La nomina è di quelle a dir poco clamorose: Riccardo Petrella, professore all’università belga di Lovanio e presidente del Contratto mondiale dell’acqua, è il nuovo presidente dell’Acquedotto pugliese. Ad annunciare la sua nomina è stato ieri il presidente della regione Nichi Vendola, che ha spiegato come Petrella «è attualmente una delle autorità mondiali per quanto riguarda la cultura dell’acqua e la difesa del bene pubblico». La sua nomina segna una netta inversione di tendenza anche rispetto a quelle regioni governate dal centrosinistra che avevano affidato la gestione dei servizi idrici a società miste pubblico-private: Petrella è infatti il massimo teorico della ripubblicizzazione. «Sarà un acquedotto pubblico che ha l’ambizione di ridefinire una grande missione, non soltanto produttiva ma politico-culturale. Io vorrei un acquedotto che fosse un punto di riferimento mondiale per la partita del millennio, che è quella della difesa del diritto universale all’acqua e del bene comune dell’acqua», ha detto Vendola, per il quale l’Acquedotto «proverà a ricostruire un grande progetto economico e commerciale soprattutto in relazione con i paesi del Mediterraneo». Il presidente della Puglia ha poi aggiunto che «è finita l’ubriacatura ideologica per le privatizzazioni», dunque il carattere pubblico dell’acqua non si mette in discussione. L’altro ieri era invece toccato alla Campania rimettere in discussione la privatizzazione del più grando Ato d’Italia, quello che gestisce i servizi idrici di Napoli-Caserta. Dopo mesi di battaglie, i comitati civici guidati da Alex Zanotelli sono riusciti a far cambiare idea alla regione e ai sindaci del comprensorio, e la gara d’appalto è stata sospesa. Mentre in Toscana la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dai movimenti, che recepisce i principi messi a punto dal Contratto mondiale dell’acqua, ha superato le 30 mila firme. Anche l’Abruzzo e Torino hanno bloccato le privatizzazioni, e sulla stessa strada sono anche le Marche.
Lettera al manifesto di Umberto Varischio
In mezzo a questa ondata di richieste di inasprimento delle leggi e dei controlli, di castrazione chimica e non e di repressione nei confronti degli immigrati un dato, pubblicato anche dal manifesto, rischia di sfuggire: più di mezzo milione di donne in Italia sono vittime di stupri o di tentativi di violenza sessuale.
Al di là delle strumentalizzazioni politiche, dei casi enfatizzati dalle cronache di questi ultimi giorni questo dato ci interroga tutti in quanto uomini; un numero così alto di violenze o tentate violenze non sono certo opera solo degli immigrati anzi è presumibile che la stragrande maggioranza siano state agite da noi italiani di diverse età. Certo vanno ricordate, come è stato fatto, sia le cause sociali che quelle culturali di questo fenomeno e anche le politiche di esclusione che creano emarginazione e disperazione ma le dimensioni dello stesso, unito a quello crescente delle violenze domestiche non sessuali e quello degli omicidi di donne da parte di mariti, conviventi o parenti ci spinge a chiederci quali sono le altre radici profonde di quello che sta accadendo. Nessuno dei commenti che ho letto sinora si interroga sulle cause che possono essere riferite al genere, cioè al nostro essere uomini. E’ come se su questo punto si mettesse in atto una rimozione collettiva che riferisce le responsabilità dell’accaduto solo all’altro da noi, altro che può essere lo straniero, oppure gli altri uomini oppure a cause economiche, sociali e culturali. E se di straniero si tratta non c’è di meglio che imputare l’inciviltà e la barbarie a un altro uomo, che oltre tutto nelle fantasie più estremiste (ma non solo) mette in pericolo e ruba la donna di nostra proprietà. Cosa di meglio se non mettersi in competizione con l’altro (uomo) per la supremazia e il possesso, giocando sul piano della maggiore o minore civiltà, che ha come «premio» la donna. Come se i devianti, gli asociali in questo campo fossero sempre qualcosa di esterno al nostro maschile, dimenticando che i dati e le statistiche ci parlano d’altro, d’una violenza, anche sessuale, che si agisce all’interno della civiltà occidentale, bianca e cristiana, oltre che all’interno delle nostre case. Forse dovremmo invece cominciare a interrogarci, in quanto uomini, sul nostro rapporto con il potere, la violenza e la sessualità, la pornografia e la prostituzione. E anche con il nostro quotidiano nei rapporti tra donne e uomini. E forse dovremmo farlo, partendo dalla nostra parzialità, anche collettivamente.
Isabella Bossi Fedrigotti
Le milanesi lo andavano dicendo da un pezzo, senza peraltro ricevere molto credito: sul lavoro siamo discriminate, avere un figlio è visto male nelle aziende e lo è, quasi altrettanto, essere in età di averlo. Adesso le imprese lo confermano a un’ indagine della Camera di commercio, secondo la quale le donne con bambini piccoli oppure in attesa creano difficoltà sul lavoro in quanto ” distratte dalla famiglia ” . Per contro, le signore senza figli e non intenzionate ad averne vanno benissimo, sono le benvenute in quanto s’ impegnano anche più degli uomini. Tutto logico e tutto comprensibile: chi ha un figlio piccolo, in particolare quando è malato, pensa per forza di cose più a lui che al lavoro, e non è disponibile per straordinari serali o festivi. Ed è sicuramente vero – come qualcuno si è affrettato ad accusare – che qualche mamma se ne approfitti con permessi, licenze e finti certificati medici, ma in tempi in cui le ristrutturazioni aziendali sono all’ ordine del giorno e sono tornate in auge le lettere di dimissioni firmate al momento dell’ assunzione, il fenomeno sembra piuttosto circoscritto. E’ , dunque, , la donna che Milano pretende, senza bambini, ma, ovviamente, senza anziani genitori, per lo più sola, insomma, visto che, linea generale, non tutti i mariti o compagni si rassegnano a un’ esistenza senza figli? Donne, quanto a stile di vita, il più possibile simili agli uomini, perfetti soggetti economici, perciò, certo non affettivi, non sentimentali, non familiari? Siamo sicuri che sia, questa, una prospettiva auspicabile, che farà bene alla nostra città, alle sue aziende e ai suoi cittadini, tanto più che l’ accusa più di frequente mossa alle donne è, attualmente, quella di essere diventate dure, aggressive, ambiziose e mascoline, senza più dolcezza né tenerezza? Per non parlare della conseguenza più vistosa di questa crisi tra imprese e lavoratrici, acuta denatalità milanese, che da tempo preoccupa Chiesa e istituzioni, inducendole a citare, tra le cause, l’ egoismo delle famiglie. Come se lavorare fuori casa fosse un capriccio delle donne e non, per lo più, una necessità, e cercare affermazione nella professione un chiaro indice di egoismo. Tanto egoiste sono le milanesi che è in costante aumento, tra loro, il numero di chi abbandona l’ impiego dopo il secondo figlio, proprio per le difficoltà di conciliare lavoro e bambini. Stando alle dichiarazioni, alle aziende converrebbe, dunque, non assumere più donne, non, almeno, in età fertile. E la tendenza – è giocoforza – qua e là è già in atto. A questo proposito, sebbene sia già stato citato qui un’ altra volta, resta emblematico ( e minaccioso) il dato di Trento, città tra le più prospere d’ Italia, dove una recente inchiesta ha individuato le donne tra i 28 e i 35 anni come il gruppo a più alto rischio povertà, per il semplice fatto che sono le ultime della lista a trovare un lavoro.
da il manifesto – Soldati statunitensi che terrorizzano, saccheggiano, uccidono civili innocenti. Parla uno degli oltre 6.000 disertori americani che hanno detto no alla guerra di Bush
“In Iraq non ho più intenzione di tornare. Per il Pentagono sono nella lista dei 6.000 “disertori”. In gergo militare ci indicano con la sigla “Aow”, Absent of war. Durante la mia esperienza in Mesopotamia ho visto che per i nostri soldati e comandanti lì non esistono regole. Tutti si comportano come nell’avamposto del nuovo Far west americano. Politici e militari ci hanno detto una valanga di bugie sulla missione a Baghdad. La mia esperienza è stata decisiva per farmi maturare la convinzione che non sarei mai tornato in Iraq”. Mark, 20 anni, vive in clandestinità dal marzo del 2004. Dopo l'”Active duty” alla base militare di Forthood, nel Texas, venne spedito in Iraq a 17 anni. Recentemente è entrato nelle file dei disertori alla guerra in Iraq. Come nel caso della guerra in Vietnam, il numero dei “resistenti” all’avventura bellica si sta estendendo in modo preoccupante per il Pentagono, incapace di trovare soldati, marines e forze speciali – anche dispensando bonus pecuniari dai 40.000 ai 150.000 dollari – disposti a riarruolarsi volontariamente per la guerra. Mark, nell’intervista al manifesto, ci racconta dalla clandestinità la sua esperienza.
Quando è stato spedito in Iraq?
Nel marzo del 2003, la mia unità da Forthood in Texas è stata spostata in Iraq. Facevamo parte della polizia militare. Son rimasto fino al marzo 2004. Avevo 17 anni. Addestramento militare di una settimana con regole d’ingaggio che poi si sono verificate inesistenti sul teatro di guerra. Trattavamo tutti gli iracheni come dei criminali. I nostri comandanti pattugliavano le strade di Tikrit, la città dove ero assegnato: quando si annoiavano impartivano a noi soldati l’ordine di fare irruzione in ogni casa privata di un determinato quartiere da loro indicato. Spargendo terrore dovevamo far uscire ogni singolo membro di ogni nucleo familiare, arrestarlo e sbatterlo in prigione.
Quali erano le motivazioni per l’arresto e sequestro di civili innocenti?
Non esisteva alcun motivo, né sospetti concreti che facessero parte della resistenza irachena. Dovevamo eseguire questi ordini, terrorizzare donne e bambini con il pretesto di dover sequestrare armi e munizioni, anche se non trovavamo nulla nelle case.
Venivate informati che questo faceva parte di una missione militare?
Non esisteva nessun motivo, né missione. Ai check point bloccavamo le auto di civili iracheni sul nostro percorso e li derubavamo di tutto il denaro in loro possesso. Tra i soldati si era stabilita una gara, quasi un gioco sadico nei confronti della popolazione locale. I giovani soldati gareggiavano a chi riusciva a distruggere il maggior numero di auto irachene sparando dai nostri gipponi “Hunvees”. Era diventato un passatempo. Per ogni veicolo iracheno distrutto, il soldato appostava uno sticker sul proprio cruscotto. Si scommetteva anche su quante donne nude potevamo rinvenire quando di notte effettuavamo irruzione nelle case degli iracheni. Quante persone si riusciva a terrorizzare al punto di urinarsi addosso per la paura. Fu questo il primo segnale che destò in me l’orrore per quanto stavamo facendo.
Come venivano puniti i soldati protagonisti di questi atti di sadismo ingiustificati?
In Iraq, i soldati hanno completa mano libera da parte dei loro comandanti e generali. Possono fare quello che vogliono senza essere puniti. Civili innocenti iracheni venivano uccisi impunemente, derubati e gettati nel Tigri.
Lei ha partecipato, durante le irruzioni in case private, a questi atti di terrorismo da parte dei soldati americani?
Rifiutai di eseguire questi ordini. Cominciai a capire che la guerra era contro un nemico inesistente. Stavamo semplicemente saccheggiando un paese, distruggendo scuole, ospedali. Non era vero che eravamo in Iraq per aiutare la ricostruzione, presto ho verificato le balle che hanno detto a noi e all’opinione pubblica: eravamo stati mandati in guerra per abbattere il regime di Saddam Hussein che minacciava di distruggere gli Stati uniti. Presto abbiamo appreso che non esistevano armi di sterminio in Iraq. Eravamo degli invasori che saccheggiavano il paese. L’informazione a disposizione era il giornale militare Star and stripes. L’accesso all’informazione televisiva era limitata ad un solo canale: la Arm force network, tv militare. Molto spesso non avevamo accesso ad internet.
Gli altri soldati del suo plotone la pensavano come lei?
Lei non può immaginare la reazione individuale dei soldati quando viene menzionato l’attacco terroristico dell’11 settembre. È patriottismo cieco. Loro sono convinti di essere in Iraq per vendicarsi dei morti americani dell’11 settembre. Non possono psicologicamente ammettere il contrario. Serve loro per giustificare tutto l’orrore che fanno in Iraq.
Ma nell’ultimo anno di guerra è lo stesso Pentagono ad ammettere che il numero dei disertori è salito da un numero esiguo a 6.000 soldati. Altri chiedono asilo in Canada.
Il rifiuto da parte dei soldati di tornare a combattere in Iraq per una guerra che non trova giustificazioni è una evoluzione recente. Ma la maggioranza dei soldati che sono in Iraq preferisce pensare che è ok. Eseguono ordini e si rifiutano di pensare.
