Alessandra Pon
Si fanno tanti incontri su una grande strada. Il primo di Fabrizio è stato con un tamburo, lo djambè, comprato da un ambulante africano a Levanto, durante le vacanze estive, sei anni fa. “L’inverno, poi, a Milano, cercai qualcuno che mi insegnasse a suonarlo, e trovai Marco”. Non esattamente un maestro accademico, Marco Patanè, ma l’amico che lo conduce a un nuovo incontro, quello con l’Africa. “L’estate successiva siamo partiti insieme per il Burkina Faso. Il centro teatrale interculturale Koron Tlè di Milano organizzava il suo primo stage “meticcio”, con allievi africani e bianchi. Noi due, in realtà, eravamo due estranei, del tutto digiuni di teatro, infervorati solo di musica”. E Fabrizio De Georgio Trecate Ferrari, più che incontrare l’Africa, ne è travolto. “Mi sono innamorato del luogo. Completamente, come di una donna. E quando accade non nesci a dire come e perché è successo”.
Dopo un mese rientra in Italia, dove l’aspetta un esame all’università, ma sta malissimo. “Per tre settimane ho patito una sofferenza infernale, misteriosa. Nonostante una miriade di esami ancora adesso non so cosa mi avesse preso. Ma credo che in qualche modo mi stessi preparando al grande distacco”. Il dolore fisico, per Fabrizio, è una sorta di ultimo falò dove bruciare aspettative deluse, rancori, falsi legami, modelli irriconoscibili. “Già da tempo, mi qualche modo, mi stavo allontanando. Tanti aspetti del nostro Occidente mi sembravano intollerabili, e rifiutavo di soffrire ancora per una situazione familiare complicata. L’Africa, invece, pareva disegnata per me”. A ritmo di record dà tutti gli esami che gli mancano e si laurea alla Bocconi con un solo pensiero fisso: tornare in Burkina il prima possibile e realizzare qualcosa di tangibile insieme a chi ha incontrato laggiù, un eclettico gruppo di inguaribili sognatori. Marta Moroni, architetto e attrice, Serena Sartori, regista e pedagoga teatrale, Sotigui e Dani Kouyaté, padre e figlio, il primo artista della compagnia di Peter Brook, il secondo cineasta, e Desiré Sornè, ballerino. Per la prima volta la diaspora africana, in questo caso burkinabé, sembra poter invertire il flusso, non più disperdersi, ma unirsi. E nasce, nel 1999, l’associazione Sirabà (“la grande strada” mi lingua dioula), con tutta la provocazione delle utopie. “Parlare di iniziative culturali in un Paese come l’Africa – dove intervenire di solito significa costruire ospedali, case, scuole – sembra inopportuno, per i più sconsiderato, rispetto alle “vere necessità””. Quasi scandaloso. Creare un centro dove gli artisti possano incontrarsi e scambiare esperienze? Ammettiamolo, un progetto un po’ insensato, che ignora i reali problemi della gente. Credere che arte e cultura possano regalare benessere più di farmaci, cibo, strade? Romanticherie da intellettuali e bohémien viziati. Ma capita che i sognatori sappiano essere più concreti dei realisti. Gli studi di economia di Fabrizio sapranno disciplinare i sogni in progetti con fondamenta fisiche, assolutamente reali. Dal comune della città di Bobo Diotilasso l’associazione ottiene un terreno di 5.000 metri quadri e dalla Ong Mani Tese il finanziamento per costruire la prima tappa della “grande strada” – il Centro di formazione artistica e artigianale: una sala di lavoro per il teatro, uffici, cucina. E presto seguono, grazie alla fondazione Nando Peretti, sei case per ospitare stagisti, allievi e insegnanti, un’altra sala di lavoro polivalente, un bar e un ristorante. Tutto edificato recuperando e perfezionando, con l’aiuto di Architetti senza Frontiere, la tecnica tradizionale burkinabé di costruzione in terra cruda. Sirabà decide di giocare la sua sfida alla concretezza anche nel campo più avverso, la lotta all’Aids, dove l’arte pare sconfitta in partenza, travolta da una battaglia combattuta a colpi di cifre, soldi, ricerche di laboratorio. Hamlet Noir è la sua prima produzione teatrale – dedicata a Desiré, uno dei sognatori che dalla realtà della malattia è stato sconfitto, morendo – e mette in scena in parallelo la vicenda di una troupe che recita Shakespeare e quella personale degli attori. “Il dilemma di Amleto, essere o non essere, traduce quello dell’Africa, agire o non agire, parlare o tacere, affrontare o nascondersi. Man mano che Amleto si tormenta nel dubbio e nell’attesa, l’attore si consuma nella malattia”. Portato in tournée nel Burkina Faso e nei più importanti festival africani dal 2001, lo spettacolo colpisce 2 tabù che protegge e alimenta l’Aids – il silenzio, il non-detto – in un Paese dove alla parola è attribuita la forza magica di creare, appena pronunciata, la realtà. “Tra sieropositivo e sieronegativo preferiscono l’essere “sieroignoranti”. I test a tappeto, tanto dispendiosi, risultano inutili: la maggior parte degli africani ha paura di farli e, se li fa, non va a ritirare il risultato”.
Paradossalmente, il clamore della battaglia all’Aids sta anestetizzando l’attenzione, soprattutto dei più giovani. Il nuovo progetto di Sirabà, finanziato dalla Comunità europea, in collaborazione con Anlaids, ha coinvolto proprio loro, invitando gli alunni di tre licei di Bobo Dioulasso ad assistere a uno spettacolo teatrale e a rispondere a due questionari. A ispirare il racconto, recitato su base rap, di Taffè Fangà (Il potere del panno, ovvero il potere della donna che si toglie il panno per accogliere nel suo letto l’uomo), una dichiarazione dell’infettivologo Mauro Moroni: il vaccino contro l’Aids esiste già, sta nel comportamento umano. “Quello che purtroppo abbiamo scoperto dalle loro risposte è che, da una parte, sono saturi di allarmi: l’Aids si è banalizzato, diventando una delle ennesime piaghe che affliggono l’Africa. Dall’altra l’unica soluzione che credono possibile è quella medica, il preservativo e il vaccino. Eppure l’amore può Vincere il virus”. L’amore vero, aggiunge Fabrizio. La più difficile delle lezioni da insegnare, materia da sognatori puri. Per affrontarla, nel Centro di formazione di Bobo, sono già previsti dei “consultori” specifici per donne e uomini, molto particolari. Un posto dove apprendere e lavorare insieme – le professioni del teatro, l’arte della tessitura o gli strumenti musicali – e dove poter parlare e ascoltare di amore, affetti, sessualità, prima e al posto dell’ospedale o della farmacia. “Un luogo che ti sia veramente vicino. Che ti accolga come una nuova casa”. Fabrizio sa che può succedere. È accaduto anche a lui. Unico della tribù dei sognatori ha deciso di vivere a Bobo. Una famiglia l’ha accolto nel suo cortile e lui vi ha costruito la sua nuova casa. Non si è fatto la villa e nemmeno lo stipendio da toubaboù, da bianco. E forse non lo è neanche più. Ora si chiama Zekelè Traoré, un nome che non sa cosa significhi, ma che tutti gli riconoscono, e sorride spesso, quasi quanto un africano. Il suo sogno adesso è regalare a Bobo il primo vero teatro della città. Un sogno imponente di architettura maestosa. Ma la strada è grande, ci dovrebbe stare.
Pedagogika n°6 anno X
Dipendenze e interdipendenze
Umberto Varischio*, Giuliana Baldi**
Cara amica,
“non c’è problema…” questa frase ha spesso caratterizzato, in una lunga fase della mia vita, la mia risposta a vari di tipi di domande e sollecitazioni provenienti dall’esterno. Non c’era problema: le richieste di altre e altri venivano prima e io ero pronto a rispondere e ad affrontare il loro problema come se fosse mio. Invece il problema c’era: un atteggiamento e risposte di questo genere mettevano in secondo piano, mascheravano i miei bisogni e i miei desideri mettendo in primo piano altro. D’altronde sono stato abituato e educato, come molti uomini, ad identificarmi con un modello maschile che mette in secondo piano i propri bisogni, che vede nel riconoscimento dei propri desideri e nella loro cosciente elaborazione una debolezza inammissibile, e che, soprattutto, proclama come valore autonomia e l’indipendenza dalle relazioni con gli altri. Recitava una pubblicità di un profumo per uomini tempo fa, “Per l’uomo che non deve chiedere mai!”. Ho l’impressione che una parte del problema nasca da una storia che ritengo abbastanza comune agli uomini: dalla difficoltà di mostrarmi dipendente dalle donne. Nella mia storia, nel mio vissuto profondo, ma anche nella cultura corrente l’essere dipendenti significa essere deboli. Infatti, frequenti sono i richiami a non mollare, a stringere i denti, a non cedere nelle situazioni di forte difficoltà, ad andare avanti comunque e da soli. Il fatto di celare i miei sentimenti più profondi, in particolare quelli di affetto, le emozioni e in particolare quelle positive, la paura di dimostrare la mia debolezza, la possibilità di essere ferito, la mia dipendenza normalmente mi portano a non aprire il conflitto. Dunque dietro a questo atteggiamento c’era e c’è tuttora una tendenza a non entrare in contatto con il mio mondo interiore di pensieri, desideri, emozioni. Sin da piccoli noi uomini siamo abituati a non entrare in relazione con noi stessi, anzi a svalutare questo processo e a rifiutare di ammettere che non sempre la dimensione pubblica debba venire prima di quella personale e relazionale; soprattutto, ad ammettere che spesso le risposte che diamo sono pesantemente condizionate dal doversi conformare all’ideale che ci è imposto culturalmente. Un adeguamento a un modello esteriore di maschio che non ha bisogno di nessuno. Per me, come per altri, l’obiettivo dell’indipendenza e dell’autonomia individuale è diventata una gabbia, un dover essere che fin da bambino mi è stato inculcato con l’imposizione di modelli ideali che mi dicevano (e mi dicono tuttora) che altrimenti non sarei stato un vero uomo. Oltretutto nella mia esperienza passata questa ricerca dell’indipendenza, fatta fondamentalmente di atti di volontà (devo essere così, è giusto che sia così) ha significato perdere relazioni e rapporti, un inaridimento e non un arricchimento del mio mondo interno ed esterno. Peraltro, vi è ora una presa di coscienza della mia dipendenza dalle donne, che tuttavia non desidero diventi immediatamente, come in passato, un problema da risolvere con scorciatoie o con soluzioni volontaristiche, ma un vissuto che messo in relazione con altri e altre smuova, “da sé” il mio stare nel mondo. Come ben sostiene V. Seidler in Riscoprire la mascolinità l’atteggiamento prima descritto, ormai profondamente interiorizzato e automatico, spesso non rappresenta un problema solo per noi stessi ma anche per le relazioni e in particolare per quelle che vanno al di là della mera conoscenza della persona e delle relazioni di coppia che stabiliamo nel corso della nostra vita. E questo è vero sia nella gestione di complessi problemi relazionali, che dobbiamo affrontare nella vita di tutti i giorni, sia nelle incombenze anche elementari che richiedono competenze e impegno personale. Seidler ricorda per esempio la delega alle compagne della gestione dei regali da fare. Riconoscere la dipendenza e rielaborarla permette anche di illuminare alcuni elementi che portano diversi uomini ad agire violenza sulle donne e in particolare su quelle con cui vi sono le relazioni più strette. Scrive Marco Deriu in un articolo recente uscito su Via Dogana a proposito della violenza sulle donne: “Credo che la paura di riconoscere la propria dipendenza e l’angoscia prodotta dall’idea di abbandono siano due aspetti dello stesso analfabetismo relazionale degli uomini che in questa costante oscillazione tra due estremi produce ansia di controllo ed episodi di violenza”. Da qui secondo me bisognerebbe partire: dal riconoscimento e dall’analisi della nostra dipendenza dalle donne, dalla loro capacità relazionale, a partire concretamente dalla capacità delle nostre compagne di gestire le problematiche relazionali ed emotive che affrontiamo nella nostra vita anche e in vece nostra. Lo sviluppo della libertà femminile, che in questi ultimi decenni è stato “prepotente”, ci ha messo di fronte a questa nostra dipendenza, a questa contraddizione tra un modello maschile di autonomia e indipendenza e la realtà di dipendenza e in alcuni casi di simbiosi con l’altra. Questa tensione è, in alcuni casi, vera e propria lacerazione, che provoca in noi reazioni di rabbia e irritazione per la nostra incapacità di affrontarla ed elaborarla. La mancata elaborazione della nostra dipendenza come uomini ha anche effetti dirompenti su un piano più generale e consente similitudini, che solo a prima vista appaiono audaci. Senza assolutamente mettere in secondo piano gli aspetti economici e politici che la innervano, rispetto al dopo 11 settembre, si tratta – come ben dicono da J. Butler a I. Dominjanni – di analizzare lo shock per il riconoscimento della propria vulnerabilità che ha attraversato gli Stati Uniti e la sua paranoica reazione: quella della più grande potenza mondiale fortemente patriarcale, che non ha saputo, da quel tragico episodio, trarre la consapevolezza della sua interdipendenza con il resto del mondo; e che nella mancata rielaborazione e nel mancato passaggio per la perdita dell’onnipotenza dell’autonomia e della sovranità non è riuscita a ridisegnare e reimmaginare la politica futura. Immaginarsi “di delineare il paradigma di un’ontologia dell’interdipendenza riconoscendo che
Caro amico,
[..] La parola amore non basta più/non è più qui/ E’ quindi un vivere a metà/ma tu di più, ma tu di più/sempre più forte e solo tu/ Noi non ci facciamo compagnia/bruci vita e fai volare il tempo/ Io ti vengo dietro ma in affanno/stanco di doverti e di spiegarti che un amore vero sa tacere/ Noi non abbiamo più la stessa ora/tu dormi e io passeggio in un cortile [..] (Biagio Antonacci nel testo Non ci facciamo compagnia) L’altro giorno ascoltavo una nota canzone italiana e il potere di resa del leitmotiv mi ha permesso di entrare in un campo cosciente. Improvvisamente, l’ascolto ha abbandonato il suo luogo dominante per ramificare e articolare tutti i suoni conosciuti fino a creare un tessuto esperienziale capace di varcare la siepe di rumore stereotipato e rievocare, così, i luoghi e i momenti di apprendimento della collina anghiarese. Sono molte le parole scambiate in questi anni di gruppo che definisco socio-politico-educativo. In questa corrispondenza vorrei marcare come l’esperienza condivisa può portare a riorganizzare le nostre conoscenze. Può guidare la comprensione di come non sia più possibile spiegare gli uomini e le donne con postulati discorsivi decontestualizzati e depersonalizzati. L’ a-priori sessista risulta inadeguato per le spiegazioni delle esperienze esistenziali e delle prassi in cui viviamo. Ripenso i nostri discorsi e scorro il tuo scritto e mi convinco sempre più di un’idea: non sappiamo cos’è l’amore. Grazie al nostro setting ambientale ho potuto re-visionare le mie – e credo, con me, anche gli altri e le altre partecipanti – le nostre abitudini provenienti da una cultura patriarcale ancora soggiacente. Lo sforzo delle tue parole ravviva l’idea di un movimento sociale desideroso di ribaltare le idee tradizionali sui ruoli di genere, sulla cultura e sull’amare. Insisto sull’ultima espressione perché traspare – oggi più che mai – la necessità per le nostre identità di ri-significare la parola amore intuendo in essa la forza positiva e coadiuvante – fondamento – per ogni processo di costruzione e rottura dei legami. Tu parli di dipendenza e non credo sia per caso. Così facendo fronteggi forse le prevaricazioni fallologocentriche che hanno ridotto le possibilità di conoscere la logica dell’amore e cioè l’interdipendenza. Come uomo dici di essere abituato ad una cultura della dipendenza nella storia, nei vissuti e nei discorsi: l’essere dipendenti significa essere deboli. Ed hai ragione, quando parli del nascondimento dei sentimenti più profondi, in particolare quelli di affetto, e delle emozioni, in particolare quelle positive. Il nostro Io debole non accetta se stesso e non accetta gli altri. Perché, amico mio, siam disfunzionalità capaci di nuclearizzare innumerevoli forme competitive. La dipendenza è una foriera egocentrica di paure e inibizioni che distruggono la luce e fanno perdere di vista la quotidianità. Il pericolo della dipendenza è quello di predominare per debolezza e insicurezza corrodendo le relazioni. La ricerca narrativa, come quella che sperimentiamo, risulta socialmente costruttiva quando non trasforma i racconti delle donne e degli uomini in altrettante forme di potere per volontà di rivalsa ma risveglia l’interdipendenza come senso d’interesse – integrazione – partecipazione – responsabilità – completezza. Quando riesce a risanare il coraggio di liberarci dalla coazione del senso di inferiorità. Allora, le parole che stiamo scambiando hanno un senso, perché trasformano il proprio personale background e suggeriscono lo stare in relazione – anche politica – con altri uomini e altre donne per riflettere sulla conflittualità, sulle difficoltà e sulla paura di perdere e di perdita. I nuovi surrogati emotivi, come la rabbia, l’infelicità, il dolore, le dipendenze, derivano dal fatto che noi “non stiamo imparando ad amare meglio ma stiamo imparando ad avere paura dell’amore” (Bell Hooks 2003). I progetti culturali devono cercare discorsi di senso intesi come forme di momenti che richiamano ed evocano altri discorsi, altre conversazioni riprese e approfondite; altri giochi di domande e risposte. Da queste nuove compagini sociali può arrivare un contributo umano per la persona – uomo e donna che sia -, al fine di svelare i sentimenti e i comportamenti incomprensibili che però ci influenzano e dominano. Non siamo tram scollegati da ogni distanza (Fabrizio De Andrè nel testo Dolcenera), le storie si generano a cascata, le une dalle altre, e le vicende sono fatte per essere narrate e ascoltate. La criticità delle dipendenze nasconde il vero sentimento e cioè il bisogno di contatto con gli altri; il bisogno/desiderio d’amore. Coraggiosamente ti chiedi come nel concreto il divenire autonomi non debba passare attraverso la distruzione della relazione con l’altro da sé. Servirebbe maggiore coraggio per “il rispetto assoluto del fatto storico, anche dell’imperfezione, che spesso è la chiave principale per comprendere il meccanismo dell’evoluzione” (Stephen Jay Gould 2005). Imperfetti – dunque – e non onnipotenti, non assoluti, non un Uno. L’eterogeneità del pensiero ci fa decodificare le motivazioni nel tempo inerenti il senso di colpa inteso come la percezione della differenza fra ciò che una cosa è e ciò che dovrebbe essere; fra chi siamo e chi crediamo di essere. Le motivazioni dei nostri atteggiamenti vanno ricercate nei rapporti intrisi di sentimenti che appartengono alle personalità in gioco. Siamo responsabili dei nostri sentimenti e chi respinge da sé i sentimenti crea tensioni e circoli viziosi distruttivi. Per liberarci dagli irretimenti serve passione amorosa. Getterà scompiglio ma farà anche ordine nel cuore, darà nuove regole e riequilibrerà il libero scambio del dare e del ricevere. La libertà è l’amore che resta quando disincagliando le emozioni evitiamo al pezzetto nevrotico presente in ognuno-ognuna di bloccare il nostro sogno di vita impedendo così alla debolezza-dipendenza di divenire la minoranza dominante.
