Luisa Muraro


È bene che ci poniamo anche noi, comuni mortali, gli interrogativi che vengono da una ricerca scientifica che avanza a modo suo (umanamente limitato, oltre che squilibrato dagli enormi interessi economici che ci sono di mezzo) sui confini della vita. Bene anche che si voglia ascoltare quello che hanno da dire “le femministe”, alle quali si chiede, con un’impazienza insolita, di prendere posizione. Purchè si ascolti davvero, mi limito ad aggiungere.
Io prendo la parola per dire una cosa soltanto, che si riferisce al pensiero femminista che ha accompagnato il dibattito intorno alla legge istitutiva e al referendum abrogativo dell’aborto, negli anni Settanta. Sembra a qualcuna che fu un pensiero rozzo, giudicato alla luce della nostra odierna sensibilità, s’intende. Altre sono intervenute a precisare che non è vero e che l’unica rozzezza, semmai, è in una certa ricostruzione del passato. Sono d’accordo con queste ultime, accettando però la sfida di un confronto sul tema di fondo, che è la cultura della vita, ieri e oggi.
Su questo tema il pensiero femminista ha dato un contributo che, a mio giudizio, resta valido anche oggi e che può estendersi, con le necessarie mediazioni, anche ai temi più recenti della procreazione assistita e della ricerca scientifica sulle cellule staminali. Non si tratta di una risposta, ma di un criterio, che però nelle cose umane, sempre relative e sempre in tensione fra gli estremi assoluti, ha il valore di un principio. Dirò “noi” facendo riferimento a quelle con cui ero in contatto, che vuol dire – nel movimento in espansione del pensiero attraverso una rete vastissima di rapporti – migliaia di donne e più ancora, molte più ancora, fuori dal numerabile.
Noi dunque, in quegli anni ci siamo regolate, in primo luogo facendo tacere le ideologie e ascoltando le donne (noi stesse, in primis) in carne ed ossa, comportamenti, sentimenti, paure, desideri, vergogne, aspirazioni… Da questa pratica siamo arrivate alla conclusione che la cosa migliore sia regolarsi in tutto seguendo un semplice criterio e cioè che la vita umana, vita di un essere senziente ma anche parlante, desiderante ma anche capace di regolarsi, ecc., questa vita arriva a questo mondo passando necessariamente attraverso l’accettazione di una donna che la accoglie, la coltiva per consegnarla al resto dell’umanità, rappresentata di solito da un gruppo sociale, e in primo luogo, se in questa vicenda lei ha avuto un compagno, a lui che, nelle nostre culture, è di solito il padre della nuova creatura. Non siamo ancora nella sfera dei diritti-doveri, che viene dopo, tant’è che noi, diversamente dai radicali, non abbiamo parlato di un diritto all’aborto e che, in campo legislativo, quello che abbiamo chiesto è stata la sua depenalizzazione.
Il passaggio della libera accettazione di una donna, noi lo abbiamo sentito come un criterio regolatore che esonera da domande del tipo oggi corrente e così fuorvianti, come “ma l’embrione è vita umana?”. Ma attenzione che questo criterio vale come un principio, perché più a monte c’è altro, sì, ma non si può andare ad indagare saltando quel passaggio, pena la caduta in quella mostruosità che la cultura medico-scientifica, lasciata da sola, ha conosciuto e può tornare a conoscere, non dimentichiamolo.
Vuol dire che, stando a questo criterio, si eviteranno sbagli, disordini e sofferenze ingiuste? Oh no, ci saranno abusi, ci sono stati, non faccio l’elenco perché li conosciamo, ma due cose vorrei aggiungere: primo, che finora, da parte femminile questi abusi non sono stati molti né gravi; secondo, che i criteri umani non sono mai automatici e proprio nella loro fragilità ci invitano a prendere la strada più sicura, che non è una legislazione capillare ma una buona, sobria legislazione integrata da usi e costumi civili e da relazioni sociali non strumentali, insomma da quella che molte abbiamo imparato a chiamare politica prima. In ogni caso, la lotta contro gli abusi in questo campo, secondo me comincerà a dare risultati nel momento in cui quel criterio che è più di un criterio, quel principio che non è un principio, sarà entrato nella nostra civiltà, definitivamente. Siamo ancora molto lontani da ciò, non c’è dubbio che molta scienza resta opera di uomini che sono in concorrenza rivale con le prerogative femminili nel campo della vita.

Donata Gottardi

Il Governo o, meglio, il Ministero del lavoro ha ritirato il decreto sul contratto di inserimento che avrebbe sancito l’inserimento delle donne italiane tra le categorie di svantaggio sociale.
La ragione ha prevalso. La ragione intesa come rispetto delle regole fondamentali dell’ordinamento giuridico.
Certo il modo in cui si è venuti a conoscenza del decreto – pubblicato sul sito Internet del Ministero senza nemmeno avvertire che doveva ancora essere completato l’iter della sua approvazione – e in cui si è comunicato il ritiro – un articolo di Tiraboschi sul Sole 24 ore del 5 gennaio – dichiarano in pieno una tecnica di comunicazione che, formalmente adottata per essere più vicina agli utenti, porta il segno dell’insofferenza verso le procedure di approvazione delle norme.
Il ritiro del decreto, stando alle dichiarazioni di Tiraboschi, è avvenuto per “ragioni di opportunità «politica», più che vere e proprie considerazioni di merito sulla reale portata del decreto”.
Possiamo essere soddisfatti – e ancora più soddisfatte – del risultato. Abbiamo evitato una ferita profonda al principio di parità di trattamento tra lavoratrici e lavoratori e un danno alle imprese, su cui sarebbero ricadute le conseguenze delle pronunce di incostituzionalità della Corte nazionale e quelle della Corte di giustizia europea.
E non importa nemmeno se tutto questo viene attribuito ai condizionamenti di “un astratto formalismo e alle ambigue logiche del politicamente corretto”. È sempre difficile ammettere le sconfitte ed è diventato normale reagire con roboanti dichiarazioni di incomprensione.
Ci si potrebbe fermare qui se non fosse per il richiamo a “tabù da spezzare” e se non fosse per il rischio di manipolazione e di esautorazione dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico, che sono diventati tali anche per l’ordinamento europeo. Preoccupa anche che il Sole 24 ore non ospiti il diverso punto di vista soprattutto di chi ha sollevato da subito la questione.
Purtroppo oggi appare chiaro dall’intera vicenda del contratto di inserimento per le donne che si sta perdendo coscienza della linea di demarcazione che separa il regime degli aiuti all’occupazione (e quindi degli aiuti di Stato) dalla tutela della parità tra donna e uomo. Eppure la vicenda dei contratti di formazione e lavoro, precedente diretto dei contratti di inserimento, avrebbe dovuto consigliare qualcosa di meglio di un fallace contratto a termine stipulabile con ogni donna in Italia con relativo sottoinquadramento – certamente non obbligatorio, ci mancherebbe altro – fino a due livelli retributivi.
Gli “interessi delle donne in carne ed ossa” non vengono sacrificati dal principio di parità. È l’opposto. Vengono difesi dal rispetto del principio di parità, che nel corso degli ultimi quindici anni si è evoluto nel principio di parità di opportunità.
Non ci si difende con la competizione al ribasso. Tutti ormai siamo consapevoli che la concorrenza dei paesi emergenti non si batte risparmiando sui costi. Nessun ribasso potrebbe mai bastare. Per essere competitivi occorre qualità e innovazione e un modello sociale fondato sull’equilibrio di diritti e doveri. E le donne possono portare vantaggi enormi al sistema se si progetta un’organizzazione del lavoro inclusiva e compatibile, se si attuano politiche di conciliazione tra vita professionale e vita familiare, compresi gli strumenti di redistribuzione dei ruoli.
Il diritto del lavoro ha sempre saputo evolversi, magari con lentezza; ma non si risolvono i problemi cercando di cancellarne principi e fondamenti, erigendo totem propiziatori all’incremento del tasso di occupazione, di qualsiasi occupazione si tratti (basta un’ora alla settimana per essere occupati).
Per cambiare bisogna conoscere. Ignorare principi fondamentali come quello della parità tra donne e uomini e le tecniche normative per la sua attuazione non aiuta. Le forzature e le inversioni di marcia ancora non pagano.
Non è scoperta recente quella del divario occupazionale. Ed è anche per questo che sono state adottate leggi che prevedono organismi e strumenti di azione positiva. La soluzione non sta nel cancellarli o sterilizzarli, ma, al contrario, nel renderli finalmente efficaci. Bisogna prendere sul serio la questione femminile.

Elena Doni

Invece del silenzio, parole: molte parole. Invece del tabù, pubblici convegni. E oltre alle leggi, spesso ignorate, «dichiarazioni di villaggio»: efficace veicolo di persuasione che si diffonde con effetto domino. E poi radio, canzoni, spettacoli e «riti alternativi», come piantare un albero, per segnare il passaggio delle ragazze all’età adulta.
Qualcosa sta cambiando in Africa a proposito delle mutilazioni genitali femminili. Lo conferma il grande congresso che si terrà a Gibuti domani e il 3 febbraio con il titolo «Verso un consenso politico e religioso contro le MGF». Che fa seguito ad altre importanti riunioni ufficiali, tra le quali quella del Cairo del giugno 2003, in cui per la prima volta il Gran Muftì di Al-Azhar, Sayed Tantawi, massima autorità religiosa sunnita, disse in diretta radiotelevisiva che le mutilazioni agli organi sessuali delle donne non erano prescritte dal Corano. Dichiarazione alquanto pilatesca, ma comunque importante perché in molti paesi africani musulmani si crede che questa pratica sia voluta dalla religione: «Non c’è nulla nella Shari’a, nel Corano o nella Sunna profetica che parli di mutilazioni genitali femminili», sono state le parole di Tantawi, che poi ha proseguito: «È un problema che appartiene alla medicina. Potranno esserci dei casi in cui la MGF sia consigliabile e altri no. Dunque dobbiamo attenerci al parere dei medici». E poiché i medici dichiarano che qualsiasi mutilazione è contraria all’etica professionale e provoca gravi conseguenze per la salute, si può sperare che diminuisca il numero di seimila ragazze che ogni giorno vengono ancora mutilate in Africa.
Certamente l’Islam non ha dato origine alle mutilazioni genitali femminili dato che erano già presenti nell’Africa centrale prima della sua penetrazione in queste zone. Secondo alcuni l’escissione risale all’antico Egitto, come forse prova l’espressione «circoncisione faraonica», ma la si ritrova anche nell’antica Roma, dove era praticata sulle schiave. E certamente di origine latina è la parola «infibulazione», proveniente da fibula, una specie di spilla che veniva applicata ai giovani (inizialmente solo ai maschi) per impedire loro di avere rapporti sessuali.
L’Islam ha semplicemente recepito tradizioni locali e le ha di fatto legittimate, difese e diffuse, anziché combatterle come hanno cercato di fare le chiese cristiane. Con scarso successo: nel 1929 ci fu in Kenia addirittura una ribellione contro i missionari che avevano proibito di fare l’escissione alle donne Kikuyu. Per secoli le mutilazioni genitali femminili sono state praticate in silenzio, spesso in segreto: anche nelle aree cristiane, dove predomina la clitoridectomia, praticata su percentuali di ragazze tra il venti e il cinquanta per cento, ma soprattutto nelle zone islamiche. Nel Corno d’Africa, dove l’infibulazione è di rigore, si toccano percentuali che vanno dall’80%.
L’inversione di tendenza oggi in corso ha avuto però connotati assolutamente laici. Aziza Hussein, presidente della Società egiziana per la Prevenzione delle Pratiche Tradizionali Dannose, ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta di quella che allora veniva chiamata «circoncisione femminile» negli anni ‘70 da medici egiziani all’estero. In prima linea era allora la dottoressa Nawal El Saadawi, diventata poi famosa come scrittrice, la prima donna a battersi con vigore contro le mutilazioni.
Intorno alla pratica delle mutilazioni genitali femminili esiste un viluppo di tradizioni e di riti che spiegano la ragione delle resistenze ancora diffuse tra gli africani (e soprattutto tra le donne africane) all’abbandono di queste pratiche. Le MGF sono una componente fondamentale dei riti di iniziazione attraverso cui nelle società tradizionali si diventa donna, rimuovendo la parte «maschile» dell’apparato genitale femminile. E specie nel caso dell’infibulazione contribuiscono a costruire la «femminilità» delle ragazze. Quella che le donne infibulate chiamano «cucitura», restringendo lo spazio intermedio tra le gambe, impedisce loro di correre, di fare una serie di movimenti e le costringe ad un’andatura flessuosa e lenta. Inoltre queste terribili mutilazioni del corpo delle bambine e delle ragazze (l’età in cui vengono praticate varia dai primi giorni di vita ai 14 anni) sono importanti nel determinare il prezzo della sposa, «cioè il compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della futura moglie» spiega la sociologa Carla Pasquinelli dell’Istituto Orientale di Napoli «in cambio di una donna illibata – escissa o infibulata che sia – pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso versato se la donna non è stata operata come si deve».
Il giorno dell’operazione, che avviene in un luogo appartato, le bambine vengono tenute ferme da altre donne, poi costrette a restare per alcuni giorni coricate a gambe aperte, con in mezzo un cuscino o il secchio per la mungitura se è stata praticata l’escissione, con le gambe legate fin sotto le ginocchia se si è trattato di infibulazione. Quando la ragazza è pronta per tornare nella comunità viene festeggiata e colmata di doni, a simboleggiare il suo nuovo status di donna. Accade abbastanza di frequente che quando un padre più istruito e moderno vieta l’operazione sia la ragazza stessa a pretenderla, non fosse che per salvarsi dalle coetanee che la perseguitano: «Se non sei una puttana facci vedere se sei stata pulita».
Daniela Colombo, presidente di Aidos, l’Associazione italiana Donne e Sviluppo che da trent’anni lavora per combattere le MGF, anche con il sostegno della Cooperazione italiana, dice che la sola strategia pagante è quella di lavorare insieme agli uomini e alle donne africani. «Sono i governi e le Ong locali gli agenti del cambiamento: noi, come Aidos, li aiutiamo nel “capacity building”, cioè nel formare personale che diventi poi avvocato di questa causa. Quello che conta è cambiare le politiche governative, in direzione di un maggior rispetto dei diritti delle donne. Per questo il convegno di Gibuti è estremamente importante».
In Italia sarà presto discussa in Senato la legge già approvata dalla Camera che ribadisce la proibizione delle mutilazioni genitali femminili e predispone campagne informative nelle comunità di immigrati.

Quando l’inefficienza burocratica si trasforma in sadismo verso i più deboli
Pietro Ichino

Mariam ora è indignata con l’Italia. Lo dice pacatamente, ma è una sentenza durissima: “È una vergogna”. Eppure in Italia è sempre stata bene ed è grata al nostro Paese. Ci è arrivata dalle Fi-lippine nel 1988, diciassettenne, ha ottenuto il permesso di soggiorno come colf e da allora ha sgob-bato pulendo case, assistendo vecchi, malati e bambini, dichiarando ogni anno i suoi redditi; ma ha anche trovato tante porte aperte; e oggi sono in molti a contendersi i suoi servizi precisi e discreti. I guai sono incominciati quando ha avuto la cattiva idea di sposarsi a Manila con il suo connazionale Warren G., assumendone il cognome secondo la legge filippina. La sua ambasciata in Italia le ha ri-lasciato in mezz’ora un certificato da cui risulta che Mariam P. e Mariam G. sono la stessa persona; il grave problema è che ora occorre modificare l’intestazione del suo permesso di lavoro italiano e ottenere il permesso per il ricongiungimento in Italia con il marito.
La prima pratica, come le altre relative ai permessi di lavoro, per l’intera città di Milano e la provincia è affidata al solo commissariato di via Cagni. Per accedere allo sportello competente oc-corre un numero di prenotazione; e se si vuole essere tra i fortunati che lo ottengono, occorre met-tersi in coda fin dal giorno prima e per tutta la notte. È una specie di crudele gara di resistenza fisi-ca: vince chi, arrivando prima, è disposto a stare più a lungo fuori del commissariato all’addiaccio.
Al termine di una giornata di lavoro, dunque, Mariam chiede quattro ore di ferie per la mat-tina seguente e va al commissariato portandosi il necessario per passarvi la notte. Trova già un bel gruppo di aspiranti in attesa e si mette pazientemente in coda. In piedi per la strada, per ore; chi si allontana anche solo per dieci minuti rischia il “posto”. La notte passa penosamente, anche perché non c’è gran solidarietà tra gli stranieri in attesa: parlano lingue diverse, si guardano con diffidenza, ogni tanto scoppia una rissa perché qualcuno cerca di guadagnare qualche posizione a spese di altri. Poi spunta l’alba, finalmente il cancello si apre. Nella corsa per raggiungere lo sportello Mariam, che era già indietro nella coda, perde qualche altra posizione. Uno per uno i postulanti ricevono il numero di prenotazione; ma quando sta per arrivarci anche lei la distribuzione finisce: per questa mattina lo sportello non potrà ricevere altre persone. Chi è rimasto fuori ritorni un altro giorno.
La seconda volta Mariam prende due mezze giornate di ferie e si presenta al commissariato nel primo pomeriggio, conquistando così uno dei primissimi posti; questa volta si fa sostituire da un’amica filippina dalle sei a mezzanotte (a buon rendere). Così la mattina dopo riesce ad avere il numero di prenotazione e poi a presentare finalmente la sua domanda; le dicono di tornare fra quat-tro mesi. Anche per ritirare il documento richiesto occorre – non è chiaro perché – la stessa penosa gara notturna per la prenotazione e per ottenere il numero. Questa volta, arrivata allo sportello, Ma-riam si sente dire che la sua pratica non ha potuto essere evasa e che deve tornare fra altri quattro mesi. Protesta che nel frattempo il suo permesso di lavoro scadrà; le rispondono che non sanno che cosa farci (provvedere nello stesso tempo alla modifica del nome sul permesso e al suo rinnovo su-pera le capacità della nostra amministrazione pubblica). Chiede di poter telefonare prima di tornare, per accertarsi che il documento sia pronto prima di rifare la notte all’addiaccio; ma le rispondono che non si danno informazioni per telefono (anzi, per la verità al telefono non si risponde neppure: quando la linea non è occupata, non risponde mai nessuno: è o non è un ufficio pubblico?).
Stesso discorso identico per la pratica di ricongiungimento con il marito, che è di competen-za del commissariato di viale Certosa; con una sola differenza: qui avvertono fin dall’inizio che la pratica richiederà sette mesi. Anche qui, comunque, “non si danno informazioni per telefono”.
A conti fatti, per essersi sposata, Mariam ha perso in un anno sei giornate di lavoro e altret-tante notti davanti ai commissariati; e ora rischia anche di restare senza permesso di lavoro. Per questo è indignata. Lei lavora qui da anni e paga le tasse: ha diritto di essere trattata dall’amministrazione in modo civile. Se uno sportello non basta a smaltire quotidianamente le prati-che necessarie, che cosa si aspetta a raddoppiarlo, come si farebbe per qualsiasi servizio ammini-strativo indispensabile ai cittadini italiani, o se necessario a quadruplicarlo, magari adibendovi qual-cuno dei suoi stessi utenti asiatici e africani? E come può la capitale morale ed economica del Paese non vergognarsi di quelle file di lavoratori stranieri condannati da una burocrazia sadica e razzista a passare le notti all’addiaccio davanti ai commissariati per poter rispettare le nostre leggi?

