternativamente ridicolizzano o demonizzano), quello che tranquillamente possiamo dire è che esso non corrisponde più alla realtà né alle aspettative del mondo in cui viviamo oggi nella società occidentale “avanzata”. Più gli anni passano, più quello che diventa chiaro è il modo in cui la famiglia è sentita e vissuta come un’istituzione le cui finalità non possono e non debbono travalicare quelle di un individuo che deve soprattutto realizzare sé stesso utilizzando eventualmente anche la famiglia in questa direzione. Proponendo l’idea, sempre più diffusa, di una famiglia non eterna, provvisoria, in possibile, continua evoluzione e quella, che ad essa direttamente si collega (e da cui essa probabilmente dipende se si utilizza il punto di vista della coscienza di sé, soprattutto “al femminile”) di una sostanziale inaccettabilità della divisione dei ruoli, della separazione netta e chiara fra il ruolo dell’uomo e quello della donna.
Passaggi così complessi, questo è a mio avviso il vero punto di crisi del nostro tempo, non avvengono in modo unitario, con velocità uguale per tutti. Nel muoversi caotico delle persone e delle idee, persone e famiglie si dispongono oggi lungo un continuum che separa due estremi, teorici, caratterizzati dalla chiarezza estrema dei presupposti, più antichi o più moderni, intorno a cui una coppia costruisce la sua idea di famiglia. Con una complicazione ulteriore legata al fatto per cui uomo e donna, incontrandosi, non hanno affatto chiaro, spesso, né il pensiero dell’altro né la complessità del proprio: nascondendo prima di tutto a sé stessi un bisogno di modi antichi e tradizionali di stare insieme dietro una adesione, apparentemente facile e naturale, alle abitudini “nuove” e “ragionevoli” della loro generazione; o nascondendo, al contrario, aspirazioni forti e non consapevoli di cambiamento dei ruoli tradizionali dietro atteggiamenti più legati al passato. Con risultati che sono, a volte, creativi e in vario modo affascinanti se la coppia ha la fortuna e la forza di metabolizzare il nuovo che emerge nel corso degli anni ma portando, spesso, a delle crisi: aperte o chiuse, drammatiche o opache, ma sempre assai dolorose per chi le vive in prima persona e per chi ne subisce le conseguenze.
Tutto questo per dire, cara Tiziana, che io condivido pienamente la tua analisi sulle difficoltà e sulle contraddizioni vissute dalla donna ma per suggerire, nello stesso tempo, che l’uomo non sta per niente meglio, che vive confusioni e contraddizioni almeno altrettanto pesanti. E per ragionare, insieme, sull’idea per cui un miglioramento della situazione può basarsi solo sullo sforzo di aiutare chi forma una famiglia (o chi si trova in crisi dopo averla formata) a capire qualcosa di più su quello che realmente vuole da sé stesso e dall’altro. Come si fa in terapia, ragionando sui patti impliciti della coppia e sulla complessità delle motivazioni alla base di quella che all’inizio sembra la più naturale e la più semplice delle nostre scelte. Poco altro è possibile fare, oggi, per stare meglio e per far stare meglio gli altri. Soprattutto se l’etica cui ci ispiriamo è quella dell’individuo che non vuole più chiedere consigli su quello che deve fare ad una religione in cui non si crede più o ad una convenzione sociale che non sa più essere univoca. Essere liberi, infatti, non vuol dire agire d’impulso, vuol dire conoscersi, ragionare e controllarsi. Nel rispetto di ciò che vogliamo davvero per noi e per l’altro, non di quello che ci sembra di volere spinti dalla paura o dall’entusiasmo, dalla tenerezza o dalla rabbia.
MANIFESTO MASCHILE firmato da un migliaio di intellettuali spagnoli in appoggio alla nuova legge contro la violenza sessuale.
NON PASSARCI SOPRA, UOMO, E NON FARLO IN MIO NOME
Noi firmatari, uomini, diciamo SI alla Legge contro la Violenza di Genere.
Perché non possiamo essere complici rispetto alla realtà di una violenza che, anno dopo anno, uccide decine di donne e obbliga molte altre ad abbandonare il proprio lavoro, la propria casa e la propria città per cercare di sfuggire al loro aggressore; una violenza che provoca ogni anno il suicidio di centinaia di donne e ne maltratta fisicamente e psicologicamente centinaia di migliaia.
Perché la violenza esercitata da uomini contro donne richiede misure specifiche, dato che non assomiglia in niente, né in quantità né come caratteristiche, ai casi isolati di violenza di donne contro uomini.
Perché questa violenza asimmetrica è un terrorismo maschilista che non accetta l’emancipazione di coloro che lo subiscono, infatti la sua forma più estrema, l’assassinio, ha luogo nella maggior parte dei casi quando la donna ha rotto o è in un processo di rottura con l’aggressore.
Perché questa violenza di dominio colpisce i diritti e le libertà dell’insieme delle donne, giacché non solo maltratta o ammazza quelle direttamente colpite, ma contribuisce a creare un clima di intimidazione e timore generalizzato al momento di denunciare i maltrattamenti e rompere con i maltrattatori.
Perché il progetto di Legge contro la Violenza di Genere non è incostituzionale né lo è singolarizzare il modo di trattare certe forme di violenza, in funzione della portata del danno sociale che causano.
Perché l’adozione di misure sociali e penali che combattano in modo specifico la violenza di genere non è una discriminazione degli uomini ma un’azione positiva urgente e imprescindibile.
Perché non avalleremo con il nostro silenzio infondate obiezioni di discriminazione maschile, provenienti in molti casi da coloro che più indifferenti sono rispetto alla realtà di una discriminazione delle donne nel salario e nell’impiego, nella distribuzione del tempo di lavoro non retribuito, nella composizione degli organi direttivi di entità pubbliche o private, e perfino in leggi come quelle che regolano l’ordine dei cognomi o la successione al trono, in violazione dell’articolo 14 della Costituzione che proibisce qualunque discriminazione per ragioni di sesso.
PERCHE’ LA LOTTA DELLE DONNE CI HA APERTO GLI OCCHI
PERCHE’ LA LORO LIBERTA’ E SICUREZZA E’ LA NOSTRA DIGNITA’
PERCHE’ IL LORO DOLORE FA MALE ANCHE A NOI
PERCHE’ NON VOGLIAMO ESSERE COMPLICI
NOI, UOMINI, DICIAMO
NO AL TERRORISMO MASCHILISTA
SI’ ALLA LEGGE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE
(traduzione di Clara Jourdan)
Il testo originale con la lista dei firmatari si trova cliccando
www.comfia.info/archivos/notepases.pdf
Maria era praticante in una clinica psichiatrica. Cominciò a studiare i frenastenici, individuò le responsabilità delle istituzioni e della società nell’esclusione dei bambini «anormali» e finì per denunciare i meccanismi di esclusione che facevano diventare anormali anche i «normali». Da qui nasce il metodo Montessori
Maria Montessori è la prima donna laureata in medicina. Ci ha insegnato, più di cent’anni fa, che dietro l’«anormalità» ci sono ragioni sociali, di classe. E ha inventato un metodo
Stefania Ficacci
E’ imbarazzante scoprire alla mia età di essere stata educata come una bambina deficiente. Il significato letterale di questo termine è «mancante». Sono stata dunque una bambina «mancante di qualcosa»? L’assenza o meno di questo «qualcosa», caratterizza la differenza fra normalità e anormalità. In sostanza, si potrebbe concludere, che essere deficiente significa non essere normale. La straordinarietà che porta con sé l’infanzia è la incapacità dei bambini di cogliere questa «biologica» sfumatura fra la normalità e l’anormalità. Alle prese con un castello di sabbia o una caccia al lombrico non mi sono mai posta il problema.
Positivismo e pazzia
Agli inizi del Novecento l’anormalità ha attirato l’attenzione dei governi nazionali e della comunità scientifica occidentale. Il positivismo, da un lato godeva dei progressi nel campo della psichiatria, dall’altro inorridiva di fronte all’aumento dei ricoverati nei manicomi. I frenastenici, bambini con handicap psicomotori dovuti a carenze di natura «esclusivamente» biologica, degeneravano nelle cliniche psichiatriche, in un isolamento forzato, agonizzando nell’inedia. Una ragazza di poco meno di trent’anni, Maria, fresca di studi in medicina, prestava praticantato nella clinica psichiatrica dell’Università di Roma e aveva, fra i suoi compiti, quello di individuare, fra i degenti dei manicomi cittadini, pazienti idonei al ricovero nella struttura clinica in cui prestava servizio volontario. In una delle sue visite Maria vide, rinchiusi in una stanza, gettati a terra senza far nulla, dei bambini «deficienti» (ovvero mancanti dei normali requisiti biologici), i cui unici eventi nella giornata erano i pasti. Finito di consumare il loro cibo, queste creature si gettavano sul pavimento raccogliendo briciole di pane: con le dita le accarezzavano, le portavano alla bocca. Per essi quelle briciole erano gli unici oggetti di svago presenti nella loro esistenza, mostrando così che la loro mente desiderava impegnarsi in un compito.
L’impegno verso quei bambini «deboli di mente» rapì le sue energie. Sottoposti ad un ambiente che li stimolasse e li sviluppasse intellettualmente e fisicamente, Maria riuscì a far sostenere loro l’esame di stato, non in classi speciali ma insieme ai loro coetanei normali, sottoponendoli alle prove di lettura, scrittura, aritmetica. Qualcuno di loro risultò persino più bravo dei, così detti, «bambini normali». Nel 1897 Maria, durante un Congresso aazionale di medicina svoltosi a Torino, lanciò la sua prima, esplicita accusa, alla società, alle sue strutture economiche, politiche e morali, della quale ella stessa era stata e continuava ad essere vittima. Invitata a pronunciarsi sulle cause della delinquenza minorile, Maria spiegò che il motivo principe risiedeva nella mancanza di cure e di assistenza verso i bambini ritardati e disturbati, da lei identificati come potenzialmente a rischio. L’origine biologica non era la sola responsabile dei problemi psicofisici dei bambini frenastenici; vi erano cause sociali, ambientali e storiche del disagio mentale, dovute soprattutto alle pessime condizioni di vita (situazioni igieniche precarie, miseria fisica e morale). La maggiore responsabilità di questa degenerazione sociale degli individui già, naturalmente, deboli, era la scuola, ossia l’impianto educativo, sia fisico che morale, improntato sul binomio punizione-ricompensa. Gli insegnanti, vittime essi stessi di questo sistema, punivano e castigavano i bambini frenastenici fino a giungere alla espulsione dalla scuola, che aveva come traguardo unico la strada, lo sfruttamento, la prigione o il manicomio. La società, rappresentata dallo stato, tornava ad occuparsi di loro solo quando alcuni finivano per diventare delinquenti. Così spiegava Maria: «Noi con l’opera educativa vorremmo prevenire le conseguenze ultime della degenerazione e della morbilità: se l’antropologia criminale ha saputo nella società moderna trasformare una pena, noi dobbiamo proporci nella scuola futura di trasformare un individuo».
Nacque così Il metodo, non tanto una teoria pedagogica, quanto una pratica educativa, attraverso la quale il bambino frenastenico, sottoposto a stimoli continui e invitato a compiere lavori manuali ed intellettuali, acquisiva competenze professionali attraverso le quali sarebbe divenuto utile a sé ed alla società. Tuttavia, l’interesse di Maria non era solo indirizzato ai bambini con difficoltà mentali. «Mentre tutti ammiravano i progressi dei miei idioti, io cercavo i motivi per cui i bambini sani e felici della scuola pubblica restavano su un piano talmente basso che i miei allievi infelici li uguagliavano nei test d’intelligenza». Maria guardava oltre quel miracolo. Guardava ad una società che non riconosceva come diritto fondamentale dell’individuo la possibilità di realizzare la propria persona mediante le personali capacità. Bisognava cambiare il bambino per trasformare la società. Quel metodo, che si era rivelato così efficace per stimolare «alla vita» i suoi piccoli pazienti, applicato su bambini normali «avrebbe liberato la loro personalità in modo meraviglioso e sorprendente».
Le ragioni di classe
Ma c’era qualcosa in più. Maria aveva colto un’analogia. L’ambiente misero della campagna e della città, lo sfruttamento della classe proletaria, l’ignoranza e l’analfabetismo erano caratteristiche di un ambiente che favoriva la degenerazione fisica e morale anche di bambini normalissimi. E non solo dei bambini. Sì, perché dietro a un bambino sporco, malato, affamato, sfruttato, c’era una famiglia sporca, malata, affamata, sfruttata e, prima fra tutti, una madre. Le cause che facevano degenerare i bambini «anormali» erano le stesse che impedivano uno sviluppo sereno della personalità dei ragazzini «normali». Era la società a essere «deficiente», a giacere in un’ignoranza secolare, costretta a raccogliere briciole, condannata all’inedia.
Maria, nata a Chiaravalle, nella provincia anconetana, il 31 agosto 1870, è stata la prima donna in Italia a conseguire la laurea in Medicina, subendo l’ostilità degli uomini verso una donna così audace da sfidare persino le leggi scientifiche, che avvaloravano la tesi dell’inferiorità biologica del sesso femminile: era come se «essere donne» ed «essere deficienti», all’epoca, fosse la stessa cosa. Per questo la scuola di Maria si basò, prima di tutto, su una rivoluzione sessuale: maschi e femmine lavoravano insieme, svolgevano gli stessi compiti, si sottoponevano agli stessi esercizi fisici e intellettuali, imparavano le stesse cose. Le classi separate, abolite in Italia solo negli anni Settanta del XX secolo, per Maria erano la proiezione della futura società. Sui banchi di scuola s’imparava la violenza, la fobia per il diverso, la negazione della propria personalità, la legge della punizione e del castigo.
