Acido solforico, l’ultimo romanzo della scrittrice belga, immagina un programma in cui i concorrenti vivono sotto l’occhio delle telecamere l’esperienza dei lager nazisti. Criticato per la sua crudeltà, il testo propone una tesi in fondo ovvia: l’umanità dei reclusi è lo specchio di chi sta fuori
Norma Rangeri

In Italia i reality sono in calo di ascolti, ma in compenso il loro linguaggio ha pervaso ogni angolo del palinsesto diventandone la nuova grammatica. Il format che tanto scandalo e stupore provocò al suo apparire ora è moneta corrente. Nel lacrimoso conformismo della tv in mutande si mima la vita, anzi la sopravvivenza. Si gioca con la reclusione (la casa del Grande Fratello, l’isola deserta), si mette in scena la lotta per non morire di anonimato ed è normale ascoltare frasi come “faccio i complimenti a chi è sopravvissuto al televoto”. Invece “cari telespettatori, grazie al vostro televoto, il condannato a morte di oggi è…” ancora non è andato in onda. Per il momento è solo fantatelevisione, solo un’idea scritta da Amélie Nothomb all’inizio del suo ultimo romanzo Acido Solforico (tradotto da Monica Capuani per Voland, pp. 131, euro 13), quando immagina il momento in cui l’attuale pornografia del quotidiano cede il passo allo “spettacolo della sofferenza”. Best seller nelle classifiche francesi, il libro di Nothomb rigurgita le scorie del reality, traduce in discorso sociale la polvere sottile respirata a ogni ora e latitudine. Se in tv si nasce, si ama, si divorzia perché non si deve anche morire?
Prodotto inventato nei laboratori olandesi, il reality è un format nato sull’albero della vecchia Europa, come già avvenne per altre pandemie, quando la televisione era solo un prototipo e la Germania offriva altre reclusioni di massa. La new age dell’iperaggressività nel game di sopravvivenza ha avuto un grande successo negli Usa, patria di Fear Factor (guerra a chi mangia più vermi e scarafaggi), Extreme Makeover (interventi di chirurgia plastica), e dove i telespettatori hanno dato un duro colpo al presidente Bush, battuto negli ascolti proprio dal reality Simple life della Fox (la vita di ricchi rampolli tra le vacche in una fattoria dell’Arkansans). La guerra di sopravvivenza allude al combattimento: “guerra et circenses”, corpo a corpo fino alla vittoria. Se nel mondo gli uomini si massacrano con guerre e terrorismo, nel piccolo schermo si mima una lotta incruenta dove si spara con il turpiloquio e si gode a ogni eliminazione del concorrente-rivale.
L’autrice di Acido Solforico racconta con stile ferrigno la storia di “Concentramento”, un programma estremo, sceneggiato nei minimi particolari. Sul modello dei campi nazisti, le persone vengono catturate per strada (“l’unico criterio era l’appartenenza al genere umano”), blindate sui camion e scaricate nel lager. Indossano una divisa e un numero, i loro documenti vengono bruciati perché il nome diventa un’arma identitaria troppo pericolosa, un incitamento alla sovversione. Kapò (i nostri attuali conduttori), torture, lavori forzati e morte sicura per chi non è più abile al lavoro. Unica differenza con il lager nazista: le telecamere che riprendono ogni angolo del campo. È la tv che si scrive morendo. Più si soffre più si risulta telegenici. Ma nessuna illusione: cinismo e sadismo hanno superato da tempo il filo spinato e ci fanno compagnia in salotto.
Acido Solforico è un romanzo che ha fatto storcere il naso, criticato per la scrittura sporca e ripetitiva, accusato di esagerare con il paragone nazista. Come se nell’epoca in cui un grande ceto medio planetario impara la normalità dalla televisione, l’escamotage del paradosso nazista fosse un delitto di lesa maestà. La tesi del romanzo è persino banale: l’umanità dei reclusi è lo specchio di chi sta fuori. Noi spettatori – ancor di più se con l’alibi dello sguardo intelligente – siamo i killer, gli apprendisti stregoni che alimentano la carneficina “perché spesso un programma televisivo è l’unico argomento di conversazione tra le persone”. I veri kapò sono al di qua dello schermo (“alcuni lettori scrissero per chiedere se anche i prigionieri venissero pagati per essere uccisi”). Alcune scene sembrano rubate a Truman show (“nella sala dai novantacinque schermi, gli organizzatori guardavano la scena rapiti”), si allude al grande occhio della modernità descritto dal Panopticon di Jeremy Bentham, il filosofo inglese che inventa il modello di carcere laborioso dove da una torre al centro di una costruzione ad anello una sola persona può sorvegliare tutti i detenuti.
Fagocitato dall’ansia della visibilità l’homo videns ha perso la sua ombra. La pubblicizzazione del privato – come da tempo sostiene Umberto Galimberti citando il Sant’Agostino di “in interiore homine habitat veritas” – è “l’arma più efficace impiegata nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto discreto, singolare”. Un tratto che solo una persona, la protagonista del romanzo, riesce a salvaguardare, e che le consentirà, alla fine, di distruggere il meccanismo di “Concentramento”. Ma intanto la sensazione di claustrofobia è insopportabile, sembra una situazione senza via d’uscita perché l’auditel vertiginoso alimenta lo show e “Concentramento” fa registrare il più alto indice di ascolto (il cento per cento) mai raggiunto. Quando l’eroina del campo (così bella e angelica da risultare la beniamina del pubblico: quale vittima sacrificale migliore?) dà scacco matto al meccanismo mediatico chiedendo di essere televotata a morte (“spettatori votate per me stasera!”), il romanzo regala il colpo di scena con l’happy end.
La scrittrice rifà il verso al dibattito odierno: editoriali scandalizzati, politici imbelli, telespettatori incapaci di spegnere il video. La tragedia si svolge in un’atmosfera di pubblica impotenza. L’autoreferenzialità del congegno mediatico è apparentemente inattaccabile. Certo oggi ai telespettatori non si affida il compito di decidere chi, in quella settimana, deve essere mandato a morte. E chi viene escluso dai nostri reality non trova il boia ma la luce delle telecamere che lo accolgono nei salotti della domenica pomeriggio, dove, in fondo, ad essere uccisa è solo l’anima.

di Anna Petrungaro – Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”

 

Il Centro contro la violenza alle donne di Cosenza si costituirà parte civile nel processo a Padre Fedele, denunciato di violenza da una suora. Volentieri diamo visibilità alla loro presa di posizione, che è quella di stare accanto alla suora:

“Le donne del Centro Roberta Lanzino hanno fatto una scelta: credere, stare al fianco e difendere la suora che ha denunciato le violenze.
Le donne ci hanno insegnato che è politicamente giusto partire da sé, che la debolezza può essere fonte della forza, e la paura del coraggio.
Senza voler ricorre a metafore militari che risultano pericolose se ci portano a parlare di schieramenti e di eserciti, crediamo che “di virtù guerriere abbiamo davvero bisogno: non il coraggio che le donne hanno sempre esercitato, ma l’onore (sappiamo bene ora, grazie a tanti studi, a cosa fu ridotto per secoli l’onore delle donne); lo scontro leale (così difficile per noi, che portando interamente nella ricerca della verità ragioni ed emozioni, spesso non riusciamo a scontrarci senza farci del male), il valore e il riconoscimento al valore (così poco abituate siamo a dare l’uno e l’altro a noi stesse e quindi alle altre)….”
Non è stato facile fare questa scelta, non è e non sarà facile portarla avanti.
Non è e non sarà facile portare avanti, dare legittimità e cittadinanza a un pensiero critico che punta il dito non solo sulla vicenda giudiziaria, quanto sull’assetto sociale e culturale da cui origina, in cui si è svolta, e dalla quale continua a trarre sostegno e difesa.
Ci sorreggono, oltre alla nostra caparbia, le attestazioni di stima e l’incoraggiamento di tante/i cittadine/i che, fuori dal coro delle volgarità esultanti, pensano in maniera disincantata e danno fiducia e valore alle parole delle donne.
Anche noi abbiamo conosciuto personalmente il frate.
In tempi non sospetti ci siamo alternate con posizioni critiche e di sostegno, abbiamo apprezzato, come cittadine quest’opera, sorta sotto il segno del coraggio, della novità e della solidarietà.
Avevamo delle riserve, perché i racconti di donne e le voci su una gestione difficile di quel luogo non sono esplosi con la denuncia e l’arresto, ma serpeggiavano già da tempo, in tutti gli ambienti, quelli della Cosenza bene, quegli ecclesiali e soprattutto fra gli strati meno abbienti della popolazione.
Non siamo cadute dalle nuvole, siamo cadute in piedi.
A noi tutte e tutti che restiamo sospesi sull’orlo di questo mercitoio di parole, su questo piattume del pensiero, rispondo con le parole di Julia Kristeva che, in “Stranieri a Noi Stessi” esordisce così “…..lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Né la rivelazione attesa né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità…..Riconoscendolo in noi, ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il ‘noi’ problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità.”

Di seguito riportiamo l’intero articolo:

Cosenza, luglio 2006

MAI PIU’ IN NOME DEL PADRE
di Anna Petrungaro
Centro contro la violenza alle donne “Roberta Lanzino”

AIn questi ultimi mesi Cosenza appare come una città attraversata da un diffuso stato confusionale.
La vicenda di Padre Fedele ha seminato un virus, che agisce ancora in maniera latente e solo a sprazzi si conclama.
Ogni presa di posizione netta, innocentista o colpevolista, appare come un’ostentazione, una forzatura.
Non appena il caso è esploso nonostante i proclami di innocenza, di colpevolezza, sembrava che la gente non volesse lasciarsi attraversare dal dubbio. L’ambivalenza, la sospensione, la contraddittorietà dei sentimenti e delle valutazioni, sono di fatto di una complessità pubblicamente insostenibile. L’incertezza attiene alla sfera del privato, è un sentimento intimo, quasi sconveniente, svela la precarietà.L’incertezza è perdente! Pertanto conveniva non assegnarle uno statuto di riconoscibilità e annidarla negli anfratti più scuri della nostra coscienza. Molti cosentini sono stati pervasi sotterraneamente da tali stati d’animo.
Al coro degli innocentisti, alla flebile voce dei colpevolisti, va aggiunta un’orchestra di opinionisti di strada e del focolare il cui pensiero si estrinseca non tanto con il ragionamento, quanto con battute retoriche, un’acredine vendicativa, un’equidistanza equilibrata e un po’ vigliacca, un’antica morbosità comaresca, un minimizzare distratto ecc. ecc..
Siamo stati e siamo tutt’ora messi a dura prova, nonostante lo sbandamento iniziale, il frastornante evento, lo stupore, l’incredulità. Tali sentimenti sono stati legittimamente accolti agli esordi del caso. Oggi i contorni di questa vicenda, sul piano mediatico, troppo spesso, si definiscono in maniera unidirezionale: ” Fedele è Fedele, innocente o colpevole che sia”. La macchia della colpevolezza appare sbiadita di fronte al fulgore della fede in lui.
Ma di che tipo di fede parliamo, e poi, si tratta veramente di fede? La fede in-Fedele e nel suo agire?E’ quest’ ultima che trascina, soprattutto giovani e uomini forti a proclamare l’innocenza del frate?
E’ troppo impertinente pensare al rinnovato coraggio di dichiararsi di un robusto, quanto fosco, retaggio culturale, all’insegna di una ‘selvatica e pertanto innocente mascolinità’? E’ il mito del “buon selvaggio “che si fa strada, si spoglia della sua maschera perbenista e democratica e tira fuori l’artiglio? E non è solo una mano maschile ad agitarlo.
Abbiamo ascoltato le testimonianze,i racconti di tante donne. Un fiume di narrazioni sotterranee, spontanee. Questi racconti di esperienze,uniti ad un tentativo di analisi sui tipi di pensiero e sull’ agire sociale che attraversano la nostra città, non sono stati sufficienti a spingerci ad avviare un percorso di elaborazione e interpretazione critico.
A volte mi sembra di rapportarmi ad una città che non è tanto sull’orlo di una crisi di nervi,che, piuttosto stia tentando una abnorme opera di rimozione collettiva della capacità di guardare in faccia la realtà.
Mi sembra di stare di fronte ad una collettività girata di spalle, che scuote la testa, e che sostiene con fatti e parole retoriche, nonostante il morto gli sia disteso davanti, che non è vero, che non è morto, che è vivo. Ed hanno pure ragione, perché egli è vivo (concedetemi la metafora che vado esplicitando), e con lui è viva e vegeta questa cultura poco paesana e poco metropolitana, che la medicina dell’oblio, di una forte miopia autoaddotta, la assume per autoriprodursi, per riconfermarsi nel suo assetto di comportamenti virili e selvatici, razzisti e fuorilegge. Tutto sommato goliardicamente anticonformisti!
Non mi voglio soffermare sul caso giudiziario tout court,e non perché su di esso sia sconveniente intervenire, come ipocritamente sostengono molti, scaricando la responsabilità della presa di posizione o del giudizio ai giudici. Bensì, credo necessario dire qualcosa su tutto ciò che intorno, sopra e sotto e a lato di questa vicenda si agita con posizioni più disinvolte.Sono state sprecate considerazioni sulla disinibita condotta e sui connotati delle presunte vittime, di molestie o vere e proprie aggressioni.
Quali donne? Quali vittime? E tutte quelle donne che sentono intimamente l’oltraggio di un clima così inquinato e inquinante?
Non sono credibili pertanto non sono credute. Le straniere, aprono le fila.
Da una migrante, una straniera, una marginale, ci aspettiamo che faccia qualsiasi cosa, qualsiasi cosa per un permesso di soggiorno. Una straniera si può facilmente comprare, corrompere.
Ma noi possiamo veramente e tranquillamente storcere il naso, liquidare i racconti di tante donne approdate all’oasi francescana e rapidamente allontanatesi da essa, perché il prezzo da pagare per l’accoglienza, che non era un prezzo in denaro , ma in natura, era stato considerato troppo alto?
Le donne, si sa parlano troppo, lavorano di fantasia e poi di una formica ne fanno una montagna!
Julia Kristeva in “Stranieri a Noi Stessi”, sulla ‘parola nulla’ dello straniero, scrive: “Nessuno vi ascolta, la parola non siete mai voi ad averla, oppure quando avete il coraggio di prendervela,viene presto cancellata dai discorsi più volubili e disinvolti della comunità. La vostra parola non ha passato e non avrà peso sull’avvenire del gruppo: perché qualcuno dovrebbe ascoltarla? Non avete una posizione sufficiente – vi manca la superficie sociale – per rendere la vostra parola utile. Desiderabile può esserlo, sorprendente anche, bizzarra o attraente perché no? Ma queste attrattive non hanno gran peso di fronte all’interesse – ciò che precisamente manca – degli interlocutori. L’interesse è interessato, vuole poter utilizzare i vostri discorsi contando sulla vostra influenza, la quale come ogni influenza, è ancorata a legami sociali. Che è precisamente ciò che vi manca. Le vostra parole, pur affascinanti per la loro stessa estraneità, non avranno quindi un seguito, un effetto e non provocheranno alcun miglioramento dell’immagine o della fama dei vostri interlocutori. Vi ascolteranno distratti, divertiti, e subito vi dimenticheranno per passare alle cose serie.”
Concordi con quanto asserito dalla Kristeva, proviamo, facendo una trasposizione interpretativa di ciò che lei scrive,a immaginare come reagisce una comunità attraversata o, se vogliamo, invasa pacificamente, da donne e uomini provenienti da altri paesi, che si ritrova a dover assumere, per colpa di costoro, non più il ruolo forte e di potere di chi, avendone i mezzi, sceglie di essere caritatevole e generoso.
Quando parlo di stranieri non mi riferisco solo a colei o colui che lo è in senso canonico e che cioè proviene da un altro luogo o paese. Ma anche a chi ha uno stato sociale, un ‘costume diverso’ dalla maggioranza. Quindi in questa categoria rientrano pure le suore, provenienti , tra l’altro da fuori, e i più poveri dei poveri.
I poveri, al pari degli stranieri, si posizionano, agli occhi di una comunità come la nostra, bisognosa di rimuovere la propria storia di povertà ed emigrazione, come l’altro da sé per eccellenza. Poi ci sono le straniere. Donne, che, dopo avere beneficiato dell’accoglienza caritatevole, del fondatore, dei suoi collaboratori, nonché di chi ha sostenuto la struttura d’accoglienza dall’esterno con soldi, con indumenti usati, con derrate alimentari, si ergono ad accusatrici, denunciano pratiche infamanti.
In tal modo si infangano non solo le singole persone, ma pure i cittadini, quelli veri.
Quale sarà la risposta della comunità? A questo punto non si tratta più di prendere a cuor leggero o dare poco peso alle parole, ai bisogni, ai diritti, ai desideri di chi proviene dall’esterno della comunità.
Sarebbe questo il ringraziamento di chi ha beneficiato dell’altrui generosità? Eh, no! Questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Qualcuno, tira fuori le ‘cosiddette palle’, mette a nudo cioè un carattere deciso, tosto, che non si limita fare spallucce e cambiare discorso, prende posizione, getta del fango denigrante e sincero su chi ha denunciato, ammicca bonario e disincantato sulla licenziosità dei costumi degli accusati. Molti, presi da un atroce imbarazzo, un pudore democratico, non hanno il coraggio di scagliarsi con tutta la veemenza e il disprezzo che sorge spontaneo. Passerebbero per grossolani, con aspetti del carattere tinti di un macho-razzismo sconveniente. Eppure per strada, al bar, nelle case, ogni tanto ci scappano delle uscite di fronte alle quali resto attonita. E non dovremmo meravigliarci.
La realtà è che non siamo in grado di reggere il peso di una critica così ardita, che paradossalmente proviene da persone esterne alla comunità.
Come si permettono, chi credono di essere per rivolgere accuse, denunciare abusi?
Un conto è offrire a chi ha bisogno di aiuto la possibilità di farci sentire più buoni, attraverso la carità cristiana, altro è consentirgli di farci sentire dei megalomani ipocriti e perversi!
C’è un rigurgito di razzismo e maschilismo tutto italiano, che si riversa sulla vita di queste donne che provengono da altri paesi. Sono giovani, sono belle, sono bisognose d’aiuto, sono accessibili, non conoscono quasi nessuno, e poi, meraviglia delle meraviglie, non sanno parlare bene l’italiano.
Interi battaglioni di cavalieri metropolitani a quanto pare non aspettavano altro.
Dovremmo soffermarci sul fatto che i dati relativi allo sfruttamento ‘globale’ delle donne straniere registrano un trend di crescita inquietante. I centri antiviolenza di tutta Italia sono tempestati di richieste di aiuto provenienti da donne non italiane, approdate in Italia col miraggio di un lavoro e una prospettiva di felicità.
E le figure dei molestatori, stupratori, adescatori non sempre coincidono con quelle proposte dai mass media e cioè con uomini, provenienti da altri paesi o con loschi figuri italiani, appartenenti a reti criminali di vecchie e nuove generazioni, praticanti lo sfruttamento della prostituzione. Troppo spesso questi signori sono italiani, sono concittadini, sono compaesani, sono coinquilini, sono conviventi. Ci sono invischiati tanti padri di famiglia e tanti bravi ragazzi figli di famiglia.
Gli autori delle violenze e degli stupri sono i più o meno giovani padri dei bambini che queste donne hanno con loro concepito, sono prodighi datori di lavoro, sono gli amici comprensivi, sono i nuovi compagni.
Prendiamo l’esempio di un datore di lavoro, che circuisce una sua dipendente e, con la promessa di un lavoro o la minaccia di un rifiuto, la ricatta. Capita che riesca a piegarla ai suoi desideri e si compiaccia baldanzosamente di questo valore aggiunto alla qualità del suo lavoro e del ‘proprio rendimento’.
Costui è un molestatore, perseguibile per legge, se viene denunciato.
Mi chiedo: quale giovane donna, quale cosentina, impegnata nel ‘sociale’, istruita, schierata politicamente dalla parte degli ultimi, esisterebbe un attimo ad erigere una barricata di critiche e di contrasto a tale condotta?
Perché allora, a proposito della vicenda che riguarda il frate,(senza entrare nello specifico, delle accuse di violenze e stupro a suo carico) volendoci soffermare solo, sui modelli di condotta agiti ed esibiti, all’interno di quell’ ambiente, nonché nell’ambiente culturale contestuale all’oasi e cioè la città, non si riesce a ragionare utilizzando le medesime categorie interpretative, trasferite semplicemente da una dinamica all’altra?
Quale differenza c’è tra l’abuso di potere agito dal datore di lavoro molestatore e quello agito da chi ha la possibilità di offrirti un letto e un pasto caldo?
La differenza sta nel luogo. Nell’apparato simbolico del luogo e nell’impatto esistenziale, prima che ambientale, che il luogo, la situazione, la sua materialità, sia corporea che spirituale, hanno sulla vita delle persone e sull’ambiente.
Il posto di lavoro, l’ufficio, la fabbrica sono i luoghi dove avviene uno scambio di merci : lavoro contro salario, condizionati dalla forza contrattuale di ognuno e da una serie di tutele e garanzie.
L’Oasi francescana è deontologicamente un’altra cosa, è luogo dell’accoglienza, dell’ascolto, luogo dell’aiuto, dell’assistenza. Pertanto è luogo dove è fortemente diversificata, impari, la posizione dei soggetti che vi lavorano e vi transitano. E’ luogo che esiste in virtù di un’aprioristica disparità sociale, tra persone spesso nullatenenti, al di fuori del proprio corpo e dei propri sentimenti, e persone stanti in condizioni di poter offrire garanzie di sopravvivenza, di fare all’altro la carità di sopravvivere. Una frontiera dell’umanità, un nucleo metaforico delle dinamiche sociali, come pure del rapporto fra i sessi, che oramai nessuno più scinde dalla sociologia e dall’economia, mentre prima a tenerli uniti erano solo le donne.
Le donne migranti o semplicemente poverissime, che approdano in un luogo come questo, non hanno le stesse risorse delle giovani donne italiane più o meno istruite e in cerca di prima occupazione. Qui c’è una diversità a svantaggio delle migranti, più marginali e ricattabili, proprio perché straniere.
Al di fuori di queste variabili, le dinamiche delle relazioni che intercorrono fra un luogo di lavoro e un luogo di accoglienza, fra chi gestisce questi luoghi e le persone, donne in particolare, che vi entrano in contatto, presentano delle evidenti similitudini.
Alle tante donne che, come molti cosentini sanno, hanno testimoniato o raccontato, sia pure senza denunciare, di avere subito ricatti, pressioni psicologiche, molestie, per indurle ad assumere comportamenti compiacenti, rivolti a chi gestiva le operazioni od anche a terze persone, in cambio di ospitalità, diciamo che tale pratica è perseguibile, che persino il consenso, laddove pure ci fosse stato, estorto con il ricatto, non ha alcun valore.
Nel 1994 la risoluzione delle Nazioni Unite sul Traffico delle donne e delle Bambine includeva il traffico per il lavoro domestico, matrimoni servili e lavori forzati. Come punto di arrivo di tale lavoro di orientazione normativa il 12 dicembre 2000 viene approvata a Palermo la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale” e, addizionalmente un protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persona, in particolare di donne e bambini. Nell’art. 3 il protocollo così recita: “Si intende per tratta di persona, il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, il dare alloggio o accoglienza a persone, tramite l’uso o la minaccia dell’uso della forza o di altre forme di coercizione, il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite l’offerta o l’accettazione di somme di denaro o altri vantaggi finalizzati ad ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento.
Il testo prosegue affermando che, qualora sia stato usato uno dei suddetti mezzi, l’eventuale consenso della vittima è irrilevante.
Eppure gli occhi di molti, e di molti giovani, restano appannati, e si continua nel migliore dei casi a intercettare dichiarazioni attraverso le quali: da un lato viene accantonata la vicenda giudiziaria connessa agli stupri, demandando il giudizio finale alla giustizia, e dall’altro viene salvata l’opera meritoria del frate con un bonario giudizio assolutorio riguardo l’allegra licenziosità e l’anticonformismo della sua condotta.
Ciò che trovo oltremodo preoccupante è proprio questo secondo atteggiamento, che non considera e non riflette su come i costumi e la cultura di una comunità possono trasmettersi e riverberarsi su una comunità più piccola che nasce dal suo grembo e come quest’ultima ne possa assumere e amplificare i tratti, ponendosi, a sua volta, come humus, terreno di coltura di azioni, non solo ai limiti della legalità ma, a volte, ben oltre di essa. Mi sgomenta il confronto con chi, pur non avendo avuto alcun rapporto con il luogo e le persone coinvolte, condivide con significativi comparti di quell’ambiente, una cultura ipocrita e sotterranea che concepisce il potere e l’abuso sulle donne come endemico.
C’è una marea di persone che non ammetterebbe mai di subire o avere subito l’influenza di questo modo di pensare. E’ l’espressione, la nozione esistenziale di tanti cosentini e quindi di una parte consistente della città.
Mi riferisco ad una parte consistente dei cittadini, non a tutti!
Chi non si riconosce in questa descrizione, non avrà, spero, difficoltà a vederla profilata e agita al di fuori di se.
La città di Cosenza ha espresso, attraverso il suo fondatore, questo luogo, anche nei suoi aspetti più discutibili. Delle sue azioni oneste e meritevoli però è stata anche orgogliosa.
Molti di quelli che oggi puntano il dito sulle donne che denunciano e agitano la tesi del complotto, sono gli stessi che hanno svolto volontariato, che hanno svolto azioni solidali. Eppure oggi guardano con sospetto queste donne, queste straniere che hanno messo in giro tutte queste voci schifose, più schifose di loro.
Fra questi ci sono tanti giovani e si sa quanto i giovani abbiano bisogno di figure di riferimento.
Le donne e gli uomini delle generazioni passate, animati da forti ideali e dal desiderio prepotente di innescare processi di cambiamento, hanno praticato quest’aspirazione attraverso le lotte, la cultura, la creazione di centri e di servizi, il ricorso alla politica, sia sul fronte sociale che, più di recente anche su quello istituzionale.
Quelli che volevano cambiare il mondo, sia uomini che donne, non hanno fatto però molto bene i conti con una cosa che è già accaduta in passato e cioè lo scomparire senza lasciare traccia, il che equivale a mettere al mondo figli orfani di ideali e quindi di prospettive.
Non invoco il ricorso a una genealogia politica e di pensiero critico però una riflessione sui nuovi padri, putativi o spirituali, andrebbe avviata. Ci sono padri putativi che nell’animo dei figli acquisiti si naturalizzano e assumono una forza tale da divenire vere e proprie figure simboliche di riferimento, nuovi leader. Sia donne che uomini adulte/i sappiamo quanto sia difficile e a volte doloroso decostruire l’immagine del padre che albeggia in noi sin dalla nascita. E’ un’immagine che stenta a tramontare, una figura, quella paterna, radicata a quelle stagioni del cuore, delle pelle nuda, a quelle stagioni di nascita e scoperta quando l’affettività e l’empatia debordano dai confini del corpo e la libertà di pensiero stenta ad affermarsi, sedersi e dialogare con gli affetti primari: con il padre e anche con la madre. Non è facile conquistare un nuovo modo dell’essere orfani.Tuttavia il tempo dell’orfanezza deve giungere, prima o poi, e insieme ad esso, la capacità di intravedere oltre il profilo del padre simbolico, quello dell’uomo , sostituendo alla vecchia, una nuova immagine, più cruda e disincantata, ma anche più reale. C’è un modo di sentirsi orfani che, se da una parte ci consegna una maggiore solitudine, dall’altra ci apre le porte verso la libertà e il desiderio di ricercarla, anche a costo di pagare prezzi molto alti.
Le donne del Centro Roberta Lanzino hanno fatto una scelta: credere, stare al fianco e difendere la suora che ha denunciato le violenze.
Le donne ci hanno insegnato che è politicamente giusto partire da sé, che la debolezza può essere fonte della forza, e la paura del coraggio.
Senza voler ricorre a metafore militari che risultano pericolose se ci portano a parlare di schieramenti e di eserciti, crediamo che “di virtù guerriere abbiamo davvero bisogno: non il coraggio che le donne hanno sempre esercitato, ma l’onore (sappiamo bene ora, grazie a tanti studi, a cosa fu ridotto per secoli l’onore delle donne); lo scontro leale (così difficile per noi, che portando interamente nella ricerca della verità ragioni ed emozioni, spesso non riusciamo a scontrarci senza farci del male), il valore e il riconoscimento al valore (così poco abituate siamo a dare l’uno e l’altro a noi stesse e quindi alle altre)….”
Non è stato facile fare questa scelta, non è e non sarà facile portarla avanti.
Non è e non sarà facile portare avanti, dare legittimità e cittadinanza a un pensiero critico che punta il dito non solo sulla vicenda giudiziaria, quanto sull’assetto sociale e culturale da cui origina, in cui si è svolta, e dalla quale continua a trarre sostegno e difesa.
Ci sorreggono, oltre alla nostra caparbia, le attestazioni di stima e l’incoraggiamento di tante/i cittadine/i che, fuori dal coro delle volgarità esultanti, pensano in maniera disincantata e danno fiducia e valore alle parole delle donne.
Anche noi abbiamo conosciuto personalmente il frate.
In tempi non sospetti ci siamo alternate con posizioni critiche e di sostegno, abbiamo apprezzato, come cittadine quest’opera, sorta sotto il segno del coraggio, della novità e della solidarietà.
Avevamo delle riserve, perché i racconti di donne e le voci su una gestione difficile di quel luogo non sono esplosi con la denuncia e l’arresto, ma serpeggiavano già da tempo, in tutti gli ambienti, quelli della Cosenza bene, quegli ecclesiali e soprattutto fra gli strati meno abbienti della popolazione.
Non siamo cadute dalle nuvole, siamo cadute in piedi.
A noi tutte e tutti che restiamo sospesi sull’orlo di questo mercitoio di parole, su questo piattume del pensiero, rispondo con le parole di Julia Kristeva che, in “Stranieri a Noi Stessi” esordisce così “…..lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Né la rivelazione attesa né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità…..Riconoscendolo in noi, ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il ‘noi’ problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità.”

