Carissime,
rispondo dopo l’assemblea alla Camera del Lavoro di ieri sera, raccogliendo anche l’invito di Assunta Sarlo ad essere propositive Sulla questione privacy in relazione al lavoro che il progetto di legge del Forum delle Famiglie (o Movimento per la vita) propone nei consultori “al servizio della vita” vi è da tenere presente il provvedimento 11 novembre 2005 del Garante per la protezione dei dati personali relativamente alle strutture sanitarie. Il provvedimento, che richiama sia il codice del giugno 2003 sia le direttive europee, determina il rispetto dei diritti degli interessati a garantire la segretezza dei propri dati sensibili, tutelandolo anche nei confronti di tutto il personale medico e paramedico, limitando al massimo la presenza di terzi anche coinvolti nei trattamenti sanitari e precisando che la corresponsione di notizie o alcune presenze potrebbero essere escluse da una volontà in tal senso del malato motivatamente espressa. Questo dovrebbe frenare l’intervento di volontari per la vita non scelti dal paziente a scopi di trattamento terapeutico. Il quesito è: viene osservata la legge negli Ospedali lombardi? che cosa dicono le ginecologhe, come si può aiutarle e costituire una forza di pressione per il rispetto delle garanzie di riservatezza, premessa utile per l’esercizio dell’autodeterminazione? Inoltre si potrebbe forse, qui chiedo il conforto di giuriste specializzate in materia, sollecitare un provvedimento del Garante sul progetto di Casini e soci rispetto ai consultori e alla presenze dei volontari per la vita (provvedimento analogo a quello reso il 27 ottobre 2005 sulla carta multiservizi della giustizia) Forse, questione da studiare. Sul menzionato progetto, che si riallaccia bene alla legge 40, va aggiunto che nella sua norma di chiusura (art. 25, a quanto pare, ma occorre che le Parlamentari lo facciano girare in rete al più presto) prevede la costituzione di un’Autorità Nazionale per le politiche famigliari che sorvegli e curi la compatibilità fra le funzioni pubbliche e private e le funzioni famigliari, in particolare l’educazione dei figli. Chi sarà sorvegliato? non credo Casini o Buttiglione, piuttosto le madri di famiglia. Si compie così il percorso di curatela maschile sul corpo/mente della donna fertile dalla gravidanza (o ricerca della, attraverso le PMA), che ovviamente è questione di libertà femminile oltre che di libertà individuale tout court. Propongo che tutte noi, in particolare le donne dei Partiti e dei Sindacati ci facciamo carico di un’opera molto seria di pressione sui dirigenti di queste istituzioni al fine di ottenere una verifica e revisione della liberticida legge 40 Infine, per la prossima assemblea del 15 dicembre propongo di seguire la modalità sperimentata con successo nelle riunioni internazionali, che sono fitte di parteciapanti, del Forum per la Democrazia Costituzionale Europea: due introduzioni di 8/10 minuti ciscuna e ogni intervento di 5 minuti con chiusura del microfono ai 7 minuti da parte della presidenza. Cari saluti a tutte e complimenti alle ideatrici della riunione di ieri, veramente ben riuscita.
Maria Grazia Campari
Lea Melandri
Dell’aborto e delle questioni legate alla maternità – legge 194, pillola abortiva, consultori e movimento per la vita, adozione degli embrioni – parlano oggi all’impazzata le massime autorità della Chiesa, dello Stato, della medicina, della giurisprudenza, della cultura e dell’informazione. Tacciono le dirette interessate, le donne che si sono già trovate o che potrebbero trovarsi nella condizione di dover rinunciare a una maternità e quelle che, pur non avendo mai abortito o non avendo più questo problema, ritengono comunque di dover sostenere la scelta delle proprie simili.
Più le voci si alzano, da destra e da sinistra, in nome di Dio o della laicità calpestata, per rispetto di una “natura” immodificabile o della libertà delle donne di disporre del proprio corpo, più si allarga la zona d’ombra e di silenzio in cui va a cadere un’esperienza di vita e di relazione tra gli esseri umani che non a caso suscita un interesse così esteso, un così impellente bisogno di definire limiti, concessioni e divieti. Nel momento in cui il loro corpo, e le traversie che l’accompagnano, diventa “pubblico”, le donne spariscono dalla scena, come se si fosse concluso un millenario esilio nell’unica ricomposizione prevista dalle polarizzazioni della storia, tra maschile e femminile, cultura e natura, privato e pubblico, ecc., e cioè l’assorbimento del “diverso”, dell’“anomalo”, del “minaccioso”, dentro l’orizzonte del sesso che ha imposto il suo dominio, e quindi il suo modello di civiltà.
Ma come capita quando si è troppo assuefatti al rumore, è il silenzio che finisce per sorprenderci e per farsi ascoltare. E allora viene immediata la domanda: perché le donne tacciono? Perché, anche quando parlano, è così impercettibile la consapevolezza che dovrebbe distinguerle dallo sguardo oggettivante con cui la scienza, la politica, la cultura in generale, hanno guardato alla loro vita, natura senza storia, umanità minore da sottomettere o da proteggere?
Perché appaiono così lontane, perse nel mito di una stagione senza ritorno, le appassionate discussioni che portarono all’approvazione della Legge 194, le testimonianze di esperienze vissute, rese nei luoghi meno protetti dalla riservatezza, come le assemblee e le manifestazioni?
Ma, soprattutto, per quale inspiegabile ottenebramento, o rimozione, si parla dell’aborto come se le donne si mettessero incinte da sole, e per leggerezza o sadismo decidessero poi di sgravarsi di quel peso? Che si chieda a gran voce la loro ribellione, come ha fatto qualche illustre ginecologo, che si pretenda il rispetto della loro sofferta decisione, che si sostenga il diritto all’autodeterminazione in fatto di maternità, si tratta pur sempre di proclami che parlano di un soggetto considerato di per se stesso debole, bisognoso di tutela e di rappresentanza, e, soprattutto, di un soggetto che porta in solitudine quel potere e quella condanna che è la capacità biologica di fare figli.
Maternità e aborto sono, senza ombra di dubbio, legate a un modello di sessualità penetrativa e generativa, contrassegnata, all’interno del dominio storico dell’uomo, da un carico di violenza materiale e psicologica che non accenna a diminuire neppure in presenza di culture altamente civilizzate.
Come scrisse Carla Lonzi, in uno dei brevi saggi di Rivolta femminile del 1971, «la donna gode di una sessualità esterna alla vagina, dunque tale da poter essere affermata senza rischiare il concepimento. L’uomo sa che il suo orgasmo nella vagina la donna lo accoglie più o meno coinvolta emotivamente e fisiologicamente, sa che in conseguenza di questo la donna può restare incinta…ugualmente l’uomo fa l’amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare feconda nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale».
Non ci sono anticoncezionali né politiche famigliari che riescano a impedire a un atto d’amore di trasformarsi nella realtà drammatica di una gravidanza non voluta. Se va salvaguardata la scelta della donna di poterla interrompere senza incorrere in sanzioni penali, non bisogna tuttavia dimenticare la limitatissima libertà che sembra ancora esserci nel rapporto più intimo tra i sessi, sia che essa derivi da antica soggezione, ignoranza del proprio piacere, esitazione a esigerlo da parte femminile, oppure da violenza sessuale manifesta da parte dell’uomo.
Limitarsi ad affermare il primato della donna nella procreazione, il diritto a decidere su una vicenda che trasforma non solo il suo corpo, ma la sua vita intera, tanto più quanto più “naturale” si continua a ritenere la cura materna dei figli (oltre che di mariti, genitori, suoceri, ecc.), vuol dire mettere al centro della scena pubblica, dello Stato e delle sue leggi, i due protagonisti dell’origine, la madre e il figlio, e sfocare fino a farlo sparire in una nuova rimozione quel rapporto uomo-donna che i movimenti femministi del novecento hanno portato faticosamente alla coscienza storica. Ma significa anche, purtroppo, offrire un’occasione facile alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili più profonde di ogni individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base di quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente e in modo diverso nella vita di ognuno.
La svolta che le forze conservatrici, incoraggiate e sostenute, non solo nel nostro paese, dal rinnovato interessamento della Chiesa per questioni che spetterebbero allo Stato, persegue in modo esplicito la volontà di affermarsi sul terreno che la cultura laica ha esitato a far proprio, nonostante sia stata in tempi non lontani attraversata da movimenti che ne hanno fatto il centro delle loro pratiche politiche.
Tra i “valori” su cui le destre, cattoliche e ateisticamente devote, intendono impostare la loro campagna elettorale, campeggia, come già si può vedere, il corpo femminile, il suo “naturale” destino di continuazione della specie, di negazione di sé per il bene dell’altro, di cerniera immobile tra la famiglia e la società, di urna domestica depositaria di tutte le virtù che vengono sistematicamente disattese dalla vita pubblica.
Se ci fa orrore e ci riempie di indignazione che i più accesi sostenitori della guerra e della superiorità dell’Occidente siano anche gli zelanti San Cristoforo ansiosi di traghettare neonati fuori dalle infide acque materne, dobbiamo anche chiederci se, opposto e speculare a questo atteggiamento, non sia la difesa a oltranza della donna “vittima”, l’insistenza sulla figura materna e sull’aborto come “questione femminile”, anziché portare l’attenzione, come sarebbe logico, alla forma che ha preso storicamente il rapporto tra i sessi.
La storia di una vocazione politica dedicata a un fallimento pressoché totale narrata da una protagonista comunque esemplare
Di grande intensità emotiva le pagine sulla guerra e sulla Lombardia industriosa
I ricordi iniziano con l´infanzia a Pola e si chiudono con la radiazione dal Pci
Il lavoro nel partito, tra le sezioni di strada e il porta a porta per raccogliere tessere
Alberto Asor Rosa
Dalla copertina del libro che ho appena finito di leggere (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, pagg. 389, euro 18), una bella, anzi bellissima signora dai capelli tutti bianchi mi guarda con aria malinconica e un po´ perplessa. Mi guarda? No, guarda un po´ di lato qualcosa che sta appena fuori della cornice della foto: alla sua sinistra, si direbbe. E´ «la ragazza del secolo scorso», Rossana Rossanda, diventata la signora di oggi – e di ieri.
Delle sue memorie – poiché di questo si tratta – si potrebbe dire sbrigativamente (penso che molti lo faranno) che sono la storia di una grande signora che è stata una grande comunista (o anche viceversa, non importa). Qualcosa di vero c´è in ambedue le definizioni, e anche nel loro accostamento.
Ma a me pare che la questione sia più complessa e che l´immagine che Rossanda proponga di sé sia più problematica e persino più dolorosa: la storia di una vocazione politica destinata ad un fallimento pressoché totale («nessuna delle mie idee aveva funzionato, troppo presto o troppo tardi che fosse»), e che tuttavia non smette di sentirsi intimamente, cocciutamente, esemplare («c´è una punta di vero in quel che le mie amiche chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e volontà di dominarlo il margine fosse sottilissimo»). Ma vediamo.
I ricordi iniziano con la nascita a Pola, da poco ricongiunta all´Italia, negli anni Venti del secolo scorso, e si chiudono con la vicenda della radiazione, sua e di altri, dal Pci nell´autunno 1969, per aver osato fondare il Manifesto (su questo non casuale troncamento della narrazione tornerò più avanti).
Il racconto corre sempre (sottolineerei l´avverbio) lungo tre contemporanei e paralleli piani di sequenza: sullo sfondo c´è l´Italia che cambia, con le sue complessità, anomalie e debolezze (un paese, pensa e dice più volte Rossanda, cui sono congeniti il «lasciar perdere» e il «rinviare», non meno tra i progressisti che tra i conservatori); in primo piano, la storia pubblica della protagonista, la sua militanza, i suoi atti politici, le sue scelte di schieramento; in mezzo, la sua storia segreta (interiore, intendo, non privata), il suo mutare nel tempo, la sua «educazione sentimentale» (come recita lo strillo editoriale sull´ultima di copertina) ovvero, come io preferirei definirlo, il lato umano delle cose.
I tre piani di sequenza, ripeto, ci sono sempre ma distribuiti nel racconto con un diverso equilibrio fra loro. E´ ovvio che nella prima parte, l´infanzia e l´adolescenza, prevalga quello di mezzo, verso la fine, quando la protagonista entra a far parte del gruppo dirigente centrale del Partito, s´imponga più decisamente il primo. Di grande intensità anche emotiva le pagine sull´Italia della grande guerra e sulla Lombardia, povera, industriosa e operaia degli anni della ricostruzione.
Pare a me che un libro così non si legga principalmente per sapere come sono andate le cose e perché. Da questo punto di vista, le domande che Rossanda racconta di aver ricevuto qua e là nel corso della sua vita («perché hai fatto questo?», «perché non l´hai fatto?», «perché lo hai fatto troppo tardi?») non solo non ricevono risposta, ma potrebbero anche aumentare di numero (ognuno di noi avrebbe da fargliene almeno una). Il libro di Rossanda è profondamente critico e problematico, e in taluni punti perfino impietoso (si leggano le pagine sulla sublime correttezza di Pietro Ingrao, la quale ad una lettura più politica potrebbe apparire irresolutezza e ingenuità), ma assolutamente, radicalmente antirevisionistico. A sé e ai suoi, alla sua «parte», insomma, Rossanda nulla risparmia, ma nulla concede all´avversario, a colui che sta dall´altra parte, al (mi verrebbe voglia di scrivere) «nemico di classe».
Fra questi due estremi – l´autocritica severa e al medesimo tempo l´autodifesa appassionata di una vocazione politica che coincide irrevocabilmente con una scelta di vita – si muove l´occhio attento, scrutatore perplesso e malinconico di questa protagonista, che aveva tutte le condizioni per fare tante altre cose più piacevoli e meno fastidiose e ha scelto di fare questa, difficile, esaltante, spiacevole e… ingrata, e ancora oggi non se n´è pentita.
Sorprende (ma non tanto) che nel libro ci sia una descrizione assai limitata delle «giustificazioni ideologiche» della scelta comunista. Sì, s´intuisce, si sa, quale tipo di marxismo la Rossanda abbia frequentato e amato. Ma quel che lei vuole raccontarci non è come e perché lei abbia imparato a «pensare comunista»: quel che lei vuole raccontarci è perché lei ha «vissuto comunista», e perciò è entrata in quel partito, ci ha lavorato dentro, ne è diventata dirigente e ha cercato, sia pure vanamente, di cambiarlo. Insomma, la «serietà comunista», il sogno condiviso, la molteplicità dei destini che, grazie a quel contenitore, fra errori, ritardi, deformazioni, pure s´incontravano e si fondevano. Non, dunque – almeno non in primo luogo, – il partito delle segreterie federali o di Botteghe Oscure, ma quello dei «seminterrati» e delle sezioni di strada, il partito di «quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento» e che, così semplicemente facendo, «configuravano una società altra dentro a questa». Il partito di massa, l´identità collettiva, che a lungo andare (pensava, insieme a tanti altri Rossanda) avrebbe cambiato l´intollerabile stato di cose esistente, senza irragionevoli rotture rivoluzionarie, ma anche senza cedimenti opportunistici e sbandate verso la sfera seducente e onnivora del potere.
Forse è per questo (e spero di non dirle cosa sgradita) che il ritratto del dirigente comunista più pacificato e accettabile, più risolto anche di fronte alle sue enormi contraddizioni e al suo pesante passato, è proprio quello di Palmiro Togliatti, «cortese, conversevole e lontano, con voce uguale e sorriso breve, lo sguardo acuto», una sorta di padre saggio e accorto, poco incline alla benevolenza, ma almeno assai attento: «Quanto lo avrei criticato negli anni ‘70 lo rivaluto oggi, una volta accettato che il suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti, ma di garantire la legittimità del conflitto».
La legittimità del conflitto e… e, naturalmente, direbbe Rossanda, la sua traduzione in linea politica in una direzione di marcia che, rinnovandosi, mantenesse viva la sintonia, che pure c´era stata (anni 1943-1956) fra Pci e sistema Italia. Ecco perché la storia, – anzi, in questo caso, la Storia, – qui finisce con gli anni Sessanta: e non solo perché con la radiazione la vicenda di Rossanda nel Partito si esaurisce; ma soprattutto perché negli anni ‘60, in presenza di una ribellione studentesca straordinaria e di un imponente movimento di massa operaio, il Pci rinunciò (e fu per sempre) a tessere la tela che aveva cominciato: «Sono quegli anni che spiegano l´oggi. Non era semplice, ma non fu tentato nulla, pensato nulla, neanche un passo avanti in quell´ambito keynesiano dove pure Pci e Cgil erano cresciuti e che sarebbe stato anch´esso travolto».
Fino allo sfacelo di oggi.
In un quadro così complesso Rossanda non si sottrae neanche all´arduo problema sul cosa, in politica, abbia significato per lei essere donna. Non certo una militanza femminista o pre-femminista: per lei, per le donne della sua generazione, l´attività politica ha significato essenzialmente lottare per essere riconosciute all´altezza dei dirigenti uomini, ed essere come loro. Tuttavia…
Tuttavia – e Rossanda lo accenna più volte – non fu mai la stessa cosa: «Non sfuggivo al femminile… Quell´impulso di fuggire davanti alla decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in gioco io sola – sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi… La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda…».
Forse, più semplicemente, l´essere donna in politica ha significato per lei vivere, capire e soprattutto ricordare il lato umano delle cose, la ferita lancinante della perdita, la tenerezza degli affetti, più che la vanità infinita dei giochi di potere.
Tutto questo – e molt´altro – fuso in una prosa lucida, fluente, appassionata, inarrestabile: una specie di canto sospeso, che a me ha ricordato certe composizioni lunghe e profonde, distese senza fine a mezz´aria, fra terra e cielo, di Luigi Nono. Scrive Rossanda nelle ultime tre righe del libro a proposito del lavoro da lei intrapreso presso le nuove generazioni studentesche e operaie dopo la radiazione dal Pci: «Speravamo di essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra, che aveva avuto le sue ore di gloria. Non funzionò. Ma questa è un´altra storia». Neanche quello funzionò? Beh, sì, forse sì: ma quel canto, anche se la Storia non funziona, tutti possono intenderlo, e continua.
Emanuela Moroli
“Maschi, perché uccidete le donne?” Non c’è domanda di più stretta attualità.
Tra ieri e l’altro ieri ne hanno uccise altre tre e in modo brutale, con odio, con furia. Non è una novità.
Chi affronta dall’interno l’universo della violenza maschile perché ha scelto di operare nei Centriantiviolenza (in Italia ce ne sono più di cento un vero movimento di donne che non accettano l’inevitabilità della sopraffazione) guarda il mondo da un oblò che si affaccia sul lato nascosto e oscuro delle nostre società, è un oblò sull’universo culturale degli uomini, dei tanti uomini che ancora ritengono di avere avuto mandato dalla Storia per addomesticare, segregare, sopraffare, le donne che a vario titolo entrano nella loro vita.
E’ un oblò straordinario e terrorizzante. Vi si scorge l’inferno di famiglie costruite sulla minaccia e la paura; ci si rende conto che ovunque si volga lo sguardo, nelle piccole comunità come nelle metropoli, nelle ville dei benestanti come nelle case popolari, nelle città italiane come nei villaggi del Magreb o nei territori del Medio oriente, lo scenario è simile: mariti, conviventi, padri, fratelli, parenti che con la violenza deturpano l’esistenza di donne che, a loro volta, ritengono di essere predestinate dalla propria condizione femminile al ruolo di vittime.
