Aggregazioni maschili cominciano a mobilitarsi rispetto alla violenza verso le donne
Tereixa Constenla
Juan Antonio Ramírez Cordero non trova divertenti le barzellette maschiliste. Ogni 25 novembre fa in modo di andare alla manifestazione che si tiene nella sua città contro la violenza verso le donne, se non è in servizio alla Polizia Locale di Jerez de la Frontera (Cadice, Spagna), un ambiente dove l’umorismo sessista e la derisione rispetto al diverso circolano quasi senza limiti. L’agente Ramírez è diverso. È strano come i movimenti di uomini paritari, un fenomeno che ormai non è nuovo ma continua a essere insolito.
La crudezza con cui negli ultimi anni sta affiorando la violenza maschilista, tuttavia, ha reso più forte l’impegno pubblico di alcuni uomini che sostengono la causa di un mondo di eguali, come si vede dalla creazione dell’Associazione di Uomini per l’Uguaglianza di Genere (Ahige), fondata a Malaga nel 2001. Dopo incontri di riflessione su nuovi modelli di mascolinità, i partecipanti decisero di creare un’organizzazione che incarnasse il loro “impegno formale” a lottare “attivamente” per una società senza discriminazione in ragione del sesso.
Militanti antisessisti
Rispetto al carattere raccolto dei gruppi di uomini, restii a scendere in campo, Ahige sostiene l’azione pubblica, il passaggio al fronte, soprattutto per combattere la violenza maschilista. “Non basta dire che io non sono un maltrattatore, né basta non essere sessista, bisogna essere un militante antisessista”, diceva il presidente di Ahige, Antonio García, a un convegno che c’è stato a Siviglia. L’agire pubblico dei soci consiste in incontri tra uomini e donne, in laboratori sulla corresponsabilità domestica, l’autostima, la paternità o la violenza maschilista, e in conferenze come quella conclusa da García a Siviglia: “Non si può ridere di una barzelletta sessista né essere complice di un maltrattatore, anche se si comporta bene in ufficio”.
In qualche maniera Juan Antonio Ramírez, il poliziotto che non ride alle battute maschiliste, rappresenta questo nuovo modello maschile, distante dalla visione patriarcale e attaccato ad altri valori. Quattro anni fa è entrato in un gruppo di uomini di Jerez che si incontra una volta al mese, nelle case, per conversare su varie questioni, quasi sempre intime: la coppia, la paternità, la sessualità… la prostata. Sempre a partire dall’esperienza personale. “È un luogo di incontro in cui esprimiamo dubbi, sentimenti ed emozioni con totale naturalezza”, sintetizza. In questi anni Juan è cambiato anche nella convivenza domestica: “Al principio fai le cose per comportarti bene, non ti viene naturale, mi è costato meno fare che cose che assumerle”.
Un gruppo di uomini non è un gruppo di omosessuali, come alcuni sospettano maliziosamente. L’orientamento sessuale non unisce né separa in questi incontri privati dove gli uomini si guardano dentro. Per Juan Antonio Ramírez, 43 anni, sposato, padre di due figli di 12 e 6 anni e poliziotto locale, rappresenta l’universo dell’intimo, il luogo dove dare briglia sciolta alla sua sensibilità senza sentirsi aggredito con spiritosaggini. “Nel mio circolo si parla di lavoro o di calcio, ma non di sé; quando poni un problema sfuggono con l’ironia”, confronta. È d’accordo con la sua valutazione un altro del gruppo, José Manuel Jiménez Gutiérrez, 43 anni, sposato, padre di due figli e direttore dell’attività sociale della Caritas a Jerez: “È uno spazio dove parli di cose di cui non puoi parlare in altri spazi”.
Mentre le donne battagliano da decenni per occupare il territorio pubblico, gli uomini esplorano timidamente il nido privato. I primi gruppi di uomini creati per riflettere sull’identità maschile sorsero negli anni settanta in California (Stati Uniti) e in diversi paesi scandinavi. In Spagna nacquero nel 1985, a Valencia e a Siviglia. Due decenni dopo sono stati fondati gruppi a Barcellona, Madrid, Granada, Malaga, Jerez e in altre città. Cercano nuovi riferimenti di identità, anche se la messa in discussione della mascolinità è preceduta, secondo il professore di medicina legale dell’Università di Granada Miguel Lorente, da una riflessione sulla violenza.
In un articolo pubblicato sulla rivista “Meridiam”, Lorente sostiene che “devono essere gli uomini a prendere posizione in maniera chiara contro la disuguaglianza e la violenza di altri uomini, ma se lo si fa in nome della mascolinità si può cadere nello stesso errore di sempre, nel conseguimento di un meccanismo che contribuisce alla modificazione dell’esistente senza sradicarlo dai comportamenti sociali”.
Parlare per sé
Nonostante l’eterogeneità dei gruppi di uomini, quasi tutti sono d’accordo sulla discrezione, sulla mancanza di identità collettiva pubblica perché temono che questo li obbligherebbe a creare gerarchie. Ciascuno parla per sé e mai a nome del gruppo, anche se la violenza verso le donne sta perturbando l’occultamento iniziale. José Manuel Jiménez non esita ad approfittare della sua presenza in una conversazione radiofonica per lanciare messaggi egualitari. Il rappresentante della Caritas sono anni che va alla manifestazione del 25 novembre contro la violenza maschilista, benché non si consideri un “paradigma” né un “modello” di uomo paritario.
Commossi dall’assassinio della donna di Granada Ana Orantes, bruciata dal suo ex marito, il gruppo di uomini di Siviglia mise nel suo sito internet un manifesto di condanna. “Noi uomini abbiamo molto da dire perché ci conosciamo”, segnala con una certa ironia il sociologo Hilario Sáez, uno dei membri del gruppo di Siviglia. “La priorità è la protezione della vittima, ma dobbiamo fare campagne di sensibilizzazione perché non si tolleri la violenza”, sostiene. Sáez gestisce il programma Uomini per l’Uguaglianza e contro la Violenza di Genere, promosso dal 2003 dalla Provincia di Siviglia, uno dei pochi organismi pubblici spagnoli che finanzia un progetto diretto specificamente agli uomini all’interno delle proprie politiche di parità. Quello che ha aperto la strada è stato il Comune di Jerez, per mano di José Angel Lozoya, coordinatore del primo programma istituzionale di politiche di parità che contemplò gli uomini. Lozoya, invitato a numerosi convegni a esporre il suo lavoro nel programma Uomini per l’Uguaglianza, ritiene che la scarsità di esperienze istituzionali dipenda dalla “debolezza del movimento” degli uomini paritari, da una certa “sfiducia” di alcune femministe e dal “ritardo” politico nel capire che la parità richiede “il coinvolgimento degli uomini”. Una settimana fa Lozoya organizzò in pieno centro città una “stiratura pubblica” di uomini per sostenere la condivisione dei lavori domestici. E sempre a Jerez si è svolto il primo convegno nazionale sulla mascolinità, che scelse come motto rispetto alla violenza maschilista: Il silenzio ci rende complici.
(traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)
Norvegia, il governo ha deciso di punire le imprese che al vertice hanno presenze femminili sotto al 40 per cento
Una legge senza precedenti sulle pari opportunità. Nelle società controllate dallo Stato percentuali già rispettate
Danilo Taino
DAL NOSTRO INVIATO OSLO – Se le idee nuove in fatto di politiche sociali fossero petrolio, i pozzi norvegesi non sarebbero certo sulla via dell’ esaurimento. Il governo conservatore di Kjell Magne Bondevik ha fatto sapere alle imprese del Paese che le cose non vanno bene in fatto di pari opportunità tra uomini e donne e ora dalla carota ha deciso di passare al bastone. Nel 2002, infatti, aveva varato una legge in base alla quale entro la metà del 2005 il 40 per cento delle poltrone dei consigli di amministrazione di ogni società, fosse essa di Stato o pubblica, doveva essere riservato alle donne. Ma le aziende «stanno puntando i piedi», ha detto il ministro per gli Affari della Famiglia e dei Figli Laila Daavoey. E, a questo punto, «nei casi peggiori – ha aggiunto – dovremo chiuderle». Sì, proprio così: le imprese che non si adegueranno potrebbero essere messe in liquidazione. Entro il 2007. La legge norvegese, che era già considerata dagli imprenditori la più dura del pianeta tra quelle che intendono affermare la parità per legge, ora è diventata un caso senza precedenti. Il governo farà un censimento a metà agosto per conoscere la situazione e su questa base fisserà una data limite, il 2007, per le aziende inadempienti: passata quella data, ci sarà un ultimo richiamo e poi la chiusura forzata. Il fatto è, spiega la signora Daavoey, che nel 2002 i consiglieri d’ amministrazione donna erano il sei per cento del totale e ora sono saliti all’ 11: pochissimo, se si tiene conto che tutte le società pubbliche si sono adeguate alla norma e che «ci sono in giro migliaia di donne qualificate: le imprese possono scegliere tra metà della popolazione». Si tratta, in sostanza, di scardinare uno degli ultimi bastioni norvegesi del potere maschile in un Paese dove le donne occupano quasi la metà di posti di lavoro, il 40 per cento delle poltrone ministeriali e il 37 per cento dei seggi del Parlamento. Nelle stanze in cui la politica non era ancora entrata, insomma, il denaro favoriva i maschi. Detto fatto: anche i tavoli del potere economico dovranno ora essere condivisi. Il raggiungimento della parità tra sessi è da tempo una priorità per tutti i Paesi scandinavi, i quali sono spesso stati, per l’ Occidente, un modello nel campo. La Norvegia, però, era rimasta obiettivamente indietro in fatto di comando d’ impresa, tanto che in molti Paesi dell’ Europa continentale la situazione è più favorevole alle donne. La minaccia di chiudere un’ impresa, di distruggere ricchezza e posti di lavoro questa volta però ha sollevato onde più alte del solito. L’ associazione locale degli imprenditori si è opposta: il piano, dice, viola i diritti degli azionisti di scegliere i dirigenti liberamente. E la Borsa di Oslo ha detto che si oppone all’ uso della forza anche se ritiene sia una buona idea aumentare la percentuale di donne nei consigli. Il fatto è che, proprio come il petrolio, i modelli di Welfare e le politiche sociali scandinave tendono a essere esportate. E la questione della parità tra uomo e donna è un terreno straordinario per accendere dibattiti in tutto il mondo. Lo scontro di rilievo internazionale più recente è quello avvenuto nella nobile università americana di Harvard, dove il suo presidente, l’ ex ministro del Tesoro Larry Summers, è stato criticato e censurato: aveva sostenuto che, per spiegare come mai le donne non hanno gli stessi risultati degli uomini in certe materie scientifiche, si trattava di indagare anche le differenze biologiche. Al di là della discussione banale donne-contro-uomini, le domande che solleva l’ iniziativa di Oslo sono in realtà molto serie. Le quote obbligatorie tese a favorire nella società minoranze o gruppi sociali sfavoriti sono infatti al centro di una revisione e di un dibattito acceso proprio negli Stati Uniti, il Paese che ha dato il via a questa politica negli Anni Sessanta. I favorevoli sostengono che si tratta dell’ unico modo per garantire ai meno protetti di potersi affermare. I contrari dicono che abbassa la qualità generale delle prestazioni di lavoro o scolastiche, crea ingiustizie e impigrisce le stesse persone che ne possono beneficiare. Questione da risolvere con il pragmatismo, probabilmente. Ma l’ iniziativa di Oslo alza l’ asticella e rende tutto un po’ più radicale.
Lila Azam Zanganeh
Sotto un sole abbagliante, in un’arida città senza vento e piena di polvere, quattromila persone battono incessantemente le strade di Ouagadougou alla ricerca di una gemma rara: il miglior film africano dei momento.
Il Festival panafricano del cinema (nell’acronimo francese, Fespaco) si tiene ogni due anni, dal ’66, nella capitale dei Burkina Faso ed è un evento unico ed emozionante che a suo modo sta diventando una specie di Festival d Cannes dell’Africa. Ma Ouagadougou, l’antico cuore dei regno Mossi, lontanissima dal glamour e dai fasti della Croisette, è una città sofferente e stretta nella morsa della povertà in cui mancano tutte le infrastrutture di una moderna capitale culturale. Solo 25 anni fa, perfino la polizia aeroportuale usava le lampade a petrolio perché mancava la corrente. Perciò sembra un vero miracolo che, a dispetto-di tutti i problemi logistici ed economici, sta riuscita a diventare la sede della più grande, interessante e affollata manifestazione culturale del continente.
Dal 26 febbraio al 5 marzo Ouagadougou ha accolto e affascinato migliaia di visitatori da tutto il mondo: filmaker, critici e gente di cinema dall’Europa, dall’America e naturalmente dal resto dell’Africa. Al margine della cerimonia d’apertura, aperta quest’anno al pubblico, un momento di panico nella folla accalcata ha fatto due morti e quattordici feriti, i soliti problemi tecnici, i ritardi e il caldo rovente hanno fatto annullare alcune proiezioni, eppure l’evento è stato un risultato
straordinario, nel bel mezzo di un Paese che non riesce a nutrire tutti i suoi abitanti.
“Uno vede l’Africa in televisione, l’Aids, i massacri, le guerre tribali, la povertà, ma in effetti quello che vede non è l’Africa. L’Africa è invisibile ha scritto il romanziere martinicano Edouard Glissant. Il miracolo dei Fespaco è che in qualche modo l’Africa, nell’arco di sette giorni e attraverso rari momenti di grazia, diventa finalmente visibile.
LA MAPPA. Ouagadougou è caotica e iperattiva. I film cominciano tardi, le sale di proiezione sono poche, affollate e spesso senza aria condizionata. Molta gente è seduta per terra e altra resta fuori in coda, per ore. Ma anche questo, innegabilmente, è parte dei fascino dei Festiva[ panafricano, un’allegra anarchia e un’autentica atmosfera di celebrazione. Una festa culturale e insieme un social forum. Non importa tra quanti ostacoli, quest’anno, alla diciannovesima edizione, il Fespaco ha presentato 20 lungometraggi e 20 corti in concorso, scelti tra 170 film realizzati nel continente e tra gli africani della diaspora in Occidente. Le tendenze in corso illustrano bene la posta in gioco nel cinema africano di oggi. Il Sudafrica è sotto l’influenza tecnica e finanziaria dell’America e di conseguenza offre un gran numero di produzioni, Il Nordafrica, da parte sua, continua a produrre film dagli standard molto diversi, apparentemente alle prese con problemi tecnici, ma tuttavia capace di realizzare molte pellicole ogni anno. Infine lo stesso Burkina Faso sembra un’oasi in un continente nero dagli exploit cinematografici isolati e rari.
Tra tutti questi Paesi, è in ogni caso il Sudafrica ad emergere come il vincitore. Le promesse di quella cinematografia, l’unica che si giova dei supporto di una vera industria, sono state largamente mantenute. Da solo, il Sudafrica ha portato al Festiva] 19 opere e vinto cinque premi, compreso il “Golden Stallion”. assegnato dopo 14 ore e 12 minuti di discussione a Drum (Tamburo) del regista Zola Maseko.
