L´autrice di “Persepolis” sul nuovo numero di “MicroMega” che esce domani
Ci sono ragazze in minigonna e uomini senza barba e non tutti sono terroristi fanatici. L´opinione pubblica occidentale è troppo spesso preda di luoghi comuni sull´Islam. Quando l´Iraq nel 1980 attaccò l´Iran l´Occidente sostenne Saddam
Noi iraniani eravamo infatti visti come il Male e così dovevamo essere vinti
Marjane Satrapi

Nell´opinione pubblica occidentale si crede che con il termine «musulmano» si possa definire per intero la cultura di un paese. Non si percepisce che l´«islam» è invece solo una delle diverse componenti che costituiscono l´universo culturale di una nazione. Tutti i musulmani hanno la barba lunga, tutti sono dei fanatici e dei terroristi. Tutte le donne sono velate.
L´idea è che, se si è musulmani, non si possa essere niente altro che questo. «Islamico», però, non significa nulla, come non significa nulla «cristiano». In Occidente non ci si rende conto che, considerando la religione islamica come un elemento esclusivo – e totalizzante – si finisce per intendere l´islam esattamente nello stesso modo in cui lo intende bin Laden. In Occidente è inconcepibile che possano esistere donne che, pur essendo musulmane, portino la minigonna; risulta inconcepibile che un uomo musulmano non abbia molte mogli. E inconcepibile, insomma, che possa esistere un musulmano «secolarizzato». Il messaggio che ne consegue è pericolosissimo: i musulmani non sono esseri umani. Diventano una nozione astratta.
Questa visione che l´Occidente ha dell´islam è il segno di una crisi democratica delle stesse società occidentali. Se i musulmani sono percepiti come «non umani», diventa più semplice fare di loro quello che si vuole. Questo è estremamente pericoloso, perché cadono i limiti etici. Le conseguenze le vediamo, e le abbiamo viste. Quando, nel 1980, l´Iraq attaccò l´Iran, tutte le nazioni occidentali, per otto anni, sostennero Saddam Hussein, perché noi iraniani eravamo il Male. I tedeschi arrivarono a vendere a Saddam delle armi chimiche che poi furono effettivamente usate contro di noi. Ci sono molte persone, uomini e donne, che ancora soffrono a causa degli effetti a lungo termine delle armi chimiche.
Nel nostro caso, nessuno si è seriamente posto il problema dell´uso delle armi di distruzione di massa. Per noi poteva non essere presa sul serio la Convenzione di Ginevra. Noi «iraniani» eravamo una nozione astratta. Le azioni dei terroristi kamikaze, d´altra parte, contribuiscono a rafforzare l´idea che i musulmani non sono «come noi». Il musulmano appare talmente diverso da non avere neanche quell´istinto di sopravvivenza che hanno le forme viventi più elementari. I musulmani amano farsi esplodere, e amano uccidere altre persone.
La rivoluzione islamica in Iran non è il risultato di un improvviso impazzimento collettivo, e non è il frutto di una nostra presunta «barbarie». Di ogni fenomeno bisogna ricostruire le ragioni. Il perché. Quello che ho cercato di fare nel mio Persepolis è capire, appunto, perché il mio paese è diventato quello che è adesso. L´informazione in Occidente ci abitua a guardare solo alle conseguenze, dimenticando le cause. Ma se noi non andiamo al «perché» dei fenomeni non riusciremo neanche a fermare gli atti terroristici, ammesso che si sia veramente interessati a fermarli. Spiegare il «perché», però, impone di considerare gli altri a partire da un´analisi razionale, senza accontentarsi, all´opposto, di risolvere tutto ricorrendo, con un salto logico, alla follia e al non umano. Il monoteismo è all´origine di molti dei mali del nostro mondo perché offre la base per ogni dottrina totalizzante, ed è l´origine di ogni modo di pensare «in una sola direzione». O si è da una parte, o dall´altra; e se si è dall´altra, si è al di fuori di tutto.
In Occidente si crede che gli iraniani abbiano improvvisamente fatto la rivoluzione nel 1979, quasi che non avessero niente altro da fare. E stupefacente la rapidità con la quale, da una nozione astratta, si sia stati capaci di passare di colpo ad un´altra nozione astratta. Se prima eravamo la nazione delle Mille e una notte, la nazione dei tappeti volanti, di Soraja, nel 1979, di colpo, siamo diventati dei terroristi. Nel volgere di un attimo, tutto è cambiato. I tappeti volanti sono diventati missili e Soraja è diventata una donna isterica. L´opinione pubblica occidentale non sa, però, che gli iraniani hanno fatto, nello scorso secolo, tre grandi rivoluzioni. Nel 1906 c´è stata la rivoluzione per la monarchia costituzionale. Nel 1951 l´Iran ha nazionalizzato il petrolio, con Mossadeq primo ministro. Finché, nel 1953, sulla base di un accordo di spartizione del petrolio iraniano tra gli americani e gli inglesi, Mossadeq non è stato pugnalato alle spalle.
La rivoluzione del 1979 non era affatto, all´origine, una rivoluzione islamica. Io sono contraria alla rivoluzione islamica. I miei genitori, che hanno fatto la rivoluzione del 1979, non volevano affatto la rivoluzione islamica. Le ragioni della rivoluzione erano ben altre. Nel periodo dello scià non avevamo libertà di parola, e c´era un terribile sistema di controllo dei servizi segreti. A quel tempo, se io fossi andata a scuola a dire che lo scià era un fesso, sarei state espulsa immediatamente. La rivoluzione maturò con la crescita in Iran di una classe media. Era venuto il tempo per noi, allora, di porci questa domanda: dov´è la nostra libertà?
La rivoluzione divenne antioccidentale per altre ragioni. Gli europei, a mio avviso molto più che gli americani, hanno dimenticato quanto male hanno fatto nel mondo. Gli europei, ad esempio, sono convinti che gli «americani» hanno la responsabilità di aver sterminato gli indiani: ma gli «americani» non sono alieni scesi dal cielo. Gli «americani» erano europei. Negli ultimi duecento anni l´Europa è stata straordinariamente attiva in conquiste e violenze. E i popoli, benché non abbiano una vera memoria storica, hanno però una sorta di memoria genetica. L´essere umano dimentica, ma non perdona. Secondo me dovrebbe essere il contrario: si dovrebbe perdonare, ma non dimenticare. Tuttavia, non è questa la natura dell´essere umano. Così, in Iran, molta gente odia gli inglesi, ma non saprebbe dire perché. Per queste ragioni, nell´Iran di allora, la rivoluzione prese un orientamento antioccidentale. Se l´America e la Gran Bretagna non avessero orchestrato il colpo di Stato nel 1953, l´Iran avrebbe esportato la democrazia nella regione, e non, ventisei anni dopo, la rivoluzione islamica. Dopo l´Iran tutti gli altri paesi avrebbero nazionalizzato il petrolio, sarebbe stato l´inizio della democrazia nella regione mediorientale. Questo processo però è stato reciso sul nascere.
In un paese dove metà delle persone non sanno né leggere né scrivere, come era l´Iran nel 1979, far nascere la democrazia era impossibile. Lo scià volle modernizzare la società troppo velocemente. Togliamo il velo e diventeremo moderni! Apriamo casinò, e diventeremo moderni! Il paradosso era che le donne iraniane potevano portare minigonne vertiginose, ma dovevano rimanere vergini fino al matrimonio. Senza rivoluzione sessuale, la minigonna non significa niente. Se una ragazza perdeva la sua verginità, il padre poteva ucciderla. La modernizzazione dell´Iran voluta dallo scià è stata, dunque, estremamente superficiale.
Quando gli islamici presero il potere, si capì subito che stavamo entrando in un´altra dittatura. Ma fu lo scoppio della guerra con l´Iraq a dare il contributo decisivo al rafforzamento della dittatura. Con una guerra ai confini, non è possibile sostenerne un´altra dentro casa. Otto anni di guerra e un milione di morti: la popolazione era completamente esausta e incapace di reagire. Gli attentati dei gruppi di estrema sinistra finirono per dare al regime la giustificazione per un´ulteriore repressione. Non si deve dimenticare che l´Iran e l´Afghanistan confinavano con l´Urss, che l´opposizione in questi due paesi era di sinistra, e che gli americani non volevano che noi diventassimo comunisti.
Ecco perché è sbagliato credere che la gente sia divenuta folle in un giorno. In Iran abbiamo un 15 per cento di esaltati: ma questi non mancano neanche in Europa, dove non è difficile trovare un 15 per cento di fascisti. Basti pensare a quanti sono quelli che in Francia votano per Le Pen. Anche in Italia i fascisti hanno preso il potere nello stesso modo. In ogni angolo del mondo, si trovano percentuali di questo genere. Il nostro problema è che questa minoranza di folli ha le armi, ha il potere. La nostra costituzione è fatta, inoltre, in modo tale che impedisce qualsiasi cambiamento attraverso il voto politico.
Ma su un punto voglio essere chiara. Io non sono tra quelli che dicono che gli occidentali sono responsabili di tutto quello che è successo in Iran. Questa tesi è insostenibile. L´Europa dovrebbe però prendersi una volta per tutte la responsabilità di riconoscere quello che ha fatto nel mondo. Semplicemente riconoscerlo. Invece, la musica è un´altra: noi siamo la civiltà e voi orientali siete i barbari. E questo è troppo estremo.
Non confondo gli europei con i loro governi. Amo gli europei, ho sposato un europeo. L´Europa ha inventato la democrazia, che amo. Non sono neanche tra quelli che dicono che non c´è differenza tra i «dittatori fascisti» e i «fascisti democratici». C´è una grande differenza tra George Bush e un mullah, anche se Bush usa la stessa terminologia dei mullah. Se io vado in America e dico che Bush è un fesso, nessuno mi arresta; ma se faccio la stessa cosa in Iran, mi impiccano. Non sono antieuropea e sono estremamente contenta di vivere in Europa.

 

Monica Capuani

Al 40 di Brushfield Street, proprio di fronte al vivacissimo Spitalfield Market, nell’East End di Londra, c’è una vecchia casa di mattoni rossi e, al piano terra, un negozio con l’insegna “Verde’s”. In un’epoca remota apparteneva a un importatore di arance e Jeanette Winterson, il cui romanzo d’esordio si intitolava Non ci sono solo le arance, non ha saputo resistere. Ha ristrutturato la casa, dove vive quando è in città, e riaperto il negozio, che vende verdure biologiche e delicatessen dalla Francia e dall’Italia. Saliamo al piano di sopra, dove il fuoco è acceso nel caminetto. E li si svolge la nostra conversazione su Il custode del faro, che Mondadori pubblica in Italia in questi giorni. Minuta, gli occhi febbrili e i riccioli ribelli, anni fa Jeanette Winterson fece una tumultuosa comparsa al Festiva letteratu ra di Mantova e tenne, davanti al pubblico stregato dalla forza dei suo eloquio e della sua gestualità, un’autentica “predica”. Raccontò che, abbandonata dalla madre, era stata adottata nel villaggio di Accrington, vicino Manchester, da due “folli di Dio” che l’avevano destinata alla vita della Chiesa. Una storia simile a quella di Silver, la piccola orfanella narrata in quest’ultimo romanzo e affidata al vecchio Pew, il custode dei faro cieco. Nata nel ’59 come l’autrice, è un personaggio dickensiano con l’ossessione di raccontare storie, come fa la gente di mare per sopravvivere alla noia della bonaccia o al furore delle tempeste.

Come mai questo interesse per una storia di mare?

Mi sono resa conto che tutti i miei libri finiscono con l’acqua, di un fiume o dei mare, e quest’elemento è potente anche a livello onirico e simbolico per me, l’idea che tra qui e New York c’è solo la vastità dell’oceano mi piace. Chissà com’era navigare all’epoca delle navi a vapore: giorni e giorn in mare, in balia dei nulla, poi all’improvviso, in lontananza, la luce d’un faro. In questo romanzo volevo raccontare il viaggio che ciascuno di noi fa grazie alla vita. E il faro funzionava come perfetta metafora di speranza, guida, consolazione, monito.
L’immagine del faro non può non richiamare Virginia Woolf… Uno dei miei fari nel mondo della letteratura. Quando ero a Oxford a studiare, i miei professori dicevano che nell’800 c’erano quattro donne scrittrici: Jane Austen. Emily e Charlotte Brontè e George Eliot. Io ero disperata: “Solo quattro?”, mi ripetevo. Una donna che, come me, voleva scrivere non aveva un grande passato dietro di sé. Un secolo dopo, Virginia Woolf aprì una porta che era sempre stata chiusa: fu la prima a sperimentare davvero con le parole e a crearsi nel mondo maschile delle lettere uno spazio tutto per sé, difendendolo con le unghie e i denti. L’ossessione di raccontare storie che ha Silver è anche la sua…
Sono cresciuta ascoltando storie. Vivevo con una famiglia povera e analfabeta nel nord dell’Inghilterra rurale. L’istruzione non stava a cuore a nessuno, ma c’era una tradizione orale di storie della Bibbia e non solo. Questo mi ha insegnato a memorizzare quei racconti e anche a considerare una storia come un talismano che puoi portare in tasca e raccontare a te stesso quando ne hai bisogno. Un grande conforto negli anni dell’infanzia, perché ero una bambina solitaria. E’ grazie a questo se sono sopravvissuta, avvolgendomi in questa calda coperta di storie. E ho sempre pensato che se fossi riuscita a raccontare me stessa in quel modo avrei conquistato la libertà. Perché se sei una storia puoi sempre cambiare il tuo destino, puoi essere Aladino, Huckleberry Finn o Robinson Crusoe, Heathcliff. La vita, invece, ha un finale già scritto.

I libri, quindi, erano un passo verso la libertà?

