Luca Tommasini

Un’intervista con lo studioso statunitense Richard Nelson, ospite alla «Conferenza mondiale sul futuro della scienza» di Venezia. Un’«epidemia» di brevetti e copyright ha colpito università e laboratori di ricerca, cancellando il mito dell’autonomia della scienza. E negli Stati uniti, come in Europa è in gioco la stessa capacità di svolgere un’attività scientifica di base.

«Fin dall’epoca di Adam Smith gli studiosi sono giunti alla conclusione che il mercato è un’ottima maniera di organizzare una vasta gamma di attività umane ma mai era stato sostenuto che questo fosse l’unico modo di organizzare tutte le attività economiche, dalla cura dei bambini fino alla sanità passando per la scienza. Ebbene, oggi tutti sembrano dare per scontato che questa sia la via per risolvere tutti i problemi e le drammatiche conseguenze di questa convinzione sono sotto gli occhi di tutti». Si presenta così Richard Nelson, settantacinquenne professore della Columbia university di New York e tra i più importanti e riconosciuti studiosi dell’innovazione tecnologica e della evoluzione industriale. Una lunga carriera, la sua, dedicata all’analisi dei complessi ed eterogenei meccanismi alla base di quella che definisce dinamica dello sviluppo, culminata con la pubblicazione insieme a Sidney Winter di Una teoria evolutiva della crescita economica. Un testo fondamentale che ha molto contribuito a scuotere i dogmi della teoria economica classica, imperniata sul concetto di equilibrio. Alla «Prima conferenza mondiale sul futuro della scienza» ha presentato ieri un intervento dedicato a «L’economia di mercato e i beni comuni della scienza», lo stesso titolo di un suo importante articolo pubblicato nel 2003.

 

«Il ruolo della proprietà privata, degli interessi di coloro che detengono il potere e il denaro – prosegue – influenza enormemente la maggiore o minore quantità di risorse economiche destinate alla ricerca. Consideriamo per esempio un’area nella quale si sono concentrati enormi sforzi economici come quella dello sviluppo di nuovi farmaci o più in generale della medicina. Possiamo apprezzare senza alcuno sforzo le conseguenze dell’assenza di interesse delle grandi imprese farmaceutiche a sviluppare rimedi per le malattie dei poveri: non c’è denaro per questo!».

 

Negli ultimi anni lei ha denunciato con forza un aggravamento di tale fenomeno. Quali le ragioni?

 

Ne indicherò due, distinte ma strettamente connesse. Una volta esisteva un mito, molto utile anche perché parzialmente corretto. Sto parlando del mito della separazione tra la scienza, considerata come un’impresa non direttamente orientata alle applicazioni ma solamente all’estensione delle nostre conoscenze, e l’impresa tecnologica, intesa come attività volta alla soluzione di problemi concreti, alla produzione di nuovi e utili oggetti. La scienza era libera, mentre per la seconda valevano le regole della proprietà privata intellettuale e in particolare dei brevetti.

 

Un gran numero di influenti filosofi e sociologi della scienza ha sostenuto questo punto di vista, da Vannevar Bush alla «Repubblica della scienza» di Michael Polany fino a Robert Merton. E per tutti il principale argomento in difesa dell’autonomia dei ricercatori era più o meno questo: poiché le ricadute pratiche della attività scientifica sono largamente imprevedibili qualunque tentativo di condizionarla a fini pratici non potrebbe che risolversi in un grave ostacolo alla crescita delle nostre conoscenze, senza alcun beneficio.

 

Sono certo completamente concorde con la necessità di mantenere libera da influenze esterne la ricerca, ma non possiamo ignorare che nuovi sviluppi hanno profondamente eroso questa separazione, sempre che sia mai esistita. In molti campi scienza e tecnologia si sono avvicinate l’una all’altra fino a produrre sovrapposizioni considerevoli. Tale processo ha origine nella progressiva costruzione di una base scientifica per un gran numero di tecnologie che erano fondate su conoscenze pratiche. Dalle discipline biomediche si sono per esempio sviluppati interi campi di ricerca come la biologia molecolare e più in generale tutto l’insieme di conoscenze sul funzionamento del corpo umano. Non c’è nulla che possa essere fatto per evitarlo: questo è sempre stato il naturale sviluppo di entrambe e non c’è niente di male, al contrario.

 

Quindi è stato il mito dell’autonomia della scienza che ha impedito di valutare corretamente l’influenza del mercato?

 

Esattamente, e veniamo così alla seconda ragione. Da circa 25 anni a questa parte le autorità competenti hanno cominciato a concedere brevetti con una facilità prima semplicemente inconcepibile. E i tribunali hanno confermato queste decisioni.

 

In primo luogo si è cominciato a accettare il principio che la proprietà privata possa essere affermata su «semplici» pezzi di natura, come una sequenza di Dna. E’ un problema enorme e gli uffici brevetti dovrebbero essere molto più attenti nel concedere le loro autorizzazioni, riservandole esclusivamente a nuovi fenomeni creati, e sottolineo creati, dagli esseri umani nel corso delle loro ricerche. In fondo, è questo il significato della parola invenzione. La seconda ragione riguarda il «principio di utilità», che è stato o applicato, o meglio trascurato, con troppa leggerezza. Per tornare al Dna, non si può brevettare una sequenza di geni con l’argomento che potrebbe essere utile nella lotta contro il cancro senza fornire precise indicazioni sul come. Questo certamente scoraggerà qualcun altro dall’approfondire le reali radici di queste potenziali applicazioni.

 

C’è poi un terzo aspetto: si concedono diritti decisamente troppo ampi. Se una compagnia o una persona hanno scoperto una maniera per fare le uova ma il brevetto è concesso su ogni altro modo leggermente simile per farle, le possibilità che qualcun altro migliori le tecniche di produzione ne risultano drasticamente ridotte.

 

Tutto questo sembrerebbe riguardare solo la ricerca privata. Cosa succede invece a quella pubblica?

 

E’ colpita da una vera e propria infezione, sviluppatasi negli Stati uniti ma oramai diffusa anche in Europa e nel resto del mondo. Un’infezione che ha avuto le sue origini da un profondo cambiamento ideologico e che è cominciata con una legge chiamata Bayh-Dole act, approvata dal Congresso americano nel 1980. Quella legge autorizzava, spingeva, quasi costringeva le università a brevettare i risultati delle loro ricerche, anche di quelle (e sono la maggior parte) condotte con finanziamenti pubblici. Le università si sono allineate e anzi hanno sostenuto con entusiasmo questo nuovo indirizzo politico, trasformandosi in aggressive sostenitrici della proprietà privata nel campo della conoscenza.

 

La campagna a favore di questa deriva è stata straordinariamente intensa e diffusa: ricordo un articolo sull’«Economist» di circa due anni fa nel quale si affermava che questa è una delle migliori leggi mai approvate nella storia del nostro paese, visto che avrebbe portato a un gigantesco aumento dell’efficacia della ricerca delle nostre università con il conseguente progresso economico. Non esiste alcuna prova, al contrario negli ultimi tempi negli Stati uniti è iniziata una riconsiderazione del problema. E mi dispiace notare che ogni volta che vengo in Europa incontro persone o ascolto governi che dicono: il Bay-Dole act è esattamente quello di cui abbiamo bisogno. La pressione in questa direzione è forte in Italia come nel Regno Unito o in Francia e in Germania. Gradualmente anche qui le università stanno smettendo di essere le grandi sostenitrici della scienza aperta e libera.

 

Recentemente però il Parlamento europeo ha respinto una proposta di direttiva sulla brevettabilità del software. Cosa ne pensa?

 

Non conosco a sufficienza la politica dell’Unione europea per esprimere un giudizio, ma su questo argomento negli Stati uniti ha avuto luogo un lungo dibattito innescato dalla ampiezza con la quale venivano applicate le regole del copyright. In questo campo il carattere cumulativo dello sviluppo è assolutamente preminente e l’estensione della proprietà privata rende questo processo sempre più di difficile e costoso, rendendo tra le altre cose impossibile quelle forme di cooperazione che hanno avuto un così importante ruolo nei progressi degli ultimi anni.

 

Ma voglio sottolineare che il caso del software, e in particolare dell’«open software», non è affatto un’eccezione. Gran parte di quelle tecnologie che non molto tempo fa erano ancora nuove sono cresciute in un regime di limitatissima proprietà privata. Penso allo sviluppo dei computer elettronici, per i quali brevetti molto ampi erano stati sì concessi ma alla fine rigettati dai tribunali. Lo stesso è valso per lo sviluppo dei transistor, il cui brevetto originale era di proprietà dei Bell laboratories: l’autorità antitrust li costrinse a concedere licenze a prezzi relativamente bassi praticamente a chiunque. Si può anche pensare che un forte diritto di proprietà intellettuale è necessario per l’avanzamento tecnologico, ma non si può non riconoscere che per una grande varietà di campi è semplicemente vero il contrario.

 

Come uscire da questo circolo vizioso?

 

La più concreta e specifica delle mie proposte è che la legislazione che permette alle università o ai laboratori statali di ottenere diritti di proprietà su ricerche finanziate con denaro pubblico sia radicalmente modificata. Sopprimere del tutto i brevetti non sarebbe una buona idea e peraltro negli Usa sarebbe politicamente impossibile, ma imporre la disponibilità a prezzi più che ragionevoli di tutto ciò che è stato ottenuto con denaro pubblico mi sembra una soluzione ragionevole. In questo modo qualunque potenziale utilizzatore di questo materiale, chiunque desideri lavorare con esso e svilupparlo potrebbe farlo senza dover affrontare il costoso e complicato meccanismo delle autorizzazioni. Non sarà affatto facile, soprattutto perché le università americane sono ancora convinte di avere un forte interesse economico nella proprietà intellettuale anche se in realtà solo poche di loro ne ricavano reali benefici. Prevedo che si opporranno strenuamente a ogni limitazione del Bayh-Dole act, ma credo che sul medio periodo non potranno opporsi alla pressione di una pubblica opinione sempre più stanca delle conseguenze negative da esso innescate.

 

Si tratta senza dubbio di idee per il momento più rilevanti per gli Usa che per l’Europa, ma come ho già detto non è affatto scontato che in futuro la situazione non possa cambiare. E anche per il vecchio continente vale comunque la raccomandazione di una maggiore cautela nel concedere brevetti.

 

Uno degli obiettivi di questa «Prima conferenza mondiale sul futuro della scienza»è contrastare il presunto isolamento di cui la scienza oggi soffrirebbe. E’ d’accordo?

 

Ho molta simpatia per tutti coloro che vogliono accrescere l’attenzione e la sensibilità pubblica per la ricerca scientifica, in Italia come negli Stati uniti. Ma pensando alle interessanti discussioni che stanno avendo luogo qui a Venezia mi è impossibile non notare che un tema che le attraversa tutte: la convinzione che se fossero concessi agli addetti ai lavori i fondi e il tempo necessario essa potrebbe risolvere tutti i problemi del mondo. Si tratta di una pericolosa esagerazione che tende a oscurare i molti, moltissimi problemi che affliggono la nostra società ai quali la scienza non può dare risposta.

da l’Unità – Vorrei che qualcuno me lo spiegasse, vorrei che il cardinal Ruini mi dicesse che c’è nel mio modo di vivere che mina la convivenza sociale, mette a repentaglio la costituzione, intacca il matrimonio altrui e la famiglia, scritta tutta maiuscola. Vorrei sapere che c’è di sbagliato nell’avere una famiglia senza aver mai messo un timbro sulla mia scelta – è un pezzo di carta a fare la differenza? Tutto qui,
davvero?
Convivo da sedici anni con la stessa persona, abbiamo due figli, ci sono matrimoni celebrati con solennità che durano meno. All’inizio, per poter comprare a rate un’automobile abbiamo dovuto sottoscrivere un atto notorio, che dichiarava la nostra convivenza more uxorio e quindi la nostra comune solvibilità: il foglio sarà finito in qualche schedario del concessionario Fiat che ci vendette l’auto, testimone di un “matrimonio” utilitaristico che non aveva valore per nessun altro, noi compresi.
Non ci siamo sposati senza avere in motivo particolare, se non la voglia di rinnovare ogni giorno l’impegno a stare insieme, in un certo senso – potrei dire – ci siamo sposati ogni giorno senza scriverlo da nessuna parte.
Agli atti c’è solo la proprietà condivisa di una casa, un conto corrente comune per metterci al riparo da ogni eventualità. Siamo giovani ancora, e per il momento ci sono state risparmiate sofferenze che avrebbero messo a nudo l’assenza di tutele reciproche. Guardando al futuro resta in sospeso l’ipotesi di nozze burocratiche, per metterci sotto l’ombrello di quella legalità che ora ci viene negata. Però che pena ridurre il matrimonio a una formalità d’obbligo, non troppo diversa in fondo da quel foglio che anni fa ci permise di comprarci una Punto. È così che nasce una famiglia?
La nostra in realtà è nata dieci anni fa, insieme a Lorenzo. Per iscriverlo all’anagrafe allora, non essendo sposati, dovemmo andare tutti e due, lasciando il piccolo in ospedale: io avevo partorito il giorno prima, all’ufficio comunale questa eventualità era prevista, potei evitare la fila. Andò meglio cinque anni dopo con l’arrivo di Laura, allora era possibile fare un pre-riconoscimento e poi registrare il neonato in ospedale. Ma sui documenti di entrambi i bambini il mio nome non compare, secoli di burocrazia non sono riusciti a prevedere uno spazio con le generalità della madre sul foglio che autorizza i miei figli ad andare all’estero, come su qualsiasi altro documento. Non c’è nulla che leghi il mio nome al loro, persino in questura mi hanno sconsigliato – non vietato, sia chiaro – di iscriverli sul mio passaporto, perché “non si sa mai”. Non c’è stato da stupirsi, uscendo dall’area Schengen, quando una guardia di frontiera mi ha fermato con Lorenzo in braccio.
Sciocchezze si dirà. Ma mi piacerebbe che quelli che si sbracciano a favore della famiglia mi dicessero perché la mia non merita nessuna attenzione, perché siamo come clandestini a bordo. Perché i miei figli possono ereditare solo dai nonni, in linea diretta, e non da rami collaterali. 0 perché, ogni volta che si torna a parlare di coppie di fatto – e figli di fatto – ci si senta in obbligo di rispolverare un armamentario di offese contro chi ha fatto questa scelta, quasi una bolla d’infamia. La mia è una “libertà anarchica”, illegittima e incostituzionale, e sia. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché, sarò dura d’orecchi ma non trovo nulla di pericolosamente anarchico nell’alzarmi alle sette per portare i miei figli a scuola, o nel fare i salti mortali per far quadrare i tempi del lavoro con i loro. Non mi sembra così incostituzionale – cielo quanto vorrei che lo fosso – caricare una lavatrice dietro l’altra e trovarsi a mezzanotte a stendere miriadi di calzini minuscoli, dopo aver letto la favola della buona notte e cacciato tutti i lupi cattivi. Vorrei che mi si spiegasse cosa c’è di eversivo nello stirare il grembiule per il primo giorno di scuola e rendersi conto che “oddio sei già così grande”.
Cerco di insegnare ai miei figli a essere buoni, anche se non tutti lo sono, come non si getta una carta per terra anche se gli altri lo fanno. Cerco di spiegare che forse qualche volta si diventa cattivi perché ci si sente tristi e soli. E che se si sbaglia, bisogna chiedere scusa anche se costa fatica. E che il mondo non è il paese dei balocchi che vedono nelle pubblicità. Qualcuno mi dica che sbaglio.