Drum è un film fatto per piacere al vasto pubblico, con la sua estetica hollywoodiana e un plot politicamente corretto che ruota attorno a un piccolo gruppo di uomini buoni che si oppone all’affermazione dell’apartheid. Ma in qualche modo Drum, alto budget e riprese perfette all’americana, non è rappresentativo della poetica e della creatività più profonde del Festival.
A contendergli la palma c’era per esempio uno splendido film intitolato Lettere d’amore Zulu, di Ramadan Suleman che ha avuto vasti apprezza menti critici e il premio al miglior regista assegnato dall’Unione Europea. Il film parla dell’Africa contemporanea e della sua difficoltà a tradurre in realtà privata gli assunti pubblici della politica. La protagonista è una donna nera Thandeka, che assiste a un delitto così feroce da impedir le di aderire ai principi della Commissione per la Verità e
la Riconciliazione. E Thandeka è anche alle prese col difficile rapporto con la figlia sordomuta, la cui impossibilità a parlare e ascoltare diventa metafora dell’impasse dei processo nazionale di pace.Assieme al Sudafrica, è il Marocco coi suoi dodici film prodotti all’anno, ad aver acquisito la maggiore visibilità al Festival. Il secondo premio è andato a Stanza buia di Hassan Benjelioun, un film sui traumi della tortura.,Ma i film più toccanti dei Fespaco sono quelli provenienti dall’Africa nera, quattro dei quali sono de Burkina Faso, compreso i vincitore dei terzo premio Ta suma, il fuoco, sulle dilanianti delusioni dei soldati smobilitati dopo la guerra.
LA STORIA. “La costruzione di questi film è spesso piuttosto classica, con una minore importanza attribuita alle immagini rispetto al testo” spiega il critico francese Olivier Balet. E la storia a contare soprattutto, in pellicole come La notte della verità di Fanta Regina Nacro, che racconta un Paese immaginario che ricorda il Ruanda dopo il genocidio dei 1994, o Un eroe di Zezé Gamboa, su un reduce mutilato dell’Angola che ha vinto un premio al Festival dei cinema indipendente di Sundance quest’anno.
Ed è per lo stesso motivo che alcuni dei film migliori visti a Ouagadougou sono i documentari, in cui scopo principale, come ha detto il regista Jean-Marie Téno, è “testimoniare senza sosta la storia ed esplorare il presente e il futuro”. Tuttavia Malintesi coloniali di Téno, che racconta le. atrocità tedesche in Namibia e Guardiani della memoria di Eric Kabera, sul genocidio ruandese, sono capolavori dei genere, di fattura sofisticata, sapiente e di impatto commovente, con momenti di autentica bellezza cinematografica. “Cosi il cinema dell’Africa nera” dice il documentarista di nascita belga Thierry Michel, “diventa un’allegoria dei continente oggi, di un continente che tenta di riconquistare la propria dignità”.
LA POETICA. Alla fine, l’esito più vero e importante del festival è che riesce a dare un volto più umano all’oscurità, nella percezione collettiva, di questo continente continuamente devastato dalle guerre. Ogni film riesce ad afferrare un suo frammento di verità e a illuminarlo con una scintilla di poesia. E così il Fespaco sembra una straordinaria dimostrazione dell’attualità di una frase che Saul Bellow scrisse a proposito dei campi di lavoro sovietici: “Forse continuare a essere un poeta in quelle circostanze è anche raggiungere il cuore della politica. I sentimenti umani, le esperienze umane, i volti e le forme umane ritrovano il loro posto: il primo piano”.
Non c’è modo migliore per descrivere la portata di quello che succede qui a Ouagadougou. Da Ruanda, Angola, Congo, Sud Africa e Costa d’Avorio, questi film mettono sentimenti umani, esperienze umane. volti e forme umane in primo piano.
E l’avvento della tecnologia digitale si è dimostrato molto utile all’impresa. Come il filmaker senegalese Moussa Touré ha spiegato al Festival, le videocamere hanno consentito agli africani di prendere in mano i loro mezzi di produzione e di parlare per loro stessi e di loro stessi. La generazione più giovane è diventata ancora più autonoma. E l’Africa, sostiene Touré, in questo modo sta finalmente scolpendo il proprio autoritratto.
Il problema principale, tuttavia, è che gli stessi africani, e specialmente quelli dei Burkina Faso dove si è svolto il Fespaco, sono sembrati in buona misura esclusi dal Festival. “Abbiamo bisogno di fare un grande sforzo per portare i film africani al pubblico degli africani”, dice Zezé Gamboa, il regista angolano di Un eroe, che nonostante il premio al Sundance non ha ancora trovato modo di uscire nelle sale del suo Paese. Il circuito della distribuzione è estremamente precario, aggiunge, e bisogna ancora vedere se l’Africa riuscirà a portare gli africani al cinema.
Ma al di là della sfera culturale, c’è anche un potente messaggio politico nel successo del Fespaco. Oggi il cinema africano ha un ruolo cruciale nello sviluppo dell’Africa e perciò deve battersi per
aumentare l’autonomia dei suoi mezzi economici ed espressivi. Poetica e politica si sono allineate, come ha fatto osservare il formidabile regista dei Mali Abderrahmane Sissako, il cui film Aspettando la felicità ha vinto il primo premio al Festival nel 2003. E che concludeva con un lampo di saggio ottimismo: “Non dovremmo pensare a noi stessi come vittime, perché quelli che hanno inventato la tecnologia non sono i padroni della civilizzazione”.
A un genitore di Retescuole è stata recapitata una multa dal Comune di Milano di 22.000 euro perché ritenuto responsabile di aver attaccato ai muri del centro cittadino 51 volantini con nastro adesivo firmati dal Forum delle Scuole del milanese (l’assemblea che raccoglie oltre a Retescuole, docenti e genitori dei comitati e coordinamenti in difesa della scuola, i comitati in difesa del tempo pieno e prolungato, i sindacati della scuola, le associazione di genitori della scuola d’infanzia, delle commissioni mensa e edilizia scolastica) durante una manifestazione in difesa della scuola di tutti/e e per tutti/e.
A quella iniziativa hanno partecipato migliaia di persone. Quei volantini attaccati con lo scotch ai muri della Direzione regionale il 19 febbraio scorso denunciavano gli ennesimi tagli di personale e risorse alla scuola pubblica imposti dal Ministero.
È con iniziative di quel tipo che siamo riusciti sino ad ora ad impedire che il tempo pieno nelle elementari venga smantellato completamente e a confutare puntualmente tutte le presunte verità del Ministero dell’Istruzione pubblicizzate con campagne di “informazione” costosissime, pagate con i soldi di tutti noi, sottraendo fondi al diritto allo studio.
Il movimento che in questi due anni ha contestato la riforma Moratti si è sempre autofinanziato: non abbiamo ricevuto un centesimo dalle istituzioni, e neppure dai partiti e dai sindacati che ci sostengono. I soldi con cui stampiamo i nostri volantini e i nostri manifesti sono raccolti un euro dopo l’altro da genitori e docenti che amano la scuola pubblica.
Non abbiamo i mass media a disposizione, anche se le nostre iniziative, grazie alla grande partecipazione ed anche alla sensibilità di qualche giornalista, hanno sfondato, qualche volta, il muro del silenzio.
La multa è assolutamente spropositata rispetto ai fatti contestati e per questo sappiamo che deve avere avuto una gestazione tutta politica.
Il Comune sembra volerci dire che possiamo esercitare i nostri diritti, solo se abbiamo i soldi per farlo.
E probabilmente domani potremo mandare a scuola i nostri figli, solo se avremo i soldi per farlo.
Il nostro movimento non sporca la città, anzi, abbiamo molta cura del luogo in cui viviamo, È la città delle bambine e dei bambini, di quei genitori che costituiscono l’anima del movimento, ogni giorno sempre più abbruttita dall’inquinamento atmosferico, sonoro, visivo e culturale.
Per questo le nostre forme di comunicazione sono sempre state gentili e rispettose: pochi manifesti prevalentemente attaccati davanti alle scuole, pochi altri vicino ai luoghi delle iniziative, e sempre affissi con nastro adesivo.
In questi due anni di esistenza come movimento abbiamo affermato che la scuola è capace di parlare.
Della scuola parlavano tutti: ministri, esperti, professori universitari e governanti. Ma non parlava il popolo della scuola: milioni di persone che nella scuola lavorano, vivono, studiano.
La multa è un tentativo di imbavagliarci, di toglierci la voce, di intimidirci.
Non accettiamo di essere imbavagliati. Per questo chiediamo che la multa sia ritirata.
Invitiamo dunque:
1. Tutte le cittadine e i cittadini ad inviare mail di protesta:
al Sindaco : sindaco.albertini@comune.milano.it
al Presidente del Consiglio comunale : vincenzo.giudice@comune.milano.it
e per conoscenza a : info@retescuole.net
con questo testo:
oggetto: IL MOVIMENTO NON SI IMBAVAGLIA
corpo del testo: LA MULTA A RETESCUOLE VA RITIRATA: NON SI PUO’ IMBAVAGLIARE IL MOVIMENTO IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA
2. A sottoscrivere questa mozione.
3. Ad affiggere questo comunicato davanti ad ogni scuola
4. A raccogliere 50 centesimi di euro a persona, simbolo della nostra modalità di autofinanziamento, e a depositarle davanti a Palazzo Marino in una iniziativa pubblica il 15 aprile, giorno successivo alla giornata di occupazioni e in prossimità della scadenza dei 60 giorni per il pagamento.
Sarà la dimostrazione che, se volessimo e se la ritenessimo giusta, la multa potremmo pagarla.
La somma raccolta sarà destinata a progetti didattici e iniziative a sostegno della scuola pubblica.
Invitiamo inoltre:
5. I sindacati ad assistere il genitore singolarmente colpito
6. I partiti che vogliono garantire che la voce della scuola possa continuare ad essere ascoltata, a promuovere una interpellanza in consiglio comunale
7. I partiti sensibili alla democrazia partecipata a richiedere all’amministrazione comunale spazi “visibili” e non residuali nella città, nei quartieri e sui mezzi dell’ATM destinati gratuitamente alla comunicazione sociale.
8. i movimenti simili al nostro che operano a livello nazionale ad inviare mail e fax ai recapiti sopra segnalati e ad affiggere il 15 aprile alle ore 16 presso le proprie direzioni regionali gli stessi manifesti incriminati, con nastro adesivo e senza pagamento del bollo di affissione.
Vita Cosentino
Se l’anno precedente è stato segnato dalla forte presenza pubblica di maestre, mamme, papà, e financo bambini e bambine, in questi primi mesi del 2005 la novità sembra essere il fermento politico nelle università e nelle scuole superiori. Nelle ultime settimane gli atenei sono stati teatro di mobilitazioni di studenti, ricercatori, docenti e rettori e una piccola vittoria c’è stata l’8 marzo: lo stop al disegno di legge Moratti sullo stato giuridico. Una mia amica coinvolta mi ha indicato il doppio e deleterio effetto del rendere precaria la figura docente. Per studenti e studentesse si traduce in una ulteriore frammentazione del sapere in esami e esamini, in nome di una presunta libertà, quando invece il danno maggiore è rappresentato proprio dalla perdita di un legame continuativo che consente quel tempo necessario a fare un’esperienza di conoscenza; e l’altra faccia è che nel mare magnum di questa moltiplicazione di offerte di didattica le decisioni vengono prese da pochi, da quelli che si incaricano di aiutare il preside a “governare”, e fuori dai luoghi preposti, accentuando così le gerarchie di potere all’interno dell’università. La cosa è al momento bloccata, ma certo non è finita.
Anche le scuole superiori si stanno muovendo e il primo segno sono le mozioni delle assemblee sindacali dei singoli istituti che esprimono il netto rifiuto della bozza di Decreto Moratti. Il 4 marzo, a Milano, ho partecipato a un affollato incontro indetto da Retescuole e ho avvertito una tensione nuova. C’era sì forte preoccupazione per una vera e propria demolizione di una scuola che, sia pur con molti difetti, ha cercato di svolgere una funzione pubblica nella società; c’era angoscia per il rischio di perdita di un numero altissimo di posti di lavoro; ma c’era anche qualcos’altro: il senso, più intuito che consapevole, che l’isolamento in cui ci troviamo e arrabbattiamo, la tristezza e l’impotenza che ci prende e ci immobilizza, non sono fatti privati e individuali, ma sociali e politici, quasi la cifra del tempo neoliberista in cui ci tocca vivere. In molti interventi serpeggiava l’idea che rompere queste gabbie, esserci e aprirsi fosse il vero snodo per una ripresa politica. Un insegnante di un professionale ha raccontato che la sua scuola vuole portare i laboratori in strada per far conoscere cosa si perde; un’altra di un alberghiero ci ha detto che intendono come scuola cucinare per una cena in piazza, a cui invitare la cittadinanza e il sindaco. Tutti e tutte concordavano nell’attuare occupazioni simboliche di una giornata. Assieme docenti, studenti e chi vorrà andare. È stata scelta la data del 14 aprile. Uno studente ha chiesto che sia un momento in cui vivere le scuole e che ci sia scambio di sapere e costruzione di cultura. Ha chiesto anche di essere insieme in piazza per lo sciopero del 18 marzo ed è stato ascoltato: c’è stato un appuntamento comune a Largo Cairoli, invece dei soliti due o tre cortei. Quando una maestra ha proposto di fare come loro e trovare uno stile “allegro e fantasioso”, si è reso più evidente che se la tristezza è politica, la felicità è rivoluzionaria e comincia dal ritrovarsi e ritessere legami creativi.
Anche la mia amica universitaria a Verona mi dice che per lei vale molto l’esperienza che stanno conducendo da un anno: si trovano in università docenti di ogni ordine di scuola per interrogarsi assieme attorno ai bisogni essenziali che sentono, come il tempo per capire e quello per far circolare passione e affetti nel lavoro; o anche il bisogno di essere aiutati dall’istituzione. Sì, in questi miei incontri ho sentito che c’è il bisogno e anche la felicità di ricominciare a pensare. Ma insieme, rimanendo vicino a quello che si vive. Per questo penso che oltre a trovarci nelle piazze è il momento di darci appuntamenti per incontrarci, fuori dalle urgenze e dai rituali precostituiti, distesamente. Un primo momento è scaturito da quell’assemblea milanese: Felicità sottobanco, il 7 maggio a Milano. Il primo, perché altri ne seguano.
di Beppe Pavan
Finalmente ci sono andato. Per la prima volta. Ad Asolo. Al convegno organizzato
dall’associazione “Identità e Differenza”. Il tema: “Donne e uomini per un nuovo orizzonte simbolico: amore, conflitto e azzardo politico”. Ci sono andato perché da qualche anno lo desideravo e perché, soprattutto, avevo bisogno di farmi aiutare a capire.
Così non parlerò tanto degli scambi intervenuti ad Asolo, tra le donne e gli uomini presenti, quanto del senso di Asolo per me, all’interno di un 2005 che mi stava caricando di domande a cui andavo cercando risposte.