Giovanni Valentini

Qualunque ne sia la causa, sembra legittima la questione se in una società forgiata secondo i paradigmi della deregulation, imposti per ogni dove dai media, possano funzionare condizioni minime per lo sviluppo di una cultura del limite etico, dunque della norma anche in ambiti futuristi, come l´ingegneria genetica, la biologia embrionale, l´impatto psichico e politico dei media di massa.
(da “Benedetto XVI – Un successore al crocevia” di Giancarlo Zizola – Sperling & Kupfer Editori, 2005 – pag. 362).
Non c´è bisogno di arruolarsi nelle file dei teo-con, di abbonarsi al Foglio di Giuliano Ferrara e neppure di convertirsi improvvisamente al cristianesimo, per essere contrari all´aborto. Laici o cattolici, credenti o non credenti, siamo tutti contro l´aborto, contro la cosiddetta “cultura della morte”. E siamo, o almeno dovremmo essere, tutti favorevoli alla difesa della vita, al rispetto della persona umana e in particolare della donna: tanto più davanti all´immagine sacra del bambino nella mangiatoia, in attesa dell´Epifania.
Ma proprio perciò siamo contro l´aborto clandestino, una piaga sociale che minaccia tuttora la salute e la condizione femminile. E quindi, contro l´aborto inteso e applicato come mezzo di contraccezione o di controllo delle nascite. Non era questo – nel lontano ‘78 della Prima Repubblica – l´obiettivo della legge 194 sull´interruzione di gravidanza, di quanti l´approvarono in Parlamento e di quanti, laici o cattolici, la sostennero nell´opinione pubblica. Non è e non può essere questo l´intento di chi, a trent´anni di distanza, difende quella legge come una conquista civile.
Si faccia pure, allora, l´indagine parlamentare voluta dal presidente della Camera Casini e dal ministro Storace, per verificare se la 194 ha bisogno di essere corretta, integrata o aggiornata. Per la gran parte dei medici e degli esperti, è una delle poche leggi italiane che ha funzionato bene. Ma l´argomento comunque è troppo delicato e importante per essere sottoposto a strumentalizzazioni elettorali o propagandistiche, da una parte e dall´altra.
Vedremo a tempo debito quale sarà l´esito dell´indagine e giudicheremo di conseguenza. Per il momento, però, su un punto sarebbe opportuno che convergessero tutti, cattolici e laici: e cioè sulla necessità di prevenire l´aborto, proprio per farne a meno, per evitarlo nel maggior numero possibile di casi, per ridurlo a un´eccezione sempre più rara. Se è vero che si ricorre all´aborto in condizioni estreme di necessità, cerchiamo di impedire che si arrivi fino a questo punto. E se anche risultasse che a volte l´aborto è servito o serve a interrompere gravidanze indesiderate, a maggior ragione occorre contrastarlo in anticipo, risalendo all´origine del problema.
“Lo Stato – si legge nell´articolo 1 della legge 194 – garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. La stessa Chiesa cattolica predica opportunamente la “procreazione responsabile”. Come si fa, dunque, a renderla effettivamente tale, a favorire la massima responsabilità nel concepimento, ad aiutare soprattutto i più giovani, i più poveri e i più sprovveduti a procreare in modo responsabile?
Lo strumento privilegiato non può che essere l´informazione: cioè l´educazione sessuale e quindi la contraccezione, attraverso la diffusione di quella “cultura del rispetto” che l´ex ministro della Salute e oncologo di fama internazionale, Umberto Veronesi, auspica in un recente intervento pubblicato su un settimanale familiare come Oggi. Per procreare responsabilmente, dunque, bisogna essere innanzitutto informati ed educati fin dall´età scolastica. Questa è la più grande “campagna etica”, afferma Veronesi con la coscienza di chi ha messo al mondo sei figli, che si può lanciare contro l´aborto, in difesa della vita e della famiglia, “pilastro fondamentale della società” come giustamente l´ha definita ancora ieri il Papa.
La controprova è nelle statistiche sulle interruzioni di gravidanza che hanno registrato un trend continuamente in discesa. Nel 1982 gli aborti volontari furono 240 mila; nel 2004 si sono dimezzati, scendendo a 120 mila. Da allora a oggi, la consapevolezza delle donne è certamente cresciuta, mentre l´uso della pillola anticoncezionale è passato dal 6 al 20 per cento. Una maggiore informazione, insomma, ha favorito quella “procreazione cosciente e responsabile” che la legge del ‘78 contemplava nel suo primo articolo.
Di questi dati, dovrebbe tener conto anche la Chiesa per adeguare una dottrina morale che – secondo alcune inchieste prodotte dall´interno dello stesso mondo cattolico – proprio a causa della sua impraticabilità tende ad allontanare le coppie dei fedeli dalla frequentazione dei sacramenti. E´ noto, del resto, che nella pratica quotidiana molti confessori preferiscono assolvere i loro penitenti quando ammettono di aver usato la pillola o il profilattico nei rapporti matrimoniali, distinguendo l´atto sessuale dall´atto procreativo. E così questi sacerdoti contribuiscono a combattere l´aborto e spesso anche a salvare l´istituzione della famiglia: meglio un figlio non concepito che un “figlio del peccato”, concepito per caso o per sbaglio e quindi non voluto.
“Nell´educazione della gioventù e nella pastorale – ricorda Giancarlo Zizola nel suo libro citato all´inizio – la Chiesa esercitava un ruolo di disciplinamento della sessualità, mediante campagne sulla purezza, l´uso non di rado intrusivo della confessione sacramentale, la direzione spirituale, la separazione fra i sessi nelle associazioni cattoliche e negli istituti scolastici dipendenti dalla Chiesa, la proibizione dei rapporti prematrimoniali, la lotta al ballo e alla masturbazione, la censura cinematografica, accanita contro baci e licenze sessuali, una morale precettistica, persino occhiuta sulle misure delle braccia e gambe scoperte delle donne in chiesa, oggetto talora di lettere pastorali severe”. E lo stesso autore aggiunge: “Il sesso si lasciava facilmente considerare, insomma, come strumento di eterodirezione, di segno generalmente repressivo, da parte del clero celibatario sul gregge; il veicolo di un controllo sociale che assicurava alla Chiesa, quasi senza competitori, il rango di una grande agenzia morale per la stabilità dell´ordine pubblico”.
E´ così ancora oggi? Può essere così nella società della comunicazione di massa, sottoposta nel bene e nel male al bombardamento mediatico? O non sarebbe meglio, piuttosto, affrontare la sfida sul piano dei valori, della libertà individuale, della coscienza, della scelta responsabile?
Combattiamo allora tutti insieme l´aborto, laici e cattolici, senza scatenare guerre di religione che evocherebbero fantasmi del passato. Difendiamo la vita, credenti e non credenti, in nome di quel destino comune che unisce tutto il genere umano. E infine, evitiamo di strumentalizzare a scopi elettorali una grande questione di civiltà.

Lea Vergine

Quando si farà un’indagine critica sugli architetti e designer donne degli ultimi cento anni sarà troppo tardi. Non si capisce perché non esista nulla di organico sul lavoro svolto dalle sorelle Margaret e Fances Macdonald (gruppo de “I Quattro di Glasgow); da Eileen Gray (la più nota grazie agli scritti dello storico Joseph Rykwert); da Lilly Reich (Verkbund e Bauhaus); da Vanessa Bell (Omega Workshop); da Margaret Kropholler-Staal (De Stijl). E, intanto che ricordiamo queste, si affollano alla mente i nomi di Sonia Terk-Delaunay per tutti gli interventi d’interni come del resto fecero Sophie Tauber Arp e le russe, da Alexandra Exter a Popola a Dan’Ko. E poi Julia Morgan, Cloty Zantzinger, Margaret Leiteritz, Marianne Brandt, Teresa Zarnower, Raili Mietila, Anni Albers, Charlotte Perriaud, Aino Marsio Aalto, Grete Mayer, Maija Isola, Armi Ratia, Ottie Berger, Nanna Ditzel, Wuokko Eskolin fino a Denise Scott Borwn, Alison Smithson, o Judith Chafee…Impressionante vero?!
E’, quindi, con interesse, curiosità (e una certa allegria) che si va a leggere e guardare il libro-intervista che la Silvana Editoriale dedica a Cini Boeri architetto e designer (a cura di Cecilia Avogadro, pp. 165, euro 22,00), passando in rassegna tutta l’opera di architettura lungo un arco di cinquanta anni e quella di design per circa trentacinque.
La Boeri, sin dagli inizi, si caratterizza affrontando i temi della ricostruzione con soluzioni studiate in modo da eliminare quelle differenze sociali che nuocciono alle possibilità di un’esistenza più armonica: dall’Asilo Nido per madri nubili a Lorenteggio al pensionato delle Carline (sempre a Milano, negli anni cinquanta, quando ancora lavorava, giovanissima, nello studio di Marco Zanuso). E qui potrei continuare raccontando, decennio per decennio, un lungo e teoricamente argomentato iter (argomentato nella maniera più propria dalla stessa Cini Boeri), ma certamente ci sarà qualcuno più disciplinatamente preparato di me a farlo, confrontando le operazioni della nostra con quella dei suoi colleghi coevi. Il punto interessante, forse, è un altro.
Alle volte vediamo tra gli architetti verificarsi il fenomeno: prodotto riuscito, identità annullate. Non è il caso di Cini Boeri. Ma prendiamola pure alla lontana. Quando, nel 1986, entrai alla Triennale di Milano, mi misi subito a guardare un filmato su Pina Baush, la strepitosa danzatrice di Wuppertal che ha riformato la coreografia contemporanea. La proiezione continua aveva luogo in un ambiente che riguardava il “progetto domestico” e presentava un piccolo appartamento per due persone. Portava la firma della Boeri, sicchè mi dissi, “toh che rarità, un architetto si guarda intorno e capisce il senso della Bausch. Stranezza”. Per me, allora, e chissà per quanti, Cini Boeri era un nome legato al successo – negli anni settanta e ottanta la resero notissima – di poltrone e divani chiamati “bobo”, “serpentone”, “pecorelle”.
Apro il libro e, come tanti di noi che non sanno di architettura, devo subito dichiarare di essere rimasta felicemente stupefatta di fronte all’immagine di opere come la Casa quadrata e la Casa rotonda a La Maddalena, in Sardegna, e la Casa del bosco, vicino Varese – siamo negli anni sessanta ed Ernesto Rogers ne scrive in modo lusinghiero -; o a quelle di Casa Gramsci vicino Nuoro o, dulcis in fundo, a quelle di Casa Sechi dell’anno scorso, sempre a La Maddalena. Per citarne solo alcune. Questi edifici di uso civile mi sono apparsi molto più significativi degli arredi, il cui successo, mi rendo conto, pure permise a Cini Boeri di ideare e costruire a Bilbao piuttosto che a Stoccarda, a Los Angeles piuttosto che a Tokio o a New York.
Intendo dire che nella distribuzione e articolazione degli spazi esterni e interni si legge una personalità molto più rigorosa (senza essere pesante), molto più ricca di quella che per solito si configura quando si pensa alla professionista milanese affermata. Poi si legge la lunga intervista circostanziata. E allora risultano evidenti caratteri piuttosto rari: l’appartenenza a quella che cinquanta anni fa si chiamava ideologia culturalista ma, al contempo, la dimensione “poetica” di apertura sull’essere e sull’esistere a cui la Boeri non si sottrae mai: l’appassionata riflessione sulle idee dell’avanguardia occidentale, attenta alla cosiddetta civiltà industriale sì ma legata comunque all’impegno etico e politico sapendo collegare invenzione, deduzione e mondo della produzione. Il tutto con un respiro che, manifestamente, andava oltre le tradizioni locali.
Cini Boeri è tra coloro che si sono battuti per una fattiva possibilità di intervento nel sistema dell’imprenditoria e del mercato: scervellandosi (non scervellarsi su qualcosa non è prova di ingegno o di anticonformismo: è solo sciatteria).
Altra peculiarità: l’architettura, nell’architettura, non ha mai omesso l’amore. L’architettura delle emozioni e dei sentimenti… Si può dire? Perché no.
Tra i pregi della pubblicazione – tuttavia molte perplessità lascia una copertina con poltrone e pecorelle (sì, proprio piccole pecore) e una quarta di copertina con una delle più belle case formato francobollo, chissà perché! – c’è il narrare dell’intervistata che riflette la storia, gli entusiasmi e le illusioni dell’ultima metà del secolo appena chiuso. Si parla della Milano degli anni d’oro – agli antipodi di quella odierna ridotta in ginocchio: di Ferruccio Parri e Mondo Crateri (si principia con la guerra); di Gio Ponti e Zanuso: di Luciano Fontana e Aldo Rossi; di Richard Sapper, Ernesto Rogers, Aldo Aldovrandi e della mitica Libreria Einaudi; di Bruno Zevi, Tomàs Maldonado e di tante altre presenze nella cultura d’allora nonché della vita di Cini Boeri.

da il manifesto – «Atlante di un’altra economia», da oggi in libreria per manifestolibri. Una mappa delle politiche e delle pratiche «del cambiamento», alternative possibili al modello liberista, come l’altro mondo riunito in questi giorni a Porto Alegre. I «senza potere» indicati dalla studiosa delle città globali come i protagonisti del futuro

«La storia ci insegna che gli esclusi e i deboli sono un importante fattore nello sviluppo di nuove fasi storiche. Gli accademici hanno incontrato e incontrano notevoli difficoltà nello spiegare il cambiamento sociale, in parte perché c’è la tendenza a concentrarsi su ciò che è «incluso», che fa parte dei sistemi formali: i governi, gli elettori, il mercato del lavoro formale, il sistema di difesa di un paese, ecc. I grandi sconvolgimenti sociali ci colgono impreparati – che si tratti della caduta di regimi poderosi come le dittature dell’America Latina negli anni ’70 e di Marcos nelle Filippine, o l’estensione del diritto di voto alle donne e alle persone di colore, o la firma del trattato per la messa al bando delle mine antiuomo, o le mobilitazioni contro il Wto a Seattle nel 1999. Per quanto la Cia si sforzi di tenere sotto controllo i «sobillatori», non è mai stato possibile prevedere correttamente il sopraggiungere del cambiamento sociale, o prevederlo affatto. Una delle ragioni è che quel che può apparire come un cambiamento improvviso è in realtà il risultato di una lunga storia di lotte organizzate, portate avanti da attori invisibili e «senza potere». I grandi eventi e cambiamenti sociali sono spesso costruiti nel corso di decenni dalle pratiche degli esclusi. Le donne hanno lavorato per un secolo per ottenere il diritto di voto, prima che, negli anni60, diventasse una realtà nei paesi ricchi del Nord del mondo. Ma la storia ne parla come se un giorno, in alcuni casi verso la metà degli anni ’60, i legislatori avessero improvvisamente deciso di concedere il diritto di voto alle donne. Oggi stiamo attraversando, ancora una volta, una congiuntura storica molto particolare. Vale la pena dunque di esaminare le tendenze chiave che stanno ridisegnando la mappa politica; niente di quanto dirò è del tutto nuovo, ma la scala del fenomeno e le tattiche impiegate sono in una certa misura estreme e danno vita a una nuova mappa politica. In questo contesto, c’è spazio perché le forze sociali informali rafforzino il proprio impegno e lavoro politico.

Nuovi attori e percorsi

Vorrei evidenziare due questioni chiave, relative entrambe al sistema politico formale, che sono un chiaro indicatore del degrado di questo sistema politico e quindi dell’importanza delle forze politiche informali.

In primo luogo, in tutti i paesi la globalizzazione ha indebolito il sistema legislativo e, benché vi si presti poca attenzione, ha rafforzato il potere del ramo esecutivo. Non è una cosa di cui stare allegri. Per quanti limiti le democrazie liberali possano avere, il sistema legislativo è il luogo in cui si esercita il potere del popolo, in cui possiamo far sentire la nostra voce attraverso i nostri rappresentanti eletti. È anche il ramo del governo in cui possiamo porre i politici di fronte alle loro responsabilità: chiedere ai legislatori e, cosa ancor più importante, al governo – presidente/primo ministro, ministri, agenzie e commissioni operanti all’interno dell’esecutivo – di rendere conto del loro operato. Il numero di commissioni e agenzie governative è aumentato considerevolmente nel corso del tempo: una parte sempre maggiore delle attività di governo è sotto il controllo dell’esecutivo e sottratta alla supervisione dei cittadini. Nel contempo, il ramo legislativo è stato indebolito, al punto che in molti paesi oggigiorno è in uno stato di degrado, proprio perché il sempre minor potere di cui gode lo rende vulnerabile alle mire degli interessi privati. Tutto questo emerge con estrema chiarezza negli Stati uniti dove, come sostengo nel mio ultimo libro, abbiamo un governo sempre più «privatizzato». Gli Usa sono a malapena quella democrazia liberale caratterizzata dall’equilibrio tra i poteri che si suppone che siano. Non è mai stato un sistema perfetto, né è mai stato implementato alla perfezione, ma quel che è avvenuto negli Stati Uniti nell’ultimo decennio è davvero senza precedenti. Credo che stiamo entrando in una nuova era: il punto è che l’apparato formale della politica – il governo, i partiti politici, le lobby ufficiali – sono sempre meno rappresentativi del corpus politico nel senso più generale del termine. Questo significa che gli attori politici informali – i movimenti sociali, gli esclusi, i «senza potere» – assumono un ruolo ogni giorno più importante.

