Le riflessioni di alcuni maschi sulla violenza maschile
Lea Melandri
Nel libro L’ultimo paradosso (Einaudi 1986), presentato come “un quaderno di appunti, note, osservazioni, pensieri sui problemi fondamentali dell’esistenza”, Alberto Asor Rosa scrive: “Uomini. Sediamo da secoli in gruppo intorno ad una tavola -non importa se rotonda o quadrata- impartendo il comando cui la nostra funzione ci abilita, distribuendo il potere che il nostro ruolo ci assegna. Anche fra amici indossiamo corazza: i momenti più intimi della nostra conversazione passano tra celate accuratamente abbassate. Le nostre mani sono chele in riposo. Gli orgogliosi sanno fare tutto questo con dignità e fierezza, i vili lo ostentano codardamente per incutere timore: ma gli uni e gli altri stanno diritti solamente perché c’è una corazza a sostenere il filo della schiena o una spada a cui appoggiare il fianco stanco. Il nostro volto, il nostro corpo sono pur là, dietro quelle biancheggianti, livide spoglie. Ma non oseremmo pensare di rinunciare al nostro circolo e alle sue leggi neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia senza pari. Sediamo, intenti a noi stessi, alla nostra forma, al nostro decoro, al nostro eroismo, alla nostra dignità: al nostro essere-per-sé, custodito da un simulacro d’acciaio e da una maschera di ferro. Intorno a noi ci sono soltanto o subalterni o buffoni: e tra essi mettiamo le donne, alle quali per giunta presumiamo di piacere e di dar piacere ostentando le virtù cavalleresche, ossia tutto ciò che più ci allontana da loro. A forza di tenere il corpo in armatura, ne risultiamo un poco rattrappiti, le giunture scricchiolano e nel muovere ci procurano dolore. Talvolta ci sorge il sospetto che il nostro sacrificio, offerto a divinità tanto astratte quanto crudeli come quelle che compongono la religione dell’ascetismo guerriero, sia scontato ed inutile, e persino oggi un poco patetico: ed aspiriamo ad uscire da qualche crepa della vecchia armatura, a scivolare furtivi sotto quel tavolo, per guadagnare la porta della riunione a uscire a respirare aria pura”.
Ma appena fissiamo lo sguardo nello sguardo dei nostri compagni, attraverso la fessura della celata…e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia – non appena sguardo con sguardo di nuovo s’incatena, subito il desiderio di libertà, l’ansia di gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli… L’unico passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è stato la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo della maglia più debole. Sono secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita affonderanno”.
Ho ripensato a questo frammento e al destino del libro che lo contiene – giudicato dagli intellettuali più vicini all’autore come meritevole di restare in solaio, dove sembra effettivamente rimasto -, dopo aver letto su Liberazione il punto di vista di dieci uomini sul tema “Maschi, perché uccidete le donne? ” (6/7 novembre 2005). Mi soffermo su due aspetti, che non finiscono di sorprendermi: la potenza – o prepotenza – che conserva tutt’ora la “neutralità”, l’abitudine dell’uomo di pensarsi e di parlare come prototipo unico della specie umana; e, per un altro verso, la repentinità con cui essa può eclissarsi, come se avesse in effetti la leggerezza di una maschera che si può mettere e togliere a volontà. Negli scritti pubblicati dal giornale, l’idea di un dominio maschile che attraversa da sempre la sfera privata e pubblica, la consapevolezza delle forme più o meno violente con cui si è imposto il patriarcato, appaiono come verità incontestabili, dati della propria esperienza e della propria formazione culturale, analisi che sembrano essere state presenti da sempre, sia pure in modo diverso, nell’impegno politico di ognuno.
Se le donne hanno dovuto faticosamente, tra mille inganni e ostacoli, “prendere coscienza” di un’oppressione, peraltro evidente, e sopportare che questa lucidità si rivelasse estremamente fragile, pronta a scomparire dopo ogni piccola conquista, gli uomini, ragionando su una rappresentazione del mondo prodotta dalla storia dei loro simili hanno evidentemente una via di accesso più facile alla messa a nudo del sessismo, delle logiche d’amore e di violenza che lo sostengono, nonostante i progressi della civiltà. Perché allora quella difesa estrema, sempre meno convinta eppure ostinata, della neutralità, che si esprime non solo nel cancellare dalle analisi politiche il rapporto tra i sessi, ma anche in quella copertura che è la sua distorta collocazione tra le questioni sociali: emarginazione, cittadinanza incompleta, sfruttamento economico, beni comuni, ecc.?
Le donne sembra che stentino a “sapere” quanto è profonda l’espropriazione che hanno subito, quanto siano ancora lontane dalla percezione di sé come individualità intere, corpo e pensiero, quanto siano propense ad accontentarsi di una emancipazione che le porta sulla scena del mondo con le stesse attribuzioni per cui ne sono state allontanate: corpo, sessualità, maternità. Anche sulla violenza che subiscono quotidianamente, e che risulta essere ancora la causa prima della loro morte, cala spesso l’invisibilità, frutto di paure, intimidazioni, così come di desideri e fantasie amorose mal riposte. Per quanto riguarda gli uomini, viene invece il sospetto che “sappiano” e che sia proprio l’evidenza del privilegio toccato loro storicamente e diventato “destino”, copione di comportamenti obbligati, a dover essere in qualche modo aggirata, perché colpevolizzante e quindi innominabile.
La comunità storica maschile ha visto cadere imperi, muraglie, confini, odi che sembravano irriducibili, eppure esita a far cadere le fragili pareti che separano la sua civiltà dalla porta di casa, l’immagine della sua “virilità” pubblica dalla posizione di figlio, fratello, padre, marito, amante.
Ma tutto ciò che scorre innominato sotto la storia rischia di diventare col tempo la galassia che la conduce a sua insaputa, che la ricopre via via di macerie e la tiene con lo sguardo rivolto all’indietro, cosicché la speranza finisce per confondersi con la nostalgia, e il corpo femminile, su cui ancora si pretende di esercitare un possesso indiscusso, diventa, immaginariamente, la terra feconda, incontaminata, di rinascite a venire.
Lo spazio che si è aperto su Liberazione, interrogando uomini e donne sul destino che li ha confusi e contrapposti, si spera che da piccolo rigagnolo di riflessioni inedite diventi un fiume capace di dare nuova linfa alla politica e di allargarne gli argini, prima che lo facciano distruttivamente il mercato, le guerre o il fanatismo religioso.
Pier Paolo Pancotto
Tra le note positive e le altrettante incertezze che hanno costellato la Biennale di Venezia una piacevole sorpresa è stata la proposta della Fondazione Levi che ha ospitato contemporaneamente le quattro partecipazioni nazionali di Afghanistan, Iran, Turchia, Ucraina. Che, al di là dell’evidente significato culturale e politico che la presenza alla rassegna dei singoli Paesi ha costituito in sé, è risultata nel suo complesso come una delle iniziative più riuscite nell’ambito dell’intera Biennale poiché ha raccolto realtà artistiche che, pur mantenendo una propria specifica individualità (ben definita anche sotto il profilo logistico: le quattro mostre erano accuratamente dislocate in zone separate), erano integrate perfettamente tra loro sotto il profilo espositivo essendo esse accomunate da una serie di rimandi e di aspetti – intellettuali ed estetici – piuttosto speciali e per certi versi inattesi.
Tra gli elementi che accomunavano le presenze in mostra – e che più hanno colpito il visitatore – c’era una forte «componente femminile». Donne sono Mandana Moghaddam (Teheran, 1962) e Bita Fayyazi Azad (Teheran, 1962), chiamate a rappresentare l’Iran, e Lida Abdul (Kabul, 1973), dell’Afghanistan. A tematiche femminili – soprattutto alla condizione civile e professionale della donna nelle rispettive società d’appartenenza – si rivolgevano i lavori delle stesse Moghaddam (Chel Gis – Quaranta trecce, ispirato ad un antico mito iraniano il progetto si compone di un blocco di cemento tenuto al soffitto da capelli femminili intrecciati) e Azad (Kismet – Destino: cinquanta statue di neonati in alluminio sovrastano quella di una donna dal ventre luminoso a celebrare la maternità e i tanti risvolti emotivi, spesso contrastanti, che la coinvolgono) e quello dell’afgano Rahim Walizada (Bagalan, 1963). Quest’ultimo, Le studentesse di Faizabad, si presentava come un assieme di superfici in lana o cotone colorate naturalmente secondo le tecniche più antiche; Walizada, chiamando alcune donne a tessere nel proprio laboratorio o incaricando altre – impossibilitate a fare altrimenti per ragioni familiari o sociali – a realizzare in casa propria dei lavori a telaio, contribuisce in qualche modo a renderle più autonome. La stessa Faizabad citata nel titolo è sinonimo di libertà: il suo nome, infatti, corrisponde a quello di un piccolo paese a nord dell’Afghanistan ove anche durante il regime talebano la locale Università concedeva alle donne, pur tra una estrema povertà e mille disagi, l’iscrizione al corso di medicina.
Anche Lida Abdul ha tentato, a sua volta, di dare un’immagine diversa dell’Afghanistan e i suoi video pongono l’accento sulla ricchezza culturale del Paese più che sul dolore ed il senso di distruzione ai quali il suo nome viene normalmente associato. Una donna era protagonista del raffinato video del turco Hussein Chalayan (Nicosia, 1970), La presenza-assenza ove – in un clima che in altre circostanze si sarebbe detto di «realismo magico» – una fanciulla viene colta a svolgere azioni semplici e quotidiane esaltandone così la bellezza più intima e meno banale sottolineata da un abbigliamento del tutto essenziale e al di là delle mode, richiamando così anche altri aspetti del multiforme impegno creativo di Chalayan. E una componente femminile era, seppure indirettamente, evocata nell’allestimento proposto dall’ucraino Mykola Babak (nato a Voronyntsi, Cherkasy) il quale con I tuoi figli, Ucraina parla della propria terra. Per far questo raccoglie un gruppo di scatti fotografici vecchi e nuovi raffiguranti bambini partecipi di alcuni momenti fondamentali della loro esistenza, dal battesimo al funerale; le foto sono inquadrate in cornici e tessuti artigianali a comporre un’immaginaria iconostasi mentre anche altri elementi richiamano all’infanzia (e dunque alla maternità): suoni in sottofondo e bambole di pezza colorata, come quella con la quale la nonna (altra figura che riconduce alla maternità) spaventava l’artista da bambino. In una sala successiva Babak proietta le immagini girate a Kiev nel 2004 durante una manifestazione: i bambini di ieri sono gli adulti di oggi e al bianco-nero delle impressioni fotografiche si è sostituito il colore della pellicola cinematografica.
Maschi, perché uccidete le donne?
«Non è vero e non ci credo». «La nostra epoca ridà legittimità alla guerra, nella famiglia fioriscono violenza e sopraffazione». «La nostra cultura è patriarcale». Non è immediatamente facile trovare spiegazioni al dato reso noto una settimana fa dal Consiglio d’Europa: la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni, nel mondo, ma anche in Europa, è l’aggressione violenta da parte dei loro compagni di vita. Lo afferma una ricerca del neonato “Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere”. Abbiamo posto il quesito a uomini che sono collaboratori di Liberazione; queste sono le loro risposte.
Franco Berardi “Bifo”
Da tempo Adriano Sofri sostiene la tesi che negli ultimi anni è iniziata una sorta di guerra mondiale per la (ri) sottomissione delle donne, che nel corso del ventesimo secolo sono riuscite a conquistare spazi di indipendenza economica, psichica, sessuale. L’esplosione di integralismo islamica rappresenta probabilmente la forma più evidente di questa guerra, ma il discorso non può limitarsi all’islamismo. Le grandi religioni monoteiste, che tendono naturalmente verso l’integralismo, hanno riconquistato negli ultimi decenni una presa formidabile proprio perché nella riaffermazione dell’identità religiosa è implicita la riaffermazione della subordinazione della donna. Ma se vogliamo cogliere le dimensioni reali della guerra contro le donne che si sta svolgendo nel mondo del nuovo millennio occorre estendere lo sguardo oltre i confini dell’integralismo religioso, e vedere l’integralismo economico come una (forse la principale) fonte di oppressione del corpo femminile.
Se non si tiene conto del ruolo che l’economia di profitto ha svolto e svolge nella sottomissione del corpo sessuato, se non si tiene conto di quanto il fanatismo economico abbia contribuito a impoverire l’esistenza e la sessualità, e abbia contribuito a introdurre nella vita sociale elementi di violenza, di arroganza, di aridità, si finisce per credere nella tavoletta secondo cui i malvagi integralisti opprimono le donne (il che è fuori discussione) mentre le corporation contribuiscono all’emancipazione e alla libertà.
In effetti la guerra d’aggressione contro le donne è strettamente collegata con lo sconvolgimento della sfera affettiva prodotta dall’economia globalizzata. Nella fase della globalizzazione del mercato del lavoro, l’emancipazione delle donne occidentali viene a coincidere con una sorta di globalizzazione della prestazione affettiva, sessuale, e della prestazione di cura. Mentre le donne occidentali si emancipano dal ruolo di madre, di cuoca, di infermiera che si occupa dei figli o degli anziani, in Ucraina o nelle Filippine, in Senegal o nel Maghreb milioni di donne sono costrette ad abbandonare le loro famiglie e i loro figli per sostituire a pagamento emancipate occidentali.
«Gli stili di vita dell’occidente sono possibili grazie a un trasferimento globale dei servizi associati con il ruolo tradizionale della donna, cura dei bambini, cura della casa, sesso. In una fase passata dell’imperialismo, i paesi del nord del mondo estraevano risorse naturali e prodotti agricoli, gomma metalli e zucchero, ad esempio, dalle terre conquistate e colonizzate. Oggi, mentre ancora contiamo sui paesi del Terzo mondo per il lavoro industriale e agricolo, i paesi ricchi puntano a estrarre anche qualcosa che è più difficile da misurare e da quantificare, qualcosa che assomiglia molto all’amore. E’ come se le parti ricche del mondo si trovassero prossime ad esaurire preziose risorse emotive e sessuali, e dovessero rivolgersi alle regioni più povere per ricavarne nuove risorse». (Ehrenreich, Russell, Hochschild: 2002, Introduction “Global woman”, pag. 4).
Si tratta di un vero e proprio trasferimento coatto di affettività. Quali effetti potrà produrre nella storia futura questo sfruttamento affettivo che la globalizzazione porta con sé? Possiamo prevedere che si accumulino nell’inconscio globale cataclismi di odio destinati ad esplodere in futuro? Non si tratta forse di una bomba a tempo piazzata nel cuore dell’affettività planetaria?
«Insegniamo ai nostri figli che il danaro non può comprare l’amore, e poi andiamo dritti a comprare amore per loro, noleggiando stranieri perché li curino, dato che noi abbiamo cose più importanti da fare. La ristrutturazione della famiglia americana ha creato un enorme bisogno di cura dei bambini ci sono quasi 400mila bambini sotto i tredici anni a New York con entrambi i genitori che lavorano, e ci sono meno di 100mila posti per loro in scuole a tempo pieno o programmi di assistenza quotidiana». (Susan Cheever: “The Nanny Dilemma”, “Global Woman”, 2002).
E magari si finisce per concludere che i bombardieri americani che uccidono decine di migliaia di donne in Afghanistan come in Iraq sono strumenti di liberazione.
L’ondata di violenza che si è scatenata nel mondo negli ultimi decenni del secolo ventesimo ha avuto come principale bersaglio le donne, non c’è dubbio. Un tempo la guerra era affare per maschi: cavalieri erranti, soldati di ventura, ufficiali romantici andavano a sfogare il loro eccesso di testosterone in qualche campo solitario ai margini dei villaggi e delle città, si ammazzavano allegramente tra loro, e chi s’è visto s’è visto. Ma dalla fine del diciannovesimo secolo la natura della guerra è cambiata. La guerra coinvolge sempre più direttamente la vita civile, devasta i territori, le fonti di sostentamento, le città e i villaggi, e colpisce essenzialmente i bambini i vecchi e soprattutto le donne.
E’ possibile definire una patologia dell’affezione, una patologia del desiderio? Non è forse il desiderio l’unico giudice di se stesso? L’unico luogo da cui possiamo giudicare il desiderio è il luogo di un altro desiderio. La violenza, che pure è un investimento del desiderio, è nemica del desiderio perché sempre mira a fissare, cristallizzare, e annichilire il divenire dei corpi nello spazio costringendoli nei limiti dell’ossessione identitaria. La violenza si iscrive profondamente nel codice genetico della società patriarcale, nelle sue successive evoluzioni, dato che la società patriarcale si fonda sull’identificazione del femminile e la sua delimitazione riproduttiva, subalterna, strumentale.