Conflitto sugli ordini simbolici Le prime due domande mi sono state poste con chiarezza purissima durante il percorso di avvicinamento alle giornate dei “Pensieri in piazza” a Pinerolo. Un’amica mi ha invitato a coinvolgermi in un gruppo misto sulla differenza di genere e di generazione, accompagnando l’invito con ampi riconoscimenti al cammino fatto negli anni dal e nel Gruppo Uomini. Salvo poi chiedersi, perplessa, quale differenza ci sia tra me e Ratzinger quando proclamo il mio personale riconoscimento dell’autorità femminile e del senso vitale che ha, per la mia vita e per quella del mondo, l’ordine simbolico della madre e la necessità di traghettarmivi, abbandonando con consapevolezza e riconoscenza quello del padre, il patriarcato.
Alla Libreria delle Donne di Milano, nel viaggio verso Asolo, una donna ha invitato gli uomini a “restare nell’ordine del padre: in quello della madre ci siamo già noi”; mentre un’altra ha riflettuto sul fatto che “far riferimento a un ordine simbolico preciso fa parte della nostra vita, anche inconsapevolmente”, e che “le donne violente fanno parte dell’ordine simbolico patriarcale”. Illuminante mi è sembrata l’affermazione che “l’ordine simbolico della madre è l’ordine della relazione, non
dell’amore” e così, forse, sono riuscito a capire e sentire mio fino in fondo l’intervento di Lia Cigarini: intanto ha sostenuto che “ci sono solo due ordini simbolici” e poi ha invitato a “non teorizzare sugli uomini da parte delle donne: ascolto, partire da sé e relazione sono pratiche preziose per donne e uomini; è importante che siano sentite necessarie anche da uomini”.
Con Lia ho ripreso il tema anche ad Asolo; in questo credo di continuare a individuare una differenza tra me (e gli uomini in cammino) e Ratzinger: lui riconosce a parole il valore delle donne e il senso del femminismo, ma resta saldamente ancorato alle pratiche del dominio patriarcale. E’ possibile “ricostruire una virilità positiva”, come chiedeva Marirì, senza uscire dall’ordine simbolico patriarcale?
Per andare dove? Alla ricerca/costruzione di un nuovo ordine simbolico maschile, in cui gli uomini vivano in cerchio e non al centro? Praticando l’ascolto, il partire da sé e la relazione? Anche noi siamo figli di donna: perché non riconoscere valido anche per noi l’ordine simbolico della madre, sapendo che non significa rinunciare alla maschilità, ma cercare di forgiarne una più idonea alla costruzione di quell’altro mondo possibile? Mi sembra una diversa formulazione dell’orizzonte che ci è
stato proposto ad Asolo. Io continuo a desiderare di poter approfondire questo “tema”; per questo mi auguro che qualcuno/a abbia voglia di comunicare e scambiare il proprio punto di vista, magari proprio su questo foglietto.
Scimmiottature
La seconda obiezione mi è stata sollevata, sempre nel gruppo “differenza”, da una donna che ha sentito le cose che andavo dicendo e il linguaggio che usavo come una “scimmiottatura delle donne da parte di uomini”. Più o meno quello che ha detto un’altra donna a Milano, chiedendoci di “non svilire la mascolinità: la donna non vuole la fotocopia di se stessa”.
Sinceramente, penso che cercare di migliorare il mio modo di stare al mondo, imparando l’ascolto e la pratica delle relazioni, fatte di convivialità e rispetto, partendo da me in ogni cosa e togliendomi dal centro… sia un cammino conveniente e necessario: per me e per il mondo, per le donne e per tutte le creature che incarnano differenze rispetto a me. Restando uomo e cercando, anzi, di migliorare
la mia maschilità, difficilmente diventerò una fotocopia di donna… E la scimmiottatura? Forse ci sono donne a cui dà fastidio sentire uomini che usano le parole e il linguaggio che loro hanno inventato e creato… per “rimettere al mondo il mondo”. Di cui anche noi uomini facciamo parte: anche noi dobbiamo ri-nascere.
Ma se il linguaggio patriarcale appartiene all’ordine simbolico che stiamo cercando di abbandonare… dovremmo forse dedicarci all’invenzione di un linguaggio neo-maschile? Anche noi uomini nasciamo e cresciamo con la lingua materna: credo che possiamo diventare uomini ricostruendo “una virilità positiva”, riconoscendo valido anche per noi l’ordine simbolico della madre, a cui appartiene anche quel linguaggio. Condannare l’uso, da parte maschile, delle parole delle donne non può essere
una “teorizzazione sugli uomini da parte delle donne”, come sconsigliava Lia Cigarini?
Mediazione
Ad Asolo c’era anche Clara Jourdan ed è stata lei, con una semplicità disarmante, a farmi capire che cosa intendono le donne che a volte ci dicono di essere stufe di farci da madri. Questo è un “ritornello” che si ripete ogni volta che qualcuno del Gruppo Uomini esprime il desiderio di incontrare donne che ci aiutino a capire, ad esempio, la storia e il senso del femminismo oppure temi specifici come l’ordine simbolico della madre o il pensiero della differenza, ecc.. Succede quando qualcuno
(spesso sono io, lo confesso) usa questi termini dando per scontato che tutti ne capiscano il significato.
E di fronte alle domande di chiarimento o al desiderio di approfondire o, semplicemente, di conoscere, spesso ci sembra più conveniente chiedere direttamente alle donne di raccontarci, spiegarci, aiutarci a conoscere e capire. E loro ci rispondono: “Basta con il maternage!” che vuol dire:
“Svegliatevi, uomini: datevi da fare, cercate per conto vostro, cercate voi le risposte alle vostre domande, le informazioni e le conoscenze di cui vi scoprite carenti e desiderosi”.
Ecco, questo ho capito da Clara: che la mediazione tra uomini vuol dire leggere, ricercare, parlarne tra noi, faticando il giusto per trovare le risposte, senza chiedere continuamente alle donne di aiutarci. Quello che sembrava un atto di umiltà (riconoscerci carenti e bisognosi) può essere, in realtà, un atto di pigrizia, molto coerente e “in linea” con la maschilità. L’invito che ci viene dalle nostre
donne è a continuare a camminare in autonomia e responsabilità, a crescere verso una maschilità più autentica e positiva.
Convivialità
Mi sembra di intravvedere, su questa strada, almeno due grossi sbocchi positivi.
Il primo è rappresentato dalla possibilità, per noi uomini, di sentirci e viverci alla pari con le donne, nella misura in cui su tutti questi “temi” acquisiremo conoscenza e capacità di un nostro personale punto di vista. E il confronto, il dialogo, lo scambio sarà possibile, non in una relazione gerarchica di allievo/maestra, ma in una relazione conviviale tra uomo e donna, in cui anche il conflitto può essere agito guardandosi negli occhi e scambiandosi parole e gesti di profonda sincerità.
Il secondo è la possibilità di chiedere alle donne di stare in relazione di ascolto e di dialogo con noi senza tranciare giudizi, perché la verità è ricerca e non la possiedono neppure loro.
Ce n’è un terzo: la possibilità di cercare in gruppo, rispettando anche le differenze di capacità intellettuali e di bagaglio culturale e scolastico. Qui cerchiamo di cambiare in meglio il nostro personale e collettivo modo di stare al mondo; non stiamo facendo a gara per vedere chi è più preparato e sa usare le parole più forbite. L’attenzione maggiore deve andare alla crescita collettiva, abbandonando
consapevolmente ogni tentazione di competizione.
da il manifesto
Partirà in primavera la nuova campagna globale contro gli abusi della Coca-cola. La rete internazionale di associazioni che da anni denunciano i crimini della compagnia ha scelto il mese di aprile per avviare manifestazioni, eventi e azioni di boicottaggio. Proprio negli Stati uniti, con il sostegno dei metalmeccanici di Uswa, è prevista una serie di conferenze “Speaking tour” sulla politica antisindacale in Colombia e sui danni ambientali in India. «Sarà un anno difficile per la Coca-cola» annuncia Amit Srivastava, dell’India Resource Center. «Hanno avuto molto tempo per adottare un comportamento diverso, etico – aggiunge – ma finora si sono limitati a fare pubbliche relazioni, tentando di nascondere i problemi». Dalle conferenze che toccheranno le prestigiose New York university e il Massachusetts institute of technology, si arriverà a una grande manifestazione di protesta, il 19 a Wilmington, nel Delaware, dove è prevista la riunione annuale degli azionisti Coca-cola. Il coinvolgimento delle università americane è forse la novità più importante dell’azione globale di boicottaggio, soprattutto dopo che alcuni movimenti studenteschi, analogamente a quanto sta avvenendo in Italia, sono riusciti a bandire dai distributori automatici e dai caffè le bevande del gruppo, tra cui – lo ricordiamo – ci sono anche Fanta, Sprite, Nestea, Bonaqua, Kinley, Beverly, Minute Maid, Powerade, Ice Lemon. È successo nel campus dello Union theological seminary di Manhattan e alla Rutgers university con l’adesione alla campagna di oltre 50 mila studenti. Lo stesso giro di conferenze attraverserà gli atenei britannici e, anche in questo caso, il coinvolgimento del sindacato è determinante: la maggiore sigla del pubblico impiego, Unison, ha già annunciato un’intera settimana di iniziative.
Il consenso alla lotta contro le violazioni di diritti umani si estende anche grazie all’azione delle organizzazioni del nord e dei movimenti nel sud del mondo. Negli stessi giorni dello Speaking tour, infatti, si celebrerà in India la vittoria della piccola comunità di Plachimada, nel distretto di Palaghat, nel Kerala, che un anno fa è riuscita a far bloccare dalla Corte suprema l’estrazione di acqua in uno dei 52 stabilimenti del gigante americano. La mobilitazione di aprile farà eco alle proteste che le donne di Plachimada tengono da tempo contro il prosciugamento delle falde acquifere e che questa settimana sono state rinnovate per la giornata mondiale dell’acqua. É nei paesi come l’India che i gravi danni ambientali si sommano e si intrecciano più direttamente a quelli sociali: l’attività degli stabilimenti che pompano acqua dalle falde, infatti, sottrae quantità enormi di prezioso “oro blu” ai più poveri, visto che per fare un litro di Coca-cola sono necessari ben nove litri di acqua potabile. Inoltre, secondo gli ecologisti, i rifiuti tossici prodotti verrebbero dispersi nell’ambiente o rivenduti ai contadini come fertilizzante, senza parlare della qualità delle bevande che conterrebbero livelli di pesticidi 30 volte superiori a quelli permessi in Europa. Ma gli abusi più impressionanti restano quelli della Colombia. Da lì sono partite la rete e la campagna globale antiCoca-cola per le denunce dei sindacalisti del Sinaltrainal, da sempre vittima di intimidazioni, rapimenti, torture e omicidi commissionati ai gruppi paramilitari. Tuttavia, dopo anni di impunità sotto il governo Uribe, sembra che il Sinaltrainal si stia finalmente prendendo qualche rivincita. Alla fine di novembre i giudici colombiani hanno riconosciuto la libertà di organizzazione e lo statuto del sindacato, nonostante la Coca-cola ne avesse presentato richiesta di revoca. Con la complicità del ministero del Lavoro quella revoca era stata concessa, negando alla sigla anche il diritto di appello. «Questa sentenza dimostra che non è facile annientarci, nonostante la prepotenza della Coca-cola e del governo – ha commentato il leader sindacale Luis Suarez – e che la solidarietà internazionale ci rende più forti».
La ricerca femminile del posto diminuita del 12 per cento
Chiara Saraceno
A prima vista, i dati presentati ieri dall´Istat sulle tendenze nel mercato del lavoro nel quarto semestre 2004 e per il periodo 2003-2004 delineano un quadro positivo. Il tasso di occupazione è stabile. Vi è stata una vistosa diminuzione delle persone in cerca di occupazione (-4,3%) e, molto più contenuto, del tasso di disoccupazione (-0,4%). Soprattutto, la diminuzione delle persone in cerca di occupazione e del tasso di disoccupazione ha riguardato il Mezzogiorno (-8,5% delle persone in cerca di occupazione, -1,1 del tasso di disoccupazione). Un ottimo segno, si direbbe, anche se il tasso di disoccupazione in queste regioni continua a riguardare il 15% delle forze di lavoro, a fronte del 4,3 del Nord e del 6,5 del Centro.
C´è tuttavia poco da essere ottimisti. L´occupazione ha praticamente smesso di crescere. E la diminuzione sia della offerta di lavoro che della disoccupazione è pressoché tutta dovuta alla diminuzione del tasso di attività, in particolare delle donne e in particolare nel Mezzogiorno, dove le donne in cerca di occupazione sono diminuite lo scorso anno del 12%. Continua quindi a indebolirsi il fattore che dal 1998 maggiormente aveva contribuito all´innalzamento del tasso di occupazione nel nostro paese, ma che già dal 2001 aveva cominciato a dare segni di cedimento, come si evince dal grafico. Siamo di fronte a una vistosa modifica delle preferenze delle donne, in particolare meridionali, una quota crescente delle quali non sarebbe più interessata a entrare nel mercato del lavoro, nonostante l´aumento dell´istruzione? Non credo.
Sono piuttosto le condizioni del mercato del lavoro nel Mezzogiorno, unite alla mancanza di servizi adeguati per favorire la conciliazione tra lavoro remunerato e responsabilità familiari, a spiegare in larga misura questo fenomeno, che è in controtendenza sia con quanto avviene nelle altre regioni, sia con gli obiettivi europei. Tra le giovani donne meridionali (15-24 anni) in cerca di lavoro il tasso di disoccupazione tocca il 44,6%, contro il 17,7% del Nord e il 25,9 del Centro. La disoccupazione femminile di lunga durata nel Mezzogiorno riguarda il 12,2% delle disoccupate, il doppio di quella maschile nelle stesse regioni, due volte e mezza quella media nazionale per le donne, sette volte quella delle donne nel Nord-Est (1,7%). Se le donne meridionali ricominciano a non presentarsi più sul mercato del lavoro, non è perché non lo desiderino o non ne abbiano bisogno. Piuttosto perché le chance di trovare una occupazione – anche nella definizione “larga” utilizzata dall´Istat come da tutti gli organismi internazionali (aver fatto almeno un´ora di lavoro remunerato nell´ultima settimana) – sono troppo scoraggianti.