Sì, una porta che conduceva in un altro mondo. Non avevo una guida e procedevo divorando libri scaffale dopo scaffale. nella biblioteca dei mio paese. Erano come un sentiero solido sotto i miei piedi, la terra che sosteneva i miei passi. La mia ancora di salvezza. La miccia per la mia immaginazione, Ancora oggi quello che amo di più del leggere un libro è che e un atto privato e incontrollabile. Ci sei tu e c’è il libro, nessuno può sapere cosa stia accadendo dentro di te mentre sei li che leggi quelle pagine, nessuno può interferire in quello spazio privato. Forse è l’ultima vera libertà, questa storia d’amore tra lettore e scrittore. E quest’ultimo si deve esporre, senza paura di spendere delle parti di sé. Frida Kahlo ha affermato con i suoi quadri che non c’è separazione tra l’artista e la sua opera. Sono gli uomini che separano continuamente la sfera pubblica da quella privata. Come il personaggio di Babel Dark nel mio libro, che vive una doppia vita con una moglie che odia e un’amante che lo fa impazzire di gioia e di emozione. Una fonte di ispirazione, così almeno crede lui, per Jeckyll/Hyde di Robert Louis Stevenson. Rampollo di una famiglia di ingegneri responsabili della costruzione della maggior parte dei fari d’Inghilterra…

Anche in questo romanzo lei parla d’amore con spudoratezza, senza timore di essere bollata di “sentimentalismo”.

È vero. Le due parole più difficili da pronunciare oggi sono “ti amo”. A dire “ti odio” ci riesce chiunque, e si dice sempre di più. Ma dire “ti amo” è una cosa così enorme, così complessa, così esigente, e che ci rende così vulnerabili che pronunciare quelle due parole diventa un’impresa eroica. C’è chi dice: “Oh Dio, un altro libro sull’amore!”. L’amore è un argomento così enorme che non dovrebbe esistere libro che non lo affronti.
Che lo si abbia o meno, l’amore è il tema sul quale abbiamo bisogno di discutere in continuazione. E per quanto affermi di aver voglia di sicurezza e conforto, l’essere umano per natura ama il rischio e le emozioni forti. È questa la grande nevrosi: cercare di trasformare in qualcosa di rassicurante un’emozione che per costituzione è l’esatto contrario. La cosa migliore è accettare questa realtà, Invece di ripeterci come un mantra: “Non devo lasciarmi ferire”, dovremmo augurarci il contrario. Tanto accadrà in ogni caso.

Quindi “tanto vale vivere”…

Certo. La nostra stessa identità è un paese sconfinato che impieghiamo una vita intera a esplorare. Ogni tanto arriva qualcuno che ci porta in un territorio selvaggio di noi dove non eravamo mai stati e che non sapevamo esistesse. E il viaggio più intenso ed esotico che si possa fare. Freud, che l’aveva già capito all’inizio del secolo scorso, ha cercato di tracciare una carta geografica e di scrivere una guida a quel paese inaccessibile e ancora inesplorato. La scienza, però, ha il limite di invecchiare continuamente. L’arte, invece, vive in un eterno presente. Calvino nelle Città invisibili dice che dobbiamo capire la differenza tra ciò che è “inferno” e ciò che non lo è, per consentire a quest’ultimo di esistere e durare. L’uomo non è solo una creatura che mangia, dorme e lavora. È un essere che sogna e ama. Quel fragile, sottile, delicato mondo di emozioni ed esperienze va riconosciuto e alimentato. Il mio compito, come artista, è quello di proteggere quel mondo e dargli spazio: in ogni opera d’arte, c’è sempre qualcuno che ama, che esulta e che piange.

Massimo Bacigalupo

Di Anne Tyler si sa che ha 63 anni, che ha scritto decine di romanzi ambientati per lo più a Baltimora, che ha studiato russo alla Columbia University e lavorato come biblio tecaria, che ha sposato un medico Iraniano e tirato su una famiglia. Si sa che non si presta a interviste e presentazioni, dichiarandosi timida, dicendo che esponendosi alle gaffes delle occasioni pubbliche
brucia l’energia e l’attenzione per scrivere. E in effetti davanti a un romanzo come Un matrimonio da dilettanti (trad. Laura Pignatti, Guanda, pp. 306, € 15,00) qualsiasi spiegazione sarebbe ridondante.
È un’opera costruita con scioltezza e perfezione, che segue i casi dei due protagonisti, Michael Anton e la moglie Pauline, dal giorno del loro incontro da ventenni nel 1941, su un arco di sessant’anni, chiudendosi nell’autunno 2001. un bello scorcio di Novecento raccontato in sedici capitoli, di cui l’ultimo breve una sorta di Edipo a Colono, con il banale Michael che zoppicante come sempre per la sua “ferita di guerra” si avvia verso la casa divisa per decenni con Pauline, nel frattempo separata (dal trentesimo anniversario, 26 settembre 1972) e morta in un incidente balordo.
Anne Tyler possiede l’arte di evocare un mondo a tre (quattro?) dimensioni con la massima economia. Ha detto di aver provato piacere a immaginare una giornata del 1941, quando Michael sta aiutando la madre nella bottega di alimentari nella Baltimora etnica, a pensare quali fossero le marche dei prodotti in vendita (sapone Woodbury) e delle automobili che sgusciano per strada (Chrysler Airstream). Ma a differenza di connazionali come John Updike e Philip Roth, che ci inondano di dettagli uggiosi facendo sfoggio di virtuosismo, la saggia Tyler usa pochi tratti sempre significativi, non si parla addosso (Roth), non è fatua né preziosa (Updike). Guarda il suo oggetto, quella istantanea del 1941, ed entra nelle teste dei personaggi.
La tecnica è il racconto in terza persona, ma il punto di vista cambia lievemente di capitolo in capitolo, spostandosi da lui a lei a uno o l’altro dei figli. Gli eventi sono pochi quanto la vita è lunga. Un matrimonio precipitoso, da “dilettanti”, caratteri male assortiti che continuamente si danno sui nervi a vicenda. Il lavoro di Michael nel negozio di alimentari della madre, poi sostituito da un altro negozio in un quartiere più agiato, con prodotti più ricercati: lavoro che dà da vivere alla famiglia. Il nervosismo e l’insoddisfazione dell’impulsiva Pauline, che dopo aver avuto tre figli, Lindy, George e Karen, ha un flirt sbadato con una conoscenza occasionale, scoperto subito da Michael che non le rinfaccia la bugia con cui ha cercato di nascondere la visita peraltro innocente nella casa dell’altro. La sbandata all’epoca di On the Road della figlia maggiore Lindy, che ancora adolescente scompare da un giorno all’altro e non dà più notizie di sé, rivelando di essere della stessa stoffa ostinata e impulsiva dei genitori.
Come in un testo teatrale, la vicenda è narrata attraverso una serie di giornate e scene, e gli eventi sono visti indirettamente. Non sappiamo molto dello stato di mente della fuggiasca Lindy (“Sputava parole come ‘borghesia’ e ‘domestico’ quasi fossero bestemmie”), ma vediamo come i genitori e fratelli reagiscono o ignorano il semplice fatto che quella notte non è tornata a casa.
“La domenica di solito cenavano prestissimo, ma nessuno aveva avuto voglia di mangiare in attesa di chiamare la polizia. Dopo che i due poliziotti se ne furono andati, però, la madre disse: ‘Io sto morendo di fame!’ e il padre: ‘Anch’io. Che ne dite se preparo dei panini con il formaggio fuso?’ Era la sua unica specialità, in cui si prodigava solo un paio di volte all’anno. Così andarono tutti in cucina, dove lui estrasse la grande griglia quadrata e un mattone gigante di formaggio; in pochi minuti nella stanza si diffuse un profumo delizioso di burro fuso che diede subito a Karen una sensazione di festa, anche se sentiva ancora quel peso allo stomaco e con un orecchio continuava ad ascoltare se dalla porta veniva qualche rumore. (‘Secondo me vostra figlia tornerà a casa questa sera con la coda tra le gambe’ aveva pronosticato il poliziotto più vecchio.) Eppure si sentì invadere da una strana sensazione di festa. Forse era il sollievo di avere di nuovo la casa tutta per loro – quei due testoni se n’erano finalmente andati, la radio del più anziano finalmente taceva. E il resto della famiglia sembrava pensare la stessa cosa. Suo padre faceva il buffone davanti ai fornelli brandendo la spatola e imitando un accento da chef francese. La madre si era tranquillizzata e a tratti perfino rideva. Suo fratello se ne stava stravaccato su una sedia in cucina, stranamente partecipe della vita familiare”. Un momento di massima tensione (“il mistero principale delle nostre vite” definirà la sparizione di Lindy il fratello George verso la fine), eppure le reazioni dei sentimenti procedono imprevedibili per la tangente, una cosa dopo l’altra, e il punto di vista in questo caso è quello abbastanza distaccato della sorella minore Karen. Dettagli significativi di un episodio emergono a volte solo più tardi nella narrazione.
Così i personaggi sono sempre calati nella Vita, sono suoi fenomeni ed espressioni e Anne Tyler è una discendente di Tolstoj e Proust, e sicuramente sa qualcosa dell’élan vital dello spirito del mondo (qualche suo scritto sfiora il tema del misticismo). Ma, ed è straordinario, non ci dice mai nulla del senso di tutto ciò, lo presenta alla nostra attenzione e compassione. È un mondo registrato-inventato che lei così raffigura con precisione cristallina, come una Jane Austn ha raffigurato il suo mondo, o Hemingway il suo (e Hemingway sosteneva appunto che l’arte del narratore stesse nel portarci là dove egli era stato).
Ma oltre all’America di Pearl Harbor e dell’11 settembre, egualmente immutata davanti a questi eventi così come la vita personale muta e insieme non muta davanti alle catastrofi familiari, Tyler ci mostra un’umanità non limitata dallo spazio e dal tempo, giacché i suoi personaggi banali, prigionieri di vite che sarebbe facile liquidare come prive di interesse, respirano degli stessi pensieri e turbamenti interpersonali che ritroviamo ogni giorno vicino a noi. E soprattutto Tyler si è data uno stile trasparente che riesce a non sembrare più stile, a lasciare agire i suoi Michael e Pauline, a dargli anche dignità senza mai stonare. Sono piccole realizzazioni, ma a ben pensarci è raro incontrare oggi un’opera di tale semplice e commovente perfezione. Tanto che non sappiamo nemmeno di esserne commossi.

Non c’è sostegno da dare alla lotta delle donne; c’è da costruire insieme lo spazio per una comune e differente libertà. A partire dalla nostra esperienza
di Stefano Ciccone

Oggi, a Milano, non saranno solo le donne a manifestare contro gli attacchi alla legge 194.
Ci saranno anche molti uomini che parteciperanno individualmente, a partire dalla consapevolezza che in gioco con la libertà delle donne a decidere del proprio corpo è anche qualcosa che riguarda la loro vita, le loro relazioni e la loro libertà. Questa consapevolezza cresciuta ormai nelle storie individuali di molti di noi, è anche diventata nel nostro paese una pratica collettiva di uomini che hanno scelto di farne politica, relazione. A Milano ci sarà anche questa esperienza.
La manifestazione è intitolata uscire dal silenzio. In questi anni io non ho conosciuto il silenzio femminile ma, al contrario, la parola delle donne che ha permesso anche a me e molti uomini di trovare spazi e strumenti per avviare una ricerca sulla nostra identità, sulle nostre relazioni con le donne e con gli altri uomini, sul nostro stare al mondo, sulla percezione che abbiamo ereditato del nostro corpo, sulla nostra sessualità.
E? vero, però, che questo sguardo critico delle donne sul mondo, sui nostri linguaggi, sui fili che paiono segnare come immutabili i nostri destini e sugli invisibili meccanismi di riproduzione del potere , ho stentato a incontrarlo nei luoghi della politica, nei movimenti. Non so se si tratti più di rimozione, da parte della politica maschile o di non sufficiente consapevolezza che ciò avveniva nella politica mista, (le pratiche subalterne dei movimenti, l?avvizzirsi dei partiti come comunità di donne e uomini), interrogava e sfidava la politica delle donne e che non d?altro si trattava se non di terreni su cui giocare la partita sul nodo del potere e della libertà.
So che ciò ha prodotto un reciproco impoverimento che è anche all?origine di questa nuova offensiva che tende a mettere in discussione libertà e spazi di autodeterminazione delle persone.
C?è un altro silenzio, però. Ed è quello maschile, nascosto sotto l?eccesso di parola di vescovi, medici, giuristi, tutori della morale pubblica, esperti.
Una parola che paradossalmente cela gli uomini anche a se stessi. Se dunque è, come certamente è, strumento di potere. È al tempo stesso gabbia che impoverisce l?esperienza di ogni uomo e le possibili relazioni tra noi e con le donne.
Impedisce di costruire la libertà per pensarsi e pensare il proprio differire.
Non c?è solidarietà o sostegno da dare alla lotta delle donne, c?è da costruire insieme lo spazio per una comune e differente libertà. La riproduzione di un?idea di sostegno alle rivendicazioni delle donne intese come soggetto debole, rischia paradossalmente la contiguità con quell?idea di minorità femminile che ne propone la tutela, il conforto morale ed etico a fronte della incapacità a decidere con responsabilità e autonomia sulla scelta di portare avanti o meno una gravidanza.
Per questo gruppi ancora troppo limitati e isolati di uomini hanno avviato una riflessione e una presa di parola pubblica sulle relazioni tra i sessi e sulla costruzione sociale delle identità di genere. Questa ricerca chiede di essere ascoltata e di essere assunta in un?interlocuzione politica con le donne nello spazio pubblico del conflitto.
Per questo saremo alla manifestazione non come singoli che solidarizzano con la battaglia delle proprie compagne o come militanti della sinistra che difendono principi condivisibili ma astratti come la lacità dello stato o diritti di individui neutri, senza corpo (quei diritti che proprio nella propria astrattezza portano a contrapporre il diritto del nascituro a nascere e a farlo in una famiglia ?normale?, il diritto a essere padre, il diritto a decidere cosa avverrà nel/del proprio corpo da parte della donna). Ci saremo a partire dal nostro percorso. Questo percorso ci dice che la nostra libertà ha bisogno della libertà delle donne.
Ci dice che l?esperienza della paternità, un?esperienza che per molti di noi è una preziosa realtà, per altri un desiderio che non vogliamo negare, per altri una prospettiva impraticabile per le leggi di questo stato, è soprattutto fondata nella relazione e non può trovare fondamento in una legge che affermi il nostro diritto contro quello della donna a decidere del proprio corpo.