A presto
Giuliana
Dal 2003 Pedagogika.it, bimestrale di educazione, formazione e cultura, ritiene rilevante occuparsi di questioni di genere, guardando a come i rapporti tra donne e uomini hanno preso e prendono forma nel contesto dei profondi cambiamenti sociali e culturali intervenuti negli ultimi trenta/quarant’anni.
Con il Numero 6 Anno X, Il linguaggio delle relazioni, abbiamo inteso volgere lo sguardo alle relazioni tra i generi, e tra le persone, come luoghi entro i quali la dimensione personale o domestica e quella politica o pubblica inevitabilmente si incontrano..
L’atteggiamento di esplorazione fenomenologica ed esposizione problematizzante ci ha accompagnato e nella prospettiva indicata ci è sembrato particolarmente utile porre al centro del nostro percorso l’esperienza del “Gruppo sui generi” di Anghiari; esperienza di narrazione e confronti tra generi e generazioni che da alcuni anni si tiene presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, attraverso seminari che si svolgono all’interno del Castello di Sorci. Donne e uomini con provenienze, percorsi, filosofie e saperi diversi ci hanno restituito sulle pagine della rivista, nella forma della pratica riflessiva movimentata dall’utilizzo intrecciato di stili e registri differenti, gli esiti del loro dialogo. Emergono dagli scritti alcuni dei temi che stanno stabilmente sullo sfondo delle relazioni tra donne e uomini: la vulnerabilità come condizione umana e l’ineluttabile esposizione all’altro ed alle sue imprevedibilità; il tema del desiderio e del potere, della libertà femminile e libertà maschile; della parzialità e della irriducibilità come spazio creativo della relazione, del riconoscimento della dipendenza, del tradimento, del perdono.
Abbiamo poi voluto associare alcuni contributi di altri interlocutori non provenienti dall’esperienza anghiariese. Ci è sembrato, infatti, che una tale impostazione consentisse un dialogo a più voci, aperto e articolato, anche nella prospettiva di stimolare ulteriormente iniziative di confronto tra le diverse realtà che su questi temi spendono la loro passione e attività di ricerca.
Pedagogika.it, Bimestrale di educazione, formazione e cultura
diretto da Maria Piacente
Anno X Numero 6, Il linguaggio delle relazioni
Editore Stripes Cooperativa Sociale – ONLUS
Barbara Mapelli
E’ forse necessario, innanzitutto, spiegare perché io renda centrale alla mia riflessione il termine ‘parzialità’.
La consapevolezza di parzialità si muove – nei percorsi delle donne degli ultimi decenni – dalla ‘scoperta’ della differenza femminile, alla declinazione al plurale, le differenze tra donne, all’incontro e confronto, ora rinnovato e inedito poiché ‘nuovi’ sono i soggetti femminili, con il tema della maschilità, cogli uomini che intendono e desiderano, anch’essi in una prospettiva di genere, discutere e provarsi nella loro parzialità.
Anche se gli sviluppi di pensiero cui accennerò hanno avuto una progressione temporale, o perlomeno li presenterò necessariamente in una sequenza, vi sono nella storia di questi decenni alcuni termini evocativi di senso, aree semantiche dense di significato, che in realtà convivono e non possono considerarsi le une superamento delle altre. Pari opportunità, differenza sessuale o di genere, sono state e sono universi complessi di riflessioni e pratiche, di scambi e di conflitti nel movimento delle donne, che mantengono nel tempo valore per quello che significano e sottendono, e sono tuttora anime vive e vitali. Vitali anche perché non acquisiti come ‘conquiste’ che appartengano alla consapevolezza diffusa, ai modi del vivere tra i sessi nel sociale e nel privato. Le pari opportunità ci ricordano – mentre elaboriamo il nostro sapere ‘differente’ e un universo simbolico che significhi la ‘nostra’ lettura di realtà – che discriminazioni e stereotipi segnano e determinano ancora le relazioni tra donne e uomini. La differenza femminile – mentre il nostro sforzo è nella direzione di nominare le differenze tra le donne – è tuttora e spesso negata, in nome di un universalismo dell’essere umano o, all’opposto, di un relativismo confusivo che somma senza distinguerle tutte le differenze.
Se considero allora in questo momento centrale la riflessione sulla parzialità, non penso che questa nozione superi quanto l’ha preceduta e resa possibile, ma sia più che altro la visione più efficace per definire il punto cui è arrivato il nostro percorso e quella che consente l’assunzione di un punto di vista interpretativo ancora generativo di sviluppi.
La differenza delle donne, che mette in discussione la presunta universalità e neutralità dell’essere e pensarsi UOMO, impone un pensiero duale: essere umanità significa essere donne e uomini, avere ed avere elaborato storie, esperienze, saperi, simbolici e immaginari differenti proprio perché donne e uomini.
Il passaggio successivo si indirizza nella direzione della molteplicità: donna significa donne, differenti per culture, etnìe, classi sociali, generazioni.
Il rischio, denunciato innanzitutto dalle donne del ‘black feminism’, del formarsi di un movimento ‘bianco’ diviene consapevolezza, per quanto riguarda il nostro Paese, con l’arrivo di donne da altri luoghi e culture, e altri pericoli di autoreferenzialità del movimento si frantumano nel confronto necessitato con le donne giovani, delle generazioni successive alla nostra, la generazione delle donne giovani negli anni Settanta. Le donne invece nate negli anni Settanta, o dopo, incarnano e vivono il cambiamento che abbiamo generato, con desideri e attese di sé e di sé nel reale, legittimamente diversi da quanto noi potessimo immaginare.
Le giovani donne ci insegnano, o reinsegnano, la nostra parzialità: se pure abbiamo cambiato il mondo – e di questo sono convinta – ciò che siamo, abbiamo pensato, detto e scritto appartiene comunque alla nostra storia, individuale e collettiva, è la storia di ciascuna e di alcune donne di una generazione, una narrazione in cui chi vuole andare oltre e altrove può trovare radici, riferimenti o insegnamenti, con cui comporre – ma scegliendo ciò che vuole – la propria biografia, individuale e collettiva.
Così, proseguendo nella storia, l’insegnamento che ci viene dall’incontro con il maschile. Anche qui occorrerebbe una riflessione generazionale, che tralascio, pensando soprattutto a quegli uomini, pochi e per lo più giovani, che stanno elaborando il pensiero di sé in una prospettiva di genere e, quindi, di parzialità, ponendo a critica universalità, virilità normativa, culture del patriarcato e cercando in sé, ma anche nel passato dell’essere uomini quei percorsi che hanno significato uno scarto dalla norma, gravosa anche per il genere maschile e che ha cancellato anche quelle differenze maschili dalla memoria storica, dal sapere accreditato.
Queste storie di donne e uomini, che ho brevemente raccontato per suggestioni e accenni, narrano dunque la necessità del plurale – differenze-generi-generazioni – e il nostro affacciarci, a partire dalla differenza, sulla necessità e coscienza di parzialità, come soggetti, come donne e uomini, come generazioni.
E la coscienza di parzialità genera per tutti e tutte positivi paradossi.
Per le donne, quelle della mia generazione in particolare, la rinuncia a un ‘pensiero forte’, che ancora una volta eriga un sistema che tutto spiega, un universo di significati sotto l’ombrello rassicurante, ma opacizzante, dell’unicum ‘in quanto donna’, e da questa rinuncia, e solo da essa, si genera la possibilità di incontrare e comunicare con altre donne, con le differenze e i desideri, e i problemi e i progetti, che le rendono diverse da noi. Una rinuncia che solo apparentemente rende più deboli, ma in realtà apre alla possibile pluralità del ragionare ‘in quanto donne’, declinazioni plurime della libertà femminile che abbiamo per prime dichiarato e cercato di praticare.
Ma anche per gli uomini la rinuncia a vissuti e pensieri di universalità, genera la possibilità di libertà nuove rispetto al passato: “La questione che oggi mi trovo davanti, come uomo, non è solo di rispondere alle domande di potere e libertà delle donne, ma di interrogare il maschile nel suo ‘essere parzialità’. Di leggere e interpretare la mia esperienza concreta di vita prima di definire e di interpretare il mondo. Una prospettiva inedita che il sapere che abbiamo prodotto non ci aiuta a leggere” .
Ed è a partire dalla coscienza di parzialità, una conquista per ciascuno e ciascuna, che occorre elaborare, o apprendere a rielaborare, nuovi modi di essere e di essere in relazione tra donne e uomini. Nuove qualità o capacità del sentirsi e vivere in rapporto con l’altro/altra, che preferisco chiamare ‘virtù’, poiché le considero innanzitutto modi di essere, da cui si generano azioni e pratiche, forme dell’entrare in relazione con le diversità.
Le prime virtù, coraggio e umiltà. Paiono contrapposte, roboante il primo, dimessa la seconda , ma in realtà cercando altri significati – e in questo può venirci incontro la riflessione filosofica – possiamo trovare una loro declinazione comune .
Il coraggio anzi appare come prima condizione di tutte le altre virtù, in particolare dell’umiltà.
“La connotazione del coraggio, che noi ora riteniamo una qualità indispensabile, è praticamente già presente in ogni volontà di agire e parlare, di inserirsi nel mondo e di iniziare una propria storia. E questo coraggio non è unicamente o anche principalmente legato al proposito di accettare le conseguenze dell’agire; il coraggio e anche l’audacia sono già presenti nel lasciare il proprio riparo e mostrare chi si è, svelando ed esponendo sé stessi” .
Il coraggio, nei significati che presenta Hanna Arendt, è la virtù di essere e divenire sé stessi e sé stesse, dell’agire libero sulla scena del mondo, nelle relazioni con altri e altre.
Nella particolare accezione cui avviano le nostre attenzioni il coraggio diviene il sapersi leggere in quella parzialità delle appartenenze di genere e generazione, che ci offre le radici su cui innestare il percorso individuale. Il ‘chi si è’ che cerca di svelarsi a sé e nel mondo, può trovare nelle storie delle comuni appartenenze alcuni dei significati per divenire donna o uomo, risorse per l’invenzione necessaria del proprio essere, che può scoprirsi e rivelarsi nel coraggio e a questo ammaestrare – con l’esempio – chi è più giovane.
Ci vuole coraggio, si diceva, per essere umili.
Il racconto continuo di sé cui autorizza il coraggio, non consente più il muoversi nell’aria rarefatta di ideali e saperi e norme che hanno sciolto i legami col mondo. Il coraggio di essere umili può aiutare a trovare posto nel mondo, disposti e disposte ad accogliere altre parzialità, ad aiutarle nella loro ricerca, pur se differente dalla nostra.