*Professore ordinario di Sociologia
della famiglia a Torino
Tratto dal sito www.lavoce.info
“Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti” di Annarosa Buttarelli per Bruno Mondandori. Una scrittura dalla parte dell’informe, un amore che viene da lontano e che precede la filosofia, vicino al cuore segreto dell’identità
Giorgio Raimondi
Chi scorresse l’indice del libro di Annarosa Buttarelli (Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti, Bruno Mondadori) dopo essersi soffermato sul titolo, che facendo dell’innamoramento una qualità filosofica suona quasi una provocazione, proverebbe un supplemento di inquietudine di fronte ai termini che caratterizzano il contenuto dei capitoli: non solo perché appaiono marginali rispetto a una accreditata tradizione di pensiero, ma in quanto solitamente ritenuti estranei alla possibilità stessa di una trattazione scientifica. La serie, incompleta ma significativa, di eredità (filosofica), trasformazione, empatia, invisibile, amore, disegna infatti il tracciato di un progressivo allontanamento dagli ambiti della riflessione occidentale, non fosse altro perché l’eredità filosofica (prima della serie) si costituisce come lascito di un sapere duale, dunque separativo, mentre l’amore (ultimo della serie), come si sa vive di contraddizioni. Certamente l’amore appartiene alla nostra esperienza e alla nostra riflessione, come testimonia la persistenza del “discorso d’amore” nel lavoro di poeti, romanzieri e trattatisti. Ma, per l’appunto, questo discorso si rivela assai problematico. Sia quando tende a scomporre la presunta unità dell’Io, a drammatizzare un gioco delle parti che ce lo rappresenta come dolente e frammentato: da Cavalcanti a Barthes; sia quando, viceversa e specularmente, mira a un’improbabile fusione unificante, alla sintesi del due-in-uno e dunque al misconoscimento della differenza: come nella tradizione del pensiero cristiano, consegnata all’idea dell’amore agapico, e successivamente in quella del Romanticismo, catturata nelle voluttuose spire dell’amour-passion. La provocazione, se tale si può considerare, di un testo dedicato a una “filosofa innamorata” sta dunque prima di tutto nella volontà di tenere insieme i (presunti) contrari, nel tentativo di abitare l’aporia – coerentemente alla pratica del pensiero della differenza sessuale cui fa riferimento Buttarelli -, e secondariamente nell’insistere (ritornare?) sul concetto d’amore come motore della vita e del sapere. In un’ottica maschile, mi sembra esattamente questo concentrarsi su un concetto pur così evidente, nella sua varietà fenomenologica, a trasformarlo nella fonte di un’inquietudine analoga a quella del “perturbante” freudiano-lacaniano, quel perturbante che permette alla struttura di funzionare solo restando celato, poiché laddove appare – in questo caso perché apertamente convocato – produce un’immediata alterazione delle coordinate soggettive, un vacillamento dell’essere. Ineffabile ma sostanzialmente aconcettuale, l’esperienza d’amore per gli uomini resta infatti uno spazio vuoto, che malvolentieri si accetta di attraversare limitandosi semmai a evocarla metaforicamente. Forse perché un’oscura consapevolezza suggerisce che essa, esattamente come il perturbante, se affrontata nella sua verità trasformatrice ci lascia annichiliti e come trasparenti a noi stessi, costringendoci a rimettere in questione il nostro rapporto primordiale con la conoscenza.
Troppo vicino al cuore segreto dell’identità, fino a sovrapporvisi e rappresentarla, nel discorso maschile l’amore occupa forse il posto del rimosso che non deve ritornare, pena il sorgere dell’angoscia. E allora gli si preferisce il tema dell’amicizia, sul quale si è costruita una lunga tradizione di pensiero. Tradizione che ha inquadrato l’amicizia nei recinti di una Stimmung storicamente non priva di ambiguità ma dal profilo peculiarmente virile, quindi pacificante, e soprattutto in grado di tenere separati l’Io e l’Altro: in nome della sostanziale dissimmetria dei rapporti umani e nel contesto di una affinità intellettuale prima ancora che emotiva, in cui distanza e presenza trovano un loro miracoloso ancorché precario equilibrio.
Pur con qualche distinguo, allora, questa amicizia sembrerebbe abbastanza prossima a quell’empatia (mediana nella serie) cui Buttarelli rimanda esplicitamente, definendola come uno “stare in compresenza amorosa con l’altro”. Tanto più se questa compresenza consente a un rapporto non fusionale, mantiene insomma quella minima distanza in grado di mettere il simbolico maschile al riparo da perturbanti identificazioni.
Se non che non si parla di amicizia nel libro di Buttarelli, ma in linea con gli insegnamenti di María Zambrano ancora e sempre di amore e della sua valenza trasformativa. Di un amore che viene di lontano e precede la filosofia, che implica la capacità di sostenere la presenza dell’altro ma anche la sua mancanza, ovvero che impone di sperimentare la mancanza radicale che costituisce l’indispensabile requisito per imparare ad ascoltare, dunque a trasformarsi.
Ancora una volta, siamo fuori dalla tradizione. Siamo in presenza di un’idea della critica (filosofica) che nulla ha a che fare con il commento, il rispetto dei codici, il dispiegamento dei dati, una critica che ricerca la propria salvezza, cioè la propria “salute”, nell’evidenza di un sentire che nulla deve alla vocazione tassidermica di certa filosofia e filologia.
Scriveva Galeno che il buon medico è sempre filosofo. E aveva ragione, ancorché il suo viatico abbia consentito lo sviluppo di due percorsi concettuali inquietanti e paralleli: quello di una scienza medica che nasce dallo studio dei cadaveri, che trova il proprio oggetto nella raggelata fissità dei corpi morti e, nulla intendendo del divenire dei corpi viventi, tende a farsi prescrittiva; quello di una scienza filosofica che si struttura in episteme per negare la radice umana dell’esperienza, organizzando un sapere razionale e cumulativo di cui si fanno zelanti custodi le accademie di ogni tempo. Sicché entrambi, medico e filosofo, condividono la stessa catastale esigenza di ordine, lo stesso mortifero desiderio di sistematizzare il reale.
E tuttavia María Zambrano, suggerisce Buttarelli, come accade agli sciamani di certi popoli da noi considerati primitivi, crede che la mediazione del linguaggio operi positivamente solo quando si collega a una qualità quasi magica del sentire, e che la scrittura sia il giusto strumento che consente di pensare questo sentire. La scrittura dunque non consiste tanto nell’abilità di dar forma all’informe (per produrre magari il proprio capo-lavoro, irrigidita autonomia di una forma senza divenire), come sostiene un’opinione diffusa, quanto nella possibilità di de-lirare (nel senso etimologico di uscire dal solco) come pratica di una trasformazione che sta più dalla parte dell’informe che della forma: poiché cerca le aree di transizione, le zone di vicinanza e indistinzione e, soprattutto, le possibilità di relazione che ne derivano. Per esempio fra poesia e filosofia, visibile e invisibile, magari transitando per la porta del sogno, tema cui Zambrano ha dedicato parte della sua riflessione ma che non trova ospitalità nel libro di Buttarelli, poiché la studiosa italiana ritiene di non aver ancora trovato le giuste mediazioni per affrontare il “registro iniziatico e onirico” che caratterizza il pensiero della filosofa andalusa. Rinuncia, ormai lo sappiamo, da leggersi come sincero atto d’amore, quell’amore che sopporta la mancanza e mantiene la differenza affinché il dialogo continui (e prima ancora si instauri) senza tramutarsi in monologo. Questa scelta ovviamente prolunga la nostra attesa, ma sostiene anche il nostro desiderio. Desiderio di quanti, lettori amici o innamorati, come terzi nella relazione si sentono chiamati a testimoniare del senso (e del valore) di questo libro senza necessariamente con-fondersi con esso.
«Ci sono priorità diverse, lo ha detto Ciampi». Rognoni e la sinistra per il sì mentre laici del Polo, Unicost e Mi hanno votato no
No al gruppo di studio per conciliare lavoro e famiglia
Dino Martirano
ROMA – Il Consiglio superiore della magistratura celebra il quarantennale dell’ ingresso delle donne in magistratura bocciando un progetto per le pari opportunità. Saltano, dunque, il finanziamento europeo di 210 mila euro e il gruppo di studio che avrebbe dovuto approfondire il tema della «conciliazione tra la vita familiare e quella lavorativa». La proposta di studiare da vicino i diversi percorsi professionali che rallentano le carriere delle donne magistrato è stata bocciata (13 voti contro 11) nonostante che il vicepresidente Rognoni, il primo presidente della Cassazione Marvulli e il pg della Corte Favara abbiano votato a favore, insieme ai laici di centrosinistra e a Magistratura democratica. Nulla da fare, dunque, perché hanno fatto fronte comune i «laici» di centrodestra, i togati di Unicost e di Magistratura indipendente e Giuseppe Fici del Movimento per la Giustizia. 40 ANNI – Nel 1965, quando le prime 4 donne entrarono in magistratura, il problema delle pari opportunità era relativo. E così anche nel ‘ 71, quando la presenza femminile non superava il 2,9% o nell’ 81 quando le toghe rosa erano il 10,3%. Ma oggi la situazione è addirittura ribaltata: agli ultimi concorsi di accesso in magistratura, il 60% dei promossi erano donne. E tra i magistrati sotto i 30 anni, il 58 per cento sono donne e presto gli uomini saranno in minoranza in tutte le classi d’ età. I CAPI – L’ unica eccezione sono i ruoli direttivi. Qui gli uomini dominano perché le donne occupano 18 poltrone su 421 di cui 14 nei tribunali e nelle procure per minorenni. Stesso discorso vale per i semidirettivi: 51 donne su 665 posti disponibili. E proprio dalla lettura di questi dati, conferma il consigliere togato Giuliana Civinini (Magistratura democratica), «era partito il progetto che prevedeva l’ istituzione di un gruppo di lavoro esterno composto da quattro magistrati (Luisa Napolitano, Ezia Maccora, Iside Russo e la dottoressa Gattiboni, ndr), da un sociologo, da uno statistico e da tre addetti di segreteria». Ma il consiglio ha ritenuto di non dover percorrere questa strada, spiega il «laico» Nino Marotta (Udc): «L’ iniziativa era importante, ma in questo momento di ingorgo dei lavori ci sono priorità diverse. Il Csm è in una situazione di sofferenza e noi non abbiamo fatto altro che adeguarci all’ ultimo, meditato appello del capo dello Stato». Marotta dice questo perché, proprio alcune settimane fa, il Carlo Azeglio Ciampi, che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura, aveva rimarcato i tempi lunghi che il consiglio impiega per nominare i capi degli uffici e per i trasferimenti dei magistrati. CARRIERE – La motivazione di chi ha azzoppato il progetto «pari opportunità» non convince Giuliana Civinini: «E’ strumentale tirare in ballo l’ appello del capo dello Stato, perché qui si parlava di un gruppo di lavoro esterno al consiglio la cui istituzione, fra l’ altro, è stata discussa in una commissione che nulla ha a che fare con le nomine dei capi degli uffici». Conclude la dottoressa Civini, con un po’ di amarezza : «Devo dire che in occasione del quarantennale dell’ ingresso delle donne in magistratura il Csm ci ha fatto davvero un bel regalo». Il vicepresidente Virginio Rognoni ha fatto quel che poteva e in questo caso ha abbandonato quella posizione di neutralità che tante volte ha rimarcato con l’ astensione. Parla invece il «laico» di centrosinistra Luigi Berlinguer: «Le due esigenze che si sono manifestate erano compatibili. Resta, comunque, il problema per la donna magistrato tra impegni di lavoro e vita familiare». Se ne parlerà il 26 aprile a Roma, quando le donne magistrato celebreranno i loro primi quarant’ anni con la toga. All’ ordine del giorno il nuovo ordinamento giudiziario che, a loro parere, immagina un magistrato uomo che sgomita e fa i concorsi per i posti direttivi e un magistrato donna che accetta un ruolo impiegatizio. E che non diventerà mai capo dell’ ufficio. Dino Martirano SILVIA GOVERNATORI «Mi batto da 13 anni, troppi ostacoli» ROMA – Nel ‘ 92, il giudice Silvia Governatori abitava a Modena, aveva due figli piccoli e lavorava a Siracusa. E fu proprio lei, 13 anni fa, a mettere in mora il Csm affinché «rimuovesse gli ostacoli che impediscono la realizzazione di pari opportunità di lavoro e nel lavoro tra uomini e donne». Dottoressa Governatori, il Csm non affronta il problema. Nulla è cambiato? «Credo che la delibera non sia passata perché nel Csm ci siano molte persone che non amano promuovere un magistrato per la sua competenza e il suo impegno professionale». Eppure tante donne magistrato son temute, rispettate. «Non è femminismo il nostro, men che mai vecchio stile. Ma se la magistratura è un sistema democratico, allora tutti i magistrati, uomini e donne, vanno valutati per ciò che sanno fare». E’ vero che agli ultimi concorsi le donne risultano più preparate dei colleghi magistrati? «Sono più determinate. Ma la nostra è una battaglia per la limpidità. Perché la compresenza è anche una scelta di professionalità, quella che si vede tutti i giorni in udienza».
Scorranese Roberta
Il loro dio aveva larghe spalle taurine, un manto splendente e la forza di un elefante. Era un dio potente e animale quello che, diecimila anni fa, i primi abitanti di questo cuore indiano dipinsero sulle grotte. Lo stesso dio che, da secoli, le donne dell’ altopiano di Hazaribagh, India del Nord, continuano a dipingere sulle pareti delle case. In forma di elefanti e pavoni, serpenti e volatili colorati. Più che un monito, una preghiera: che nessuno ci porti via la casa e le radici. Ma, nell’ India dello sviluppo economico, ai miracoli non crede più nessuno. Nemmeno dio. O forse no. A crederci sono le donne della Tribal Women’ s Artists Cooperative (Twac) di Hazaribagh, nello stato di Jharkhand, che girano il mondo diffondendo la cultura e le tradizioni tribali. E così, anche al Festival di Udine “Vicino/lontano”, dipingeranno sui muri animali fantastici e segni propiziatori. Coloreranno case e pannelli con polvere e acqua, cantando nenie. Daranno voce a quel dio rupestre che ha resistito per anni e che ora rischia di soccombere per far posto a “progetti di sviluppo”. “Con le nostre opere – dice Juliet Imam, una delle Twac – facciamo parlare secoli di storia”. Quella degli Adivasi, abitanti originari dell’ India. Detti anche pre-ariani, fate voi, comunque sono l’ otto per cento dell’ intera popolazione. Ovvero, più di ottanta milioni. In questo angolo d’ India ai confini col Bengala occidentale, gli Adivasi hanno le sembianze delle bellissime donne di lingua Oraon, ornate di bronzo e stoffe. O dei maschi Santhal, pasciuti e bellicosi. Quando giunsero qui, gli inglesi allevati nelle scuole vittoriane si impressionarono non solo per i sacrifici umani degli indigeni, ma anche per una sorta di loro simbiosi mistica con la natura. Le donne Koya, dalla pelle color castagno, paiono un’ appendice della foresta, come partorite dagli alberi; le ragazze Munda hanno movenze feline mutuate dalle tigri; le tribù Kondh della vicina Orissa coltivano credenze licantropiche. “Un popolo – dice Bulu Imam, a capo dell’ Intach, associazione per la difesa del patrimonio locale – che da sempre trova la sua identità nella terra”. Un’ identità oggi a rischio. Già, perché qui non ci sono solo foreste, tigri e fiori rari: il sottosuolo è ricco di minerali e di carbone. Indispensabili all’ economia di uno Stato che si prefigge di agganciare presto la Cina nella corsa alla supremazia economica mondiale.Qui non c’ è stato bisogno di spiegarglielo con il linguaggio burocratico. Questi uomini dalla pelle raggrinzita dal sole e dal Cheroot (il sigaro birmano), queste donne brune e serie l’ hanno capito con il naso, così come intuiscono l’ arrivo dei monsoni: dovranno lasciare le loro case per far posto alle operazioni di scavo. Dovranno trasferirsi nelle periferie cittadine perché la loro foresta è indispensabile. Al governo. “Essere indiani è una vita istintiva”, ha scritto il premio Nobel V.S. Naipaul. E queste donne e questi uomini hanno uno strano rapporto con la parola, ridotta alla sua origine funzionale. Preferiscono agire, muoversi. Combattere o pregare, come antichi guerrieri. E le donne pregano a modo loro, rivolgendosi a quella divinità sconosciuta che si portano dentro da sempre e che, solo di recente, la grotta di Hazaribagh ha restituito: un dio dalle spalle taurine e dalla potenza animale. “Ecco allora il senso della Tribal Women’ s Artists Cooperative – dice Bulu Imam -. Con il progetto “Johar!” (il loro saluto) le artiste continuano la tradizione delle donne indigene di dipingere le case, riproducendo, inconsapevolmente, un’ antica pittura muraria che hanno scoperto solo negli anni Novanta”. Simile a quella di Lascaux, in Dordogna, questa pittura rappresenta scene di vita e figure antropomorfe. Putli Ganju è nata nella giungla di Saheda. Sin da piccola ha imparato a decorare le pareti fangose della sua casa: si polverizzano le pietre, si estrae il colore, si prepara il doppio intonaco, nero e poi bianco. Si passa infine alla pittura o al graffito: pavoni, serpenti, elefanti. Si insuffla vita alla casa. È come se la millenaria tradizione animistica si trasferisse alle pareti. Una benedizione pagana che promette l’ inviolabilità del territorio domestico. “Tradizione – dice Juliet Imam – che scandisce fasi precise della vita”. Già. Come ci mostreranno a Udine, la pittura femminile muraria accompagna le festività del Sohrai (ottobre-novembre, periodo del raccolto) e Khovar (tra febbraio e giugno, periodo dei matrimoni). Fertilità, vita. Come nei fiori di Philomina Imam: abile tessitrice, i motivi floreali e che riproduce sembrano obbedire a un’ orchestra nascosta. Nelle foto di Robert Wallis, Mario Popham e Daniela Bezzi scorrono vite che si aggrappano ai simboli per non scomparire nel presente. E così, in questa provincia di mondo dove si fronteggiano le religioni cristiana e induista, islamica e animista, la fede più autentica sembra nascere da questi disegni primitivi. Liturgie rupestri che rispondono ad un istinto primordiale: la difesa di radici, casa, origini. Qui, dove il sistema delle “caste” non è mai arrivato e dove l’ istinto omicida dei felini viene percepito come una forza divina, “la casa” è quella che l’ anglo indiano Salman Rushdie definisce come “gli occhi chiusi di una vita protetta”.