Politici e intellettuali africani e italiani a confronto in un incontro promosso a Milano dalla Fondazione Unidea
Geraldina Colotti
Il 14 giugno sono stati inaugurati in Burkina Faso due nuovi centri di formazione professionale dedicati alle donne del luogo. A promuovere il progetto, Unidea, la fondazione privata costituita dal Gruppo UniCredit nel marzo 2003. In quella data, i progetti sono stati presentati anche a Milano (Spazio Oberdan), dopo la proiezione del lungometraggio Delwende, lève-toi e marche (Alzati e cammina), cofinanziato dalla fondazione e ideato dal regista e attivista Pierre Yameogo. Uno spaccato sulla condizione della donna nella società rurale burkinabé, di cui hanno discusso il regista e la ministra per la promozione della donna in Burkina, Gisele Guigma Diosso . «Dopo anni di interventi e aiuti allo sviluppo, i problemi in Africa si sono aggravati, ma il disastro resta chiuso all’interno di quel continente – afferma Guido Munzi, responsabile del settore Africa della fondazione – Nella cooperazione internazionale occorre un mutamento radicale di indirizzi». Per questo Unidea, molto attiva nell’Africa Subsahariana con interventi diretti a promuovere la sanità di base, il microcredito, lo sviluppo sostenibile delle comunità locali, l’8 giugno, sempre a Milano, ha ideato il convegno «Strategie di sviluppo e aiuto internazionale. Le proposte africane», organizzato da Unicredit Foundation. Intorno al tavolo analisti politici e intellettuali africani e italiani, coordinati dal giornalista congolese Jean Léonard Touadi: Aminata Traoré, ex ministra della cultura in Mali, il nigeriano Wole Soynka, premio Nobel per la letteratura, Thandika Mkandawire, economista del Malawi, il senegalese Adebayo Olukoshi, del Council of Development of Social Science Research in Africa, Pierre Yameogo, Andrea Cornia, Alessandro Triulzi, Cristina Ercolessi…Uno dei principali fili conduttori della giornata, la lotta all’Aids, «una piaga che ha spopolato interi villaggi e che continua a devastare la popolazione africana», nelle parole di Soynka. Dalla scoperta della malattia, 70 milioni di persone sono state contagiate. Di queste, 30 milioni sono morte, l’80% in Africa. Nel 2004, sui 5 milioni di nuovi casi, l’80% degli ammalati si trova sempre in Africa. «Non servono – ha detto ancora Soynka – aiuti generici, ma posti di lavoro e valorizzazione delle conoscenze e delle competenze locali. Si potrebbe iniziare con la creazione di piccole industrie». Né servono – è il parere generale di tutti gli ospiti – modelli importati dall’esterno. Il deficit di democrazia, è stato detto, è una delle cause del mancato sviluppo. Ma l’Africa vuole davvero diventare come l’Europa? La Traoré, è da sempre fautrice di una «terza via africana allo sviluppo» che sappia coniugare tradizioni locali e modernizzazione al servizio dei cittadini. Il suo acceso intervento, non risparmia critiche ai dirigenti africani, ma tuona contro i piani di aggiustamento strutturale imposti da Fmi e Banca mondiale, e invita a continuare la discussione al prossimo Social forum in Spagna e a quello africano in ottobre, senza prestare fede alle sirene del G8.
Critica aperta alla «democrazia importata con le bombe», e alle misure come il Patriot Act (la legge americana post 11 settembre) che «manipolano la paura in modo illegale, a scapito del diritto internazionale» (sempre Soynka). Nessuna fiducia, poi, nella Commission for Africa, creata nel marzo 2004 su iniziativa del primo ministro britannico Tony Blair, con lo scopo di valutare il ruolo della comunità internazionale nel processo di sviluppo in Africa e la questione del debito. «Dal G8 di luglio in Scozia – dice l’economista Mkandawire – mi aspetto solo promesse. Gli africani non devono pensare alle idee che vengono da fuori. L’Africa, comunque, visto il crogiolo di etnie che la compongono, dovrà essere governata democraticamente». E in questo senso, dei segnali ci sono. Secondo Touadi, nel 1994, «l’arrivo di Mandela ha insegnato che la risposta sta giù, nei villaggi. Per questo, ogni volta che un europeo dice ‘vado in Africa’ non è una buona notizia. E’ la storia che ci insegna la diffidenza».
“La maternità un freno per la carriera”.
Il sindacato: mobbing e discriminazioni, aumentano le dimissioni forzate La Camera di commercio: “Più affidabili e determinate rispetto ai colleghi uomini, ma creano difficoltà all’ 80 per cento delle imprese” Sangalli: pochi servizi, serve una città a misura di famiglia.
Querzé Rita
Donne discriminate sul lavoro? Vero. Donne più affidabili e determinate dei colleghi maschi? Altrettanto vero. Donne costrette ad arrabattarsi con un’ offerta di servizi inadeguata? Verissimo. Così la pensano le aziende milanesi e italiane interpellate dalla Camera di commercio di Milano. Imprenditori e direttori del personale invitano le dipendenti a fare un sincero esame di coscienza. ” Se non siete valorizzate sul lavoro – dicono in sostanza – è colpa della vostra gestione della maternità: siete troppo spesso assenti per le malattie dei figli, poco disponibili a restare oltre l’ orario, più concentrate sulla famiglia che sul lavoro ” .
L’ INDAGINE – L’ indagine della Camera di commercio ha coinvolto 1.536 imprese italiane di cui 328 milanesi. Ogni azienda ha compilato un questionario. Il risultato è un quadro dai forti contrasti. Da una parte le donne sono considerate una risorsa con grandi potenzialità: più affidabili per il 25 per cento degli intervistati, più determinate addirittura per il 40 per cento. Tanto che solo l’ 8,3 per cento esclude a priori di affidare un ruolo di responsabilità a una donna. A penalizzare le signore, per otto imprese su dieci, è la maternità. Dopo la nascita del figlio le donne sarebbero meno motivate, meno disponibili. Troppe le assenze per le malattie del bambino. E se le donne guadagnano meno dei colleghi a parità di mansioni ( una differenza di trattamento ammessa dal 30 per cento degli imprenditori intervistati), la colpa è proprio della loro minore disponibilità. Oltre che della maggiore propensione ad ” accontentarsi ” .
MILANO MISOGINA – Il mondo dell’ impresa divide le proprie responsabilità con il contesto sociale cittadino. Secondo il 59 per cento degli intervistati Milano discrimina le donne. Una percentuale di due punti e mezzo superiore a quella registrata, in media, nel Paese. In particolare, le aziende ritengono che i servizi siano inadeguati ( 11,3 per cento). Per il 35 per cento, comunque, tutte le italiane vivono e lavorano in ambienti altrettanto difficili. E se si confronta Milano con le altre capitali europee fanno meglio in materia di parità soltanto Londra, Oslo, Amsterdam, Copenhagen e Stoccolma. Invitati anche a segnalare la propria ” donna simbolo ” , imprenditori e direttori del personale propongono Margaret Thatcher, Hillary Clinton, Rita Levi Montalcini. Tutti esempi di determinazione nel proprio contesto professionale, dalla politica alla ricerca. Mapiacciono anche la fede di Madre Teresa e il glamour di Rania di Giordania.
L’ APPELLO – Secondo il presidente della Camera di Commercio, Carlo Sangalli, disparità sono tali da richiedere un intervento. ” Occorre impegnarsi per superare alcuni pregiudizi ancora presenti nel mondo del lavoro, sia dipendente che autonomo, e per creare una città più a misura di famiglia. Le donne non devono rinunciare alla loro realizzazione professionale ” . ” Una migliore valorizzazione delle risorse femminili aiuterebbe le imprese a essere più competitive ” , Gianna Martinengo, presidente del Comitato per la promozione dell’ imprenditoria femminile della Camera di commercio.
SEMPRE PIU’ DIMISSIONI – Il sindacato si associa all’ appello antidiscriminazioni. E sottolinea come la situazione negli ultimi anni sia peggiorata. ” La crisi morde e le donne che tornano dalla maternità troppo spesso vengono spinte alle dimissioni ” , denuncia Graziella Carneri, segretario della Camera del Lavoro di Milano. ” Le imprese sostengono che le donne sono meno disponibili dopo la nascita di un figlio? Non è vero, si tratta di pregiudizi ” , Sabina Guancia, presidente dell’ Associazione per la famiglia vicina alla Cisl.
LA MATERNITA’ – Ma c’ è anche chi la pensa diversamente. ” Sarà impopolare, ma va rilevato che, soprattutto nel pubblico, dove l’ impiego è più stabile, non è raro trovare donne che sfruttano la maternità a rischio grazie a medici compiacenti ” , contesta Viviana Beccalossi, An, vicepresidente della giunta regionale. ” Ciò non toglie – continua Beccalossi – che le donne continuino spesso a muoversi in un contesto culturalmente ostile. Basti pensare alle riunioni politiche convocate alle nove di sera ” .
Una donna colta e coraggiosa a servizio della promozione di ogni donna. E di una società più giusta.
Anna Pozzi
Ha un nome “pesante”, di quelli che in molte parti dell’Africa continuano a evocare una stagione di lotte e di speranze. Odile Sankara, sorella di Thomas Sankara, il leader che segnò una breve ma intensa stagione politica e sociale del Burkina Faso, porta nel Dna quel senso di integrità che il fratello volle diventasse parte integrante del nome del suo Paese (Burkina Faso significa appunto: Il Paese degli uomini integri). Per il resto, non c’è nulla di più distante da lei dall’impegno politico e partitico.
Le sue competenze, la sua professionalità e il suo impegno sociale passano attraverso gli strumenti della cultura e in particolare del teatro. Membro della Compagnie de Seeren (fioritura), un gruppo teatrale professionale, Odile comincia a dedicarsi alla carriera artistica, ma con un occhio di riguardo per la promozione dei giovani e specialmente delle donne.
“Dal 1990 – racconta mentre è di passaggio a Milano, ospite della Libreria delle donne – facciamo teatro rivolgendoci in particolare ai giovani. Lavoriamo soprattutto sui racconti tradizionali del Burkina Faso, ma anche sulle fiabe di La Fontaine, perché ci sono elementi comuni e soprattutto veicolano gli stessi messaggi educativi e gli stessi valori che cerchiamo di comunicare attraverso il teatro”.
Odile e la Compagnie de Seeren lavorano nelle scuole, ma non solo. Spesso le rappresentazioni vengono allestite nei quartieri popolari per poter raggiungere anche i molti bambini che non frequentano la scuola. L’impegno teatrale tuttavia non le basta, e nel 1996, insieme a tre compagne, crea l’associazione Talents de femmes (talenti delle donne). Vi si uniscono altre attrici e oggi l’associazione è molto attiva e conosciuta in tutto il Burkina Faso. “All’inizio – spiega Odile -era per noi un modo di rispondere con i fatti alle opinioni poco lusinghiere della gente. Nel mio Paese, le donne che fanno teatro o che lavorano nell’ambito culturale o artistico non sono ben viste, anzi, vengono considerate delle poco di buono. Questo perché lavoriamo molto di notte, usciamo da sole, rientriamo tardi, e allora si pensa che conduciamo una vita scostumata. Naturalmente non è vero e dunque abbiamo deciso di farlo capire alla gente attraverso il nostro lavoro e questa associazione, che oggi promuove molte iniziative interessanti”.
Un problema sociale
Una di questa, la più conosciuta, è il festival Voix des femmes (voci di donne), che si svolge ogni due anni ed è giunto alla quarta edizione. Racconta: “Per questa occasione facciamo venire nella capitale Ouagadougou i gruppi tradizionali dai villaggi. Lì le donne lavorano molto, hanno creato gruppi di danza o canto, ma il loro lavoro resta confinato nei villaggi. E in più non hanno formazione adeguata e quindi quello che fanno resta un po’ nell’ambito folcloristico. Durante il festival le facciamo venire in città, permettiamo loro di esibirsi, ma anche di avere occasioni formative. Per questo si fanno esibizioni tra gruppi di città e gruppi rurali, in modo da favorire uno sguardo incrociato tra i due contesti. E poi, proponiamo momenti formativi con professori e specialisti e una tavola rotonda durante la quale si affrontano i loro problemi”.
In questi anni, è emerso che il problema di fondo non è di carattere meramente artistico, ma piuttosto di tipo sociale. In un contesto ancora fortemente tradizionale, le donne hanno pochi margini di libertà, raramente possono fare quello che desiderano, perché ci sono gli uomini al loro fianco che le controllano e le sottomettono. “In passato, quando le donne, dai villaggi, venivano al festival, c’era sempre un uomo ad accompagnarle. Così i mariti erano rassicurati perché non si potevano lasciar andare le donne tutte sole in città. Ma ancora oggi le donne non possono uscire da sole o fare le attività che desiderano”.
All’origine di questa situazione vi è stata, per diverse di loro, la mancata possibilità di accedere alla scuola e, di conseguenza, anche se hanno voglia di fare qualcosa, mancano degli strumenti necessari per realizzare le loro attese. Molte sono cresciute in famiglia, aiutando la madre e occupandosi dei lavori domestici e dei campi. Secondo Odile, le cose stanno migliorando, perché le bambine vanno maggiormente a scuola, ma ancora non tutte. A questo riguardo, è stato messo a punto un programma di scolarizzazione femminile, e un po’ alla volta, la realtà cambia in meglio.
Il problema di fondo è che molti genitori non hanno ancora compreso adeguatamente l’importanza dell’educazione scolastica. In certe zone, le bambine vengono ritirate dalla scuola, perché la mamma è sola, ha appena partorito e ha bisogno di qualcuno accanto che l’aiuti. Oppure i bambini, durante alcune stagioni dell’anno, vengono impiegati per seguire il bestiame e così non possono completare il percorso scolastico. Senza dimenticare che, frequentemente, le famiglie sono molto povere e, nelle zone rurali, non ci sono molte scuole, per cui i bambini devono fare molti chilometri per raggiungere la più vicina.
Consapevolezza e conoscenza
Con la Compagnie de Seeren, Odile e i suoi colleghi hanno avuto la possibilità di lavorare con una Ong canadese, che ha sostenuto le loro tournée in giro per il Paese. Un modo, questo, per sensibilizzare sui diritti dei bambini attraverso il teatro, toccando temi molto delicati: dalle mutilazioni genitali femminili ai matrimoni forzati, dalla salute all’educazione, all’acqua potabile, ecc. Generalmente, la gente risponde bene a questa iniziativa e dopo ogni rappresentazione segue quasi sempre un dibattito con la gente, molte volte più interessante delle stesse rappresentazioni.
