Luisa Muraro
Una settimana fa, da Roma dove si teneva l’assemblea (il Sinodo) dei vescovi cattolici, è venuta una notizia che riguarda l’aborto. Leggo dai giornali: “È peccato votare i candidati politici che ammettono leggi a favore dell’aborto”, ha detto il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (monsignor Levada, il successore di Ratzinger, che è diventato papa). Sostenere leggi favorevoli all’aborto e votare i politici che le sostengono, è un peccato grave che comporta l’esclusione dalla comunione.
In molti paesi (fra cui gli Usa e l’Italia), alla presa di posizione dei vescovi sull’aborto si risponde da parte delle forze laiche con accuse d’ingerenza clericale nella vita politica. Questo tipo di risposta ha dei limiti che vorrei segnalare, per tentare di seguire un’altra strada che è di far intendere all’autorità religiosa il buono che c’è nel nuovo venuto con la fine del patriarcato. La separazione tra la politica e la religione, oltre a non essere universale, ha il limite ulteriore di non essere vera, nel senso che non è primaria, è una separazione importante e va mantenuta, ma è secondaria, introdotta per fare ordine nei rapporti tra Stato e Chiesa, tra certi poteri e altri poteri, ecc. Nel concreto della vita i sentimenti religiosi o antireligiosi si mescolano con quelli politici, inutile negarlo, lo dice la storia e lo dice la testimonianza interiore. (La storia dice anche che il risultato di queste mescolanze non è univoco, ma, al contrario, molto e molto vario.)
Passo così alla cosa che più m’interessa, e cioè che i commenti sia favorevoli sia contrari alla presa di posizione dei vescovi, hanno dato per scontata che questa colpiva (anche) la legge 194 della nostra legislazione, che regolamenta la pratica dell’aborto. Ma è sbagliato, perchè la legge 194 non è abortista e non è opera di legislatori abortisti, basta leggerla per rendersene conto. I politici che la hanno votata e quelli che oggi la difendono, per questo semplice fatto non sono degli abortisti. (Potrebbero esserlo per altri aspetti, ma è tutto da vedere.) La lettura della legge mostra infatti che essa fu scritta e approvata dal Parlamento per tutelare la salute delle donne. La legge, infatti, non autorizza l’aborto, al contrario condiziona la sua pratica a certi limiti, fra cui l’obbligo di rivolgersi ad una struttura sanitaria pubblica. Oltre a questo, essa mira a diffondere la cultura preventiva delle gravidanze indesiderate, che portano spesso le donne alla decisione di abortire. Tant’è vero che l’introduzione della legge 194 non avrebbe portato ad un aumento degli aborti ma, al contrario, oltre a renderli meno pericolosi per la salute delle donne, essa avrebbe contribuito a limitarne il numero.
Sto dicendo cose già dette e provate. Le richiamo per impedire che la presa di posizione dei vescovi prenda un significato abusivo, entrando nel discorso politico contingente. C’è una competenza di valutazione della realtà di questo mondo che non è dei vescovi, ma dei laici, come ha insegnato Montini, da prete, da vescovo e da papa (Paolo VI). Una donna come me, simile a tante altre che hanno riflettuto a lungo sull’aborto, è in posizione per conoscere il senso di quella legge meglio di qualsiasi vescovo. Non ero una sostenitrice della 194, devo dire, ero infatti per la semplice depenalizzazione dell’aborto, ma anche da questa posizione critica vedo il valore di quella legge e dico, con la necessaria autorità, che non è una legge abortista, al contrario.
Non deve ripetersi l’errore del card. Ruini nei confronti di Prodi impegnato a disegnare, con i Pacs, una risposta sensata e praticabile alla domanda di riconoscimento che viene dalle coppie che non possono accedere al matrimonio. L’errore di Ruini viene da una certa prevaricazione, non rara in quell’uomo. Se però vogliamo che la competenza e l’autorità di coloro – noi – che si misurano anima e corpo con le cose di questo mondo, valgano nella mente dei vescovi o di altri capi religiosi, facciamole valere anche nella nostra. Non difendiamoci dal clericalismo con la separazione Stato-Chiesa, questo voglio dire, ma con la dimostrazione del vero e del giusto.
Marco Bersani
La partita sulla direttiva Bolkestein rimane aperta, ma tra le squadre in campo, a differenza di quanto scrive D’Argenzio sul manifesto di domenica 8 ottobre, ci sono anche i movimenti sociali. Perché se è vero che il rinvio a novembre della discussione in Commissione mercato interno del Parlamento europeo è stato dovuto ad un tentativo di “colpo di mano” da parte di destre, liberali e popolari verso un’interpretazione iperliberista della direttiva, è altrettanto vero, ed empiricamente dimostrabile, che ogni volta che sale la mobilitazione sociale in Europa, le istituzioni entrano in fibrillazione e finiscono per non trovare accordo anche tra forze che condividono lo stesso obiettivo. E’ stato così il 19 marzo scorso, quando una manifestazione di 150 mila persone ha riempito le strade di Bruxelles. Lungi dall’essere un provvedimento specifico, per addetti ai lavori, la direttiva Bolkestein è un disegno complessivo dell’Europa dei poteri forti, un unico mercato liberalizzato di forza lavoro e di servizi a disposizione delle multinazionali e del capitale finanziario. Una direttiva che tenta di sacrificare sull’altare della competitività internazionale un intero sistema di diritti del lavoro e di protezione sociale, di beni comuni e di servizi pubblici, azzerando nel contempo tutte le possibilità decisionali di qualsiasi ente locale. Una gigantesca messa in concorrenza di due Europa, quella storica con un ancora discreto grado di protezione sociale e del lavoro con quella di nuova entrata, dove si registra una caduta verticale del sistema dei diritti.
E’ l’Europa sognata da Blair. Quella che sul piano internazionale è fedele alleata politico-militare degli Usa, sul piano interno è un unico mercato indistinguibile per caratteristiche da quello d’oltre Atlantico e sul piano della cooperazione affida a eventi mediatici di “beneficenza” le proprie politiche e il proprio consenso. Un’Europa da respingere. Ma l’alternativa a questa può essere il cosiddetto modello franco-tedesco, come sembra leggersi nell’articolo di D’Argenzio? Perché “il compromesso Ghebardt”, sostenuto da socialisti e verdi in Commissione mercato interno, a questo allude. Un’ipotesi che lasciando totalmente inalterato l’impianto liberista della direttiva Bolkestein, tenta di temperarne gli effetti con alcune correzioni sul piano sociale, peraltro non arrivando neppure ad eliminare il famigerato “principio del paese d’origine”. Il modello franco-tedesco vuole un’Europa forte e in diretta competizione con gli Usa, ma sullo stesso terreno, quello del dominio sul sud del mondo (vedi accordi Gats e Nama, in sede Wto) a livello internazionale, e quello del dogma competitivo sul piano interno.
Lo scontro interno fra le elites europee e fra le grandi famiglie politiche continentali continua a non tenere conto di un terzo soggetto, da tempo affacciatosi sulla scena politica e sociale europea. La doppia vittoria del no in Francia e in Olanda al referendum sul Trattato costituzionale, così come le recenti elezioni tedesche (dove vengono punite le politiche liberiste del governo Schroeder ma anche quelle promesse dall’opposizione di centrodestra), ha messo in chiaro l’indicibile: i popoli europei resistono alla distruzione del welfare, alla precarizzazione del lavoro e della vita; i cittadini del continente non vogliono vivere nell’orizzonte della solitudine competitiva offerto loro dal libero mercato autoregolantesi. Continuano invece a pensarsi come comunità, ritengono beni comuni e servizi pubblici la vera sostanza del contratto sociale per vivere assieme. E li difendono.
Per questo l’obiettivo del ritiro della direttiva Bolkestein, su cui convergono i movimenti europei, i sindacati di base, ma anche consistenti parti del sindacalismo confederale europeo è tutt’altro che velleitario o testimoniale. Si situa al contrario dentro una consapevolezza ormai diffusa: la crisi della “strategia di Lisbona” e del processo di integrazione europea non può essere superata con uscite a “destra”, né con la riproposizione di politiche di governance della globalizzazione. Si supera partendo dal riconoscimento della possibilità di un’altra Europa. Un’Europa di pace, alternativa alla guerra globale permanente di Bush; un’Europa ponte verso il Mediterraneo e verso chi bussa alle sue frontiere con in tasca solo il desiderio di futuro. Un’Europa che riconosce uno spazio pubblico come spazio dei diritti universali, non negoziabili e indisponibili alle leggi del mercato. Per questo saremo in piazza. Con lo sguardo in Europa, ma con i piedi saldamente nel nostro Paese e nello scenario politico-elettorale che si apre. E qui una domanda finale è d’obbligo: dopo l’approvazione, nel gennaio 2004 in qualità di presidente della Commissione europea, può continuare l’assordante silenzio di Romano Prodi sulla direttiva Bolkestein?
da il manifesto – Prendiamo a mo’ di esempio questa radicale determinazione dei vertici ecclesiastici nell’opporsi ai Pacs e nel blindare il matrimonio. Dicono di voler salvare l’amore e in realtà lo denigrano, lo distruggono. Questa radicale determinazione dei vertici ecclesiastici nell’opporsi ai Pacs e nel blindare il matrimonio è spiegabile solo con una grande paura. Sono angosciati dal timore che si sfasci la società. Insistere nel considerare il patto matrimoniale sancito dalle istituzioni e consacrato dalla Chiesa come unica ed esclusiva cellula fondamentale della società è frutto di una sfiducia totale nella forza intrinseca dell’amore umano. L’amore ha bisogno di essere protetto e imbrigliato perché in lui cova il male. I sentimenti umani, la spinta sessuale, il bisogno del piacere, la creatività affettiva, sono ormai tutti sotto il dominio distruttivo del peccato. Per redimerli vanno posti sotto il segno della grazia e ciò può avvenire solo col sacramento del matrimonio. Si fa eccezione per il matrimonio civile, sebbene non venga considerato un sacramento, perché comunque esprime un controllo sull’amore da parte di un’autorità pubblica.
Le contraddizioni che si aprono sono abissali. Oltre alle contraddizioni politiche e sociologiche sulle quali si concentra il dibattito, aggiungiamo qualche spunto, a mo’ di esempio, sulle contraddizioni che si annidano più in profondità, nella cultura, nell’etica e nella stessa teologia. Ad esempio: oltre all’ambiguità nella considerazione del matrimonio civile, che non è affatto chiara anzi è intrisa di ipocrisia, c’è la contraddizione del «matrimonio fra divorziati». Cosa dicono le gerarchie a proposito dei divorziati che si risposano? Il Catechismo parla chiaro: sono semplicemente adulteri e concubini. Gli negano l’assoluzione e la comunione e arrivano a colpire con sanzioni i ministri, preti e vescovi, che osano distribuire l’ostia sacra ai divorziati. Interi episcopati, come quello tedesco, sono sotto stretta osservazione da parte del Vaticano. Questo fanno a livello mondiale. Ma allora se il matrimonio fra divorziati non è per loro un vero matrimonio che cosa è mai? A me sembra lapalissiano: è un Pacs.
Caro card. Ruini, si rassegni, la sua battaglia per blindare il matrimonio difendendolo dall’assalto dei Pacs è già persa. Il nemico è già dentro le istituzioni pubbliche. E vi è massicciamente. Pensi quanti sono i matrimoni fra divorziati: tutti Pacs!
(…)
Caro Fausto Bertinotti,
non si può dire che il programma con cui ti presenti alle “primarie”, pubblicato alcuni giorni fa da Liberazione (16.9.05), non sia “volonteroso”, nel senso di quell'”Io voglio” che campeggia sui manifesti del tuo partito e che per ingenuità o nostalgia avevo creduto avesse una sia pure lontana parentela con quell’idea radicalmente innovativa dell’agire politico che ha rappresentato, negli anni ’70, la rivista “L’erba voglio”.
E’ vero che non si vedono in giro segnali di pratiche non autoritarie, e neppure si può confondere l'”opposizione larga e diffusa” che tu speri di poter sottrarre alle ideologie populiste, antipolitiche della destra, con il “desiderio dissidente” che nel ’68, con sorpresa dei “bisognologhi” di fede marxista, spinse verso un processo rivoluzionario masse «che non erano ancora entrate nel sistema della produzione sociale, e che non erano quindi immediatamente e chiaramente inquadrabili in termini di classe» (Elvio Fachinelli, “Il bambino dalle uova d’oro”, Feltrinelli 1974).
I tempi sono cambiati, l’onnipotenza si combina con una rassegnata passività, i bisogni indotti dalla società dei consumi e dello spettacolo si confondono con desideri e progetti, l’autoritarismo dei padri ha lasciato il posto a una virilità rozza, guerriera o arrogantemente “femminilizzata”, tanto da poter fare a meno di presenze femminili.
Basta dare un’occhiata a riviste, seminari, incontri culturali e politici, dibattiti televisivi, per rendersi conto che il “separatismo” tra uomini e donne oggi non è più una scelta politica, quale è stata per il femminismo, ma la pratica di un soggetto storico che forse ora sa di non essere più unico e universale, e che tuttavia esita ad abbassare la maschera, a sopportare, nel momento in cui si riconosce appartenente a un sesso, di dover fare i conti con una storia che ha comportato per il maschio poteri e privilegi, ma anche doveri, fatiche e costrizioni.
Mi sono chiesta perché la lettura del tuo programma mi abbia lasciato impressioni contraddittorie, come se ci fosse tutto e mancasse quasi tutto, quasi che la preoccupazione di saldare con troppa fretta soggettività e necessità oggettiva, l'”io voglio” con i voleri di molti, avesse generato una geometria ideale, una visione aerea, per così dire, che tutto e tutti coglie, inquadra, armonizza, dimenticando asperità, fratture, incomprensioni, conflitti tra luoghi e persone reali.
Non sarà un caso che, in un orizzonte così ampio e dettagliato di cambiamenti – dove si sposano idealmente “alternativa di governo” e “alternativa di società” – non vengano nominate né la sessualità né la religione, né l’immaginario che viene materializzando, nel rapporto tra popoli, culture e convivenza tra diversi, logiche di guerra, il “noi” e “voi”, il “civile” e il “barbaro”, il “fedele” e l'”infedele”, frenesie identitarie e xenofobia.
Eppure, sono questi i temi su cui si è più dibattuto nell’ultimo anno, dietro la sorpresa delle elezioni americane, del risveglio di una Chiesa aggressiva, capace, nel medesimo tempo, di imporsi come interlocutore politico prioritario di governi e parlamenti e di richiamare a una comunione di corpi e di anime milioni di devoti.
Come si può pensare che la crisi della politica, che è anche crisi della democrazia, dei diritti, delle libertà acquisite, sia dovuta semplicemente alla sua “riduzione tecnica”, in quanto “traduzione nel contesto nazionale di scelte della globalizzazione neoliberista”? Vuol forse dire che le questioni riguardanti la “vita” – quelle che il femminismo ha chiamato meno chiesasticamente “problematiche del corpo” – sono viste ancora una volta come “sovrastrutture”, materia buona per le ideologie di destra e per la dottrina imbonitrice delle religioni al servizio del capitale?
Se non si vuole andare indietro nel tempo, e se non si vuole pervicacemente far finta che non si siano state e non ci siano tuttora teorie e pratiche di donne che sottolineano la politicità di vicende essenziali dell’umano, come la nascita, la morte, l’amore, la malattia, basterebbero lo smarrimento, l’estrema confusione, le ambiguità, le contraddizioni in cui è stata gettata la sinistra dalla vicenda della Legge 40 e dal referendum che vi ha fatto seguito.
L’entrata in campo dell’etica e della religione non possono essere ridotte a estremo “rimedio” di un capitale in crisi, “oppio” di popoli che stanno assistendo a profondi rivolgimenti riguardanti la condizione delle donne e la famiglia, come hanno scritto Emiliano Brancaccio e Graziella Durante (Liberazione 18.9.05). E la ragione è che i ruoli sessuali, le figure del maschile e del femminile, e tutte le dualità che vi si sono modellate sopra, non sono emanazioni del capitalismo né la ricaduta “privata” dei rapporti di produzione-lavoro.
Se la sfera dell’economico ha preso tanta autonomia da imporsi come orizzonte unico di relazioni materiali e simboliche, è perché ha creduto di essersi lasciata alle spalle o di avere totalmente assimilato – come del resto accade visibilmente oggi – la sessualità. Oltre ai corpi sfruttati nel lavoro, dilaniati dalle bombe, annegati nel disperato tentativo di sfuggire alla morte, tormentati dalle malattie e dalla vecchiaia, ci sono i corpi da cui si nasce, corpi che ci accudiscono, corpi con cui si fa l’amore, o che semplicemente ci fanno compagnia nella solitudine.
Ma di questi corpi, nelle categorie economiciste che fanno da filo conduttore al tuo programma, non vedo traccia, così come non vengono nominate, tra le ragioni dell’insicurezza e della precarietà, le trasformazioni prodotte dalla scienza, dalla medicina, dalle tecnologie, sull’idea che abbiamo avuto finora di umanità: dal riduzionismo biologico all’illusione di immortalità, dalla mercantilizzazione del corpo all’allargarsi delle possibilità di scelta in campo riproduttivo.
Sono questi sogni, incubi, paure, speranze che, in mancanza di una cultura politica che ne riconosca le ricadute materiali nella vita dei singoli e della collettività, possono orientare un disagio diffuso e crescente verso figure carismatiche, promettenti ordine e salvezza.
E veniamo alla questione che più mi sta a cuore: il femminismo e ciò che ha rappresentato nella storia della sinistra. A Roma, al Teatro Eliseo, dove hai presentato il tuo programma alcuni giorni fa, gli interlocutori dei movimenti che hai voluto accanto erano solo uomini. Non è certamente un caso. Le donne e il femminismo, nella tua descrizione dei soggetti politici con cui mantenere un rapporto, hanno un posto del tutto irrilevante, anzi, mi verrebbe da dire, un “mal posto”.
Secondo una logica che purtroppo conosco molto bene, per averla vista ricomparire quasi uguale da trent’anni a questa parte, le donne e il movimento che le ha rese più consapevoli di sé non viaggiano mai soli. Considerate uno dei soggetti svantaggiati, emarginati, la loro collocazione è sempre a fianco di minoranze oppresse, bisognose di protezione, diritti e politiche sociali adeguate.