Da perseguitata, Maria abbracciò con entusiasmo la causa femminista che stava nascendo sulla fine del XIX secolo. Scagliandosi contro la sentenza «emessa nel nome della scienza: che la donna è biologicamente, cioè totalmente inferiore, che il volume del suo cervello è destinato da natura a una inferiorità contro la quale nulla si può», Maria intuì che l’emancipazione femminile avrebbe potuto realizzarsi attraverso una nuova «pedagogia della diversità».
La donna doveva assumersi compiti pubblici, doveva entrare nella società ribadendo il proprio ruolo, la propria identità, il proprio pensiero.«È finito il tempo in cui la donna era passiva, in cui bastava ch’ella non facesse il male, in cui ogni sua virtù importava una negazione: sii ignorante della vita; non ti occupare della cosa pubblica; non lavorare; non ti prendere responsabilità pei figliuoli; non ti occupare dell’amministrazione dei beni; sii passiva, annichila la tua volontà a favore del marito; non vivere per altro che per lui, ma senza occuparti di comprenderlo; pensa solo a non fare il male, e il male consiste nel non fare ciò che piace al marito. Dal così opprimente negativismo la donna si è scossa ed è passata al moto e all’azione “Lavora! fa’ il bene!”».
Il femminismo, quello politico, la prese con sé e, nel 1899, fu rappresentante delle donne Italiane a Londra. Poco fiduciosa della politica, credeva nell’importanza della scienza nella lotta contro l’ignoranza, specie riguardo alla sessualità. L’educazione sessuale, che tentò di far introdurre nella riforma Gentile chiedendo sostegno a un imbarazzato Mussolini, era lo strumento di prevenzione delle malattie di origine biologica, nonché un valido aiuto nell’affermazione della libertà della donna: «Non solo sarà libera nella scelta dell’uomo; ma diverrà anche la vera compagna di lui, la collaboratrice, l’amica, la sorella sociale». Pur battendosi per la «conquista dell’indipendenza economica» delle donne e per «l’esperienza e la coscienza conquistate nelle lotte sociali», temeva che la politicizzazione del movimento rompesse la necessaria unità che le donne sapevano mostrare di fronte alla lotta. Fedele alle sue idee sul lavoro, lo fu anche nella vita. Maria non si sposò e nascose al mondo il figlio avuto dal suo amato compagno.
La cartella arancione
Avevo appena tre anni e una cartella arancione che era la fine del mondo. Stranamente mi piaceva l’asilo. Ogni mattina sui banchi di fòrmica trovavo dei cesti con delle costruzioni: mattoncini, cilindri, forme non identificate, sempre quotidianamente diverse. Prima però timbravo il mio cartellino: un piccolo quadrato di cartone sul quale erano disegnate due ciliegie. Riponevo il cappotto nel mio armadietto ed entravo. A ricreazione giocavo in colorate casette su misura sparse nel grande parco: maschi e femmine, senza distinzione, curavano la loro casa, andavano a fare la spesa, giocavano a «fare la famiglia». Solo poco tempo fa ho scoperto di essere stata educata secondo il metodo Montessori. All’improvviso sentii il forte legame che mi univa a quella donna raffigurata sulle vecchie, amate, mille lire. Forse ho capito perché odio così tanto l’euro: la lira mi ricordava l’infanzia.
Maria Montessori è stata una donna pratica. C’era qualcosa in lei che la spingeva a credere che solo l’esperienza, l’immissione nel circuito di stimoli nuovi, diversi da quelli tradizionali, potesse cambiare il sistema, proprio come era accaduto ai suoi amati bambini. Maria è stata soprattutto una donna e come tale ha subìto l’ostracismo della diversità. Da diversa ha sperato di cambiare la società.
Oggi la scuola italiana ha adottato il metodo Montessori, anche se, mi sembra, ancora solo parzialmente. I bambini imparano insieme alle bambine, è tollerato sporcarsi il grembiule di tempera e si incoraggiano i piccoli a esprimere le loro emozioni attraverso l’arte: si dipinge, si canta, si balla. Quel che più fa bene al cuore è vedere le classi piene di ragazzini di ogni razza, di ogni religione, giocare insieme. Non mancano bambini down, autistici o con problemi psicomotori. Eppure, c’è ancora chi vorrebbe le classi «sessualmente» separate, per non parlare di tanta, dilagante, xenofobia.
Maria Montessori ci ha insegnato che la diversità è quello stimolo che può cambiare la società, che può farla progredire in meglio. E questo è un compito assegnato soprattutto alle donne, alle quali ha insegnato che solo l’unità delle idee e delle energie può distruggere i pregiudizi sul sesso, sulla morale e sulla libera espressione del proprio pensiero. Una lezione che la nostra classe dirigente e, a volte, il femminismo stesso, dovrebbero ricordare un po’ più spesso.
Ancora cinque minuti
Cristina Mecenero maestra elementare – scuola a tempo pieno di Milano
“Ancora cinque minuti”: questa è la lingua che parlano i bambini e le bambini. Ancora cinque minuti, e cioè lasciami in questa cosa che mi piace, che mi fa stare bene, di cui ho voglia. E’ anche una richiesta che crea un ponte immediato tra il nostro tempo di adulti e quello loro di infanti. Significa: ricordati che non mi interessa sempre cambiare, che sto bene ora e il resto per me può aspettare, non mi incalzare troppo se no mi perdo, l’efficienza tienitela per te, da me prendi questo tempo che afferro e stringo e non voglio mollare, ricordati anche tu di stringere ogni tanto il tempo e di non lasciarlo andare. Ricordati che con me dovrai sempre un po’ mercanteggiare: “ancora un po’”, no dobbiamo andare, “ancora dieci minuti”, no cinque, “allora ancora cinque minuti”… siamo al mercato dell’incontro tra generazioni, tu dai una forma alla mia giornata, io ti chiedo di riadattarla, di risagomarla. Per esempio chiedendoti di ascoltare i miei basta. I bambini dicono basta in vari modi. A volte sono proprio dei “no, adesso basta” chiari e netti. Senza equivoci. Spesso lo dicono senza parole. Improvvisamente rumoreggiano, si fanno catturatre da altro, come diciamo noi. E altro è un piacere del momento migliore.
La scuola, la nostra vita è una questione di tempo, con tutto ciò che può significare. E’ una questione che interroga, noi maestre, noi donne adulte, uomini adulti, di scuola, ma non solo, donne e uomini di questa città e di questo momento storico. E’ anche un po’ un giallo perché per certi versi non c’è più tempo.
Il tempo è senso, il tempo è scelta, è la forma della nostra libertà. Per me il tempo è presenza, è sentirmi contemporanea; sentirmi contemporanea vuol dire avere una tensione interiore a stare lucidamente nel mio tempo, e questo si declina almeno in due campi. Con i bambini sto protesa verso le atmosfere che si creano tra noi, è il campo dell’attenzione sottile. Vuol dire non avere pace se sento che si annoiano, se non c’è lavorio di scoperta di sé e degli altri, se non ci sono momenti magici di piacere e godimento. Poi c’è il campo della contemporaneità storica, anzi è meglio dire della contemporaneità politica, per cui sono qui con voi ora a parlare di tempo come spazio di azione di libertà, come spazio di rivoluzioni e cambiamenti. O sono con Vita e Clara a pensare iniziative che ci facciano del bene tenuto conto di chi siamo noi oggi come maestre e delle riforme che vengono proposte. La contemporaneità politica è anche quel continuare a fare ponte tra ciò che accade in Italia, e nel resto del mondo, non solo arabo, e la mia classe. E’ nel mio tempo libero leggere i giornali per un po’ e per un po’ la letteratura di infanzia. E’ continuare a leggere a lume di candela in classe, per far esistere la magia, il rito, invece che parlare di Ossezia se loro non me ne parlano, fino a che loro non me ne parlano. E’ sentire Denis che mi dice, dopo che ho letto all’aperto e loro ascoltavano sdraiati sull’erba, “mi sono sentito in paradiso Cristina. Tu che leggevi e il cielo sopra di me con gli alberi che erano mossi dal vento”.
Il mio discorso sul tempo lo faccio con il senso del presente, cioè di ciò che ancora è possibile ora perché ancora lo vivo, perché ancora siamo qui a pensarlo insieme e di ciò che ritengo un fondamento per fare bene la maestra, ed è anche in questo che si traduce il mio essere contemporanea.
Ho presente che in molte scuole elementari la riforma si sta già attuando, ho presente che nella mia abbiamo gìà un inssegnante in meno, e proprio su questo sfondo il mio interesse è fare luce su ciò che faccio/facciamo che va in un’altra direzione e come fare per continuare a potere praticarlo, per esempio il senso potente di coinvolgere le mamme e i papà a rigiocare insieme quello che vogliamo sia la scuola, il senso potente di essere comunità pensante intorno a questi temi.
C’è la tendenza alla scomparsa dei tempi, quelli diversi che ogni fase della vita ha. L’efficienza, il fare tanto, il tentativo continuo di riempire di utilità gli spazi temporali sono una cornice-gabbia molto robusta che finisce per creare un solo tipo di tempo possibile anche a scuola, se non ci si sta attenti. Un solo tipo di tempo possibile per tutti. E lo sono anche per me, io voglio riempire di qualità e cose intense, ma è una trappola anche quella.
Capita che quando esco con il gruppetto di sei che non fanno religione mi accorgo che per loro più del fare è urgente parlare con gli altri, ridere, anche giocare, e non c’è verso di vedere Azzurra, una bambina super produttiva, produrre con le stesse modalità di quando è in classe con tutti. Ma loro lì sentono che c’è possibilità di un altro tempo. E passano all’azione. E la fatica è più mia a comprendere ciò che sta capitando. Perché il mio ideale di efficienza dice che meno si è più si può fare. Ma con loro ho imparato che non è così. Per la maggior parte la massificazione dell’attività con tutta la classe comporta una temporalità più stringente a cui ci si adegua.
Personalmente ho sentito nell’ultimo anno di non avere più a disposizione la stessa quantità di minuti ore giorni che sentivo di avere negli anni precedenti, ho sentito cioè che era in corso un’accelerazione sempre più frenetica. Non so dire ancora molto di questo per il momento. Adesso qualcosa di quel mio sentire è già cambiato. Ho pensato che entrando in una nuova fase della vita, avendo raggiunto i quaranta, respiro il tempo dell’esistenza in un altro modo, e forse la capacità di vedere tante possibilità, tante cose che hanno bisogno di cura, mi ha schiacciato finora, anche congiungendosi con le preoccupazioni di cambiamenti negativi possibili nella scuola e nel mondo. Mi sono dovuta ritarare forse anche perché mentre prima pensavo che ciò che sceglievo di fare, ciò che desideravo fare, bastava farlo e tutto sarebbe andato per il meglio, ora penso che posso avere anche delle buone intuizioni, delle buone idee ma le cose possono andare a volte meglio a volte peggio. Allora il tempo mi è sembrato più stretto di come lo vedevo prima. Insomma sto assumendo dentro di me di più il peso del rischio. E attraverso questa ricerca di un buon tempo per me, sento che con i bambini voglio essere ancora più radicale. Più radicalmente adulta e radicalmente capacace di fare esperienze di gioia con l’infanzia.
Mentre sentivo che il tempo mi veniva a mancare, ho avuto anche davvero la sensazione che stesse capitando qualcosa un po’ a tutti, cioè tutte le adulte e gli adulti che avevo vicino non trovassero più il loro tempo.
In apparenza qualcuno sta rubando il tempo, come succede in quel libro di Ende, Momo, in cui i signori grigi rubano il tempo agli adulti per poter dar consistenza alla loro vita, e se è abbastanza facile fregarli gli adulti, il progetto degli uomini grigi si imbatte in un problema: il tempo dei bambini. Quello è più difficile da rapinare. Momo, la protagonista della storia, è una bambina che aiuta il mondo a ritrovare il tempo, a partire da un dono che ha: sa ascoltare. Che poi significa che sa stare nel tempo presente, sa stare in relazione a chi ha di fronte per quello che c’è, per quello che l’altro ha da portare, e l’altro proprio perché è chiamato ad esserci per quello che è, finisce per essere se stesso e per fare risuonare le proprie note soggettive.
Quel libro è una bella metafora sul rapporto tra il mondo adulto e il mondo dell’infanzia. Un po’ è come se ci dicesse: se non riuscite a uscire dall’ingranaggio della contrazione del tempo, della rapida successione, state a fianco di bambine e bambini e immergetevi nel loro tempo. Ricordate che esiste quella modalità di essere nella vita che tutti avete sperimentato da piccoli e che continua a essere sperimentata dai piccoli di oggi.
A stare a fianco delle bambine e dei bambini io mi sento chiamata a piegare la mia curva temporale verso la lentezza, la ripetizione, il cambiar programma per imprevisti insorti improvvisamente, la risata, oppure la rabbia delle provocazioni che neanche sanno di essere tali. Chiamata a piegare la mia curva temporale verso il piacere. E a continuare ad andare e tornare tra due modi diversi di stare nello scorrere del tempo. Il loro è immaginifico, è fantastico, è l’essere catturati dalla presa del momento. Scrive Peter Hoeg, attimi che durano un’eternità, per esempio immaginate un bambino, sta facendo pittura con la sua classe, con le sue maestre, in un laboratorio che è nei sotterranei della scuola, una scuola in centro a Milano, e a un certo punto arriva al lavandino a svuotare un vasetto pieno di acqua ormai molto colorata. In un attimo è come rapito dall’acqua pulita e limpida con cui riempie il vasetto e poi la rovescia lentamente e continua a riempire a e a svuotare, e a un certo altro punto inizia ad accompagnare il movimento di restituzione dell’acqua al lavandino con delle parole: “pioggia, pioggia, pioggia” appena sussurrate. Sta capitando qualcosa per lui. Che cosa? E’ entrato in un altro tempo.