In secondo luogo, esiste oggi un sistema politico-economico strategico interamente nuovo, che in parte funziona attraverso i mercati elettronici, e in parte è integrato in una rete di circa quaranta città globali sparse per il mondo. È un sistema che sfugge alla legge territoriale degli stati-nazione e, ciò che forse è ancora più importante, che riesce a far entrare elementi del proprio programma nelle leggi nazionali. Lo concepisco come la privatizzazione del potere di dettare legge, che era un tempo di dominio pubblico. Questa tendenza a inserire l’interesse privato nel sistema politico pubblico avviene attraverso le commissioni specializzate nella «regolamentazione», che operano a fianco del ramo esecutivo del governo; attraverso dipartimenti chiave del ramo esecutivo (come i ministeri delle finanze e le banche centrali); e attraverso le lobby private che influenzano i rappresentanti in parlamento (soprattutto negli Stati Uniti, molto meno in Europa). È un processo insidioso, perché gli interessi privati vengono spacciati per politiche pubbliche e difesi come il modo migliore di governare il paese. Chiaramente, non stiamo parlando di corruzione, come quando un esponente politico di alto livello viene pagato da privati perché appoggi un oscuro provvedimento: il tutto, invece, viene fatto apparire legale. Di conseguenza, assistiamo oggi a nuove forme di potere e autorità private che agiscono globalmente, al di fuori del dominio della politica nazionale; e impongono le loro politiche attraverso i nostri governi, facendole apparire legali. Ancora una volta, nella misura in cui il sistema politico formale è coinvolto in questo processo, gli attori delle lotte politiche informali assumono un’importanza del tutto nuova.

Voglio sostenere che è soprattutto in tempi come questi che le pratiche dei movimenti sociali e degli esclusi diventano sempre più influenti. Ce l’hanno dimostrato i Forum di Porto Alegre e di Bombay. Gli spazi di lavoro politico degli attori informali sono diversi da quelli dei partiti politici: stiamo parlando, per esempio, degli spazi meno formali delle città e dei territori (anziché i sistemi nazionali di voto) e, cosa interessante, delle nuove reti informatiche che collegano fra loro punti diversi del mondo, creando una zona pubblica globale sempre più ampia. Questo non significa rinunciare allo Stato; significa solo che le forze politiche informali assumono maggior potere e quindi, si spera, possono entrare nell’apparato politico formale, trasformandolo sia dall’esterno, attraverso le proteste, sia dall’interno. È grazie a queste pratiche di resistenza e costruzione del cambiamento che le forze politiche informali si rafforzano e acquistano visibilità, esperienza e potere (speriamo che si tratti di potere «buono» e che tale rimanga, una questione non priva di rischi).

Lo spazio urbano

Le città e i territori sono uno spazio di gran lunga più adatto alla politica di quanto non sia lo Stato. Diventano un luogo in cui gli attori politici informali possono far parte della scena politica secondo modalità molto più difficili da praticare a livello nazionale, dove la politica deve essere gestita attraverso sistemi formali: quello elettorale, quello giudiziario (citando le agenzie in tribunale), ecc. Nello spazio politico nazionale, gli attori politici informali sono ridotti all’invisibilità. Lo spazio delle città accomoda un’ampia gamma di attività politiche – occupazioni, manifestazioni contro la repressione brutale della polizia, lotte per i diritti degli immigrati e dei senza tetto, la politica della cultura e dell’identità, attivismo gay, ecc. – che assumono particolare visibilità nelle piazze. Gran parte delle pratiche politiche urbane sono reali, portate avanti da persone anziché essere dipendenti da costose tecnologie mediatiche. La politica di piazza facilita la creazione di nuovi tipi di soggetti politici che non devono necessariamente passare per il sistema politico formale.

Ma non si tratta solo di attivismo. La città e il territorio sono anche uno spazio in cui chi dispone dipoche risorse può accumularne di collettive, siano esse relative al sapere, politiche, culturali e sociali. Il progetto di Roma di fare della regione metropolitana uno spazio per le economie alternative è un esempio dei modi più profondamente strutturali di usare le risorse collettive e le politiche delle aree urbane densamente popolate. Il lavoro di «Sbilanciamoci!», teso a una revisione critica del bilancio statale per analizzare come vengono impiegati i soldi dei contribuenti, è un altro esempio; ripetere lo stesso esercizio a livello metropolitano e urbano sarebbe ancora più rilevante, dal momento che le voci del bilancio cittadino sono più vicine alle questioni di interesse quotidiano per la gente. È importante ripensare chi è l’attore politico in questi contesti: non è più semplicemente l’elettore. Include altri soggetti, protagonisti della vita quotidiana, a prescindere dal fatto che godano o meno dei diritti di cittadinanza, che votino o meno alle elezioni politiche. Tutto questo è ovviamente importante ma, nello spazio politico cittadino, altre questioni, altre esigenze hanno la precedenza; sono questioni reali, e anche un immigrato irregolare può prendere parte alla lotta. La crescita del movimento del diritto alla città è un buon esempio di questo potenziale; evidenzia anche come reclamare tali diritti faccia della politica un processo reale e partecipativo, dal momento che riguarda risorse collettive e infrastrutture, e il riconoscimento della diversità nelle rivendicazioni di alloggi, parchi, lavori, accesso a cure sanitarie e strutture per l’infanzia, ecc. Il tutto diventa ancor più significativo in un contesto in cui il sistema politico formale assorbe una percentuale sempre minore delle energie politiche di un paese.

Quando la città ha dimensioni globali, queste possibilità politiche assumono un carattere ben diverso, perché questo tipo di città è di importanza strategica per il capitale globale. Queste città, e i legami geografici strategici che le collegano tra loro attraverso i confini nazionali, possono essere considerate parte dell’infrastruttura per una società civile globale, a cui contribuiscono dal basso, attraverso una molteplicità di micro-siti. Tra questi micro-siti e queste micro-transazioni ci sono una varietà di organizzazioni impegnate in questioni transnazionali, come l’immigrazione, il diritto d’asilo, le lotte per un’altra globalizzazione… Sebbene tali organizzazioni non siano necessariamente urbane per nascita o orientamento, la geografia delle loro operazioni è in parte inserita in un gran numero di città.

Ironicamente, le nuove tecnologie informatiche, soprattutto Internet, hanno rafforzato la mappa urbana di questi network transnazionali. Per quanto non sia strettamente necessario, le città (e i network che le tengono insieme) in questa fase fungono da ancora e facilitano le lotte globali; questi stessi sviluppi agevolano, però, anche l’internazionalizzazione del terrorismo e dei traffici illegali. Le città globali, quindi, sono ambienti complessi che stimolano questi tipi di attività, anche se i network stessi potrebbero non essere urbani. E il ciberspazio è, ironicamente, uno spazio politico per gli esclusi molto più importante del sistema politico nazionale.

Attivisti digitali

A seconda dell’uso dei media informatici in questo nuovo tipo di impegno transnazionale, possiamo individuare due ampie categorie di attivismo digitale: il primo consiste in gruppi di attivisti localizzati sul territorio che si collegano con altri gruppi simili sparsi per il mondo. L’evidenza empirica disponibile suggerisce che tali gruppi sono presenti principalmente, anche se non esclusivamente, nelle città. Gli attivisti creano network non solo per diffondere informazioni (su questioni politiche, ambientali, abitative, ecc.) ma anche per elaborare strategie politiche e promuovere vari tipi di iniziative. Esistono molti esempi di questa attività politica transnazionale: Sparc, per esempio, creato da donne e per donne, è nato come un tentativo di organizzare gli abitanti degli slum di Bombay per aiutarli a trovare casa; ben presto, si è trasformato una rete di gruppi simili presenti in tutta l’Asia e in alcune città dell’America Latina e dell’Africa. Questa è una delle più importanti modalità di politica alternativa resa possibile da Internet: un politica sul territorio, ma con un’importante differenza – si svolge su territori collegati fra loro attraverso regioni, paesi, o in tutto il mondo. Il fatto che il network sia globale non significa che tutto debba avvenire a livello globale.

Uno degli esiti di questo stato di cose è che i «senza potere», gli svantaggiati, gli emarginati, leminoranze discriminate, possono acquisire una presenza nelle città globali, sul territorio e nel ciberspazio, e possono farlo rispetto a chi detiene il potere e gli uni rispetto agli altri. Questo, per me, è il segnale della possibilità di un nuovo tipo di politica, basata su nuovi tipi di attori. Non è più semplicemente questione di avere il potere o di non averlo. Queste sono le nuove basi ibride sulle quali agire. Le pratiche informali e gli attori politici non totalmente riconosciuti come tali possono comunque partecipare allo scenario politico. Se poi torniamo alla storia e vediamo in che misura i cambiamenti importanti siano stati generati non dai poderosi al potere, ma proprio dai «senza potere», allora le nuove condizioni oggettive cui assistiamo oggi acquistano nuovi significati. Ma perché si realizzino a pieno, dobbiamo impegnarci; non cadranno come manna dal cielo.

 

Intervista/ Parla Mahasweta Devi , scrittrice bengalese, che vince domani il Nonino
‘La cronaca è quella che mi ispira e le ingiustizie di ieri e di oggi come la schiavitù per debiti’ Ha settantanove anni e da sempre denuncia le miserie della sua gente oppressa da leggi arcaiche
Natalia Aspesi

Questa signora spiccia e per niente fragile, che sbatte nervosamente un angolo del suo sari color sangue sulla spalla del golf di lana grigia, chiede pasta all’ amatriciana ed è già infastidita dagli sguardi occidentali che si commuovono per i suoi eroismi e per i suoi 79 anni che si vorrebbero tremuli e invece sono duri e combattivi, è la più famosa eroina di un’ India che anche gli indiani non conoscono, la cantastorie irrefrenabile, puntigliosa, implacabile, di soprusi, miserie, crudeltà, tirannie, sfruttamento, annientamento, dolore, di popoli cancellati dal vorticoso progresso del paese, dove gli ingegneri informatici sono milioni e migliaia le grandi aziende occidentali che ricorrono alla loro sapienza comunque sottopagata. Già rabbuiati dai nostri problemi certo meschini, ci siamo abituati ad addolcirci con certe finte mille e una notte contemporanee, con l’ India giocosa, matrimoniale e ballerina dei film di Gurinder Chada e Mira Nair, con l’ India borghese e benestante dei bei romanzoni pieni di intrighi d’ amore di Vickram Seth, o con quella fresca e romantica della giovanissima Rupa Bajwa, che ha appena vinto il premio Grinzane Cavour per gli esordienti. Ma si sa che la giuria del premio Nonino è spietata e incorruttibile come un manipolo di samurai, orgogliosamente la sola delle migliaia di compiacenti giurie ad avere come suo massimo pregio quello di scartare ogni indulgenza, ogni faciloneria, ogni opera che corra il luttuoso pericolo di diventare di moda, forse per questo prendendo in considerazione le donne, ritenute portatrici di banalità, con una parsimonia talvolta punitiva. Questa volta ha dovuta mettere da parte la sua dotta misoginia perché, per gli strani scherzi del destino, il suo giudizio severo e adamantino si adattava perfettamente all’ opera letteraria e all’ impegno sociale e politico di questa colta, appassionata, combattente signora indiana, Mahasweta Devi: in India lei è una celebrità venerata e ha vinto tra l’ altro il premio Magsaysay, una specie di premio Nobel dell’ Asia, mentre da noi, e questo piace al Nonino che odia l’ ovvio e il risaputo, è quasi sconosciuta, se non per suoi accaniti esegeti come gli studiosi Italo Spinelli e Anna Nadotti; è stata lei a convincere l’ Einaudi a non considerare una follia la traduzione dal bengalese e uno spreco la pubblicazione di un timido libricino composto da sette racconti scritti tra il 1970 e il 1990, uscito pochi mesi fa col titolo La preda. Un solo altro racconto, “La cattura”, era già stato edito da Theoria nel ’96, oggi introvabile, e in un volumetto intitolato India Segreta, del ’99, La Tartaruga aveva inserito tra diciotto racconti di donne anche uno della Devi, lo stesso, durissimo, che ritroviamo in La preda. In più fa molto Premio Nonino e quindi Magris, Olmi, Naipaul, Le Roy Ladurie e gli altri delle giuria, che queste storie, estratte da una immensa mole di lavoro in bengalese, riunita in 42 volumi (opera omnia che l’ editrice indiana Seagull ha iniziato a pubblicare in inglese), paiano leggende sprofondate in tempi di primitive, perdute disperazioni e invece eccole qua, sono tuttora possibili, vere: viste, testimoniate, oralmente tramandate, raccontate e raccolte dall’ implacabile stanatrice di ingiustizie e assurdità raccapriccianti: dove il bersaglio di ogni sopruso e privazione e disumanizzazione riesce a conservare ironia e dignità, paura ma anche fierezza. Domani, i mille invitati nelle nuove distillerie della casa, confortati dall’ oblio imposto dall’ accostamento paradisiaco di brovada e muscetta e stupendamente storditi dalle esalazioni delle nuove grappe, dalla signora Devi, nuovo “Maestro del nostro tempo”, saranno subito messi in riga, estratti dal loro assonnato benessere, strappati alle morbidezze dei torroni e alla sensualità delle frittelle e dei balli in costume friulano, con le sue tragiche fiabe vere. «Erano gli anni ’80, molto tempo fa ma poi non tanto, nella regione di Palamau nell’ India Occidentale, una regione molto povera, popolata da intoccabili, emarginati, e soprattutto adivasi, cioè aborigeni che occupavano le terre prima dell’ arrivo degli altri popoli conquistatori che gliele portarono via. C’ era un sole insopportabile, e un vecchio sciancato trascinava un carro pesantissimo con una fatica sovrumana. Chiedo: “Perché quell’ uomo deve lavorare come una bestia da soma?”. E il proprietario del carro, serafico, risponde: “Per salvare il mio manzo, che vale almeno 2.000 rupie e sotto il sole creperebbe. Invece la vita di quell’ uomo non vale niente, è il mio lavoratore vincolato”. Lavoratori vincolati erano, purtroppo sono, quelli che indebitandosi col padrone per ottenere cibo, ne diventavano proprietà, passando il debito anche ai discendenti, per sempre». Nel racconto “Il sale”, le cose vanno così. Nel villaggio arrivano i giovani attivisti e spiegano al padrone che il betbegari, la schiavitù per debiti, è diventata illegale, che i contadini vanno pagati. “Bene”, dice il padrone, e per vendetta, lui che possiede anche tutti gli spacci, fa scomparire il sale. Senza sale non si ha la forza per lavorare: inizia qui una magnifica lotta fatta di astuzia, di appostamenti, di fughe, tra i contadini a caccia del sale e gli intelligenti elefanti che vogliono proteggere il saled che gli viene dato dalle guardie forestali. Vinceranno naturalmente l’ elefante solitario ed il padrone. Dice la signora: «Io vedo continuamente, con i miei occhi, la brutalità del sistema esistente, quello che separa totalmente l’ India che progredisce e che raggiunge il benessere da quel quarto di miliardo dei suoi abitanti che resta escluso da tutto, abbandonato e ignorato. I miei racconti nascono dalla cronaca vera, dagli orrori cui assisto, e che mi hanno fatto entrare in gruppi di azione e difesa come quello per i diritti delle tribù nomadi declassificate». Qui i racconti di Devy si fanno più spaventosi. Nel 1871 gli inglesi classificarono come criminali circa 250 antiche tribù nomadi che vivevano nella foresta, fuori da ogni casta, istituendo un Criminal Act che bollava come pericolosi anche i neonati. Dopo l’ indipendenza le tribù sono state declassificate, ma solo formalmente. Così gli arresti, le torture, gli assassini senza ragione da parte di una polizia particolarmente feroce, di un Sabar o di un Lohdas, sono continuati. Devi ha lottato per restituire giustizia a questi innocenti, i corpi alle loro famiglie, e ne ha scritto racconti freddi, quasi ironici, semplici e strazianti. «La mia esperienza mi fa essere perpetuamente arrabbiata, ci sono sfruttatori e forme di sfruttamento imperdonabili. E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’ India progettata dal governo, per denunciarne la brutalità». Una delle passioni di Mahasweta Devi è raccogliere le parole delle molte lingue e dei tanti dialetti indiani, prendere nota delle tradizioni che diventano racconti. Come la storia dei dombasi, che sposano la bambina primogenita al dio Venkateshwar Shiva. Quindi i famigliari maschi costruiscono per lei una capanna vicino a casa dove deve prostituirsi apertamente, consegnando tutti i guadagni ai genitori. Il villaggio la onora come sposa di Shiva. Quando non può più vendersi, le procurano una capanna lontano e sarà libera di fare quel che vuole. La signora Devi è nata nel 1926 a Dacca oggi Bangladesh, in una famiglia hindu ma laica, di casta alta, figlia di un famoso poeta, Manish Ghatak, uno zio celebre regista, Ritwik Ghatak: laureata in letteratura inglese, si è sposata due volte e due volte ha divorziato, ha un solo figlio, scrittore. Vive a Calcutta, viaggia instancabilmente tra adivasi, tribali, intoccabili, dirige un giornale in cui i senza voce possono esprimere richieste e desideri. Ha fatto parte da ragazza dei giovani comunisti, ha assistito alle rivolte dei braccianti senza terra e degli studenti degli anni Sessanta e Settanta, ha trasformato ogni esperienza in romanzi, racconti, articoli, opere teatrali, libri per bambini. Molti film si sono ispirati alle sue opere, importante La madre del numero 1084, diretto da Govind Nihalani. Nelle sue storie gli uomini sono eroi fragili destinati alla sconfitta, le donne delle erinni invincibili, ragazze che umiliano il capo della polizia mostrando il loro corpo nudo e martoriato dalla violenza, belle che non vogliono sottomettersi al desiderio del prepotente e, poiché il loro no non conta, lo fanno fuori a colpi di macete. «Scrivo delle donne perché sono recluse, emarginate, punite. Scrivo di e con gli adivasi. Con Nehru e dopo di lui ci è stata imposta una certa versione della nostra storia alla quale dobbiamo ribellarci. Bisogna avere il coraggio di rileggere, di reinterpretare ogni cosa, il coraggio di andare alla storia non scritta. E’ compito della letteratura dire quale è stata in realtà la storia, soprattutto la storia delle donne. Gli storici dovrebbero leggere molta letteratura per dare forza alle loro argomentazioni». Mahasweta Devi, piccola, anziana, forte, scura, serena e impaziente, storici e letterati, qui, se li mangia in un boccone.

da il manifesto – Ventotto anni, sefardita, elettrice del Likud, oggi agli arresti per «collaborazione con il nemico». La sua colpa, aver visto in faccia e denunciato gli orrori dell’esercito israeliano a Jenin

Tali Fahima da qualche mese è un nome noto in Israele e nel campo profughi di Jenin. Tali ha 28 anni, ebrea sefardita, dal 9 Agosto scorso è la prima cittadina ebrea israeliana in detenzione amministrativa; cioé incarcerata, fino a poco fa senza accuse formali e senza condanna, come migliaia di palestinesi in questi anni di occupazione militare. Cresciuta a Kiryat-Gat, una città d’immigrati orientali ai bordi del deserto del Negev, lavorava come segretaria in uno studio legale di Tel-Aviv, ed è stata licenziata per le posizioni politiche recentemente assunte contro l’occupazione militare israeliana. Tali non proviene dall’area pacifista o degli intellettuali israeliani, di norma askenazi, né dalla classe media. Ha votato, anche l’ultima volta, per Sharon, è stata sostenitrice del Likud e, come la sua famiglia, una fervente nazionalista, ma ha cambiato le sue posizioni. Punto di svolta nella sua vita è stato il documentario di Giuliano Mer, I bambini di Arna, su un progetto teatrale per i bambini di Jenin, condotto nella prima Intifadah da Arna, una donna israeliana che ha dedicato la sua vita alla costruzione della pace tra palestinesi e israeliani, che è deceduta qualche anno fa ed era la madre di Giuliano. Nel film si vede la devastazione provocata dalle invasioni dell’esercito israeliano a Jenin e il percorso di sei palestinesi che nella prima Intifadah partecipavano al progetto di Arna, alcuni dei quali uccisi durante questa seconda Intifada.