Con l’espressione società patriarcale intendiamo ogni formazione sociale in cui la differenza sessuale è fissata e cristallizzata secondo una logica di dominio, e in cui di conseguenza il desiderio femminile è rimosso perché l’identità femminile viene nominata e regolata dal maschile, che su questa identificazione obbligatoria fonda la propria identità. Il femminile (inteso non come genere biologico ma come modalità libidica e culturale) è soggiogato a esigenze economiche, psichiche e libidiche che non hanno nulla a che fare con la dinamica del corpo sessuato, ma hanno a che fare con il bisogno ossessivo di identità del maschio. Il principio regolatore della sessualità è qui esterno alla sfera del desiderio, e dipende invece dalla sfera dell’ordine simbolico, del potere politico, dell’accumulazione economica, in ultima analisi dell’identità.
L’identificazione sessuale è funzione di questa architettura del dominio su cui si basa l’intera economia psichica del patriarcato e delle sue successive manifestazioni storiche. Nella sfera del patriarcato la violenza domina ed informa di sé la vita affettiva, l’emozione, la sessualità. E questa violenza non è senza rapporto con l’immaginario, con la delimitazione del visibile, e la rimozione di ciò che non deve essere visibile. La violenza è la patologia generale dell’affettività, e da essa derivano tutte le patologie del desiderio. E quando la violenza è introiettata fino al punto che la vittima stessa la desidera, per poter conservare e riconoscere l’unica identità che le è rimasta?
Ci indigniamo davvero? O ci limitiamo a scuotere la testa?
di Alessandro Curzi
Lo confesso: sono stato uno dei tanti “miscredenti”. Nel senso che, ascoltata distrattamente da un qualche telegiornale (ero in Francia ed ero più attento a quanto stava succedendo nella periferia nord di Parigi, fra i giovani immigrati senza lavoro) la notizia sulle donne morte per violenza nell’Unione Europea, avevo pensato a un sicuro errore.
Più uccise o sfigurate nel corpo, fino a esserne invalidate, per mano del compagno o del figlio o dello spasimante o d’un altro qualsiasi familiare che non dalla guerra o dal cancro? Resistevo, istintivamente direi, ad accettare quell’idea, non perché non conosca quale e quanta sia la ferocia in mezzo alla quale viviamo ma, credo, perché l’idea mi era insopportabile. Mi ha soccorso mia moglie che crudemente m’ha detto: non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere; e soprattutto di chi non vuol credere che le sue battaglie non siano in realtà servite a modificare la realtà.
Credo abbia ragione. Anche in quella parte di mondo, benché ancora limitata, nella quale le donne hanno raggiunto una condizione di non più aperta sudditanza e sopraffazione (miglioramento certo dovuto alla lotta continua e sincera dei progressisti), anche lì resiste una zona oscura dovuta al più antico dei retaggi, che vede nella donna se non più un mezzo per stringere alleanze ed allargare regni, se non una pura merce di scambio… qualcosa comunque che “appartiene”.
Appartiene all’uomo che l’ha amata o la ama, che l’ha sposata o vuole sposarla o l’ha abbandonata, o che vanta comunque su di lei un diritto di sangue o d’affetto. Figlio, fratello, padre, marito, compagno d’una stagione magari breve. E’ la cruda verità: noi ci indigniamo per le bambine mutilate nel sesso, per le adultere lapidate a morte, per le madri che per guerra o per fame vedono morire i figli. Ma riflettiamo un attimo: ci indigniamo davvero altrettanto per uno di questi assalti violenti, tanto spesso mortali, dei quali è vittima una donna?
O ci limitiamo a scuotere la testa e a dire che il mondo è pieno di pazzi? Credo valga la pena di pensarci un po’ su.
La gravità dei fatti sempre sminuita colpevolizzando le vittime
di Giuseppe Di Lello
La violenza subita da parte di un partner o padre o fratello o marito – e cioè la violenza giustificata dal primato patriarcale – è la prima causa di morte delle donne (tra i 16 e i 46 anni) nell’Unione europea e nel mondo. Sembra una notizia incredibile: non è vero e non ci credo.
La fonte, però, è attendibile perché si tratta del prestigioso Consiglio d’Europa (un organo che non ha nulla a che vedere con le istituzioni comunitarie dell’Unione) il cui principale obbiettivo è la salvaguardia dei diritti fondamentali per mezzo della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, un organo giurisdizionale alle cui decisioni gli stati membri non si sottraggono mai: è vero, ma non ci credo.
Stento a crederci anche perché, come hanno spiegato quelli che ci hanno ben riflettuto, nei mezzi di comunicazione la gravità della violenza e/o dell’omicidio di una donna viene sempre sminuita con spiegazioni che tendono a colpevolizzare la vittima e a giustificare il carnefice: lui che non regge all’abbandono; la gelosia (ovviamente indotta dalla vittima) che l’acceca; lui che non regge al richiamo dei sensi; lui che la vuole ricondurre sulla retta via; lui che vuol salvare l’onore della famiglia; e simili. Nulla di strano se, a furia di sminuire, non si fa più caso ai numeri e, alla fine, ci si ritrova con questi dati apparentemente incredibili: è vero e ci credo.
E’ vero e ci credo anche perché le radici “culturali” della nostra società globale sono giudaico-cristiane-islamiche, con tre patriarchi come entità supreme.
Questa potrebbe essere una delle centomila spiegazioni dei dati fornitici dal Consiglio d’Europa. Sarebbe, comunque, interessante avere i dati disaggregati di paradisi socialdemocratici (la Svezia?) o socialisti (Cuba?) o comunitari (il Chiapas?) prima di decidere se suicidarsi (ovviamente le sole donne) o insistere a lottare.
E’ una guerra mondiale, ora non puoi dire:io non c’entro
di Pietro Folena
E’ in corso la grande guerra mondiale. Il fronte è in tutti i paesi, al nord e al sud, a levante e a ponente, dov’è freddo e dov’è caldo, tra i poveri del pianeta e fra i privilegiati. Investe antiche società tribali e modernissime società dell’innovazione. La guerra di genere – assassinii, stupri, violenze, maltrattamenti, abusi – di noi maschi contro le donne. Ce n’è un’altra, collaterale, sorella, indotta: dei padri contro i figli, dei grandi contro i bambini.
E’ difficile chiamarsi fuori: riconoscersi in quella generazione che è stata travolta dal ciclone femminista, che si è rimessa in discussione, che condivide pratiche di cura, che ha scoperto in sé la propria componente femminile, che – eternamente e a volte un po’ stucchevolmente in crisi – cerca nuovi paradigmi. Ora non puoi dire: io non c’entro. Come di fronte a un genocidio, a una strage, al terrorismo. Per una generazione di maschi colta, progressista e nonviolenta nel proprio codice genetico c’è la letteratura e il pensiero che ha rimesso in discussione la natura sociale del maschio cacciatore e guerriero. Ma c’era anche l’intima convinzione che la rivoluzione delle donne avrebbe quasi naturalmente portato, nella modernità, un nuovo modello sociale.
Il problema, invece, in tutta evidenza è quello della modernità, non dell’arretratezza. Di come in questa modernità Thanatos – l’istinto di morte come cultura della realtà, la violenza come pratica politica – abbia fatto arretrare Eros – l’istinto di vita, l’amare il prossimo, anche il nemico, come sé stesso. Thanatos sposa la politica con la morte, Eros rifonda la politica nella vita. La procreazione, la gravidanza, la generazione di nuova vita è intrinsecamente donazione, ricerca dell’altro, consapevolezza del limite, coscienza che la vita è anche perdita.
La nonviolenza diventa allora l’unica via – dolorosa ma ragionevole, ricerca permanente di coerenza tra il dire e il fare. Resiste e indica un altro modo di pensare e di vivere rispetto a quello fondato sulla reificazione delle relazioni umane – in questo inedito mix neoliberista tra spirito proprietario, costruzione di un mercato del corpo e della vita, brevettabilità di ogni forma vivente, aggressività, fanatismo fondamentalista, familismo chiuso – e all’idea attualissima che la politica sia la prosecuzione della guerra con altri mezzi, e che anche la vita faccia parte di questa guerra.
Altro che famiglia tradizionale/unioni di fatto: vogliamo ricominciare a discutere di come – pensando all’amore come grande forza collettiva, alla cura di sapersi stupire di cui ci avvertiva in modo illuminato Paul Ricoeur – facciamo uscire la guerra, a partire da quella quotidiana dei maschi, dalla storia?
Come Quasimodo mi chiedo: siamo ancora quelli della pietra e della fionda?
di don Vitaliano Della Sala
I dati diffusi dal Consiglio d’Europa e riportati da Liberazione sabato scorso (e come spesso accade, solo da Liberazione!) sono di quelle notizie che sembrano assurde o inventate, se non fosse che a raccogliere i dati è stato un organismo tanto autorevole: «La prima causa di morte delle donne è la violenza subita in famiglia, dal padre, dai fratelli, dal fidanzato, dal marito».
Quello che i dati non possono dire è il “perché” una cosa tanto assurda accade. E non solo in quelle realtà dove la donna è maltrattata per…legge, ma anche nei Paesi che si dicono progrediti, dove la discriminazione tra sessi sembra retaggio di un passato remoto.
Ma se ci pensiamo bene, proprio in questi Paesi le “pari opportunità” si danno, anche qui, per…legge, che non è proprio una bella cosa. Ad esempio, ultimamente abbiamo assistito ad uno di questi falsi momenti di promozione della parità tra i sessi, dove i politici maschi, che solitamente occupano la stragrande maggioranza dei posti di potere, hanno concesso alle donne di proporre un articolo della legge elettorale che prevedesse le cosiddette “quote rosa”, nella compilazione delle liste elettorali, articolo prontamente bocciato dalla maggioranza maschile del Parlamento.
Qualche tempo fa, poi, alle elezioni regionali della Campania, il presidente Bassolino impose un listino esclusivamente composto da donne, badando bene, però, a conservare il posto più importante per sé e, secondo me, offendendo le donne come persone incapaci di costruirsi carriere politiche da sole.
In politica, come in ogni ambito della nostra società “progredita”, maschilismo e patriarcato sembrano sconfitti, ma comunque è sempre il maschio che concede, che accontenta, che regala alle donne, forse con più eleganza rispetto al passato, però badando bene a conservare per se il potere di dare e di togliere a proprio piacimento, raccontando poi la favoletta consolatoria che “dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna”: una grande donna ma sempre “dietro” l’uomo. Perciò può essere contenta, ad esempio, la “grande” signora Mastella, diventata presidente del Consiglio Regionale della Campania, non per suoi meriti, ma grazie a quelli (?) del “grande” marito!
Tutto questo per dire che la nostra società è solo apparentemente progredita, almeno in ambito di parità tra i sessi; o meglio, noi siamo convinti che è progredita perché così ci raccontano, così ci dice la legge, così appare, così ci impone il salotto buono d’Italia, quello di Bruno Vespa. I dati sconvolgenti del Consiglio d’Europa – tanto sconvolgenti da non venire diffusi se non da qualcuno – ci dicono che dietro la facciata di rispetto “femminista” all’interno della nostra società si nasconde, subdolo, il maschilismo e il patriarcato di sempre, che ha escogitato metodi sempre più raffinati di controllo e di repressione del mondo femminile, soprattutto in ambito familiare.
Questi metodi sono tanto nascosti e tanto camuffati da non apparire, ma provocano comunque sofferenze e morte: come sempre, come prima, forse peggio che prima, perché oggi è più difficile denunciare tale stato di cose. Una donna che parla di maltrattamenti probabilmente viene irrisa, accusata di complesso di persecuzione, tacciata di vittimismo. «Non siamo mica un paese islamico», si sente sempre più spesso dire in giro, e «il femminismo è cosa del passato», come a dire «vi abbiamo concesso di protestare, ora tornate al vostro ruolo di sempre».
Salvatore Quasimodo si chiedeva: «Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo?». Sì, siamo ancora “quelli” delle caverne, i primati delle prime scene del film “2001: odissea nello spazio”, che hanno scoperto quanto gusto si prova a dominare, ad esercitare potere, a spadroneggiare, non solo sugli altri animali, ma soprattutto su quelli, quelle, della propria specie; e il godimento che si prova nell’esercitare il “potere dei poteri”, quello di dare la vita o la morte.
Forse è qui la risposta al “perché” della violenza sulle donne: loro danno la vita, i maschi, invidiosi di tanto potere, danno loro la morte. O è l’eterna paura del “diverso”, e della femmina in quanto essere totalmente diverso dal maschio; paura che ha prodotto, e produce, il peggiore patriarcato, il maschilismo, la caccia alle streghe, i roghi, le lapidazioni, gli “studi” e le teorie sull’inferiorità femminile.
I dati raccapriccianti del Consiglio d’Europa confermano una sensazione che chi, come il sottoscritto, raccoglie spesso le confidenze di tante persone, non solo nell’ambito del Sacramento della Confessione, aveva da tempo. Sempre più spesso sento storie di donne maltrattate dai familiari, di mogli e fidanzate umiliate dai rispettivi mariti e fidanzati, di figlie offese dai padri. Non sono storie di grandi violenze, ma non c’è un metro per misurarle! Violenze “piccole” di quelle per le quali non ci sarebbe posto nemmeno nei trafiletti dei quotidiani, comunque violenze; spesso non violenze fisiche, ma psicologiche, comunque violenze.
Quello che mi colpisce non è però il racconto di queste “piccole” violenze, ma la paura che si sappia in giro, la rassegnazione che «tanto così sono sempre andate le cose», il terrore delle ritorsioni dei maschi di casa e forse quello dell’irrisione degli altri: «Non siamo mica l’Iran».
Forse è proprio questa la peggiore violenza, quella “piccola”, quotidiana, quella che si consuma nel chiuso delle case e all’ombra delle famiglie. Una violenza travestita di amore (anche questo mi è capitato di sentire: «Mi picchia perché mi ama!»), una violenza difficile da denunciare, anche per l’opposizione delle vittime alle quali basta sfogarsi con il confessore. Una violenza che, come confermano i dati del Consiglio d’Europa, troppo spesso causa la morte.
Una violenza che dovrebbe farci solo vergognare: più cresciamo, più progrediamo, più diventiamo super-uomini… più diventiamo disumani!
Tra chi picchia e chi no un confine molto labile
di Andrea Milluzzi
Innanzitutto, una premessa: chiunque abbia alzato le mani su una donna è un vigliacco violento. Perché non c’è niente di più semplice che far valere la propria forza sapendo di non rischiare praticamente nulla.
Detto questo, perché gli uomini picchiano le donne? E, soprattutto, perché le picchiano così violentemente da arrivare ad ucciderle? Difficile dare una risposta valida per tutti i casi.
I dati che abbiamo a disposizione ci dicono che le violenze avvengono per mano di mariti, fidanzati e padri e che l’età in cui le donne rischiano di più va dai 16 ai 44 anni. Cosa vuol dire questo? Che il male da ricercare è all’interno della famiglia, o comunque degli affetti più cari. Si potrebbe quindi azzardare la teoria che più stretto è il legame che ci stringe ad una donna, più alto è il rischio che le facciamo correre. Ma anche questa è una spiegazione che non convince del tutto.
Se facessimo una proporzione fra rapporti d’amore e rapporti violenti, la bilancia penderebbe sicuramente a favore dei primi. Gelosia, manie possessive? Esistono, eccome. La ferrea sicurezza che le donne non possano avere opinioni e tantomeno rivendicazioni è purtroppo dura ad estinguersi. Come dimenticare poi l’alcoolismo, i raptus di follia, i “padri padroni”? Insomma, le spiegazioni sono molteplici, potremmo trovarne una diversa per ogni caso di violenza accaduto.
Il confine che separa gli uomini che picchiano le donne da quelli che non lo fanno si basa soprattutto su una differente scala di valori e su una differente capacità di auto-controllo. Però è un confine molto labile perché credo che la volontà di imporsi faccia parte della natura umana. E credo che questo dovrebbe interessare anche le donne, perché solo loro potrebbero insegnarci ad imporci senza dover necessariamente ricorrere alla forza bruta.
Gli uomini non sanno stare in coppia
di Daniele Zaccaria
Perché picchiamo, violentiamo e spesso assassiniamo le donne? Perché lo stimato chirurgo, il proletario senza avvenire, la celebre rockstar e l’anonimo impiegato, si assomigliano in modo così sinistro quando si tratta di elargire randellate alla propria compagna-amante-consorte?