Il femminismo compare una sola volta, nella parte iniziale del programma, associato al movimento dei lavoratori, a quello di gay, transessuali, ambientalisti, antiproibizionisti. Le donne sono invece nominate due volte e anch’esse all’interno di una variegata compagnia: la prima, in capo alla lista dei “precari” – “La precarietà è la condizione delle donne che vivono con sempre maggiore difficoltà il rapporto tra lavori sempre più flessibili e marginali e la privazione dei servizi sociali” -, da cui si deduce che sono considerate unicamente come lavoratrici, mogli e madri, bisognose di welfare; la seconda, le vede come una delle tante “differenze” – cultura, orientamento affettivo – da riconoscere e valorizzare.
Rispetto al movimento delle donne, l’unica acquisizione che sembra essere passata alle politiche della sinistra è la difesa, mi verrebbe da dire “cavalleresca”, di alcune delle sue conquiste storiche oggi attaccate da più parti. Tu citi la legge sull’aborto, la contraccezione, l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo, ed è qui l’unica volta in cui si parla del superamento della Legge 40, che non ho visto invece citata nell’agenda politica delle priorità, come se fosse parte di un capitolo specifico, al femminile, e non legata al prorompere di alcuni dei poteri più forti della comunità storica degli uomini: la scienza e la religione.
A questo punto ti chiedo: c’è un peggiore attacco di quello che viene dalle stesse persone con cui pensi di condividere una causa di giustizia, rivoluzionamento di valori, senso della vita, da uomini, compagni di lotte, che parlano delle donne come se appartenessero a un altro pianeta, come se non avessero niente a che fare, in quanto maschi, con la condizione storica femminile, come se parlare di aborto, sessualità, maternità non significasse toccare il più intimo e insieme il più universale rapporto tra i sessi, dove si mescolano, purtroppo durevolmente, amore e violenza?
L’allargamento della democrazia, che ti aspetti dalle primarie, per me comincia da qui, dalla ripresa, sia pure critica, conflittuale, dolorosa, di un dialogo che si è interrotto da tempo, e non solo evidentemente per la sordità degli uomini. Con i migliori auguri di riuscita per te e per tutte e tutti quelli che come me ti voteranno.
La risposta di Fausto Bertinotti
Hai ragione, camminiamo insieme discutendo
Cara Lea,
nella tua lettera poni temi molto impegnativi che meriterebbero non solo una risposta ma una lunga e approfondita discussione. Tu critichi il programma delle primarie sostanzialmente per due motivi.
Ne rilevi una parzialità e una contraddizione là dove non vengono nominate né la sessualità, né la religione, né l’immaginario, e denunci la invadenza di un economicismo come “orizzonte unico di relazioni materiali e simboliche”.
Anche il programma di Rifondazione comunista, insomma, non sfuggirebbe a quella politica astratta che pretende di comprendere tutto, ma non arriva a cogliere fino in fodo la condizione reale (non solo materiale) degli uomini e delle donne. E non avrebbe accolto nella sostanza la lezione di quel movimento femminista che sui temi che tu sollevi indubbiamente ha avuto molto da insegnare.
Ti dico subito che l’economicismo non mi appartiene. Ma non voglio rispondere a queste critiche semplicemente dicendoti dove le ritengo sbagliate e in che cosa invece colpiscono nel segno, ma introducendo nella discussione fra noi anche la mia esperienza, il mio vissuto in questa lunga, ma – ti assicuro – umanamente intensa campagna elettorale per le primarie.
Ho incontrato molti uomini e molte donne, ho visto la loro fatica di vivere, e anche i loro volti, i loro corpi, ho parlato con loro e loro hanno parlato con me in un rapporto concreto, vero nel quale c’era tutto il loro vissuto, non solo il loro salario, lo sfruttamento, la difficoltà di tirare avanti.
Questo per dirti che il programma di rifondazione comunista non sono le poche pagine scritte, che pure rivelano una ricerca ed un approfondimento che merita attenzione, e non sono neppure i miei e i nostri discorsi. Esso è anche, e direi soprattutto, la concretezza di quegli uomini e di quelle donne, è la relazione forte che si è creata con loro, la sintonia intorno ad un progetto. Il programma per me è stato soprattutto questo incontro. A me pare difficile parlare di una programma a prescindere da esso anzi credo che proprio a partire da questa relazione esso vada valutato e naturalmente criticato. Il programma – per quanto mi riguarda – è innanzitutto quella relazione e ovviamente quei conflitti, quelle contraddizioni che essa ha rilevato.
Si tratta di un approccio parziale, limitato rispetto ad altre grandi questioni che oggi ci stanno di fronte e che travalicano la sfera economica? Non esito a risponderti di sì. Quel programma (insisto, inteso come incontro, relazione e quindi concretezza di quegli uomini e di quelle donne che ne hanno voluto discutere) esprime una parzialità. E’ una parzialità delle loro e delle nostre vite che sono fatte e sono ricche di molto altro ancora. Della ricerca della felicità e non solo del benessere, di una armonia con se stessi con gli altri e con la natura, di un senso da dare a ciò che si fa.
Hai ragione: è quello che oggi le religioni – non solo la religione cattolica – danno riempiendo lo spazio della crisi della politica e della democrazia. Ed è quello che la destra – a cominciare da quella americana – ha offerto per mantenere e accrescere un consenso anche fra coloro più colpiti dalla crisi economica e dalla globalizzazione neoliberista. Insomma è vero, nella vicenda umana c’è una politicità che va al di là dell’economia e che riguarda la vita, la nascita, la morte, l’amore che spesso la “politica-politica” non riesce a cogliere.
Ma ora sono io a farti alcune domande: siamo sicuri che fra quel vissuto che si riferisce alle “problematiche economiche” e le altre, quello che tu e il femminismo definite “problematiche del corpo” non vi sia proprio nessuna connessione? Io credo che non sia automatica, che non vada sempre in una direzione, ma che ci sia. E che sarebbe comunque un buon esercizio per tutti e tutte scoprirla, disvelarla, capirne le connessioni.
E ancora: sei sicura che la politica intesa anche nel senso più alto e nobile del termine, possa davvero comprendere tutte quelle tematiche e quelle esigenze che tu citi? O non dobbiamo dare ad essa un significato e un ruolo certo molto importante, ma limitato lasciando ad altri soggetti il compito di creare pensiero e di influenzarla e modificarla? Non credi che sarebbe o potrebbe essere persino pericoloso un partito o un programma che pensasse di comprendere tutto?
Vorrei che non mi fraintendessi. Non sto sottovalutando l’importanza dei temi che il femminismo ha avuto il merito di immettere in una sinistra spesso asfittica. Non sto dicendo che essi sono stati assunti e che oggi riescono a modificare la politica e la politica di un partito pur interessato ad essi come il Prc. Non sto neppure negando dei limiti evidentissimi nella sinistra, in Rifondazione e anche nei singoli soggetti maschi di questo partito. Sto solo dicendo che essi non si superano in un programma che li assuma che li potrebbe solo enumerare, enunciare, ridurre, eliminando di fatto la loro ricchezza e il valore propulsivo.
La parzialità che tu giustamente lamenti non è superata né da un partito né da un dirigente di partito impegnato in una campagna delle primarie, pur molto interessato ad esse. E’ superata, a mio parere, da un confronto e da un conflitto anche duro fra soggetti che mettono in gioco la loro parzialità. Senza recriminazioni e senza ipocriti atteggiamenti cavallereschi. Ma con la voglia di scontrarsi per costruire. Ho apprezzato la tua lettera perché contiene questa aspirazione. E spero che sia solo l’inizio di un fecondo conflitto.
Didattica sospesa e prime occupazioni a Roma e Firenze. Gli studenti in prima fila
Matteo Bartocci
Il movimento universitario non si ferma. Anzi, la protesta contro la riforma della docenza e del reclutamento ha di fatto bloccato l’inizio dell’anno accademico in molti atenei con accanto, in qualche caso, anche le prime occupazioni (ieri è stata la volta di fisica a Roma Uno e di matematica a Firenze). Una lieta novità autunnale, riscontrabile un po’ ovunque, è il ritorno convinto sulla scena degli studenti, vera chiave di volta per la riuscita della protesta e, soprattutto, per il futuro del sapere superiore. La protesta dei sindacati e delle associazioni della docenza dunque trova nuova linfa e spesso anche nuove parole d’ordine. «Altro che minoranza silenziosa!», sbotta soddisfatto Marco Merafina, coordinatore nazionale dei ricercatori strutturati. «Gli studenti finalmente – scandisce -ci hanno raggiunto e scavalcato, in più di 400 hanno fatto un corteo interno molto partecipato bloccando tutte le lezioni e occupando la facoltà, domani (oggi per chi legge, ndr) proveranno ad occupare anche chimica e matematica». L’assemblea trasversale ha così deciso di dare vita a una «settimana della cultura universitaria» aperta a tutti che non si limiti a «criticare le prospettive deformatrici del ddl Moratti, ma discuta anche della funzione dell’università pubblica e del suo futuro». Se questo è il clima in un «ateneo mostro» e spesso distratto come La Sapienza non ci si può stupire che iniziative simili abbiano scosso gli atenei un po’ in tutta Italia (alcune iniziative le riportiamo qui a fianco).
«Vedere moltissimi studenti insieme a noi – racconta Federica Giardini di Roma Tre – ha contribuito a togliere definitivamente quella patina corporativa a una protesta che tutta l’università sta facendo inascoltata da mesi». Assemblee piene e con pochi capelli bianchi un po’ dappertutto. Tutti insieme: studenti, ricercatori strutturati e precari, i docenti più consapevoli o che non hanno ancora perso la voglia di discutere di sé. A Firenze occupato il polo scientifico di Sesto e l’istituto di matematica di via Morgagni. Oggi assemblee a lettere e scienze politiche. Bologna, vera «città-ateneo» e sede dell’università più antica del mondo, scenderà in piazza domani, con un corteo aperto anche agli studenti medi. A Palermo didattica sospesa per ora nella facoltà di scienze e domani corteo in piazza Politeama. Lo stesso accadrà a Torino, con una manifestazione cittadina promossa dalle associazioni sindacali, dal coordinamento dei ricercatori e dall’assemblea No-Moratti. Ieri il senato accademico dell’ateneo piemontese ha anche approvato una dura mozione critica con il governo, di cui il rettore si farà portavoce nell’assemblea straordinaria della Crui prevista per il 13. Ezio Pelizzetti ha assicurato i docenti in rivolta che sul tavolo degli altri rettori porrà anche la proposta delle dimissioni di massa di tutti i «magnifici» d’Italia. Promessa simile da parte del rettore di Ca’ Foscari a Venezia Pier Francesco Ghetti.
Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’associazione dei docenti universitari, quasi esulta: «La protesta di questa settimana è la migliore risposta a un ministro che dice di avere con sé la parte buona dell’università. E’ evidente che tranne pochi baroni la vera partecipazione degli atenei la vediamo nelle assemblee e nelle mobilitazioni di questi giorni. L’università – spiega – è sotto attacco tutta, per questo finalmente gli studenti discutono con noi e ci incalzano per pretendere di più da un’istituzione che è e dev’essere democratica».
Miraglia però guarda oltre, critica l’oscuramento delle proteste anche su testate sensibili come Repubblica, per esempio. Tra i sindacati e i docenti dunque si fa strada un’altra preoccupazione primaria. Se malauguratamente la legge Moratti passasse toccherà al prossimo governo modificarla. E al di là della retorica sull’abrogazione o meno, la fiducia verso l’Unione non è ai massimi storici. Nei collettivi universitari si è da sempre criticata duramente tanto la riforma Berlinguer che quella del centrodestra. Una preoccupazione simile sembra albergare ora sempre più apertamente anche tra i «rappresentanti» e non solo tra i «rappresentati». Dice Miraglia: «La demolizione dell’università è davvero trasversale, è avvenuta sia con la destra che con la sinistra, non tutte le colpe sono di Letizia Moratti. Questo perché alcune lobby accademiche sono ben inserite tra le forze politiche e così portano avanti i propri progetti come e quando possono. Se guardo all’anno prossimo giuro già che non voglio passare dalla padella nella brace». Preoccupazioni simili, anche se con maggiore prudenza, anche da Paolo Saracco della Fcl-Cgil: «L’università si è mobilitata anche per mettere dei paletti chiari per il suo futuro, perché anche nel centrosinistra si sentono proposte molto preoccupanti e soprattutto non coerenti con le richieste avanzate dal movimento, vedi l’ultimo convegno di Treelle, Astrid e Magna Charta a Milano». Meglio essere chiari subito che litigare dopo.
Sono partecipe alla vostra lotta, io stessa in queste settimane sto scioperando e lottando con le mie compagne di lavoro. Faccio l’operaia e la delegata sindacale in una fabbrica del Gruppo Zucchi-Bassetti. L’azienda ha presentato un piano industriale che prevede scorpori di attività produttive e conseguenti licenziamenti di 750 lavoratori e lavoratrici su un totale di 1700. E’ evidente che siamo da alcuni anni in presenza di una deindustrializzazione del nostro paese, intere aree produttive vengono ridimensionate,fabbriche chiuse e molte trasferite fuori dall’italia e/o dall’europa. Molti imprenditori italiani stanno affossando l’industria tessile sul piano produttivo, chiudono le fabbriche ed approno società commerciali , mantenendo i marchi le firme e tutto ciò che servi al “made in italy” Non hanno coscenza politica sociale, fanno prevalere il profitto,senza assumersi la responsabilità delle loro scelte.Presentano i probblemi come fossero loro le vittime del sistema economico della globalizzazione del mercato. Giustiustificano le loro scelte ,”costretti” da una riduzione dei consumi,da un costo di produzione elevato, la concorrenza di India, Cina,Pachistan ecc.che possono avvalersi di ciò che loro non hanno ” salari da fame” per molti lavoratori e lavoratrici di quei paesi . Lo sò che non ho detto niente di nuovo,ma per come viene presentata la situazione di crisi generale e di settore si coglie a pieno quanto bisogno c’è di mettere al centro la vita e il lavoro di ogniuno e ogniuna di noi. Io voglio continuare a vivere onestamente e dignitosamente del mio lavoro che oltre ad essere un diritto è una condizione di necessità,essenziale, quindi esigo rispetto, dai dirigenti aziendali, dal governo e da tutte le istituzioni.Col mio salario permetto entrate fiscali certe e immediate, la mia partecipazione alle lotte ha permesso migliori condizioni di vita a tutti, quindi non permetto che mi trattino come un “esubero”.Sò che sarà dura…so che nulla è dato per scontato e sempre è possibile modificare e costruire,che la contrattazione delle mie condizioni di vita e di lavoro è quotidiana li dove sono . Forse perderò il mio lavoro,o forse no! ma di una cosa sono certa che non finirò mai di lottare in qualunque luogo mi troverò a fare i conti con le ingiustizie. un abbraccio a tutte voi !!
Rosa Piantoni ( Pontoglio- Brescia)
a Chantal Podio per il suo IN DIFESA DI QUALE FAMIGLIA?
1) Si parla di funzione materna e funzione paterna, dando per scontato cosa siano, oggi. Ma se la funzione materna di dare la vita e la parola sembra essere rimasta la stessa con la fine del patriarcato, la funzione paterna, che era di dare la legge, oggi qual è? Ci sono esempi?
2) Se la maternità e la paternità sono “funzioni, posti simbolici, che possono essere variamente incarnati”, il corpo, il nostro essere corpo come conta?
3) Se nella famiglia ci devono essere sia la funzione materna sia la paterna, sia pure variamente incarnate, questo vuol dire, ad esempio, che quando la prole vive con due donne una deve fare la madre e una il padre?
4) Si parla sempre di funzione materna e funzione paterna, sullo stesso piano simbolico: vuol dire che “madre” e “padre” sono uguali nella differenza? Ma è vero?
5) Alcuni studi antropologici sostengono che agli albori dell’umanità la famiglia era formata da una o più madri con figlie e figli non adulti, e il padre non esisteva (forse perché non si sapeva che anche l’uomo contribuisce alla procreazione). Quindi possiamo pensare, per lo meno come ipotesi, che la “famiglia naturale” non sempre abbia avuto socialmente la forma della “famiglia legale” che conosciamo, quella composta da padre, madre e figli. Se dici che nella famiglia devono essere svolte la funzione materna e la funzione paterna non rischi allora di assolutizzare le figure di madre e padre, trasformandole in un ideale necessario, e in questo modo rendendo eterno il modello di famiglia patriarcale ereditato dalla nostra cultura?
Noi siamo in difesa della famiglia… affermazione lapidaria, un po’ altisonante utilizzata da più parti ultimamente per chiudere in partenza il dibattito sul riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali.
Come se tale affermazione contenesse in sé un’ovvietà che a pensarci bene è tutt’altro che ovvia.
Che cosa si vorrebbe difendere e da quali pericoli?
Riecheggia in sottofondo lo spauracchio di una possibile “sovversione dell’ordine sociale”, una messa in discussione “di valori sociali”fondanti.
Famiglia e sociale quindi è la prima associazione che mi viene da fare.
Nella Costituzione la famiglia viene in effetti definita come “società naturale” , come quindi formazione che ci si attende in grado di accompagnare un individuo nella sua crescita, educandolo secondo le norme del gruppo sociale a cui appartiene.
Funzione educativa quindi…capacità di trasmissione tra generazioni non solo di patrimoni ma in primis di una visione del mondo, delle possibilità di libertà e di realizzazione dei desideri ma soprattutto dei limiti al desiderio stesso.
Terreno di confronto-scontro tra le differenze: i generi, le generazioni, le stirpi.
Primo incontro col limite, col “questo non si può” reso “familiare” e di conseguenza non troppo angosciante perché mediato dagli affetti.
La famiglia in questo senso è il luogo in cui viene svolta una funzione simbolica che “forma l’umano” a partire da un piccolo di uomo.
Le gerarchia vaticana propone spesso come modello familiare la Sacra Famiglia e forse non ha tutti i torti.
Ma cos’è che costituisce la struttura portante di questa famiglia?
Il fatto che sia costituita da un uomo, una donna e un bambino o piuttosto da una madre, un padre e un figlio?
La paternità e la maternità sono vincolate in modo indissolubile al sesso maschile e femminile rispettivamente o sono piuttosto funzioni, posti simbolici che possono essere variamente incarnati?