Maria Pierdicchi* e Rosanna D’Antona**
L’Italia è un grande Paese produttore di creatività, talento e flessibilità, ma queste risorse non riescono a essere coltivate e incanalate nella direzione auspicabile e utile a creare vantaggi competitivi sostenibili e per il bene collettivo. Tuttavia, quando si analizzano queste carenze, si tende a ignorare una dimensione molto importante: il ruolo ancora marginale che le donne hanno nell’economia e nella leadership del Paese. Il tasso di occupazione femminile italiano è tra i più bassi al mondo. Meno del 40% (36,8%) della popolazione femminile in età lavorativa si presenta sul mercato del lavoro, cioè partecipa alla produzione di beni e servizi. Si tratta del 32° posto al mondo. La media europea di occupazione femminile è il 55,6%, in Svezia è il 72,2%, in Inghilterra il 65,3%, in Francia il 56,7 per cento.
Negli Stati Uniti la situazione è diversa alla base, ma analoga al vertice. In altre parole, mentre la forza lavoro femminile complessiva è pari al 49%, scende drasticamente al 15,7 a livello di corporate officer per ridursi ulteriormente al 7,9% e 5,2%, rispettivamente, per le posizioni di senior management e quelle di leadership tra le principali aziende americane.
In Italia non solo le donne lavorano poco, ma quando lo fanno non riescono a raggiungere posizioni di rilievo: la percentuale delle dirigenti d’impresa non raggiunge il 5%, le donne che siedono nei Cda delle società quotate si contano su due mani. Le lavoratrici italiane percepiscono in media un reddito stimato inferiore, tra il 10% e il 30%, a quello dei lavoratori, per lo più dovuto -al minor livello di qualificazione delle posizioni occupate.
Se passiamo alla politica il quadro è ancora peggiore: le donne in Parlamento non superano il 13%, contro il 42% della Svezia e il 30% dell’India. Ci si potrebbe domandare se le donne italiane preferiscano fare le casalinghe e non investire nella propria educazione e formazione professionale per scelta deliberata. Le cose non stanno così.
L’Italia mantiene da anni un tasso di natalità tra i più bassi al mondo: 1,24 figli per donna contro i 2,06 degli Usa e l’1,47 dell’Europa. Non è quindi la scelta di dedizione alla famiglia e alla cura dei figli che può spiegare la scarsa partecipazione al mondo del lavoro.
Tra le cinque barriere all’avanzamento di carriera rilevate negli Usa vi sono nell’ordine: gli stereotipi e i preconcetti sulle capacità e i ruoli delle donne, l’assenza di modelli femminili di successo di riferimento, la scarsa esperienza in ruoli di leadership di linea, l’impegno familiare, le responsabilità personali e, infine, l’assenza di “mentoring”.
Ma vediamo la formazione scolastica: le donne italiane da anni hanno superato per istruzione e performance scolastica gli uomini. Su mille donne con licenza media 694 conseguono la maturità, mentre fra gli uomini solo 566.
All’università le donne non solo rappresentano il 56% del totale ma, soprattutto, conseguono risultati migliori. E il 55% dei laureati con votazioni superiori al 106/110 sono donne. Le donne che si laureano con 110 e lode sono il 26,9%, gli uomini il 17,7 per cento. E il fenomeno non riguarda solo le facoltà tradizionalmente considerate più “femminili”: tra i laureati in ingegneria che conseguono 110 e lode il 24,8% sono donne, contro il 13,6% degli uomini.
I dati sembrano quindi indicarci che risorse femminili eccellenti si formano nelle nostre scuole, anche in facoltà scientifiche cruciali per il sistema economico, ma non si canalizzano in occupazione produttiva che salga man mano nella gerarchia e nella qualificazione aziendale.
Che cosa significa questa perdita per il Paese? Qui le osservazioni possono essere di due tipi. Dal punto di vista sociale e politico è evidente che le pari opportunità sono lontane dall’essere state raggiunte.
Ma per restare su un piano puramente economico, la perdita, non è da meno: le risorse femminili rappresentano un pool di competenze che potrebbe fare una differenza per molte aziende e istituzioni. Questo lo hanno già capito molte società multinazionali che hanno attivato da anni veri e propri programmi di qualità per le proprie risorse umane e soprattutto per i cosiddetti high potentials. Si tratta però di aziende straniere, che adattano in Italia programmi legati alla consapevolezza del valore della leadership al femminile su input delle sedi centrali che hanno maturato esperienze simili all’estero. In Italia, invece, solo pochissime aziende stanno timidamente iniziando i primi passi in questa direzione. Negli Usa la valorizzazione delle diversità, in particolare quella di genere, rappresenta da anni una leva competitiva che le aziende promuovono attivamente con una serie di iniziative mirate ad aumentare la presenza femminile nel management e a valorizzarne la leadership.
In un contesto competitivo in cui l’eccellenza e il capitale umano rappresentano fattori cruciali di innovazione e crescita, la diversità viene vista come un fattore fondamentale di successo.
Autorevoli ricerche americane hanno dimostrato che le società con la più alta percentuale di donne al vertice hanno prodotto risultati finanziari migliori del 35% sul return on equity (Roe) e del 34% sul return to shareholders (Trs), per non contare i benefici intangibili per tutti gli stakeholders.
Purtroppo, di tutto ciò in Italia si parla molto poco e per lo più in ristretti circoli frequentati da aziende multinazionali e da poche donne manager che vivono sulla loro pelle la difficoltà di emergere.
Forse un motivo della nostra disattenzione per le eccellenze femminili risiede nella scarsa cultura del merito del Paese? La logica della cooptazione, il permanere di strutture fortemente gerarchiche, la responsabilità gestita come occupazione ed esercizio di potere mal si combinano con la competenza, il merito e il desiderio di crescere e mettersi in gioco.
Forse una maggiore presenza di donne nelle nostre organizzazioni e nel loro management potrebbe favorire la rimozione di queste consolidate sclerosi e iniettare una cultura del fare più innovativa e orientata ai risultati, contribuendo in tal modo a quel cambiamento di cui tutti avvertiamo un impellente bisogno.
Anche molti Governi hanno fatto della maggior partecipazione femminile al lavoro e alla politica un obiettivo nazionale. In Europa l’attenzione al tema è molto più viva e infatti l’agenda di Lisbona prevede tra gli obiettivi dell’Italia il raggiungimento nel 2010 di un tasso di occupazione femminile del 60 per cento.
Si tratta di un traguardo già perso, ma che dovrebbe spingere i nostri leader quanto meno ad affrontare con sistematicità le sfide che tale obiettivo richiama.
*Direttore generale Standard&Poor’s
**Presidente D’Antona&Partners
Cinzia Sasso
L’annuncio è il tic-tic di un paio di scarpette col tacco, qui, dove le strade sono sempre coperte di neve e dove oggi il termometro, mite, a mezzogiorno segna meno sei. Il passo è leggero ma non perché Sari Baldauf, cinquant’ anni il prossimo dieci di agosto, da un paio di settimane è una donna libera: era leggero anche prima, quando era la signora della Nokia, il colosso europeo delle telecomunicazioni, membro del board di un’ azienda da 55mila dipendenti, il vice presidente esecutivo e general manager delle reti, le infrastrutture sulle quali corrono da un capo all’ altro del mondo le informazioni. Ora, la signora che il Financial Times ha eletto come la donna più influente del business europeo e che era orgogliosa di esserlo, quella che alcuni nella comunità degli affari si aspettavano di vedere prendere il posto di Jorma Ollila, il Ceo con contratto in scadenza, non è più nessuno. è tornata ad essere solo quello cui tiene davvero: Sari, una persona, non più un ruolo; un nome semplice da rintracciare alla B sull’ elenco del telefono, non l’ unico nome femminile nel consiglio di amministrazione dell’ azienda; una che passa il tempo a leggere, andare in palestra, sciare con i nipoti, non l’ infaticabile business woman che salta su e giù dagli aerei a firmare contratti da una parte all’ altra di questo inquieto mondo. Stringe la mano con il massimo calore possibile per un finlandese, sorride solo con gli occhi, occhi azzurrissimi e un poco taglienti; sfila la pelliccia di visone a cappa, con il cappuccio, sistema la sciarpa di un rosso vermiglio proprio come il rossetto e si scusa: «Ho una fame terribile, devo chiedere un sandwich». Ha capelli neri cortissimi, è piccolina minuta e piuttosto elegante per una tarda mattina: pantaloni e giacca nera, scarpe, appunto, col tacco. Questo non è più il suo posto di lavoro; non ama, ma capisce, la curiosità sulla sua scelta e dunque eccola di nuovo, per una breve parentesi, in quella che per vent’ anni è stata la sua sala riunioni – divani bianchi, tavolo di cristallo, un tappeto di piccole orchidee bianche, dalle vetrate il golfo di Finlandia ghiacciato con i traghetti che sembrano di cartone, sospesi – disposta a rispondere “alla” domanda: perché mai una persona nel pieno della carriera, destinata a mete ancora più alte, potente, uno stipendio da oltre 900mila euro l’ anno, influente, in buona salute, giovane ancora, amata dai suoi azionisti, decide di lasciare tutto? Forse perché, dopo vent’ anni di lavoro, è sopraffatta dalla stanchezza? Sari, stavolta, sorride davvero: «O no, non sono affatto stanca. Ho dormito abbastanza in questi dieci giorni». Poi torna seria: «Quando fai qualcosa di molto interessante, che ti prende tanto, è davvero difficile capire quando fermarsi. Quando ho cominciato, ventuno anni fa, a lavorare in Nokia, pensavo di restarci tre anni e poi di mettermi a fare ricerca. Invece ho scoperto che era molto più bello fare le cose nella pratica che studiarle nella teoria. Ma essere in cima e avere il potere non è mai stato il mio obiettivo: mi ha sempre mosso il gusto di far funzionare le cose. E così mi sono ritrovata in un meccanismo che andava veloce, sempre più veloce. Lavoravo dalle dodici alle quattordici ore al giorno, e quando viaggi molto le ore sono molte di più: finisci le riunioni, la cena d’ affari, vai in albergo e ti colleghi col tuo pc per leggere la posta che nel frattempo hai ricevuto in Finlandia. Quando sei in un ruolo globale, senza confini, quando oggi sei in Cina e domani a Parigi, stai in servizio ventiquattro ore al giorno per sette giorni su sette. Non ho rimpianti, è stato entusiasmante. Ma arriva un momento in cui invece vuoi molto più tempo per i tuoi interessi personali, per te. Io amo le cose semplici – andare a funghi nei boschi per esempio – e nell’ utilizzo del tempo ci sono dei limiti». Hanno scritto che Sari si darà anima e corpo all’ International Youth Foundation, che si occupa del futuro dei giovani, di preparare, per i ragazzi, un futuro. Ma è vero solo in parte: già da cinque anni è nel direttivo dell’ associazione e Nokia con loro ha lanciato un progetto per consentire alle comunità più periferiche di connettersi con il resto del mondo. Non è come la Irene del Cuore Sacro di Ozpetek, non ha lasciato perché ha scoperto il volontariato. I bisogni degli altri, Sari, li conosceva da tempo. In uno dei suoi ultimi discorsi da “lady Nokia”, imbarazzata per essere chiamata a parlare come super donna, si è quasi scusata della sua condizione di privilegio: «La nostra educazione, il diritto che ci è riconosciuto di occuparci di noi stessi, la possibilità di avere un lavoro, ci rendono molto diversi da altre persone che pure sono come noi; rendono diversa me da altre donne come base di partenza e dunque, è ovvio, anche come meta di arrivo. Metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno; metà della popolazione ha meno di 25 anni e l’ 85 per cento dei giovani vive in un Paese povero; il 40 per cento dei disoccupati sono ragazzi». A loro Sari Baldauf ha pensato anche nei suoi anni ai vertici. Dunque: «Adesso, per sei mesi, non farò nulla. Ho deciso di prendermi un periodo di stacco, e poi di vedere. Non vorrei ritrovarmi di nuovo con l’ agenda piena dalla mattina alla sera, e questo è un pericolo, perché sono una persona che tende a farsi tirare dentro alle cose; non vorrei sentirmi ancora rimproverare da mia madre, che si lamenta perché sono sempre in volo». La decisione di oggi, dice, era già presa da tempo «bisogna fare delle pianificazioni, perché sennò la vita fa i suoi piani che si antepongono ai tuoi e ti tiene dentro». Tre anni fa lo aveva comunicato al suo presidente, e dieci anni fa aveva fatto un primo passo, «una mossa legata logicamente a quello che ho deciso adesso»: sei mesi di aspettativa per andare sugli sci e per studiare la storia dell’ Europa e la cultura dell’ Asia. «Davvero, non è stanchezza. Io voglio lavorare ancora e non sarei capace di non farlo. Ma ci saranno altri modi. Ho sempre pensato che non voglio perdere la mia identità, che non voglio confondere la mia persona con il ruolo che esercito. Io voglio essere me stessa. Nokia è un ottimo posto dove lavorare, c’ è molto rispetto, ma io dovevo ritrovarmi». Continua ad alzarsi tra le sei e del sette del mattino perché «è bello avere una lunga giornata davanti»; gioca a tennis, va in montagna, nella sua bellissima villa sulla costa meridionale della Finlandia; verrà presto in Italia «a Siena, la Toscana è così dolce», a studiare una delle poche lingue che non conosce, l’ italiano. E ora, finito il sandwich di pane nero, ha un po’ fretta: deve andare in palestra. L’ americana Gail Sheehy direbbe che, entrata «nella seconda età adulta», quella della maturità piena che però oggi è ancora giovinezza, ha raggiunto «la padronanza»: il momento in cui una persona prende in mano le redini della propria vita, libera finalmente dai condizionamenti. «Per una donna – dice Sari – è più semplice scegliere se lavorare o stare a casa. Gli uomini sono meno liberi, devono subire una pressione sociale più forte. Se un uomo avesse preso la mia decisione, se ne parlerebbe di più, e forse non avrebbe avuto la mia stessa libertà di farlo». Ma è l’ unica differenza di genere che concede: «Quando lavori sei te stesso. Non credo che esista un modo femminile o uno maschile di esercitare il potere. è uno stereotipo, un’ opinione datata, vecchia, superata: io non mi sono mai sentita di dover essere come un uomo, né ho mai percepito che questo fosse ciò che gli altri si aspettavano da me. Le differenze sono solo culturali, e personali. Forse per le donne è solo più facile essere aperte alle emozioni, attente ai bisogni degli altri, capaci di ascoltare. Forse hanno soprattutto dei vantaggi». Differenze sfumate, certo, in un Paese nordico: in Finlandia le donne hanno avuto il diritto di voto nel 1906, quarant’ anni prima che in Italia. Il presidente della Repubblica è una donna e così la metà dei ministri al governo; al Parlamento le donne deputato sono 75 e 125 gli uomini; se in Italia le laureate sono il 10 per cento, in Finlandia sono il 36. Sari Baldauf non ama parlare di se stessa. «La mia è una famiglia ordinaria, non c’ è niente da raccontare». è nata in un paesino al confine con la Russia ma a tre anni si è trasferita sulla costa meridionale, a Kotka. Suo padre era un uomo d’ affari, lei la maggiore di quattro fratelli; voleva diventare un medico, poi, però, influenzata da quel che aveva sempre respirato in famiglia, si è iscritta a economia. La laurea, il matrimonio, il primo lavoro come marketing manager ad Abu Dhabi, dove aveva seguito il marito. Più tardi un dottorato onorario alla Helsinki University of Tecnology. Nel 1983 l’ incontro con Nokia. E da allora un successo sempre crescente. Ma anche un distacco crescente: «Il successo non è qualcosa di garantito, che raggiungi una volta per tutte. Lo devi guadagnare giorno per giorno. E se ti lasci trasportare puoi finire nell’ arroganza o nell’ autocompiacimento: non ascolti più, o diventi pigro. E comunque il successo non è mai di una persona, è di un gruppo. Non esiste l’ uomo di successo, il mago del business; esiste un buon team, allenato a rendere al massimo, ognuno con il proprio potenziale». Non per forza “cosa buona”: «Il successo è pericoloso per i singoli, ma anche per i Paesi, le società. E bisogna stare attenti perché è sempre relativo». E il denaro? «C’ è chi ne ha molto e pensa di non averne mai abbastanza. I soldi sono un privilegio perché ti danno la libertà di scelta: se non devi preoccuparti delle cose di tutti i giorni, puoi davvero pensare a cosa è meglio per te». E così a 49 anni, dopo aver passato in azienda gli anni d’ oro dei trionfi e delle stock option, lady Nokia ha deciso di approfittare del suo vero, concreto privilegio. Ha scritto una lettera, «Caro presidente, vi lascio», e si è ripresa la vita. Come dice un vecchio proverbio cinese: «Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo».