Odile spiega: “I temi trattati sono molto forti e a volte ci rinfacciano il fatto che noi veniamo dalla città per dare delle lezioni. “Noi – dice la gente – sappiamo perché diamo le nostre figlie in matrimonio, non vogliamo che escano con uno qualunque, che non ascoltino più i loro genitori e magari rimangono incinte. Noi preferiamo darle in moglie a un amico che ci ha fatto del bene e al quale restituiamo del bene”. Quando dicono queste cose, hanno ragione nel loro contesto, ma io cerco di farli riflettere aprendo un poco i loro orizzonti. “E se vostra figlia non ama l’uomo che avete scelto per lei? Se non è d’accordo? E poi perché non la mettete al corrente, non chiedete la sua opinione e il suo consenso, ma la date in sposa come se fosse un oggetto?”. Oggi ci sono ragazze che preferiscono fuggire, andarsene via, nonostante le difficoltà gravi che incontrano, pur di non finire in moglie a un uomo sconosciuto, spesso molto più vecchio di loro. Queste cose vanno discusse e noi cerchiamo di stimolare la riflessione attraverso il teatro”.
Poi c’è l’altra grande e grave questione relativa alle mutilazioni genitali femminili. Da qualche anno è stata lanciata una campagna a livello nazionale per debellare questa pratica disumana ed è stata approvata anche una legge che punisce con la prigione e un’ammenda coloro che la praticano. Molte l’hanno abbandonata pubblicamente, ma c’è ancora chi opera di nascosto ed è necessario fare un grande lavoro per cambiare innanzitutto le mentalità. “Da noi – dice Odile – queste pratiche non hanno niente a che vedere con la religione. Fanno parte di una tradizione, che è ancora molto forte. Si è sempre fatto così e non si discute; o lo accetti e lo fai o non lo fai ma lo rispetti. È qualcosa che nel tempo ha assunto un’aura di sacralità, ma in realtà, se si scava a fondo, si scopre che all’origine c’è l’interesse da parte degli uomini di dominare la donna, di addomesticarla”.
Contro queste pratiche e contro altre forme di discriminazione lottano le donne di Talents de Femmes, facendo valere innanzitutto i loro diritti, difendendo la loro reputazione di donne artiste, e promuovendo l’emancipazione di altre donne. “Oggi la gente vede il lavoro che facciamo, l’impegno che mettiamo e ci apprezzano, ma questo non impedisce che ci sia anche un altro sguardo. Per esempio, io ho quarant’anni e non sono sposata, cosa inaudita per la nostra società e anche per gli uomini, che mi guardano con sospetto. L’importante è continuare a crederci, avere una forte motivazione come anche l’ambizione e il coraggio di andare avanti”.
Un coraggio, il suo, che è radicato nella cultura e nella tradizione a cui appartiene, ma che si nutre anche delle esperienze che in questi anni ha maturato in Europa e in particolare in Francia, dove dirige un laboratorio teatrale. “Qui ho imparato innanzitutto che l’ignoranza rende schiave le persone e che se hai un’educazione, se possiedi il sapere, allora puoi scegliere nella vita, puoi scegliere la tua vita. Questo voglio trasmettere e condividere con le mie connazionali, per una maggiore consapevolezza dei nostri diritti, e per essere finalmente libere”.?
COME DEFINIRE LE CONDIZIONI PER UNA CULTURA E UNA CONVIVENZA TRA SOGGETTI DIFFERENTI
Intervista di Paola Azzolini a Luce Irigaray
Luce Irigaray, a Verona nel marzo scorso per un seminario nell’ambito del seminario organizzato dall’associazione “Il filo di Arianna” sul tema L’insostenibile violenza delle donne, ci ha gentilmente aggiornato sul suo lavoro e sulle sue ultime pubblicazioni. Sono passati trent’anni dalla pubblicazione in Italia, di Speculum. L’altra donna nella splendida traduzione di Luisa Muraro, ma l’attualità e il valore rivoluzionario del suo pensiero rimane intatto. Come intatta rimane la ricezione che in Italia ha trovato la sua filosofia, centrata sulla necessità di recuperare la mancata esperienza dell’altro, il dialogo fra i generi, che è alla base di qualsiasi altro dialogo fra entità e individui diversi. In questi anni Luce Irigaray ha ulteriormente sviluppato la sua riflessione, affrontando il tema della differenza a livello di democrazia e di linguaggio, cioè di educazione dei giovani. Secondo Irigaray è necessario oggi lavorare a livello educativo alla costruzione di un terreno comune tra i sessi, fatto da un linguaggio e una cultura condivisi, nel rispetto delle reciproche differenze. Inoltre ha preso posto fra i temi della sua riflessione quello della felicità e dell’energia vitale.
Quali sono i tuoi interessi e i tuoi progetti di lavoro in questo periodo?
In questi ultimi anni lavoro anzitutto alla terza parte della mia opera: definire e mettere in pratica le condizioni per una cultura e una convivenza fra soggetti differenti, di cui il paradigma più universale è la relazione uomo e donna, uomini e donne. La prima parte del mio lavoro era dedicata alla critica di una cultura basata e gestita a partire da un unico soggetto, sedicente neutro, in realtà maschile. La seconda parte era centrata sulla definizione di valori necessari per assicurare l’autonomia del soggetto femminile. Certo le tre parti si mescolano e interagiscono: si parla della necessità di una cultura a due soggetti già in Speculum. Il mio lavoro attuale è più costruttivo. Probabilmente per questo è meno apprezzato da donne che si fermano alla critica, alla decostruzione, più che curarsi di creare una nuova cultura.
Quello che dici potrebbe spiegare la violenza, di cui sono protagoniste oggi le donne e di cui tanto si parla?
Forse le donne che, per tanti secoli, hanno tuonato contro di loro la violenza patita hanno bisogno di farla uscire, di manifestarla esteriormente. La critica, una certa comprensione della decostruzione corrispondono a gesti assai aggressivi di cui sembra necessitano certe donne. Capisco questa necessità ma temo che fermarsi alla critica o all’identificazione all’oppressore non possano essere un modo di acquisire una vera autonomia, soprattutto quando si tratta di un atteggiamento globale e non solo intellettuale. Per di più non fa sbocciare la felicità. Da lì risulta un circolo vizioso, in cui la donna genera la propria infelicità.
Sarebbe interessante avere qualche notizia elle tue recenti pubblicazioni, non ancora uscite in Italia…
I miei ultimi libri, stampati per prima in inglese, trattano delle vie per giungere una cultura a due soggetti più giusta e felice. La Via dell’amore (The Way of Love) propone cammini, segnatamente nel parlare, per potere avvicinarsi all’altro ed entrare in dialogo. Cerco di fare sentire come il fatto di risolvere la questione della convivenza fra i sessi, i generi, ci aiuta a trattare le altre differenze: di generazione, di cultura, di razza… Lo stesso atteggiamento vale in ogni caso: rispettare le differenze dell’altro. È sbagliato opporre o contrapporre la differenza fra i sessi e la differenza fra le culture o le razze come fanno certi o certe. Ma è vero che, per prima, è necessario confrontarsi con la differenza fra i sessi che coinvolge l’intera persona e ci costringe a coltivare i nostri istinti. E anche stato pubblicato un insieme di venti testi organizzati in cinque parti: filosofia, linguaggio, arte, spiritualità, politica, che trattano dello stesso argomento: come elaborare una cultura che non supponga un soggetto neutro e universale, ma che tenga conto della o delle differenze in ogni ambito (cfr. Luce Irigaray, Luce Irigaray: Key Writings, 2004).
Il tuo lavoro tiene conto della realtà? Non rischia di fermarsi alla teoria?
Il mio lavoro suscita entusiasmo quando lo conoscono anzitutto da parte dei più giovani ma provoca anche rigetto, perché tocca la realtà e chiede di cambiarla, di evolversi. Molti discorsi oggi sono fondati sull’ideologia, per di più un’ideologia non adatta al presente. Sono ascoltati dalla gente già convinta, su cui esercitano una sorta di seduzione e repressione morale che si propaga come ciò su cui conviene accordarsi. Sono sostenuti dai mass media perché incontrano il successo di un rumore che si comunica, di cui si parla ma che non chiede lo sforzo di un cambiamento, per prima di se stessi. Sono discorsi abbastanza formali e conformisti che tuttora pretendono dì imporre la loro legge su un pensiero più vicino alla realtà come quello che si preoccupa di differenza sessuale. Una realtà difficile da negare!
Dunque tu non rinunceresti alle tue posizioni, nonostante le recenti polemiche fra posizioni rispetto all’eguaglianza e quelle che si confrontano con la differenza?
Non so il tutto su questo. Non posso nemmeno essere responsabile di tutte le proposte che si fanno ormai in nome della differenza. Ma senza dubbio resterò fedele al mio pensiero, qualsiasi siano le resistenze che incontro, qualsiasi le violenze che patisco a causa di esso. Penso che il mio pensiero non è ancora bene capito da certi o certe, ma anche che certi o certe si impegnano perché sia così. È un peccato! Perché oltre al fatto che questo pensiero è necessario per passare ad un’altra tappa della cultura, è indispensabile per cambiare i nostri atteggiamenti, fra l’altro amorosi, nei confronti dell’altro, di ogni sorta di altro.
Poco tempo fa ci ha lasciato Renzo Imbeni, con cui tu hai collaborato fra l’altro quando era vice presidente del Parlamento Europeo. Da questo incontro sono nati due dei tuoi libri, La democrazia comincia a due e Amo a te. Potresti rievocare questo personaggio importante e la tua collaborazione con lui?
La mia stima per Renzo Imbeni è nata dalla sua capacità di mettere in pratica le sue convinzioni senza attenersi a belle parole. Renzo Imbeni è il solo che mi ha salutata dopo il mio intervento all’ultimo congresso del P.C.I. Mi ha affidato la gestione delle serata dedicata alla sua elezione al Parlamento Europeo malgrado la resistenza di persone del suo partito, come racconto nel Prologo di Amo a te. Ha anche accettato di lavorare insieme a me al Progetto di codice di cittadinanza nell’ambito del Parlamento Europeo, come spiego in La democrazia comincia a due. Un uomo di una simile onestà e convivialità, non si incontra spesso, neppure di una simile disponibilità. Anche qui temo che molti e molte non hanno capito bene il senso e lo scopo della nostra relazione: dedicata a una democrazia fondata sulla differenza.
Paola De Carolis
Reni più piccoli del normale, anomalie nel sangue che fanno pensare a un serio attacco al sistema immunitario, possibilmente a un tumore. E’ la prova che alcuni alimenti geneticamente modificati ( Ogm) possono a lungo termine essere nocivi all’ organismo? Se lo chiede il giornale britannico Independent on Sunday pubblicando stralci di un rapporto segreto preparato per il gruppo Monsanto su un tipo di mais ogm che potrebbe presto essere introdotto sul mercato europeo. I topi di laboratorio alimentati con Mon 863, un mais cui è stata aggiunta una tossina per renderlo più resistente, hanno mostrato di avere problemi fisici che secondo diversi esperti sono « estremamente preoccupanti » . « Sono risultati che sembrano indicare un grosso problema al sistema immunitario – ha detto all’ Independent Malcolm Hooper, docente di chimica all’ università di Sunderland – . Se avessi dati come questi davanti a me concluderei che assolutamente non si può dare il nullaosta affinché questo prodotto arrivi ai consumatori » . Ugualmente allarmato Michael Antoniu, professore di genetica molecolare alla scuola di medicina del Guy’ s Hospital di Londra: « Da un punto di vista medico – ha detto – questi risultati sono estremamente preoccupanti. Sono rimasto molto sorpreso dalla quantità di anomalie rilevate » . Per la Monsanto, che non vuole rendere pubblico il rapporto perché « contiene informazioni commerciali riservate che potrebbero essere utilizzate dalla concorrenza » , nei risultati dello studio, lungo 1.139 pagine, non c’ è nulla di sorprendente. Le anomalie nei topi, ha detto un portavoce all’ Independent on Sunday , non hanno significato e rispecchiano le normali variazioni all’ interno di un gruppo di tale entità. « Se veramente sono tanti gli esperti che hanno dubbi sulla credibilità dei nostri studi avrebbero dovuto esprimerli alle autorità competenti. Dopotutto il Mon 863 non è nuovo. Nove organizzazioni mondiali, dal 2003 ad oggi, lo hanno definito sicuro quanto il mais convenzionale » . Venerdì scorso Gran Bretagna e nove altri paesi europei hanno votato a favore dell’ introduzione del mais transgenico, sen za però che sia stato raggiunto il quorum necessario per assicurare luce verde. Secondo l’ Independent on Sunday , diversi esponenti del governo sono « talmente preoccupati dai ritrovamenti che hanno chiesto ulteriori informazioni » . Il giornale cita anche Beatrix Tappeser, consulente del governo tedesco sugli ogm, secondo la quale « andrebbero svolte altre verifiche per avere la coscienza a posto » . L’ Europa rimane uno dei principali ostacoli alla diffusione degli ogm, un mercato che globalmente vale secondo gli esperti circa 4,2 miliardi di euro l’ anno. Nei paesi Ue l’ opposizione non accenna a diminuire. Stando a una conferenza organizzata la settimana scorsa al Parlamento di Bruxelles dall’ Assemblea delle Regioni d’ Europa, sono una su tre le Regioni che chiedono di restare « ogm free » . Negli Usa la situazione non potrebbe essere più diversa. Secondo alcune stime il 75% dei cibi pronti sul mercato statunitense contiene ingredienti transgenici. Il primo grosso allarme in Europa sulla sicurezza degli ogm era giunto nell’ agosto del 1998, quando Arpad Pusztai, del prestigioso Rowett Research Institute di Aberdeen, in Scozia, aveva annunciato che topi nutriti con patate geneticamente modificate avevano riportato problemi al sistema immunitario e accusato un rallentamento della crescita. Era un momento molto delicato per il governo di Tony Blair, che stava cercando di dare al Regno Unito un ruolo portante nella rivoluzione delle biotecnologie. Sembra che due telefonate da Downing Street siano bastate a costringere al silenzio Pusztai, nonché a rovinare la sua carriera.