da la Reubblica – In questo momento sto rileggendo il capitolo della Fenomenologia dello Spirito in cui Hegel tratta della famiglia. E sono sorpresa dal numero di parole o preoccupazioni attorno a me che toccano, da un lato o dall’altro, l’argomento. Talvolta è difficile sottrarmi alla domanda se ciò accada per caso o per qualche fenomeno telepatico. A meno che una razionalità più alta sia qui all’opera: quella della Storia. Per oggi, mi fermerò a questa ipotesi ma, forse, per togliere alla Storia il potere che Hegel le affidava in quanto dipendente da una certa concezione della famiglia.
Non c’è dubbio che un certo tipo di famiglia era necessario allo svolgimento della Storia come lo pensava Hegel. Ma questo modello storico è ormai in crisi, prima di tutto a livello della cellula di base della comunità, ma non solo. Ora attraverso il fallimento dell’organizzazione familiare tradizionale è la stessa Storia che è chiamata in causa come luogo di sviluppo dell’umanità. E non sono le diverse strategie parziali usate per tentare di ristabilire l’ordine familiare più in grado di restaurare l’unità della famiglia. Penso, per esempio, all’accento posto oggi sulla procreazione, sulla necessità di un ambito familiare rassicurante, o su un necessario ritorno a una moralità più rigorosa. Ma nessun naturalismo, affettività semplice o moralismo può ristabilire l’unità familiare com’era. E le famiglie allargate, le diverse famiglie politiche o religiose non possono nemmeno sostituire questa cellula familiare dove la legge umana e la legge divina erano allo stesso tempo divise fra l’uomo e la donna e riunite tramite il culto dei morti, come scriveva Hegel. Questo momento della Storia è dietro di noi.
E non c’è da rimpiangerlo. Né da pensare che con questo l’umanità stia svanendo. Una tappa del suo divenire è, speriamo, finita; un capitolo della storia patriarcale sta, me lo auguro, scomparendo, quali che siano le regressioni o i sussulti che osserviamo. In tale epoca, la famiglia non era fondata su un legame di desiderio e di amore reciproci ma corrispondeva a un tutto poco differenziato unificato attraverso la procreazione, la genealogia o filiazione, l’autorità paterna e il possesso di beni. In simile unità familiare, la persona alienava la sua singolarità a beneficio di una naturalità non coltivata sottoposta al potere dello Stato e alla trasmissione e acquisizione di un patrimonio, materiale e culturale. Solo il pater familias godeva di diritti civili in quanto faceva da ponte fra la famiglia e lo Stato. La donna e i figli rimanevano in qualche modo degli schiavi perché sprovvisti di diritti civili propri. L’origine della parola “famiglia” d’altronde è il termine latino famulus che significa: servitore, servo.
Di una simile concezione della famiglia molti non ne vogliono più sapere. Le donne, per prime, che rifiutano di essere ridotte a una semplice terra riproduttrice, che rivendicano il diritto alla parola, al desiderio, alla libertà, all’anima si potrebbe dire. Le donne che vogliono co-creare con l’uomo attraverso una condivisione di corpo e di parola e non solo accogliere passivamente il seme corporale o spirituale dell’uomo. I figli, poi, che criticano l’autorità dei genitori, le regole e norme patriarcali e che, tutt’al più, accettano i genitori come amici e confidenti.
Si può parlare anche dell’evoluzione del rapporto con il patrimonio e dei legami sociali che chiama in causa il ruolo del denaro ma anche del famulus, in un senso attuale del capitalismo, come sostegno dell’unità familiare. E pure del multiculturalismo che sfida la famiglia come luogo di alleanza tra proprietà, nomi, culture, diritti già complici, che disturba un’intimità costruita fra medesimi a partire da abitudini e costumi ereditati da antenati.
Si può capire che la famiglia occidentale ormai esploda. Una volta di più non vale la pena di lamentarsi per ciò, ma non possiamo fermarci a subire le conseguenze di questa esplosione e frammentazione: i conflitti fra uomini e donne e fra legge civile e religiosa, il peso paralizzante di una Storia che non si muove più, le prerogative dei morti rispetto ai vivi spesso senza che un culto gli sia reso, salvo che attraverso la vendetta, la disperazione dei figli in cerca di aiuto nella droga, nel viaggio senza fine, nel godimento senza felicità. Si tratta di superare un’epoca della Storia di cui la famiglia tradizionale era il nucleo e il sostegno per proseguire il divenire dell’umanità.
Non possiamo regredire alla naturalità dell’istinto riscattato dalla procreazione. Dobbiamo sviluppare un’altra relazione con il desiderio, una coltivazione della carne come possibilità di amarci senza sottomissione dell’uno all’altro. C’è da stupirsi che la religione dell’incarnazione, che ha dominato lo sviluppo della nostra tradizione, non si sia preoccupata di una cultura della carne tranne che nell’arte. La famiglia, se la chiamiamo ancora così, potrebbe rappresentare un luogo e un tempo dedicati alla coltivazione e alla condivisione della carne, di cui la procreazione sarebbe il frutto ma non il riscatto, l’alibi e perfino l’ostacolo. Un altro errore della famiglia tradizionale è di avere privilegiato la genealogia a scapito del genere, cioè di avere usato la parola greca genos solo per esprimere la generazione.
Nei nostri tempi, la “famiglia” potrebbe anche essere un luogo di apprendimento della convivenza multiculturale piuttosto che di integrazione dello straniero nella nostra Storia passata.
A parer mio, la famiglia come era non è da restaurare, nemmeno da perpetuare attraverso i suoi diversi surrogati. La famiglia è da rifondare non come luogo di sopravvivenza o di riproduzione ma come luogo dove una Storia ancora viva si muove verso un compimento più umano e divino grazie al lavoro del desiderio e dell’amore di quelli che tentano di condividere corpi e anime per la creazione di una nuova umanità.

da la Repubblica – Le vicende familiari, i modi di fare famiglia, possono essere visti sotto l’aspetto della lunga durata ed invece del mutamento radicale. Sembra che non cambino mai, e invece che siano sottoposti a cambiamenti tali da diventare irriconoscibili. Goran Therborn, un importante studioso svedese, in una recente bella e documentatissima ricerca sui cambiamenti della famiglia nel mondo negli ultimi secoli (Between Sex and Power, 2004), scrive che l´organizzazione familiare, sia dal punto di vista normativo che dei comportamenti pratici, rappresenta sempre un equilibrio storicamente e socialmente situato tra rapporti di sesso e generazione, che sono anche rapporti di potere. È un equilibrio che si costituisce in risposta a bisogni “interni” (accudimento, riproduzione, sostegno), ma anche a circostanze esterne: situazione economica, demografica, politica. In altri termini, non vi è nulla di naturale nella famiglia, che è una istituzione eminentemente sociale, perciò diversificata nello spazio e nel tempo. Anche se gli equilibri di volta in volta stabiliti – inclusi i rapporti di potere tra i sessi e le generazioni e tra le famiglie e le altre istituzioni sociali – incidono fortemente sul modo in cui i cambiamenti sociali provocano o non provocano mutamenti negli equilibri familiari esistenti. Non vi sono tendenze lineari e universali nella storia (o meglio storie) della famiglia.
Se restringiamo lo sguardo al nostro paese, le più importanti trasformazioni nei modi di fare famiglia non dipendono certo dalla domanda di riconoscimento che proviene dalle coppie omosessuali e neppure dalla domanda di riproduzione assistita: i due fenomeni che hanno predominato nel dibattito pubblico sulla famiglia nell´ultimo anno e che da taluni sono denunciati come attacco alla famiglia intesa come data per scontata, immutabile, naturale. I cambiamenti più importanti sono avvenuti all´interno della famiglia “normale”, nei rapporti eterosessuali e di generazione.
Innanzitutto, la famiglia è oggi basata non solo legalmente ma anche culturalmente su un modello di uguaglianza tra i sessi e le generazioni. Al punto che la stessa parola “potere” associata alla famiglia sembra impropria, nonostante nella pratica questo continui spesso ad essere esercitato nei fatti: si pensi alla persistente divisione del lavoro e delle responsabilità tra uomo e donna e alla lunga dipendenza dei figli dalla famiglia di origine. Tuttavia, il venir meno di un modello gerarchico, tra i sessi e le generazioni, condiviso ed anche legalmente sostenuto, costringe non solo a negoziazioni, ma a ridefinizioni delle motivazioni e dei rapporti, quindi degli equilibri che reggevano il modo di fare famiglia nel nostro passato recente.
In secondo luogo, anche nel nostro paese, nonostante la modalità prevalente di vita di coppia sia tuttora costituita dal matrimonio, le relazioni sessuali non sono più legate esclusivamente al matrimonio, non solo per gli uomini, ma anche per le donne. Analogamente, la sessualità è divenuta sempre più scollegata dalla riproduzione. Non tanto perché, tramite la fecondazione assistita, si può procreare anche senza avere rapporti sessuali, ma soprattutto perché si possono avere rapporti sessuali senza scopi ed esiti riproduttivi. A meno che non pensiamo che la bassissima fecondità italiana sia il risultato di una ondata massiccia di castità. Allo stesso tempo, anche se in misura molto più ridotta che in altri paesi, anche la fecondità inizia ad essere scollegata dal matrimonio, per scelta e non per accidente, in rapporti di convivenza di coppia che si percepiscono e si comportano come famiglia non diversamente da chi si sposa. La riduzione della fecondità, inoltre, ha modificato profondamente i rapporti genitori e figli e l´esperienza di essere genitori ed essere figli.
Il nesso tra matrimonio e genitorialità è stato cambiato anche dalla crescente (pur se in misura minore che nella maggioranza dei paesi occidentali) fragilità dei rapporti di coppia. Si può essere (e sempre più si chiede di essere) co-genitori senza più essere una coppia. Allo stesso tempo, la rottura e reversibilità dei rapporti di coppia scompiglia i confini delle famiglie, con i figli che transitano da una famiglia all´altra e appartengono a più di una famiglia. Modifica anche le relazioni di parentela, a volte indebolendo i rapporti di sangue, a volte includendo forti rapporti elettivi: “padri” e “madri” acquisiti che assumono responsabilità genitoriali verso i figli di una compagna/o, nonni/e e zii/e acquisiti che “adottano” i figli della nuova compagna/o del figlio/a e così via.
Infine, il miglioramento della speranza di vita, ha reso normale nel panorama familiare la coesistenza (anche se non sotto lo stesso tetto) di più generazioni e la presenza di figure come i bisnonni/e. Di più, è più facile che un bambino che nasce oggi abbia almeno una bisnonna che un fratello o una sorella. L´allungamento della vita fa anche sì che vi sia sovrapposizione, piuttosto che avvicendamento, di ruoli e responsabilità come genitori e come figli, anche con il sovraccarico, e i conflitti di lealtà, che ciò può comportare. Si è contemporaneamente nonne, madri e figlie. E si può diventare “madri delle proprie madri” , invertendo le responsabilità di cura e sostegno. Si potrebbe dire che se i rapporti di coppia si sono indeboliti, quelli di generazione si sono rafforzati e sono divenuti insieme più articolati e più lunghi.
Questi sono i grandi mutamenti nei modi di fare e sperimentare la famiglia, ben più diffusi e altrettanto, ancorché diversamente, radicali della entrata nella scena pubblica delle coppie omosessuali o della fecondazione cosiddetta eterologa. A fronte di questi grandi mutamenti, alla diversità di relazioni che la famiglia oggi più di un tempo comprende, continuare a rivendicare una unica, monodimensionale, definizione di famiglia (la famiglia fondata sul matrimonio) risulta restrittivo anche per chi è eterosessuale e si sposa. Viceversa, potremmo dire che la domanda di riconoscimento che proviene da omosessuali e anche eterosessuali conviventi senza essere sposati, lungi dal distruggere la famiglia, ne segnala la forza simbolica – la lunga durata – come istituzione deputata alla solidarietà e reciprocità. E´ infatti la solidarietà che si crea in quei rapporti che chiede di essere riconosciuta ed anche valorizzata come bene non solo individuale, ma sociale. E non si vede proprio che danno ciò possa fare.

Titolo originale: “Cervelli diversi, no alle classi miste”
Peg Tyre

NEW YORK – Tre anni fa Jeff Gray, direttore della scuola elementare Foust di Owensboro in Kentucky, si rese conto che alla sua scuola necessitava un aiuto. I risultati dei test di Foust erano i peggiori del Paese e gli alunni, specialmente i maschi, risultavano sempre più indietro. Così Gray ha partecipato a un corso per educatori basato sullo sviluppo cerebrale e ha riorganizzato il curriculum di studi della prima e della seconda elementare. Il più eclatante cambiamento è consistito nel formare le classi in base al sesso. Poiché i maschietti hanno meno serotonina nel cervello – che può renderli più irrequieti – dalla loro classe sono stati tolti i banchi e godono di brevi intervalli per fare movimento fisico. Visto invece che le bambine hanno una quantità maggiore di ossitocina – un ormone che facilita la formazione di legami affettivi – nella loro classe è stata approntata un´area con tappeti e cuscini nella quale possono sedersi e discutere. Considerato poi che i maschietti hanno più alti livelli di testosterone e sono più competitivi, sono stati sottoposti a test con risposta multipla da eseguire entro tempi precisi, mentre alle bambine è stato concesso tempo supplementare. Gray dice che il nuovo curriculum ha dato alla scuola “il miglioramento che ci voleva”. I risultati dei test sono alti. I problemi disciplinari sono diminuiti. Quest´anno anche la quinta e la sesta adotteranno il nuovo metodo.
Negli ultimi cinque anni gli studiosi che conducono ricerche sul cervello con la risonanza magnetica o la Pet hanno raccolto delucidazioni inedite su come il cervello maschile e il cervello femminile sviluppano le informazioni. Le bambine hanno lobi frontali molto più attivi, connessioni più robuste tra gli emisferi cerebrali e “centri del linguaggio” che maturano prima. Chi critica un sistema scolastico differenziato a seconda dei sessi stigmatizza che i curricula concepiti per sfruttare tali differenze di fatto rafforzino gli stereotipi culturali. I sostenitori di tale nuovo approccio, invece, ritengono che se nelle classi non si tiene conto delle differenze esistenti tra maschi e femmine, i primi sono svantaggiati.
La maggior parte delle scuole secondo Michael Gurian – coautore con Kathy Stevens del libro “Il cervello dei maschi: come evitare ai nostri figli di rimanere indietro nella scuola e nella vita” – favoriscono le bambine, “perché gli insegnanti, in linea di massima donne, insegnano come hanno appreso”. Il 70% dei bambini con difficoltà nell´apprendimento sono maschi. L´80% degli studenti delle scuole superiori che abbandonano la scuola è di sesso maschile e meno del 45% degli iscritti al college sono ragazzi. Per ricomporre la spaccatura educativa tra i sessi, sostiene Gurian, gli insegnanti devono illuminare di più le classi dei maschi e parlare loro a voce alta, perché la ricerca ha evidenziato che non vedono e non sentono bene come le femmine. Poiché inoltre i maschi apprendono di più con il senso della vista, gli insegnanti dovrebbero illustrare una storia prima di scriverla. Le idee di Gurian stanno facendo presa: le scuole pubbliche che offrono un´educazione separata in base ai sessi sono 185 e gli insegnanti che hanno fatto training nel suo istituto sono oltre 15.000.
Vi sono tuttavia esperti che affermano che basare nuovi metodi di insegnamento sulla ricerca cerebrale è fuorviante: anche se è vero che le Tac sui cervelli maschili e femminili hanno evidenziato differenze – dice David Sadker, docente di metodi educativi presso l´American University – nessuno è sicuro di quello che le differenze vogliano dire. Natasha Crasft, insegnante di una quarta elementare nella Southern Elementary School di Somerset, nel Kentucky, sa bene che il nuovo curriculum di studi non può essere una panacea. «Ma penso che avrò qualche strumento in più col quale lavorare».
copyright la Repubblica – Newsweek
(Traduzione di Anna Bissanti)

Andrea De Benedetti

Succede in Brasile. Un uomo di 38 anni strangola il padre in seguito a una violenta lite familiare. Movente del delitto, una prolunga elettrica, che il giovane reclamava per poter guardare in tivù la partita della Nazionale ma di cui la sorella aveva altrettanto bisogno per allacciarvi il cavo del ferro da stiro. Nel perorare con fervore la causa della figlia, l’anziano padre avrebbe dato un calcio al televisore, scatenando l’ira del suo erede che lo ha dapprima colpito in testa con un boccale di birra e poi strozzato con una cravatta. Da che calcio è calcio, il Brasile è sempre stato portatore di un fanatismo sui generis, che si esprime non solo e non tanto ai danni dei rivali di tifo, ma anche e soprattutto in atti di violenza solipsista commessi contro l’io (a ogni eliminazione ai Mondiali ci scappa almeno un suicidio) o contro quell’io allargato e conflittuale che è la famiglia. Famiglia che, in questo caso, appare come la macabra caricatura di un’istituzione civile, come lo scenario anchilosato in cui uomini e donne possono recitare fino in fondo il ruolo che è loro assegnato da un gioco delle parti tenacemente sessista: lui guarda la partita, lei stira. C’è però anche un padre, che non si accomoda sul divano con la birra invitando la figlia a tacere, ma ne prende le difese, finendo col rimetterci addirittura la pelle.

È questa forse l’unica notizia consolante di una storia che purtroppo non racconta niente di nuovo sulla nostra specie e sul baratro umano, sociale e morale che circonda le vite di chi sta ai margini di tutto. Il padre che si ribella al figlio serve se non altro a spezzare quella complicità tipicamente maschile che si crea di fronte a una partita di calcio, estrema roccaforte, insieme con il rutto e i film hard-core, di un’identità di genere sempre più minacciata dall’allegra e vitale presenza delle donne in tutte quelle faccende che fino a poco tempo fa riguardavano solo gli uomini. Appurato che i maschi reagiscono in maniera non proprio composta a questa invasione di campo, può essere interessante osservare come reagisce il calcio. I segnali sono contraddittori. Proprio ieri l’attaccante argentino Carlos Tévez ha affermato che «le partite importanti non dovrebbero essere affidate a una donna», in evidente allusione all’incontro perso dal Corinthians (la sua squadra) contro il Sao Paulo, in cui la terna arbitrale era composta da un direttore di gara uomo e dalle «bandierine» – chissà che prima o poi non le chiamino proprio così – Ana Paula de Oliveira e María Elisa Barbosa. «Non è che le donne non debbano arbitrare – ha poi aggiunto Tévez – ma noi ci sentiamo più a nostro agio con gli uomini». Ma Tévez non è il solo a concepire il campo di calcio come uno spazio esclusivamente maschile. Ci sono addirittura delle donne che la pensano allo stesso modo. Come Daniela Fini, che qualche anno fa aveva sostenuto che gli omosessuali non possono diventare bravi calciatori.

Meglio chiudere con due soffi di speranza, che arrivano entrambi da una regione cui si tende ad associare un’immagine di arretratezza e bigottismo spesso immeritata: l’Andalusia. Il primo è la notizia, raccontata qui a fianco, che d’ora in avanti nelle categorie regionali le squadre potranno essere costituite fino a un 50% da donne. Il secondo è un appuntamento ormai tradizionale, il derby amichevole tra Torredonjimeno e Martos, disputato da calciatori in gonnellino e destinato a un pubblico esclusivamente femminile. A parti invertite non sarebbe davvero la stessa cosa.