 

Come abbiamo detto molti anni fa non ci interessano protesi giuridiche, tecnologiche, morali per superare i limiti del nostro corpo nei processi procreativi. Al contrario vogliamo fare esperienza di questi limiti come opportunità per farne occasione di reinvenzione del nostro corpo e come terreno per una relazione di senso con le donne.
Sappiamo che la prima parola e l?ultima sul nascere o non nascere spetta alla donna. Al tempo stesso crediamo che tra quella prima e ultima parola non ci sia il vuoto della reciproca indifferenza ma lo spazio per una relazione.
Forse anche di un conflitto da aprire fuori dagli schemi patriarcali del dominio e del controllo.
E chiediamo al movimento politico delle donne nella sua pluralità di interloquire con questo percorso non come fenomeno ma come interlocutore che ha tentato di costruire un proprio punto di vista.
Vogliamo sgombrare il campo da pretese di normazione del corpo femminile, da rivincite maschili per liberare lo spazio per questa relazione dove agire anche un conflitto tra donne e uomini. Per risignificare insieme cosa è desiderio, cosa è libertà, cosa è autonomia. Il confronto con la storia del maschile ci ha fatto vedere quanto il desiderio non sia necessariamente terreno di libertà e autenticità e di quanto l?immaginario sia spesso colonizzato e segnato da modelli imposti.
Vogliamo stare in questa mobilitazione anche ascoltando desideri e bisogni di altri uomini che oggi trovano risposta in reazioni revanchiste o subiscono la seduzione di prospettive identitarie, di ritorno a un ordine perduto.

 

Saremo dunque alla manifestazione sperando in un miracolo a Milano: che segni cioè il ritorno nella politica della vita e di una politica capace di incontrare le domande di senso delle persone, a fronte dei troppi uomini della sinistra che la vedono come un grande risiko, poco importa se si tratti di un risiko bancario o delle correnti interne a un partito o delle simulazioni di piazza con la polizia.
Potremmo provare a farne di nuovo il luogo in cui le domande di libertà di ognuna e ognuno, la costruzione di potere su se stessi/e, diventano pratica collettiva, relazione, nuovi saperi, capacità di trasformare il mondo.

Laura Colombo e Sara Gandini

Oggi saremo in piazza a Milano, nella nostra città, per affermare la necessaria libertà del nostro corpo e della nostra parola, per contribuire a far circolare nuova energia fra le persone, stando attente all’imprevisto che potrebbe accadere. E se anche fosse solo un po’ di gioia non sarebbe comunque poco.
Quando pensiamo a tutto quello che si riferisce alla vita, alla riproduzione, siamo convinte che vi siano prerogative femminili inalienabili. La vita umana, infatti, nasce solo attraverso la libera accettazione di una donna, attraverso la sua accoglienza e la sua cura. Sappiamo che la competenza femminile sulla maternità e la necessità del suo assenso sono alla base della riproduzione, ma sappiamo anche che questo
crea uno squilibrio, genera una disparità fra i sessi che può fare paura.
La paura si può leggere seguendo quello che è stato detto e si continua a dire fra chi è contrario alla 194, fra chi ha organizzato la propria opposizione puntando sull’erosione del consenso della legge. Ci siamo chieste perché.
Pensiamo che la legge possa mettere in discussione sentimenti profondi e stratificati come quelli derivanti dal valore simbolico che si attribuisce alla sessualità e alla riproduzione, alla struttura della famiglia e alle relazioni che intercorrono al suo interno. Porre in primo piano l’autodeterminazione della donna rispetto alla propria sessualità e alla propria capacità riproduttiva ha suscitato spesso un desiderio di controllo e di dominio sulle donne, ha risvegliato il fantasmadella potenza femminile che può decidere se dare o no la vita.
Gli uomini hanno accettato, intellettualmente, questo squilibrio, riconosciuto anche dalla legge, ma spesso fanno fatica a misurarsi con l’esclusione rispetto alla decisione di dare la vita. Per essere padre l’uomo deve ascoltare e confrontarsi con la propria compagna, accettare quindi i limiti della paternità senza nascondersi dietro un presunto potere decisionale datogli dalla legge (anche se fermarsi alla
194 e non arrivare alla semplice depenalizzazione ha voluto dire che consentivamo allo stato e agli uomini di mantenere un certo controllo sulla riproduzione).
E deve fare i conti anche con le proprie contraddizioni: come si può affermare che la vita è sacra e poi sostenere la cultura della guerra?
Dagli anni Settanta, le cose sono cambiate all’interno della coppia dando spazio e agio a nuove contrattualità e aprendo la possibilità di un confronto non solo con una forma della sessualità ma con due. Questo di più di libertà potrebbe avvantaggiare entrambi.
E’ per questo che auspichiamo una nuova responsabilità maschile, una responsabilità relazionale che non deleghi alla legge decisioni così importanti. Proprio sulle pagine di questo giornale alcuni uomini, interpellati direttamente, hanno tentato di mettersi in discussione: li abbiamo apprezzati, pensiamo sia questa la strada che può portare a un vero cambiamento.
Gli uomini di oggi sono cambiati, perché le donne sono cambiate con il femminismo. Grazie al femminismo, più precisamente alla scelta della separazione degli anni ’70, abbiamo conquistato una libertà che ha permesso una consapevolezza e una contrattualità all’interno della coppia che rende sempre più esplicita e di valore la disparità fra i sessi. La rottura relazionale è stata necessaria per iniziare un percorso di autonomia dal giudizio dell’uomo, per far nascere libertà femminile nelle relazioni tra donne.
A partire da questa mossa si sono create le condizioni per un possibile rapporto contrattuale e libero con l’altro. Proprio per questo oggi non possiamo più dire che la contraccezione o il sesso vaginale – come si diceva negli anni ’70 – sono qualcosa che non ci tocca, che riguardasolo gli uomini. O ancora, non possiamo ritenere gli uomini i soli responsabili del “problema aborto” in quanto portatori di una sessualità che riproduce il dominio sessista. Il concepimento più che mai chiama in causa la responsabilità di entrambi. Oggi è necessario scambiarecon gli uomini quella parolalibera che abbiamo conquistato, per non limitarci a difendere diritti e proporre invece come posta in gioco un cambiamento nel sentire comune e la creazione di una nuova cultura, di una nuova civiltà.
Noi vorremmo lottare per una civiltà in cui la donna non sia colpevolizzata per le sue scelte e l’uomo accetti profondamente – e non solo intellettualmente – lo squilibrio in gioco quando c’è in ballo il suo desiderio di paternità, quando si appella al principio morale legato alla vita che deve nascere.

Piero Sansonetti

Oggi con Liberazione viene venduto un libro, che hanno curato Carla Cotti e Angela Azzaro, intitolato “Nel cuore della politica”. Raccoglie i pensieri, le idee, gli scritti di un gruppo di donne e di alcuni uomini che nell’ultimo anno, più o meno, si sono misurati con quella questione complicatissima, aggrovigliata e molto grande che noi chiamiamo “questione di genere”. Cosa è? L’insieme mai risolto dei problemi che riguardano la relazione, la convivenza e la lotta tra le due parti nelle quali è divisa l’umanità: l’uomo e la donna. L’anno che è passato è stato un brutto anno per tanti motivi. Il principale, forse, è la sconfitta pesantissima subita da tutti noi nel referendum sulla fecondazione assistita. E’ stato l’anno del ritorno in politica – forte e arrogante – del Vaticano nella sua versione integralista e nella sua pretesa ecumenica e totalizzante (totalitaria). Ma è stato anche un anno importante, di risveglio: il femminismo è tornato a parlare, a combattere, è sceso in piazza – specie negli ultimi mesi – mostrando una forza e una capacità di pesare che non si vedeva più da molti anni. Ha detto Lea Melandri: è uscito dal silenzio.
Il libro che vi proponiamo di acquistare si chiama “Nel cuore della politica”. Abbiamo scelto questo titolo perché il femminismo ci ha convinti che quando si parla della questione di genere non si parla di uno dei tanti problemi della politica, ma del suo centro, della sua essenza, del cuore: appunto, il cuore in quanto motore della vita e sede dei sentimenti, delle energie, della gioia.

La sfida che il femminismo ci ha lanciato, che ha lanciato soprattutto alla sinistra – sconfitta nel referendum e ora candidata a guidare il governo del paese – è esattamente questa: capire che la lotta tra i generi – la difesa delle loro differenze, della pari dignità, della complessità delle loro relazioni – non è un problema fondamentale della politica ma è il problema dei problemi. E’ il punto di partenza. Perché? Provo a rispondere per quello che ho capito. Perché oggi non è possibile una critica seria della società e dello Stato, e un progetto di contenimento delle sopraffazioni – delle disuguaglianze di diritti, dei domini, delle prepotenze – se non si parte dalla prepotenza principale che da millenni – prima ancora del delinearsi della società capitalista e del liberismo contemporaneo – ha condizionato e modellato tutte le forme della convivenza. Questa prepotenza, con una parola abbastanza semplice e antica, si chiama “patriarcato”, cioè potere maschile, modello maschile, cultura del maschio. E’ un modello fondato sulla gerarchia, sul dominio e sulla burocratizzazione dei meccanismi di formazione e di esercizio del potere. Ed è un modello che ha trovato la sua espressione più moderna nel capitalismo, nel pensiero liberista, e oggi nella globalizzazione violenta e “Occidento-centrica” alla quale assistiamo.

E’ ragionevole pensare a una riforma di questa società, e degli Stati, senza una critica serrata del “potere”, del modo come si forma, come si distribuisce, come si esercita? Non è ragionevole. E’ impossibile pensare a nuovi orizzonti per la libertà e per l’uguaglianza – e tanto più per la fraternità o per la sorellanza – se non si passa attraverso una fase di critica totale del potere e attraverso un suo ridimensionamento.

Bene, le femministe ci dicono che questo modello del potere, che noi vogliamo combattere, è interamente costruito sulla logica guerresca, competitiva, efficientista e gerarchizzante che sta alle fondamenta del patriarcato.

Sarà ora che noi maschi di sinistra ci convinciamo a fare i conti con questi punti di vista. Dobbiamo raccogliere la sfida. Capire che ci riguarda. I maschi di destra non hanno grandi preoccupazioni. Il loro punto di vista è chiaro: nella vita, nella storia, è bene che vinca il più forte, perché a lui tocca la guida e i più deboli potranno godere di una parte, seppur modesta, dei suoi successi. Il più forte vuol dire il ricco, il muscoloso, l’armato, il furbo, colui che ha alleati potenti. Il più forte vuol dire il maschio. A lui il potere, i deboli possono obbedire, essere subalterni, e ricevere qualche regalia; oppure ribellarsi ed essere sconfitti. Il maschio di destra non ha bisogno di misurarsi col femminismo.

Noi invece, se davvero vogliamo contestare la crisi di civiltà alla quale l’occidente capitalista e “poterista” si sta avviando, non possiamo eludere la questione del rapporto (conflitto) uomo-donna. Il femminismo ci dice: non si può smantellare questa società se non si smantella il patriarcato. Difficile dargli torto.

Non useremo questo otto marzo per parlarvi di quote rosa, o del fatto che in Italia solo un quotidiano ogni cento ha una direttora, cioè una donna al comando, non vi parleremo dei governi di tutti maschi, dei consessi di segretari di partito dove le donne non sono ammesse – come nei concistori, nei conclavi – né di tante altre questioni di questo tipo. Ne accenniamo solo per dirvi una cosa: nel momento in cui i gruppi dirigenti – maschili – dei partiti si sono arrogati il diritto (sfruttando il potere loro concesso da una legge elettorale antidemocratica) di nominare un parlamento che per oltre i due terzi è composto da maschi (ma forse anche quattro quinti, forse cinque sesti) non hanno compiuto un gesto che offende la rappresentanza delle donne. Non è questo il problema, non sta in questi termini. Hanno commesso un gesto che offende la civiltà. E noi dobbiamo decidere se accettare o no la sfida che ci viene dalle donne: smantellare il patriarcato per salvare e ricostruire la civiltà.

Chiara Zamboni

Il progetto di riforma di Letizia Moratti sullo stato giuridico dei docenti universitari è un tassello di un più grande mosaico che coinvolge, oltre all’università, la scuola e il senso stesso di fare e trasmettere cultura e sapere. Val la pena fermarsi un poco su questa riforma e sull’università, che è oggi un laboratorio in cui avvengono slittamenti di senso, esperimenti di trasformazione del simbolico. Vediamo: nel nuovo stato giuridico c’è la proposta di rendere precarie le figure dei docenti. L’idea è di impegnarli con contratti a termine senza assumerli. E così saranno poi più ricattabili da parte delle istituzioni accademiche. Diminuire di circa un terzo i docenti assunti in modo stabile, con l’eliminazione del ruolo dei ricercatori, obbliga quelli restanti a dover coprire moduli vari e molteplici, di frequente lontani dalle linee di ricerca in cui sono impegnati, con un aumento delle ore di insegnamento, a quel punto ormai separate dallo studio. A ciò si aggiunga la tendenza a mettere sullo stesso piano gli insegnamenti forniti dall’ateneo con quelli che possono venire dal mondo del lavoro. Tutto ciò suggerisce l’intenzione dei riformatori di eliminare il tempo necessario perché insegnando si crei un rapporto di fiducia con gli studenti, di slegare questo legame: sarà lo studente a portare con sé come singolo, la certificazione delle «offerte formative» seguite, pezzettini di sapere presi qui e là a seconda del «luccicare» maggiore sul mercato dei progetti, dei master, dei corsi di specializzazione. Mentre chi ha un po’ di esperienza di insegnamento sa che, solo se si è venuta a creare fiducia reciproca, allora un discorso risulta formativo e non semplicemente informativo e le domande delle studentesse e degli studenti possono cambiare l’andamento di un corso.

 

Ci sono dei segni che già si leggono nei discorsi, nei volti, nell’espressione irrigidita di molti insegnanti dell’università, ma ancor di più della scuola, dove questi processi sono avviati da un bel po’. È la rigidità della rassegnazione e della fretta, del non aver più tempo a causa della moltiplicazione dei progetti, dei moduli da tenere, ognuno isolato: murato vivo nel fare e dalla presa d’atto che quel che ha imparato dall’esperienza propria e degli altri non conta nulla agli occhi dei riformatori, i quali, presi da un impeto di costruzione dal nulla, hanno cancellato percorsi sperimentati, scoperte, saperi.