Negli Usa e in Europa il governo delle imprese e il sistema politico sono stati accomunati dalla stessa logica «inclusiva» che ha però accresciuto il potere delle élite politiche e manageriali. Un sentiero di lettura sulla crisi della democrazia a partire dall’implosione del modello imprenditoriale della new economy
Christian Marazzi
Gli scandali che circondano la gestione delle grandi società quotate in borsa a partire dal 2000 non sono incidenti di percorso di un capitalismo dominato dalla finanza di mercato. Sono, al contrario, la manifestazione evidente di contraddizioni che sono al cuore stesso di un regime di crescita finanziarizzato. E’ questa la tesi che Michel Aglietta e Antoine Rebérioux sviluppano in Dérives du capitalisme financier (Ed. Albin Michel), un libro che ha origine in una ricerca collettiva per conto del «Commissariato generale del Piano francese», iniziata nel 1999 quando imperversava l’ideologia della new economy, e diffuso per la prima volta nel 2001, un mese prima dell’esplosione dello scandalo Enron. Si tratta di uno studio rigoroso in cui gli autori, oltre a smontare la dottrina della sovranità azionariale (shareholder value) e i suoi effetti perversi sulla governance d’impresa, propongono una serie di riforme di democrazia economica «per rimettere il capitalismo contemporaneo sulla via del progresso sociale». Nell’analisi del capitalismo finanziario contemporaneo centrale è la crisi della sovranità degli azionisti come espressione dell’impossibilità di esercitare il controllo democratico dall’esterno dei processi produttivi. La liquidità dei mercati finanziari e lo sviluppo del risparmio gestito dai Fondi pensione e d’investimento con l’unica preoccupazione di massimizzare la rendita finanziaria, rendono del tutto illusorio il controllo delle imprese da parte degli azionisti. Questa contraddizione, tale per cui i proprietari di capitale (gli azionisti) non controllano le imprese in cui hanno investito la loro liquidità, e quindi lasciano ampi margini di manovra ai manager dirigenti, fu descritta per la prima volta da Berle e Means in The Modern Corporation and Private Property, pubblicato nel 1932.
Un’ideologia partecipativa
Aglietta e Rebérioux attualizzano l’analisi di Berle e Means alla luce delle trasformazioni dei modi di produrre che hanno fatto dell’impresa il luogo privilegiato della cooperazione lavorativa. L’impresa postfordista, nelle sue dimensioni tecnologiche, finanziarie, cognitive e organizzative, è per sua natura collettiva, «partenariale», e quindi non è un oggetto di diritti di proprietà. Ne consegue che centrale nella governance d’impresa non è più il controllo, bensì la formazione di un interesse collettivo che si esprime in una finalità riconosciuta e accettata dai soggetti della cooperazione produttiva. Questo esito democratico dovrebbe tradursi ugualmente nella gestione del risparmio collettivo, in modo da ridurre l’instabilità macro-finanziaria che sottende il capitalismo contemporaneo.
L’idea della democrazia economica come superamento delle contraddizioni poste in essere dalla logica della proprietà privata e del controllo esterno da parte degli azionisti dei processi di creazione della ricchezza sociale, merita di essere approfondita.
L’instabilità e la fragilità che minano alla radice la dottrina della «sovranità azionariale» e il concetto di democrazia su cui poggia, sono strutturali: «Il principio costitutivo di questa dottrina è di coniugare liquidità e controllo. Ora, la liquidità suppone precisamente una presa di distanza. E’ sinonimo di esteriorità». Affinché la liquidità possa esistere è necessario che la proprietà non abbia alcuna relazione con il suo proprietario. Niente sarebbe liquido se il valore assegnato dipendesse dalla capacità, dallo sforzo o dalla volontà del proprietario. «Il marmo cesserebbe di essere facilmente vendibile – scrive Berle nel 1963 – se il suo valore dipendesse dalla sua relazione con lo scultore».
Ne consegue che più si privilegia, come nel capitalismo contemporaneo, l’interesse degli azionisti, più la gestione delle imprese deve essere fatta nel nome di una esteriorità (il mercato finanziario). Questo processo contribuisce a deresponsabilizzare il potere manageriale, col risultato, tra altri, che il rapporto tra la remunerazione media dei più alti dirigenti delle grandi corporation americane rispetto al salario operaio medio è passato da 85 nel 1990 a 400 nel 2004. L’inefficacia del controllo azionariale esterno (che è esterno in virtù della natura liquida del capitale) è duplice: rafforza l’autoreferenzialità dei mercati finanziari (bolla speculativa), destabilizza la cooperazione delle forze produttive (ristrutturazioni, fusioni, delocalizzazioni).
Il salariato che è contemporaneamente dentro i processi produttivi, come operaio, e fuori, come risparmiatore, ben esemplifica la contraddizione del capitalismo finaziario: come risparmiatore, i cui fondi pensione sono investiti in borsa, ha interesse al miglior rendimento dei suoi investimenti, ma come operaio subisce direttamente gli effetti della finanziarizzazione, mettendo a repentaglio il suo salario e il suo posto di lavoro. In questo gioco autodistruttivo tra dentro e fuori, alla fine gli unici a guadagnarci sono i manager, quella «aristocrazia venale» indifferente sia alla sorte dei lavoratori sia, in ultima istanza, a quella degli azionisti.
Le proposte di democrazia economica avanzate da Aglietta e Rebérioux, nella forma di una effettiva rappresentanza dei salariati nei consigli d’amministrazione (sul modello svedese o tedesco, in cui i salariati hanno diritti equivalenti a quelli degli azionisti), e nella forma di piani di risparmio salariale e di risparmio-pensione gestiti politicamente nell’interesse della collettività (socializzazione dei rischi), hanno quale comun denominatore l’obiettivo di interiorizzare il controllo, di superare quella esteriorità della «proprietà liquida» che è la causa principale della crisi del capitalismo finanziario. L’idea è quella di una democrazia inclusiva basata sul concetto di prorietà sociale del capitale emergente dalla natura cooperativa e collettiva dei processi di creazione della ricchezza.
Pratiche di relazione
Per quanto condivisibile sul piano logico e formale, vi è più di un motivo per essere scettici di fronte a questa concezione economica della democrazia. Le contraddizioni del capitalismo finanziario vengono gestite per estensione dei medesimi processi che hanno portato alla crisi della new economy. Si pensi, ad esempio, ai processi di outsourcing planetario che hanno fatto seguito alla crisi della new economy, processi tendenti appunto a includere spazi di valorizzazione relativamente esterni, con effetti devastanti per il salario e l’occupazione nelle economie occidentali, per non parlare delle derive antidemocratiche, come la guerra, che di questi processi sono il corollario.
La domanda che ci poniamo è se sia ancora possibile, o comunque sufficiente, ragionare sulla democrazia utilizzando la categoria politica dell’inclusione, o se invece non sia preferibile partire dalle forme di soggettività che questo stesso capitalismo ha determinato. Da questo punto di vista i comportamenti soggettivi delle donne nel sistema economico postfordista, che ha fatto di tutto per interiorizzare e mettere a valore le competenze comunicativo-relazionali femminili maturate nella sfera riproduttiva, permettono di sviluppare un concetto di democrazia basato sulla differenza, piuttosto che sull’inclusione.
«Il problema fastidioso per il business non è trovare talenti femminili, ma trattenerli», scrive Laura D’Andrea Tyson, decano della London Business School (Business Week, 28 marzo). Il problema di come «trattenere la differenza» all’interno di un universo produttivo, in cui il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro tende a superare quello maschile, è oggetto di un’indagine apparsa sul numero di marzo della Harvard Business Review da cui emerge come le donne abbiano un rapporto col lavoro decisamente diverso da quello degli uomini. La differenza è particolarmente marcata tra le donne con qualifiche professionali elevate, e riguarda il rapporto delle donne col potere, con la leadership, con la carriera. Molte donne interrompono la loro attività, mettendo a repentaglio carriera e reddito, non solo per accudire i figli, ma sempre di più per autovalorizzarsi, per combattere la noia e la frustrazione del lavoro con la riappropriazione di spazi e di tempo per sé («It’s boring at the top for female executives», titolava un recente articolo del New York Times).
La questione non è risolvibile con il solo aumento della rappresentanza delle donne ai vertici del mondo economico (che le vede comunque rappresentate per un solo 2% nelle prime 500 compagnie americane). E non è neppure circoscrivibile alle sole donne altamente qualificate, come dimostrano due preziose ricerche apparse in Italia (Le parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordsimo, a cura di Adriana Nannicini, DeriveApprodi; Parole che le donne usano nel mondo del lavoro oggi, Quaderni di Via Dogana, il manifesto del 23/05/05).
Il lavoro della differenza
Si tratta, piuttosto, del «lavoro della differenza», di quello scarto, o «eccedenza», irriducibile alla sola dimensione economica e alle misure di «democrazia inclusiva» che già abbiamo visto all’opera nella fase ascendente della new economy con l’uso delle stock options per trattenere competenze e creatività della forza-lavoro. Peter Druker, in Il management della società prossima ventura (Etas) ricorda che «le aziende che si sono spinte maggiormente in questa direzione hanno avuto il turnover più elevato. E’ incredibile quanto sono numerosi gli ex dipendenti Microsoft che mi è capitato di incontrare. Gli ex dipendenti della Microsoft odiano l’azienda, perché si rendono conto che essa offrì loro solo del denaro. Inoltre si rendono conto che il sistema di valori aziendale è unicamente finanziario, mentre essi si considerano professionisti, con un sistema di valori diverso».
L’ultimo libro di Richard Florida, The Flight of the Creative Class. The New Global Competition for Talent (HarperBusiness, 2005), si occupa, non a caso, della fuga dei knowledge workers americani verso altri paesi, una scelta difficilmente spiegabile sulla base dei soli differenziali salariali. La democrazia che andiamo cercando deve tener conto di quell’attivo sottrarsi, di quella resistenza della differenza, di quella esteriorità vitale, capace di innovazione di forme di vita e di valorizzazione. La democrazia è lo spazio del «dentro e fuori» abitato dalla pluralità di differenze.
I “seminari motivazionali come strumenti per umiliare i i dipendenti
Robin Corey
Un buon punto di partenza per indagare l’uso intimidatorio della paura nell’America contemporanea è il posto di lavoro, perché è lì – nelle pratiche di assunzione e licenziamento, promozione e retrocessione scarsamente regolamentate; nell’intimità coartata e coercitiva tra datore di lavoro e dipendente, tra controllore e controllato – che la paura produce un effetto particolarmente tossico. Nonostante il fatto che gli americani adulti trascorrano al lavoro la stragrande maggioranza delle proprie ore di veglia e nonostante il fatto che la stampa economica ammetta apertamente che “dal luogo di lavoro la paura non è mai assente nè mai deve esserlo” e che “la paura può essere un potente strumento a disposizione del management”, il lavoro rimane un’enorme terra incognita, resa inaccessibile al pubblico scrutinio dalle alte mura della legge e dell’indifferenza politica. I datori di lavoro e i dirigenti non agitano minacce di licenziamento, declassamento e altre sanzioni perché siano crudeli, ma perché credono, come scrive il fondatore della Intel Andrei Grove nel libro Oniy the Paranoid Survive, che la paura alimenti il ritmo febbrile dell’industria contemporanea e che essa sia un elemento essenziale della nostra economia politica La paura sul posto di lavoro crea un ordine sociale interno che può essere senza esagerazione descritto come feudale, un mondo più premoderno che postmoderno, il cui vero teorico non è Karl Marx nè Adam Smith, ma Joseph de Maistre.
Si consideri l’esperienza di un gruppo di lavoratrici dello stabilimento della Nabisco a Oxford in California, dove viene prodotta la salsa per le bistecche A-1 e tutta l’offerta mondiale di senape Grey Poupon. In una causa intentata nel 1995, queste lavoratrici denunciavano il fatto che i capi impedissero loro continuamente di andare in bagno. Dovendo scegliere tra orinarsi addosso e la minaccia di tre giorni di sospensione per visite al bagno non autorizzate, le lavoratrici scelsero di indossare i pannoloni, ai quali però presto dovettero rinunciare a causa dei costi, passando agli assorbenti e alla carta igienica che, se intrisi di urina, pongono seri rischi sanitari. E infatti numerose lavoratrici finirono per contrarre infezioni alla vescica e alle vie urinarie. (Venuto a conoscenza della loro condizione, il commentatore conservatore R Emmell Tyrrell Jr. consigliò loro di indossare gli speciali pannoloni utilizzati a New York dai cavalli delle carrozze di Central Park). Fu solamente nell’aprile del 1998 che, su pressione dei sindacati, il Governo federale affermò con terminologia confusa che i datori di lavoro dovevano concedere ai dipendenti il “tempestivo accesso” al bagno. La legge è stata da allora elusa più volte.