L’umiltà porta con sé rispetto e fiducia nelle persone e nelle cose, capacità di ascoltare voci, che possono apparire anche esili e incerte, se immediatamente confrontate con verità e percorsi orgogliosi di ciò che è stato fatto, detto, pensato.
Consente, l’umiltà, di ritrovare anche l’ironia, che la vita può regalare qualora si apprenda a muoversi tra il proprio essere e ciò e chi è differente da noi e ci svela anche quello che non siamo. “La vita umana è di per sé ironica; dove inizia l’umano inizia l’ironia (…) gioco di specchi tra essere e non essere” .
L’ironia è una virtù ‘leggera’, che segnala le distanze, ma propone anche possibili terreni di incontro. “L’ironia contesta le forme universali, la categoria dell’unicità, gli assoluti della ragione, perché è consapevole della pluralità con cui la realtà si esprime. Una pluralità che si esprime anzitutto nella dualità di maschile e femminile, e che racchiude tratti, gesti, percorsi di libertà differenti. E finchè questi tratti non saranno riconosciuti, la forma più immediata per esprimere la sua libertà e autonomia, sarà il sorriso ironico di chi contesta senza allocuzioni” .
Coraggio e umiltà spianano la via, aprono la possibilità al riconoscimento e alla necessità della dipendenza.
Virtù relazionali ed educative insegnano che la conquista della libertà autentica, anche per le donne che ne hanno fatto esperienza in storie millenarie di minorità, è quella che sa riconoscersi nella dipendenza dagli altri, nell’autonomia personale che sa apprendere a non negarsi nello spazio condiviso con altre soggettività. E la libertà femminile, che un’intera generazione ha inseguito, definito, resa immanente e trascendente all’essere donna, può giocarsi, senza che se ne perda alcuna parte, da altre donne in altre forme, con altre parole e gesti, riconquistando anche lo spazio, e il desiderio, di confrontarsi con l’altro genere. Occorre insegnare – e apprendere – questo gioco vitale tra dipendenza e libertà.
La cura, virtù di attenzione e ascolto, virtù dimessa come l’umiltà, propone, attraverso la qualità della relazione attenta, che dà valore, la possibilità del dirsi delle differenze, che compongono il passaggio tra l’insegnare e l’apprendere.
E vi è infine la virtù che a mio parere tutte le comprende, accogliendole nelle trame della condivisione, che non trova spazio se non nelle emozioni e nei sentimenti positivi: la pietà. Interpreto la pietà, che considero forse la virtù più alta, attraverso i significati che le offre la filosofa Maria Zambrano, collocandola al di là dei sensi più comuni.
Pietà è “forse il sentimento originario, il più ampio e profondo, quasi la patria di tutti gli altri (…) il genere supremo di una classe di sentimenti: i sentimenti amorosi e positivi (…) il sentimento diffuso, gigantesco, che ci situa in modo adeguato tra tutti i piani dell’essere, tra gli esseri più diversi. Pietà è saper trattare con il diverso, con quello che è radicalmente altro da noi (…) Pietà è il sentimento dell’eterogeneità dell’essere, della qualità dell’essere” .
Il sentimento della pietà supera quella che pare essersi imposta, soprattutto nel contemporaneo della cultura occidentale, come una concezione contrattuale delle relazioni umane, in cui le differenze stesse si appiattiscono nella ricerca di un terreno comune, che non è tanto luogo di confronto o dialogo, quanto patteggiamento, regolazione che rende possibile l’incontro tra domanda e offerta e che non apprezza le qualità dell’essere, ma le traduce in quantità.
Pietà non è tolleranza, che riconosce e segna le distanze, non è solo ragione, né solo giustizia poiché, ancora Zambrano, “non si vive di solo pane”, pietà è il sentimento dell’alterità, che ci aiuta a riconoscere, forse indistintamente, forse confusamente, il territorio immenso dell’interiorità, che è dentro di noi e nell’apparire ed essere dell’altro e altra, fuori di noi. Nella difficoltà di accettare l’altro, con la sua fatica di essere e cercarsi, il sentimento che ci soccorre è la pietà, che accoglie tutte le altre virtù: il coraggio, la virtù del nostro diventare noi stessi e l’umiltà che accetta le altrui parzialità, poiché riconosce la nostra, la dipendenza che ci situa nelle trame delle relazioni e ci insegna come la nostra libertà sia intessuta nella rete delle libertà altrui. E la cura, l’opera delle donne, che nel tempo si è fatta cultura e modo di essere, trasmissibile, possibilità anche per l’altro genere.
Le virtù possono aiutare il nostro percorso di comprensione delle differenze e della coscienza di parzialità che ne deriva – ma è una ‘ragione del cuore’, direbbe Maria Zambrano – se noi stessi apprendiamo a viverci come differenti, perché ci insegnano a non riconoscere come privazione di valori ciò che non è immediatamente riconducibile ai nostri, ma ci fa sospendere il giudizio e riflettere come gli stessi valori morali abbiano bisogno anch’essi di radicarsi nel mutamento di vite e di culture che la riconosciuta parzialità della nostra esperienza ci ha insegnato a vedere.
Il contemporaneo, che si è aperto alla grande necessità che impongono le differenze, non meno del passato ha bisogno di principi morali, che siano riferimento e diano senso a scelte e progetti, ma questi principi non si collocano al di fuori e al di sopra delle vite, ma in esse.
Se i grandi temi e contenuti che la razionalità morale ha elaborato in termini di giustizia ed uguaglianza appaiono ormai inadeguati a raccogliere le esperienze delle differenze, a coniugarsi con esse, poiché appaiono astratti e lontani da persone e vite concrete, le virtù di cui abbiamo discusso, ma in particolare la cura e la pietà, ci aiutano a ricollocare il nostro stesso giudizio nel mondo delle esperienze e delle persone, a considerare lo stesso giudizio morale come l’esperienza di una vita che si mette in relazione con altre.
Se la ragione che comprende non appare sufficiente, ci soccorre il sentimento della pietà, la sollecitudine e l’attenzione della cura, il racconto della nostra storia che infinite volte facciamo a noi stessi e che ci rende capaci dell’ascolto delle narrazioni altrui. Allora il sentimento morale diviene scoperta – ancora una volta – delle trame di dipendenza, delle responsabilità reciproche, del riconoscimento di parzialità che non divide, ma avvicina.
Questo riconoscimento aiuta gli uomini ad apprendere i nuovi spazi di libertà che l’accettazione della parzialità apre loro, spazi di apprendimento ed espressione dei sentimenti, della sollecitudine e dell’esperienza della cura, che si sono finora preclusi.
Offre alle donne il riconoscimento di un’autonomia che non le isola dall’altro sesso, ma genera trame di dipendenza che non impone minorità.
Sono le esperienze e le ricerche di queste nuove donne e uomini, sono le interrogazioni nuove, che non sanno pienamente formulare. L’esporci a loro nella nostra riconosciuta parzialità di ricerche individuali e collettive, che hanno segnato generazioni differenti, offre spazio ai loro nuovi progetti, alle necessità nuove che la vita loro impone.
L’assunzione della consapevolezza di parzialità, le virtù che genera, l’etica relazionale che si accosta al corpus di norme, diritti e doveri che regolano il nostro vivere comune, aprono a modi differenti anche di concepire i processi della conoscenza. Quella conoscenza etica, secondo l’espressione di Lèvinas, che si realizza nella misura in cui salvaguarda e difende, poiché sa riconoscersi come parziale, ogni altra alterità.
Si apre dunque un altro capitolo, una nuova epistemologia – ancora largamente da esplorare, ancora largamente inaccettata soprattutto per quanto riguarda alcuni saperi – alla quale però ci avviano e ci obbligano i percorsi della parzialità.
Stefano Ciccone
Da alcuni anni cerco di portare avanti con altri uomini, tra alterne vicende, una riflessione sulla nostra identità di genere, sui nostri rapporti con gli altri uomini e con le donne, sui nostri desideri e sulle nostre complicità con l’universo simbolico patriarcale, sulla percezione che abbiamo di noi stessi e sulla ricerca di una difficile strada di cambiamento che noi – forse con una forzatura – ci ostiniamo a chiamare di liberazione.
In questo percorso è stato fondamentale l’incontro con il pensiero politico e con la pratica delle donne ma anche la scelta di costruire spazi di confronto e di riconoscimento reciproco tra uomini.
Il dialogo con il femminile, è avvenuto sempre in forma molto privata: o attraverso la lettura di scritti che mi hanno fornito parole e sguardi per la mia ricerca o attraverso relazioni personali.
Questo dialogo ha poi costituito nei luoghi costruiti dalle donne un’altra occasione per riflettere, per misurarsi con tematiche e contraddizioni nuove: luoghi fisici come i tanti seminari, corsi, laboratori organizzati da associazioni di donne, ma anche riviste, saggi pubblicati da gruppi politici o accademici femminili .
Ma sentivo che tale esperienza aveva generato ormai una nuova necessità, peraltro condivisa anche con quelle donne con cui avevo costruito uno scambio politico: dare alla relazione tra donne e uomini una dimensione pubblica e di reciproca autonomia. Non più l’uomo invitato a portare il proprio contributo in un luogo definito dalle donne, ma la costruzione di uno spazio comune di ricerca e interlocuzione, di reciproco riconoscimento e responsabilità. Un tentativo non facile e non scontato, avviato molte volte e con molti arretramenti;. spesso segnato dal carattere dell’episodicità o dalla cornice formale del convegno o del seminario di studio.
La scorsa primavera decidemmo di tentare di costruire qualcosa di diverso: un’occasione in cui avere lo spazio e il tempo per stare insieme, per far decantare i pensieri e le emozioni, la scelta di dedicarsi reciprocamente del tempo per ascoltarsi e dirsi, l’opzione per una modalità di comunicazione il meno formale e astratta possibile, basata sulla ricerca e la narrazione autobiografica come strumento.
Abbiamo così organizzato un incontro di tre giorni ospitato dalla libera università dell’autobiografia di Anghiari, ricevendo l’adesione di donne e uomini di ogni zona d’Italia, di età e formazioni diverse
Nel corso degli incontri è emersa una intensa domanda conflittuale di comunicazione. Tutti e tutte siamo stati – credo – sorpresi dall’intensità del desiderio di costruire un luogo di comunicazione tra donne e uomini che superasse le secche della quotidianità, dei ruoli e dei luoghi comuni; che interrogasse nel profondo l’esperienza di ogni singolarità. Ma al tempo stesso siamo giunti a questo appuntamento con tutto il peso delle reciproche rappresentazioni e anche delle personali delusioni e diffidenze.
Soprattutto con il timore di essere fraintesi nell’essenzialità della nostra esperienza e delle nostre domande, di essere schiacciati da stereotipi e pregiudizi, di essere ridotti a “categorie”. Una tensione che riguarda i rapporti tra generi ma anche quelli tra diverse generazioni all’interno dello stesso genere e tra diversi orientamenti sessuali.
In questa tensione credo esista un nodo specifico riguardante la diffidenza verso il maschile. Ed è quello che intendo brevemente approfondire. Non solo perché mi riguarda ma perché mi pare alluda ad una questione più generale e cioè non la relazione con gli uomini in carne e ossa (in corpo e desideri, direi) ma con la storia del maschile come istituzione normatrice, appunto, dei corpi, delle relazioni, dei desideri.
Non è facile svincolarsi da questo retaggio, affermare che la propria individualità è altro da questa storia, perché sarebbe al tempo stesso vero ma inautentico. E soprattutto legherebbe la propria legittimazione ad accedere ad una relazione politica con le donne, la possibilità di costruire un percorso di ricerca di libertà con altri uomini, ad un atto di distacco, ad un’estraneità sempre esposti all’ambiguità.
Questa questione è emersa in tutta la sua esemplarità nell’affermazione di una donna che nell’incontro di presentazione tenutosi nella prima giornata, ha affermato di essere lì per capire se poteva cambiare idea sugli uomini e sulla rappresentazione che se ne era fatta negli incontri della sua vita.
La sua diffidenza, esplicitamente raccontata come frutto di una storia personale, sembrava richiamare nel nostro immaginario o una domanda di dimostrare di essere diversi (la responsabilità di mutare la sua idea degli uomini) o una chiusura di credito senza speranza (gli uomini sono in fondo tutti uguali).
Lo stesso si è configurato nell’incontro finale dove, dopo esserci separati, di nuovo nello spazio comune le donne hanno riferito un giudizio secondo cui “gli uomini si erano messi poco in gioco, poco esprimendo della propria individualità e spesso preferendo fuggire sul terreno dell’astrazione o del politicamente corretto”.
Una lettura che ha prodotto un cortocircuito tra quel desiderio di comunicazione e quella paura di non essere riconosciuti/e. Proprio facendo affidamento sulla forza di questo incontro ho sentito di voler condividere con le donne presenti un nodo che spesso segna la comunicazione tra i generi e cioè il fatto che quando le donne si pongono in una relazione che tenta di essere politica esercitano comunque una diffidente valutazione delle parole e dei gesti maschili.
Quanto la tua lettura di un disagio del maschile è figlia di una strategia vittimistica? Quanto la tua assunzione di alcune categorie prodotte dal pensiero delle donne è scimmiottamento o parte di un loro furbo uso mimetico? Quanto la tua ricerca di analisi della percezione del tuo corpo, delle dinamiche che nell’intimità parlano della relazione tra i corpi è una manovra diversiva per eludere il tema del potere e della politica?
Una diffidenza che può ostacolare un dialogo vero, fondato sulla reciproca autonomia ma anche una risorsa che mi ha aiutato a scavare meglio nelle mie rappresentazioni in cui tutti i conti tornano. Lo stupore reciproco è spesso occasione di conoscenza di sé e degli altri. E sarebbe riduttivo e ingeneroso leggere l’asimmetria dello sguardo femminile sulle mie parole o sui miei gesti solo con la categoria della diffidenza. Né chiedo come uomo una disponibilità incondizionata, un azzeramento dello sguardo critico e del conflitto per costruire un confronto politico con le donne che, in questa forma, perderebbe ogni valenza reale.
La diffidenza verso il maschile, inoltre, non è solo frutto di indisponibilità al confronto, facile rifugio per evitare di mettersi in gioco. E’ qualcosa che appartiene anche a me, anche a noi uomini che tentiamo di riattraversare criticamente la nostra appartenenza di genere e tentiamo di farlo anche collettivamente.
Per questo richiamarla non vuol dire esprimere un limite della relazione con le donne ma chiede di attraversare insieme una categoria che nella sua ambiguità ha una forza conoscitiva e di cambiamento.
A un certo punto della mia vita ho imparato a diffidare del maschile. Di quella facile complicità basata sul sorriso di sufficienza davanti alle intemperanze femminili, o sull’incrocio di sguardi dopo il passaggio di una donna. Ho imparato a diffidare di quella facile gratificazione derivante dallo scalare gerarchie nel gruppo di uomini, o dall’essere individuato da altri uomini come riferimento per la loro appartenenza o come oggetto della loro tensione competitiva. Ho imparato a diffidare dalla facile sensazione di avere un posto certo nel mondo, dell’uso raffinato delle costruzioni intellettuali che nascondono miserie umane.