Cerine Ebadi, l’avvocata iraniana premio Nobel per i diritti umani ripete che le donne «sono un solo popolo, sparso ovunque nel mondo e hanno un problema che le accomuna e le collega le una alle altre, questo problema è la violenza che devono affrontare». La prima ragione di morte per le donne dai 16 ai 44 anni – ci comunica la ricerca del Consiglio d’Europa – non è il cancro, non sono gli incidenti, è la violenza dei famigliari più prossimi. Chi opera nei Centri antiviolenza conosce da oltre 10 anni questo dato e lo va ripetendo da convegno a tavola rotonda, da seminario a workshop e a tutti appare un dato ininfluente, da non inserire nella agenda politica, sul quale non soffermarsi. Poi un giorno per l’ennesima volta il dato emerge da una ricerca della Commissione europea e come in un corto circuito, improvvisamente questa realtà terribile e in penombra si illumina di un lampo e uomini di buona volontà si impegnano a scrivere qualcosa di intelligente, di civile, di emozionale su questo genocidio tollerato. Poi, inevitabilmente, torna il buio e gli uomini di buona volontà riprendono le loro attività convinti di aver fatto il proprio dovere di maschio evoluto.
E la palla torna alle donne, per fortuna che hanno imparato a giocare. Ogni epoca – secondo Heidegger, ha una sola cosa cui pensare. Una soltanto. La differenza sessuale – aggiunge Luce Irigaray – è quella del nostro tempo. Era 18 anni fa quando lo scriveva, ma era il ’900, il secolo delle donne. Oggi è in corso una controffensiva micidiale, ogni giorno un nuovo più preoccupante segnale: è di ieri “l’innovazione” dei militanti del movimento per la vita sguinzagliati nei consultori per tormentare donne già colpite da una scelta che è sempre lacerante.
E’ in corso una marcia per la riappropriazione del corpo delle donne, quel corpo che ha imparato a sottrarsi e a dire basta. Chi pensava di aver superato per sempre i confini della segregazione e dell’arbitrio oggi si ritrova a dover fare conti con una violenza che torna ad insinuarsi in ogni piega della propria esistenza, perché è violenza la Commissione parlamentare d’inchiesta che vuole indagare sul dolore delle donne attraverso la vivisezione della legge 194, è violenza la campagna scatenata contro la procreazione assistita, è violenza l’ostracismo dichiarato contro la presenza delle donne in politica, è violenza il tetto di vetro che non si riesce a sfondare; e queste violenze le incontriamo sulla stessa strada sulla quale via via incontriamo i datori di lavoro che molestano, i clienti delle prostitute, i padri stupratori, i fratelli segreganti, e gli assassini.
Ma non prendiamocela con loro. Sono solo i terminali di una società organizzata per minimizzare, occultare, segregare la violenza contro le donne. Ogni anno in Italia vengono uccise dalle 90 alle 100 donne per mano di un famigliare. Tutte ma proprio tutte, prima di essere uccise si sono rivolte a polizia, carabinieri, assistenti sociali, tribunali; ma le loro parole non hanno peso, le loro denunce vengono archiviate, si minimizza, si incoraggia la vittima a tornare dal carnefice, a sopportare, a “capire”. E muoiono. E i titoli dei quotidiani del giorno dopo si interrogano sul perché non è stata fermata in tempo la mano dell’assassino. E’ un copione senza senso che si ripete come in un incubo.
Oggi, 25 novembre è stata dichiarata la giornata mondiale contro la violenza nei confronti delle donne. E’ importante. Si alza il sipario su uno scenario di solito avvolto dal buio. Uomini perché uccidete le donne? Chi incontra ogni giorno le vittime sopravvissute ad anni di violenze, al rischio di perdere la vita, e si confronta con loro, può rispondere riassumendo: perché è la massima espressione della libido del dominio su un altro essere umano, perché è un dominio facile da raggiungere poiché di fronte non hai il nemico, ma una donna che accoglie, che è dialogante, che spera. Ma è una risposta insufficiente, non può bastare. Serve uno sguardo che guarda insieme al futuro e al passato.
Le donne come soggetto dotato di corpo, pensiero e diritti loro propri per millenni non sono esistite: lo hanno decretato i Codici, da Hamurabi al ’900. Unico protagonista della Storia il genere maschile, che ha creato Il linguaggio, il pensiero, la cultura che lo rappresenta e che ha definito universale. Così si dice: gli uomini sono tutti uguali e si sottintende anche le donne, che in questa affermazione vengono inglobate. Le donne con le loro specificità e differenza di genere non sono tenute presenti, sono semplicemente inserite in un universale neutro, che però non le descrive.
La Politica, la Religione, le Leggi sono rivolte alle persone intese come neutro universale: ma se c’è qualcosa di assolutamente falso è proprio la persona neutra, quella che non ha sesso. In realtà Politica, Religione, Leggi un sesso ce l’hanno, è quello maschile che le ha concepite e modellate su i propri bisogni e immaginari. L’esclusione dal mondo della cultura/ culture ha fatto delle donne vittime predestinate dell’arbitrio maschile che si è manifestato a volte con immagini d’amore a volte con la lama dell’assassino.
Ma sempre di più le donne che hanno attraversato il ’900, e che si sono dotate di una propria ottica, rifiutano di farsi raccontare dal pensiero e dal linguaggio degli uomini che hanno riservato loro solo ruoli nati dai propri personali bisogni. Ci sarà da attraversare il tempo di una recrudescenza di delitti di genere, perché le donne hanno imparato a rifiutarsi con determinazione ai ruoli imposti, a queste gabbie anguste e preconfezionate dentro le quale non intendono restare oltre.
Oggi 25 novembre, giornata per sanzionare la violenza contro le donne, ma anche giornata di sciopero generale, le donne, quelle ammazzate, quelle a rischio, quelle che dicono basta, quelle che lottano contro, quelle che hanno gli strumenti per non essere mai più vittime, tutte avrebbero molto gradito che fra i contenuti dello sciopero ci fosse anche una presa d’atto e una promessa di lotta contro questo genocidio diffuso. La sinistra avrebbe detto qualcosa di Sinistra. Peccato.
Guia Soncini
Il bello è che non ne parla mai chi sa di che cosa si stia parlando. Ne discettano tutti da studiosi, col loro bravo riflesso pavloviano “l’aborto-è-un-dramma”. L’altra sera, a Matrix, l’aborto era un dramma per tutti i dibattenti. Detto da chi difendeva la 194, faceva un po’ tenerezza: una legge che è come un parente un po’ scemo, da difendere pur vergognandosene. A un certo punto è comparsa una signora e ha detto che è inutile continuare a parlare di contraccezione, nei paesi ad alto tasso di contraccezione le donne abortiscono come altrove. Ottimo. Quindi la contraccezione non serve, l’aborto è una tragedia dell’umanità, riproducetevi come coniglie e andate in pace.
Il bello è che non parla mai chi è interessato all’argomento. A dibattere di quel che devi fare se ti accade di aspettare un figlio senza averne alcuna voglia sono sempre uomini senza figli (vescovi e non) e donne ormai al sicuro da quello scivoloso crinale che è l’arco dell’età riproduttiva e che, mi piace pensare, in gioventù abortirono – con dramma interiore, si capisce – e ora ne sono talmente pentite da voler risparmiare a tutte noi questa possibilità. Non si può dire che non siano altruiste. Certo hanno le stesse probabilità di finire in un consultorio a elemosinare Ru486 e a ricevere buoni consigli da quelli che preferiscono la riproduzione (specie se praticata da altri) che ho io, e la somma di queste probabilità è zero.
Il direttore di questo giornale, che ha fatto la sua brava campagna per astenersi dal voto e dalla creazione di embrioni, e l’ha fatta giurando che era orrendamente in malafede chi pensava quella per la fecondazione fosse la prima tappa di una lunga campagna che aveva per obiettivo ultimo l’aborto, ha detto che per carità lui non vuole tornare all’aborto illegale. Pochi secondi dopo ha dichiarato il proprio obiettivo: il numero di aborti effettuati dev’essere portato a zero. Enrico Mentana avrà avuto le sue buone ragioni per non chiedergli come pensi di conciliare le due cose: niente aborti legali, niente aborti illegali… iniezioni obbligatorie di senso materno? Sterilizzazione? Certo non semplice contraccezione, visto che di lì a poco la sua sparring partner ha appunto argomentato che è inutile, le cittadine di quei paesi sciamannati in cui si fa dissennato utilizzo di contraccezione fanno uso altrettanto dissennato di interruzione di gravidanza. Avrò sicuramente capito male, ma mi è sembrato di cogliere il percorso auspicato dal direttore di questo giornale nella sua risposta a una domanda sui volontari del Movimento per la vita. Usando più o meno le stesse parole che di lì a poco, in un servizio, avrebbe usato proprio uno dei volontari in questione, l’uomo che vuole zero aborti legali e zero illegali ha detto che le donne convinte dai volontari pensavano di non volere figli “in un primo momento”, ma “poi sono contente”. Queste sciocchine. Puoi convincerle a cambiare idea sulla loro volontà di fare un figlio con la stessa facilità con cui le puoi convincere a comprare una gonna in saldo. Puoi convincerle a fare un figlio e poi non potranno che esserne contente, è ineluttabile, tutti i genitori amano i figli, si sa, tutti gli esseri umani sono dotati di istinto genitoriale, diamine. La settimana scorsa questo giornale, che quando si tratta di sostenere le proprie idee non va troppo per il sottile, ha pubblicato la lettera dei genitori di Holly Patterson, che due anni fa morì di infezione dopo aver preso la Ru486. Aveva diciassette anni. Io non ho ben capito, ma è sicuramente un limite mio, perché da queste parti ce la si abbia tanto con la Ru486. Ho l’impressione che non sia perché si sta con la salute delle donne invece che con la lobby dei medici, che sia piuttosto un problema di “se devi abortire, che almeno la cosa ti sia di un qualche peso, niente vie brevi e niente anestesia generale, ché devi stare ben sveglia e renderti conto della porcata che stai facendo” – ma sono certa di stare travisando. Dunque c’era questa lettera, in cui i genitori – che avendo scelto all’epoca di generare e non di abortire sono evidentemente persone migliori di me e persino della loro stessa defunta figlia – scrivevano che “Holly non era una ragazza sola, disamata, senza protezione o appoggio”. Quella ragazza amata e appoggiata dai genitori, quell’abitante di una famiglia felice di quelle che si creano solo in una cultura della vita, preferì morire piuttosto che rivelare ai suoi genitori che aveva fatto una cosa turpe come scegliere di non avere un figlio a diciassette anni. Lo so, non bisogna infierire su persone devastate dal dolore. Ma loro per quanto devastati sono vivi, e mi piacerebbe sapere se alla povera Holly, morta di emorragia per non farsi sgridare, avevano insegnato i fondamentali della contraccezione. Aveva diciassette anni, mica sette.
Io ero certamente disattenta. Probabilmente confusa dalla visione dei volontari del Movimento per la vita, impegnata a pensare che “fanatismo religioso” fosse una tautologia, con un calo di concentrazione dovuto all’ora tarda. Perché giurerei che, nel dibattito su Canale5, il direttore di questo giornale abbia detto che “la salute della donna risiede nella sua capacità di generare” – e questo non può essere vero, giusto? Non può averlo detto, dico bene? Non tanto e non solo perché sarebbe troppo sprezzante nei confronti di tutte le donne che scelgano di non generare, perché sancirebbe la figura della donna-come-fattrice- punto. Quanto perché giurerei che, nel corso del dibattito sull’astensione dalla procreazione assistita e dal voto, lo stesso direttore di questo stesso giornale argomentasse che la sterilità non è una malattia che va curata, ma una condizione naturale da accettare come tale. O forse ero distratta anche allora, e ho capito male.
Facciamo finta di essere d’accordo su una premessa: si abortisce a quindici anni, non a trenta. Una donna adulta che non abbia ancora imparato a mandare a quel paese gli uomini che “con il preservativo non mi tira”, gli uomini che “stai tranquilla ci penso io”, e in generale a gestirsi accortamente le poche ore di fertilità che le capitano ogni mese, una donna così è adulta solo formalmente. Le gravidanze indesiderate sono un accidente di gioventù, di quell’età dell’innocenza in cui è ancora lecito pensare che gli uomini preferiscano essere informati della questione e partecipare alla decisione se abortire o procreare, di quel periodo di incertezza in cui è lecito non sapere se un figlio lo si vuole o no, e magari fare conversazione con un volontario può convincerti in un senso o nell’altro. Una donna adulta che – ops – resta incinta per sbaglio, e – ops – credeva di voler abortire ma le si può far cambiare idea come sull’acquisto di un cappotto che tutto sommato non le dona, una donna così è un’idiota. Vanno protette, le idiote, quelle che credono “che all’ottava settimana sia un grumo” e quando vedono l’immagine con le braccine sono così commosse che improvvisamente sono pronte a essere madri? Vanno salvate da loro stesse? E, se sì, è più protettivo nei loro confronti forzarle a riprodursi, mettendo al mondo figli indesiderati (al netto della poetica poi-sei-contenta), o a lasciar perdere, ché la maternità è questione che necessita di un po’ di sale in zucca, e non si capisce perché aprire una salumeria richieda una licenza e prendersi a vita la responsabilità di un altro essere umano neppure richieda un test psicoattitudinale? (Sì, sì: i figli si sono sempre fatti senza tante storie. Sì, sì: torniamo nelle caverne).
Siccome Dio esiste e traccia i palinsesti, a interruzione del dibattito sull’aborto c’era uno spot della Mister Baby: la città pullulava di donne col pancione, e la voce fuori campo spiegava, casomai ce ne fosse bisogno, che da quando ci sono meravigliosi biberon e gadget assortiti della Mister Baby “cresce la voglia di diventare mamma”. Diteglielo, ai volontari, che basta così poco: invece di stordirle di chiacchiere, le gravide, si presentassero con un biberon in omaggio. Le sciocchine si lasceranno convincere.
(Poi c’è la questione del “sostituirsi a Dio” e “chi sei tu per scegliere di dare la vita e la morte?”. Lieta di apprendere che Dio c’è per certo – mica ci si può sostituire a qualcuno che non c’è, no? – provo a rispondere: sono una che può dare la vita, e anche decidere di non darla. Spiacente, è una discussione impari. Magari nella prossima vita sei fortunato, nasci con un utero, ma per ora non puoi praticare nessuna delle due opzioni. Quanto al delirio di onnipotenza, segnalo il caso di scuola del “dare la vita per interposto parto”: la signora della Mangiagalli e l’orgoglio del suo sguardo nel raccontare, fingendo di schermirsi, delle madri che dicono ai neonati “non fosse per questa signora tu non saresti nato”. Poi lo scaricano a lei, il pupo, quando si accorgono di non essere portate per il mestiere di madre?)
Il bello è che non parlano mai quelle che non sono né me né le dibattenti televisive. Quelle che, in caso di bisogno, vanno davvero in un consultorio. Ne parliamo noi, che abbiamo stipendi sufficientemente alti e assicurazioni sanitarie sufficientemente buone da, in caso di bisogno, andare non dal macellaio da ambulatorio mostrato in tv l’altra sera, ma in una qualche serissima casa di cura privata che scriva “raschiamento” sulla cartella clinica. L’abbiamo sempre fatto, perché sulla legalità prevale la comodità, lo faremmo anche se l’aborto fosse illegale. Il rappresentante del Movimento per la vita, osasse questionare sulle nostre decisioni, verrebbe trattato come un rappresentante di aspirapolveri. Ma non se ne darà l’occasione, perché noi dal consultorio non ci passeremo comunque. Non è un nostro problema. E’ un problema delle extracomunitarie, delle pocotenenti, e delle tredicenni. Quelle stesse tredicenni di cui, sempre l’altra sera in tv, un infermiere di un ospedale romano lamentava non usassero il preservativo e poi andassero a chiedere la pillola del giorno dopo. Ecco, io preferirei che qualcuno, magari genitori che si organizzino prima per non piangerne la morte per aborto malfatto dopo, insegnasse loro un paio di banalità sulla contraccezione. A quel punto, potrò anch’io iniziare a scandalizzarmi per le cose veramente importanti, quelle per cui l’altra sera in tv si scandalizzava il direttore di questo giornale: che per l’infermiere la pillola del giorno dopo fosse affare così banale da trattarlo con strascicata cadenza romanesca. A quel punto potremo tutti riguadagnare un po’ di stile, smettendo di sporcarci le mani con una bruta realtà fatta di sangue, sperma, dialetti.
«La legge 194 è una conquista di civiltà». Su aborto, pillola, «volontari» la destra ribolle
No ai «volontari» Forza Italia nel pieno dello scontro sui «volontari» del Movimento per la vita nei consultori. L’Udc accusa la sinistra e Prestigiacomo di «mistificazioni»
Carla Casalini
Le parole di Stefania Prestigiacomo non necessitano delle chiose talora richieste dalle ambiguità, le mezze frasi lasciate cadere dagli esponenti politici. Certo non concede spazio al mellifluo Storace e alle sue pericolose manovre sull’aborto. «La legge 194 rappresenta una conquista di civiltà per le donne», è l’esordio secco della lettera inviata dalla ministra delle Pari opportunità al neoministro della Salute. «E la proposta di avviare una `indagine conoscitiva sullo stato di applicazione della norma’ a fine legislatura, può avere il sapore della battaglia ideologica». Chiarezza cristallina. Ma ci sono le precisazioni – «nessuno vuole modificare la legge, io intendo solo applicarla, e spero di farlo in accordo con le regioni» – che il ministro di An si è affrettato ieri a buttare là a mo’ di polverone, per coprire la manovra in atto contro l’aborto, e Stefania Prestigiacomo anche su questo ha una parola che suona come un avvertimento: «Prendo atto con piacere che tu confermi che non è tua volontà modificare la legge», meglio comunque che fin d’ora ministri e leader del centrodestra sappiano che «dinanzi alle ventilate intenzioni di modifica della 194», il ministero delle Pari opportunità è «tempestato da mail e telefonate di protesta».
Ma la ministra di Forza Italia non si ferma qui: certo, la 194 va «applicata in tutte le sue parti», come sostiene Storace, compreso dunque l’articolo 9 sull’obiezione di coscienza, e però va applicata anche nelle altre parti da «tutte le strutture». Invece: «sono tante le donne che vorrebbero avvalersi della `pillola del giorno dopo’, ma siccome l’acquisto in farmacia richiede la prescrizione medica, in molti casi trovano nei presidi sanitari pubblici medici che avvalendosi, legittimamente, dell’obiezione di coscienza prevista nella 194, si rifiutano di prescriverla». Ma la pillola Ru-86 va presa con urgenza, e ne vanifica l’effetto il ritardo per queste «inadempienze dei presidi pubblici» dove evidentemente mancano medici «non» obiettori, perciò: «Ti vorrei chiedere se questa tua volontà istituzionale e tecnica di verifica della 194 hai intenzione di estenderla anche a questi casi di eventuale violazione della normativa». Né la lettera manca di notare che «i dati di conoscenza» invocati da Storace, il ministero della Salute dovrebbe già averli da un pezzo.
Una presa di posizione, quella di Prestigiacomo, che apre lo scontro dentro la stessa Forza Italia, con Chiara Moroni che minaccia di «incatenarsi da qualche parte», e Margherita Boniver che tocca il tasto delicato «la Cdl perderà voti fra le donne se si identifica in Storace».
Il vicecoordinatore di Fi Cicchitto, tenta una mediazione – «la 194 ha funzionato bene ma non sono contrario alla proposta dell’Udc di una commissione parlamentare di indagine» – ma secco è il suo no sui volontari nei consultori: «lo stesso presidente del Movimento per la vita Carlo Casini ha candidamente ammesso che la loro missione sarebbe quella di impedire gli aborti», si vuole, manipolando i consultori, che le donne «tornino ad abortire clandestinamente»?. Cicchitto chiama poi in causa Berlusconi, magnificandone l’«intuizione» che ha fatto nascere la Cdl «e soprattutto Forza Italia» dall’incontro tra laici e cattolici: pretendere di farle diventare «univocamente» cattoliche sarebbe «un errore culturale e strategico». Tirato in ballo, Silvio Berlusconi va coi piedi di piombo e da Tunisi manda a dire «ne parleremo».