L’esperienza comune mostra come la maternità e la paternità spesso non siano prerogativa esclusiva dei genitori biologici: basti pensare ai figli cresciuti dalle balie, dai nonni, dai genitori adottivi, a volte da un unico genitore.
Ma a volte partire dall’esistente può spaventare…la vita non può essere certo ingabbiata in una ideologia.
A livello “ideale” è già ritenuta non del tutto “sana” la posizione di chi ha un unico genitore che svolge entrambe le funzioni , ancora di più lo è la possibilità che
la funzione materna o paterna non siano svolte rispettivamente da un uomo ed una donna.
Che una donna possa fare da padre o un uomo da madre viene da molti vissuto come una perversione.
Ma è davvero così raro?
Gli insegnanti, gli educatori , gli analisti e coloro che svolgono in generale lavori di tipo relazionale non svolgono già queste funzioni?
La mia esperienza di psicoterapeuta mi ha fatto più volte sperimentare come alcuni pazienti mi percepiscano come materna, in una veste di maggior accoglienza, o paterna, in una funzione più normativa, e a volte in una posizione oscillante tra questi due poli.
Perché ci ostiniamo ad appiattirci sul piano reale quand’è proprio l’aspetto simbolico della realtà che ci permette di spiccare il volo verso mondi inattesi e affascinanti?
Come se ancora si ritenesse che solo una coppia eterosessuale sia equipaggiata per un’adeguata funzione educativa: “la famiglia è fondata sul matrimonio” tuonano molti dall’alto.
Ma altri sottolineano che la progettualità della famiglia non si limita
alla procreazione e tanto meno alla riproduzione, alla stregua del mondo animale, bensì si estende alla generatività , alla capacità cioè di dare forma umana,di generare un bene relazionale.
Ciò però implica il superamento dell’idea, molto radicata, dell’omosessualità come pratica sessuale piuttosto che relazione affettiva e sessuale …il fantasma della relazione simbolicamente sterile e priva di progettualità è dietro l’angolo.
Se una relazione non riproduttiva fosse priva di valore potrebbe essere messa in discussione anche la legittimità delle coppie eterosessuali sterili e ancora di più di quelle coppie che scelgono di non riprodursi ; quest’ipotesi mi sembra si contesti già da se.
Ciò che fa “tessuto sociale” è la capacità di mettersi in relazione con la differenza, con l’altro che non necessariamente è “dell’altro sesso”.
La richiesta di un riconoscimento giuridico da parte delle coppie omosessuali è a mio avviso il frutto della consapevolezza del valore sociale della propria relazione e il legislatore è chiamato a fungere da terzo simbolico perché la funzione primaria della legge è proprio quella di “legare”, di far si che dei soggetti possano prendere un impegno che rendono pubblico.
In fondo credo che in questo l’orientamento sessuale non sia determinante: il desiderio di rendere “pubblica” e non solo “privata” la propria relazione, “urlando” al mondo il nome di chi si ama è un’esperienza condivisa da molti.
Marina Terragni
Al direttore – Quando sento parlare di aborto nel modo in cui se ne sta parlando,mi chiedo: ma sanno davvero di che cosa si tratta? Anch’io non lo sapevo. Poi un giorno l’ho saputo. Per me – non per tutte sarà andata così – è stato l’imprinting del senso di morte. Tutte le volte che in seguit oho incontrato la morte somigliava a quella prima esperienza: il risveglio allegro della città alle sei del mattino (era ancora un tempo in cui le città erano molto allegre), il profumo del caffè e brioche nei bar, la mia amica che mangiava con appetito e senza nausee prima di accompagnarmi in macchina all’ospedale, il vuoto del digiuno pre-anestesia nel mio stomaco. Per me la morte, in seguito, è stata per sempre quello stesso vuoto nauseato, quel sentimento tenace e appiccicoso che ci si mette molto, il tempo giusto del lutto, a scrollarsi di dosso per tornare a vivere. La legge 194 era appena passata, io ero una ragazza di sinistra e avrei avuto tutte le possibilità di ideologizzare difensivamente l’evento. O per banalizzarlo, come si direbbe oggi. L’operazione a me non è riuscita. Non penso che l’aborto sia banalizzabile. Per l’inconscio non lo è mai. Per l’io cosciente forse un po’ di più, le difese esistono. Non penso che sarebbe banalizzabile neppure se bastasse uno schiocco di dita o un tocco pranoterapeutico. Ma a maggior ragione non è banalizzabile quando richiede, come nel caso della Ru486, un paio di giorni di visite e manovre, e la terribilità dell’attesa solitaria dei dolori e del sanguinamento facendo zapping davanti alla tv. Io, oggi dovessi scegliere,sceglierei ancora il Karman: un po’di sedazione e di anestetico locale, cinque minuti, un dolore acuto e poi è finita, almeno la parte brutalmente fisica della questione. A me pare anzi che la Ru486 tenga la coscienza più vigile sulla cosa. Insopportabilmente e inutilmente vigile, a mio parere: perché quando ti succede non vuoi sapere, non c’è proprio niente da sapere, vuoi solo piangere un po’ per lavare via tutto, aspettare le nuove mestruazionie voltare pagina. Una proporzionalità che non esiste ma ammettiamo pure che la Ru486 renda l’aborto “più leggero”. Non per questo le donne abortiranno di più. Si potrebbe allora orribilmente sostenere che renderlo “più pesante”, tornare al vecchio raschiamento senza anestesia e magari senza cautele sanitarie, potrebbe far diminuire il numero degli aborti. Tutte le donne morte per “appendicite”, come si diceva pudicamente una volta, stanno a dimostrare che anche quando l’aborto era pesante, faceva male e magari ti uccideva per emorragia o setticemia, le donne abortivano. Non è aumentando il male che gli aborti diminuiranno, né diminuendolo che gli aborti aumenteranno. Questa proporzionalità inversa non esiste, ed è molto crudele nei confronti delle donne, perché il pensiero sotteso è che l’aborto è un vizio o un lusso di cui, se ne aumenti il prezzo, si dovrà fare a meno, come la benzina e le sigarette, e, peggio ancora, che i figli sono una punizione e una privazione che accetti di infliggerti solo per evitare un male più grande. Be’, piantiamola. Il male e il danno devono essere ridotti, ogni volta che si può. E’ uno dei principi politici a cui mi sento più affezionata. Il male dell’aborto deve diminuire, e anche il numero degli aborti deve diminuire, e le due cose vanno insieme, non sono l’una il contrario dell’altra.La coscienza deve aumentare e non sarà l’aumento del dolore fisico e nessun’altra strategia sadica a farla crescere. E qui sono costretta a essere banale, dicendo che c’è ancora un gran lavoro di decolpevolizzazione da condurre sulla contraccezione. Contraccezione, a me non piace la contraccezione, personalmente la detesto, specialmente quella ormonale. Ma anche qui, si tratta di mettersi dal punto di vista di una riduzione del danno. Non viviamo in un mondo in cui i figli possono venire quando e quanto vogliono, e sarebbe un gran bel mondo, e questo giornale ha dato avvio a una bella e sacrosanta battaglia perché questo possa succedere sempre di più, e mi sembra una delle battaglie politiche più rilevanti di questi anni. Ma stare tra l’obbligo morale della contraccezione e il divieto morale della contraccezione è come stare tra Scilla e Cariddi. Le donne diventano il terminale di un conflitto che nell’aborto ha fatalmente il suo exitus. Si abortirà di meno solo quando cesserà il proibizionismo sui figli, quando il mondo si ricalibrerà sulla nascita, quando la differenza femminile sarà autorizzata e benvoluta e non più costretta a cancellarsi nell’emancipazione. C’è un gran lavoro da fare, come si può capire. Nel frattempo la contraccezione può dare una mano. E vietare la Ru486, se è vero, come credo, che può ridurre il danno e il male, o quanto meno costituire per molte un’alternativa preferibile all’aborto chirurgico, sarebbe solo ideologia. Io qui, come hanno fatto anche Paola Tavella e Alessandra di Pietro, ho parlato un poco di me, ho radicato nelle cose della mia vita le riflessioni che ho proposto. Oggi sono interessata a parlarne con gli uomini, anche con i molti uomini che nella loro vita hanno obbligato le donne ad abortire, aborto “leggero” o “pesante” che fosse: statisticamente un buon numero di gravidanze interrotte si deve al rifiuto o all’abbandono maschile. Ma di outing non ne ho sentito uno. Che si tratti di figli, di amore o di violenza, nella testa degli uomini la verità della vita resta tenacemente distinta dalla neutralità della teoria politica o morale. Per ridurre il numero degli aborti, bisogna invece anche che i maschi accettino di rischiare, e comincino a parlare di questa faccenda, come di molte altre faccende, in questo modo.
Sabato 01 Ottobre
Ore 16 – Camera di Commercio
Inaugurazione “Ottobre Africano” con presenza Ambasciatore del Burkina Faso
Proiezione documentario sul Burkina Faso di Marie Reine Toe regista (Burkina Faso)
Ore 17 – Camera di Commercio
Conferenza : “il Burkina Faso e l’Italia, che tipo di cooperazione?”
Relatore : La sua Eccellenza MAMADU SISSOKO, Ambasciatore del Burkina Faso in Italia
Cinema “Dare a vedere il cinema africano”
Cinema Edison / Fondazione Solares In collaborazione con la Provincia di Parma
Martedì 4 ottobre “Lumumba, la morte di un profeta” Raoul Peck (Haiti)
Martedì 11 ottobre “Sya ou le reve du python” Dani Kouyate (Burkina Faso)
Martedì 18 ottobre “Nel nome del Cristo” Roger Gnoan M’bala (Costa d’Avorio)
Martedì 25 Ottobre “Fatma” Khaled Ghorbal (Tunisia/Francia)
Letteratura “Piccolo assaggio di letteratura africana”
Mercoledì 5 ottobre Ore 21 – Africa Due Ristorante
Musica e poesia Con Elide (Italia) e Cleo (Burkina Faso)
Venerdi 7 Ottobre 2005 Ore 18 – Don Chisciotte (ex luciferarts)
Café letterario : Parole nomadi Incontri con Mbacke Gadji scrittore del Senegal
Sabato 08 ottobre Ore 21.00 – Don Chisciotte (ex luciferarts)
Café letterario : Parole nomadi Incontro con Antonio Collace (Italia- Cremona)
Tracce di Fango
Ore: 17 – Libreria libri e formiche
“I colori del suono” Laboratorio di musica per Bambini Con Billy e lampo (Senegal)
Domenica 09 Ottobre Ore 18 luogo: Fiaccadori
Incontro letteratura “Poesie e poeti della Negritudine” Con Clement Deho Giornalista (Costa d’Avorio)
Venerdì 14 ottobre Ore 16.30 luogo : biblioteca Guanda
Momento di dissertazione sulla letteratura africana con Nadia Valgimigli,
Professoressa di letteratura africana all’università di Bologna
Sabato 15 Ottobre Ore 18 libreria delle formiche
“L’educazione in Africa nera” Incontro con Madi Ouandaogo, insegnante del Burkina Faso residente a Parma.
Domenica 16 Ottobre Ore 18 Libreria Fiaccadori
Dibattito sulla letteratura anglofona: il caso di Ken Saro WIWA (poeta del Nigeria)
Incontro con Samuel Uomette, mediatore culturale (Nigeria)
Giovedì 20 ottobre Ore 17 luogo : biblioteca Guanda
“Giovani e società multiculturale” incontro con Khalid Chouaki, scrittore del Marocco
Ore 21 – Don Chisciotte (ex luciferarts)
Incontro con Kossi Komlan Ebri, scrittore e medico del Togo
Domenica 23 Ottobre Ore 18.30 luogo : Fiaccadori
Poesia e musica letture delle poesie di Davip Diop (scrittore senegalese)
con Diop Soyibou Cheick (Senegal) e Cleophas Adrien Dioma (Burkina Faso)
mostre
Sabato 01 Ottobre Ore 10 luogo : negozio “I love my house”, via Mazzini
Inaugurazione mostra fotografica “vivere il sogno” Campagna per la promozione del progetto “vivere il sogno”
Domenica 2 ottobre Ore 21 – Don Chisciotte
Inaugurazione mostra pittura Joachim Silue (Costa d’Avorio)
Sabato 08 ottobre Ore 10 – Palazzo Provincia (strada martiri)
Inaugurazione mostra :”Uomini, donne: quelli hanno fatto l’Africa” con la presenza di Mbacke Sadji (Senegal)
Sabato 15 Ottobre Ore 10 luogo: Infogiovani
Inaugurazione mostra fotografica “Ritratti Africani” di Alan Maglio (Italia)
Sabato 22 Ottobre 2005 Ore 16 – Centro di aggregazione giovanile “Esrpit”
Mostra fotografica di Cleophas Adrien Dioma (Burkina Faso) e pomeriggio freestyle
Tutti i Mercoledì del mese di ottobre Dalle 5 alle 6.30 – libreria libri e formiche
Letture di fiabe africane
Programma ottobre africano 2005
Introduzione
Martin Nkafu Nkemkia
Esiste un pensare africano?
Quando si parla oggi del pensiero o delle filosofie africani, molti pensano subito che frequentando le biblioteche si possano trovare testi sull’argomento, ma costoro possono rimanere delusi non trovando monografie o opere di pensatori africani in campo strettamente filosofico.
In Africa sono esistiti ed esistono pensatori di grandissimo rilievo in diversi campi, una schiera ricchissima di intellettuali africani in campo politico, scientifico e religioso ma questi non hanno la pretesa di essere dei ricercatori in campo filosofico.
In ogni caso, la sapienza accumulata nella tradizione orale costituita da miti, proverbi e racconti, riti, nomi, proibizioni e da tutte le manifestazioni della parola e del pensiero sono ciò che si può chiamare pensiero filosofico della tradizione orale africana. Non emerge qui il nome di qualche particolare personalità, ma il soggetto è la tradizione, la comunità, il popolo.
Tutti gli uomini pensano ed il pensiero risulta essere una attività comune al genere umano, a tutti, indipendentemente dal colore della pelle. La differenza sta nella cultura. Sarebbe quindi un errore affermare che l’epoca del pensare tradizionale africano non abbia valore all’interno del sapere speculativo, nonostante i limiti della conservazione e della tradizione di tale modo di pensare.
Il pensiero non ha colore né età, né è di ordine materiale, perciò, finché l’uomo vive, vive il pensiero. E antico quanto l’uomo ed è giovane quanto è giovane la vita.
La tematica della manifestazione culturale Ottobre Africano 2005 sarà “Il pensare africano come vitalogia”.
L’evento culturale, “l’ottobre africano, sarà articolato in momenti letterari e musicali, in una di rassegna di cinema africano e in una mostra fatta da un collettivo d’artisti immigrati e perché no italiani. l’obbiettivo principale essendo di aiutare a capire il pensare africano
Speriamo che questo tipo di comunicazione potrà aiutare le diverse comunità, italiane e straniere a conoscersi meglio, per poter forse arrivare ad evitare certi “clichés” che non aiutano all’accettazione delle differenze culturali e razziale.
Chiara Martucci
Daniele Bouchard
Donne e uomini: la fatica del dialogo tra i generi.
Cosa fanno 13 uomini e 12 donne riuniti per tre giorni di fine estate al Castello dei Sorci nella poetica città di Anghiari (Arezzo)? A dispetto di quanto possano immaginare le menti più maliziose, questo manipolo di volenterosi/e si è riunito alla Libera Università dell’Autobiografia per dare vita per il secondo anno a un Laboratorio sui Generi.
Ovvero per riflettere, insieme, sulle trasformazioni del genere maschile e di quello femminile e delle relazioni fra essi. Si sono trovati, non a caso nella città dell’autobiografia, per mettersi in gioco a partire dalle proprie storie ed esperienze e provare ad elaborarle collettivamente alla ricerca di nuovi codici di comunicazione e interazione fra uomini e donne. Con l’ambizione, certamente naïf ma nondimeno sentita, di rendere migliore il mondo cominciando col migliorare il proprio personale stare nel genere di appartenenza e la propria relazione con l’altro sesso.
Patrimonio comune alle esperienze dei e delle presenti sono infatti le pratiche e le teorie femministe: il celebre partire da sé come punto di partenza, l’autonarrazione condivisa come pratica, le letture sulla decostruzione dei significati tradizionalmente attribuiti al maschile e al femminile e le riflessioni sulla differenza sessuale come strumenti nella cassetta degli attrezzi.
Tema: Seduzione e potere. Potere della seduzione e seduzione del potere. Come si declina la tensione fra questi piani nelle relazioni fra i due generi? Come si giocano gli stereotipi e quali sono i nessi che legano le due dimensioni nello spazio pubblico e in quello privato? E, ancora, come agisce nelle nostre nuove relazioni politiche il vecchio tabù del sesso (e lo spettro del rifiuto che porta con sé)?
Tre giorni per lavorare su tutto ciò (e su molto altro), alternando momenti di discussione assembleare misti, spazi di riflessione omogenei per genere, scritture individuali e a coppie uomo/donna e giochi con il corpo (quelle cosine che paiono innocue e che invece stravolgono gli equilibri difficilmente messi insieme in una vita!). Proprio questo, quello corporeo, si è dimostrato il piano più problematico da affrontare quando uomini e donne si mettono in gioco in relazioni di senso, quando si cimentano in pratiche che fanno dei vissuti e delle esperienze la materia di un lavoro politico di riflessione ed elaborazione collettiva e individuale.
Disagio, paure, sospetti, fraintendimenti, dinamiche corporative, luoghi comuni e sfottò sono sempre dietro l’angolo quando si è alla ricerca di nuove forme di autenticità nel rapporto fra uomini e donne. E non stupisce, visto che si devono fare i conti con millenni di stratificazione di usi, costumi ed abitudini troppo frettolosamente date per superate cercando di tenere contemporaneamente conto delle straordinarie trasformazioni che nel frattempo sono effettivamente avvenute e che hanno investito le forme della politica, i codici culturali dominanti, lo statuto dei saperi tradizionali, la sfera pubblica e quella privata di ognuna ed ognuno.