Ho scritto facile ma avrei potuto dire “naturale”.
La naturalità dell’essere uomo, dei miei gesti, del mio posto nel mondo, delle gerarchie in cui mi muovo. Questa diffidenza mi ha costretto continuamente a un secondo sguardo che andasse oltre la presunta naturalità di quell’universo di cui sono parte e ne indagasse il senso e le radici.
Questo sguardo, questa distanza oggi mi porta a cercarne le ragioni, i bisogni e i desideri senza restare distacco, fastidio, diffidenza inevitabile.
E’ inevitabile perché ormai un universo si è incrinato ed ha perso, appunto, la possibilità di apparire ai nostri occhi come naturale. Così come i tentativi di ripristinarlo non possono che apparire delle goffe caricature. Inevitabile perché frutto di un disvelamento che mi impedisce di guardare con occhi “innocenti”, mi impedisce di ignorare nella loro valenza le continue chiamate di correità, le richieste di complicità che quotidianamente l’universo maschile, ma spesso anche quello femminile mi propongono. Non è più possibile per me ascoltare la retorica di un discorso, osservare il senso di sufficienza di un sorrisetto, assistere all’ostentazione muscolare ed eroica in un corteo o in un telegiornale senza quel senso di estraneità, quel fastidio epidermico che sono l’esito della fine di un credito ad un universo di valori e comportamenti ormai ineluttabile.
E’ una risorsa per la capacità di offrire anticorpi rispetto alla seduttività e alla potenza identitaria che modelli e linguaggi patriarcali sembrano nuovamente operare sugli uomini a fronte della crisi di prospettive diverse di costruzione di senso individuali e collettive. Ma questa diffidenza è anche una zavorra che mi porto dietro, un ostacolo che mi impedisce di ascoltare fino in fondo un altro uomo, che mi impedisce di nominare fino in fondo i miei desideri di costruire una socialità maschile che vada oltre l’alternativa tra complicità e competizione, tra cameratismo e silenzio.
Come costruire una comunicazione politica tra donne e uomini in cui l’ascolto non sia l’esito di una rimozione inautentica di questa diffidenza, di un gesto ineguale di apertura di credito incondizionata, ma neanche resti incompiuto lasciando ognuno/a con le proprie sicurezze e le proprie pigrizie?
Come costruire un percorso di ricerca e liberazione tra uomini in cui il riconoscimento reciproco, la creazione di uno spazio dove fare emergere tutti i propri sentimenti i propri bisogni, i conflitti che si vivono anche nella loro contraddittorietà resti sguardo critico e non si tramuti in mutuo sostegno, solidarietà verso l’incomprensione femminile, reciproco riconoscimento complice, occasione per esprimere l’indicibile nel mondo del politicamente corretto?
I tre giorni vissuti ad Anghiari hanno rappresentato, prima ancora che nei contenuti emersi, nella forma e nella qualità della relazione tra noi, una possibilità.
Di questo voglio ringraziare le donne e gli uomini che vi hanno partecipato sperando che anche questo intervento sia riuscito a spiegare come quel mio richiamo alla “diffidenza verso il maschile” non fosse frutto di una incapacità di vedere la forza e l’autenticità con cui le donne presenti hanno scelto di porsi in ascolto e in relazione ma, al contrario, della percezione che proprio la capacità di aver costruito insieme quel luogo di ascolto reciproco permettesse di condividere e attraversare insieme quel nodo problematico.
Questo confronto tra donne e uomini è aperto, continuerà ad Anghiari e nei molti luoghi che si sono aperti in questi ultimi tempi.
27 – 28 novembre 2004
la Scuola che Vogliamo
Dal sogno alla concretezza
dalla protesta alla proposta
27 novembre Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio – Genova
ore 9:30/ 18:00 Convegno
28 novembre Palazzo Meridiana, Sala Cambiaso – Genova
Ore 9:00/18:00 Terza assemblea nazionale dei coordinamenti
Dall’amore per una scuola di tutti e per tutti è nata l’esigenza di fare chiarezza sulle reali trasformazioni in atto in Italia e nel resto dell’Europa, in merito alle politiche scolastiche dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore.
È noto a tutti che, sulla scia delle prime proteste conseguenti alla riforma “Moratti”, e’ sorta una grande alleanza tra genitori ed insegnanti, per cercare di contrastarne i cambiamenti devastanti nella scuola di base.
In molte città italiane si sono costituiti comitati in difesa del tempo pieno e della scuola pubblica statale che hanno organizzato una forte contrapposizione a questa legge di riforma, attraverso dibattiti, manifestazioni, occupazione di istituti scolastici e iniziative diversificate di coinvolgimento dei quartieri e delle istituzioni territoriali.
Dalla scuola di base l’attenzione si è ora spostata verso la scuola superiore, con la paventata trasformazione dall’organizzazione attuale al sistema dei licei e alla variegata area della formazione professionale. Dalla primavera scorsa i comitati e i coordinamenti cittadini e territoriali si sono incontrati in assemblee nazionali ed è nata l’idea di organizzare un’iniziativa che ponesse al centro del dibattito culturale i modelli pedagogici/didattici/organizzativi della scuola in Italia, confrontandoli con quanto di analogo accade in altre parti d’Europa.
Genova, Capitale Europea della Cultura 2004, è parsa da subito la sede ideale per ospitare tale evento, anche in considerazione del successo dell’iniziativa “ La scuola siamo noi – manifestamostrazione”, svoltasi al Palazzo Ducale dal 19 al 21 maggio 2004, a cura del Coordinamento genovese in difesa del Tempo Pieno.
E’ stato, sin dal primo momento, ritenuto fondamentale approfondire il confronto intorno alle tematiche sopra indicate, attraverso il contributo di coloro che operano nei diversi ambiti della società civile. Ci siamo, quindi, rivolti a chi ha contribuito a “costruire” e a difendere con passione la scuola pubblica in Italia e in Europa, coinvolgendo operatori del settore, intellettuali, personaggi dello spettacolo, giornalisti, scrittori e tutti coloro che hanno condiviso e condividono con noi l’opposizione alla riforma Moratti e ci auguriamo condivideranno in
futuro il percorso verso..” La scuola che vogliamo ”.
“La Scuola che Vogliamo”, attraverso le voci di chi crede in una scuola di qualità per tutti, vuole costituire un momento di effettivo ripensamento della politica scolastica, che non consideri la scuola come oggetto di attenzione da parte del libero mercato ma, al contrario, ponga maggiore attenzione al suo essere servizio pubblico, al suo essere garante del processo di promozione culturale delle persone tutte, nessuna esclusa.
27 novembre 2004 Palazzo Ducale, Sala del Maggior Consiglio Piazza Matteotti, 9 – Genova
ore 9:30/12:30
Saluti degli Assessori Luca Borzani e Andrea Sassano
Politiche europee e riforme scolastiche nazionali, dibattito fra esperti del settore.
Interventi di:
Jane Bassett, di Anti-SAT’s Alliance, Inghilterra
Nico Hirtt, di école démocratique, Belgio
Muriel Taylor, di école emancipée, Francia
Andrea Bagni, rivista “école”, Firenze
Salvatore Guida, rivista “Pedagogika”, Firenze
Renata Puleo, dirigente scolastico, Roma
ore 15:00/18:00
La scuola che vogliamo: le voci della cultura
Interventi di:
Lidia Menapace
Moni Ovadia: video-intervista su scuola, riforma e bambini stranieri
ore 20:00/23:30
Spettacolo con la partecipazione di:
Roberta Alloisio – Giampiero Alloisio – Maurizio Crozza – I Congrega – Coro Daneo
Carla Peirolero – Carla Signoris – Boris Vecchio
28 novembre 2004 Palazzo della Meridiana, Sala Cambiaso Salita San Francesco, 4 – Genova
ore 9:00/18:00
Terza assemblea nazionale dei coordinamenti
09:00/10:00 assemblea plenaria
10:00/13:00 tavoli tematici
13:00/14:00 pausa pranzo
14:00/16:00 tavoli tematici
16:00/18:00 discussione relazioni in assemblea plenaria
Tavoli tematici:
Scuola dell’infanzia – Scuola di base
Relazione introduttiva di Roberta Levi su asili nido
e scuola dell’infanzia (Torino)
Relazione introduttiva di GianlucaGabrielli/MircoPieralisi
(Bologna) su scuola elementare e media
Scuola Superiore – Formazione – Lavoro
Relazione introduttiva di Mario Piemontesi (Milano)
Cittadinanza – accoglienza – intercultura
Relazione introduttiva di Massimo De Santi (Livorno)
Globalizzazione e scuola pubblica
Relazione introduttiva di Roberta Roberti (Parma)
Regionalizzazione, territorialità e valutazione
Per informazioni sulle applicazioni della Riforma Moratti e sulle iniziative dei comitati cittadini e nazionale visita i siti:
www.retescuole.net rete di resistenza in difesa della scuola pubblica
www.cespo.it CESP – Centro Studi per la Scuola Pubblica
www.comune.bologna.it/iperbole/cespbo
www.genovaquartoscuola.org
Organizzazione
Coordinamento Genovese in Difesa del Tempo Pieno lascuola.siamonoi@libero.it
cooordtpge@faswebnet.it
con il patrocinio
COMUNE DI GENOVA
Con il patrocinio di
COMUNE DI ANCONA
Assessorato città educativa
COMUNE DI FIRENZE
Assessorato alla Cultura
COMUNE DI NAPOLI
COMUNE DI TORINO
COMUNE DI VENEZIA
Si ringrazia
PALAZZO DUCALE s.p.a.
Si ringrazia per la collaborazione
CIRCOSCRIZIONE 1, Centro Est, Genova
U.I.S.P. Provincia di Genova
ce.S.P.
Ringraziamo tutti coloro genitori, insegnanti, sindacalisti, politici, artisti, aziende, associazioni, intellettuali che hanno creduto quanto noi in questa iniziativa, aiutandoci a realizzarla.
Natalia Aspesi
Se il corpo della donna è al centro dell’ ideologia islamica della violenza e della sottomissione, come sta lo stesso corpo in Occidente o più modestamente, in Italia? Se è quello di Loredana Lecciso sta benissimo, per l’ ideologia maschilista nostrana, perché è riuscito a riportare l’ immagine della donna alla derisione e all’ accantonamento di ogni valore, come fosse una specie di Mae West contemporanea quindi privata di intelligenza e autoironia dalle necessità horror della televisione. è una strada su cui si potrebbe precipitare velocemente, non dimenticando che se la Comunità Europea non lo avesse stoppato, avremmo come nostro rappresentante una persona che, dichiarandosi filosofo cattolico, avrebbe voluto escludere dalle discriminazioni messe al bando dall’ Europa, quelle sessuali; il che non riguarda solo quello che qualche antico chiama ancora terzo sesso, cioè gli omosessuali, ma anche le donne che un tempo, molto tempo fa, ma chissà domani, venivano ancora definite il secondo sesso, un sesso insomma un po’ secondario, inferiore. Striscianti, insopportabili signori dell’ informazione, con massimo cinismo irreligioso, hanno ricominciato a parlare di aborto, non della legge che lo consente, ma dell’ aborto in sé, di un evento insomma che nessuno, tranne loro, può giudicare o affrontare con indifferenza o leggerezza. Se ne è parlato qualche giorno fa anche nel tenebroso Otto e mezzo, spostando furbescamente il problema negli Stati Uniti di oggi, sempre più conservatori, dove i gruppi pro-life in stile talebano, hanno inventato i cimiteri per gli embrioni e sparano ai medici non obiettori: e dove misteriosamente una nuova legge proibisce l’ interruzione di gravidanza alle donne soldato. Ma si sa benissimo che silenziosamente, in certe regioni, per esempio in Lombardia negli ospedali governati da Comunione e Liberazione, c’ è una vera guerra per dissuadere le donne che chiedono un intervento abortivo e sempre meno sono i medici disposti a farlo. Niente riguarda di più il corpo della donna di una interruzione di gravidanza, e il tentativo di sottrarle il potere di scelta, di ricacciarla nel mondo opaco, doloroso e soprattutto punitivo della clandestinità, nel pericolo e nella vergogna, ha poco di etico e molto di politico. Anche solo ricominciare a parlarne, minacciosamente, diventa uno dei tanti tentativi per toglierle potere, per rimetterla al suo posto, nel luogo che le compete, la sudditanza e l’ incapacità (di intendere e volere). Ci sono periodi storici in cui le donne diventano protagoniste, come fu negli anni ‘ 70, e ciò avviene sempre partendo dalla riflessione sul corpo, rifiutandone l’ esproprio sociale e privato delle consuetudini e delle leggi, reclamandone l’ autonomia. Oggi non è uno di quei periodi, e non solo per la diffidenza crescente che può diventare rifiuto da parte degli uomini (e di certe donne) e dei poteri che rappresentano. Sono le donne che patiscono sul loro corpo messaggi e pulsioni contrastanti di cui diventano il bersaglio. Si affollano a renderle inquiete troppi doveri e troppe illusioni: bellezza e carriera, amore e autonomia, figli e indipendenza, responsabilità e solitudine. Nessun corpo, e non solo quello della donna, è mai riducibile del tutto a regole sociali, è sempre un elemento esplosivo, di crisi, soprattutto quando va in crisi tutto il resto, la società, l’ economia, la politica. Come adesso. Ma mentre il corpo maschile è codificato, si è creato le proprie leggi anche di costume, quello delle donne, sfuggendo a questo codice non suo, introduce sempre un elemento di critica, di disordine, persino di sovversione. Così l’ incomprensione, la diffidenza, lo scontro, si spostano dal sociale al personale. In questo momento infatti, molti uomini adulti si sentono defraudati di un bene che già hanno perduto da tempo, il controllo sul corpo femminile, e delle donne di oggi hanno paura, perché non ne capiscono più né i desideri né l’ autonomia: cui non possono più dire «Sei mia». I giovani riscoprono intanto che essere uomo dà oggi un vantaggio sociale rispetto alle coetanee, che a loro volta percepiscono come un’ assurda ingiustizia questa diversità. Un’ occasione televisiva mi ha permesso di stare un paio d’ ore con un gruppo di ragazzi attorno ai vent’ anni: i loro discorsi mi hanno fatto trasecolare, non li sentivo dai primi anni ‘ 60, come se nel frattempo non fosse successo nulla: l’ aria era un ritorno inaspettato al conflitto tra i sessi così incongruo tra ragazze col pancino fuori e ragazzi pieni di piercing, immagini tutti di libertà anche fisica. Poi per forza la Lecciso trionfa, azzerando con la sua docile inconsistenza, con il suo funebre esibizionismo, con la sua pacificante grulleria, ogni conflitto: di corpo, d’ anima, di pensiero.