Ma lo scontro nella destra non si placa. L’Udc difende l’introduzione dei «volontari» del Movimento per la vita (ricordandoci gli spettri antichi di un Gedda e dei suoi comitati civici); il segretario Lorenzo Cesa si permette di dire «noi vogliamo aiutare le donne» e accusa insieme Prestigiacomo e «la sinistra» di «mistificazioni». I leader dei Ds, dello Sdi, dei Verdi, Fassino, Boselli, Pecoraro Scanio accusano Storace e la destra di voler mettere la 194 «sul banco degli imputati». Dalla Margherita Franceschini chiede di togliere la discussione dallo scontro politico-elettorale, in sintonia con Oscar Luigi Scalfaro che parla di «polemica sbagliata» (e dalla sponda opposta la Lega, con Calderoli, esprime una posizione simile); anche Mastella preferisce parlarne «dopo le elezioni» ma esprime concordia cona la proposta Udc della commissione d’inchiesta.
A partire dall’ultimo libro di Daniela Padoan Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Bompiani, Milano 2005), martedì 22 novembre alla Libreria delle donne ha avuto luogo una discussione di riflessione sulla pratica politica dagli effetti inimmaginabili ‘inventata’ da queste donne straordinarie. Il testo è uno sguardo amorevole e acuto sulle Madres, dà loro parola e pone a noi interessanti quesiti e riflessioni sulla nostra pratica politica. Come possiamo, oggi e nel nostro contesto, assumere la responsabilità di ereditare una pratica politica e allo stesso tempo fare nuove invenzioni per agire e lottare nel presente?
Presente l’autrice che ha ampiamente discusso del suo lavoro e delle sue relazioni.
Hanno introdotto la discussione Liliana Rampello e Laura Colombo.
“Si tratta di un libro che ho letto con grande attenzione, mi piaciuto, lo considero bello intelligente e importante”. Liliana Rampello introduce così la serata e avvia la discussione.
“Bello perché scritto bene, capace di rimanere vicino all’esperienza delle emozioni che Daniela ha vissuto, emozioni che ci vengono restituite con chiarezza. Un libro che tiene con sé il caldo che questa scrittura riesce a trasmettere.
Intelligente per l’intreccio dei piani discorsivi: la storia dell’Argentina e le vicende che, insieme a ai fatti storici, Daniela ci racconta.
Importante perché va oltre quello che si pensa di sapere già. Le Madres sono state in Italia, le abbiamo conosciute e abbiamo discusso, il loro lavoro è noto. Questo libro va oltre perché, quello che almeno a me è capitato, è stata la possibilità di conoscere altre Madres (oltre la ‘famosa’ Hebe).
Importante inoltre perché ci fa riflettere anche sulle pratiche politiche che queste donne hanno inventato e soprattutto perché Daniela è stata in grado di restituirci il momento sorgivo, il modo in cui queste pratiche sono state inventate e quando. A me ha detto molto su una sorta di stanchezza dell’Occidente rispetto alla vivace esistenza che queste popolazioni sono in grado di restituirci. Per me questo libro è già politica, nel senso che, in questo luogo, abbiamo spesso affermato che narrare è assolutamente importante, che c’è necessità di racconto femminile. L’agire delle Madres e il modo in cui Daniela ce lo racconta sono esattamente questo: parlare, scrivere, scambiare. Significa aver capito che il linguaggio (parole, gesti e corpi) non è una forma inerte ma possibilità di modificazione, lettura, interpretazione della realtà che ci capita. Quando ho detto la parola ‘scambiare’ la riprendo perché Daniela, in questo libro, agisce uno scambio profondissimo con loro, pieno di rispetto e di amore. Questo scambio si presenta a noi nella forma del dialogo. Daniela ripropone le conversazioni e fa vedere da vicino come la domanda sia importante perché il dialogo si sviluppi davvero. Questa dev’essere consapevole, nuova, in qualche misura capace di guidare sotterraneamente l’altra a dire, nel modo più aperto possibile, la sua esperienza.
Nel fare questo difficilissimo lavoro dell’intervista, la sua presenza non è mai invadente, piuttosto è tenace perché sa porgere questo filo, sa spostare il problema, sa riaprire una questione, insistere su un ragionamento. Da un lato conduce, da un altro si lascia condurre, sapendo che tutto quanto tornerà a esser comune e si slargherà ulteriormente nella lettura di chi il libro leggerà. Un’operazione complicata che passa tra due, tra una e tante, che leggeranno il libro.
La postfazione è molto densa e intensa. Daniela convoca i suoi amici e le sue amiche. Incontriamo quindi Kakfa, Rielke, Harendt, Muraro, Kierkergaard, e altri che le sono stati a fianco mentre lavorava.
Quando l’ho letta, ho pensato che poteva essere l’introduzione. Ma non è così perché è una postfazione vera e propria non è un commento, né un riassunto, ma si tratta di prendere la parola in prima persona dopo un viaggio, nel suo caso, uno reale, quello che lei ha fatto in Argentina e quello interiore che l’Argentina ha fatto fare a lei e a me ha detto tanto”.
Cos’è cambiato per Daniela prima e dopo il viaggio? Questa la prima domanda di Liliana all’autrice.
“Poi ho guardato l’indice – continua ancora la relatrice- attento e perspicuo, nel senso che annoda ogni capitolo intorno a un elemento che può essere una frase, un simbolo oppure un evento o una questione. Ognuno di questi capitoli è introdotto con una riflessione storica e puntale, esauriente che rinvia a una quantità rilevante di fonti che lei ha letto. E’ seguita da più racconti con un loro titoletto specifico che, a sua volta di nuovo, riabbraccia in forma più particolare il tema generale. L’indice dice esattamente il movimento del testo, fa vedere i nuclei principali d’interesse ed espone la sua stessa disposizione.
I capitoli sono molto ricchi, indicano le tante scelte che Daniela ha dovuto fare, perché la scelta immagino fosse molto ampia”.
“Mi ha colpito l’insieme del testo. Ma ho comunque raggiunto un esito politico. All’inizio mi sono commossa perché c’è dolore, tragedia, la dittatura. Il libro però, continuando a leggerlo, mi ha aiutato a passare da questa commozione sim-patetica a una forma diversa che era la consapevolezza e la comprensione di quello che là era successo. E’ come passare dalla simpatia all’empatia. In questa ultima c’è uno spazio di conoscenza. Pur sollecitando l’emozione non la raffredda ma la colloca e questo è stato il lavoro primo delle Madres e di Daniela nel restituirci questo.
Il libro inizia con la presentazione di una famiglia. Si parla quindi della provenienza di queste donne, chi erano, la semplicità di vite comuni e, per questo, molto interessanti. Vite oneste povere in cui la dittatura sia imbatte con la sparizione di figli e figlie. Questo succede in modo incalzante.
L’orizzonte, all’inizio, è quello individuale, nero e vuoto. La violenza è segreta taciuta e negata.
Però mancano i figli, i corpi. La loro morte sembra irreale anche nella sua ripetizione (il sempre uguale che ritorna).
Nessuno ne risponde, a nessuno si può chiedere, si bussa alle porte di tutti che sono sempre gli assassini.
La complicità è ovunque soprattutto tra Stato e Chiesa. Quando noi parliamo della Chiesa dimentichiamo sempre il potere temporale di questa, ciò che ha fatto e che continua a fare. In complicità con le dittature. E ciò è avvenuto fino a qualche anno fa. Sembra, nei giornali italiani, che la Chiesa sia l’unico referente morale.
Anche questa è una strada di riflessione.
Questa complicità è stata anche internazionale e viene ben raccontata. Viene raccontato quando il mondo non vuole sapere e non vuole capire, quanto questo pesi nella situazione politica interna di un paese, i pesi su chi deve resistere una dittatura.
Il punto che emerge è questo: come fa un singolo ad affrontare un muro mille volte più alto di lui? Il racconto ci fa vedere la trasformazione di donne semplici, casalinghe, in donne che, fidandosi pian piano l’una dell’altra, hanno inventato un’arma potentissima contro il male, contro la morte. Daniela ci fa vedere come il silenzio si rompa attraverso parole, gesti semplici e invenzioni inaudite, quelle che nascono da un’inaudita risposta alla morte: camminare tutti i giorni, mettersi un fazzoletto bianco, rimettere al mondo i figli insepolti perché non si accetta che la loro morte coincida con la loro fine. Anche qui il ragionamento di Daniela è molto raffinato. Morte e fine possono non coincidere. Questa è una grande riflessione delle Madres. In Occidente si tende sempre a vedere la morte come il termine ultimo. Queste donne hanno capito che anche la morte può diventare, nel suo essere estrema, l’origine di una nuova vita. Si sono messe insieme contro chi le arrestava, distruggeva le loro case. Queste donne hanno lavorato e si possono dire rimesse al mondo dai loro figli. Tenere in vita loro il loro ricordo trasforma il lutto in una lotta”.
Cita una frase del testo: “non abbiamo letto Il capitale, abbiamo letto cose più semplici. Leggiamo dalla vita e apprendiamo dalle strade e dai nostri compagni, abbiamo interpretato la lotta dei nostri figli dalle cose piccole non dalle cose filosofiche…
…si, noi non abbiamo nulla a che fare con la morte. La vita è il significato profondo di tutto quello che facciamo, tutto ciò che è creativo ha a che fare con la vita e non con la morte…
Siamo così tranquille e così felici e guarda che contraddizione, perché stiamo facendo quello che loro stavano facendo, è per questo che sono dentro di noi e ci danno alla luce tutti giorni. ”
Le Madres rifiutano qualsiasi tipo di monumento e di memoriale – dice ancora Liliana -, molto diversamente dall’Olocausto. Rifiutano questo tipo di memoria, sostenendo il concetto di memoria fertile, cioè una memoria che non possa essere rinchiusa in nessun luogo, ma rimanga come si è sviluppata nei propri pensieri.
Quello che hanno costruito è la loro stessa vita, hanno costruito per altri e altre quello che i loro figli volevano per sé e tutti. Le Madres hanno operato un’invenzione di rapporti internazionali con altre donne e altri uomini con un rigore che ha qualcosa di ingenuo, rifiutando qualsiasi forma di turismo. Loro volevano viversi in una logica della visibilità e presenzialismo. Hanno intrecciato legami con altri movimenti di lotta dei loro Paesi.
E in questo intreccio c’è una riflessione implicita, non sempre detta, ma che vive nelle parole che loro dicono sul potere. Sono sempre riuscite a fuggire a tutte le sue trappole. Lo hanno guardato in faccia e ne hanno riso. ”
Liliana fa una precisazione: ridere non è una cosa semplice. “Perché in questo caso il riso viene dalla verità del dolore ed è una risata assoluta.
Nella postfazione Daniela sposta in avanti anche il famoso brano delle Tre Ghinee di Virginia Woolf. Questa parlava della derisione, del riso su tutto i paludamenti del potere maschile così come le si presentava dalla giustizia e dal comando militare. Ma Daniela, proprio su questo aspetto, dice: “quella delle madri è però una risata assoluta perché fatta di fronte al plotone che punta le armi al quale gridano: fuoco”.
Ora, di fronte a questo genere di cose, è ovvio che l’ordine è infranto ed è infranto perché si è dinnanzi alla morte che qui è una sorta di potenza di conoscenza.
Daniela rovescia un’altra grande eroina che è Antigone: “ne hanno rovesciato la lettura, saranno loro a non accettare che la polis ne accolga le spoglie, che dia loro una copertura simbolica, perché per loro non si dà polis che non accordi cittadinanza immanente agli scomparsi vivi per sempre”.
Improvvisamente c’è una lettura nuova di questi elementi: viene strappato all’ordine patriarcale l’ultimo velo. Questo ragionamento mette in questione un importantissimo lavoro di Foucault sul potere: l’autore passa dal potere tirannico al bio potere diffuso.
Qui il potere di vita è solo dalla parte delle Madres.
L’ultima questione è che queste donne sono donne che non perdonano. L’Occidente, con i suoi perdonismi, fa in modo che la conciliazione venga intesa nel modo più basso e compromissorio, per cui tutto sembra uguale. Posizionarsi è la più bella lezione”.
Laura Colombo interviene ponendo alcune questioni politiche a partire dalla lettura del libro: “Intanto qualcosa sul libro: molto bello, scritto bene e con una caratteristica che spicca, la polifonia. Che si gioca su differenti livelli, uno più manifesto che è quello che le madres dicono in prima persona, con la forza che riescono a trasmettere, e un livello più nascosto ma non meno importante, che è la relazione viva tra l’autrice e le madres, che rende possibile la loro espressione libera e autentica. La modalità che Daniela ha scelto, quella dell’intervista, è solo apparentemente neutra. Infatti lei sceglie attivamente di stare dalla parte delle Madri, senza tuttavia tesserne aprioristicamente le lodi.
Permette che la progettualità delle Madri si esprima, e mette in evidenza in che modo la loro rappresentazione del possibile o del desiderio ha fatto germogliare semi di libertà nel cuore della necessità più cruda.
Ma il punto che vorrei porre qui è un altro. E’ collegato a un accenno presente nel libro quando Daniela intervista una donna attiva nel movimento dei piqueteros. Vi leggo anche un frammento che può essere utile per capire.
Come saprete i piqueteros sono un movimento nato a seguito della fortissima crisi economica argentina, ed è un movimento di fatto nato dalle donne, i cui mariti avevano perso il lavoro.
C’è qui un rilancio del sapere delle madres, il tentare di ricercare un proprio modo di far politica mantenendo una relazione forte e feconda con le madres. Daniela chiede a Mariana Cruz: “Credi che in questo protagonismo femminile abbia contato il fatto che durante la dittatura fossero state le donne a scendere in piazza per manifestare?”. E lei risponde: “Certamente. Fin dagli inizi del nostro movimento abbiamo avuto rapporti con le Madri di Plaza de Mayo. Ci siamo rispecchiati molto nella loro lotta e abbiamo imparato da loro”.
Soprattutto mi ha colpita e coinvolta il tema della responsabilità. Dice infatti Mariana “Quando Hebe ci chiama figli o figlie, ci dà una grande forza, ci riempie di orgoglio, e allo stesso tempo ci carica di grandi responsabilità. Siamo le loro figlie e i loro figli, come lo erano i rivoluzionari desaparecidos. E poi è meraviglioso vedere Cota o Juanita con i loro novanta e passa anni, sempre così decise, cos’ attive. Per me che ho ventinove anni, significa che abbiamo scelto il cammino giusto”.
Mi ha fatto tornare alla memoria un incontro con le madres qui in libreria. Io chiesi a Hebe de Bonafini se ci fossero donne più giovani nel loro movimento, e come trasmettessero il loro sapere e le loro pratiche, e lei mi rispose “siamo solo madres”. Non c’è cooptazione, proselitismo etc. precisamente questo si ritrova nella risposta di Mariana: quelle che loro chiamano figlie devono fare la loro strada, si devono assumere la responsabilità della politica in prima persona. Anche facendo cose che non stanno nello stesso solco, anche se le strade sono differenti.
Mi è parso interessante ovviamente perché mette bene in evidenza la mia esigenza di ereditare delle pratiche senza emulare, il che implica la scommessa di assumersi la responsabilità dell’arrivare dopo…
Questa assunzione di responsabilità per me si traduce in alcune cose:
– innanzitutto nell’avere a cuore un luogo (che non è solo uno spazio fisico ma insieme di relazioni, di pratiche ecc) che per me è questo, la libreria, standoci però portando – tentando di portare – la mia differenza, insieme ad altre. E mi riferisco al sito, per esempio. Assumersi la responsabilità significa metterci energia, impegno, voglia di esserci, anche se non è sempre facile. Soprattutto stare in un luogo così segnato da una storia importante, insieme alle donne che l’hanno fatto nascere a partire dall’ascolto dei loro bisogni e che continuano a ricercare, esserci, lottare. Il rischio che vedo in questa prossimità è l’opposto dell’assunzione di responsabilità, cioè un lasciarsi prendere e avviluppare da tanta forza, senza esserci davvero. È anche una cosa molto umana questa. Trovi donne capaci che sanno cosa si deve fare e ti dicono chiaramente la strada da percorrere, cosa che da un lato è pacificatoria, ma dall’altro crea un malessere sordo, se non lo interroghi a fondo e con coraggio. E su questo punto il vecchio numero di via dogana “le ereditiere” – nell’articolo di Tonia de Vita in particolare – poneva il problema di come trovare una misura tra il distacco e l’eccessiva prossimità.
– Ecco che allora l’assunzione di responsabilità ha significato per me creare insieme ad altre uno spazio di riflessione, non in contrapposizione ma dove fosse possibile tentare di entrare in contatto coi nostri bisogni, le nostre verità, la nostra voglia di fare politica, la ricerca di senso, un’autenticità che vogliamo ricercare in proprio, lo scambio in libertà, la libertà di portare avanti una cosa che sentiamo vitale e libertà di tralasciare anche cose che sono state importanti per chi ci ha preceduto, o di dire quello che non ci torna, di rimettere in discussione qualcosa che sembrava già dato, acquisito. La difficoltà che abbiamo riscontrato, ma sulla quale stiamo lavorando e continua lo scambio e continuano i conflitti, è trovare un filo comune, che non vuol dire annullare la differenza, ma scegliere da che parte stare, dare un taglio e dire la cosa che preme, senza farsi affascinare dalla sirena di un pluralismo che ti taglia le gambe. C’è difficoltà a nominare una cosa comune. Il problema è che se dici una cosa non sei qualcos’altro, crei spiazzamenti, separazioni. Non è che non abbiamo, ciascuna, una priorità, la cosa da dire, ma è come se ci facessimo fregare dal mito della democrazia paritaria, per cui ogni cosa ha diritto di essere nominata, e per ogni diritto bisogna fare battaglia, e non si ha la capacità di scegliere il taglio che più ci preme ma che inevitabilmente lascerebbe fuori altro.
Quindi questo punto dell’assumersi in prima persona la responsabilità di un’azione politica, con la forza e il coraggio di dare una propria lettura e fare i propri passi, pur riconoscendo e dando valore all’origine mi pare un elemento importantissimo di questo libro, uno spunto di riflessione essenziale anche per noi.
Chiedo a Daniela se ha verificato questa cosa nelle interviste che ha fatto alla ragazza del movimento dei piqueteros.
Daniela Padoan inizia il suo intervento spiegando cosa sia cambiato dopo il suo viaggio.
“Sono andata in Argentina perché avevo deciso di scrivere questo libro, anche se credevo di essere in grado di scriverlo comunque: avevo intervistato le Madres per cinque anni, letto tutto di loro. Le ho ospitate a Milano facendo un’intervista televisiva anche se non è andata in onda. Questo perché le Madres, erano già intervistate una volta da Gianni Minà. Questo però era stato denunciato insieme alla Rai sia dal Governo argentino che dal Vaticano per i contenuti dell’intervista che riguardavano alcuni fatti della chiesa (di cui sarà detto più avanti, ndr).