Tre giorni che non resteranno senza un seguito: le/i partecipanti oltre a riconvocarsi per il prossimo anno ad Anghiari per il terzo Laboratorio sui Generi, hanno progettato una serie di occasioni di incontro per proseguire il dialogo durante l’anno. Tra le proposte, una giornata di lavoro a Milano, un Simposio a Maggio e la prosecuzione del dibattito sul sito che ci sta gentilmente ospitando: www.libreriadelledonne.it/Stanze/CostolaPomo/.
Anche al di là dell’appuntamento annuale di Anghiari il gruppo di lavoro “Sui Generi/s” si propone come uno spazio aperto di riflessione e comunicazione tra donne e uomini che, consapevoli della propria parzialità, coltivano la loro voglia di misurarsi in un confronto che non occulti ma riconosca l’appartenenza di genere di ciascuna e ciascuno, nel quale il conflitto non sia un ostacolo ma una risorsa del dialogo. Se gli uomini hanno sempre pensato e nominato se stessi, le donne e il mondo facendo del proprio punto di vista l’universale; se a un certo punto le donne si sono separate per rinominare il mondo e se stesse mettendo al centro le proprie soggettività; se, stimolati dalle donne, alcuni uomini hanno dato inizio ad un percorso di scoperta critica della propria parzialità di genere, forse ora è arrivato il momento di ritrovarsi per cominciare a pensare e pensarsi insieme fra uomini e donne, per iniziare ad attraversare le frontiere e mettere le fondamenta di un mondo consapevolmente sessuato.
Chiara Zamboni
La riforma dell’insegnamento, che ha separato uno zoccolo di tre anni iniziali da due successivi di specializzazione e che ha introdotto crediti e moduli brevi, ha modificato radicalmente l’università: la sua immagine e la metafisica in essa coinvolta. La trasformazione si vede dagli effetti
Ne parlo soprattutto a partire dalle facoltà umanistiche, che conosco di più, dato che insegno per un corso di laurea di filosofia nell’ateneo di Verona.
Incomincio dalla frammentazione degli insegnamenti, che sono stati sparpagliati in una miriade di moduli brevi e brevissimi, di 40, 20, 10 ore. Questo ha modificato alla radice il rapporto tra studenti e docenti. Insegnando si sa per esperienza che per creare una relazione viva con gli studenti occorre un certo tempo. Nel mordi e fuggi dei moduli questo risulta impossibile. Così viene meno quello che costituisce il lato implicito e più importante dell’insegnamento: accanto al passaggio di conoscenze si insegna anche un certo modo di accostare i testi, di leggere, di dire, di ragionare, di porre domande e di far parlare l’esperienza soggettiva. Ciò ha bisogno di una relazione che si sia venuta a creare per fiducia. Si tratta infatti di uno stile che solo così le studentesse e gli studenti colgono e che più di tanto non può essere messo in parola.
Oltre a ciò occorre per gli studenti avere tempo di “ruminare” quel che hanno appreso. Nutrirsene. Farlo proprio. Meditarci. E questo richiede tempo. Un tempo che il ritmo battente di corsi brevissimi seguiti immediatamente da esami non lascia affatto.
Il fordismo applicato alla cultura
È stato soprattutto lo zoccolo di tre anni che ha risentito di questa disgregazione del legame tra studenti e docenti. Esso si ricrea nella specialistica di due anni, perché gli studenti sono pochi e perché cambia completamente lo spirito dell’insegnamento che non è informativo ma quasi artigianale, simile a quello della vecchia bottega dove si imparava un mestiere. Si viene a configurare una divisione di formazione tra chi frequenta solo i tre anni e chi anche la specialistica. È una divisione tra una cultura fondata sul consumo di informazioni, slegate le une dalle altre, non orientata e semplificata a pillole, e una cultura che cerca di recuperare l’antico rapporto maestro allievo nell’insegnare il mestiere in tutta la sua complessità, sia che si tratti di filosofia o di ingegneria, o fisica. Una divisione dunque tra una cultura di informazione, che in realtà è una non cultura, e una cultura complessa che nasce dal fatto che sono pochi a iscriversi e la relazione di insegnamento si fa più stretta. Insomma una nuova forma di divisione di classe più negli effetti che nelle cause.
L’inserimento dei crediti per calcolare il valore di un esame ha portato a questo meccanismo perverso: i crediti vengono fissati sulle ore di lavoro che si presuppone che uno studente medio faccia. Quante ore lavoro per studiare La critica della ragion pura di Kant? Di più o di meno rispetto a Speculum di Luce Irigaray? Naturalmente gli studenti sono molto diversi gli uni dagli altri nello studiare, ma questo non ha importanza per i riformatori alla ricerca di criteri unici. Quel che più impressiona è il criterio di ore lavoro che ricorda gli operai alla catena di montaggio o in forma più aggiornata dei call center. È il fordismo applicato alla cultura. Neanche il postfordismo più elastico e duttile. Un’idea di lavoro calcolato e pagato ad ore, che deve mantenere un certo ritmo. Una fabbrica diventa l’università. L’idea serpeggiante di lavoro, economia, tecniche di comunicazione, dirigenti manager si è fissata nel linguaggio imposto dal ministero per redigere qualsiasi foglio riguardante la didattica. È scomparsa un’idea di etica del lavoro, criticabile, ma ancora giocata dalla parte della soggettività, sostituita da quella della costrizione al lavoro oggettivo e quantificabile nei tempi e nei prodotti.
Frammenti di competenze
La frammentazione dunque dell’università è visibile per la composizione dei più disparati e brevissimi moduli di chimica, biologia, sociologia, filosofia teoretica, che va di pari passo con lo spezzettamento delle offerte sul mercato dell’informazione: corsi triennali, specialistici, master, perfezionamenti, stage, dottorati, tanto che uno non sa come raccapezzarcisi e avrebbe bisogno di una guida. Non solo: le facoltà per farvi fronte hanno aumentato i contratti con docenti esterni all’università. Il che è molto positivo per avere scambi con altri contesti di produzione del sapere, ma ha reso la frammentazione ancora maggiore.
Io credo che questo non sia stato a caso nell’intenzione dei legislatori. C’è un tentativo in atto non solo all’università di dislocare, decentrare, decostruire centri organici di produzione di sapere e altro, per avere un governo più ristretto, nella mano di pochi. Del resto di fronte a questa grande frammentazione solo pochi hanno le informazioni per avere una visione d’insieme e dunque solo a pochi è dato governare la complessità. Dunque la maggioranza che rimanga nel proprio piccolo frammento di competenze, lasciando a chi ha le informazioni di tutti i settori frammentati il governo della situazione. Non è capitato questo solo all’università: ovunque, là dove ci sono stati centri organici, storici e sedimentati di sapere si è visto negli ultimi anni il tentativo di disgregarli attraverso il decentramento e la frammentazione per accentrare le decisioni nelle mani di pochi.
Spaesamento
Come vivono queste modificazioni le donne e gli uomini che lavorano con me all’università? Con una sofferenza sotterranea, che raramente raggiunge la soglia della consapevolezza e che colgo in comportamenti automatici, in spaesamento. Gli uomini più consapevoli si ritirano in una solitudine spirituale amareggiata. Altri puntano ad entrare in lizza per governare il governabile. Alcune donne rielaborano l’estraneità, altre si pongono in una posizione più di servizio.
I consigli di facoltà non sono più luoghi di discussione su orientamenti di fondo sull’insegnamento e la ricerca. Sono diventati gli strumenti con i quali i presidi informano delle decisioni del ministero e cerca di attuarle con i docenti. La resistenza che alcuni docenti mettono in atto è avvertita da tutti solo come un ritardare una linea di tendenza ritenuta inevitabile. Come argini inutili al fiume in piena. Non c’è più pensiero dell’università.
Chi lavora nella scuola riconoscerà questi processi come pane quotidiano della propria esperienza. Lo so perché mi trovo con frequenza regolare a discutere con docenti della scuola in un seminario tenuto qui all’Università di Verona per scambiare il senso politico del proprio lavoro di insegnamento. Con la precisa intenzione di avere uno sguardo più ampio sulla realtà e i suoi processi di modificazione a partire dalle nostre esperienze.
In questo seminario abbiamo discusso del senso diffuso di infelicità. Della percezione di una accelerazione dei tempi di lavoro a causa della rincorsa della realtà frammentata e della prestazione che viene richiesta. Del desiderio di rinchiudersi nell’insegnamento con gli studenti come unico luogo sensato rimasto, senza rendersi conto che anch’esso si è profondamente modificato. Siamo arrivati alla idea che un lavoro senza un pensiero che lo accompagni e che permetta di mettere in parola le scoperte che via via facciamo a partire dall’esperienza, le contraddizioni, le impasse, sia un lavoro molto simile alla schiavitù. Un lavoro solo per riprodurre la nostra vita, per la sopravvivenza, ma senza trascendenza. D’altra parte sono stati via via cancellati i luoghi giusti e il tempo per avere pensiero di quel che facciamo.
Che fare? Portare una critica a questi processi avendo il più possibile una visione d’insieme è cosa buona e giusta. Insufficiente però. La via che vedo in questo momento di forte disordine è di capire quali siano le dipendenze che abbiamo dal reale e farne una leva politica. Certo c’è il bisogno di avere tempo per pensare quel che facciamo. Il bisogno di capire che cosa significa insegnare, fare cultura, fare ricerca in uno scambio con donne e uomini che abbiamo vicini. Nella scuola come nell’università. Il bisogno di capire che cosa desiderano le studentesse e gli studenti, nella consapevolezza che i loro desideri sono diversi dai nostri. Il bisogno che l’istituzione ci aiuti nel nostro percorso.
Riflettere sui bisogni significa accettare che siamo mancanti di qualcosa di essenziale e al medesimo tempo dipendiamo dallo scambio con gli altri per capire davvero come orientarci. È la sofferenza che ci fa capire tale mancanza. È l’amore per la realtà, che ci fa comprendere la necessità di rapportarci agli altri. Questa riflessione è già un primo passo politico.
Un confronto in libertà
Uomini e donne a convegno a Parma
di Marco Deriu
È stato anzitutto un confronto in libertà quello che è avvenuto nel giugno scorso a Parma in occasione di un convegno dal titolo “Per amore della differenza. Percorsi di uomini e di donne per un altro rapporto tra i sessi” organizzato dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Parma e dal Centro Antiviolenza di Parma. Il convegno era stato pensato come occasione di discussione tra alcune donne del femminismo della differenza e alcuni uomini che in questi anni hanno riflettuto, spesso con l’aiuto di gruppi nati in alcune città, sulla differenza anche da una prospettiva maschile.
L’idea stessa del convegno nasceva da una serie di relazioni di scambio: le collaborazioni che ho avuto negli anni scorsi con l’Assessorato provinciale e con il Centro antiviolenza della mia città per alcune iniziative pubbliche; lo scambio con Giacomo Mambriani, un vecchio amico con il quale abbiamo scoperto qualche anno fa di condividere lo stesso interesse verso il femminismo ed in particolare verso il pensiero della differenza. La scoperta di un nuovo terreno di condivisione per un verso ha rilanciato tra noi un confronto e un’amicizia interpersonale e per un altro ha posto le basi per pensare assieme alcune iniziative tra cui la nascita a Parma di un gruppo misto di uomini e donne che si confrontano sulla differenza sessuale e per l’appunto l’idea di un convegno su questi temi. Il convegno, lo dico per inciso, fa parte di un progetto più ampio sulle trasformazioni del maschile e le relazioni tra uomini e donne che ho organizzato e promosso assieme all’Assessorato provinciale e al Centro antiviolenza e che prevede anche un ciclo di seminari di approfondimento, un cineforum e alcune presentazioni di libri.
L’ipotesi di un convegno e di un progetto su questi temi nasceva anche dalla volontà di non continuare semplicemente a frequentare i luoghi, gli incontri, le elaborazioni del femminismo ma di cominciare a porsi la questione di un ruolo propositivo di interlocuzione e confronto con le donne, valorizzando fra l’altro anche quelle reti di uomini che in questi anni si sono interrogate su questi temi.
Il convegno da questo punto di vista non è stata un’occasione formale. Sono intervenute molte persone da diverse città e in generale l’interlocuzione mi sembra che sia stata schietta e molto alta. Quella che vi offro è una mia personale e parziale rilettura.
La libertà femminile come occasione per gli uomini
Dopo i saluti introduttivi dell’Assessore Manuela Amoretti e di Cecilia Cortesi del centro Antiviolenza di Parma, Giacomo Mambriani ha aperto la vera e propria discussione sottolineando come una delle più importanti cause della trasformazione dell’identità maschile negli ultimi decenni «è stata l’avvento della libertà femminile, avvenuto con il femminismo a partire da più di trent’anni fa». Questo evento ha interpellato fortemente gli uomini sia nella sfera privata che in quella pubblica. Da una parte c’è stato uno spiazzamento ma dall’altra questo ha provocato anche un’apertura «dobbiamo approfittare della crisi per trovare spazi di libertà». «L’esperienza del gruppo di Verona – ha continuato Giacomo – è stata anche il riconoscimento che entrando in relazione di scambio con altri uomini l’astratta uguaglianza e la competizione con gli altri uomini cui siamo stati abituati si sgretolano e fanno posto alla relazione con la differenza viva di ciascuno, con i suoi conflitti e i suoi preziosi doni».
Stefano Ciccone ha prolungato questo ragionamento sottolineando come la libertà femminile sia un’occasione anche per gli uomini. Nel rapporto tra uomini e donne, ha sottolineato, c’è una tensione fondamentale che riguarda la storia maschile: «dietro una certa richiesta di riconoscimento, di legittimità c’è un problema di rapporto con la storia del maschile. Da una parte c’è sottinteso l’intenzione di dire “io non sono gli uomini che voi avete incontrato delle generazioni differenti, io sono una cosa differente” ma nello stesso tempo questa cosa corrisponde ad una continua tentazione di dire “io non ho nulla a che fare col la storia del mio genere”, cioè al tentativo di tirarsi fuori dalla storia del mio genere che invece è tutta dentro di me e io sono tutto dentro quella storia». Stefano ha ricordato così che a fianco della diffidenza femminile c’è anche una diffidenza maschile verso la propria storia. Perfino verso il proprio desiderio che spesso scopriamo come un territorio anch’esso colonizzato da un immaginario che altri hanno costruito.
Luisa Muraro ha sottolineato l’affermazione di Stefano “per me il fatto che ci sia libertà femminile è un’opportunità” «Ora questa cosa da sola è una rivoluzione. Questo convincimento interiore fatto messaggio, cultura politica, in modo che altre donne e uomini possano intendere è un fatto rivoluzionario perché mi sembra che in generale la libertà femminile agli uomini fa paura». La questione è stata ripresa nel suo intervento anche da Claudio Vedovati. Si tratta secondo lui di interrogare un disagio maschile e di trovare una modalità nuova nelle relazioni che restituisca libertà reciproca agli uomini e alle donne. Il problema ancora è come si declina una libertà maschile, come si riconosce un desiderio maschile, come ci si misurara con la storicità del proprio corpo. «Quali sono le risorse che ha un corpo che non genera? – si è domandato Claudio – La storia del maschile è organizzata attorno alla riduzione del corpo maschile a strumento per controllare il mondo quasi per supplire a questa mancanza di generazione. Abbiamo parlato della scienza, del diritto, dell’economia come protesi del corpo maschile, come strumenti tecnici, presentati come “neutri” per mezzo dei quali controllare il mondo». Anche per questo è difficile indagare il maschile attraverso un’ottica disciplinare, a partire dai soliti discorsi maschili sul mondo cercando di neutralizzare il sapere e di mettere una falsa distanza tra sé e l’oggetto da interrogare. A questo proposito Alberto Leiss interviene notando che se è giusto prendere le distanza dai luoghi dove il sapere maschile si organizza secondo certe logiche tuttavia «un ragionamento sul fatto che la cultura maschile dell’ultimo secolo – almeno quella più interessante – è una cultura della propria crisi è un elemento su cui bisognerebbe discutere».
Intervenendo dal pubblico Lilliana Rampello riprende la questione del nesso libertà-desiderio toccato da Stefano e sull’incontro tra uomini e donne: «Per me il desiderio è un luogo di libertà. Non so dire quanto è colonizzato, ma certo non immagino altri luoghi diversi dal desiderio per la possibile esistenza della mia libertà. Quello che mi interessa del ragionamento che state facendo voi è che l’autonomia di percorso che è stata giustamente sottolineata mi permette di vedere un uomo nei confronti del quale si può riattivare un desiderio. È vero che c’è una crisi degli uomini ma io credo anche che ci sia un calo del desiderio femminile nei confronti di quell’uomo che si presenta con una prevedibilità ai miei occhi ormai molto scontata. C’è anche una crisi del desiderio femminile perché o la differenza vive e nella differenza il desiderio è rilanciato oppure il desiderio cade. Da questo punto di vista il vostro racconto non riguarda solo la crisi degli uomini ma riguarda anche il modo in cui l’altra è chiamata ad un desiderio diverso».
Altri interventi dal pubblico, in particolare quello di Sara Gandini e quello di Vanessa Maher sottolineavano alcuni problemi incontrati nelle relazioni di scambio tra uomini e donne tra cui quello del maternage che implica una disparità non feconda ma mortifera e dell’erotismo usato come forma di potere nelle relazioni tra uomini e donne. Secondo Alberto Leiss il materno e l’erotismo «sono modi di relazionarsi tra uomini e donne che ci sono. Non è che possiamo fare finta che non ci siano né d’altra parte dobbiamo nemmeno rinunciarci del tutto perché non è che l’atteggiamento materno sia di per sé negativo. Anzi, ognuno di noi ha avuto relazioni con la propria mamma che sono state anche estremamente gradevoli. Probabilmente ogni uomo cerca questo tipo di rapporto non vedo perché debba essere anche in qualche modo riconosciuto. L’importante è avere una consapevolezza, una distanza critica. Così come il fatto che ci sia una tensione erotica, un desiderio sessuale tra uomini e donne e poi anche tra uomini e uomini e donne e donne, è un fatto che fa parte della nostra vita. Non credo che ci si possano dare delle regole che espungano queste cose».