Proviamo a dare una risposta schematica: gli uomini uccidono le donne perché sono fisicamente più forti. Perché, stricto sensu, possono permetterselo. Il ragionamento in teoria funziona, ma non rende ragione di un fenomeno che per molti aspetti trascende il mero “stato di natura” e chiama in causa lo sviluppo storico e l’organizzazione delle civiltà complesse.
Aggiungiamo allora un elemento culturale: gli uomini uccidono le donne perché lo hanno sempre fatto, legittimati da una società concepita e governata dai maschi, i cui tempi venivano scanditi dal metronomo dolente della discriminazione, dall’esclusione sistematica dai luoghi del potere o della semplice discussione. In tal senso, i violentatori di oggi non sono altro che i figli dei loro padri, i degni pronipoti dei loro brutali antenati. Solo una questione di retaggio, di crudeli eredità dunque?
Eppure, negli ultimi 50 anni la donna (almeno in Occidente) ha conquistato con fatica diritti e libertà impensabili appena un secolo prima. Un’emancipazione senz’altro parziale e incompiuta ma visibile ad occhio nudo in molti campi della vita attiva e della sfera pubblica. Però all’ombra del focolare nulla sembra cambiato. Perché?
Avanzo un’altra ipotesi, per così dire, fattuale: credo che gli uomini uccidano le donne perché semplicemente non sanno stare in coppia. Convivere significa condividere spazio e tempo, piccole miserie e grandi speranze, è un esercizio permanente di simmetrie emotive e di intimità più o meno amorose.
Vivere questa reciprocità non è un fatto scontato soprattutto per chi crede che la morosa di turno sia un’allegra protesi della propria persona, un oggetto di cui disporre a piacimento o addirittura una trasfigurazione coniugale della figura materna.
Se i rigidi codici della famiglia patriarcale e del matrimonio religioso garantivano a loro
modo uno “squilibrato equilibrio”, oggi quel compromesso è saltato in aria, soppiantato da un modello domestico che prevede uguaglianza di diritti e di doveri. Le donne se ne sono appropriate da decenni, gli uomini no.
E’ ora di mettersi al lavoro.
Qualcosa di profondo e diverso, che è solo maschile
di Claudio Jampaglia
Si alzano le mani per comodità, per non capire, ammettere, per non guardare, per dolore e ignoranza di sé, per bullismo, machismo, diseducazione, odio e travisato amore. Sempre su un* altr*, che sia diverso, nemico o consanguineo. Ma quando l’altr* è una donna si alzano pugni e calci, per qualcosa di più e profondo e diverso, che è solo maschile e sta nella sfera della gigantesca confusione del “mi appartiene” (perché maschio mi appartiene la violenza, la mia donna, il mio piacere…).
Mia nonna me l’ha ripetuto incessantemente: “Una donna non si picchia nemmeno con un fiore”. Unico ragazzo in una famiglia maternale a maggioranza femminile, ho conosciuto uomini miti e ho un padre per cui ho provato timore per la sua autorevolezza ma che non ha mai alzato una mano su di me, mai (e mi ha abbracciato molto). Io odio la violenza fisica, i branchi e l’ira. Ne sono quasi terrorizzato. Così più che darle le ho prese, ai giardinetti, in piazza e anche un paio di schiaffi di ritorsione femminile a qualche mia prepotenza.
Sono diverso? No. Sono solo stato protetto, accompagnato. Perché maschio rimango e benché non alzi le mani, rimane intatto quel mix complesso di forza, potere, conquista, certezza sull’altra che accompagna molta parte dell’amore maschile, almeno nei suoi inizi, nel modo di intenderlo “comunemente”.
La famiglia, la coppia, “l’altra un po’ tua” sono la discarica di un copione già scritto: aspettativa delusa, frustrazione e rifiuto sono la molla della forza, del ripiegamento, della negazione. Tutta la vita maschile è una battaglia per essere accolti, compresi, così come ne sentiamo il bisogno. Nell’amore ho trovato il mio egoismo, il mio modo unico di volere l’affetto, per me. Nella sessualità ho sempre vissuto la necessità di passare dal mio fuori a un dentro che non mi apparteneva e che volevo.
È invidia, possesso, di un sesso tutto esterno da sbandierare e stappare, che si deve far vedere gaudente? Una lotta inutile per non morire così come si è stati, unici solo a se stessi? L’altra scatena nell’uomo un’interrogazione costante, continua di quello che è. E l’uomo “mena” la sua immagine più vera. Lo specchio.
Come battere questo orrendo malinteso di genere? C’è tanta felicità e gioia per un funerale laico da celebrare in piazza e a letto, il funerale al possesso di sé che passa sul dominio dell’altr*, il corteo funebre del coito mal riuscito che ti ha inciso l’autostima, la veglia cantata dell’io, io, io, senza l’altr*. “Ciascuno di noi, da solo, non vale niente”.
(f.sa.)
Un asilo a Palazzo di Giustizia?
«Ci manderei subito la mia figlia più piccola». Laura Amato parla in doppia veste: pm e mamma. Appesa al muro c´è la toga e nella borsa la foto delle bambine. Tre. Occhi castani, azzurri e verdi.
Un asilo in mezzo alle aule?
«Sarebbe un segnale importante. Oggi la maggioranza dei nuovi magistrati sono donne, ma il nostro non è un lavoro facile per le mamme, non sono previsti part-time o permessi per allattare. È difficile conciliare la famiglia con udienze e turni. E poi le mie figlie sanno che faccio il magistrato, mi piacerebbe che potessero venire qui, perché sarebbero più vicine e conoscerebbero il mio ambiente di lavoro».
Un ambiente particolare…
«È vero. Bisogna studiare soluzioni che garantiscano ai bambini di non vedere cose che possano impressionarli, come le persone in manette. Ma una soluzione forse c´è: l´asilo potrebbe essere ospitato in aree adiacenti, come piazza Umanitaria».
Le nuove vestali Alle Scuderie Aldobrandini di Frascati, «Altre Lilith», trentasei artiste internazionali in un percorso che mette in scena ibridazioni e identità multiple. Da Orlan a Manzelli
Il percorso Bambine demoniache, ritratti dark, carcasse di animali. Un universo alla rovescia raccontato da serie fotografiche, pennelli, sculture, opere digitali fra biogenetica e memoria privata
Arianna di Genova
Trentasei artiste in mostra per raccontare la prismatica identità femminile, tra ibridazioni del corpo e morphing «mentale». Nelle Scuderie Aldobrandini di Frascati – fino al 27 novembre – si potrà camminare fra i sogni e gli incubi delle autrici selezionate dalle due curatrici della manifestazione, Rosetta Gozzini e Gabriella Serusi (catalogo Gangemi editore). Il titolo suggerisce la notte popolata da Altre Lilith e chiama in campo le vestali dell’arte del terzo millennio (così recita invece il sottotitolo). E in scena va soprattutto il «body» nelle sue metamorfosi, puzzle impazzito tra tecnologia e epidermide. L’architettura fantastica è il concetto chiave per reinterpretare l’identità nel XXI° secolo e le artiste sono maestre eccelse nel prodursi disinvoltamente in questo spostamento continuo. Il viaggio all’interno della de-territorializzazione parte dai simulacri degli abiti, tutine-rifugio, materiali post atomici «cuciti» da Lucy Orta (Birmingham, 1966) per approdare poi alle mutazioni digitali di Orlan, un tempo paladina delle sculture carnali incise sul suo stesso corpo e oggi icona ibridata con antichi totem. Il cyberbody si fa mediatico, l’apparenza prende il posto della realtà chirurgica e lo schermo quello del tavolo operatorio.
La mostra di Frascati si propone dunque di essre una mappatura in soggettiva delle trasformazioni possibili: adattamenti a stereotipi femminili, domesticità che diventano selvagge, animalesche presenze che frugano in angosce inconsce. La strategia artistica fa cortocircuito con la biogenetica: gli sdoppiamenti di Janieta Eyre, teatrali fantasmi esistenziali, indicano la nuova strada della contemporaneità. Londinese, sceglie il travestimento per entrare in contatto con le «maschere» di eroine e principesse che assumono i tratti bestiali di presenze demoniache, inquietanti «errori» di natura. Anche Floria Sigismondi (Pescara, 1965) scardina il mondo dell’autobiografia e si ritrae come strega malefica accompagnata da un perfido gatto/cane di misteriosa provenienza, raccontando con quell’immagine la favola dark dell’insondabilità materna.
Le bambine della sudafricana Nicky Hoberman, piccole fanciulle dalle teste smisurate, gli occhi felini e criniere inverosimili, sono più simili ad animali pronti all’aggressione che a dolci figurine dell’infanzia. La crudeltà del loro atavico sguardo, quello scomparire di ogni tratto di umanità, rimanda alle donne dipinte da Margherita Manzelli. Potrebbero essere le sorelle maggiori, cresciute troppo in fretta, delle bambine non addomesticate di Hoberman.
Decostruire ogni cliché attraverso l’inafferabilità di una forma-corpo, rendendo nomade e «liquida» la personalità dei soggetti, è allora l’arma vincente per queste artiste che, pur nella loro diversità, esplorano la memoria, la nostalgia, l’aberrazione, la biopolitica, la transitorietà (nelle adolescenti sorridenti e già svanite di Yumi Karasumaru). La bulgara Gemisheva imprigiona il corpo in vestiti surreali. In Out of Myself , una sposa imbrattata del sangue che cola da una carcassa animale, lancia uno sguardo penetrante allo spettatore che si sente voyeur fuori posto, testimone di una qualche tragedia storica narrata solo per ellisse. La turca Sukran Moral mostra una donna incinta, corpo mutante/doppio per eccellenza e la ribattezza come Cristo, mimando con le braccia la croce del martirio. C’è anche Bülbul, volto di ragazza (è l’artista medesima) ingabbiato, con un’acconciatura di uccellini non più abili al volo, bestiole ormai impagliate. La napoletana Donatella Di Cicco (classe 1971) invece preferisce sconnettere, nelle sue foto, una serie di azioni quotidiane, tutte compiute da donne, in stazioni ferroviarie abbandonate o supermercati in disuso. Atmosfere apocalittiche, da day-after, che parlano del ritratto di una generazione costretta a fare i conti ogni giorno con l’assoluta precarietà del proprio mondo.
Rinalda Carati
“C’È UN GRANDE STRISCIONE dietro il tavolo degli oratori, con la scritta NO MOReATTI OSCENI, in una grande aula che sembra luminosa nonostante la giornata grigia, nel polo universitario chiamato della “Veronetta”, sede delle facoltà umanistiche. E sedu-
to al tavolo, c’è un ragazzo che parla di Calvino e di Baricco a una platea non troppo folta ma attentissima e generosa di applausi. Alla Università di Verona c’è stata una occupazione che verrebbe da definire «atipica», se quella parola non avesse già assunto nel senso comune un significato un po’ amarognolo: i ragazzi e le ragazze hanno gestito attività di diverso genere in una aula “contrattata” per non creare troppi problemi agli studenti che volevano continuare a seguire le lezioni, hanno organizzato la partecipazione alla manifestazione del 25 ottobre a Roma, ora stanno organizzando altre iniziative per la metà di novembre. Verona è una Università relativamente “giovane”: l’autonomia la ha avuta nel 1982, e attualmente dispone di sette facoltà, Economia, Giurisprudenza, Lettere e Filosofia, Lingue e Letterature Straniere, Medicina e Chirurgia, Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e Scienze della Formazione che comprende il corso di laurea interfacoltà di Scienze delle attività Motorie e Sportive.
La lettura commentata (i testi proposti sono tratti da Oceano Mare e da Le città invisibili) precede l’assemblea, e segue alla iniziativa che il giorno prima ha visto raccolte nei cortili alcune centinaia di persone, studenti e docenti uniti dalla necessità di fermare la legge Moratti sulla riforma Universitaria. Un altro cartello recita: non demoralizziamoci, demorattizziamoci. Studenti e studentesse non sembrano, infatti, demoralizzati; sembrano piuttosto aderire davvero a quell’ultima frase delle “Città invisibili” di Calvino che viene proposta dal palco: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
È la frase di Calvino che torna in mente quando, poco dopo, all’assemblea, una ragazza spiega: le occupazioni hanno una cattiva reputazione, ma noi vogliamo smontare il modello negativo delle occupazioni e lo possiamo fare. «Creiamo noi e facciamo quello che non ci è concesso fare», dice un’altra. E un ragazzo: «Discutiamo il senso che vogliamo dare a quello che stiamo facendo, è la prima volta e ne siamo anche piuttosto orgogliosi». Sì, ma occupare perché? Certo c’è la protesta contro la legge Moratti a muoverli, ma c’è anche l’insoddisfazione per quello che l’Università offre. «Non è ancora tutto definito – spiegano – ma certamente dobbiamo arrivare a una piattaforma di richieste, insieme a tutti gli altri che sono scesi in lotta, per ottenere un altro modello di università».
L’organizzazione tra un ateneo e l’altro pare di capire che passi soprattutto attraverso Internet e, naturalmente, gli onnipresenti cellulari. Che cosa manca? La prima cosa che indicano nell’elenco delle carenze è quella degli spazi. Non è possibile avere un’aula se non si fa parte di una associazione: cioè, gli studenti in quanto tali non hanno diritto a un luogo dove incontrarsi. «L’Università dovrebbe essere un luogo di relazione», spiegano. Su un tavolino piccolo, da una parte, ci sono quelli che sembrano i resti di una spesa al discount: pseudo Coca Cola, e qualche altra bevanda. Tutto piuttosto in ordine. Ragazzi e ragazze parlano anche, come in tutti gli altri atenei, del tre+due che non piace a nessuno, della fatica e dell’aridità di uno studio di cui sembrano percepire soprattutto l’aspetto della frammentazione. Come se chiedessero aiuto nello stabilire legami tra idee, momenti e fatti della storia, immagini e poesia. Eppure, l’associazione tra le parole di Calvino e la musica degli Afterhours poche decine di minuti prima, era venuta fuori così naturale…
Sembrano molto attenti al rispetto delle regole democratiche, l’assemblea inizia con la scelta di chi deve occuparsi di presiederla: non per fare una cosa burocratica ma per fare una cosa antiburocratica.
Invitano a parlare i rappresentanti degli studenti, che descrivono una loro situazione difficile, i limiti entro i quali devono muoversi: poca comunicazione con i loro rappresentati, poca contrattualità. A eleggerli, d’altra parte, va solo il 15% della popolazione studentesca. L’immagine che resta della giornata, è quella di un giovane che dice: sì, ma se poi restiamo in quattro? E una ragazza risponde: ma lo sai in quattro quante cose si fanno…
Dalla più celebre e contestata enciclopedia in rete nasce il progetto di una libera università globale, che non rilascia diplomi, ma propone un insegnamento aperto e collettivo
Maria Teresa Carbone
Forte del successo planetario di Wikipedia, l’enciclopedia online a contenuto libero che, nata nel gennaio 2001 su iniziativa dello statunitense Jimmy Wales, conta adesso quasi due milioni di voci redatte in oltre cento lingue da migliaia di volontari sparpagliati in ogni angolo del globo, la Wikimedia Foundation ha sottoposto in questi giorni al giudizio della vasta e tumultuosa comunità dei «wikipediani» una nuova impresa, per certi versi ancora più audace della precedente: l’organizzazione a livello mondiale di una libera «wikiversità», ovviamente online, ovviamente gratuita, ovviamente aperta a tutti. Che il progetto sia ambizioso, è confermato dalla pagina di presentazione (leggibile in inglese all’indirizzo en.wikibooks.org/wiki/Wikiversity:Vision), dove – sotto il titolo «Benvenuti alla wikiversità, il futuro dell’apprendimento e dell’insegnamento» – si propone come modello del nuovo ateneo addirittura la scuola di Pitagora, descritta con toni quasi fiabeschi: in un ampio spazio circondato da un colonnato e punteggiato da ulivi e da aranci, «gli studenti, giovani e vecchi, uomini e donne, aspettavano il maestro, raccolti in piccoli gruppi o seduti da soli in meditazione, e i loro sussurri, mescolandosi al cinguettio degli uccelli, creavano una sorta di sinfonia».