da la Repubblica – GENOVA – Christian ha 27 anni, dorme. Sono le due del pomeriggio ma ieri sera ha fatto tardi, si scusa sua madre. Al lavoro? «No, era con la sua ragazza a una festa di compleanno, l’ ho sentito rientrare che saranno state le tre». Parla piano per non svegliarlo, non vuole turbare l’ undicesima ora di sonno del primogenito. «E’ un bravissimo ragazzo, sa?». La casa è stretta e buia, vicolo del centro di Genova. Enzo, il padre, 58 anni, lavora al porto: gruista. I due piccoli sono a scuola: elementari a tempo pieno, letti a castello con disegni della Sirenetta, tv con lettore di dvd in camera. Anna Cademartori ha 51 anni, ne dimostra parecchi di più, nella vita ha cresciuto i figli e tenuto in ordine la casa. Campano in cinque coi 1800 euro del marito che finito il turno arrotonda con qualche lavoretto: torna a casa tutti i giorni alle otto di sera, esce alle sei del mattino. Anche Christian lavora, commesso in un negozio di noleggio video, e guadagna, certo, «ma poco, quei 500 euro che gli servono per i suoi bisogni». Caspita. Quali bisogni? «Le sigarette, la benzina della moto, la pizza con la fidanzata, le vacanze: sa, sono ragazzi». I sociologi la chiamano “famiglia tana”, quella di Christian la “sindrome del giovane adulto”. E’ stata la più grave malattia sociale degli ultimi vent’ anni del secolo, in Italia, ma non se ne parla quasi per niente: la generazione degli anni Ottanta è rimasta a vivere dai genitori. Sette giovani uomini su dieci fra i 25 e i 29 anni vivono attualmente nella cameretta dove sono stati fasciati da neonati. In alcune regioni 9 su 10, praticamente tutti. Le donne un po’ meno: la metà. 55 persone su 100 sotto i 34 anni non vivono ancora in coppia o non ci vivono più: se l’ hanno fatto, in un batter di ciglia, sono tornate a casa dei genitori. Quando si racconta questa storia, la più italiana di tutte, si attribuisce la colpa alla società: non c’ è lavoro, non ci sono case, gli affitti sono carissimi, questi ragazzi come fanno. E’ solo una parte di verità. L’ altra parte è, come si dice, culturale: vivere in casa a 25 e 30 anni è più comodo, consente di tenere il certo e scartare l’ incerto, evita rischi e responsabilità. Soprattutto: è possibile, è lecito, non è socialmente censurato. Puoi portare a casa la fidanzata e chiuderti in camera, uscire senza dire dove vai, tornare e aprire il frigorifero per servirti senza limite di quello che qualcun altro ci ha messo dentro pagandolo con soldi non tuoi. Non conosci una coda alle poste, non sai cosa sia una bolletta, ti dimentichi di spegnere la luce perché non sai quanto costa. Puoi «conciliare stili e esigenze di vita da single e di coppia prendendo soltanto gli aspetti più graditi di ciascun modello», dice Roberto Volpi, statistico, che alla “dittatura del figlio” dedica un intero capitolo del suo ultimo libro, La fine della famiglia (Mondadori). «Questo figlio resta in famiglia, se ne nutre in tutti i sensi, la piega ai propri bisogni senza in realtà essere chiamato a dar conto di alcunchè». Perché i genitori glielo lasciano fare? «Perché siamo di fronte ad un’ irresponsabilità non solo tollerata ma certificata: questi figli sono persone alle quali non si chiede di crescere, studiare, lavorare, metter su famiglia, fare la loro vita ed andarsene ma ben più modestamente di non fare troppi danni, di non cacciarsi nei guai, di non drogarsi, di non finire in galera o restare vittime di incidenti, insomma di non dare preoccupazioni ai genitori fino a che non si sentiranno pronti ad uscire di casa». Fino a che non lo vorranno, perché questo dicono le sentenze della Cassazione che obbligano le famiglie al mantenimento del figlio maggiorenne fino a che costui non abbia trovato un’ occupazione che lui stesso ritiene rispondente alle sue aspirazioni: appropriata a suo insindacabile giudizio. Questo dice la giurisprudenza e la legge che condannano i genitori del «figlio maggiorenne e convivente» a pagare i suoi debiti fino al pignoramento dei mobili perché si presume, articolo 513 del codice di procedura civile, che «i beni presenti nell’ abitazione appartengano al debitore fino a prova contraria». La prova contraria prevede un ricorso giudiziario dei genitori contro il figlio. Di solito pagano. Alle due e mezza la porta della cameretta di schiude. Ne escono un uomo coi soli pantaloni dei pigiama e un forte odore di fumo. Christian accenna un saluto e passandosi una mano nei capelli ricci si chiude in bagno. «Suo padre ed io avremmo voluto che andasse all’ università, certo che lo avremmo mantenuto, ma lui ha preferito lavorare. Sa, per avere un po’ di autonomia. Ci sono stati anche dei momenti di crisi con il papà, è stato quando il ragazzo frequentava cattive compagnie, le droghe, eravamo così preoccupati, sparivano i soldi dal portafogli ma io preferivo non dire niente a mio marito perché magari perdeva la calma. Ci sono i piccoli, in casa, non voglio che assistano alle scenate, se posso evito». E la fidanzata? «Anche lei lavora ma guadagna poco, 400 euro. Hanno la stessa età. Non se la sentono di andare a vivere da soli, è presto». A 27 anni, con 1000 euro al mese in due, non se la sentono. D’ altra parte godono, nella casa di lui, «della loro privacy» come dice Anna che è buffo sentir parlare in inglese. Lei alla loro età aveva un figlio di 3 anni e la privacy non sapeva cosa fosse. Giampiero Dalla Zuanna, demografo, insegna Teoria della popolazione all’ Università di Padova. Controlla le cifre, dice che la crisi demografica (1 figlio virgola 2 per ogni donna, una delle percentuali più basse del mondo, ora leggermente in crescita per l’ apporto degli immigrati) non si deve al fatto che «gli italiani non vogliono figli ma che vogliono, per così dire, troppo bene a quelli che hanno». Nel Nord Europa la “protezione” dei figli coincide con lo stimolo della loro autonomia, «da noi c’ è una proiezione sui figli dei genitori che si prolungano in loro, pensano che sia loro compito assicurargli condizioni di vita migliori di quelle di origine». Di dovergli comprare una casa, per esempio, o pagare un affitto. Aspettare che se la sentano. Il danno culturale sul giovane adulto a cui la madre lava e stira le camicie e rifà il letto ogni giorno senza chiedergli, per esempio, almeno un contributo alle spese domestiche come in quasi tutti i paesi d’ Europa è normale fare in età ben più precoce (al compimento della maggiore età in Germania, al ventesimo anno in Spagna) si traduce in «un’ idea sbilanciata di genere». Vuol dire che si mette in moto una deresponsabilizzazione per cui il figlio maschio abituato a questo trattamento si aspetterà poi che la donna un giorno al suo fianco si comporti come sua madre. Che lo svegli la mattina, che gli prepari da mangiare, che lavi e stiri per lui. Un vero spaventosissimo ritorno al passato, ma c’ è di più. Ancora De Zuanna: «La bassa fecondità non dipende dall’ assenza di un figlio, che riguarda solo il 20% delle donne oggi quarantenni, ma dalla carenza di secondi e terzi figli. Gli studi ci dicono che le coppie più propense ad avere secondi e terzi figli sono quelle che hanno un maggiore bilanciamento di genere». E’ ovvio, è un’ esperienza di senso comune: puoi affrontare un impegno più oneroso se hai accanto qualcuno che ti aiuta. I secondi e i terzi figli arrivano più facilmente nelle coppie dove a cucinare, passare lo straccio, preparare la colazione per tutti e a rileggere i compiti sono sia lui che lei, indifferentemente. Non c’ è bisogno di arrivare agli standard di pari opportunità della Catalogna, dove è esentasse l’ acquisto della lavatrice che riconosce le impronte digitali e che non si mette in moto se non sono alternativamente quelle dell’ uomo e della donna. «Basterebbe ricominciare dalla scuola». Certo la scuola, la scuola e la famiglia: dietro ogni persona c’ è una madre che propone un modello. Se è una madre che accudisce il figlio fino a trent’ anni fa un danno – sappiamo ora – anche demografico: mancheranno al conto, fra qualche anno, i secondo e terzogeniti del suo “bambino”. «Però sono ottimista, vedo che nelle ultime generazioni il fenomeno rallenta: escono un po’ prima di casa, e comunque non è detto che l’ autonomia coincida con l’ andare a vivere da soli. In Danimarca escono dalla casa paterna a 20 anni ed hanno comunque il primo figlio a 27», conclude Dalla Zuanna. In quei sette anni, in ogni caso, i danesi intanto si arrangiano. Frequentano la vita. Christian esce dal bagno, sono le tre e mezza, prende il casco e il giubbotto, dice «vado». Sua madre lo guarda amorevole senza chiedergli dove. D’ altra parte è una bella giornata, c’ è il sole. Adesso che è rimasta sola chiede scusa ma «devo andare che è tardi». Non ha ancora fatto la spesa per la cena, fra un’ ora escono i piccoli da scuola. (3 – continua)
Insegno inglese in un liceo di Milano e chiedo il vostro aiuto per organizzare un coordinamento di docenti di inglese delle superiori di Milano e provincia. Credo infatti che la riduzione dell’orario prevista dalla riforma Moratti per l’inglese sia particolarmente ridicola e devastante, sia da un punto di vista didattico che per i tagli di cattedre che comporta. L’introduzione di una seconda lingua, sempre al regime di due ore alla settimana, è altrettanto assurda e vanifica l’unica motivazione che questo governo poteva addurre, ovvero quella economica.
Poiché tutto questo contrasta in maniera stridente con le promesse che il governo ha ripetutamente sbandierato in merito al potenziamento dell’inglese, penso che una nostra protesta unitaria potrebbe ottenere l’attenzione della stampa e dell’utenza, e contribuire, soprattutto in clima di campagna elettorale, ad ostacolare l’attuazione della riforma nel suo complesso.
Aggiungo quindi una proposta di lettera di protesta da firmare come docenti di inglese delle superiori di Milano e provincia e inviare alla stampa. Vi sarei grata se faceste girare questa lettera e mi inviaste le vostre adesioni, con eventuali modifiche e ulteriori proposte, attraverso retescuole o direttamente al mio email.
Roberta Scafi
Liceo scientifico Cremona – Milano
proposta di coordinamento docenti inglese superiori
Gli insegnanti di inglese degli istituti di istruzione superiore di Milano e provincia intendono denunciare i disastrosi effetti della riduzione dell’orario prevista dal progetto di riforma per l’insegnamento della lingua straniera.
Nonostante le ripetute promesse di potenziare l’insegnamento dell’inglese, la riforma prevede infatti un taglio delle attuali tre/quattro ore settimanali di lezione per classe a due sole ore alla settimana: un monte ore ridicolo per chiunque abbia un minimo di competenza nel campo della didattica delle lingue straniere.