 

Stefano Ciccone

Il percorso di riflessione maschile a cui faccio riferimento, anche in questo intervento, è nato da una iniziale spinta a rompere con una complicità maschile, di denunciare fenomeni come la violenza sessuale che sentivamo chiamarci in causa, di rompere un silenzio maschile su un ordine sociale segnato dal potere maschile.
Abbiamo scoperto che quel silenzio era anche silenzio su noi stessi e tra uomini e soprattutto abbiamo scoperto che quel prendere parola, un prendere parola a partire da una rottura di complicità col nostro sesso, diventava occasione per costruire un nuovo sguardo sul mondo e su noi stessi, un’occasione per costruire una diversa esperienza di sé.
Rileggendo un percorso durato ormai diversi anni credo possibile oggi ritrovarne il senso, una chiave di lettura che sento abbiamo costruito e che ci permette di andare oltre, di costruire una nuova ricerca collettiva. Quali sono i nodi centrali della nostra ricerca e iniziativa? E quali le peculiarità?
Innanzitutto il punto di vista, la scelta di porsi come parzialità
In secondo luogo la lettura della cifra di questa parzialità. La precarietà della virilità,
Dopo una lunga fase in cui la riflessione sull’identità maschile ha riguardato un numero molto ristretto di uomini tra loro culturalmente molto vicini, da qualche anno anche in Italia è però cresciuta una rete di esperienze e di individui molto eterogenea che ha posto a tema il maschile e che ha ricercato una relazione specifica tra uomini nominando questa scelta. Al crescere di queste differenze tra noi, abbiamo forse preferito l’incontrarci al “confrontarci” ed abbiamo anche avuto paura del “configgere” sapendo che i modelli che avevamo erano inservibili.). Questa “rinuncia ad agire un conflitto” non è stata detta e riconosciuta ed ha assunto forme diverse: dall’abbandono del gruppo romano da parte di alcuni, al suo allargarsi, alla scelta di non partecipare alla rete nazionale di discussione da parte di uomini di diverse città, alla scelta di modalità e tematiche che mettessero ai margini le differenze politico culturali che ci avrebbero potuto dividere.
Dentro questa aconflittualità c’è anche, però, una risorsa, un atto che richiede una piccola dose di coraggio in più: la disponibilità a far emergere anche la parte peggiore o più contraddittoria di noi, i risentimenti, le paure che spesso sono poco “politicamente corretti”. Abituato a estenuanti assemblee dove combattere per far passare mozioni che sarebbero state dimenticate poche ore dopo scopro, con fatica, che non ho l’ansia del prendere posizione pubblica ma posso concedermi e concedere agli altri lo spazio per capire, far decantare, tornare. Senza rifugiarmi nelle mie sicurezze di un’identità e un linguaggio conosciuto.
Abbiamo capito di aver bisogno di far emergere meglio le diverse opzioni che ci muovono. E vogliamo darci reciprocamente fiducia di poterlo fare. Nello stesso gruppo romano, ad una apparente consonanza iniziale -“vogliamo riflettere come uomini sulla nostra identità, sui nostri rapporti con le donne e tra noi”- emergono di continuo dislocazioni che evidenziano come sia “mobile”, frastagliata l’identità comune che tentiamo di costruire e che, anzi, a volte tendiamo a dare per scontata. Più in generale emerge come siano ambigue le categorie e le domande che il nostro percorso mette in campo, come sia contiguo il nostro percorso a esperienze da cui, al primo sguardo ci penseremmo lontani mille miglia come il rivendicazionismo dei padri separati o il tentativo di rivalsa maschile di movimenti come quello dei maschi selvatici.
In realtà ciò che ci accomuna sono le domande ed il disagio che attraversano l’universo maschile a cui tentiamo di dare risposte diverse ma sempre risposte che non possono fare a meno di registrare il cambiamento avvenuto, magari per opporsi ad esso ma sapendo che nulla può essere più dato per scontato e che non è possibile limitarsi a far finta che nulla sia accaduto.
La scelta di un percorso che ascolti queste domande non rinuncia ad agire un conflitto nel maschile non ripropone una nuova complicità basata sull’accoglienza reciproca e vittimismo ma è attraversamento di un conflitto che è dentro di noi.
La categoria “crisi del maschile” è ambigua. Ma rimanda ad una questione più generale che è il riconoscimento di una articolazione di atteggiamenti e posizioni maschili che anche nel nostro paese assumono forme collettive e pubbliche e vanno riconosciute e messe a confronto, rendendo visibile la specificità di una scelta rispetto ad altre ma anche rendendo visibile il fatto che questa scelta non è un dato concluso.
Per la ricerca degli uomini sulla propria identità sessuata il rapporto con la storia del proprio genere (quello degli oppressori) ed il confronto tra propria ricerca di libertà e “dividendi del potere maschile” è un nodo più intricato di quello affrontato dalle donne nel rompere la naturalità del domino patriarcale.
Pone la necessità di guardare con attenzione al rischio continuo di un’operazione inautentica ridotta all’atto volontaristico di solidarietà con le rivendicazioni delle donne, di denuncia della violenza maschile o di assunzione di un orizzonte emancipazionista. Il rapporto con le generazioni precedenti di uomini e con la complicità maschile che segna i luoghi pubblici della politica ed i modelli delle relazioni personali paradossalmente contrassegnati da un assordante silenzio maschile richiede di produrre una nuova parola che non si confonda con il monopolio maschile di una parola maschile sulla sessualità che si è detta neutra ed universale.

Non quindi una parola normativa e neutra sulla sessualità e sui rapporti tra i sessi. Parola che gli uomini hanno sempre prodotto e su cui anzi hanno avuto un monopolio, ma una parola che dicendosi parziale scopre in questo limite una nuova potenzialità, una nuova occasione di sapere.
Credo che per un uomo questa strada sia un’occasione preziosa per tentare di sperimentare, oltre la falsa alternativa tra estraneità e complicità con la storia del proprio sesso, l’opportunità per reinventare un modo di stare al mondo e di vivere il proprio corpo, di costruire relazioni con le donne, con gli uomini, con se stessi.
Se oggi posso intravedere lo spazio per un percorso di reinvenzione dell’identità maschile nell’inscindibile intreccio tra materialità del corpo e stratificazione sociale e culturale è possibile grazie a quanto il femminismo della differenza ha sedimentato non solo come strumenti culturali ma anche come concreta pratica delle donne che ho incontrato.
Questo percorso è stato possibile anche a seguito di quanto le donne hanno prodotto Per questo credo sia necessario riconoscere una sorta di “debito” culturale e sociale nei confronti del femminismo da parte di uomini che in esso hanno trovato le parole per avviare una propria autonoma riflessione e grazie ad esso lo spazio sociale per svilupparla.
Questo percorso di “diserzione” maschile ha ad esempio avuto bisogno di utilizzare una nozione di differenza che da un lato si liberasse di una concezione essenzialista dell’identità sessuata come determinata in modo ineluttabile dal dato biologico e dall’altro rinunciasse alla scorciatoia di ridurre al dato sociologico e di costume la forma che ha assunto l’immaginario ed il ruolo sociale maschile che intendiamo mettere a critica.
Assumere il tema di due differenze, pur apparentemente ovvio (non esiste una differenza se non ce n’è un’altra) implica un passaggio ulteriore rispetto al riconoscimento della soggettività femminile ed alla fertilità del superamento del paradigma emancipazionista. Può significare, in realtà, il rischio di approdare ad un’accezione della differenza diversa da quella che ha prodotto l’elaborazione del movimento delle donne negli anni ottanta.
L’assunzione del “paradigma della differenza” ha significato infatti per le donne la rottura con la prospettiva egualitaria ed emancipatoria per affermare una “irriducibilità” della soggettività femminile all’universo di norme e al mondo di valori patriarcale.
La nozione di differenza sessuale femminile è quindi inscindibile (fattualmente se non teoricamente) da una soggettività critica delle donne e da una cultura politica che assume la storia di un genere ma ne rappresenta l’espressione critica e consapevole.
Assumere invece il confronto tra due differenze che popolano il mondo, vuol dire fare riferimento ai due generi nella loro effettiva costruzione storico culturale e non necessariamente alla loro espressione critica.
Questa scelta contiene in sé il rischio di una torsione essenzialista del termine differenza non tanto nella volontà di chi la compie ma nel terreno di analisi che propone. Questo è evidente quando si assume in questo terreno di confronto la “differenza maschile” che non si è pensata storicamente in quanto tale.
Il rischio consiste nel non limitarsi a cogliere nella materialità dei corpi sessuati la fondazione di una soggettività ma nell’adombrare l’equivalenza tra due sessi e due differenze in un’accezione identitaria e biologista della differenza sessuale.
Il nostro tentativo di costruire un punto di vista maschile “parziale” ha quindi presente il rischio che l’assunzione di due differenze, che considero un passaggio necessario, non approdi a considerare queste differenze come dati “naturali e statici”.
Le due “differenze”, inoltre, non sono simmetriche. La storia della differenza maschile è la storia di una parzialità che si è fatta norma e si è pensata come neutra. Dirlo è meno banale di quanto sembri. Non si tratta soltanto infatti di disvelare la presunta neutralità dell'”ordine patriarcale” ma di cogliere ciò che quest’ordine ci dice e ciò che occulta della parzialità che lo ha generato. Soprattutto scoprire quella parzialità che facendosi neutra si è nascosta e imposta allo stesso tempo e rilevare quali elementi siano il prodotto di questa: pensiamo al rapporto con il tempo o con il potere, il rapporto con la natura prodotto dagli uomini. Pensiamo al tempo della trasformazione e al nesso tra la rottura del maschile con la propria corporeità e con il presente e la costruzone di prospettive utopiche. A quale esigenza risponde la costruzione simbolica operata dal maschile? Si può rappresentare la politica e le grandi narrazioni come frutto anche di una tensione maschile a “mettere al mondo un mondo” contro l’esclusività del potere generativo femminile? (vedi ad es. la conclusione del libro “cassandra” di Crista Wolf e l’introduzione di Rossana Rossanda ad Antigone sulla “condanna maschile” alla politica ed alla storia)
Scegliamo di formulare questa domanda quindi non solo per destrutturare la soggettività maschile e rompere gli istituti di oppressione che ha generato, ma anche per scoprirne le potenzialità creative e dare un senso diverso a quelle domande. Se è vero che questa tensione corrisponde ad un tentativo tutto maschile di rompere il monopolio femminile sulla capacità riproduttiva, è anche vero che dentro questa tensione è possibile scoprire spazi irrinunciabili di libertà e creatività per tutti e due i sessi.
L’asimmetria sta anche, ovviamente, nel fatto che una “differenza”, quella delle donne, è oggetto e frutto di una riflessione collettiva che per gli uomini non c’è. Ciò pone un problema nella concreta interlocuzione tra noi in cui si potrebbe cadere nell’errore di attribuire ai pochi uomini presenti una rappresentatività che non hanno e che non possono avere.
Il tema del corpo e della percezione del corpo maschile è stata una costante del nostro percorso ed è stata al tempo stesso fonte di fraintendimenti ed equivoci.
Per la sua centralità attraversa molte altre questioni rappresentando un punto di vista ed un approccio che segna questioni che vanno dalla paternità al “consumo di prostituzione”.
Nel primo articolo che scrivemmo parlavamo di una riflessione cresciuta in modo frammentario su pezzetti di carta e poi ricomposta. Oggi scrivo al computer e faccio largo uso della funzione “copia e incolla” non per pigrizia ma per ripercorrere sensazioni e intuizioni cresciute frammentariamente in questi anni.
Mi riferisco alla natura maschile non come dato definitivo ma come risultato di una stratificazione che, a partire dalla materialità di dati biologici ineludibili, come la disparità tra i sessi nel processo riproduttivo, ha prodotto una tensione oppressiva e distruttiva. Proprio nella oscillazione tra “natura” maschile e “maschilità” storicamente e socialmente determinata si sviluppa il nostro tentativo di decostruire e reinventare un’identità maschile.
Indagando su cosa di comune segnasse l’universo che genera la violenza abbiamo scoperto un immaginario maschile segnato da quella che abbiamo chiamato “miseria” del corpo e della sessualità maschile. Misurarsi con la violenza è misurarsi con questa miseria per tentare di scoprire lo spazio per una diversa esperienza del corpo maschile da parte degli uomini e quindi nelle relazioni con le donne.
Forse la reazione incredula delle donne di fronte al nostro ricorrere all’immagine della “miseria del corpo maschile risponde al sospetto femminile verso una possibile strategia maschile di vittimismo o autocommiserazioni da sostituire all’orgoglio virile.
La nostra motivazione, il nostro stato d’animo e tutt’altro. Il disagio del maschile nel rapporto col corpo non credo sia una nostra invenzione. Lo riconosco di continuo nella storia del pensiero e delle convenzioni sociali costruite nei secoli. Ma gli uomini hanno dissimulato questo disagio con il potere e con un’operazione di inversione simbolica di questa miseria in valore. Il mio/nostro tentativo è quello di svelare questo disagio, nominarlo non per fermarsi alla contemplazione depressa di questa miseria ma per tentare due percorsi connessi e distinti: rileggere il corpo maschile” destrutturando” quella “miseria aggiuntiva” prodotta dal simbolico patriarcale per scoprire una possibile significazione del corpo maschile che ne reinventi altre possibili ricchezze. dall’altro misurarsi con i limiti del corpo maschile(primo ma non unico quello di non generare) per proporre di questi un uso ed un’esperienza diversi, facendone un’opportunità.
“C’è qualcuno che corrisponda al proprio corpo?” Il Cyborg mi aveva colpito nel saggio di Caterina Botti aperto da questa citazione di Francesa Alfano Miglietti e rimanda ad un’altra parola in uno dei tanti cortocircuiti del nostro pensare in questi anni. Protesi.
Protesi è la stessa parola che abbiamo usato per rappresentare il rapporto del maschile con la Legge o con la tecnologia per inseguire il controllo del corpo femminile rendendolo “luogo pubblico” sui cui processi dettare legge o morale e intervenire medicalmente.
La tematica del Cyborg mi viene riproposta da una riflessione femminista che a molte giovani donne offre una prospettiva di risignificazione del corpo e quindi di liberazione. Ne sento la potenza ma la piego ad una ricerca che non può per noi essere invenzione di un’identità oltre l’appartenenza di genere ma tentativo di costruire un immaginario del maschile diverso da quello estraneo e nello stesso tempo pervasivo che le generazioni precedenti e la norma quotidiana mi rimandano.
Si può in questo senso dire che il corpo maschile si sia storicamente costruito come cyborg, che abbia costruito miriadi di protesi di cui ha disseminato lo spazio sociale, l’immaginario, le relazioni? Fino a perdere la percezione di quel corpo che ha generato il bisogno di quelle protesi.
Chi usa le protesi? Chi ha un handicap, un’amputazione. Quali sono le amputazioni che il maschile ha percepito nella sua storia e che ha tentato di superare?
L’etimologia del cyborg rimanda al concetto di pilota, una mente che pilota il corpo
Ne sento la potenza ma la piego ad una ricerca che non è invenzione di un’identità oltre l’appartenenza di genere ma tentativo di costruire un immaginario del maschile diverso da quello estraneo e nello stesso tempo pervasivo che le generazioni precedenti e la norma quotidiana mi rimandano. Si può essere in conflitto con il proprio genere senza essere in conflitto con il proprio corpo che della storia di quel genere è il prodotto? E’ possibile costruire un percorso politico di rottura con la storia e la quotidianità del proprio genere e con le corrispondenze che il nostro corpo ci rimanda che diventi anche occasione per reinventare un uso ed una percezione del nostro corpo e spazio, per nuove relazioni tra uomini?

Riconoscere un universo maschile comune non rimovibile ma del quale assumere responsabilità e storia e nel quale ricercare un percorso diverso che, reinventando uso e rappresentazione del nostro corpo, aggredisca le radici della violenza e offra lo spazio per nuove relazioni
Avviare una riflessione al maschile su questi temi vuol dire camminare su un campo minato in cui si mischiano ambiguità e ipocrisie.

Attraversare le forme del maschile quindi non solo o non tanto per un’assunzione di responsabilità e nemmeno per una prospettiva “civilizzatrice” dei costumi ma per sperimentare le radici profonde dell’universo maschile e tentare di costruire da qui un percorso di libertà.
Gli elementi di ricchezza e continuità che a distanza di anni ritrovo nella riflessione che abbiamo sviluppato sono proprio nella critica di questa motivazione volontaristica e nell’intuizione di individuare la “miseria” della sessualità maschile come nodo fondante dell’identità che vogliamo destrutturare. La natura maschile non come dato definitivo ma come risultato di una stratificazione che, a partire da dati biologici ineludibili , come ad es. la disparità tra i sessi nel processo riproduttivo, ha prodotto una tensione oppressiva e distruttiva.
L’affermazione e la rappresentazione del desiderio maschile come unico desiderio esistente ed il corpo maschile come un corpo da imporre, il piacere femminile sempre dissimulato e comunque speculare ai meccanismi di quello maschile. In ogni caso rimosso. Il maschile come unico soggetto desiderante e dunque come unica soggettività.
Rompere questa rappresentazione vuol dire fare esperienza di un limite ma al tempo stesso di un’opportunità. Scoprire l’affermarsi di un’altra soggettività, incontrare la libertà femminile vuol, dire anche fare attraverso questa una diversa esperienza del corpo maschile come corpo desiderato.
Da questo punto di vista, a proposito del tema dei conflitti, la lettura della violenza sessuale come risposta conflittuale maschile all’affacciarsi della libertà femminile nella società non ci è mai sembrata uno strumento efficace di lettura vedendo anzi nell’espressione della libertà e della soggettività femminile una leva per rompere uno dei meccanismi profondi che producono la violenza sessuale e che attiene alla percezione del corpo maschile.
Percezione e uso del corpo maschile come tema politico e non come fuga nel privato o nella scoperta superficiale della tenerezza per non misurarsi col tema del potere.
Ma dov’è il potere? E su cosa si fonda l’uso e la costruzione del potere da parte del maschile? Io credo che si debba andare al fondo e cioè al rapporto con il corpo maschile e questa ricerca non sia una fuga dal nodo del potere ma al contrario il tentativo di fare i conti con esso e con la sua pervasività senza facili scorciatoie di denuncia del sistema politico.
Questo il nodo di cui parlare e per farlo cerchiamo un interlocuzione che riconosca l’asimmetria dei percorsi ma anche la loro reciproca autonomia
Si tratta di una interlocuzione preziosa ma non fondante, nè capace di fornire ciò che la ricerca autonoma degli uomini dovrà produrre.
Non come esponenti di un genere ma come soggettività che in quanto tale è conflitto e internità al proprio sesso, non restare oggetto della riflessione critica delle donne ma tentare di porsi come interlocutore, non paritario ma “altro”, che non chiede legittimazione ma semplice interlocuzione e riconoscimento reciproco.

da il manifesto

I media si sbagliano. Le persone che sono venute a Camp Casey a darmi una mano per coordinare la stampa e gli avvenimenti non mi stanno mettendo le parole in bocca: è il contrario. Sono conosciuta da un pò come una persona che dice la verità e la dice forte e chiara, ho sempre chiamato un bugiardo bugiardo e un ipocrita ipocrita. Adesso devo usare un linguaggio più pacato per rivolgermi ad un pubblico più vasto.