I maestri e le promesse del cinema burkinabé al festival del cortometraggio di Siena
Elfi Reiter
Mai vista metafora più potente di come la fantasia il sogno la creatività non si fanno imprigionare dalle forze oppressive: in Souko Le cinématograph en carton di Issiaka Konaté (giovane regista che vive tra il Burkina Faso e Parigi dove sta cercando fondi per il suo primo lungometraggio) si materializza un cavallo bianco dalla silhouette proiettata sul lenzuolo bianco appeso nel cortile di casa di Alpha, il quale assieme a Amadou si era appassionato del cinema e aveva costruito un cinematografo con cartone, pile e schede traforate disegnate. Criniera bianca arriva tutte le mattine nel cortile della scuola avendo il maestro espulso Alpha perché disegnava durante le lezioni e per impedire che i ragazzini continuino a inseguire il cavallo (vero o immaginato?) viene chiamata la polizia per serrare l’entrata. Criniera bianca giunge lo stesso dalla direzione opposta e non si fa catturare, mentre Alpha e il suo amichetto Amadou producono bolle di sapone con la biancheria rubata alla mamma e innalzandosi nel cielo si trasformano in tanti palloncini colorati che nel loro volo riescono a distrarre i poliziotti partiti aggressivi alla carica del cavallo fuggito. Solo la cattura simbolica di Criniera bianca dentro il lenzuolo e la distruzione del cartone proiettore (dunque degli strumenti) riescono a far tornare l’ordine. Ma dalle ceneri si alzano nuovi palloncini colorati… Souko è del 1998 e sembra predire il declinarsi della produzione cinematografica burkinabé, nata attorno alla scuola Inafec fondata a metà anni ottanta per volere di Thomas Sankara, ministro della cultura prima e presidente poi (ucciso nel 1987), molto sensibile al cinema come strumento di educazione dei popoli. «Oggi ci sono pochi fondi e poco interesse a coltivare il cinema», racconta Mohammed Challouf, curatore della rassegna A corto d’Africa, che nell’ambito del 9° Festival internazionale di cortometraggi a Siena (diretto da Barbara Bialkowska e Piero Clemente) presenta quindici corti a partire da Denikeleta Woulou realizzato nel 1971 dal Camera Club di Bobo Dioulassou sulla base di un racconto bambara che evoca un viaggio iniziatico ed è considerata la prima produzione burkinabé in assoluto. Ci sono due corti di Idrissa Ouedraogo, Les écuelles e Tissa le tisserand (Le scodelle, 1983 e Tissa, il tessitore, 1984) realizzati prima della sua consacrazione internazionale a Cannes con il premio della giuria a Tilai nel 1990: due piccoli documentari che senza dialoghi e commenti raccontano tecniche e mestieri tradizionali a rischio di sparizione per via dell’occidentalizzazione.
Duro e critico rispetto alla poca attenzione alla povertà del paese da parte dei politici oggi è Le chauffeur du député (L’autista del deputato) girato nel 2000 da Tahirou Tasséré Ouédraogo, fratello di Idrissa, unico rimasto in Burkina a rianimare un po’ la produzione sempre più difficoltosa: è la storia di un giovane laureato disoccupato costretto a fare l’autista e a scrivere il discorso politico sui diritti delle donne per il deputato di una ipotetica repubblica di Yatenga. Finché questi lo lascia senza stipendio e la moglie è costretta a tornare al suo villagio per curare il figlio malato. Colpisce la crudezza e l’evidenza con cui vengono affrontate le problematiche scatenate dall’ingresso della cosiddetta modernità nel paese e l’ironia nel raccontarle: l’uso del cellulare per esempio, visto come status symbol ma anche strumento di controllo totale in Tiga au bout du fil/, Tiga al telefono, animazione in plastillina di Rasmane Tiendrebeogo (2002).
Oltre alla freschezza di linguaggio visivo nel riprendere situazioni di vita (A nous la rue di Moustapha Dao e Madame Hado di Gaston Kaboré) ci sono spesso riferimenti al cinema o riflessioni più o meno esplicite. Nel delicato ritratto di Garba (1998, regia Adama Roamba), ragazzo di strada handicappato salvato da un signore che a sua volta lo era anni prima, il piccolo Sydi cresciuto a Ouagadougou davanti al manifesto di un film con Jackie Chan dice: «si inseguono e si ammazzano uomini, e il tutto accade su un muro…». Mentre Un certain matin di Fanta Régina Nacro del 1992 termina proprio con la domanda «che cos’è il cinema?» posta dal giovane figlio di un contadino, Mossi, che in preda alla superstizione spara a un uomo che insegue urlando una donna minacciandola. Ma in realtà era la scena di un film.
da il manifesto
Il vero regalo di Kerry per Bush non è stata la presidenza, ma l’immunità. La dimostrazione migliore si incarna nell’uomo Marlboro di Falluja e nei dibattiti surreali che lo hanno coinvolto. La vera immunità genera una specie di delirante decadenza, e la sua faccia è questa: una nazione che si scalda con il fumo, mentre l’Iraq brucia.
Le immagini simboliche suscitano attrazione e avversione. È il caso della fotografia di James Blake Miller, il ventenne marine di Appalachia ribattezzato “il volto di Falluja” dagli autorevoli sostenitori della guerra, e “l’Uomo Marlboro” da quasi chiunque altro.
Riproposta da più di un centinaio di quotidiani, la foto del Los Angeles Times mostra Miller “dopo più di dodici ore di intenso e quasi ininterrotto combattimento” a Falluja, la faccia dipinta con pittura di guerra, un graffio sanguinante sul naso e la sigaretta, appena accesa, tra le labbra.
Osservando Miller con benevolenza, Dan Rather, anchorman di CBS News, ha confidato: “Mi ha coinvolto personalmente. È un guerriero che scruta l’orizzonte lontano, per cogliere con lo sguardo il pericolo. Guardatelo, studiatelo, assimilatelo. Pensateci su. Quindi tirate un profondo respiro di orgoglio. E se non vi ritrovate con gli occhi umidi, siete più bravi di me”. Qualche giorno dopo, il LA Times dichiarava che la foto era “entrata nel regno dell’allegoria”. A dire il vero, l’immagine sembra allegorica solo perché è evocativa in modo quasi ridicolo: è uno scopiazzamento bello e buono dell’icona più forte della pubblicità americana, l’uomo della Marlboro, che a sua volta imita la stella più brillante che Hollywood abbia mai creato, John Wayne, che impersonava il più grande mito originale d’America, il cowboy sull’impervio confine. È come una canzone che ti sembra di aver già sentito mille volte, perché è proprio così.
Ma non è questo il punto. Per un Paese che ha appena eletto un aspirante uomo Marlboro come suo Presidente, Miller è un’icona, e lo prova il fatto che lui stesso abbia dato origine ad una disputa. “Molti bambini, ma soprattutto ragazzi, giocano ‘ai soldati’ e si divertono a imitare questo giovanotto. Il chiaro messaggio della foto è che il modo giusto di rilassarsi dopo una battaglia è una sigaretta”, ha scritto Daniel Maloney in una lettera di protesta allo Houston Chronicle. Linda Ortman ha mosso lo stesso appunto agli editori del Dallas Morning News: “Non ci sono foto di soldati in Iraq che non fumano?”. Un lettore del New York Post ha suggerito qualche immagine per una propaganda più politically correct: “Mostrare un marine su un carro armato, mentre aiuta un altro militare, o beve acqua, avrebbe un impatto più favorevole sui vostri lettori”.
Proprio così: coloro che hanno scritto lettere ai giornali da tutta la nazione esprimono unanimi la stessa indignazione: non che il soldato dagli occhi d’acciaio che fuma rende l’uccisione di massa accattivante, bensì che un’azione encomiabile come l’uccisione di massa renda accattivante il terribile crimine del fumo. Questo mi ricorda la battuta sul rabbino della comunità hasidic, secondo il quale sono accettabili tutte le posizioni sessuali tranne una: quella in piedi, “perché potrebbe indurre a ballare”.
A pensarci bene, forse Miller merita davvero di essere elevato allo status di icona: non della guerra in Iraq, ma della nuova era della dilagante immunità americana. Poiché, al di fuori dei confini americani, come sappiamo, c’è un altro il marine a cui è stato assegnato il titolo di “volto di Falluja”: il soldato ripreso da una videocamera mentre uccide un prigioniero ferito e disarmato in una moschea. A seguire, ci sono le fotografie del bimbo di due anni di Falluja in un letto d’ospedale senza la gamba che gli è stata strappata via; del bambino morto, steso sulla strada e aggrappato al corpo senza testa di un adulto; e di un centro di pronto soccorso ridotto in macerie. All’interno degli Stati Uniti, queste istantanee di un’occupazione fuorilegge sono comparse solo brevemente, se mai sono comparse. Al contrario, lo status di icona di Miller ha resistito, tenuto vivo da storie di umano interesse sui suoi fan che inviano stecche di Marlboro a Falluja, interviste alla mamma orgogliosa del marine e accese discussioni sulla possibilità che il fumo possa ridurre l’efficienza di Miller come macchina da combattimento.
L’immunità, la percezione di essere al di là della legge, è stata a lungo il marchio del regime di Bush. Ciò che è allarmante è la sensazione che si sia accentuata dopo le elezioni, sfociando in quella che può ben essere descritta come un’orgia dell’immunità. In Iraq, le forze statunitensi e i loro delegati iracheni stanno prendendo di mira bersagli civili e attaccano apertamente medici, religiosi e giornalisti che hanno osato contare i corpi. In patria, la politica dell’immunità è stata ufficializzata da Bush con la sua nomina a ministro della Giustizia di Alberto Gonzales, l’uomo che, attraverso l’infamante “memoriale sulle torture”, aveva personalmente informato il Presidente che le norme della Convenzione di Ginevra sono ormai “obsolete”.
Questo genere di provocazione non può spiegarsi semplicemente con la vittoria di Bush. Qualcosa nel modo in cui ha vinto e in cui si sono tenute le elezioni deve aver dato a questa amministrazione la netta impressione di aver ricevuto una sorta di franchigia dalla Convenzione di Ginevra. Poiché questo è esattamente il dono che è stato consegnato proprio da John Kerry.
Per mantenere la possibilità di vittoria, la campagna di Kerry ha lasciato correre la macchina elettorale di Bush per cinque mesi senza mai affrontare questioni importanti come la violazione delle leggi internazionali. Nel timore di essere considerato troppo tenero riguardo al terrorismo e sleale verso le truppe statunitensi, Kerry ha scandalosamente taciuto riguardo ad Abu Ghraib e Guantanamo.
Quando è diventato chiaro che su Falluja si sarebbe abbattuto l’inferno subito dopo le votazioni, Kerry non si è mai opposto a tale piano, né ai bombardamenti illegali di zone civili che si sono verificati durante tutta la campagna. Anche dopo la pubblicazione su The Lancet dello studio in cui si stimava che 100.000 iracheni erano morti in seguito all’invasione e all’occupazione, con una frase oltraggiosa, anzi francamente razzista, Kerry aveva ripetuto che gli americani “hanno subito il 90% delle perdite in Iraq”. Messaggio inequivocabile: i morti iracheni non contano. Dando credito alla teoria altamente discutibile secondo cui gli americani sono incapaci di avere riguardo a qualunque vita che non sia la propria, la campagna di Kerry e i suoi sostenitori sono divenuti complici nella disumanizzazione degli iracheni, rafforzando l’idea che la vita di alcuni non sia così importante da rischiare di perdere voti. Più che l’elezione di un qualsiasi candidato, è questa logica moralmente insostenibile che consentire che crimini del genere possano susseguirsi senza freni.
L’effettivo risultato di tutte queste idee “strategiche” è stato che al danno hanno aggiunto anche la beffa: non hanno consentito a Kerry di essere eletto e hanno trasmesso a chi, invece, lo è stato, il chiaro messaggio che non avrebbe pagato alcun prezzo politico per i crimini di guerra commessi. È questo il vero regalo di Kerry per
Bush: non tanto la presidenza, quanto l’immunità. La dimostrazione migliore è, forse, nell’uomo Marlboro di Falluja e nei dibattiti surreali che lo hanno coinvolto. La vera immunità genera una specie di delirante decadenza, e la sua faccia è questa: una nazione che si scalda con il fumo, mentre l’Iraq brucia.
Fonte: Kerry and the Gift of Impunity
Traduzione di Tiziana la Cecilia per Nuovi Mondi Media
Margherita, insegnante
Con sempre più frequenza viene riportata dai media la notizia che l’istituto di ricerca tal dei tali o lo psichiatra di turno, ha scoperto l’esistenza di qualche disturbo o malattia, questo va dal «panico» alla «disfunzione nicotinica» alla «intossicazione da caffeina» (se la persona smette di fumare o di bere caffè), alla «disfunzione alimentare» se vostro figlio preferisce mangiare cibo di scarso valore nutritivo, così come vengono illustrati nel «Manuale statistico di diagnosi» (Dms IV) della psichiatria. Oggi esiste una diagnosi psichiatrica per ogni nostro male. Se una persona balbetta è una «malattia mentale», chi soffre di emicrania in realtà ha una «disfunzione del dolore». Il bambino irrequieto o troppo zelante nel gioco è «iperattivo» oppure soffre di disfunzione da deficit di attenzione. Se uno studente ha voti bassi in matematica si tratta di un «disturbo del calcolo». Se avete problemi nel comporre un testo scritto o fate fatica nell’organizzarne i paragrafi, questo non è un problema di pertinenza del vostro insegnante, bensì una «disfunzione nello sviluppo della scrittura espressiva». Se un adolescente litiga con i genitori non si tratta di crescita difficile o di tentativo di affermare la propria indipendenza, ma di «disturbo oppositivo provocatorio». Se vostra nonna non ricorda dove ha lasciato le scarpe e se ha pagato o meno la bolletta del telefono il mese scorso, ci sono precise basi psichiatriche per ricoverarla a forza in una casa di cura. Che questo proliferare di malattie serva a spingere sempre più i governi a stanziare fondi alla psichiatria è solo un aspetto della medaglia, l’altro molto più pericoloso, è che quando alle persone si diagnostica una malattia mentale e il comportamento normale viene ridefinito, chiunque può essere colpito. Alla diagnosi in genere segue la «terapia» psichiatrica, e quali sono le cure per tali disturbi? Elettroshock, shock insulinici, farmaci dannosi alla mente che non si indirizzano alla fonte o alla causa dei problemi, se tali esistono, e nessuna ne cura alcuno. Ritengo che questa situazione sia davvero allarmante e dovrebbe essere posto un freno al dilagare della psichiatria soprattutto nell’ambito educativo svilendo la figura degli insegnanti e togliendo loro il compito di educatori.
Circolo della Rosa
Via Pietro Calvi n.29
Tel.0270006265
Mercoledì 17 novembre 2004 ore 18
Conferenza stampa e incontro per presentare lo spettacolo Amleto Nero, prodotto dall’associazione Siraba e diretto da Serena Sartori. Per la prima volta in Europa, lo spettacolo è stato invitato il 28 novembre 2004 a Milano dal Convegno Nazionale di lotta all’AIDS. Sarà presente Ildevert Meda, interprete di Amleto, assieme ad altri attori e musicisti. Ildevert, importante artista burkinabé, da anni è amico e collaboratore di Talents de femmes. A questa associazione di Ouagadougou dedichiamo la serata, per sostenere il loro progetto di formazione di giovani scrittrici. Vogliamo offrire almeno 5.000 euro, per ora ne abbiamo 3.300. Sarà un’occasione per far nascere e per confermare l’amicizia, brindando insieme..