 

Appare come una delle conseguenze – anche se ovviamente non lo è – che la frammentazione delle «offerte» di didattica e di ricerca porti di necessità a un governo di pochi, che abbiano – almeno loro, si dice – il quadro generale di questo mare infinito e sappiano perciò orientarlo. Così i consigli di facoltà nelle università come i consigli di istituto nelle scuole sono sempre più luoghi dove si dà un assenso formale a decisioni prese altrove dai pochi docenti che si prendono l’incarico di aiutare i presidi per «governare» l’università, la scuola. In questo modo le gerarchie di potere sono l’altra faccia della frammentazione. Avverto in chi conosco angoscia, sofferenza e insofferenza per questo che viene sentito sempre più come un piano inclinato inevitabile.

 

Il desiderio di qualità, che guida comunque, oggi come un tempo, chi fa ricerca e didattica, è stato in questi ultimi anni oggettivato e stravolto nell’«eccellenza», che contrappone un ateneo all’altro. La qualità è diventata sinonimo di competitività per offrire al meglio saperi e formazione. Per il ministero «qualità» significa il calcolo quantitativo della produzione di testi, convegni, iniziative. Una parola che ha finito per significare qualcosa di diverso dal desiderio soggettivo di qualità che accomuna persone molto diverse. Le parole, si sa, hanno una presa simbolica e un peso politico che varia nel tempo. È avvenuto che questa parola, così orientante fino a quando ha tenuto, in una tensione dialettica, soggettività e modificazione del reale, abbia perso efficacia politica.

 

Ora a me sembra che queste trasformazioni in corso creino più malessere alle donne che agli uomini. In genere la forza dell’insegnare è affidata a quel che di vero e coinvolto si riesce a dirsi tra insegnanti e studenti e come ci si confronta con gli altri docenti. Così la ricerca ha sia momenti di lavoro solitario sia intensi momenti di discussione con gli altri. La maggior parte delle donne che conosco hanno più inclinazione a questo che alla gestione della frammentazione, al governo generale della realtà, che prescinde dai legami creativi con gli altri. Al massimo si pongono alla guida di dipartimenti, perché sembra loro di tessere meglio le relazioni esistenti. E dunque mi sembra che soffrano maggiormente quel che sta avvenendo, meno interessate a ritagliare spazi settoriali, a distinguere campi per poi riunirli, a posteriori, nel «governo» della realtà. Alcuni uomini si pongono nella lotta virile di combattere per il potere, per poter gestire poi in un modo o nell’altro l’università, altri si ritirano in una posizione di resistenza. Al limite, di estraneità.

 

Che fare? Due strade. La prima: esercitare il benefico lavoro della critica, per mostrare come il simbolico dominante si stia trasformando oggi nelle parole adoperate come anche nelle pratiche progettate. In questa chiave ho indicato il legame complementare che esiste tra il rendere sempre più gerarchica la gestione della università e la frammentazione delle offerte di ricerca e didattica. Simbolo del resto di una tendenza che va molto oltre la scuola e l’università.

 

La seconda: incominciare ad interrogarci politicamente su quali bisogni abbiamo nel fare ricerca e nell’insegnare. Intendo proprio bisogni primari, che avvertiamo come assolutamente necessari per rimettere in movimento percorsi vitali. Ad esempio il bisogno di tempo per pensare, non riempito dal fare, per capire con gli altri il senso personale e politico di quel che stiamo facendo. Anche: il bisogno di far circolare affettività, desiderio e passione nel lavoro. Ancora: il bisogno di ragionare sulla differenza di desideri tra insegnanti e studenti. Il bisogno di essere aiutati dall’istituzione.

 

Parlo non a caso di bisogni. Le ultime riforme della scuola, dell’università (e non solo) hanno disgregato simbolicamente una forma di vita. Molti docenti non se ne sono ancora completamente resi conto e vivono brandelli di una vita parallela segnata da un tempo ormai scomparso. Non mi aspetto certo da altre riforme il tessere una nuova forma di vita, dato che è qualcosa di fragile che ha a che fare con l’esistenza prima ancora che con le leggi, che possono solo venire dopo. Dopo che il tessuto si è ricreato. Sentire di che cosa abbiamo bisogno, metterlo in parola, significa toccare ciò che sta tra corpo e pensiero, tra esistenza e legami simbolici con gli altri. Ritornare alle radici del fare cultura, tra materialità corporea e gioco simbolico.

Vandana Shiva

Una lezione fondamentale che il mondo deve trarre dallo tsunami del 26 dicembre è che dobbiamo prepararci ad altri disastri ambientali in arrivo, ivi compresa un’anticipazione degli effetti del cambiamento climatico. Quando le acque, sollevatesi, hanno sommerso le Maldive, ho sentito che la natura ci stava dicendo: ecco come si presenterà l’innalzamento del livello del mare, ecco come intere società saranno private del loro spazio ecologico per vivere in pace sul pianeta. Mentre l’amministrazione Usa e gli scettici dell’ambiente come Bjorn Lomberg continuano a sostenere che il ricco Nord non può permettersi di intervenire per ridurre le emissioni di Co2 e impegnarsi a ridurre gli effetti del cambiamento climatico, lo tsunami ci dimostra quanto potranno essere alti i costi se si andrà avanti con il business as usual. Lo tsunami dovrebbe risvegliare Lomberg dal torpore dell’autoprodotto “Copenhagen Consensus”, secondo cui gli effetti del cambiamento climatico non saranno così gravi da richiedere un cambiamento della politica economica e dei paradigmi economici. Lomberg dovrebbe chiedere agli abitanti delle Maldive se accettano l’inevitabilità di un innalzamento irreversibile del livello del mare indotto dal cambiamento climatico, dovuto al combustibile fossile.

 

Oltre a mobilitarci in massa per soccorrere le vittime dello tsunami, dobbiamo agire immediatamente per rendere giustizia in futuro alle future vittime del cambiamento climatico. Come un leader della Alliance of Small Island States ha detto durante i negoziati sul trattato Onu sui cambiamenti climatici: “L’istinto umano più forte non è l’avidità. È la sopravvivenza, e noi non permetteremo a qualcuno di barattare la nostra terra, la nostra gente, e la nostra cultura per interessi economici a breve termine”. Alla luce dello tsunami, il lavoro incompleto della giustizia del clima deve essere accelerato. I paesi dell’Oceano Indiano subiranno le conseguenze dei dislocamenti dovuti all’inondazione delle coste per l’innalzamento del livello del mare. Lo tsunami ci dice di prepararci per avere un futuro basato sulla giustizia della terra, non sul calcolo ristretto ed egoistico del mercato.

 

Il prossimo disastro non sarà necessariamente uno tsunami. Esso potrebbe consistere, ad esempio, in un’inondazione causata da un terremoto originato da una diga sul Gange, la diga di Tehri, che è in costruzione su una faglia sismica. Dalla diga, l’acqua viaggerà per centinaia di miglia fino a Delhi per essere privatizzata dalla Suez, il più grande rivenditore d’acqua al mondo. La diga, alta 260,5 metri, raccoglierà 3,22 milioni di metri cubi d’acqua, che si estenderanno fino a 45 chilometri nella valle del Bhagirathi e fino a 25 chilometri in quella del Bhilangana. Se la diga facesse da detonatore a un terremoto, in meno di un’ora e mezza un muro d’acqua alto 260 metri – venti volte più alto dello tsunami – spazzerebbe via le città sacre di Rishikesh e Haridwar; in otto ore, un muro d’acqua alto dieci metri si abbatterebbe su Meerut, 214 chilometri a valle; e in dodici ore, un’onda alta 8,56 metri colpirebbe Bulanshahar, a 286 chilometri di distanza.

 

Le lezioni dello tsunami sulla necessità di prepararci ai disastri devono riguardare tutti i disastri che possono verificarsi in conseguenza di modelli di sviluppo che ignorano i costi ecologici e la vulnerabilità, a favore della crescita a breve termine. Essere veramente preparati ai disastri significa ridurre la vulnerabilità ambientale e aumentare la resistenza ecologica, invece che aumentare la vulnerabilità ambientale e i rischi esternalizzando i costi ambientali dal calcolo della crescita economica. Il bene pubblico e la responsabilità sociale dei governi non possono essere sacrificati per il profitto privato e l’avidità delle corporations. Cibo, acqua e medicine sono i bisogni più urgenti dei sopravvissuti allo tsunami. Mentre i sistemi pubblici devono mobilitarsi per distribuire questi beni essenziali, la globalizzazione delle corporations sta facendo una corsa in avanti con le corporatizzazioni e le privatizzazioni. Mentre l’India e altri paesi necessitano di farmaci generici a basso costo per affrontare l’emergenza di sanità pubblica che lo tsunami ha lasciato dietro di sé, il governo ha emesso un decreto sui brevetti che impedirà la produzione di medicine a basso costo dal 1° gennaio 2005.

 

Ironicamente, lo tsunami ha fatto emergere l’incongruità tra il mondo della globalizzazione delle corporations e il pianeta delle persone. Il decreto indiano sui brevetti è stato approvato lo stesso giorno in cui il disastro colpiva le nostre coste, dimostrando che la globalizzazione delle corporations è guidata da forze incapaci di dare una risposta a ciò che accade alle persone e alle loro vite. Lo tsunami è un campanello d’allarme per l’umanità: non possiamo continuare a dormire a occhi aperti, nella folle corsa alla privatizzazione dei beni pubblici. Se tutto il cibo e tutta l’acqua saranno ridotti a merci controllate e soggette al libero mercato dalle corporations globali a fini di profitto, come farà la società a nutrire gli affamati, come farà a dare l’acqua agli assetati?

 

La vulnerabilità di milioni di persone richiede che robusti sistemi pubblici forniscano cibo e acqua, assistenza sanitaria e medicine. Le esigenze di beni e servizi pubblici per l’assistenza e la riabilitazione ci portano in una direzione completamente diversa dalle pretese di privatizzazione del Wto e della Banca mondiale. Lo tsunami ci ricorda che non siamo meri consumatori in un mercato che tende al profitto. Siamo esseri fragili e interconnessi, e abitiamo un pianeta fragile. Questo è un richiamo alla responsabilità e al dovere nei confronti della terra e di tutte le persone. Lo tsunami ci ricorda che sulla terra siamo tutti interconnessi. La compassione, e non il denaro, è la valuta del nostro essere uniti. Soprattutto, esso ci richiama all’umiltà, ci ricorda che davanti alla furia della natura siamo impotenti.

 

Lo tsunami ci invita ad abbandonare l’arroganza e a riconoscere la nostra fragilità. Con lo tsunami, non solo le onde del mare sono entrate in collisione con la costa. Sono entrate in collisione due visioni del mondo: quella del libero mercato e della globalizzazione delle corporations, impotente e inutile per affrontare i disastri ambientali a cui ha contribuito; e quella di una democrazia della terra in cui le persone di mondi diversi si incontrano a formare una sola umanità, per ricostruire la propria vita e prepararsi per un futuro incerto vivendo nella piena consapevolezza delle nostre vulnerabilità. Mentre facciamo tutto il possibile per aiutare le vittime del disastro, il più importante contributo a lungo termine che possiamo offrire è ridurre l’impronta ecologica sul nostro fragile pianeta e ridurre le nostre vulnerabilità ecologiche. La resilienza ecologica, e non la crescita ecologica, saranno la vera misura della capacità umana di sopravvivenza in questi tempi incerti.

Stupri contro l’insopportabile libertà delle donne

Marisa Guarneri*
Sarebbe facile dire dopo giorni di bombardamento mediatico, che il problema sono gli stupri di stranieri contro donne italiane e quindi lo “scontro di civiltà” esiste ed è prepotentemente entrato nelle nostre case.
Qualcuno lo ha chiamato “stupro etnico”. Utilizzando una formula ed una simbolizzazione utilizzata ai tempi della guerra nella ex Jugoslavia, ma che è continuata nel Kossovo ed altrove. Una provocazione di bassissimo livello che ha però indotto femministe di vario orientamento a rispondere.

Le questioni sono molte, alcune oggettive altre soggettive, la violenza sessuale da estranei a Milano è il 12% della violenza familiare (Dati Ssv-Mangiagalli), pochissimi casi di violenza sessuale da estranei appena commessi sono arrivati alla Casa delle donne maltrattate di Milano, che si occupa prevalentemente di violenza domestica e abuso intrafamiliare (473 casi nel 2005).

Moltissimi casi di violenza sessuale da mariti ed ex mariti, conviventi, ex fidanzati, persone di famiglia invece sono arrivati al centralino di emergenza di Cadm. Tormenti, persecuzioni, molestie telefoniche continue, intimidazioni, minacce personali e sui figli, anche questi frequentissimi, ma gli esperti lo chiamano “stalking” e non c’è ancora legge che lo preveda come reato. Questo produce molte denunce, ma nessun vero intervento preventivo. Le forze dell’ordine alzano le braccia con un moto di impotenza, a meno che non scorra il sangue.

Sono questioni nuove? Non mi pare: ogni 25 novembre si pubblicano i dati Onu, della Commissione europea, dei Centri antiviolenza sui maltrattamenti in famiglia e la violenza contro le donne in tutti i paesi del mondo, con percentuali altissime in tutto il mondo occidentale.

Qualche intervista arriva nei Tg nazionali, più spesso in quelli regionali, sulle riviste femminili e se ne discute negli ambienti specializzati dei servizi sociali, della psicologia applicata, fra avvocate/i e magistrate/i, nel privato sociale.

Molte giovani giornaliste mi chiedono all’inizio di ogni intervista: ma davvero c’è tanta violenza nelle famiglie, con gli occhi spaventati e commossi delle giovani donne emancipate che hanno ereditato semi di libertà femminile. Ed io stancamente mi domando, ma ancora oggi ci meravigliamo?

Ebbene sì e qui entrano le questioni soggettive. La violenza contro le donne e sulle donne è difficile da digerire per gli uomini e per le donne. Perché mette l’accento su una contraddizione inconciliabile, quella fra gli uomini e le donne, mette in luce una “arretratezza” della relazione di coppia e per di più in contemporanea e contestualmente ad un dibattito sulle forme di famiglia e di relazioni fra le persone (vedi pacs) che sembrerebbe molto avanzata.