Il confronto uomo-donna tra politica e interrogativi esistenziali
Ma su cosa si costruiscono le “relazioni di differenza” tra uomini e donne? A quale livello deve avvenire lo scambio? A questo proposito Stefano Ciccone ha espresso una difficoltà e un desiderio: «questa relazione tra donne e uomini deve rendere possibile un percorso di interrogazione di senso sulle nostre prospettive esistenziali, sulle nostre domande più profonde fino in fondo. Una cosa di cui sono spesso deluso nell’incontro con gruppi di donne o organizzazioni politiche di donne è una richiesta di interlocuzione che mi viene presentata in questa forma: “noi abbiamo costruito i nostri luoghi di interrogazione, di costruzione sull’identità, voi fate il vostro lavoro, quello che mi interessa discutere con voi è un confronto sui terreni della politica o sul terreno dei comportamenti sessuali degli uomini, la violenza sessuale o cose di questo genere. Questa è un’interlocuzione povera, misera, debole. A me interessa questo scambio se è capace fino in fondo di mettere in gioco quella che chiamo una domanda di senso tra noi».
Ma questa frattura tra la politica e le dimensioni più esistenziali e di senso sono un problema che riguarda il tipo di richiesta di interlocuzione o che riguarda la storia maschile? Secondo Claudio Vedovati «sta invece al maschile costruire dentro di sé una relazione diversa tra questi due universi. Finché il maschile non è in grado di recuperare una modalità di stare al mondo in cui questa scissione della quale si è continuamente nutrito non viene ridiscussa, trovo che non sarà forse possibile neanche per le donne misurarsi con il maschile diversamente. Sono gli uomini che devono offrire un terreno diverso». Secondo Claudio nella ricerca di relazione che le femministe hanno tentato c’è stata una sofferenza e una fatica legata all’avere a che fare con un certo tipo di uomini: «secondo me quella sofferenza e quella fatica dobbiamo caricarla su di noi, perché è la sofferenza e la fatica che noi uomini facciamo nel nostro stare al mondo». Insomma si tratta, secondo Claudio, di interrogare questa mancanza di aderenza del maschile a sé: «Questa mancanza di presenza è la modalità con cui storicamente il maschile si è sottratto alla relazione. Il maschile si sottrae alla relazione con l’altro genere se si sottrae alla relazione con se stesso. Se non affrontiamo questi nodi, la relazione con il femminismo, con le donne genera equivoci».
Alberto Leiss da parte sua evidenzia una certa difficoltà a distinguere tra il lavoro politico e l’attribuzione di senso «io credo che la politica sia esattamente agire in relazione con altri secondo una certa visione del mondo. Quando non abbiamo una visione del mondo comune c’è una crisi della politica». Ma su questo punto anche Stefano è d’accordo: «Per noi questa ricerca sul maschile è nata dentro la politica, ma dentro una politica non separata dalla vita, che era strettamente intrecciata con questa domanda di senso. Però vorrei trovare un luogo di interlocuzione con le donne che mi permetta di riflettere anche su quelle dimensioni legate alla vita intima e quotidiana, sull’amore, il piacere, la sessualità. Su questo credo sia possibile costruire un discorso pubblico».
Per Luisa Muraro lo stimolo di Stefano va inteso come proposta di rinforzare il significante della differenza, mentre Vita Cosentino che interviene dal pubblico sottolinea l’importanza che le relazioni degli uomini intervenuti non siano partite dalla questione della “crisi del maschile”, ma da «un lavoro simbolico più interessante», che si presenta come proposta di interlocuzione molto alta che invita a mettere in gioco la comune umanità e a interrogare il senso dello stare al mondo.
Politica, potere e soggettività
Nel suo intervento Letizia Paolozzi ha offerto invece il racconto di una piccola esperienza. La storia di “Emily”, una lista di 45 candidate che si sono presentate alle provinciali di Napoli dell’anno scorso facendo un apparentamento con il candidato presidente del Centro Sinistra. «Donne della Margherita e donne dei Ds hanno lavorato insieme. È stato certamente significativo visto quello che facevano nel frattempo gli uomini degli stessi partiti. Certo hanno dovuto in parte autocensurarsi, mettendo da parte le questioni su cui c’era un disaccordo e impegnandosi su alcuni temi comuni e importanti. È stato un tentativo di uscire da relazioni strumentali». Eppure questa ha scatenato un conflitto fortissimo, in particolare tra il partito dei Ds e la Margherita. «Lo scontro sulla Lista Emily, non è stato solo uno scontro di maschi contro le donne perché c’è stato uno scontro fortissimo anche tra le donne. Le compagne dei Ds non hanno assolutamente accettato questa lista. C’è stato un conflitto lacerante». Quanto agli uomini, da una parte coloro che facevano parte dei partiti li hanno osteggiati perché portavano via dei voti ai partiti del centrosinistra mentre gli uomini che erano in relazione con quelle donne si sono mossi in tutt’altra maniera: le hanno appoggiate e sostenute fortissimamente, le hanno votate. La lista ha preso oltre il due per cento e dunque una donna è andata nel Consiglio Provinciale. «Quello che c’è di fondo e che io leggo come il “gesto” di questa lista – ha notato Letizia Paolozzi – è che le donne disubbidiscono, non stanno più al loro posto. Quanto gli uomini anche quelli che hanno parlato a questo convegno – ha domandato provocatoriamente Letizia Paolozzi – disubbidiscono?»
Intervenendo a mia volta nel dibattito ho cercato di interrogare le origini del rapporto degli uomini con il potere. Nella tradizione maschile l’associazione tra politica e potere per gli uomini è considerata come qualcosa di naturale che non viene messa in discussione nemmeno per ipotesi. La domanda dunque è da cosa nasce questa dipendenza degli uomini dal potere, dalle cariche, dai ruoli pubblici. Per quello che ho potuto osservare e capire credo che questo amore, questa ossessione degli uomini per il potere nasca da una paura irrisolta verso esperienze quali la fragilità, la vulnerabilità, la morte. Ho l’impressione che la ricerca che gli uomini fanno del potere sia un esorcismo contro la morte e la fragilità della vita, contro la propria esposizione alla sofferenza. Il potere da questo punto di vista corrisponde al tentativo di controllare la propria vita, la vita degli altri, le relazioni e le decisioni di tutti per conquistare un senso di padronanza e sicurezza nei confronti di un mondo esterno che si avverte minaccioso. Viceversa, contrastare questa passione maschile per il controllo e per il potere significa partire dal riconoscimento della fragilità, della dipendenza dagli altri, dell’importanza delle relazioni. La fragilità è consustanziale al nostro essere viventi, alla nostra umanità e alla nostra relazione con gli altri. Gli uomini devono avere il coraggio di riconoscere e anzi mettere in gioco anche le proprie fragilità per rendere praticabile veramente una politica non basata sul potere.
Anche Lia Cigarini, riprendendo alcune affermazioni di Mambriani, è intervenuta sul tema del potere: «Credo che la cosa che realisticamente si può combattere è l’oggettivazione del potere, quando diventa qualcosa di astratto e di oggettivo, staccato dalla soggettività. Credo invece che se – come diceva Deriu – si parla della soggettività maschile o femminile implicata nel potere, attraverso la differenziazione e il riconoscimento del pluralismo dei soggetti implicati, si può iniziare un decentramento dal potere. Io credo che non si debba andare contro il potere ma decentrarsi rispetto al potere». Lo stesso concetto di autorità – ha notato ancora Cigarini – «non è nato perché siamo andate contro il potere, ma perché ci siamo districate nel potere, facendo venir fuori le soggettività, il rapporto con un’altra donna e di lì l’autorità femminile. È questo spostamento verso l’autorità che ha significato la novità della differenza femminile. Dunque più che una politica non basata sul potere, direi una politica che agisce districandosi di volta in volta, di contesto in contesto, dal potere».
Alberto Leiss raccomanda a questo proposito una riflessione sul contesto oltremodo critico in cui ci troviamo ad agire. Anzitutto «la rivoluzione femminile e il deficit di senso e di credito che mostra il simbolico patriarcale apre una questione enorme e rilevantissima. Poi questo avviene in un momento in cui ci sono altri cambiamenti notevolissimi: c’è una rivoluzione scientifica che fa continuamente passi in avanti, poi c’è una rivoluzione dell’informazione e tutto questo ci parla di un mondo completamente globalizzato. In questo momento io sento una esigenza maggiore di provare a far qualcosa perché le cose non precipitino molto negativamente. Il fatto per esempio che oggi siano state poste di nuovo delle questione sul riprodurre, sul potere del riprodurre, è una cosa che secondo me ci parla molto di una paura maschile sul fatto che si vuole riprendere quella libertà che è stata conquistata in questi decenni dalla parte femminile. C’è quindi un elemento di revanche che riguarda i rapporti tra i sessi. Ora io non disdegnerei il fatto che l’esperienza delle relazioni di differenza tra uomini e donne possa produrre un pensiero e anche una pratica politica più incisiva. Però a volte mi chiedo se alcune cose dette anche dal femminismo della differenza non abbiamo ingenerato anche qualche equivoco, per esempio la divisione tra politica “prima” e politica “seconda”. Io credo che ci sia un problema di come ci si relazione alla politica che esiste».
A questo proposito Luisa Muraro cerca di togliere di mezzo alcune ambiguità o possibili vie di fuga dichiarandosi favorevole a una politica non basata sul potere «purché non sia il pretesto per abdicare all’agire sul potere. Una politica non basata sul potere non vuol dire una politica separata dalla politica del potere, vuol dire lottare perché ci sia un agire politico non regolato dalla legge del più forte, dai fronti, dalle contrapposizioni, da chi vince e chi perde. Vuol dire che una soggettività maschile e femminile liberata da certi stereotipi e paure, possa diventare manifesta. La separazione decisa negli anni ’70 da parte del movimento delle donne è stata qualcosa che aveva una significatività per la differenza sessuale, non è stato “teniamoci la nostra differenza”. È stato uscire da una condizione in cui se una donna diceva “io” non sapeva se stava parlando lei o se stava cercando di collimare con un’immagine di lei che qualcuno le aveva fabbricato e messo davanti. La separazione non è stata un tra donne. Poi è diventata un tra donne, è diventato separatismo, ce ne siamo accorte, abbiamo capito che la cosa non andava più e abbiamo iniziato a combatterlo.
Nel dibattito si è discusso anche se per costruire questo scambio tra uomini e donne si dovessero far incontrare i gruppi maschili con le esperienze femministe. Lia Cigarini a questo proposito ha espresso delle perplessità, sottolineando che quando lei ha cominciato a parlare e a praticare “relazioni di differenza” si riferiva sempre a relazioni duali uomo-donna a relazioni significative con singole persone, quegli uomini con cui ha una relazione di scambio: «Io non mi presento come gruppo di donne e con difficoltà mi confronterei con un gruppo di uomini». Da questo punto di vista Lia Cigarini ha parlato della relazione di differenza come “significante universale” e della possibilità che la pratica di differenza possa essere messa al centro della politica. La politica, ha chiarito è una sola, anche se le donne ne hanno allargato l’immagine e la percezione. «Questa concezione della relazione non può secondo me stare nella separatezza. Né può la differenza femminile ricadere su se stessa o la differenza maschile ricadere su se stessa. Io penso proprio che la soggettività messa in gioco dal partire da sé e la pratica di relazione potenzialmente aperta, impedisca la ricaduta della differenza su di sé: il tra donne e il tra uomini». Può essere che il desiderio femminile si sia “acquietato”, ha anche affermato ancora Cigarini,che si sia ritagliato degli spazi chiusi, rassicuranti, che contraddicono la pratica di relazione. Ma da questo punto di vista l’invito rivolto anche agli uomini è quello di evitare questo rischio, di «evitare che ci sia una ricaduta della differenza maschile su se stessa, perché le potenzialità di questa politica sono tante».
Ad ogni modo, secondo Letizia Paolozzi non bisogna temporeggiare: «possiamo discutere subito senza aspettare che gli uomini vengano sul nostro terreno perché poi le discussioni avvengono anche con uomini che non ragionano sulla differenza. Dobbiamo parlarci, continuare a farlo. Abbiamo temi e problemi che ci stanno tra i piedi di continuo e dobbiamo “connettere” mettere in relazione, attraverso convegni come questi, attraverso siti, attraverso le riviste, attraverso le storie raccontate».
Pubblico-privato e trasformazioni della politica
Un altro tema importante approfondito nel dibattito ha riguardato la scissione tipicamente maschile tra privato e politico e le attuali trasformazioni ed intrecci. Il punto di partenza della mia riflessione era il fatto che fosse necessario porsi la questione non dell’assenza delle donne dalla politica, quanto quella dei rapporti degli uomini con la politica. È necessario interrogare la forma, i codici simbolici, le pratiche e le regole con cui gli uomini hanno immaginato la politica e lo spazio pubblico. Da questo punto di vista ho cercato di sottolineare gli effetti storici del dualismo pubblico-privato e la separazione della sfera della politica dalla sfera dalla sfera delle relazioni quotidiane e primarie, dai legami di dipendenza, di cura, di amore. Questo dualismo maschera a mio avviso altre opposizioni tipicamente maschili, quella tra sé e mondo e quella tra ricerca esistenziale nella propria vita, nella propria esperienza, nelle proprie relazioni e il proprio impegno politico. Il risultato è che gli uomini non riescono a portare le proprie esperienze umane più profonde nella propria pratica politica. D’altra parte ogni volta che si tenta di ragionare su un’altra forma di politica che non si muova nell’orizzonte del potere, della politica di potenza, della violenza, della necessità, della normalità della guerra, si rischia di venir accusati di mancanza di realismo e si viene guardati con paternalismo da chi si sente un politico navigato e sa come va il mondo. Dietro questo giudizio c’è evidentemente un assunto, un pre-giudizio antropologico – esplicito per esempio nella tradizione del cosiddetto “realismo politico – su cosa interessa gli esseri umani, su cosa muove la politica, su quali passioni spingono l’agire politico. Le passioni che vengono richiamate che talvolta vengono nominate e talvolta sono considerate implicite sono la paura, l’insicurezza, la competizione, l’antagonismo, il prestigio, la forza, il potere, l’interesse, l’utile, il successo, la sconfitta. E tutte queste passioni trovano poi un’articolazione sistematica in rappresentazioni, filosofie, teorie della scelta o dell’azione, in analisi geopolitiche o geoeconomiche che danno per scontato queste premesse antropologiche di fondo. Tutto questo ha a che fare con il dualismo pubblico privato, perché le passioni che vengono considerate rilevanti per la politica sono semplicemente quelle che gli uomini, i maschi hanno portato nella sfera pubblica sulla base del distacco dalla sfera delle relazioni primarie e quotidiane, dalle questioni della cura, della riproduzione, dalle relazioni di differenza, dalle esperienze di sofferenza, di malattia, di amicizia, di amore.
Intervenendo su questi temi e sullo scambio tra Claudio e Stefano sulla scissione tra politica e dimensioni personali Luisa Muraro riconosce che la dicotomia privato-pubblica risponde a un’economia simbolica maschile ma che il problema non si pone più in quei termini. Quel disfare le barriere tra pubblico e privato è già in corso: «il fatto che la vita soggettiva, le esperienze, le traversie si mescolino con il politico, è qualcosa che è già successo. Basta richiamare l’esempio di Bush e di Papa Wojtyla. Questa cosa è già fatta o meglio è già cominciata. L’ometto politico tutto riservato che si tiene a casa tutte le sue cose e si presenta con la faccia impassibile ogni volte uguale a se stessa per dire le cose stabilite da qualche parte, non piace più. Piace l’uomo che dice “sono omosessuale”, piace l’uomo che si fa fotografare in mutande, piace l’uomo politico che piange, che racconta che lui era alcolista e poi ha incontrato Gesù o chi per esso e che si è pentito. Certo è tutto teatro ma è un teatro vero. La faccenda è già in corso. Se vogliamo dire qualcosa dobbiamo non perdere la battuta. La possibilità è già lì. Pubblico e privato sono oscenamente mescolati». Qualcuno dal pubblico manifesta sconcerto su come Bush usa il privato per giustificarsi e si domanda come possiamo evitare questa strumentalizzazione del privato nelle dimensioni politiche. Ma Luisa insiste che dobbiamo bandire le paure. «Ora si usa il privato per scopi come si dice détourné. Vediamo cose vere usate per vendere saponette, telefonini o qualsiasi altra cosa. Il problema di far comunicare pubblico e privato esiste. Ma non perché ci sia una barriera tra i due che invece è stata abbattuta in tanti, ma perché questa cosa avvenga ad alto livello, a livello di verità soggettiva».
Subito l’intervento provocatorio di Luisa mi ha lasciato un po’ perplesso. Se l’uso del privato in nel mercato e nello spettacolo è palese, non riuscivo tuttavia a trovare nel mondo politico italiano ancora un’evidenza di questa tendenza, da anni così presente invece nel contesto americano. Ma mentre spiegava mi sono ritrovato nella sua idea che l’obiettivo oggi non è tanto quello di rompere una barriera tra pubblico e privato già in via di disfacimento per conto suo, quanto di impegnarsi affinché la connessione tra queste dimensioni della vita avvenga ad un livello alto. Così ho concluso trovando un esempio italiano – quello di Umberto Bossi e della sua esperienza di malattia – e tornando contemporaneamente sul tema a me caro del rapporto tra ricerca del potere e negazione della fragilità. Mi aveva colpito il momento in cui il leader storico della Lega è riapparso in tv dopo una dura esperienza di malattia che l’aveva drasticamente debilitato. Sullo schermo della tv è apparsa una persona evidentemente segnata nel corpo, nel modo di parlare, con a fianco la moglie che lo aiutava a sorreggersi. La mia attenzione era catturata perché pensavo potesse essere una cosa grandissima. Mi chiedevo: ma questi politici, questi uomini di potere, questi alfieri della virilità saranno stati cambiati da questa esperienza? Pensavo alla possibilità di mettersi di fronte alla fragilità del corpo, di fronte alla prospettiva della morte, alla dipendenza da altri esseri umani, al bisogno di cura, alla sensazione che non siamo scontati, che le persone vicino a noi non sono scontate, che non ci bastiamo, che necessitiamo delle nostre relazioni. E invece in Tv ho visto una persona che è intervenuta in pubblico dicendo: “la malattia non mi ha impedito di continuare la mia battaglia… io sguaino di nuovo la spada…” richiamando di nuovo la retorica dell’uomo virile. È come se per gli uomini queste esperienze individuali possano essere raccontate solo come ostacoli esterni, come prove da superare per dimostrare la propria virilità e non come esperienze personali che aprono a un’altra percezione di sé, delle proprie relazioni, del rapporto con la vita, ad un’altra idea di politica. Un’altra occasione perduta.