 

1.Julia Kristeva: Stranieri a se stessi, Feltrinelli – Milano 1990
2. M.C. Marcuzzo & Anna Rossi Doria ( a cura di ): La ricerca delle donne – Studi femministi in Italia, Rosenberg & Sellier – Torino 1988

Parla Amir Reza Koohestani, nome di punta del teatro iraniano, autore di «Dance on Glasses» magnifico testo su amore, conflitto tra maschile e femminile, fondamentalismi di ogni latitudine
Cristina Piccino

Amir Reza Koohestani Dance on Glasses lo ha scritto che aveva ventitré anni. Oggi di anni ne ha ventisette (è nato l’8 giugno del 1978) e il suo nome, insieme a quello della sua compagnia, ha fatto il giro del mondo. Da Shiraz, cittadina iraniana dove è nato e continua a vivere, Amir Reza, i suoi attori e le sue storie sono ora ospiti privilegiata nei cartelloni dei teatri internazionali, presenza «fissa» nei festival di tendenza e oggetto d’amore per la critica anche esigente. Al telefono Roma/Shiraz – è così che si svolge la nostra conversazione e dopo le parole di Mahmud Ahmadineyad, il presidente iraniano, su Olocausto e Israele non abbiamo potuto riparlare con Amir Reza – lui sorride. In realtà che le cose vadano veloci sembra esserci abituato, a cominciare da sé stesso che a sedici anni pubblicava già racconti sul giornale locale di Shiraz. Dopo è venuta la passione per il cinema, sono gli anni Novanta di Kiarostami e Makhmalbaf, Amir Reza prende lezioni di regia ma capisce presto che la macchina da presa non fa per lui. Nel 96 incontra il Mehr Theatre Group, che gli chiede una pièce a partire da una delle sue storie. Il primo lavoro è però del 99, And The Day Never Come. Poi arriveranno The Murmuring Tales, Dance on Glasses e il più recente Amid the Clouds. Nel frattempo Amir Reza ha anche adattato Experiences dello scrittore canadese Jacob Wren, ma questa è ancora un’altra storia. Dance on Glasses che è stato il punto di partenza della nostra conversazione (visto a Roma grazie all’infaticabile lavoro dell’associazione Cadmo che organizza Le vie dei festival, selezione di spettacoli fuori mercato), parla dell’amore. E dell’impossibilità di amare. Un ragazzo e una ragazza si fissano attraverso un lungo tavolo. Lui ama lei e vuole educarla, costringerla ai suoi desideri, alle sue visioni, a se stesso in quell’ansia di «controllo» che è spesso cuore subliminale o dichiarato di una relazione. Vuole che lei danzi, che si alleni e diventi perfetta. Lei fuggita di casa nell’Iran che lascia poco spazio alle ragazze ne cerca uno per sé. Come persona, coi suoi sogni e le sue incertezze. Il resto è un corpo a corpo doloroso anche per lo spettatore, che riguarda l’Iran del maschio «dominatore» e insieme i moti ambigui del sentimento nel mondo. Una danza sui vetri appunto. I due giovani attori sono bravissimi (Ali Moini e Sharare Mansourabadi), nella serata romana erano lontani da manie religiose, velo e quant’altro. Come Amir Reza Koohestani, che infatti ha dovuto lottare per questo suo lavoro non censurato ma comunque in patria guardato con sospetto. Lui però non cerca la polemica ma la consapevolezza, con l’energia determinata di una nuova generazione cresciuta dopo la rivoluzione e capace di conquistarsi un’identità indipendente. Persone che fanno per questo paura a tutti, agli integralisti dell’ occidente e ai fanatici come il presidente iraniano Ahmadinejad.

 

C’è qualcosa di autobiografico in «Dance on Glasses»?

 

Non proprio anche se molto rimanda a miei stati d’animo e a sentimenti personali… Quando ho cominciato a scrivere ho fatto diverse interviste a ragazze che come la protagonista erano fuggite di casa provando a elaborare qualcosa sulle loro esperienze. Gli incontri sono andati avanti circa un mese, e intanto scrivevo. Durante le prove ho continuato la mia ricerca, era molto importante per me arrivare in profondità. La danza che diventa lo spazio di comunicazione e di scontro tra i due personaggi, esprime un po’ il senso della vita. Mentre si danza ci si concentra su sé stessi, si cerca l’equilibrio e ci si sforza per conservarlo. La ragazza muovendosi sulla fila di bicchieri rovesciati è terrorizzata all’idea di cadere, e questo spavento e la continua tensione sono l’immagine della sua esistenza.

 

Chiameresti «Dance on Glasses» una storia d’amore?

 

L’uomo ama la ragazza, e per questo cerca di rinchiuderla in una definizione che è anche l’immagine che vuole imporre del loro rapporto e di lei. Non pensavo di rappresentare Dance on Glasses in così tanti paesi e quando hanno cominciato a invitarmi ero convinto che il pubblico all’estero non avrebbe capito nulla. Invece lo spettacolo ha avuto sempre reazioni positive, e ovunque la gente vedeva nei due personaggi qualcosa della propria vita. La ragazza è fuggita dalla sua famiglia per essere indipendente. È una persona che cerca, che si muove anche affrontando situazioni non facili nel nostro paese. Il ragazzo vuole tenerla lì con sé, vuole che danzi, i loro sono movimenti di tipo diverso. Lei vuole qualcosa di più, lui si è fermato e sa usare solo il comando. Questa distanza in scena è il tavolo che c’è tra i due. Può riferirsi alla religione, alla vita sociale, alla politica in Iran ma anche altrove.

 

Pure se a un certo punto si parla di religione, e inoltre la protagonista si chiama Shiva.

 

È un nome femminile molto comune in Iran, e ha diversi significati. Ho anche pensato alla mitologia induista ma mi piaceva soprattutto il gioco di sovrimpressione tra il dio e la donna, quasi che la donna sia il dio e non in un vero e proprio culto. Non cercavo infatti una spiegazione, il dio che il ragazzo descrive è la visione di un danzatore ma è anche lei, Shiva, la ragazza che ha amato. L’aspetto religioso a questo punto non ha un significato chiaro, o forse sì, la religione riguarda la follia del protagonista. Mentre per me dovrebbe essere una forma del pensiero come lo sono gli ideali degli esseri umani, il desiderio che riguarda il modo di essere e di vivere. La visione del ragazzo è molto macho, è già la religione in forma di politica. E però è anche debole come lo è lei, e anzi per me la debolezza è la caratteristica più evidente dei personaggi sul palco. L’ossessione della religione oggi ha cambiato il nostro modo di vivere perché, appunto, la religione è divenuta uno strumento politico e sociale, e in questo il fondamentalismo riguarda qualsiasi cultura, l’occidente e l’oriente. Ero a Londra nei giorni dopo gli attentati in metropolitana e la percezione che si dava dei musulmani era terribile. Ma il punto è sempre lo stesso, la religione non dovrebbe essere mai configurata come punto di partenza per un discorso politico.

 

Cosa significa per te vivere in Iran oggi, specie dopo la vittoria di un conservatore come Ahmadinejad?

 

Chi è nato qui non ha quasi mai voglia di cambiare, e per me è lo stesso. Ho passato cinque mesi in Europa seguendo le tournée degli spettacoli e credo che non potrei ma viverci. Non mi piace il sistema sociale europeo, l’idea dell’ordine e della sicurezza che lo sovrasta, mi sembra che ci siano molti limiti anche nel modo di vivere. E in genere non credo che l’occidente sia migliore. Questo non vuol dire che in Iran tutto sia perfetto, anzi. Ma è pure vero che la società iraniana non è quanto si riesce a vedere dall’estero, l’Iran reale è molto più contraddittorio e non corrisponde alle immagini che offrono televisioni o giornali compresi i nostri. Penso che oggi sia un paese in grande movimento, c’è una scolarizzazione alta che riguarda anche le donne, e in fondo è anche il senso di Dance on Glasses, dove per me il personaggio femminile è comunque il più forte. Penso anche che in Iran stiamo vivendo un momento di grosso slancio, ci sono molti nuovi artisti visuali, o cineasti come Samira Makhmalbaf che ha la mia stessa età. Anche il pubblico del mio teatro appartiene alla mia generazione, credo che siamo un po’ speciali, siamo nati dopo la rivoluzione e la nostra infanzia coincide con la guerra tra Iran e Iraq. Poi siamo diventati adulti con Khatami costretti a confrontarci con una confusione generale e una società che sta cercando i propri valori.

 

E adesso?

 

Sono stato molto sorpreso dalla vittoria di Ahmadinejad che non avrei mai votato… Però la prima volta che ho sentito i suoi discorsi, cosa diceva sulla giustizia nel paese, il fatto anzi che la usasse come tema principale scagliandosi contro corruzione politica e privilegi, ho capito che avrebbe avuto una grande presa. Specie su quelle classi sociali più deboli, che sono anche rimaste fuori dalla cultura e da una certa elaborazione di modernità. Dunque sono più manipolabili e esposte al controllo.

Sara Gandini e Laura Colombo hanno introdotto il terzo incontro al Circolo della Rosa, per il ciclo Donne a confronto con quello che capita: Sessualità, maternità, procreazione, aborto è un vecchio titolo di uno dei primi Sottosopra (1975). Vale la pena parlare della 194 senza tirare fuori la sessualità e il conflitto tra i sessi?

 

Dov’è l’amore della chiesa?
In questo periodo ho molto riflettuto sul moralismo imperante della chiesta sulla questione dell’aborto. E lo trovo fuori luogo.
Soprattutto rispetto al mio pensiero in seguito alla lettura di Luce Irigaray e alla mia esperienza passata di cattolica praticante
La cultura cristiana è una cultura dell’amore. E anche la gravidanza è una questione d’amore.
Per spiegare il mio pensiero faccio riferimento appunto all’articolo di Luce Irigaray ‘Dentro il corpo di tutte le donne’
Luce Irigaray parla della nascita di un figlio come il perpetuarsi di un atto d’amore. Comprende quindi il corpo della donna assieme a esperienze, vissuti, emozioni, sentimenti propri di lei e in rapporto con il corpo, l’esperienza, i vissuti, emozioni e sentimenti del suo partner.
Gravidanza come il perpetuarsi di un atto d’amore, quindi. La sua interruzione avverrà per mancanza di questo o a seguito di gravi altre difficoltà. Non sono certo io la prima a pensare che abortire non sia una scelta facile o indolore.
Luce Irigaray sostiene che la maternità è una questione che riguarda la sfera dell’amore e non il moralismo. Questo il punto che mi ha colpito e su cui concordo..
L’amore però è anche il centro della cultura cristiana. “E se rileggo i Vangeli portatori della ‘Buona novella’ – scrive Luce Irigaray-, è di amore che sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i corpi, che si toccano e diventano così capaci di compiere miracoli”.
Scrive anche di Maria che concepisce Gesù a seguito dell’Annunciazione dell’Angelo che le chiede se vuole diventare madre del Salvatore
“Questo passo in più nello sbocciare dell´umano – scrive – è stato possibile perché il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima di metterla incinta ‘naturalmente’. Questo ci insegna l´evento dell´Annunciazione in cui l´angelo del Signore chiede a Maria se vuole essere la madre del Salvatore del mondo”
Ma io, Serena, sentendo i media e le sentenze moraleggianti dei portavoce della cultura cristiana, non sento il messaggio d’amore come si fosse perso per strada.
Eppure nella mia esperienza passata di cattolica ho vissuto molto amore. Un amore che ho sentito nella relazione con dei preti maschi, in particolare con uno, Padre Vittorio. Un’esperienza che non ritrovo nel pensiero della Chiesa che sento nei media.
Dov’è l’amore della cultura cristiana? Perché è l’amore in questione anche quando si parla di aborto. Perché allora non ci si intende?

 


Il moralismo sulla questione dell’aborto che aleggia, impera e si espande mi lascia perplessa.
Non sono certo la prima a dire e pensare che abortire NON FA CERTO PIACERE ALLE DONNE. Si tratta di una questione che lega corpo e sentimenti, emozioni, storie vissuti propri di lei e in rapporto con quelli del suo partner.
Mi colpiscono molto le parole di Luce Irigaray quando nel suo testo ‘Dentro il corpo di tutte le donne’, parla della gravidanza come perpetuazione di un atto d’amore.
Irigaray scrive inoltre: “Se la gravidanza risulta da un atto d´amore, non c´è dubbio che il desiderio della donna sarà di perpetuare in sé l´unione amorosa. Certo, ospitare l´altro in sé durante nove mesi non è una cosa solo agevole e gradita in ogni momento. Ma per amore, per l´amore, le donne sono capaci di oltrepassare i limiti della solita umanità.
Sfortunatamente, succede troppo spesso che la gravidanza non sia il frutto di un´unione amorosa di corpi e di anime”
Mi trovo molto in sintonia con queste parole anche se ci sono alcuni punti nel resto dell’articolo che mi lasciano un po’ perplessa.
Il primo è quando scrive “…La donna non ospita solamente un futuro individuo ma l’unione dei due corpi e delle anime che l’hanno generato” Mi chiedo se questa frase lasci forse intendere che nell’interruzione di gravidanza sia fortemente coinvolto l’uomo. In questa prospettiva il padre avrebbe quindi dei diritti. Se questo intende non sono d’accordo. La legge 194 lascia la decisione SOLO alla donna. E questo, almeno secondo, me, è importantissimo e deve restare così.
La gravidanza, anche se porta in sé un’esperienza di due, è comunque un fatto che riguarda il corpo di lei solo. E’ lei che genera, porta avanti il progetto di vita e infine mette al mondo la creatura. L’uomo, a parte l’inseminazione che avviene durante il rapporto sessuale, con la gravidanza e la sua eventuale interruzione non c’entra nulla.
C’è anche una parola dell’articolo su cui mi sono imbattuta e su cui ho voluto riflettere. Luce Irigaray definisce il feto ‘straniero’. Dice: “ma spesso accade che la gravidanza non è il frutto di un’unione amorosa di corpi e anime. E l’ospite non sia la perpetuazione di un atto d’amore.
L’ospite è uno straniero e questo non è facile…”
Straniero lo interpreto come Altro da me, però può capitare di intendere questo termine come ‘corpo estraneo’. Non penso che Luce Irigaray intendesse questo, tuttavia vorrei chiarire che ‘straniero’ per come l’ho interpretato io, intendo straniero come Altro da me.