Cercare il rapporto tra il vuoto e il modo in cui il tempo scorre: scrive così Simone Weil in uno dei suoi quaderni. Per noi come scorre? per noi adulti il tempo viaggia a una velocità inadatta all’infanzia, di questo dovremmo ricordarci quando pensiamo a programmi organizzativi per gli spazi scolastici. E del vuoto che dire? È silenzio, è pausa, è non programmare. E’ un po’ il fiato sospeso che sento di avere subito prima che inizi qualcosa di nuovo con loro, quello spazio di indugio in cui mi chiedo se funzionerà oppure no. E’ l’indugiare quando non senti di poter partire con qualcosa di nuovo. E’ l’attesa che qualcuno dica qualcosa per poter riaggiustare il tiro.
Per noi maestre? Il nostro modo di fare scorrere il tempo a volte è più felice e a volte è più sofferto.
Più sofferto: “dai, muoviti, fai presto. Non c’è più tempo, non riusciamo a fare quei lavori, quelle attività, non abbiamo abbastanza tempo”.
Annaspiamo, sentiamo l’ansia montare, il terreno su cui appoggiavamo i piedi fino a un attimo prima è cancellato con un colpo di spugna, sotto di noi la visione di un pavimento trasparente, scivoloso, artificiale, su cui vediamo riflesso solo lo spazio dell’aula e l’elenco delle cose non fatte.
Non c’è abbastanza tempo può significare varie cose: non si è abbastanza signore del tempo, cioè non si riesce a giocare la propria libertà. La programmazione allora è un mostro a cui si immola in sacrificio la propria capacità umana di sentire cosa funziona e cosa non funziona. Molte volte è per paura: di perdere il controllo in mezzo a un sapere che è sempre più vasto e sempre più frammentato. Di venire giudicate dai genitori come non abbastanza professioniste. Di muoversi in territori che non sai dove porteranno esattamente. Di non preparare i bambini, e dietro a ciò bisogna leggere la preoccupazione di molte donne di dare qualcosa che aiuti effettivamente le piccole creature a stare nel mondo.
Oppure si vogliono fare molte cose con le bambine e i bambini, perché si sente, si sa che ce n’è bisogno. Ma allora è necessario quel lavorio interno anche raffinato per fare ordine: cosa è più importante ora? Cosa scelgo?
Io ho messo a punto un paio di criteri. Il primo è di portare a compimento ciò che ha avuto inizio, non lasciare aperto e in sospeso ciò che è già stato avviato. Cosa significa in pratica? Che un lavoro si inizia e si finisce anche se prende molto più tempo del previsto.
E anche consumare le cose che si avviano, lasciandole così senza dirsi nulla, passando ad altro coe cambiare canale; ma non finire a tutti i costi: se la cosa va storta mollarla, sempre dicendolo. Il secondo: scegliere ciò che produce di più l’effetto del “pioggia pioggia”, cioè quella specie di estraneamento dovuto a godimento. Anche dentro di me.
A me è più difficile tenere fede al primo, perché se nel frattempo si sono aperti scorci di altre progettualità molto entusiasmanti, ho voglia di andare lì, e perché ciò che mi capita stando a fianco ai bambini è di accendermi di centinaia di idee in simultanea. Il secondo è complesso di per sè: significa continuare ad abbandonare schemi fissi di attività, significa stare nell’evoluzione di ciò che capita con loro. E perché farlo? Perché credo che il mio mestiere non possa prescindere da quello stare nel mercato con le bambine e i bambini che loro stessi mi propongono in quasi ogni occasione. Perché è solo così che sento la vitalità del nostro stare insieme.
Non c’è abbastanza tempo può significare però anche una contingenza effettiva. Ancora parole di Simone Weil: il tempo irriducibile necessario a una cosa e il tempo accordato dalle circostanze. Due cronologie che molto spesso sono lontane dal concordare. Noi diciamo che con la riforma il tempo accordato dalle circostanze è talmente reso critico che viene minata alla base sempre più la possibilità della concordanza. Questa problematica della concordanza non nasce ora; sebbene io insegni in una scuola a tempo pieno da vent’anni, negli anni la richiesta di riempire questo tempo scolastico si è sempre più intensificata, e io come molte altre ho finito per sentirmi con l’acqua alla gola.
La nuova riforma amplifica il divario tra necessità e circostanze. La situazione si è fatta più grave ora, ma io mi sento più forte, (noi siamo più forti) per rigiocare i nostri sensi in questa partita sociale sulla forma da dare alla scuola di base, e non solo. La forza la prendo dall’esperienza di questi ultimi anni in classe e dal sentirmi io una maestra politica, che insieme ad altre e altri lavora avendo cognizione del significato esistenziale del nostro mestiere.
Dall’esperienza ricavo questo: si può fare la maestra senza programmare, e anzi nella scelta di non programmare, di non utilizzare più nemmeno questo termine, si gioca il mio modo di essere contemporanea, cioè di mettere innanzi tutto il mio desiderio di esserci, di essere presente con le bambine ei bambini con il desiderio di dare una buona forma alla nostra vita. Non sono per lo spontaneismo selvaggio; abbandonata la programmazione, mi sono dedicata alla ricerca e al pensare insieme ad altre maestre amiche, tenendo conto anche di ciò che ricavo dal dialogo a con le mamme e i papà della mia classe, che quando mi dicono cosa raccontano o non raccontano i loro figli di ciò che facciamo a scuola, o mi descrivono che cosa succede con i compiti a csa, mi aiutano a vedere meglio la strada su cui continuare.
Ecco io chiudo con questo spostamento: più libera, radicale e presente e dialogante. Voglio lottare per questo.
Marina Piccone
Tra pochi giorni, il Ritalin, un farmaco a base di metilfenidato, un’anfetamina, sarà di nuovo in commercio su decreto del Ministero della Salute. Servirà a curare il cosiddetto “Disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività” (Adhd: Attention Deficit Hyperactivity Disorder), una sindrome che colpisce bambini in età scolare e prescolare, caratterizzata da irrequietezza, difficoltà di concentrazione, sbadataggine, impulsività, svogliatezza, poca disponibilità all’ascolto. Il metilfenidato, il principio attivo del Ritalin, è stato scoperto da un ricercatore italiano nel 1955. Brevettato dalla Novartis Pharma, una multinazionale svizzera, il Ritalin veniva utilizzato per pazienti psichiatrici depressi e nei casi di epilessia. Nel 1989 è stato messo fuori commercio, perché utilizzato come dimagrante e come psicostimolante da studenti. Fino al marzo dello scorso anno, compariva nella sottotabella I della Tabella n. 7 della Farmacopea, insieme alla cocaina, agli oppiacei, all’eroina e all’Lsd. Da quella data, è passato, per decreto ministeriale, nella sottotabella IV, dove sono presenti le benzodiozepine, gli psicofarmaci per intenderci.
All’interrogazione parlamentare con la quale Tiziana Valpiana di Rifondazione Comunista chiedeva lumi al ministro Sirchia su questa promozione, il sottosegretario alla Salute Antonio Guidi ha risposto che mantenere il Ritalin nel posto originario “avrebbe significato porre un ostacolo all’accesso del farmaco da parte dei giovani pazienti affetti da Adhd”. E per qunto riguarda i pericolosi effetti che uno stupefacente può avere su un organismo in età evolutiva, Guidi ha assicurato che il farmaco si potrà ottenere solo con una ricetta speciale.
In America e in Inghilterra si fa largo uso di questo medicinale da vari anni. In particolare, negli Stati Uniti dai quattro ai sei milioni di bambini “iperattivi”, dai tre anni di età, vengono trattati con il Ritalin, che è stato soprannominato la cocaina dei bimbi o anche “la pillola dell’obbedienza”. Tuttavia, solo qualche giorno fa la Food and Drug Administration, l’ente americano che si occupa dei farmaci, ha rilasciato un parere allarmante secondo cui i bambini depressi trattati con farmaci antidepressivi presentano comportamenti autolesionisti. Anche nella scheda tecnica del Ritalin si legge che “un uso abusivo può indurre una marcata assuefazione e dipendenza psichica con vari gradi di comportamento anormale”. È così? “Si tratta di uno psicofarmaco e, come tale, può dare simili effetti” risponde un medico della Novartis, che preferisce rimanere anonimo. Nella scheda c’è scritto anche: “Si richiede un’attenta sorveglianza anche dopo la sospensione del prodotto poiché si possono rilevare grave depressione e iperattività cronica”. In pratica il farmaco provocherebbe gli stessi effetti che dovrebbe curare. “È una cosa che avviene per molti farmaci”, continua il medico. Quello che conta, aggiunge, è che il Ritalin “ha un’incredibile efficacia nella patologia dell’Adhd, come dimostra un’impressionante mole di dati scientifici”.
Ma che dire degli effetti collaterali? La “Guida all’uso dei farmaci per i bambini”, distribuita dal Ministero della Salute, Direzione generale dei farmaci, parla di: “cambiamenti di pressione sanguigna, angina pectoris, perdita di peso, psicosi tossica, possibilità di suicidio durante la fase di astinenza”. Non è un po’ preoccupante? “I farmaci fanno male, è una cosa risaputa” chiarisce Stefano Vella, direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità. “Anche l’aspirina ha provocato decessi. E, però, quando le medicine servono, vanno somministrate. Il cervello si ammala come tutti gli altri organi, e, come negli altri casi, va curato. Il Ritalin funziona, se somministrato correttamente e al bambino giusto. L’importante è non abusarne”. E, per evitare abusi, il Ministero della Salute ha istituito il Registro Italiano dell’Adhd, che servirà a controllare la correttezza delle prescrizioni, che saranno fatte esclusivamente da Centri d’eccellenza istituiti nelle diverse Regioni, e a valutare gli effetti.
L’Adhd, dunque. Ma di cosa si tratta esattamente? Per ammissione degli psichiatri stessi, fino ad oggi non c’è unanimità sulla diagnosi. “Ci sono molti dubbi che la cosiddetta sindrome dell’Adhd esista – afferma Enrico Nonnis, neuropsichiatra infantile della Asl Rm E – Ammesso e non concesso, coinvolge, comunque, un numero di soggetti molto inferiore a quanto si vuol far credere. È una patologia non chiara anche perché chi soffre di iperattività presenta altre categorie diagnostiche sintomatologiche come la depressione, i disturbi ossessivo-compulsivi, i disturbi dell’apprendimento e del linguaggio, ansia e disordini dell’umore. Tutti sintomi per i quali il Ritalin non sarebbe indicato”.
Vella bolla di oscurantismo chi mette in dubbio l’esistenza di questa malattia. “L’Adhd esiste, eccome. Ci sono famiglie distrutte da questo problema. Certo gli americani usano una griglia un po’ troppo larga per la valutazione, ma da qui a dire che la patologia non esiste ce ne corre”. E quanti sono i bambini malati in Italia? “Non lo sappiamo” risponde Vella. “Il Registro è nato anche per verificare questo”.
Una ricerca di tipo epidemiologico volta ad individuare l’incidenza di disturbi mentali nei ragazzi dagli 11 ai 14 anni, partita nel novembre del 2002 e appena conclusa, ha evidenziato che meno del 2 per cento della popolazione preadolescente soffre di Adhd. “Il problema è molto meno frequente di quanto si ipotizzasse” ammettono i ricercatori dell’Istituto di Neuropsichiatria infantile Eugenio Medea di Lecco, uno dei futuri Centri d’eccellenza, che ha promosso la ricerca autorizzata dall’Istituto superiore della Sanità e finanziata dal Ministero della Salute.
E allora? “Attenzione – avverte Nonnis -. Il Ritalin si sta rivelando un cavallo di Troia. Il neonato Registro Italiano dell’Adhd ha avallato l’esistenza di questa patologia che deve essere curata necessariamente con farmaci. Si tratta di un’operazione un po’ commerciale e un po’ politica. Si perpetua una cultura e si mantiene un’abitudine che è quella di ricorrere al farmaco come unica possibilità di cura, una specie di deus ex-machina. Dal Ministero mi aspetto lo stesso zelo e la stessa attenzione nel predisporre servizi per l’infanzia e nel creare una cultura della salute. La risposta ad un bambino iperattivo o comunque ad un bambino che manifesta un disagio psicologico, non può essere prevalentemente farmacologica; deve essere soprattutto di tipo sociale, psicoterapeutico, di collaborazione con la famiglia e con altre istituzioni come la scuola”.
Il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu ha ricevuto «con sorpresa e piacere» la notizia di avere vinto il premio per la pace (50 mila dollari) attribuito, in nome di John Lennon, dalla sua vedova Yoko Ono. Vanunu fu sequestrato da agenti del Mossad nell’aeroporto di Roma dopo che aveva rilasciato un’intervista al londinese The Sunday Times in cui rivelava quel che tutto il mondo già sapeva: che nei laboratori atomici di Dimona, nel Negev, si producevano ardigni nucleari e che Israele ne aveva già pronti qualche centinaio. Portato in Israele, fu processato per tradimento e spionaggio. Ha passato 18 anni in carcere, la maggior parte in isolamento, ed è stato liberato in aprile. Ma, per sovrapprezzo, le autorità israeliane gli hanno impedito di lasciare Israele, come voleva (è «ancora una minaccia per la sicurezza dello stato»), e di dare interviste. Da allora Vanunu si è rifugiato nella St.George Anglican cathedral di Gerusalemme est. «Vanunu ha parlato chiaro a un carissimo prezzo personale consentendo alla verità di prevalere», ha motivato il premio Yoko Ono. Aggiungendo di sperare di poterglielo consegnare di persona in occasione della cerimonia prevista al Palazzo di vetro dell’Onu a New York il 7 ottobre.