Cosa portare a casa dunque? Pensavo alla possibilità di un linguaggio con cui nominare emozioni e saperi che riguardano questo tipo di esperienze a un livello più alto. Alla capacità di raccontarsi in senso più ampio, assieme ad altri, per rilanciare la costruzione di significati e di senso. Ma Luisa – richiamando quegli uomini che in Spagna hanno scelto di manifestare mettendosi a stirare camice e gonne per strada – ci ha invitato a non trascurare anche il linguaggio dei gesti.
Chiara Martucci
Daniele Bouchard
Donne e uomini: la fatica del dialogo tra i generi.
Cosa fanno 13 uomini e 12 donne riuniti per tre giorni di fine estate al Castello dei Sorci nella poetica città di Anghiari (Arezzo)? A dispetto di quanto possano immaginare le menti più maliziose, questo manipolo di volenterosi/e si è riunito alla Libera Università dell’Autobiografia per dare vita per il secondo anno a un Laboratorio sui Generi.
Ovvero per riflettere, insieme, sulle trasformazioni del genere maschile e di quello femminile e delle relazioni fra essi. Si sono trovati, non a caso nella città dell’autobiografia, per mettersi in gioco a partire dalle proprie storie ed esperienze e provare ad elaborarle collettivamente alla ricerca di nuovi codici di comunicazione e interazione fra uomini e donne. Con l’ambizione, certamente naïf ma nondimeno sentita, di rendere migliore il mondo cominciando col migliorare il proprio personale stare nel genere di appartenenza e la propria relazione con l’altro sesso.
Patrimonio comune alle esperienze dei e delle presenti sono infatti le pratiche e le teorie femministe: il celebre partire da sé come punto di partenza, l’autonarrazione condivisa come pratica, le letture sulla decostruzione dei significati tradizionalmente attribuiti al maschile e al femminile e le riflessioni sulla differenza sessuale come strumenti nella cassetta degli attrezzi.
Tema: Seduzione e potere. Potere della seduzione e seduzione del potere. Come si declina la tensione fra questi piani nelle relazioni fra i due generi? Come si giocano gli stereotipi e quali sono i nessi che legano le due dimensioni nello spazio pubblico e in quello privato? E, ancora, come agisce nelle nostre nuove relazioni politiche il vecchio tabù del sesso (e lo spettro del rifiuto che porta con sé)?
Tre giorni per lavorare su tutto ciò (e su molto altro), alternando momenti di discussione assembleare misti, spazi di riflessione omogenei per genere, scritture individuali e a coppie uomo/donna e giochi con il corpo (quelle cosine che paiono innocue e che invece stravolgono gli equilibri difficilmente messi insieme in una vita!). Proprio questo, quello corporeo, si è dimostrato il piano più problematico da affrontare quando uomini e donne si mettono in gioco in relazioni di senso, quando si cimentano in pratiche che fanno dei vissuti e delle esperienze la materia di un lavoro politico di riflessione ed elaborazione collettiva e individuale.
Disagio, paure, sospetti, fraintendimenti, dinamiche corporative, luoghi comuni e sfottò sono sempre dietro l’angolo quando si è alla ricerca di nuove forme di autenticità nel rapporto fra uomini e donne. E non stupisce, visto che si devono fare i conti con millenni di stratificazione di usi, costumi ed abitudini troppo frettolosamente date per superate cercando di tenere contemporaneamente conto delle straordinarie trasformazioni che nel frattempo sono effettivamente avvenute e che hanno investito le forme della politica, i codici culturali dominanti, lo statuto dei saperi tradizionali, la sfera pubblica e quella privata di ognuna ed ognuno.
Tre giorni che non resteranno senza un seguito: le/i partecipanti oltre a riconvocarsi per il prossimo anno ad Anghiari per il terzo Laboratorio sui Generi, hanno progettato una serie di occasioni di incontro per proseguire il dialogo durante l’anno. Tra le proposte, una giornata di lavoro a Milano, un Simposio a Maggio e la prosecuzione del dibattito sul sito che ci sta gentilmente ospitando: www.libreriadelledonne.it/Stanze/CostolaPomo/.
Anche al di là dell’appuntamento annuale di Anghiari il gruppo di lavoro “Sui Generi/s” si propone come uno spazio aperto di riflessione e comunicazione tra donne e uomini che, consapevoli della propria parzialità, coltivano la loro voglia di misurarsi in un confronto che non occulti ma riconosca l’appartenenza di genere di ciascuna e ciascuno, nel quale il conflitto non sia un ostacolo ma una risorsa del dialogo. Se gli uomini hanno sempre pensato e nominato se stessi, le donne e il mondo facendo del proprio punto di vista l’universale; se a un certo punto le donne si sono separate per rinominare il mondo e se stesse mettendo al centro le proprie soggettività; se, stimolati dalle donne, alcuni uomini hanno dato inizio ad un percorso di scoperta critica della propria parzialità di genere, forse ora è arrivato il momento di ritrovarsi per cominciare a pensare e pensarsi insieme fra uomini e donne, per iniziare ad attraversare le frontiere e mettere le fondamenta di un mondo consapevolmente sessuato.
Marco Deriu
È stato anzitutto un confronto in libertà quello che è avvenuto nel giugno scorso a Parma in occasione di un convegno dal titolo “Per amore della differenza. Percorsi di uomini e di donne per un altro rapporto tra i sessi” organizzato dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Provincia di Parma e dal Centro Antiviolenza di Parma. Il convegno era stato pensato come occasione di discussione tra alcune donne del femminismo della differenza e alcuni uomini che in questi anni hanno riflettuto, spesso con l’aiuto di gruppi nati in alcune città, sulla differenza anche da una prospettiva maschile.
L’idea stessa del convegno nasceva da una serie di relazioni di scambio: le collaborazioni che ho avuto negli anni scorsi con l’Assessorato provinciale e con il Centro antiviolenza della mia città per alcune iniziative pubbliche; lo scambio con Giacomo Mambriani, un vecchio amico con il quale abbiamo scoperto qualche anno fa di condividere lo stesso interesse verso il femminismo ed in particolare verso il pensiero della differenza. La scoperta di un nuovo terreno di condivisione per un verso ha rilanciato tra noi un confronto e un’amicizia interpersonale e per un altro ha posto le basi per pensare assieme alcune iniziative tra cui la nascita a Parma di un gruppo misto di uomini e donne che si confrontano sulla differenza sessuale e per l’appunto l’idea di un convegno su questi temi. Il convegno, lo dico per inciso, fa parte di un progetto più ampio sulle trasformazioni del maschile e le relazioni tra uomini e donne che ho organizzato e promosso assieme all’Assessorato provinciale e al Centro antiviolenza e che prevede anche un ciclo di seminari di approfondimento, un cineforum e alcune presentazioni di libri.
L’ipotesi di un convegno e di un progetto su questi temi nasceva anche dalla volontà di non continuare semplicemente a frequentare i luoghi, gli incontri, le elaborazioni del femminismo ma di cominciare a porsi la questione di un ruolo propositivo di interlocuzione e confronto con le donne, valorizzando fra l’altro anche quelle reti di uomini che in questi anni si sono interrogate su questi temi.
Il convegno da questo punto di vista non è stata un’occasione formale. Sono intervenute molte persone da diverse città e in generale l’interlocuzione mi sembra che sia stata schietta e molto alta. Quella che vi offro è una mia personale e parziale rilettura.
La libertà femminile come occasione per gli uomini
Dopo i saluti introduttivi dell’Assessore Manuela Amoretti e di Cecilia Cortesi del centro Antiviolenza di Parma, Giacomo Mambriani ha aperto la vera e propria discussione sottolineando come una delle più importanti cause della trasformazione dell’identità maschile negli ultimi decenni «è stata l’avvento della libertà femminile, avvenuto con il femminismo a partire da più di trent’anni fa». Questo evento ha interpellato fortemente gli uomini sia nella sfera privata che in quella pubblica. Da una parte c’è stato uno spiazzamento ma dall’altra questo ha provocato anche un’apertura «dobbiamo approfittare della crisi per trovare spazi di libertà». «L’esperienza del gruppo di Verona – ha continuato Giacomo – è stata anche il riconoscimento che entrando in relazione di scambio con altri uomini l’astratta uguaglianza e la competizione con gli altri uomini cui siamo stati abituati si sgretolano e fanno posto alla relazione con la differenza viva di ciascuno, con i suoi conflitti e i suoi preziosi doni».
Stefano Ciccone ha prolungato questo ragionamento sottolineando come la libertà femminile sia un’occasione anche per gli uomini. Nel rapporto tra uomini e donne, ha sottolineato, c’è una tensione fondamentale che riguarda la storia maschile: «dietro una certa richiesta di riconoscimento, di legittimità c’è un problema di rapporto con la storia del maschile. Da una parte c’è sottinteso l’intenzione di dire “io non sono gli uomini che voi avete incontrato delle generazioni differenti, io sono una cosa differente” ma nello stesso tempo questa cosa corrisponde ad una continua tentazione di dire “io non ho nulla a che fare col la storia del mio genere”, cioè al tentativo di tirarsi fuori dalla storia del mio genere che invece è tutta dentro di me e io sono tutto dentro quella storia». Stefano ha ricordato così che a fianco della diffidenza femminile c’è anche una diffidenza maschile verso la propria storia. Perfino verso il proprio desiderio che spesso scopriamo come un territorio anch’esso colonizzato da un immaginario che altri hanno costruito.
Luisa Muraro ha sottolineato l’affermazione di Stefano “per me il fatto che ci sia libertà femminile è un’opportunità” «Ora questa cosa da sola è una rivoluzione. Questo convincimento interiore fatto messaggio, cultura politica, in modo che altre donne e uomini possano intendere è un fatto rivoluzionario perché mi sembra che in generale la libertà femminile agli uomini fa paura». La questione è stata ripresa nel suo intervento anche da Claudio Vedovati. Si tratta secondo lui di interrogare un disagio maschile e di trovare una modalità nuova nelle relazioni che restituisca libertà reciproca agli uomini e alle donne. Il problema ancora è come si declina una libertà maschile, come si riconosce un desiderio maschile, come ci si misurara con la storicità del proprio corpo. «Quali sono le risorse che ha un corpo che non genera? – si è domandato Claudio – La storia del maschile è organizzata attorno alla riduzione del corpo maschile a strumento per controllare il mondo quasi per supplire a questa mancanza di generazione. Abbiamo parlato della scienza, del diritto, dell’economia come protesi del corpo maschile, come strumenti tecnici, presentati come “neutri” per mezzo dei quali controllare il mondo». Anche per questo è difficile indagare il maschile attraverso un’ottica disciplinare, a partire dai soliti discorsi maschili sul mondo cercando di neutralizzare il sapere e di mettere una falsa distanza tra sé e l’oggetto da interrogare. A questo proposito Alberto Leiss interviene notando che se è giusto prendere le distanza dai luoghi dove il sapere maschile si organizza secondo certe logiche tuttavia «un ragionamento sul fatto che la cultura maschile dell’ultimo secolo – almeno quella più interessante – è una cultura della propria crisi è un elemento su cui bisognerebbe discutere».
Intervenendo dal pubblico Lilliana Rampello riprende la questione del nesso libertà-desiderio toccato da Stefano e sull’incontro tra uomini e donne: «Per me il desiderio è un luogo di libertà. Non so dire quanto è colonizzato, ma certo non immagino altri luoghi diversi dal desiderio per la possibile esistenza della mia libertà. Quello che mi interessa del ragionamento che state facendo voi è che l’autonomia di percorso che è stata giustamente sottolineata mi permette di vedere un uomo nei confronti del quale si può riattivare un desiderio. È vero che c’è una crisi degli uomini ma io credo anche che ci sia un calo del desiderio femminile nei confronti di quell’uomo che si presenta con una prevedibilità ai miei occhi ormai molto scontata. C’è anche una crisi del desiderio femminile perché o la differenza vive e nella differenza il desiderio è rilanciato oppure il desiderio cade. Da questo punto di vista il vostro racconto non riguarda solo la crisi degli uomini ma riguarda anche il modo in cui l’altra è chiamata ad un desiderio diverso».
Altri interventi dal pubblico, in particolare quello di Sara Gandini e quello di Vanessa Maher sottolineavano alcuni problemi incontrati nelle relazioni di scambio tra uomini e donne tra cui quello del maternage che implica una disparità non feconda ma mortifera e dell’erotismo usato come forma di potere nelle relazioni tra uomini e donne. Secondo Alberto Leiss il materno e l’erotismo «sono modi di relazionarsi tra uomini e donne che ci sono. Non è che possiamo fare finta che non ci siano né d’altra parte dobbiamo nemmeno rinunciarci del tutto perché non è che l’atteggiamento materno sia di per sé negativo. Anzi, ognuno di noi ha avuto relazioni con la propria mamma che sono state anche estremamente gradevoli. Probabilmente ogni uomo cerca questo tipo di rapporto non vedo perché debba essere anche in qualche modo riconosciuto. L’importante è avere una consapevolezza, una distanza critica. Così come il fatto che ci sia una tensione erotica, un desiderio sessuale tra uomini e donne e poi anche tra uomini e uomini e donne e donne, è un fatto che fa parte della nostra vita. Non credo che ci si possano dare delle regole che espungano queste cose».
Il confronto uomo-donna tra politica e interrogativi esistenziali
Ma su cosa si costruiscono le “relazioni di differenza” tra uomini e donne? A quale livello deve avvenire lo scambio? A questo proposito Stefano Ciccone ha espresso una difficoltà e un desiderio: «questa relazione tra donne e uomini deve rendere possibile un percorso di interrogazione di senso sulle nostre prospettive esistenziali, sulle nostre domande più profonde fino in fondo. Una cosa di cui sono spesso deluso nell’incontro con gruppi di donne o organizzazioni politiche di donne è una richiesta di interlocuzione che mi viene presentata in questa forma: “noi abbiamo costruito i nostri luoghi di interrogazione, di costruzione sull’identità, voi fate il vostro lavoro, quello che mi interessa discutere con voi è un confronto sui terreni della politica o sul terreno dei comportamenti sessuali degli uomini, la violenza sessuale o cose di questo genere. Questa è un’interlocuzione povera, misera, debole. A me interessa questo scambio se è capace fino in fondo di mettere in gioco quella che chiamo una domanda di senso tra noi».
Ma questa frattura tra la politica e le dimensioni più esistenziali e di senso sono un problema che riguarda il tipo di richiesta di interlocuzione o che riguarda la storia maschile? Secondo Claudio Vedovati «sta invece al maschile costruire dentro di sé una relazione diversa tra questi due universi. Finché il maschile non è in grado di recuperare una modalità di stare al mondo in cui questa scissione della quale si è continuamente nutrito non viene ridiscussa, trovo che non sarà forse possibile neanche per le donne misurarsi con il maschile diversamente. Sono gli uomini che devono offrire un terreno diverso». Secondo Claudio nella ricerca di relazione che le femministe hanno tentato c’è stata una sofferenza e una fatica legata all’avere a che fare con un certo tipo di uomini: «secondo me quella sofferenza e quella fatica dobbiamo caricarla su di noi, perché è la sofferenza e la fatica che noi uomini facciamo nel nostro stare al mondo». Insomma si tratta, secondo Claudio, di interrogare questa mancanza di aderenza del maschile a sé: «Questa mancanza di presenza è la modalità con cui storicamente il maschile si è sottratto alla relazione. Il maschile si sottrae alla relazione con l’altro genere se si sottrae alla relazione con se stesso. Se non affrontiamo questi nodi, la relazione con il femminismo, con le donne genera equivoci».
Alberto Leiss da parte sua evidenzia una certa difficoltà a distinguere tra il lavoro politico e l’attribuzione di senso «io credo che la politica sia esattamente agire in relazione con altri secondo una certa visione del mondo. Quando non abbiamo una visione del mondo comune c’è una crisi della politica». Ma su questo punto anche Stefano è d’accordo: «Per noi questa ricerca sul maschile è nata dentro la politica, ma dentro una politica non separata dalla vita, che era strettamente intrecciata con questa domanda di senso. Però vorrei trovare un luogo di interlocuzione con le donne che mi permetta di riflettere anche su quelle dimensioni legate alla vita intima e quotidiana, sull’amore, il piacere, la sessualità. Su questo credo sia possibile costruire un discorso pubblico».
Per Luisa Muraro lo stimolo di Stefano va inteso come proposta di rinforzare il significante della differenza, mentre Vita Cosentino che interviene dal pubblico sottolinea l’importanza che le relazioni degli uomini intervenuti non siano partite dalla questione della “crisi del maschile”, ma da «un lavoro simbolico più interessante», che si presenta come proposta di interlocuzione molto alta che invita a mettere in gioco la comune umanità e a interrogare il senso dello stare al mondo.
Politica, potere e soggettività
Nel suo intervento Letizia Paolozzi ha offerto invece il racconto di una piccola esperienza. La storia di “Emily”, una lista di 45 candidate che si sono presentate alle provinciali di Napoli dell’anno scorso facendo un apparentamento con il candidato presidente del Centro Sinistra. «Donne della Margherita e donne dei Ds hanno lavorato insieme. È stato certamente significativo visto quello che facevano nel frattempo gli uomini degli stessi partiti. Certo hanno dovuto in parte autocensurarsi, mettendo da parte le questioni su cui c’era un disaccordo e impegnandosi su alcuni temi comuni e importanti. È stato un tentativo di uscire da relazioni strumentali». Eppure questa ha scatenato un conflitto fortissimo, in particolare tra il partito dei Ds e la Margherita. «Lo scontro sulla Lista Emily, non è stato solo uno scontro di maschi contro le donne perché c’è stato uno scontro fortissimo anche tra le donne. Le compagne dei Ds non hanno assolutamente accettato questa lista. C’è stato un conflitto lacerante». Quanto agli uomini, da una parte coloro che facevano parte dei partiti li hanno osteggiati perché portavano via dei voti ai partiti del centrosinistra mentre gli uomini che erano in relazione con quelle donne si sono mossi in tutt’altra maniera: le hanno appoggiate e sostenute fortissimamente, le hanno votate. La lista ha preso oltre il due per cento e dunque una donna è andata nel Consiglio Provinciale. «Quello che c’è di fondo e che io leggo come il “gesto” di questa lista – ha notato Letizia Paolozzi – è che le donne disubbidiscono, non stanno più al loro posto. Quanto gli uomini anche quelli che hanno parlato a questo convegno – ha domandato provocatoriamente Letizia Paolozzi – disubbidiscono?»