Quale differenza rispetto alla situazione attuale, commenta l’anonimo estensore del testo (soggetto peraltro, come tutte le «wikipagine», alle correzioni di qualsiasi utente del sito): «Da allora abbiamo compiuto enormi progressi quantitativi nelle diverse discipline, ma lungo il percorso abbiamo perso la qualità, e oggi ci manca la sensazione che la conoscenza e lo sviluppo costituiscono una parte integrante della nostra vita e che in quanto tali dovrebbero agire al servizio nostro e della nostra umanità». Ma ecco che, «come la fenice dalle sue ceneri», il progetto della «wikiversità» mira a «coniugare la scienza moderna e gli antichi ideali». Con la differenza, rispetto alla Grecia di Pitagora, che «oggi il privilegio non consiste più nell’accesso alla conoscenza, ma nella decisione di prendere parte attiva al futuro dell’apprendimento».
Nel concreto, la «wikiversità» – se il progetto sarà approvato – intende rivolgersi al suo potenziale pubblico di studenti non come un classico ateneo (non si rilasciano lauree, o altri titoli di studio, dato che «non sarebbe possibile accertare l’effettivo svolgimento del lavoro», e anche l’attività di ricerca, per quanto ammessa, rappresenta solo un aspetto marginale dell’iniziativa), ma come un luogo virtuale dove si insegnano «altrettanto bene, e forse meglio» le stesse materie che compongono i corsi di studio di una università tradizionale. Obiettivo centrale della «wikiversità», però, è soprattutto quello di creare «una modalità radicalmente nuova nell’ambiente e nelle risorse di apprendimento», la cui identità e le cui caratteristiche «saranno di continuo riformulate dagli studenti e dai docenti»: un obiettivo a cui in realtà l’ormai gigantesca Wikimedia Foundation già mira da un paio d’anni, da quando cioè è stato avviato il progetto dei «wikibooks», manuali scolastici in rete gratuiti e «aperti», consultabili (ed eventualmente emendabili) da chiunque. Nato nel luglio 2003 su iniziativa di un membro particolarmente attivo della comunità «wikipediana», Karl Wick, lo scaffale dei «wikibooks» conta oggi circa dodicimila testi in lingua inglese (e alcune centinaia in italiano), «moduli» che affrontano argomenti diversi come l’algebra applicata o lo studio della lingua norvegese e che variano da semplici abbozzi (stubs) a veri e propri libri di testo di decine o centinaia di pagine.
Sebbene di fatto siano molto pochi, anche negli Usa, gli insegnanti che hanno abbandonato i classici manuali in favore dei «wikibooks», il progetto ha suscitato critiche sferzanti, soprattutto da parte di quei numerosi utenti della rete che considerano con grande diffidenza anche l’operato (e il successo) di Wikipedia: attaccando la mancanza di un processo formale di revisione e di controllo dei testi introdotti nell’enciclopedia – e a maggior ragione in questi «manuali scolastici» liberi – l’editore esecutivo dell’Enciclopedia Britannica, Ted Pappas, ha dichiarato in una intervista al Guardian che «non è assolutamente dimostrato il presupposto di Wikipedia, secondo cui il continuo miglioramento porterà alla perfezione». Più sfumata l’opinione di Danah Boyd, ricercatrice presso la School of Information Management and Systems dell’Università della California a Berkeley, secondo cui Wikipedia «non sarà mai una vera enciclopedia», consultabile per scopi accademici, anche se «può contenere un ampio bagaglio di conoscenze valide».
Alla luce di queste polemiche, l’idea di lanciare la «wikiversità» globale rappresenta insomma una sfida, che all’interno della stessa comunità dei «wikipediani», chiamati in questi giorni a esprimere il loro voto circa la validità e la fattibilità del progetto, ha suscitato reazioni molto diverse, dall’entusiasmo incondizionato («una idea eccitante», «un sogno che si avvera») a posizioni caute, o anche decisamente negative.
Ma il vero nodo della questione – quello da cui dipenderà il futuro della «wikiversità», e forse della stessa Wikipedia – è stato sollevato da un giovane poeta americano, Amish Trivedi, autore fra l’altro di alcuni «wikibooks» nell’ambito della storia della letteratura: «Odio perfino avanzare un simile suggerimento – scrive Trivedi in una pagina di commento – ma mi chiedo se non sia arrivato il momento di pensare a una qualche forma di governo (governing body) della “wikiversità”. Mi rendo conto che questa idea si distacca dalla formula tradizionale, ma ho la sensazione che non esista attualmente una direzione precisa, e penso che forse ipotizzare una leadership, per lo meno temporanea, della “wikiversità”, potrebbe non essere una cattiva idea».
“Lei ascolta, lui interrompe, lei racconta di sé, lui se può lo evita”
Un sondaggio dell´università di Trieste su come comunicano fra loro i giovani
Il professor Franco Grossi: “I maschi preferiscono un dialogo a emotività zero”
Maria Stella Conte
Lei ascolta. Intanto scannerizza il suo interlocutore. Lo studia. Lo osserva. E cerca un modo per braccarlo, per stabilire un rapporto diretto, una relazione personale. Lui anche, ascolta. Ma il 60% delle volte disquisisce di politica, cultura, sport, attualità, sgusciando via da qualsiasi tentativo di approfondire il contatto sul piano umano: la ricerca di eventuali affinità elettive non lo interessa, semmai se ne sente infastidito quando non ne è terrorizzato.
“L´uomo tende a una comunicazione più centrata sui contenuti ma superficiale, a differenza della donna che punta sulla conoscenza di chi le è di fronte e su un sentimento di condivisione”. Il professor Franco Grossi, docente di “Tecnologie per l´informazione e la comunicazione” e di “Ergonomia&comunicazione” all´università di Trieste, ha dedicato all´argomento, con l´ausilio dei suoi studenti, una ricerca. Partendo dall´ormai acclarato presupposto che “le differenze tra uomini e donne non sono solo di genere sessuale e non sono neanche un luogo comune: gli studi nell´ambito delle neuroscienze evidenziato, infatti, che le strutture cerebrali degli uomini e delle donne sono diverse e ciò influisce direttamente anche sul differente modo di comunicare”. I risultati dello studio (300 gli universitari tra i 21 e i 30 anni interpellati) mettono a fuoco queste asimmetrie del comportamento verbale e sottolineano come influiscano anche sui luoghi di lavoro dove, ad esempio, collaboratori e colleghi possono sentirsi più valorizzati, motivati e coinvolti da un modo di comunicare che non si limiti ad uno schematico scambio di informazioni: la capacità femminile di tessere relazioni formando gruppi affiatati, potrebbe rivelarsi, insomma, una preziosa risorsa “per una società nella quale – sostiene Grossi – il modello gerarchico è destinato a scomparire”.
Le donne ascoltano più a lungo (39% contro il 36 dei maschi) e sono convinte che la comunicazione possa trasmettere valori etici e morali (72,8% contro il 67,4); gli uomini interrompono più spesso (28,6% contro il 26 delle donne), parlano pochissimo di questioni personali (18,6% contro il 41,2) però dichiarano in maggior numero di usare consapevolmente il linguaggio del corpo: il 75,6% contro il 72,3 delle femmine. Ciononostante, alla domanda: “Chi si serve maggiormente di comportamenti al limite della moralità per scopi personali?”, il 53% delle donne risponde “entrambi”, mentre il 47% degli uomini indica “la donna”. Secondo Grossi questo rivela quanto i mass media trasmettano al genere maschile un´immagine femminile (pronta a tutto pur di raggiungere lo scopo) magari poco reale, ma dalle radici ben piantate nell´incoscio collettivo.
Benché questi differenti comportamenti abbiano un´origine organica, commenta Grossi, non significa che le cose resteranno eternamente così: la consapevolezza che esistono due differenti registri di comunicazione è già di per sé un cambiamento. “Le donne stanno apprendendo infatti alcune forme di comunicazione prettamente maschili mentre gli uomini stentano a fare il salto e perseverano nell´usare una scala di valori gerarchica che li vuole in una posizione di supremazia”. Dunque, comunicazione a emotività zero. Che non si può certo dire che storicamente non abbia funzionato, né per quanto ancora funzionerà. Ma forse non è azzardato, pronosticare: molto.
Di passaggio a Roma con un gruppo di donne che annuncia il social forum africano, la «diabolica» cantante maliana racconta la sua musica, l’incontro con le idee di Aminata Traoré e i retroscena di vita che hanno generato l’ultima canzone-omaggio per Thomas Sankara
Marco Boccitto
La voce di Nahawa Doumbia arriva da dietro, come una stoffa pregiata che avanza strusciando sul pavimento. Due o tre strofe a cappella sulla dignità (pentatonica) dell’Africa. Giusto il tempo di far riprendere fiato a Aminata Traoré, la scrittrice ed ex ministra della cultura maliana, che tornerà subito dopo al suo eloquio battente sugli squilibri nord-sud, la lotta contro l’immagine distorta che i media diffondono dell’Africa, contro il totalitarismo economico del Fondo monetario, per i diritti degli esclusi e dei migranti. Entrambe fanno parte di questa «carovana della dignità» che ha girato nei giorni scorsi pezzi di Africa e di Europa, per richiamare l’attenzione in una serie di incontri ufficiali sui temi che domineranno a gennaio il Social Forum di Bamako, Mali. L’intellettuale e la cantante, ma anche la biologa, la contadina e l’artigiana, una delegazione-spaccato per esprimere le urgenze di una società come quella maliana, che proprio a partire dalle sue creazioni musicali e dai suoi ministri della cultura (oggi tocca al grande cineasta Cheick Oumar Sissoko) si segnala da tempo tra le più dinamiche del continente. E da quel tempo la voce di Nahawa Doumbia ha un retrogusto di denuncia sociale più o meno manifesta. Insieme al talento un po’ selvatico, accanto al timbro vocale acidulo e penetrante, sono stati soprattutto i testi a renderla una regina della canzone maliana moderna, antesignana delle varie Rokia Traoré che ora emergono da lì. «Le mie canzoni sono sempre incinta – racconta – e attraverso le parole partoriscono significati. Aminata Traoré le ama proprio per questo, per il modo in cui trattano certi soggetti. Un giorno mi ha detto che dovevo assolutamente diventare la voce di questa battaglia. Io sono un po’ sospettosa verso la politica e quindi verso i politici, ma lei mi ha convinta rassicurandomi sulle finalità sociali di questa lotta. Però per cominciare mi ha affidato a sua figlia, che è una specie di stilista, affinché curasse la mia immagine pubblica».
Per fortuna ci sono andati leggeri. Nahawa Doumbia infatti non è diventata un’intellettuale né una diva. Se deve dire qualcosa, in genere canta. Lei che prima di Oumou Sangare e delle cosiddette «dive del Wassolou», era l’unica in Mali a provocare deliberatamente il corto circuito tra leggi tradizionali e indole femminista, tra islam, animismo e laicità. Vent’anni fa per esempio impazzava con Djina Mousso (letteralmente «donna diabolica»), manifesto di grinta e spregiudicatezza. «L’intero disco da cui veniva quel brano (Didadi, ndr) era molto forte – ricorda la cantante -, trattava temi sociali ma soprattutto ammiccava a una certa religiosità popolare e pagana, i sacrifici per i djinn, l’arte della divinazione e cose simili». Qui comincia a mimare le diverse posture in cui può morire un gallo dopo che gli hai tagliato la gola, spiegando nel dettaglio i corrispettivi significati. «Anche la scelta degli arrangiamenti elettronici così vistosi – aggiunge – doveva sostenere questa sorta di provocazione».
Erano i tempi in cui sul Mali regnava Moussa Traoré, un militare filo-cinese e anti-francese salito al potere con il solito colpo di stato. Lo hanno liquidato in seguito come un tiranno ottuso, ma Nahawa Doumbia – dimostrando subito quanto fosse sincera la sua dichiarazione di mlontananza dalla logica della politica – non è mica d’accordo. «Con me è stato sempre molto gentile. Solo una volta ebbe a rimproverarmi, dopo aver ascoltato un mio brano. La canzone diceva: «Se dio ti fa nascere cavallo ma tu non sei capace di gestire bene questa nobiltà finché sei in vita, stai pur sicuro che morirai da caprone». E lui: “Non ti sembra di essere un po’ troppo piccola per cantare questo genere di cose?”. Lo hanno accusato di avere incarcerato, torturato, ucciso i suoi oppositori, ma a me non risulta». Poche ore prima era Aminata Traoré che nell’incontro pubblico romano della delegazione faceva notare come anche il primo presidente del Mali indipendente, Modibo Keita, considerato tutto sommato un buon padre della patria, se non un eroe, secondo i parametri occidentali oggi sarebbe bollato come dittatore.
E chissà, magari anche Thomas Sankara rischierebbe qualcosina. Nel suo recente disco, Diby, Nahawa Doumbia trova non solo un equilibrio plausibile e suadente tra antico e moderno, ma anche lo spunto per la sortita anti-revisionista di Thomas Sankara, un brano in cui torna a ricordare il capitano dell’utopia vissuta negli anni `80 dal Burkina Faso, a due passi da casa. «Sankara era davvero un buon amico, oltre che un grande fan. Nelle mie canzoni sembrava trovare un prezioso alleato per le sue politiche. In più di un’occasione mi invitò personalmente a cantare in Burkina. La prima volta c’era molta tensione tra i nostri due paesi, ma dopo il concerto dichiarò che avrebbe revocato la sera stessa lo stato d’allerta alle frontiere. A chi gliene chiedeva il motivo spiegava: “Ha già detto tutto Nahawa Doumbia”. Tra i nostri popoli c’erano stati troppi matrimoni misti, sapeva bene che l’unica soluzione era la pace».
Nella nuova canzone dedicata al presidente del «paese degli uomini liberi», la cantante dice tra l’altro che «una pecora può sedere sulla pelle del leone solo quando quest’ultimo è morto». È forse un affondo a Blaise Compaoré, assassino di Sankara e attuale leader del paese? Macché. «Sono stata invitata anche da lui e sono andata – confessa senza imbarazzo la cantante -, ma la gente mi ha fatto notare che dal volto traspariva tutta la differenza del mio stato d’animo». Così la mmoria torna dove la porta il cuore. «Il 4 agosto 1986 – rievoca – Sankara voleva celebrare il giorno dell’indipendenza con un grande concerto di vedette africane, con Miriam Makeba ospite d’onore e tutto il resto. All’epoca io lavoravo ancora come infermiera e non riuscivo a ottenere il permesso dall’ospedale, inoltre ero appena rimasta incinta e non stavo affatto bene. Lui niente, fece intervenire il presidente: fu Traoré in persona a ordinarmi di andare. Cantai Baroo, nel quale esorto Sankara a diventare “una terra su cui i suoi connazionali possano camminare a testa alta”. Da lì partii subito per un tour regionale, ma a Ouahigouya, la città santa del Burkina Faso, ho avuto un’emorragia e sono finita in ospedale. La gente al concerto non voleva credere che stavo male, sospettevano ci fosse qualche strana manovra politica sotto. Insomma, stavano facendo venire giù il teatro, così fu permesso a una delegazione di andare in ospedale per accertare la verità. Alla fine niente concerto, ma quel che è peggio è che ho perso il bambino».
L’orgoglio di mamma oggi è qui, è l’artista più giovane aggregata alla delegazione e si chiama Dousso Bagayoko. Nahawa Doumbia l’ha avuta dal musicista maliano Ngou Bagayoko, con il quale continua a lavorare anche dopo il divorzio («di fronte al nostro rapporto – dice maliziosa – anche i bianchi si tolgono il cappello»). Pare che questa unica figlia prometta bene come djina mousso del futuro. «Giuro che non le ho insegnato nulla – dice Nahawa Doumbia -. Posso dire che era molto brava a scuola e che alla maturità qualcuno le ha persino detto “stai attenta alla tua vita, sei troppo intelligente per cantare”. Il fatto è che a dieci anni ha vinto un premio, perché era bravissima a imitare i cantanti famosi. Poi i miei musicisti l’hanno invitata sul palco, durante la pausa di un concerto, e il pubblico è impazzito. Che devo dire? Ha già fatto due dischi e attualmente in Mali è seconda in classifica».
Elisabetta Marano e Luciano Sartirana
Questo è il nome di una delle stanze presenti sul sito della Libreria delle Donne che nasce su iniziativa del gruppo di riflessione donne e uomini, costituitosi a Milano tre anni fa.
Il primo compito della stanza è raccogliere testi che narrano la relazione di differenza tra donne e uomini. Il secondo è alimentare la riflessione, stimolando e arricchendo lo scambio tra donne e uomini.