MATERIALI
Hamlet Noir, uno spettacolo esperienza tra arte e impegno (Serena Sartori – Regista, consulente inter-culturale, responsabile artistica del progetto SENSIDA – HAMLET NOIR)
“Muore solo chi si nasconde” Sintesi dei contenuti degli incontri con: il dott. Adrien Sawadogo (Infettivologo e Primario all’Ospedale Sanou Sourou di Bobo Dioulasso) e Christine Kafando (dell’Associazione REVS+)
L’ORIGINE DEL PROGETTO HAMLET NOIR
PRESENTAZIONE DEL PROGETTO SIRABA
II coordinamenti delle scuole inscenano il corteo trasversale
M. BA.
Alla fine, come spesso accade, la soluzione ai problemi e ai dubbi del centrosinistra viene «dal basso». E la fusione dei due cortei anti-Moratti in uno solo l’hanno realizzata da soli – simbolicamente- un centinaio di genitori del coordinamento delle scuole e una pattuglia di insegnanti della Cgil. Quando la manifestazione dei sindacati di base raggiunge piazza Venezia infatti il grosso del serpentone confederale è già passato, tentando di raggiungere una piazza Navona gremita. Ma verso la fine, subito dopo le bandiere bianco-verdi della Cisl, alcuni coordinamenti di genitori con i loro bambini si mettono in disparte e continuano a chiedere, «senza se e senza ma», l’abrogazione delle riforme Moratti: legge 53 e decreto 59 più il «blocco» di tutti i decreti di attuazione che verranno.
Per questo obiettivo, non certo secondario, hanno partecipato a tutto il corteo di Cgil, Cisl e Uil. E appena piazza Venezia si è riempita hanno chiesto alla questura di attraversare il fitto cordone di polizia e raggiungere il grosso dei coordinamenti, che partecipava come stabilito alla manifestazione dei Cobas. La piazza scandiva «fateli entrare, fateli entrare» rivolta ai poliziotti. E alla fine, senza tensioni inutili, il nulla osta arriva tra gli applausi della piazza. Come «ostaggi simbolici» passano da un corteo all’altro anche alcuni palloncini rossi della Flc-Cgil. A farli svettare nel cielo plumbeo alcuni insegnanti della Cgil, che sono passati all’«altro corteo» perché ha una «piattaforma più chiara» raccontano.
Tra le migliaia di bandiere sindacali, infatti, erano tantissime anche quelle gialle, un colore tutto sommato recente nella variopinta «simbologia» italiana. E’ il colore scelto dai coordinamenti dei genitori della Rete e del Forum delle scuole (vedi www.retescuole.net). I protagonisti forse involontari del vasto movimento contro la ministra dell’istruzione. Nel carniere due anni di lotte e confronto duro condotti scuola per scuola, dal nord-est alle isole.
In una lettera aperta inviata il 9 ottobre a tutte le organizzazioni sindacali i coordinamenti chiedevano di «costruire l’unità in piazza» e di far proprio l’obiettivo di abrogare le riforme del centrodestra. Richieste che possono dirsi esaudite soltanto a metà (il corteo di Cobas e Unicobas), anche se alla fine il successo non scontato dello sciopero generale della scuola mitiga (almeno in parte) i risentimenti aperti dall’andare in piazza con due piattaforme diverse.
Come spiega una combattiva mamma veneta che fa parte di uno dei forum, tra i protagonisti del «corteo trasversale», «il nostro intento era di creare una catena umana che unificasse le due manifestazioni, perché noi non `apparteniamo’ a nessun sindacato, né confederale né di base, il nostro obiettivo è l’abrogazione di questa controriforma. Punto».
Ragionamenti forse poco sofisticati per i palati politici e per gli equilibrismi sindacali. Sta di fatto che in molte regioni, a livello di istituto, le distinzioni di sigla non significano molto. Nei tavoli di confronto avviati in molte scuole infatti genitori e insegnanti discutono e «lavorano» insieme fianco a fianco, a prescindere dai colori e dalle tessere in tasca. Ed è forse questo, senza sminuire il successo delle «aule vuote dagli asili nido alle superiori», uno dei risultati più belli reso visibile dalle manifestazioni romane di ieri.
Giovanna Grignaffini, Piera Capitelli, Alba Sasso
Care amiche e cari amici maestri docenti, ricercatori non vi sembri strana questa lettera aperta delle deputate Ds che si occupano di scuola. Sì, siamo proprio noi, quelle di cui ogni tanto parlate dicendo “ma l’opposizione che ci sta a fare?”. Quelle che, sappiate, non si arrendono, nonostante la superiorità numerica della maggioranza. Non si arrendono perché hanno un’altra idea di istruzione, non si arrendono perché voi non glielo perdonereste mai.
Non c’è giorno che questo governo non proceda all’opera di impoverimento e di destrutturazione del sistema pubblico dell’istruzione. Nella Finanziaria di quest’anno la stretta è ancora una volta sulle fasce più deboli. Niente finanziamento per il piano triennale di assunzioni, niente esenzione dalle tasse per i ragazzi che sì iscrivono al primo anno delle superiori, niente soldi ai comuni per i libri di testo per i meno abbienti né per gli aumenti contrattuali degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, niente fondi per università e ricerca. E nella manovra fiscale di Siniscalco un ulteriore taglio del personale docente della scuola, circa 14 mila unità.
Così la scuola italiana è in affanno: costretta a gestire un riforma non voluta, non condivisa, non partecipata, non amata. E quel che più Il “spaura”, per dirla con Leopardi, è l’aver di fronte un muro di gomma. Persino quando “la lotta paga” e la vostra lotta ha pagato: sul tutor le ultime circolari sono sempre più evasive, e lo sono perché l’anno scorso e quest’anno, in queste ore, c’è stato e c’è un movimento forte. Perché tanti, tantissimi di voi hanno contestato la riforma applicando gli strumenti messi loro a disposizione dall’autonomia scolastica. Voi, che, a volte, scoraggiati, vi dite “non ne vale la pena” avete la meglio sul ministro Moratti che continua imperturbabile a dire “che tutto procede bene”. “Va tutto bene”, secondo la sua visione, anche se si usano, come neanche ai tempi di Gentile, strumenti di pressione per convincere insegnanti e dirigenti scolastici ad applicare la riforma. Anche se in varie scuole i tutor sono stati nominati d’ufficio, con ordini di servizio e contro la loro stessa volontà. Anche se si mandano gli ispettori a segnalare gli irrequieti. Ma questo lo dice solo qualche giornale e allora può capitare di sentirsi demoralizzati. Voi, nelle aule, dalle elementari all’università, noi, nell’emiciclo di Montecitorio dove i numeri della maggioranza vorrebbero ridurci all’impotenza.
Ma non è così in Parlamento dove pure con quasi cento deputati e quasi cinquanta senatori in più questo governo potrebbe fare il bello e il cattivo tempo e far passare di tutto. Persino una legge sulla scuola nella quale il richiamo alla Costituzione è un emendamento dell’opposizione. Abbiamo fatto la nostra parte, ne siamo orgogliose e quando torneremo a governare, col vostro aiuto, cancelleremo questa riforma e rimetteremo in campo la nostra idea di istruzione.
Non è così nella scuola, in una scuola con meno soldi, meno insegnanti, con classi più affollate e studenti bisognosi di tutto, di istruzione e di attenzione, di regole e di libertà. Alla tentazione di lasciar perdere, non avete ceduto. State contrastando la contro-riforma, siete pronte a continuare a insegnare i valori in cui credete.
Senza di voi “non c’è gara”. Senza quest’energia preziosa, questa serena passione non ci sarà mai riforma che si occupi dei diritti di tutti. Non c’è quella scuola che secondo la Costituzione italiana deve “accogliere e promuovere”. Perciò è una giornata importante quella di oggi, 15 novembre, un’altra tappa della mobilitazione contro il progetto di smantellamento della scuola di tutti, un’ulteriore occasione per difendere il ruolo e la dignità della funzione docente, per rivendicare una politica di investimenti a sostegno del diritto all’istruzione, per rifiutare la frantumazione del sistema nazionale. Per costruire insieme, nel Paese e nelle aule parlamentari, un percorso e un progetto. La scuola siete voi.
Buone notizie dalla scuola
Fatti e parole del movimento di autoriforma
a cura di
Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini
Milano: Pratiche editrice, 1998 – 285 p.; 22 cm
(Nuovi saggi) lire 28.000
Della scuola si discute da anni, con argomenti che ritornano, in apparenza uguali. La crisi sembra durare da sempre, immutabile al trascorrere degli anni e degli eventi. Facilmente attaccabile nei suoi punti deboli, quali per esempio l’inadeguatezza rispetto allo sviluppo sociale e al mercato del lavoro, la scuola rischia di essere fraintesa nella sua realtà più autentica: il rapporto educativo insegnanti/studenti, essenzialmente umano e quindi vivo e imprevedibile.
Tra l’attivismo dei riformatori “dall’alto” e le proteste studentesche “dal basso”, gli insegnanti tornano così a prendere la parola interrogandosi con tenacia e originalità sul “cuore” del loro mestiere.
Da Foggia a Bolzano, da Milano a Firenze, Roma e Catania, hanno organizzato convegni e si sono poi incontrati in questo libro, che dà voce a penieri, storie, esperienze sul campo diverse. Da questo insieme polifonico, nasce quel movimento di lotta per nulla rumoroso, che ha preso il nome di “autoriforma gentile”, che desidera il cambiamento, purchè non si butti via, frettolosamente, quanto di buono c’è oggi nella scuola. Contro il catastrofismo corrente, un libro chiaro, sapiente e, in fondo, allegro. Perché vero.
Antonietta Lelario insegna italiano e storia in un istituto tecnico commerciale di Foggia
Vita Cosentino, della Libreria delle Donne di Milano, insegna nella scuola media.
Guido Armellini insegna a Bologna
Carissima Carta ,
due parole dopo aver letto auto scuola. Dovremmo essere felici, come sempre quando le analisi politiche convergono in modo non forzato, né per assunzione ideologica. Ma…C’è un ma.
La scuola: un mare di insegnanti donne, sempre più ragazze dalle elementari all’università, modi di esprimersi e di reagire al contesto molto differenti fra ragazze e ragazzi, tenuta nell’insegnamento delle materie umanistiche, insegnate prevalentemente da donne, crisi quasi irreversibile delle materie scientifiche veicolate prevalentemente da
uomini. Ci sono molte questioni da capire che chiamano in causa la differenza sessuale. Eppure voi chiamate a discutere della “buona conoscenza” solo uomini che continuano a rifugiarsi in un discorso neutro. Fra questi date spazio a qualcuno che è fortemente responsabile della deriva tecnicistica e impolitica della didattica degli ultimi anni, come Fraboni. Certo, chiedere che chi scrive faccia riferimento ad una pratica che lo coinvolga personalmente è un taglio troppo femminile, anche se è presente in alcuni uomini. Quelli che in questi anni hanno saputo trasformarsi…Ma a quanto pare questo aspetto non interessa né voi, né i vostri collaboratori. Anzi un uomo come Marco Revelli (anche in gamba, ma che avrebbe molto da guadagnare da uno sguardo maschile autocosciente!) può tranquillamente sostenere che bisogna far riferimento all’esperienza, ma questo sapere dell’esperienza non nascerebbe nei luoghi deputati, non nei vecchi templi della cultura, non nelle università, non nelle case editrici, neppure negli Istituti culturali, men che meno nei partiti politici. Di grazia, dove avrebbe visto questo sapere, se non nelle pieghe di creatività che esistono anche in questi luoghi? Se li si sa vedere
attraverso la lente di chi li abita e non delle regole che li governano. Oppure si tratta in realtà non del sapere dell’esperienza
ma della vecchia utopia maschile che si installa sulla cancellazione della realtà e… delle donne che con la realtà hanno deciso invece di fare i conti? E senza vedere le donne non si vedono nemmeno quegli uomini che a loro sono vicini. Cioè non si vedono soggettività, non si vedono trasformazioni in atto, non si vedono leve, né punti di forza.
Chiedendovi questo tipo di attenzione, vi salutiamo.
Antonietta Lelario e Gian Piero Bernard del Movimento per un’autoriforma della scuola
Il 2 novembre a Milano si potrà “votare” per il presidente USA. I cittadini milanesi potranno recarsi al seggio elettorale organizzato da socialpress e O’artoteca.
L’amministrazione Bush ha dichiarato di voler esportare la democrazia in tutto il mondo. Vogliamo prendere sul serio quest’affermazione: d’altra parte la scelta del presidente dell’unica superpotenza
mondiale ci riguarda tutti Ecco perché il 2 e il 3 novembre 2004 invitiamo la comunità mondiale a votare, in tutti i paesi, per eleggere il presidente degli Usa.
Dieci macchine elettorali Votomatic, di quelle usate nelle elezioni presidenziali in Florida nel 2000, con lo strascico di polemiche che ne seguì, sono state portate in Europa dall’artista newyorkese Michael
Rakowitz, e saranno installate a Innsbruck, Lubiana, Milano e altre città. I cittadini europei che lo desiderano potranno perciò votare per il presidente Usa in contemporanea con i cittadini statunitensi.
A Milano il seggio elettorale è stato installato presso la galleria O’artoteca, in Via Pastrengo 12. Il seggio verrà aperto martedì 2 novembre alle ore 14, e le operazioni di voto si chiuderanno alle ore 3 del 3 novembre. Durante le operazioni di voto collegamenti con le altre città, proiezioni e installazioni video e musicali.
Ore 19: aperitivo elettorale.
Per informazioni:
Socialpress tel. 348 8125178 info@socialpress.it
www.socialpress.it
O’artoteca tel. 02 66823357
o.artoteca@uovodicolombo.com
Sara Gandini
“Sì, ma quanti siete? e quanti sono gli uomini di cui parli?” Questa è la domanda che spesso mi viene fatta quando racconto del nostro gruppo, Intercity-Intersex. L’idea che la sottende è che la forza necessaria al cambiamento è inevitabilmente associata ai grande numeri. Ma Simonetta Patané in La tentazione del volo sul numero di Via Dogana 92, “Cambiare l’immaginario del cambiamento”, osserva che il movimento delle donne non si è mai lasciato sedurre dalla forza del numero rappresentato in un soggetto unico: la costruzione di un soggetto collettivo richiede “necessariamente l’omologazione dei partecipanti ad un’unica identità, la semplificazione delle idee, l’impoverimento della creatività delle pratiche”, perdendo la sperimentazioni di nuove relazioni sociali, pagando un prezzo troppo alto, insensato.