L’ingiustizia in faccia

Tali vuole vedere davvero che cosa succede. E fa qualcosa di imperdonabile e proibito agli israeliani: va a Jenin, conosce Zakaria Zubeidi, un tempo uno dei «figli» di Arna, oggi capo locale delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa e tra i ricercati. Tra loro nasce un’amicizia, basata sul confronto. Come dichiara lei stessa: «Mi hanno sempre insegnato che gli arabi erano qualcosa che semplicemente non doveva esistere. Sono sempre stata di destra. Fin dall’infanzia mi hanno insegnato a odiare gli arabi, a non fidarmi di loro e a pensare che l’occupazione fosse giusta. Ho cominciato a perdere le mie illusioni prima delle elezioni, ma ho votato Likud perché avevo ancora una paura primordiale degli attentati terroristici e perché sapevo che Sharon era un buon guerriero».

Tali comincia a lavorare in progetti educativi nel campo profughi di Jenin; vive con i palestinesi, ospite nelle loro case. Nel marzo 2004 viene arrestata una prima volta, a causa delle sue dichiarazioni alla stampa, in cui si diceva pronta a proteggere con il suo corpo Zakaria, come gesto di protesta nei confronti della prassi delle esecuzioni mirate ed extraterritoriali, costantemente applicata dall’esercito israeliano. Dopo il rilascio é contattata dai servizi segreti israeliani, che vogliono convincerla a collaborare come informatrice e, dopo il suo rifiuto, il 9 agosto viene arrestata ancora. Rimane per mesi in detenzione amministrativa, senza accuse formali né un’effettiva condanna. Il tribunale continua per settimane a rimandare le udienze, per lasciare più tempo di investigare su quelle che i servizi segreti interni in Israele considerano le sue attività illecite. Il 26 dicembre viene infine pronunciata l’accusa: «Collaborazionismo con il nemico in tempo di guerra, trasmissione di informazioni al nemico, contatti con agenti stranieri, detenzione illegale di armi, sostegno di organizzazioni terroristiche e violazione dell’ordine legale». Il processo inizia l’11 gennaio, con un’audizione procedurale in cui il giudice ha lasciato i presenti senza parole domandando all’accusa se intendesse richiedere la pena di morte. Non é mai accaduto, neppure nel sistema legale israeliano, che un giudice facesse una domanda del genere, alla presenza del pubblico, dei media e dell’accusata stessa, di fatto incitando l’opinione pubblica contro di lei. E con questo si arriva al 25 gennaio, quando il giudice Zvi Gurfinkel decide di rilasciare Tali dalla detenzione amministrativa mettendola agli arresti domiciliari nella casa di sua madre a Kiryat Gat, con una cauzione di 15.000 shekel, con la motivazione che le prove contro di lei non sono sufficienti a giustificarne la detenzione; aggiunge pero’ che la custodia di Tali é motivata da altro: se infatti non ci sono prove sufficienti per arrestarla, l’aver creato legami evidenti con «agenti esterni», anche al fine di proteggerli (come ha fatto Tali con Zakaria Zubeidi), è contro la legge; così come è considerato reato, seppure minore, l’aver tradotto a Zubeidi i documenti persi da un ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane durante un’operazione a Jenin, nei quali si indicavano chiaramente gli obiettivi dell’operazione e le modalità per portarla a termine. Curioso é il fatto che non avendo però Tali «consegnato» il materiale a Zubeidi, ma essendosi limitata a leggerlo ad alta voce, questo non implicherebbe un livello di rischio tale da giustificare la sua detenzione; questo, anche perché molti tra i ricercati da Israele, secondo il giudice Gurfinkel, sono in grado di leggere in ebraico, pertanto la traduzione di Tali non avrebbe fatto alcuna differenza (Tali ha negato il fatto e comunque Zakaria Zubeidi parla ebraico).

Se però il giudice da un lato ha deciso di non trattenerla in prigione e di spostarla ai domiciliari, ha in ogni modo ritardato di 24 ore la messa in atto della decisione, per dare tempo all’accusa di protestare ed andare in appello. E così è accaduto, l’accusa si è appellata e Tali, per il momento, resta in prigione. Malgrado le condizioni psicologiche e fisiche di Tali non siano delle migliori, sia per lo stato di detenzione prolungata, sia per le pressioni a cui é stata sottoposta per costringerla a confessare reati che non ha commesso, Tali ha mantenuto un comportamento straordinariamente dignitoso e non ha mai smesso di parlare delle condizioni di vita dei palestinesi.

Accusata di «tradimento»

Le pressioni usate non si discostano dal solito metodo: presunte dichiarazioni di un prigioniero palestinese (rilasciate con ogni probabilità sotto tortura), per le quali durante la sua permanenza a Jenin Tali avrebbe visto del materiale esplosivo nelle mani di combattenti palestinesi. Ma, come dichiara la sua avvocata, se anche così fosse, e Tali ha fermamente smentito, questo non può costituire un motivo sufficiente per essere accusata di collaborazionismo nell’organizzazione di attentati terroristici in Israele.

Così come Mordechai Vanunu, anche lui di origine sefardita, tecnico della centrale nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, in Israele, arrestato nel 1986 con l’accusa di spionaggio e tradimento allo stato per aver denunciato all’opinione pubblica internazionale l’attività illegale di Israele in materia di armamenti nucleari, anche Tali Fahima é vittima di quella che prende le forme più di una vendetta tribale che dell’applicazione della giustizia e del diritto; Tali e Vanunu sono entrambi attaccati dal governo israeliano, perché mettono in pericolo l’ordine sociale e politico. Le loro comunità (entrambi, come si è detto sono ebrei sefarditi) potrebbero venire influenzate dalle loro esperienze, e cominciare a fare domande scomode. Per questo sono presentati come traditori, dipinti come una minaccia alla sicurezza e integrità nazionale. In questo senso il nuovo arresto di Vanunu lo scorso 12 novembre, così come la detenzione prolungata di Tali nonostante le decisioni del giudice, testimoniano un atteggiamento persecutorio del governo israeliano nei confronti di chi sceglie di non giustificare come esigenza di sicurezza per Israele, le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale dell’esercito israeliano, l’occupazione militare, la distruzione delle case, i rastrellamenti, i bombardamenti di civili.

Lo sanno e lo denunciano i militari israeliani che hanno scelto di dire «No» e di condannare pubblicamente i crimini commessi dall’esercito israeliano. Come dice spesso Jonathan Shapira, pilota refusnik: «Ho detto no per amore verso Israele e i miei vicini palestinesi, e vedo ogni giorno di più restringersi nel mio paese gli spazi di democrazia».

Tali, il cui caso, quindi, non é ancora risolto, è di fatto vittima delle manovre del sistema, come evidenzia Yehudith Harel, di Gush Shalom e cofondatore della Palestinian Israeli Joint Action for Peace, «per spaventare tutti noi e dimostrare cosa può accadere a chi supera il limite. Beninteso, non il limite di `collaborare con il nemico’, ma la linea di sfiducia che quasi quarant’anni di occupazione ed espropri dal 1948 si è sedimentata tra noi e i nostri vicini». In questo senso, la libertà per Tali Fahima, sarà un piccolo passo per la convivenza e la democrazia.

Ibrahim, tassista, Amneh, venditrice di frutta, Ahmed, venditore di falafel, Adnan venditore di caffè, Um Khaled e tanti altri palestinesi di Jenin che hanno imparato ad amare Tali, in carcere le hanno fatto pervenire un messaggio di sostegno; la stanno aspettando e le dicono che le vogliono bene e che il suo amore per la giustizia e il suo coraggio corrono in tutta la Palestina.

 Serena Fuart

“In un tempo in cui le parole girano intorno e si riferiscono a cose già definite e quindi perdono la sostanza naturale quasi sparendo, incontro questa filosofa, scrittrice, impegnata in una lotta contro l’irrealtà, perché il nostro parlare sia un parlare di qualcosa di reale. Questa sua lotta prende la forma di un’anti anti metafisica” E’ uno dei pensieri espressi da Luisa Muraro nel corso dell’incontro su Iris Murdoch introdotto da Liliana Rampello, tenutosi alla Libreria delle donne, il 7 maggio. Iris Murdoch, romanziera e filosofa, due mondi, due scritture. Scritture, secondo Luisa Muraro, concomitanti e pur tuttavia indipendenti.

Di fatto un incontro, quello avvenuto tra Luisa Muraro e Iris Murdoch. A parlarne è Liliana Rampello. Si tratta di uno scambio più che di un incontro, sostiene, uno scambio che ha modificato il pensiero di Luisa Muraro e non solo il suo.
Nel corso del suo intervento Liliana ci parla più precisamente di un doppio incontro. Doppio perché “mi era capitato cinque o sei anni fa a Londra di vedere un volume di Iris Murdoch intitolato Esistenzialisti e mistici con tutti gli scritti filosofici di lei, un testo complesso che mi interessava. Ho preparato la scheda per l’editore (Il Saggiatore) e nel farla mi sono resa conto che stava toccando molte problematiche che di sicuro incrociavano il pensiero di Luisa Muraro, che aveva già scritto molto sulla mistica. C’era tutta una parte di questo testo che sicuramente, se presa in mano da Luisa, avrebbe permesso all’editore di far arrivare questo testo in Italia, cosa di cui ho avuto conferma poi vedendo il suo lavoro”
Iris Murdoch era conosciuta in Italia nel periodo che va dagli anni ’60 fino agli anni ’70 grazie ad alcuni suoi romanzi, Il sogno di Bruno, Il rosso e il verde, (pubblicati da Feltrinelli) e un piccolo racconto La ragazza italiana (Einaudi). Poi era scomparsa dalle librerie italiane. Il suo lavoro filosofico, poi, era quasi del tutto sconosciuto in Italia.
“Si trattava di capire – continua Liliana – come portare un volume di questo genere quasi all’improvviso in Italia. Luisa Muraro sa di mistica e c’è un grosso lavoro della Murdoch sulla mistica, quindi si trattava di tradurre il testo da una parte e farlo poi introdurre da Luisa Muraro con uno scritto che sostituisse quello dell’introduzione inglese. Anche l’edizione inglese aveva avuto bisogno di una serie di scivoli. Questo mi è stato d’aiuto per far capire all’editore che c’era già un pubblico in Italia, il pubblico di Luisa Muraro sulla mistica e su Margherita Porete, come Le amiche di dio, Lingua materna scienza divina. D’altro canto c’era la possibilità di far incontrare due filosofe perché, di fatto, questo è quello che è avvenuto. Nel lavorare su questo testo, nel leggere i romanzi che man mano la Rizzoli stava ripubblicando (ce ne sono tre), quello che è avvenuto, secondo me, è che i due pensieri si sono incontrati. Quando dico incontrare intendo dire che non si è trattato di metterli semplicemente a fianco. Anche a partire dal testo di Luisa nel testo collettivo Concepire l’infinito (La Tartaurga) in cui è presente il saggio Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch e dal suo lavoro introduttivo ai saggi filosofici in via di pubblicazione nel prossimo gennaio, mi è parso di capire che questo incontro sia di fatto avvenuto come scambio. Luisa Muraro ha rilanciato già da questo saggio, con grande originalità, un pensiero filosofico che era conosciuto, ma non troppo in Inghilterra, considerato e messo in parte ai margini da una discussione filosofica tradizionale. L’operazione di Luisa è stata quella di restituirla alla sua radicalità, cosa molto importante filosoficamente parlando. Una radicalità che poi ha avuto una ripercussione sullo stesso pensiero di Luisa Muraro. Sento un’eco nel suo pensiero più recente, nel movimento abbastanza continuativo con cui torna ad alcuni testi della Murdoch sia narrativi sia filosofici”
Non solo un incontro quindi ma uno scambio, “non si è trattato di mettere quel tipo di filosofia a oggetto di analisi del pensiero, né in qualche modo Luisa ha accompagnato il pensiero della Murdoch introducendolo e spiegandolo”.

Le due scritture
“…la felice carriera di una pensatrice la cui opera si distribuisce nettamente su due versanti: quello della letteratura e quello della filosofia e in entrambi eccelle. Un unico percorso e due scritture…” Da Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch.
“Ma queste due scritture, che potrebbero essere rubricate semplicemente come due registri diversi di un farsi del pensiero – continua Liliana Rampello -, sono, secondo Luisa Muraro, concomitanti e pur tuttavia indipendenti. Quando si dice di due scritture che sono concomitanti e indipendenti si è già fatta un’operazione molto precisa di lettura di questi testi.
In quali punti avviene lo scambio tra le due filosofe, scambio che porterà una modificazione che riguarda anche il pensiero di Luisa Muraro?
“Lei ci parla dell’esistenza di un’asimmetria – dice Liliana – di quello che si può immaginare e rappresentare con l’arte del linguaggio e quello che si può argomentare e spiegare con la logica. Asimmetria di cui la Murdoch ha saputo fare una vera e propria risorsa del pensiero filosofico. A me sembra che in qualche modo Luisa si sia sentita sfidata dal lavoro artistico di Iris Murdoch più che da quello filosofico. Quello filosofico le era più consueto. E’ qualcosa che lei conosceva molto bene. Mentre il mettere al centro la scrittura creativa, scrittura che lavora attraverso le immagini, che impasta quindi linguaggi metaforici è qualcosa di diverso. E’ come se Luisa avesse incrociato un Giano bifronte. Le due cose sono concomitanti e non si eludono mai a vicenda. Il suo pensiero è stato sfidato dal segreto della bellezza, perché un’opera d’arte deve ambire ad essere bella, non deve eludere questo nodo ed è lì che, a me pare, si sia messo in moto qualcosa di Luisa, qualcosa di importante. Oltretutto sia nella scrittura letteraria che filosofica di Iris Murdoch, il problema della bellezza è fortemente e costantemente affiancato al problema del bene.”

Luisa e Iris
L’approccio ai romanzi è la via principe alla sua personalità sostiene Luisa Muraro. “Vorrei spiegare il perché del mio interesse. Quello che dice Liliana delle risonanze che lei ha avvertito è giusto, ma io ho sentito anche la sfida del suo pensiero filosofico, sebbene indubbiamente la cosa di cui avrei voluto venire a parlare era della romanziera Murdoch. Quello che volevo spiegarvi è perché mi interessa e in quale contesto: un contesto di sfida filosofica del tempo presente che ha generato una filosofia che viene chiamata post strutturalista. Non è tanto la filosofia che questo tempo ha generato, è il problema di questa civiltà sempre di più parlata attraverso discorsi autoreferenziali. Le parole girano intorno e si riferiscono a cose già definite e quindi perdono la sostanza naturale, quasi sparendo.
In questo tipo di situazione incontro questa filosofa, scrittrice, impegnata in una lotta contro l’irrealtà, perché il nostro parlare sia un parlare di qualcosa di reale. Questa sua lotta in lei prende questa forma di un’anti anti metafisica: cioè davanti alla chiusura di qualsiasi possibilità di altro rispetto a quello che è interno al nostro sistema referenziale, rispetto a qualsiasi possibile trascendenza, lei lotta perché una trascendenza sia possibile. Lo fa sia nella filosofia che nei romanzi. Quindi c’è questa lotta contro l’irrealtà che ha due registri e due scritture. Quella filosofica, con scambi e contrasti, mi affascina molto indagare.
Un altro motivo per cui la Murdoch mi piace è perché è una donna sicuramente molto laica, non ha tentativi di recupero della religione”.
Iris Murdoch, spiega Luisa, è nata nel 1919, all’interno di una famiglia laicissima. Si è formata tra Oxford e Cambridge tra gli anni ’30 e ’40. Diventata professoressa a Oxford negli anni 50-60 è sempre vissuta lì, in un ambiente quindi molto laico “Nonostante questo ho sentito in lei una parentela lontana con Giacomo Leopardi – dice Luisa.
“L’ho sentita quando constata la caduta delle illusioni religiose e piange su questo fatto come una perdita. Leopardi è il primo pensatore del disincanto che registra lucidamente la fine della civiltà religiosa. La registra diversamente da Nietzsche che la considera una specie di trionfo. Leopardi, al contrario, coglie aspetti di perdita, perdita della possibilità di essere felici. Questo atteggiamento lo ritroviamo anche in Iris Murdoch. Lei sa che la civiltà religiosa veicola delle cose importanti. C’è anche in lei il constatare la difficoltà di impegnarsi ad esplorare le difficoltà, c’è un discorso filosofico sulla trascendenza e il suo dio si chiama il bene”.