Quando ho incontrato le Madres ho cominciato a capire da loro alcune cose a mio avviso dirompenti, che avevano bisogno di ragionamento. Questioni che all’inizio avevo cominciato a leggere secondo criteri della politica che fino ad allora avevo conosciuto. Forse le cose più importanti, le novità che avevano prodotto, rimanevano per me stupore, non qualcosa che arrivasse a produrre pensiero. E in questo modo mi sono rivolta a Luisa Muraro. L’incontro con Luisa e la Libreria per me è stato molto importante nello sviluppare poi quello che è stato il mio percorso di apprendimento del mio incontro con le Madres. Avevo cartelle piene di appunti, note che mi ero presa con ragionando e interagendo con la Libreria, avevo una griglia teorica. Però non potevo non verificare tutto ciò con le dirette interessate.
Tutti i materiali di cui disponevo più di tanto non mi sono serviti. Certo alcune domande provengono dalle discussioni fatte, ma quello che mi è capitato in conseguenza a questo viaggio è stato come rimanere denudata. Le Madres mettono nella posizione di chi sta vedendo qualcosa di straordinario e non può che rimanere a osservare, domandare e ascoltare. Se qualcosa riesci a prendere sono le loro testimonianze. Loro testimoniano esistenze, vivono giorno per giorno una loro scelta fatta in anni e anni, dopo aver vissuto profonde gioie e sofferenze. Non si può imitare e far proprie le loro pratiche ma guardarle con stupore.
Per loro le parole sono importanti, le parole sono politica.
Ad esempio le Madres non chiamiamo i bambini nelle strade che vivono tra spazzatura e prostituendosi ‘bambini di strada’. In questo modo li connotiamo in un certo modo non assumendocene la responsabilità. Sono i nostri figli, vanno chiamati come tali quindi la parola diventa politica.
La scelta di ogni parola è una scelta politica. Questo non significa che io sono in grado di farlo, ho avuto il grande dono di vederlo fare, di veder qualcuno che riesce. Ci sono delle critiche alle Madres, ma l’importante è vedere le conquiste.
In questo viaggio sono andata a cercare cosa volevo scrivere e in che modo. Inoltre è stato un percorso di conoscenza, seguendo i passi che loro hanno fatto. Ho sentito la necessità di abbandonare tutti i preconcetti, idee comuni, cercando di immaginarmi, di sentire quelle donne di quaranta, cinquant’anni che non avevano altro che la propria famiglia.
Dico ‘non avere altro’ intendendo non sia poco, al contrario. Quello che si erano date è un importante progetto di vita, con grande amore dei figli che loro hanno visto riunirsi con altri amici prima del Golpe. Dicevano: “le nostre case erano come un vespaio”.
All’improvviso questi figli scompaiono. Parlando con loro ho compreso come tutte provenissero da situazioni diverse, per estrazione, cultura, esperienze di vita. Tuttavia poi, in seguito a questa scomparsa, vite e racconti diventano in qualche modo simili.
E’ difficile capire fino in fondo l’idea della desaparetion. Ho cercato di immaginare cosa sia quando un figlio non torna a casa, non capire perché sia stato sequestrato, tanto meno essere consapevole che finirà per essere ucciso.
Ho cominciato a fare tutti i passi, passi che la propria esistenza ha insegnato essere sensati, mettere alla prova quella che è la propria idea del mondo. Le Madres vanno dai parroci che hanno cresciuto i loro figli a chiedere aiuto senza rendersi conto che molti di questi erano alleati con il regime. Le Madres hanno infranto un ordine, a partite da uno stupore e dalla necessità di capire l’incomprensibile. I parroci che avevano fatto giocare a pallone i bambini, chiedevano chi i loro figli avessero visto nell’ultima settimana. Le Madres dicevano i nomi dei ragazzi. Poi misteriosamente scomparivano anche questi ultimi. Le Madres hanno anche provato l’Abeus Corpus (ordine di avvocati per i familiari che, secondo la legge, hanno diritto in ogni momento di sapere dove corporalmente si trovano i loro figli, ndr). Anche questa si era rivelata un’illusione.
La realtà non era più riconoscibile e il fatto di provare a immaginare che cosa significhi la non riconoscibilità di una realtà che è la tua, per una donna, forse è una questione di apprendimento politico, forse molto più radicale che non dire gli ‘Stati Uniti sono imperialisti’.
Tutte le questioni che maneggiamo con concetti piuttosto astratti, loro le hanno smontate pezzo per pezzo e hanno usato nomi che per loro sono ricchi di storia e di dolore.
Andavano per commissariati e carceri ogni giorno, portando con sé, uno spazzolino da denti e una maglietta in caso avessero trovato i figli. Tutti i giorni lasciavano il tavolo apparecchiato con il posto vuoto. Tutti questi sono piccoli enormi gesti che, poco per volta, vengono raccontati nel corso delle interviste, nei tempi lunghi in cui c’è un ascolto e disponibilità a parlare dell’altro. Tutto ciò costruisce la possibilità di intuire cosa davvero dev’essere stato rimanere per uno o due anni in bilico tra l’idea di un figlio morto o ancora vivo, sentendo di strane voci di tortura, di campi clandestini nelle città. Mi hanno portato nel loro archivio dove conservano un documento straordinario, la prima lettera che hanno scritto quando si sono trovate in 12 madri, il documento di nascita delle Madres. Era una lettera di Dela, il generale a capo del della giunta golpista. Lo chiamavano buon padre cristiano e gli chiedevano di aiutarle a trovare i figli perché convinte che fosse la polizia di Buones Aires. Rileggendolo riconoscevano la loro ingenuità. Andavano poi a bussare alle porte dell’Ambasciata degli Stati Uniti, convinte quello fosse il paese della democrazia. Questi le accoglievano, solo dopo hanno capito dell’operazione Condor.
Tutto ciò fa si che ora vedano con una straordinaria lucidità e senza ideologia quello che accade nel mondo. Sostengono inoltre che la solidarietà non vada fatta a parole ma con la presenza fisica. E loro hanno agito così nei paesi di guerra.
Il percorso politico, durato trent’anni (ora hanno ottanta novant’anni, ndr), ha prodotto delle donne che straordinariamente capaci di un’affettività, di un’allegria, di una coesione tra di loro che è un continuo scambiarsi, anche litigare. Hanno inventato qualcosa che è anche una pratica comune, un racconto della propria vita e capacità di farne scelta comune.
Il discorso della pazzia e ridere di una risata assoluta di fronte al potere.
INTERVENTI
Silvia: Le Madres hanno avviato la possibilità di un processo più o meno democratico in Argentina. Mentre in Italia iniziano a esserci più ombre che luci, in Argentina continuano a esserci sempre molte ombre. La vicenda delle Madres mi ha ricordato l’episodio di Rosenstrasse nella Germania nazista. E ho pensato a questo: quando tutte le voci politiche tacciono, avendo sterminato coloro che avevano alternative politiche da proporre, è come se la ragione politica si fosse arresa all’evidenza. Allora qualcosa di non politico, ma profondo, umano, delle persone, delle donne, emerge, ottenendo, come nel caso di Rosenstrasse l’obiettivo immediato (la liberazione di mariti e compagni). L’evento di Rosenstrasse non ha influito sull’andamento generale della guerra, mentre per le Madres è stato il contrario: non hanno riavuto i loro figli ma hanno praticamente messo in moto un meccanismo che ha portato al crollo dei regimi, dei generali. In qualche modo mi colpisce questa capacità di ripartire da loro. Chiunque, in quelle situazioni, avesse detto qualcosa di politico sarebbe stato massacrato immediatamente, mi chiedo cos’è stato che ha impedito di sparare con il mitra sulle signore in Rosenstrasse e far sparire le Madres? Cosa in questa pratica è riuscito a fermare la violentissima repressione?
Sulla questione dell’eredità delle pratiche. Se i Piquesteros hanno potuto riconoscere le Madres come madri penso sia stato anche perché sono partiti da una pratica collettiva che hanno messo in moto in un altro momento cruciale della storia argentina: il crollo economico totale. Come loro, le Madres avevano agito in un momento cruciale precedente e credo che forse il problema dell’eredità nelle pratiche tra donne, qui nel nostro paese, nelle nostre generazioni, quello che vivo anch’io insieme al gruppo politico che frequento, dipenda dal fatto che la nostra generazione non ha ancora preso una posizione sulle cose, quindi resta in bilico tra un’eredità ripetitiva e una presa di distanza, una ricerca di sé che non riesce a sperimentare. Le donne di trent’anni fa invece hanno preso la parola autonomamente, spezzando un silenzio delle donne in un altro grande momento di cambiamento storico che non le avrebbe rappresentate se non parlavano per loro e se non facevano altro. A noi forse manca questo per essere figlie, per farci riconoscere dalle madri. Quello che ci tiene in ostaggio delle madri è la difficoltà di assunzione della responsabilità. Oltre la relazione e alla pratica c’è una collettività e una storia con cui dobbiamo fare i conti per assumere la responsabilità fino in fondo.
Nell’intervento successivo si riprende il discorso gratitudine delle madri.
“C’è una forte gratitudine delle Madres ma anche la loro nei confronti dei propri figli. La disgrazia di averli persi è stato un dolore insuperabile ma nel tempo stesso è come se si fossero appropriate della possibilità di uscire dalle proprie case e rendersi conto di come era fatto il mondo. Ora tu (Silvia, ndr) parli del fatto che sono donne anziane e le poni come grandi sagge. Quello che è curioso è che questa loro saggezza viene dall’aver assorbito qualcosa di molto forte da una generazione giovane. Una cosa che mi riporta al cambiamento che il ’68 per noi ha determinato, magari non con questo effetti o contraccolpi”.
Daniela Padoan: “Le Madres fanno l’invenzione molto spiazzante dicendo di essere state partorite dai loro figli e al tempo stesso li tengono sempre al riparo, dentro una gestazione infinita. Arrivano a queste frasi spiazzanti tramite esperienze molto concrete e molto pratiche, trovandosi di fronte a militari che hanno tolto la vita ai loro figli. Questo, a poco a poco, hanno dovuto capirlo come hanno dovuto capire che potrebbero togliere la vita anche a loro. Come diceva Liliana prima: il potere non è potere di dare vita o di dare morte, è potere di dare morte perché la vita l’hanno data le Madres. Questa capacità d’aver dato una volta, irrevocabilmente, la vita non se la fanno togliere da nessuno. La cosa straordinaria è sfidare il potere nella disparità più assoluta dicendo: “tu non mi fai paura. Mi puoi solo ammazzare. Fin quando avrò vita sarò insieme me e tutte le persone che hai cercato di strapparmi”. Questo diventa assolutamente simbolico. I figli non ci sono più e il non ammettere la morte del figlio coinvolge capacità ed energie. Questo diventa violentissimo quando cade la dittatura, paradossalmente quando inizia l’era della democrazia formale.
Inizialmente i governi avevano creato questa figura dei desaparecidios, apparentemente geniale perché, a differenza di quello che aveva fatto Pinochet riempiendo gli stadi di prigionieri politici e uccidendo la gente per strada, non c’erano corpi e si creava un’equazione ben precisa: se non c’era il corpo non c’era reato, se non c’era reato non c’era colpevole. Questa immunità a priori però, a un certo punto, si è trasformata però in un boomerang. Questo esercito di fantasmi, 30.000, cominciava a gravare su una società che non poteva trovare pacificazione finita la dittatura. La cosa importante da capire è che non c’è stata una resistenza in Argentina, una lotta di popolo. Il golpe ha perso ogni solidarietà internazionale, c’è stata un’implosione, per altro hanno ridotto il Paese a uno sfascio economico.
Quando le Madres si trovano di fronte alla cosiddetta democrazia vengono invitate a riconoscere morti i propri figli. Per questo vengono offerti risarcimenti economici. Da prima quasi tutti rifiutano essendo ricompense molto esigue. Poco per volta i risarcimenti diventano molto più allettanti. Alcune persone li accettano. Spesso si trattava di uomini e donne anziane che avevano perso persone che portavano redditi e avevano bambini piccoli che in qualche modo dovevano essere cresciuti.
Ma le Madres non hanno accettato: nessuno, dicevano, potrà dare un prezzo alla vita dei nostri figli. Così i governi hanno cominciato a mandar loro a casa delle cassette con le ossa dicendo essere dei loro figli. Decine di medici forensi andavano scavando nelle infinite fosse comuni, che ancora adesso continuano a essere scoperte. Due anni fa mentre ero in Argentina stavano estendendo l’autostrada intorno a Buenos Aires. Quando ero in Argentina, hanno trovato, scavando sotto un pilone, dei corpi. Nel momento in cui le Madres ricevevano le cassette con le ossa, si è aperta una questione molto difficile, un bilico sul quale si è giocata lì fino in fondo la loro radicalità. Rinunciando a consumare un lutto, hanno tenuto questa sfida estrema al potere, non riconoscendoli. “Noi non ti diremo mai che ce li hai ammazzati”
Riguardo il discorso della Chiesa, le accuse che fanno le Madres sono serie e molto gravi. L’unica persona che ha provato a intervistarle in Rai è stata denunciata. Dicono che i vertici della Chiesa in Argentina parteciparono alle discussioni su fino a che punto la tortura fosse peccato. La decisione fu che fino a otto ore non era peccato.
Monsignor Tortolo, vescovo di Buenos Aires, ricevette il giorno prima del Golpe come gesto inaugurale della dittatura, il comandante dell’esercito della Marina dell’aviazione. Gli diede la sua benedizione. Tre mesi dopo il Golpe militare, il Nunzio Apostolico, in un’Omelia, affermò che quando qualcuno impone in un Paese idee diverse ed estranee alla tradizione, la Nazione giustamente reagisce come fa un organismo con anticorpi di fronte ai germi. I soldati, con i loro interventi contro i dissidenti, adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria quando questa è in pericolo. Questo provoca una situazione d’emergenza cui si può applicare il pensiero di San Tommaso d’Acquino che insegna in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio.
Il testo integrale di questa Omelia è stato presentato dalle madri al Ministero Italiano di Grazia e Giustizia perché venisse avanzata una procedura legale, cosa che non ha mai avuto corso. Ci sono molte altre questioni, come i voli della morte: i prigionieri venivano gettati in mare perché c’era il problema dell’eliminazione dei corpi. A bordo degli aerei che ‘smaltivano i corpi’ o nella base erano presenti dei capellani che confortavano i militari dicendo che l’avevano fatto per la Patria.
La Chiesa del terzo mondo ha denunciato come anche due vescovi che sono stati assassinati.
Luisa Muraro interviene per precisare che “tutto questo odio non si spiega se non all’interno di un’ideologia anticomunista. L’ideologia non giustifica niente e nessuno ma fa comprendere e inserire queste ferocie in un quadro. Questi generali e uomini di Chiesa erano convinti, in buona o cattiva fede, che il comunismo stava per prendere l’Argentina. I figli delle Madres erano comunisti, sono dei veri comunisti. Bisogna inoltre ricordare che ci sono stati tanti altri morti non solo in Argentina causati da questa ideologia”.
Daniela Padoan aggiunge che però non tutti i desaparecidos erano comunisti. Quello che è accaduto è stata una criminalizzazione di chiunque potesse essere un oppositore, prima ancora del governo di Isabelita Peron. Veniva criminalizzato chiunque facesse attività politica contro un piano economico voluto dagli Stati Uniti. Le Madres pongono sempre questo punto come centrale perché dicono: “tutto quello che ci è capitato lo dobbiamo capire fino in fondo perché ancora adesso quello che ci vogliono far capitare è uscito dal fatto che qualcuno, in modo sopranazionale, ha deciso che in questo paese si sarebbe dovuto attuare un piano economico preciso. Questo accadeva già prima del Golpe del ’76 e c’erano varie forze: comunisti, socialisti, chiesa del terzo mondo, anarchici, ragazzi che appartenevano genericamente a movimenti studenteschi contro il governo di Isabelita Peron. Ad un certo punto si formò la tripla A voluta da Lopez Rega, strano personaggio legato alla Loggia Massonica p2. Questa tripla a, Alleanza Anticomunista Argentina, aveva già cominciato a spargere morti e far scomparire persone. Successivamente è stato solo l’accentuarsi di qualcosa che già esisteva. Quello che sono riusciti a fare è stato creare una categoria del tutto astratta di ‘sovversivo comunista terrorista’. In questa categoria c’era una condensazione di tutto questo, che fa in modo che non ci siano più principi di realtà, ma una sorte di paranoia, per cui tutto si trasformava nel nemico interno che la società tentava di espellere ed eliminare. C’era inoltre la colpevolizzazione violenta delle stesse famiglie. L’Argentina era disseminata di cartelli dove compariva un dito accusatore, ‘Sai che cosa sta facendo in questo momento tuo figlio?’ oppure ‘come è allevato tuo figlio?’ A chi spariva il figlio capitava quindi di non poterne parlare né al lavoro per paura di perderlo, né in famiglia per paura che venissero sequestrati anche altri parenti”.
In un intervento di risposta a quello di Silvia si sottolinea che l’agire delle Madres onestamente proiettate in un discorso fuori da tutte le ideologie politiche è una lezione di politica fuori dalle ideologie.
Daniela Padoan interviene ancora sul cosa ha impedito il massacro delle madri
“Ero partita pensando che il loro essere donne e donne di una certa età in un paese in cui, ancora adesso, il giorno della festa della madre è un giorno importante, potesse averle aiutate. Ma loro sostengono che si tratta di assassini che avrebbero ammazzato anche le loro madri. Quello che le ha salvate è stata la solidarietà nazionale. Le prime tre madri che fondano questo gruppo vengono rapite, in un modo romanzesco. Un giovane, chiamato l’angelo biondo, dagli occhi azzurri e l’aria mite, si unisce a loro dicendo che suo fratello era stato rapito e che era orfano. Comincia ad andare in piazza tutti i giovedì con loro, le madres si fidano e addirittura lo accompagnano alla fermata dell’autobus pensando sia troppo esposto. Un giorno in cui, davanti a una chiesa, si faceva una raccolta di denaro per pubblicare la lista dei figli scomparsi che nessun giornale voleva pubblicare, il ragazzo va con loro e le bacia. Da quattro macchine, in borghese, escono persone con abiti civili le trascinano nelle vetture insieme ad altre persone tra cui due suore. Le portano all’ESMA dove verranno torturate e uccise.
Le Madres sono state picchiate, torturate, messe in cella con dei morti. Veniva loro detto che poteva essere loro figlio e al buio non potevano vederlo. Quando però nel ’78 la dittatura divenne più feroce, si decise di fare il Mondiale per far credere al mondo che nel Paese c’era una democrazia che riusciva a tenere il rispetto dei cosiddetti diritti umani e si era semplicemente instaurato un argine contro il comunismo. Organizzano quindi il Mondiale, comprano il fatto di vincerlo, ma il giorno dell’inaugurazione una troupe formata da due operatori della televisione olandese, invece di andare all’inaugurazione va a Plaza de Majo e vede 20 donne con un fazzoletto bianco in testa e militari che puntavano loro addosso le armi. Le Madres per attirare disperatamente l’attenzione, sapendo fosse l’unico momento possibile per infilarsi in un varco era questo del Mondiale, ai fucili puntati gridano ‘fuoco’. I giornalisti si incuriosiscon, i militari non poterono più arrestarle e in Olanda cominciarono a circolare quelle immagini che si diffusero poi nel mondo. Le olandesi, nel giorno della festa della mamma, raccolsero una cospicua somma di denaro da mandare in Argentina per comprare una sede alle Madres dove poi hanno cominciato a riunirsi”.
Laura Colombo riprende l’intervento di Silvia.
“E’ curioso il dire che non siamo nella dimensione politica. Silvia parla di politico e impolitico come se dire qualcosa di politico implicasse fare un comunicato, o comunque un discorso strutturato. Secondo me il fatto che le Madres fossero in piazza e, cogliendo l’occasione della troupe televisiva, dicano ‘fuoco’ è stato altamente politico.