Perchè i miei amici a Camp Casey pensano di essere lì? Come mai è nato un movimento così grande da un’azione così piccola il 6 agosto 2005? Non ho avuto molto tempo per analizzare il fenomeno di Camp Casey. Leggo che avrei rilasciato 250 interviste in meno di una settimana, e ci credo. Vado a letto con la gola secca ogni sera e sono abbastanza stanca di rispondere a domande tipo «cosa vuoi dire al presidente?» o «pensi davvero che ti riceverà?». Però da quando mia mamma è stata male ho avuto la possibilità di fare un passo indietro e pensare un po’ alla diga che ho aperto a Crawford, Texas.

Questo è il miracolo di Camp Casey. I cittadini americani contrari alla guerra, che non hanno mai avuto una valvola di sfogo per il loro disgusto e la loro costernazione, stanno mollando tutto per venire a Crawford e stare qui in solidarietà con noi, che ci siamo presi l’impegno di accamparci fuori dal ranch di George per tutta la durata del tremendo agosto texano. Se non possono venire in Texas stanno partecipando a veglie, scrivendo lettere ai loro rappresentanti e ai giornali locali, stanno organizzando branche di Camp Casey nelle loro città. Siamo molto grati per tutto il loro supporto e penso che anche loro, gli americani pro-pace, siano grati per avere finalmente qualcosa da fare. Una cosa che però non ho notato o di cui non mi sono accorta è un aumento, tra le persone favorevoli alla guerra dall’altra parte della recinzione, del numero di quanti si arruolerebbero per andare a combattere la guerra per l’imperialismo e l’insaziabile avarizia di George Bush. La parte pacifista ha alzato i propri sederi apatici per diventare guerriera per la pace e la giustizia. Dove sono quelli favorevoli alla guerra? Ogni giorno a Camp Casey abbiamo un paio di persone contro la pace dall’altra parte della strada, sventolando cartelli che mi ricordano che «la libertà non è gratuita», ma non li vedo mettere i loro soldi dove mettono bocca. Non penso che abbiano intenzione di pagare neanche un centesimo per la libertà sacrificando il loro stesso sangue o la carne dei loro figli. Li sfido ancora ad andare in Iraq e lasciar tornare a casa un altro soldato, magari uno che è al terzo turno, o uno/a che ha servito il proprio paese nobilmente e altruisticamente solo per ritrovarsi ostaggio in Iraq per colpa di ipocriti assetati di potere, gente molto allenata a evitare di mettere in gioco la propria pelle.

Al contrario di ciò che i principali media pensano, non sono piovuta dal cielo a Crawford quel giorno di caldo terrificante due settimane fa. Ho scritto, parlato, testimoniato di fronte a commissioni del Congresso, partecipato a conferenze e rilasciato interviste per più di un anno. Sono conosciuta piuttosto bene nella comunità pacifista e avevo già tantissimi supporter prima ancora di lasciare la California. Le persone che mi hanno appoggiata l’hanno fatto perchè sapevano che su questa guerra io dico tutta la verità senza compromessi. Mi sono alzata e ho detto: «mio figlio è morto per niente, e George Bush e la sua malefica congiura e la loro politica spericolata l’hanno ucciso. Mio figlio è stato mandato a combattere in una guerra che non aveva basi reali ed è stato ucciso per questo». Non ho mai detto mi raccomando, per favore o grazie. Non ho mai detto niente di annacquato come fa lui con la sua retorica patriotica. Dico che mio figlio è morto per delle bugie. George Bush ci ha mentito e sapeva che stava mentendo.

Adesso vengo diffamata e infangata dai destroidi e dai cosiddetti media «giusti ed equilibrati» che hanno paura della verità e non sono in grado di affrontare qualcuno che la dice. Devono storcere, distorcere, falsare e controllare qualsiasi cosa io abbia mai detto, quando non hanno mai controllato niente di quello che George Bush ha detto o sta dicendo. Invece di chiedere a George o a Scott McClellan se mi incontreranno, perchè non fanno le domande che avrebbero sempre dovuto fare? Tipo «perché i nostri giovani stanno combattendo, morendo ed uccidendo in Iraq? Qual’è la nobile causa per cui li state mandando in Iraq? Cosa sperate di ottenere laggiù? Perché ci avete detto che c’erano armi di distruzione di massa e legami con Al Quaeda quando sapevate che non ce n’erano?»

Camp Casey è cresciuto, prospera ed è sopravvissuto a tutti gli attacchi e a tutte le sfide, perché l’America è stanca e nauseata di bugiardi e di ipocriti. Vogliamo le risposte alle secche domande che sono stata la prima ad avere il coraggio di fare. Questo è il momento della responsabilità e Bush e sta fallendo miseramente. Lui e i suoi consiglieri mi hanno seriamente sottovalutata quando hanno pensato di potermi intimare di andarmene prima di avere delle risposte, o prima della fine di agosto. Posso resistere a qualsiasi cosa sia gettata addosso a me o a Camp Casey: se questo accorcia la guerra di un solo minuto o salva anche una sola vita, ne vale la pena.

Penso che abbiano seriamente sottovalutato tutte le madri. Mi chiedo se nessuno di loro abbia mai avuto un rapporto madre-figlio autentico e se sono così sorpresi che ci siano così tante madri in questo paese che sono irremovibili quando si tratta di chiedere la verità, che vogliono dare un significato alla morte non necessaria e apparentemente insignificante dei loro figli. Il movimento di Camp Casey non morità finché non avremo un resoconto genuino della verità e finchè le nostre truppe non verranno riportate a casa. Facci l’abitudine, George. Non ce ne andiamo.

Soprannominata «peace mom» dalla stampa, Cindy Sheehan è la madre di un caduto in Iraq che si è accampata all’inizio di agosto davanti al ranch di Bush in Texas. L’accampamento pacifista ha rivitalizzato come per miracolo l’intero movimento pacifista americano.

Traduzione di Barbara Visentin

da il manifesto – Tali Fahima, la pasionaria ebrea amica dei palestinesi

Tali Fahima è una figura molto inusuale nel paesaggio politico israeliano. Voi sapete che in Israele le fasce popolari sono normalmente schierate a destra e l’élite economica e intellettuale a sinistra. Tali Fahima è un caso eccezionale. È una giovane donna di 27 anni nata a Dimona, una città povera del sud, in una famiglia di origine marocchina, molto povera. Non ha mai studiato ed è stata anche una militante del Likud, il partito di destra. Per caso, ha visto un film su Jenin. È un film molto bello che si intitola «I bambini di Arna». Racconta la storia di una donna israeliana meravigliosa che, durante la prima Intifada, venne tra i palestinesi per garantire l’educazione dei bambini più piccoli, nelle scuole materne e nelle scuole elementari, per aiutarli a scrivere e a disegnare. In questo film, si vedono i bambini di Arna nel 1988-89. Sono bambini piccoli di otto, nove, dieci anni, uguali ai bambini che si incontrano in Israele, Palestina, Europa, Africa, e tra loro, un gruppetto di cinque parlano del loro avvenire, di ciò che vorrebbero essere in futuro. Uno racconta di voler diventare attore, un altro medico. Quegli stessi bambini sono mostrati dieci anni dopo. Li si vede durante la seconda Intifada, tutti morti. Questo, di cui vi sto parlando, è un documentario, non una fiction cinematografica. Tutti loro sono morti in combattimento o negli attentati, tranne uno che si chiama Zakaria A. Z che oggi è tra le persone più ricercate dai militari israeliani. Questo film testimonia la volontà di vivere e l’umanità che c’è nei bambini, negli adolescenti, poi negli adulti. Una straordinaria forza di vivere che finisce nella morte.

L’umanità di Jenin

Tali Fahima, che aveva guardato il film in televisione, ha poi potuto vedere con i suoi occhi quello che è il campo di Jenin. Tra quello che vede tutti i giorni e quello che ha visto nel film c’è come una frattura, perché ciò che si ascolta per strada o alla televisione o si legge sui giornali di quanto avviene nel campo è il racconto di un nido di terroristi, una popolazione di terroristi, tutti quelli di Jenin sarebbero terroristi, dal vecchio di 86 anni fino al neonato o al bambino piccolissimo. Tutti, in quel luogo, sarebbero terroristi e tutti hanno un’unica motivazione nella vita: uccidere gli ebrei. Invece quel film dimostra il contrario: si vedono giovani che vogliono vivere, che non nutrono odio, giovani che non desiderano altro di poter essere medici, attori, poter essere come tutti i bambini che pensano a quello che faranno da grandi, poter essere bambini che hanno dei sogni.

Tali Fahima è andata a Jenin. È una cosa rarissima tra i giovani israeliani, siano essi di destra o di sinistra. Lei è andata a Jenin ed è diventata amica dei giovani di Jenin e degli amici e dei compagni di Zakaria A. Z. Quando è tornata in Israele ha raccontato che ciò che si diceva era tutta una bugia, che Jenin è una città piena di vita e di volontà di vivere, che è falso che ci sono solo kamikaze che non pensano altro che alla morte. Ha cominciato a raccogliere dei soldi per la gente di Jenin e ha tentato di convincere i giovani ad andarvi per conoscere la situazione in modo diretto.

I Servizi di sicurezza di Israele hanno deciso di usare Tali Fahima. Hanno pensato che una ragazza che non ha studiato, che vive in una famiglia povera, che non è l’intellettuale invasata di Tel Aviv, si potesse raggirare a piacimento e, attraverso di lei, avrebbero potuto trovare Zakaria A. Z. Per molte settimane è stata trattenuta in arresto e interrogata e minacciata perché lavorasse per i servizi segreti. Lei ha sempre risposto: «Andate a quel paese!». Sebbene abbiano continuato a minacciarla e a interrogarla, lei ha continuato a dire: «Quelli sono miei amici e io non li tradisco. Visto che voi dite che io sono una terrorista e lavoro con dei terroristi, portatemi in tribunale. Non avete nessuna prova, perché non ho fatto niente di male. L’unica cosa illegale che ho fatto è stato andare a Jenin».

In effetti, non avevano nessuna prova contro di lei. Cosa fare se non si hanno prove ma si vuole ugualmente punire qualcuno? In Israele esiste una procedura che viene detta «detenzione amministrativa». In Francia, c’era qualcosa di simile durante l’ancien régime. Al tempo della monarchia assoluta, si parlava di «lettera d’arresto», un ordine che permetteva di fermare qualcuno senza nessun processo, nessuna prova, ma solo perché il re lo ordinava. Quelli attuali sono ordini d’arresto di sei mesi, rinnovabili di sei mesi in sei mesi indefinitivamente senza che vi sia mai nessun intervento da parte della Giustizia. Tali Fahima è stata colpita da una detenzione amministrativa, cui ha fatto seguito, in Israele, una campagna di opinione per dire che quello era troppo, che si stava passando il limite.

I servizi di sicurezza israeliani hanno voluto comunque questa detenzione amministrativa e hanno voluto anche aprire un processo inquisitorio. Durante tutto questo tempo, Tali Fahima ci ha spedito lettere e ci ha fatto sapere, tramite i suoi avvocati, di non preoccuparci perché lei non voleva diventare un problema per noi; il problema più importante è la gente di Jenin. Hanno deciso di accusare Tali Fahima del reato più grave che esiste nel codice penale israeliano: sostegno al nemico nel tempo di guerra. Il reato è talmente grave che, durante la prima udienza del processo che si svolge a Tel Aviv, il giudice ha chiesto al Procuratore se avesse intenzione di richiedere la pena di morte. Da quanto posso ricordare io, in Israele l’unica volta che è stata chiesta la pena capitale, è stato contro Adolf Heichmann, criminale di guerra nazista, responsabile di milioni di morti.

Quali sono le prove che possono giustificare la pena di morte? Dal nostro punto di vista, nessuna, zero assoluto. Ma quali prove il Procuratore ha presentato in Tribunale contro Tali Fahima? Nell’atto di imputazione ha scritto che Tali Fahima ha tradotto a Zakaria A. Z. un documento militare ultra segreto e molto importante, che faceva parte di un piano riservato dell’esercito israeliano per compiere un’operazione contro il campo di Jenin. È un reato molto grave, ma come potrebbe avere tradotto dal momento che Tali Fahima non conosce l’arabo e Zakaria A. Z. non conosce bene l’ebraico? In secondo luogo, come si è procurata questo documento militare riservatissimo? Finalmente, adesso sappiamo com’è la giustizia in Israele!

Punita perché «fuori posto»

In tribunale hanno presentato questo importante documento e l’esercito ha affermato che Tali Fahima lo ha trovato per terra, nel campo, due giorni dopo l’operazione. Questo documento, che abbiamo, e che circola anche in internet e che si può trovare ovunque, è una fotografia di vent’anni fa di Zakaria A. Z. e di cinque suoi amici, fisicamente molto diversi da come sono adesso, sotto cui c’è scritto: «Wanted». Come si fa a dire che una fotografia è stata tradotta in arabo o in ebraico?

Adesso non chiedono più la pena di morte, chiedono l’ergastolo. Ma perché? Cosa c’è in Tali Fahima che li rende folli? Il fatto che abbia rotto due muri, mentre, oggi, si devono costruire muri dappertutto. Prima di tutto, ha rotto il muro di classe: non capiscono che ruolo possa avere questa marocchina, che non ha nemmeno avuto una buona educazione, negli ambienti d’élite di Tel Aviv. Fare politica, andare nel campo di Jenin è un lavoro per chi studia, per chi è nella classe elitaria, non per una marocchina. Ma soprattutto, Tali Fahima ha rotto quel muro che deve dividere ebrei e arabi, israeliani e palestinesi. Quando una ragazza, una giovane donna di Dimona, dice agli agenti dei servizi segreti, alla polizia che va ad arrestarla, al procuratore che la interroga, al giudice che la sta giudicando, che i suoi veri amici sono quelli del campo di Jenin, che si chiamano Mustafà, Hama, Hassan, nasce un problema grave, che va punito gravemente, perché, ora, viviamo in un mondo dove ognuno deve stare al suo posto a livello sociale, etnico, nazionale, confessionale. Ci vogliono imporre un mondo dove il senso di umanità non ha più significato e dove ognuno è rinchiuso entro la propria tribù, e guai a chi volesse scavalcare i muri fra le tribù! Ma finché ci saranno dei giovani e delle giovani ragazze come Tali Fahima, noi abbiamo il diritto di avere una speranza.

Per maggiori informazioni e il sostegno economico alla difesa legale di Tali Fahima si può consultare il sito www.freetalifahima.org

 Fra le due guerre Rituali crudeli, ipocrisie sociali e disperate rivalità femminili in un breve romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato in Francia nel 1930 e da poco uscito per Adelphi
Daniela Padoan

Nel decennio che seguì la Rivoluzione d’Ottobre, Parigi ospitò numerosi intellettuali russi in esilio, come Vladimir Nabokov, Nina Berberova e Marina Cvetaeva. Fra questi, Irène Némirovsky, ebrea di origine ucraina, nata a Kiev nel 1903 e destinata a morire, non ancora quarantenne, ad Auschwitz. Dopo un soggiorno in Finlandia e in Svezia, la famiglia Némirovsky si trasferì in Francia, dove il padre, ricco finanziere rovinato dai rovesci della storia, riuscì a ristabilire i propri affari. La giovane Irène, che parlava il russo, il polacco, l’inglese, il finnico e l’yiddish, studiò letteratura alla Sorbona e iniziò a pubblicare novelle sotto pseudonimo. Appena ventiseienne, diede alle stampe il suo primo romanzo David Golden, in cui ritraeva impietosamente il milieu ebraico degli affari. L’anno successivo, andando più a fondo sullo stesso tema, scrisse Il ballo (da poco pubblicato per Adelphi, traduzione di Margherita Belardetti, pp. 83, euro 7), un piccolo gioiello di ferocia in cui la rivalità tra madre e figlia, l’ipocrisia sociale e la ricchezza da parvenu della famiglia danno origine a una folgorante vendetta adolescenziale. Quando i tedeschi, tra il maggio e il giugno del 1940, invasero la Francia, Irène, che nel frattempo si era sposata con un banchiere ebreo e che con lui si era fatta battezzare, venne abbandonata da quasi tutti coloro che prima avevano ricercato la sua compagnia e ammirato il suo lavoro: come molte altre intellettuali assimilate, di fronte al montare del nazismo era tornata ad essere semplicemente un’ebrea. Nell’ottobre di quello stesso anno, con l’introduzione delle leggi razziali, fu costretta a portare la stella gialla e le fu vietato di pubblicare opere con il proprio nome, mentre il marito dovette cessare di esercitare la sua professione. Angustiata dalle difficoltà economiche e dalla preoccupazione per l’incolumità delle sue due bambine, Irène si trasferì in un villaggio della Borgogna dove, nel luglio 1942, venne arrestata dalla gendarmeria francese, internata nel campo di Pithiviers e deportata ad Auschwitz. A nulla valsero le suppliche del suo editore, Albin Michel, all’ambasciatore tedesco a Parigi e al maresciallo Pétain, capo del regime fantoccio di Vichy, né le proteste del marito, che pochi mesi più tardi seguì la sua stessa sorte. Le due figlie, Denise ed Elisabeth, riuscirono a salvarsi, nascoste di convento in convento da una donna cattolica; in una valigia gelosamente conservata durante i continui spostamenti, insieme alle foto di famiglia c’era il taccuino che conteneva gli scritti della madre, vergato con una grafia sempre più minuta man mano che la carta si faceva introvabile. Si trattava dei primi due libri che avrebbero dovuto comporre l’affresco in cinque parti di un paese invaso e di una società disgregata, pubblicati in Francia nel 2004 con il titolo di Suite française (la traduzione italiana, sempre per Adelphi, uscirà a settembre) e accolti come un evento letterario, tanto da ottenere, a titolo postumo, il Prix Renaudot.