Nel settore privato, l’intimidazione e lo spionaggio coesistono con finte celebrazioni dell’individualismo, quando in realtà i dipendenti, temendo di perdere il proprio lavoro, vengono costretti a minuziose recite collettive di falsa bonomia e lealtà nei confronti dell’azienda. Gli effetti sono spesso umilianti e avvilenti. La Nyntex, dopo aver tagliato il numero dei dipendenti a metà degli anni Novanta, obbligò i propri Mba e tecnici specializzati a partecipare a un ritiro di tre giorni, nel corso del quale vennero incoraggiati a scoprire la propria creatività, saltellando in vario modo per una stanza. Alcuni saltellarono su una gamba sola, altri su due, altri ancora alzando le mani, e un uomo coprendosi un occhio con la mano. Secondo uno dei partecipanti, “i capi dicevano cose del tipo “guardate come siete creativi, quanti modi di saltare per la stanza sapete inventare”. E non ci fu nessuno che si rifiutò di farlo… nessuno”.
Il dirigente del settore marketing di un network radiofonico, che aveva subito un’analoga ondata di licenziamenti, ricorda come, in occasione di un seminano motivazionale, un consulente del management consegnò ai dipendenti delle pistole ad acqua dicendo di spruzzarsi gli uni addosso agli altri – per aiutarli a entrare in contatto con la parte più giocosa del loro io. “C’erano tutti questi quadri chi correvano di qua e di là, schizzandosi acqua addosso”, dice. Dopo avere inizialmente pensato di non partecipare, ritornò sulla sua decisione, chiedendosi: “Se non mi metto a giocare con le pistole ad acqua, licenzieranno anche me?”. Inoltre, secondo quanto sostiene, questi giochi facevano sentire “estremamente a disagio professionisti seri, sia uomini sia donne. In molti ci sentimmo a disagio, imbarazzati, poco disposti a partecipare, eppure continuammo. Era come se tutto fosse pensato per spezzarti dentro. Penso fosse un modo per umiliarci. Dopo un’ondata di licenziamenti alla Bank of America, i vertici aziendali istituirono un programma volontario di “adozione” di un bancomat. Al programma aderirono 2.800 dipendenti, che pulivano fedelmente il bancomat e lo spazio circostante – fuori dall’orario di lavoro e senza ricevere straordinari – semplicemente per salvare il posto di lavoro.
Interpretando la paura come facciamo oggi, come reazione collettiva a minacce di carattere non politico, come strumento di rigenerazione morale e spirituale della società, oppure reagendo esclusivamente agli oggetti della paura di origine estrema, ignoriamo o minimizziamo queste forme quotidiane di paura che rafforzano un ordine morale repressivo, limitano la libertà e creano e perpetuano disuguaglianza.
Filosofia e romanzi, nell’opera a due versanti di Iris Murdoch la stessa scommessa artistica e politica, il lavoro dell’immaginazione che salva la realtà e apre a nuovi esiti. Come nel libro «Sotto la rete»
Luisa Muraro
Iris Murdoch (1919-1999) fu filosofa e romanziera di lingua inglese. Non è vero quello che si è raccontato di lei, che prima fu filosofa e che poi, pentita, sarebbe passata alla letteratura. L’errore è dovuto, credo, alla circostanza che la prima cosa da lei pubblicata, nel 1953, fu un saggio su Sartre, mentre il suo primo romanzo, Under the Net (da poco uscito in italiano, Sotto la rete, trad. di Argia Micchettoni, Rizzoli), apparve un anno dopo. Ma negli anni quaranta lei aveva già scritto due o tre romanzi, senza fortuna editoriale. Iris ha «sempre» scritto romanzi e ha «sempre» pensato, parlato e scritto di filosofia, voglio dire che non c’è un inizio separato per le due scritture, quella narrativa e quella ragionante, e neanche una fine. Io le vedo come i due versanti di un’unica pratica segreta. Ma, attenzione, sono versanti asimmetrici, tant’è che chi legge i suoi romanzi può tranquillamente ignorare gli scritti di filosofia, mentre non vale il viceversa, vedremo perché. I lettori-lettrici del manifesto, sicuramente ricordano la bella recensione che Graziella Pulce ha dedicato a Sotto la rete («Le palline di Iris», Alias 12 marzo). Il testo finisce parlando di una stagione, culturale e storica, che si annunciava irriconoscibile a se stessa e intimamente discorde. Queste ultime parole caratterizzano anche il pensiero di Iris e forse la sua stessa personalità. Di ciò parla l’asimmetria che dicevo. La incarna anche la «coppia» protagonista di questo romanzo, Hugo che insegue la haecceitas (il qui-ora della realtà individua) come unica verità possibile ma indicibile, e Jake, che ammira Hugo ma lo fugge così come fugge dalla contingenza («I hate contingency»). Nei romanzi successivi non troveremo più una così appariscente intrusione della filosofia come in questo romanzo, fin dal titolo (una citazione di Wittgenstein), ma la presenza di coppie di contrari che s’incalzano senza arrivare ad alcuna sintesi, questa resta una caratteristica dell’opera di Iris Murdoch, romanzi compresi. Anzi, i romanzi danno a quest’ambiguità un diritto di città che la filosofia non offre volentieri.
L’erronea credenza che ho citato in apertura, ha qualcosa di vero, dunque, e cioè che c’è un punto in cui, per Murdoch, la filosofia s’interrompe e bisogna mettersi a pensare in un altro modo. La fiction, per Iris Murdoch, è lavoro dell’immaginazione che salva la realtà, perché, mentre ci fa uscire dalla rete delle generalizzazioni, ordinatrice del reale ma sostanzialmente vuota, ci aiuta a non perderci nella casualità delle nostre vite. Di noi si tratta, infatti, della nostra lotta contro l’irrealtà, e di metterci praticamente in condizione di vedere gli altri, vedere che sono reali, per essere reali noi stessi. La scoperta della realtà degli altri è l’esito della vicenda di Jake in Sotto la rete: «Anna really existed», egli si dice alla fine, così come scopre che esisteva anche il taciturno e servizievole Finn. Lo scopre nel momento in cui, con sorpresa, non se lo ritrova più al fianco. Dov’è finito? Dove sempre gli aveva detto che voleva andare, nella sua Irlanda cattolica, senza ottenere il minimo credito da parte di Jake, ancora troppo involto in se stesso.
Devo avvertire che questa mia lettura del romanzo non sembra condivisa da chi lo legge senza preoccupazioni filosofiche, a giudicare almeno dalle recensioni. Io lo leggo come un romanzo del moral change, del cambiamento morale (tipo Resurrezione di Tolstoj, fatte le debite, cospicue, differenze). Qualche recensione, è vero, parla di romanzo di formazione, e Graziella Pulce vede bene che la caotica trama non si sviluppa a caso, poiché tutto comincia con la fuga di Jake da Hugo. Ma nessuno parla di un progresso morale per la storia di Jake. Fa eccezione Antonia Byatt, in una recensione che risale al 1965, guidata non a caso anche lei dagli scritti filosofici.
Penso che questa discrepanza nelle diverse letture del romanzo, debba restare non sanata. C’entra, infatti, quella che ritengo una scommessa che sottende l’opera di Iris Murdoch, riguardante la libertà, una scommessa artistica e politica insieme che deve restare aperta.
Negli scritti filosofici, lei non si sofferma molto ad esporre la propria idea della libertà mentre insiste nel criticare le concezioni correnti. Critica quella liberale (della filosofia analitica inglese) perché immiserisce la libertà riducendola a un giro di shopping, trova che quella esistenzialista sia enfaticamente fissata sulla «scelta», mentre a quella hegeliana e marxista rimprovera l’orrore per la contingenza e la rincorsa della cosiddetta «necessità storica». Ma questa sua apparente reticenza, secondo me, è una schivata, paragonabile alla mossa che fanno gli animali inseguiti per uscire dalla traiettoria dei predatori. Così lei fa con la sua filosofia della libertà, che è nuova nel panorama della storia delle idee, come tutta la sua filosofia, secondo me. La sua idea della libertà la troviamo spostata sul terreno della sua esperienza di lettrice e scrittrice, sotto forma di un problema che le è peculiare, quello della creazione di personaggi che siano liberi, liberi nel loro mondo inventato e, ancor più (ma le due cose si tengono), indipendenti dall’autore che li ha creati. Oltre che scrittrice, Iris fu anche grande lettrice di fiction; fra i suoi autori prediletti, ci sono Shakespeare, Jane Austen, George Eliot, Tolstoj, Proust. Uno può pensare che, in questo elenco, George Eliot sia il nome che non c’entra e perciò da depennare, come si fa in certi giochi della «Settimana enigmistica». Iris non è d’accordo e la sua replica è quanto mai illuminante. In polemica con il poeta Eliot, scrive con accento insolitamente vivace: è imperdonabile che lui emetta un giudizio negativo su George Eliot, una scrittrice che «mostrò la quasi divina capacità di rispettare e amare i suoi personaggi al punto da farli esistere come esseri separati e liberi». (Cito da Esistenzialisti e mistici, in corso di stampa presso il Saggiatore.)
La nostra domanda allora è questa: quale rapporto fra l’arte di creare simili personaggi e la libertà, intesa come realizzazione di umanità e principio politico? Risponde la filosofa che una società che può produrre grandi romanzieri e apprezzarli, è una società nella quale fioriscono l’amorevole tolleranza (a lei non basta dire «tolleranza») e il rispetto per l’esistenza di altre persone anche molto diverse da sé, con tutto ciò che questo implica di libertà interiore. È una risposta importante, ma il nesso tra le due libertà si può formulare, proprio in base al suo pensiero, anche in altra maniera, meno realistica, non mediata dalla figura sociale del romanziere, una maniera più diretta e simbolica che consiste nel fare del lavoro dell’immaginazione, per se stesso, un agire morale e politico che, come una vera e propria schivata, ci fa esistere altrimenti e altrove, fuori dalle traiettorie del potere che ci condiziona da fuori e da dentro.
Chi ha visto il film di Abdellatif Bechiche che porta proprio questo titolo, La schivata (L’esquive), non ha difficoltà a intendere ciò che dico. Il film, ambientato nella cintura parigina, in un quartiere d’immigrati arabi, racconta i conflitti amorosi e amicali di un gruppo di adolescenti, maschi da una parte, femmine dall’altra, impegnati a mettere in scena una pièce di Marivaux. Il film è esso stesso una schivata, dell’autore che non si dedica a denunciare come si vive nelle periferie del mondo, e racconta invece una storia di giovanissimi, dove anche per loro si tratta di non farsi trovare sulla traiettoria di chi o di ciò che può schiacciarli o annullarli, dalla polizia ai luoghi comuni. Così, messi fuori da ogni stereotipo, quello razzista e quello militante della sinistra, noi li vediamo esistere realmente.
È la scoperta di Jake, nel corso del suo cammino a zigzag. Per Iris Murdoch questa scoperta – che gli altri esistono – è libertà, e l’arte di farli esistere, nel nostro sguardo, nel nostro cuore, così come sulle pagine di un romanzo o nelle immagini di un film, è «lotta per la libertà»: la mia, la loro. L’arte di creare personaggi liberi diventa così figura del lavoro simbolico che ci rende liberi (la pratica segreta di Iris…) ed è, insieme, via concreta di questo cambiamento, il lavoro dell’immaginazione essendo il modo per uscire dalle traiettorie più prevedibili. Prevedibili da chi? Dal potere, ho scritto sopra. Ora aggiungo, ed è quasi la stessa cosa: e da noi stessi con le nostre fissazioni e con la povertà delle nostre rappresentazioni. Uscirne per fare posto ad altro, agli altri, fra i quali uno, una potrà riconoscere anche se stessa per una specie di libera alienazione di sé.
di Stefano Vinti
Anghiari era per me un luogo sconosciuto. Ne ho sentito parlare per la prima volta durante l’ultimo week end uomini organizzato ad Agape lo scorso aprile. Ho anche impiegato un po’ di tempo ad assimilarequesto nome, che inizialmente storpiavo in continuazione.
Sono stato ad Anghiari.E’ un paesino molto bello, vicino ad Arezzo. Vi è una struttura, il castello di Sorci, sede della LiberaUniversità dell’Autobiografia, dove si svolgono incontri di percorsi basati sull’autobiografia.
Ora Anghiari ha acquistato un significato: rappresenta il luogo dove per tre giorni (2-4 settembre 2005) venticinque uomini e donne, equamente suddivisi/e per genere e per il secondo anno consecutivo, si sono ritrovati e ritrovate con l’intenzione di incontrarsi.
La maggior parte degli uomini presenti, alcuni dei quali omosessuali dichiarati, venivano da esperienze di percorsi maschili di gruppo o avevano partecipato a incontri di soli uomini sulla maschilità, come quelli che si svolgono da cinque anni in primavera ad Agape (Prali). La maggior parte delle donne presenti, una sola omosessuale dichiarata, veniva da esperienze analoghe di gruppi donne. Specificoquesto (e anche la rappresentanza omosessuale) perché non credo che ciò sia casuale.
Il tema dell’incontro era “il potere e la seduzione”: ma questo lo abbiamo scoperto solo sul posto.
Probabilmente, quindi, la molla principale che ci ha portato ad Anghiari è stata un’altra: la curiosità di scoprire se, e in che modo, fosse possibile affiancare ai percorsi di genere, che tanto hanno significato e continuano a significare per molti di noi, un percorso misto. Un percorso in cui le persone diverse (anche)nel genere provano a confrontarsi e mettersi in gioco.
Sono diversi anni ormai che sto imparando a riconoscere i segnali che il mio corpo mi manifesta, accettandoil mio lato emotivo, irrazionale, che ha sede più nelle mie viscere che nella mia testa. Non cercheròquindi qui di raccontare razionalmente quello che è avvenuto in questo incontro: quello che posso cercare di dire è che mi ha segnato, che è importante che sia avvenuto e perché.