Occupandomi di queste questioni dal 1986 ho visto molte emergenze (stupri, violenze in casa, abusi sui minori, pedofilia, ecc.) ed ogni volta si cerca “il perché” ed il colpevole, con differenti accenti se le vittime sono “brave ragazze e brave madri di famiglia italiane”, oppure allegre divorziate, separate, con relazioni in corso poco chiare, ed ancora diversamente se sono donne straniere, peggio se non “regolarizzate”.

Le parole a volte sono pietre, sempre producono effetti sul piano simbolico.

Credo che la questione stupratori stranieri risponda perfettamente alla necessità del genere maschile di vedere come “diverso da sé” il male che ci può essere nella sessualità maschile.

Se lo stupratore, il violento è malato, pazzo o solo borderline si tira un sospiro di sollievo. Né fa fede lo stesso dibattito su Liberazione sul perché gli uomini uccidono le donne.

Ma le strategie di resistenza del patriarcato sono ben mirate, oggi si attacca il terzomondismo e non si confrontano mai le percentuali con i dati dei censimenti. E’ ovvio che più stranieri abitano in una città e più le percentuali della violenza contro le donne da parte di uomini stranieri su donne straniere aumenteranno, per un dato se non altro statistico.

Perché la violenza contro le donne non solo è trasversale ai ceti sociali, ai livelli culturali, alle professioni, ma anche alle fedi religiose, alle culture, ecc.

Va anche detto che molti uomini italiani maltrattano straniere e le ricattano con le questioni dei permessi di soggiorno, e molti uomini stranieri opprimono e maltrattano donne italiane innamorate che pensavano che l’amore modificasse la cultura.

Ma fino ad oggi non ho sentito ancora dire che gli stupratori sono tutti uguali e che le motivazioni per cui stuprano non potranno mai giustificare i loro atti di violenza finalizzati non alla soddisfazione sessuale ma all’annientamento della vittima, alla sua totale umiliazione e dolore.

Quello che mi interessa dire è che la libertà oggettivamente maggiore delle donne è provocazione forte per tutti gli uomini, addirittura insopportabile se la vittima si sottrae al maltrattamento e si allontana con i figli, del tutto insopportabile se cammina di sera liberamente e liberamente esprime la sua femminilità. Da almeno dieci anni si dice e si scrive che la violenza non è solo questione che riguarda le donne o che deve essere risolta dalle donne e su questo non credo che si debba più discutere fra noi donne. Ma manca un pezzo e la mancanza è l’impegno diffuso delle donne contro la complicità sociale che circonda la violenza familiare ed in generale contro le donne e i bambini, un impegno di riflessione teorica e politica. Proposte e strumenti che non solo prevengano, ma rendano protagoniste le donne che la violenza l’hanno incontrata.

Ci sono esperienza all’estero rivolte alle forze dell’ordine che strumenti di prevenzione li hanno sperimentati e noi tenteremo di farlo anche direttamente con le donne che ci chiedono aiuto. Spiegando quando e come certi comportamenti dei partner violenti debbano portare alla prudenza e che la violenza è sempre in crescendo, che l’unica soluzione è interromperla per evitare che degeneri, parleremo ed approfondiremo i meccanismi che portano alla sottovalutazione o alla rimozione dei segnali di allarme che comunque confusamente arrivano alle donne coinvolte. E lo faremo anche quando sarà passata la paura e le città si ripopoleranno ed il problema tornerà un problema di nicchia, appannaggio di quelle brave signoree dei centri antiviolenza, tanto appassionate e poco riconosciute e delle “forzate” dei servizi sociali. Non è così. Nel momento storico e politico che viviamo, in cui si apre la possibilità di relazione con gli uomini e di una politica vera anche con loro, la parte in ombra va guardata sia da parte di chi teme di vederla in sé, che da parte di chi si sente razzista o poco democratica/o a chiamare con il loro nome i violenti e gli stupratori a qualsiasi razza appartengano.

Questa libertà è in noi, così come la consapevolezza che questa è una grande battaglia, che va portata avanti con coraggio e chiarezza per non essere risucchiati dalle trappole e dalle strumentalizzazioni.

Noi apriremo le nostra sede ogni giovedì a partire dal 14 di settembre. Siete tutte invitate… parliamone.

*presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano


Maria Luisa Boccia

I segnali di una grande e diffusa insofferenza femminile rispetto all’ennesima offensiva sull’aborto sono molti; da quelli direttamente politici, le tante e affollate riunioni nel paese alle reazioni personali. La manifestazione del 14 gennaio a Milano, riunendo corpi e voci plurali, sarà una messa in scena teatrale di questa insofferenza, come l’ha definita Rosetta Stella alla Casa internazionale delle donne di Roma.
Prima e dopo c’è la politica, la tessitura di un discorso e di un percorso tra donne differenti, per esperienze, per pratiche, per saperi, ma che concordano sull’essenziale: contrastare la pretesa di controllare il corpo femminile, dettando norme, etiche e giuridiche, in nome di principi e valori assoluti. In realtà gli antiabortisti sono i primi a sapere che non vi è modo di sottrarre la decisione alla donna, nell’esperienza prima che nella legge. Il loro intento è quello di stravolgerne il significato: negando autorità politica alla parola femminile, svilendo la responsabilità della singola donna, rendendo più onerosa e condizionata la sua scelta.
E’ evidente che il conflitto più aspro è quello sull’autorità politica della parola femminile. Perché tra gli anni ’70 e l’oggi non c’è stato affatto silenzio. Al contrario. Se all’invito “usciamo dal silenzio ” abbiamo risposto in molte, riempiendo da un giorno all’altro spontaneamente le sale, è perché in questi anni, abbiamo continuato a fare politica tra donne, giovani e meno giovani, femministe e non, mettendo in parola l’esperienza femminile, cambiando noi stesse e i rapporti privati e pubblici. Il problema, allora, non è il nostro silenzio, ma quello altrui su questa politica. Silenzio di uomini su come e cosa è cambiato anche per loro; silenzio delle istituzioni, dei media, della cultura su questi cambiamenti, e su come debbano, quindi, mutare i temi, le priorità e i modi della politica, per non scollarsi dalla realtà.
E’ un silenzio non innocente, poiché rovescia su noi donne la crisi di autorità maschile, inevitabile conseguenza della nostra sempre più forte e diffusa autonomia. Per romperlo non serve visibilità, come spesso sento dire nelle nostre riunioni. La rappresentazione pubblica della nostra insofferenza, per me benvenuta, potrà soltanto interromperlo. Molto di più ci servirà, come ha scritto Lea Melandri su Liberazione (18 dicembre), consolidare i rapporti politici “tra le realtà diverse in cui le donne si trovano a vivere”, per “operare da qui in avanti insieme e separate”. Abbiamo iniziato a farlo in occasione dei referendum sulla legge 40 e le molte iniziative di questo periodo sono anche effetto di quel lavoro.
Molte di noi avevano facilmente previsto che la sconfitta nel referendum avrebbe portato ad una nuova, più arrogante, offensiva sull’aborto. In quell’occasione abbiamo preso parola contro una legge proibizionista.
Ma ci siamo anche opposte all’appello a valori astratti: da un lato la libertà della ricerca scientifica ed il progresso dello sviluppo tecnologico, dall’altro la sacralità del concepito e del legame biologico a fondamento della famiglia. Sono convinta che questa contrapposizione era distante dalle domande di donne ed uomini, e dunque abbia favorito l’astensione dal voto. Per contrastare il proibizionismo della legge 40 c’era e c’è bisogno di un discorso critico sulle tecnologie. Infatti il paradosso di questa legge è che assume in pieno, legittimandolo, il nocciolo essenziale del discorso scientifico-tecnologico, quello del riduzionismo biologico. E’ in nome di una verità biologica, scientificamente accertata, che vengono affermati i diritti del concepito: alla vita, all’identità genetica, ai genitori biologici. Ed è su questo che si è avuta la convergenza sulla tutela della Vita fin dal suo inizio; la stessa Chiesa cattolica ha adottato argomenti scientifici più che teologici, nei quali potessero riconoscersi laici e cattolici, di destra o di sinistra, con l’intento di allargare lo schieramento politico proibizionista.
In realtà il dibattito sulla Vita ed i diritti del concepito non è affatto nuovo, si ripropone identico da quando si è posta la questione dell’aborto. Il fatto nuovo è che il concepimento avviene fuori dal corpo femminile. Poiché l’embrione in provetta appare del tutto autonomo dalla donna, su questa apparente autonomia si fa leva per dare un fondamento oggettivo alla tesi che vi è persona etica e giuridica fin dal concepimento. Con la conseguenza inevitabile di negare la libertà e responsabilità femminile, nell’aborto come nella fecondazione assistita. Poiché è suo il corpo, suo il desiderio, non può che essere lei a decidere se accettare o no un concepimento come inizio, non solo biologico, di un essere umano. Questo è il nocciolo, etico e politico che lega la riflessione femminista degli anni ’70 sull’aborto a quella più recente sulle tecnologie riproduttive.
Se la legge sulla fecondazione assistita configura un vero e proprio dovere di maternità, sottoponendo la donna ad interventi invasivi e obbligati, per fare di ogni concepimento una nascita, riguardo all’aborto, caduto il divieto penale, si afferma da più parti che il vero scopo della legge 194, fino ad oggi disatteso, è dare valore alla maternità. Chi sostiene questa posizione nega che possa trattarsi di una scelta consapevole. Una donna abortisce, perché è costretta da cause esterne alla sua volontà, o perché quest’ultima è deviata dalla sua naturale, autentica, disposizione. E abortire è comunque una ” colpa ” da stigmatizzare: ieri giuridica, oggi etica.
L’etica della Vita dai cieli della metafisica dei valori assoluti precipita così in picchiata nella retorica sul dramma sociale di donne che vorrebbero ma non possono essere madri. Prevenire è insomma la parola magica che autorizza a sottoporre la donna al controllo sociale e dello Stato, con l’evidente conseguenza di ridurre l’ambito nel quale legalità dell’aborto significa autonomia della scelta, e di allargare il ricorso alla clandestinità.
L’impegno a non lasciare “sole” le donne, dissuadendole con attiva ingerenza, può essere perseguito con ogni mezzo: dall’incentivo economico, all’adozione prenatale, alla pressione psicologica e riprovazione morale, aprendo i consultori pubblici all’attività dei diversi, solleciti, portatori di “aiuto” alla donna.
Se è certo che la vera posta in gioco è quella delle tecnologie, del loro ruolo nel governo e nel controllo dei corpi sessuati, femminili e maschili, dettare legge sull’aborto è, in questa prospettiva, un nodo cruciale. Ed è altresì certo che per noi donne non è in gioco soltanto la possibilità di scegliere se e come abortire. Non si tratta, allora, di difendere una legge e neppure un principio, quello dell’autodeterminazione, per garantire la possibilità di scegliere se e come abortire. Contro la pretesa di controllare i nostri corpi, e contro la riduzione della differenza femminile a funzione materna dovremo far valere l’autorità del nostro punto di vista, non solo su procreazione e sessualità, ma sulla politica.

Giuliana Sgrena

È l’utopia il filo che percorre tutto il libro di Nella Ginatempo, come si può intuire dal titolo della pubblicazione: Un mondo di pace è possibile. Una “utopia concreta” la definisce Ginatempo quando individua nella scelta della non violenza il primo passo per disarmare la violenza, la violenza dell’impero. Il libro è una raccolta di riflessioni critiche lungo il filo rosso della “guerra globale”: dalla prima alla seconda guerra del Golfo passando per i Balcani e l’Afghanistan (1991-2004). L’autrice insiste sul passaggio dalla guerra fredda a quella globale: “intesa come scenario mondiale in cui sono potenzialmente coinvolti tutti i continenti, compresa l’Europa e anche l’Onu che aveva giuridicamente bandito la guerra” (e anche l’ Italia lo ha fatto nella Costituzione). Ginatempo analizza le fasi dalla caduta del muro nel 1989, alla fine del bipolarismo e all’affermarsi dell’unilateralismo della superpotenza americana che ha fatto della guerra lo “strumento di dominio”. Alla quale si contrappone il movimento contro la guerra: “no alla guerra senza se e senza ma”, quindi a tutte le guerre. “È nato qualcosa di nuovo. È difficile riconoscerlo per chi ne sta fuori. Ma è facile riconoscerlo per chi lo sognava da più di vent’anni …. Ma io sento che si realizza un sogno: lo sviluppo tumultuoso di un soggetto rivoluzionario mondiale“, scriveva Ginatempo nel novembre del 2002 al Forum sociale di Firenze.

 

 

Di Stefano Ciccone e Catia Papa

Negli ultimi decenni il pensiero politico occidentale, i differenti saperi costruiti intorno alle relazioni umane ed anche le nostre concrete vite di donne e di uomini hanno dovuto misurarsi con un cambiamento radicale nella rappresentazione della realtà: con la scoperta cioè che il mondo è abitato da individui la cui identità sessuale non è né un dato accessorio né la declinazione di un neutro da ordinare gerarchicamente.
Dagli anni Settanta, infatti, dalla comparsa di una nuova soggettività femminile che non accetta più di essere raffigurata da una parola maschile che la definisca in termini di complementarietà o minorità, è finalmente divenuta visibile la presenza di due differenze, di due irriducibili forme dell’esperienza umana che, seppure continuamente ridisegnate storicamente e socialmente, al tempo stesso affondano nella ineludibile materialità dei corpi. Oggi è dunque diventato impossibile pensare un’idea della politica, della scienza, delle relazioni sociali, delle rappresentazioni del corpo che non faccia i conti con il pensiero politico delle donne e con ciò che questo rappresenta come critica a un sapere presunto neutro ordinatore dei corpi e delle parole.
Si tratta di un mutamento che troppo spesso viene letto come fonte di una “crisi” di identità del maschile incalzato da un femminile che lo insegue sul terreno della gestione del potere o dell’accesso alle opportunità di cittadinanza; mentre invece dovrebbe essere visto come una grande occasione fornita a donne e uomini per scoprire una diversa esperienza di sé e delle relazioni possibili con l’altro sesso e all’interno del proprio sesso. Ma per essere davvero un’occasione per ripensarsi, questo mutamento richiede di trovare nuove parole per raccontarsi reciprocamente, per rendere visibile un vissuto differente e pensabile una conoscenza e comunicazione non più fondate su una presunta specularità, bensì sull’ascolto dell’altro/a nella sua condizione di alterità mai comprensibile fino in fondo.
A dispetto di quanto ancora accade nei luoghi “misti” della politica o dell’accademia, in larga parte impermeabili alla riflessione sul carattere sessuato delle soggettività e quindi dei poteri e dei saperi, occasioni di confronto tra donne e uomini sono nate più volte negli anni scorsi. Molto spesso cercate e rese possibili dalle donne nel tentativo di riempire un vuoto nella riflessione e nell’iniziativa su nodi che chiamavano direttamente in causa i comportamenti maschili (come lo stupro, la prostituzione, o la condivisione del lavoro di cura), altre volte frutto di relazioni politiche cresciute senza un riconoscimento e una visibilità nei movimenti, nei partiti o nei luoghi della formazione. Si è trattato di incontri episodici, segnati da una disparità dovuta alla differente dimensione dell’esperienza politica delle donne rispetto alla fragile e quasi sotterranea riflessione avviatasi tra gli uomini sulla propria condizione sessuata. Eppure il desiderio di costruire un confronto politico tra donne e uomini, consapevoli della propria parzialità e disposti a metterla in gioco nella relazione, ha continuato ad inseguire in modo sotterraneo la ricerca di molte e di molti. Ed è infine emersa la necessità di dargli uno “spazio”, di costruirlo insieme, donne e uomini, riconoscendo un valore fondativo a questa scelta; uno spazio comune: né occasionale né fortuito, né istituzionale o già segnato, come più volte in passato, dall’essere frutto della storia e della pratica delle donne.