Zina: interviene sul perché le Madres non sono state uccise come anche le donne di Rosenstrasse e le donne siciliane nel 1921 che durante i moti alzarono le sottane davanti alla cavalleria.
“Secondo me le madri si uccidono o in una stanza per una perversione o in genocidio in quanto fatto diffuso. In una situazione in cui si ha una madre di fronte, torna il simbolico della madre, torna la propria madre. E’ difficile farlo dove puoi essere riconosciuto additato da altri.
Beatrice chiede all’autrice come mai i film di Marco Bechis (arrestato durante il Golpe e salvato perché figlio di un italiano molto ricco) Garage olimpo e Hijos entrambi riconosciuti con dei premi abbiano registrato bassissime presenze nelle sale, anche nulle.
Daniela risponde che in Argentina c’è una grande quantità di film nelle sale su questo argomento. Le Madres però sono contrarie ai lavori di Pechis in quanto indulge sulle torture, cosa che le Madres non vogliono vengano toccate. Dicono “noi sappiamo quello che è stato fatto ai nostri figli ma riteniamo che parlarne significhi continuare a violarli”.
da il manifesto – “Quelli come noi che son venuti su un po’ strani” cantava Claudio Lolli in un disco che ho amato molto. E per questa stranezza, per questo senso di inquietudine, di essere sempre leggermente fuori posto, e per la scommessa che di questa stranezza si potesse fare una invenzione politica, non da sola, ovviamente, ma nell’agire con altre e con altri, è passata una parte della mia vita. Così mi sento ancora una volta fuori posto, a disagio rispetto alla piega che ha preso la discussione sui patti di convivenza. Come ha segnalato Nichi Vendola su la Repubblica di qualche tempo fa, accanto al matrimonio c’è in Italia una grande proliferazione di forme di relazioni amorose e di convivenza che sfuggono al matrimonio: etero, gay, coppie fondate su un semplice patto di mutua assistenza. Questa molteplicità di forme provoca tutti, laici e cattolici a interrogarsi su che cosa sia oggi amore, impegno alla fedeltà, legame tra affetto, sessualità e amicizia. I patti di convivenza dunque non inventano un fenomeno, ma danno delle garanzie sacrosante a donne e uomini che incontriamo dappertutto accanto a noi.
Il mio disagio non riguarda certo la richiesta di garanzie essenziali come la possibilità di assistere la compagna o il compagno in situazioni di emergenza, ottenendo licenze dal lavoro di solito permesse solo per i famigliari, oppure di avere garantita la possibilità di continuare ad abitare la casa che si viveva in comune, o una certa sicurezza economica: tutte questioni materiali fondamentali, che toccano la vita quotidiana di queste coppie. Quello che mi inquieta è che nella discussione sulle varie proposte di legge in discussione, il metro di riferimento sia sempre il matrimonio. Sui giornali ho visto tabelle che a sinistra collocano il matrimonio con i suoi diritti e poi, via via, da sinistra a destra le proposte di Pacs più vicine al matrimonio quanto a diritti garantiti. Dove è evidente l’idea suggerita: quelle più vicine sarebbero, per così dire, più progressiste e coraggiose, quelle più lontane timorose e un po’ oscurantiste. Di modo che l’unica misura della discussione risulta essere comunque il matrimonio, la famiglia e i diritti ottenibili dallo stato. Bene, se dovevamo fare nella nostra vita un percorso così lungo di sperimentazione di forme diverse di vita – con tutti gli errori, nel senso dell’errare e del camminare un po’ a caso che questo ha comportato -, per ritrovarci poi col matrimonio come unica misura di valutazione di questa sperimentazione, penso che il motivo della mia delusione sia evidente.
Non sto tanto parlando a favore o contro la famiglia, sto suggerendo che “l’esser venuti su un po’ strani” lo abbiamo mostrato in pratiche, in scelte, in azioni politiche in sintonia con la sfera affettiva dell’amicizia e dell’amore. Senza separare troppo l’una dall’altro. E che dare spazio di invenzione a modi di amarsi nuovi e diversi, può aprire una campo di libertà e di pensiero per le ragazze e i ragazzi che iniziano ora a orientarsi nelle loro scelte esistenziali.
Forse sono stata facilitata in questo dall’essere donna, dal fatto che per le donne della mia generazione ci sono stati diversi percorsi, coinvolti direttamente o indirettamente nel femminismo, cioè in una vera e propria rivoluzione nel modo di vivere gli affetti, la sessualità, l’amicizia, nel modo di pensare i rapporti d’amore con le donne e gli uomini. Il parlare di erotismo diffuso non sfociava inevitabilmente in una esperienza sessuale, ma ne apriva la porta a chi voleva sperimentarla. Erano gli anni in cui Mary Daly, una teologa cattolica, femminista e lesbica, scriveva in Al di là di Dio Padre che la contrapposizione tra eterosessuali e omosessuali faceva il gioco del patriarcato separando le donne tra loro. Il femminismo ha modificato profondamente il nostro presente, segnandolo in modo irreversibile.
Oggi ci sono pensatori che si esprimono in modo simile. Gianni Vattimo ad esempio ha scritto recentemente in La gaia utopia che, di fronte all’alternativa tra il pragmatismo di quella parte del movimento gay che chiede più diritti cercando di riprodurre nei rapporti omosessuali la “normalità” del matrimonio da una parte, e dall’altra l’ansia rivoluzionaria di trasformare alla radice la società, la sua vocazione è quella profetica. Nel senso che la vocazione omosessuale, vissuta non come una faccenda superficiale, implica la messa in discussione di molte più cose di quante non si creda e non si vorrebbe. Porta ad uno sguardo di verità.
In lui, come anche in Michel Foucault, è presente la tensione verso una apertura creativa di azione e di pensiero, che, pur appoggiando la questione dei diritti, li mette sullo sfondo. Non ne fa il centro del discorso. In una intervista del 1984 Foucault invita a non chiudersi nella difesa di una identità gay: piuttosto ad inventare nuove forme di vita, di rapporti, di amicizia nella società, nell’arte, nella cultura. Per un divenire trasformativo: il movimento omosessuale ha bisogno di trovare una vera e propria arte di vivere. E i passaggi essenziali sono quelli di mettere al centro un piacere non ossessivamente identificato con la sessualità e un senso nuovo e sperimentale di amicizia.
Proprio questo è mancato nel dibattito sui patti di convivenza: un pensiero che apra ad un senso nuovo dell’amore, visto nella prospettiva più ampia dell’amicizia. E il fatto che questo amore-amicizia possa prendere più forme, nelle quali c’è comunque piacere, erotismo, senza escludere, ma senza identificarlo con la sessualità.
Credo che in molti che scelgono la via di legami diversi da quello del matrimonio vi sia il desiderio di altro, la fedeltà profonda ad un sogno non ancora sognato, che porta a compiere scelte nella propria vita materiale in un processo non lineare, pieno di svolte e di ripensamenti. Certo anche per queste diverse forme di convivenza c’è bisogno di una condivisione pubblica, di modo che il legame intimo, in cui si è impegnati interiormente, si inscriva nel simbolico. Ma a chi desideriamo veramente affidare la forza di uno sguardo altro, che ci rimandi simbolicamente l’esistenza pubblica di tale legame? Pensare di affidarlo alle istituzioni impersonali dello stato significa evitare questa domanda. Che è comunque una domanda difficile, perché porta a chiederci che cosa sia autenticamente spazio pubblico, relazione di visibilità allo sguardo degli altri, e come e in quali modi sia per noi necessario, possibile, desiderabile esserci.
Stefania Giorgi
Dalla sua approvazione, anno di grazia 1978, la guerra contro la 194 ha registrato solo brevi armistizi. Nonostante quella legge – tutt’altro che permissiva – fosse figlia di mediazioni e compromessi che rendevano possibile per le donne dell’Italia cattolica l’interruzione di gravidanza solo sotto tutela statale e solo sottoponendosi a un iter lungo non facile e aggravato dal ricorso all’obiezione di coscienza. Mediazione ben lontana dalla proposta di depenalizzazione portata avanti, su posizioni diverse, dai Radicali e da una parte non piccola del movimento femminista. La legge ha retto l’urto del tempo, gli anatemi del Vaticano, i ripensamenti/pentimenti di uomini di sinistra e un referendum, grazie soprattutto a una pratica che è riuscita a superare ostacoli e farraginosità che quel testo contiene. Ed è esattamente quella pratica sotto attacco ora. La nuova strategia è chiara: quella legge “intoccabile” va aggirata. Lasciata apparentemente intatta, ma svuotata dall’interno. Ecco dunque la commissione d’indagine uscita dal cappello dell’Udc che non potrà che tramutarsi in un processo di massa alle donne; ecco il nuovo ossimoro – sinistro come quello della guerra umanitaria – dei “volontari professionali” del Movimento della vita assoldati da Storace e sguinzagliati nei consultori per convertire le donne alla maternità forzosa.
La lotta inesausta della Chiesa contro le donne con a fianco vecchi/nuovi chierichetti disseminati nel centrosinistra e nel centrodestra – ringalluzziti dal vittorioso referendum sulla procreazione assistita – si ammassano nel ventre di questo cavallo di Troia: ripensare le modalità applicative della legge, battere il tasto di quanto non è stato fatto per la tutela della maternità. La prevenzione – affidata ai consultori e presente nella 194 – ben presto è scivolata nella dissuasione cui il testo della legge non fa alcun cenno. Non è difficile immaginare l’esito di una campagna di indagini e dissuasori tutt’altro che occulti: una versione pesantemente riduttiva e autoritaria, penalizzante e umiliante dell’aborto. Un’esperienza – mai semplice, lineare, indolore – che le donne di tutto il mondo, da che mondo è mondo, conoscono e vivono sulla propria pelle. Un attacco che sottintende (la legge 40 docet) un’idea delle donne come creature egoiste e incapaci di decidere da sole se, quando e come essere madri. Esseri deboli e instabili da tenere sotto controllo e tutela per evitare eccessi e sregolatezze.
Sull’aborto, prevenzione e dramma sono le paroline magiche che troppo spesso anche la sinistra continua a tirar fuori dal cassetto per rintuzzare gli attacchi alla libertà femminile. Risposta debole e reticente, incapace di far proprio il principio della scelta femminile, dell’autodeterminazione. Di fidarsi e affidarsi alla responsabilità delle donne italiane che, i dati lo confermano, non ricorrono mai a cuor leggero all’interruzione della gravidanza.
Di fronte a vecchie e nuove alleanze che giocano sul corpo delle donne, alla vigilia del voto di aprile, fra prevenzione/dissuasione, vescovi, crociati dell’embrione, neoconvertiti alla preghiera, imboscati (come è accaduto per il referendum sulla procreazione assistita), è giunta l’ora di pretendere che la libertà delle donne in materia procreativa diventi un punto qualificante dei programmi elettorali. Che chi aspira a diventare nostro governante e legislatore, dica una parola chiara e definitiva su questo. Le donne, responsabilmente, faranno di conseguenza le loro scelte di voto.
Post scriptum della redazione: Stefania Giorgi, i sostenitori della legge 40 non hanno VINTO i referendum, non c’è nessuna vittoria. Ai referendum è mancato il quorum!
Giulia Ingrao
“Liberazione” di domenica 6 novembre ha posto a ben dieci collaboratori la
domanda: “Maschi perché uccidete le donne?”. Alla prima lettura del titolo
penso, è la solita storia dell”essere umano cattivo, o meglio del seme del
male che c’è nell’uomo e che genera carnefici e vittime. Poi sento che c’è
qualcosa di più.
Così come è posta la domanda sembra che l’uccisione delle donne da parte
dei maschi non rientri nella categoria generale degli assassinii. Forse
ricompare l’idea del rapporto uomodonna come ineluttabile rapporto distruttivo,
come se fosse ancora valida l’immagine biblica dell’uomo creato da Dio intelligente,
forte, narcisista ossia sordo e cieco, la donna- Eva, costola sbagliata di
Adamo che cede alla tentazione del serpente ed offre all’uomo una falsa conoscenza corrompendolo.
Possibile che sulla realtà umana, sul rapporto uomo-donna siano ancora valide
idee vecchie che hanno le radici nel pensiero religioso e nel pensiero razionale:
il male è insito nell’uomo e nel rapporto uomo-donna, la non ragione è follia,
quindi la necessità del controllo, di regole che limitano i danni.
Apro la ‘Repubblica’ (8 novembre 2005) e ritrovo la firma di Eugenio Scalfari:
‘I nemici della democrazia’ introduzione a ‘Imparare la democrazia’ di Gustavo
Zagrebelsky. Questo il pensiero di Zagrebelsky, che Scalfari condivide: esaltazione
della democrazia che si basa su doveri e diritti, sul rispetto della dignità
di tutti gli esseri umani, sul rifiuto del dogmatismo, ma realtà democratica
non stabile, con un equilibrio precario, col rischio di precipitare facilmente
nella autocrazia, nella teocrazia, nella demagogia minacciata dalla massa
che si fa folla. Non sarà il solito discorso che gli esseri umani sarebbero
per loro natura esclusivamente per la distruzione?
Le cause della precarietà e della debolezza del modello democratico vanno
cercate altrove. Vanno cercate in cause storiche ed ideologiche. Il prevalere
ed il predominio per secoli sugli uomini del pensiero religioso, del pensiero
razionale che dimezzano la realtà umana negando dunque l’essere dell’uomo,
che condannano e reprimono impedendo ogni trasformazione dell’uomo, porta
inevitabilmente per gli esseri umani ad una perdita o carenza di identità
intesa come libertà di pensiero, creatività e possibilità di trasformazione
nei rapporti interumani, come fusione di vissuto di realtà materiale e vissuto
di realtà psichica; su quali basi può poggiare la democrazia?
E liberiamoci una volta per tutte dell’idea delirante del male innato nell’uomo
perfino nei bambini oppure diciamo chiaramente da che parte si sta. Gli uomini
nascono sani e poi si possono ammalare, intendo la malattia del pensiero,
degli affetti e si possono curare. Non è una mia scoperta, è divenuta una
mia profonda convinzione dopo aver conosciuto un pensiero nuovo, una nuova
teoria sulla realtà materiale e sulla realtà psichica umana, frutto di importanti
scoperte dello psichiatra Massimo Fagioli e sono convinta che la cura della
realtà psichica ammalata è possibile quando si basa su un lavoro specifico
teorico e pratico, ossia su una teoria coerente e chiara e su una prassi
di rapporto che mira al rifiuto di tutto ciò che è negativo, non veramente
umano.
Ritorno alla domanda posta dal giornale e alle molte risposte. Noto la reazione
di incredulità da parte di alcuni, la difficoltà ad orientarsi, la vaghezza
del linguaggio. Questa superficialità, questa incredulità e paradossalmente
l’enorme spazio che il giornale ha dedicato al problema dimostrano che la
Sinistra non ha fatto una ricerca sulla sessualità, sulla donna, sui rapporti
interumani al di là del comportamento cosciente, ha fatto proprio su questi
aspetti della realtà umana un pensiero vecchio, imposto come assoluto, intoccabile,
sia esso credo religioso, sia un credo razionale, imposto da padri, questi
sì, ‘maschi’ violenti.
Dunque un vuoto di idee, come lamentò in un suo articolo Ritanna Armeni.
Molti rami secchi, bisogno di linfa nuova. Provo a riflettere su quello che
mi sembra più importante. Si parla di violenza fisica, naturalmente da condannare,
ci sono leggi per questo, c’è poi la condanna da parte delle coscienze degli
uomini accettabile solo se c’è il rifiuto della violenza sugli esseri umani
in tutte le sue forme, rifiuto della guerra, non essere amici o transitori
sostenitori di chi la fa. Ma c’è un’altra violenza che non parte dal braccio
ma dalla mente, distrugge l’identità, attacca il pensiero ed è degli uomini
ed anche delle donne; privilegia i rapporti umani che non riguardano la realtà
materiale ma la realtà degli affetti e della mente.
Chiamiamola violenza psichica, la reale dialettica tra gli esseri umani è
la dialettica psichica ossia quella degli affetti, degli sguardi, dei gesti,
del pensiero; se si ignora ciò necessariamente, parlando di rapporti interumani
e specialmente del rapporto uomo-donna si parla di violenza fisica o di confronto
come dominio o passività.
Io, come donna, evidentemente non sono stata uccisa fisicamente però ho conosciuto la violenza psichica sotto forma di ideologia annullante, di anaffettività
razionale, e mi ha procurato ferite molto simili a quelle che si curano con
pomate e cerotti.
Ho imparato che con la conoscenza di questa realtà, con la difesa della propria
identità faticosamente costruita salvando gli affetti, scegliendo solo rapporti
umani, ci si salva non solo dall’essere vittime, ma dal diventare complici.
La donna da sempre è considerata dalla Bibbia, dal logos occidentale e dall’attuale
cultura dominante inferiore all’uomo per l’intelligenza e per il sapere e
guardata con sospetto come immagine dell’irrazionale, il possibile contrario
del pensiero razionale. L’identità sempre negata è stata quella femminile.
Molti cambiamenti nella società per le donne ci sono stati, inutile elencarli,
conquiste nell’ambito dei ‘diritti civili’, il lavoro, per molte l’autonomia
economica, eppure progresso e conquiste della donna rimangono legate alla
realtà materiale, che è pure importante affrontare per eliminare ingiustizie
e arretratezza, ma non fanno l’identità femminile e di conseguenza non cambiano
nel profondo il rapporto uomo-donna.
Alcune leggi sono state cambiate a favore delle donne, ma ripeto una ricerca,
oltre la realtà materiale umana, oltre il pensiero ed il comportamento cosciente
degli esseri umani, una ricerca sulla realtà mentale umana la Sinistra non
l’ha fatta. E non mi dite che la negazione dell’esistenza della malattia
mentale codificata da Basaglia e dai nuovi filosofi francesi Deleuze e Guattari
è stato un contributo a questa conoscenza.
Per un sapere sul pensiero senza coscienza bisogna entrare in conflitto non
solo con la religione, ma anche con il pensiero razionale che ha sempre demonizzato
l’irrazionale fino a pensarlo come se non fosse realtà umana, non fosse pensiero.
Eppure questo pensiero senza coscienza è attivo anche quando siamo e ci comportiamo secondo ragione.
La Sinistra ha esitato troppo nel dare spazio ad una ricerca, ad un pensiero
nuovo sulla sessualità, sul rapporto uomo-donna. Né è pensiero nuovo la separatezza proposta dal femminismo, che fa perdere l’identità alle donne, né la libertà, la fantasia nello stereotipo del Sessantotto, della cosiddetta scoperta del
desiderio e della libertà sessuale, in realtà senza desiderio e quindi negazione
della libertà delle donne. Se la donna per il pensiero razionale, per il pensiero religioso, fuori dall’identità sociale, dalla realtà materiale è vista come elemento disturbante di un ordine sociale organizzato secondo ragione e secondo ‘verità rivelate?, non può non essere pensata nel rapporto con l’uomo come essere da controllare, da dominare; ogni presa di distanza dalla ragione ha voluto sempre significare follia, distruzione.
Il pensiero razionale è valido e necessario per la realtà materiale, scoprire
il pensiero senza coscienza – e sono due realtà che fanno l’essere umano
– è quella strada per la conoscenza del bambino nel primo anno di vita, che
non ha il linguaggio verbale, non conosce il significato dei suoni che sente,
ha una visione indefinita della realtà che lo circonda, ma crea liberamente
immagini che sono conoscenza, rapporto con la realtà umana.
La sessualità non è violenza, il rapporto con la donna per un uomo è realizzazione,
dovrebbe essere realizzazione della propria identità senza annullare l’identità
dell’altra perché vi sia una reciproca trasformazione e una reciproca realizzazione.