Una cosa che sicuramente, io maschio, ho capito attraverso questa esperienza è (almeno apparentemente)un’ovvietà: affrontare il “problema” del confronto con il femminile cambia totalmente in presenzadelle donne. Un conto è parlare tra soli maschi e un altro è provare a farlo con delle donne. Eprima o poi ci dobbiamo (ri)provare.
Una domanda aperta che mi porto via è invece: perché sono dovuto andare fino ad Anghiari per poter “incontrare” le donne? Perché non mi è venuto in mente di farlo, ad esempio, in casa mia, con la donna con la quale condivido la mia e sua esistenza?
Il percorso maschile che ho vissuto negli ultimi sette anni è stato separato per genere e teso ad una ricerca e ridefinizione della identità maschile mia e degli uomini presenti in questa storia. La necessità di avviare questo processo è risieduta anche (forse soprattutto) nelle donne che ho incontrato nella mia vita. Donne che, nel bene e nel male, mi hanno segnato, determinato e anche insegnato, ad esempio la strada della valorizzazione delle emozioni. Donne che a un certo punto mi hanno emarginato (da cui mi sono sentito escluso) dalle relazioni che tra loro intessevano in forma esclusiva; che mi attribuivano un’immagine di maschio in cui non mi riconoscevo e che non sapevo, però, ridefinire.
Andando ad Anghiari probabilmente pensavo di re-incontrarle: invece ho solo dialogato con le loro “fantasme”, le immagini delle donne della mia vita. L’ho fatto comunque in modo diverso: a partire da una coscienza di me che in passato non avevo avuto. E soprattutto ho trovato (sorprendentemente?)
delle (altre) donne disposte a incontrarmi come maschio. Ora le fantasme sono meno reali.
Seminario “Il lavoro nella quotidianità. La quotidianità nel lavoro”
Venezia, 18-19 aprile 2005
Anna M. Ponzellini (Università di Bergamo)
VERSIONE PROVVISORIA
Tuttavia, quando abbandoniamo il (consolante) approccio descrittivo delle “buone prassi”, il panorama che, soprattutto in Italia, ci offre la rilevazione quantitativa di tali esperienze appare estremamente preoccupante. Sono infatti pochissime – non oltre il 3%, secondo una stima avanzata da una indagine sulla contrattazione aziendale – le aziende dove negli ultimi anni sono state introdotte norme sul lavoro classificabili, anche in senso lato, come misure favorevoli alla conciliazione.
Nel paper si propone di trovare spiegazioni al mancato, o comunque insufficiente, riscontro nella esperienza contrattuale – e, più in generale, nella esperienza delle relazioni tra organizzazioni sindacali ed imprese – di bisogni sociali che pure, dal momento dell’ingresso di massa delle donne nel mercato del lavoro, sono diventati evidenti ed urgenti. Una carenza che potrebbe addirittura costituire la ragione della scarsa propensione delle lavoratrici italiane – in controtendenza rispetto al resto d’Europa – ad iscriversi al sindacato.
Per fare questo, si fa un’analisi delle oggettive difficoltà delle parti sociali – in particolare, del sindacato – a regolare contrattualmente e estendere all’insieme del mondo del lavoro esigenze differenziate, mutevoli nel tempo e “costose”, come quelle di cui sono portatori e portatrici i dipendenti con responsabilità familiari e di cura. Ipotizza però anche la possibilità che le relazioni industriali che conosciamo siano – per tradizione, cultura e struttura – inadatte a recepire e a tradurre in regole contrattuali questi nuovi bisogni, al di fuori di un percorso di reale innovazione.
Tra vita e lavoro: strategie differenziate ed equilibri mutevoli
Lo specifico equilibrio tra lavoro e vita che ciascuno immagina per sé è molto diverso tra persona a persona: dipende dal carico delle responsabilità familiari, dall’età dei figli, dalla distribuzione dei ruoli in famiglia, dal grado di investimento nella realizzazione professionale, dalla situazione dei servizi sul territorio, dalle reti familiari e di vicinato ma anche da aspetti meno razionali e meno facili da analizzare – eppure con potenti influenze sulle scelte esistenziali – come il sistema di valori di riferimento. Per le donne in particolare, nella scelta della modalità con cui partecipare (o non partecipare) al mercato del lavoro, oltre alle consuete variabili socio-economiche, sembra avere un grande peso l’ideologia della maternità.
Una ricerca empirica americana ha recentemente tentato di ricostruire le diverse strategie delle donne nell'”equilibrare e intrecciare” (balancing and weaving) il lavoro con la famiglia anche alla luce della variabile “ideologia” e non solo ha evidenziato quanto siano diversificate le combinazioni possibili dei diversi fattori che sono coinvolti nelle scelte – reddito, ore lavorate, ore dedicate personalmente alla cura, ore di cura condivise col partner, ore di cura acquistate sul mercato o ottenute dai servizi pubblici, etc. – ma anche quanto poco l’equilibrio raggiunto risponda ad un razionale calcolo costi-benefici: per esempio, molte donne decidono di non lavorare o di lavorare solo poche ore anche in presenza di un reddito familiare basso mentre, all’opposto, redditi anche molto elevati dei mariti non sono una ragione per molte donne per rinunciare ad un impiego a tempo pieno…. Tali strategie si rivelano anche poco prevedibili soprattutto perché, come argomenta la stessa ricerca, l’equilibrio è il risultato più che di una scelta decisa una volta per tutte di un “processo decisionale” che si confronta contemporaneamente con aspetti soggettivi, ideologici ed emotivi – l’idea della maternità, il grado di fiducia nella capacità educativa del servizio pubblico o della baby-sitter, la percezione dei propri bisogni economici – ma anche con aspetti oggettivi e pratici – la possibilità di ottenere un lavoro ad orario ridotto, di lavorare da casa, di pagare una baby sitter, di suddividere con il partner il lavoro di cura – che possono cambiare nel tempo (Hattery 2001).
L’evidenza della grande varietà degli equilibri di conciliazione mette in guardia nei confronti dei tentativi di ridurre gli atteggiamenti e le aspettative delle donne con famiglia a modelli sociali preconfezionati e stabili (seppure di straordinario potere esplicativo), come quello che suddivide le donne che lavorano in due semplicistiche macro-categorie, quella delle “self-made women” che vogliono soprattutto realizzarsi nel lavoro e quindi non rinunceranno al tempo pieno e alla carriera e quella delle “grateful slaves” che si sentono soprattutto realizzate nella famiglia e che quindi opteranno per il part time e non si cureranno di fare carriera (Hakim 1996).
L’esistenza di una larga gamma di opzioni negli equilibri tra vita e lavoro può spiegare la scarsa tenuta di modelli di partecipazione delle donne al mercato del lavoro e anche, almeno in parte, la difficoltà ad interpretare con certezza la domanda di riferimento per le politiche di welfare o per le misure aziendali. Più in generale, evidenzia la dubbia efficacia di risposte troppo standardizzate, come sono ad esempio gli orari rigidi degli asili-nido, il part time inteso come “lavoro a metà tempo per le donne”.
Scarse risposte dall’organizzazione del lavoro tradizionale: alcune evidenze empiriche
La domanda di innovazione dei modi di lavorare espressa dalle donne viene spesso descritta genericamente come richiesta di “flessibilità”, ma questa definizione non rappresenta la complessità e la varietà delle esigenze avanzate dalle lavoratrici né, ove ve ne siano, le linee di preferenza su cui si dirige il cambiamento. Molta ricerca empirica condotta negli ultimi anni ci dice che piuttosto che verso specifiche misure flessibili, la domanda di cambiamento si orienta in generale verso il raggiungimento di una maggiore autonomia personale, di una più ampia possibilità di scelta rispetto al “dove”, al “quanto” e al “quando” lavorare (AA.VV.1999). L’obiettivo di fondo di chi ha responsabilità familiari sembrerebbe quello, a partire dalle proprie differenziate preferenze ideologiche, di allargare la gamma delle opzioni organizzative per poter meglio costruire la propria specifica “combinazione di conciliazione”. Non a caso, gli equilibri vita-lavoro che Hattery nel suo lavoro definisce “innovativi” includono una molteplicità di intrecci – personalizzati ed autogestiti – di reddito-spazio-tempo: lavorare molte ore e pagarsi un aiuto in casa, lavorare fuori casa durante il tempo che i figli sono affidati ad un servizio educativo o ad una baby sitter e in casa per il restante tempo, lavorare full time ma in turno diverso dal partner, intraprendere una attività di cura di bambini presso la propria abitazione, etc. (Hattery 2001). In tutti i casi in cui, invece, l’autogestione del tempo resta impensabile, le preferenze delle lavoratrici e i lavoratori con carichi familiari si orientano ricorrentemente verso alcune ben individuate caratteristiche dell’orario di lavoro: orari meno lunghi, possibilmente compatti (senza intervalli) e prevedibili con certezza (Ponzellini, Tempia 2003).
Sfortunatamente, i tentativi di conciliare la famiglia con il lavoro si confrontano ancora oggi in molti luoghi di lavoro con una one-best-way dell’organizzazione della prestazione lavorativa che, com’è noto, ha a suo tempo esteso il modello efficiente della concentrazione spaziale e temporale del lavoro – ovvero il modello della fabbrica – a molti impieghi dove ciò non era affatto necessario (ad esempio, alla gran parte degli impieghi amministrativi, tecnici e creativi). Va un po’ meglio nei settori non raggiunti dal fordismo come quelli dei servizi, dove la grande modularità degli orari di lavoro offre significative opportunità per chi è alla ricerca di un proprio specifico equilibrio vita-lavoro ma dove spesso, al contempo, l’elevata variabilità dei flussi di clientela viene trasferita tout court sul lavoro, attraverso richieste di veloci adattamenti degli orari (straordinari, cambio turni) che entrano in contrasto con i bisogni di conciliazione…
Le poche indagini quantitative sulla introduzione nelle aziende di normative e condizioni di lavoro favorevoli ad un miglior equilibrio tra lavoro e vita confermano questa insoddisfacente situazione generale in termini sia di scarsità delle misure, sia persino di rallentamento del processo di innovazione. Due ricerche attuate congiuntamente da Fondazione Seveso e da Gender sulle misure di conciliazione in azienda – la prima riferita al periodo 1990-96 e la seconda al periodo 1996-2001 – mostrano una incidenza molto bassa delle norme di conciliazione nella contrattazione aziendale. Nella seconda indagine – che ha vagliato ben 1300 accordi aziendali stipulati in tutti i settori produttivi e in tutto il territorio nazionale e raccolti nell’Archivio nazionale del Cnel e in altri archivi locali e settoriali sulla contrattazione aziendale – norme sul lavoro classificabili, anche in senso lato, come misure favorevoli alla conciliazione risultano introdotte solo in 180 aziende. Anche se una manciata di queste misure, quelle più innovative, può essere considerata nel novero delle “buone prassi”, la stragrande maggioranza risulta costituita da norme banali, come l’introduzione di qualche tipo di permesso (in genere, non retribuito) o dell’elasticità in entrata ed uscita per gli impiegati… Quasi assente il telelavoro, pochissime le norme di specifici supporti alle carriere dei caregiver.. Se poi ci riferiamo all’unica raccolta sicuramente completa, quella degli accordi firmati nel settore metalmeccanico in Lombardia tra il 1995-e il 2001, su 480 accordi solo 17 (il 3%) contengono norme o provvedimenti classificabili come misure di conciliazione. Per giunta, nel corso della seconda indagine, il riesame di alcune buone prassi analizzate in precedenza ha mostrato come in molte aziende, nei cinque anni tra le due indagini, tali misure erano state abbandonate a causa dei motivi più vari: difficoltà applicative, problemi economici, turn over dei responsabili aziendali o delle RSU (Ponzellini, Tempia 2003).
Allo stato attuale, dunque, sembra che le aziende non siano in grado di dare risposte efficaci ai bisogni di conciliazione. Da un punto di vista prettamente organizzativo, sono soprattutto due le ragioni ipotizzabili. La prima è che consegnare ai dipendenti una più ampia autonomia nella organizzazione del loro lavoro significa introdurre strumenti per il controllo e la valutazione della prestazione più sofisticati e costosi di quelli attuali, ancora sostanzialmente basati sul tempo di presenza al lavoro. La seconda è che per tutti i lavori che restano “vincolati” (al contatto col cliente, alla macchina, alla presenza di altre persone), allargare le opzioni di presenza attraverso una più o meno spinta modularizzazione degli orari – operazione in via di principio non impossibile – significherebbe rendere il sistema organizzativo molti più complesso da gestire e quindi costoso. Per converso, i vantaggi del poter contare su dipendenti più equilibrati e soddisfatti della propria vita personale non sono ancora entrati nella contabilità dei bilanci aziendali…
Tuttavia, le insufficienze della razionalità organizzativa non spiegano del tutto la persistente “invisibilità” che nei luoghi di lavoro hanno i bisogni dell’altra faccia della quotidianità. Si rende necessario un punto di osservazione meno schematico, che analizzi tutte le fasi del processo di espressione, rappresentanza e negoziazione di questi nuovi bisogni.
Poca “voice” e molta “exit” nella rappresentanza dei bisogni di conciliazione?