 

Tornando ai punti dell’articolo a me cari, riporto alcuni passi che mi hanno profondamente colpito in quanto coinvolgono la cultura cristiana.
“L´interpretazione più positiva della ‘Buona novella’ del Cristianesimo consisterebbe nella riconciliazione fra corpo e anima. Il Cristo ne sarebbe il primo frutto se lo consideriamo come l´avvento o il ritorno del divino nella carne…
…il possibile incamminarsi dell´umanità verso il suo compimento grazie alla redenzione della carne per l´amore.
Questo passo in più nello sbocciare dell´umano è stato possibile perché il Signore ha condiviso con Maria un soffio divino prima di metterla incinta ‘naturalmente’. Questo ci insegna l´evento dell´Annunciazione in cui l´angelo del Signore chiede a Maria se vuole essere la madre del Salvatore del mondo…
…L´accento posto sull´aborto naturale non risulterebbe da una cecità rispetto a un aborto spirituale all´opera nella storia del Cristianesimo? Per mancanza di attenzione e fedeltà all´unione del corpo e dell´anima che può compiere l´amore? La morale non c´entra granché, in questo mistero. La sua preminenza avviene per la nostra incapacità ad amare. Certo, un diritto civile positivo deve tutelare la possibilità per la donna di assumere in modo responsabile la sua identità di donna. Il resto è un affare d´amore per cui difettiamo tuttora di un insegnamento adeguato, sia laico sia religioso.
E se rileggo i Vangeli portatori della ‘Buona novella’, è di amore che sento parlare e non di morale, un amore che passa anche attraverso i corpi, che si toccano e diventano così capaci di compiere miracoli.
Lo ribadisco: ci manca ancora una cultura dell´amore e del desiderio all´altezza della nostra tradizione”.

 

Quindi nella cultura cristiana si parla di amore e non di moralismi e pregiudizi. Oggi sembra tutto il contrario guardando la televisione o leggendo le dichiarazioni sui giornali.
Quello che mi ha fatto riflettere è anche la mia esperienza di cattolica praticante. Posso dire che quello che ho vissuto e ricordo è un’esperienza di amore e non di critica morale.
Frequentavo una chiesa di rione. Era piccola.
Certo seguivo i corsi di dottrina e venivo a contatto con tanti insegnamenti. Non posso negare che sentivo i sensi di colpa, che spesso venivano alimentati. E ne soffrivo.
Ma non posso neanche rinnegare esperienze speciali. Che sono quelle che ricordo con una lucidità che non dà quasi margine di errore. Parlo di una relazione positiva con un prete, padre Vittorio.
Non era il mio padre spirituale ma seguivo molto i suoi consigli.
Era positivo e sorridente.
A 17 anni ho avuto una crisi molto forte. Credevo che esistessero peccati per cui non si venisse mai perdonati.
Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Lo ha fatto un prete non uno psicologo. Ed è stato proprio lui. Padre Vittorio, in un incontro privato con lui, un incontro bellissimo. Mi ha fatto capire che Dio è Amore e Perdono. Sorrideva, evocava l’immagine di Dio come un oceano blu soleggiato (un oceano d’amore).
Comunque anche in altre occasioni padre Vittorio mi tranquillizzava sempre. Questo avveniva quando mi confessavo e durante il pulpito. Dava messaggi di speranza e non di ‘castrazione morale’.
Non era il solo. Anche Padre Marino era così, e anche Padre Alberto.
Ce n’era uno bacchettone invece, uno solo però. Le sue prediche, come anche quando ti confessavi da lui, erano infarcite di angoscia e di sensi di colpa.
Ma non ero solo io ad avere problemi con lui. Se ne parlava.
Io poi mi sono allontanata da quella cultura.
Per una crisi mistica che ho avuto mentre ero molto malata. Un discorso lungo.
Ora non so bene cosa fare, ma non c’entra adesso.
Quello che c’entra è che ho sentito amore nella mia esperienza cattolica e umanità che niente ha a che fare con Ruini, cardinali e tutti quelli che vedo in tv e leggo sui giornali.

 

La cultura cristiana è una cultura dell’amore. E anche la gravidanza è una questione d’amore. Dov’è l’amore della cultura cristiana? Perché è l’amore in questione anche quando si parla di aborto. Perché allora non ci si intende?

Sara Gandini e Laura Colombo hanno introdotto il terzo incontro al Circolo della Rosa, per il ciclo Donne a confronto con quello che capita: Sessualità, maternità, procreazione, aborto è un vecchio titolo di uno dei primi Sottosopra (1975). Vale la pena parlare della 194 senza tirare fuori la sessualità e il conflitto tra i sessi?

 

In Italia fino al 1975 l’aborto era una pratica illegale. Utilizzato da sempre dalle donne per far fronte a maternità indesiderate, era tuttavia perseguibile penalmente.

 

Nel 1975 un’importante sentenza della Corte Costituzionale stabiliva la differenza tra un embrione e un essere umano – precisamente la donna incinta -, e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro.
Ecco un frammento della sentenza della Corte Costituzionale n. 27, del 18 febbraio 1975: “non esiste equivalenza tra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare” (fonte http://www.cortecostituzionale.it)

 

Il 22 maggio 1978 viene approvata la legge 194, una legge di compromesso – e leggendola si sente. Non si deve dimenticare che fu firmata da ministri democristiani e da un presidente della Repubblica anch’egli democristiano (Giovanni Leone). Già nel 1981 Laura Conti nel libro Il tormento e lo scudo parlava di “compromesso contro le donne”.
La 194 riconosce il diritto della donna a interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, solo in queste, la gravidanza indesiderata.
Inoltre si stabiliscono politiche di prevenzione da attuarsi presso i consultori familiari.
Ed è ammessa la possibilità di non operare per il medico che sollevi obiezione di coscienza.

 

Il Movimento delle donne assume sostanzialmente due posizioni nei confronti della richiesta di una normativa sull’aborto, posizioni che sono ben riassunte nella voce Aborto (scritta da Clelia Pallotta) del Lessico politico delle donne / Donne e medicina, una pubblicazione del 1978: “Mentre i laici e i cattolici contrapposti portavano avanti la battaglia per l’aborto a livello parlamentare, il Movimento delle donne ha continuato separatamente il suo dibattito. Schematizzando si possono individuare due posizioni di fondo: una che ha visto nella formulazione di una legge che legalizzasse e rendesse assistito e gratuito l’aborto, la conquista di un diritto civile e il riconoscimento sociale dei diritti e della forza delle donne; l’altra posizione non ha invece ritenuto utile per le donne una riforma sociale, come è una normativa sull’aborto (…) Rimanere incinte senza desiderarlo o essere costrette ad abortire anche se si desidera un figlio provoca nelle donne conflitti e situazioni tali che nessuna legge può pensare di regolare, sistematizzare o risolvere. (…) Per questo si è chiesta semplicemente l’abolizione del reato di aborto, la depenalizzazione; la cura medica sarebbe stata garantita, come lo è per qualsiasi altra necessità de assistenza dei cittadini“.

 

Il fascicolo speciale del Sottosopra rosso del 1975 inizia con queste parole: “Recentemente nella società è prevalsa l’idea di trovare un compromesso meno ipocrita e meno iniquo su tale problema (l’aborto n.d.r.), salvo restando che tocca e toccherà sempre alle donne assicurare la limitazione delle nascite con i vari sistemi esistenti dei quali l’aborto è quello principale.
Noi donne invece diciamo: (1) che non vogliamo più abortire; (2) che non si può parlare di aborto senza chiamare in causa la sessualità dominante e la struttura sociale
“.

 

I nodi posti alla discussione dalle donne che sostenevano la depenalizzazione dell’aborto sono pregnanti e a mio parere quelle questioni sarebbero da porre alla discussione anche oggi, in una società profondamente cambiata anche grazie all’avvento della libertà femminile. Naturalmente, in una situazione così modificata, alcune delle risposte potrebbero essere – a mio avviso – profondamente diverse. Vediamo le questioni in gioco nel movimento di allora:

 

1) Principio dell’autodeterminazione.
Rivolta femminile (gennaio 1975 – identità femminile e aborto): “L’inconscio della donna registra che la nascita di un altro essere avviene al prezzo dell’accettazione della sua propria morte. E nessuno, se non la donna stessa, può decidere se è giunto per lei il momento di tale accettazione”.

 

Gruppo donne di Torino (Sottosopra 1975 – la perdita del nostro corpo): “Diritto di decidere sempre e in ogni momento in prima persona quanto è bene per noi”.

 

2) Necessità di una presa di coscienza femminile a partire dalla sessualità e, da qui, messa a fuoco della centralità del conflitto tra i sessi, necessità che il conflitto si apra nella società (e non venga invece “pacificato” con la legge).
Rivolta femminile (luglio 1971 – Sessualità femminile e aborto): “Libera maternità e libera sessualità devono trovare i loro significati all’interno della nostra presa di coscienza: solo così saremo sicure che la libertà di cui si parla è la nostra e non quella del maschio che si realizza attraverso di noi, attraverso al nostra più occulta oppressione”
“L’uomo fa l’amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare fecondata nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale, nel momento in cui si compie l’atto che la rende sessualmente colonizzata. Una volta incinta la donna scopre l’altro volto del potere maschile che fa del concepimento un problema di chi p

ossiede l’utero e non di chi detiene la cultura del pene”.

Collettivo cherubini (febbraio 1973 – A proposito dell’aborto): “Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive sull’aborto (…) ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi (sessualità, maternità, socializzazione dei bambini e del lavoro domestico). (…) Perché l’aborto non sia un nuovo strumento di oppressione, esso deve rientrare in un programma di mutamento radicale delle nostre condizioni”.

 

Sottosopra 1975 (p.3): “Non è nel nostro interesse trattare del problema dell’aborto per se stesso. Il nostro sforzo è invece, mi sembra, di legare questo problema a tutta la nostra condizione, e a una questione in particolare, che è quella della nostra sessualità e del nostro corpo”.

 

Gruppo donne di Torino (Sottosopra 1975 – la perdita del nostro corpo): “Abbiamo così iniziato un discorso che oltre a contestare l’impostazione alienata della questione “aborto”, era un tentativo di incentrare il discorso sul nostro corpo, sulla nostra sessualità, nel convincimento che solo da questa riflessione può emergere una pratica autonoma originale, che facci esplodere la contraddizione dell’essere donne in un mondo che ci nega continuamente in quanto tali”.

 

Collettivo cherubini (Sottosopra 1975 – noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso): “Emerge qui la contraddizione tra sessualità femminile e sessualità maschile, la realtà del dominio maschile sulla donna (…) La clandestinità dell’aborto è una vergogna degli uomini, i quali spedendoci negli ospedali ad abortire ufficialmente si metteranno la coscienza in pace in modo definitivo. (…) Al contrario noi donne preferiamo: o essere lasciate in pace (le statistiche sulla frigidità parlano chiaro) o cercare godimento e gioia in altri modi”.

 

Collettivo cherubini (Sottosopra 1975): “[necessità di] mettere l’accento … sulla violenza, cioè sull’attuale rapporto di potere, di forza, che c’è tra uomini e donne. (…) Io credo che sarebbe utile analizzare tale rapporto di potere sia da parte di chi ha avvertito in modo tremendo la violenza che gli uomini hanno fatto sul corpo della donna ed è stata frigida completamente, sia da parte di chi non è arrivata a questa censura e magari ha somatizzato in modo diverso ad esempio è ricorsa alla finzione o alla seduzione per sostenere il proprio desiderio, per non dover tagliare e censurare totalmente il proprio corpo”.

 

Gruppo donne di Torino (Sottosopra 1975 – la perdita del nostro corpo): “[esigenza di parlare dell’aborto] in relazione alla legge, a ciò che il vecchio capitale esprime nella proibizione di questo intervento sul corpo della donna, che permette di far crescere nell’illegalità i traffici che vanno dai meno redditizi (alcune ostetriche ecc) ai più redditizi (cliniche di lusso). Distinguiamo da questi interessi quelli di un capitale più avanzato che preme per la pianificazione dei problemi inerenti alla crescita demografica e che quindi vuole l’aborto libero in condizioni igienico-sanitarie accettabili. (…) In tutti e due i casi l’atteggiamento è sempre univoco, astratto: dalla negazione di questo atto si passa alla proposta di “renderlo legale” senza andare alla radice dei motivi che avevano prodotto questo divieto, trasgredito peraltro continuamente (…)D’accordo sulla depenalizzazione dell’aborto in condizioni igienico-sanitarie buone, controllato da noi donne (..) Ma non ci basta. L’aborto non è la soluzione”.

 

3) Nell’analisi, nell’autocoscienza, emerge in forma molto forte la frigidità come sintomo di una sessualità che resiste all’asservimento. Cosa dice il sintomo della frigidità? Che cosa permette di mettere in luce? Attraverso la pratica dell’autocoscienza e dell’inconscio, i collettivi femministi cercano una via politica che permetta di far fronte ai nodi che via via emergono senza “delegare” alla legge un’improbabile soluzione. Viene messo al centro il rapporto con la madre, luogo dell’origine e contemporaneamente di una censura che non ha permesso la libera significazione del corpo e del desiderio sessuale femminile.


Collettivo cherubini (Sottosopra 1975):”C’è secondo me una mancata scoperta, perché non poteva avvenire autonomamente, liberamente, in un rapporto libidico con la madre (…) la madre è l’altra donna che doveva aiutare, quindi a investire in senso sessuale, in senso fantastico, positivo, il proprio corpo; mancando questa cosa, c’è una proposta di tipo coloniale e cioè ti dicono “guarda noi come ti desideriamo, vedi il nostro desiderio e riconosci lì che sei sessuata””.
Sottosopra 1975 (p.10): “La madre che ci è mancata (…) la nostra sessualità, legata alla percezione del nostro corpo, è censurata, muta; non esprime un desiderio autonomo nei confronti dell’uomo, ma rimane in attesa della chiamata dell’uomo al suo desiderio”.

 

Sottosopra 1975 (p.13): “Si parlava di questo rapporto con la madre, che è il primo rapporto che abbiamo avuto tutti, con la differenza che gli uomini l’hanno avuto con una donna, e noi invece … anche. (…) Ho l’idea di trovare proprio lì qualche cosa che ci dia un’indicazione diversa, nuova, che ci individui davvero come donne. (…) Da donna a donna si può forse ricostruire qualcosa di perso e che non ha mai avuto modo di crescere e di diventare reale. Tra noi potremmo ritrovarci madri l’un l’altra e ricominciare da lì, dalla percezione di un corpo uguale e potremmo al fine trasmetterci qualcosa di diverso che non questa censura del nostro desiderio, o questo rifarsi al desiderio dell’uomo che ci chiama a soddisfarlo”.

 

Torniamo alla legge, che sancisce in parte il principio dell’autodeterminazione femminile, per quanto, come dicevamo, sia un compromesso.
Contro questa legge vennero avviate tre raccolte di firme per indire altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una modifica in senso più ampio), e due da parte del Movimento per la Vita (una per un’abrogazione “minimale”, una per l’abrogazione totale). Quest’ultimo verrà poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.
Il 17/18 maggio 1981 il voto: la proposta cattolica venne bocciata a schiacciante maggioranza (68%), quella radicale anche (88%).

 

Tuttavia gli attacchi (in senso restrittivo) alla legge, o meglio, i tentativi di una sua correzione non sono mancati dopo il referendum abrogativo, anche da parte di uomini del centrosinistra.
Mi chiedo: qual è il fine di questi attacchi? Di fatto, dopo la perdita secca del referendum abrogativo del Movimento per la vita la posta in gioco della politica istituzionale non ha più potuto essere il ritorno nell’illegalità dell’aborto. Infatti questa legge è considerata una legge forte, su una materia delicata e difficile da legiferare. Non mi pare che sia tanto la legge la cosa da difendere, ma sicuramente c’è da portare avanti una battaglia culturale perché non passino alcune idee sulle donne, sul piacere, sulla vita, sulla morte, il fatto che l’aborto sia qualcosa di immorale ecc…. perché altrimenti si forma un BLOCCO IDEOLOGICO, con personaggi anche molto distanti come Ferrara e Ruini, che però per esempio sull’aborto sono alleati. Certamente poi c’è il calcolo politico, che è di ottenere i favori della chiesa cattolica (irriducibilmente contraria alla pratica abortiva).

 

Andando a rileggere articoli che riguardano questo tema, ho notato una sorta di ripetizione: ogni volta, e anche questa volta, c’è in ballo la paura degli uomini, il tentativo di introdurre nei consultori personaggi del Movimento per la Vita che dissuadano le donne, la questione dei diritti dell’embrione.

 

Rossana Rossanda, in un articolo del manifesto del 2 giugno 1988 commenta la posizione di Giuliano Amato che pone in discussione il fondamento stesso della legge sull’aborto: la decisione autonoma della donna. La 194 ha riconosciuto che spetta alla donna la decisione per un processo che si compie in lei sola; ma ciò non significa negare la partecipazione affettiva dell’uomo in una scelta così importante. Significa solo che l’uomo non potrà più dire, come dice Amato, “non tollero che non nasca un figlio che io voglio“.
Qui emerge il tema ricorrente della paura dell’uomo, paura della perdita di controllo, paura dell’unico potere in mano alla donna – potere di dare la vita ma anche toglierla.
Annamaria Guadagni, in un articolo dell’8 marzo 1989 pubblicato sull’Unità scrive: “fuori dal corpo della donna si combatte un’altra battaglia. La guerra non dichiarata tra l’uomo che vede se stesso embrione davanti al fantasma di una madre distruttiva e non accogliente. E quella dichiarata e combattuta da millenni per il diritto patriarcale sulla prole, che ha fatto scempio del corpo delle donne, ridotto a strumento e oggetto di contrattazione“.
Lea Meandri in un recente articolo pubblicato su Liberazione (27-11-2005) dice: “Limitarsi ad affermare il primato della donna nella procreazione (…) significa anche, purtroppo, offrire un’occasione facile alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili più profonde di ogni individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base di quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente e in modo diverso nella vita di ognuno“. E propone di rimettere al centro il conflitto tra i sessi nella sessualità, propone di ricominciare a parlare di sessualità, oltre a manifestare in difesa della legge.

 

Nel 1989, in un articolo del manifesto, Grazia Zuffa (allora senatrice del PCI) evidenzia come l’allora ministro democristiano Donat-Cattin, antiabortista di ferro, nella sua relazione annuale ha di mira la trasformazione dei consultori statali in presidi di dissuasione dell’interruzione di gravidanza. Anche oggi, come noto, siamo alla riproposizione di questo punto. Stefania Giorgi sul manifesto del 22-11-2005 scrive: “La lotta inesausta della Chiesa contro le donne con a fianco vecchi/nuovi chierichetti disseminati nel centrosinistra e nel centrodestra – ringalluzziti dal vittorioso referendum sulla procreazione assistita (qui c’è un’errata valutazione politica: ai referendum è mancato il quorum, non c’è stata vittoria) – si ammassano nel ventre di questo cavallo di Troia: ripensare le modalità applicative della legge, battere il tasto di quanto non è stato fatto per la tutela della maternità. La prevenzione – affidata ai consultori e presente nella 194 – ben presto è scivolata nella dissuasione cui il testo della legge non fa alcun cenno“.

 

Un articolo dell’Unità del 4-3-1989, Emanuele Lauricella (ginecologo, si è occupato di procreazione assistita con Flamigni) parla di RU-486 dicendo che se esistono i mezzi che producono il distacco dell’uovo nelle primissime fasi non vede perché non debbano essere usati. E sottolinea come vi sia una mistificazione del termine “embrione“, che non deve essere usato per tutto lo sviluppo, dall’uovo fecondato alla nascita del bambino. È necessario usare “termini differenziati, che tra l’altro collimano con la grande tradizione teologica, filosofica, anche della patristica cristiana“. Il termine “zigote” indica l’ovulo fecondato, che ancora non ha iniziato la moltiplicazione cellulare. “Embrione” è il termine che indica che le cellule si sono differenziate in tessuti. Sente l’esigenza di “assicurare il legislatore che l’ammasso di cellule finché è divisibile meccanicamente per dar luogo a due individui differenti non è un individuo umano. Quando si sviluppano i tessuti allora questo organismo diventa indivisibile. E quando l’individuo ha possibilità di vita autonoma? Anche questo lo possiamo dire: verso la fine del 6 mese“.
Questo in parte si incrocia con la controversa questione della legge 40, la cui esistenza è in contraddizione con la 194. Addirittura Gianfranco Fini, in un’intervista del 6 giugno 2005 afferma: “Ma il provvedimento approvato (legge 40 n.d.r.), a mio avviso molto restrittivo, pone un problema di coerenza legislativa con altre leggi dello Stato. A partire dalla legge che regola l’aborto. Il comitato che si oppone al referendum ha coniato lo slogan “sulla vita non si vota”. Rispetto questa posizione, però mi chiedo: il principio della sacralità della vita è tutelato integralmente nella nostra legislazione? Come far finta di nulla dinnanzi alla legge 194 e alla possibilità di interrompere la gravidanza in certi casi? Ecco la contraddizione insanabile: se l’embrione è vita, non lo è ancor di più il feto?”.
E Stefano Rodotà, in un bellissimo articolo di Repubblica del 21 novembre 2005 intitolato “Se l’embrione è più importante di una donna” scrive: “Tutto per l’embrione, purché nasca. Nulla a chi è già nato, ai bambini adottabili, che possono rimanere privi della possibilità di inserimento in un nucleo familiare anche quando vi sia la richiesta di adozione da parte di una persona sola“.
Certamente le questioni sono delicate, i piani molteplici, ma a me pare che il criterio in base a cui regolarsi sia che la vita umana passa necessariamente attraverso l’accettazione di una donna che la accoglie, la coltiva per consegnarla al resto dell’umanità. È la posizione che Luisa Muraro ha espresso in un articolo per il sito, “Sulla vita umana”, e che ha ribadito in un recentissimo pezzo, sempre per il sito, in cui afferma la necessità che “il diritto inscriva il principio della libertà femminile all’inizio della vita umana“.