Guglielmo ragozzino scrive:
“Libri, stati generali per soli uomini
A Roma esperti, editori e librai discutono problemi e soluzioni dell’editoria italiana. Solo due donne su trentasette relatori, eppure solo loro la maggioranza tra chi legge.
Le donne presenti sono più della metà; sono le donne che leggono più libri, sono le donne che ne scrivono di più e di più ne traducono, sono donne che lavorano nell’industria dei libri, e soprattutto sono loro che insegnano a leggere e a scrivere. Però, agli Stati generali dell’editoria aperti ieri e che si concludono oggi nel salone dello Stenditoio del San Michele a Roma, su 37 interventi in programma, solo due – Letizia Moratti e Caterina Caselli – sono affidati a donne. E’ poco più del 5%, e questo significa che a questi Stati generali, il quarto stato delle lettrici (e dei lettori) è per ora assai poco rappresentato. Forse gli inviti sarebbero stati altri, se agli organizzatori fosse capitato di salire su un tram o di scendere in metrò, vedendo chi legge e cosa”.
E’ tutto vero, ma manca una riflessione sul come e il perché, da parte di uno che è dentro alla cosa. C’è il rischio di far credere che basti il 50/50 per risolvere la questione, mentre, dove si realizza, il 50/50 spesso è a prezzo di adattamenti femminili.
C’è bisogno invece di cominciare a parlare e ragionare sulla differenza maschile, senza colpevolizzarla.
Come mai gli uomini hanno bisogno di comandare, di dirigere?
Come mai agli uomini piace organizzare convegni, riunioni lunghissime, stati generali?
Pensaci Ragozzino, e scrivi un articolo!
A Roma esperti, editori e librai discutono problemi e soluzioni dell’editoria italiana. Solo due donne su trentasette relatori, eppure solo loro la maggioranza tra chi legge.
Le donne presenti sono più della metà; sono le donne che leggono più libri, sono le donne che ne scrivono di più e di più ne traducono, sono donne che lavorano nell’industria dei libri, e soprattutto sono loro che insegnano a leggere e a scrivere. Però, agli Stati generali dell’editoria aperti ieri e che si concludono oggi nel salone dello Stenditoio del San Michele a Roma, su 37 interventi in programma, solo due – Letizia Moratti e Caterina Caselli – sono affidati a donne. E’ poco più del 5%, e questo significa che a questi Stati generali, il quarto stato delle lettrici (e dei lettori) è per ora assai poco rappresentato. Forse gli inviti sarebbero stati altri, se agli organizzatori fosse capitato di salire su un tram o di scendere in metrò, vedendo chi legge e cosa”.
E’ tutto vero, ma manca una riflessione sul come e il perché, da parte di uno che è dentro alla cosa. C’è il rischio di far credere che basti il 50/50 per risolvere la questione, mentre, dove si realizza, il 50/50 spesso è a prezzo di adattamenti femminili.
C’è bisogno invece di cominciare a parlare e ragionare sulla differenza maschile, senza colpevolizzarla.
Come mai gli uomini hanno bisogno di comandare, di dirigere?
Come mai agli uomini piace organizzare convegni, riunioni lunghissime, stati generali?
Pensaci Ragozzino, e scrivi un articolo!
Fabrizio Tonello
Chi esce dalla visione dell’ultimo film di Michael Moore e ripensa alle sequenze che mostrano Bush smarrito e con lo sguardo vacuo mentre continua a leggere un libro per bambini dopo aver ricevuto la notizia degli attacchi dell’11 settembre, non può che dirsi: «Quest’uomo è troppo idiota per fare l’impiegato di banca, altro che il presidente degli Stati Uniti». Purtroppo, l’uomo è davvero presidente e i sondaggi di queste ore dicono che è il preferito di circa la metà degli americani che andranno a votare in novembre, quanto basta per vincere le elezioni. Occorre quindi chiedersi come mai i repubblicani hanno costruito nel tempo una macchina politico-elettorale capace di far eleggere chiunque, anche un imboscato che si presenta contro un eroe di guerra come Kerry. I conservatori americani non costituivano un movimento coerente fino al 1975: negli anni Venti dominavano la scena, ma pagarono il crack del 1929 con l’esilio politico dal 1932 al 1952. Ancora negli anni Cinquanta, il partito era in stato di confusione e frantumazione, diviso tra un’ala isolazionista, un’estrema destra paranoica (per la società John Birch, Eisenhower era un «agente dei comunisti») e i banchieri di Wall Street. Nel 1960 Nixon fu battuto da Kennedy, nel 1964 Goldwater fu umiliato da Lyndon Johnson. Ma queste sconfitte costrinsero i conservatori a nuove proposte unificanti e furono le dimissioni di Nixon nel 1974 a obbligarli a trovare una nuova generazione di leader. L’uomo del destino fu Ronald Reagan, che trasse vantaggio da circostanze contingenti: il sequestro dei diplomatici americani a Teheran e l’inflazione galoppante. Il programma, drastiche riduzioni fiscali e militarismo, era invece pensato come piattaforma di lungo periodo e, non a caso, è oggi allo zenith del suo successo. La logica di questo programma è costruire una coalizione artificiale di milionari (o gli aspiranti tali) e poveracci (o i timorosi di diventarlo). Ai primi si offrono tagli fiscali che incentivano i consumi opulenti, ai secondi si propongono la bandiera, le forze armate, le guerre all’estero, il diritto a possedere armi da fuoco, come simboli in grado di rassicurare chi teme la perdita dei valori tradizionali, il declino del paese, l’incertezza endemica della vita quotidiana di questi anni. Malgrado i toni rassicuranti usati sul palco della convenzione di New York, è il culto del guerriero il vero marchio di fabbrica del «nuovo» partito repubblicano, quello nato a metà degli anni Settanta. Il militarismo è una forza molto potente in America benché sia arrivato relativamente tardi a dominare la scena politica: i padri fondatori aborrivano gli eserciti permanenti e, ancora nel 1916, quando gli europei si scannavano a Verdun o sull’Isonzo, gli Stati Uniti erano non solo fuori dalla guerra mondiale ma ben determinati a non entrarci. Fu necessaria la martellante propaganda di Woodrow Wilson per convincere il paese a entrare in guerra nel 1917 e già nel 1920 il Senato gli impose una linea di disimpegno in politica estera. Nel 1941, Franklin Roosevelt non era ancora sceso in campo a fianco degli inglesi, né avrebbe potuto farlo senza l’attacco giapponese contro Pearl Harbour. E’ solo dopo il 1945 che gli Stati Uniti hanno costruito un esercito permanente di grandi dimensioni e mantenuto stabilmente truppe all’estero ed è solo dopo la vittoria di Reagan, nel 1980, che il bilancio della difesa è iniziato ad aumentare, fino a raggiungere nel 2003, la stupefacente percentuale del 40% dell’intera spesa militare mondiale. L’anno scorso, gli Stati Uniti spendevano da soli più di quanto spendessero Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e gli altri 20 paesi con i maggiori bilanci militari messi insieme. Il militarismo ha una dimensione essenzialmente simbolica: più navi, più aerei, più carri armati, più missili che rassicurino un paese inquieto.
Dopo l’11 settembre, ovviamente, l’amministrazione Bush ha aumentato gli stanziamenti per la difesa, compresi quelli per una improbabile difesa antimissile, benché gli aerei che hanno distrutto lo World Trade Center fossero stati dirottati utilizzando dei taglierini. L’uso più efficace di questo gruppo di simboli è sul fronte interno: è il diritto dei singoli cittadini a portare armi da fuoco che costituisce il legame ideologico tra l’espansione imperiale (vista con diffidenza da una maggioranza di americani) e l’adesione dei ceti a basso reddito al programma repubblicano. Sono fucili e pistole viste come emblema della virilità a far votare i bianchi a basso reddito per Bush: nel 2000, il 63% degli elettori maschi bianchi che non erano andati all’università votò per i repubblicani, il 34% per i democratici. Questo segmento dell’elettorato, spesso composto di ex militari, è mosso nel suo comportamento politico essenzialmente dal risentimento. Risentimento verso le grandi città, verso gli intellettuali, verso le donne. Se osserviamo le mappe colorate che i giornali pubblicano dopo ogni tornata elettorale, vediamo un continente repubblicano (tutto il Sud e l’Ovest degli Stati Uniti, fino alle Montagne Rocciose) con le roccaforti democratiche concentrate sulle due coste (California e New England). Come si sa, nel 2000, Gore ebbe 539.898 voti popolari in più di Bush, ma fu ugualmente sconfitto nel collegio elettorale (ipotizziamo che i risultati della Florida fossero regolari) perché i repubblicani traggono enorme vantaggio dal loro dominio negli Stati rurali e poco popolati delle grandi praterie e delle Montagne Rocciose. Le città e le coste sono viste con diffidenza da quest’America religiosa, conservatrice, poco interessata alla politica se non come manifestazione di identità. Il fatto che i democratici si siano enormemente «femminilizzati» come partito (sono per l’aborto, il welfare e contro le armi da fuoco) ha garantito un solido sostegno tra le donne di educazione universitaria (59% a favore di Gore nel 2000) ma ha anche creato una potente corrente di ostilità tra i maschi a basso reddito. Questi, benché penalizzati dalla politica economica dei repubblicani, si identificano con i simboli proposti da questo partito, tanto più dopo l’11 settembre: il loro sciovinismo non li farà mai votare per Kerry, un miliardario di educazione europea sposato con una straniera.
Luciano Sartirana
Politica…
Un termine che mi suona male, da tempo. Un po’, durante varie militanze, ho avuto esperienze umanamente poco belle. Ma non è solo questo.
Sono dell’idea che la politica militante, da attivista, sia oggi una forte limitazione nel capire le cose e il mondo. Mi pare che “il politico” sia un gruppo sociale in mezzo a tanti altri: con il suo linguaggio, i suoi riti, i suoi punti di riferimento… e con in più la pretesa di impersonare il vivere e il progetto comune. In altre parole: io sono un attivista politico, quindi: a) capisco meglio le cose; b) sono al centro di esse; c) frequento il binomio potere-opposizione, cioè ciò che conta; d) sono eticamente motivato dall’impegno e dal bene comune; e) chi non è attivista non ha e non è tutto questo; f) sono attivista perché faccio riunioni, mi relaziono a gruppi e partiti e associazioni, faccio manifestazioni, sono aggiornato su libri e quotidiani, scrivo pezzi e dico la mia, mi presento alle elezioni, sono ai banchetti, diffondo giornali e iniziative…
Nonostante, per lunghi periodi, questo sia effettivamente “fare politica”, credo che le cose siano cambiate. Le scelte politiche di larghe masse sono molto meno mediate da questo tipo di razionalità (maschile? cartesiana? illuminista?) e molto di più da simbolici non prettamente politici o del tutto apolitici: televisione, cinema, musica, calcio, comunicazione a slogan e luoghi comuni, paure dell’altro, conformismi, profilo di genere in termini giovanilistici, sentito dire. La politica di prima è lasciata agli altri, gli attivisti, che sempre meno capiscono tutti gli altri. Ovviamente la complessità e le mediazioni sono enormi, le cose non stanno così in bianco e nero… ma ce le vedo, eccome.
Anche in me stesso. Nonostante l’odierna e indubbia perdita di razionalità generale sia un danno, può aprire spazi positivi per chi – come nella cosiddetta politica prima (quella che si muove nell’ambito delle relazioni, dell’immaginario, del linguaggio e dell’agire di genere, della differenza e delle differenze) – intende puntare a un mutamento di simbolico. Perché credo sia qui si giochino molte aree di futuro.
Ciò che dicevo prima rischia però di minare anche la politica delle donne e della differenza. Succede quando le donne e gli uomini della differenza parlano solo a una loro cerchia, diventando autoreferenziali chiudendosi in un unico, piacevole quanto limitato, gioco linguistico.
La faccenda non è pensare in termini politici tutto il giorno, ma accorgersi di una cosa semplicissima: chi ha un forte passato politico ed etico ne è intensamente impregnato, è una dimensione ineludibile e imprescindibile, è lei stessa e lui stesso, non dovrebbe avere paura di “smettere con la politica”, perché fa parte di sé. Per cui, può anche esimersi dal “fare politica” (riunioni, etc.), ma ogni suo atto e pensiero ne sono la prosecuzione, tranquilla e consapevole.
In questo modo credo sia possibile anche smettere di essere – in quanto attivista – un corpo separato dalla “gente comune”, e forse può anche essere più in relazione con “questa“ gente comune.
Penso questo anche per esperienza. Ho sempre avuto, fin da piccolissimo, problemi a comunicare e relazionarmi con gli altri: perché parlavo poco o niente, perché parlavo con la bocca chiusa e nessuno mi capiva, perché ero spesso perso nei miei pensieri e nelle mie nuvole, perché ho lasciato l’asilo dopo un mese, perché ho sempre preferito giocare da solo, perché parlavo con altri solo su cose “serie” e mai di me.