Intervenendo a mia volta nel dibattito ho cercato di interrogare le origini del rapporto degli uomini con il potere. Nella tradizione maschile l’associazione tra politica e potere per gli uomini è considerata come qualcosa di naturale che non viene messa in discussione nemmeno per ipotesi. La domanda dunque è da cosa nasce questa dipendenza degli uomini dal potere, dalle cariche, dai ruoli pubblici. Per quello che ho potuto osservare e capire credo che questo amore, questa ossessione degli uomini per il potere nasca da una paura irrisolta verso esperienze quali la fragilità, la vulnerabilità, la morte. Ho l’impressione che la ricerca che gli uomini fanno del potere sia un esorcismo contro la morte e la fragilità della vita, contro la propria esposizione alla sofferenza. Il potere da questo punto di vista corrisponde al tentativo di controllare la propria vita, la vita degli altri, le relazioni e le decisioni di tutti per conquistare un senso di padronanza e sicurezza nei confronti di un mondo esterno che si avverte minaccioso. Viceversa, contrastare questa passione maschile per il controllo e per il potere significa partire dal riconoscimento della fragilità, della dipendenza dagli altri, dell’importanza delle relazioni. La fragilità è consustanziale al nostro essere viventi, alla nostra umanità e alla nostra relazione con gli altri. Gli uomini devono avere il coraggio di riconoscere e anzi mettere in gioco anche le proprie fragilità per rendere praticabile veramente una politica non basata sul potere.
Anche Lia Cigarini, riprendendo alcune affermazioni di Mambriani, è intervenuta sul tema del potere: «Credo che la cosa che realisticamente si può combattere è l’oggettivazione del potere, quando diventa qualcosa di astratto e di oggettivo, staccato dalla soggettività. Credo invece che se – come diceva Deriu – si parla della soggettività maschile o femminile implicata nel potere, attraverso la differenziazione e il riconoscimento del pluralismo dei soggetti implicati, si può iniziare un decentramento dal potere. Io credo che non si debba andare contro il potere ma decentrarsi rispetto al potere». Lo stesso concetto di autorità – ha notato ancora Cigarini – «non è nato perché siamo andate contro il potere, ma perché ci siamo districate nel potere, facendo venir fuori le soggettività, il rapporto con un’altra donna e di lì l’autorità femminile. È questo spostamento verso l’autorità che ha significato la novità della differenza femminile. Dunque più che una politica non basata sul potere, direi una politica che agisce districandosi di volta in volta, di contesto in contesto, dal potere».
Alberto Leiss raccomanda a questo proposito una riflessione sul contesto oltremodo critico in cui ci troviamo ad agire. Anzitutto «la rivoluzione femminile e il deficit di senso e di credito che mostra il simbolico patriarcale apre una questione enorme e rilevantissima. Poi questo avviene in un momento in cui ci sono altri cambiamenti notevolissimi: c’è una rivoluzione scientifica che fa continuamente passi in avanti, poi c’è una rivoluzione dell’informazione e tutto questo ci parla di un mondo completamente globalizzato. In questo momento io sento una esigenza maggiore di provare a far qualcosa perché le cose non precipitino molto negativamente. Il fatto per esempio che oggi siano state poste di nuovo delle questione sul riprodurre, sul potere del riprodurre, è una cosa che secondo me ci parla molto di una paura maschile sul fatto che si vuole riprendere quella libertà che è stata conquistata in questi decenni dalla parte femminile. C’è quindi un elemento di revanche che riguarda i rapporti tra i sessi. Ora io non disdegnerei il fatto che l’esperienza delle relazioni di differenza tra uomini e donne possa produrre un pensiero e anche una pratica politica più incisiva. Però a volte mi chiedo se alcune cose dette anche dal femminismo della differenza non abbiamo ingenerato anche qualche equivoco, per esempio la divisione tra politica “prima” e politica “seconda”. Io credo che ci sia un problema di come ci si relazione alla politica che esiste».
A questo proposito Luisa Muraro cerca di togliere di mezzo alcune ambiguità o possibili vie di fuga dichiarandosi favorevole a una politica non basata sul potere «purché non sia il pretesto per abdicare all’agire sul potere. Una politica non basata sul potere non vuol dire una politica separata dalla politica del potere, vuol dire lottare perché ci sia un agire politico non regolato dalla legge del più forte, dai fronti, dalle contrapposizioni, da chi vince e chi perde. Vuol dire che una soggettività maschile e femminile liberata da certi stereotipi e paure, possa diventare manifesta. La separazione decisa negli anni ’70 da parte del movimento delle donne è stata qualcosa che aveva una significatività per la differenza sessuale, non è stato “teniamoci la nostra differenza”. È stato uscire da una condizione in cui se una donna diceva “io” non sapeva se stava parlando lei o se stava cercando di collimare con un’immagine di lei che qualcuno le aveva fabbricato e messo davanti. La separazione non è stata un tra donne. Poi è diventata un tra donne, è diventato separatismo, ce ne siamo accorte, abbiamo capito che la cosa non andava più e abbiamo iniziato a combatterlo.
Nel dibattito si è discusso anche se per costruire questo scambio tra uomini e donne si dovessero far incontrare i gruppi maschili con le esperienze femministe. Lia Cigarini a questo proposito ha espresso delle perplessità, sottolineando che quando lei ha cominciato a parlare e a praticare “relazioni di differenza” si riferiva sempre a relazioni duali uomo-donna a relazioni significative con singole persone, quegli uomini con cui ha una relazione di scambio: «Io non mi presento come gruppo di donne e con difficoltà mi confronterei con un gruppo di uomini». Da questo punto di vista Lia Cigarini ha parlato della relazione di differenza come “significante universale” e della possibilità che la pratica di differenza possa essere messa al centro della politica. La politica, ha chiarito è una sola, anche se le donne ne hanno allargato l’immagine e la percezione. «Questa concezione della relazione non può secondo me stare nella separatezza. Né può la differenza femminile ricadere su se stessa o la differenza maschile ricadere su se stessa. Io penso proprio che la soggettività messa in gioco dal partire da sé e la pratica di relazione potenzialmente aperta, impedisca la ricaduta della differenza su di sé: il tra donne e il tra uomini». Può essere che il desiderio femminile si sia “acquietato”, ha anche affermato ancora Cigarini,che si sia ritagliato degli spazi chiusi, rassicuranti, che contraddicono la pratica di relazione. Ma da questo punto di vista l’invito rivolto anche agli uomini è quello di evitare questo rischio, di «evitare che ci sia una ricaduta della differenza maschile su se stessa, perché le potenzialità di questa politica sono tante».
Ad ogni modo, secondo Letizia Paolozzi non bisogna temporeggiare: «possiamo discutere subito senza aspettare che gli uomini vengano sul nostro terreno perché poi le discussioni avvengono anche con uomini che non ragionano sulla differenza. Dobbiamo parlarci, continuare a farlo. Abbiamo temi e problemi che ci stanno tra i piedi di continuo e dobbiamo “connettere” mettere in relazione, attraverso convegni come questi, attraverso siti, attraverso le riviste, attraverso le storie raccontate».
Pubblico-privato e trasformazioni della politica
Un altro tema importante approfondito nel dibattito ha riguardato la scissione tipicamente maschile tra privato e politico e le attuali trasformazioni ed intrecci. Il punto di partenza della mia riflessione era il fatto che fosse necessario porsi la questione non dell’assenza delle donne dalla politica, quanto quella dei rapporti degli uomini con la politica. È necessario interrogare la forma, i codici simbolici, le pratiche e le regole con cui gli uomini hanno immaginato la politica e lo spazio pubblico. Da questo punto di vista ho cercato di sottolineare gli effetti storici del dualismo pubblico-privato e la separazione della sfera della politica dalla sfera dalla sfera delle relazioni quotidiane e primarie, dai legami di dipendenza, di cura, di amore. Questo dualismo maschera a mio avviso altre opposizioni tipicamente maschili, quella tra sé e mondo e quella tra ricerca esistenziale nella propria vita, nella propria esperienza, nelle proprie relazioni e il proprio impegno politico. Il risultato è che gli uomini non riescono a portare le proprie esperienze umane più profonde nella propria pratica politica. D’altra parte ogni volta che si tenta di ragionare su un’altra forma di politica che non si muova nell’orizzonte del potere, della politica di potenza, della violenza, della necessità, della normalità della guerra, si rischia di venir accusati di mancanza di realismo e si viene guardati con paternalismo da chi si sente un politico navigato e sa come va il mondo. Dietro questo giudizio c’è evidentemente un assunto, un pre-giudizio antropologico – esplicito per esempio nella tradizione del cosiddetto “realismo politico – su cosa interessa gli esseri umani, su cosa muove la politica, su quali passioni spingono l’agire politico. Le passioni che vengono richiamate che talvolta vengono nominate e talvolta sono considerate implicite sono la paura, l’insicurezza, la competizione, l’antagonismo, il prestigio, la forza, il potere, l’interesse, l’utile, il successo, la sconfitta. E tutte queste passioni trovano poi un’articolazione sistematica in rappresentazioni, filosofie, teorie della scelta o dell’azione, in analisi geopolitiche o geoeconomiche che danno per scontato queste premesse antropologiche di fondo. Tutto questo ha a che fare con il dualismo pubblico privato, perché le passioni che vengono considerate rilevanti per la politica sono semplicemente quelle che gli uomini, i maschi hanno portato nella sfera pubblica sulla base del distacco dalla sfera delle relazioni primarie e quotidiane, dalle questioni della cura, della riproduzione, dalle relazioni di differenza, dalle esperienze di sofferenza, di malattia, di amicizia, di amore.
Intervenendo su questi temi e sullo scambio tra Claudio e Stefano sulla scissione tra politica e dimensioni personali Luisa Muraro riconosce che la dicotomia privato-pubblica risponde a un’economia simbolica maschile ma che il problema non si pone più in quei termini. Quel disfare le barriere tra pubblico e privato è già in corso: «il fatto che la vita soggettiva, le esperienze, le traversie si mescolino con il politico, è qualcosa che è già successo. Basta richiamare l’esempio di Bush e di Papa Wojtyla. Questa cosa è già fatta o meglio è già cominciata. L’ometto politico tutto riservato che si tiene a casa tutte le sue cose e si presenta con la faccia impassibile ogni volte uguale a se stessa per dire le cose stabilite da qualche parte, non piace più. Piace l’uomo che dice “sono omosessuale”, piace l’uomo che si fa fotografare in mutande, piace l’uomo politico che piange, che racconta che lui era alcolista e poi ha incontrato Gesù o chi per esso e che si è pentito. Certo è tutto teatro ma è un teatro vero. La faccenda è già in corso. Se vogliamo dire qualcosa dobbiamo non perdere la battuta. La possibilità è già lì. Pubblico e privato sono oscenamente mescolati». Qualcuno dal pubblico manifesta sconcerto su come Bush usa il privato per giustificarsi e si domanda come possiamo evitare questa strumentalizzazione del privato nelle dimensioni politiche. Ma Luisa insiste che dobbiamo bandire le paure. «Ora si usa il privato per scopi come si dice détourné. Vediamo cose vere usate per vendere saponette, telefonini o qualsiasi altra cosa. Il problema di far comunicare pubblico e privato esiste. Ma non perché ci sia una barriera tra i due che invece è stata abbattuta in tanti, ma perché questa cosa avvenga ad alto livello, a livello di verità soggettiva».
Subito l’intervento provocatorio di Luisa mi ha lasciato un po’ perplesso. Se l’uso del privato in nel mercato e nello spettacolo è palese, non riuscivo tuttavia a trovare nel mondo politico italiano ancora un’evidenza di questa tendenza, da anni così presente invece nel contesto americano. Ma mentre spiegava mi sono ritrovato nella sua idea che l’obiettivo oggi non è tanto quello di rompere una barriera tra pubblico e privato già in via di disfacimento per conto suo, quanto di impegnarsi affinché la connessione tra queste dimensioni della vita avvenga ad un livello alto. Così ho concluso trovando un esempio italiano – quello di Umberto Bossi e della sua esperienza di malattia – e tornando contemporaneamente sul tema a me caro del rapporto tra ricerca del potere e negazione della fragilità. Mi aveva colpito il momento in cui il leader storico della Lega è riapparso in tv dopo una dura esperienza di malattia che l’aveva drasticamente debilitato. Sullo schermo della tv è apparsa una persona evidentemente segnata nel corpo, nel modo di parlare, con a fianco la moglie che lo aiutava a sorreggersi. La mia attenzione era catturata perché pensavo potesse essere una cosa grandissima. Mi chiedevo: ma questi politici, questi uomini di potere, questi alfieri della virilità saranno stati cambiati da questa esperienza? Pensavo alla possibilità di mettersi di fronte alla fragilità del corpo, di fronte alla prospettiva della morte, alla dipendenza da altri esseri umani, al bisogno di cura, alla sensazione che non siamo scontati, che le persone vicino a noi non sono scontate, che non ci bastiamo, che necessitiamo delle nostre relazioni. E invece in Tv ho visto una persona che è intervenuta in pubblico dicendo: “la malattia non mi ha impedito di continuare la mia battaglia… io sguaino di nuovo la spada…” richiamando di nuovo la retorica dell’uomo virile. È come se per gli uomini queste esperienze individuali possano essere raccontate solo come ostacoli esterni, come prove da superare per dimostrare la propria virilità e non come esperienze personali che aprono a un’altra percezione di sé, delle proprie relazioni, del rapporto con la vita, ad un’altra idea di politica. Un’altra occasione perduta.
Cosa portare a casa dunque? Pensavo alla possibilità di un linguaggio con cui nominare emozioni e saperi che riguardano questo tipo di esperienze a un livello più alto. Alla capacità di raccontarsi in senso più ampio, assieme ad altri, per rilanciare la costruzione di significati e di senso. Ma Luisa – richiamando quegli uomini che in Spagna hanno scelto di manifestare mettendosi a stirare camice e gonne per strada – ci ha invitato a non trascurare anche il linguaggio dei gesti.
Riteniamo importante far conoscere e sostenere le iniziative di lotta delle lavoratrici del COIN che hanno alle spalle 100 ore di sciopero dal 30 luglio scorso per impedire il licenziamento di 37 donne del negozio di piazzale Loreto, prossimo alla chiusura. Si tratta per ora di un caso, ma le difficoltà che attraversa il commercio, a causa della stagnazione economica, degli scarsi consumi e degli alti prezzi, rischia di far precipitare la situazione in una crisi generale del settore. Tutto ciò si aggiunge alle altre gravi situazioni di crisi presenti nei settori industriali e in particolare nel tessile vista l’alta presenza femminile
I fatti riguardanti il COIN sono questi: la direzione per ricollocare le lavoratrici lancia un ricatto pesantissimo e cioè la modifica unilaterale degli orari di lavoro e l’adesione obbligatoria al lavoro domenicale. Il sindacato, con i delegati dell’azienda ha avanzato proposte che tenessero in considerazione anche le esigenze della vita delle persone, mediando tra le due esigenze, aziendali e personali. La Direzione ha risposto negativamente su tutto. Le lavoratrici hanno deciso di intraprendere una dura lotta perché ritengono di essere nel giusto.
I problemi della conciliazione tra il lavoro e famiglia non sono problemi privati di ogni singola donna, ma bensì un problema sociale, collettivo che riguarda tutti, che va affrontato in modo strutturale per permettere alle donne di lavorare, alle giovani donne di poter diventare madri e per poter avere il tempo materiale per gestire gli affetti, la cura per i genitori anziani ecc.
Siamo stanche delle statistiche sul basso tasso di occupazione femminile in Italia, delle prediche sulla denatalità, degli appelli al valore della famiglia come centro di coesione per la società quando tutte le scelte vengono fatte sulla pelle delle donne. Aziende e istituzioni di fatto non riconoscono il valore sociale della maternità e non affrontano i problemi connessi alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.
La lotta delle lavoratrici del COIN è la lotta di tutte noi.
SOSTENIAMOLA!
Le segretarie della Camera del lavoro di Milano
Nerina Benuzzi Graziella Carneri Fulvia Colombini
La straordinaria vita di Nadia d’Amelj Melodia, da trent’anni delegata sindacale nel grande magazzino milanese (domani in sciopero) e da sempre lavoratrice appassionata
Manuela Cartosio
«Nulla di importante al mondo è stato fatto senza passione». La citazione, attribuita a Hegel, accoglie chi visita la sezione «Lavora con noi» sul sito della Rinascente. Fossero spiritosi, di fianco ci metterebbero la foto di un’adorabile nemica, Nadia d’Amelj Melodia, universalmente nota come «la Damelì». E’ la capessa, sindacalmente parlando, delle commesse della Rinascente di piazza Duomo. Delegata della Filcams Cgil dal 1976, Nadia è la réclame della passione. Ne mette in abbondanza in tutto quel che fa. E fa tanto. Fa due lavori in uno, commessa e delegata, e in entrambi ha scelto di non far carriera. In azienda per ovvi motivi d’incompatibilità, nel sindacato «perché così sono più libera, non sono incasellata». La storica sede della Rinascente si allarga e si alza come una fisarmonica ma a Nadia non sfugge neppure un angolino. Se due uscite di sicurezza non superano il test d’emergenza, lei sa quali sono e pianta la grana in alto loco. Dal top manager all’ultimo degli interinali, conosce per nome e cognome «quasi» tutte le ottocento persone che lavorano alla Rinascente-Duomo. La sua attività di delegata non si esaurisce nel fare assemblee o organizzare scioperi. Nadia disegna i cartelloni e fa i fiori di carta da portare in corteo, «ho una buona manualità». Tiene il conto di nascite, matrimoni, crisi coniugali, depressioni e malattie che si succedono nel suo reame. Trasforma l’8 marzo nella giornata delle torte, «mi raccomando, le fette piccole piccole, un euro l’una, i soldi vanno a Emergency». Organizza a domicilio, il suo, una «scuola quadri» per trasmettere in modo conviviale i rudimenti del mestiere di sindacalista, «anche qui la professionalità si sta perdendo». Si aggiunga il saper fare «privato»: Nadia taglia, cuce, ripara il ferro da stiro e i rubinetti che perdono, imbianca e smalta. E ha pure il pollice verde, certificato sul terrazzo da due piante di gelsomino che hanno compiuto trent’anni.