Alla luce degli eventi che si sarebbero rapidamente succeduti, Il ballo assume toni profetici. Scritto l’anno prima del grande crollo in Borsa e quattro anni prima dell’avvento del nazismo, è il romanzo di un massacro, in cui, anche se non accade quasi nulla, niente si salva. Resta un vuoto assordante: quello degli invitati che non arrivano, devastando ogni sogno di ascesa mondana, e quello di un’insanabile frattura familiare, tanto più tragica nel suo essere ammantata di vacuità.

La protagonista, Antoinette, è una ragazzina di quattordici anni, lunga e magra, il volto smunto, apparentemente sottomessa al dispotismo capriccioso di una madre che non vuole essere spodestata dal territorio della giovinezza. Il padre, Alfred Kampf, si è sollevato da un’esistenza di stenti, dopo aver lavorato come impiegato e prima ancora come usciere in livrea blu alla Banca di Parigi, grazie a un geniale colpo in Borsa. La madre, Rosine, esacerbata da anni di vita matrimoniale «passata a rammendare i calzini» in un appartamentino buio dietro all’Opéra-Comique vede finalmente possibile la sua rivincita e, dopo aver spinto il marito a trasferirsi in un grande appartamento bianco dai mobili dorati, si fa tingere i capelli di un bell’oro splendente. D’improvviso tornano i desideri soffocati in una non voluta maturità, e la donna, che vede la propria bellezza sparire, specularmente alla figlia si strugge nell’attesa di un amante giovane e focoso, e di tutti quei lussi che la povertà le ha negato. L’occasione, quasi il timbro apposto a suggellare il raggiunto successo, viatico ai sogni romantici e mondani, è una sontuosa festa da ballo. Duecento inviti da spedire. La madre, il padre e la figlia seduti al tavolo del salone a scrivere gli indirizzi sui cartoncini, sentendosi spiati dai domestici, davanti ai quali il padre si sforza di non togliersi la giacca, la madre di non alzare la voce, la figlia di non piangere: per il decoro, di cui proprio i camerieri – più che i signori Kampf, che ora, davanti alla servitù, si danno del voi – sono i cerimonieri. La lista degli invitati, piena di cancellature e che, per errore, contiene anche l’indirizzo del tappezziere, sembra presa dalla cerchia in cui è cresciuto il singolare imbroglione immortalato da Thomas Mann nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull: una signora non più invitata in società da quando è stata coinvolta «in quella faccenda… sai, le famose partouze del Bois de Boulogne, due anni fa»; la signora d’Arrachon, vista da qualcuno, anni prima, in una casa chiusa di Marsiglia, «ma il matrimonio l’ha ripulita, riceve gente assai distinta»; Abraham e Rebecca Birnbaum, che dopo aver comprato il titolo sono diventati il conte e la contessa du Poirier; e, infine, la signorina Isabelle, una vecchia e malevola zitella cugina dei Kampf, invitata solo perché il resto della famiglia possa rodersi venendo a sapere del successo avuto da Rosine in società. Che i più presentabili tra gli invitati diano forfait è già messo nel conto: «Ci vuole metodo, mia cara: per il primo ricevimento gente a non finire, soltanto al secondo o al terzo si fa una cernita» assicura Kampf, che ha dovuto imparare dai suoi trascorsi. «Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Per farsi strada bisogna seguire i precetti del Vangelo: se ti danno uno schiaffo, tu porgi l’altra guancia. Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana».

Antoinette non ha mai partecipato a un ballo, ma le immagini dei corpi allacciati nelle danze, della musica sfrenata, del fruscio degli abiti, delle parole d’amore bisbigliate nei salottini appartati eccitano la sua immaginazione adolescenziale. Quando scopre che la madre ha previsto di mandarla a letto, come sempre, alle nove, la implora di lasciarla prender parte alla festa, almeno per un’ora, ma il rifiuto di Rosine è irrevocabile: «Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito». Mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica. E dentro di sé sente crescere un odio disperato, rivolto contro la madre, contro tutti gli innamorati che passeggiano abbracciati al crepuscolo, contro quelle gioie sensuali che non conosce ma di cui le sue membra impuberi chiedono dolorosamente soddisfazione: «Un odio da zitella a quattordici anni?».

Proprio mentre la sua istitutrice amoreggia sul ponte Alexandre III, Antoinette, non vista, anziché spedire gli inviti li getta nella Senna. Il giorno della festa, la madre, «rutilante, scintillante come un reliquiario», attenderà inutilmente gli ospiti. Un’attesa terribile, come di un vetro in cui si propaghi lentamente un’incrinatura, fino a crollare in un fragore di schegge; e la figlia ad assistere, muta, non vista, al via vai imbarazzato dei camerieri, allo sciogliersi del ghiaccio nei secchielli da champagne, al continuo attaccare le danze dei musicisti per ogni squillo dei fornitori alla porta di servizio, al disfarsi dell’acconciatura materna, fino al prorompere del reciproco risentimento dei coniugi Kampf, in un fiotto di insulti rabbiosi. Solo allora Antoinette uscirà dal suo nascondiglio, per andare, silenziosa, ad abbracciare la madre. «Povera mamma…». «Ah, mi resti solo tu, bambina mia…».

Un finale che ricorda un altro crudele rituale mancato di accettazione e di ascesa sociale, in una disperata ricerca dello stigma dell’aristocrazia, quando la vecchia maîtresse di Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer, nel 1914, invita a un ballo i suoi antichi clienti, tutti arricchiti in Borsa grazie alla frequentazione del suo salotto, dove era facile captare informazioni riservate sui titoli. Aveva comprato una elegante dimora bianca per la quale aveva speso fino all’ultimo soldo, e non per la pace dei suoi ultimi anni, ma proprio al solo scopo di dare «un ricevimento con un Vanderbilt, e vederlo voltarsi verso di me e dirmi: “Signora, è stato un piacere”». Ma al ricevimento arrivano gli uomini, senza le mogli, mentre inutilmente l’orchestra attacca il Danubio blu perché le coppie si lancino nelle danze.

Balli, entrambi, falliti, sul baratro delle due guerre; a fare da specchio ai balli riusciti, resi sabba del grottesco da un vorticare di abiti rossi, perle, cappelli a cilindro, denti d’oro occhieggianti da ghigni rapaci di industriali e militari immortalati nei quadri del dadaista Georg Grosz, costretto a lasciare l’Austria all’ascesa del nazismo. Balli che mettono in scena quello «spirito piccolo borghese di cui Hitler è stato la più pura incarnazione», come dirà Hermann Broch (viennese di origine ebraica, anch’egli costretto all’esilio dall’avvento del nazismo) parlando della dissoluzione di una borghesia che, affondando profondamente nella colpa etica, rese possibile la catastrofe. Apolitici, indifferenti, incolpevoli. Persino chi, di lì a poco, sarebbe finito tra le vittime. In questo è lo splendore lucido della Nèmirovsky, e il suo lascito.

Le donne negli anni 70 lottavano “per poter scegliere”, oggi vorrebbero “non dover scegliere”
A.B.

Roma. Mamme italiane di trent’anni. Sono state loro a dare una piccola scossa alla natalità (ed era un po’ che i demografi discutevano di un quasi impercettibile picco), con un calcetto alla lowest low fertilità d’Italia, la bassissima fecondità, e già però i tecnici la chiamano così: maternità di recupero.
Che arriva un po’ più tardi, a volte parecchio tardi, ma arriva. A quella che in Inghilterra è stata definita “la migliore età per avere un bambino: 34 anni”. Dagli anni Settanta a oggi l’età in cui si fa il primo figlio è salita di dieci anni, si sa. Cosa si può fare per riportarla indietro, per alleggerire il pensiero di un figlio, per allontanare un po’ la media da quell’uno virgola tre figli per donna che significa estinzione a non troppo lungo termine? Visto che poi, in Finlandia, Danimarca e Svezia madri biondissime e modernissime e ben più giovani tengono una media di quasi due figli a coppia, visto che in Francia si fanno più bambini (ma anche più aborti). Politiche familiari, è la risposta. Baby bond, una specie di dote “per aiutare a mettere su famiglia e rafforzare l’autonomia dei giovani”, è la proposta della Margherita. Perché sta quasi tutto lì, nella difficoltà, nella precarietà, però non
solo. “C’è stato un cambiamento culturale notevole rispetto a trent’anni fa – dice al Foglio Marina Piazza, sociologa, presidente di Gender, ex presidente della Commissione nazionale per le pari opportunità della presidenza del Consiglio – Allora si lottava nelle piazze, per la libertà, l’aborto e il divorzio perché si aveva in testa uno slogan: ‘Per poter scegliere’, ora lo slogan, se ci fosse, sarebbe: ‘Per non dover scegliere’. Per non dover scegliere, giustamente, tra maternità e carriera, per avere tutto ma anche per non avere troppe responsabilità: c’è più paura, e c’è un desiderio di maternità e paternità che comincia ad aggirarsi, nebuloso, dopo i venticinque anni, per realizzarsi almeno cinque anni dopo”. Paura che la vita cambi, paura delle rinunce. “Se ci si ragiona troppo un figlio non lo si farà mai, ma si tende sempre di più ad aspettare che il desiderio sia sostenuto da elementi di realtà, sia ben protetto da famiglia, lavoro, sicurezza economica”, dice la Piazza. La paura è dovuta anche al fatto che l’Italia “non è una società accogliente nei confronti delle donne e dei figli. Nelle aziende la mentalità è questa: come sono belle le donne, come sarebbe bello se fossero uomini”.
Significa che si apprezzano le competenze femminili, ma si pretendono comportamenti maschili: ti
mando in Olanda, però devi partire tra un’ora; quest’incarico sarebbe perfetto per te, lavoraci anche la sera. “Sono pochissime le aziende, ad esempio, a concedere il part-time, soprattutto ad alti livelli – spiega la Piazza, che sta facendo una ricerca sul rapporto tra maternità e lavoro fra le giovani donne in Lombardia – mentre in Olanda sia madri sia padri hanno diritto al part time per i primi tre anni di vita del bambino: qui si va in congedo maternità e al ritorno la scrivania è stata spostata, si fa un bambino e si viene considerate residuali”. Non solo politiche familiari, quindi, quel che serve è “una politica di conciliazione”, dice la Piazza, un nuovo welfare.
“La questione dell’instabilità lavorativa è l’elemento principale che ostacola o ritarda una maternità – e se il primo figlio lo si fa a 32, 34 o 35 anni, quasi sicuramente non se ne avrà un altro, in Italia la media
statistica è molto vicina a quella reale”. Instabilità lavorativa significa contratti a termine, assegni di ricerca, “un percorso accidentato che prosegue mese per mese e che offre un’autonomia zoppa ma,
nelle fasce più alte, maggiori possibilità di carriera”. Marina Piazza ha incontrato giovani donne con assegni di ricerca all’Università: “Nessuna avrebbe mai fatto il cambio con un lavoro impiegatizio a tempo indeterminato”. In Svezia ci sono molti strumenti di flessibilità, “semplicemente perché tengono
conto che le donne esistono e vanno sostenute”. In Inghilterra il part time viene concesso anche ad alti livelli, e in Francia le imposte vengono pagate sul quoziente familiare. In Italia “c’è la famiglia”. Le nonne, i nonni. “Quest’ultimo rapporto Istat ha segnalato 20 punti percentuale in meno sul lavoro delle donne con più di 45 anni: sono quelle che restano a casa a occuparsi dei nipotini”. Perché mancano i servizi, mancano gli asili nido. “E c’è un altro fattore culturale: nonostante i cambiamenti, vige
ancora, in Italia, la scarsità di condivisione del lavoro di cura” dice Marina Piazza. Cioè la casa, i bambini, la spesa: “il settantasette per cento del lavoro familiare è fatto ancora dalle donne”, i mariti se la cavano alla grande. E per questo piccolo picco di natalità il rapporto Istat ha registrato un altro dato, fa notare la Piazza: “l’aumento dell’occupazione femminile, sempre costante negli ultimi anni, questa volta si è fermato”.

da il manifesto – Salma Yacoobi, leader di Stop the War, parla da Birmingham dei timori delle comunità islamiche britanniche

Salma Yaqoob è una donna minuta e dall’aria timida. Ma la sua voce e la sua personalità l’hanno resa una delle più carismatiche leader di Stop the War Coalition, la coalizione nata dopo l’11 settembre 2001. Lei della coalizione è presidente a Birmingham, la città dove abita. E alle scorse elezioni, come candidata di Respect, è stata battuta per soli tremila voti dal candidato Labour a Sparbrook e Small Heat (che vanta una presenza musulmana pari al 37%). Salma ha tre figli piccoli ed è una psicoterapeuta. Dall’11 settembre però la sua vita è cambiata e lei, inglese musulmana (come sottolinea), è diventata una delle voci più note e apprezzate del movimento contro la guerra.

Cominciamo dagli arresti di oggi (ieri per chi legge, ndr) a Birmingham. Sembra che uno dei quattro arrestati sia uno dei presunti attentatori del 21 luglio. Cosa sai?

Più o meno quello che dicono i media. E cioè che in due case di un quartiere della città sono state arrestate quattro persone. L’uomo che sembrerebbe essere uno dei ricercati per i falliti attentati del 21 luglio è stato arrestato dopo una collutazione: i poliziotti hanno usato una pistola a scariche elettriche. Penso che inevitabilmente questi arresti aumenteranno la pressione sulla comunità musulmana della città. Dopo la morte del giovane brasiliano, ucciso `per sbaglio’ dalla polizia a Londra la paura è aumentata ed è tangibile. Naturalmente tutti ci auguriamo che i responsabili degli attentati falliti il 21 luglio siano arrestati al più presto, ma non possiamo accettare che le nostre libertà siano limitate o barattate in cambio della sicurezza.

Parliamo del clima che si respira a Birmingham

C’è una grande paura tra le gente in generale e nella comunità musulmana in particolare. C’è paura a salire sui mezzi pubblici, ad andare al supermercato. Ma quando atti atroci come queste bombe accadono l’indice viene puntato contro i musulmani. Ad ogni singolo musulmano si chiede di condannare gli attentati, che è comunque quello che ognuno di noi fa. Ci si chiede però anche di scusarci, di farlo pubblicamente. E questa è una cosa che non si chiede alle altre comunità. Voglio dire che quando l’Ira metteva le bombe in questo paese nessuno si aspettava che ogni singolo cattolico o ogni singolo prete si alzasse per chiedere scusa. In un certo senso veniamo comunque associati alle bombe, anche se ci dissociamo dagli attentati. Credo comunque che dobbiamo essere realisti e accettare che da parte dei non musulmani ci sia una genuina paura. Dobbiamo accettare che ci venga chiesto cosa pensiamo. Sarebbe più semplice dire che non dobbiamo giustificarci perchè anche noi siamo contro questi attentati, anzi anche noi ne siamo vittime. Ci sono molte emozioni e sentimenti contraddittori in questo momento, e molta gente pensa seriamente a dove potrebbe andare se fosse costretta dalle circostanze a lasciare questo paese. La paura maggiore è non sapere dove tutto ciò andrà a finire.

Cosa sta accadendo dentro la comunità musulmana?