A un certo punto mi sono accorto della mia solitudine, e che mi mancavano “codici” importanti della normale comunicazione fra le persone. La faccio breve: sulle cose giuste da dire è necessario trovare il modo giusto, e la comunicazione “politica” rischia di non esserlo. Per farlo trovo sia bene riconoscere quanta politica abbiamo ormai dentro, e constatare che non la lasceremmo mai anche se comunichiamo e viviamo in termini apparentemente non politici.
Con la politica seconda (quella dei partiti e dei movimenti strutturati, dei media e nelle istituzioni) ho un rapporto di amore-odio.
Amore, perché anni di politica convinta (DP, sindacato) non si cancellano, e mi sento piccola parte di percorsi e valori democratici di importanza storica. Amore, perché – nonostante l’apparenza – io ammiro comunque molto chi lavora nelle istituzioni, si fa il mazzo in mediazioni infinite su leggi e regolamenti, alleanze e contratti… fare casino tre giorni – manifestazioni, scioperi, occupazioni, etc. – può avere un grande senso simbolico, ma lavorare oscuramente nelle istituzioni, gruppi, sindacati vuol dire mantenere vivo un tessuto sotterraneo di progetti, e non mi pare poco.
Odio, perché la sfera politica (e quelli che “fanno politica”, seconda o prima) sembra inglobare tutto quanto, arrogantemente, con la pretesa che tutto il resto (arte, vita quotidiana, linguaggio) svolga solo un ruolo ancillare. Odio, perché la politica nelle istituzioni non sarei mai capace di farla (o non ne sono più capace); quella dei movimenti (alla quale, sui contenuti, mi sento spesso vicino) prende troppo tempo, è un’idrovora delle singole vite.
Resta la politica prima, quella sul simbolico della differenza, dei generi, della consapevolezza. Io credo che ogni nostro atto sia politico, nel senso che ha influsso su chi e su cosa ci stia attorno. Non vedo il bisogno di richiamare di continuo la necessità che una discussione, un articolo, una presa di posizione sia politica: lo è già.
Per quanto mi riguardi, vedo il mio campo privilegiato di azione e pensiero nella cultura, nell’arte, nello spettacolo, nella formazione. Anche perché credo che sia qui – anche qui – che molto simbolico odierno si crei. Sono ambiti dove lavoro, vi deve anche entrare denaro, perché ho sempre faticato ad accettare una vita divisa in due, con il lavoro per vivere da una parte e gli interessi e l’impegno dall’altra. Forse mi sono anche accorto di avere 48 anni, non ho più davanti tutto il tempo di una vita, voglio sbrigarmi a fare qualcosa di significativo. Il tempo “per la politica” è rubato a cose per me più importanti. Non genericamente, ma in rapporto alla vita che scivola via ogni giorno.
Daniela Padoan
Nelle esistenze capitano rari momenti che squarciano il velo delle nostre certezze, che ci dicono non tanto della nostra fragilità, quanto dell’irrompere di una realtà che non avevamo previsto ma che pure c’era, che ci aveva dato segni inequivocabili e che tuttavia non avevamo voluto vedere. Momenti che, togliendoci il terreno sotto i piedi, ci danno la straordinaria possibilità di rigiocare tutto quello che sappiamo, mettendo in discussione le nostre traiettorie. Momenti destabilizzanti e preziosi che subito richiudiamo, noi che, come diceva Rilke, sprechiamo i dolori. E un dolore ci è entrato nel corpo, inaccettabile, vedendo quelle immagini di donne che dileggiano, che violano corpi di altri esseri umani. Pantomime di sesso sadico, piramidi umane, uomini al guinzaglio, feste nere, godimento del male inflitto. Che tra le figure spavaldamente in posa davanti ai cadaveri di prigionieri iracheni vi fossero anche delle donne, belle, giovani, sorridenti di uno di quei sorrisi che nelle pubblicità degli anni Cinquanta si usavano per convincere a comprare un detersivo, è così sconcertante da lasciare muti, con uno stupore sordo che dà la misura del troppo, e che come ogni troppo si vorrebbe negare.
Un sentimento soverchiante per una donna che in quel volto di donna si rispecchia. Quello che stiamo provando adesso è il lutto di una retorica? Avevamo creduto di essere altro. Dobbiamo dunque dirci che non è vero, che la realtà ci mostra di aver sognato? Perché quelle immagini affermano che le donne non sono altro, quando si tratta del potere che viola i corpi. Basta aver visto l’inizio di Full Metal Jacket per sapere cosa il potere, nella sua perversa onnipotenza militare, fa degli individui: costruisce persone addestrate a vedere l’altro come cosa, come non-uomo, come Untermenschen. Nell’addestramento militare il sadismo, come manifestazione di potere e addirittura come educazione al potere, è moneta corrente; passa per l’umiliazione del corpo delle reclute, proprio perché a loro volta dovranno umiliare, e addirittura annientare il “nemico”. Annientare è un verbo terribile, che rimanda a un far essere niente che non è prerogativa umana. Le donne, che invece fanno essere (qualcosa, una singola vita, non un assoluto) finora ne erano rimaste estranee. Pensavamo fosse più difficile non vedere il corpo dell’altro come proprio, per una donna che quel corpo genera. Eppure, in un rovesciamento paradossale, la soldatessa torturatrice torna negli Stati Uniti incinta.
Dobbiamo allora abbandonare, come balocchi rotti, le parole di Virginia Woolf sull’estraneità, sulla resistenza passiva delle donne? Guardare con sospetto tutti i nostri discorsi sul materno, sulla differenza, sulla cura, e attagliarci, mute, a non avere più parole che ci aiutino a dipanare il mondo? Non credo. Credo però che dobbiamo chiederci che cosa ci è successo attorno, mentre restavamo chiuse nei nostri discorsi e nelle nostre relazioni. Mentre parlavamo della differenza e praticavamo relazioni improntate dal sapere politico della differenza, il potere imparava a praticare l’uguaglianza, usando un femminismo dell’emancipazione e i suoi sviluppi post-femministi, che mettono in campo il desiderio di un guadagno per sé, di forza, di potere, di rivalsa.
Le immagini di Abu Ghraib riconducono inesorabilmente al potere, e alla sessualità connaturata al potere, come dominio dei corpi. Un dominio fallico. È la prima volta che uso questo termine. Mi pareva abusato e desueto, e invece – proprio come il termine “imperialismo”, un vecchio arnese concettuale che poi è tornato necessario – mi pare adesso che contenga qualcosa di indispensabile per tentare di leggere il mondo. In particolare il nostro. La società fallica (e imperialista) ha fatto dello stupro la cifra del suo dominio: stupro di continenti, di popolazioni, di ecosistemi e di esseri umani. Un dominio violentemente maschile che il femminismo della differenza ha nominato con chiarezza e a cui adesso, invece, il femminismo della parità sembra aderire. Nel potere americano, l'”altro” è sempre più chiamato a omologarsi alle logiche del potere: a incarnarle o, specularmente, a fare da “carne da cannone”, in una dimensione che anche semanticamente ha a che fare con il corpo. Nel primo caso, Colin Powell e Condolezza Rice, donna e nera; nel secondo, la green card offerta agli ispanoamericani per andare a morire in Iraq.
L’emancipazione delle donne sembra andare in questa direzione, eppure, nonostante le consigliere di Bush, nonostante le soldatesse torturatrici, il numero delle donne implicate in azioni di guerra è straordinariamente basso. In fin dei conti c’è da stupirsi che siano ancora così poche, e forse c’è da pensare che le donne continuino a custodire quell’estraneità che finora le ha tenute lontane dai luoghi dove si esercita davvero, pienamente, il potere. Lontane anche dall’emancipazione. Un’estraneità, un riserbo, che viene prima del fatto che il potere abbia finora tenuto chiuse le sue porte. Un non voler avere a che fare, più che una resistenza.
[…]
Questo testo nasce da una situazione di conflitto che ho vissuto nel gruppo di discussione donne-uomini di Milano a seguito di un evento che si era verificato alla conclusione del seminario di Asolo (fine maggio 2004) organizzato dall’associazione “Identità e differenza” di Spinea.
Nel ritorno verso Milano due delle donne del nostro gruppo avevano espresso il desiderio di interrompere per qualche mese le riunioni di gruppo anche perché le parole che avevo usato nel mio intervento a d Asolo per descrivere il lavoro fatto nel gruppo stesso non erano in sintonia con il loro vissuto di questa esperienza che stavamo facendo insieme.
Questa decisione ha prodotto in me forti sentimenti di abbandono e di tradimento e questo testo viene da quell’episodio e dalle riflessioni e dalla ri-elaborazione che ho fatto nelle settimane successive.
Umberto Varischio
Umberto Varischio
Ho riflettuto molto in questi ultimi giorni, a partire da una discussione tra noi del gruppo di Milano scaturita dalla partecipazione all’incontro di Asolo, sulla questione del conflitto e sulla mia difficoltà ad aprire il conflitto e poi a riuscire a gestirlo senza ricadere nelle mie due classiche forme di risposta: la rottura e il prevalere sull’altra/o.
Partire dall’impostazione del pensiero e dalla politica della differenza vuole per forza dire interrogarmi e affrontare la questione del conflitto senza cercare impossibili forme “conciliatorie”, nel presente o in prospettiva, tra uomini e donne(e per quello che mi riguarda tra uomo e uomo perché di differenza anche in questo caso si tratta).
Ho bisogno, mi è necessario, per iniziare a ragionarci, di partire dalla mia esperienza personale, dai miei sentimenti e dalle emozioni che provo in una situazione del genere.
Prima voglio raccontare di un’emozione, e della sua ri-elaborazione, che mi è sorta alla visione di un film per altri aspetti molto interessante, cioè “Ti do i miei occhi”. In particolare mi sono molto emozionato nella scena in cui la protagonista spiega al figlio, descrivendo un quadro, il mito di Orfeo e Euridice.
Questo mito nella mia adolescenza mi ha sempre molto colpito, anche attraverso la mediazione della versione cinematografica di “Orfeo negro” e forse anche per il tema principale della colonna sonora, una musica dolce e struggente.
Perché proprio questo? Il mito immagino lo conosciate: Orfeo perde Euridice che muore e con la forza dell’amore, attraverso un viaggio nel regno dei morti, e grazie alla sua bravura di musico, riesce a convincere Plutone e Proserpina a lasciarla tornare nel modo dei vivi a una condizione, non voltarsi a guardarla prima di essere usciti dall’Ade.
Quasi all’uscita Orfeo non sente più i passi di Euridice dietro di lui (altre versioni dicono che non è sicuro che sia una persona viva), si volta e la perde definitivamente.
Cercando di entrare nell’emozione che mi prende varie sono le cose che mi vengono in mente: io ti salverò, riferita alle donne, non preoccuparti ci sono io che penso a tutto. Addirittura l’onnipotenza di salvare dalla morte. Questa è una spiegazione abbastanza facile e in parte rimanda al senso di onnipotenza mio (nostro?) nei confronti delle donne, ma anche alla mia (nostra?) necessità di operare un controllo su di loro.
Altre idee che mi vengono in mente sono il ritorno impossibile al materno che vuole essere recuperato, ma alla fine si perde, oppure la priorità per la ricerca in se data dagli uomini che in nome di questa perdono la cosa più preziosa (la relazione).
Oppure uno spunto che mi ha dato Elisabetta sul fatto che la scoperta del femminismo da parte mia (nostra?) sia un modo per ricongiungersi alla donne, che ho perso nel momento in cui ha riaffermato il suo vivere di vita propria. E la difficoltà di confliggere sia la paura di perderla definitivamente.
E poi, seguendo il filo del mito non mi è chiaro (non solo a me certamente!) perché Orfeo si volta; anche qui mi accorgo che ho necessità di scavare. E da questo scavo escono altre idee che mi suonano meglio: il voltarsi perché non si sente più il passo di Euridice. Questo, oltre alla paura di perdere si lega anche alla necessità di tenerla sotto controllo, di non lasciarsela sfuggire quando l’obiettivo è più vicino, ma anche di riportare a legame lo sfuggente che la donna rappresenta. Anche l’interpretazione di un voltarsi dovuto alla non sicurezza che Euridice sia viva mi riporta alle considerazioni fatte prima.
Riparto da me. Aprire un conflitto per me significa mettersi in contrasto e in scontro con l’altro/a. Contrasto che vivo come potenzialmente distruttivo o per me o per l’altro/a. Nell’apertura del conflitto vedo il pericolo, ho fisicamente paura, di diventare troppo aggressivo nei confronti di chi mi sta di fronte, di perdere il controllo su me stesso e sulla situazione, e soprattutto di perdere la sua approvazione; di diventare per lei/lui una persona da cui allontanarsi.
E in particolare questa paura è più grande nei confronti delle donne con cui riesco ad avere rapporti e relazioni più profonde (e parlo delle relazioni che non sono unicamente il rapporto di coppia o amoroso con la mia ex-moglie e con la compagna attuale).
Certo un elemento di questa mia risposta innanzitutto emozionale viene da questioni caratteriali molto personali, dalla mia storia e dalla mia paura di venire abbandonato.
Però voglio capire se questa paura di perdere l’approvazione degli altri e delle altre condizioni in qualche maniera anche la mia capacità poi di gestire il conflitto.
Ho l’impressione che una parte del problema venga da una storia che ritengo abbastanza comune degli uomini.
Dalla difficoltà per me (o per noi?) di mostrarmi dipendente dalle donne: nella mia storia, nel mio vissuto profondo, ma anche nella cultura corrente l’essere dipendenti significa essere debole. Infatti frequenti sono i richiami a non mollare, a stringere i denti, a non cedere nelle situazioni di forte difficoltà, ad andare avanti comunque e da soli.