Nell’arena delle relazioni di lavoro, il processo attraverso cui un’istanza del lavoratore ottiene una riposta dall’impresa passa per almeno tre stadi: il momento in cui il bisogno si esprime, quello in cui acquista una voce collettiva e viene rappresentato da parte di un sindacato, quello in cui viene negoziato ed ottiene una risposta dal datore di lavoro. Nel caso dei bisogni di conciliazione, finora è stato dato molto risalto alle difficoltà e ai cattivi risultati dell’ultima fase, quella della contrattazione collettiva, ma forse sarebbe utile prestare qualche maggiore attenzione anche alle altre due.
Innanzitutto, la domanda di conciliazione richiede di essere segnalata, resa visibile. In pratica, questo avviene molto raramente nei luoghi di lavoro: perché? E’ stato spesso detto che le donne fanno fatica a rendersi visibili nella società, ad incidere nel contesto politico e anche a “negoziare una cittadinanza nel lavoro” (Gherardi 1995). Forse questa difficoltà non deriva dal fatto che le donne sono disavvezze, o disinteressate, al discorso politico bensì dal fatto che “tutte le domande che riguardano i bisogni personali, la vita affettiva, il benessere psicofisico fanno fatica ad essere ammesse nel discorso politico” (Melucci 1994).
L’esempio di ciò che succede nelle relazioni di lavoro può essere illuminante anche per altri contesti. Quel che si può osservare è che le donne che lavorano – e i maschi a maggior ragione – hanno spesso difficoltà ad esprimere nei luoghi di lavoro i bisogni che riguardano la loro vita personale e familiare. Un effetto di scoraggiamento viene direttamente dalla cultura delle imprese: è noto, per esempio, che le donne che occupano posizioni professionalmente importanti o che comunque hanno ambizioni di carriera parlano pochissimo della loro vita personale e famigliare, in quanto hanno capito che è controproducente per il loro successo professionale mostrare una immagine di sé che non sia del tutto committed al lavoro. Ma ci sono anche altri effetti di scoraggiamento più ambigui, che fanno sì che la domanda di conciliazione sia difficile da esprimere anche tra lavoratori e al sindacato. Come abbiamo visto sopra, l’equilibrio vita-lavoro che ciascuno vuole raggiungere fa riferimento a scelte basate anche su opinioni e assunti ideologici personali, che riguardano il valore che si dà alla maternità e alla paternità, l’interpretazione dei ruoli familiari e della condivisione del lavoro di cura ma anche, per converso, il significato che si da’ all’esperienza lavorativa e il grado di committment al lavoro che si è scelto… Questi aspetti del privato si intravedono inevitabilmente quando si avanzano richieste che attengono l’equilibrio lavoro-famiglia e non sempre si è in grado o si vuole metterli in discussione. In questo senso certamente, l’assemblea sindacale – che costituisce il luogo deve tradizionalmente i lavoratori fanno sentire la voce delle proprie opinioni e delle proprie esigenze e ne chiedono la rappresentanza, dove si discute delle rivendicazioni collettive, dove si stendono le piattaforme contrattuali – non appare lo spazio adatto a far emergere esigenze così più specifiche, frammentate e personali. Per di più, il sindacato non agisce esclusivamente come tramite neutrale dei bisogni dei lavoratori e negoziatore di questi nei confronti delle aziende ma li filtra alla luce della sua strategia politica, spesso legata a rappresentazioni stereotipate di quelli che “dovrebbero essere” i bisogni dei lavoratori. Insomma, il sindacato ha una sua ideologia attraverso cui legittima – o non legittima – i bisogni. Pensiamo per esempio al part time, che per molti anni il sindacato ha osteggiato, considerandolo (in parte anche a ragione, ma comunque del tutto indipendentemente dalla domanda crescente da parte delle lavoratrici) una forma di lavoro “insufficiente a garantire alle donne indipendenza economica e quindi emancipazione sociale”. Pensiamo anche al telelavoro rispetto al quale, almeno inizialmente, la risposta del sindacato è stata ugualmente ostile, perché “ricacciava le donne dentro le pareti domestiche”.
Oltre agli effetti di scoraggiamento culturale ed ideologico, vi sono motivi di ordine più strutturale che ostacolano il processo di rappresentanza della domanda di conciliazione all’interno delle tradizionali istituzioni delle relazioni industriali. Come abbiamo visto, si tratta di bisogni molto differenziati e mutevoli, quindi difficili da portare a sintesi e ricondurre all’interno della contrattazione collettiva. Non esiste infatti una flessibilità-che-va-bene-per-tutti da sostituire alla vecchia routine-standard-maschile del mondo fordista…ma molte esigenze diverse che chiedono di avere risposte, a volte anche personalizzate e, in questo senso, l’emergere della domanda di conciliazione si collega alla spinta verso una maggiore autonomia nel lavoro e alla parallela crescente individualizzazione delle relazioni di lavoro che caratterizza in generale il lavoro nella cosiddetta “società della conoscenza”: nuove soggettività, lavori non-standard, lavoratori di alta qualificazione.
Questa difficoltà per le istanze delle donne e in generale per i bisogni personali ad emergere, essere legittimati, acquistare una dimensione collettiva – per dirla alla Hirschman (1970), ad utilizzare l’opzione “voice” – potrebbe essere una delle ragioni per cui questi soggetti scelgono spesso la via dell'”exit”. Il fatto che il tasso di sindacalizzazione femminile sia più basso di quello maschile, soprattutto in Italia (Ebbinghaus, Visser 1999; Feltrin 1999) potrebbe essere un segnale di disaffezione da parte delle donne nei confronti di una rappresentanza che non risponde adeguatamente alle loro attese. Anche il fatto che – come denuncia lo stesso sindacato – spesso i dipendenti che hanno qualche problema familiare si rivolgano direttamente alle direzioni del personale, può essere considerata una opzione “exit”..
Nelle relazioni industriali, la discussione su quale risposta dare alla frammentazione delle domande dei lavoratori è aperta da tempo e già interroga il diritto del lavoro e gli attori sociali su come sia possibile rendere tra loro compatibili libertà individuale e sicurezza sociale (Muckenberger 1982), su quali nuove forme di solidarietà siano percorribili per il lavoro non-standard (Volkenburg 1995, Cella 1999), su come aumentare lo spazio di autonomia dei lavoratori (Accornero 2001). Il compito futuro del sindacato potrebbe essere quello di contrattare l’allargamento delle opzioni professionali e/o di intreccio vita-lavoro possibili o anche quello di stabilire soltanto una cornice normativa generale entro cui i singoli individui possano negoziare le proprie condizioni di lavoro o infine – quando i bisogni, come quelli di conciliazione si intrecciano ad altri aspetti del sociale – quello di spostarne la rappresentanza al di fuori dei luoghi di lavoro su tavoli di governance territoriale.
Bibliografia
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Incontro con Helen Oyeyemi giovanissima autrice del romanzo «La bambina Icaro», storia di un’amicizia immaginaria, ma molto pericolosa, fra la Nigeria e Londra
Maria Teresa Carbone
Nella scena che apre La bambina Icaro, romanzo di esordio della ventenne anglo-nigeriana Helen Oyeyemi, pubblicato a gennaio con molto clamore in Gran Bretagna e prontamente edito in Italia da Rizzoli (pp. 337, euro 17,50, traduzione di Annamaria Biavasco, Valentina Guani e Elisabetta Humouda), la protagonista del libro, la piccola Jessamy Harrison, è nascosta in un guardaroba: «Era seduta nell’armadio del corridoio, tra asciugamani e biancheria, e mormorava tra sé: Sono nell’armadio. Aveva la sensazione di doverselo ripetere per riuscire a crederci. Un po’ come faceva al mattino quando si svegliava e si diceva: Mi chiamo Jessamy. Ho otto anni». Incerta di sé, fragile, divisa fra due culture – quella del «bianchissimo e biondissimo» padre inglese, e quella della madre, Sarah, che ha lasciato la sua Nigeria per Londra dove è diventata scrittrice -, Jess è una bambina solitaria, che non ama la vita fuori dall’armadio e preferisce guardare per terra («un posto che rimaneva sempre più o meno uguale»), scrivere haiku, leggere. Ed è proprio la solitudine da un lato, e l’appartenenza a una doppia cultura dall’altro, a catalizzare, durante un soggiorno presso la casa africana della famiglia materna, l’apparizione di una amica immaginaria, ma anche molto reale, TillyTilly, che trascina Jess in un percorso sempre più doloroso alla scoperta di sé, in cui si avvertono echi delle vicende personali dell’autrice. Arrivata a Londra dalla Nigeria a quattro anni, Oyeyemi, che oggi frequenta il secondo anno di scienze politiche al Corpus Christi College di Cambridge e appare come una ragazza sicura di sé e spiritosa, con un paio di ciocche blu cobalto che spiccano nella sua capigliatura nera, ha attraversato nel corso dell’adolescenza una profonda crisi depressiva, superata anche, se non soprattutto, grazie alla scrittura: una scrittura, ha detto di lei la scrittrice Ali Smith, in cui lo stile infantile, «tanto esplicito da risultare imbarazzante», unito a una grande sicurezza narrativa, produce «una sorta di isteria stranamente concreta». Abbiamo incontrato Helen Oyeyemi a Roma, dove è venuta nei giorni scorsi per presentare il suo libro.
Lei ha firmato il contratto per la pubblicazione della Bambina Icaro quando aveva appena diciott’anni, ma il testo ha richiesto una elaborazione lunga e complessa. Ce ne vuole parlare?
Ho iniziato a scrivere molto presto, senza nessuna pretesa letteraria: era una pratica personale e non mostravo a nessuno i miei testi. Quando avevo tredici anni ho cominciato una serie di racconti, che ruotavano intorno alla figura di una bambina un po’ vera e un po’ immaginaria, TillyTilly appunto, e componevano una unica storia, caratterizzata dal fatto che di volta in volta lei finiva sempre per danneggiare i suoi amici. All’ultimo anno di scuola, però, ho avviato un racconto diverso, dove questo personaggio non aveva più un ruolo centrale e compariva invece una nuova protagonista, Jess. Quando sono arrivata a una ventina di pagine, ho avuto la sensazione che fosse la cosa migliore che avevo scritto fino a quel momento. Così, ho mandato il testo a un agente letterario, Robin Wade. In realtà, volevo solo chiedergli qualche consiglio, perché pensavo che in futuro, magari a trenta o quarant’anni, sarei diventata una scrittrice. Il giorno dopo invece ho ricevuto la sua risposta: mi diceva che era entusiasta e aspettava il seguito. È stato un periodo strano, che ricordo come una sorta di sogno: stavo preparando gli esami finali, dovevo affrontare il colloquio di ammissione a Cambridge, e intanto scrivevo quasi di nascosto. In casa non avevo parlato del mio romanzo, usavo il computer dei miei genitori, ma a loro raccontavo che era per i miei compiti. Così, quando ho firmato il contratto per la pubblicazione del romanzo, questo ha rappresentato una sorpresa per tutti.
Al suo successo ha in parte contribuito il fatto che il suo profilo di autrice – la sua giovinezza, la sua provenienza da un retroterra culturale misto – corrisponde al sogno di ogni editore, all’incarnazione di una tendenza letteraria sempre più diffusa. Questo non la disturba?
Quando Robin Wade mi ha incoraggiato a continuare, ho pensato che si trattasse di un’occasione da non perdere. Certo, sono consapevole di avere tutti gli elementi giusti per diventare un «caso letterario», a partire dal fatto che ho scritto questo primo libro quando ero giovanissima, ma sono convinta che quello che conta alla lunga è il testo, ed è questo che mi interessa di più. So bene di rappresentare una moda, che come tutte le mode è destinata a estinguersi presto. Ma è sulla qualità della scrittura che si misura un autore, e su questo, con il tempo e con l’esercizio, comincio a sentirmi più forte.
La protagonista del suo libro è, come lei, un’avida lettrice, e nel testo vengono citati molti autori diversi, dai grandi scrittori africani come Achebe ai poeti romantici inglesi, alla Alcott di Piccole donne. Quali sono le voci che l’hanno influenzata di più?
In questo periodo sto rileggendo tutte le poesie di Emily Dickinson, e sicuramente la sua scrittura avrà una presenza molto intensa nel nuovo libro che sto scrivendo, un romanzo ambientato a Cuba e incentrato intorno alla mitologia yoruba. Ma dietro La bambina Icaro c’è tutta una massa di letture che si intrecciano, a partire proprio da Piccole donne, un libro che in effetti continua a piacermi molto per il modo in cui segue la trasformazione delle quattro ragazzine su un lungo arco di tempo. I testi che mi hanno colpito di più, che ho sentito più vicino, però, sono stati i racconti di Poe e Yoruba Girl Dancing, un romanzo di qualche anno fa della scrittrice anglonigeriana Simi Bedford: quando l’ho letto la prima volta, sono rimasta sconvolta. Quanto ai grandi scrittori africani, e nigeriani in particolare, come Achebe e Soyinka, non credo di averne subito l’influenza, anche se apprezzo il modo in cui scrivono della Nigeria senza mai essere «esotici».
Di recente lei ha affermato in un articolo che potrebbe analizzare l’Africa d’oggi per anni interi, senza sapere di cosa in realtà si tratti. Eppure la cultura tradizionale nigeriana ha un ruolo importante nel suo romanzo.
In effetti, mi irrita molto sentir parlare genericamente di Africa, mi chiedo di cosa si stia parlando, come se si trattasse di un luogo omogeneo. Al contrario, sono convinta che sia necessario guardare all’Africa nelle differenze, molto forti, fra le diverse culture. Così, per quanto mi riguarda, preferisco parlare del paese che conosco meglio, la Nigeria, e delle sue condizioni attuali, che continuano a essere preoccupanti, anche se forse si intravedono segnali positivi di cambiamento. E nella Bambina Icaro, anche se non ho preso spunto da un particolare mito del patrimonio yoruba, sono stata influenzata dai racconti di mia nonna, che è una formidabile narratrice di storie. Anzi, potrei dire che ho cercato di fondere il suo gusto del racconto con elementi legati alle mie letture.