Il bene
Enorme l’importanza che questo tema ha nel pensiero della Murdoch e nei suoi scritti, raccolti sotto il titolo La sovranità del bene, continua Luisa. Il bene è il nome che lei dà a Dio.
Qualcuna però, racconta Luisa riferendosi a una sua studentessa, tutto questo trionfo del bene non l’ha trovato. Secondo la sua lettura, nel romanzo Una sconfitta quasi onorevole, assistiamo proprio alla sua sconfitta.
Si narra la storia di tre coppie. In queste si intromette un uomo, George, un personaggio che ha intenzioni maligne. Sembra tranquillo, non soffre di sensi di colpa. Provocherà la disunione di una coppia con un’astuzia diabolica, grazie anche al suo fascino. La separazione porterà al suicidio di uno dei due amanti che non reggerà il venir meno dell’amore e il distacco dalla donna amata. George, ‘il cattivo’ è un uomo maligno, freddo ragionatore sulla natura umana che agisce e ragiona con lucidità, sostenendo che l’amore non c’è. Questo lo vorrà dimostrare e di fatto lo farà.
Il quadro è molto complesso. Verso la fine compare Charles, un personaggio buono ma con poco credito, poche qualità, poca statura e studi, però con la caratteristica di essere buono. Charles ha autorità su George, gli chiederà infatti di lavare i piatti. Questo atto svelerà qualcosa: George, nel sollevarsi le maniche, renderà visibile il distintivo del campo di sterminio. Spiegherà poi che il suo nome è di origine ebraica. In questo romanzo trionfa il male, male che è inestinguibile, che gli è entrato dentro.
“I romanzi sono difformi non solo nella scrittura – dice ancora Luisa – ma anche dalle aspettative della sua filosofia. Ci sono delle invenzioni letterarie nella sua filosofia.
Quello che mi ha colpito è il fatto che questa giovane filosofa a trent’anni era già da tempo orientata alla filosofia”.
Luisa racconta di una delle sue primissime conferenze presso la Società Aristotelica di Londra. Davanti al ghota della filosofia di Oxford e Cambridge e ad altri personaggi importanti, lei (trentenne appunto) agirà molto coraggiosamente prendendo le distanze dalla filosofia dominante. Una filosofia analitica del linguaggio da cui si distanzierà in una maniera particolare: non di sfida, evitando di rifugiarsi in una delle filosofie minori presenti in quelle città pullulanti di pensatori di altre tendenze.
La conferenza ‘Nostalgia del particolare’ portava un titolo un po’ romanzesco, novellistico. Al tempo Iris era già una romanziera e il suo scudo era quello di esserlo, di pubblicare e di venir letta.
Tutti i filosofi presenti erano pieni di arroganza, ce n’era solo uno buono, che tra l’altro morirà precocemente – racconta ancora Luisa-. Ma Iris neanche era buona, aveva un disordine sessuale marcato, tradiva sistematicamente il marito, confessandoglielo quasi ogni volta. Il biografo Peter Conradi racconta che in un’occasione lui, stanco di questo suo atteggiamento, le chiese per lo meno, di non raccontargli più nulla. Iris però non era un’arrogante e davanti a quel pubblico inizia la sua sfida molto misurata. Qualè la modalità del suo distacco?
Dicono che possiamo parlare dei fatti senza parlare dell’esperienza, ma uno che non è d’accordo potrebbe dire: possiamo veramente?
Tutto ciò con la presenza di qualcuno che non è d’accordo, The Objector, personaggio che sarà presente in tutta la conferenza. Questo personaggio esordisce con un ma possiamo veramente? Questa, da un punto di vista filosofico, è una sfida grandissima: togliere la nozione di esperienza dal linguaggio filosofico. Recentemente, Joan Scott ha prodotto uno scritto molto importante in cui proponeva di togliere la nozione di esperienza dal linguaggio storico, perché, sosteneva tra le altre cose, non è scientifica. Iris combatte tutta la sua battaglia su questa questione e anche un’altra e inventa questo personaggio, The Objector come fosse un personaggio romanzesco. Ogni tanto espone le risposte all’obiezione, allora The Objector si alza sempre dicendo che però c’è dell’altro.
Nel corso di quella conferenza, uno dei colleghi, Isaiah Berlin, andatosene maleducatamente, (come racconta il biografo di Iris), commenta dicendo “Quella signora che certo non è famosa per la chiarezza delle sue idee”. La battuta è maligna perché fa riferimento alla libertà sessuale che Iris si permetteva, libertà che pochi uomini si concedevano per non parlare delle donne”
Iris, racconta Luisa, aveva delle ottime amiche e questo lato della sua vita è molto affascinante: le amicizie femminili l’hanno sempre accompagnata e a vi è stata fedelissima tutta la vita. Le sue amiche, (ben cinque) erano tutte filosofe che si occupavano di filosofia morale”
“Comunque – continua Luisa – ,le sue relazioni personali, le sue amiche hanno sanato un aspetto della sua personalità molto maligna che il biografo prontamente descrive”
Riguardo la sua filosofia “lei ha concepito e proposto una filosofia che ha la vita morale e politica, la dimensione della moralità e della politica come base, e, in questo senso, è tutta la filosofia che è intesa in chiave di vita morale e politica senza soluzione di continuità .
L’altro aspetto di lotta, l’altra battaglia che ha vinto, è stata quella contro il dogma che separava i fatti dai valori. Questo vuol dire la descrizione delle cose unita all’impegno personale, morale e politico che abbiamo nei confronti di esse. C’era allora il dogma, che alcuni sostengono ancora ma in filosofia non vale più, che pretende che è possibile e si devono separare le due questioni in quanto dimensioni diverse: una è la dimensione delle cose, dimensione scientifica, e una è quella dei valori, morale, etica che si aggiunge indipendentemente. La Murdoch sostiene che non è così. Lo sforzo di non confondere le proprie posizioni soggettive con la descrizione e il racconto delle cose, è lo sforzo di una posizione morale lodevole, ma è una posizione morale. Lei combatte un paradigma scientifico presuntamente neutro, un paradigma di una scientificità neutra con una soggettività che non interviene”.

L’esperienza di lettura
“I personaggi incarnano un problema – sostiene Liliana Rampallo -, letteralmente, come se qualcuno avesse un problema nella sua testa e ne facesse carne, sangue e ossa di figure che vuole presentarci. Le trame mi sembrano un po’ bislacche nel senso che ogni tanto lascia dei fili che non porta avanti, costruisce delle cose abbastanza rocambolesche. E’ come se fossimo di fronte a un lavoro che non tiene tanto alla perfezione dell’architettura della trama, dell’armonia delle parti, quanto piuttosto che sia veramente sollecitata in modo, che io direi drammatico, quasi shakespearianamente sollecitata a mettere in scena i suoi problemi”.

“Mentre nella scrittura filosofica la Murdoch è piuttosto sobria, nella narrazione è sontuosa – interviene Luisa Muraro -: ci sono dei paesaggi, il suo ideale è situare un personaggio e far sì che questo cominci ad avere una paura o qualche problema. Il tutto all’interno di un paesaggio naturale, difficile, pericoloso, malconcio, paludoso oppure in un mare freddo, magari con dei vortici. E’ il suo sogno accostare un essere umano con la tremarella e questi scenari. Liliana Rampello diceva che le sue trame sono un po’ bislacche. Le trame, Iris, non le costruiva prima, le creava man mano, come gli scrittori dell’Ottocento che pubblicavano sui giornali. Tuttavia quelli avevano il romanzo incarnato in testa, lei invece sapeva che il romanzo realista dell’ottocento era ormai perso, avrebbe voluto fosse il suo modello, ma non lo segue. Antonia Bayatt sostiene che lei abbia scritto romanzi metafisici. Sotto la rete è un romanzo filosofico.(i titoli mettili sempre in corsivo senza virgoette)
L’altra cosa che piace alla Murdoch sono i grandi tormentoni concettuali, psicologici e morali. Questi personaggi continuano sempre, a letto, a pranzo, dentro le grotte, in barca, a disquisire e trattare problemi, perché sono i problemi che tengono occupatissima lei. Però poi ci sono sempre i personaggi taciturni che sono i suoi preferiti.
Sotto la rete è un po’ filosofeggiante però ha una caratteristica che è anche della sua filosofia: quella di non mettere mai personaggi eroici solitari. Ci sono i momenti terribili di solitudine nei suoi scritti soprattutto in mezzo alla natura infida e pericolosa (grotte, paludi, buio), ha delle descrizioni molto vive, da fare impressione. Teniamo conto però che lei era fisicamente molto coraggiosa. Nel romanzo Sotto la rete già si sente la follia della trama. Sia per me che per lei le trame dei romanzi che stanno insieme sono le più distanti dal vivere vero. Più queste invece sono strampalate più somigliano alle nostre vite.
Il protagonista di Sotto la rete, va in giro un po’ ‘strampalato’ ma alla fine diventa portantino a mezzo tempo e si mette al lavoro per diventare scrittore. C’è nei suoi romanzi l’impegno al moral change. Gli esseri umani sono sempre immersi in questo moral change, falliscono, ritentano e vanno verso il cambiamento morale. Il protagonista va verso questo. I personaggi non ci vanno mai eroicamente da soli, ma sempre aiutati da tanti altri personaggi. Lei aborrisce l’eroe esistenzialista, però le piacciono questi personaggi scalcagnati che però quasi tutti ce la fanno.
La campana è caratterizzato dalla figura della badessa, personaggio vero che ha conosciuto. Questa ricerca della dimensione religiosa che era in lei non aveva una grande tenuta ma un’autentica attenzione alla cultura e civiltà religiosa. Ha scritto di un ordine religioso anglicano sopravvissuto alle riforme fornendo un quadro storicamente esatto.
Ogni volta che scrive un romanzo inventa un mondo. Alcuni le riescono benissimo, altri no, ma lei sostiene che fallisce anche la grande arte e poi aggiunge: “chi vuole bene non fallisce mai”. Per lei l’artista e l’essere umano buono si corrispondono, sono in rispondenza: uno sul piano del bello l’altro sul piano del buono.
Il romanzo L’apprendista inizia con un personaggio che, per frivolezza, dà dell’acido di nascosto a un suo amico carissimo in quanto quest’ultimo era contrario ad assumere droghe. Glielo mette nel cibo, l’amico va ‘in trip’ e, per una distrazione di quello che aveva fatto lo scherzo, si butta dalla finestra e muore. Il libro quindi inizia con questo antefatto: l’orribile senso di colpa di questo personaggio.
Lei scrive i romanzi per sé, cioè per noi, ma noi siamo al servizio di lei. Lei aveva bisogno di scrivere, era la sua vita, la scrittura l’ha tenuta in vita. Era una donna violenta e scrivendo romanzi, che avevano poi successo, trovava gratificazione, e questo l’ha aiutata a vivere e a pensare.”

Sullo spunto di un intervento, Luisa racconta poi del rapporto di Iris Murdoch con la psicoanalisi.
“Dalla biografia della Murdoch emerge il fatto che avesse avuto un rapporto di attrazione-rigetto per questa. Mi sono chiesta se la scrittura dei romanzi fosse la sua psicoanalisi. No, mi sono detta, è fare a meno della psicoanalisi. E poi l’altra questione è la difficoltà di entrare in relazione: nei saggi filosofici entrare in relazione con gli altri è ossessivamente martellante, è importantissimo, continua a dirlo. Come dire che la scrittura dei romanzi mette in scena una possibilità che le fa difetto.

Tra le sue trame.
Relazioni, teatralità, il bene

Questi alcuni nodi principali che si intrecciano tra gli interventi di alcune partecipanti e delle relatrici.

“Lei attua una messa in scena drammatica del teatro classico inglese, che si sente benché scelga di tenere quella trama che altrimenti non saprebbe tenere nelle mani dell’ io narrante: se si tira il filo dell’io narrante, tutto si disfa essendo senza nuclei – interviene Liliana Rampello e continua -… Luisa sosteneva che, per Iris, in qualche modo l’uomo buono è meglio dell’artista. Io sento lenorme difficoltà della Murdoch di avere esperienza di relazione, mentre si sente che ha esperienza di ciò che lei presenta come malignamente capace di rompere i legami, che nei suoi romanzi continuamente si rompono. E’ questo che viene messo in scena, se poi dopo questo fatto si traveste da bene riuscirà da qualche parte, dove la bellezza non riesce. Può darsi però che la maschera sua sia la maschera di chi conosce. Chi è buono nei suoi romanzi? Quelli che tacciono o si perdono di vista?”

Sul tema della relazioni…”…la cosa che mi ha colpito ancora di più – ammette una partecipante – è questa difficoltà delle relazioni che si traduce nell’ossessione a tormentare l’altro tormentandosi, però un altro che non viene mai visto, tant’è che quando accade questo famoso cambiamento avviene perché qualcosa succede che fa vedere l’altro a questo io narrante.
Inizialmente ero stordita da tutte queste interrogazioni dell’ io narrante che sembrava essere un grande approfondimento di relazione”

C’è una grande presenza di relazioni secondo Clara Jourdan “E’ vero che si rompono, però cambiano, si modificano e, come diceva prima Luisa, l’io narrante e i vari personaggi non sono mai soli. Non c’è la questione dell’esistenzialismo, c’è invece una forte relazionalità e una grande libertà della scrittrice”.

Sulla questione della teatralità di Iris Murdoch interviene Luisa Muraro “In verità negli scritti della Murdoch, a parte la conferenza ‘La nostalgia del particolare’ con il suo The Objector ( che si può definire un’invenzione teatrale), soprattutto nei romanzi, c’è la questione del teatro. Lei ha idea che questo sia l’espressione letteraria più alta e lo spiega: il teatro coniuga la forma e la contingenza, cioè ci sono cose che capitano per caso ma capitano in una forma conclusa, in quanto, sostiene, abbiamo bisogno di questa unità della forma e, nel teatro, questo avviene”.
Luisa precisa poi il suo pensiero circa il discorso del fallimento dell’arte. “Anche la grande arte fallisce anzi si distingue proprio perché questi sono fatti in un certo modo, sono speciali, come se l’arte si arrendesse alla contingenza ultima delle cose. La grande arte ha questa capacità, i suoi difetti li esibisce come qualcosa di teatrale mentre l’arte media e mediocre hanno la caratteristica di cercare di tamponare, di sanare”.
Prima veniva detto da qualcuna che la Murdoch non si lascia colpire dalle relazioni…io correggerei in questi termini: lei in verità non si lascia colpire…
Poi seguita a parlare del suo saggio in cui “…dicevo che la bravura di Murdoch sta nel parlare della libertà e di pensare la libertà nei termini di non farsi trovare nelle traiettorie del potere. C’è quella mossa della schivata, mossa che fanno gli animali inseguiti dal predatore che fanno la schivata di lato e il predatore resta nella sua traiettoria. La questione della schivata a Judith Butler in Scambi di genere manca, seppur la tenti, la immagini, cerchi di descriverla. Proporrei di dire: Iris non si lascia colpire dal difetto di relazioni. Questa povertà relazionale che si porta dentro è che in qualche maniera c’è, lo hanno notato più persone. E’ difficile identificarsi con i personaggi della Murdoch, sono personaggi che hanno qualcosa di scostante. Lei fa della povertà simbolica il lavoro dell’arte, è questo che c’è in lei: le goffaggini di trama sono giocate alla grande. Lei non è una grande romanziera è una romanziera difettosa ma non è infilzata dalla sua difettosità, è come se questa difettosità la offrisse a chi la legge. Bisogna leggerla così, spartendo insieme a lei qualcosa di doloroso e di mancante, profondamente mancante”.

“L’ulteriore grande idea di Iris Murdoch è di pensare che il lavoro simbolico dei segni dentro di noi, nei rapporti con gli altri e con il mondo e preso in ogni senso dell’esprimere, del comunicare, del rappresentare in ogni direzione, che questo lavoro può prendere dalla grande arte alla conversazione quotidiana, quando è lavoro consapevole e deliberato, quando è una pratica di parola è anche per sua natura un lavoro morale e perciò positivamente sensibile all’orientamento del bene…” (Da Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch). Secondo Luisa questa intuizione l’ha portata alla pratica della scrittura. “Appoggio quest’ipotesi – continua Luisa – , la Murdoch ha avuto l’idea che c’è un ordine simbolico. L’ha avuta scoprendo che le cose sono caotiche, contingenti, mal fatte e capita sempre qualcosa che fa disordine e crea sofferenza e scoprendo che la parola, se è fatta come pratica di parola, può far ordine. Ho capito che questa idea del bene l’ha messa in termini molto platonizzanti e in questo senso poco credibili per noi, ma il concetto dentro questa intuizione è che il parlare, quando è un parlare vero e bello, non necessariamente artistico e filosofico, è il parlare di chi vuol bene, di chi cerca di dire la verità, ed ha un orientamento interno al bene, cioè fa ordine, c’è un ordine libero”.

Sul tema del bene una partecipante suggerisce che “in questo momento mi è venuto da pensare che il bene o e il buono non sono delle evidenze -. , Mentre ciò che è bello può avere un’evidenza nell’apparire, il bene o il buono no, e quindi non può che essere come nel titolo di quel romanzo citato…non risulta nella mia esperienza che ci sia un apparire del bene e del buono”.

A questo proposito Luisa risponde che nel testo La sovranità del bene, disgraziatamente il bello si mostra e la perfezione in quest’ordine di cose la cogliamo, siamo capaci, la sentiamo ma nell’ordine della moralità è tutto una confusione, incertezza. “Forse queste parole sono una chiave per capire quello che diceva la mia studentessa, cioè che nei romanzi tutto questo trionfo del bene non c’è. Lei citava le parole inglesi che esprimono, nel linguaggio della Murdoch, la confusione, il pasticcio l’impasto”

Sull’importanza delle relazioni nei romanzi della Murdoch interviene Liliana Rampello
“Premettendo che una vita non spiega l’opera e l’opera non spiega una vita, certamente la conoscenza di alcuni elementi della vita di un’artista possono fare da bussola ma non vanno intese come una reciprocità. Permettono di capire meglio cosa fa avvenire nel romanzo. Che cosa lei fa avvenire? Il disfarsi delle relazioni, che poi questo presupponga che lei ha un mondo di relazioni, che le cura, è un’altra cosa. Quello che avviene è un continuo slegarsi delle relazioni che secondo me è legato al fatto che tutte ripetiamo di non identificarci con i suoi personaggi. Io credo che lei non permetta di identificarsi con un suo personaggio. Secondo me lei disfa continuamente la propria identità.
Un discorso è ‘mi identifico con l’Io narrante o non mi identifico con nessun personaggio’, un’altra cosa è quello che lei fa avvenire, che è un disfarsi dell’identità. Tanto è vero, è la cosa che mi ipnotizza di più, che lei ha un tipo di scrittura proprio ipnotica. Forse per questo fatto la mia cadenza è legata al maligno, lavoro che si vede molto in atto. Il problema del rapporto tra il bello e il bene passa, ma passa fortemente da questa malignità rappresentata e la rappresentazione della malignità è lo slegare il legame altrui. Il diabolico slega i legami”.

“Lei vede l’umanità immersa nella possibilità della trasformazione di sé che può essere orientata verso il meglio – dice Luisa Muraro -, verso un ordine simbolico, il bene, dice, in filosofia non nei romanzi dove però c’è questa drammaticità. Le sue trame non danno quel gusto estetico della risoluzione della perfetta parabola e bisogna vedere questa pluralità.
Il fatto del disfarsi dell’identità di cui diceva Liliana è molto post moderno ma va preso in considerazione perché c’è un disfarsi dell’identità che lei è capace di raccontare, è capace di raccontarlo anche con un ri-farsi. Anche Judith Butler parla di un disfarsi e di un rifarsi. Mi veniva in mente quando Liliana sottolineava questa capacità di raccontare il disfare i legami, che questo è alla lettera il proprio del diabolico. Nell’origine della parola diabolico, diabolico è opposto a simbolico che è il mettere insieme, “sum”, mentre “dia” è separare”.
Continua poi: “quell’enfasi sul bene, che viene dal platonismo e che ha molte spiegazioni nel contesto in cui si pone, è difficile da governare filosoficamente, si può vederla nella prospettiva di un ordine simbolico. Ci sono elementi che ho raccolto abbastanza consistenti in questo senso per cui ho azzardato di dire che la Murdoch antepone Platone ma in realtà ha un’intuizione e che ha una polarità con il diabolico del disfare i legami che lei sa raccontare molto bene nei suoi romanzi”

Sul tema del disfare i legami interviene anche Clara Jourdan: “in parte c’è un disfare ma anche un rifare dei legami. Il cambiamento che avviene, il moral change di cui parlava prima Luisa, avviene grazie a un mutamento delle relazioni. Vengono disfatti legami fasulli. Le relazioni non le vedo idealizzate…lei non le idealizza: vede il cambiamento delle relazioni attraverso le relazioni”.