Il nascondere i miei sentimenti più profondi, in particolare quelli di affetto, le emozioni e in particolare quelle positive, la paura di dimostrare la mia debolezza, la possibilità di essere ferito, la mia dipendenza, normalmente mi portano ad non aprire il conflitto.
Oppure, le volte che riesco ad aprirlo questi stessi sentimenti mi agitano e mi portano spesso a sfuggirlo, a mediarlo al ribasso (per me almeno), a non porlo in primo piano. A non dire veramente “quello che penso”, che cosa sento, cosa desidero. Meno spesso a mostrare le mia aggressività, la mia volontà di prevalere.
Oppure, soprattutto con gli uomini, a scatenare dei conflitti pretestuosi, a entrare in competizione senza motivo apparente, con la volontà fine a se stessa di prevalere, per mostrami migliore di quello che sono, più in gamba.
Qualcosa sento si sta trasformando in me, dal punto di vista forse più interessante per un’esperienza comune: lo stare in relazione anche politica con altri uomini e donne, in qualche maniera mi ha reso più disponibile a restare e interrogarmi in una situazione di conflitto anche forte. Certo in una situazione che non è solo bella e positiva, ma che contiene elementi di tristezza, di forte difficoltà a comprendere quello che sono i miei desideri in merito e quelli delle altre e degli altri. E soprattutto senza alcuna certezza di riuscire a starci a lungo e di non riproporre gli stessi miei comportamenti di sempre.
In aggiunta questo atteggiamento del cercare l’approvazione crea dei nodi molto difficilmente risolvibili nelle relazioni, fa fare pochi, e comunque faticosi, passi in avanti anche dal punto di vista della riflessione.
E poi stare in relazione è un legame che può essere nello stesso tempo molto forte e appassionante, ma anche molto doloroso per l’investimento che ci metto e quando le cose non vanno bene o almeno come vorrei io.
Non vi nascondo che non mi è facile lo stare in questa situazione in cui mi sento “sospeso” e senza regole sicure di comportamento. In questo senso i sistemi “istituzionali” di mediazione per me sono molto più rassicuranti e mi permettono di avere dei “paletti” di come le cose possono andare e comunque dal punto di vista emotivo sono molto meno coinvolgenti.
E contemporaneamente mi pongono molti meno problemi di agire un vero conflitto ma solo quello accettabile all’interno di quelle regole.
Cercando di non restare solo all’interno dell’esperienza a solo personale mi piacerebbe capire questa difficoltà che c’è, negli uomini ad aprire i conflitti, certo se lo si sente come problema. E quali sono le strategie per mediare, quali mediazioni vengono fatte e in che modo vengono fatte.
Senza sfuggire a una domanda che, come ho detto mi viene dall’esterno: non voglio (vogliamo) solo operare un fantasmatica ricongiunzione, ricucire lo strappo che mi ferisce?
Un interessante punto di partenza potrebbe essere ragionare a partire da un articolo di A.M. Iacono sul Manifesto del 03/06/04 di cui cito alcune parti:
[…]E, ancora: la conquista dell’identità e dell’autonomia individuale deve per forza essere modellata su storie che riguardano i maschi della nostra tribù occidentale? Altra domanda: questa identità e questa autonomia devono necessariamente essere il risultato della distruzione di un rapporto?
Sono domande che implicano l’idea che il conflitto, determinandosi principalmente come un confronto drammatico tra l’autorità e l’autonomia, debba necessariamente risolversi nella distruzione della relazione tra i protagonisti in gioco. Come è noto, esistono altre possibilità di immaginare la formazione dell’identità e dell’autonomia individuale. Si tratta di immaginare quella che potrebbe essere definita come l’autonomia nella relazione, cioè come la formazione di un’autonomia che, per affermarsi – e dunque per liberarsi dal vincolo di un’autorità che la condiziona e la frena – non ha bisogno di eliminare l’altro e, di conseguenza, non necessita di distruggere la relazione che li lega, ma, al contrario, si realizza all’interno di quel rapporto trasformandolo.
[…]
Forse dovremmo cominciare con il pensare all’idea di un’autonomia la cui formazione non debba necessariamente passare dal desiderio di morte e di distruzione della relazione con l’altro: un’autonomia che non sia una lotta tra maschi bianchi adulti e violenti il cui premio esclusivo è il possesso della donna, anzi della madre. Forse dovremmo pensare a un’autonomia nella relazione, a una storia – e la storia è per sua essenza mutamento – dove diventa centrale l’autolimitazione reciproca dell’onnipotenza: una storia dove il raggiungimento dell’eguaglianza avvenga sulla base del riconoscimento delle differenze, del riconoscimento dell’altro non in quanto espressione del proprio doppio, ma in quanto altro da sé, appunto.
Il problema, come al solito è riportare questi ragionamenti nel concreto delle relazioni che abbiamo, almeno quelle che riguardano le relazioni in sé. Farlo diventare pratica, certo in mezzo alle contraddizioni di tutti i giorni. Più facile a dirsi che a viverla.
Per me, in quanto uomo, l’obbiettivo dell’indipendenza e dell’autonomia individuale è diventata una gabbia, un dover essere che fin da bambino mi è stata inculcata dall’esterno, dalla cultura, con l’imposizione di modelli ideali che mi dicevano (e mi dicono tuttora), che se non sono indipendente, autonomo, non sono un vero uomo, uno “che non deve chiedere mai”, come recita la pubblicità.
Oltretutto nella mia esperienza passata questa ricerca dell’indipendenza, fatta fondamentalmente di atti di volontà (devo essere così, è giusto che sia così) ha significato perdere relazioni e rapporti, un inaridimento e non un arricchimento della mio mondo interno ed esterno.
E comunque, questa presa di coscienza della mia dipendenza dalle donne, non desidero diventi immediatamente, come in passato, un problema da risolvere con scorciatoie teoriche e pratiche, ma un vissuto che messo in relazione con altri e altre smuova, “da se” il mio stare nel mondo.
Altra questione è come far diventare questa mia affermazione di dipendenza non solo una riconoscenza pubblica dell’importanza che nella mia vita hanno avuto e hanno le donne, ma un altro atto politico di restituzione, un salto, una discontinuità che apre, come alcune donne chiedono a ciascuno di noi.
Insomma, non penso di riuscire ad andare molto più avanti da solo da questo punto di vista. Come diceva Vanni nel suo intervento ad Asolo ho bisogno della relazione con altri uomini, ma anche quella con le donne, per cercare di progredire su questa e su altre strade.
Gianni Ferronato
Queste brevi riflessioni sono alcune delle risonanze che mi porto dentro dall’incontro del gruppo degli uomini di Verona del 14 Maggio scorso e dal convegno di Asolo “Amore, conflitto e azzardo politico” dell’11 e 12 giugno scorsi.
All’amor non si comanda. Come diceva Mario G. l’amore non si può promettere. Posso promettere la cura, la dedizione, la responsabilità, la fedeltà, ma l’amore va oltre le parole e le intenzioni.
Mi può capitare di amare e può essere un volto ed una storia molto concreta oppure uno stato dell’essere di pace e di comunione oppure l’apertura di un conflitto oppure ancora l’attraversamento di un dolore. Mi può capitare di essere amato e potrei non accorgermi (Andrea Lavagnoli e Luisa Muraro ad Asolo hanno parlato di un’ottusità degli uomini nel riconoscere l’amore) o potrei rifiutarlo perché non ha il volto dei miei sogni o perché mi sconvolgerebbe la vita oppure potrei accoglierlo e
allora… Mi può capitare di sentire amore, ma, per la paura di non essere ricambiato, impedirne il fluire, bloccarlo, nasconderlo. Ma si può? E se sì, a quale prezzo?
Certo è che amore non può esserci senza conflitti. L’amore però ha il potere di togliere la loro carica distruttiva, lasciando loro solo la carica di cambiamento. Ad Asolo abbiamo detto la stessa cosa della relazione di differenza. Stare in relazione di differenza significa aprire dei conflitti senza averne la soluzione in testa, soprattutto senza pensare a soluzioni che escludano l’altro o l’altra.
Anche la mia esperienza conferma che quando si evitano dei conflitti, e le ragioni sono le più varie, a volte anche molto ragionevoli, l’amore e l’interesse reciproco lasciano il posto alla noia e all’abitudine. Spesso le ragioni più ragionevoli nascono dalla paura di ferire o di offendere, ma se c’è amore si possono dire cose anche molto dure oltre che vere. E queste verità ci cambiano.
Ma le donne possono promettere l’amore?
Adriana parlava di “premessa di perdono” e di “promessa di amore”. Sento come una grande verità ciò che lei ha detto: “Il perdono serve prima di tutto a chi perdona, perché libera l’amore bloccato nel risentimento. E si può dare il perdono anche se chi mi ha offeso non lo chiede”.
Al gruppo uomini di Verona abbiamo parlato anche dello “stare in presenza” (ascolto, attenzione, assenza di pregiudizio…) come massima libertà dell’essere in relazione da una parte e della rigidità del modello paterno che abbiamo introiettato dall’altra. Tra i due estremi di questa forbice procede la nostra vita, ma, notava Mario G., né l’uno né l’altro dipendono dalla nostra volontà. Non lo so.
A me pare che oggi mi succeda più spesso di un tempo di “stare in presenza” nelle mie relazioni, come pure di considerare certi aspetti del modello di mio padre da me finora svalutati con più “tolleranza”. Al di là del peso della volontà in questi processi di cambiamento, la cosa nuova per me è che mi si è aperta un’idea di soggettività non più legata solo alla volontà, ma a tutta la complessità dell’essere, in cui anche i punti di resistenza, le contraddizioni, le paure, i limiti possono diventare le
risorse di cui si serve l’amore per fluire da noi. In questo senso, e non come conservazione dello status quo, colgo la frase di Mario G. “amare le nostre resistenze”
Marco Cazzaniga, ad Asolo, poneva l’interrogativo di come far diventare cultura corrente la relazione di differenza che noi in questi anni abbiamo cercato di praticare secondo le indicazioni che le donne del pensiero della differenza hanno elaborato: partire da sé, dal proprio sentire, dai propri desideri…
e cura-responsabilità della relazione, che vuol dire anche pratica della relazione non strumentale.
Io notavo che queste due indicazioni portano a cambiamenti di ordine superiore rispetto a quelli a cui normalmente pensiamo, come ad esempio succede quando si impara ad imparare oppure a risolvere dei problemi uscendo dai soliti schemi. Queste due indicazioni cambiano i nostri processi di cambiamento e le regole che valevano per i cambiamenti di primo ordine non valgono più per quelli di ordine superiore; un po’ come nel famoso rompicapo che prevede di congiungere 9 punti posti ai
vertici e alla metà dei lati e della diagonale di un quadrato con quattro segmenti di retta senza mai staccare la penna dal foglio.
Marco Deriu, raccogliendo l’invito di Alberto Leiss, ha proposto un incontro allargato degli uomini per riflettere appunto su cosa possiamo fare e come possiamo essere per dare una risposta all’interrogativo di Marco Cazzaniga.
Sempre ad Asolo alcune donne hanno posto agli uomini la domanda di come essi vivono la relazione di differenza quando la donna che hanno di fronte non ha quel volto materno-autorevole che sembra gli uomini gradiscano di più o che, almeno, così è per me. Lia Cigarini ha chiesto che cosa hanno da dire gli uomini sul potere e su quel fenomeno di massa, la prostituzione, in cui gran parte di essi sono coinvolti e Gabriella Cimarosto di interrogarsi sulle paure ataviche, della violenza degli uomini
per le donne e dell’onnipotenza materna per gli uomini. La paura di questa onnipotenza sta forse alla radice del tentativo della scienza di appropriarsi della riproduzione. Adriana infine ha espresso il desiderio che gli uomini si facciano più carico complessivamente della relazione di differenza anche nella progettazione e organizzazione dei prossimi incontri di Asolo.
Giacomo Mambriani
Le relazioni sono bisogni primari perché un’esistenza senza di esse è letteralmente inconcepibile. Sono le relazioni, infatti, che creano nuova vita e la sostengono. Il sogno (o illusione, o incubo) della assoluta autonomia o del perfetto isolamento, è il prodotto di un pensiero, soprattutto maschile, incapace di riconoscere l’importanza fondamentale delle relazioni nella nostra esistenza; a cominciare dalla relazione con la madre, come alcune donne hanno insegnato.
Non possiamo pensare a ciò che siamo senza riferirci alle centinaia di volti, di mani, di voci che abbiamo incontrato e che ci hanno formato, trasformato, ferito e accarezzato nel corso degli anni; e che continueranno a farlo. Gli altri e le altre fanno necessariamente parte del mondo in cui ci muoviamo. Anzi, insieme a noi continuamente lo mettono al mondo (come hanno scritto le donne di Diotima). Degli altri e delle altre abbiamo insomma un estremo e ineliminabile bisogno.
Le nostre dipendenze sono innumerevoli: di ordine fisico, emotivo, psicologico, spirituale, estetico, linguistico, e altro ancora. Quasi sempre sono saldamente intrecciate tra loro, ed è difficile, forse inutile, tentare di distinguerle e farne una casistica.
In tutto questo, il soddisfacimento dei nostri bisogni resta per molti versi al di fuori del nostro controllo; per esempio, alcune persone cominciano ad amarci, o smettono di farlo, senza che la nostra volontà possa nulla; oppure l’azienda ci licenzia senza giusta causa, o riceviamo una promozione grazie al pensionamento di qualcun altro. Oppure, tragicamente, catastrofi naturali o deliberate scelte umane possono spazzare via le nostre esistenze in pochi secondi.