C’è decisamente un grande risentimento. Soprattutto perché ci viene posta costantemente una domanda: sei musulmano o sei inglese? Come se le due cose fossero incompatibili, anzi come se una escludesse l’altra. Ma è come se mi chiedessero se sono una donna o se sono una inglese. Sono entrambe le cose. Il fatto stesso che si continui a porre questa domanda dimostra che l’essere musulmano, che dovrebbe essere una scelta privata di ciascuno, non è riconosciuto come tale. Eppure questa è una società che si dice non razzista, e in parte è assolutamente vero. In confronto a molti altri paesi, questo ha probabilmente un modello migliore di multiculturalismo. La realtà è che ci troviamo in questo singolare dilemma a causa della politica estera del governo. Il nostro governo ha scelto di percorrere la strada della guerra al terrore, alleandosi con George Bush. E per giustificare questa guerra deve identificare un nemico in termini chiari. L’islam integralista è il nemico. E quando Tony Blair si ostina a dire che le bombe di Londra non hanno nulla a che fare con l’Iraq o con l’Afghanistan ripete lo stesso refrain di Bush, e cioè che tutto questo accade perché ci sono persone che odiano il nostro modo di vita. E queste persone sono i musulmani. Negando qualsiasi legame con l’Iraq, Blair sta cercando di salvare se stesso: ammetterlo equivarrebbe ad accettare una parte di colpa. E’ indubbio che ci siano degli estremisti che giocano e usano le emozioni e i dolori della gente per quanto accade in Iraq, ma l’Islam dice chiaramente che non si deve togliere la vita a un innocente. Noi condanniamo il terrorismo nel nome della democrazia ma condanniamo anche il terrorismo nel nome della religione.

Il deputato Labour musulmano Shahid Malik ha detto ai Comuni che la scelta è una: togliere voce a chi è stato tollerato fino a questo momento, cioè agli estremisti. Insinuando così che la comunità musulmana ha chiuso gli occhi di fronte agli estremisti. Che ne pensi?

Che è falso: noi non abbiamo mai dato voce agli estremisti. Questa gente non va solo contro ai non musulmani. Colpisce, direi quasi in primo luogo, i musulmani. Ci danneggiano. Non hanno rispetto per la vita, dei musulmani e dei non musulmani. Per questo nessuno di noi lascia spazio a queste idee. L’idea che in qualche modo sia colpa nostra perchè li abbiamo lasciati all’interno della nostra comunità è da rigettare. Questi estremisti sono gli stessi che la Cia e i governi occidentali hanno aiutato in Afghanistan, quando combattevano contro l’Urss. Hanno reclutato in tutto il mondo, hanno dato vita a questo concetto estremo di jihad e l’hanno fatto con l’appoggio o comunque con il placet dei governi occidentali. Quello che stiamo vivendo oggi ha radici profonde, non è nato oggi, o dopo l’11 settembre 2001.

Come cambierà il dibattito all’interno della comunità musulmana dopo questi avvenimenti?

Rimane il problema reale dei ghetti. Le comunità sono divise in ghetti. Anche a Birmingham ci sono zone in cui c’è una unica etnia, ma in generale le cose stanno cambiando. La gente si sta mescolando. Ci sono zone miste. La comunità musulmana qui è molto giovane. E i giovani vanno all’università, ai college e si mescolano molto più che in passato. Quello che mi preoccupa è che tutto questo parlare di estremismo islamico diventa un parlare dell’intera comunità, considerata luogo di criminali. Bisogna stare attenti a cosa ciò può provocare, all’identità di questi giovani, alla loro autostima. Non sono stupidi, vedono cosa succede nel resto del mondo. Vivono una realtà in cui i cittadini sono trattati in modo diverso. Da una parte i cittadini di serie A e dall’altra quelli che possono essere trasformati in capri espiatori. Ci sono due possibilità: qualcuno continuerà a nascondere la testa nella sabbia, e s isolerà ancora di più. «tanto ci odiano comunque». Oppure ci sarà chi cercherà dicoinvolgersi ulteriormente nel tentativo di cambiare questa situazione, e troverà altre persone che condividono questo senso di ingiustizia. La linea non verrà tracciata sulla base di appartenenze religiose o etniche, perché quello che è in gioco è la giustizia, le libertà individuali. A livello interno e internazionale. La gente ha paura di parlare, questa è la realtà in molte aree. La pressione è così pesante che la gente preferisce stare a casa. Io sto organizzando incontri ovunque con la comunità, ma anche con i non musulmani, proprio per favorire il dialogo e per continuare a lavorare sulle rivendicazioni comuni, come facciamo in Stop the War. Che ha cambiato qualcosa nella cultura politica di questo paese, io credo.

da il manifesto – Segregazione silenziosa, mondi paralleli e incomunicanti, la realtà anfibia degli immigrati di seconda generazione. La crisi del modello di convivenza olandese nel racconto di uno scrittore nato in Marocco ma cresciuto in Olanda. Come Mohammed Bouyari, condannato ieri all’ergastolo per aver ucciso il regista Theo van Gogh

Sono cresciuto a Rotterdam, la città in cui ha avuto inizio l’ascesa irresistibile del populista Pim Fortuyn, il politico olandese assassinato nel 2002. Da due anni vivo ad Amsterdam, la città di Theo van Gogh, il regista ucciso barbaramente il 2 novembre da Mohammed Bouyari. Quando ho letto la storia di questo ragazzo, come me di origine marocchina, ho pensato: ha solo due anni meno di me e mi somiglia più di quanto non voglia ammettere. Chi lo conosce lo descrive come un tipo lavoratore, ubbidiente, ambizioso, che si sforzava di creare un ambiente migliore per sé e per gli altri. Anch’io sono così, ho pensato. Su di lui un giornalista ha scritto: «È uno dei tanti marocchini che riescono quasi ad agguantare il successo, ma se poi qualcosa va storto entrano in crisi». Ce ne sono molti di ragazzi così. Questo vuol dire che io ho avuto successo?

Sono nato in Marocco nella metà degli anni Settanta e all’età di tre anni mi sono trasferito in Olanda come figlio di un lavoratore immigrato. Gli immigrati erano sempre uomini, le donne non venivano selezionate per lavorare all’estero. I primi immigrati erano consapevoli del fatto che non avrebbero avuto successo, e lo accettavano; l’importante era poter offrire ai loro figli un’esistenza migliore. Si accontentavano di quello che ricevevano (era già un grosso passo avanti rispetto ai poveri paesini di montagna da cui provenivano) ed esprimevano gratitudine all’Olanda tenendo la bocca chiusa e lasciando la parola ai loro rappresentanti.

Oggi le seconde generazioni hanno violato quel tacito accordo: parlano perfettamente l’olandese e sanno mettere il dito nella piaga, si ribellano ai tabù e vogliono essere accettati come cittadini a pieno titolo. Il fatto che siano diventati così non dipende dai loro genitori, ma dall’Olanda. È l’Olanda che li ha emancipati. Mohammed Bouyari, paradossalmente, è un prodotto dell’Olanda. Per spiegarlo bisogna fare un piccolo passo indietro.

Mia madre mi ha portato in Olanda all’epoca del ricongiungimento familiare. Mi ha dato in affidamento alla società olandese e in poco tempo questa madrina ha superato mia madre su tutti i fronti (solo nell’amore materno nessuno poteva batterla). L’Olanda si è occupata della mia formazione intellettuale: leggere, scrivere, fare di conto. Mi ha riempito di idee, divine e diaboliche, esaltanti e inquietanti.

Molta libertà, poca storia

La cosa più difficile per me era che in Olanda bisogna sempre dire quello che si pensa, è considerato un gesto sportivo, un segno di spontaneità; ma ogni volta che ci provavo mi mettevo nei guai, sia a casa, che in strada, che a scuola. Col tempo ho capito che bisogna dire quello che si pensa in modo da non finire nei guai; così non solo la passi liscia, ma puoi contare sull’apprezzamento generale. Insomma, ho scelto di diventare scrittore.

Mohammed Bouyari invece era uno che voleva aiutare la gente, faceva volontariato in un centro sociale. Era avviato al successo, e diceva quello che pensava.

L’Olanda dà spazio al talento: ti offrono un’opportunità e se te la giochi, te ne danno un’altra. Siamo fatti così, e ne andiamo orgogliosi, ti rispondono gli olandesi, abbiamo lottato per arrivarci.

Ma se provi a chiedere quand’è successo, se vuoi sapere come stanno le cose esattamente, non sanno cosa risponderti. L’Olanda ha moltissima libertà, ma poca storia.

C’è stato un momento in cui Mohammed Bouyari ha rinunciato alla libertà per andare in cerca della storia e prenderne parte. Io invece volevo diventare scrittore: ero convinto di avere qualcosa da dire che nessuno aveva mai detto o fatto prima. Sentivo la necessità di sfruttare tutte le possibilità della lingua e la cosa veniva incoraggiata, era lecito. Il pubblico non aspettava altro.

È questa l’Olanda in cui sono cresciuto io, ma anche Mohammed. L’Olanda delle buone intenzioni che ha fatto dei propri ideali una bandiera, che voleva a tutti i costi essere progressiva e tollerante, a volte anche a discapito di grosse fette di popolazione. Ma ad un certo punto l’insoddisfazione è cominciata a crescere, era un po’ che covava sotto la cenere, e alla fine si è manifestata con violenza. La gente vedeva che la classe dirigente non affrontava i problemi sociali, specie quelli delle grandi città. Era evidente che molti immigrati vivevano ammassati uno sull’altro, ma perché all’Aia nessuno ha detto niente? Si sapeva che la criminalità all’interno della popolazione marocchina era più alta che tra gli olandesi, perché nessuno si è mosso? Domande che forse in un altro tipo di società sarebbero state poste ad alta voce, qui venivano solo sussurrate. Non se ne poteva parlare apertamente, perché era una cosa poco olandese, poco tollerante. E a partire dall’11 settembre 2001 c’è stata un’improvvisa accelerazione: i musulmani sono diventati il bacino di raccolta delle critiche e del risentimento.

La libertà olandese era messa in pericolo dalla presenza di un gruppo crescente di musulmani conservatori, intolleranti e tradizionali. C’era incomprensione. Rotterdam e poi tutta l’Olanda si schierò al fianco di Pim Fortuyn. I dubbi sulla società multiculturale venivano espressi ad alta voce, e i decibel aumentavano sempre più, fino a spaccare i timpani. Ma io non me la prendevo. L’Olanda è così liberale, c’è spazio per idee diverse e magari era un fatto positivo che le utopie socialiste venissero controbilanciate un po’ – giovava al dibattito. La società cambiava a ritmo forsennato e bisognava reagire in modo adulto. Insomma, anch’io pensavo che la classe politica avrebbe trovato una soluzione. E invece ha continuato a dormire, così sembrava, mentre le critiche crescevano a dismisura.

La novità era proprio questa critica diretta. Se nei primi anni Novanta dicevi che l’identità olandese doveva acquistare un significato più profondo per gli olandesi e per gli immigrati, se dicevi che il ricongiungimento familiare per gli immigrati aveva anche conseguenze negative, se puntavi il dito sul degrado, la gente ti guardava con commiserazione. In Olanda non si era abituati a parlare così apertamente e allegramente di certe cose. Viviamo in un paradiso, no?

La cosa strana è che i miei genitori sono stati i primi a rimpiangerel’Olanda dei bei tempi. Molto prima dell’ascesa politica di Pim Fortuyn, a tavola mi era capitato di sentirli dire: con l’arrivo degli immigrati l’Olanda è cambiata, in questo paese molti marocchini perdono la bussola, l’Olanda dovrebbe badare di più ai propri interessi.

Commenti di gente semplice, diretta. Ex immigrati che esprimevano le loro critiche all’Olanda, mentre gli olandesi non se ne accorgevano (o forse non venivano a dirlo a me). Non avrei mai pensato che i miei genitori potessero cogliere nel segno. Ora riconosco che avevano ragione, anche se con l’amaro in bocca. E ovviamente i miei genitori dicevano pure che in Olanda tutto è permesso e che non capivano bene perché dovesse essere tutto lecito. A casa mia di omosessualità non si è mai parlato. Non si parlava mai di sesso, se non in termini molto cauti e velati.

I tempi della coesistenza pacifica stavano finendo in fretta. Alle critiche degli olandesi nei confronti della società multietnica hanno cominciato a replicare i marocchini di seconda generazione. Si è aperto il dibattito, anche se a volte è un dibattito tra sordi.

La causa principale d’insoddisfazione tra i nuovi cittadini è che gli olandesi non capiscono quanto li ferisca nel profondo essere considerati sempre degli stranieri. Ogni discussione si riduce a questo punto. Il termine «alloctono» (che in Olanda è sinonimo di straniero, extracomunitario, contrapposto ad autoctono) viene considerato da tutti come molto negativo. Essere definiti «alloctoni» è la prova dell’esistenza della segregazione. È un marchio d’infamia, una condanna, un insulto nascosto. Forse non sarebbe una cattiva idea eliminarla, questa parola. Per molti olandesi è diventata sinonimo di problemi causati da Altri, che Noi non volevamo.

Com’è possibile che la coesistenza pacifica degli anni passati si sia trasformata in un dibattito così spietato, a tratti superficiale, che ha addirittura provocato delle vittime? Uno dei motivi è che l’Olanda è rimasta ferma dov’era, è rimasta troppo a lungo fuori dagli eventi mondiali. Per tutto il tempo ha pensato di poter tenere il suo giardinetto bello pulito e tranquillo, bastava accordare ad ogni gruppo la sua autonomia, favorendo la frammentazione delle culture e la pacificazione delle minoranze (la ricetta collaudata), nel clima di tolleranza per cui è famosa in tutto il mondo. Ma le cose non sono andate nel modo desiderato. La tolleranza si è rivelata sinonimo di miopia. A volta è una palla al piede. Ovviamente di per sé la tolleranza è un obiettivo ideale, ma non può essere usata per camuffare la realtà.

L’Olanda sembrava progressiva, ma adesso che l’imperatore gira nudo per la città ci accorgiamo che per tutto il tempo è rimasta immobile. Non ha mai pensato a come impiegare il suo capitale giovane, a volte di opinione diversa; non ha mai pensato a come affrontare la presenza dell’islam in Olanda. Perché ci vuole tanto per arrivare alla creazione di un islam olandese? Perché da noi ogni cultura ha sempre avuto la sua autonomia riconosciuta dal sistema, ti rispondono gli olandesi, perché noi sosteniamo il principio della sovranità all’interno del proprio gruppo. Ma questo significa ragionare solo a partire dai propri parametri storici. In Olanda non esiste un solo islam, come non esiste una sola tipologia di marocchini. Da quello che si sente negli ultimi tempi sembra che i marocchini formino un fronte compatto. Non c’è niente di più falso: metti insieme cinque marocchini e nel giro di dieci minuti escono fuori sei opinioni diverse. Ma gli olandesi non se ne accorgono. Com’è possibile? Pura ignoranza, da entrambe le parti. Adesso ho scoperto che l’Olanda è una paese pieno di società separate. Per educazione e signorilità le minoranze vengono lasciate in pace, se la devono vedere all’interno del proprio gruppo. E gli olandesi sperano in silenzio che ogni gruppo riesca effettivamente a risolvere i propri problemi dall’interno.

C’è tuttora poco scambio culturale nei due sensi. Da venticinque anni in Olanda c’è un gruppo crescente di musulmani e nessuno sa niente delle loro usanze. Com’è possibile che la classe dirigente non abbia mai fatto niente? Avevano troppo da fare?

Dopo l’uscita del mio primo romanzo (Matrimonio al mare, Marcos y Marcos, ndr), ho cominciato a fare presentazioni in giro per il paese. Mi accorgevo che il pubblico era impaziente di sentirmi parlare del Marocco, di come sono cresciuto, di come mi sento, di che cosa penso. La curiosità è grande. Per cui mi chiedo: i musulmani non dovrebbero essere più spesso quelli che portano le notizie invece di continuare a fare notizia? Sarebbe un modo per eliminare l’ignoranza, ma gli scivoloni sono sempre in agguato. Dopo l’assassinio di Theo van Gogh i portavoce dei musulmani turchi si sono affrettati a dichiarare che si sentivano in colpa per un fatto di cui non avevano alcuna colpa (una sana abitudine olandese). Gli olandesi ne erano molto felici. Ma invece di essere felici, avrebbero dovuto vergognarsi della loro ignoranza. Un musulmano turco è diverso da un musulmano marocchino come un cattolico palermitano da un libero pensatore svedese. I marocchini non pregano nelle moschee turche e i turchi non lo fanno in quelle marocchine. Per quanto possa sembrare strano, questo tipo di comportamento alimenta la segregazione. Ma allora, ti senti chiedere, com’è la storia dello scontro di civiltà? L’assassino di Theo van Gogh non è un musulmano che nel regista vedeva tutto il male rappresentato dall’Occidente: decadenza, senso di superiorità ingiustificato, ateismo, opulenza crassa? Senza volerlo, Theo van Gogh era diventato per i fondamentalisti la caricatura esemplare dell’Occidente ricco e corrotto; con la sua pancia e le sue provocazioni rientrava perfettamente nella loro teoria della guerra tra Islam e Occidente.

Viviamo in un’epoca di teorie monolitiche, ognuna cerca di soppiantare l’altra nella lotta al predominio. Ogni teoria cerca di ricondurre la realtà a una serie di presupposti perfetti. La teoria dello scontro di civiltà parte dal presupposto che le guerre future verranno combattute nelle zone di confine di queste civiltà. Tuttavia, nel suo pamphlet dal titolo La forza della ragione, Oriana Fallaci è del parere che il musulmani siano venuti in Europa (secondo la sua visione su invito della sinistra) per farci la guerra in casa utilizzando il loro numero crescente. La guerra verrà combattuta con l’arma della demografia e la soluzione della Fallaci è cacciare dall’Europa tutti i musulmani. A me le teorie piacciono da morire, ma non amo granché certe conclusioni. Ad un certo punto l’Europa dovrà convincere i suoi cittadini che una teoria del genere non può affermarsi. Ad essa va contrapposta la pratica. L’Europa è un esempio di come dovrebbe funzionare un’open civil society, il suo potere di assorbimento è all’apparenza infinito. Ma i suoi valori sono in pericolo e ciò richiede più Europa e meno etnocentrismo, più coraggio di predicare tali valori e meno scenari apocalittici come quelli che ci vengono scodellati a ripetizione.