È nata così, questa estate, l’idea di un incontro di tre giorni fra donne e uomini alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Nella lettera d’invito, girata perlopiù in rete, abbiamo esplicitato proprio questo nostro desiderio di creare un luogo di riflessione comune, nel quale interrogare le proprie appartenenze di genere, le complicità ed estraneità di ognuna e di ognuno nei confronti dei modelli identitari che le caratterizzano, nel quale misurarsi con lo sguardo dell’altro/a, con le continuità e discontinuità nelle relazioni tra i sessi, valorizzando e non misconoscendo i motivi di conflitto, perché giudicati una risorsa e non un ostacolo al dialogo. Un obiettivo ambizioso che, al di là delle nostre stesse aspettative, ha trovato una favorevole e diffusa accoglienza. Per la prima volta – e fuor di retorica – donne e uomini molto differenti tra loro per età, orientamenti sessuali, formazione culturale e politica, quindi con percorsi eterogenei di accostamento al problema delle identità sessuate e al pensiero sedimentato dal movimento femminista, hanno voluto e saputo incontrasi per dare vita a tre giorni di serrato dialogo. La scelta, non casuale, dell’approccio autobiografico, della pratica del racconto e dell’ascolto, vissuti con schiettezza anche quando sono emerse vicendevoli distanze, tensioni conflittuali nel rapporto tra i sessi e tra le generazioni, ha sicuramente aiutato questo dialogo. La dimensione generazionale ha infatti segnato profondamente l’incontro, disarticolando in vario modo linguaggi e complicità, mettendo soprattutto in luce le tante stratificazioni di senso che compongono i nuovi e molteplici universi femminili e maschili. L’eterogeneità, dunque, è riuscita ad essere un elemento di ricchezza, forse anche in virtù dell’eccezionalità dell’esperienza.
Sin dal primo giorno, infatti, facendo il giro delle presentazioni, il carattere “speciale” dell’iniziativa a cui stavamo dando vita ha cominciato ad emergere: mano a mano che ognuna e ognuno di noi prendeva la parola si andavano costruendo, con un po’ di stupore, i confini di uno spazio percepito come radicalmente “altro” da quelli frequentati abitualmente, in un quotidiano spesso vincolato da relazioni “silenziose”, ormai profondamente problematizzate e, nondimeno, ancora frequentemente costrette in tracciati tradizionali, segnate da un vago senso d’impotenza o solitudine. I differenti vissuti portati in dote, la reciproca curiosità, la disponibilità al dialogo anche a fronte di incomprensioni e tensioni conflittuali: sono stati questi alcuni degli elementi che hanno contribuito al riconoscimento della singolarità dell’evento. Una singolarità che potrebbe rappresentare anche un irrisolto, o meglio un’ambiguità di questa esperienza, proprio perché vissuta in un luogo “protetto” e in un tempo “sospeso” rispetto alle urgenze e priorità, alle miserie dei rapporti sociali e dell’agire politico che contraddistinguono la nostra quotidianità. La stessa eccezionalità della situazione potrebbe quindi rappresentare un suo limite, come ben esprimeva la domanda che, sebbene sottintesa, già circolava ad Anghiari: “che “uso” posso farne di tutto questo una volta uscita/o da qui?”.
E tuttavia non è stata la difficoltà di pensare in prospettiva l’esperienza che stavamo vivendo a costituire la fonte di maggior disagio dei tre giorni d’incontro. Il disagio, che crediamo abbia comunque contribuito a suscitare interrogativi e liberare desideri anche in coloro che l’hanno percepito con più forza, è stato piuttosto generato dal confronto con la pluralità dei punti di vista presenti, dall’essere stati chiamati e chiamate in causa su terreni poco praticati e magari non sentiti come propri, e, soprattutto, dalla paura del misconoscimento delle identità in gioco.
Tra le tensioni che hanno attraversato quelle giornate, infatti, senz’altro la più sentita – com’era forse prevedibile – è stata quella dettata dal timore di un possibile trasversale “misconoscimento”, cioè dall’essere ricondotte e ricondotti agli stereotipi di genere o generazionali, mentre, al contrario, il desiderio era di essere guardate e guardati nella propria irriducibile singolarità, di poter valorizzare a pieno l’originalità dei percorsi individuali, della propria storia, della propria ricerca. Il rischio della banalizzazione o del fraintendimento è stato sempre presente.
Sugli uomini ha continuato a pesare il rapporto con la “storia degli oppressori”, sia come aspettativa (più o meno fiduciosa) di poter essere diversi dai modelli maschili incontrati dalle donne presenti, sia come necessità di anteporre al dialogo una preliminare legittimazione della parola maschile o una verifica di “autenticità” del loro mettersi in gioco, sentite in quanto tali nel corso delle tre giornate oppure, com’è stato suggerito da alcune donne, retaggio del confronto con la generazione del cosiddetto “femminismo storico”. Proprio la questione di una “diffidenza” verso la parola maschile ha fatto esplodere il conflitto forse più profondo di quei giorni fra quegli uomini che, ponendola, non intendevano disconoscere la disposizione all’ascolto delle partecipanti all’incontro, quanto piuttosto porre un problema politico-culturale che investe loro stessi nel rapporto col maschile, e quelle donne che, misurando invece la propria esplicita apertura nei confronti del percorso maschile, si sono sentite ugualmente non riconosciute oppure, com’è stato detto, “trasparenti” allo sguardo degli uomini presenti (e da qui una rinnovata “diffidenza”). Quest’ultima questione non ha riguardato però solo il rapporto tra donne e uomini, bensì anche, o soprattutto, quello tra le differenti generazioni di donne, arricchito da un pensiero femminile ormai sedimentato ma, al contempo, non di rado appesantito da quella stessa “eredità”, percepita come qualcosa di fissato che inibisce i nuovi percorsi soggettivi e collettivi di riflessione e produzione critica del sapere. E ancora altre estraneità si sono fatte sentire, da parte di chi, uomini e donne, vuoi per età, per orientamento sessuale, per formazione e vissuti differenti, non si è riconosciuto/a in nessuna di queste problematiche. La presenza di omosessuali, ad esempio, ha permesso di “disarticolare” alcune rigidità del confronto tra generi, di disvelarne gli schematismi, di proporre “ridislocazioni” di conflitti e identità. L’omosessualità maschile, che anche in questa occasione è stata molto più visibile ed espressa di quella femminile, ha finito con il disorientare positivamente anche le donne, che hanno trovato di fronte a sé un universo maschile non riducibile ad unità ed univocità.
Più in generale, le categorie che siamo stati abituati ad usare: di “femministe storiche”, di “nuove generazioni di donne”, di “uomini critici”, di omosessuali ed eterosessuali ecc., sono infine apparse a tutte e tutti degli abiti stretti in cui non era possibile esprimere a pieno la propria realtà e le proprie domande. L’irriducibilità delle singolarità, la molteplicità dei percorsi politici di donne e uomini, le diverse declinazioni della differenza sessuale, non riducibile a due, la conseguente non “rappresentatività del genere” sono emerse, nei tre giorni ad Anghiari, come il principale nodo politico ed esistenziale.
Questo bisogno di riconoscimento si è espresso in varie forme, traducendosi anche nella riproposizione dell’immagine della “persona”, come ricerca di una soggettività liberata dai contenuti prescrittivi dell’identità collettiva, del dover essere – quasi fosse un codice indifferente alla propria unicità – prima di tutto donna oppure uomo. Lungamente si è discusso intorno a questo tema, riuscendo a far affiorare, in un percorso condiviso, il potenziale di liberazione insito nella stessa ammissione della propria soggettività incarnata: prima e irrinunciabile differenza da cui muovere per rivendicare la cittadinanza di ogni differenza: non una gabbia, dunque, ma un piano assolutamente individuale e al contempo pienamente relazionale, perché prodotto dell’intreccio di forze materiali e simboliche, di risorse affettive e costrutti culturali. Di non altro voleva parlare l’iniziativa di Anghiari se non della ricchezza relazionale che proviene dal riconoscimento dell’essere “incarnati” in corpi di donne e di uomini. E però senza incorrere nell’ingenuità di considerare il corpo come il luogo di un’autenticità, di una verità che solo aspetta di poter emergere, magari emarginando la parola, diffidando dell’astrattezza del pensiero formalizzato, come se il corpo non fosse – lo si è detto – un campo di intersezione tra forze differenti, come se non fosse anch’esso un segno diversamente decifrabile.
Il coinvolgimento del corpo attraverso alcuni giochi ha semmai infranto alcune rigidità iniziali, generando anche inconsapevolmente uno scarto nella comunicazione, facendo emergere difficoltà che le parole avevano parzialmente omesso od occultato. Seguendo la modalità di lavoro che avevamo scelto, basata sulla divisione in gruppi che tornavano a confrontarsi in plenarie, abbiamo infatti sperimentato momenti comuni di “gioco” in cui far incontrare i corpi, sperimentare la disponibilità ad affidarsi, lasciandosi cadere tra le braccia dei partecipanti o facendosi condurre ad occhi chiusi oppure, ancora, vivendo l’intensità, e forse il disagio, del prendere le mani ad occhi chiusi di qualcuno/a di cui non si conosceva l’identità e quindi sperimentare questa inattesa intimità. Riflettendo nei gruppi sulle emozioni vissute, è emerso tutto l’imbarazzo di alcune situazioni ma anche un’inedita e ricca esperienza di sé come donne e uomini in carne ed ossa, con i nostri desideri e le nostre resistenze, con il peso della storia che il nostro corpo ci rimanda: i confini tra generi sono affiorati nella loro dimensione meno razionale e così anche, nella relazione privilegiata e più intima dei piccoli gruppi, le tensioni di ognuno e di ognuna nel rapporto col proprio corpo.
La comunicazione nei piccoli gruppi ha rappresentato uno dei momenti più intensi e significativi dell’incontro toscano, costruendo quel patrimonio di fiducia e ascolto reciproco che ha permesso di sviluppare il confronto più ampio e di “sopportare” le molte strettoie e fatiche dei tre giorni; sebbene senza la divisione in due gruppi, di sole donne e soli uomini, l’andamento dell’incontro avrebbe forse risentito di troppi non detti, della non emersione, nella dimensione “mista”, di alcune questioni conflittuali.
In realtà, nella preparazione dell’incontro avevamo sottovalutato la necessità di prevedere occasioni dove sperimentare un rapporto privilegiato tra sole donne e tra soli uomini, per poi coglierne l’utilità nel corso dell’ultima giornata. La stessa possibilità di un incontro tra donne e uomini, di una relazione anche conflittuale ma costruttiva, si è rivelata più facilmente praticabile sulla scorta di una comunicazione all’interno del proprio genere dove misurare con più libertà le proprie ambiguità, le proprie diffidenze, i propri desideri. Al tempo stesso, l’incontrarsi di nuovo in un luogo misto, dopo il confronto in gruppi separati, ha generato significativamente uno dei momenti di più intenso contrasto, le parole sono tornate ad irrigidirsi in formulazioni come “voi uomini – voi donne…”, che sono state percepite come un “tradimento” della comunicazione costruita nei giorni precedenti nei gruppi misti, dove le aspettative e diffidenze avevano potuto misurarsi e rispecchiarsi nell’esperienza asimmetrica delle/degli altre/i.
Anche nelle tre giornate ad Anghiari, insomma, la ricchezza e curiosità del dialogo non ha sottaciuto i conflitti tra donne e uomini, seppure abbiano spesso oscillato tra la loro costrizione nei vincoli del “politicamente corretto”, la loro espressione con una carica di rivalsa che non sempre ha trovato le parole per divenire conflitto politico e, infine, la reciproca diffidenza o delusione per l’impossibilità a capirsi che non trova l’agio per divenire semplicemente ascolto. Rispetto a questo, la presenza dell’omosessualità maschile ha rappresentato, come abbiamo già detto, un’occasione per arricchire il confronto, anche se a volte, la scelta di mettere in gioco la propria omosessualità è sembrata rispondere, non senza ambiguità, al tentativo di “porsi fuori” da un conflitto di genere e da una genealogia maschile, giocando la propria alterità come “vantaggio” che emancipa dalla normatività dei modelli. La possibilità di agire forme del maschile non univoche, ma al tempo stesso tutte appartenenti allo stesso universo, ha comunque ampliato molto la capacità di dialogo del gruppo, facendoci uscire spesso dall’impasse: permettendo agli uomini eterosessuali di lasciare che il conflitto, che non riuscivano ad agire in modo diverso, venisse “detto” da altri uomini che lo rappresentavano attraverso una diversa declinazione, e alle donne di misurarsi con un interlocutore differente che le interrogava e permetteva loro di esprimere una “differenza” non riducibile alla contrapposizione con il maschile dominante.
Il rapporto delle donne con gli uomini omosessuali è apparso tra l’altro più libero dalla dinamica della seduttività, o meglio, ha permesso di esercitarla perché scevra della sua connotazione più immediatamente sessuale o erotica. Ma la tensione seduttiva ha attraversato, seppure in modo sotterraneo, quelle giornate, esprimendo la sua potenzialità in termini di attivazione della curiosità, della comunicazione, di uno sguardo attivo e di un ascolto partecipato. Anche quando è stato percepita come “rischio” di inquinamento della relazione e delle reciproche autonomie. Ciò che conta, è che nel vivere questo gioco seduttivo, la forza della relazione tra donne e tra uomini, la costruzione di un discorso comune e di un reciproco riconoscersi e darsi valore, si è rivelata una risorsa capace di mutarne il segno e di invertire l’esperienza spesso subita quando vissuta individualmente nella quotidianità.
Tra le aspettative riversate nelle tre, intensissime, giornate l’ultima che vogliamo qui ricordare riguarda l’aspirazione e la ricerca di “modelli” positivi da ricostruire sia nelle relazioni tra i sessi sia nella costruzione della propria identità di genere. Un’aspettativa evidentemente illusoria ma che parla di un disagio, di un desiderio a cui le pratiche che abbiamo costruito fino ad oggi non sono state in grado di rispondere. Come creare una relazione tra generazioni diverse di donne che dia significato alle differenti esperienze e ai diversi linguaggi e permetta un riconoscimento e uno scambio di senso? Come proseguire la riflessione maschile sulla propria condizione sessuata? Come dare vita a percorsi comuni di donne e uomini che rispondano al desiderio di “essere nel mondo” e che non occultino o rimuovano la ricchezza che abbiamo sperimentato emergere dal “dire la differenza”? Come fare di questo nuovo sguardo sul mondo uno strumento e non un impaccio?
Forse per l’aver posto tutte queste domane, i tre giorni trascorsi ad Anghiari hanno lasciato in molti e molte di noi la sensazione di una grande risorsa da non perdere e semmai da alimentare L’esperienza che abbiamo vissuto ci dice che è possibile costruire uno spazio condiviso tra donne e uomini in cui le reciproche differenze non siano taciute e in cui la comunicazione, per realizzarsi, non debba necessariamente fare ricorso ai codici condivisi dei ruoli e delle rappresentazioni sociali e la ricerca di una pratica collettiva di trasformazione del mondo non debba passare dalla rimozione dei conflitti tra noi e dalla riduzione delle nostre domande di libertà.
Insomma è possibile rompere la solitudine esistenziale, politica e generazionale in cui le nostre ricerche di senso si sviluppano, senza pagare il prezzo di una rinuncia alla irriducibilità delle nostre individuali differenze e dell’accettazione di categorie, ruoli, linguaggi che tradiscono la “verità” di ognuno e ognuna. Ora la scommessa è fare di questa ricerca una pratica che non resti relegata a “luoghi speciali” ma trovi cittadinanza nel mondo che abitiamo.