Non si tratta di fatalismo, perché la nostra libertà (responsabilità) esiste davvero, ma è semplicemente immersa in un infinito sistema di relazioni, le quali in larga misura non dipendono da noi; idea molto dura da digerire soprattutto per la civiltà tecnologico-mercantile occidentale, che aspira al controllo sulla natura e sugli esseri viventi. Ma accettare che il mondo indipende da noi (come scrive Clarice Lispector in “La passione secondo G.H.”) e che noi invece dipendiamo da lui, può essere una grande fonte di libertà e di forza, se non ci si lascia sopraffare dall’immediato e inevitabile senso di perdita (di sicurezza e potere, soprattutto). È come fare un passo verso la realtà, compresa la propria, e di conseguenza poterla leggere e vedere meglio, muovendosi più adeguatamente al suo interno. È diventare un po’ taoisti, cominciando ad assecondare la natura delle cose, senza incaponirsi: “Mai, per esempio, aprì un canale là dove la terra era dura” (altro romanzo di Clarice).
È bene aggiungere che la dipendenza è “buona” a una condizione: che venga riconosciuta. Quando chi è dipendente non sa di esserlo e/o non offre alcun tipo di riconoscimento alla persona o cosa da cui dipende, allora la sua dipendenza è tossica, cioè irrigidisce ed esaurisce la vita invece di muoverla e arricchirla.
La tanto nominata e invocata indipendenza (spesso considerata un fine educativo fondamentale, o una priorità politica) mi sembra sempre più un’idea inquietante o quantomeno fuorviante. Preferisco pensare alla capacità di sostituire o trasformare le nostre dipendenze nel corso della vita, diventando a nostra volta capaci di accogliere e sostenere chi (che cosa) dipende o dipenderà da noi.
Un’ultima cosa, molto importante perché influisce su tutto quanto ho scritto finora: è meglio non immaginare la relazione di dipendenza come una freccia a senso unico. Qualcosa viene sempre scambiato, c’è comunque una reciprocità, anche se asimmetrica.
Giacomo Mambriani
Le relazioni sono bisogni primari perché un’esistenza senza di esse è letteralmente inconcepibile. Sono le relazioni, infatti, che creano nuova vita e la sostengono. Il sogno (o illusione, o incubo) della assoluta autonomia o del perfetto isolamento, è il prodotto di un pensiero, soprattutto maschile, incapace di riconoscere l’importanza fondamentale delle relazioni nella nostra esistenza; a cominciare dalla relazione con la madre, come alcune donne hanno insegnato.
Non possiamo pensare a ciò che siamo senza riferirci alle centinaia di volti, di mani, di voci che abbiamo incontrato e che ci hanno formato, trasformato, ferito e accarezzato nel corso degli anni; e che continueranno a farlo. Gli altri e le altre fanno necessariamente parte del mondo in cui ci muoviamo. Anzi, insieme a noi continuamente lo mettono al mondo (come hanno scritto le donne di Diotima). Degli altri e delle altre abbiamo insomma un estremo e ineliminabile bisogno.
Le nostre dipendenze sono innumerevoli: di ordine fisico, emotivo, psicologico, spirituale, estetico, linguistico, e altro ancora. Quasi sempre sono saldamente intrecciate tra loro, ed è difficile, forse inutile, tentare di distinguerle e farne una casistica.
In tutto questo, il soddisfacimento dei nostri bisogni resta per molti versi al di fuori del nostro controllo; per esempio, alcune persone cominciano ad amarci, o smettono di farlo, senza che la nostra volontà possa nulla; oppure l’azienda ci licenzia senza giusta causa, o riceviamo una promozione grazie al pensionamento di qualcun altro. Oppure, tragicamente, catastrofi naturali o deliberate scelte umane possono spazzare via le nostre esistenze in pochi secondi.
Non si tratta di fatalismo, perché la nostra libertà (responsabilità) esiste davvero, ma è semplicemente immersa in un infinito sistema di relazioni, le quali in larga misura non dipendono da noi; idea molto dura da digerire soprattutto per la civiltà tecnologico-mercantile occidentale, che aspira al controllo sulla natura e sugli esseri viventi. Ma accettare che il mondo indipende da noi (come scrive Clarice Lispector in “La passione secondo G.H.”) e che noi invece dipendiamo da lui, può essere una grande fonte di libertà e di forza, se non ci si lascia sopraffare dall’immediato e inevitabile senso di perdita (di sicurezza e potere, soprattutto). È come fare un passo verso la realtà, compresa la propria, e di conseguenza poterla leggere e vedere meglio, muovendosi più adeguatamente al suo interno. È diventare un po’ taoisti, cominciando ad assecondare la natura delle cose, senza incaponirsi: “Mai, per esempio, aprì un canale là dove la terra era dura” (altro romanzo di Clarice).
È bene aggiungere che la dipendenza è “buona” a una condizione: che venga riconosciuta. Quando chi è dipendente non sa di esserlo e/o non offre alcun tipo di riconoscimento alla persona o cosa da cui dipende, allora la sua dipendenza è tossica, cioè irrigidisce ed esaurisce la vita invece di muoverla e arricchirla.
La tanto nominata e invocata indipendenza (spesso considerata un fine educativo fondamentale, o una priorità politica) mi sembra sempre più un’idea inquietante o quantomeno fuorviante. Preferisco pensare alla capacità di sostituire o trasformare le nostre dipendenze nel corso della vita, diventando a nostra volta capaci di accogliere e sostenere chi (che cosa) dipende o dipenderà da noi.
Un’ultima cosa, molto importante perché influisce su tutto quanto ho scritto finora: è meglio non immaginare la relazione di dipendenza come una freccia a senso unico. Qualcosa viene sempre scambiato, c’è comunque una reciprocità, anche se asimmetrica.
Ida Dominijanni
Tanto per cominciare: la coppia Ratzinger-Wojtyla batte tutti i nostri leader nonché i nostri intellettuali di sinistra, moderata e radicale, dieci a zero. La Chiesa prende atto del «problema» del rapporto fra i sessi, lo colloca giustamente su un livello ontologico in quanto tale anche politico, si preoccupa del portato umano e sociale della rivoluzione femminista, si informa sulle sue diverse tendenze e se ne lascia interpellare; mentre a sinistra del problema tuttora non si prende atto, del femminismo si parla come dell’ultimo, fastidioso residuo ideologico novecentesco, delle sue tendenze interne si ignora tutto e tutto si confonde in un rituale ritornello su diritti e opportunità che annacqua nel nulla la politica, figurarsi l’ontologia. Non vedrei perciò nella «Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna» una mera versione aggiornata dell’ossessione del pontificato di Wojtyla per la donna e per il controllo della sessualità femminile (che pure resta); c’è in essa, a me pare, un ascolto del divenire storico, del mutamento innescato dalla rivoluzione femminile, che va riconosciuto e incassato. Ferme restando le critiche all’esito – largamente prescrittivo – che le gerarchie vaticane imprimono al discorso. C’è, dicevo, la collocazione del problema al giusto livello dell’antropologia politica e non della contabilità dei diritti e dei poteri. C’è la declinazione della differenza sessuale come differenza relazionale, costitutiva dello statuto dell’umano. C’è l’indicazione di una soluzione appunto relazionale, non separatista e solipsista né rivendicativa e vendicativa, del conflitto uomo-donna. C’è l’individuazione della sessualità come dimensione «non solo fisica ma psicologica e spirituale», rilevante ai fini del pensiero e del linguaggio, dell’essere umano. E c’è la visione della differenza femminile come vocazione relazionale della donna (quella «capacità dell’altro» citata dal documento in cui mi sembrano riconoscibili echi dell’ultima riflessione di Luisa Muraro), non necessariamente incardinata sul destino biologico materno e matura per improntare di sé la vita sociale.
Ciò detto, non è tutto oro quello che luccica. Perché dall’insieme del testo (sui cui passaggi teologici, vetero e neotestamentari, spero che altre interverranno con maggior cognizione di causa) risulta altrettanto evidente la volontà di riportare ciascuna di queste acquisizioni nei binari della morale cattolica, e di imbrigliare la libertà femminile, che della scoperta femminista della differenza è figlia, nel destino sessuale e matrimoniale tradizionale, ancorché rivalorizzato sul piano sociale. La differenza relazionale fra uomo e donna, antidoto alla deriva del solipsismo maschile (deriva risalente a Adamo, se Dio non gli avesse messo a fianco Eva), ricade tutta sulle spalle di lei, mentre esenta lui da qualsivoglia responsabilità: il documento non fa parola della differenza maschile e non la convoca ad alcuna prova di quella «reciprocità» che pure predica. La relazionalità inscritta nella differenza femminile, d’altra parte, viene finalizzata al ruolo «sponsale», privato o sociale che sia, della donna, e una volta disarcionata dal destino biologico della Madre trova un altro esempio solo nella Vergine. E il giusto no al femminismo rivendicativo e belligerante della «guerra fra i sessi» (primo fronte avverso fra le tendenze interne al femminismo) finisce con l’eludere il nodo del potere sessuale fallocratico: fu il peccato, non il dominio della sessualità maschile, a rompere l’equilibrio fra Adamo ed Eva, ed è l’uscita dal peccato, non la lotta al fallocentrismo, a poterlo ristabilire.
Nel documento risulta rivelatore come una cartina al tornasole, infatti, l’individuazione della «gender theory» come secondo fronte avverso all’interno del femminismo. Qui il documento – per quanti motivi di diffidenza possa avere contro certe derive postmoderne di smaterializzazione della sessualità – cade, per almeno due ragioni. Una è teorica, perché non è con le teorie del gender (molte delle quali in verità coincidono con la «prima tendenza» del femminismo rivendicativo) che Ratzinger combatte, bensì con la teoria del gender trouble di Judith Butler (evocata ma non esplicitamente citata), ovvero con la teoria che contesta l’identità compatta del genere femminile per aprire – non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale – alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche, discorsive, di pensiero. Per aprire insomma alla differenza femminile la possibilità di dirsi in prima persona, senza che nessuno, né l’ordine fallocratico né la Chiesa, ne decidano una definizione oggettiva. Su questo Ratzinger e Wojtyla non ci stanno: ne vedono solo l’esito sessuale «perverso» – le famiglie «irregolari» gay e lesbiche – che la Chiesa non può tollerare, né in Nordamerica né qui. Per quanto sia accettata, è pur sempre oggettivata e imbrigliata nello «sposalizio» tradizionale che la differenza fra i sessi deve restare.
Una visita al Centro Desiré Somé di Bobo, Burkina Faso,
il cui nome è quello di un artista morto di Aids a trent’anni
e dove adesso artisti e attori burkinabé e italiani cercano
un modo per comunicare e mettere in scena l’Africa.
Andrea Segre
Se parti con i ribelli, danno 25 mila cfa a tuo padre e 25 mila a te, oltre ovviamente a tutti i guadagni che puoi fare con i saccheggi e le altre cose della guerra – mi ha raccontato la prima notte a BoboDioulasso, la seconda città del Burkina Faso, un ragazzo mentre preparava l¹interminabile té africano – Molti di qui sono andati e adesso hanno i macchinoni fichi e i soldi in banca». Macchinoni e banche: esattamente le due cose che Maddalena mi aveva detto subito di aver notato dopo cinque anni di assenza dal Burkina. Oltre ai Cyber caffè e ai telefonini, ovviamente, perché è questo lo «sviluppo», oggi: finanza, tecnologia e comunicazione. Acqua, sanità, educazione sono cose vecchie, che abbiamo già «portato», e se non funzionano ancora è perché questi qui non sono capaci di farle funzionare, ormai è troppo tardi per continuare con le solite vecchie cosette da stato sociale anni settanta. Ora internet, assicurazioni, banche, telefonini e grandi jeep nere o bianche: così sì che si decolla davvero.
Faccio fatica a crederci. 25 mila Cfa, franchi dell¹Africa ex francese. Quanti sono 25 mila Cfa? Mi sembrano davvero pochi, nemmeno 50 euro. Poi passo a casa di Mamma Agnese, nel settore 21 di Bobo, a pochi metri dal centro di formazione artistica dedicato a suo figlio, Desiré Somé. «Sono stata dal medico qualche giorno fa racconta Mamma Agnese, seduta nella panca di legno della sua bella corte di sabbia, panni stesi e giovani donne intente a cucinare, lavare e sorridere – Mi ha detto, il medico, che ho il diabete alto e mi ha prescritto diversi esami clinici : 25 mila Cfa è il costo di tutti gli esami. Per me è impossibile e così mi faranno gli esami a rate, man mano che potrò pagarli. Uno ogni mese, un po¹ alla volta».
Mamma Agnes ha 48 anni e fa da mangiare per non so quante persone ogni giorno, perché nella corte vivono i suoi tre figli, qualche amico dei figli, tre o quattro ragazze, i figli delle ragazze, uno zio, qualche cugino e spesso passa qualcun altro: lei sa bene, lei, quanti sono 25 mila Cfa, come sa che il riso più caro costa 300 Cfa al chilo e quello più conveniente 210. Probabilmente sa anche che gli esami a rate servono a poco, ma non può farci niente, così è la modernità: un¹ora di internet costa come un chilo di riso, la salute costa molto, molto di più. «Mangerò meno zucchero, smetterò di bere i nostri succhi di ?bissap¹, rinuncerò alle arachidi e al burro. Spero che riuscirò a cavarmela».
Gli italiani che vivono, lavorano o semplicemente passano al Centro Desiré Somé la chiamano Mamma: perché ha il volto, la calma, la grandezza della Mamma.