Pensa che la posizione di «dualità» culturale in cui si trova la protagonista della Bambina Icaro, Jess, possa essere stata influenzata dalla sua situazione? E in generale ritiene che l’elaborazione del suo romanzo si possa ricollegare alla depressione di cui è stata vittima nell’adolescenza?
Se Jess si trova in una posizione di incertezza, è perché mi sono resa conto che non potevo mantenere come personaggio centrale TillyTilly, che è priva di sostanza, dato che non esiste un distacco fra quello che lei è e le azioni che compie. Avevo quindi bisogno di sviluppare una figura da contrapporre alla sua: una figura che fosse in una situazione di insicurezza tale da consentire a Tilly-Tilly di insinuarsi dentro di lei. La dualità di Jess la rende vulnerabile, ma non direi che corrisponde alla mia personale esperienza, sebbene sicuramente anch’io, in quanto figlia di immigrati, mi trovi in una posizione «intermedia», che può rivelarsi interessante dal punto di vista letterario. Quanto al rapporto fra depressione e scrittura, devo premettere che non mi piacciono i testi autobiografici, i memoir. E in ogni caso penso che per scrivere sia necessario essere in uno stato di buona salute mentale. Quando ci si sente depressi, nulla va come si desidera, e qualsiasi cosa si scriva tende a essere autoreferenziale. E questa non è certo una situazione produttiva.
Guido Zichichi (Studente del liceo Volta)
Gli insegnanti si sono impossessati di una forma di lotta tipicamente studentesca e ci hanno dato una lezione di vita. Dimostrando che si può protestare con intelligenza, senza lasciare spazio ai giustificatissimi attacchi di chi pensa che ogni forma di protesta a scuola sia una perdita di tempo. Con stupore ho assistito alla grande mobilitazione che ha coinvolto quaranta istituti superiori dove i professori, seriamente preoccupati per il nostro futuro oltre che per il loro, si sono inventati le lezioni in pigiama, merende e giochi per bambini, futuri fruitori di questa devastante riforma. Il tutto senza dimenticarsi di conciliare il loro ruolo di educatori, con specifici doveri nei nostri confronti, con quello di contestatori.
Gli studenti invece cadono spesso nell´errore di occupare le scuole senza un progetto davvero condiviso e le loro mobilitazioni si trasformano facilmente nel semplice impossessarsi di un luogo fisico, la scuola, per saltare lezioni e compiti in classe. Per questo noi studenti del liceo Volta abbiamo deciso di sostituire le autogestioni con una forma diversa di protesta. L´abbiamo chiamata «Ataldì», tre giorni di attività alternativa, organizzata dagli studenti ma con il sostegno dei professori, per costruire un dialogo che ci porti oltre i programmi istituzionali. Cercando di ribaltare il motto delle occupazioni «protestare per informare» nel nuovo slogan «informare per protestare». Perché la nostra paura ora non è tanto la scellerata riforma, che rischia di aumentare le differenze sociali in scuola pubblica che faticosamente cerca ogni giorno di colmare la separazione fra i giovani, quanto l´indifferenza dei nostri coetanei di fronte a quello che sta succedendo. Pochi sanno quali saranno le conseguenze della riforma, pochi si domandano quale sarà la scuola dei loro fratelli minori.
Oggi è urgente informare: l´interesse nel conoscere la riforma è altissimo tra prof e genitori, scarso tra i giovani. Perché interessarsi a qualcosa che non ci riguarderà direttamente? Eppure dovremmo prendere consapevolezza che presto la riforma verrà applicata anche ai nostri licei. Che i tagli peggioreranno la qualità della nostra scuola, che il canale della formazione professionale costringerà i ragazzini di 13 anni a scegliere fra l´università e il lavoro, che molti dei nostri professori potrebbero perdere il loro posto. Invece di occupazioni bisognerebbe intensificare le attività informative per costringere i giovani a usare la propria testa per decidere quale sia la soluzione migliore a un problema che presto o tardi avrà ripercussioni su tutti noi.
Pierangela Fiorani
Hanno fatto il loro valigino, ci hanno messo spazzolino, dentifricio, sacco a pelo. E un pigiama che ora è diventato un simbolo. Il simbolo della lotta contro la riforma Moratti. C´erano anche i professori l´altra notte nelle scuole di Milano che sono state occupate. Per i docenti è stato un po´ come tornare sui banchi. E gli studenti, per una volta, non si sono sentiti i disobbedienti che il giorno dopo sarebbero stati chiamati nell´ufficio del preside. E pazienza se stavolta saranno prof e capi d´istituto a dover dare a loro volta spiegazioni al provveditore Dutto. Ne avranno di cose da dire gli insegnanti al rappresentante del ministro. Le stesse che hanno raccontato l´altra sera durante quelle insolite lezioni notturne, quando erano proprio loro i protagonisti della lunga assemblea, non più sulla parte opposta della barricata, ma seduti accanto agli allievi, a bordo della stessa barca che sentono malferma. Fragili docenti accanto a fragili discenti. Ai loro ragazzi hanno confessato che è sempre più difficile fare il mestiere di professore. Hanno parlato delle speranze e delle loro delusioni che, per qualche ora, sono sembrate perfino un po´ più lievi da rievocare. Si era tra amici. Fuori dagli orari dei compiti in classe e delle interrogazioni. Gli uni con i capelli fatti grigi in attesa di un posto fisso, gli altri con i berretti calcati in testa anche al momento di stendere a terra il sacco a pelo. I ragazzi sono diventati un po´ più adulti l´altra notte. Non si è parlato di latino, né di matematica, è vero. Si è parlato della vita, e della fatica quotidiana di insegnanti che sono stati studenti e che sono a loro volta genitori. Si è parlato di insegnanti-padri e di insegnanti-madri che hanno a che fare con una scuola che, dalle materne all´università, denuncia molte cose che non vanno. Gli studenti hanno protestato contro una scuola che sforna diplomati e laureati che si guardano smarriti intorno in cerca di un posto di lavoro. I professori hanno detto le loro difficoltà nel combattere con le supplenze mai garantite, delle corse a fine quadrimestre per recuperare programmi che, in loro assenza, non vanno avanti, del tempo pieno che non ci sarà più nelle elementari dei loro figli. Hanno anche, con qualche pudore, fatto capire come è sempre più difficile tirare la fine del mese con gli stipendi da impiegati statali. Tutti hanno ripetuto che la scuola è in crisi. Ma tutti, nel mettersi in gioco, hanno dimostrato che la scuola è viva.
Una multinazionale del calibro della Nike, spinta dalle pressioni del movimento no global e dei media di tutto il mondo, ha proceduto a verificare gli standard di trattamento dei lavoratori praticati dai suoi fornitori, eliminando il 43% degli stessi e rendendo pubblica la lista di quelli rimasti.
Indipendentemente dalle motivazioni che hanno determinato questo passo, ci sembra importante – nell’auspicio di un contagio benefico – segnalare le iniziative concrete di “Responsabilità Sociale (delle Imprese)” piuttosto che i frequenti fumosi proclami intorno a questo tema. MB
Daniela Roveda
LOS ANGELES – La Nike si è cosparsa il capo di cenere. In un raro mea culpa per un’azienda occidentale, il colosso accusato di avere chiuso un occhio sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti del Terzo Mondo che fabbricano le scarpe indossate da Michael Jordan e Kobe Bryant ha preso le misure moralmente necessarie. e ieri ha pubblicato una lista di 700 fornitori, indirizzo compreso, affinché chiunque possa andare a controllare lo stato delle fabbriche.
La presa di coscienza della Nike potrebbe avere oltretutto ripercussioni positive di ampio respiro sulle condizioni di lavoro di interi Paesi in via di sviluppo. L’iniziativa infatti potrebbe forzare molte altre società americane ed europee a identificare i propri fornitori, costringendoli ad adeguare le condizioni di lavoro (igieniche, psicologiche, ambientali e legali) agli standard occidentali. Finora l’identità dei fornitori era stata mantenuta segreta da società intenzionate a salvaguardare i segreti aziendali.
L’iniziativa della Nike. presa in modo del tutto volontario, è inoltre una vittoria per gli attivisti che da molti anni denunciano la prassi occidentale di rifornirsi da fabbriche che. secondo le accuse, sfruttano i lavoratori. La Nike era divenuta addirittura il simbolo dell’omertà occidentale dopo aver ignorato negli anni 90 le pressanti critiche sullo sfruttamento del lavoro minorile e sulle condizioni inaccettabili di molte fabbriche localizzate in Cina, Thailandia, Corea, Vietnam ed altri Paesi asiatici.
Nel rapporto che include la lista dei fornitori il presidente della Nike, Philip Knight ha addirittura ammesso apertamente la propria responsabilità: “La tiepida risposta iniziale della Nike alle critiche è stato un errore di cui sono interamente responsabile” ha scritto Knight. Per riparare il danno all’immagine, Nike ha investito ingenti risorse per valutare individualmente ciascuna delle 700 e più fabbriche che impiegano complessivamente 650mila Per garantire l’obbiettività del rapporto, la società ha ingaggiato l’organizzazione indipendente Fair Labor Association per aiutarla a individuare le irregolarità e gli abusi e per correggerli. Nike ha anche cancellato i contratti di fornitura agli stabilimenti che non si sono adeguati alle sue richieste, il 43% del totale. E chi non ci crede può andare a controllare di persona.
Milano, sabato 7 Maggio 2005 h. 15/19
Auditorium S. Carlo Corso Matteotti 14
Mezzi pubblici: MM1 fermata S. Babila
INCONTRO
organizzato da ReteScuole e Movimento dell’Autoriforma
Dopo elementari e medie la riforma arriva alle superiori e all’università, dove forse è meno forte il tessuto di relazioni politiche radicate nelle pratiche di lavoro e più diffusa l’abitudine a cercare soluzioni individuali di sopravvivenza e aggiramento delle norme. Più difficile quindi la risposta collettiva. Ma non impossibile, come si comincia a vedere. Ne sono segni il netto rifiuto che le assemblee sindacali di numerose scuole superiori oggi esprimono della bozza di Decreto Moratti, e una risposta attraversa già le università e ha bloccato il disegno di legge che rendeva precaria la figura docente. Un altro segno, meno visibile ma forse più importante per noi che scriviamo, è quel filo di felicità che corre sottobanco nel ritrovato piacere a incontrarsi, discutere, immaginare situazioni inedite, come occupare le scuole docenti e studenti assieme o aprire le università a maestre e insegnanti per mettere in comune le idee senza ruoli prestabiliti.
Nell’università aumenta il malessere per la crescente frammentazione del sapere in esami e esamini, in nome di una presunta libertà dello studente che invece è il segno della perdita di quel legame continuativo che consente il tempo necessario a fare un’esperienza di conoscenza. Nelle scuole superiori l’invasione di tecnicismi, segmentazioni modulari, privatizzazioni di percorsi e destini, ha lasciato il segno e cresce da un lato una depressa e deprimente rassegnazione, dall’altro la nostalgia di un tempo perduto fatto di prestigio e trasmissione di conoscenze certificate dalla tradizione.
La cultura torna a essere immaginata come studio solitario di conoscenze alte per definizione. Destinata a essere tradita dai giovani d’oggi ignoranti e superficiali. Pure di questa crisi che investe il senso stesso di fare e trasmettere cultura si può approfittare per cominciare a percorrere altre strade. Nell’esplosione delle conoscenze e nella crisi delle bussole pedagogiche può essere l’apertura di uno spazio di creatività e invenzione. Ogni essere umano contiene più esseri umani, ogni mondo contiene più mondi possibili.
E’ nell’esperienza personale di ogni docente che lo spazio dell’insegnare è ancora uno spazio possibile di libertà e di scommessa sul sapere, a condizione che quella libertà si abbia il coraggio e la serenità di prendersela. Perché ragazze e ragazzi siano coinvolti in una ricerca condivisa, aperta alle loro domande e ai loro desideri. Perché la cultura torni ad essere una straordinaria riserva di parole a disposizione per umanizzare la nostra umanità.
C’è la forte preoccupazione per la vera e propria demolizione di una scuola che, sia pur con molti difetti, ha cercato di svolgere una funzione pubblica nella società; c’è angoscia per il rischio di perdita di un numero altissimo di posti di lavoro, o della sua precarizzazione, ma anche il senso, più intuito che consapevole, che l’isolamento in cui ci troviamo, la tristezza e l’impotenza che ci prende e ci immobilizza, non sono fatti privati e individuali, ma sociali e politici: quasi la cifra del tempo neoliberista in cui ci tocca vivere. Rompere queste gabbie, esserci e aprirsi può essere il vero snodo per una ripresa politica. Con uno stile “allegro e fantasioso”, come quello adottato dalle maestre l’anno scorso, perché se la tristezza è politica, la felicità è e comincia dal tornare a tessere legami creativi. Già circola clandestinamente nelle nostre scuole e università, nelle pieghe, negli interstizi, in uno sguardo che all’improvviso si illumina. Facciamone invece racconto e pensiero, ma insieme e rimanendo vicino a quello che si vive e a quello che inaspettatamente si può aprire. Torniamo a interrogarci attorno ai bisogni essenziali che sentiamo, come il tempo per capire e quello per far circolare passione e affetti nel lavoro. Per questo oltre a trovarci nelle piazze è il momento di darci appuntamenti per incontrarci, fuori dalle urgenze e dai rituali precostituiti, distesamente.
Riprendiamoci spazio, tempo e narrazione.