In realtà, gli scarsi risultati che spesso si rimproverano alla scuola pubblica italiana dipendono da limiti che caratterizzano già la situazione attuale: un monte ore di lezioni appena sufficiente e un gruppo classe troppo numeroso, rispetto ai 10-15 studenti che dovrebbero comporre un normale corso di lingua straniera.
Bisogna ricordare inoltre che l’insegnamento dell’inglese alle superiori prevede anche un programma culturale più ampio e di fondamentale importanza: l’insegnamento della lingua in contesti d’uso professionale, come l’inglese turistico o commerciale, e una preparazione di carattere storico letterario indispensabile per acquisire una formazione europea.
Come si può pensare di conservare tali obiettivi con due sole ore di insegnamento alla settimana?
Come se non bastasse, con questo nuovo orario gli insegnanti di inglese si troveranno a dover gestire contemporaneamente nove classi, in media più di duecento studenti a testa. Quali livelli di qualità dell’insegnamento, della formazione individuale e del recupero potranno essere garantiti?
Infine, vogliamo ricordare che questa riduzione dell’orario potrebbe comportare un taglio del 40% delle cattedre attuali. Che ne sarà degli insegnanti di inglese attualmente in servizio? Ci chiederanno forse di riciclarci passando all’insegnamento della seconda lingua, come se l’inglese e il francese fossero la stessa cosa, e adoperando le
stesse ridicole due ore alla settimana?
L’affossamento della lingua inglese che la riforma Moratti ha già introdotto alle medie inferiori e che intende estendere anche alle superiori ci sembra privo di qualsiasi giustificazione didattica ed economica. Ci rivolgiamo dunque alla cittadinanza perché sostenga la nostra protesta e chieda al governo di rispettare
A quanto risulta dalla proposta di riforma della scuola superiore del Ministro Moratti, le lingue extra-comunitarie, nonché le culture di cui sono portatrici, saranno bandite da tutte le scuole del regno! In epoca di globalizzazione dell’economia e di forte immigrazione nel nostro Paese è quantomeno miope una scelta di questo tipo, che ancora una volta ribadisce proprio quel provincialismo da cui il Ministro sembrava voler liberare la nostra cultura rinforzando lo studio della lingue straniere. Senza considerare la perdita di professionalità che questo comporterebbe, poiché licei dove si insegna russo nel nostro Paese già esistono e i docenti di
ruolo si ritroverebbero probabilmente ad insegnare altre lingue. Mi permetto quindi di suggerire che almeno nei futuri Licei linguistici, ai quali gli allievi si iscrivono per specializzarsi in lingue straniere, venga rimossa la mortificante limitazione alle lingue comunitarie.
La settimana scorsa ne ho mandato un altro: io non ho intenzione di mollare perché è palesemente assurda tutta questa storia.
Lucina
da il manifesto – Due mostre romane All’American Academy e all’associazione Doozo, assaggi da diverse stagioni artistiche, divise tra paura e speranza
Nella sua breve, intensa, parabola esistenziale, gli anni trascorsi a Roma furono per Francesca Woodman, anche dal punto di vista artistico, particolarmente felici. Tra la primavera del 1977 e l’agosto dell’anno successivo, infatti, Woodman risedette in un appartamento trovato per lei dal ceramista Nino Caruso non lontano da Piazza delle Cinque Scole dove aveva sede, a Palazzo Cenci, la Rhode Island School of Design, che offriva la possibilità ai suoi studenti migliori di passare un intero anno in Italia. Insieme all’amica Sloan Rankin, la giovane fotografa tornò così in Italia dove aveva soggiornato più volte e strinse amicizia con gli animatori della leggendaria libreria Maldoror di Via di Parione, vero e proprio deposito di cultura altra, e con gli artisti della scuola di San Lorenzo, Dessì, Gallo e Ceccobelli. Si condivideva il bisogno di ritrovare una nuova narratività figurativa dopo un decennio all’insegna dell’impegno politico, e di dialogare proprio attorno alle possibilità del fare artistico nuovamente orientato alla biografia. Negli interni romani Woodman ritrovò quell’aspetto delabré, amatissimo, della sua casa di Providence, quelle pareti scrostate che offrivano testimonianze di storie passate, ma più in generale un’atmosfera di creatività calorosa, del tutto slegata da immediati risultati professionali, che le fornì un momento di provvisoria, sebbene tormentata, allegria. A Roma due esposizioni, all’American Academy e all’associazione culturale Doozo, tornano a riflettere sulla straordinaria figura di questa artista, con un’attenzione particolare proprio agli anni italiani. Negli spazi espositivi di Doozo si incontrano alcune tra le immagini più iconiche di Francesca Woodman selezionate da Pascale Trombadori: una dalla serie Self-Deceit, strutturata attorno ai riflessi di uno specchio e agli inganni della rappresentazione, oppure l’autoritratto, Easter `78, con l’artista accovacciata in un interno bianco segnato da un angolo, in un’assorta concentrazione.
Nella sede dell’istituzione statunitense, invece, la curatrice Elisabeth Janus è riuscita a riunire proprio gli scatti realizzati in Italia e in America con l’amica Sloan, grazie all’aiuto di quest’ultima che ne è attualmente proprietaria. Nudi, ritratti e autoritratti, che restituiscono in modo struggente proprio quell’alternarsi di paura e speranza espresso unicamente attraverso pose del corpo imposte da un’autentica, fisica, necessità e veicolate verso soluzioni formali sorprendenti. Tra le opere esposte, Untitled del `75, (Depth of Fields) che procede per contrasti formali e concettuali: la donna in primo piano siede nell’ombra, coperta da diversi strati, sembra chiusa in se stessa e gira lo sguardo, insicura, verso un altro corpo femminile inondato invece dal sole che si offre alla vista dello spettatore. Non manca poi il Fish Calendar, almanacco composto da sei giorni soltanto, dal 1 al 6 marzo, dove corpi nudi e anguille (comprate al mercato di Piazza Vittorio) assumono posizioni complementari, e una serie di fotografie che abbandonano la nudità per avvicinarsi invece, improvvisamente, a travestimenti bon ton con quei vestiti vintage che, in tempi non sospetti, Francesca Woodman collezionava, utilizzava e faceva indossare alle sue modelle. L’atmosfera, quasi festosa, è interrotta dalla magnifica Abandoned House, scattata a Providence nel 1976 in cui un corpo appare, immateriale e fragile come un fantasma, sulla soglia di un camino, in attesa di sparire definitivamente, autentico presagio di morte. Particolarmente commovente anche la sezione documentaria con le fotografie scattate durante l’allestimento della prima mostra personale italiana, al piano inferiore della libreria Maldoror, il curioso carteggio che la precedette e le lettere scambiate con il gallerista Ugo Ferranti.
Come Procter & Gamble, Ikea e Kodak applicano la teoria del diversity management
Enzo Riboni
Marta Clementi è una diversity manager. Lavora alla P&G-Procter & Gamble e la sua attività è letteralmente la traduzione italiana di quanto promette il suo ruolo: prendersi la responsabilità di gestire le diversità in azienda. «È una posizione – spiega – che è stata istituita come vera e propria leva di management per ottimizzare la gestione del personale e per migliorare le performance aziendali». Sportello Se si pensa alla diversità solo come debolezza, di genere, di cultura o religione, psicofisica o di inclinazioni sessuali, l’ affermazione può sembrare esagerata. E il Diversity management (Dm) si ridurrebbe a una sorta di sportello buonista di supporto al disagio, dedicato a metter toppe sui problemi personali dei collaboratori. «In realtà l’ interesse a costruire una struttura di Dm è tutto aziendale – sostiene Cristina Bombelli, coordinatrice del Laboratorio Armonia della Sda Bocconi che studia proprio la gestione delle diversità – perché ha lo scopo di ottimizzare e valorizzare il contributo, unico, che ciascun dipendente può portare al raggiungimento degli obiettivi dell’ impresa». Il problema si è posto prima di tutto nelle multinazionali, alle prese con una globalizzazione che ha dilatato la multiculturalità in azienda e con le diversità di genere che hanno trasformato il politically correct uomo-donna da principio etico a imperativo di business. È così che negli Usa i guru della gestione aziendale si sono inventati il diversity management, una tendenza che sta aprendo brecce anche da noi. «Nella casa madre americana il diversity management è partito già da diversi anni – conferma Clementi che in Procter & Gamble risponde direttamente al direttore risorse umane – ma ora la mia funzione si sta consolidando anche in Italia. L’ intento è di fare leva sulle differenze e sull’ inclusione per ottenere un vantaggio competitivo, liberando il potenziale delle persone». Con l’ idea che certe scarse performance dei dipendenti siano facilmente migliorabili adattandosi alle diversità. Sono i Dm, per esempio, i motori di soluzioni come le nursery o gli asili nido aziendali, oppure di strumenti di flessibilità quali il part time, il telelavoro e il periodo sabbatico. O addirittura, come in P&G, la cosiddetta carriera di coppia, in cui se un dipendente con alto potenziale è trasferito, l’ azienda provvede a trovare un impiego nella stessa città pure al o alla consorte. Stereotipi In alcune aziende chi orienta le politiche di Dm è direttamente il responsabile del personale. «Perché vogliamo che coinvolga tutta la funzione del personale – spiega Erminia Belli, direttore risorse umane di Kodak -. All’ inizio siamo partiti con la formazione di tutti i dipendenti per smantellare stereotipi come la diversità intesa solo come negatività. Il secondo passo è stato la valorizzazione della diversità di genere, attraverso un’ organizzazione aziendale che permettesse ai dipendenti di conciliare tempo di lavoro e di vita. Soprattutto per le donne, che da noi possono ottenere il part time anche se sono quadri o dirigenti». Il Dm ha una guida al femminile pure in Ikea. Simona Scarpaleggia, che dirige il nuovo centro commerciale Ikea-Roma Buffalotta dopo aver da poco lasciato la guida delle risorse umane del gruppo, sta ora applicando la sua politica di diversity direttamente sul campo: «Ora sto gestendo la diversità culturale. Basti pensare che su 470 persone in organico 50 sono straniere e sono state inserite non solo nelle aree strettamente operative, ma anche nel management». Osservatorio Intanto l’ osservatorio bocconiano di Laboratorio Armonia ha costituito un network di imprese che sta costruendo un know how di gestione delle diversità nel mondo aziendale attraverso una ricognizione sui progetti di diversity management in Italia. «Il contesto – spiega Bombelli – è quello di una crescente diversificazione dei clienti e dei mercati, di nuove modalità di lavoro, di fusioni che mettono insieme culture aziendali diverse, di femminilizzazione crescente del mercato del lavoro che costringe a confrontarsi con le differenze di genere, di fenomeni migratori che mettono in comunicazione diversità etniche e religiose. Tutto ciò rende strategica l’ individuazione e la valorizzazione delle diversità delle persone». Per le quali sembra avvicinarsi il sogno proibito di lavorare in un’ azienda tagliata su misura. «Al punto che – spiega Luciano Pero, docente di organizzazione aziendale al Politecnico di Milano – alcune imprese cominciano ad offrire grosse novità come l’ orario di lavoro a menu, variabile da lavoratore a lavoratore visto che le esigenze di vita di un giovane appena assunto, di una neomamma o di un professionista maturo sono radicalmente diverse. Si arriva a segmentare gli orari, su profili che vanno dal salarialista, al “tengo famiglia”, al professional, all’ anziano». Enzo Riboni enzribo@tin.it In pillole La diversity Perché non gestire la diversità comporta molti problemi. La collocazione Ogni azienda infatti ha l’ obiettivo di mettere la persona giusta al posto giusto. Le attitudini Perché trovare il posto giusto per ciascuno non significa solo capire la professionalità di ogni dipendente, le sue conoscenze e competenze, ma anche valutare le sue attitudini individuali, per non perdere ottimi talenti. I bisogni Capire i bisogni delle persone, anche quelli non direttamente legati alle prestazioni lavorative, ha un’ evidente funzione motivante. Le ricerche Le indagini sul management femminile dicono che le donne sono relativamente sensibili ad aumenti salariali e di status e prediligono gli aspetti più qualitativi come i bonus temporali, cioè la possibilità di spendere il rapporto tempo di lavoro-tempo di vita in modo elastico e personalizzato. La Professione Quella del diversity manager che prima considerava solo le diversità di genere cercando di rimuovere barriere allo sviluppo delle carriere femminili, ora invece punta anche a differenze meno visibili, fino a toccare gli stili di comportamento di ciascuno. PROCTER & GAMBLE Considera le diversità di sesso, età, etnia, valori, credo, orientamento sessuale, nazionalità, sede di lavoro, stato economico, istruzione, stato civile IKEA Chi è in maternità facoltativa può seguire corsi di formazione online, soprattutto di inglese, per rientrare con maggiori competenze di prima KODAK Il part-time viene quasi sempre concesso a chi lo richiede, qualunque sia il proprio livello contrattuale, fino ai quadri intermedi e agli stessi dirigenti.
di Luisa Muraro
“L’aborto, una risposta violenta e mortifera” (documento femminista del 1975)
Quelle e quelli che parlano di un ripensamento femminista sull’aborto (e che poi lamentano che non abbiamo il coraggio di sostenerlo), rispetto alle posizioni degli anni Settanta, fanno un madornale errore: confondono la battaglia impostata dai radicali (fra i quali spiccava Emma Bonino) per il diritto d’aborto, con il movimento femminista, che non aveva questa impostazione individualistica e liberistica. Non c’è dubbio che la battaglia dei radicali sia stata sostenuta anche da molte femministe, specialmente a Roma, ma, primo, ciò non vuol dire che quelle femministe ne condividessero l’ideologia, secondo, il pensiero politico femminista, quando si è espresso con documenti suoi, non era d’accordo perché vedeva nell’aborto, legale o illegale che fosse, una conseguenza di una sessualità femminile subordinata a quella maschile e lavorava intanto perché la questione trovasse risposta in una più ampia concezione della libertà femminile. Cito da un documento del 1971: “Una procreazione coatta e ripetitiva ha consegnato la specie femminile nelle mani dell’uomo di cui ha costituito la prima base di potere. Ma oggi anche una procreazione ‘per libera scelta’, quale contenuto liberatorio può avere in un mondo dove la cultura incarna esclusivamente il punto di vista maschile sull’esistenza?” (Rivolta femminile). E da un documento del 1973: “Per gli uomini l’aborto è questione di legge, di scienza, di morale, per noi donne è questione di violenza e sofferenza. Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi, dalla sessualità, maternità, socializzazione dei bambini, ecc.” (Collettivo di Via Cherubini). Lo stesso collettivo, in un documento del 1975, intitolato “Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso” (sottinteso: da quello che fanno i radicali con le manifestazioni di piazza), scriverà che “l’aborto di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civiltà perchè è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e, per di più, colpevolizza ulteriormente il corpo della donna”. Smetto di citare; per un racconto più dettagliato si può leggere il capitolo secondo di Non credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg e Sellier, 1987, 1998). Può bastare, credo, a far capire il senso della reazione di molte femministe alla tesi del “ripensamento”: nessuna di noi nega che, con i cambiamenti di cultura in corso, possa esserci e anzi debba esserci un arricchimento del pensiero femminista. Ma nel senso di una ripresa e di un approfondimento, unicamente.