Abbiamo suddiviso la stanza in cinque sezioni:
– nei “Contributi” sono raccolti testi inediti, scritti da uomini e donne, che riflettono sulla relazione di differenza. Spesso conosciamo gli autori dei testi, e ci piace discutere con loro i temi che propongono nei loro articoli. Lo consideriamo, nella stanza, il luogo dello scambio per eccellenza;
– la “Rassegna stampa” riporta articoli comparsi su quotidiani e periodici;
– “Via Dogana” è l’indice ragionato degli articoli comparsi sulla rivista inerenti l’argomento;
– “Le 10 domande”: le donne del gruppo hanno sottoposto ad alcuni uomini dieci pimpanti domande su loro stessi, il rapporto con il simbolico maschile, con le donne e il loro pensiero. Finora hanno risposto in due, ma le 10 domande interpellano ogni uomo passi da lì. Le donne del gruppo attendono comunque tuttora dieci domande dagli uomini, possibilmente altrettanto forti;
– “Parlo di me” è infine la sezione dedicata al racconto di percorsi e analisi personali e soggettive.
La stanza è anche lo specchio del nostro percorso: è tuttora difficile restituirne il significato, perché le contraddizioni che non riusciamo ancora a decodificare sono molte.
Possiamo dire con certezza è che tutto è nato da un cambiamento, sottile ma percettibile: alcuni uomini cominciavano a frequentare abitualmente la Libreria delle Donne di Milano e il Circolo della Rosa. Partecipavano agli incontri, si fermavano a discutere; c’è chi ha offerto da volontario la sua professionalità per la gestione informatica della libreria. Cercavano di stabilire uno scambio con le donne incontrate in quel luogo. Un cambiamento ha toccato anche alcune donne, ha alimentato prima la curiosità e poi un maggiore coinvolgimento.
Darsi tempo e spazio per dialogare è diventato importante.
Si è sviluppata l’idea di ritrovarsi in un gruppo, che si è subito configurato come un gruppo di parola. Un incontro o due al mese, molte e-mail e molte telefonate sono la forma che abbiamo trovato per raccontarci la vita, il rapporto con il padre e la madre, la compagna e il compagno, fino alle difficoltà che viviamo sul lavoro.
Si sono focalizzati fin dall’inizio due ordini di bisogno: da un lato, gli uomini volevano raccontare alle donne il proprio cambiamento e la loro riscoperta di una libertà affrancata dai modelli patriarcali; e il ruolo che alcune donne della loro vita avevano avuto. Dall’altro, fra le donne c’era chi era mossa dalla curiosità; chi desiderava che gli uomini si dedicassero prima a momenti di riflessione tra loro; chi riteneva infine che il dialogo con questi uomini fosse un passaggio importante per capire come operare una traduzione della pratica politica delle donne in contesti misti.
Alcuni momenti hanno scandito la vita di questo gruppo. Preferiamo parlarne singolarmente e “in soggettiva”.
Quando la lingua ci sfugge
Luciano:
“Noi uomini del gruppo ci sentiamo distanti dal patriarcato. Ormai da molti anni, se non addirittura dall’adolescenza, abbiamo messo in discussione la tradizione della virilità, del successo attraverso una forte competizione, dell’individualismo, della repressione del sentimento in sé e negli altri. La stessa figura del padre rappresenta tuttora un nodo faticoso da sciogliere, comunque poco utile a significarsi, costruire un’identificazione soddisfacente.
Una posizione scelta, ma che ci ha collocati in una zona di confine dai molti versanti: ai margini, o non del tutto in sintonia con il tradizionale consesso maschile; alla ricerca di riferimenti e modi di essere inediti; con un forte interesse per il percorso delle donne negli ultimi decenni. E con la forte aspettativa – quasi la pretesa – di ascolto e comprensione rivolta alle donne del gruppo: sono un uomo diverso da quegli altri, devi tenermi in considerazione.
Un’aspettativa offuscata dal senso di estraneità che abbiamo provato per il linguaggio che le donne usano per raccontare la loro esperienza: guadagno, affidamento, lingua materna, restituzione… un linguaggio nato da loro e per loro, ma non per noi; da cui, anzi, ci siamo sentiti esclusi.
Invece, nel tempo, proprio la familiarità delle donne del gruppo con un linguaggio frutto delle relazioni fra loro ha proposto – a noi uomini, ma anche alle donne stesse – opportunità decisive: dare senso all’autorità femminile; invitare gli uomini a trovare le loro parole significanti; renderci conto tutti quanto fosse fondamentale interrogarsi di continuo sul nostro modo di esprimersi, coglierne le contraddizioni, mantenere vivo un atteggiamento critico e di relazione. Uniche condizioni per preservare la carica politica di un linguaggio e di un’esperienza.
Una spinta focalizzatosi, per esempio, sul concetto di “civiltà maschile”: quanto, cosa della storia al maschile possiamo positivamente riconoscere ancora come nostra? Come la relazione profonda tra uomini, rara ma resa comunque possibile da tanto parlare in superficie (calcio, politica, motori…); la democrazia rappresentativa, il calcio e il jazz, l’avventura e la realizzazione di sé…”
Seduzione, accoglienza, maternage
Luciano:
“Alcuni di noi hanno avuto una tentazione: declinare semplicemente al maschile ciò che la politica delle donne – separatismo, autocoscienza, il simbolico della madre – aveva attraversato nel corso degli anni. Una prospettiva rassicurante: da un lato il desiderio di essere accolti dalle donne stesse; dall’altro il fascino di un’esperienza fuori dall’ordinario. Le donne del gruppo hanno invece chiesto – e con insistenza – di restituire l’originalità della nostra esperienza, fatta di vissuti anche contrari a loro, ma che possono acquistare la dignità di un percorso autonomo.”
Elisabetta:
“Le donne si sono accorte di avere atteggiamenti anche ambivalenti nei confronti dei loro compagni del gruppo. A volte, per mantenere il rapporto, ricorriamo come un uomo a dinamiche consolidate, che richiamano quella capacità di adattamento tipica delle donne di altre generazioni. Cerchiamo quindi di essere comprensive, accoglienti e magari rinunciamo ad aprire un conflitto troppo forte. Questo implica due cose: da un lato l’idea che pur di tenere il rapporto dobbiamo rinunciare a qualcosa, a una parte importante di noi. Restando in questa parzialità, a volte si rischia di perdere di vista il guadagno. Dall’altro ci pare di cogliere un atteggiamento di dipendenza degli uomini del gruppo, dove la richiesta di una misura da parte delle donne diventa domanda di approvazione, di accettazione. Questo ci fa problema, perché pensiamo che ricalchi un modello, quello della relazione con la madre, dove non c’è alternativa tra l’accettazione (e l’idealizzazione del “va tutto bene”) e la devastazione data dal distacco che inevitabilmente critica e conflitto generano. Questo rende talvolta faticosi i rapporti con gli uomini, perché priva il rapporto di una componente di verità a cui ci sentiamo molto legate.”
Piacere, erotismo
Elisabetta:
“Di recente è venuta fuori una questione: che ruolo gioca il piacere nella relazione fra le donne e gli uomini del gruppo? Non è una questione scontata per noi. Se penso alla passione e al piacere che mi procurano il conversare e il fare con le mie amiche, mi rendo conto che è il motore di quello che faccio. E soprattutto l’attrazione, il godimento sono elementi che sono segni decisivi del momento creativo che sto vivendo. Con gli uomini è diverso, per vari motivi. C’è una attrazione che si gioca tra uomini e donne? E se questo piacere è presente, che significato assume nelle dinamiche del gruppo?”
Luciano:
“Anche per noi uomini del gruppo c’è il piacere del confronto, del dire e del fare appassionato. Cosa c’è sotto? Probabilmente erotismo è una parola troppo grossa, se c’è stata qualche occasione è, nel tempo, svanita per la familiarità e la consuetudine. Altro discorso sono le proiezioni profonde: quanto di ricerca “materna” esiste tuttora in noi uomini? Quante volte conflitti o reazioni irritate sono state frutto di aspettativa “emozionale” e di approvazione frustrata?”
Un conto sempre aperto
Luciano:
“C’è stato un momento in cui, nonostante l’intensa frequentazione, ci siamo accorti che ciascuno aveva una percezione diversa del guadagno proveniente dal gruppo.
Alcune dicevano di aver ricevuto poco e di voler lasciar perdere per un po’; altre e altri hanno ricordato le tappe e i rilanci, e hanno vissuto male il fastidio delle prime.
Altri ancora che di molte cose dette se ne era addirittura persa memoria. E che per mantenere sia questa sia uno sguardo critico su di sé, era necessario rivolgersi a un progetto, e anche al di fuori del gruppo.
Per qualcuna, il nostro percorso ha mutato la relazione con figure maschili, che nel gruppo sono diverse da quelle – meno amichevoli – che la famiglia e l’esistenza le avevano
messo di fronte.
Altri ha sperimentato modi di relazione capaci di conflitto positivo, e ciò ha modificato la qualità dei suoi rapporti, in genere; riscoprendo anche il loro significato politico.”
Elisabetta:
“Di una cosa ci siamo resi conto: ragionare in una dimensione di gruppo di parola non era più sufficiente. Da questa osservazione è nata l’esigenza di legare il nostro pensare a un progetto, a qualcosa che desse un orizzonte al nostro ragionare che travalica la dimensione del gruppo. Che prende in considerazione l’agire come elemento fondamentale della pratica politica. L’utilizzo di questa parola non è pacifico e scontato fra noi. Per alcune il poter fare una stanza rappresenta l’occasione per dare spazio pubblico alla nostra esperienza. Per altri è un momento come un altro, ma non ha ancora la dignità dell’esperienza politica. Su questa distinzione e sui diversi significati attribuiti si giocava una differenza sostanziale. Cosa intendiamo per politica? Fare la stanza del sito è un segno di questa cosa o è solo un momento di crescita personale? Un percorso di crescita e trasformazione personale che necessita ancora di una traduzione politica da parte degli uomini?”
Dal gruppo alla relazione duale?
Elisabetta:
“Tutti e tutte abbiamo messo a tema il valore della relazione di gruppo, ma anche la controversa bellezza di confrontarsi a due nella differenza. Al momento, vediamo che risulta più facile continuare a rapportarci in una dimensione di gruppo. Non siamo ancora arrivati a pensare in termini di relazione duale, e posso solo ipotizzare le ragioni. Sicuramente il gruppo ci protegge da contatti che , se troppo ravvicinati come nel caso della relazione, ci possono portare a vedere desideri e conflitti che non siamo ancora capaci di affrontare costruttivamente. Un altro aspetto è che gli stessi uomini ragionano spesso in termini di gruppo, di collettivo e non ci restituiscono un riscontro sulla relazione duale come veicolo privilegiato di comunicazione in primis e forma della politica poi.”
Vogliamo citare i compagni e le compagne del gruppo, Umberto Varischio, Alberto D’Onofrio, Sara Gandini e Laura Colombo: di fatto questo testo nasce anche grazie al loro contributo di pensiero e al loro sostegno.
Una bella manifestazione
Quella della settimana scorsa è stata forse la bella manifestazione sulla scuola a cui io abbia partecipato. Non tanto sotto il profilo del divertimento (anche se non è certo mancato) ma per la quantità di cose che sono accadute. Cose che mi hanno fatto pensare per tutte le 4 ore di treno al ritorno da Roma verso Bologna. Mi ha colpito l’omogeneità del corteo. Non eravamo né no-global, né giottini, né disobbedienti. Eravamo studenti. Studenti dai licei fino ai ricercatori passando per gli universitari e qualche sparuto professore. Eravamo come i metalmeccanici che scendono in piazza contro l’abrogazione dell’articolo 18; non siamo andati a Roma per la pace, la giustizia o altri ideali tanto giusti quanto, purtroppo, difficili da raggiungere. Eravamo lì per qualcosa che ci toccava in prima persona e andava a incidere sul nostro «lavoro». E studiare è un lavoro, anche se molti parlamentari non la pensano così e davanti alla nostra protesta hanno urlato: «Andate a lavorare!». Senza parole. Mi ha colpito lo spiegamento di forze messo in campo contro di noi. Come se fossimo una minaccia. Minaccia per chi? Come si può pensare che una manifestazione di studenti possa essere una minaccia per lo stato. Capisco che Genova sia un fantasma che continua ad aleggiare. Ma siamo seri. La manifestazione di Genova e di Roma non hanno niente in comune. Mi sembra chiaro e banale. Ma ormai è tendenza a fare di ogni manifestazione una possibile Genova. E quei poveri carabinieri. Sotto il sole romano in tenuta anti sommossa immobili a proteggere chi? Il parlamentare che alza le mani su un ragazzo perché ci rifiutavamo di farli passare (noi non possiamo passare? perfetto, allora nessuno passa) verso Montecitorio. Abbiamo cercato il dialogo con loro, abbiamo cercato di far capire loro che non siamo una minaccia. Sono molto più pericolosi quei parlamentari che si presentano in senato alle 15 per votare una cosa che a me cambia la vita ed è lo stesso che vota l’aumento salariale per sé e poi manda i carabinieri in giro per il mondo a difendere la democrazia. Quanto prende un carabiniere al mese? Chi rischia di più la vita quotidianamente? Ma sono dannatamente ben addestrati a non pensare. Anche la proposta di farci scortare fino sotto la Camera oppure di perquisirci e poi farci passare sono stati fallimentari. E per quanto riguarda le cariche come si può alzare un manganello su una ragazza alta 1,68? Quanto può fare male a lei e quanto ne può fare lei a chi quel manganello brandisce?
Per non parlare del dito medio della ministra Prestigiacomo, del gelato rifiutato e finito sciolto tra gli anfibi o dell’invito di La Russa a caricarci solo per qualche coro irriverente. Coro contro manganello. Che tristezza.
Per fortuna ci sono stati parlamentari più umani che o ci hanno ignorato o chi con un sorriso capiva che era inutile forzare la mano e provava a passare da un’altra parte fino ad arrivare a uno che addirittura si è seduto con noi chiedendo perché eravamo lì. Di una semplicità e genialità così imbarazzante che si è scatenando un applauso a furor di popolo! Ma purtroppo il ddl è passato. Ma non tutto è perduto. Quello che abbiamo fatto magari non servirà a noi e non ne vedremo il beneficio ma è stato importante lo stesso. Se mia sorella è riuscita occupare il liceo Galvani, ed erano 35 anni che non succedeva, è stato anche merito dei nostri fallimenti di occupazione di 4-5-6 anni fa. Un mio fallimento che ha permesso a mia sorella (anche lei a Roma) di partire leggermente in vantaggio rispetto a me e di riuscire. In quest’ottica non esiste sconfitta e nessuna manifestazione è inutile. Grazie.
Michele Boncompagni
Studenti che passione
Io c’ero il 25 ottobre alla manifestazione. Io studentessa di biologia del terzo anno, piena di passione per quello che studio ero lì a manifestare e a sperare di cambiare qualcosa. Ancora adesso nonostante tutto ho tanta speranza dentro di me, portata avanti perché questa è la scelta della mia vita. Tanti ragazzi di scienze, quasi tutti erano lì per lo stesso motivo. Ma chissà perché non erano in testa al corteo (come si era deciso all’assemblea…). Ho visto cose che non mi sono piaciute. Ho visto ragazzi esaltati lanciare fumogeni senza motivo alla polizia e incitare alla violenza. E poi i poliziotti, alcuni, hanno caricato senza senso. Io non ero lì per vedere questo, io ero lì come studentessa, non come studentessa di sinistra, né come disobbediente o incappucciato, ma come studentessa e basta. Questa protesta è qualcosa di più di una protesta politica, è tutta la passione che noi studenti, scienziati, ricercatori e professori non possiamo esprimere, è tutta la vita che non possiamo vivere qui.
Ilaria
di Zina Borgini
A Molte artiste, dopo anni di elaborazione politica fatta dal femminismo, hanno preso una forza che le porta con più potenza alla ribalta nel panorama mondiale e spesso usano il corpo come agente di messaggi politici; va di conseguenza che l’opera abbia una connotazione ben precisa che rispecchia la loro posizione sessuata, i loro modi di sentirsi donna e quale tipo di donna incarnare.
Anche se ritengo, come la maggior parte delle artiste che si esprimono singolarmente, che l’arte è essenzialmente un mettere in luce un sentire soggettivo e personale, non posso tacere che alcune hanno provato a lavorare e concepire opere con degli uomini in comunione di percorso.
Lo scultore Mario Merz e la moglie Marisa, sono un esempio per il loro lungo percorso artistico basato su una grande passione per l’arte povera, la tenace professionalità di entrambi e una relazione da sempre segnata da una differenza molto evidente: la personalità istrionica e prepotente di Mario eccedeva su quella di Marisa che, più misurata e riflessiva nella coppia, riservava tutto il suo clamore per creare opere squisitamente poetiche e vigorose.