70 lemmi, 50 autori/autrici scrutano la scuola di oggi sottoposta ai grandi mutamenti nel contesto internazionale, alla compravendita e alla divulgazione dei saperi e dell’istruzione, cui in Italia si sono accompagnati vasti progetti distruttivi di trasformazione della istituzione scolastica.
Una discussione a più voci, mettendo a profitto le riflessioni e le esperienze che molte e molti insegnanti e genitori hanno accumulato in questi anni.
Risemantizzare, riportare i lemmi che abitualmente utilizziamo per parlare di scuola, in una cornice politico-culturale che non rinneghi, o peggio, non modifichi strumentalmente la loro storia.

 

Testi di:
F. Alliata, G. Armellini, A. Bagni, F. Bentivoglio, P. Bernocchi, S. Bertotto, P. Bettin, M. Bontempelli,
S. Bortolotti, G. Briguglio, M. Calamia, P. Castello, L. Castrignanò, A. M. Chiossone, V. Cogliati Dezza,
T. Colloca, P. Corasaniti, V. Cosentino, B. Dal Pane, V. De Vincenzi, M. Firinu, V. Fulginiti, G. Gabrielli,
M. Gatti, N. Giua, N. Hirtt, A. Jabbar, C. Lucchesi, R. Marcone, C. Mauceri, E. Mazzi, C. Mecenero,
S. Micheletti, B. Moretto, A. Palmi, Ale. Palmi, L. Perosa, M. Pieralisi, M.G. Ponzi, R. Puleo, R. Rossi, M. Sala, A. Sani, M. Scanavini, L. Scorcelletti, G. Serra, A. G. Stammati, G. Tull, M. Vigli, S. Viti.

 

Voci:
Anticipo, Apprendistato, Autonomia scolastica, Aziendalizzazione, Carcere, Classe, Collaboratori/trici, Compresenza, Comunicazione, Comunità educante, Cooperazione, Crocefisso, Curricolo Longitudinale, Darwin, Dirigente, Diritto-dovere, Discussione, Economia in classe, Educazione, Federalismo, Formazione professionale, GATS, Genitori/Famiglia,Gerarchizzazione, Gruppo di livello, Handicap e diversamente abili, Insegnante, Intercultura, Laicità, Lentezza, Libri di testo, Maestre, Maestri di strada, Mercificazione dell’educazione, Mobbing, Modularità, Occupare la scuola, Pace, Parità, Personalizzazione, Portfolio, Potere, Precario/a-precarizzazione, Progetto, Relazione, Religione-scienza-scuola, Ricreazione, Rsu, Scartoffie, Selezione dispersione abbandono, Silenzi, Spazio pubblico, Staff, Storia, Straniero, Studente, Tempo, Tempo pieno, Tutor, Valutazione, Volantini

 


CESP – Centro Studi per la Scuola Pubblica
Il Controlessico si può consultare in rete al sito www.cespbo.it
http://www.cespbo.it/testi/controlessico/controlessico.htm
oppure richiedere la versione a stampa a cespbo@iperbole.bologna.it
http://wpop10.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi?


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Controlessico – formazione critica sulla “riforma” Moratti
Riprendiamoci gli spazi di discussione sulla scuola

 

La “riforma” Moratti è stata imposta contro la volontà della maggioranza degli insegnanti e senza aprire nessun ambito di confronto tra lavoratori della scuola, genitori, studenti. E’ giunto il momento di rimediare a questa
assurdità. Occorre riaprire il dibattito nelle scuole.

 

Il CESP invita gli insegnanti ad organizzare giornate di aggiornamento nelle scuole attraverso le prerogative e i fondi a disposizione dei collegi dei docenti (art. 61 Ccnl 2003; ).

 

Invece dell’addestramento alla “riforma” Moratti che ci viene proposto dall’alto, organizziamo momenti di discussione sulle grandi trasformazioni che stanno attraversando la società e l’istituzione scolastica,
scegliendo autonomamente i relatori e le modalità di confronto, costruendo insieme dal basso l’idea di una scuola democratica, della Costituzione, giusta, di qualità.

 

Ricordiamo che il diritto ad organizzare momenti di formazione e aggiornamento è prerogativa degli insegnanti attraverso il Collegio dei Docenti e le risorse sono già state stanziate con la circolare ministeriale
n. 66, 2 agosto 2004. Se c’è la volontà della maggioranza del Collegio nessuno può sindacare sui temi o sulle modalità dell’inizitiva!

 

In questa prospettiva il CESP ha chiesto a 50 insegnanti e genitori impegnati nel movimento che ha messo in discussione la “riforma” Moratti di produrre materiali di dibattito per un lessico della scuola. Il “Controlessico”, Ogni scolaretta sa che…, raccoglie 70 voci che analizzano scuola e istruzione a partire dalla riforma Moratti passando per la precedente riforma Berlinguer, per arrivare ai livelli internazionali di trasformazione dell’istruzione e al quotidiano fare scuola di insegnanti e studenti. Il lessico non vuole essere un modello per giornate di aggiornamento, semmai uno stimolo: semplicemente mostra quanto sapere scolastico sia diffuso tra gli stessi attori della scuola quotidiana, quale potenzialità sia presente nella scuola reale; inoltre raccoglie una parte delle rifessioni che hanno animato e stanno animando il movimento contro questa “riforma”.

 

Il Controlessico si può richiedere a Cesp via San Carlo, 42 Bologna
oppure
consultare e arricchire on-line al sito www.cespbo.it

 

Inoltre molte sedi CESP hanno già autonomamente predisposto corsi di formazione sulla riforma che affrontino in
modo critico tutti gli aspetti connessi. Il CESP è a disposizione degli insegnanti che vogliono organizzare
percorsi di riflessione di questo tipo.

Arturo Di Corinto

Girandola di colpi di scena a Bruxelles attorno all’approvazione della proposta di direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici. Se per tutta la giornata di ieri era data per scontata la sua approvazione, l’opposizione della Polonia ha fatto rinviare la decisione al prossimo anno. L’iter della direttiva è stato comunque accidentato e la proposta di discuterla all’interno di un organismo – il «consiglio dei ministri dell’agricoltura – è stato considerato un colpo di mano tentato dai lobbysti delle grandi multinazionali del software a Bruxelles per far accettare che le idee, gli algoritmi e l’inventiva relativa ai programmi informatici possano essere monopolizzati da una manciata di imprese. D’altronde, attorno a questa direttiva si sta combattendo una battaglia considerata da tutti – associazioni per il «software libero, ma anche dagli stessi supporter della direttiva – epocale e sono in molti che ritengono che il suo esito non può essere delegato alle burocrazie europee, che hanno finora trattato il problema con estrema superficialità, non ultimo la richiesta di inserire la direttiva nell’ordine del giorno del «Consiglio dei ministri dell’Agricoltura», un organismo che con il software ha ben poco a che fare. Una mossa che è risultata vieppiùù provocatoria, visto che la riunione è avvenuta a ridosso della pausa natalizia e nonostante l’opposizione esplicita, le perplessità e le raccomandazioni di molti parlamenti nazionali e ministri dell’Unione europea a non estendere l’istituto dei brevetti alle idee. Ma le critiche più dure hanno riguardato il fatto che la direttiva è stata inserita come una direttiva A-item , cioè come una voce «su cui c’è già accordo fra i paesi membri» – cosa che non è, come dimostra il voto negativo del parlamento europeo su una sua prima versione – per la sua adozione.

 

La decisione di inserire la direttiva nella riunione del «Consiglio dei ministri dell’agricoltura» è stata presa dal presidente, olandese, di turno con l’obiettivo di considerare il software alla stessa stregua di un’invenzione, in modo tale che qualsiasi programma informatico che svolge quella funzione cadrebbe sotto la mannaia del brevetto depositato. La conseguenza a medio termine sarebbe la costituzione di monopoli sulle idee da parte di poche imprese.

 

Per capire l’entità del problema si consideri che il negozio di libri online Amazon.com ha richiesto un brevetto in Europa per difendere la sua «tecnologia singolo click» che permette acquisti con un singolo colpo di mouse, appunto, per gli utenti registrati. Oppure il brevetto per la «barra di avanzamento», normalmente usata per visualizzare i tempi delle procedure di installazione di un software o dell’attesa della memorizzazione di un file scaricato da Internet. O ancora la brevettabilità del corpo umano come trasduttore elettrico da parte di Microsoft per garantirsi il mercato dei futuri wearable computer, i computer indossabili per fruire musica e video wireless.

 

Se la proposta di direttiva dell’Unione europea fosse stata approvata, chiunque volesse impiegare simili «procedure» dovrebbe dunque pagare delle royalties al detentore del brevetto.

 

Dopo che a settembre il parlamento europeo aveva votato chiaramente contro la brevettabilità degli algoritmi, la presidenza ha proposto una versione della direttiva che annullava tutte le modifiche apportate durante la discussione parlamentare. Anche se alcuni paesi non l’hanno approvata, questa versione ha ottenuto la maggioranza necessaria nel «consiglio dei ministri» determinando la strenua opposizione delle associazioni per il software libero e i diritti digitali. Inoltre, lo scorso maggio il ministro italiano per l’innovazione Lucio Stanca ha ricordato ai suoi colleghi europei il principio di non brevettabilità del software in quanto tale. Per Stanca, l’adozione di un regime brevettuale favorirebbe la creazione di monopoli che impedirebbero lo sviluppo e la diffusione di soluzioni basate su software libero, penalizzando le piccole e medie imprese.

 

A dispetto degli obiettivi della Commissione europea – accelerare il «Processo di Lisbona» per fare dell’Europa «l’economia dell’informazione più competitiva al mondo entro il 2010» – la direttiva sulla brevettabilità del software potrebbe infatti scoraggiare gli investimenti per l’innovazione tecnologica e organizzativa delle imprese europee, visto che sono già stati concessi 30.000 brevetti (a Ibm e Microsoft fra i primi) da un «Ufficio europeo dei brevetti» di cui si chiede da anni una riforma. Secondo la società di consulenza Pricewaterhouse Coopers «un regime blando […] nel passato ha condotto ad una industria del sofware innovativa e competitiva con basse barriere all’entrata. I brevetti software, che servono a proteggere le invenzioni di natura non tecnica, potrebbero abbattere l’alto tasso di innovazione» e beneficiare solo alcune aziende. Per i sostenitori della direttiva, le imprese europee non sono fra queste.