Desiré era un artista, musicista e ballerino, ma soprattutto attore. Era sufficiente avvisare Bobo con due giorni di anticipo e gli spettacoli di Desiré riempivano immediatamente tutto il teatro dell¹Amitié: duemila posti stipati nella piccola arena di cemento e ferro che ancora oggi rimane l¹unica scena teatrale grande della città, escluso il teatro, più piccolo, dell¹immancabile Centro culturale francese. Desiré faceva ridere e pensare e con la sua arte aveva viaggiato per il mondo, sbarcando in Francia, Svizzera, Germania e Italia, seguendo quella linea sottile che conduce l¹arte africana nel terreno a volte ambiguo del fascino etnico, ma instaurando legami di collaborazione con realtà artistiche e culturali di diverse città d¹Europa. Ed è proprio da uno di questi legami, quello con il gruppo di ricerca teatrale «Koron Tlè» di Milano, che inizia la storia dell¹Associazione Siraba e del Centro artistico che oggi a Bobo porta il nome di Desiré: un esperimento riuscito, faticoso e originale di cooperazione decentrata.
Desirè è morto a poco più di 30 anni, nel 2001, di Aids, dopo anni di vivacità e sperimentazione aristica e dopo un anno di sofferenza e di inutili tentativi da parte degli amici europei di trovare una cura in Italia o in Francia: il centro che Siraba, con il sostegno di Mani tese, Anlaids e Architetti senza frontiere, ha finito di costruire dopo la sua morte, non poteva che portare il suo nome.
«Dall¹incontro profondo con Desiré racconta Fabrizio, il ragazzo italiano che da tre anni vive a Bobo per seguire il progetto – e dal consolidarsi di un gruppo forte delle proprie sensibilità e competenze, è nata l¹idea di un luogo dove le nostre riflessioni potessero esprimersi coi linguaggi dell¹arte, dove le idee diventassero musica, danza, teatro, sfruttando inoltre il potenziale formativo e aggregativo che questi linguaggi hanno per loro natura, e in particolar modo nella città di Bobo Dioulasso».
Posta a un crocevia culturale e commerciale importantissimo nell¹Africa occidentale, Bobo riassume alcuni degli aspetti fondamentali del patrimonio culturale tradizionale di questa zona. Danza, musica e tradizioni orali sono il tessuto connettivo nel quale sono cresciute tutte le ultime generazioni, e attraverso il quale i giovani tentano di esprimere la difficoltà di un rapporto, quanto mai complicato in Africa, con la modernità.
«Siraba spiega Fabrizio- semina su un terreno già fertile, non si pone come obiettivo di creare o imporre nuovi linguaggi, ma di prestare attenzione a ciò che esiste, di veicolarlo, dando strumenti più concreti a quello che nasce spontaneamente nella strada. Siraba, grazie alle sue competenze e alla garanzia di professionalità, data anche dalla provenienza artistica dei suoi membri, può fare da mediatore tra un patrimonio artistico che affonda le sue radici nella tradizione e le tematiche moderne che oggi toccano come non mai da vicino, e spesso in maniera drammatica, il continente africano».
Al centro Desiré Some sono passati in questi anni decine di artisti italiani ed africani, portando idee, linguaggi, domande, curiosità, e aiutando non solo la crescita del progetto Siraba, ma soprattutto la formazione di un gruppo di artisti di Bobo che possano concretamente sperare di avere nell¹arte e nella progettualità culturale un¹opportunità non solo di espressione, ma anche di sussistenza. Il Centro ha oggi uno spazio davvero grande con cinque o sei casette dove gli ospiti possono soggiornare, una casa per l¹ufficio e i laboratori artigianali, un grande spazio per le prove di teatro e musica e una grande corte con tre bellissimi alberi di mango.
«L¹idea confida Olivier, il giovane fratello di Desiré che lavora da anni con Siraba è di utilizzare l¹altro pezzo di terreno che il comune ci ha regalato, per costruire un vero spazio teatrale intorno al quale trasformare il gruppo degli artisti che oggi lavorano al centro in una vera e propria compagnia teatrale, autonoma e professionale».
Nei giorni del nostro caldo e afoso soggiorno al centro, una quindicina di ragazzi stavano terminando la messa in scena del nuovo spettacolo di sensibilizzazione sull¹Aids, tema su cui Siraba ha da sempre concentrato sforzi artistici e intorno al quale, per fortuna o purtroppo, si concentrano la maggior parte dei finanziamenti occidentali per le attività culturali e teatrali: «Per noi è molto importante lavorare con il teatro come mezzo di comunicazione sociale su temi delicati come l¹Aids ci diceva Ton Ton, l¹inseparabile compagno di Olivier Ma nello stesso tempo vorremmo liberarci dal vincolo per cui possiamo lavorare solo su questi temi. Non esistono, o sono ben pochi, i finanziamenti per produrre spettacoli teatrali che non siano di sensibilizzazione sociale, così gli artisti qui non possono fare altro».
Questo lo strano mondo della razionalità occidentale, che finisce sempre per limitare la libertà altrui, anche lì dove tenta di aiutarle [o forse, suggerirebbe Ivan Illich, proprio perché tenta di aiutarle]: uno degli esempi più chiari di ambiguità nell¹aiuto che conducono molte associazioni europee e americane ad essere non solo delle possibilità, ma anche un limite per la vita sociale e culturale dei paesi in cui l¹aiuto si sviluppa.
Siraba ha capito questo limite e sta cercando un equilibrio in questo strano gioco di vincoli e possibilità, provando a sviluppare sperimentazione e crescita artistica che non rinuncino ai temi della sensibilizzazione, ma che evitino anche di essere schiacciati dalla loro retorica e dalle necessità mediatiche dei finanziatori: «Hamlet Noir», lo spettacolo prodotto da Siraba e diretto da Serena Sartori, la regista che di più negli anni ha seguito e animato il cammino di Siraba, è probabilmente il tentativo più forte. La storia di Amleto, nonché la metastoria di una sua messa in scena, diventano il terreno narrativo di racconto e dialogo sull¹Aids: uno spettacolo che coinvolge attori italiani e burkinabé e che, dopo aver partecipato a importanti festival dell¹Africa occidentale, si prepara a sbarcare in Europa nell¹inverno prossimo.
Anna Leoni
Sono una insegnante del Liceo Agnesi e assisto con un misto di sconforto e indignazione alla polemica che si è scatenata nelle pagine estive di quasi tutti i giornali sulla formazione della “classe islamica”, alle accuse di discriminazione e di tentativo di emarginazione, di incostituzionalità addirittura, che testimoniano un completo travisamento di quelle che sono le nostre motivazioni e convinzioni più profonde.
Ci siamo spiegati male.
Ho – abbiamo – votato sì al progetto presentato al Collegio Docenti, e al Consiglio di Istituto perché ho – abbiamo – pensato che la proposta, per quanto irta di pericoli, primo tra tutti quello di essere fraintesi e strumentalizzati, di difficoltà operative, di necessità di lavoro e impegno enormi per la scuola, fosse un dovere morale a cui non potevamo sottrarci e una sfida all’oscurantismo al quale nel nostro piccolissimo abbiamo sempre cercato di opporci.
Ho – abbiamo – votato sì prima di tutto perché abbiamo pensato a quelle ragazze, a quei ragazzi quattordicenni schiacciati tra due muri, vittime dell’integralismo e della incomprensione, di famiglie che oscillano tra il desiderio di integrazione e la paura dell’assimilazione, di una società che pare incapace di affrontare la realtà della presenza di “altri” di cui si ha insieme bisogno e paura.
Abbiamo pensato che quei quattordicenni avessero non solo diritto allo studio – sancito dalla Costituzione – ma anche il diritto di andare a scuola, in una classe omogenea è vero (inaccettabile la definizione di ghetto) ma con gli stessi programmi, attività e docenti di tutti gli altri, immersa in un istituto di oltre 1300 studenti, con spazi e momenti comuni in cui da anni convivono tranquillamente allievi di molti paesi diversi.
Abbiamo avuto fiducia che il tempo giocasse a favore, nella possibilità che tra giovani si aprissero canali di comunicazione, di integrazione impensati.
Ho – abbiamo – votato sì ad un compromesso. Ci sarebbe piaciuto accogliere tutte quelle ragazze e ragazzi nelle nostre classi come sempre. Ci è stato spiegato dagli stessi canali ufficiali che ci proponevano l’iniziativa, che questa eventualità non era data. L’alternativa per loro, che con fatica avevano sostenuto, dopo la scuola islamica, l’esame di licenza media grazie ad un progetto del Provveditorato e ad un lavoro di molti mesi con insegnanti italiani, sarebbe stata l’interruzione degli studi, peggio ancora la semi-clausura nella comunità o il ritorno ai paesi di origine da nonni e parenti spesso sconosciuti. Molti di questi ragazzi sono nati in Italia.
Ho – abbiamo – votato sì perché abbiamo interpretato questa disponibilità della comunità di Via Quaranta come un grosso passo avanti, probabilmente molto sofferto, che meritava un nostro passo indietro, in quello che potrebbe diventare una metà strada. Per aprire, uso le parole del nostro preside, una crepa sul muro.
Ho – abbiamo – votato sì sapendo che la nostra decisione non sarebbe passata inosservata, perché pensavamo di avere dei validi alleati, quegli stessi che avevano proposto e fortemente caldeggiato l’iniziativa e promesso di accompagnarci nelle inevitabili difficoltà, primi tra tutti il Provveditorato di Milano, nostro referente istituzionale più immediato, e la stessa Provincia di Milano.
Pensavamo di avere dalla nostra anche la Costituzione.
Sono ancora convinta di aver fatto la cosa giusta, di aver votato, e non certo a cuor leggero, una scommessa difficile a fronte di una realtà ancora più difficile e fino all’altro ieri disinvoltamente ignorata da tutti.
La classe-ghetto non si farà, la Costituzione sarà salva, gli animi placati.
Mi chiedo dove andranno a scuola Jasmina e Mohamed in attesa che sia fondata per loro la scuola islamica. Che certamente non sarà un ghetto.
(redazionale) Un esempio di sapere cooperativo…
Franco Carlini
Utile per le più svariate ricerche, un testo aperto e aggiornato di continuo su Internet Chiunque può intervenire sulle voci e si rischia l’imprecisione. Ma proprio questa libertà permette una autocorrezione senza limiti.
La ricerca sul tema del «Group Think», di cui si parla nell’articolo sopra, è stata iniziata facendo ricorso a uno degli strumenti più ricchi e versatili che la rete Internet oggi offre, l’enciclopedia aperta Wikipedia (www.kikipedia.org), semplicemente battendo il termine «groupthink» nella sua maschera di ricerca. In casi come questo il vantaggio di Wikipedia rispetto ai grandi motori di ricerca tipo Google è grande; Google infatti, ma anche gli altri motori, risponde alle richieste dei lettori proponendo i link a tutte le pagine del web che contengono quella parola; si sforza anche, con qualche algoritmo statistico, di proporre una gerarchia utile che presenti per prime le pagine più ricche di informazione e di maggior valore, ma non sempre ci riesce. Wikipedia, invece, alla nostra richiesta risponde con una sola risposta, e cioè presentando una pagina fatta di testo e di altri link che è stata scritta da degli umani esperti del tema (in questo caso di psicologia sociale). E’ proprio come una voce di enciclopedia di carta, scritta con ordine (talora anche con un po’ di pedanteria come si conviene a questi repertori universali di conoscenze) la quale contiene a sua volta dei rimandi a altre voci. Nei volumi di carta questi hanno la forma «vedi alla voce …», mentre nel web sono più semplicemente delle parole sottolineate e colorate, ovvero dei link, schiacciando i quali si salta al rimando indicato.
Fin qua Wikipedia potrebbe essere considerata un’enciclopedia come quelle tradizionali, tipo la Britannica, con l’unica differenza tutto sommato inessenziale che vi si accede in rete anziché dallo scaffale della libreria. E invece le differenze sono più profonde. La prima è che Wikipedia è stata scritta in maniera volontaria e senza compenso da migliaia di persone sparpagliate per il mondo che nemmeno si conoscono. Mentre un’opera enciclopedica seria viene progettata da un editore, affidata a un numeroso comitato scientifico e gestita da una redazione centrale che affida le voci, le raccoglie, le rivede e infine le manda in stampa, tutto quello che i fondatori di Wikipedia hanno fatto è stato di aprire un sito, dotandolo degli opportuni software e aspettare che il passa parola tra le persone alimentasse la loro opera.
Questo comporta certamente un rischio, consapevolmente accettato: non necessariamente i testi delle voci che arrivano a Wikipedia sono ben fatti e competenti e non esiste nemmeno una redazione in grado di verificarli e correggerli. Come risolvere il problema della loro qualità? Anche qui la soluzione è la rete sociale che attorno a Wikipedia si è creata nel tempo.
Lo si capisce esaminando meglio la pagina che abbiamo appena aperto: in alto c’è un pulsante con scritto «history», cliccando il quale compare un elenco di una cinquantina di voci; ognuna di loro rappresenta una delle successive versioni della voce «groupthink» che si sono accumulate nel tempo, a opera di diversi collaboratori spontanei. In sostanza ogni visitatore di Wikipedia può editare una voce (attivando il pulsante «edit») e correggerla, dilatarla, ritagliarla. In apparenza è un sistema selvaggio che potrebbe dare luogo a ogni possibile beffa, disordine o follia. Ma poiché gli utenti di Wikipedia sono molti, tali distorsioni verranno altrettanto rapidamente corrette ed emendate e mediamente la voce che si legge risulta di buona qualità. E’ uno di quei casi in cui la diversità delle culture e delle opinioni, che sono appunto l’antidoto ai difetti del pensiero di gruppo, dimostra tutto il suo valore.