Dovrebbe essere un rapporto tanto libero che il rinunciare a se stessi, alla
propria intelligenza, al proprio ruolo sociale non si accompagni al timore
di perdere la propria specifica identità umana.
Alberto Leiss
Liberazione ha aperto con coraggio – due pagine intere di interventi maschili,
e una discussione a seguire sul tema della violenza che gli uomini esercitano
quotidianamente sulle donne. A partire dai dati impressionanti di una serie
di ricerche recenti: violenze, stupri, uccisioni, da parte di mariti, padri,
compagni, sono a quanto pare la prima causa di sofferenza per l’altra metà
del cielo, e non solo nei paesi che siamo ormai abituati – in questi tempi
di ‘scontro di civiltà’ – a considerare ‘barbari’, ma nella civilissima Europa.
I maschi intervenuti – più o meno tutti progressisti e di sinistra, anche
molto di sinistra – hanno in genere riconosciuto l’esistenza di una ‘colpa’
storica e antropologica maschile nell’esercizio della violenza. Violenza
contro le donne, e violenza in genere, fino alla violenza bellica.
Ma questo – giustamente, a mio avviso – non è bastato a Lea Melandri e Angela
Azzaro: sì, siete molto bravi in sociologia e psicologia – hanno detto in
estrema sintesi – ma che ci dite di voi stessi? Franco Giordano ha cercato
di non sottrarsi al richiamo. Da un lato ha confermato un giudizio che è
circolato in quasi tutti gli interventi: la violenza maschile, in varie sue
manifestazioni, sembra interpretabile anche come reazione alla rivoluzione
prodotta da mezzo secolo in qua da una nuova soggettività femminile. Lo scandalo
per queste violenze maschili, più che conferma di un rapporto di forza immutabile
nel tempo, sarebbe la spia di un sovvertimento.
Si è parlato di crisi e di fine del patriarcato. Una cosa che disorienta
e impaurisce gli uomini – un ‘cambio di civiltà’, come è stato detto dal
femminismo italiano della differenza – che se non è riconosciuto e elaborato
rischia persino di rendere più sorda la loro, nostra, violenza. Giordano
ha anche scritto di ritenere necessaria, per lui e per noi maschi, la ricostruzione
di un contatto con la sfera del nostro mondo interiore?. Penso che sia vera,
per gli uomini consapevoli del mutamento radicale intervenuto nei rapporti
tra i sessi – e ne siamo consapevoli perché lo abbiamo conosciuto e lo viviamo
nelle nostre vite- l’esigenza di una sorta di coraggiosa autocoscienza.
Sono del resto ormai non pochi i gruppi di maschi, sia della nostra generazione
(quella del ’68 per intenderci) e anche più giovani, che sentendosi a disagio
nei ruoli tradizionali maschili, hanno avviato un ‘lavoro su di sé’ mutuando
in parte l’esperienza del femminismo.
Credo però che sia maturo ormai un ‘parlare di sé’ maschile che apra un varco,
un taglio, a partire dal luogo dove da secoli – i secoli delle nostre civiltà
(ex) patriarcali – si esercitano le pratiche omosessuali – in senso simbolico:
tra soli uomini – della costituzione del potere. E mi limito qui alle forme
del potere politico.’Parlare di sé’ dal punto di vista degli uomini che ‘fanno
politica’ vuol dire rendere conto del proprio pensiero politico- giacché
non esiste azione politica se non è fondata, più o meno consapevolmente,
su una idea – e naturalmente rendere conto del proprio modo di fare politica.
Se si crede davvero che la ‘rivoluzione più grande’ dei nostri tempi sia
stata quella femminile – nei movimenti, nei comportamenti quotidiani, nelle
elaborazioni teoriche – allora bisogna impegnarsi in una revisione radicale
di un pensiero politico che si è basato, nelle sue versioni di sinistra,
socialiste e comuniste, su un soggetto collettivo definito da ragioni prevalentemente
economiche, la ‘classe operaia’, e nelle versioni liberaldemocratiche, su
un individualismo astratto, dietro alle cui generalizzazioni in termini di
diritti universali si intravede ancora l’origine concreta di un soggetto
maschile e proprietario.
E’ in gioco qui l’idea stessa di democrazia,della quale vediamo ogni giorno
precipitare una gravissima crisi, proprio nel momento storico in cui non
sembra possibile definire la politica se non nei termini dell’inveramento
delle promesse della democrazia. Quanto alle pratiche e ai comportamenti,
un minimo di decenza vorrebbe che si cominciasse a reagire davvero allo spettacolo
dei luoghi della politica -partiti e istituzioni – sempre così tristemente
affollati di soli uomini.
Ma il punto vero di questa situazione ha una radice simbolica: noi maschi,
oltre all’amore e la riconoscenza per le nostre madri, facciamo molta fatica
a riconoscere la libertà e l’autorità – in questo discorso, politica – di
una donna. Un gesto significativo, o più gesti significativi, potrebbero
cominciare da qui.
Mi ha colpito in questi giorni un testo pubblicato sul Foglio, che denuncia
in modo molto allarmato una ‘catastrofe educativa’. Siamo di fronte a una
‘generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri’,
‘ annoiati e a volte violenti’, perché la nostra cultura ha ‘demolito le condizioni
e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa’. ‘Occorrono
maestri’, è il grido di dolore, sottoscritto da 58 signori (professori, artisti,
banchieri, direttori di testate nazionali, un po’ a destra, un po’ al centro,
un po’ a sinistra) tra i quali solo tre donne. Lo leggo come un manifesto
della ‘fine del patriarcato’, e dell’ansia culturale e sociale che produce.
Penso che bisognerebbe rispondere: riconosciamo prima di tutto l’esistenza
di una maestria femminile, essenziale per la civiltà e la politica, accettiamo
di metterci all’ascolto,soprattutto su temi fondamentali come la riproduzione
e l’educazione, della libertà e dell’autorità delle donne. Naturalmente,
per dialogare e interloquire, litigare, ma pensando di poter imparare qualcosa.
Interroghiamoci sul come possiamo restare al mondo con un senso di noi stessi
– noi maschi -abbandonando la pretesa di interpretare da soli che cosa è
universale e ‘oggettivo’. Se ne fossimo capaci, forse diminuirebbe anche
l’orrore di avere ragione con la forza e la violenza.
Roberto Melloni
Quello che scrive Angela Azzaro, nel dibattito avviato da Liberazione sulla violenza, spesso omicida, degli uomini sulle donne, contiene una richiesta di autenticità che l’autrice non ha trovato nei commenti degli uomini. Anzi, dietro la sociologia delle analisi, Angela Azzaro ha ritrovato, e lo dice, il tradizionale nascondersi degli uomini che non parlano di sé, che non parlano “a partire da sé”. Le donne “hanno interrogato se stesse per interrogare e criticare il mondo” dice l’Azzaro e questo metodo sembra proporre come l’unico che determini la possibilità di uno sguardo autentico. Se questo non avviene, non avverrà, allora siamo ancora nel mondo della chiacchiera.
Eppure, per la prima volta, tanti uomini, a partire da questa serie di articoli che Liberazione ospita, parlano della violenza degli uomini contro le donne. Perché non parlano della loro di violenza? E’ perché non vi hanno riflettuto o non sanno/vogliono riflettervi? Se diciamo ipocrisia diamo un giudizio morale. E’ utile? Forse no, e allora è perché non sanno parlarne? Probabilmente è così. E da questa specifica incapacità che dobbiamo partire.
C’è nel maschile una carenza della dimensione intima, un’incapacità relazionale di genere, al di là e dentro le singole biografie. Una debolezza maschile a dire delle proprie difficoltà; una mancanza, una falla nel privato della propria capacità critica. Una cecità imbarazzata rispetto ad alcuni passaggi della propria esperienza: la propria sessualità, l’affettività che vuole legarsi e che teme sempre il legame stesso.
E ancora, soprattutto, la difficoltà degli uomini di capire la propria rabbia, che è comune, di genere e che non viene letta se non come un’inclinazione caratteriale dei singoli. Questa rabbia, gli scoppi di rabbia maschili, diffusissimi, sono il preludio della violenza che assume poi i connotati ora delle botte, della violenza domestica, sessuale, omicida a seconda della cultura con cui convive.
Per questo non esiste, o non è solo la dimensione psicopatologica del singolo chiamata il “raptus della follia” con la quale si codificano le violenze omicide maschili, ma esiste una trasversale sorda rabbia misogina di genere maschile che prende forme diverse. Ora, io della mia rabbia vissuta non mi sento di chiedere solo compassione. Personalmente, se dovessi immaginare un mondo senza il femminile sarebbe il buio Antartide.
Quello che ho di positivo nelle mie capacità relazionali l’ho appreso alfabetizzandomi dall’amore e, fortunatamente, dall’intransigenza di mia moglie, che mi ha educato verso l’altro da me all’attenzione affettiva. Ed è, il tentativo di applicare questa dimensione umana, quasi, il mio lavoro quotidiano per vivere io con meno amarezza, per vedere di più il mondo con lo sguardo dolce di mia madre. Ma sento che è ancora una rappresentazione da un libretto dove il mio “io grandioso” è ancora sempre a caccia di rivali, di affermazioni, nella paura di non essere nessuno, di non valere niente.
Acquistare uno sguardo critico biografico sulla propria dimensione d’esperienza intima è, ha ragione Angela Azzaro, ancora una necessità. Gli uomini non hanno ancora un luogo comune per farlo, una tecnica, ma certo è il pudore, ancora, l’ostacolo vero. Forse questa inconfessata dimensione di solitudine comincia ad apparire una prigione dove ancora tutti ci dichiariamo innocenti. Che cosa dobbiamo trovare fuori dalle sbarre, come tutti i prigionieri? Un linciaggio? Un perdono? Compassione? Anche questo può essere materia di dibattito.
C’è poi la dimensione di sottrarsi alle responsabilità che non è solo maschile, che non vive solo nell’incapacità di veder il proprio io biografico. C’è, a mio parere, una negativa posizione collettiva d’innocenza politica e sociale che ostacola la verità intorno ai fatti collettivi. Siamo davvero come Shakespeare, spettatori che pensano che i fatti quotidiani a cui assistono appartengano agli inglesi, al massimo agli scozzesi.
Che cos’è lo sguardo innocente rispetto alla realtà, oggi? “Avete notato – dice Amos Oz in una sua intervista – che oggi il diavolo non sembra mai invadere una persona? Non abbiamo più Faust…? Voi ed io siamo sempre persone per bene. Il diavolo è sempre l’establishisment. Questo è a mio giudizio kitsch etico”.
C’è la necessità per tutti di abbandonare il luogo della propria innocenza politica e sociale, che non vuole sottrarsi alla necessità specifica maschile di una soggettività capace non solo di specchiarsi ma anche di riconoscersi in quello che accade, ma uscire dall’innocentismo completa, questo sia per gli uomini che per le donne, le possibilità di individuare quello che i problemi domandano.
Anche il sentimento di indignazione, tra gli altri, non aiuta a completare le proprie capacità critiche rispetto a tutto quello che accade intorno a noi. L’indignazione a sua volta testimonia un’impotenza e prelude a una rabbia inetta alla risoluzione dei problemi. Quale sguardo critico allora davanti, per esempio, ai tragici fatti quotidiani della violenza degli uomini sulle donne? Innanzi tutto e ancora usiamo lo sguardo dell’esistenza quotidiana per come si presenta. Questo deve essere al centro di quello che analizziamo: il “come” il fatto è, arriva sotto i nostri occhi.
Cronaca: una donna, dopo sei anni, esce dal coma in cui era caduta, e accusa, “picchiata dal mio ex”, il fatto è ancora da accertare giuridicamente, ci è presentato in circa quattrocento battute dentro le milioni che un giornale contiene. Il fatto non viene analizzato, non viene approfondito, né viene presentato come uno di una serie, nella drammatica sequenza cui appartiene: non raccontiamo che è solo garantismo giuridico verso l’ex convivente accusato dalla donna.
Camus, che pure era intellettuale e degli intellettuali conosceva e stimava lo sforzo e la serietà, ammoniva dal pericolo di essere come le tricoeteuses della dialettica che ogni volta che cade una testa, rifanno le maglie del ragionamento squarciato dai fatti.
Pasquale Voza
L’interrogativo radicale ed estremo, lanciato da “Liberazione” e riproposto tenacemente da Angela Azzaro (“Maschi, perché uccidete le donne? ”), interroga – non c’è dubbio – l’identità sessuata di noi uomini qui ed ora, dentro i processi storicoreali, nei quali tale identità si colloca e agisce. Ma, per provare a cercare qualche elemento, se non di risposta, almeno di riflessione, anch’io sono convinto che sia necessario intrecciare, riguardo al patriarcato, l’oggi (le cause dell’oggi) con la «lunga durata» (le cause della lunga durata, per usare un termine di Braudel e delle “Annales”: naturalmente una lunga durata, di volta in volta storicamente determinata).
Io ricordo che di fronte all’aforisma delle lotte femministe degli anni Settanta (Né puttane né madonne, ma solo donne), cercavo di indagare, di capire come esso potesse parlarmi e interrogarmi, e trovai per me e per noi uomini queste parole: Né cacciatori né poeti, ma solo uomini. Pensavo che caccia e poesia sono due attività antropologicamente “eterne” dell’Uomo, e mi sembrava così di intuire le radici profonde della cultura maschile-patriarcale conficcata in me: mi sembrava di intuire come il mix, l’intreccio nobile di cacciatore e di poeta travestisse, sublimasse, rendesse invisibile la mia reale parzialità e identità, a me stesso sconosciuta (o forse, confinata nel sottobosco delle nevrosi e delle ipocrisie).
Ora – senza indulgere a nessun gusto del paradosso – io credo che noi maschi, quando siamo in servizio come cacciatori- poeti, nella “norma” di un rapporto d’amore con un soggetto donna, siamo potenzialmente assassini: negli occhi incantati e stupefatti con cui si guarda (scusate, passo all’impersonale), durante il rapporto sessuale (ma in genere dopo), la donna amata (“amata”), c’è una traccia potenziale di un narcisismo intimamente violento e aggressivo, sia pure declinato in mille tonalità, furenti, dolenti, tenere, compiaciute eccetera. Sicché, stante la lunga durata della cultura patriarcale, rimane ambiguo, ambiguissimo, nel rapporto degli uomini con le donne, il confine che separa rapporto “normale”, stupro, assassinio.
Se passiamo alle peculiarità dell’oggi, non c’è dubbio che il contesto, l’insieme dei processi attuali sia assai significativo: gli effetti devastanti della globalizzazione liberista, la disgregazione della coesione sociale, la pervasività della precarizzazione fin dentro le fibre più intime della vita. Si pensi, in particolare, all’atomizzazione degli individui oggi, che – come ha osservato Alessandro Dal Lago – «difendono solipsisticamente la loro solitudine ».
Questa difesa solipsistica della solitudine, questa «solitudine del cittadino globale » (Bauman) è intimamente violenta e aggressiva (basti guardare a tutte le virulenze etnicistiche, localistiche e/o comunitarie). Ma la solitudine del cittadino globale è innanzitutto la solitudine del maschio globale: solitudine resa più acuta e pericolosa – come ha osservato giustamente Franco Giordano – dalla paura, dallo spiazzamento per la forte soggettività, autonomia e asimmetria femminile. E lo sappiamo: quando il maschio è solo o è stato lasciato solo, le donne fanno gola, costi quel che costi.
Ha scritto una volta Mario Tronti che «ancora e per lungo tempo di autocritica deve trattarsi per il pensiero maschile e di critica per il pensiero femminile». Io credo che questo processo di autocritica per noi uomini non possa che basarsi sul partire da sé e debba pensarsi come un processo, difficile e complesso, di riforma morale e intellettuale.
Pasolini parlava (neutralmente) di “Destra sublime” per invitare provocatoriamente la politica, la forma politica, a occuparsi di temi tradizionalmente ritenuti im-politici, quali quelli inerenti alla vita. Le donne hanno fatto a meno, sono partite da sé e poi hanno finito per investire e interrogare radicalmente la politica. Certo, non guasterebbe oggi una sinistra sublime. Nel nostro partito il superamento del suo carattere monosessuato è visto (almeno sulla carta) come un grande processo politico e culturale e ha (giustamente) come suo punto irrinunciabile il grande tema della rappresentanza.
Ma oserei chiedere: noi uomini, militanti, dirigenti, non potremmo immaginare momenti collettivi di analisi e di riflessione sui grandi temi quali patriarcato, cultura e identità maschili oggi. Sarebbe bello: però io stesso (virilmente e perciò politicamente: spesso i due termini sono intercambiabili) mi dico: ciò è interessante, ma bisogna fare molta attenzione, c’è la lunga campagna elettorale, che facciamo? Ci mettiamo a fare gruppi pubblici di autocoscienza maschile? Peccato: un po’ di audacia e di fantasia non guasterebbe. Se non ora, quando?
Pino Ferraro
E’ Perché gli uomini uccidono le donne? Credo di saperlo, ma non so dirlo. Sarà certo una scusa. Ma è la verità. Sento di saperlo, ma non so dirlo. La verità sta in questo scarto simbolico del dire, che ne custodisce il segreto, lo rivela, lo mente e ne autorizza la consegna. Una questione di ordine. Imposto dagli uomini. Certo da sovvertire, ma secondo quale altro spettro di significati e di valori, secondo quali altri spettri, che non siano nuovi fantasmi della mente pronti ad agitare brividi e violenze? Converrà allora saltare fuori dell’ordine, avanzare sull’extraordinario, in un mondo che produce già i suoi extra su tanti fronti, comunitari e sociali, sempre più vicini alla soglia di uno sconvolgimento culturale necessario. Fuori dell’ordine. Aprendo varchi alle periferie del Sé. A stabilire altre relazioni. Altre storie d’amore. Un altro modo di amare. Il punto è questo.
Perché gli uomini uccidono le donne? Lo so, perché non lo ho “ancora” fatto. Il “non ancora” sta a dichiarare un già “fatto” da altri di cui faccio parte. Non so dirlo, perché sta, e sto, al fondo della trama simbolica in cui quel sapere organizza il suo potere. La neutralità non c’entra, perché mai il potere è di nessuno e mai è neutrale, quanto più invoca la sua fondazione sul nulla e sulla scelta decisionista. Ecco ci sono. Il nulla. Eccola la neutralità di parte, la paura del nulla. La paura di morire, di perdere l’oggetto cui si è ancorati, circoscrivendo un piccolo mondo privato. Non basta.
Angela Azzaro lo ha scritto con una chiarezza che non lascia scampo. Non ci sono alibi di neutralità. Ditecelo, uomini, perché ammazzate le donne? Ognuno risponda, anche se dice di non aver ucciso, non ancora, anche se non si riconosce nel più efferato dei gesti. E non c’è neppure l’alibi di una scala di distinguo, per cui solo in fondo all’ultimo scalino ci si sporca di sangue le scarpe. C’è chi è sceso fino al pavimento o al sottoscala della miseria umana, c’è chi invece parla dal sesto piano, ma il palazzo è lo stesso. Tutti gli uomini sono Hans, ha scritto Ingebor Bachmann. Mi sono sempre ribellato a un tale richiamo e sempre ho dovuto capire che non si trattava di difendermi da quella accusa. Una questione di rappresentanza, non di rappresentazione. Ne sono un esponente, comunque sia e chiunque sia. Il punto di volta è questo. Non è più una questione personale, ma di rappresentanza di genere. Allora cambiare, cercare altre parole, dire un altro sapere di se stessi, per un’altra relazione a sé, non introspettiva: un sé senza se stessi. Una questione di luoghi. A cominciare dal luogo interiore, perciò dall’Ethos e dal daimon col quale coabitiamo. Occorre sapere perderci per qualche tempo, se vogliamo imparare qualche cosa da ciò che non siamo noi stessi. “Perderci”, sì, “qualche volta”, dire “sempre” sarebbe ancora un alibi; “qualche volta”, cioè quando si incontra qualcuno o qualcuna che ti chiama Hans o che ti chiede perché gli uomini uccidono le donne, senza per questo cercare spiegazioni, ma altre relazioni. Un “perché” che non è domandare, ma un protestare e rifiutare, continuando ancora a cercare una relazione d’amore. Di un altro amore. Allora si tratta non semplicemente di che cosa ne sappiamo o crediamo di sapere, si tratta, piuttosto, di saper credere. Di rivedere questo rapporto, tra credere e sapere, sulla cui distinzione si è fondata la cultura maschile e su cui sempre ritorna, distinguendo. In maniera essenziale: si tratta non più di credere di sapere, ma di saper credere a chi ti sta davanti, la sua voce, il suo volto, la sua parola, la singolarità e la differenza.