C’è un problema a monte di questo fasullo “ripensamento”, che forse è venuto il momento di affrontare. Ed è che il pensiero politico delle donne ha interessato – ed è stato registrato, dalla cultura ufficiale, sia politica sia giornalistica – nella misura in cui stava dentro al quadro che questa cultura aveva già presente. Dicevamo: l’aborto esorbita dalle cose che il diritto può regolare, per tutto quello che chiama in causa della sessualità umana e per tutto quello che significa nell’esperienza femminile. Ma questa posizione non interessava né i sostenitori di una legge sull’aborto né il fronte contrapposto dei sostenitori di una legge contro l’aborto. E così si è continuato a discutere a forza di contrapposizioni e con ripetute semplificazioni, attraverso gli anni Ottanta e Novanta. Adesso, quelle nostre parole sull’aborto “risposta violenta e mortifera”, che ho dissepolto dall’ignoranza storica dei più, tornerebbero buone, buonissime, ad alcuni di questi più, ma solo per usarle dentro un altro schieramento, e siamo daccapo con l’operazione di tacitare esperienza e pensiero di donne.
Dicendo questo, rovescio in parte la posizione di Lucetta Scaraffia (sul Corriere della sera del 6 febbraio): secondo lei ci sarebbe stato un conformismo della parola pubblica femminista che ha occultato la complessità del pensiero che certo gruppi portavano avanti. A me risulta che l’opera di semplificazione non sia venuta dal femminismo, ma al contrario da chi del femminismo conosceva poco e capiva meno ancora. A me risulta, per esempio, che gli intellettuali, con qualche eccezione, gli hanno prestato scarsa attenzione, che i giornali e la televisione lo hanno divulgato secondo stereotipi pigri e qualche volta stupidi, e che la politica ufficiale, quella delle scadenze elettorali, lo ha assimilato in una versione semplificata e direi quasi mutilata.
È successo così che è mancato, alla cultura politica generale, un incontro e confronto fecondo con il pensiero che il movimento delle donne ha prodotto. Per tre quarti, lo dico senza esagerare, è una questione di linguaggio: quello che le donne hanno da dire a questo tipo di civiltà, e che, bene o male, hanno cominciato a dire, sporge fuori dai suoi quadri. E non si può scrivere sugli striscioni, come vorrebbe una simpatica giornalista del Foglio: bisogna farsi l’orecchio per intenderlo. Non si dimentichi che, se noi femministe abbiamo detto qualcosa, lo abbiamo potuto dire grazie ad un ascolto fine di noi stesse e delle altre. E che molto resta nel silenzio. Ora ci chiediamo, e da almeno vent’anni cerchiamo risposte, se e come quella capacità di ascolto e quel qualcosa che siamo riuscite a formulare, possano diventare un’eredità per le nuove generazioni, che rischiano altrimenti di ereditare il femminismo ultrasemplificato che sta dentro al quadro del consumismo e delle “facilità” di una società opulenta.
Il dibattito in corso può essere visto come il segnale che qualcosa sta cambiando? Sì, mi sento di rispondere, purchè migliori nettamente la qualità dell’ascolto degli uomini nei confronti della parola delle donne: la parola delle femministe, per cominciare, ma anche quella più corrente delle donne che essi incontrano nei luoghi della vita lavorativa e familiare. Siamo ancora distanti da ciò. Un esempio? Nell’intervista sul Corriere della sera del 10 febbraio, l’on. Martinazzoli, che ha fama di attento e riflessivo, ha creduto di leggere un ripensamento femminista sull’aborto (“non un’abiura, ma più prudenza, più dubbi”), che è parecchio distante da quello che è venuto invece fuori dal dibattito, il presunto ripensamento essendo comunque moneta buona, per lui, da spendere nella prossima campagna referendaria.
Torna insomma ad agire il quadro dentro il quale dovremmo esprimerci per esserci e contare, lasciando fuori un certo numero di “cose”. Fuori dal quadro del “pensiero cattolico”, per esempio, restano quelle femministe cattoliche che hanno parlato e scritto in favore della legge 194. Fuori dal quadro resta, per fare un altro esempio, il fatto che alcune femministe si sono espresse contro il ricorso allo strumento referendario per cambiare o migliorare l’attuale legge sulla procreazione assistita. Fuori dal quadro resta la nostra consapevolezza che in queste materie la macchina politica degli schieramenti contrapposti è deleteria. Fuori dal quadro restano le pratiche che abbiamo inventato. Fuori dal quadro continua in sostanza a restare la differenza femminile.
(libreriadelledonne.it, 12 febbraio 2005)
da l’Unità
Scriveva nel 1649 di Gerrard Winstanley, un membro del gruppo dei diggers inglesi (fautori dell’abolizione della proprietà privata che, con azioni esemplari, incoraggiavano i poveri a rivendicare il diritto alle terre comuni): «pensieri e parole mi sovvengono secondo cui frasi e libri non sono nulla, devono morire, poiché l’azione dà vita a tutto e, se non si agisce, non si realizza niente».
Sono mesi, oramai, che si discute della crisi irreversibile del movimento globale. L’interrogarsi, in difesa e indifesi, su percorsi e strategie nuove per liberare energie contro neoliberismo e guerra, mostra i limiti e i sintomi della paralisi e della cristallizzazione politica. Nonostante questa impasse, al di là della capacità di prevedere i ritmi «carsici», dimensione etica e centralità dell’agire comunicativo rappresentano e costituiscono un tessuto comune, un punto di non ritorno.
Tuttavia proprio la dimensione simbolico-mediatica è stata occasione propizia e limite: garantendo accumulazione di energia ma differendone, all’infinito, nella sua applicazione. Come elemento di novità nel quadro socio-politico, l’entrata sulla scena del Movimento ha sicuramente rotto un «quieto vivere» dello sviluppo neoliberale o imperiale che si voleva libero da contraddizioni interne: una forza dirompente che nelle ultime stagioni è stata capace di (ri)modificare il linguaggio (bio)politico, sconvolgendo sostanzialmente «il mondo politico».
Parlare di Movimento, tuttavia, suggerisce un fenomeno univoco; sarebbe più corretto parlare di «movimenti» o di molteplici istanze ed obiettivi; oggi (al pari di come gli storici scrivono di les années ’68), possiamo parlare di movimenti al plurale, riproponendo la necessità di valutare Seattle non come un evento – in un passaggio analogo alla lettura storica del «Sessantotto» – ma considerarlo parte di un processo storico, che inizia prima del ’99 e prosegue sino ad oggi. Ridurre questo ad una esplosione improvvisa, non permetterebbe di capirne le origini e di indagarne gli esiti. Lo stesso Forum di Porto Alegre, concluso da pochi giorni, pur conservando la sua autorevolezza di «spazio dialettico», mostra la corda e la fine, o il cambio, di un ciclo.
Cinque anni fa, diffondendo il suo messaggio e il suo metodo in ogni angolo del pianeta, cominciò un processo che si è articolato e consolidato in modo vertiginoso: un insieme di forze produttive alternative che voleva dare visibilità a una molteplicità di pratiche e stili di vita dimostrativi di altri mondi possibili. Ma oggi, in una dimensione di guerra permanente, all’interno di qualsiasi Forum o assemblea «programmatica», in centinaia di spesso auto(ec)citanti, seminari di «nuova politica» (che «tifino» Lula o Chavez), non possiamo eludere lo sfondo della natura bloccata dei sistemi politici.
È lecito domandarsi quale sia per i movimenti il rapporto tra «riforme» e «antiglobalizzazione»?
Ridurre i cosiddetti no global a pura opposizione, che nasce e si sviluppa su molteplici sollecitazioni per poi inaridirsi nella riproposizione dell’anticapitalismo tout court, non permette di comprendere il fenomeno degli ultimi anni. Possiamo vedere, infatti, come comportamenti, gusti e valori affermati nell’ultima stagione, a differenza di altri cicli, non siano entrati in conflitto con la tradizione e i valori consolidati della Sinistra: questi movimenti pur nella loro radicale alterità hanno accettato se non il dialogo, almeno il confronto a distanza. La sinistra ufficiale, semmai, nell’incertezza se «recuperare» e convincere del proprio realismo (politico), ne ha sussunto una parte rilevante di linguaggio estetico. Tutto questo con timori, contraddizioni e paradossi perché, se, da un lato, nelle esperienze e nella pratica dei movimenti si consuma una riaffermazione dell’individuo sulla società, dall’altro, si pone il rifiuto di ogni retaggio di autoritarismo statale del XX secolo e la rottura dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al tessuto fordista.
Ma l’opposizione al neoliberismo è anche una rivolta fatta di storie non raccontate. Il potere politico e mediatico ne ha spesso fornito, nei suoi canali maggioritari, una rappresentazione semplificata, monocromatica, tralasciandone le diversità. Si avverte la necessità, di una storia sociale assai più articolata e complessa di quella tradizionale, costituita da momenti quotidiani e storici, intimi e al tempo stesso pubblici, pregni di umori, timori e ispirazioni. Di fonti capaci di narrare una congerie di soggettività. Prendendo come punto di partenza le esperienze delle persone coinvolte, troviamo un testo che tenta di sovvertire il modo tradizionale di raccontare le proteste dei movimenti: è Siamo Dappertutto (Marco Tropea Editore) libro, con la prefazione di Naomi Klein, che raccoglie 55 storie del movimento New Global, con 150 fotografie che documentano ben 10 anni del movimento di protesta anti-Globalizzazione.
Siamo dappertutto si situa a metà strada fra un’antologia del movimento e una storia raccontata dal basso, fra un collage delle varie forme di protesta e un manuale di azione diretta. Il volume si divide in sette sezioni, ognuna sulle caratteristiche principali del movimento, cui segue, più o meno in ordine cronologico, una serie di storie che ne evidenziano lo sviluppo dal suo sorgere fino alla maturazione.
Tra le storie, alcune divertenti, come, quella a Londra, di «Tactical Frivolity»: ragazze che vanno (in)contro alla polizia in tenuta supersexy; o il gruppo «Torte armate» che colpisce a torte in faccia i rappresentanti del mondo degli affari (lo hanno fatto, ad esempio, al direttore della Banca Mondiale); e, ancora, «Culture jamming», le guerriglie mediatiche che hanno portato a modificare il dispositivo vocale di centinaia di bambole Barbie e G.I. Joe in commercio negli Usa, facendo dire a Barbie: «I morti non mentono», e al soldato Joe: «Vuoi andare a fare shopping?».
Ci sono, ovviamente, anche Agende Nere, gli eventi segnati dalla violenza della repressione degli apparati di sicurezza statali, come quelle del G8 a Genova nel 2001. Quelle giornate, sappiamo, sono state sistem(at)icamente archiviate nell’indifferenza di questo Paese.
Ma tra queste pagine troviamo ancora la dignità e la speranza che la figura di Carlo Giuliani corra ancora veloce per il Mondo.
Questo volume, in libreria, non passa inosservato soprattutto per la sua forma a mò di mattone, da scagliare, nella sua sostanza, contro il silenzio e l’indifferenza.
Il libro inizia con la rivolta zapatista, postulando come l’insurrezione del 1° gennaio 1994 abbia inaugurato una nuova epoca per i movimenti di resistenza; il «cerchio» si chiude, con la rioccupazione di San Cristobal de las Casas, avvenuta il 1° gennaio 2003.
Poche settimane dopo avremo, segno forse di un cambio d’epoca, la più grande e simultanea manifestazione mondiale contro la guerra all’Iraq che raccontò l’ottimismo di un’altra, almeno linguistica, «superpotenza».
Ma questo non è solo un libro sui movimenti ma, «autenticamente», dei movimenti: le esperienze assumono immediatamente un valore emblematico, come una serie di istantanee che però non diventano mai una ricostruzione impersonale ed oggettiva. Questi materiali sono i presupposti ad un’indagine sui gruppi che si articolano nella trama complessiva della continuità sociale; la stratificazione sociale e culturale, la ricostruzione della mentalità, l’individuazione dei miti e dei valori su cui si regge la convivenza e l’osservazione dei consumi costituiscono un insieme di motivi ispiratori della globalità storica.
Rispetto alla tradizione francese (che segue un cammino logico dal materiale, all’economico, al sociale, fino ai comportamenti collettivi e al politico) il libro «assume lo sguardo» anglosassone dell’immediatezza e dell’intuitività, cogliendo il «gruppo» per i suoi tratti specifici: una attribuzione di valore all’intimità, alla soggettività e alla diversità, dove alcune storie personali raccontano, spesso, di più di qualsiasi manifesto politico. Se un libro può essere un carnevale di storie anziché un racconto lineare, questo ne è un esempio capace di parlare di uno sforzo tenace e oscuro di persone la cui unica ricompensa è la consapevolezza. Più che tranquillizzare i diversi e nuovi allievi (dove la comunicazione fonde allievo e spettatore) i movimenti si servono e necessitano di affermazioni paradossali incerte e di un senso di riverente timore a riflettere. I filosofi dell’antica Grecia chiamarono tutto questo aporie. La parola significa in effetti, mancanza di poros – un cammino – di una via, di un passaggio.
Questa aporia dei movimenti, fatta di sconcertanti paradossi, dovrebbe porre ogni soggetto della moltitudine ad assumere la responsabilità di stesso.
In questo momento di silenzio rispetto all’antiglobalizzazione (nel silenzio dei movimenti stessi), si può, inequivocabilmente, negli albori di un (di)battito storiografico, cominciare a percepire l’eco dei numerosi accenti, delle diverse voci – lingue e sfumature – con cui sì e definito e narrato «l’epos no global». Il rinnovamento della storia sociale dei movimenti riguarda soprattutto la metamorfosi dello sguardo, l’allontanamento da un mero approccio economico e l’avvicinamento a una storia culturale, essa stessa in evoluzione.
Si ricercherà il modo di documentare, divulgare e amplificare le storie inascoltate che i movimenti di base hanno intrecciato nelle lotte globali dell’ultimo decennio.
Seguendo alcune linee di una rete complessa, diffusa e priva di centro, nel dipanare esperienze personali, sappiamo persistere – a causa delle barriere linguistiche, culturali e geografiche – ancora numerosi luoghi irraggiungibili che impediscono di ascoltare molte «altre voci»; ma il Sud del pianeta ha tradotto le sue lotte anche grazie alle testimonianze, ai mezzi, degli attivisti occidentali. Sembrerebbe l’adagio di un antico Manifesto, una emozionante conferma di quanto presumiamo da sempre: movimenti separati convergono e si riconoscono come alleati in una lotta comune, mettendo in atto una rivolta capace di ascoltare.
Ripercorrendo l’insieme delle azioni ritroviamo una rivolta globale senza precedenti, una ribellione in continuo divenire che ha mutuato idee e tattiche dalle diverse culture e dai vari continenti, raccogliendosi in sciami per poi dissolversi. Ma solo per volare altrove.
Se un altro mondo non solo è possibile ma si sta avvicinando, in questo rumoroso silenzio sentiremo il suo respiro.