Luisa Muraro chiude l’incontro con il suo ultimo intervento
“Iris Murdoch è post post moderna, anti anti metafisica, è facile da leggere ma ti frastorna un po’, ci si chiede cosa si sta leggendo. Aveva in mente il modello dell’Ottocento ma non lo seguiva, aveva bisogno di scrivere tanto, uno via l’altro e in fretta. Un intervistatore una volta le ha chiesto quanto tempo passava tra quando ne finiva uno e quando ne iniziava un altro. Lei rispose: un’ora.
Il mio suggerimento: leggetela come una vostra compagna di banco che scrive bellissimi romanzi senza aver avuto a disposizione tutto il tempo che aveva il nostro bellissimo Manzoni. Il tempo mettetecelo voi: si può scrivere ragionare pensare e godersela con lei, lei si fa leggere”.

Rosanna Fiocchetto

Uno dei piaceri di essere – come nel mio caso – autrice di una delle storie pubblicate nell’antologia “Principesse Azzurre – Racconti d’amore e di vita di donne tra donne”, consiste nel fatto di esserne anche lettrice. Ogni volta, finchè non viene stampato, non so come saranno gli altri apporti nè che fisionomia avrà la raccolta, e vivo anch’io, come tutte le altre lettrici, la “suspence” dell’uscita del libro, la sensazione di avere tra le mani una novità da scoprire. E’ quindi prevalentemente da un’ottica di lettrice che scrivo queste righe.
L’introduzione della curatrice Delia Vaccarello, “Principesse messe a nudo”, ha chiaramente ispirato all’illustratrice Marlène Damonte l’immagine della copertina, ironica e fiabesca, in cui una donna vestita d’azzurro in groppa ad un cavallo dall’occhio tra furbo e meravigliato invita al viaggio amoroso, sullo sfondo di un castello lontano, un’altra donna in abito rosa e viola. La matita di Damonte ha risposto al richiamo dell’immaginario lesbico in modo giocoso, regalandoci un sorriso; una reazione imprevista e piacevole, dopo le copertine delle due precedenti antologie in cui una grafica “simbolica” stilizzata affidava l’attrazione solo ai colori vivaci. Mi dilungo sulla copertina, prima che sul contenuto del libro, perchè essa è stata oggetto di un sondaggio di opinioni sul portale web www.listalesbica.it: un evento assolutamente inedito nella storia della letteratura lesbica e che personalmente ho trovato piuttosto divertente, a prescindere dai commenti sia favorevoli che contrari.
Afferma Vaccarello nell’introduzione: “L’antologia che giunge al suo terzo appuntamento si propone di ‘svegliare’ chi legge e chi scrive, di dare una piccola scossa a quelle parti di noi che languono nel torpore. E di farlo disegnando un universo in cui cambia molto (e non semplicemente il genere del principe) se in primo piano ci sono protagoniste femminili ‘deste'”. I termini di questo cambiamento sono visibili in tutte e tre le antologie nella ricca gamma di contributi individuali: molto diversi, ma tutti ugualmente e generosamente concorrenti nello s-prigionamento di un immaginario che esce dai margini per occupare il centro del discorso. E la tensione inventiva di questa scelta, lungi dal diventare rituale, si è progressivamente approfondita.
La raccolta comincia dalla coscienza lesbica nell’infanzia, ritratta da “Un’amicizia di ferro” di Sara Zanghì, dove due bambine, Ginetta e Tedda, scoprono insieme, condividendolo reciprocamente, il mondo del desiderio amoroso e della sessualità: cinquant’anni dopo, l’occasione di ritrovarsi ancora conclude provvisoriamente il racconto, lasciandolo nello stesso tempo aperto. Dal “neorealismo magico” di Zanghì si passa all’auto-ironia di “Acqua”, firmato dalla regista Gabriella Romano, umoristica rappresentazione di una “swinging single” quarantenne alle prese con l’irrompere degli odiati sentimenti nella disinvolta routine della sua vita. Le differenti età del lesbismo sono il tema di “Trinità” di Lidia Ravera, un’anti-storia dalla tessitura non convenzionale, della quale si coglie pienamente la dimensione soltanto nell’epilogo. “Iniziazione”, di Barbara Alberti, recupera con spirito caustico lo stile dei carteggi ottocenteschi tra fanciulle di buona famiglia, per creare un testo che, accostando innocenza e impudicizia, si misura con la tradizione del “romanzo libertino”.
In “Cuori d’inverno”, di Sandra Petrignani, la vicenda di Marina e Anna prende avvio proprio da dove Sara Zanghì aveva interrotto quella di Ginetta e Tedda: il ricongiungimento a distanza di trent’anni con il primo amore, distrutto dalla maldicenza di un piccolo paese. Qui i destini delle “principesse” si sono traumaticamente separati, e così anche le esperienze, i vissuti… ma non tutto è perduto, anche se tutto è da ricostruire. Il momento della rivelazione del lesbismo è rievocato da Maria Rosa Cutrufelli in “La Regina delle nevi”, fotografia di una classe di ginnasiali all’inizio degli anni Sessanta e dell’omofobia nell’ambiente scolastico. “La coscienza di Zero” di Delia Vaccarello disegna un paesaggio aperto e luminoso come scenario naturale di un incontro fra elfe moderne, alternando la registrazione dei pensieri alle sequenze narrative. Lascio il mio racconto “Gondoliera” alla totale percezione di chi legge, aggiungendo soltanto che ho voluto fare di questo personaggio una metafora dell’amore lesbico e della passione che lo sostiene, rischiando anche un “peccaminoso” romanticismo.
La scrittura di A.S. Laddor, in “Ostaggi freschi”, insegue registri multipli, decostruendo trama e personaggi, realtà e immagini; la figura di Proza è, più che protagonista, una deuteragonista animata da una “fame onnivora”, che soddisfa in progressive allucinazioni, in segreto. Valeria Viganò, in “La ragazza dell’orecchio”, organizza lo spazio della sua narrazione nell’ambito ristretto di un giardino, amplificato dalla luce sottile che illumina ogni dettaglio, compreso quello della parola. In questo spazio il punto focale è l’avvicinamento tra due donne, che si tramuta in Evento in sè, un evento quasi radiografato. Fiorella Cagnoni, conosciuta per il suoi “gialli”, in “E’ il primo nome che…” crea un curioso meccanismo narrativo con frammenti autobiografici, un “duplice scivolamento onirico” attraverso il viaggio. “Non voglio morire da angela” di Cristina Arcuri è un “noir” perturbante che affronta il tabù dell’incrocio tra amore e morte, in una “angelica” trasfigurazione del conflitto fra paura e desiderio.
“Duetto per voce sola” di Paola Presciuttini e “L’estate scorsa giù al ghetto” di Margherita Giacobino introducono per la prima volta nella serie di antologie delle “Principesse Azzurre” la presenza del testo teatrale, accompagnata da una nuova appendice bibliografica. Mentre Presciuttini mette in scena un monologo in cui Alice Toklas ricorda la sua vita con Gertrude Stein, Giacobino rende uno scanzonato e irriverente omaggio alla commediografa Jane Chambers orchestrando una surreale vacanza lesbica, affollata da personaggi irresistibilmente comici.
Unico racconto scritto “a quattro mani”, “Lapsus” di Clementina Guerra e Marzia Pacis descrive una convivenza lesbica a lungo termine ormai arrivata al capolinea, nella quale l’alienazione affiora attraverso l’unico “movimento scontrollato”, l’involontario scivolamento del linguaggio nell’errore. In “Toccami” di Iceblues, un soggiorno alle Terme è il contesto in cui si sviluppa una sensualità terapeutica che assume più rilievo di quella amorosa. “Senza cielo” di Marc de’ Pasquali contrappone l’improbabile possibilità di adozione di una bambina albanese da parte di due lesbiche “ritenute inadatte ad accudire fantoline”, alla reale e tragica vicenda di Marijeta, massacrata a dodici anni: una spietata denuncia di una società sadica e indifferente, che con la sua rigidezza razzista nega ogni speranza. “Tigre adorata” di Patrizia Zappa Mulas restituisce alla memoria un’affascinante seduttrice, incastonata in suggestive atmosfere romane e rievocata in un dialogo sul gioco a volte crudele dell’amore. “Ogni vertebra della tua schiena” di Giulia Balzano fonde l’esperienza dello scavo archeologico ad un altro genere di scavo, quello nell’emozione, nel meandro delle sensazioni e del dolore che seguono l’abbandono.
“Azzurra”, di Vanessa Ambrosecchio, chiude l’antologia con i toni lievi della fiaba. Qui la Principessa è letterale, e si chiama Azzurra. Rifiutando le lusinghe dei prìncipi, smette di avere paura degli specchi quando un’altra donna scioglie l’incantesimo.
Giulia Argnani e Felicitas Nusselein intervallano i racconti con i loro fumetti: tra “Perfect Girl” di Argnani e la serie “vintage” di Nusselein, disegnata agli inizi del movimento lesbico, intercorrono più di vent’anni, ma la fragranza è la stessa. Se “qualcosa è cambiato”, è la raffigurazione intimistica, di coppia e quotidiana del lesbismo, invece della sua dimensione politica e collettiva.
Come ogni lettrice, ho le mie predilezioni e le mie idiosincrasie. Riconosco però a tutte le autrici il merito di essersi coraggiosamente impegnate non tanto in un genere letterario, quanto in un laboratorio alchemico di letteratura che potrei definire provocatoriamente de-genere, perchè presuppone la rivendicazione di una soggettività negata e colpita da uno stigma sociale che la pone al di fuori della cultura condivisa e del suo simbolico. E la sua trasformazione da rivendicazione ad affermazione piena, basata sulla libera espressione dell'”autenticità del proprio essere”, come scrive Delia Vaccarello, attraverso una volontà creativa corale e plurale che parla intertestualmente di solidarietà, di convergenza di intelligenze, ispirazione e linguaggi.

Aa. Vv., “Principesse Azzurre 3”, a cura di Delia Vaccarello, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, Milano 2005, pp.346, euro 8,40. Racconti di Barbara Alberti, Vanessa Ambrosecchio, Cristina Arcuri, Giulia Balzano, Fiorella Cagnoni, Maria Rosa Cutrufelli, Marc de’ Pasquali, Rosanna Fiocchetto, Margherita Giacobino, Clementina Guerra, Iceblues, A.S. Laddor, Marzia Pacis, Sandra Petrignani, Paola Presciuttini, Lidia Ravera, Gabriella Romano, Delia Vaccarello, Valeria Viganò, Sara Zanghì, Patrizia Zappa Mulas. Fumetti di Giulia Argnani e Felicitas Nusselein. Copertina di Marlène Demonte. Progetto grafico di Wanda Lavizzari.

Serena Fuart

Così era spesso chiamata Annemarie Schwarzenbach, donna avventurosa e libera, che ha saputo sfidare famiglia, società e nazismo.
Si è parlato di lei sabato 5 febbraio alla Libreria delle donne di Milano, nel corso di un emozionante incontro che, tra parole e immagini edite inedite, hanno ripercorso la vita di questa affascinante quanto indecifrabile scrittrice e fotografa.
Il lavoro, a cura di Tina D’Agostini, sua traduttrice italiana, è stato presentato da Liliana Rampello.

Ricca, giovane, colta, errabonda. Slanciata, androgina, adolescenziale, malinconica. Appassionata e solitaria. Una donna bellissima e corteggiatissima. Annemarie Schwarzenbach.
Nata nel 1908 in Svizzera e morta a soli 34 anni, ha attraversato la prima metà del Novecento cercando di capire il mondo e se stessa.
Una serata, quella del 5 febbraio, dedicata a lei, alle sue ricerche di senso, al suo vivere inquieto. Un viaggio, raccontato con parole e immagini edite inedite, raccolte con cura ed emozione da Tina d’Agostini, appassionata studiosa e traduttrice della Schwarzenbach.

Annemarie nacque il 23 maggio 1908 a Zurigo da un ricca famiglia dell’alta borghesia svizzera. Suo padre (1876-1940), uno degli industriali più facoltosi, proprietario di setifici a Thalwil (Zurigo e in altre parti del mondo), non ha mai nascosto un’iniziale predilizione verso questa sua figlia, terzogenita, dal volto efebico, candido, androgino, angelico, alla quale riservò un trattamento speciale per la sua educazione culturale
Annemarie trascorse i primi anni della sua vita con i fratelli maggiori. Nel 1911 e nel 1913 ne nacquero altri due: Alfred Friedrich (che lei chiamerà sempre Freddy) e Hans.
Dopo un attacco di scarlattina, per sette anni fu seguita da un’istruttrice privata. In seguito studiò nelle migliori scuole. Si laureò in lettere nel 1931.
Ma il rapporto più interessante e particolare, Annemarie lo ebbe con la madre. Fu la madre inoltre che la iniziò all’amore saffico, un’inclinazione che la giovane e tormentata figlia visse per tutta la sua esistenza.
Renée Schwarzenbach può essere tranquillamente definita una madre-padrona. Con la figlia intrecciò un legame simbiotico, autoritario e repressivo. Non smise mai di cercare l’esclusività per la sua educazione. Annemarie fu dal lei pesantemente influenzata e furono proprio i disaccordi con Renée che le procurarono i dolori più profondi.
Renée avrebbe voluto per la figlia la vita che aveva da sempre condotto lei: un’esistenza tutta legata alle apparenze che però non negava, in privato, la soddisfazione di alcune intime inclinazioni.
La madre di Annemarie fu una moglie ‘normale’, una perfetta padrona di casa, felicemente sposata con tanti figli. Nella vita privata però non fu mai ostacolata, (né dal marito né da altri), nella sua relazione con la cantante wagneriana, Emmy Kruger, che viveva con loro e godeva di tutte le attenzioni riservate a un’ospite speciale.
Ma la giovane scrittrice, in cerca di un senso di sé e della sua vita, non volle mai nascondersi dietro l’ipocrisia e non fece mai mistero dei suoi amori lesbici.

Lo stile di vita di Annemarie creò attriti e contrasti con la famiglia, tanto che divenne il maggiore elemento di disturbo, sia da viva che dopo la sua morte. Quando, dopo la sua morte prematura, ritrovarono i suoi scritti, la famiglia desiderò che su quel caso calasse il silenzio.

Sin da giovane Annemarie mostrò il suo spirito ribelle e avventuroso, controcorrente e particolare. Questo attirò su di lei ammirazione, curiosità e perplessità.

Il personaggio centrale della sua vita fu certamente Erika Mann. Figlia dello scrittore Thomas Mann e sorella di Klaus, è oggetto di un innamoramento folle e morboso da parte di Annemarie.
Annemarie intrecciò con lei e il fratello un profondo legame artistico, un forte attaccamento e una vera e propria dipendenza emotiva.
Con loro entrò nel giro di un ambiente libertino e bohémien, uno dei perni della lotta contro Hitler, e sicuramente, un mondo di cultura e inclinazioni decisamente alternativo rispetto alle tradizioni della sua famiglia.
Tra i Mann e Annemarie ci fu una fitta corrispondenza. Ma Erika prese poi sempre più le distanze dall’amica innamorata che aveva cercato invano di liberare dalla dipendenza materna.
Anche con Klaus il rapporto fu molto forte. Annemarie cercò da lui come dalla sorella sostanzialmente un amore e un legame familiari, quella famiglia che avrebbe sempre desiderato e la cui mancanza ha certamente contribuito al suo profondo dolore.
Ma non fu mai così. Abituati al successo e disinteressati al suo genio creativo, i due fratelli si rivolsero ad Annemarie principalmente per i cospicui aiuti finanziari che la ragazza potè loro dare.
Il legame con loro segnerà comunque la sua vita. I fratelli Mann inizieranno Annemarie alla morfina, una droga da cui non riuscirà mai a liberarsi.

La sofferenza, la solitudine, che nonostante le innumerevoli frequentazioni, gli amori, le amicizie, contraddistinsero sempre la sua vita e la sua opera, condussero la giovane donna a viaggiare molto e ricercare un centro e un senso alla sua vita. Annemarie viaggiò in Persia, in Afghanistan, in Russia, in India, scrivendo testi letterari ispirati a quei viaggi, e dando sfogo alla sua tensione e forza creativa anche attraverso l’archeologia, la fotografia, il reportage.
Mentre la compagnia di amici si sfasciava con l’esilio dei Mann, e in Europa si accendevano i primi presagi dell’imminente catastrofe nazista, nell’autunno del 1933 Annemarie intraprese il suo primo viaggio in Persia attraverso l’Anatolia, la Siria, il Libano, la Palestina, l’Iraq. La giovane donna trascorse poi sette mesi in Asia, visitando rovine e scavi, moschee e bazar, e cercando nell’ arcaicità e nella semplicità mediorientale quella purezza di vita che il mondo ‘moderno’ devastato dall’odio e dalle guerre sembrò negarle. Le sue impressioni vennero accuratamente trascritte in una sorta di diario di viaggio, pubblicato nel 1934 a Zurigo col titolo Inverno in Asia Anteriore.
Nell’aprile del ’34 decise di rientrare in Svizzera, attraverso l’Unione Sovietica.
Si aggravò, in quegli anni, la dipendenza di Annemarie dalla droga, che sfociò in numerosi ricoveri e tentativi falliti di disintossicazione, e le rese sempre più difficili anche i rapporti con gli amici più intimi.
Dopo un matrimonio di convenienza con l’amico e diplomatico francese Claude Achille Clarac, deciso anche per la speranza di una riconciliazione con la famiglia, Annemarie ripartì per l’Oriente. Al ritorno dalla Persia, la vita di Annemarie fu tormentata da numerosi tentativi falliti di disintossicazione, dalla ripresa frequentazione dei Mann, dalla drammatica relazione con la baronessa Margareth Von Opel che, durata tre anni, la condusse fino in America precipitandola in un rapporto ossessivo che la farà entrare e uscire da diverse case di cura.
Nella speranza di dimostrare a se stessa ed a Erika Mann quanto il viaggio e il lavoro di giornalista potessero avere effetti positivi sulla sua salute psicofisica, nel gennaio del 1937 Annemarie intraprese due viaggi negli Stati Uniti insieme all’amica Barbara Hamilton-Wright, alla scoperta degli effetti sociali della ‘grande depressione’
Tornata in Europa nella primavera del ’37, la giovane proseguì il suo vagabondare inquieto attraverso l’Europa continentale, la Scandinavia e la Russia. I problemi con la droga si fecero, tuttavia, sempre più gravi, come più frequenti i ricoveri in casa di cura.
Quando nel settembre del 1939 fu dimessa era già scoppiata la Seconda guerra mondiale, e Annemarie si trovò insieme alla giornalista ed esperta viaggiatrice Ella Maillart in Afghanistan, dov’era giunta all’inizio di settembre dopo un avventuroso viaggio in automobile durato tre mesi attraverso l’Italia, la Yugoslavia, la Bulgaria, la Turchia e la Persia .
La crisi fra la due amiche, scatenata anche dalla pesante dipendenza di Annemarie dalle droghe, le portò a separarsi: giunta da sola a Bombay, Annemarie rientrò in Europa per consegnare il materiale sull’Afghanistan e ripartire per gli Stati Uniti, dove affiancò l’ ‘Emergency Rescue Committee’ nella difesa agli oppositori di Hitler in esilio, insieme ai Mann.
L’ennesima lite furibonda con la Von Opel, con cui tentò la convivenza in quel periodo, portò Annemarie a un’esperienza che lasciò una cicatrice incancellabile: l’intervento della polizia, una diagnosi di schizofrenia e il conseguente ricovero nel famigerato Bellevue Hospital, che le riservò un trattamento inumano, ignorando quei privilegi concessi alle sue origini che fino ad allora l’avevano sempre protetta nei momenti più critici.
Tornata in Svizzera, la stessa madre non potè più sopportare l’ingombrante presenza di una figlia tossicomane e dalla vita tanto scandalosa: è lei a indurla ad affrontare quello che sarà il suo ultimo viaggio, in Africa, nella primavera del 1941. Gli scritti prodotti in Congo Belga non si distaccano, del resto, dal suo ormai consolidato stile: anche qui tristezza e riflessione esistenziale sono i temi principali, incarnati da alter ego maschili che troppo assomigliano a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita per non nascondere una vena amaramente autobiografica.
La morte, tante volte cercata negli anni della droga, giunse nell’estate del 1942 a Sils, in Engadina, in seguito a un trauma cranico riportato in un banale incidente in bicicletta.