Un esempio significativo è quello di Marina Abramovic´. Nata a Belgrado nel 1946, è una performer che agisce preferibilmente sul suo corpo. Ha iniziato a lavorare negli anni della rivendicazione femminile, gli anni Settanta, i suoi lavori giovanili sono una rivolta agli stereotipi dettati dalla famiglia e dalla società a una giovane ragazza che deve diventare una “donna”.
L’energia messa in campo nel suo percorso artistico cambia forma e natura. Nelle sue prime performance, tra cui le famose RyhthM 0 e Thomas Lips del 1975 ha usato la sua parte più propriamente “maschile”: “Le emozioni che mi guidavano erano coraggio ed estrema radicalità e anche una buona parte di violenza su me stessa, tanto da indurmi a pensare che se non avessi cambiato qualcosa, sarei andata sicuramente verso la morte”. La svolta avviene quando nel 1975 incontra Ulay, artista tedesco nato nel suo stesso giorno. L’attrazione tra i due è folgorante e da subito incominciano, oltre che a vivere insieme, a realizzare performance in coppia. È proprio durante questo periodo che Marina Abramovic´ scopre e utilizza, all’interno dell’opera, la parte che lei definisce più propriamente femminile. L’immagine ideale a cui danno vita i due artisti, rispetto alla loro collaborazione, si focalizza in una specie di androgino composto dalle loro due personalità. Spesso amano relazionarsi idealmente a una fotografia conservata da Ulay che ritrae lo scheletro di due gemelli siamesi uniti al petto, la zona del cuore. Marina e Ulay collaborano per ben dodici anni spendendosi sino in fondo. A un certo punto però qualcosa nella loro relazione comincia a incrinarsi. Il problema che prende corpo risiede nella diversificazione progressiva della volontà dei due: Ulay vorrebbe segnare una linea di confine tra la vita privata e quella pubblica mentre Marina vorrebbe continuare a mostrare completamente le dinamiche insite nella coppia. Questa differenza crea problemi tanto che, durante una performance, lui lascia il campo per primo e considera ridicolo che Marina prosegua il lavoro senza di lui. Dice Marina: “Non volevo ammetterlo prima, ma usai tutte le mie forze per fare anche la sua parte”. Non gli perdona di aver dubitato, nel suo lavoro non ammette il dubbio. La divaricazione si radicalizza sempre più e una venticinquenne cinese di cui Ulay si innamora li porta a una separazione definitiva che si manifesta in un abbraccio celebrato sotto la Grande Muraglia Cinese dopo aver camminato per tre mesi partendo ognuno da un capo opposto.
Commenta l’artista: “Il rapporto con l’altro è senza dubbio una delle occasioni più importanti che gli esseri umani possiedono per l’arricchimento personale, ma è importante che prima di aprirsi all’altro, si sia soddisfatti di se stessi. Nella vita di ognuna c’è sempre qualcun altro che viene, qualcun altro che va: se ricerchiamo negli altri il nostro centro, siamo spesso tristi e insoddisfatti”.
Da quel momento la Abramovic´ torna a lavorare sola (occasionalmente con altri) e indaga la sua nuova natura che comprende entrambi gli aspetti maschile e femminile, finalmente unificati in una ritrovata unità. Il suo lavoro si arricchisce di uno sguardo più ironico. Gli eventi e i materiali che l’artista decide di includere variano da replica a replica secondo il punto di vista che decide di adottare.
Un altro esempio è quello di Ilya & Emilia Kabacov, coniugi ucraini, presenti alla Galleria Lia Rumma di Milano: insieme mettono in preziose cornici il loro lavoro iniziato una decina di anni fa, lavoro di matrice tipicamente concettuale che si fonda sulla totale trasformazione dello spazio espositivo, quasi a divenire una rappresentazione teatrale; facendo riferimento alla loro storia individuale, legata alle condizioni di vita nella Russia post stalinista, indagano le condizione del genere umano, spesso con molta ironia.
Christo e Jeanne-Claude, una coppia di artisti che lavorano insieme dal 1966, definiti i maestri dell’impacchettamento, amano ritenersi artisti nomadi, perché le loro opere, quasi sempre interventi sulla natura o sui monumenti, sono disseminate nel mondo, hanno fatto della temporaneità la loro scelta estetica. Le loro installazioni non durano mai più di due settimane, e tutto il materiale usato viene poi riciclato. Affermano: “Riteniamo che l’aspetto temporale e provvisorio del nostro lavoro abbia un senso d’urgenza e d’amore. Nella vita le cose che amiamo di più accadono una volta sola”.
E ancora, Grazia Toderi (artista della nuova generazione) e il compagno Gilberto Zorio (precursore dell’arte povera) provano a rappresentare la loro commistione con un’azione inusuale e innovativa: accogliendo reciprocamente un lavoro dell’altra/o all’interno di una propria mostra personale installata in due gallerie diverse di Pescara, Grazia Toderi alla Galleria Vistamare con Rendez-vous e Gilbero Zorio alla Galleria Rizziero con Torre-Stella. Due mostre, due gallerie, due titoli con un’unica posta in gioco, a mio avviso: quella di creare una parità generatrice artistica autonoma all’interno di una relazione amorosa.
Nei casi ricordati come in altri, c’è stato uno staccarsi dall’altro per auto definirsi, c’è stato un uso dell’altro per emergere o un riprendersi reciproco nella fusionalità o ancora un riprendersi con signoria per le nuove generazioni. Queste sono le leve che saltano all’occhio nelle coppie di artisti, dinamiche tutte percorribili che portano a modificazioni, a rimettersi in discussione, che rilanciano la creatività, che si affidano o si sfidano: tutto è lecito se il risultato è un buon lavoro e ne guadagna la relazione.
Lettura consigliata:
Lea Vergine, L’altra metà dell’avanguardia, Il Saggiatore 2005.
Teresa Monestiroli
Ha aspettato che il rettore della Bocconi, Angelo Provasoli, terminasse il suo discorso. Poi, dopo il lungo applauso della platea, si è alzata in piedi e ha preso la parola. Urlando. Stretta in un golfino rosa e una maglietta a righe, con la faccia pulita di una studentessa al primo anno di università, Clara ha portato la voce della protesta nell´aula magna della business school. «Sono qui a nome delle migliaia di studenti che sono fuori, in strada. L´intento della nostra contestazione non è quello di attaccare questa università ma, al contrario, di difenderla dalle radiazioni della riforma Moratti. Siamo venuti per demorattizzare l´area».
Nell´aula scende il silenzio. Tutti gli occhi degli ospiti sono puntati sulla giovane rappresentate del collettivo universitario Unisurfer che parla al pubblico da metà sala. Le autorità ascoltano in silenzio. Il rettore non la interrompe, ma dopo un paio di minuti lo staff dell´ateneo la invita gentilmente a uscire, insieme alla studentessa che la accompagna. Prima di varcare la soglia, però, ha ancora tempo per dire un´ultima parola: «Vogliamo un futuro diverso da quello di precari che queste riforme ci stanno preparando. Vogliamo la liberalizzazione dei saperi». A mezzogiorno, quando sta per iniziare l´intervento di Tommaso Padoa Schioppa, Clara esce dall´aula. Fuori l´aspettano gli agenti della questura per avere le sue generalità.
Antonio SciottoG
li emendamenti Fp al Congresso Cgil. Podda: acqua, salute e istruzione servizi universali.
Il lavoro di qualità Servizi pubblici buoni e stabili esigono lavoratori stabili: stop al precariato. «Nel confronto stiamo sui temi, non sulle conte».
Il Congresso della Cgil si è aperto da poche settimane, e già nei posti di lavoro la discussione è animata. Oltre alle tesi di maggioranza di Guglielmo Epifani, e alle alternative proposte da Gianni Rinaldini (8 e 9) e Gian Paolo Patta (9), ci sono emendamenti molto interessanti, che parlano non solo al sindacato, ma anche alla politica, a tutti i cittadini. Tra questi, il discorso su una nuova sfera del «pubblico» e del «comune», il rapporto con il mercato e il liberismo, affrontato dalla Funzione Pubblica e dal suo segretario generale Carlo Podda. Accanto al merito dei temi, però, anche Podda conferma la preoccupazione che nella confederazione non si voglia affrontare fino in fondo la sfida di un congresso unitario: «Era un modello che io stesso ho appoggiato, appunto perché non ci si ingessasse sul confronto tra mozioni alternative – spiega – Ma ora vedo che c’è quasi una chiusura rispetto al libero dibattito, una parte dell’organizzazione sembra ferma al problema della conta dei ruoli di dirigenza».
Partiamo dagli emendamenti alla tesi 4, sul ruolo delle politiche pubbliche. Si parla di «intervento diretto nel settore dei beni comuni e nel controllo dei monopoli naturali, finalizzato a garantire l’universalità dei servizi e dei diritti».
Sì, credo che dobbiamo ripensare il ruolo del pubblico, e dargli nuovo spazio. Parlo di concetti fatti propri dai movimenti, ma anche da tanto pensiero liberal democratico, dove si parla più di «pubblico» e di «partecipazione», che del classico concetto di «Stato». Nel concreto, penso a un nuovo modello di welfare, il «welfare dei diritti», che supera quello semplicemente assistenziale: per capirci, non basta – per far star meglio le persone – assicurare loro un buon aumento contrattuale. Se una famiglia ha un figlio da portare all’asilo, o un anziano non autosufficiente in casa, saltano tutti i conti: ci vorrebbero più di due cicli di rinnovo per coprire quelle spese. Su 100 domande agli asili nido, solo 11 vengono soddisfatte dalle strutture pubbliche. Il «welfare dei diritti» definisce dei servizi di interesse generale, come io credo debbano essere ad esempio gli asili e l’istruzione, e li mette a piena disposizione dei cittadini. Ci sono beni essenziali che la politica dovrebbe riconoscere come «comuni» – e penso all’acqua, alla salute, all’istruzione, alla cultura – e fare in modo che a nessun cittadino venga impedito di accedervi.
Dei beni gratuiti? Molti nell’Unione staranno tremando.
Beh, qui cade il discorso degli emendamenti, del nostro Congresso. Non a caso la Cgil lo ha posto poco prima delle elezioni, perché vuole presentare dei temi ai prossimi candidati al governo, dunque certamente all’Unione. Parte dell’attuale schieramento di centrosinistra ha accettato negli ultimi anni la «dittatura del Pil», pensando cioè che il benessere dei cittadini si misuri in base alla ricchezza prodotta e non ai servizi a loro disposizione. Sono modelli falliti, è sotto gli occhi di tutti il precipitare del disagio e della crisi. La Cgil si è schierata nettamente contro la legge Bolkestein, che vuole privatizzare i servizi pubblici e i beni comuni europei: c’è una parte dell’Unione, però, che non ritiene la Bolkestein un problema, e credo che sbagli. Certo, perché l’acqua, l’istruzione e la salute siano realmente «comuni», servono molte più risorse in mano al pubblico, e questo può essere fatto riequilibrando il fisco – oggi iniquo – e con una decisa lotta all’evasione. Gli ultimi dati Istat dicono che i cittadini, per usufruire dei servizi locali, mettono ogni anno 1,2 miliardi di euro di tasca propria: avrebbero potuto spendere zero euro se fosse finito al welfare un solo quinto dei 6 miliardi regalati da Berlusconi alle classi abbienti con i tagli fiscali. La stessa privatizzazione dell’energia ha raggiunto i risultati che si volevano? Il servizio non è migliorato in efficienza, permangono i monopoli, le tariffe aumentano.
Nell’emendamento alla tesi 5, chiedete una legge per la stabilizzazione di tutti precari del pubblico impiego.
E’ l’altro lato della medaglia: mettere i servizi pubblici in competizione sul mercato, sostituendo il risparmio sui costi alla qualità da offrire ai cittadini, ha portato a un esercito di precari che per necessità di cose offrono standard inferiori, per quanto molti di loro siano invece ragazzi (ma anche over quaranta) molto professionalizzati e preparati. Parliamo di 300 mila atipici su 2 milioni e mezzo di addetti a enti locali, sanità, ministeri. Oltre centomila, poi, rischiano il posto a breve, dato che la finanziaria taglia il 40% dei precari del pubblico impiego. Insomma, la battaglia politica per il futuro, che deve sfociare in leggi, è la trasformazione in rapporti a tempo indeterminato, per dare stabilità e qualità ai servizi.
[…]
Concita de Gregorio
ROMA – Generazione clic, è un attimo. «Clicca dai, clicca. Rivediamolo». Rivediamo sul computer la guerra di ieri. «Ecco qui è quando siamo entrati dal vicolo, qui quando ci siamo infilati nel cinema. Li abbiamo schivati per un pelo». Rewind, fai rewind. «Ecco vedi: il poliziotto è là. Lo vedi che tiene il manganello alla rovescia? Così fa più male. Noi eravamo scappati da quella stradina laggiù in fondo». Stop, vuoi fare restart?
Parlano la lingua del computer, lo usano come il terzo braccio. Rivisti sullo schermo sembrano l´esercito di un videogame. Warcraft. Il giorno dopo se la raccontano così, seduti sui gradini della Sapienza occupata: «Siamo entrati nel vicolo perché era l´unico varco, quando abbiamo visto che in fondo era chiuso abbiamo ripiegato a destra, abbiamo aspettato un po´ poi il campo era sgombro, allora via». Con leggerezza, senza violenza. Una guerra, ma di abilità: chi ha la strategia migliore passa di livello. Level five, adesso. Gli agenti in tenuta antisommossa. Cambiare strategia. Cambiare itinerario, se vuoi saltare clicca qui. Vent´anni, ventidue. Vanessa, Chiara, Denise. Quasi tutte ragazze. Fisica, Scienze politiche. Hanno pantaloni militari a vita bassa braccia magre piercing in bocca. Un po´ Lara Croft, t´immagini che sappiano anche camminare sui muri come Matrix. I compagni di corso, specie quelli un po´ più vecchi, le guardano a bocca aperta e poi dicono: «Toste, no?». Tostissime, auguri. Però gentili e beneducate, anche. Buoni studi, licei. Famiglie a casa che aspettano per pranzo, spesso.
Eccola qui riunita in assemblea la generazione agile come un´eroina disegnata al computer e cresciuta coi gameboy e con le Xbox, quella che ha imparato a comunicare in blog e ha cominciato a leggere sul web. Chi ha più di trent´anni fa fatica a capire. Avete mai passato voi i vostri pomeriggi a Casal Palocco, al quartiere Trieste a sviluppare la strategia di “Age of Empires”, a fare in modo che il vostro esercito allestisse piantagioni e falegnamerie in modo da fronteggiare il nemico senza perdite? Cosa sapete di Metal slug, avete mai detto “quitta” per dire esci?
Ecco: loro dicono clicca come se fosse italiano e forse ormai lo è, poi studiano matematica, secondo anno, come la ragazza che ha pensato per prima la tattica da adottare alla manifestazione: «Io avevo proposto: piccoli gruppi separati nei vicoli fino a Montecitorio, ma mi hanno bocciata perché il coordinarci pareva impossibile. Poi quando è venuto il momento abbiamo fatto così. Ma senza una regia. Abbiamo fatto così perché tutti contemporaneamente abbiamo capito che era la cosa da fare».
Tutti, contemporaneamente. Hanno vent´anni e sono cresciuti così: hanno la velocità, i riflessi, la reattività di fronte all´ostacolo che serve per passare di livello. Più veloce, adesso. Più difficile, e vediamo se sei capace. Davide Sacco, che ha curato la campagna per le primarie di Simona Panzino, Francesco Raparelli, che ha già fatto il Movimento del 2001 ed è uno dei veterani, vengono da un centro sociale (“atelier occupato”) che si chiama Esc. Esc come il tasto del computer: escape. «Rispetto al movimento del 2001 questi ragazzi sono più dinamici, non hanno schemi ideologici, sono una vera generazione videoelettronica – dice Raparelli, 26 anni, laureando in filosofia politica – il sabato sera allestiscono eventi con performances e impianti sound system che sono un vero spettacolo. Comunicano solo in rete. Sono ironici, mai pesanti».