 

Sul cosa fare e come procedere il movimento delle donne non ha mai avuto – per fortuna a mio avviso – una compattezza e una risposta univoca. Accanto a una risposta di tipo “movimentista”, che pure ritengo importante, si è sempre affiancata la necessità di parlare, approfondire, discutere, fare ricerca. E queste esigenze, accompagnano anche la storia della 194.
In un articolo del maggio 1989 pubblicato su Noi Donne, Roberta Tatafiore e Silvia Tozzi si interrogano: Ma la legge ci piace? Interrogano cioè la risposta di piazza a sostegno di una legge che presenta molte ombre. E riportano le parole di Silvia Vegetti Finzi: “Bisognerebbe davvero creare occasioni di incontro tra noi dove mettere insieme parti della nostra identità senza fughe e senza deleghe. Non per rimettersi a fare figli per obblighi sociali. Per accettarci, col nostro istinto di procreazione, quello che a volte ci fa incorrere nello “scacco” dell’aborto, e però anche col nostro bisogno di scelta“.
Alessandra Bocchetti, in occasione della grande manifestazione del giugno 1995 diceva: “Noi del Virginia Woolf/B pensavamo di fare una convention, ma da altri gruppi è venuta una forte spinta per il corteo. Riteniamo che il corteo significhi più che altro rabbia; è una forma significante rivendicazione, protesta. A mio avviso il salto che si deve fare è di non mostrare la rabbia, ma far agire la forza, la fermezza, la determinazione che abbiamo. Il corteo quindi non ci sembrava una forma adatta ad esprimere questa forza reale. In seguito abbiamo pensato a questa soluzione della convention all’aperto dove la forma corteo potesse confluire, unirsi. Questo mi sembra un modo per stare insieme rispettando i due sensi“.

 

Ora mi chiedo: oggi cosa fare? La macchina organizzativa della manifestazione del 14 gennaio è in moto, benissimo, sarà un successo anche per la forza e l’impegno che molte ci stanno mettendo. Tuttavia ritengo che il campo in cui spendere le energie più preziose non sia quello disegnato dalla reazione, anche se dalla reazione all’ingiustizia possiamo trarre la forza per tratteggiare la contraddizione più stridente, quella che è necessario far scoppiare perché vi siano reali modificazioni. In causa, qui, ci sono gli uomini. Non certamente come i “soli responsabili” del “problema aborto” in quanto portatori di una sessualità che riproduce il dominio sessista. Gli uomini e la nostra relazione con loro. Che non deve rimanere (per chi ce l’ha) nel privato, ma deve essere analizzata politicamente (quindi anche insieme alle donne che non hanno una relazione affettiva con l’uomo) per disegnare un nuovo spazio pubblico, politico.
Non si tratta qui di correggere la legge per introdurre l’assenso dell’uomo (che si dichiara il padre). Non voglio mettere sotto tiro il fatto che sia la donna sola a decidere se sì o no alla vita che porta dentro. Si tratta piuttosto di capire se l’altro, che è un uomo, in una relazione di scambio, mi è necessario per un lavoro politico che parta dalla vita, dai problemi, dagli scacchi, da quello che per lui è una frustrazione che si trasforma spesso in attacco (intendo: il non poter decidere, perché è la donna che ha l’ultima parola sul suo corpo) per creare nuovo pensiero, una nuova civiltà, che forse, un giorno, il diritto potrà registrare. Insomma, per non restare sempre in una posizione di “retroguardia”, che si limita a difendere i diritti già ottenuti, ma che non si pone come posta in gioco un cambiamento nel sentire comune, e lascia all’avversario, alla mentalità conservatrice e di destra, il monopolio dei valori.
È per questo che bisogna coinvolgerli, perché si crei nuova cultura, un senso comune, condiviso. Abbiamo visto che invece da parte degli uomini si è sempre sentita paura, variamente espressa, oppure si sente un’accettazione intellettuale, di chi ha presente l’istanza democratica, ma poi esce questa paura, la paura della sproporzione.
Gli uomini di oggi sono cambiati, perché le donne sono cambiate con il femminismo. Non si tratta più – a mio avviso – di separare, di dividere, mossa importantissima del primo femminismo per una presa di coscienza radicale, quanto di guadagnare cambiamenti, saper vedere i punti di scacco, in una relazione politica con gli uomini (politica nel suo senso più largo, che comprende la vita di tutti e ciascuno).
Se l’altro mi è necessario, allora devo lottare per trovare lo spazio di praticabilità di questa relazione, perché questo spazio ancora non c’è: non può essere quello della manifestazione, non è quello della politica istituzionale (possiamo vederlo anche nello scambio tra Lea Meandri e Bertinotti su Liberazione di Ottobre).
Alcuni uomini iniziano a interrogarsi – faticosamente – a partire dalla propria esperienza. L’abbiamo visto, per esempio, su Liberazione, dove Angela Azzaro ha chiesto il contributo ad alcuni a partire dalla domanda “maschi, perché uccidete le donne?”. C’è stato anche un convegno a Parma nel giugno di quest’anno, intitolato “Per amore della differenza. Percorsi di uomini e di donne per un altro rapporto tra i sessi”…
Ripartiamo a parlare di sessualità con gli uomini, e con le donne in età feconda, con quelle che ricorrono all’aborto, quelle che ne fanno a meno, in uno spazio di ascolto che è da inventare.

 

Alcuni numeri dell’aborto
Come nota finale, indispensabile secondo me per la discussione oggi, è necessario fornire alcuni dati, prodotti dallo stesso ministero della salute. Infatti, al fine di sorvegliare l’andamento del fenomeno, la legge prescrive che il Ministro della salute presenti una relazione annuale sull’applicazione della legge stessa. A ottobre 2005 è stato reso noto il rapporto che raccoglie i dati definitivi per il 2003 e quelli generali del 2004.
Nel 2004 gli interventi sono stati 136.715, il 2,6% in più rispetto ai 132.178 interventi del 2003. Tuttavia bisogna sottolineare che il decremento dal 1982 (anno in cui, con oltre 234 mila casi, si è registrato il picco più alto) è del 41,8%.
In particolare, il contributo maggiore all’aumento della tendenza è stato dato dalle regioni del centro (+6%) e del nord (+4,8%), mentre nel sud e nelle isole è stato registrato un leggero calo (-0,1%).
La valutazione della tendenza si basa sul tasso di abortività, ossia il numero di IVG per 1000 donne in età feconda (15-49 anni). Il tasso di abortività è passato dal 9,6 per 1000 del 2003, al 9,9 per 1000 del 2004.
Dal 1983 al 2003, i tassi di abortività sono diminuiti in tutti i gruppi di età, con riduzioni meno marcate per le donne con meno di 20 anni (-12,5%), inoltre, dal 1995, è stato osservato un leggero aumento per le classi di età 20-24 e 25-29 anni.
La distribuzione per titolo di studio segue un andamento già rilevato negli anni precedenti con prevalenza di donne in possesso di licenza media inferiore (46,4%) e superiore (40,4%).
Per quanto riguarda lo stato occupazionale si è evidenziata una prevalenza di donne con un lavoro (48,9%), mentre il 27,1% è casalinga e il 10,1% studente.
Un dato rilevante è quello relativo alle donne straniere, che hanno praticato l’aborto in Italia, e che sono passate da quasi 9 mila nel 1995, anno in cui si è iniziato sistematicamente a rilevare l’informazione sulla cittadinanza, a 29 mila nel 2002, con un aumento complessivo del 226,3%, per arrivare a circa 32 mila del 2003. Nel 2003 gli interventi di interruzione delle donne straniere hanno rappresentato il 25,9% del totale delle IVG, mentre, per esempio, nel 1998 tale percentuale era del 10,1%.
(fonte http://www.ministerosalute.it/)

Sara Gandini e Laura Colombo hanno introdotto il terzo incontro al Circolo della Rosa, per il ciclo Donne a confronto con quello che capita: “Sessualità, maternità, procreazione, aborto” è un vecchio titolo di uno dei primi Sottosopra (1975). Vale la pena parlare della 194 senza tirare fuori la sessualità e il conflitto tra i sessi?

Circolo della Rosa

 

La proposta che e’ uscita dall’incontro alla Camera del lavoro, riguardo alla manifestazione, e’ una proposta valida. Come diceva Irigarai, essere insieme a camminare, a cantare, ad affermare la necessaria liberta’ del proprio corpo e della propria parola puo’ regalare cose inaspettate. L’energia comincia a circolare tra le persone, tra esse e la citta’. Puo’ succedere qualcosa di imprevisto. E se anche fosse solo piu’ gioia non sarebbe poco.

 

Pero’ qui vorremmo anche continuare a riflettere, e mettere in circolo pensiero, per capire cosa sta capitando.

 

La prima considerazione importante, da cui non si puo’ prescindere, e’ che la vita umana arriva a questo mondo passando necessariamente attraverso la libera accettazione di una donna che la accoglie e la coltiva. Che deve dire Si’. Quindi prima di tutto bisogna chiederle il permesso e riconoscerle competenza. Il punto della competenza femminile sulla maternita’ e della necessita’ del suo assenso e’ una cosa molto importante e pero’ fa problema, perche’ crea uno squilibrio, una disparita’ che fa paura.

 

Infatti le reazioni che leggiamo ci dicono che la parte contraria alla 194 non ha accettato la situazione di diritto, come pare invece sia avvenuto per il divorzio. Ma ha continuato ad organizzare la propria opposizione puntando all’erosione del consenso alla legge. Perche’?

 

Innazitutto la legge mette in discusione sentimenti profondi e stratificati come quelli che derivano dal valore simbolico che attribuiamo alla sessualita’ e alla riproduzione, e che nella civilta’ cristiana si e’ concentrato prevalentemente in una valorizzazione della donna in quanto madre e del bambino.
Le manovre a cui abbiamo assistito dalla 194 alla fecondazione artificiale potrebbero stare in una strategia volta a spostare la cultura politica, la civilta’ del paese, ma potrebbero essere legate anche alla volonta’ di mantenere il controllo sulla famiglia da parte della destra. Mentre la cultura della sinistra e’ debole sulla vita e non ha neanche personalita’ femminili forti e combattive, come ci sono a destra tra Prestigiacomo e Mussolini che hanno avuto il coraggio di parlare al di fuori degli schieramenti.

 

In piu’ sessualita’ e riproduzione sono il luogo originario in cui la differenza tra i sessi diventa dominio sulle donne; e’ evidente che la legge sull’aborto pone in primo piano l’autodeterminazione della donna rispetto alla sua vita e la sua sessualita’.
A questo proposito ho trovato interessante l’intervento della Soncini sul Foglio che sottolinea la dispartita’ di potere che c’e’ in gioco con la maternita’. Lei afferma che tra le altre cose c’è adddirittura il “sostituirsi a Dio”. Cito: “chi sei tu per scegliere di dare la vita e la morte?”. “Sono una che può dare la vita e anche decidere di non darla.” Lei dice. “Spiacente, è una discussione impari. Magari nella prossima vita sei fortunato, nasci con un utero, ma per ora non puoi praticare nessuna delle due opzioni.”

 

Amato a suo tempo diceva: non tollero che non nasca un figlio che io voglio. Sofri su Repubblica di settembre, quest’anno, scrive: “Come posso parlare dell´aborto, senza ricordarmi che non posso abortire, ma che in cambio posso spingere apertamente una donna ad abortire, o vietarle furiosamente di farlo, o lavarmene vilmente le mani, o fare una faccia compunta e partecipe e scongiurare dentro di me che abortisca” e va avanti cosi’ e poi finisce dicendo” E sono, nel loro “seno”, nel loro “grembo” – nel loro utero – figli nostri.” Qui e’ evidente che da un punto di vista intellettuale lui accetta lo squilibrio, pero’ è altrettanto chiaro che e’ dura per lui, lo accetta con difficoltà. Infatti alla fine gli scappa la frase dove si riferisce a “I nostri figli”. Quando in realta’ sono solo potenzialmente i suoi figli. C’e’ quindi in gioco il desiderio di paternita’, oltre alla difficolta’ per l’uomo di accettare questo squilibrio. Uno squilibrio riconosciuto dalla legge, la quale rispetta una disparita’ naturale. Per l’uomo e’ dura accettare di essere escluso dalla quella decisione. Ma a questo punto deve chiedere alla sua compagna e quindi abituarsi all’ascolto e al confronto con lei, senza avere in mano il potere decisionale. Deve quindi accettare il limite della paternità.

 

Molto probabilmente c’e’ in gioco anche la paura rispetto al fantasma di una madre distruttiva e non accogliente. Gli uomini non vogliono essere abortiti, e su questo a destra e a sinistra non c’e’ grande differenza. Piu’ o meno consciamente sono dentro entrambi a questa contraddizione.

 

In realta’ fermarsi alla 194 e non arrivare alla semplice depenalizzazione ha voluto dire che consentivamo allo stato e agli uomini di mantenere un certo controllo sulla riproduzione. La legge 194 non è abortista. Infatti non autorizza l’aborto, al contrario condiziona la sua pratica a certi limiti, fra cui l’obbligo di rivolgersi ad una struttura sanitaria pubblica.

 

Tra le altre cose e’ interessante notare che molti uomini attaccano la 194 sostenendo che la vita e’ sacra, senza rendersi conto che esprimono una contraddizione enorme, visto che la civilta’ della guerra, o degli immigrati che regolarmente annegano nel tentativo di emigrare – e’ una civilta’ sostenuta principalmente dagli uomini – e qui la vita non e’ per nulla sacra.

 

Detto questo pero’ varrebbe la pena riparlare anche di sessualita’, come hanno detto alcune anche alla Camera del lavoro, e tra queste Lea Melandri.

 

Negli anni ’70, le donne di Rivolta dichiaravano che il concepimento era il frutto di una violenza della cultura sessuale maschile sulla donna. Affermavano che era il piacere imposto dall’uomo alla donna a condurre alla procreazione. Dichiarazioni forti, legate alla scelta della separatezza che ha svolto un ruolo simbolico fondamentale negli anni 70. La rottura relazionale era necessaria per significare la libertà femminile, per valorizzare l’autonomia dal giudizio dell’uomo, proprio per far nascere libertà femminile nelle relazioni tra donne. Questo ci ha messo in condizione di avere un rapporto contrattuale e libero con l’altro. Il gesto della separazione era quindi un gesto di chiamata all’interlocuzione nella libertà e non più nella complementarietà, nella subordinazione.
Grazie al femminismo abbiamo conquistato una liberta’ che ha permesso una consapevolezza e una contrattualita’ all’interno della coppia che rende sempre piu’ esplicita e di valore la disparita’ fra i sessi. La forza acquisita dalle donne ha inoltre portato un guadagno anche per gli uomini grazie alla scoperta di una sessualita’ poliedrica, in cui l’altra e’ divenuta un soggetto autorevole con precise richieste.
Pero’ rispetto agli anni 70 tante cose sono cambiate ma soprattutto e’ cambiata l’interpretazione delle cose, lo sguardo sulla realta’. Una volta si parlava molto della firigidita’, ora dell’impotenza o dei problemi legati alla fecondita’. Noi vorremmo interpretare il presente, partendo dalle conquiste del passato.
L’acquisizione della liberta’ da parte delle donne ha fatto si’ che ora per molte anche la sessualita’ vaginale possa rientrare in una libera scelta basata sulla ricerca del piacere tanto quanto per gli uomini. E il concepimento ora piu’ che mai chiama in causa la responsabilita’ di entrambi. Non possiamo piu’ dire che la contraccezione o il sesso vaginale sono un problema solo degli uomini, che non ci riguardano. Non possiamo piu’ dire che le donne vogliono essere lasciate in pace o che cercano godimento in altro modo. Ora quella parola libera che abbiamo conquistato bisogna scambiarla.
Il punto essenziale è quindi la libertà femminile. Che rende possibile la relazione politica con l’altro. Ma questo non significa che la rende obbligatoria: infatti, da una posizione di libertà, è possibile anche scegliere la NON relazione con l’altro, e questa continua a essere la scelta di molte donne.
Dal mio punto di vista, però, penso che non si possano più lasciare fuori gli uomini da questa lotta. Io vorrei evitare la ripetizione, e vorrei lottare invece per una civiltà in cui la donna non sia colpevolizzata e l’uomo accetti profondamente – e non solo intellettualmente – lo squilibrio in gioco quando c’è in ballo il suo desiderio di paternità, quando si appella al principio morale legato alla vita che deve nascere.

Dopo l’assemblea del 29 novembre a Milano, “usciamo dal silenzio” è ormai una realtà in tutta Italia. L’invito rivolto alle donne e agli uomini di altre città ad organizzare, per la giornata del 18 dicembre e dintorni, assemblee analoghe a quella che si terrà a Milano in quella data (alle 21 in Camera del lavoro, Corso di Porta Vittoria 43) in preparazione della manifestazione nazionale del 14 gennaio a Milano “per la libertà delle donne, premessa e compagna della liberta’ di tutti, per l’autodeterminazione e la difesa della 194”, ha raccolto molte adesioni, e le risposte non hanno tardato ad arrivare.
Ecco gli appuntamenti previsti; per alcuni non ci è ancora pervenuta le sede o l’orario, ma vogliamo segnalarli ugualmente:

 

 

Palermo 12-12 ore 15.30 Palazzo dei Normanni “A trenta anni dalla nascita: i consultori familiari tra ostacoli e prospettive l’incontro è organizzato dalla CGIL Sicilia”
Bergamo 13-12 sala Lama della Cgil di Bergamo in via Garibaldi 3
Vigevano 15-12 ore 21.00
Camera del lavoro Venezia Mestre 16-12 ore 19 Assemblea delle donne, aula Magna Istituto Pacinotti – Mestre, Via Caneve Ferrara 17-12
Genova 17-12 in Piazza Matteotti presidio e volantinaggio
Genova 18-12 ore 20.30 Assemblea sala blu dopolavoro ferroviario – via A.Doria 9 zona Principe
Milano 18-12 ore 21,00 assemblea in preparazione della manifestazione nazionale (presso la Camera del lavoro di Milano, Corso di Porta Vittoria 43)
Bologna 18-12 assemblea per organizzare una grande partecipazione da Bologna alla Manifestazione in difesa della 194
Roma 18-12 Casa internazionale della donna, Via della Lungara 19
Firenze 18-12 Giardino dei Ciliegi L’Aquila 18-12 ore 16,00 Assemblea delle donne – Centro civico di Paganica
Ravenna 19-12 ore 18 ARCI via Rasponi 5
Varese 19-12 ore 21 Assemblea c/o Circolo Viale Belforte 177
Mantova 20-12 ore 21,00 assemblea delle donne
Pistoia 20-12 ore 21,00 3° incontro presso il Circolo ARCI Bugiani
Torino 20-12 ore 20,30 Aula Magna Istituto Avogadro,via Rossini 18,incontro pubblico promosso dal Coordinamento cittadino delle donne
Pistoia 20-12 ore 21.00 3°incontro presso il Circolo ARCI Bugiani

 

Milano –  Sabato 14 gennaio 2006,  alle ore 14, manifestazione nazionale

 

La rete di comunicazione è il sito www.usciamodalsilenzio.org, attraverso il quale si sta realizzando uno scambio continuo di opinioni: sono già oltre mille le adesioni individuali e collettive alla manifestazione del 14 gennaio e, dal 29 novembre, sono state visitate quasi 8.000 pagine, con una media di 600 pagine al giorno, 1286 sono le iscrizioni alla mailing list e 188 i commenti ricevuti.

 

L’impegno continua!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

 

Per informazioni, il numero di servizio per l’organizzazione della manifestazione, che entrerà in funzione a partire da domani è: 335/8778529

Chi ha letto Chiara Zamboni, Pubblici legami d’amore e d’amicizia (il manifesto 22 nov. 2005, p. 10) si ricorderà che lei, dopo aver invitato il movimento omosessuale ad essere creativo di nuove forme di vita e di socialità, termina con una domanda: a chi affidiamo il riconoscimento che rende pubbliche queste nuove forme di convivenza e di socialità? Domanda difficile, commenta lei stessa e spiega brevemente perché. Io aggiungo un motivo ulteriore, forse sottinteso da lei. C’è il pericolo di esproprio dei propri desideri e della propria esperienza nel momento in cui si affida la loro interpretazione e realizzazione alla politica, intendo quella dei politici di professione, compresi i porta parola e rappresentanti vari, compresi i cosiddetti esperti e gli autori di libri di inchiesta, compresi i mezzi di comunicazione che si incaricano di rappresentare e di “portaparolare”. È come un grande dispositivo che s’impadronisce, a proprio uso e consumo, delle sofferenze che agitano le persone in carne e ossa. La democrazia, lo sappiamo, è sempre più finta, a prescindere dalla buona volontà delle persone.