La lingua dell’odio

Il 2 novembre scorso tutti noi, olandesi, musulmani, marocchini, abbiamo visto il pericolo dell’odio. La lingua del sangue ha parlato. La lingua di quest’odio si è sviluppata grazie anche alla crescente segregazione silenziosa, e l’unico modo per contrastarla è dire basta alla segregazione. In questo momento sembra che ogni decisione politica (la legislazione in materia di asilo, l’obbligo di identificazione, una linea più dura verso i nuovi immigrati) non faccia altro che favorirla ancora di più. La classe politica è priva di qualunque visione, pensa di poter far ritornare l’Olanda a com’era prima dell’arrivo degli immigrati, vende sogni in quantità industriali e inganna il popolo.

E la comunità marocchina come reagisce?

La mia è una famiglia silenziosa, una famiglia del nord del Marocco che non è abituata agli estranei. Hanno vissuto così per migliaia di anni, e non è cambiato niente. Non sentono la necessità di relazionarsi con chi è diverso da loro, di riflettere e accettare le differenze. Anzi, la prima generazione di marocchini si è abituata, quando le tornava comodo, a voltare le spalle alla società olandese. La società olandese non ha avuto niente da ridire e ha addirittura mostrato comprensione. Una bella cosa. Un segno di civiltà. Vivere vite parallele, per tanti anni, può essere un segno di civiltà. Gli olandesi si sono persi il cuscus, i marocchini il museo Van Gogh, ma in compenso c’era una bella tranquillità.

All’inizio pensavo, forse la mia frase d’apertura dovrebbe essere: Perché quest’assassinio non è successo prima, così forse a quest’ora avremmo già fatto un passo avanti. La segregazione silenziosa è il terreno più fertile per la malerba del fondamentalismo.

Agli olandesi non resta che uscire dal loro stato confusionale e rendersi finalmente conto che gli immigrati sono parte integrante della società, e vanno trattati di conseguenza.

I marocchini, dal canto loro, devono sforzarsi di capire il paese in cui vivono e imparare a non voltargli le spalle; devono assumersi le proprie responsabilità, come cittadini a pieno titolo, prendere posizione e, quando l’altro lo richiede, impegnarsi a creare unità. E sarà una liberazione: non saremo più degli estranei gli uni per gli altri, perché il destino ci ha fatto vivere insieme.

Traduzione di Claudia Di Palermo

«Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura» di Liliana Rampello per Il Saggiatore. Un saggio che ne rilegge l’intera opera, dai romanzi alle opere politiche ai testi autobiografici, nella chiave dell’amore per la vita che la grande autrice scopre con la scrittura
Luisa Muraro

Farò le lodi di un libro appena uscito, le lodi e qualche critica, per fare l’elogio di Virginia Woolf e dell’Italia: con Italia intendo, metonimicamente, il femminismo italiano che non ha smesso di leggere, amare e commentare colei che, in Inghilterra, chiamavano la darling, dangerous woman, la bella, cara e pericolosa Virginia. Il canto del mondo reale s’intitola l’ultimo libro a lei dedicato, autrice Liliana Rampello, sottotitolo: Virginia Woolf. La vita nella scrittura (Il Saggiatore, pp. 221, € 16,50). È il libro di una lettrice di Virginia Woolf, ben più che quello di una letterata (ed è la mia prima lode), pur essendo questa la formazione professionale di Rampello e pur essendo il suo un libro informato del molto che è stato scritto sulla Woolf. Non ho niente contro i letterati, intendiamoci, voglio solo dire che c’è una differenza. Qual è? Che lei, la lettrice Liliana, conosce la sua autrice dall’interno, e l’interno è l’esperienza di lettura, un’esperienza tutta speciale dove realmente chi legge s’incontra con chi scrive. E da lì ritorna a noi con la voglia di raccontare quello che le è capitato. Nasce da in simile incontro l’idea che dà incremento all’intero libro della Rampello, quella di un amore della vita che diventa scrittura vera e «canto del mondo reale», idea che l’autrice comincia ad esporre come chi racconta un’avventura: «Nell’immagine di lei che mi è venuta incontro, il nucleo inaggirabile è il suo amore per la vita ed è questo il filo che ho scelto di seguire e srotolare…».

In contrasto con questa visione, il pensiero corre ovviamente alla morte di Virginia, morta suicida nel 1941, all’età di cinquantanove anni, ma l’autrice scarta la troppo facile obiezione con gesto lieve che convince. Sempre per fedeltà all’immagine di una Virginia amante della vita, non esita a scostarsi dalla pur ammirata Nadia Fusini, grande traduttrice di romanzi woolfiani, quando questa rintraccia nella Woolf una moderna «scienza del lutto». Questo secondo contrasto mi sembra più problematico. Si tratta di due esperienze di lettura tra loro differenti e incomparabili, certo. Ma potevano essere meno distanti, io penso, movendo a Liliana la mia critica principale o unica. Penso, precisamente, al suo giustamente lungo commento di una magnifica pagina della Signora Dalloway, quando, nel bel mezzo di una festa s’insinua la notizia del suicidio di Septimus. Non è un personaggio qualsiasi, Septimus, ma il protagonista del controcanto che accompagna la giornata della protagonista, tutta dedita, quest’ultima, alla preparazione della festa che avrà luogo la sera. L’uomo, reduce della prima guerra mondiale e malato di mente, si è buttato dalla finestra del suo appartamento per sfuggire al manicomio cui lo destinavano la sua povertà e il verdetto di un illustre clinico, amico della famiglia Dalloway. La morte che viene per rovinare la festa ma non ci riesce, nella lettura di Liliana sarebbe la morte «accolta come una diversa forma che la vita prende nella nostra mente e che si tinge ancora dell’amore stesso che abbiamo per la vita». Lei dà questo credito al personaggio della signora Dalloway, io no, a me pare cioè che la Woolf, in quel punto del romanzo, si distacchi dalla sua eroina e la guardi in silenzio, sguardo silenzioso che ce la rende meno esemplare e più vera. E che arriva fino a noi. C’è anche quest’aspetto nella attualità di Virginia Woolf, io ritengo simpatizzando qui con la posizione di Nadia Fusini, consapevole tuttavia che la discussione dovrebbe approfondirsi e non so con quale esito.

Dobbiamo riconoscere, comunque, il coraggio di Liliana Rampello che, per restituirci Virginia Woolf, intona – oggi – il canto dell’amore della vita, riconoscerlo insieme all’intento che la anima. Quello che lei vuole, esattamente come tutte e tutti quelli che escono da una grande esperienza di lettura, è restituirci l’interezza dell’opera di Virginia Woolf, i romanzi insieme ai saggi politici e alla vasta scrittura autobiografica, restituircela non attraverso una esposizione più o meno dettagliata ma facendo rivivere l’ispirazione profonda di tanta opera. Sappiamo quanto i «letterati» di ogni tempo abbiano in sospetto una simile pretesa e come si diano da fare per farla sembrare mera presunzione, ma sappiamo anche (io lo so grazie al lavoro erudito dei «letterati»… paradosso istruttivo) che senza questa presunzione, chiamiamola pure così, non c’è cultura che possa vivere e rinnovarsi. E viceversa, nel senso che c’è una cultura, quella del movimento politico delle donne, che autorizza libri come questo, l’autrice non ne fa mistero, libri affettuosi e amorosi messi al mondo direttamente in un campo di battaglia.

L’ispirazione profonda della scrittura woolfiana, come viene fuori dalle pagine di questo libro, è nel circolo virtuoso fra amare la vita e dire «le cose come sono», che lei, Virginia, crea o scopre con la scrittura. Lo conferma lei stessa, del resto, commentando quelli che chiama i suoi «momenti di essere», e parla di una sua filosofia o idea (idea di un ordine simbolico?) che ha sempre avuto, ossia che dietro l’opacità della vita quotidiana ci sia un disegno affiorante a sprazzi con il lavoro della scrittura, e che il mondo intero sia un’opera d’arte di cui noi siamo parte, alla stregua di segni viventi.

Il passaggio cruciale è costituito dai due saggi politici della Woolf, Un stanza tutta per sé e Tre ghinee, riuniti in questo libro sotto un unico, significativo titolo, «Dire la verità». In che cosa consiste la capacità che hanno questi due testi, a suo tempo accolti con imbarazzo dagli ammiratori della Woolf romanziera, specialmente il secondo, oggi stampati e ristampati per un pubblico fedelissimo e quasi esclusivamente femminile, di inanellare fra loro vita e scrittura? Per rispondere con una parola piuttosto rustica, diciamo che la loro capacità è nella loro esplicitezza. Esplicitare è una mossa sempre variamente rischiosa, rischiosissima nel caso della Woolf, il quid da esplicitare essendo le emozioni «abbiette» (per citare Judith Butler) di una esperienza femminile tacitata non da qualche autorità poliziesca ma dall’implacabile legge del ridicolo. Virginia Woolf ha saputo sfidarla con arte magistrale, non inferiore a quella dei suoi migliori romanzi, e con risultati geniali per la politica e per la filosofia. Questo è il mio elogio, annunciato all’inizio, ed è anche la ragione della riconoscenza senza fine («la ringrazierò per sempre») con cui Liliana Rampello conclude il suo libro.

Karima Isd

In India è viva una tradizione storica di resistenza economica ai poteri forti e multinazionali che risale alla lotta contro la colonizzazione inglese. Ed è là che la multinazionale di Atlanta ha i maggiori dispiaceri, da un po’ di tempo. Boicottaggi anti Coca Cola (per il suo comportamento antisindacale, per l’induzione a consumi dannosi, per i danni ambientali e per essere fra i finanziatori dei presidenti Usa) fioriscono un po’ ovunque, ma il top è in India. Là è stato ammesso un calo delle vendite del 14% nel trimestre aprile-giugno rispetto ai mesi precedenti, malgrado le favorevoli condizioni climatiche (caldo estremo). L’opposizione sta coinvolgendo consigli di villaggio (in Kerala e Gujarat), attivisti di città, tribunali e perfino governi e amministrazioni. Le ferrovie hanno bandito dai vagoni le bollicine multinazionali in favore di bevande locali. Adesso ci si mette anche il governo dello stato meridionale del Kerala: il quale, riferisce il ricco sito indiano www.indiaresource.org (dell’omonima campagna che ha dato risonanza internazionale alla lotta e che solo in giugno ha ricevuto 80.000 visite) ricorrerà contro la multinazionale davanti alla Corte suprema dell’India. L’accusa: sottrarre preziosa acqua di falda per nutrire a colpi di milioni di litri al giorno la grande fabbrica di una sua affiliata indiana a Plachimada, area soggetta a crisi idrica. Il governo, insomma, mette in discussione il diritto di un privato multinazionale di sprecare acqua buona per un prodotto così voluttuario. Kutty Ahmed Kutty, ministro dell’Autogoverno locale, accusa inoltre Coca Cola di non aver rispettato le direttive statali in materia di controllo dell’inquinamento. Nella fabbrica entrava acqua pura di falda lasciando a secco i villaggi e insieme alle zuccherose bottiglie dalla fabbrica uscivano effluenti carichi di cadmio. Nella saga della Coca a Plachimada, ormai un caso di studio, sono anni che il minuscolo consiglio del villaggio (panchayat) Perumatty tiene in scacco il colosso mondiale, rifiutando di rilasciare l’obbligatoria licenza di prelievo d’acqua. Negli ultimi 16 mesi la fabbrica è rimasta chiusa, dopo essere stata presidiata dagli abitanti dei villaggi ininterrottamente per mesi. Ma il 7 aprile scorso, l’Alta corte del Kerala aveva permesso alla compagnia di estrarre mezzo milione di litri di acqua al giorno per la fabbrica di Plachimada, e aveva ordinato al panchayat ribelle di rinnovare la licenza. In tutta risposta, quest’ultimo aveva fatto ricorso alla Corte suprema e chiesto al governo del Kerala di dire qualcosa di sociale, rispettando il proprio dovere di proteggere le risorse naturali.

 

Analoghe proteste si sono verificate nello stato del Gujarat, luogo natale di Gandhi. Con tutti i boicottaggi che la colpiscono altrove per ragioni ambientali e sociali, con tutti i dispiaceri in India, a Cola Cola tocca sperare perfino nell’Iraq. Dove rimette bottiglia dopo un’assenza di 37 anni, realizzando una joint-venture con l’azienda di imbottigliamento turca Efes Invest e il suo partner iracheno Hmbs, per competere con la Pepsi, fra un raid americano e un’autobomba. La famosa bibita artificiale statunitense dovette lasciare l’Iraq nel 1968, quando la Lega araba le scagliò contro un boicottaggio ante litteram a causa dei suoi legami con Israele. Il boicottaggio anti-Coca finì nel 1991 ma a quel punto fu l’embargo mondiale guidato dagli Usa a tenerla fuori dal paese; dove l’ex licenziatario della Pepsi, la Baghdad Soft Drinks, si mise a riciclare le vecchie bottiglie di Pepsi riempiendole con estratto «falso» proveniente dall’Est europeo, senza più pagare le royalties, unico «vantaggio» portato al paese dalle sanzioni. Nacque poi la Kufa Cola, sostituto locale prodotto nell’area di Kufa. Ma niente paura, a Baghdad, Bassora, Mosul torna Coca Cola e torna Pepsi. Gli iracheni non padroneggiano l’idea del boicottaggio economico: la loro ostilità verso gli Usa, spiega il quotidiano britannico, si esprime più direttamente in attacchi alle relative truppe.

RISPOSTA INVIATA AL QUOTIDIANO LOCALE (non pubblicata) E AL VESCOVO (che non mi ha risposto)

Ho letto sui quotidiani di questi giorni, nelle pagine di cronaca locale, l’intervento del Vescovo Mons. Scatizzi sull’istituzione del registro delle unioni civili da parte del Comune di Pistoia. Non conoscendo ancora con precisione il contenuto dell’atto adottato dal Consiglio Comunale, mi sono limitata a seguire il filo logico del discorso del Vescovo cercando di comprenderne il significato, senza alcun pregiudizio. Dai toni così allarmati la prima cosa che ho pensato è che, al di là dei contenuti più o meno condivisibili, il Vescovo abbia voluto chiedere accoratamente ai cittadini e alle cittadine di Pistoia di riflettere e di esprimersi su questioni così cruciali del nostro tempo e di confrontarsi seriamente sullo stato attuale delle relazioni sociali. E’ a questo sollecito che mi sento in dovere di rispondere dal mio punto di vista di cattolica e di femminista. Ma prima di rispondere ho dovuto leggere attentamente la mozione adottata dal Consiglio Comunale, convinta che vi avrei trovato chissà quali elementi di novità. Niente di tutto questo. L’atto, almeno nella sua attuale emanazione e secondo il mio parere, è soltanto il riconoscimento formale che ci si può amare anche senza essere sposati e appartenendo al medesimo sesso e che ci si può aiutare vicendevolmente anche senza essere parenti. Mi sembra veramente poca cosa. Ma evidentemente ammetterlo per la Chiesa, ma anche per lo Stato, è ancora troppo difficile. Perché, mi chiedo. Cos’è che spaventa dell’amore, sia che includa la sessualità sia che non la contempli? Che lo fa essere trasgressivo quando non viene istituzionalizzato e riconosciuto dallo Stato o dalla Chiesa? Si dice che solo la famiglia è riconosciuta dalla Costituzione, che è il primo fondamento naturale della società e che il matrimonio religioso è un sacramento. Benissimo, non voglio discutere della Costituzione, in cui credo ancora oggi, e non voglio nemmeno discutere del sacramento del matrimonio, che è una cosa ancora più seria. Ma che cos’è oggi la famiglia? Che cos’è oggi il matrimonio? Su questo invece vorrei discutere, in primo luogo con il Vescovo che è così giustamente preoccupato del ruolo maschile. E’ vero, eminenza, gli uomini sono molto cambiati e non solo in meglio. Oggi è necessario per loro intraprendere un percorso di relazione con le donne fuori dall’ordine patriarcale con cui avevano stabilito storicamente la loro supremazia e che era così rassicurante per la loro identità. E’ stato scritto molto dalle donne sulla necessità di incontrare gli uomini a partire da un desiderio sganciato dal rapporto di dominio, sull’immensa prospettiva che si aprirebbe se gli uomini parlassero del loro desiderio di relazione e di paternità così come hanno fatto le donne in questi ultimi vent’anni. Se la spinta alla conoscenza reciproca e alla relazione fosse la libertà e non la forza. L’amore, infatti, si nutre solo di libertà e di relazione. Auguriamoci che la famiglia e il matrimonio siano sempre più fondati su questi elementi e che gli uomini diventino d’esempio ad altri uomini, in primo luogo ai loro figli. Allora solo i rapporti d’amore diverrebbero veramente l’elemento costitutivo di nuove comunità, di nuove società e di vere Chiese, senza bisogno di chiamare in causa la Costituzione, di sposarsi quando non se ne sente il desiderio o di voler essere inseriti in alcuna lista speciale.

da il manifesto

L’introduzione della sharia in un sistema laico passa sempre attraverso il codice della famiglia. L’Iraq non fa eccezione. Saranno i diritti delle donne i primi ad essere sacrificati dalla costituzione del dopo-Saddam, in nome dell’islam. E su questo si metteranno facilmente d’accordo sciiti, sunniti e kurdi, divisi quasi su tutto. Le bozze che stanno circolando del testo della nuova costituzione, che dovrebbe essere varata il 15 agosto, non lasciano dubbi. L’articolo 14 stabilisce infatti che le materie relative al matrimonio, al divorzio e all’eredità saranno regolate in base alla legge religiosa (sharia, secondo l’interpretazione sunnita o sciita). Quindi è facilmente immaginabile l’introduzione del tutore (o permesso familiare) per il matrimonio, il diritto di ripudio per il marito e l’eredità dimezzata per le donne. Poco importa se un altro articolo della stessa costituzione stabilisce uguali diritti per le donne, perché poi aggiunge: quando questi diritti non «violano la sharia». Anche l’escamotage è classico, vedi Algeria, per fare un solo esempio. La sharia non è, finora, l’unica fonte della legislazione irachena, ma tutte le leggi – trattati internazionali compresi – non possono entrare in contraddizione con l’islam. Resta da vedere quali tribunali religiosi giudicheranno i cristiani, che peraltro sono sempre meno (erano circa 700.000) in Iraq vista la caccia che è stata scatenata contro di loro.