In realtà la Solnit in Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo ci insegna che la politica, la rivoluzione, nasce dall’immaginazione. Bisogna cambiare l’immaginario del cambiamento perché “al cuore del processo di cambiamento c’è la restituzione alle persone della loro capacità creativa e la riattivazione del loro potenziale di intervento nel mondo.” Non si tratta quindi di costruire un nuovo ordine, ma di saper immaginare, saper vedere, saper mostrare, cosa sta capitando di nuovo, le esperienze innovative che già si stanno muovendo su un altro piano, perché quello che distrugge le potenzialità è il misconoscimento. L’importante, come dice la Patané, è la presa di coscienza di dove realmente si sta e rendere visibile una realtà che pure essendo “qui e ora” è già altrove.
Per questo voglio raccontare una storia di donne e uomini, appassionati di politica, che hanno cominciato a riflettere sulle relazioni fra i sessi, sulle relazioni di differenza. In particolare voglio mettere al centro la forza trasformatrice di alcune parole, come eros, attrazione, immaginario, e le difficoltà incontrate nella nostra esperienza, in modo diverso, da parte di uomini e donne.
Il nostro punto di partenza è stato la consapevolezza che il mondo è radicalmente cambiato grazie all’avvento della libertà femminile. Come ricorda Traudel Sattler nell’articolo Farsi contagiare sul “Via Dogana” n.92, “il movimento delle donne ci ha portavo tanti vantaggi: luoghi autonomi, ricchezza di pensiero, agio”. Il pensiero delle donne “ha autorizzato molte donne a muoversi liberamente nel mondo e questa libertà guadagnata ha fatto sì che oggi le donne le trovi dappertutto”. Hanno acquisito una forza, una competenza che viene sempre più riconosciuta in ogni campo, come si può vedere dai 5 Nobel vinti dalle donne quest’anno in diversi ambiti, dalla letteratura, alla medicina, all’economia. È una forza che viene da lontano, precisamente dalla scelta separatista che le donne hanno operato negli anni 70, un taglio simbolico che ci ha permesso di guadagnare forza, consapevolezza, e quindi di aprire spazi di libertà prima impensati per le donne. Ma ora, quella parola libera conquistata, le donne la vogliono scambiare.
Partendo dal desiderio di ragionare su cosa vuol dire essere uomini e donne che vivono in un’epoca caratterizzata dall’avvento della libertà femminile, dalla caduta del patriarcato, abbiamo costituito un gruppo di uomini e donne, che ora rappresenta un punto di riferimento per il mio pensiero politico. Ci siamo chiamati ironicamente Intercity-Intersex, e siamo in qualche modo figli del femminismo. Si tratta di uomini e donne che si sono scelti, partendo dal desiderio esplicitato dalle donne del gruppo. Perché, come dice Silvia Motta, una delle autrici del sottosopra Immagina che il lavoro, oggi le domande vengono dalle donne, ma le risposte le vogliamo cercare con gli uomini.
L’attrazione, l’eros, il desiderio di relazione sono stati nominati fin dall’inizio come aspetti su cui vogliamo puntare. Non vogliamo ricadere nel discorso della necessità della relazione di differenza, in altri termini nel discorso che il rapporto con gli uomini sarebbe necessario per costruire una convivenza più civile, non segnata dalla violenza. Si tratterebbe di una necessità finalizzata a un obiettivo nobile ma, se non sorretta da un reale desiderio di incontro con l’altro e di scambio, diverrebbe di corto respiro.
Siamo uomini e donne, venuti dopo il femminismo, con chiari debiti rispetto alle donne che hanno fatto il femminismo, ma siamo convinti che il discorso sulla separatezza avesse senso negli anni 70. Quella scelta ha premesso di far nascere un’energia desiderante che ora corre vorticosamente nel mondo, come dice Marina Terragni nell’articolo La mia amica di destra sul “Via Dogana” n. 92. Ora vogliamo giocarci il desiderio di relazione tra uomini e donne, senza rinunciare a mettere al centro ciò che i corpi ci insegnano.
Abitiamo in diverse città e da alcuni anni abbiamo deciso di trovarci a discutere regolarmente, inizialmente nelle nostre case e ultimamente in luoghi più ampi, pubblici, in cui poter accogliere anche altre persone con cui affrontare nodi politici che riguardano le relazioni fra i sessi. Dopo diversi anni di scambio tra noi, il desiderio che ora ci unisce è quello di cui parla la Patané: “creare luoghi in cui la scena pubblica possa essere sempre più a misura delle relazioni”.
La pratica del partire da sé, la pratica di relazione, la cura della relazione sono le cifre del nostro gruppo. Al centro c’è il desiderio di scambio in presenza, tra uomini e donne, il piacere dello stare assieme, prendendo il coraggio di mostrare scacchi, contraddizioni, per trarne un sapere che vada oltre noi. Abbiamo tutti percorsi simili caratterizzati dalla ricerca di sé, la pratica di parola, la narrazione dell’esperienza, ma vogliamo anche considerare altre pratiche come quella di trovarci in luoghi belli, che ci fanno stare bene, e dedicare del tempo a noi, alla cura delle relazioni, anche al di fuori dei momenti di scambio più tipicamente intellettuali.
L’idea di questo gruppo nasce da alcune donne, come dicevo, e non è un caso. Come dice Chiara Zamboni nel suo libro Pensare in presenza, nella politica delle donne il piacere della presenza ha avuto effetti sulle pratiche. “Le donne desiderano partecipare ad un percorso politico dove il contagio, il contatto, la compresenza e le narrazioni di contesti vissuti sono essenziali. Si tratta di un godimento d’essere che crea effetti a catena nelle pratiche politiche inventate dalle donne, che alcuni uomini hanno cominciato a comprendere, ad apprezzare.”
“Il bisogno di scambiare con altri sentimenti, racconti, sogni, guadagni di verità” lei dice “si ricrea sempre di nuovo, quando nasce il desiderio di sottrarsi al simbolico dominante e di orientarsi nel pensiero e nell’azione politica. Così è stato per ogni vera rivoluzione, in particolare per la rivoluzione femminista, per la quale la parola viva scambiata tra donne è stata formativa di un modo di vivere, di pensare e di fare politica.”
Chiara inoltre – e questo è un aspetto a cui tengo molto- punta l’attenzione sull’importanza del godimento, dell’eros, anche in politica. “Godere della presenza” lei dice “accompagna un’apertura involontaria agli altri, a cui partecipiamo con tutti i nostri sensi. E’ data dal fatto che il lato inconscio del corpo ha con le persone e le cose legami molteplici, pulsionali, di affettività corporea.”
E anche per Carla Lonzi il piacere femminile è fondamentale per avere un proprio principio di realtà. La libertà, lei dice, trova la sua voce nel piacere, nel desiderio femminile. Rinunciare al proprio piacere vuol dire ridimensionare il desiderio.
Ma puntare sul desiderio porta subito ad un’empasse nel rapporto con gli uomini. Si tratta di uomini che ragionano sulla loro parzialità, partendo da gruppi di riflessione maschili, come MaschilePlurale, che discutono sui condizionamenti e sulla forza di un immaginario colonizzato da stereotipi che vengono da lontano. E questo è un passaggio imprescindibile ma porta con se il fatto che il desiderio è sentito dagli uomini del gruppo non come un terreno di liberazione. C’è, da parte maschile, un ritirarsi rispetto alla potenza del desiderio femminile e un problema rispetto all’esplicitazione del desiderio, legato al fatto che il desiderio viene percepito dagli uomini come condizionato da un immaginario che altri hanno costruito. Qualcosa di indotto, non libero, segnato da modelli imposti. C’è la consapevolezza che spesso si tratta di un desiderio che nasce o vive a prescindere dalle relazioni, e qui è evidente il nesso con la violenza e con la prostituzione. Questo comporta la difficoltà a portare un desiderio potente, vitale nella relazione.
Alessio miceli sul n. 91 della rivista “Via Dogana” intitolata Caos postpatriarcale, parla del desiderio sessuale maschile come storicamente segnato dalla dimensione del potere. Nell’immaginario sessuale maschile la dimensione del potere porta la relazione a prendere la forma di una lotta, per la conquista del controllo dell’altra. Forse questa necessità di controllo risponde alla grande paura maschile di perdersi nell’altra, paura che però uccide il desiderio sessuale, che fa intralcio a un incontro libero. C’è una impronta oscura, lui dice, legata alla madre. Un senso di pericolo, come un rischio di invischiamento e di fagocitazione.
Di seguito racconta l’importanza che ha avuto nella sua vita la nominazione, il racconto di ciò che ci capita nell’incontro con l’altro. Alessio dice: “trovare le parole per dire di me nella tensione del desiderio è stata ed è tuttora una chiave di volta. I contesti di parola e di relazioni incontrati sono stati fondamentali, ma mi sono reso conto che rimanevano poco visibili finché non li ho cercati davvero.”
Rimane una domanda aperta. Mi chiedo se, una volta fatto il lavoro di decostruzione dei codici coi quali uomini e donne crescono, non si rischi poi la paralisi, l’anestesia del desiderio. La necessità di stare in una posizione critica comporta il rischio che gli uomini si perdano quell’attrazione fra i sessi che trasforma le relazioni. Per gli uomini essere dentro ad un certo ordine, far parte del genere che da sempre ha dominato, porta ad essere sempre decostruttivi. Con il rischio di ritrovarsi poi una fragilità di fondo, un’insicurezza ontologica. Le paure rispetto al desiderio, rispetto a tensioni inconsce, non completamente elaborate fanno indietreggiare rispetto alla potenza dell’eros e alla capacità di vedere cosa capita quando corpi di uomini e donne si incontrano.
Stefano Ciccone, autore di Essere maschi. Tra potere e libertà, afferma che non si tratta di disciplinare il desiderio, ridursi alle buone maniere, ma di capire cosa ci attrae veramente dell’altro sesso. Salvare la tensione tra gli uomini e le donne si può: a patto di avere un nuovo modo di guardarsi. Di un nuovo immaginario.
Ma evidentemente la sfida non è semplice. Anche nel nostro gruppo si è visto quanto l’eros circolante possa far paura, possa essere destabilizzante. Ci sono state persone, sia uomini che donne, che hanno raccontato la difficoltà di stare in un contesto in cui la pratica di relazione sia evidentemente influenzata dall’attrazione fra i sessi, dal godimento data dalla presenza dei corpi, e da come queste tensioni influenzino anche nei loro lati oscuri. Infatti all’inizio, quando le donne del gruppo hanno cominciato a nominare questa componente, gli uomini viceversa descrivevano le nostre relazioni come relazioni fra fratelli e sorelle, togliendo evidentemente il potenziale eversivo a questa energia.
Le donne in quei contesti sono più consapevoli, più forti, meno spaventate, e questo grazie alla loro storia, al sapere acquisito con il femminismo. Il desiderio femminile, così come è emerso col pensiero delle donne, è prevalentemente vissuto come potenza, forza trasformatrice, perché c’è la consapevolezza che il desiderio vivo, più autentico, nasce nelle relazioni tra donne. Il mondo ora è pieno dell’energia desiderante delle donne, come l’ha chiamata Lia Cigarini. In Farsi contagiare Traudel Sattler ricorda che bisogna semplicemente lasciar vibrare dentro di sé questo desiderio di protagonismo, cercando di sospendere gli atteggiamenti giudicanti che bloccano il circolo dell’energia desiderante e portano su posizioni di reattività.
In alcuni scambi con il nostro gruppo Intercity-Intersex, abbiamo sperimentato la possibilità di fare in modo che i conflitti non diventino distruttivi, di lasciare un tempo sospeso, di non giudizio, di incomprensione. Un tempo che possa far capitare qualcosa. Un tempo aperto ad un futuro imprevedibile. Questo è stato possibile prima di tutto grazie alla forza questi uomini hanno acquisito con le relazioni, gli scambi, e la consapevolezza acquisita tra loro, tra uomini. La vitalità del conflitto dipende infatti anche dall’autonomia relazionale, dalla capacità di dare consistenza al proprio essere. E questo crea curiosità, desiderio di scambio, e permette di far circolare l’autorità anche fra i sessi.
Anche, e soprattutto, nei conflitti non si può prescindere dal desiderio di relazione, se si vuole vivere un conflitto non distruttivo. E anche in questo contesto è fondamentale lasciare spazio all’attrazione per l’altro e permettere all’eros di poter giocare un ruolo anche nei conflitti. L’eros è l’essenza delle relazioni e lasciandogli spazio può capitare qualcosa di nuovo, di interessante anche nei contesti più impensati. Si tratta di una forza che rende inventivi, che contagia. L’esperienza dell’erotismo è legata alla necessità dello scambio con l’altro, al sentimento del non bastarsi, e permette di fare aperture che non hanno a che fare con la razionalità. Le aperture seguono altre strade, sono date dalla curiosità, dal desiderio di capire, di conoscere dove l’altro sta andando, di sbilanciarsi sull’imprevisto.
Braidotti in Soggetto nomade afferma che per poter divenire, serve il coraggio di sognare ad occhi aperti e non lasciarsi immobilizzare nel cemento armato del principio di realtà. È il nostro desiderio infatti a nutrire la realtà e a farla essere. Sappiamo quanto il femminismo abbia insistito sul fatto che il desiderio possa essere leva di trasformazione politica. Perché desiderare l’impossibile, ciò che non ha misure già date e già codificate nei linguaggi dominanti, comporta la modificazione. E tutta la nostra esistenza cambia e si orienta.
Johhn Irwing
“L’incubo è iniziato il 6 agosto 1998, una data che non dimenticherò mai. Mi è arrivato un avviso di querela da parte della Monsanto. Non avevo mai avuto a che fare con loro. Non capivo”. Chi parla è Percy Schmeiser, 73 anni, piccolo agricoltore della provincia canadese di Saskatchewan. Com’è che si trova a combattere contro un gigante multinazionale della biochimica in una lotta che, inevitabilmente, ricorda quella tra Davide è Golia?
Dal 1947, quando subentra al padre nella conduzione della fattoria di famiglia,
Schmeiser coltiva soprattutto colza. Con un passato da politico alle spalle (“Ho sempre cercato di migliorare la vita dei piccoli agricoltori”), è noto nelle praterie del Canada centrale per il suo lavoro di seed saving, la selezione di sementi per coloro che le richiedono e, naturalmente, per sé.
“I furgoni della Monsanto adibiti al trasporto di colza geneticamente modificata, la cosiddetta colza Roundup, passavano davanti alle mie terre. Perdevano semi che, soffiati dal vento, hanno finito per contaminare i miei. Nei miei campi cresceva una pianta generata da un incrocio tra i miei semi e da quelli ogm della Monsanto”.
Prove chimiche eseguite presso l’Università di Manitoba rivelano che due campi non sono affatto contaminati, altri lo sono fino all’8%: nel canale di scolo, però, la contaminazione ha raggiunto il 60%. È difficile immaginare che Percy abbia responsabilità legali, ma talvolta, come diceva un personaggio di Dickens, “The law is a ass” (La legge è un asino).
“La Monsanto — spiega Schmeiser — mi accusava di violare un brevetto per sementi gm, concesso nel 1985, che prevedeva, tra le altre cose, anche la diffusione illimitata nell’ambiente.
Diceva che io avevo acquisito i suoi semi senza licenza e che li stavo piantando e coltivando”.