Sulla strada dei diritti si perde qualcosa e forse si perde, in assoluto. Le donne possono essere equiparate in tutto e per tutto nel diritto agli uomini, la coppia omosessuale può essere equiparata in tutto e per tutto nel diritto a quella eterosessuale. Fatta questa operazione, la differenza diventa spesso una indifferenza, la gente si abitua, compresi gli interessati, con un effetto di entropia, cosa micidiale per la vita del desiderio. Oppure no, non si forma nessun’abitudine e c’è solo una tolleranza esteriore, nel qual caso la differenza negata entra nel reale che non riceve mediazioni, e cova per venir fuori come disprezzo, odio, risentimento, ecc.
Perché questi esiti deteriori? Seguendo il testo di Simone Weil da cui abbiamo tratto il “non credere di avere dei diritti” (Quaderni II, p. 41), la ragione è questa, che non possiamo legittimamente aspettarci che le cose avvengano secondo giustizia, così lei si esprime. E completa il suo pensiero affermando che “Bisogna essere riconoscenti se si viene trattati con giustizia”, un’idea così in contrasto con la mentalità dominante che bisogna fermarsi a pensarci, per coglierne il profondo significato.
Dunque, se la realtà è “ingiusta” nel senso che noi stessi, ammettiamolo, siamo spontaneamente ingiusti, credere di “raddrizzarla” con il diritto è una forzatura, aspettarsi che sia giusta, un (auto)inganno.
La Weil si sofferma sull’ipotesi di poter imporre a tutti il comportamento che fa uscire me e altre/i che sono nella mia situazione, dall’ingiustizia patita. Forse aveva in mente il comunismo e la sua lotta titanica, allora non ancora perduta, per eliminare l’ingiustizia sociale. Ma l’idea può estendersi anche all’ipotesi, oggi largamente ammessa, teorizzata e praticata, di una politica dei diritti. Si tratta, comunque, di affidare all’ordine della legge quello che rientra piuttosto nell’ordine della “gratitudine”, per usare la sua parola. Che cosa? Per fare qualche esempio: la possibilità di stare accanto alla persona amata che ha bisogno di assistenza, il bisogno di vedere comunemente rispettata la propria scelta sessuale, il desiderio di vivere insieme a bambini piccoli che crescono, l’aspirazione a consacrare la propria persona al servizio liturgico (che la Chiesa cattolica, come noto, non intende riconoscere alle donne e agli uomini omosessuali), ecc.
La Weil sembra dubitare che sia desiderabile prendere questa strada. Potrebbe comportare “conseguenze pericolose”, scrive e possiamo intuire quello che pensa. Si sa che la coercizione sociale che oltrepassa certi limiti, provoca un rigetto. Mi si potrebbe obiettare che i diritti degli omosessuali non obbligano all’omosessualità, ecc. No, certo, ma si può reagire malamente all’obbligo sociale di convivenza civile con omosessuali o, in seconda istanza, al giudizio negativo sulla propria intolleranza. E poi non c’è solo la coercizione sociale, c’è anche l’invasione delle cose “giuste” pensate e decise da altri, dall’alto, che intasano ogni spazio di libera emozione pensante, non so come dire. Secondo il filosofo Baudrillard, sarebbe questo che ha portato i francesi a rispondere NO al referendum sull’Europa.

Weil parla anche di “un cattivo modo di credere di non avere dei diritti”. Questa è l’altra faccia del suo pensiero. Se non sono trattata con giustizia, questo rispecchia la realtà di questo mondo, ma non significa che io allora debba rinunciare alla mia giusta esigenza di esistere e di contare. O, peggio, pensare che non sia giusta.
Qui si affaccia un’altra questione, sul come lottare contro l’esclusione senza ridursi alla mera richiesta di inclusione. Si tratta del credito da dare ai propri desideri e bisogni: su che cosa lo baso? Come lo misuro? Come lo sostengo nei confronti di chi mi tratta ingiustamente? Come lo difendo nei confronti di chi pretende di rappresentarmi? Ricordate la domanda difficile di Chiara Zamboni. Chi o che cosa risponderà alla mia giusta esigenza di riconoscimento, senza espropriarmi della mia esperienza e dei miei desideri? Senza assimilarmi a sé? Senza cancellarmi nell’insignificanza? Sappiamo che alcuni hanno risposto: ti risponderà la storia, intesa come progresso, come politica, come partito, come provvidenza, ecc. altri invece hanno avanzato la necessità di allargare l’orizzonte ad una visione utopica, altri ancora hanno parlato di Dio, della sua legge, della sua provvidenza, ecc., risposte che s’intrecciano variamente nella storia del pensiero.
Anche la politica dei diritti può essere vista come una risposta a questo problema, anzi, forse, la risposta che oggi va per la maggiore. Questa risposta gode di un favore che in parte è abusato. Molte e molti, infatti, che la condividono, sembrano ignorare o trascurano di pensare che i diritti comportano necessariamente un carico di doveri. I famosi Pacs sono dei contratti e comportano vincoli e obblighi che potrebbero diventare pesanti o addirittura insopportabili per l’una o l’altra delle due parti. Vero è che noi godiamo di molti diritti che sembrano senza controparte. Se però andiamo a guardare bene, ci accorgiamo che il loro rovescio non ricade su di noi ma su persone terze. Più privilegi che diritti, insomma. Impossibile trovare qui la giusta misura di quello che desidero essere e avere.
Il problema per me resta irrisolto e si congiunge, nella mia testa, con tutto il tema del passaggio dall’ordine dei rapporti di forza all’ordine della gratitudine, per usare una parola già usata qui, dove tu entri perché qualcuno (una infermiera…) ti fa entrare, passi perché qualcuno, un abitante del luogo, ti fa passare…

Io sono qui a spendere una moneta a favore della proposta Prodi sull’introduzione dei Pacs in Italia. Non sono una che si affida alle leggi, penso che il cambiamento vero è quello che in prima persona riusciamo a fare nelle nostre relazioni e nella nostra vita, e il senso del mio gesto sta nel fatto che la vedo come una proposta che non fa che recepire qualcosa di un cambiamento molto più grande che già c’è stato nella società a causa della libertà femminile che, come cercherò di mostrare, ha cambiato i termini stessi della questione matrimonio e famiglia. È una legge che viene dopo, come per es. è stata quella sul divorzio, a cui si può ricorrere o no, non obbliga nessuno, con una libera scelta. Do il mio appoggio continuando a basarmi sull’idea che le cose importanti sono quelle che continuiamo a far capitare nelle nostre vite prendendoci libertà e quindi ritengo che possiamo approfittare del dibattito attorno ai Pacs per cominciare a raccontarle e a dare valore alle nostre scelte, come ha fatto di recente Chiara Zamboni in un articolo sul manifesto in cui metteva in luce nuovi rapporti di amore-amicizia che già corrono nella società.

Credo che questo ci aiuti a toglierci dalla logica degli schieramenti, che rimpicciolisce la questione nello scontro tra laici e cattolici, tra una destra per i valori e la famiglia e una sinistra per l’ammissione di qualunque tipo di legami. È una rappresentazione della realtà falsa, basti pensare che a proporre i Pacs è un cattolico, sposatissimo, che ha appena scritto un libro con sua moglie dal titolo “Insieme” e a parlare contro, è un altro cattolico, delle alte gerarchie, il Cardinal Ruini, di cui con una felice battuta la Lettizzetto ha detto che ormai “parla anche quando dorme”. Io sono mossa anche da una preoccupazione del momento: è già successo, di recente, per la legge 40, che il campo è stato interamente occupato da politici, scienziati, alti prelati, tutti uomini schierati gli uni contro gli altri, e delle donne si è detto che sono state in silenzio. Questo non è vero alla lettera. Alcune hanno provato a parlare e avevano parecchio da dire, come Maria Luisa Boccia che studia da anni la questione, ma non c’era spazio simbolico perché si sentisse la loro voce. Per me è stata un’amara lezione e non voglio che ricapito la stessa cosa, nel dibattito sui Pacs. Perché la voce delle donne si possa sentire è necessario costruire un’altra cornice di senso facendo vedere come e in quali direzioni la libertà femminile ha cambiato i termini stessi della questione matrimonio e famiglia. E questo è il mio intento.

Le ultime indagini demografiche danno risultati abbastanza impressionanti. Il matrimonio è al minimo storico, nell’ultimo decennio il numero delle unioni di fatto è salito a 550.000 circa, il doppio dei matrimoni (rapporto ISTAT). In Europa una creatura su tre nasce in una coppia di fatto (Eurostat 2004). Due donne su tre che amano un uomo non lo sposano. Io stessa conosco parecchie giovani donne che la pensano così e ho ragionato soprattutto a partire da una mia cara amica che ormai ha le figlie grandi e fin dall’inizio non ha mai accettato di sposare l’uomo con cui vive e con questo gesto ha proposto a lui di stare in una contrattazione libera dell’amore. Su questa base azzardo un’ ipotesi: la libertà femminile, a livello sotterraneo, profondo, ha aperto una crepa proprio in quel senso comune femminile che vedeva nelle nozze il compimento dell’incontro tra i sessi. Quello che era il sogno d’amore, il finale delle fiabe, l’esito della vita di una giovane donna, come racconta nei suoi romanzi Jane Austen, il matrimonio, oggi sembra sospeso. Sembra esserci una strategia femminile complessa che non si muove più così, sceglie proprio di non arrivare alle nozze, ma non per questo rinuncia alla posta in gioco dell’amore. Anzi. Questo è un fenomeno veramente nuovo. Possiamo vedere la libera contrattazione dell’amore come un bene portato dalla libertà femminile e significato dalla scelta del non matrimonio.
Va in questa stessa direzione la testimonianza risentita di Marina Mastroluca che risponde al cardinal Ruini sulle “coppie di fatto” da lui ritenute un modo di vivere che mina la convivenza sociale. (Unità, 21-9-05), Sostiene la sua scelta mettendosi dalla parte di un amore che non vuole essere sancito per legge, spento in obbligo, in ruoli, in status sociale, ma vuole vivere di vita sua in uno scegliersi ogni giorno. la Mastroluca parla di quella che chiama la “sua famiglia”: una convivenza di 16 anni con la stessa persona e due figli che stanno crescendo insieme. Dice: “Non ci siamo sposati senza avere un motivo particolare, se non la voglia di rinnovare ogni giorno l’impegno a stare insieme, in un certo senso -potrei dire- ci siamo sposati ogni giorno senza scriverlo da nessuna parte”.
La Mastroluca, chiamando la sua convivenza “famiglia”, solleva poi un problema non da poco: o accettiamo che “la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”, come dice la Costituzione, e allora dobbiamo anche accettare che la famiglia è in profonda decadenza e forse si avvia all’estinzione; oppure è necessario orientarsi diversamente e prendere in considerazione una “famiglia” non fondata sul matrimonio, come lei intende.

La parola famiglia è ben più sottoposta a scossoni dalla libertà femminile. Irigaray intervenendo nel dibattito sui Pacs ha posto l’accento sulla fine della famiglia patriarcale, (La Repubblica,16/9/05), affermando che per quanto se ne possa avere nostalgia e tentare di ripristinarla, quella Storia lì è finita. Poi ricordando l’origine della parola famiglia da famulus, servo, ha fatto un’apertura a un possibile nuovo sviluppo riferito all’entrata nelle nostre case di donne e uomini stranieri come un luogo di relazioni interculturali. Esattamente dice: “Nei nostri tempi la famiglia potrebbe diventare un luogo di apprendimento della convivenza multiculturale”. Io penso che la parola famiglia sia oggi una parola “vacante”. In attesa di nuovi significati. E che si stia aprendo per nominare aspetti nuovi della vita relazionale di oggi. Nello stesso senso proposto da Irigaray va l’esperienza di una mia amica sposata, che, uscite di casa le figlie, ospita gratis un giovane straniero per permettergli di frequentare l’università. E lo chiama “nipote”. Ora di “nipoti” ne ha tre, un maschio e due femmine, che segue negli studi. Sarebbe interessante vedere che cosa sta capitando a questa parola in altre esperienze femminili qui dentro. Che cosa sta capitando anche per negazione, per donne che di famiglia non ne vogliono più sentir parlare, capire quali altri modi di vivere si sono inventate.

Sono favorevole ai Pacs perché in qualche modo recepiscono – nei limiti di quello che può fare una legge – la libertà che già donne e uomini comuni si sono presi e, se non c’è più il matrimonio come unico modello sociale, si può creare nella società una dinamica viva tra le scelte di vita che ciascuna, ciascuno intende portare avanti, eterosessuale o omosessuale che sia. E questo a mio modo di vedere farà bene allo stesso matrimonio, che viene restituito a una scelta libera e dunque di valore. Mentre oggi oscilla: c’è chi sceglie il matrimonio religioso perché ci crede davvero, ma spesso è ridotto a una faccenda burocratica per avere punteggi o pensioni reversibili; oppure a un rito sociale privo di sacralità in cui – lo notava Don Milani ormai parecchi anni fa – le classi povere inseguono quelle ricche e si indebitano pur di esibire un uguale sfarzo. Un contesto sociale che offre più possibilità, chiama a dare senso alla propria scelta.

Non c’è propriamente una battaglia da fare per i Pacs, in quanto c’è già una proposta in tal senso (casomai il problema si sposta e diventa a chi dare il voto). In realtà non ci sarebbe neppure una battaglia da fare contro, in quanto è un fatto che quel tipo di famiglia tradizionale che tanto evoca il Cardinal Ruini ormai non esiste più e invece sempre più esistono situazioni nuove che vogliono essere guardate con attenzione.

Io da ragazza sono scappata di casa, ho vissuto nelle comuni, insomma appartengo a quella generazione che ha potuto sperimentare di persona, prima nel 68 poi nel movimento delle donne, quanto può essere trasformativo dell’intera società ciò che liberamente scegliamo in prima persona assieme ad altre e altri. So che oggi è più difficile percepire questa possibilità, ma c’è. Ci si può fare forti di un simbolico di libertà femminile che circola e si esprime nel gesto anonimo di moltissime giovani donne che semplicemente dicono: “no, io non mi sposo”. La legge viene dopo. Può risolvere forse problemi pratici, ma io non affiderei allo stato la funzione simbolica, di riconoscimento simbolico, proprio quando si è aperto uno spazio per ripensare e reinventare le forme del celebrare, del condividere con le persone care, del vivere la dimensione spirituale che è propria di ogni essere umano, che si aderisca o meno a una religione rivelata.

Questi due brevi articoli di Fernando Gualdoni sono dedicati ai problemi dell’economia del Burkina Faso nel contesto della globalizzazione. Il Burkina è un paese laborioso e relativamente pacifico, la classe dirigente lascia a desiderare ma non è fra le più corrotte. Ciò nonostante, il Burkina non riesce a bastarsi economicamente e molti abitanti sono costretti all’emigrazione, per ragioni che vengono spiegate chiaramente in questi due articoli. Sono ragioni che chiamano in causa l’organizzazione mondiale del commercio e la prepotenza dei paesi più ricchi. I due articoli sono molto chiari e possono essere capiti anche da ragazzine/i di scuola media. Il primo riguarda la produzione di cotone, il secondo quella del riso; cotone e riso sono la base dell’economia del paese. Il cotone è di buona qualità e viene prodotto in abbondanza, ma sul mercato mondiale non regge la concorrenza con paesi che finanziano i loro produttori di cotone, gli Usa; il riso serve a sfamare la popolazione ma, non essendo prodotto in quantità sufficiente, deve essere integrato con l’importazione di riso dall’Asia, che fa concorrenza alla produzione locale, mettendola in crisi. Sono problemi che l’Italia povera di una volta non aveva e che oggi impediscono a molti paesi, come il Burkina Faso, di uscire dall’estrema povertà. Gli articoli sono tratti dall’inserto domenicale del quotidiano spagnolo El Pais dell’11 dic. 2005 e tradotti in italiano da Clara Jourdan.

 

Le ingiustizie del commercio mondiale aggravano la miseria di uno dei paesi più poveri del mondo
COTONE: CONCORRENZA SLEALE DEGLI STATI UNITI

 

La Confederazione dei Contadini del Faso non intende abbassare la guardia. Fino a un minuto prima che cominci, martedì 13 a Hong Kong, il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), gli agricoltori hanno in mente di raddoppiare la pressione sul governo affinché si faccia sentire dai paesi ricchi, in questo incontro, e ottenga un buon accordo. “L’Europa può alzare i suoi steccati giorno dopo giorno, ma noi continueremo ad andarci”, spiega Eloi Nombré, segretario dell’organizzazione. “Non lo capiscono, noi vogliamo vivere qui e del nostro lavoro, ma se non possiamo lo cercheremo da un’altra parte. È una questione di sopravvivenza, ma voi non lo capite, non volete vedere”, aggiunge, più rassegnato che arrabbiato.
Le parole del sindacalista ricordano le recenti immagini degli emigranti che scavalcano il reticolato a Ceuta e Melilla. Molti di loro erano contadini del Burkina Faso (prima, Alto Volta), del Mali, del Benin o del Chad, per citare il quartetto dei paesi dell’Africa subsahariana che si sono uniti per tentare di salvare la loro principale fonte di ricchezza, il cotone.
In Burkina, più dell’80% di una popolazione di 12 milioni lavora nell’agricoltura, un settore che rappresenta quasi la metà del prodotto interno lordo (PIL) e tra il 60% e il 70% delle entrate per esportazioni. La maggior parte, dai bambini agli uomini e donne la cui aspettativa di vita non arriva ai 50 anni, lavora nell’industria cotoniera. “Vogliamo produrre un cotone di qualità, ma il prezzo è talmente basso che non arriviamo a coprire i costi”, spiega Yibril Balboné nella località di Tenkodogo. Balboné è il presidente dell’Unione dei Produttori di Cotone della provincia di Boulgou, vicino al Togo.
La prima cosa che fanno i produttori quando gli si chiede a quali fattori attribuiscono la caduta dei prezzi, è indicare gli Stati Uniti. Washington concede ai suoi produttori di cotone sovvenzioni attorno ai 3.500 milioni di euro all’anno. Questi aiuti permettono a circa 25.000 cotonieri di esportare quasi il 70% della loro produzione nonostante abbiano costi di produzione molto superiori al prezzo di vendita della merce. Questo sistema, oltretutto, spinge i cotonieri statunitensi a piantarne di più e, aumentando l’offerta, il valore del prodotto si deprezza ancor più. Il sistema Usa provoca una caduta di più del 10% dei prezzi internazionali, secondo l’Onu, e toglie un punto percentuale (41 milioni di euro) al PIL del Burkina Faso.
Nella piantagione di cotone diretta da Moussa Sanboné, non molto lontano da Tenkodogo, l’estrema povertà degli agricoltori africani si vede in tutta la sua crudezza. Volti tristi, stomaci vuoti, un unico cambio d’abito, malaria cronica e quasi nessun oggetto nelle case di fango che a malapena li riparano. Poco più di un centinaio di contadini hanno appena raccolto a mano l’ultimo carico di cotone dell’attuale campagna. Nel corso dell’anno hanno prodotto circa 170 tonnellate nei 124 ettari che coltivano collettivamente. Dopo aver pagato le sementi, i fertilizzanti e gli insetticidi che hanno acquistato a credito, resteranno circa 150 euro per famiglia.
Sanboné spiega che hanno venduto la produzione alla società Faso Coton, una delle tre imprese che lavorano ed esportano il cotone del Burkina Faso. Racconta che le tre società ogni anno fissano un prezzo unico per tutto il paese e che sono i suoi responsabili a dire agli agricoltori che per colpa delle sovvenzioni statunitensi non li possono pagare di più.
Faso Coton è una delle due imprese sorte in seguito alla privatizzazione dell’industria cotoniera strappata nel 1998 su istanza del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Dalla Sofitex, fino ad allora monopolio statale, furono smembrate due società, Socoma e Faso Coton, e adesso le tre controllano rispettivamente le zone ovest, est e sud del paese.
Lo Stato mantiene ancora una partecipazione in Sofitex e i produttori hanno una quota di minoranza del capitale nelle tre imprese. “Le sovvenzioni statunitensi non sono le uniche responsabili del fatto che perdiamo soldi con la vendita del cotone, anche la rivalutazione dell’euro ci danneggia, dato che il franco africano è legato a quella divisa. L’ascesa dell’euro ha reso più care le nostre esportazioni”, dice il direttore esecutivo di Faso Coton, Koumpore Kambiré, nella sede della società a Ouagadougou, la capitale.
Kambiré afferma che l’impresa è in rosso da quando, due anni fa, completò la sua separazione da Sofitex. Spiega che sono gli azionisti di Faso Coton, tra i quali la multinazionale svizzera Paul Reinhart, a fornire il capitale perché l’impresa continui a funzionare. “Nessuna impresa cotoniera, almeno in Africa, guadagna soldi oggi. Ma cosa possono fare? Devono andare avanti, hanno bisogno del cotone”, dice Kambiré.
L’imprenditore riconosce che i produttori fanno un grande sforzo per mandare avanti l’industria cotoniera, e assicura che se il prezzo internazionale fosse più alto l’impresa pagherebbe di più i contadini. Sul tavolo ha la bozza delle basi per una nuova regolamentazione del settore che, secondo lui, cerca di dare maggiore partecipazione e benefici al produttore in tutti gli aspetti dell’attività. “Abbiamo molti problemi”, conclude Kambiré, “ma se almeno gli Usa eliminassero la politica dei sussidi avremmo l’opportunità di competere sul mercato in uguali condizioni”.
“Siamo consapevoli che ci sono molti problemi locali che danneggiano il produttore, ma non abbiamo i mezzi per lottare su due fronti contemporaneamente”, spiega Omer Kadaré, direttore dalla ong Oxfam in Burkina Faso. “La nostra campagna ha due gambe. La prima, sulla scena internazionale, è far prendere coscienza al mondo del danno che i sussidi statunitensi al cotone provocano alla gente di questo paese. La seconda, su scala locale, è aiutare i produttori locali a farsi sentire, a denunciare le cattive pratiche delle imprese e del governo, perché se un giorno eliminassero gli aiuti degli Usa, i benefici derivanti da questa misura raggiungano anche il contadino e non solo le imprese cotoniere e i politici”, conclude.
Nell’ufficio di Sériba Uattara, direttore generale del Commercio, c’è poco margine per parlare di politica. Lui è un tecnico e sa a menadito i mille passaggi impervi della complicata negoziazione commerciale, e farà parte della delegazione che andrà al vertice di Hong Kong. Uattara si rifiuta di pensare che non otterranno niente dall’incontro. “Gli Usa hanno già un giudizio contrario del WTO per le sovvenzioni al cotone, in seguito a una denuncia fatta dal Brasile. Sono obbligati a smantellare il loro sistema di aiuti. Ma anche così si ostinano a fare una proposta che per noi non va bene. La loro offerta di eliminare poco più della metà degli aiuti in poco più di 15 anni è inaccettabile”, spiega.
“Il meno che pretendiamo è che gli Usa facciano un’offerta ragionevole. Non si può dare una dilazione di quasi 25 anni per eliminare gli aiuti”, conclude. “In ogni caso”, aggiunge Uattara, “noi abbiamo fatto le nostre concessioni; abbiamo accettato che il cotone, che per noi è speciale, si negozi all’interno dell’insieme delle misure per tutto il settore agricolo. Non possiamo fare di più. Che cosa possono chiederci ancora?”.