La nuova costituzione dunque segnerà la fine di un codice della famiglia varato negli anni cinquanta che, per i diritti riconosciuti alle donne, era considerato uno delle più progressisti del mondo arabo-musulmano. Questo è il risultato della guerra, dell’occupazione e delle elezioni di gennaio che hanno visto la vittoria della lista confessionale sciita sponsorizzata dal grande ayatollah Ali al Sistani, il quale ha indotto i suoi seguaci a recarsi alle urne con una fatwa (sentenza religiosa). Del resto quello che si sta realizzando con la nuova costituzione non è il primo tentativo di cancellare il codice della famiglia, considerato troppo permissivo dai leader religiosi – tutti, sciiti e sunniti – nonostante le modifiche introdotte negli ultimi tempi da Saddam, come l’obbligo per le donne di età inferiore ai 45 anni di essere accompagnate da un maschio nei viaggi all’estero. Già nel dicembre del 2003, Abdelaziz al Hakim, leader dello Sciiri (Consiglio superiore per la rivoluzione islamica in Iraq), durante il suo mese di presidenza del Consiglio governativo provvisorio, aveva varato la «misura 137» che aboliva il codice della famiglia e al suo posto introduceva la sharia. Solo una immediata e forte mobilitazione delle donne aveva impedito che la misura passasse.

Nel frattempo nell’Iraq senza legge la condizione delle donne è notevolmente peggiorata, la violenza – rapimenti, stupri, minacce – è all’ordine del giorno e per le donne che hanno subito violenze l’«onore» della famiglia viene salvato, in base a ordini impartiti da leader tribali e religiosi, con la morte della donna. I delitti d’onore, peraltro impuniti, sono aumentati notevolmente dopo la caduta di Saddam, come sostiene anche l’istituto di medicina legale di Baghdad. E non tutti i corpi delle donne uccise arrivano a questo istituto. Non solo delitti d’onore. Le donne sono minacciate da gruppi islamisti se non portano il velo, se si truccano, se escono per strada.

Nonostante queste minacce le donne irachene abituate a una partecipazione alla vita politica, sociale ed economica del paese non si arrendono. Sfidando i problemi di sicurezza, martedì hanno manifestato per i loro diritti in piazza Firdaus (che di paradiso ha solo il nome). Riusciranno a respingere i tentativi degli islamisti? Nel Comitato che sta preparando la costituzione, su 71 membri le donne sono meno di dieci e ad essere minacciata è anche la quota del 25 per cento garantita alle donne negli organismi parlamentari dalla costituzione provvisoria. Ipocritamente c’è chi sostiene che essendo le donne oltre il 50 per cento, non è giusto prevedere una presenza femminile del 25 per cento. E visto che la costituzione prevede uguali diritti per uomini e donne … non servono le forzature, se non per far rispettare il Corano (naturalmente secondo l’interpretazione dei gruppi islamisti al potere).

 Maria Rosa Cutrufelli

Tipico di Gina, di una donna tenace nelle sue passioni, e soprattutto in quella passione-principe che per lei era la scrittura. Tipico di Gina Lagorio congedarsi da tutti noi che l’abbiamo ammirata e amata, solo dopo aver finito di scrivere il libro che racconta la sua malattia. E dopo averlo consegnato alla casa editrice. Particolare che mi ha stretto il cuore. Perché so bene cosa rappresenta questo gesto per uno scrittore o una scrittrice: il distacco vero, definitivo, dalla propria opera. L’ultima volta che ho visto Gina è stato un anno fa, più o meno. Ero andata a Milano per chiederle di farmi da madrina allo Strega. Lei stava già molto male, ma la malattia non era ancora riuscita a fiaccare quella stupefacente vitalità che era caratteristica forse più evidente del suo carattere.

Un modo gioioso d’accostarsi all’esistenza. Una voglia di godersi la vita nei piaceri più grandi come in quelli più piccoli, magari trascurabili all’apparenza. Lei non «rasentava la vita in punta di piedi», come il suo amico Raffaello Baldini o il suo maestro Sbarbaro: lei la gustava con pienezza. E chiedeva agli amici di farsi complici di questo suo inesauribile trasporto vitale.

Così quel giorno a Milano mi accolse con una bottiglia di Veuve Clicquot: era ben consapevole, Gina, dell’importanza dei riti quotidiani, dei festeggiamenti familiari e amicali che rendono memorabile l’evento più scontato. Era maestra nel trasformare un incontro o un semplice appuntamento in qualcosa di speciale, da ricordare: lo champagne nei calici, i fiori bianchi sul tavolo…

Quel giorno mi mostrò anche come si era organizzata per riuscire a lavorare nonostante la pesantezza della malattia. Era ben decisa ad approfittare di ogni ora, di ogni minuto che il dolore le lasciava. Ad ognuna di queste ore, ad ognuno di questi momenti si aggrappava per continuare a vivere, cioè a scrivere: le due cose non sono scindibili, per una scrittrice.

Poi, prima di congedarmi, Gina si raccomandò: «Se ci sono iniziative politiche che ti sembrano importanti, interventi, manifesti, metti pure la mia firma, mi fido di te». Perché questa era l’altra passione di Gina Lagorio: la politica. Sì, è stata parlamentare. Ma non era tanto la politica istituzionale che l’appassionava, quanto la politica intesa come civiltà delle relazioni, come lavoro comune teso a inventare e a intessere rapporti umani più giusti e più felici.

E questa cifra politica è il motore, più o meno segreto, di molti suoi libri, dei racconti di viaggio come dei romanzi o dei saggi di critica letteraria. Non a caso c’è chi ha notato in tutta la sua opera una forte «tensione saggistica»: che poi, molto semplicemente, non è che il desiderio di ancorare l’immaginazione ai fatti del mondo. Una suggestione stilistica. Un’indicazione di metodo. Un magistero letterario di cui, Gina, ti sono e ti sarò sempre grata.

L’autrice di Approssimato per difetto, molto nota anche per la sua passione politica, si è spenta domenica mattina nella sua casa di Milano per i postumi di un ictus che è anche al centro del suo ultimo libro, Càpita, di prossima uscita per Garzanti
Lisa Masier

«Raccontare è stato per me una seconda maniera di essere, una risposta istintiva al bisogno di espressione per impadronirmi del mondo, attraverso un tipo diverso di conoscenza»: così Gina Lagorio – scomparsa domenica mattina nella sua casa di corso Monforte a Milano per i postumi di un ictus che aveva segnato i suoi ultimi due anni di vita e che è al centro del suo prossimo libro, Càpita, di imminente pubblicazione per Garzanti (ne trovate in questa pagina una breve anticipazione) – aveva una volta definito le ragioni della sua scrittura. Scrivere, dunque, era, prima di tutto, per l’autrice piemontese, uno strumento necessario per apprendere, per meglio definire e capire gli spazi del proprio universo. Nata a Bra, vicino a Cuneo, nel 1922, in una famiglia borghese di origini contadine, l’autrice sarebbe rimasta profondamente legata alla sua terra per tutta la vita, e avrebbe più volte descritto nelle sue opere narrative i paesaggi piemontesi che facevano da sfondo alla tenuta di famiglia. E non a caso, avrebbe spesso citato fra gli autori che maggiormente avevano segnato il suo stile, i nomi di Cesare Pavese e, più ancora, di Beppe Fenoglio: proprio su Fenoglio, del resto, aveva pubblicato nel 1970 una monografia, fra i primi testi critici che siano stati dedicati allo scrittore di Alba.

Figlia unica («ho cominciato a scrivere a dieci anni, era una forma di colloquio con i fratelli che non avevo», avrebbe dichiarato in una intervista), Gina Lagorio trascorse l’infanzia e la giovinezza a Savona da cui si allontanò negli anni dell’università per laurearsi in letteratura inglese a Torino e dove poi continuò a vivere ancora per diverso tempo, fino al 1974. Anche la Liguria, del resto, rappresenta uno dei luoghi letterari privilegiati nella scrittura di Gina Lagorio: centrale, in modo particolare, è stata l’amicizia con il poeta Camillo Sbarbaro, a cui si sentiva particolarmente affine per l’atteggiamento sempre antiretorico, e a cui dedicò nel 1973 una biografia, Sbarbaro controcorrente, che sarebbe poi stata ripubblicata nel 1981 con un titolo ancor più significativo, Sbarbaro. Un modo spoglio di esistere.

Dopo avere insegnato per una ventina d’anni nelle scuole superiori («ero esigentissima, ma avevo un rapporto umano straordinario con i miei alunni, insegnavo cultura liberatoria come era stata insegnata a me») e avere collaborato alle pagine culturali di diverse testate, Gina Lagorio esordì nel 1969 con un romanzo, Un ciclone chiamato Titti, dedicato a una delle due figlie. Nel 1964 la sua vita era stata sconvolta dalla morte del marito Emilio Lagorio, protagonista della Resistenza. Intorno alla sua figura la scrittrice avrebbe costruito quella che resta come una delle sue opere più importanti, Approssimato per difetto (Garzanti, 1971), in cui la voce di un uomo, Renzo, narra la propria vita e le proprie relazioni con gli altri, alla luce della malattia e della morte imminente. (E ancora la figura del marito ritorna in un altro piccolo libro, Raccontiamoci com’è andata, edito da Viennepierre nel 2002).

Nel 1974 Gina Lagorio si trasferì a Milano, dove intraprese la carriera politica, battendosi per i diritti delle donne e sposò in seconde nozze l’editore Livio Garzanti, la cui casa editrice pubblicò quasi tutti i suoi libri. Nel 1987, fu eletta al parlamento, per una legislatura, come indipendente di sinistra.

Nel corso degli anni Gina Lagorio ha alternato scrittura narrativa, saggistica e teatrale. Fra i romanzi, oltre a Approssimato per difetto, si ricordano Il polline (1966), La spiaggia del lupo (1977), Fuori scena (1979), Tosca dei gatti (1983), Golfo del paradiso (1987), Tra le mura stellate (1991), Il silenzio (1993), Il bastardo, ovvero gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia (1996), Inventario (1997), L’arcadia americana (1999). Tra le opere di saggistica, invece, vanno citate fra l’altro Fenoglio (1970), Sui racconti di Sbarbaro (1973), Sbarbaro: un modo spoglio d’esistere (1981), Penelope senza tela (1984), Russia oltre l’Urss (1989), e il bel volume dedicato al Decalogo di Kieslowski (1992). I suoi testi teatrali sono raccolti nel volume Freddo al cuore (1989).

I funerali di Gina Lagorio saranno celebrati questa mattina da don Luigi Ciotti, nella Basilica di Santa Maria della Passione a Milano.

 “Donne e chiesa tra mistica e istituzioni”, il primo dei quattro volumi che raccolgono l’intera opera di Romana Guarnieri
Maestre d’amore Comunità nate dal bisogno di un cristianesimo libero e povero e dal disgusto per la chiesa del potere. Animate da donne che pagarono con la vita la loro scelto

Rosetta Stella

Mistica è una parola che ha fatto e fa discutere in ambito religioso e non solo e che si può prevedere diventerà parola corrente nei dibattiti intorno alla religione e ai rapporti di questa con la laicità e i suoi intellettuali. La si userà a proposito o a sproposito ma servirà per descrivere tutto quanto dell’esperienza religiosa esula dal consueto codice di riconoscimento e di controllo. Vale la pena allora di segnalare un libro non di facile lettura, ma necessario per chi volesse attrezzarsi. Si tratta di Donne e Chiesa tra Mistica e Istituzioni (secoli XIII -XV), edito dalle Edizioni di Storia e Letteratura (2004), primo di una serie di quattro volumi (i prossimi sono in via di pubblicazione) che raccoglieranno finalmente tutta l’opera scientifica di Romana Guarnieri purtroppo scomparsa ormai sei mesi fa. Grande studiosa del fenomeno socio/religioso in genere, qui appunta la sua attenzione su quanto esso sia andato sviluppandosi in tutta l’Europa cristiana a partire dal 1100 fino al Concilio di Trento. Si trattò di secoli tormentati, attraversati da movimenti altamente radicali – albigesi, valdesi, fratelli e sorelle del libero spirito, gioachimiti, ecc. – tutti in vario modo disgustati dalla Chiesa ufficiale del momento, spudoratamente interessata e senza scrupolo, dalla sete di denaro e di potere. E tutti pervasi da un bisogno di cristianesimo più alla lettera evangelica, semplice, casto, libero e povero.

Essi vedevano fiorire al loro interno una presenza in gran numero di donne, che cercavano e spesso lì trovavano, un modo congruo di fuoriuscire da una condizione avvilente della propria dignità di esseri umani liberi e pensanti. Donne spesso di alto rango, literatae, teologhe, scrittrici e poete, che andavano esprimendo tali qualità senza nascondersi in cura da dilettanti, ma con ruoli riconosciuti e gran rispetto di seguito. Non più badesse, essendo concluso il periodo delle grandi “badesse mitrate”, esse si sottraevano alla condizione sociale del loro tempo di spose coatte o monache forzate, attraverso una libera scelta di vita laica ma religiosa interiormente, nei costumi e nelle “virtù”, mantenendosi in un rapporto complesso e difficile con le autorità e con gli ordini monastici riconosciuti da Roma.

Tutta l’Europa fu attraversata dallo scoppio dei cosiddetti Ordini Mendicanti, altamente rivoluzionari e molto pervasivi. In essi prolificavano esperienze religiose di stampo mistico di estremo interesse, non governabili da nessun codice e, per propria natura si potrebbe dire, sottratte a giudizi di ortodossia regolare, nonostante per quasi tutte, i tribunali ecclesiastici non risparmiarono indagini e condanne. Di esse, molte donne furono depositarie privilegiate e maestre. Conducevano una vita schiva, dedita prevalentemente agli studi e a opere di misericordia non ostentate verso gli ultimi. Mostravano libertà in presa di coscienza di se stesse, autorevolezza e spesso autorità esercitata verso discepolati espliciti, autentico amor di Dio e dedizione a ciò che costituiva il nerbo portante della loro esistenza e cioè il manifestare fedeltà alla Verità, praticabile nella vita terrena, di un rapporto privilegiato e in presa diretta, senza necessità di mediazioni clericali e maschili, col Dio/Amore.

Le “Amiche di Dio”, come le ha chiamate Luisa Muraro in suo libro, prendevano vari nomi sul territorio europeo: beghine nei Paesi Bassi per esempio o bizzoche nell’Italia centrale, papelarde o santerelle o monacelle… tutte precorritrici, come fa notare Guarnieri, delle ottocentesche congregazioni a vita mista, una volta che tali nomi hanno assunto i significati di disprezzo che, per opera occulta della propaganda clericale, sono andati diffondendosi nelle dicerie popolari. Al contrario, all’epoca, essi qualificavano persone di sesso femminile, del tutto speciali, al servizio della cultura in presa diretta sulle Sacre Scritture. Persone che si misuravano, assolvendo così ad un compito spirituale, nella esegesi e nello studio, intesi entrambi come strumenti ineludibili di santificazione personale e di salvezza propria e di chi accorreva ad ascoltarle.

In forma, diciamo così, semireligiosa, esse davano vita e consistenza ad esperienze del tutto nuove all’interno della Chiesa, difficilmente accettabili dal potere ecclesiastico centrale, ma che trovavano eco e risonanza vistosa nelle comunità di popolo ampiamente inteso (frequenti i discepolati di carattere aristocratico e colto). Vere e proprie animatrici spesso, di cenacoli culturali e di pratica alternativa e critica nei confronti delle pratiche consuete di stampo devoto tradizionale, accoglievano al loro “desco” chiunque, gente umile e persone acculturate, cattedratici e persino, a volte, uomini con responsabilità di governo di città e nazioni. Ma soprattutto erano ascoltate e seguite da altre donne, con le quali stabilivano rapporti speciali di confidenza e amicizia feconda, oltre che di magistrale scambio di risorse d’amore e di saperi.

Romana Guarnieri, storica di professione, dal titolo guadagnato prevalentemente sul campo, le ha sapute scovare – la grandissima Margherita Porete, autrice dello splendido Specchio delle anime semplici, l’ha proprio letteralmente scoperta lei – riconoscere, studiare e amare con perspicacia particolare, avendo seguito ella stessa, una vocazione simile alla loro, per esistenza vissuta alla loro maniera e per altrettanto spirito di innovazione che non si risparmiava di esercitare nei confronti della Chiesa cattolica di oggi.

Amava proprio definirsi così a chi aveva la fortuna di godere delle sue calde e grate conversazioni e lo ha anche scritto in un suo altro fortunato libro: “… per chi non lo sapesse sono una Beghina, – ha esordito di sorpresa – una di quelle che otto-nove secoli fa diedero tanto da fare a vescovi ed inquisitori, chi le voleva sante, chi demoni scatenati…”.

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