Marina Forti

Ci sono tanti modi di intendere il “dono”. Condividere un sapere, ad
esempio: in tempi di brevetti e proprietà intellettuale, dono può essere mettere a disposizione di altri un’invenzione geniale e utile, una conoscenza, brevettata, perchè bisogna pur combattere i pirati del mercato, ma volontariamente ceduta. Si pensi ad esempio all’ingegnere cubano che ha inventato lo Stabilak. Sotto questo nome va una sostanza che mescolata al latte appena munto permette di conservarlo tra 8 e 24 ore, in mancanza di frigoriferi, senza che vada a male e cominci a sviluppare germi nocivi. L’invenzione è semplice e del tutto naturale.
Si basa su quello che ora anche la Fao chiama Sistema Lactoperoxidasi.
Lactoperoxidasi è una proteina del latte ed è un enzima, una di quelle sostanze che “attivano” processi di trasformazione nelle cellule. In questa reazione, l’enzima Lactoperoxidasi attiva un sistema di difese naturali presenti nel latte di tutti i mammiferi. L’enzima Lactoperoxidasi è approvato dal Codex Alimentarius della Fao, che lo considera del tutto innocuo per la salute umana. Dunque: l’ingegner Pastor Ponce Ceballo, PhD del Centro Nacional de Sanidad Agropecuaria
(CENSA) di Cuba, ha trovato il modo di usare questo enzima per farne un prodotto che ha chiamato appunto Stabilak. Si presenta sotto forma di una polverina o di compresse, in entrambi i casi da sciogliere nel latte appena munto. L’uso è semplicissimo, e il latte a cui viene aggiunto può essere conservato tra 8 e 24 ore dopo la mungitura a temperature che variano tra 20 e 34 gradi centigradi: quanto basta per trasportarlo dove sarà pastorizzato e consumato, o trasformato in formaggio e altri latticini. L’uso è evidente: nelle economie agricole di zone remote, o comunque dove gli allevatori non hanno accesso alla catena del freddo, mettere questa polverina nel latte appena munto abbassa il rischio di malattie causate da microorganismi patogeni, permette agli allevatori di produrre latticini anche se non dispongono di frigoriferi, diminuisce le perdite (il latte buttato via perchè andato a male) aumentando la quantità di cibo disponibile al consumo. E’ efficace con il latte di mucca, pecora, capra, bufalo e cammello. A Cuba è usato dal 1992, ormai unterzo del latte fresco prodotto nell’isola viene trattato con Stabilak, cioè tra 60 e 80 milioni di litri in un anno, con risultati eccellenti e senza danno alla salute degli umani, anzi, con vantaggio. I cubani hanno calcolato che così evitano una perdita equivalente a 8.000 tonnellate di latte in polvere, che andrebbe importato se quel latte andasse a male per mancanza di sistemi di refrigerazione. Il costo poi è
irrisorio: i cubani lo hanno calcolato in circa 0,5 centesimi di dollaro per 100 litri di latte. Il sistema è riconosciuto come efficace e sicuro: la stessa FAO, che ha sponsorizzato le ricerche, nel ’98 ha lanciato un “programma globale lactoperoxidasi” per incoraggiare la diffusione di questo sistema, che ora è usato in una ventina di paesi, in gran parte latinoamericani, ma anche in Vietnam. Dove sta il “dono”?
Nel fatto che l’istituto cubano è disponibile a fornire il metodo a chi interessa, a prezzo politico, a chi ne farà un uso sociale e di
interesse pubblico.

Stefania Giorgi
Lungo le rive dello Scamandro (i salottini illuminati dai bagliori del focolare catodico dei tiggì), lontano dal Palazzo di Priamo (la Casa Bianca, Downing Streett…), in mezzo a bombe, minacce, bugie e videotape (la guerra infinita di Bush&Co.), la Cassandra di Pat Carra osserva e commenta (con il suo stile inconfondibile) fendendo e diradando il fumo (delle bombe e delle bugie sulle bombe). Veggente non votata alla solitudine della testimonianza senza ascolto, ma alla condivisione con altre donne come lei capaci di «visioni» sulla nuda verità della guerra e dell’economia della guerra; dotata di capacità profetica non per dono divino, ma per la sua perizia, tutta terrena, di legare corpo/esperienza/lingua e svelare così il backstage di quel che accade. Niente paura, però, non pensate a lutti, disperazione, pianti e alti lai. Tremila anni dopo la guerra di Troia per la presunta love story di Elena, il destino toccato in sorte alla sua omonima antenata – la sacerdotessa che pre-vedeva le sciagure, condannata da Apollo a non essere ascoltata e per questo perennemente sull’orlo di una crisi di nervi per non dire di pazzia – la Cassandra di Pat Carra ha imparato la lezione. L’antidoto che usa per smascherare il gioco mortale, pazzo e insensato di guerre «umanitarie» e «preventive» è quello di rintracciare «un tratto umoristico in ogni pazzia. Chi sa riconoscerlo e usarlo ha vinto» (come scrive Christa Wolf della sua Cassandra). Così da Kabul a Baghdad, Pat Carra continua a lanciare quelle che lei stessa aveva definito, durante la guerra in Kosovo, «bombe di riso». Sberleffi sussultori, sghignazzi irriverenti, sorrisi liberatori. Resistente, ignifuga, irresistibile, la sua è una «Cassandra che ride». Che poi sarebbe il titolo del suo ultimo libro (Baldini Castoldi Dalai, € 12,90) dal quale estraiamo alcuni quadretti di china. Un piccolo assaggio di una cura ricostituente di senso che consigliamo per tutti.

vignetta

Sabato 18 dicembre, allo Iulm di Milano il convegno «Condividi la conoscenza: nuovi commons, nuovi diritti» affronterà il problema fondamentale della società dell’informazione: come accedere ai saperi collettivi al di là delle sacre barriere fissate dai brevetti , dal copyright e più in generale dalla proprietà intellettuale? E come modificare, o aggirare, la legislazione europea, come quella americana, che ostacola in tutti i modi la libera accessibilità delle produzioni intellettuali e immateriali, a partire dalla ricerca pubblica e da quella universitaria? A discutere sulle garanzie dei nuovi «commons», i beni comuni della società liberamente accessibili come il progetto Genoma, ma anche sulla definizione di uno statuto dei lavoratori della conoscenza che codifichi un diritto d’autore che non ponga al centro solo la funzione della paternità intellettuale senza interrogarsi sul nodo della proprietà intellettuale dei saperi, saranno, tra gli altri, Stefano Rodotà, Franco Carlini, Carlo Formenti, Mauro Pagani, Carlo Petrini e Daniel Cohn Bendit a cui sono affidate le conclusioni. Fiorello Cortiana e Milly Moratti modereranno il dibattito.

Vandana Shiva

L’India è stata letteralmente inondata di granate e razzi inesplosi ed esplosi provenienti dall’Iraq e dall’Afghanistan e destinati al riciclaggio come rottami metallici nel momento stesso in cui la sua industria del ferro e dell’acciaio viene distrutta dalle politiche di liberalizzazione e privatizzazione dei commerci.
Quanto è accaduto nel settore del ferro e dell’acciaio sta accadendo anche nel settore dell’agricoltura. Il governo sta rapidamente attuando politiche volte a liberalizzare il commercio agricolo e che stanno uccidendo i nostri agricoltori e distruggendo la nostra agricoltura. Oltre 25.000 contadini si sono tolti la vita quando si sono trovati preda dei debiti a seguito del lievitare dei costi di produzione e del crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. E nel momento stesso in cui le granate vengono importate come rottami metallici mentre l’industria del ferro e dell’acciaio viene deliberatamente distrutta, gli organismi geneticamente modificati (Ogm) – l’equivalente in agricoltura delle granate inesplose – vengono introdotti malgrado il loro costo elevato per i contadini e gli alti rischi per l’ambiente.
Nei due anni in cui è stata piantata la prima coltura geneticamente modificata, il cotone Bt (cotone geneticamente modificato con il Bacillus thuringiensis, ndt), la resa è stata inferiore alla norma. Non di meno il governo – il Partito del Congresso al pari del BJP (Bharatiya Janata Party, ndt) prima di lui – ripete il ritornello falso dei raccolti elevati e del fatto che gli Ogm sono necessari per risolvere il problema della fame.
Sono appena tornata da un viaggio nell’Uttaranchal, in zone nelle quali si conservano i semi e si pratica l’agricoltura organica. Aziende agricole a input zero producono oltre tre tonnellate di riso greggio o oltre cinque tonnellate di amaranto, di dagussa e di caiano o oltre 15 tonnellate di frutta – guaiavi, banane, aranci, limette, pompelmi, manghi – per acro.
Al contrario, per quanto riguarda il cotone Bt, a fronte di un raccolto promesso di una tonnellata e mezzo, la resa è stata di appena 200 chilogrammi. E i contadini invece di vedere incrementato il loro reddito di 220 dollari per acro hanno subito perdite per 130 dollari l’acro.
Al cospetto del crescente numero di suicidi tra i contadini indebitati e del fallimento sempre più marcato delle colture a causa di semi non sperimentati, inadatti e non necessari venduti dalle multinazionali il cui solo obiettivo è quello di metterci in una situazione di dipendenza per quanto riguarda le sementi, il governo – qualunque governo responsabile – dovrebbe porre fine alla vendita di semi geneticamente modificati.
Gli Ogm sono un modo sicuro per distruggere la nostra sovranità e democrazia in materia di semi. Invece delle migliaia di colture di cui ci nutriamo, la nostra agricoltura verrà ridotta ai soli quattro raccolti geneticamente modificati attualmente commercializzati su scala significativa: soia, mais, cotone e canola.
Invece delle caratteristiche di resistenza alla siccità, di resistenza alle inondazioni, di resistenza alla salinità, invece dell’aroma e del gusto, invece delle caratteristiche nutrizionali e sanitarie per le quali i nostri contadini hanno selezionato centinaia di migliaia di varietà, gli Ogm hanno solamente due caratteristiche: resistenza agli erbicidi e presenza delle tossine Bt.
Entrambe le caratteristiche incrementano i livelli di tossine nei nostri alimenti e nell’agricoltura. Entrambe non sono sostenibili in quanto invece di controllare le erbacce e gli insetti nocivi, creano “super erbacce” e “super insetti nocivi”.
Invece di 600 milioni di donne indiane che tenendo i semi nelle loro mani li risparmiano e li selezionano con cura e intelligenza, una multinazionale, la Monsanto, diventa “proprietaria” dei nostri semi, spesso tramite la bio-pirateria – come nel caso del brevetto EP 445929 su una varietà di frumento indiana concesso dall’Ufficio Europeo Brevetti ma revocato lo scorso ottobre come era già accaduto in precedenti casi di bio-pirateria con il neem e il basmati – impoverendo contadini già poveri che si vedono costretti a pagare i diritti per i semi o minacciando di multarli per furto di proprietà intellettuale dopo che la Monsanto ha diffuso i suoi geni tossici mediante impollinazione – come è accaduto a Percy Schemiser, un agricoltore canadese citato in giudizio dalla Monsanto per violazione di brevetto quando il suo campo e’ stato contaminato con la canola della Monsanto “pronta al raccolto” che ha rovinato la purezza della sua coltivazione.
La dittatura dei semi e l’imperialismo genetico sono stati respinti dalla maggior parte dei Paesi. In appena quattro Paesi si trova il 94% di tutti i semi geneticamente modificati piantati.

 

La scrittrice Vandana Shiva e’ stata artefice di una campagna internazionale per le donne e l’ambiente. Ha ricevuto nel 1993 il Right Livelihood Award.
© IPS
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Maria Benvenuti

Di recente (11 novembre 2004) è stato presentato al pubblico il Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro 2003, rapporto che è possibile “scaricare” all’indirizzo web www.cnel.it (area download).
Si tratta di una riflessione di oltre 400 pagine; di queste, vi raccomandiamo la trentina circa dedicata al tema seguente: “Azioni positive, flessibilità nell’impresa e conciliazione lavoro-famiglia” (parte seconda da pag. 65 a pag. 98).
Il punto di partenza è l’evidenza dello scarto tra il massiccio ingresso delle donne verificatosi in Italia nel decennio considerato (1993-2003) e l’inerzia del “sistema-paese” (ad esempio: offerta pressoché invariata di servizi pubblici alle famiglie; persistente rigidità delle imprese a livello organizzativo). La causa principale di questo “sfasamento” viene individuata nella scarsissima presenza e influenza delle donne in ambito politico.
Dopo aver riepilogato brevemente i principali dati sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro (in tutto il mondo le donne costituiscono oramai il 40% della forza lavoro complessiva, in Italia siamo al 37,9%), le pagine che vi segnaliamo sono principalmente dedicate alla questione dell’orario di lavoro nei suoi vari aspetti. Vengono presentati una serie di dati, non sempre recentissimi e tuttavia interessanti, come quello emerso da una ricerca condotta tra le lavoratrici e i lavoratori dell’Unione Europea nel 1998, secondo cui il 37% delle donne che lavora a tempo pieno preferirebbe lavorare part-time; oppure quello di fonte Istat, in base al quale nel 2003 le donne dipendenti che lavorano meno di 30 ore (alla settimana) rappresenterebbero circa un terzo del totale delle lavoratrici dipendenti.
Segue una carrellata di “azioni positive” adottate dalle aziende – anche queste principalmente attinenti le misure di “flessibilità” degli orari – e di altre misure rivolte in ogni caso a favorire la “conciliazione” tempi di lavoro e tempi di vita familiare (ad esempio, asili nido aziendali).

L’attenzione al lavoro femminile è comunque presente in molte altre parti del rapporto. Tra queste segnaliamo rapidamente: p. 22 per i dati generali sul mercato del lavoro; p. 170 per il rapporto tra “istruzione e inserimento nel mercato del lavoro”; p. 311 per i dati sugli infortuni; a p. 324 troviamo una fotografia della composizione per “genere” e condizione professionale nel settore della moda. Infine, a pag. 380 la tradizionale indagine Excelsior ci dice che la previsione di minori opportunità occupazionali per il 2004 (rispetto al 2003) dovrebbe penalizzare di più le donne rispetto agli uomini (e viene fornita una stima della differenza col 2003).

Un progetto di teatro sul tema dell’Aids, con particolare attenzione all’Africa, dove lo spettacolo è nato grazie alla collaborazione di artisti italiani e del Burkina Faso, ha fatto tappa per la prima volta in Europa e in Italia.
“Hamlet Noir” è la tragedia shakespeariana rivista attraverso gli occhi di un’Africa dolorosamente contemporanea: Lo spettacolo, prodotto nel 2001 dall’Associazione italo-burkinabè Siraba e messo in scena a Bobo Dioulasso, è stato realizzato grazie al patrocinio e al sostegno dell’Anlaaids, l’Associazione nazionale per la lotta alla Aids.
Dopo essere stato portato in tournèe in città, villaggi e festival di Burkina Faso, Mali, Benin, Hamlet Noir è passato il 28 novembre a Milano per poi effettuare una breve tournèe in diverse città italiane [le date su www.carta.org, nella sezione Agenda].
Un progetto non solo teatrale e che non si interrompe qui. Sia nella lotta contro l’Aids che in altri campi. Per esempio prosegue nella promozione della scrittura femminile in Africa grazie alla collaborazione fra la milanese “Libreria delle donne” e le artiste di Talents des Femmes di Ouagadougou in Burkina Faso.


hamletnoir@excite.com