Una casa al Gallaratese
«La Damelì» sta al Gallaratese, in una casa popolare dove, quando c’è da sedare una bega condominiale, si ricorre alla sue arti di mediazione. Nadia abita al settimo piano e, da un po’ di mesi, fa le scale a piedi. Si sta allenando per fare il fiato. A novembre partirà per la sua terza spedizione, quindici giorni di trekking d’alta quota in Nepal, al santuario dell’Annapurna, oltre i 5 mila metri. E’ l’ultima delle passioni di Nadia, scoppiata negli anni non più verdi di «una splendida sessantenne» prossima alla pensione.
Le prestazioni in alta quota, ovviamente, hanno alzato le quotazioni di Nadia superwoman presso le colleghe. Lei minimizza: «Non soffro di vertigini e di mal d’aria, un po’ di fiato l’avevo già perché vado in bicicletta. Non faccio cose rischiose. C’è solo da camminare otto ore al giorno». La molla per buttarsi nell’impresa? La bellezza, «è un’altra montagna, è un altro cielo». E la voglia di «misurarsi con se stessi, di sentire la propria fisicità».
A Nadia, turista consapevole, non sfugge l’altra faccia delle medaglia: per far arrivare una quindicina di «ricchi» europei ai campi base devono faticare una trentina di poveri nepalesi o tibetani. Lo sherpa, che fa da guida, e gli addetti alla cucina non se la passano male. Ma i portatori, «pagati meno di quanto costa mantenere gli yak», fanno la fame. Ci si sente «un po’ vermi» vedendo ragazzini e ragazzine caricarsi sulle spalle «la tua tenda e il cibo che loro non mangeranno». Un’idea, buona ma impervia, Nadia ce l’avrebbe: le spedizioni dovrebbero autotassarsi e girare i soldi alle comunità locali che «rinunciano» a far lavorare i minori come portatori.
Chiusa la parentesi montanara, torniamo alla Rinascente. Per nascita (famiglia medioborghese di proprietari terrieri pugliesi, «mi avevano già fidanzata a 13 anni») e per studi (diploma all’Accademia di Brera) Nadia non era destinata a fare la commessa. Comincia a «vendere» nel `61, dopo aver rotto i ponti con i genitori che le avevano vietato di fare la disegnatrice di cartoni animati. Detersivi porta a porta, «al mattino ci caricavano su un pullmino che batteva l’hinterland milanese, io riuscivo a piazzare solo i rossettini e le ciprie omaggio». Nel `67 nasce Alessandro, «non mi sono mai sposata».
Nel `70 «grazie a una raccomandazione» entra all’Upim, «sciopero tutti i giorni, io non capivo, mi sono presa della crumira». Ci mette poco a «capire» e di quell’esperienza personale ha fatto tesoro: «Quando una ragazzina un po’ saputella salta su in assemblea a dire che lo sciopero non la riguarda, mai colpevolizzarla». Dopo 21 contratti a termine, «non li hanno inventati adesso», nel `76 è assunta in pianta stabile alla Rinascente di piazza Duomo. «Ho venduto di tutto, dall’abbigliamento sportivo ai casalinghi. Adesso sono la regina delle tovaglie. Se si ritirano di dieci centimetri al primo lavaggio, io alla cliente lo dico».
Ancora negli anni `70 fare la commessa nel più prestigioso dei grandi magazzini italiani era «il massimo» per una signorina di bella presenza. All’uscita, «c’era la coda dei corteggiatori». L’azienda una volta «passava» le calze e il buono per il parrucchiere. Adesso solo la divisa, «l’ultima, rossa da caccia alla volpe, è orrenda».
Nadia non si è mai sentita «diminuita» a fare la commessa. «E’ un lavoro di relazione, meglio che tirare righe nello studio di un architetto». Saper parlare – «gli interventi non li preparo mai scritti, altrimenti la gente si annoia» – sensibilità e un certo caratterino sono le doti naturali che aiutano Nadia a fare la delegata. Pure questo è un lavoro di relazione. Non basta saper tener testa all’azienda, «prima devi costruire giorno dopo giorno la solidarietà dalla tua parte». Lo stereotipo «Eva contro Eva» un qualche fondamento ce l’ha, ammette Nadia, «tra donne ci si punzecchia». Ma, al dunque, le commesse sono «unite» di fronte all’azienda, «più forti» dei fattorini e degli addetti alla movimentazione merci (in piazza Duomo sono una sessantina) che si presentano con il cappello in mano dal dirigente per chiedere favori personali, non per rivendicare diritti collettivi.
Il settore del commercio è stato uno dei primi a essere investito dalla deregulation e il sindacato, Cgil compresa, ha le sue colpe. La più grossa, per Nadia, è aver accettato trattamenti diversi per vecchi e nuovi assunti. «Se io lavoro alla domenica prendo il 70% in più della paga normale, un apprendista il 30%. Non è giusto». Nonostante la frantumazione della forza lavoro, l’adesione agli scioperi alla Rinascente di piazza Duomo resta alta: l’80%, «quando va male».
Ma da una quindicina d’anni in qua si sciopera con le saracinesche alzate, «è una scelta politica di tutta la grande distribuzione». Praticata con rimpiazzi sul filo del lecito. Della nuova proprietà del gruppo Rinascente (vedi box) Nadia pensa tutto il male possibile: ha disdettato tutti gli accordi integrativi, e questo basterebbe. In più, «sono sciatti, poco preparati, non pensano in grande, si intignano su piccole cose». Hanno fatto sparire dai reparti tutte le sedie, licenziano persone malate a pochi anni dalla pensione, lesinano sulle assemblee, assoldano consulenti che scodellano ricette demenziali per contenere tempi e costi. Tipo: fornire un taglierino a ogni commessa perché faccia a pezzi in reparto gli scatoloni dopo averli svuotati, pesti ben bene sotto i piedi i cartoni, indi li avvii in magazzino. «E l’avete anche pagato quel genio?», ha reagito «la Damelì», e i taglierini per ora sono stati archiviati.
«Con gli arabi si va sul sicuro»
Dalla sua postazione in piazza Duomo, Nadia registra le evoluzioni dei consumi e della clientela. Si spende meno, «senza più gioia e contentezza per l’acquisto, in modo nevrotico». Una come lei dovrebbe detestare Natale e, invece, massima prova di attaccamento al lavoro, rimpiange «quelli di una volta, quando non c’era un centimetro tra un cliente e l’altro». Dopo le crisi internazionali, «sono tornati gli arabi, con mogli bellissime e guardaspalle, sono quelli che spendono di più, con loro si va sul sicuro». I clienti più malmostosi? «Quelli che arrivano cinque minuti prima della chiusura e pretendono di tenerti lì apposta per loro dopo le dieci di sera. Le signore che per dispetto infilano la mano nello scaffale, buttano tutto per aria e non comprano niente». I più detestabili? «Quelli che d’inverno tengono i bambini mezza giornata dentro la Rinascente senza togliergli il cappottino e poi, magari, danno in escandescenze se il pargolo piange».
Contro i taccheggiatori Nadia adotta la linea della prevenzione e della dissuasione. «Alludo, faccio capire al cliente che gli conviene posare l’osso. Non ho mai consegnato nessuno nelle mani dei guardiani. Le commesse in genere si comportano così, anche se l’azienda incentiva le denunce con un premio del 10% sul valore della merce recuperata». Niente prezzi scontati per le dipendenti della Rinascente, «aspettiamo i saldi, come tutti».
Tra un anno «la Damelì» andrà in pensione. Paura del salto nel vuoto? «Non è che non ci dorma la notte. Ho in mente tante cose da fare. Imparare bene l’inglese, fare un corso di giardinaggio, leggere finalmente in santa pace, adesso ho tempo solo in metropolitana…».
da il manifesto – Era davanti alla Casa Bianca. Attorno a lei si è coagulato il movimento contro la guerra
La polizia di Washington non deve avere un gran senso dell’opportunità. Ieri ha deciso di arrestare, davanti a un gran pubblico e alle telecamere, Cindy Sheehan, la madre di un giovanissimo militare morto in Iraq – ovvero, la donna attorno a cui si è coagulato e rivitalizzato negli Stati uniti un movimento contro la guerra. Cindy Sheehan è stata arrestata nel pomeriggio di ieri fuori dalla Casa Bianca. Era con decine di altre persone: avevano camminato giù per Penssylvania Avenue e poi si erano seduti sul marciapiede, sul lato nord della residenza presidenziale. La polizia si è subito fatta avanti per avvertire che il sit-in era illegale, e ha seguito le regole a puntino: poiché i manifestanti non si muovevano, al terzo avviso ha cominciato ad arrestarli. Ha cominciato proprio dalla signora Sheehan, che si è alzata ed è stata portata a un veicolo della polizia mentre gli altri scandivano: «Il mondo intero sta guardando».
Cindy Sheehan, 48 anni, californiana, è diventata un simbolo di un nuovo movimento contro la guerra quando ha deciso di trasformare in protesta la sua tragedia personale. Suo figlio Casey, 24 anni, è stato ucciso l’anno scorso a Sadr City, in Iraq. Lei ha reagito. La scorsa estate è andata a piazzarsi davanti al ranch del presidente George W. Bush a Crawford, in Texas, con un piccolo gruppo di madri come lei e di sostenitori. L’accampamento di fortuna, chiamato «Camp Casey», è cresciuto, qualcuno ha messo a disposizione un terreno, e le madri pacifiste hanno avuto l’attenzione dei media: ostinate, sono rimaste là per settimane. La loro semplice domanda – «perché i nostri figli vano a morire in Iraq» – ha innescato una reazione molto ampia. «Mio figlio è morto per niente, e George Bush con le sue politiche senza scrupoli lo ha ucciso», ha dichiarato e scritto Sheehan: «Mio figlio è stato mandato a combattere una guerra che non aveva fondamento nella realtà ed è stato ucciso per questa».
«I nostri figli muoiono ogni giorno per una bugia», hanno detto le madri divenute pacifiste: è una carneficina senza senso, non stiamo portando democrazia né pace in Iraq. «L’unico modo di sostenere le nostre truppe è riportarle a casa subito», ha ripetuto Cindy in innumerevoli interviste.
E’ così che un movimento contro la guerra si è messo in moto, come uscendo dal torpore. Nelle ultime due settimane una carovana ha attraversato 27 degli Stati uniti. Infine la manifestazione dell’ultimo fine settimana a Washington: sabato c’erano forse 150mila persone a marciare davanti alla casa Bianca; per unanime opinione è stata la più grande manifestazione del suo genere da quando la guerra in Iraq è cominciata nel marzo del 2003.
Le circa 250 madri raccolte dalla signora Sheehan erano anche sabato le protagoniste della marcia – insieme alla rete che va sotto il nome United for Peace and Justice, a gruppi di «Veterani dell’Iraq contro la guerra», a collettivi di giovani no-global, a frange sindacali e ai pochi esponenti politici che si siano finora schierati apertamente contro l’avventura in Iraq: tra i pochi c’era il reverendo Jesse Jackson. Interessante: gli slogans contro la guerra in Iraq si sono mescolati a quelli sulla cattiva gestione del disastro Katrina, «usate le risorse per i soccorsi, non per la guerra».
L’amministrazione Bush ha finora cercato di combattere il movimento delle «madri contro la guerra» schierando altre madri e padri di soldati impegnati in Iraq: anche domenica ne ha mobilitati 500, che hanno manifestato a Washington «a sostegno delle nostre truppe» che combattono per la patria. Ma non sono molto convincenti, a giudicare dai sondaggi d’opinione.
da il manifesto
Il granello di senape che la madre di un caduto buttò davanti al ranch di Bush in agosto, mette radici in settembre a Washington davanti alla Casa Bianca. Cresce nelle migliaia di persone venute qui a raccontare il malessere di un´America che non marcia più compatta al suono dei tamburi di guerra. Non è la presa della Bastiglia, la folla che vedo marciare e scandire “Bush lies, thousands dies”.
Bush mente e migliaia muoiono, attorno alla casa vuota del presidente. Non è ancora la sollevazione popolare che per giorni e notti assediò Lyndon Johnson e Richard Nixon. E non c´è neppure Bush, portato dalle sue baby sitter in un bunker militare del lontano Colorado per seguire l´uragano Rita a distanza di sicurezza. Ma è la prima manifestazione visibile, tangibile, televisivamente reale di quello che l´effimero dei sondaggi ci ripete da settimane, che l´America dell´autunno 2005 non è più quella del 2003 che Bush poteva mobilitare e compattare con la promessa di giustizia armata per i martiri dell´11 settembre. Quel link, quel cordone cruciale fra l´aggressione delle Due Torri e l´occupazione dell´Iraq si sta spezzando e nessun discorso davanti alle truppe riesce ormai a ricucirlo Non so dire con approssimazione realistica quanti fossero gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi e i cani, come il bellissimo golden retriever paralizzato e spinto dal padrone su una carrozzella artigianale. Forse erano 100 mila, forse di più o meno, nella solita fisarmonica di numeri che segnano tutte le manifestazioni di piazza. Ma erano certamente di più, e diversi, da quelli che gli organizzatori, i media e gli scudieri della presidenza speravano o temevano. Nel torrente di persone che escono dalla Farragut Square, la stazione del metrò di Washington più vicina alla Ellissi, il grande prato dietro la Casa Bianca, ci sono gli immancabili revenents del Vietnam. Si riconoscono le pantere grigie di tutte le proteste contro “il sistema”, i sindacalisti organizzati, i patetici trotskisti che tentano di vendere la loro letteratura d´antiquariato, i gruppi che appendono le loro cause al balcone altrui, come tre donne che chiedono “libertà per i consumatori thailandesi di droga”, un dramma che era sfuggito ai più.
Ma se anche sul palco passano i soliti noti per recitare il loro copione standard, Jesse Jackson, l´uomo per tutte le stagioni di protesta che per l´occasione invoca “manifestazioni di massa come queste anche in Italia e in Europa”, le ragin´ granmas, le nonne furiose che invocano pace per i nipotini, le madonne pellegrine di tutti i comizi anti-guerra nel mondo, la sempre più fragile, esile e piccola Joan Baez che lancia ponti di musica fra generazioni che non sembravano più ascoltarsi, lo stupore viene da quei ragazzi e da quelle ragazze che i sociologi vorrebbero indicarci come generazione dissipata e interessata soltanto alla Mtv, ai reality show e al successo. Si distinguono dai loro padri e madri per i cartelli, che sono scritti a mano, inventati, in una timida riedizione della formidabile fantasia del maggio francese.
I loro vecchi inalberano la sloganistica d´ordinanza, spesso stampata dalle lito-tipografie, “La Guerra non è la soluzione, la Guerra è il problema”, “La sola cosa bella di ogni guerra è la sua fine”, citazione da Abramo Lincoln, l´immancabile “No Blood for Oil”, un po´ fuori posto, visto che la realtà è esattamente il contrario, poco petrolio in cambio di molto sangue.
Gli studenti, dai liceali che arrivano battendo sui bidoni di plastica vuoti come orchestrine giamaicane, agli studenti delle università che devono giustificare le scellerate rette pagate dei genitori e dunque essere più creativi, sfoggiano più humour, più originalità. Soprattutto le femmine, sfacciate, che non temono totem e tabù. “Clinton era meglio. Lui se ne scopava una, Bush ci fotte tutte”. “Meglio un pompino che un missilino”. Più casto, un plotone di signore arrivate in bus dal Tennessee, un viaggio di un giorno intero, si chiede devotamente: “E Gesù chi avrebbe bombardato?”. Le “madri dal North Carolina”, certo mica tutte, chiedono di “Sostenere i nostri soldati: non mandateli a morire”. La bellissima sorella di un soldato morto esibisce una gigantografia della bara del fratello coperta dalla bandiera. “Parlate a nome della maggioranza silenziosa”, implora la scritta. “Parlate a nome dei morti”.
I padri girano con le foto dei figli morti. Jesus Suarez del Solar ha i baffi e il volto da cafè Paulista, è messicano come il figlio che portava avanti e indietro marijuana attraverso la frontiera di Tijuana. Lo arrestarono e fu liberato dai reclutatori che gli diedero un permesso di soggiorno e la promessa di un posto nella polizia di frontiera. Morì a Falluja, con l´uniforme dei Marines.
Non so dire se questo sia l´inizio della fine per l´unanimismo patriottico che Bush aveva saputo cavalcare per portare l´America in un´invasione che ormai quasi il 60% della gente trova ingiustificata e sbagliata. Non lo sa dire neppure il seme di senape al centro del campo, la donna alta, scialba, loquace, manipolata, maldiretta, troppo chiacchierona, dalla quale tutto questo è nato: Cindy Sheehan che parla senza sosta, con la loquacità nevrotica dei funerali. È vestita con i pantaloni di cotone bianchi a mezzo polpaccio e con la immancabile maglietta gialla, che in America è il colore del rimpianto, della nostalgia, del ritorno. E della senape.
Le chiedo se si renda conto che sarà attaccata, svillaneggiata, insultata dai crociati della nuova ortodossia bellicista che la raccontano come una povera marionetta tirata da radicali estremisti, e lei fa un gesto silenzioso, indicando la folla attorno: “Fin qui siamo arrivati, no?”. Appunto, dalla California, dove era nato suo figlio Casey ucciso in Iraq, dal Texas, dove si era accampata per 26 giorni davanti al ranch di Bush, circondata da più telecamere che supporters, è arrivata fino ai cancelli della Casa Bianca: dunque la controffensiva delle marionette di Bush sarà ancora più violenta.
Risponde citando Gandhi, un altro che sembra avere detto una frase per ogni occasione della storia: “Prima ci ignorano, poi ci ridicolizzano, poi ci attaccano, poi sono costretti ad ascoltarti”. Ha la faccia piena di efelidi, gli occhi eccitati. Nel coro di “Where have all our children gone?”, dove sono finiti i nostri figli? che la folla intona con sgangherata commozione per seguire Joan Baez, lei si copre gli occhi, per nascondere non lacrime, ma un sorriso. Quante madri possono dire di avere avuto 100 mila sconosciuti al funerale del proprio figlio e di averlo trasformato nella speranza, o nella illusione, che da qui sia cominciato anche il funerale di una guerra?