Qualche volta, ogni volta, sempre di nuovo, davanti a un’altra. E non solo. Davanti a sé. La differenza non si dà mai in saldo, non è mai scontata. E’ sempre a prezzo del dono. Inscambiabile. Né gli uomini possono “imitare” le pratiche delle donne. La loro cultura. Assurdo, oltre che “innaturale”, un esproprio, quando non è una semplice intrusione. No, gli uomini devono restituire al mondo la loro differenza senza preponderanza, senza violenza. Sarà poi possibile, senza, rimettere in questione l’ordine che quella violenza salvaguarda e autorizza? Sarà possibile senza convocare su nuovi scenari sesso e società, desiderio e sentimento, passione e ragione? Come vedere insieme cosa accade nel mondo, come guardare il mondo con due occhi, con tanti occhi, che non siano quelli satellitari informatizzati di violenze e stupri? Gli occhi che informano non “fanno sapere”, non producono conoscenze e atteggiamenti. Condividere vuol dire mettere insieme le proprie divisioni. Troppa cultura analitica ha continuato a separare per giustificare. Lasciando indiscusso e indiscutibile il rapporto tra eros ed ethos, registrando solo l’altro tra eros e thanatos.
Io lo so perché gli uomini uccidono le donne, ma non so dirlo. Ne sono perciò capace. Ed è questa la verità: gli uomini uccidono le donne non perché abbiano paura della crescita del potere femminile, sarebbe come ammettere che gli uomini ammazzano le donne allo stesso modo in cui si ammazzano tra loro. Sarebbe come riconoscere alle donne lo stesso ordine e uso del potere degli uomini. Certo è una ragione. E’ anche una questione fisica. Di uso della forza bruta. Forse è più certo che gli uomini soffrono un potere che non sanno riconoscere o lo riconosco a tal punto con i propri codici che rispondono con la violenza di cui il loro potere è capace. Ci deve essere qualcosa custodita dentro la relazione d’amore. Ed è a sua rovina. La donna diviene sempre un “corpo d’eccezione”. La parità che pure si invoca, sul piano giuridico, riguarda le quote di rappresentanza (quale?!), non certo quella del corpo proprio, che resta nei confronti delle donne, per gli uomini un corpo d’eccezione. Se ne può fare di tutto. Prenderlo, usarlo, occultarlo, farlo a pezzi o non considerarlo affatto, è lo stesso. Corpo intendo anche il corpo che piange come piange, che ride come ride, che cammina come cammina, che si guarda come lo guardano… E’ l’uso dell’amore che autorizza e spiega queste stragi. E’ la relazione d’amore che permette queste stragi. Il fatto è che si ammazza “per amore”. Ma non è amore, non più, se mai lo è stato e lo è qualche volta un amore che sa credere. E’ questo l’inciampo. Si ammazza “per amore”, all’interno dell’uso che un tale dispositivo d’ordine autorizza. Su questo piano scivolano come biglie tutte le altre considerazioni e non si riesce a tenerle. Convocano al confronto sesso e società, amore e comunità, possesso e proprietà, cupidigia e amore. Si ammazza per amore, per possessione, per gelosie, per omertà. Allo stesso modo in cui si dice che le guerre si fanno nel nome di Dio, per religione e per democrazia. Tornano qui le altre considerazioni sostenute su questo giornale dalla Melandri e dalla Ingrao, diversamente. Il fatto è che bisogna spezzare questo intreccio di connivenza estetizzante, e psicanalizzante, tra amore e guerra. La psiche forse va scombinata e cambiata. Ci servono altre culture di luoghi interiori. Certo va messo via quanto fin qui abbiamo chiamato amore e che continua a fare stragi di donne, amate, innamorate, volute, ripudiate. Bisogna imparare un altro amore. Una questione anche di luoghi, per questo è una questione interiore, del sé come luogo dell’io, ethos, ancora, perciò una questione politica, di luoghi comuni cioè. Di case. Si arriva sempre tra gli spazi di casa. Si arriva sempre all’abitare e al coabitare. Quando si parla di casa, non basta parlarne per mattoni evidentemente, se non in ragione della qualità della loro disposizione. Ma questo a chi importa? Una questione di spazi e di stanze non interessa. E gli sfrattati che sono “cacciati” dalle case. Sarebbe opportuno parlare di queste cose cominciando dalle case, da luoghi e spazi, da stanze e di distanze.
Bisogna imparare ad amare. Un altro amore. Cominciare a pensare alla educazione sessuale non in termini contraccettivi, ma come educazione alla differenza. Fare della differenza un sentimento. Sentirla. Non enunciarla. L’etica deve fare i conti con l’amore che fin qui ne è stato l’inciampo. Fin qui ne è stato fuori, pericoloso per lo stato. Meglio la famigliarità, l’amicizia di chi si divide le cose, non certo la condivisione che mette insieme le proprie divisioni. L’etica è stato il discorso del padre al figlio, da Aristotele a Savater. Che sia Vittorio (Nicomaco in greco) o Diego, è lo stesso. Il giusto mezzo. L’amore è stato lasciato di qua dall’etica. Agli omosessuali è stato riconosciuto e censurato, agli uomini e le donne è stato invece registrato con firma, chiuso in un contratto, comprensivo di clausole di rescissione. Dietro quelle mura può succedere di tutto. Il fatto che le uccisioni di donne per mano dei “loro” uomini sale il livello della questione sociale, impone che si trovi un’etica a più voci. Un’etica della differenza.
Penso ad una relazione d’amore restitutiva, quando si restituisce all’altro il proprio essere così come si è, senza voler essere altro, riconosciuto per l’unico e solo di là dal dono d’amore. Senza proprietà. Dove ci sia il possesso senza la proprietà. Dove si possa dire da una parte e dall’altra “mia e non di me”. Per dirlo anche più a gran voce, penso ad un amore senza futuro, ad una relazione d’amore senza futuro e inattuale. Senza domani. Solo presente e viva.
Quando la si programma, la relazione d’amore cede il posto all’economia dello scambio.
Per tutto questo ci mancano le parole, ci manca la società, le distanze, gli spazi, i luoghi. Ci mancano le maglie simboliche, perché una relazione d’amore tra differenti chiede di un sapere e un dire differente. Imparare ad amare forse anche morire diversamente. Con diritto. Non per mano di altri.
Nel volume curato da Sebastiano Vassalli per la Bur, l’opera del poeta e il carteggio integrale con Sibilla Aleramo
Per rileggere la sua biografia senza falsi pudori, le chiavi vanno cercate nel ruolo della famiglia, che lo volle in manicomio, e nella sifilide che per circa trent’anni gli avvelenò il sangue portandolo lentamente alla morte
Attilio Lolini
Con il suo primo libro su Dino Campana, uscito sotto il titolo La notte della cometa (Einaudi) Sebastiano Vassalli suscitò polemiche e discussioni a non finire, aprendo così il caso relativo all’autore dei Canti orfici; un caso che oggi pare chiudersi definitivamente grazie al volume in cui sono raccolte tutte le sue opere, anch’esso curato da Vassalli e titolato Dino Campana. Un po’ del mio sangue (Bur, pagine 300, E. 9). Al suo interno si trovano, oltre ai Canti, le Poesie sparse, Il Canto proletario italo-francese (che rimane la più bella poesia patriottica della grande guerra), il carteggio completo con la scrittrice Sibilla Aleramo e, soprattutto, una introduzione seguita da una nota biografica che fa piena luce sulla vita del poeta avvolta da un velo di menzogne: fu, in parte, lo stesso Campana a alimentarle, quando in manicomio, per levarsi di torno gli orrendi familiari e lo psichiatra Pariani, suo torturatore e biografo di «geni» folli, raccontò storie a non finire, alcune delle quali decisamente incredibili, e tuttavia prese sul serio dalla critica ufficiale del tempo. La vita di Campana è tutta riassunta in un verso di Walt Whitman che lui stesso mise, come epigrafe, al suo capolavoro: «Essi erano tutti stracciati e coperti dal sangue del fanciullo»: essi -scrive Vassalli – furono i compaesani, i letterati dell’epoca, gli psichiatri e soprattutto i genitori, in modo particolare la madre, che tentarono almeno due volte (riuscendoci) di togliersi dai piedi il figlio «matto». Quando raggiunse la maggiore età lo fecero rinchiudere in manicomio perché ci restasse fino alla morte e, una volta dimesso, lo «spedirono» come un pacco a Buenos Aires, con un passaporto che non gli consentiva il rientro. Ma Campana, dopo un mese, era di ritorno e vide riaprirsi le porte del manicomio di Castel Pulci. Quanto ai suoi compaesani, non fecero che perseguitarlo e così pure i letterati dell’epoca che, specie nel contesto del caffè le Giubbe Rosse, lo trattavano come un pezzente. C’erano tra loro Marinetti, con il suo insulso futurismo, il superbo Prezzolini, il superficiale Soffici e il superuomo Giovanni Papini. Gli psichiatri del manicomio di Castel Pulci, poi, usarono Campana per i loro esperimenti punitivi con l’elettricità: quando il poeta si definisce «l’uomo elettrico» si riferisce appunto alle «terapie» che lo «friggevano». Ogni tanto arrivava la madre, crudele e piagnucolosa, a controllare la salute del figlio e a verificare come questi avesse trovato, finalmente, il posto giusto dove stare.
Pur non avendo goduto, da vivo, di nessun riconoscimento, Dino Campana resta, tra i poeti italiani, uno dei più letti, amati e ristampati del `900: nei suoi versi – scrive Vassalli – c’è qualcosa che dovette scandalizzare i suoi contemporanei, comunicando loro un’idea di grandezza e di forza di cui non sapevano farsi una ragione. Parole semplici e semplici impressioni, messe là in modo apparentemente casuale.
Come poteva questa poesia, si chiedevano i più avvertiti e gelosi letterati del tempo, avere così tanto potere evocativo, una tale suggestione, una siffatta armonia? E risposero affermando che non si trattava di una scrittura seria, confortati dallo stesso Campana che provvedeva a avvalorare l’arcigna tesi, dicendo che i suoi versi sarebbero apparsi a qualcuno «robetta da fiera». Pochissimi, se si esclude Emilio Cecchi, lo capirono e il «Mat Campena» – come lo chiamavano a Marradi – diventato adulto, si avviò, inesorabilmente, verso Castel Pulci.
Nel 1915 contrasse una vera malattia: aveva il viso semiparalizzato, conseguenza di un male probabilmente trasmesso da una (o da più) di quelle «troie» con gli occhi ferrigni di cui parla nelle sue poesie. Negata dalla famiglia, che non intendeva compromettere la sua rispettabilità ammettendo un morbo tanto infamante, la malattia di Campana era in effetti la silifide, ma venne spacciata per una nefrite, nonostante i sintomi inequivocabili descritti in molte lettere. Da 1915 al 1932, anno della morte, la storia del poeta coincide con il decorso della sua malattia, che gli distrusse il sistema nervoso e gli avvelenò il sangue in maniera lenta ma inesorabile. Per rileggere, senza falsi pudori, la sua biografia Vassalli dice che proprio nella famiglia e nella sifilide vanno ricercate le chiavi. Era il 1915 e aveva trent’anni quando contrasse la malattia, e sebbene non ci siano cartelle cliniche a attestarla, tuttavia essa è accertata dal carteggio con Sibilla Aleramo, che ne venne contagiata e dovette curarsene per quasi un anno. L’incontro tra i due avvenne, nel 1916, sotto il segno della follia e dell’ossessione: per il poeta Sibilla Aleramo fu l’unico amore della vita, mentre per lei rappresentò una specie di incubo: lui la inseguiva, la perseguitava e lei fuggiva. Riuscì a liberarsi di Campana soltanto a ottantadue anni, quando pubblicò il suo carteggio con lui, che il libro curato da Sebastiano Vassalli riproduce integralmente per la prima volta. Se ne deduce che il rapporto amoroso che legò Campana alla Aleramo fu ben diverso da quello descritto dalle biografie ufficiali e dagli sdolcinati film sulla sua vita: un rapporto violento, fitto di liti e di sfuriate ma dotato di una sua grandezza.
Per colmo di sventura, contribuirono a nuocergli anche coloro che pure gli volevano bene: l’editore Vallecchi nel 1928 ripubblicò i Canti orfici ripulendoli da tutto ciò che gli pareva potesse risultare sconveniente all’immagine di un poeta che si profilava tra i grandi del suo tempo; per parte sua, Enrico Falqui, quando pubblicò gli inediti, si convinse di doverli correggere e sfumare.
Ricostruita da Vassalli dopo un lavoro durato quasi un trentennio, la breve e terribile vita del poeta marradese riacquista la sua «dignità» contro l’opinione di coloro che ritenevano fosse afflitto da una specie di romantica follia. Disse Campana allo «psichiatra» Pariani: «Mi chiamo Dino, come Dino mi chiamo Edison. Posso vivere anche senza mangiare, sono elettrico…»
Franco Giordano
E’ onestamente impossibile sfuggire alla stringente e ragionata verità che ci ha proposto ieri su Liberazione Angela Azzaro. Le vie di fuga alla domanda secca e drammaticamente certificata “maschi, perché uccidete le donne”? possono infatti essere molteplici, quasi tutte condivisibili. Ma sempre di via di fuga si tratta. Il liberismo, la globalizzazione, la precarizzazione dei rapporti interpersonali, la violenza diffusa come effetti di una crisi delle forme di socialità. Sì, certo, ma questi contesti appaiono, per l’appunto, “neutrali”, a fronte della cruenta cronaca di una guerra annunciata di uomini contro donne. Non spiegano questi contesti, peraltro, la preesistenza di un fenomeno diffuso anche in tempi non recenti. Innanzitutto, credo, che sia giusto mettere in rilievo che il luogo in cui le donne subiscono le violenze più crudeli sia quello che per secoli è stato sacralizzato e nel quale si è tentato di murare la soggettività femminile: la famiglia. E fa un certo effetto scoprire che la “normalità” della coppia eterosessuale, brandita contro ogni forma di relazione celi una consolidata aggressività maschile che le caste (siano esse politiche o sacerdotali) tendono a difendere e a preservare.
Ma queste violenze oggi esplodono come una reazione ad una forte soggettività ed emancipazione femminile. Non solo perché le donne tendono a competere con gli uomini in ogni campo, ma perché smettono giustamente di svolgere una funzione rassicurante e rinforzante della nostra immagine. La proprietà di correzione dello specchio dello sguardo femminile comincia infatti ad agire in senso contrario amplificando limiti e difetti degli uomini. Tutto ciò produce un diffuso senso di inquietudine e disorientamento. Diciamo la verità: vengono feriti il nostro egocentrismo e narcisismo essendo stati abituati sin da piccoli a riceverne in dosi massicce attraverso conferme permanenti da figure femminili come le madri. Quando viene negato quello che a torto appariva un diritto naturale, l’aggressività diventa il bisogno rabbioso di un ripristino della cultura proprietaria sul corpo delle donne. E’ il disperato e disperante tentativo di ripristinare un segno gerarchico. E’ una violenza fisica, ma si esprime nella politica, nella cultura, nella costruzione della Norma.
Noi uomini non possiamo deragliare dall’obbligo di riconoscere la nostra parzialità. Tanto più rimuoveremo questa assoluta necessità di rimessa in discussione della nostra identità sessuata (anche schermandoci dietro le quinte di ragionamenti sociologicamente e culturalmente ineccepibili) tanto più contribuiremo colpevolmente alla diffusione delle violenze contro le donne e al mantenimento in vita di una società maschilista e patriarcale. Il riconoscimento della contraddizione di genere, la sua autonomia e centralità, sono la leva su cui investire per rovesciare una consolidata gerarchia di poteri e culture.
Per parte mia voglio qui solo sollecitare un tema di riflessione su cui mi interrogo da tempo: il tentativo di ricostruzione di un contatto di noi uomini con la sfera del nostro mondo interiore. Per troppo tempo, infatti, questa dimensione è stata sostituita da un bisogno estetizzante di conferme esterne, di ricerca di verifiche mediate da figure femminili. E’ un percorso che porta ad imparare a prescindere dal consenso a tutti i costi, che porta a fare a meno della ricerca esasperata dell’apprezzamento e della stima degli altri come forma sostitutiva della propria autostima.
E’ il tentativo di abbandono dei nostri bisogni infantili o adolescenziali che ci rendono così emotivamente e pericolosamente condizionati dalla immagine riflessa degli occhi altrui, degli occhi delle donne. E’ la riscoperta delle passioni attraverso l’abbandono delle paure ancestrali per una possibile esposizione a rischio di sofferenza. Quando la vita si spettacolarizza la passione si svuota nella cerimonia mondana o si spegne nell’esibizione del controllo e della formalità.
Senza questo sforzo di ricostruzione identitaria noi uomini cercheremo sempre, consciamente o inconsciamente, la scorciatoia del tentativo di ripristino dei privilegi materiali ed emotivi che oggi ci appaiono sottratti o negati. Occorre ripensare, dunque, una trama di relazioni, nuove culture, un’alterità di progetti di vita per contrastare le resistenze maschili alla definizione della nostra parzialità e alla narcisistica perdita di centralità.