Il processo davanti alla Corte Federale si conclude nel 2001 con la condanna di
Schmeiser. Motivando la sentenza, il giudice dichiara che “non importa come le sementi gm arrivino nei campi di un agricoltore, non importa se distrugge le sue coltivazioni… queste diventano, di fatto, proprietà della Monsanto”.
“Il giudice mi ha anche diffidato dall’usare le mie sementi e piante — prosegue Schmeiser. Tutto il mio lavoro di ricerca e sviluppo era andato in fumo.
Di fatto, da un giorno all’altro, noi agricoltori avevamo perso i nostri diritti.
Il brevetto della Monsanto era evidentemente ritenuto più importante di questi diritti”.
Nel 2002, Schmeiser si rivolge alla Corte d’Appello, ma la sentenza gli è di nuovo contraria. “Un periodo deprimente quello. Nel novembre 2002, poco convinto, ho richiesto di andare in appello alla Corte Suprema. Nel maggio 2003, la Corte ha accettato di riesaminare il caso. Dopo cinque anni di delusioni,
finalmente, una bella notizia. Era già una piccola vittoria”.
Al centro del dibattito una domanda: è legittimo che gli organismi viventi — le sementi e le piante, i geni e gli organi umani — siano protetti da brevetti societari? Chi è proprietario della vita?
I nove giudici della Corte Suprema emettono la sentenza il 21 maggio 2004. Decidono, cinque contro quattro, a favore della Monsanto. La motivazione della maggioranza è di tipo tecnico-giuridico: “L’unica nostra preoccupazione è di applicare i princìpi stabiliti dal diritto brevettale, che concede al titolare di un brevetto il diritto esclusivo, il privilegio e la libertà di fare, costruire e usare un’invenzione e di venderla ad altri che desiderino farne uso”. “Secondo loro, stavo sfruttando la proprietà di un altro; cioè, stavo coltivando la colza della Monsanto”, dice Schmeiser.
I quattro giudici di minoranza, invece, argomentano che, nella fattispecie, poiché ha lo scopo di proteggere il monopolio di un inventore sulla propria invenzione, il diritto brevettuale è irrilevante, che la coltivazione accidentale di un’invenzione Monsanto non priva affatto la società del monopolio sulla propria invenzione. La multinazionale, cioè, è in grado di continuare a vendere le sementi ogm. Tutt’e nove i giudici, infine, concordano che la Monsanto deve sostenere i costi dell’udienza in quanto Schmeiser non ha tratto alcun utile dalla contaminazione. Schmeiser perde per un pelo, ma questa volta ha qualche motivo di soddisfazione. “D’ora in poi la Monsanto farà fatica a querelare altri agricoltori per la violazione del suo brevetto.
Dovrà dimostrare che hanno tratto profitto dalla presenza di colza Roundup nei propri campi. Forse questa decisione ha ‘tolto i denti’ al loro brevetto. La sentenza della Corte Suprema mi ha lasciato perplesso, ma sono contento di non dover pagare a Monsanto neanche un centesimo. Non ho mai voluto la tecnologia Monsanto nei miei campi, non l’ho mai sfruttata.
Perché dovrei pagarla? Eppoi nessuno dovrebbe avere il diritto di diffondere nell’ambiente qualcosa che distrugge la proprietà degli altri”.
I dubbi di Schmeiser sembrano trovare suffragio in una seconda sentenza dell’11 giugno, in cui la Corte Suprema decreta che una società deve rispondere di ogni danno che, per negligenza o per volontà, reca all’ambiente. Insomma, la proprietà di un brevetto comporta anche responsabilità verso terzi: così stando le cose, diventa difficile che si ripetano casi come quello del povero Percy Schmeiser in futuro.
Ma perché tanto accanimento nei suoi confronti?
“La mia conclusione è che i giganti della biochimica cerchino di avere il controllo totale delle sementi del mondo. Chiunque abbia il controllo delle sementi avrà pure il controllo delle scorte alimentari, e in molti Paesi del Terzo Mondo ciò significa avere il controllo dell’intera nazione. Mi vengono i brividi!”.
Al via a Torino «Terra madre», l’incontro organizzato da Slow Food. 5 mila produttori di 1.202 «comunità» a confronto su biodiversità, diritto alla terra e alle sementi, lotta agli ogm.
di Marina Forti
Ci sono i semi, le mandrie, la materia prima data dalla natura e coltivata o allevata dagli umani, e poi c’è chi conosce l’arte di trasformare queste materie prime in olio, vino, formaggio, cibi consumabili – e poi ancora c’è la cucina, che è l’arte di dosare sapori e spezie in qualcosa di gradevole ed è in sé una cultura. Questa, in sintesi (molto) estrema, è la visione illustrata da Carlo Petrini, presidente di Slow Food, all’affollata assemblea che ieri ha inaugurato la rassegna chiamata Terra Madre, incontro mondiale delle «comunità del cibo». L’idea di mettere insieme chi produce, cura e trasforma il cibo («contadini, pescatori, allevatori, nomadi») è coerente con un’associazione nata per difendere e valorizzare il buon cibo. Il risultato è l’incontro di quasi cinquemila persone che rappresentano 1.202 «comunità» di produttori: dai coltivatori di uvetta di Herat in Afghanistan ai produttori di un certo tè chiamato makoni dello Zimbabwe, passando per un mappamondo di associazioni, consorzi o cooperative di persone che si sono unite per lavorare la terra. Dunque: al Palazzo del lavoro di Torino sono da ieri riunite persone venute da 129 paesi, pochi meno di quelli rappresentati alle Nazioni unite: ciascuno per raccontare il proprio lavoro, spiegare come sono riusciti ad addomesticare una certa erba degli altopiani masai che ha proprietà nutritive eccezionali e può crescere in ogni orto del Kenya, o come funziona l’economia dei pastori nomadi della Mongolia – e via con infiniti esempi. Il merito va a Slow food e a un comitato organizzatore che comprende la città di Torino, la regione Piemonte e il ministero dell’agricoltura (sindaco, presidente regionale e ministro erano infatti sul palco, ieri, insieme a delegati e relatori). Il colpo d’occhio rende conto della diversità umana rappresentata in un congresso simile: le carnagioni, le fogge degli abiti che molti indossano, i colori, i linguaggi, per non dire degli idiomi parlati (è garantita la traduzione simultanea da 7 lingue). Già solo chiamare sul palco un delegato per ogni paese è stato cosa lunga. E però questa non è solo una rassegna di diversità, ecologica e umana.
Il senso di questo incontro sta in quella definizione, «comunità del cibo»: è più che «comunità rurale», perché le comunità qui rappresentate sono persone che si sono unite volontariamente per valorizzare il proprio lavoro, migliorarlo, superare dei problemi, e spesso mantenere un tessuto sociale e culturale: come la cooperativa degli altopiani del Burkina Faso che attraverso il mutuo soccorso e il lavoro insieme è riuscita a combattere la siccità e la povertà e a difendere il «bene comune». Persone che «disegnano una nuova società solidale ed equa», per usare le parole di Petrini: «Donne e uomini impegnati a difendere tradizioni, culture e colture», «depositari di saperi antichi e moderni»: gli «intellettuali della terra».
Non si pensi però a una visione idealizzata, o alla celebrazione di un mondo bucolico. Petrini parla di mondo solidale e del valore della fraternità, e insieme di scelte culturali che diventano scelte politiche. Sottolineare l’importanza dell’agricoltura e dei saperi porta a parlare di biodiversità, a schierarsi per il sacrosanto diritto alla terra e alle sementi, a combattere «le multinazionali dei pesticidi e degli organismi transgenici». Porta ad esempio a schierarsi contro la brevettabilità degli organismi viventi, come ha sostenuto con parole accese il ministro dell’agricoltura Gianni Alemanno (sembrava di ascoltare un no global). Frei Betto, coordinatore del progetto «Fame zero» del governo di Lula da Silva, va oltre: spara sul il sistema di aiuti internazionali che «regala» cibo ai paesi poveri («serve a aiutare l’agricoltura dei paesi donatori, distrugge la cultura locale, crea dipendenza, favorisce la corruzione di chi distribuisce gli aiuti») e difende uno sviluppo sostenibile basato sulle economie locali. La fame, in Brasile come in tutto il mondo, «non dipende dalla mancanza di cibo, perché quello c’è: quello che manca è la giustizia redistributiva». Ecco: contro la «colonizzazione globale», che ha la sua espressione culinaria nella «mcdonaldizzazione», Frei Betto auspica «slow food e giustizia urgente».
Da oggi dunque qui si parla di agricoltura, di risorse naturali, di diritti dei coltivatori, di riforme agrarie, di sviluppo dei piccoli mercati, di «filiere» produttive, di pace e di guerra («l’agricoltura ha bisogno di pace») – oltre che di varietà da valorizzare, di alimenti naturali o transgenici – contro cui ha spezzato una lancia ieri l’indiana Vandana Shiva. Si parla di quello che l’agroeconomo cileno Miguel Altieri ha definito il «modello della sovranità alimentare»: un’agricoltura basata sull’accesso ala terra e alle sementi, sui piccoli agricoltori da sostenere con credito e politiche di aiuto accorte, sulla piccola agroindustria, la moratoria sugli organismi transgenici, la battaglia contro i monopoli. A poca distanza da qui, al centro congressi del Lingotto, oggi comincia anche il Salone del gusto, appuntamento più tradizionale dello Slow Food: tenere insieme i due appuntamenti, ha detto Petrini, è stata «una scelta culturale: la buona qualità del cibo parte dai produttori».
Natalia Aspesi
«Imputo lo sfascio della società alle donne preoccupate del lavoro e dello stipendio ma che non si preoccupano se i figli cresceranno con il vuoto affettivo di una madre assente». «La vera donna in carriera è quella che si occupa di casa, marito e figli, coltivando nel tempo libero interessi culturali e attività sportive». «Sarebbe ora che tutte queste donne rampanti se ne tornassero a casa lasciando il loro posto ai tanti disoccupati padri di famiglia che non sanno come arrivare alla fine del mese». «Le donne lavorano non per incrementare il bilancio familiare ma per se stesse, per curare il loro aspetto fisico e comprare cibi precotti». «La famiglia esiste per consentire alle donne di avere dei figli e di avere la protezione dell’ uomo che si prende cura di loro». L’ ultima frase, come si sa, l’ ha pronunciata col suo solito sorriso furbetto il filosofo Rocco Buttiglione, assieme all’ affermazione che l’ omosessualità è un peccato, irritando la commissione del parlamento europeo che ha temporaneamente sospeso la sua candidatura a commissario europeo a giustizia libertà e sicurezza. Le quattro frasi precedenti sono estratte da lettere inviate alla rubrica del Venerdì “Questioni di cuore”. Le prime tre sono firmate da uomini, l’ ultima da una donna e non sono che un esempio delle tante lettere in cui soprattutto uomini, tornano a scagliarsi contro le donne che lavorano, attribuendo a questa loro nefanda bizzaria ogni orrore sociale e familiare. Buttiglione quindi non ha parlato a vanvera, come potrebbe pensare qualsiasi persona con un po’ di sale in zucca: per quanto le sue giacche esprimano contrizione e vita dedita alla famiglia (con molte donne, del tipo che non ama stirare), il docente di filosofia a Teramo sapeva benissimo cosa stava facendo. Primo, fare un po’ di rumore con apparenti sciocchezze che avrebbero consentito a lui e alla folla apocalittica di ideologi governativi e buttiglioneschi, di inventarsi una “inquisizione anticristiana” (non si capisce perché non anticattolica), da parte del povero parlamento europeo. Secondo, far contenta la nebulosa sempre più consistente di persone, per la maggior parte uomini, che stufi di prendersela con comunisti, extracomunitari e omosessuali, hanno riscoperto il nemico più classico, il satana di tutti tempi: le donne in generale, quelle che lavorano in particolare. Massimamente pericolosa ed esecrabile quella che fa carriera, così descritta da un entusiasta marito romano di una felice casalinga giapponese, «una rampantissima supercarrierista d’ assalto, tosta, aggressiva e conflittuale, sempre sulla scaletta di un aereo con la ventiquattrore in mano e il coltello tra i denti». Questo tipo di lettera è cominciato ad arrivare da poco più di un anno: prima o nessuno osava, o trattandosi di tempi meno disperati, nessuno ci pensava oppure non era ancora esaurita del tutto l’ epoca in cui le donne parevano all’ altezza di quasi pari diritti, suscitavano rispetto, persino vaghi sensi di colpa per un passato di subordinazione e la presente durezza delle loro vite di lavoratrici, madri e anche mogli, ma non sempre, essendo vasto il numero delle donne separate, divorziate, abbandonate, fuggite, quindi sole (non buone?) coi figli. è difficile che il nostro ministro Udc, essendo appassionato di Kant, sia anche un lettore di “Questioni di cuore” dove avrebbe potuto apprendere il nuovo corso di un certo pensiero maschile sui mali forse addirittura anticristiani del mondo, rappresentati da donne con stipendio anche scarso e a termine. A parte una sua eventuale propensione personale a non vedere di buon occhio le donne poco operose con viakal o svelto, (ma una sua simpatica somiglianza con Gambadilegno con sigaro lo escluderebbe), chi gli avrà suggerito che era il momento di portare a sé e eventualmente al Polo le nuove pecorelle smarrite nel labirinto delle odiose donne che, lavorando, diventano casalinghe solo dopo le sette di sera, e magari sino a mezzanotte, e poi ciccia, sono troppo stanche? Le sue massime frequentazioni vaticane, un circolo di perpetue, il club degli uomini soli, l’ associazione maschi casalinghi? Certamente, nelle sue burbere ma amabili esternazioni, ha tenuto conto più del pensiero laico di maschi incavolati che per esempio di quello cristiano del cardinale Ratzinger, che con la sua famosa “lettera sulla collaborazione dell’ uomo e della donna” ha conquistato le femministe: per aver scritto che «le donne siano presenti nel mondo del lavoro e dell’ organizzazione sociale e che abbiano accesso a posti di responsabilità che offrano loro la possibilità di ispirare le politiche delle nazioni e di promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali». Richiedendo anche «una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna nella famiglia. In tal modo le donne che liberamente lo desiderano potranno dedicare la totalità del loro tempo al lavoro domestico senza essere socialmente stigmatizzate ed economicamente penalizzate». Si sottolinea: casalinghe: quelle che liberamente lo desiderano, senza imposizione da parte della fragilità maschile. Lavoratrici: accesso a posti di responsabilità senza che i maschi se ne sentano degradati. Sono tempi oscuri, di recessione politica, economica e civile quelli in cui si ricomincia a parlare delle donne come massa ribelle e fastidiosa da ricondurre sulla retta via della sottomissione domestica. Si tratta di sfoghi senza sbocco, di idee senza futuro; mai una volta comunque che uno di questi uomini che saprebbe come far funzionare il mondo con metodi talebani, si senta minimamente corresponsabile, assieme, più che alle donne, alle istituzioni allo sbaraglio, dell’ inciviltà e dello sgangheramento morale del Paese.