Parole e immagini che raccontano Annemarie

Marianne Breslauer
L’appassionante viaggio nella vita di Annemarie è stato preparato dalla sua traduttrice Tina D’Agostini e presentato e introdotto da Liliana Rampello.
I racconti partivano dagli scatti di Marianne Breslauer, allieva di Man Ray . La Breslauer fu l’unica che seppe immortalare l’anima di Annemarie, che capì ed espresse fino in fondo la sua androginia, immortalò la sua vitalità ma anche il suo dolore, il suo turbamento, la sua sofferenza di morfinomane. Immortalò la sua straordianaria bellezza in scatti che hanno lasciato senza fiato.

I testi
Annemarie è raccontata anche attraverso molti testi. Diversi ne sono stati citati per meglio attraversare la sua vita, tra cui,’Dalla parte dell’ombra, il Saggiatore, 2001, La via per Kabul, il Saggiatore, 2002, Oltre New York, il Saggiatore, 2004 e ‘Lei così amata’, Melania Mazzucco, Rizzoli, 2000.


Tina D’Agostini
Appassionata studiosa d’origine italiana, è nata e cresciuta in Svizzera con una madre e un padre emigrati a Zurigo. Laureata in letteratura a Bologna, ha quindi studiato in Italia anche se la sua lingua materna rimane il tedesco. E’ traduttrice e interprete.
Appassionata della Schwarzenbach, che ha scoperto per caso in libreria, ha ricordato e raccontato la nostalgia dei suoi luoghi natali mostrandoci anche le immagini della sua casa.
Tina si è rivelata poi essere cugina di quel lupo nero Schwanzerbach che tanto aveva fatto contro gli emigrati italiani immigrati quando era bambina.

Siti internet consultati
www.url.it/donnestoria
www.tufani.it

Angelo Mastrandrea

I movimenti contro la privatizzazione. I casi Toscana e Campania
Oggi a Firenze i movimenti presentano una legge che chiede una gestione pubblica della più importante risorsa dell’umanità. Le Marche resistono all’attacco delle multinazionali, mentre a Napoli padre Alex Zanotelli sfida multinazionali, Caltagirone e la moglie dell’ex presidente di Confindustria D’Amato, pronti a infilarsi nel business dell’oro blu.

Non saremo alla vigilia di una seconda Cochabamba, la città boliviana da cui partì, nel `99, la cosiddetta «guerra dell’acqua» che destabilizzò il governo. E’ però vero che attorno al bene più prezioso dell’umanità si agitano, qui e ora nel nostro paese, resistenze e interessi di varia natura. Che vedono schierati da una parte movimenti e parlamentari dell’opposizione, dall’altra qualche regione e un pugno di società private e qualche nome di un certo peso. Come quelli dell’imprenditore Gaetano Caltagirone, proprietario tra l’altro dei quotidiani Il mattino di Napoli e Il messaggero di Roma, e di Marilù Mennella, meglio nota come la moglie di Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria prima di Luca Cordero di Montezemolo e papabile candidato del centrodestra alla presidenza della regione Campania in quota Forza Italia. La torta è quella della privatizzazione degli Ato, acronimo che sta per Ambito territoriale ottimale, in parole povere le società che hanno la gestione delle acque. «Nel giro di poche settimane abbiamo visto la privatizzazione dell’acqua di Napoli, il tentativo in Lombardia di privatizzare l’acqua della città di Lodi – all’interno di una holding con Mantova, Cremona, Pavia, per il momento fermato dai movimenti – il caso di Bergamo, con l’assorbimento della società cittadina nella holding Asm di Brescia deciso alla vigilia di Natale con un voto di fiducia», scrivono in una lettera inviata ai segretari della Gad un cartello di organizzazioni aderenti al Contratto mondiale per l’acqua. Mentre a Catania la decisione della Provincia di affidare il servizio idrico integrato a una società mista a prevalente capitale pubblicato ha provocato l’opposizione del coordinamento Mediterracqua, che chiede l’inserimento di rappresentanti della società civile negli organi di gestione.

La questione è infatti un cavallo di battaglia per una parte consistente dei movimenti no global, tanto che se ne riparlerà tra una settimana al Forum sociale mondiale di Porto Alegre, a Ginevra dal 17 al 20 marzo alla seconda edizione del Forum mondiale dell’acqua e nel 2006 a Bruxelles in quella che pomposamente viene definita prima assemblea mondiale dei cittadini e degli eletti impegnati a difesa dell’acqua. Il tema sta impegnando in particolare i movimenti toscano e campano. Con un Masaniello d’eccezione che risponde al nome di Alex Zanotelli e una interessante proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua che verrà presentata oggi a Firenze. Partiamo proprio da quest’ultima per vedere cosa si agita dietro la trasformazione delle società pubbliche in società per azioni.

In Toscana una legge «di movimento»

Quella che verrà presentata oggi all’interno del terzo forum delle reti e dei movimenti toscani, che si conclude domani a Firenze, è la prima proposta di legge scritta collettivamente e frutto dell’elaborazione teorica dei movimenti su uno dei loro cavalli di battaglia. La raccolta di firme partirà a febbraio. Ne servono tremila, ma «il nostro obiettivo è di arrivare a trentamila», spiega Tommaso Fattori, portavoce del Firenze social forum. Ma l’iniziativa ha già prodotto l’effetto di bloccare l’approvazione, in consiglio regionale, della nuova legge sul riordino dei servizi pubblici, che insiste sul cosiddetto «modello toscano» delle privatizzazioni. Che prevede, in soldoni, la trasformazione delle aziende pubbliche in società per azioni e la cessione di quote ai privati, con una percentuale del 60% in mano pubblica e il rimanente 40 messo sul mercato. Una versione «soft» di privatizzazione, con la regione che continua a mantenere il controllo e cede ai privati solo la gestione. Nulla a che vedere con il più radicale progetto campano, di cui parleremo più avanti.

Ma a una fetta dei movimenti non va giù il fatto che sia stata proprio la Toscana a inaugurare il modello del partenariato pubblico-privato. Perché? «E’ un’illusione che il pubblico riesca a esercitare il controllo, perché quando costituisci una spa entri nel campo del diritto privato, il fine diventa il profitto e dunque cambia la gestione di un bene comune come l’acqua, che si trasforma in merce», risponde Fattori. A dargli man forte la lettera dei movimenti alla Gad, in cui le spa miste, «anche se a maggioranza pubblica», vengono considerate privatizzazioni a tutti gli effetti, e si chiede la ripubblicizzazione dei servizi pubblici a livello locale, attraverso leggi regionali, e nazionale, con una legge quadro «che riconosca l’acqua come servizio pubblico ed escluda la gestione dalla categoria dei servizi».

Del resto già il 21 marzo del 2003, intervenendo al Forum mondiale dell’acqua, un consigliere comunale di Pian Castagnaio, in provincia di Siena, raccontò come, dopo la trasformazione dell’Ato in spa, «è stato detto ai cittadini che devono consumare una maggiore quantità di acqua, passando dai 200 litri al giorno a 320, altrimenti la tariffa non può mantenersi bassa e competitiva». Niente rispetto a quanto accadde in Bolivia quando la multinazionale Usa Bechtel, subentrata allo Stato, pensò bene di aumentare di botto le tariffe del 200% ai poveri indios, provocando l’immediata rivolta. Ma comunque un indizio di come privatizzazione non sia sinonimo di corretta gestione, come ha dimostrato anche un dossier sui cinque anni di regime privatistico dell’Asa, l’azienda che gestisce il servizio idrico integrato a Livorno, realizzato dal locale Tavolo contro le privatizzazioni. Analizzando i bilanci della società, gli attivisti hanno concluso che la trasformazione in spa mista a controllo pubblico non avrebbe funzionato come da previsioni.

 

La proposta dei movimenti, elaborata in maniera collettiva dai quindici social forum toscani, da Attac e dal Contratto mondiale dell’acqua, va in senso opposto. Oltre all’affermazione di principio del diritto di accesso universale all’acqua, che quindi non va considerata merce, prevede la ripubblicizzazione «senza se e senza ma» della gestione entro il 2008; la gratuità del consumo fino a 40 litri a persona al giorno, «minimo vitale» definito dal Contratto mondiale dell’acqua; una tariffa bassa fino a 130 litri, una misura considerata «uso necessario»; e viceversa una forte penalizzazione per chi supera questo limite, per disincentivare gli sprechi, che la legge si propone di dimezzare entro il 2015. Un altro punto che i promotori ritengono fondamentale è la «gestione democratica e partecipativa», che configura una nuova idea del pubblico. No ai vecchi carrozzoni burocratici del passato, ma una ripartizione di competenze tra i consigli comunali e le «consulte» per la gestione dell’acqua, composte da lavoratori delle aziende e cittadini. «Vogliamo innescare un processo a catena che coinvolga anche le altre regioni dove sta accadendo qualcosa di simile, come in Abruzzo e Campania», conclude Fattori. I segnali di inversione di tendenza del resto non mancano, dalla nuova legge sull’acqua come servizio pubblico approvata in Belgio al referendum vinto in Uruguay contro la privatizzazione, fino alle piccole resistenze italiane, che hanno visto spuntare qua e là comitati e gruppi protagonisti di piccole grandi battaglie politiche.

 

Alle Marche piace pubblica

 

La giunta regionale delle Marche ha presentato a sua volta una proposta di legge che rivendica la gestione pubblica dell’acqua. «I privati che vogliono trasformare l’acqua in un business non sono certo interessati a un uso oculato di questa risorsa: più acqua si consuma, più acqua viene venduta, più acqua viene restituita inquinata, e quindi c’è più acqua da depurare. Insomma si avvia un circolo vizioso che non può che portare al rincaro di questo bene essenziale per la vita dell’uomo», dice l’assessore all’Ambiente Marco Amagliani (Prc), che denuncia come «sono sempre in agguato i privati o magari le multinazionali, che si presentano ai nostri comuni e offrono un “servizio chiavi in mano”, dove tutto sembra semplificarsi e magari per questa operazione c’è pure la possibilità di accedere alle risorse comunitarie».

 

Il business campano dell’oro blu

 

La pensa allo stesso modo Alex Zanotelli, che per contestare le privatizzazioni in Campania ha preso carta e penna e l’ha scritto chiaramente in una lettera di fuoco, intitolata «state con l’acqua o con i ladri di acqua?»: «Agli enti locali fanno gola i finanziamenti messi a disposizione dall’Unione europea». Il missionario comboniano è uno dei leader della protesta contro l’amministrazione Bassolino. Durante l’assemblea costitutiva del Comitato civico per la difesa dell’acqua, il 7 gennaio scorso, ha chiesto di allargare la questione a tutta la società partenopea e di organizzare azioni simboliche e non violente. Qualche giorno dopo un gruppo di no global ha occupato gli uffici dell’Ato 2 Napoli-Volturno, che lo scorso 23 novembre ha deliberato la privatizzazione totale nel giro di due anni. L’«apertura delle buste» con le offerte per l’appalto è prevista per il 7 febbraio e per bloccarla il Prc ha presentato un ricorso al Tar. Mentre centinaia di persone hanno preso parte, l’altra sera, a una affollata assemblea promossa a Napoli dal Comitato.

 

Dietro il «business dell’oro blu», rivela un’inchiesta del settimanale campano del manifesto Metrovie, ci sarebbero un pugno di multinazionali e imprenditori locali. I nomi? Eniacqua di Caltagirone, che attraverso la Vianini lavori ha realizzato l’acquedotto della Campania occidentale e punta alla conquista di quello pugliese e di quello campano. Suez lyonnais des aux, multinazionale candidata alla gestione dell’Ato 2. Enel-Hydro, controllata dal colosso francese Vivendi, la municipalizzata romana Acea e la Icar, una quota della quale appartiene a Marilù Mennella, moglie di D’Amato, che stanno invece per entrare, attraverso il consorzio Gori, nella gestione dell’Ato 2, che controlla l’acqua nell’area sarnese-vesuviana, una delle più densamente popolate del mondo.

Liliana Rampello

Bisogna dare atto alla testardaggine con cui Federica Sossi ha lavorato sulla politica e sulla lingua con cui si può affrontare il tema dell’immigrazione oggi in Italia, continuando a raccontare l’inferno dei famosi CPT (Centri di permanenza temporanea e assistenza) che lei chiama centri di detenzione, lager (e così ora sono in tanti a chiamarli, dopo di lei) visto che lì ci finisce non chi ha commesso dei reati, ma chiunque metta piede sul nostro suolo patrio da clandestino (ammesso che non sia prima morto in mare per naufragio della carretta che lo trasportava), privato di qualunque diritto, anche del più elementare, quello di essere un essere umano.
Dopo un primo libro, Autobiografie negate (manifestolibri,2002), Federica ora torna con Storie migranti, una serie di racconti che ci parlano di questa particolare tragedia del nostro presente, e lo fa appunto scegliendo ancora una volta di mettersi in gioco insieme alle storie che racconta, sottraendosi a qualunque sguardo disciplinare che si presuma innocente o neutrale rispetto al proprio oggetto.
E’ una lettura importante, avvincente, che vive di persone in carne e ossa, cui viene rubato un gesto, un colore, un tratto umano che lì riassume un intero destino. Da Belgrado alla Sicilia, tutto il Mediterraneo viene investito dalle voci di questi Altri/e che bisogna saper guardare da vicino, per poterli vedere. Questo sguardo di Federica li mette finalmente sotto i nostri occhi, attraverso una scrittura che fa intendere l’oltre, il di più di ogni singola vita, della vita di tutti quelli che la categoria “immigrati” violenta con la sua stessa pretesa riassuntiva, fino a che possiamo persino negarne l’esistenza o registrarla solo attraverso la nostra paura, il nostro bisogno di sicurezza. Questa paura e questi bisogni non vanno ignorati, ma capiti, e li si può capire solo alla luce vicina della relazione viva con chi altro patisce e vive.

Annarosa Buttarelli
Un altro libro che ci parla della vita e delle opere di Virginia Woolf può avere la capacità di stimolare ancora l’interesse di lettori e lettrici, magari appagati dall’eccezionale bravura della loro autrice preferita? Sì, ma a condizione che il nuovo libro compia almeno una mossa inedita e stupefacente, in grado di mostrare una pratica di lettura mai tentata sui testi della Woolf. Liliana Rampello, autrice del vibrante Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura, è colei che compie la mossa inaugurale di un nuovo percorso e rilancia la grande potenzialità ermeneutica che il taglio della differenza sessuale offre per rileggere i testi anche letterari, specialmente quelli che nascono già coscientemente segnati dalla differenza (e le pagine di Virginia Woolf lo sono).
Già da alcuni anni Liliana Rampello tiene i suoi e le sue studenti di Estetica dell’Università di Bologna in compagnia con la prediletta Virginia, ma il volume che le dedica è ancora intensamente scaldato dalla felicità della scoperta. Quale? L’aver trovato un varco nella tradizione critica (in gran parte femminista) per strappare via l’amata scrittrice dalla sua fama di donna soprattutto segnata tragicamente dalla fine per suicidio, e anche dall’inizio, da una vita ferita da alcune notevoli sventure. Rampello trova convincentemente su tutti i testi della Woolf – testi, cui resta attaccata “come una formica” – il sentiero luminoso di una donna geniale che canta continuamente la vita e il suo affascinante mistero, concretamente percepibile, per così dire, nei singolari e minuscoli accadimenti che entrano negli istanti del mondo.
La mossa potente di Rampello è, per l’appunto, quella di rimettere le radici della scrittura di Virginia Woolf in un terreno non avvistato dagli approcci critici condizionati da filtri disciplinari, canonici o piegati da esigenze didascaliche, siano esse psicoanalitiche, letterarie, stilistiche, sociologiche, ecc. Il terreno è quello della fedeltà all’esperienza differente di una donna, raffinata intellettuale eppure capace di sovvertire l’ordine delle priorità consolidate culturalmente: per lei, ora, tutto ha inizio dal sentire e dal movimento delle emozioni che diventano il ponte imprescindibile per comunicare con tutto e tutti; tornano ad essere, infine, l’unico ambiente in cui si può pensare veramente e bene.
Virginia Woolf fuoriesce, dunque, dai confini della scrittura romanzesca e saggistica, conosciuti nella sua epoca, non per assecondare pulsioni avanguardistiche e per consueto narcisismo artistico, ma per trovare la voce adeguata all’inaudita materia del suo voler scrivere; una voce e una forma non solo soddisfacenti espressivamente, ma con la forza necessaria per provocare spostamenti, accendere conflitti, offrire letture controcorrente delle cose che accadono.
La materia della scrittura di Virginia Woolf – dice Liliana Rampello – proviene dalla vita di una donna gioiosa, con tutti i sensi aperti verso il mondo interno/esterno, con una vertiginosa propensione relazionale verso ogni cosa che c’è, vissuta nella sua alterità e nel suo splendore, quand’anche fosse progressivamente oscurato dalle offese del tempo e della storia. Così La signora Dalloway, Al faro, Tre ghinee, Una stanza tutta per sé, Flush, lettere, pagine dei Diari, scorci letterari, ecc., ci vengono restituiti da Rampello come testi in cui ciò che è detto e narrato è sempre la verità delle cose come sono, delle relazioni umane come sono, del rapporto-conflitto tra i sessi com’è. Siamo guidati a capire, quasi passo passo, come ha fatto una grande scrittrice ad arrivare là dove quasi mai sanno arrivare i grandi filosofi: fare esperienza della segreta armonia della vita quotidiana e sapere metterla in parole appropriate, belle e precise. Ma c’è di più. Nel nuovo libro di Rampello si scorge con una certa chiarezza l’avvento di un nuovo modo di scrivere di letteratura. Leggiamo qualche cosa che non è più la critica così come la conosciamo, è scrittura dell’esperienza di una relazione con un’autrice, attraverso i testi, non più misconosciuta, sublimata o amputata dal fatto evidente che si tratta di una relazione incarnata, personale si direbbe. Leggiamo le pagine consapevoli che si tratta della ri-creazione del mondo attraverso la trasformazione avvenuta in colei che scrive: trasformazione operata, certo, dal legame magistrale con Virginia Woolf, ma anche grazie ad un atto di empatia, se intendiamo correttamente “empatia” come percezione esatta della vita differente dell’altro e dell’altra.
Nel Canto del mondo reale, si intravede, insomma, un orizzonte nuovo per una scrittura più libera di quanto il nome “critica” preveda. Senza contare il fatto che Liliana Rampello regala, per l’appunto, momenti perfetti di scrittura tout-court e, in questo modo, porta noi insieme a lei a divenire capaci della bellezza dei testi di Virginia Woolf, bellezza senza la pratica della quale nessun segreto può dirsi veramente rivelato o rivelabile.