Letizia Tomassone
La forza che viene dal sapere di avercela fatta e’ quella nota di gioia che Mary Daly ci regala con il suo ultimo libro: Quintessenza. Realizzare il futuro arcaico (Venexia, pp. 284, euro 19). Se infatti i suoi testi dagli anni ’70 in poi erano osservatori privilegiati per esprimere la “rabbia selvaggia” delle donne per la miseria, la cancellazione in cui vivono nel mondo patriarcale, e se molti suoi testi sono stati occasioni per rendere visibile, nominandola, la violenza contro le donne e la loro oppressione fisica e simbolica, questo volume edito con coraggio, in Italia, da Luciana Percovich, mostra come la “rabbia” puo’ diventare consapevolezza e possibilita’ di vita piu’ intensa, e dar luogo al “salto nel futuro arcaico”. Scrive Daly: “Quando una Cercatrice Vede, Nomina e Agisce Vegliarda-mente i suoi Momenti/Movimenti nel Tempo, la sua conoscenza della Quarta Dimensione e’ ravvivata e lei Stessa diventa piu’ Viva. Si riempie di Ginergia (l’energia femminile, ndr) ed e’ mossa dalla Brama di Balzare in avanti. E’ spinta a Volare oltre nel Futuro Arcaico per Irrompere nella Quinta Dimensione, dove/quando puo’ essere Presente in modo sempre piu’ consapevole partecipando alla Danza Abbagliante dell’Universo – l’Armonia Cosmica, la Quintessenza”. Parole che rivelano da subito come Daly lavori profondamente sul linguaggio per svelarne dimensioni occultate e ribaltarne i significati. Svelando come la cultura patriarcale abbia spesso rovesciato in negativo termini che esprimevano forza e liberta’ femminile, come “Vegliarde”, “Donne Selvagge”, “Ammaliatrici”… * Mary Daly era gia’ nota in Italia soprattutto per questo lavoro sul linguaggio e sul nominare la realta’ e Dio. Con saggi come La Chiesa e il secondo sesso (Rizzoli, ’82) e Al di la’ di Dio Padre (Editori Riuniti, ’91), gli unici tradotti in italiano e purtroppo ormai fuori catalogo. Centrale per la ricerca delle teologhe femministe e’ la sua affermazione che il “nominare Dio” al femminile (per esempio come Madre) non sposta i rapporti simbolici e materiali tra donne e uomini se questo nome resta un sostantivo. Il nominare che trasforma le relazioni e’ una “dinamica dell’essere” e puo’ essere espresso solo con un verbo. “Nell’idea di Mary Daly l’essere e’ apertura, rilancio, movimento squilibrante e la’ dove si mostra la differenza di essere donne e uomini come squilibrio, e se ne da’ testimonianza, si partecipa di tale movimento – scrive Chiara Zamboni in Parole non consumate, Liguori 2001 -. Altrimenti il linguaggio puo’ dire la differenza sessuale come costruzione storica, puo’ usare i generi grammaticali femminili, e introdurre la parola “Dea” nel cristianesimo, ma se non c’e’ una esposizione dinamica della nostra compromissione, il linguaggio rimane statico, solo sostantivo e non verbo, scollegato dal movimento dell’essere. C’e’ parola di verita’ e di vita la’ dove c’e’ esposizione di noi, la’ dove simbolico e testimonianza sono legate”. Ma il lavoro di Daly sul linguaggio e’ continuato con un suo praticare in modo sempre piu’ vorticoso parole ri-dette, fino ad arrivare alla compilazione, con Jane Caputi, di un Dizionario (il Websters’ First New Intergalactic Wickedary of the English Language, ’87). La qualita’ di Quintessenza non sta quindi nel suo linguaggio, linguaggio sperimentato e praticato con radicalita’ fin dagli anni ’80, ma dalla visione dell’incontro con le “Compagne del Futuro Arcaico”. Naturalmente il Futuro puo’ essere Arcaico solo se richiama una “brama” intensa di realizzare del nuovo e se dice qualcosa non solo di cio’ che vogliamo costruire, ma di cio’ che ci precede. Anzi, in un certo senso, e’ proprio perche’ c’e’ stato un passato “fuori dal patriarcato” che ci e’ possibile incontrare un “futuro libero”. * Quintessenza racconta dell’incontro fra le donne dell’Era Biofila e Mary Daly, la quale viaggia tra il 2048, in cui loro vivono, e la vecchia realta’ datata 1998. L’incontro costituisce il presente che fonda il futuro e trasmette forza alle Viaggiatrici nell’era necrofila, cioe’ nel patriarcato. Ed e’ narrato a due voci. Quella di Daly che nel ’98 denuncia l’oppressione delle donne attraverso le violenze, le guerre, le spiritualita’ patriarcali, le biotecnologie e le tecniche di procreazione assistita, cioe’ tutte quelle cose che distruggono la differenza e l’armonia della vita e fanno avvizzire la nostra mente e la nostra immaginazione. E quella di Anonima che, nata all’inizio dell'”Era Biofila”, e’ piena di curiosita’ per queste antenate costrette a sviluppare la loro resistenza e la loro “Indocilita’” in una situazione cosi’ violenta e triste. Anonima arrivare ad evocare Mary Daly per incontrarla. E’ dunque in gioco il desiderio. Il desiderio di realizzare la propria integrita’ spinge Daly al “Salto nella Quinta Dimensione”, e il desiderio di capire spinge Anonima a creare le condizioni perche’ il “Qui” diventi luogo di incontro. Quello raccontato in Quintessenza e’ un incontro profondo tra generazioni, mosso dal desiderio reciproco. Daly lo sa, ed esprime anche la frustrazione che accompagna questo tipo di incontro nell’era patriarcale, quando a ogni generazione bisogna ricominciare daccapo, perche’ la “Memoria della Donne Selvagge” e’ continuamente cancellata. E “nominare connessioni, in modo che potessimo continuare a fare le nostre analisi piu’ in profondita’ e raggiungere la radice dei problemi” e’ esattamente il compito che Daly assegna al suo lavoro. Connessioni tra passato e futuro per il qui del presente. Nell’era necrofila, scrive Daly, “divenne difficile per molte nominare le connessioni tra la crescente oppressione delle donne da parte dei movimenti e dei regimi fondamentalisti sparsi nel mondo e la violazione e la distruzione delle donne e della natura da parte dell’impero nectec (di tecnologia necrofila, ndr)”. L’opera del patriarcato necrofilo appare infatti in Quintessenza come un’opera continua di cancellazione della “Vita” e dell’esistenza delle donne e le donne, nella loro “Giusta Rabbia”, possono superare queste cancellazioni “Spiraleggiando Via”. Nel “Continente Ritrovato”, un luogo di armonia e sincronia con natura e animali che e’ anche, pero’, l’immagine di quella Quinta Dimensione o Quinta regione che diventa il centro di espansione della “Presenza” delle creature “Biofile”. * Il testo di Daly, impregnato di spiritualita’, e’ quindi profondamente politico. Le Antenate del Futuro sono per noi risorsa e occasione di ricordare che il mondo e’ altro dalla violenza e manipolazione di corpi, anime e menti, e che ogni forza empatica degli umani (delle donne) con gli altri esseri viventi puo’ trasformare la realta’ e farci fare un balzo nello “Stato di Grazia Naturale”. “Man mano che le Capricciose Donne Vagabonde si radicano sempre di piu’ nello Stato di Grazia Naturale, riconosciamo la consapevolezza delle sincronicita’/Sin-crone-citta’ come un segno che stiamo entrando in armonia con le altre creature Elementali, stiamo cioe’ scoprendo la Quintessenza, che e’ l’Integrita’ Supremamente Armoniosa dell’Universo e Fonte di Estasi”.
Angela Azzaro
Il merito più grande dell’iniziativa di Liberazione, “Maschi, perché uccidete le donne? “, dieci voci di uomini sulla violenza contro l’altro sesso pubblicate domenica scorsa, è stato quello di aver spostato completamente il punto di vista.
Non è una novità: gli uomini uccidono le donne. Uccidono quelle che amano. O che dicono di amare. Le violentano, le picchiano. Fino a levare loro la vita. Non è un caso. Non è un residuo. La prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni, nel mondo, ma anche in Europa, è l’aggressione dei loro compagni. Non è una novità, sì. Ma crea sconcerto. Paura. Orrore. E’ una guerra. Le vittime sul campo di battaglia hanno tutte lo stesso sesso.
Colore diverso. Classe diversa. Cultura diversa. Ruoli diversi. Uguali solo nell’essere sopraffatte perché donne. Eppure alla fine si parla solo di loro. Da sempre sono l’unico oggetto di studio, di analisi. I dati contano le vittime. Le morti. Contano le violenze, le percentuali in famiglia: altissime; fuori, per strada, molto basse, ma usate per costringere le donne a una nuova violenza: non essere libere di uscire. Di vivere. Poco o nulla si parla degli altri. Dei maschi che violentano, che uccidono, che si sentono meglio perché ammazzano, perché levano di torno il loro controcanto, il massimo dell’alterità che trovino sulla loro strada.
Liberazione ha fatto un salto in avanti, una piccola (grande) rivoluzione, ha spostato l’attenzione dal genere che viene ucciso al genere che, non da oggi, uccide. Perché, gli ha chiesto? Perché, nonostante la lunga e straordinaria rivoluzione delle donne che ha attraversato il Novecento, i vostri simili continuano ad uccidere le donne? Come è possibile? Pensate che questo dato, sconcertante, riguardi anche voi? Le risposte, per quanto importanti di per sé, sono state deludenti, sfuggenti, quasi tutte ingarbugliate in un antico vizio che il femminismo ha denunciato da tempo: il vizio – come giustamente ricordava ieri su queste pagine Lea Melandri – della neutralità.
A parte alcune eccezioni, come quella di Claudio Jampaglia, che si mette in gioco in prima persona, o di Daniele Zaccaria che affronta il tema delicato ma centrale della relazione amorosa, dei fantasmi e dei desideri che si porta appresso, la maggior parte degli interventi hanno riportato la discussione su un piano tutto o solo culturale, o solo politico, o solo sociologico. Gli uomini che hanno preso la parola, hanno portato la domanda fuori da loro, ne hanno ragionato, anche in modo accorato, scandalizzato, intelligente e in alcuni casi condivisibile, ma si sono dimenticati il punto più importante: parlare di sé. Della loro identità sessuata. Finché gli uomini, gli uomini di sinistra, i nostri compagni di tante azioni politiche, di tanti piccoli e grandi cambiamenti politici e culturali, non capiranno che da qui bisogna partire, sarà difficile costruire un cambiamento radicale. Costruire un mondo dove le donne non muoiano più.
Neanche mille, neanche cento. Neanche una.In questi decenni molte donne, in testa un nutrito gruppo di femministe, si sono messe in discussione. Hanno guardato l’altra da sé, anche quella più lontana culturalmente o come classe sociale o come colore della pelle, per capire cosa le accomunava e cosa le separava. Per mettersi in discussione.
La prima rivoluzione le donne la hanno chiesta a se stesse, al loro essere soggetto sessuato. Hanno interrogato se stesse per interrogare e criticare il mondo. Alcune (molte, non so) ce l’hanno fatta, nonostante l’ampio margine di contraddizioni in cui ancora si muovano. Altre no, non ce l’hanno fatta. Non ce la fanno. La società è e resta profondamente maschilista e patriarcale. Gli uomini, la maggior parte di loro, questo lavorìo su di se lo devono ancora fare. Intravedere. Anche solo intuire. Ma la domanda “Maschi, perché uccidete le donne? “, non può che partire dalla messa in discussione della propria identità sessuata. Non può che partire dalla propria parzialità.
Diversi interventi chiamano in causa la globalizzazione liberista, i processi di precarizzazione e di flessibilizzazione che produce. Ma questo non basta. Non può bastare. Non può spiegare quello che accade. Gli uomini, le donne che amano, le uccidono da prima. Da molto. Da secoli e secoli.
Come interpretare però l’inasprimento di oggi? Quel dato così sconcertante? Il ragionamento andrebbe ribaltato: invece di usare la globalizzazione per capire il fenomeno degli uomini che uccidono le donne, si dovrebbe fare il contrario. Si dovrebbe usare la contraddizione di genere come lo strumento privilegiato per capire la nuova fase del capitalismo globale, la sua ferocia, la sua barbarie. E’ un vecchio discorso. Una vecchia diatriba che le femministe hanno più volte posto sul piatto della bilancia del cambiamento: il genere non è un di più, da aggiungere al conflitto di classe come un’appendice. Le donne non sono un sostantivo da mettere in fila con i bambini, i vecchi, l’ambiente. Sono il cuore del conflitto. Sono il cuore delle contraddizioni. Gli uomini che uccidono le loro compagne, che lo fanno in maniera così terribile, in maniera così significativa, parlano di questo. Chiedono alla politica, anche alla nostra politica, un cambiamento radicale. A partire dal cambiamento radicale di entrambi i sessi. Molte di noi ci stanno provando. Gli uomini che fanno?
Elvia Franco
Gentile Direttore,
sono una delle tante insegnanti , che ovviamente applicherà la Riforma Moratti in quanto legge dello stato, pur essendone distante nello spirito e nella sostanza.
In questi giorni mi è stato dato da leggere il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione (6-14 anni).
Ho sentito un disagio professionale, piuttosto profondo, che mi ha spinto a dargli pubblica parola.
Nel Profilo non è citata neppure una volta la parola “Creatività”, che pure è la cifra più propria e preziosa di ogni essere umano.
Non è citata neppure una volta la parola “Intelligenza”, anche se è una delle parole chiave della psicopedagogia.
Ovunque si parla di “competenze”, ma non si dice, nemmeno come problema di pensiero, il quadro di riferimento in cui devono poter esercitarsi e prendere senso.
Qual è il contesto in cui impegnare le proprie competenze di lavoro e di relazione? Quello di una cultura di mercato che pensa l’esistenza umana come segnata dalla necessità di produzione e scambio rapido e, sempre aggiornato, di merci?
Oppure quello di un pensiero e di una sensibilità che guardano ai grandi problemi del mondo, delle genti, dell’ecosistema ed hanno anche un occhio rivolto verso la pienezza e la felicità personali e sociali.
Il primo modello è riuscito ad imporsi. Questo tempo è riuscito a vederne i guai, mentre da un numero sempre maggiore di persone è sentita l’esigenza di dare un nuovo ordine, più vivo ed interessante, al problema della vita.
Ho sentito dire che non è compito della scuola rivolgersi verso questa questione. Eppure la scuola prende vita nel legame, oltre che con il mondo economico, anche con i bisogni di elevazione e di ricchezza interiore della gente e con le domande di senso che da sempre il pensiero pone e si pone.
Scorrendo nella lettura di questo documento, ci si accorge che non c’è nessun riferimento importante agli aspetti emozionali ed affettivi, che sono decisivi per lo sviluppo dell’esistenza umana in pienezza, mentre è enfatizzata quella forma della razionalità che ordina ed organizza in forma riduttiva anche gli accadimenti dell’interiorità. “L’alunno, si dice, cerca soluzioni ed alternative razionali ai problemi esistenziali, intellettuali, operativi, morali, estetici, sociali non risolti”.
La ragione, la razionalità matura, a cui la scuola dovrebbe sentire il dovere di avviare, prende linfa e nutrimento dall’humus delle emozioni e degli affetti, non è scollegata dalla sostanza umana profonda. La razionalità viva, e non meccanicistica, ha bisogno dell’ascolto del retroterra che la nutre per dare i suoi frutti. Ha bisogno di adulti che ascoltino i giovani che sono loro affidati.
Non c’è nessun accenno ad una comunità ascoltante e dialogante di adulti, necessaria per originare quel clima che permette ai bambini ed agli adolescenti di entrare in contatto fiducioso con le loro forze interiori, con i loro sogni, con le loro speranze e di liberarle, trasformarle, dare loro forma perché circolino nel mondo e lo arricchiscano. Si afferma invece che “Il ragazzo a 14 anni conosce le regole e le ragioni per prevenire il disagio che si manifesta sotto forma di disarmonie fisiche, psichiche, intellettuali e relazionali”. Mi pare una visione dell’adolescenza irreale, e lontana mille, miglia dai mille e mille studi rivolti a capire questa impegnativa e ricchissima età della vita.
La Riforma preferisce la parola competenza alla parola conoscenza. Ma là dove c’è una competenza importante da formare, sicuramente decisiva per le sorti del mondo di oggi, si parla solo di conoscenza. Si dice che l’alunno deve arrivare a comprendere le caratteristiche della civiltà europea e confrontarle con quelle di altre culture. Non si dice che nella cultura d’Europa, l’adolescente, proprio in essa trova gli elementi e la spinta vitale per un dialogo fattivo con altre culture e religioni.
L’avere forti competenze di dialogo ascoltante e profondo non è nominata, eppure il bisogno di dialogo, e l’incremento alla vita che esso porta, è la costante chiara, e senza ritorno, del pensiero europeo del novecento, senza dimenticarci di Socrate.
Gli atenei in rivolta, assemblea nazionale degli studenti universitari, dei ricercatori precari, degli studenti medi (roma 06.11.05)
Dopo le settimane di mobilitazioni, occupazioni, blocchi della didattica, cortei e la grande manifestazione del 25 ottobre che ha assediato il parlamento, noi, studenti e studentesse, precari e precarie dell’università e della conoscenza, ci siamo incontrati per discutere sulle prospettive del movimento. L’inaccettabile approvazione del Ddl non ha intaccato la nostra determinazione a voler proseguire la mobilitazione. Fin da subito la protesta è esplosa a partire dal nostro disagio, investendo l’assetto complessivo dell’università e della formazione. All’origine di tale disagio vi sono i processi di precarizzazione e di riforma, il cui centro focale è rappresentato dal 3+2 e dal meccanismo dei crediti, introdotto dal centro-sinistra e peggiorato dal centro-destra. Per noi essere contro il Ddl vuol dire essere contro il processo di riforma che interessato l’università italiana negli ultimi anni. Le occupazioni e le mobilitazioni sono state, da subito, laboratori di sperimentazione di nuove e molteplici pratiche di conflitto e di scardinamento dell’università attuale e nello stesso tempo di immediata costruzione di un’altra università. A partire da qui abbiamo iniziato a scrivere con i nostri conflitti l’autoriforma dell’università. Questo manifesto vuole raccogliere le pratiche e i differenti contenuti che sono patrimonio comune delle mobilitazioni e rilanciarne la generalizzazione.
1 – Ci siamo ripresi i nostri tempi e i nostri spazi, attraverso blocchi della didattica, scioperi della frequenza, occupazioni delle facoltà, autogestione di aule. Perché i nostri tempi di vita e di formazione sono radicalmente incompatibili con la gabbia dei ritmi che ci stanno imponendo. Il tempo dell’università deve adattarsi al nostro, ne pretendiamo dunque un altro: vogliamo una radicale diminuzione dei ritmi di studio e rifiutiamo l’obbligatorietà della frequenza. Vogliamo studiare con lentezza.
2 – Ci stiamo riappropriando di ciò che ci viene tolto. Pratiche diffuse di autoriduzione del pasto in mensa, del costo dei trasporti, dei servizi culturali, degli affitti, occupazione degli enti per il diritto allo studio, diffusione libera dei saperi ostaggio di brevetti e copyright. Nel mercato della formazione, vogliono destinarci a un presente e a un futuro di precarietà. Reclamiamo reddito, servizi e casa, gratuità dell’accesso all’università e alla formazione, rimozione di tutti i blocchi e gli sbarramenti al percorso universitario, abolizione della proprietà intellettuale, moltiplicazione delle borse di studio e dei posti alloggio sganciati da logiche meritocratiche, in opposizione radicale all’attuale Dpcm sul diritto allo studio. E’ necessario incentivare i finanziamenti pubblici destinati all’Università e alla Ricerca. Non è pensabile una finanziaria che sottrae fondi all’intero mondo della cultura per destinarli alla guerra. Vogliamo studiare tutte e tutti.
3 – Abbiamo iniziato a costruire un’altra didattica. Incontri, discussioni, convegni, seminari autogestiti, feste, riappropriazione di spazi di socialità e di relazione continuamente negati dalla riforma. La nostra formazione passa innanzitutto attraverso questi momenti. La produzione di saperi e relazioni è per sua stessa natura “anti-economica”, non misurabile in unità di tempo e in crediti formativi. Il sapere vivo non è riducibile a merce. È un processo collettivo e cooperativo radicalmente alternativo ai linguaggi e alla logica dell’università-azienda, individualista e competitiva. La parcellizzazione, frammentazione e dequalificazione dei saperi non produce altro che precarizzazione e controllo. Affermiamo l’autogestione e l’autogoverno della didattica e della ricerca, lo scardinamento del sistema dei crediti attraverso pratiche diverse: tanto l’inflazione dei crediti, ossia il riconoscimento di tutte le attività formative e di ricerca autogestite; quanto l’irruzione del sapere critico nei programmi didattici. Vogliamo costruire tutto il nostro sapere.
NON ABBIAMO ALTRE RIFORME DA ATTENDERE O GOVERNI DA ASPETTARE:
IL NOSTRO TEMPO E’ QUI E CONTINUA ADESSO