Sulla porta di Fisica, da cui l´occupazione 15 giorni fa è cominciata, c´è scritto: “Porta bloccata, (d´altra parte Fisica è occupata)”. In bacheca accanto alla cartina delle università in lotta (Padova, Venezia, Bologna, Pisa) ci sono i seguenti annunci: “Vai al forum della protesta, www.pandemonio.it”, “dacci visibilità, votaci sul sito nel sondaggio di XL”, “se hai perso il portafogli io l´ho riportato in portineria”, “ho smarrito un Motorola Razr V3 black, la sim è bloccata se lo accendi ti rintracciano subito perciò è solo un soprammobile ma io ci tengo: scrivimi a questa mail”. Vanessa, che ha 21 anni e studia Scienze politiche, dice che è veramente un peccato che nell´aula computer non si possano usare le mail «perché noi ci teniamo in contatto solo così». L´era del ciclostile è preistoria, le fotocopie passato remoto: nessuno ha le mani nere d´inchiostro. Poi Vanessa, che ha una freccia piantata in un orecchio, ti racconta del Democrito, il suo liceo a Casal Palocco, dove venerdì «la polizia è entrata ha spaccato una finestra ha denunciato sei ragazzi uno minorenne, ha dovuto prenderlo in custodia la preside, un ragazzo l´hanno spogliato e gli hanno fatto fare le flessioni nudo ma non ne parla nessuno, perché non ne parla nessuno?». Degli scontri a Montecitorio è venuta Graziella Mascia di Rifondazione a dire che «sono stati una caccia all´uomo, alcuni agenti hanno agito per vendetta ed erano i più anziani, quelli della Squadra Mobile di Canterini». Quella di Genova, per intendersi. I ragazzi annuiscono: di questi a Genova non c´era quasi nessuno, troppo giovani, però sanno. La Questura ha aperto un´inchiesta interna, infatti. Laura, la ricercatrice che ha le foto sul computer, mostra i feriti e gli scontri e dice che vedi, sì, erano vecchi. Gli agenti, intende. Passa Nunzio D´Erme, dice «avete fatto bbene, speriamo de fanne tante artre de manifestazioni così», una ragazzina accovacciata chiede «ma questo chi è, che vuole?». Chiara, ricci biondi, Fisica, dice che lei era davanti a Montecitorio, che è stata proprio una decisione spontanea quella di dirottare dal corteo diretto in piazza Navona e correre verso la Camera. «Lì per lì la polizia è rimasta un po´ spiazzata, hanno caricato anche nei vicoli ma questo non l´ho visto scritto sui giornali». Paolo Cento osserva che l´Unione dovrà chiarire il suo programma in tema di università, una voce gli risponde «è un problema vostro, mica nostro». Denise è lunga come un giunco, ha 21 anni e un anello al labbro. Ride, trova che comunque ieri sia andata benissimo, ora torna un momento a casa a cambiarsi, sono due giorni che sta fuori. Sì, certo, da ragazzina giocava ai videogame: «Facevo un gioco da maschi ma questo non lo scrivere, che c´entra?». Piuttosto dì che se ci sono foto da mandare la mail è laspontitiscali.it. Il cellulare è inutile. Ho finito la ricarica.
Lea Melandri
Che tra amore e odio, amore e morte, ci sia un legame che li fa apparire inseparabili, è una di quelle evidenze che sono rimaste per lungo tempo “invisibili”, poco interrogate e di conseguenza non soggette a cambiamenti. Ciò che li accomuna, infatti, è innanzi tutto il loro carattere di “invarianti” o “permanenze”: azioni che si riproducono quasi inalterate nel tempo e nello spazio, come se avessero una vita propria, fuori dalla storia. Nel Disagio della civiltà, Freud parla di una “coppia antagonista” di pulsioni originarie -Eros e Thanatos- che spingono in direzioni opposte: verso la conservazione e l’allargamento della vita, il primo, verso la distruzione e il ritorno all’inanimato, l’altro. Barbara Ehrenreich (Riti di sangue, Feltrinelli 1998) vede nella guerra un “modello di comportamento autoreplicante”, dotato di un proprio dinamismo interno, un’ “unità culturale” contagiosa e dotata di una forte capacità riproduttiva. Ciò che la civiltà torna a mettere in scena, in quel “rito sacrificale” cruento che è la guerra, avrebbe a che fare con il “trauma originario”, il passaggio dell’uomo da preda a predatore, dalla posizione di chi è minacciato all’esercizio della violenza, sia pure in difesa del gruppo. James Hillman ( Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2004) considera la guerra una “forza archetipica”, una componente primordiale dell’essere, ubiquitaria e senza tempo. Astorica sarebbe anche la congiunzione con l’amore, la bellezza, la spettacolarità. In tutti e tre i casi, si conferma la tendenza diffusa a vedere in queste passioni umane il segno di una “fatale necessità”.
Un’altra ipotesi è che la coppia amore e violenza abbia a che fare con tutti i dualismi che conosciamo -natura e storia, individuo e società, ecc.-, e prima di tutto con quello che ha diviso, come poli opposti e complementari, il maschile e il femminile. L’ “enigma della guerra”, di cui parla Einstein nel carteggio con Freud del 1932, l’ “enigma del sesso” su cui va a urtare la ricerca psicanalitica, l’ “enigma del dualismo” che Otto Weininger mette al centro del pensiero filosofico occidentale, e, si potrebbe aggiungere, l’ “enigma della storia” di Marx, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, rivelano parentele inequivocabili, se solo si scosta il velo di misteriosità che li ha fatti precipitare in una natura immobile e sconosciuta.
La differenziazione che ha collocato su sponde opposte la donna e l’uomo, la famiglia e la civiltà, ancorandoli nel medesimo tempo a logiche d’amore, di armonioso ricongiungimento, e di ostilità, rifiuto e cancellazione del diverso, non poteva che venire dall’interno della storia, come sdoppiamento di quell’unico sesso che se ne è fatto protagonista. Quando si definiscono le figure del maschile e del femminile, si può pensare che la donna, nel suo essere reale, sia già sparita dall’orizzonte, che sia già avvenuta quella riduzione al medesimo che ha permesso all’uomo di proiettare su di lei aspetti contrastanti della sua umanità: minaccioso deve essergli parso il corpo con cui è stato tutt’uno, in un rapporto mai estinto di dipendenza e attrazione, salvifica la possibilità di farne il custode di tutti i valori che non riusciva a trovare in se stesso e nei suoi simili. Sul luogo che è rimasto a rappresentare il “modello di ogni felicità” -la madre, l’origine, l’infanzia- convergono nostalgia e violenza dominatrice, idealizzazione e svilimento, bisogno di appartenenza e di fuga.
Se l’amore ha conservato così a lungo il suo carattere di “anelito originario”, sogno di “comunione” con un altro essere, riconoscibile nell’innamoramento, ma anche nell’Ideale che ogni volta trasforma una pluralità di individui in un’organismo unico e omogeneo (nazione, etnia, classe, ecc.) –“l’essenza dell’Eros, dice Freud, “è di fare di più d’uno uno”-, è anche perché la comunità storica degli uomini si è lasciata a fianco, separata, sottomessa ma pur sempre disponibile, la sua infanzia: una donna destinata a restargli per sempre madre, una casa, una famiglia, un luogo di appartenenza intima . Ma è proprio questo aspetto fusionale dell’amore, che arriva a spingersi fin dentro le faticose costruzioni della società, a muovere sentimenti contraddittori, di amore e odio.
Pierre Bourdieu (Il dominio maschile, Feltrinelli 1998) si chiede se l’amore sia una sorta di “tregua miracolosa”, uno stato di comunione che non esclude il riconoscimento reciproco, la sola eccezione alla legge del dominio maschile, una messa tra parentesi della violenza simbolica, “o la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, di tale violenza”. Forse la distruttività è già dentro la diade amorosa, quell’unità sociale elementare che da millenni rivaleggia con la vita pubblica. Sàndor Ferenczi (Thalassa, Cortina 1993) vede nel coito una sorta di agguerrita reinfetazione, “la felice vittoria sul trauma della nascita”, “una festa commemorativa che celebra la liberazione da una situazione difficile”. Le immagini guerresche non sono solo metafore. Il privilegio del ritorno al corpo materno sarebbe l’esito di una lotta tra i sessi che vede il trionfo del maschio, del suo modello di sessualità penetrativa e generativa, per cui alla donna non resta che subire l’atto sessuale e ripiegare su piaceri compensatori: l’allattamento, il parto, l’identificazione con l’uomo
“vittorioso”.
Ma dove le contraddizioni legate alla persistenza del modello originario dell’amore appaiono più evidenti, è nell’analisi che Freud fa del “disagio” della civiltà. Dopo aver tentato di idealizzare la coppia madre-figlio come “esente da ambivalenze”, Freud è costretto a riconoscere che “l’uomo non è una creatura mansueta”: “Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo e a ucciderlo”. Se Eros appare inizialmente come il fondamento di sempre più ampie aggregazioni umane, dall’altro è impossibile non accorgersi che esso entra presto in conflitto con la civiltà. Una volta che è riuscito a “fare di più d’uno uno”, a costruire unioni ideali, l’amore non vuole andare oltre, e ogni esterno gli appare minaccioso o superfluo: “La coppia degli amanti basta a se stessa”. Famiglia e vita pubblica, non solo non si pongono su una linea di continuità, ma finiscono per rappresentare l’una per l’altra un pericolo: “La civiltà si comporta verso la sessualità come una stirpe o uno strato di popolazione che ne abbia sottomesso un altro per sfruttarlo, e che vive perciò nel timore costante dell’insurrezione.”
La raccolta in un gruppo chiuso, omogeneo, è strettamente imparentata con la separazione da tutto ciò che dal di fuori sembra ostacolarla. Niente come la figura di un nemico serve a stringere aggregazioni forti e compatte. “L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone un’altra”. Sotto questo profilo, che vede insieme apparentemente indistricabili amore e odio, conservazione e distruzione, si può leggere anche la nascita della comunità storica degli uomini, il bisogno del sesso dominatore di darsi una genealogia in proprio, una discendenza di padre in figlio, cancellando quell’origine “eterogenea” che lo lega al corpo della donna. Prima, o insieme alle “pulizie etniche”, l’umanità ha conosciuto una “pulizia sessuale”, l’espulsione del primo “diverso” che ogni vivente incontra nascendo e con cui è stato, sia pure per un breve tragitto, in una stato di assorbimento o di indistinzione. Ma nella spinta ad ingrandire la sua famiglia sociale, era inevitabile che l’uomo conoscesse altri movimenti analoghi, di accomunamento e chiusura, inclusione e settarizzazione. I legami che lo hanno visto nel privato come marito, padre, figlio, amante, si trasferiscono, a volte con accresciuta intensità, nelle sue relazioni pubbliche, in particolare là dove la vita del gruppo appare più minacciata. “L’intensità dell’amore di guerra – scrive Hillman- nasce dal crollo di tutti gli altri…la disperazione di una vita vissuta insieme comprime tutto l’amore umano in questi pochi con cui faccio la ronda, oltre a mangiarci, pisciarci, dormirci insieme.”
Là dove si costituisce una comunità/persona, quasi fosse un’unità organica, in guerra ma anche nei nazionalismi, nelle costruzioni identitarie, negli arroccamenti etnici, nell’assolutizzazione delle differenze, si può ipotizzare che si riattualizzi, come replica cieca o come ripresa aperta a nuove soluzioni, l’unione originaria con la madre, un modello d’amore immaginario, esclusivo, che vede l’apertura e la diversità come un pericolo. Nel libro curato da Maria Bacchi e Melita Richter, Le guerre cominciano a primavera .Soggetti e genere nel conflitto jugoslavo (Rubbettino 2203), il legame tra differenziazione dei sessi e pulizia etnica, costruzioni di genere e nazionalismi, è al centro di un interrogativo ricorrente e della elaborazione originale che ne hanno fatto le associazioni femministe, in modo particolare le Donne in nero di Belgrado, strette tra l’attivismo e la solidarietà richiesti dalle ferite della guerra, e il bisogno di capire perché, a parte una stretta minoranza, le donne abbiano dato il loro appoggio a un’ideologia così dichiaratamente patriarcale e guerriera.
Il nazionalismo, scrive Tanja Rener, fa leva sulla comunità e sul sentimento, sulle categorie premoderne della terra, del sangue, della famiglia. Le donne, relegate da sempre in queste zone di frontiera della storia, ma pronte a riemergere in ogni crisi o mutamento della civiltà, vengono sollecitate a riprendersi antiche prerogative, quelle che le hanno viste come custodi della casa, della prole, ma anche dei valori più alti della comunità: madri di eroi e baluardo delle virtù della nazione.
Negate sempre e comunque come individui, tuttavia, osserva Rener, mentre lo stato socialista le aveva considerate solo come “soggetti sociali”svantaggiati, da proteggere ed emancipare, i nuovi stati nazionali le riportano a quella “differenza specifica” che è stata contraddittoriamente il loro asservimento e la loro esaltazione immaginaria. “Le metafore nazionaliste della famiglia parlano di uomini come figli, padri e amanti della casa, patria, nazione…regressione, ritorno al seno materno del figlio che nella ‘fratellanza fra le nazioni’ aveva perduto la vera madre.” Se la nazione è un’idea tutta maschile, e la sua nascita è coincisa con il dominio di una comunità “omogenea”, in quanto fondata su una genealogia patriarcale, è innegabile, tuttavia, che il richiamo alla patria come “coesione organica”, rimanda al corpo materno e a quella irripetibile “fusione” di cui resta, amato e temuto, protagonista.
La coscienza che ha sottratto a una rovinosa millenaria naturalizzazione il rapporto tra i sessi, oggi può tentare di riportare alla storia –e cioè alla cultura e alla politica- altri enigmatici indicibili annodamenti, primo fra tutti quello che imbrigliando vita e morte, amore e violenza, ha impedito finora una messa in discussione radicale dell’uno e dell’altra, e quindi la presa di distanza dall’immaginario che li sostiene. Anche se ancora lontana, comincia a profilarsi la fine di una parentela (dialettica?) rovinosa.
La vedova del presidente francese lancia una campagna contro lo sfruttamento commerciale delle risorse idriche
Giampiero Martinotti
«Il mondo è gestito da apprendisti stregoni. Noi mostriamo i loro errori e chiediamo di modificare questa politica, ma poiché non si sbrigano, cominciamo a farlo prima di loro». Malgrado i suoi 81 anni, Danielle Mitterrand non demorde: schierata a fianco dei no global, critica verso i partiti della sinistra di governo, la vedova del presidente socialista lancia la nuova campagna della sua Fondazione per il diritto all´acqua, «libera, potabile e gratuita», che in primavera sarà prolungata con altre iniziative che partiranno dalla Sicilia. Un tema che considera vicino alle sue preoccupazioni in materia di diritti umani: «L´acqua è indispensabile per la vita dell´uomo e da tempo ci occupiamo di questo problema: un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all´acqua potabile e 34 mila persone muoiono ogni giorno per mancanza di acqua. Due dati più che sufficienti per lanciare la nostra campagna di sensibilizzazione e di raccolta di fondi».
Con questa campagna, signora Mitterrand, sembra mettere l´accento su un tema più umanitario che politico: non le pare?
«Si sbaglia. Per anni abbiamo denunciato terrorismi di Stato, oggi denunciamo un terrorismo economico. E´ un campo molto più politico, perché tocca i nervi più vitali del mondo contemporaneo: il pensiero unico, l´idea dei profitti a qualsiasi costo. Gli scandali dei nostri tempi ruotano tutti attorno al denaro. Ci aspettiamo più noie di quando ci siamo occupati di dittature e sa perché? Perché questa dittatura economica è molto potente e non ama essere stuzzicata».
Quali obiettivi si pone?
«Noi diciamo che l´acqua è un bene comune dell´umanità e non appartiene a nessuno: né agli Stati, né alle multinazionali, né a proprietari che potrebbero essere titolari di una sorgente. E´ un patrimonio comune dell´umanità, dev´essere gestito dalle collettività pubbliche nell´interesse generale. Le multinazionali, per la loro intrinseca natura, vogliono trasformare l´acqua in qualcosa di redditizio. Noi diciamo che l´acqua è per tutti, non solo per chi può pagare».
Lei propone che i servizi legati all´acqua non siano più sfruttati commercialmente e chiede che ogni persona disponga gratuitamente di 40 litri di acqua potabile al giorno: non le sembra utopico?
«Non mi stancherò mai di ripetere che l´utopia è stata all´origine della realtà. Guardi il caso francese: l´80 per cento della distribuzione dell´acqua è gestito da tre multinazionali, ma grazie alle nostre campagne i sindaci s´interrogano, vogliono rompere i loro contratti. Questa è un fatto tangibile. Nelle settimane scorse ero in America latina e ho visto un movimento in favore di un ritorno alla gestione pubblica dell´acqua. C´è acqua dappertutto sul pianeta, quel che manca è la volontà politica. Pretendono che sia cara, io dico il contrario: ogni anno ci vogliono mille miliardi per alimentare i bilanci militari, ma basterebbe l´uno per cento di questa cifra per quindici anni per dare acqua a tutto il pianeta. Se c´è una volontà politica, il denaro si trova. Vogliamo far iscrivere in tutte le Costituzioni, compresa quella europea, il diritto all´acqua. Per ora, l´acqua è solo un bisogno, che può non essere soddisfatto, ma se diventa un diritto, i governi dovranno rispettarlo».