 


I produttori locali sono in svantaggio di fronte alle importazioni a basso prezzo dal sudest asiatico
RISO: UNA LIBERTA’ DI COMMERCIO LETALE

 

A Ouagadougou non c’è modo di trovare riso locale. Nella maggior parte dei negozi della capitale si possono vedere impilati sacchi da 5, 10 e persino 50 chili di riso proveniente da Tailandia, Vietnam, Pakistan e Stati Uniti. Del paese nordamericano si possono addirittura trovare confezioni di chicchi raccolti in California nel 1995. Sono i più a buon mercato, ovviamente. La maggior parte degli abitanti del Burkina Faso, tuttavia, si stupisce meno se gli si domanda perché l’aeroporto si trova nel centro della città che se si mette in discussione la mancanza di riso locale nei negozi.
Se non ce n’è è per una ragione molto semplice: il riso importato è più a buon mercato e il suo volume aumenta di più quando lo si cucina, per cui con meno quantità mangiano più persone e tutte restano soddisfatte. Dietro questa logica schiacciante si nasconde una questione chiave per la sicurezza alimentare del Burkina Faso: la sua incapacità di combinare politiche volte alla sopravvivenza della produzione locale con la necessità di importare il riso che manca per dare da mangiare a tutti.
“Non ce lo meritiamo. Perdiamo se cerchiamo di competere all’estero con il nostro cotone e perdiamo ugualmente se vogliamo costruire un’industria del riso come si deve”, dice Jacob Uedraogo, governatore della provincia di Bulgu, la zona in cui si produce più riso (il 15% del totale nazionale) e in cui 1700 famiglie vivono di questa coltivazione. “Noi abbiamo sempre dovuto mendicare per soddisfare i nostri bisogni. Prestiti del FMI o della Banca Mondiale, donazioni e aiuti di altri paesi e di organizzazioni internazionali… È ora di cominciare a vivere dei nostri mezzi, e lotteremo su tutti i fronti per riuscirci”.
Ciò che vogliono i produttori di riso è che il loro governo li aiuti e prenda misure che li proteggano dalla concorrenza estera. La richiesta va contro i principi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ed è l’opposto di ciò che sostengono i produttori di cotone del Burkina Faso, che nel vertice di Hong Kong cercano di ottenere che i paesi ricchi eliminino tali politiche di aiuto e protezione sleale. I produttori di riso avanzano varie ragioni per sostenere la loro petizione: il Burkina Faso è uno dei trenta paesi più poveri del pianeta, e ogni misura di protezione li aiuterebbe a essere meno dipendenti dalla fornitura estera di cibo e meno vulnerabili dalle oscillazioni dei prezzi.

 

Ridurre il divario
Tali misure non muoverebbero quasi un capello agli esportatori della Tailandia o del Vietnam, che collocherebbero il loro prodotto da un’altra parte. Inoltre, sostengono che loro non hanno mai potuto proteggere nessuna della loro industrie come hanno fatto i paesi avanzati, e che se non fanno così non riusciranno mai a ridurre un po’ il divario esistente tra loro, i paesi in via di sviluppo, e i paesi ricchi. In altre parole, i produttori di riso chiedono di essere esentati dal processo di liberalizzazione del commercio mondiale.
Issaka Uedraogo e Bikienga Bukari sono tecnici dell’Associazione dei Produttori di Riso della zona del Bagué, nella provincia del Bulgu. “Il riso importato è più a buon mercato e riempie di più, non possiamo colpevolizzare la popolazione se lo compra. Tutti siamo poveri. Il chilo di riso importato costa 250 franchi africani (38 centesimi di euro), mentre quello che produciamo qui costa dai 100 ai 150 franchi in più. È vero, inoltre, che il chicco di fuori si espande di più con la cottura e con un pugno di riso uguale mangiano più persone. Tuttavia il chicco locale è più nutriente, e mi creda, con la dieta che ha la gente qui, questa differenza non è da poco”, racconta Bukari. “Quello che pretendiamo”, postilla Uedraogo, “è che il governo prenda misure per difendere la produzione del nostro riso e garantire alla popolazione che almeno una parte di quello che consuma sia locale”.
Il Burkina Faso produce annualmente circa la metà delle 200.000 tonnellate di riso di cui ha bisogno per nutrire la sua popolazione. Insieme al sorgo, il miglio e il granoturco, forma il quartetto delle colture su cui si basa la dieta. Tutte le terre del Bagué, a sud del paese e sulla riva orientale del fiume Volta Bianco, sono destinate alla coltivazione del riso. Bukari e Uedraogo raccontano che in quella zona negli anni Ottanta si costruirono canali per assicurare l’irrigazione delle terre. Furono finanziati con prestiti in un’epoca in cui i consulenti degli organismi multilaterali di credito consigliavano di patrocinare politiche di autoapprovvigionamento.
Le cose però sono cambiate, e quella tendenza è rimasta sfasata in un mondo che, dalla creazione del WTO nel 1995, decanta il libero commercio e lo smantellamento di ogni tipo di barriere, tariffarie o no. La economista Coné Asset, consulente di varie organizzazioni sociali del Burkina Faso, non discute il fatto che le tendenze cambino e nemmeno che quella attuale sia che ciascuno faccia ciò che sa fare meglio e al prezzo più basso, per essere competitivi. Ma ciò che non le pare logico è chiedere all’Africa di essere capace di adattarsi ai cambiamenti da un decennio all’altro, perché per questo ci vogliono fondi, formazione e attrezzature che non ha.
“L’impressione generalizzata della popolazione è che ci ingannano, che i paesi ricchi o in via di sviluppo ci vendono i prodotti che loro non vogliono”, dice Asset. “È terribilmente frustrante. I paesi sviluppati pur riconoscendo che la globalizzazione e il libero mercato hanno provocato squilibri, invece di cercare di correggerli fanno di tutto per acutizzarli. Molti politici del Nord dovrebbero passare un po’ di tempo qui, lavorare la terra e mangiare riso tailandese. Chissà che così conoscano l’empatia”, riflette.
Il governo sostiene che il principale problema del riso locale è nel sistema di distribuzione, mal organizzato e in poche mani, che è questo in fin dei conti a rendere più caro il prodotto. Dicono che anche volendo alzare le tariffe (doganali) per frenare l’ingresso del riso importato, gli accordi commerciali del paese con i suoi soci del resto dell’Africa glielo impediscono. Il direttore del Commercio del Burkina Faso, Sériba Uattara, spiega che si sta ancora studiando come eliminare il collo di bottiglia che rende caro il riso locale e, allo stesso tempo, come applicare misure di protezione che non pregiudichino i rapporti commerciali del paese.

 

Appoggio popolare
Alla ong Oxfam sostengono che il governo ha cominciato a prestare molta attenzione ai produttori di riso, quasi quanto ai produttori di cotone, dopo essersi reso conto che entrambi hanno un grande appoggio popolare.
In una piantagione di riso del Bagué, Lamussa Daboné e Apollinaire Sorghu sono grati della preoccupazione di tutti per la loro situazione. Loro due, con l’aiuto delle rispettive mogli e figli piccoli, stanno separando i chicchi di riso dalla pianta battendoli contro un arrugginito bidone di metallo, per poi metterli in sacchi da portare al compratore. Chi è il compratore? Lo stesso a cui devono le sementi, i fertilizzanti e le attrezzature che hanno potuto comperare. Gli portano tutto il riso che hanno prodotto e lui si tiene tutto quello che ci vuole per coprire il debito. Quello che avanza se lo tengono Daboné e Sorghu; una parte la consumeranno e l’altra, se resta qualcosa, cercheranno di barattarla con altri cibi, forse persino con un pezzo di carne.
La zona dove vivono Daboné e Sorghu è la più povera, se possibile, nella povertà generale del Burkina Faso. Si trovano a circa 300 chilometri dalla capitale e tutto quello che c’è tra loro e Ouagadougou è fame e malaria. L’unica cosa diversa lungo questa strada, la cui parte asfaltata è a pedaggio, è il villaggio di Beguedo: qui molte case hanno i muri di mattoni e il tetto di uralite, e questo rompe con il paesaggio di abitazioni di fango e granai di paglia. E, se non bastasse, hanno l’elettricità. La spiegazione è semplice: la maggior parte dei giovani del villaggio sono emigrati in massa in Italia e lì lavorano nelle piantagioni di pomodori. La Western Union ha aperto immediatamente il suo unico ufficio nel raggio di chilometri per ricevere i soldi che ogni mese, puntualmente, arrivano dal sud Italia.
(Traduzione di Clara Jourdan)

L´attacco dell´arcivescovo di Bologna Caffarra: gravi responsabilità
Marco Politi

ROMA – Femministe sotto attacco nell´omelia che l´arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra dedica alla Madonna Immacolata. Sul banco dell´accusa mette «l´ideologia femminista», colpevole di aver costretto la donna a vivere in situazioni contrarie a dignità.
Parte dalla festa mariana dell´8 dicembre monsignor Caffarra per riaprire il discorso sulla posizione della donna nella società contemporanea. Con riflessioni amare. «La diversità è negata – spiega – quando in cerca di lavoro la donna si sente chiedere “Signora, pensa di avere presto dei figli?”, se non ne ha. Oppure, se è già madre: “Ne avrà degli altri?”». Domande analoghe, sottolinea l´arcivescovo, non vengono mai rivolte agli uomini in cerca di impiego.
Partendo da questa descrizione realistica, Caffarra sente il bisogno di attaccare il femminismo storico. «La deturpazione e degradazione del bene della femminilità – ha esclamato durante la celebrazione nella basilica di San Petronio – non ha solo un risvolto soggettivo, non è solo opera di singoli. Essa ha anche un risvolto oggettivo. Non raramente la donna oggi è costretta a vivere in un contesto contrario alla sua dignità, di cui porta gravi responsabilità, nonostante le intenzioni, anche l´ideologia femminista».
Tra i capi d´accusa l´arcivescovo elenca la negazione teorica e pratica della diversità femminile. Confondere l´eguale dignità della persona con l´eliminazione della ricchezza propria della femminilità. Dimenticare – così dichiara – che la pienezza e la perfezione dell´umanità si ha nell´integrazione tra la sua forma maschile e la sua forma femminile.
In realtà, il rifiuto del maschile, il separatismo, una certa critica radicale della “femminilità” appartengono a epoche remote del femminismo italiano e internazionale. È da decenni che la riflessione femminista punta a valorizzare in positivo e in rapporto con il mondo maschile la ricchezza della diversità della donna. Semmai il femminismo storico ha permesso il sorgere e lo svilupparsi anche di un femminismo cattolico e ha lasciato persino tracce positive nell´ultimo documento scritto sulla donna da Joseph Ratzinger, quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.
Caffarra preferisce insistere sulle «gravi responsabilità» delle femministe. Resta il fatto, nota il presule, che la costruzione di una società a misura del «bene proprio della femminilità» è una sfida ancora «senza risposta». Missione della donna, ha concluso l´arcivescovo di Bologna, è quanto indica la persona stessa della Madonna: «Custodire, salvare, generare (non solo in senso biologico) la vita della persona» e non permettere mai che sia privata della sua dignità.
Alle donne nella basilica Caffarra ha rivolto un´esortazione precisa e pressante: «Nella vostra libertà sta la possibilità di deturpare e degradare il bene della femminilità… o di vivere interamente lo splendore della femminilità, facendone un dono all´umanità».

 

Nota Bene della Redazione: La notizia non è l’arcivescovo Caffarra che parla male del femminismo, lo hanno fatto in tanti, ma Politi, il giornalista della Repubblica, che ne parla bene, nel senso basico di bene/male: essendo o non essendo informato della cosa che si vuole giudicare. Finalmente del femminismo italiano, a livello giornalistico di massa, parla uno che si è informato. Fino ad ora ce n’era una, adesso, con Marco Politi, sono due, siamo speranzose – detto senza ironia.

Aprire un conflitto interno al maschile è una questione politica centrale.
Stefano Ciccone

Le violenze maschili contro le donne dicono molte cose sulla nostra società e le relazioni che viviamo. Per questo è importante la scelta di “Liberazione” di continuare a proporre un dibattito che chiama in causa donne e uomini.
E chiama in causa una politica che voglia ascoltare a trasformare le relazioni tra le persone, interpretare i conflitti e le domande di libertà che intrecciano le vite di ognuno e ognuna di noi.
La violenza è questione che riguarda innanzitutto gli uomini. Già perché sono uomini quelli che stuprano, picchiano, umiliano, fino a volte ad uccidere. Uomini come noi, simili a me.
Ed è necessario che nel maschile si apra una riflessione, ma anche un conflitto.
La violenza contro le donne non è infatti riducibile alla devianza di maniaci o marginali contro i quali alimentare risposte emergenziali che, paradossalmente, alimentino politiche securitarie. Non c’è un nemico oscuro nascosto nelle nostre strade da espellere: il male è nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle relazioni e nell’immaginario sessuale che abbiamo costruito. La violenza contro le donne, inoltre, è solo marginalmente rinviabile ad arretratezza culturale né è retaggio di un passato premoderno: riguarda tutte le latitudini del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte le classi sociali e i livelli di istruzione. Interroga direttamente la nostra “normalità”e il nostro presente. E’ anche fuorviante interpretare questa violenza come frutto di un “disordine”.
Al contrario il suo permanere, in forme socialmente e culturalmente ogni volta determinate, mostra come sia vitale un ordine simbolico, un sistema di poteri che plasma i corpi, le identità, le relazioni. Un ordine invisibile che ancora segna le nostre prospettive esistenziali, le nostre opportunità di decidere di noi stessi/e. Lo chiamo patriarcato per ricordare che il conflitto con esso non è riducibile a categorie sociologiche e, soprattutto, a riconoscere che è stato nominato politicamente e dunque reso visibile da un soggetto: il movimento
delle donne nella sua pluralità di pratiche e prospettive.
Non dobbiamo misurarci tanto con una debolezza femminile a cui fornire (paternalisticamente) tutele (tutele delle donne dalla violenza, tutela della loro presenza nello spazio pubblico tramite quote di garanzia) quanto con un universo maschile generatore di questa violenza.
Ciò su cui dobbiamo riflettere, e produrre pratiche capaci di cambiare comportamenti, modi di pensare se stessi e il mondo, è la costruzione della nostra identità di uomini. Guardare dentro questo universo e dentro di noi ci porta a indagare quali siano i fili sotterranei che legano le storie, i desideri, le fantasie, i bisogni di ognuno di noi, nella nostra “normalità” con questa tensione alla violenza. La violenza estrema dell’uccisione rischia di farci dimenticare le tante facce di quell’universo che ha a che fare con lo stupro, con il consumo del corpo femminile, con la sessualità ridotta a sfogo separato dalle relazioni, con l’imposizione del corpo maschile e con le categorie misere della potenza, della prestazione e della virilità incapaci di riconoscere la soggettività femminile.
Quante violenze, quanti abusi nascono dalla rimozione del desiderio e del piacere femminili schiacciati in una presunta complementarietà con le forme che il maschile ha assunto? Cosa dice tutto questo?
Non parla soltanto di una violenza insensata ma racconta di un universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il denaro, di una sessualità maschile ridotta alla sua rappresentazione rattrappita della virilità e scissa dalle relazioni.
Svelare questa miseria non vuole proporre un vittimismo né pensarla esaustiva ma individuare una chiave di lettura della violenza e una prospettiva che faccia della reinvenzione della sessualità maschile la leva per sradicarla e al tempo stesso per aprire nuove opportunità di vita per noi uomini.
Ha avuto ragione Angela Azzaro a chiedere agli uomini una parola di verità che non fugga nell’astrazione politica o sociologica ma che parta da ognuno di noi.
Questo tentativo di riflessione, pur se minoritaria, ha avuto un suo percorso e mi permette oggi di trovare parole per nominarla oltre la Versione riduttiva d e l l a “confessione personale”.
La violenza contro le donne e la continua verifica di forme di complicità maschile e femminile con schemi del patriarcato rivelano la vitalità di un sistema di dominio.
Ma è vero che questo è ormai disvelato ai nostri occhi.
E che è sempre più difficile guardare come naturale l’ordine della gerarchia tra i sessi, la presunzione di corrispondere al metro neutro dell’umanità da parte del maschile. Almeno per me è sempre più difficile sopportare le forme di socialità tra uomini, è sempre più difficile stare a mio agio nelle aspettative a cui mi si chiede di corrispondere.
E’ come se un modo di guardare il mondo, e di cogliere ciò che segna i linguaggi, la politica, le relazioni, una volta aperto non fosse più rimovibile. E’ impossibile non guardare una sala in cui i relatori sono solo uomini e pensare ancora che ciò sia casuale, guardare un corteo con gli uomini alla testa col megafono (quando non schierati militarmente a simulare mimeticamente il “nemico”) e non sentire l’estraneità con quella virilità subalterna e ostentata.
Al tempo stesso ogni giorno scopro dentro di me complicità, comportamenti di cui percepisco l’internità a quell’ordine, a quel sistema di gerarchie e poteri. Ogni giorno, nel riconoscimento di autorevolezza tra uomini nella politica o nel lavoro, nel percorrere di notte con agio le strade delle nostre città, nel progettare la mia vita politica e professionale, misuro il peso dei “dividendi” del patriarcato di cui beneficio. Ma ogni giorno, dentro di me, guardando alla perdita di senso e autorevolezza di modelli maschili consolidati e dal suono stonato delle ostentazioni di autorità di molti miei simili, misuro quanto questi dividendi siano pagati con moneta falsa, che non ha più corso nella mia contemporaneità per dare senso alla mia vita e ai miei desideri. Questo continuo movimento tra estraneità e continuità
con la storia del genere a cui appartengo è parte della riflessione che come uomo, insieme ad altri ho tentato di sviluppare.
Questa scelta è condizione perché la rottura con la violenza avvenga senza quelle ambiguità che hanno spesso segnato la presa di posizione maschile. Innanzitutto quella del volontarismo: essere contro lo stupro per necessità etica condannando qualcosa che nulla avrebbe a che fare con noi.
La reazione di sconcerto per la violenza è una risorsa da non mettere da parte ma nasconde dentro di sé un doppio rischio di ambiguità:
quello di considerarla una questione che non ci riguarda e verso la quale ci chiniamo per solidarietà e il ricorso, di nuovo, alla qualità virile dell’autocontrollo capace di disciplinare un maschile portatore di una componente naturalmente violatrice e ferina. Un’operazione che dunque non rompe con una rappresentazione storica del maschile come soggetto portatore di istinti irrefrenabili e al tempo stesso detentore della ragione e della capacità di dominio sul corpo proprio e della donna.
I gruppi di uomini che hanno avviato una critica politica ed esistenziale della maschilità scelgono questa rottura con il patriarcato non solo o non tanto per un obbligo etico, quanto come opportunità di liberazione.
Se infatti la tensione del maschile ad affermare il proprio controllo fisico, tecnologico, normativo, sul corpo della donna deriva anche da un conflitto ingaggiato per contrastare il primato femminile nella procreazione, e dalla necessità di costruire un nesso visibile del maschile con la genealogia (fino a fondarla sul nome del padre) il riconoscimento di questo limite può essere l’occasione per fare un’esperienza dell’essereuomini nuova, che fondi nella relazione la costruzione del proprio posto nel mondo.
Il rapporto apparentemente necessario col potere nell’essere uomini non è solo all’origine della violenzacontro le donne ma anche della desertificazione delle relazioni tra uomini, della loro fondazione sul silenzio, sulla tacita condivisione di un obiettivo esterno (o di un nemico esterno) che supplisca a quell’impossibile intimità tra corpi potenzialmente invasivi e anestetizzati nella loro capacità di sentire e tra soggetti costretti a misurare nella competizione per il potere la propria identità.
La ricerca delle radici della violenza ci ha portati a indagare la costruzione della maschilità, le domande che hanno attraversato la nostra
storia, le costrizioni che hanno limitato le nostre vite. E abbiamo scoperto la libertà femminile e questa ha trasformato il mondo e noi stessi. Le relazioni tra i sessi e il conflitto che segna questa irriducibile differenza sono oggi un terreno su cui si misura la capacità della politica di essere luogo di trasformazione e liberazione e non complice di nuove forme di dominio e gerarchia.
Al contrario linguaggi e priorità programmatiche della politica rischiano di segnare le nostre complicità e rivelare l’inadeguatezza di una politica neutra contro la necessità di costruire soggettività che dalla propria parzialità leggano e reinventino conflitti inediti e non riducibili.
La troppo frettolosamente archiviata sconfitta nel referendum ci ricorda come sulle norme e le tecnologie di controllo dei corpi, esista un conflitto che riguarda la libertà femminile: un terreno su cui la destra costruisce consenso e su cui cresce un’offensiva che non si può contrastare in nome di categorie astratte come la laicità e la libertà di ricerca senza guardare alla materialità dei soggetti.
Così la crescita di politiche di appartenenza identitaria che propongono il sangue, la genealogia maschile come luogo di ricostruzione di identità frammentate dalla globalizzazione e dall’incrinatura di grandi prospettive progressive, esercitano una grande seduzione sugli uomini ad ogni latitudine e aiutano a capire la torsione integralista di movimenti, il continuo rischio di complicità che segna pratiche politiche che si vogliono antagoniste.
E’ possibile dunque costruire una politica di trasformazione che non si misuri con una critica dei modelli di mascolinità?
La necessità di aprire una riflessione critica sul maschile e di agire un conflitto esplicito nel maschile sono insomma questione centrale per la politica e la cultura. Pena l’avvizzimento di ogni tensione di trasformazione in forme subalterne e emendative.
Chiedere che questo conflitto che cerchiamo di agire con il maschile diventi politica non è fuga dalla fatica individuale di scavare nelle nostre contraddizioni individuali ma rifiuto di relegarla a questione privata.
E’ anche desiderio che, divenendo pubblica e socialmente visibile possa rompere la solitudine con cui molti uomini vivono la propria difficoltà a condividere con altri il proprio singolare differire rispetto a un modello di mascolinità oppressivo.