Letizia Artoni

“Un’ora sola ti vorrei” è il titolo di un bel film documentario presentato al Festival del Cinema di Locarno nel 2002 e da poco disponibile in dvd la cui autrice, Alina Marazzi , è qui alla sua prima regia.
Dalle notizie reperibili in rete sappiamo che è arrivata a questa prova dopo aver lavorato ad alcuni documentari televisivi a sfondo sociale e come aiuto-regista di Giuseppe Piccioni nei film Fuori dal mondo e Luce dei miei occhi, film che segneranno soprattutto il suo più recente lavoro ‘Per sempre’.
Il film è un viaggio nella memoria personale e collettiva intrapreso dalla regista per avvicinarsi alla madre Liseli, scomparsa prematuramente, dopo una lunga malattia ‘esistenziale’ e da lei conosciuta bambina. Un film delicato realizzato utilizzando l’ abbondante materiale biografico ricavato dai filmini del nonno custoditi ‘nell’ armadio di famiglia’, dai diari e dalle lettere scritte dalla madre, e dalle cartelle cliniche che ci descrivono la sua malattia.
Liseli Marazzi Hoepli, nasce nel giugno del 1938, ‘in una giornata a cielo sereno, con vento’… e ‘in quello che poteva essere un mondo da favola’ ma dal quale si è sentita invece schiacciata. Una madre bella e perfetta, un padre esigente, un marito buono e innamorato, due figli amati, la giovane età, tanta voglia e gioia di vivere ma anche un profondo senso di inadeguatezza su tutto che l’accompagna fino alla fine.
E’ un percorso quasi terapeutico’, quello intrapreso da Alina Marazzi, nato dal bisogno di ricostruire una parte di sè dimenticata, di mettere a fuoco un volto annebbiato nel ricordo, affrontato con timore e passione, e da cui emerge un affettuoso e coinvolgente ritratto di donna.
Dice la regista di aver iniziato questo lavoro con le idee abbastanza confuse, consapevole solo della propria esigenza di sapere, di essersi fidata di un’amica , la montatrice del film, e data come unica regola la massima libertà nello scegliere come e se ‘affondare il più profondamente possibile nei sentimenti’ , e di essere stata alla fine travolta da una gran quantità di emozioni e di bellezza.
‘Come per magia, in un attimo, quella misteriosa e sconosciuta persona proiettata sullo schermo davanti a me era come se fosse viva. In un secondo ero catapultata nel passato, all’epoca in cui viveva mia madre conosciuta poco e molto dimenticata’.
Parole importanti, dette a conferma di immagini che non lasciano dubbi su legame che si stabilisce tra loro, a distanza di anni da un evento che avrebbe potuto separarle e che invece le riavvicina.

Fino a sentirla ‘amica’.


Letizia Artoni

‘Un’ora sola ti vorrei’ è la canzone cantata dalla madre al ritorno da un viaggio, un’ora è la durata del film.
Uscita nel 1938, fu considerata irriverente dal regime fascista. Come altri brani dell’epoca, le sue parole si prestavano a un doppio senso riferito al Duce. Da allora ha praticamente accompagnato tute le generazioni riproposta in numerose cover. Tra le interpreti Ornella Vanoni e Giorgia.

La Dolmen Home Video è la casa di distribuzione.

Monica Farnetti

Come si vede, il titolo finisce con una virgola. Ovvero non finisce ma si sospende, per poi continuare dentro ogni pagina e ogni lettera che il libro contiene e riversarvi i suoi tesori. In questa sospensione infatti c’è tutto lo slancio che la scrittura epistolare sempre promette e che in questo caso scoppia più che mai gioiosa e travolgente. Sono, per la maggior parte, lettere della madre alla figlia, ma non mancano alcune risposte di quest’ultima che si chiama Colette anche lei, e che però nonostante il gioco di specchi (che Colette madre instaura impegnandola ben oltre il nome: “Non sei degna di tua madre”, “Non ti ho messa al mondo perché tu diventi una donna qualunque”, “Mi somigli e me ne compiaccio” ecc. – cito a memoria) risulta alla fine dei conti una donna del tutto diversa.
Tranquilla, organizzata, legata alla terra (fa la contadina con passione e provvede, negli anni di guerra, anche al vitto della madre e degli amici e amanti suoi), serena nella sua solitudine (che solo un brevissimo matrimonio sbagliato interrompe), e miracolosamente capace di non risentire del fatto di essere cresciuta senza le cure materne (che vengono prodigate, in sostanza, solo per lettera o poco più), Colette figlia è un “personaggio” bellissimo, e molto importante fra l’altro, come si deduce, per l’equilibrio della madre stessa. E all’altro polo della corrispondenza ecco esplodere lei, la sempre e comunque grande Colette. La donna traboccante d’amore per tutto (umani, bestie, alberi, teatro, scrittura, cinema, cucina, abiti, mare, monti, mondo). La madre che fa i salti mortali per garantirsi e meritarsi l’affetto della figlia.
La scrittrice di romanzi incantevoli dei quali perfino i titoli sono magia (“Il grano in erba”, “La nascita del giorno”, “Il puro e l’impuro”, “Chéri”, “Sido”, ecc.). L’ epistolografa infine la cui scrittura è eccitante, sfrenata, freschissima, bella perché vera e cioè attaccata alla vita e capace di volare dalle castagne alla gamba malata alla prima di uno spettacolo a una delusione erotica a una gioia intima. Con una scrittura che tiene fisicamente insieme tutto, che si fa scuola in questo senso e
che ci lascia piene di gioia e di gratitudine.

Bianca Pitzorno

Bianca Pitzorno è così brava che solo a lei permettiamo di saltare la nostra regola aurea: poche righe che dicono perché un libro ci è piaciuto. Ma noi non siamo scrittrici e lei sì, dunque viva la differenza!

Le biografie dei personaggi famosi possono dividersi in due categorie: quelle malevole, in cui il biografo cerca di ‘smontare’ il mito del personaggio mostrandone la quotidianità nei suoi aspetti più sordidi, e quelle dettate dalla simpatia e dal desiderio di riabilitazione.
Marta Boneschi, fine indagatrice del costume italiano femminile dell’ultimo secolo, in questa sua prima biografia simpatizza e parteggia appassionatamente per la donna oggetto della sua accuratissima ricerca. E ricostruendo la vita di Giulia Beccaria, figlia del filosofo Cesare (autore del celebre trattato ‘Dei delitti e delle pene’) e madre di Alessandro Manzoni, ci offre anche uno straordinario quadro di vita milanese a cavallo tra il Sette e l’Ottocento. La Milano galante e ipocrita dei matrimoni combinati e dell’adulterio tollerato nella figura del cicisbeo, della aristocrazia bigotta e dei filosofi illuministi, delle ‘Accademie’, della amministrazione austriaca e dall’entusiasta intermezzo napoleonico.
Di Giulia ci aveva già raccontato Natalia Ginzburg nel suo ‘La famiglia Manzoni’, una biografia familiare che rientra nella categoria di quelle malevole. Giulia vi appariva già anziana, bigotta, fanatica e prepotente matriarca, e, come il suo più illustre figlio, non suscitava la simpatia del lettore.
Marta Boneschi ci racconta invece la vita della sua eroina fin dalla nascita e ce la rivela intelligente, sincera e appassionata; vittima sacrificale degli illustri parenti maschi colti e illuminati, che in teoria sostenevano l’emancipazione femminile e in pratica negavano libertà e dignità alle donne di casa.
Due famiglie eccellevano in quegli anni a Milano, per l’antico sangue aristocratico e per il pensiero libero e innovatore dei membri più giovani: i Verri e i Beccaria. Il libro è anche la storia di queste due famiglie e del contrasto tra i ‘vecchi’ avari e retrogradi e i giovani proiettati verso il futuro e insofferenti di tutele e di censure.
Cesare Beccarla, giovanissimo, fugge di casa per sposare una ragazza non gradita ai suoi, e solo l’intervento dell’amico Pietro Verri convince il vecchio marchese padre a non diseredarlo e a riaccoglierlo in famiglia. La primogenita di questo matrimonio d’amore viene chiamata Giulia in onore della roussoiana ‘Julie’, ma passato il primo entusiasmo dei genitori viene trascurata e poi dimenticata in convento fino all’età di diciotto anni. Appena uscita dal convento Giulia si innamora di Giovanni Verri. Lei un’ingenua diciottenne, lui un cinico libertino trentaseienne che non ha alcuna intenzione di sposarla. Cesare Beccarìa infatti, che ha un’altra moglie e un erede maschio, vuole sì liberarsi dal fastidio di questa ragazza troppo vivace e spontanea, ma senza darle la dote necessaria a un buon matrimonio. Vengono così combinate in gran fretta le nozze tra Giulia e il conte Pietro Manzoni, più vecchio di suo padre e notoriamente impotente. Giusto in tempo perché il frutto della relazione tra Giulia e Giovanni Verri nasca all’interno della sacra istituzione del matrimonio.
La vita matrimoniale per Giulia è un inferno, ma troppo sincera per prendersi un cicisbeo, come il costume le avrebbe consentito, dopo dieci anni la giovane donna chiede e ottiene la separazione, suscitando grande scandalo. Adesso è povera, isolata, sola. Giovanni da tempo si è allontanato, il bambino è in collegio, lei ha compiuto trent’anni… Ma a questo punto un colpo di fortuna illumina la vita della nostra eroina. Io scapolo più ricco, più nobile, più bello, più intelligente e generoso di Milano la incontra, la apprezza, se ne innamora. E’ Carlo Imbonati, l’allievo prediletto, il ‘garzon bellissimo’ cantato dell’abate Parini. Poiché, non essendovi il divorzio, Giulia non può risposarsi, i due non più giovanissimi innamorati sfidano l’opinione pubblica vivendo more uxorio e dopo qualche tempo si trasferiscono a Parigi, dove frequentano le persone più interessanti, colte e illuminate della capitale francese. Questo è per Giulia uno straordinario intermezzo di felicità, crudelmente interrotto, dopo tredici anni, dalla morte improvvisa di Carlo, che però anche questa volta ha sfidato le usanze lasciando in eredità alla ‘speciale ed unica amica’ l’intero, enorme patrimonio, che renderà Giulia finalmente ricca e libera del suo destino e permetterà ad Alessandro Manzoni di dedicarsi per tanti anni a scrivere e riscrivere I Promessi Sposi, senza preoccupazioni finanziarie. Da questo momento Giulia si dedica interamente al figlio e alla sua sempre più numerosa figliolanza. I suoi ultimi anni saranno rattristati dai contrasti con la seconda nuora, dai lutti familiari, dai rigori di una religione troppo severa.
Ma al lettore resta l’immagine di una giovane donna spontanea e appassionata, tenace nei suoi affetti, colta e curiosa, che combatte per tutta la vita la tirannia maschile familiare e che viene premiata da un amore eccezionale per i suoi tempi (e forse anche per i nostri). Un amore che le tributa apprezzamento per le sue doti morali e intellettuali, che le riconosce, alla lettera, pari dignità.

Riccarda Novello

“A Porciano la giovane non aveva che nemici. … Più recisi e convinti s’erano mostrati il medico condotto e il farmacista, che avevano ricordato anche i suoi meriti durante l’epidemia di colera, la sua generosità, la sua dedizione: ma costoro erano uomini istruiti, illuminati e riservati, un’esigua, insignificante minoranza…” Per inesperienza delle cose del mondo e ingenua sprovvedutezza, la giovane insegnante Italia Donati, nata il primo gennaio del 1863 e scomparsa il primo giugno 1886, cadde vittima di un’infame spirale di malevolenza e invidie, per la sua semplice bellezza, la sua onestà e il desiderio di affermazione personale come maestra comunale. Erano tempi, ammonisce l’autrice Elena Gianini Belotti nelle prime pagine del suo toccante romanzo Prima della quiete, tempi bui, in cui la gente pativa le privazioni estreme, e “l’istruzione doveva apparire un lusso inconcepibile, una pretesa scandalosa, un’ambizione colpevole che suscitava soltanto biasimo.” E, aggiunge puntuale: “Sotto il biasimo covava l’invidia.”
Niente venne risparmiato a una figura dolce e operosa, “immagine di gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza”: le infami tecniche della diffamazione, del vilipendio, la prepotenza e l’inaudita crudeltà di una comunità pronta a difendere il signorotto locale, costringeranno questa Italia dal nome così simbolico, che sperava di costruirsi un futuro con la fatica, la determinazione, il sacrificio, a una situazione insostenibile di isolamento.
La Gianini Belottiha ripercorso una vicenda drammaticamente reale del nostro Ottocento, e ha trovato la propria necessaria motivazione nella storia della madre, maestra elementare, a cui i familiari avevano riservato solo un’ assoluta incomprensione: “perché nessuno … capiva la fatica tremenda di insegnare in una classe di sessanta scolari, e le buttavano in faccia l’unica vera fatica secondo loro, il lavoro manuale.” Eppure, aggiunge la figlia, “Aveva studiato con accanimento, senza respiro…”
Ben più tragicamente si concluderà l’esistenza di Italia, l’innocente travolta dalle feroci maldicenze, e che il maestro di un tempo ricorderà come “bambina seria e intelligente”.
L’autrice conclude il suo libro con una nota appassionata, ricordando la povera gente massacrata dai nazisti a Fucecchio nel ’44, auspica che la memoria dei martiri del nazifascismo sia conservata e tramandata alle future generazioni, ma sottolinea anche come lo stesso diritto, in passato, non fosse riservato a figure come quelle di Italia, “a una martire del sessismo perché non si dimenticassero gli atroci delitti consumati contro le donne … E perché le donne, venendoli a conoscere, si ribellassero all’ingiustizia.”
Tra le eccezioni, annota, si distinsero Matilde Serao che scrisse per il “Corriere di Roma” un articolo sulla solitudine drammatica di quelle donne coraggiose che affrontavano la via dell’emancipazione, a dispetto di odiose calunnie e malgrado fossero sottoposte alle angherie dei poteri locali, e l’azione illuminata del “Corriere della Sera” che pubblicò numerosi interventi, dimostrando il suo interesse per questa figura femminile, una delle tante di questa Italia ancora arretrata, che pagò un prezzo troppo alto per il desiderio di libertà e autonomia, per la sua intelligenza e dignità.

Grazia Aloi

Usciamo allo scoperto, del resto oggi è di moda.
Aiutati dal sottobosco imperante dell’ingenuo fai-da-te, concediamoci catartiche confessioni pubbliche e private per soddisfare l’urente necessità di fitostimoline terapeutiche.
Salviamoci dai macigni tormentosi del passato che forse nostro non sarebbe se le cose fossero andate diversamente.
Da due a tre e da tre a uno e, a volte, neppure quello.
Saremo mai liberi dalla fune del passato? Come Penelope, illudendo i Proci e aspettando Ulisse.
Ma per fortuna, Ulisse torna e sta con noi.
Come il gioco del cucù, ci-sono-non-ci-sono, ma se capisci che torno, ci-sono.
Oppure, se hai letto del nipotino di Freud, che giocava con il rocchetto aspettando sua madre.
E noi chi aspettiamo? Una madre e una nonna. Comunque una donna che ci voglia bene.
“Ditemi di voi, vi ascolto e vi parlo”: questo sembra dirci Silvia Vegetti Finzi nel suo libro; “vi rispondo, perché io so”. E a quel punto, poco importa se sei figlia di separati o genitore separato; ciò che importa è sapere che c’è un grembo che accoglie il tuo viso e accarezza i tuoi capelli.
Per magia, le oltre 300 pagine si trasformano in delicate dita e in teneri abbracci di morbida lana pronte a volerti bene. E tu, tu che leggi, ne hai bisogno: ti senti dentro a quelle storie, anche se i tuoi genitori non ti hanno lasciata. Hai bisogno di sapere ancora di te, chi sei stata e a nulla valgono le resistenze dell’adultità. Sei di nuovo bambina a guardare le tue paure, ma la tua manina è dentro quella forte e grande di mamma Silvia.
Silvia sorella, Silvia amica, Silvia esperta e fine osservatrice di tenerezze spezzate, di solitudini coniugate, di felicità rammendate, di tormenti assopiti.
Sapienti ricostruttori di noi stessi, impariamo a conoscerci in fotografie, forse ecografie, che nessuno dei nostri ci ha mostrato per disattenzione o per ignoranza, o semplicemente per mancanza di tempo.
Lo sapevamo già: noi esistiamo, però oggi lo sappiamo un po’ di più. Sappiamo che insieme a noi esiste la nostra rivincita sulla sorte. Dee bendate, ci offriamo reciprocamente cornucopie fiorite, l’un l’altra, sapendo che una nemesi storica lavora per noi.
Offriamoci con umiltà al lavacro delle colpe altrui e rinasceremo come robusti bucaneve, pronti ad assumere l’arcobaleno.
Non disperiamoci davanti alla strazio passato: oggi è un’altra epoca e se saremo chiamati alla resa dei conti dell’amore di coppia, non disperdiamo quello che siamo tenuti a dare come genitori.
Ascoltiamo Silvia Vegetti Finzi.
Libro assolutamente da leggere, per saperne un pezzo di più.