Lei chiede la creazione di un nuovo diritto costituzionale, ma in maggio si è schierata contro la Costituzione europea, un comportamento contraddittorio…
«Ho votato no, perché la Carta europea non prevedeva niente di tutto ciò. La mia fede europeista è fuori discussione, ma non vogliamo questa Europa completamente venduta al sistema del capitalismo e del neo-liberalismo».
La sinistra europea non la pensa come lei.
«Se la sinistra europea non si sente più a sinistra, peggio per lei! Ne vedrà le conseguenze. Del resto, le abbiamo già viste».
Le forze progressiste non le sembrano abbastanza a sinistra?
«Non entriamo in queste polemiche, non sono il giudice di nessuno. Fanno le loro scelte politiche come vogliono. Trovo che non siano buone e faccio quel che si deve per dirlo».
Scompare con lei una figura definita da Time tra le più influenti del XX secolo. Il suo nome è legato alla difesa dei diritti civili da quando rifiutò di cedere a un bianco il suo posto sull’autobus. Un gesto simbolico dietro al quale c’è un complicato lavoro di relazioni politiche
Alessandro Portelli
Era il settembre del 1973, ero appena arrivato allo Highlander Center di New Market, Tennessee – una storica istituzione del movimento operaio negli anni `30 e del movimento per i diritti civili dagli anni ’50 in poi. Entro nell’ufficio del direttore Mike Clark per salutare, e si affaccia una segretaria: «C’è Rosa Parks al telefono». Fu come se mi avessero detto che aveva telefonato Carlo Marx: una figura mitica di fondatrice della mia stessa coscienza civile si manifestava viva e presente nel quotidiano – e in contatto con un’istituzione da sempre in odore di sovversione. Mike Clark e Myles Horton (il fondatore di Highlander) mi spiegarono poi che Rosa Parks era stata a Highlander e aveva partecipato a gruppi di lavoro e di formazione politica prima del suo storico rifiuto di obbedire alle norme della segregazione nei pubblici trasporti di Montgomery, Alabama. I media e la leggenda hanno alimentato la sua figura come quella di una anziana cucitrice che non cede il posto a un bianco perché è stanca e le fanno male i piedi; in realtà, Rosa Parks era perfettamente cosciente del significato politico di quanto stava facendo, il suo gesto era stato preparato accuratamente (e non era neanche una vecchietta, all’epoca del suo gran rifiuto aveva quarantatre anni). Per un po’ mi dispiacque avere perduto quell’immagine romantica; ma in cambio avevo acquisito tutta un’altra percezione, tutto un nuovo rispetto, di quel che era stato il movimento dei diritti civili, della sua lunga e consapevole gestazione, e del coraggio collettivi di cui questa donna straordinaria era espressione, della memoria storica e della visione strategica che avevano messo in moto il movimento e lo avevano continuato. C’era senza dubbio una componente di indignazione spontanea, di mobilitazione immediata, nel movimento dei diritti civili; ma quello che Rosa Parks ha dimostrato è che esso fu frutto anche di una grande intelligenza politica diffusa.
Rosa Parks non era stata la prima donna nera a rifiutare di alzarsi in un autobus di Birmingham: c’era stato già un caso, addirittura nel 1939. Nelle occasioni precedenti – effettivamente spontanee e non preparate – le autorità erano riuscite a distorcere i fatti diffamando le protagoniste e sostenendo di averle arrestate per altre, piccole, trasgressioni all’ordine razziale dell’Alabama. Ma questi episodi spontanei avevano indicato una strategia possibile; e Rosa Parks era stata scelta per ripeterli proprio grazie alla la sua irreprensibile figura morale e civica, che rendeva impossibile mascherare il suo arresto con motivazioni altre che non la difesa dell’ordine razzista.
Alle sue spalle c’era tutta una rete di relazioni che avevano preparato il suo gesto e la risposta da dare al suo arresto: c’era, naturalmente, la National Association for the Advancement of Colored People, che aveva condotto le battaglie legali contro la segregazione (compresa la vittoria alla corte suprema nel caso Brown vs. Board of Education che nel 1954 aveva dichiarato incostituzionale la segregazione scolastica); ma c’erano anche figure come E. D. Nixon, sindacalista della Brotherhood of Sleeping Car Porters, gli addetti alle carrozze letto, la più grande organizzazione sindacale afroamericana. Solo in un secondo momento, a cose fatte, fu chiamato in causa un giovane ministro metodista, da poco arrivato a Montgomery, noto anche lui per la sua inattaccabile moralità e la sua rispettabile moderazione: Martin Luther King, Jr. (più tardi, anche King andò agli incontri di Highlander, e per questo lo bollarono come comunista).
Insomma, il movimento dei diritti civili aveva acquistato visibilità attraverso una serie di gesti e personaggi simbolici ma questi erano stati il risultato di un lungo, complicato, pericoloso lavoro di relazione, di preparazione politica, di memoria storica condivisa: senza una rete del genere il compatto boicottaggio dei trasporti pubblici che l’intera collettività afroamericana di Montgomery resse per più di un anno, non sarebbe stato possibile. Il potere simbolico di Rosa Parks stava proprio nel modo in cui combinava un impegno politico cosciente con un’immagine casalinga e quotidiana: una donna qualunque, e una donna eccezionale, insieme.
Due parole vanno spese proprio a proposito del luogo scelto per aprire la sfida alla segregazione, a Montgomery, e per commentare la strategia adottata. I tram e gli autobus segregati sono da sempre un dei luoghi più invisi del razzismo istituzionale, dai romanzi di fine `800 ai Freedom Rides degli anni `70: l’efficacia simbolica del gesto di Rosa Parks era accentuata da decenni di risentimenti e di rabbia accumulati nei mezzi di trasporto. Ma c’è di più: come hanno dimostrato le vicende dell’uragano Katrina a New Orleans, in un paese che ha fatto dell’automobile e del trasporto privato la sua icona rappresentativa, gli afroamericani sono gli utenti principali dei trasporti pubblici (e quelli che più soffrono della loro mancanza). Colpendo gli autobus, il movimento di Montgomery colpiva il potere locale proprio là dove i neri erano i clienti principali, una fonte di reddito per le istituzioni – e così inaugurava quella strategia di boicottaggi in cui gli afroamericani, spesso esclusi dai luoghi della produzione, usavano il loro potere di consumatori come strumento di pressione e di lotta.
Qualche giorno fa, Condoleezza Rice ha accompagnato il ministro degli esteri inglese, Jack Straw, in visita a Birmingham, Alabama, dove nel 1963 quattro bambine (una era sua amica) furono uccise da una bomba razzista in una chiesa. Con accenti che, per una volta, sembravano quasi veri, la Rice ha ricordato (ma come se fossero cose solo del passato) la sua infanzia in Alabama, il razzismo e la segregazione in cui era cresciuta. Ma l’impegno politico di Rosa Parks non si era fermato ai quei giorni; anche senza assumere ruoli di leadership, è continuato fino ad oggi perché ancora oggi il razzismo alza la sua brutta testa. Il fatto che dobbiamo anche Condoleezza Rice a Rosa Parks è un paradosso; ma costituisce una ragione di più per non permettere che si dichiari chiusa la storia rappresentata da Rosa Parks e che sia la Rice a impadronirsi della sua memoria e del suo coraggio.
APPELLO dalle facoltà occupate della «Sapienza»
Agli atenei occupati e a quelli in agitazione, alle studentesse e agli studenti dell’università e delle scuole, ai ricercatori precari. Lunedì 10 ottobre gli studenti universitari della «Sapienza» di Roma si sono ripresi il tempo e la parola. Un concentramento convocato dagli studenti di fisica si è trasformato in una grande assemblea che dava inizio all’occupazione del dipartimento. Come un virus benefico, questa si è estesa immediatamente alle facoltà di Chimica, Matematica, Lettere, Scienze politiche, Psicologia, Geologia, Informatica, Sociologia, Economia, Architettura. L’ateneo più grande d’Europa è in rivolta, è bloccato, è attraversato dall’iniziativa autonoma di centinaia di studenti e ricercatori precari.
Erano almeno 15 anni che non accadeva una cosa del genere! E accade nell’università della riforma, del 3+2, della frequenza obbligatoria, università in cui ogni forma di protesta e di mobilitazione sembrava impraticabile.
Il 25 ottobre, mentre le università di tutta Italia chiedono a gran voce il ritiro del ddl, la Moratti si appresta a concludere a colpi di fiducia l’iter parlamentare di ratifica della legge. La ricerca pubblica italiana, già debole e priva di finanziamenti, sarà sottoposta ad un drammatico processo di precarizzazione. L’insegnamento verrà ulteriormente dequalificato. Il ritiro del Ddl e le dimissioni della Moratti rappresentano per tutti un obiettivo decisivo e non rinviabile!
Ma nelle occupazioni è anche emerso con forza un discorso radicalmente critico nei confronti delle trasformazioni che hanno investito l’università in questi ultimi anni. Una didattica povera, tempi di studio e di vita insopportabili, l’illusione di una rapporto diretto con il mercato del lavoro. Processi che hanno ridisegnato i nostri atenei a partire dagli anni novanta, segnandone la disfatta. I saperi specialistici e parcellizzati producono precari, ricattabili, privi di diritti e di forza contrattuale. La riforma Zecchino, e ancora peggio quella della «Y» immaginata dalla Moratti, hanno un solo obiettivo: distruggere l’università come spazio pubblico e come laboratorio di saperi critici. Nuovi sbarramenti e processi di selezione investono tanto il campo delle conoscenze quanto quello dell’accesso e dei servizi, dall’aumento delle tasse al caro-libri, dall’inesistenza di forme gratuite e pubbliche di circolazione dei saperi al mercato della formazione post-laurea (master). Il diritto allo studio è ormai messo all’angolo dai processi di privatizzazione selvaggia dei servizi (casa, mense). Ma le occupazioni parlano già da ora di un’altra università in movimento, fatta dagli studenti, dai loro desideri di conoscenza, non asservibili agli interessi del mercato.
E’ a partire da questa esperienza piena, di autogestione, che si sta manifestando nell’ateneo romano, che rivolgiamo un invito alla relazione a tutti quei soggetti che in questi anni, e in particolare in queste settimane, si sono battuti per il carattere pubblico dell’istruzione e della cultura in genere. In primo luogo gli studenti e il mondo della scuola, colpito a partire dal 2001 in modo inesorabile dalla furia devastatrice di Moratti e che richiede l’abrogazione immediata della riforma. Poi i lavoratori precari della cultura e dello spettacolo che, già privi di diritti, sono vittime dell’ultima finanziaria di Tremonti. Una finanziaria che «chiude i conti» con la spesa pubblica (sanità, enti locali, ricerca), per continuare a destinare fondi agli interventi di guerra e alle misure di sicurezza.
Riteniamo che sia venuto il tempo di smettere di abbassare la testa. Una nuova sconfitta sarebbe letale per l’università e l’istruzione italiana. Non basta testimoniare la contrarietà alla Moratti e al governo Berlusconi, c’è bisogno di riprendersi la parola e il diritto a decidere. Il movimento degli studenti e dei ricercatori precari, così come degli studenti medi, che da Roma si sta estendendo al resto d’Italia, è l’unica speranza forte di arrestare il processo di devastazione sociale che ha riguardato i nostro paese in questi anni e di riorientare preventivamente le politiche dei futuri governi in materia di istruzione.
Il 25 ottobre invitiamo tutti al grande corteo che a partire dalle 10,00 si snoderà tra Piazza Esedra e Piazza Navona a Roma, per assediare con creatività e determinazione i palazzi della decisione e del governo illegittimo di questo paese. E invitiamo tutte le altre manifestazioni che in quella giornata si svolgeranno contro il ddl a unirsi a noi, perché insieme saremo più forti.
Ma soprattutto chiamiamo tutti a fare treni e corriere, a mettersi in viaggio e a raggiungere Roma, perché la distanza non può fermare i sogni.
E’ ancora presto per tornare a casa e che il nostro tempo è appena cominciato
da il manifesto
Rose Gentle, madre di un soldato scozzese morto in Iraq nel 2004, ha deciso di iniziare la propria battaglia contro la guerra, sull’esempio dell’americana Cindy Sheehan. Rose ha annunciato ieri di voler creare un campo della pace installato in permanenza davanti a Downing Street. Con lei, altre donne che hanno perso figli o mariti in guerra e intendono in particolare protestare contro il rifiuto di concedere aiuti alle famiglie che vogliono denunciare il premier iracheno Tony Blair per il conflitto iracheno. Quella consistente parte di britannici che non ha mai digerito la guerra e mai si è rassegnata torna dunque a mobilitarsi. Il momento non potrebbe essere più opportuno, visto quel che accade ai soldati inglesi in Iraq. Un vento di rifiuto si sta alzando, mentre le truppe sul fronte di guerra sembrano sul’orlo del crollo psicologico, come titolava ieri a tutta pagina il quotidiano inglese The Independent («Are British troops at breaking point in Iraq?»). La domanda è d’obbligo, quando si prendono in considerazione tutti i fatti che il quotidiano enumera. A partire dal gesto compiuto dal soldato semplice Troy Samuels, decorato solo sette mesi fa con la Military Cross per il coraggio mostrato in azione in Iraq, e che ora ha deciso di abbandonare la carriera militare non sentendosela più di tornare in guerra. Con lui, altri 70 soldati del suo battaglione, il Princess of Wales Regiment, hanno preferito dire addio all’esercito piuttosto che tornare al campo di battaglia. Episodi che si aggiungono all’apparente suicidio avvenuto a Bassora di un inquirente militare, il capitano Ken Masters, trovato impiccato nel suo alloggiamento; a al deferimento alla corte marziale del primo soldato inglese «refusnik», Malcolm Kendall-Smith, che si è rifiutato di andare a combattere una guerra che considera «illegale».
Secondo Combat Stress, un’organizzazione militare di assistenza ai soldati in difficoltà psicologica da servizio, a provocare la più grave crisi morale che mai abbia afflitto le truppe inglesi nell’ultimo decennio, è l’indefinitezza di orizzonte di questa guerra difficile e pericolosa, i cui tempi si stanno allungando oltre misura. Né certo hanno contribuito a migliorare la percezione i recenti commenti del ministro degli esteri Jack Straw, secondo il quale le truppe inglesi potrebbero restare impigliate in questo conflitto per altri dieci anni. Per il commodoro Toby Elliot, capo esecutivo di Combat Stress, interpellato da The Independent, la fuga anticipata dall’esercito è innescata dalla speranza che gli effetti psicologici delle guerra – flashback, incubi, sensi di colpa – vengano in tal modo ridotti.
Assai esplicite in questo senso le dichiarazioni degli stessi soldati, raccolte dal quotidiano. Come quella dell’anonimo caporale che confida: «Questo è stato un duro, duro turno. Sarei contento di non tornare in Iraq per un po’» o dell’altro soldato che dichiara: «Mr Blair continua a dire che tutto sta andando meglio là. Forse dovrebbe prendersi il disturbo di venire a vedere lui stesso. E’ facile mandare i figli degli altri in Iraq».
Anche la misteriosa morte del capitano Ken Masters, 96esimo caduto britannico, spedito in Iraq per esaminare le accuse di abusi sui civili iracheni da parte delle truppe britanniche, presenta più di un aspetto inquietante. Il carico di lavoro cadutogli addosso era immenso, e spinoso quant’altri mai, perché immense erano anche le pressioni cui era sottoposto. Cercare i veri responsabili delle violenze era un compito arduo, soprattutto volendo evitare, come Masters a detta dei suoi colleghi intendeva fare, che fossero i soldati semplici a fare da capro espiatorio per colpe che non erano solo loro. Masters, si dice oggi, era anche consapevole del sentimento dominante nell’ambiente militare: che i soldati imputati si addossano la colpa di una guerra sempre più impopolare.
Ma c’era anche dell’altro, a premere su Masters. Pochi giorni fa era arrivato un pesante avvertimento del procuratore generale, Lord Goldsmith, contro i militari che indagano sui crimini dei militari. Alcuni alti ufficiali avevano infatti tentato, di comune accordo, di bloccare un inchiesta sull’uccisione in Iraq del sergente Steve Roberts, morto per un colpo d’arma da fuoco pochi giorni dopo aver dovuto riconsegnare un giubbotto anti proiettile, per scarsità di equipaggiamento.