Luisa Muraro

Stiamo assistendo ad una pantomima di politici, intellettuali ed ecclesiastici, intorno alla legge che ha legalizzato l’aborto in Italia.
Alcune donne cominciano a reagire, in parlamento, sui giornali e in altre sedi. Un’assemblea autoconvocata, donne e uomini, alla Camera del lavoro di Milano, ha indetto una manifestazione nazionale per il 14 gennaio, a Milano. Ma occorre capire meglio il significato di quelle strane manovre maschili. C’è bisogno di pensiero, Quello che dirò viene da una riflessione che sto facendo con donne della Libreria e altre, uomini non esclusi.
È piuttosto evidente che c’entrano le elezioni politiche, ma non è l’essenziale. Le elezioni sono vicine e il centrodestra avrà pensato di allearsi con “i preti”, cioè con vescovi e parroci di cui si sa che insegnano e predicano che l’aborto è un peccato molto grave (non proprio un omicido, come qualche volta si sente dire, ma quasi). Niente di molto nuovo, certo, ma rispetto al passato c’è una novità. Ancora pochi mesi fa, arrivavano attacchi ai politici “abortisti” (chi erano? probabilmente quelli del centrosinistra, Prodi in testa, che non intendono modificare la 194). Gli attacchi di questo tipo sono cessati. In passato dicevano: bisogna abrogare o quanto meno “migliorare” la legge 194, adesso non più. Come mai? Credo che si siano resi conto che la legge 194 non è una legge abortista. Da qui un cambiamento di rotta: bisogna applicare “meglio” la legge, facciamo una commissione d’inchiesta, ecc. Quest’impostazione ha ricevuto l’assenso del Vaticano, così com’è successo per la difesa della legge 40 sulla procreazione assistita, contro i referendum, sebbene anche questa sia una legge che non rispecchia la morale cattolica. Da parte cattolica si sono giustificati per queste scelte con il principio del minor male, ma non mi convince perché lo stesso principio non è stato applicato all’uso del preservativo contro l’epidemia dell’AIDS. Dunque, si tratta di scelte politiche.
A questo punto vorrei inserire una nota. Fra noi molte s’indignano perché “i preti” fanno politica, io no, la politica è un’espressione della propria presenza nel mondo e non si può proibirla a nessuno. C’è da indignarsi solo quando negano di fare politica, perché questo è falso. Se non sei d’accordo con la loro politica, entra nel merito e combatti.
Per combattere bene, una buona regola è di non fare d’ogni erba un fascio. Voglio dire: non confondiamo le recenti manovre dei politici con la posizione dei cattolici sull’aborto. Quest’ultima rientra in una dottrina morale che ha una sua dignità e, purché non pretenda d’imporsi con una legge penale, va ascoltata. Le manovre dei politici sono operazioni contingenti e in buona parte strumentali. Per esempio, i parlamentari che hanno richiesto la commissione d’indagine sulla 194, poi ridimensionata in indagine conoscitiva, pare che non avessero mai letto i rapporti annuali del ministero della Sanità in proposito. Va detto che fra questi ultimi, contingenti e strumentali, ci sono anche uomini di Chiesa, moralmente neutri come sono gli uomini di potere.
Tutto questo significa che, passate le elezioni, dell’agitazione presente non resterà più nulla? Non credo, perché in gioco c’è dell’altro. Dietro alla pantomima intorno alla 194 e a questioni come i Pacs, l’omosessualità, le tecnologie della riproduzione, è riconoscibile il tentativo di alcuni, non ancora un movimento, a sviluppare una proposta culturale che prenda il posto lasciato vuoto dalla fine del comunismo e che ne elimini ogni possibile eredità. Si voltano dalla parte del cattolicesimo, perché la destra, in Italia, non ha una vera tradizione culturale, mentre la Chiesa indubbiamente ce l’ha, grande e variamente orientabile, non di rado a destra, oltre al fatto che le tematiche religiose servono a rivestire la miseria simbolica del liberismo. Forse, si sta formando un blocco ideologico di destra esteso anche ad una parte della Chiesa cattolica. Da questo punto di vista il racconto di Rosetta Stella, La nostra inviata speciale in Laterano, è istruttivo, compresa la sua vivace reazione che appartiene sì al temperamento di lei ma non è esagerata, lucidamente parlando. Quello che lei ha visto ed ascoltato, è molto grave per una che ha a cuore la cultura religiosa. Non c’è dubbio che la cultura religiosa esca danneggiata dal tentativo dei cosiddetti teo-con, sebbene molte non si accorgano di questo fatto, perché della cultura religiosa poco sapevano e poco si curano.
Spiegherò perché io, invece, ci tengo. La nostra civiltà, con tutto quello che ha di buono, si è sviluppata secondo una razionalità di tipo scientista ed economicistico che chiude l’orizzonte dell’umano dentro i confini dell’egoismo e del materialismo. La cultura di sinistra ha portato dei correttivi nell’interesse della giustizia sociale e della pace, ma non ha aperto l’orizzonte. Che l’apertura di quell’orizzonte avvenga ad opera di una cultura di destra, la considero una catastrofe perché, oltre a calpestare le esigenze della giustizia sociale e della pace, mette fuori gioco la libertà femminile che sola, a mio giudizio, può operare quell’apertura senza esiti reazionari. Questo l’ho intuito leggendo le scrittrici mistiche, poi ci ho lavorato con la ricerca personale e con altre, come Rosetta Stella, come Romana Guarnieri, come Adriana Sbrogiò e la sua associazione.
Questa prospettiva, che affida alla libertà femminile la capacità di orientarci nella realtà che cambia, vale anche per le discussioni intorno alla legge 194. Alcuni dicono: sommato tutto, ha dato buona prova di sé, oltre ad essere una legge che ha passato vittoriosamente la prova di un referendum (un vero referendum, non boicottato con l’assenteismo come invece è successo con i recenti referendum sulla legge 40). Non tocchiamola, dicono perciò.
Pensiamo che sia veramente necessario chiudersi sulla difensiva? Io non lo penso, non da parte nostra che abbiamo guadagnato, con la libertà, un orientamento positivo verso qualcosa di meglio.
Il nodo problematico, al di là degli attacchi pretestuosi e delle risposte reattive, è costituito dal fatto che la 194 è il frutto di un compromesso (cosa che in politica spesso è necessaria) fra i democristiani e le forze laiche progressiste di quegli anni. Il testo ne risente. C’erano istanze irrinunciabili, quella del rispetto della vita umana, in primo luogo, e quella di accordare la salute e la libertà della donna con la vita nascente dentro di lei, che sono state formulate con difficoltà. Si è cercato di rimediare con il linguaggio dei diritti, oggi inflazionato, con esiti non buoni perché si finisce per opporre quello che nella vita reale è solidale, esiti per altro criticati dai giuristi.
A suo tempo, alcune di noi hanno lavorato sull’ipotesi della semplice depenalizzazione dell’aborto, non quella della sua legalizzazione. Non importa adesso la parola d’ordine, ma forse conviene tornare mentalmente a pensare le cose al di qua delle formulazioni di legge, che sono comunque sempre secondarie rispetto ai convincimenti più profondi e condivisi. Tra questi c’è, fin da allora, oggi più chiaramente, il convincimento che non si possa obbligare una donna a diventare madre e che la relazione materna, indispensabile alla vita umana, si stabilisce nell’attimo in cui lei l’accetta.
Il passo da fare, dunque, è di sapere e affermare che tocca alla donna singola dire sì alla vita che comincia in lei. Questa competenza femminile, che nessuno, nella nostra cultura, forse, potrebbe veramente negare, va basata sul principio che la vita umana comincia da questo sì di lei liberamente pronunciato. Non siamo ancora arrivati ad una formulazione comunemente accettata di questo principio e bisogna dunque che ci pensiamo e ne parliamo, come anche che teniamo il terreno del confronto sgombro da inutili polemiche e da fossati pregiudiziali di tipo antireligioso e anticlericale. Ci sono molti riferimenti religiosi nei discorsi dei teo-con, ma la loro è una cultura di destra che non riguarda la religione come tale. Fra di loro ci sono eminenti personaggi del mondo cattolico, ma costoro non sono la Chiesa cattolica, ecc.
Il che non elimina la polemica anche nei confronti della religione e delle chiese nel loro insieme. La Chiesa cattolica, ad esempio, sembra ignorare che il suo insegnamento, troppo imbevuto di cultura patriarcale, ha indotto molte donne all’aborto. La più valida delle prevenzioni contro l’aborto, finora l’ha fatta il movimento femminista incoraggiando la nostra autonomia nei confronti della sessualità maschile e togliendo la vergogna tipicamente patriarcale, sia clericale sia borghese, che fino a tempi recenti colpiva la donna non sposata che restava incinta.
Bisogna dunque che la donna sia libera, questo è il nodo dell’intera questione, in pratica e in teoria. Molto giustamente, la libertà femminile è il tema della manifestazione del 14 gennaio. In questo senso ben vengano anche le proposte di aiuto economico alle donne che fanno bambini, infatti il bisogno toglie libertà, purché siano proposte consistenti e rispettose della dignità materna. Ciò che si esige è che il diritto inscriva il principio della libertà femminile all’inizio della vita umana. Da lì, poi, il resto.

Maria Grazia Campari

La questione della legge 194/78 che consente l’aborto, va secondo me affrontata interrogandosi principalmente sul senso dei ricorrenti attacchi all’autodeterminazione procreativa delle donne, un capitolo nel quale si inserisce a pieno titolo anche la legge 40/04 sulla PMA.
Non sfugge che il Forum delle Famiglie, recentemente aggregato ad altre associazioni nella formazione del Partito della Vita, sia all’origine dell’art. 1 della legge 40, quello che attribuisce diritti soggettivi all’embrione, in evidente contrapposizione alla madre. E’ la stessa formazione che elabora un progetto di legge per la presenza di “volontari della Vita” nei consultori e per la costituzione di un’Autorità Nazionale per le politiche famigliari, deputata alla sorveglianza della compatibilità fra funzioni pubbliche e private e le funzioni famigliari, con particolare riguardo all’educazione dei figli.
Facile intuire quale dovrà essere il sesso del sorvegliante e quale quello delle sovegliate.
Si rivela una trama intessuta di attacchi alla libertà femminile di scegliere e perseguire il proprio autonomo progetto di vita; esattamente di ciò è questione con la legge 40. Per questo donne come me, evidentemente disinteressate al tema specifico della riproduzione, si sono impegnate nella battaglia referendaria ed oggi sentono doveroso partecipare al rinnovato conflitto sull’aborto.
Partecipare, ognuna usando la propria competenza per leggere, attraverso gli atti, la trama.
Una trama che a me mostra non solo il segno pesante della specifica invidia maschile per la “creatrice del mondo” (vedi A. Sofri e E. De Luca), ma anche e soprattutto l’esito del monopolio maschile sulla politca istituzionale che persegue lo scopo di concettualizzare la donna come l’altro, l’oggetto del discorso e della norma, passibile di gesti quotidiani di prevaricazione.
Un clima sociale che rende atti di violenza come la violazione dei diritti della personalità, una possibilità istituzionale continuamente presente per le donne, con passaggio di piano dall’illecito al legittimato (alla lettera).
Ciò arreca un grave danno alla democrazia costituzionale, la forma meno incivile di convivenza (che è di tutti), poichè esiste un nesso fra questa e i diritti fondamentali attribuiti ad ognuna/o come frammenti di sovranità contro la prepotenza del potere costituito.
Per questo sono, a mio parere, importanti gesti quotidiani, anche piccoli, di contrasto a questo piano inclinato che si ripropone incessantemente in varie forme, come l’uso del diritto alla privacy sui propri dati sensibili contro i “volontari della vita” nei consultori pubblici, che proponevo.
Compiere gesti affermativi di autonomia contro prevaricazioni istituzionalizzate può avere ricadute positive anche in termini più ampi: può sciogliere un blocco interiore di passività complice e favorire pratiche di responsabilità che alimentino conflitti non distruttivi, ma evolutivi
Resta in ogni caso ormai ineludibile il problema spinoso di una diversamente partecipata politica istituzionale in questo Paese che il saldo comando in mani maschili sta precipitando nel Mediteraneo.
Ciao a tutte
Maria Grazia Campari

Natalia Aspesi

Una crociera nel mediterraneo di Edith Wharton Traduzione di Marina Premoli Archinto Pagg. 203 Euro 14,50 «Darei qualunque cosa per fare una crociera nel Mediterraneo», confidò Edith Wharton all’ amico James van Allen, un attraente vedovo di una ricchissima Astor, un gentiluomo di 42 anni che sapeva come illanguidire le signore. Infatti: «Non c’ è bisogno di tanto, io affitto uno yacht e tu vieni con me». Detto fatto: naturalmente Edith portava con sé il marito Edward e per ragioni di bon ton la coppia volle a tutti i costi pagare la metà delle spese, che corrispondeva alla rendita di un intero anno per entrambi (che ovviamente non lavoravano). Era per la futura e impaziente scrittrice una magnifica distrazione dalla vita mondana di Newport e soprattutto da quella matrimoniale, disastrosa pare sul piano dell’ intimità: si era sposata a 23 anni senza sapere in che cosa consistessero i cosiddetti doveri coniugali, e, dice uno dei suoi biografi, Eleanor Dwight, quando lo aveva scoperto, non le erano piaciuti per niente. Era il 1888, Edith aveva 26 anni e finalmente lei il marito e van Allen si imbarcarono ad Algeri sullo yacht Vanadis: la crociera finì ad Ancona, con tappe a Malta, Siracusa, Messina, Taormina, Palermo e Girgenti, e poi le Cicladi, Rodi, le coste dell’ Asia Minore, Monte Athos, Atene, le isole Ionie, la costa dalmata, Spalato, Ragusa, Cattaro. Dal 18 febbraio al 7 maggio tenne un diario minuzioso, ma non al punto di nominare i suoi compagni di viaggio: come se non contassero, quei due uomini che la scortavano, presa dal suo entusiasmo, dalla sua energia, dalla sua ironia, ma anche dal retroterra di una cultura personale che non poteva condividere con loro, tutto quello che lei sapeva e loro no, di arte, storia, architettura, ma anche piante, fiori, usanze. Quel prezioso diario fu uno di quegli scritti che restano nel cassetto (le sue prime poesie furono pubblicate l’ anno dopo), e se ne persero le tracce fino a quando Claudine Lesage, una studiosa che stava facendo ricerche su Conrad a Hyères, in Francia, dove la scrittrice americana aveva abitato attorno al 1919 dedicandosi alla sua passione per il giardinaggio elaborato, si vide consegnare dalla bibliotecaria del paese un manoscritto battuto a macchina in inglese: era appunto The cruise of the Vanadis che si credeva perduto. Con una bella copertina di Gianfranco Pardi, Una crociera nel Mediterraneo viene adesso pubblicato anche in Italia e si immagina la felicità dei tanti whartoniani di casa nostra, che magari solo al cinema, hanno lacrimato sugli amori eleganti e infelici negli indimenticabili L’ età dell’ innocenza di Martin Scorsese e La casa della gioia di Terence Davis. Si sente in questo diario di bordo non solo il piacere del viaggio, della scoperta, il desiderio di annotare un’ esperienza per riviverla per sempre, ma anche la ricerca della scrittura, come un esercizio per prepararsi davvero a una professione che le avrebbe dato la fama e consentito una vita di incontri affascinanti, a cominciare dall’ amicizia con Henry James e Bernard Berenson. A rivedere la vita di questa signora che riuscì a divorziare dal fastidioso marito solo nel 1913 (l’ opulenta e ipocrita società americana disprezzava le divorziate), avendo sue brevi storie d’ amore, fa impressione il suo continuo spostarsi, dagli Stati Uniti all’ Europa, da Parigi a New York, dalla Toscana al Massachusetts, dall’ Inghilterra al Marocco. Può darsi che il diario della sua crociera sul Vanadis non abbia interessato gli editori che ancora non avevano scoperto il talento letterario di questa signora ricca e mondana, può darsi che la stessa Warthon, ancora insicura, non fosse del tutto convinta del suo lavoro. Infatti non era ancora uscito un suo romanzo quando sette anni dopo, a 32 anni, riuscì a pubblicare il resoconto di un viaggio italiano, A tuscan Shrine; dieci anni dopo, nel pieno del successo di La casa della gioia, uscì un’ altra raccolta di appunti di viaggio, Italian backgronds.

Natalia Aspesi

Si resta frastornati dal fiorire di proposte per convincere le donne a non ricorrere all´interruzione di gravidanza prevista dalla legge 194, da giorni sotto tiro clericoparlamentare: soldi, pochi, durante la gravidanza, oppure soldi, pochi e una tantum, alla nascita, soldi solo alle donne di provata indigenza, oppure soldi a tutte, anche a quelle che già da mesi in vista del lieto evento hanno prenotato a caro prezzo una nanny abilitata solitamente a far crescere piccini di gran casato: e meno male che è stata chiesta dalla sinistra anche la tutela alla maternità per le disoccupate e le lavoratrici a tempo determinato, che oggi quindi, e in tanti distratti non lo si sapeva, non hanno alcun diritto e vengono ancora considerate noiose portatrici di bambini in dovere di arrangiarsi da sole.
Duello politico tra assegno di gravidanza e bonus bebè, e comunque sempre e solo di soldi si parla (compreso i preservativi gratis per la prevenzione), e va bene, soldi certamente necessari pur nella loro esiguità, a chi non ne ha: ma a tutte le altre, non pressate da un urgente bisogno economico ma da altre angosce e preoccupazioni e dal pensiero del futuro, chi ci pensa? Limitarsi a un aiuto finanziario momentaneo non è un po´ come lavarsene le mani, non è forse troppo poco per persuadere le donne indecise (e solo quelle, ovviamente) a non ricorrere alla interruzione di gravidanza? Siamo sempre lì: da noi imperano varie società totalmente maschili, come la gerarchia ecclesiastica, o quasi del tutto maschili, come il nostro parlamento, che al solo pensare alle quote rosa si allarma come per un´intrusione pericolosa ai disegni terreni e divini: è normale quindi che questi gruppi di inscalfibile potere virile siano rimasti indietro rispetto alla realtà femminile e continuino quindi a pensare alle donne come popolo incapace di cavarsela anche economicamente e quindi tendente all´accattonaggio, come care persone da proteggere, dagli altri ma soprattutto da sé stesse, come cittadine non del tutto in sé davanti a decisioni importanti, ma anche come sciattone amorali e pericolose portate al crimine per ragioni fatue (voglio mantenere la taglia 40). Da qui l´idea sollecitata dai vescovi e accolta entusiasticamente dalla CdL quasi al completo (tranne l´eroica e inascoltata perché troppo carina Prestigiacomo) di istituire una Commissione di indagine sulla legge 194; il che alla fine non sarebbe neppure male se servisse, anziché a renderla impraticabile come auspicano silenziosamente i suoi nemici, a limitare l´eccesso di obiezione di coscienza da parte dei medici e soprattutto a verificare se è vero che abbia ricominciato a diffondersi l´aborto clandestino a caro prezzo in certe eleganti cliniche private. Adesso come capita ciclicamente alle cosiddette conquiste femminili, sempre messe a repentaglio, talvolta perdute, spesso riconquistate, si ritorna nella polvere stantia degli stessi discorsi di 27 anni fa, delle stesse contrapposizioni molto politiche e poco etiche, delle stesse ipocrite angosce virtuose, della stessa barba, attorno a una legge che è scivolata dentro la quotidianità di un paese che l´ha applicata ed usata con semplicità, impegno, attenzione, gratitudine, mai sfruttata dalle donne come frivolo passatempo (come si ostinano a immaginare il ministro Storace e i cosiddetti protettori della vita). Si potrebbe pensare che l´indagine conoscitiva sulla legge approvata dalla Camera non serva a nulla se non come ennesima trappola elettorale, anche se poi fu proprio il 68% degli italiani (tra cui si immagina molti cattolici) a riconfermarla nel referendum abrogativo del 1981: invece serve, perché tutto questo discutere infiammato metterà a disagio i pochi medici che la applicano e spaventerà le donne più fragili. Come si voleva, tutto torna ad essere difficile, colpevolizzante e anche, nel dramma, un po´ ridicolo. Ne dicono infatti di ogni colore certi sapienti che sorridono beati in televisione. Massimo comunicatore criptico l´antico Gustavo Selva, che ha definito peccato per chi è cattolico “l´aborto volontario o no” ed è quel no che potrà mettere in ansia le donne cattoliche cui potrebbe capitare un aborto spontaneo. Dove non si capisce più niente è però quando l´onorevole afferma che l´interruzione di gravidanza “è un reato per chi è tenuto a osservare la legge dello Stato” a meno che si riferisca a chi pratica clandestinamente, reato che la legge già contempla. Ma tornando alla messe di denaro che ipoteticamente potrebbe essere elargita alle dubbiose già con un piede nel consultorio, è strano che non si capisca che, si trattasse solo di soldi, molte donne anche in ristrettezze economiche non rinuncerebbero a un figlio. Saranno peccatrici, egoiste, farfallone, atee o quel che si vuole, ma ci sono donne che semplicemente non se la sentono di essere madri, che pensano che il mondo sia già troppo pericolosamente affollato e con un futuro troppo oscuro, che già faticano a occuparsi dei figli che hanno; che hanno un lavoro e temono di perderlo come è già capitato a loro colleghe, che non riescono a trovare una casa a prezzo abbordabile, che conoscono il disordine o la mancanza dei servizi sociali; senza contare gli eventuali padri che non ne vogliono sapere, o l´esperienza delle amiche che separate dal marito e responsabili di uno o più figli, non hanno più potuto ricostruirsi una vita affettiva. Forse bisognerebbe avere meno paura, avere più fiducia nell´avvenire: oggi? Con le difficoltà sempre più insormontabili che colpiscono anche il ceto medio e naturalmente soprattutto le donne? È proprio un´idea insufficiente, anche se proba, questa santificazione con assegno della maternità finché il bambino non nasce o per i suoi primi mesi di vita: ma poi, crescendo, per favore che si arrangi e non scocci più, lui e sua madre e anche suo padre, naturalmente.

Dopo la legge 40 sulla PMA, ora tocca alla legge 194, al farmaco RU486 e ai Consultori pubblici

L’UDI, Unione Donne in Italia, reagendo allo stordimento allibito che quasi fa mancare alle donne la parola, a cui si aggiunge il vigile maschilismo di media, agenzie culturali varie e partiti politici non solo di destra, contrappone alcune ragioni alla marea montante di ispezioni, minacce, proposte, tutte contro la dignità e la salute delle donne, contro i Consultori e contro la legge 194.
Si è visto che l’obbiettivo dello schieramento anti referendario per le modifiche alla Legge 40 (sulla Procreazione Medicalmente Assistita), così come della “discesa in campo” delle gerarchie ecclesiastiche, era in realtà lo stravolgimento della legge 194 e dei Consultori.
Il ministro Storace, che ha perso la Regione Lazio, forse anche a causa delle sue note posizioni sui Consultori, da lui visti come luoghi mortiferi e sinistri, da bonificare con percorsi penitenziali e forche caudine, continua nella sua missione salvifica. Non preoccupandosi se e quanti Consultori vi siano nel paese, in che condizioni lavorino, se con organici sufficienti o no. O mandando ispettori per vedere se nei presidi ospedalieri e sanitari è rispettato l’obbligo di rispondere alle richieste di contraccezione d’emergenza, o se, invece, donne e giovanissime che osano chiedere la pillola del giorno dopo, non siano invece umiliate, costrette a cercare e chiedere qua e di là, o pretendendo che la prevenzione degli aborti, prevista dalla 194, ma, vorremmo ricordargli, infissa nel cuore di tutte le donne, comprese quelle che abortiscono, sia supportata da tutti gli ammortizzatori sociali che possono aiutare le mamme in difficoltà, sia presente nei contratti di lavoro, di affitto, sia oggetto di politiche locali, nazionali e vada verso una vera cultura di responsabilità sociale nei confronti della maternità. Queste quisquiglie non possono distogliere il nostro eroe dal suo pensiero fisso: affiancare le donne irresponsabili con “funzionari della scelta giusta”, operatori del bene che, loro sì, difendono la vita.
La questione, finalmente esplosa, del farmaco RU486, rende evidente il vero problema che scatena le reazioni di quanti stanno gridando all'”aborto facile”, presentando proposte sui Consultori sempre più misogine e lesive della dignità della donna.
Il fatto è che non sanno più come nascondere la verità e le loro responsabilità
La verità, che troppo pochi sapevano e che ancora in minor numero volevano affrontare, è proprio questo scandaloso ritardo sulla RU486, senza motivazioni che non siano quelle, ben poco nobili e cristiane, di farla pagare alle donne che decidono di interrompere la gravidanza.
Non sanno come spiegare il perchè di tanto ritardo, un po’ come dover nascondere che si è usata per anni una medicina sorpassata e ignorata una più efficace, perchè in realtà non si voleva che il paziente guarisse. Intanto i medici incominciano a parlare e parlano di ricatti durati anni, per non chiedere ciò che era giusto chiedere, altrimenti…addio alla 194.
La situazione in cui ci troviamo, il venir meno ad un patto di solidarietà e civile convivenza con le donne di questo paese, non è imputabile solo allo spazio che le istituzioni cattoliche più retrive si sono prese nel nostro Parlamento, nella nostra classe politica, ma anche a chi ha lasciato che tali spazi venissero presi. O addirittura li ha offerti in cambio di voti, di stabilità di governi, di equilibri nelle giunte.
Di fronte ad una realtà così severa l’UDI pone alcune questioni alla classe politica tutta sulle quali misurare la politica e i governi nei confronti delle donne.
Ricordiamo che:
– Non c’è nascita senza il consenso della madre, non c’è persona senza un corpo di donna che fa nascere, non si salvano i bambini e le bambine senza salvare le madri.
– L’interruzione volontaria di gravidanza non è un valore, una legge che la consenta, sulla base dell’autodeterminazione, è un diritto delle donne.
– La legge 194 non prevede pratiche o percorsi di dissuasione dall’aborto, ma solo prevenzione di esso. No dunque a volontari dissuadenti dentro ai Consultori e alle strutture pubbliche. Sì al potenziamento dei Consultori ed alla rete di sostegno alle madri in difficoltà.
– Chiediamo l’introduzione subito, su tutto il territorio nazionale della RU486, come tecnica abortiva dentro al percorso previsto dalla 194. Chiediamo garanzie che siano soddisfatte tutte le richieste di contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo), in tutte le strutture pubbliche e convenzionate.
– Le donne che chiedono l’interruzione di gravidanza vanno rispettate, va salvaguardata la loro integrità fisica e psichica, la loro privacy. Predicatori ed esorcisti fuori dai Consultori!
– Ogni cinque anni, in media, anche le donne votano per le politiche, votano a sinistra, a destra, al centro, votano le cattoliche, le donne di altre religioni, quelle che non hanno nessuna religione, quelle che credono in ciò che vogliono, votano le suore, votano le giovani, le meno giovani e le anziane; diverse, ma sempre donne. Quelle stesse donne cercano nei programmi politici la loro presenza come parte integrante di questa società, cercano i loro diritti, la salvaguardia della loro dignità e della loro salute.

 

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Laura Colombo

Il libro di Daniela Padoan Le pazze. Un incontro con le Madri di Piazza de Mayo (Milano, Bompiani 2005), che recentemente ha ricevuto il premio letterario “Nino Martoglio”, è un racconto a più voci, dove l’autrice opera un paziente lavoro di tessitura della storia di un gruppo di donne straordinarie, basandosi su una serie di testimonianze che lei stessa ha raccolto nel corso degli ultimi anni, durante i viaggi in Italia delle Madri e in un suo recente viaggio a Buenos Aires. La storia delle Madri si intreccia con la storia del loro paese, l’Argentina degli anni bui dei regimi militari e dei governi che formalmente si dichiaravano democratici, che Daniela Padoan tratteggia in modo preciso e circostanziato, accostando il rigore scientifico della sua ricerca storica alla viva voce delle testimonianze.
Si tratta di un libro particolare, che rompe i confini della “grande storia” mettendoci di fronte al mondo interno di queste donne, che – nella condizione di estrema necessità della dittatura e della scomparsa dei figli – si intreccia e si misura con il mondo esterno.
La polifonia, cifra caratteristica di questo libro, è giocata su diversi livelli.
Il primo è la viva trama di relazioni tra l’autrice e le Madri nella zona apparentemente neutra dell’intervista, dove due voci differenti dialogano nel desiderio di far emergere il percorso di coscienza individuale e politica delle Madri, attraverso le diverse tappe in si ricostruisce l’affiorare della loro lotta sempre più dirompente. Il fitto scambio tra l’autrice e le Madri alla ricerca di “parole che contengono verità”, l’incalzare delle domande per andare a fondo sulla loro concezione della politica e sulle loro pratiche, diventa così il tramite, il luogo privilegiato della comunicazione, reso tale dalla scelta di Daniela Padoan di esserci fino in fondo nella relazione con loro. L’autrice sceglie di stare dalla parte delle Madri, senza tuttavia tesserne aprioristicamente le lodi. Tratteggia con maestria il quadro di quello che possiamo definire un vero e proprio laboratorio politico lasciando parlare la progettualità delle Madri, evidenziando in che modo la loro rappresentazione del possibile e del desiderio ha fatto germogliare semi di libertà nel cuore della necessità più cruda.
I frammenti intimi che vengono così recuperati, le riflessioni che le Madri riescono a porre con capacità e profondità, sono resoconti dal basso, descrizioni dall’interno di esperienze concrete, analisi estranee al sistema interpretativo dominante: così il quadro storico si arricchisce, si illumina di una prospettiva inedita, che altro non è se non il rovesciamento e il tramonto del paradigma vittimistico. In questo modo, percorsi che potrebbero essere interpretati come inessenziali, esperienze relegate ai “margini”, spesso anche da chi ne è protagonista, paradossalmente diventano il centro della Storia, il punto prospettico da cui leggere il presente e trarre la forza per una lotta sempre rinnovata.
Il livello più manifesto della polifonia che anima il libro è però la coralità della voce delle Madri, un prodursi di voci singole e pur tendenti a costituire un’espressione collettiva, armoniosa e multiforme. Le loro parole ci rivelano una crescita interiore, una modificazione rivoluzionaria, resa possibile dalla radicalità della loro mossa politica: un’estrema contestazione dell’abuso dei militari e una tenace difesa dei valori che avevano imparato a riconoscere nella propria interiorità, dopo averli osservati nei figli. “Non ero abituata a essere autonoma, ma ci sono situazioni in cui di colpo apprendi tutto quello che il dolore ti costringe a imparare, e allora scompaiono la paura, l’inesperienza e la timidezza” . Ecco che, proprio nella situazione di grande sofferenza rappresentata dalla scomparsa dei figli, e nella fortissima contraddizione sociale imposta dal regime, si è sviluppata una coscienza che ha permesso alle Madri di mutare quella condizione avversa, pur attraversandola pienamente. Proprio questa capacità di trasformarsi ha consentito loro di affrontare in modo attivo una contraddizione a un tempo individuale e collettiva: “non gli avremmo mostrato che ci stavano facendo soffrire; gli avremmo mostrato, invece, che eravamo disposte a lottare contro tutto e contro tutti. […] all’inizio andavamo in piazza per una necessità personale, ma poco a poco abbiamo capito che la lotta individuale non aveva senso, e che lottare solo per il proprio figlio non faceva crescere niente. Diventammo un gruppo di un’ottantina di madri. Parlavamo di quello che ci era successo durante la settimana, di quello che potevamo fare, se era riapparso qualcuno, e iniziammo a sentire che la piazza ci apparteneva. […] è stato in quel nostro camminare a braccetto, una accanto all’altra, parlandoci e conoscendoci, che abbiamo costruito il nostro pensiero” .
Il lavoro politico delle Madri non ha permesso solo una loro modificazione soggettiva, ma anche la creazione di una diffusa coscienza di lotta che è stata un trampolino di lancio verso la vita e una possibile trasformazione della società, la riappropriazione di una verità, seppur dolorosa. “Fu terribile renderci conto che tutto era così perverso, ma ciò che ci diede forza era che potevamo vederlo e provarlo, anche per le altre: perché le madri che non lo vedevano con i propri occhi, non lo potevano credere […] c’erano molte madri che non vedevano, non credevano. Per questo è stato giusto uscire di casa, scoprire tante cose, rompersi la testa contro i muri, e alla fine trovare le prove per poter raccontare, per poter dire la verità, anche quando era così dolorosa” .
Le Madri hanno operato l’invenzione di pratiche politiche di lotta generatrici di libertà, capaci di rendersi evidenti, chiare, leggibili da chiunque, al di là di dichiarazioni e speculazioni. Sono pratiche che Daniela Padoan definisce di “spiazzamento”, perché nate da un’intenzionalità tendente a scostarsi dalla collocazione che l’ordine simbolico attribuisce a ciascun attore sociale: “il nostro non era coraggio, era decisione, chiarezza su quello che volevamo. Il coraggio è un’altra cosa. Per noi è essenziale agire, non solo pensare; siamo convinte di quello che facciamo e di quello che vogliamo, ed è questo a darci forza. […] Noi avevamo la nostra pazzia e i militari il loro ordine, che cercavano disperatamente di mantenere. A disarmarli, era proprio il nostro modo di scardinare quello che per loro era normale. […] Essere lì in piazza a dire al mondo e alla società argentina, così indaffarata a ignorare quello che succedeva, che non tutto era così normale come volevano farci credere” . Sono pratiche che coinvolgono appieno le Madri e immettono sulla scena pubblica la loro forza, l’originalità delle loro invenzioni. Pratiche costantemente vissute ed elaborate per far fronte di volta in volta alle differenti situazioni politiche e sociali; infatti, non solo nel momento della dittatura, ma anche nei periodi in cui era stata ripristinata la democrazia formale, le Madri si sono esposte al rischio della verità, per creare le condizioni di possibilità di un protagonismo sociale al di là della condizione di isolamento in cui il regime, con la forza, teneva gli individui, e al di là della condizione di ripiegamento su una quotidianità normalizzata e poco consapevole che la democrazia, con mezzi più ambigui, perseguiva. Perciò hanno rifiutato di accettare la dichiarazione di morte dei figli, che avrebbe messo la parola fine a un’esperienza di vita e libertà attraverso un grottesco risarcimento economico . Ed è per questo che negli ultimi anni le troviamo accanto alle lotte degli operai che occupano le fabbriche chiuse in seguito alla crisi del 2001, e, ancora, grazie alla loro sapienza nel comprendere e abitare il presente, vediamo il loro impegno nell’Università popolare delle Madri, essendo per loro centrale lo sviluppo della consapevolezza e dell’educazione.
Si tocca qui un punto che ci offre una riflessione sul presente, sul nostro esserci, sulle forme della politica. Il modo in cui le Madri abitano la loro vita e la politica, è quello della responsabilità assunta in prima persona, anche nel momento in cui sostengono altre lotte, altre pratiche. Le Madri sono accanto alle nuove forme di auto-organizzazione, alle inedite relazioni sociali nate in questi ultimi anni per arginare i disastri delle politiche neoliberiste perché ritengono necessario “creare un nuovo modo di fare politica, legato alla responsabilità che ti chiama in causa in prima persona”. Non si tratta di ripetere ciò che le Madri hanno fatto, ma di sapersi giocare ed essere in grado di inventare la propria vita e la politica in uno spazio sociale condiviso e partecipato. Questo le donne e gli uomini del movimento dei piqueteros lo sanno, ed è evidente in alcune loro testimonianze dirette.

Le pagine di questo libro distillano i fatti restituendoceli nel loro senso più puro; qui i movimenti, le idee, le emozioni, le conseguenze di un’ostinazione si mescolano, e arrivano al lettore carichi di una forza arcana e affascinante.
Daniela Padoan ci accompagna abilmente in un viaggio che, attraverso diverse fasi, ha portato le Madri a un ribaltamento (dal silenzio alla parola, dal privato alla scena pubblica, dall’annientamento del dolore a un protagonismo autentico). Un viaggio necessariamente destrutturante, che ci interroga sulla questione essenziale del senso che ha per noi la politica nella sua accezione più ampia, che comprende la vita di tutti e ciascuno.

Oriella Savoldi, della Segreteria Flai Cgil Lombardia

E’ viva in me l’indignazione per l’iscrizione nella legislazione italiana e precisamente nella L.40, legge sulla procreazione assistita, della soggettività giuridica dell’embrione: prioritaria rispetto alla stessa soggettività giuridica riconosciuta a una donna, fortemente alimentata in questi tempi nel dibattito politico e nella campagna di colpevolizzazione dell’aborto, che, a partire dal potere ecclesiastico, dai livelli istituzionali e dai mass-media, mette le donne sul banco degli imputati.

 

Se è vero che il Parlamento italiano è pesantemente segnato dall’esperienza maschile, per via delle presenze, ma anche del pensiero prevalente, la Legge è traduzione diretta di questa esperienza del mondo e, per questo, svelatrice della idea maschile in fatto di rapporti fra uomini e donne.

 

Le donne vengono ridotte a soggetto minore, non sovrano, al massimo oggetto di cura, di assistenza, di sostegno da parte dello Stato o della Chiesa, a condizione che si facciano puro contenitore e veicolo di una nuova vita, ad ogni costo.

 

Che dire di diverso della nuova indagine sull’applicazione della 194 – da sempre sotto osservazione -, o dell’assegno di sostegno alla gravidanza a lavoratrici precarie, la cui condizione di precarietà di vita sembra non preoccupare, se non per via di una idea di maternità troppo legata alla condizione economica?
Chi come me opera nel sindacato, sa bene delle battaglie fin qui sostenute per garantire accesso e sostegno economico alla “maternità” di lavoratrici, tutte, contro posizioni, tutt’ora vive, di quanti, troppi, le vorrebbero fuori dal lavoro per via del loro essere madri potenziali e/o reali e sa bene delle differenze nei trattamenti che restano ingiuste.
Queste battaglie non hanno la pretesa di intervenire sulle scelte delle lavoratrici né, di ridurre la loro libertà nella scelta di farsi attraverso il proprio corpo portatrici di un’altra vita, a questione di condizioni economiche.
Queste condizioni sono importanti, ma interrogano la odierna situazione del lavoro, più che mai diventata fonte di incertezza e di sofferenza, soprattutto per le giovani generazioni di donne e uomini.

 

Del resto la stessa posizione espressa dal Cardinale Ruini al Forum del Progetto Culturale della CEI, il 2 dicembre, conferma la gravità di quanto ho espresso in premessa.
La Legge 40, dice il Cardinale, ha segnato uno “spartiacque importante, visto che ha rappresentato un forte motivo di impegno e di unità fra cattolici italiani” e, soprattutto, continua: “di incontro e convergenza con significativi rappresentanti della cultura laica.”
Cattolici e laici, dunque, uomini soprattutto e ahimè, donne che tollerano un confronto riduttivo dell’umanità femminile -per me fonte di indignazione e sofferenza-, e ne alimentano la posizione di miseria.
Posizioni incredibili, che riducono la maternità alla gestazione, riproponendo un’idea fascista della donna.
Fingono sollecitudine verso le donne, stanziano un miliardo di € per i bebè, contemporaneamente ne tagliano sei, di miliardi di €, su sanità, Comuni, politiche sociali e da anni tolgono risorse all’integrazione scolastica per gli alunni e le alunne in difficoltà.
Una maternità libera e serena ha bisogno di garanzie dallo Stato Sociale, nei suoi pilastri fondamentali: sanità, assistenza, istruzione, previdenza e disoccupazione.
Invece protervia ed ipocrisia sorreggono un attacco che potrebbe consentire di far attecchire, anche in Italia, movimenti e posizioni oltranziste antiaboriste di stile statunitense, violente ed estremistiche.
Questo confronto imposto resta molto distante dalla vita e dalla coscienza reale delle donne, dalle lavoratrici, così come il dibattito parlamentare sulle “quote rosa”; tuttavia queste posizioni non vanno sottovalutate.
Vanno, invece, contrastate e sconfitte, nella consapevolezza che le parole, il dettato della legislazione non sono privi di conseguenza sulla vita concreta e sulla formazione di nuovo pensiero.
Per questo prendo la parola, per questo ho partecipato alla assemblea promossa a Milano il 29 novembre scorso e sostengo l’iniziativa della Manifestazione Nazionale prevista nel prossimo gennaio: in gioco è la libertà femminile e con essa la qualità dei rapporti fra uomini e donne, della loro convivenza e quella del mondo che condividiamo.
Se questa è la posta in gioco, fuori dall’uso strumentale di una battaglia necessaria, un attacco e una riduzione delle donne così gravi, non riguarda uomini e donne? O sarà lasciata, ancora una volta, sulle spalle delle sole donne?
Un conto è riconoscere loro che in questo campo ne sanno più degli uomini, riconoscere la loro autorità, ma un altro è esonerarsi dalla lotta politica.

Alessio Scolfaro

E’ sabato mattina e Verona ha ancora sonno. Il tempo è soleggiato, poche macchine e qualche turista. Incontro Marco in un bar del centro. L’aroma del caffè. Piattini e tazzine cozzano tra di loro emettendo il tipico tintinnio. Il locale è semivuoto, troviamo facilmente un tavolino in una saletta laterale. Qualche avventore. Il cliente abituale, una risata. Due caffè e un succo all’ananas. C’è poco tempo, qualche convenevole… inizia l’intervista.

 

Come vedi il lavoro atipico? Come vedi l’odierno mondo del lavoro e come lo descriveresti?
Per quanto riguarda la riflessione sull’atipicità e sull’esperienza che i giovani hanno con il mondo del lavoro ci sono molte cose da sottolineare. La prima, è che l’aumento progressivo della scolarizzazione ha fatto sì che la maggior parte dei giovani si confronti con lunghe esperienze scolastiche. Oramai è elevata la percentuale delle persone che completano non solo gli studi obbligatori ma anche quelli superiori, universitari e spesso conseguono anche livelli successivi attraverso master e/o dottorati. Queste sono persone che hanno un’alta formazione ma che, nonostante questo, si trovano paradossalmente in difficoltà con un mondo del lavoro che in questi decenni si è andato trasformando. L’orizzonte è sempre più indefinito e precario. E’ aumentato il periodo che i giovani impegnano per trovare una qualche forma di impiego minimamente stabile, e non sto quindi parlando necessariamente di assunzioni a tempo indeterminato che taluni forse non conosceranno mai. Questi sono due primi dati: quello di una ricerca faticosa e quella di una forte divaricazione tra l’elevata preparazione e la possibilità di trovare un lavoro coerente, o in qualche modo corrispondente, al tipo di formazione. La seconda cosa da notare è che il lavoro che veniva detto atipico, perché all’inizio era un’eccezione ed in qualche modo si presentava differente rispetto allo standard tradizionale del lavoro dipendente a tempo indeterminato, sta diventando per le nuove generazioni sempre di più la normalità. Ne esistono molteplici: come le collaborazioni a progetto, i lavori interinali, forme precarie di part-time e poi c’è tutto il popolo delle partite Iva, che ufficialmente sono lavoratori autonomi, ma spesso sono precari a loro volta e costretti alla partita Iva per necessità e non per scelta. Tutto questo vale, naturalmente, soprattutto per chi ha fatto percorsi umanistici o generici, e che quindi non ha seguito percorsi estremamente specialistici o più orientati al mercato. Esistono ancora, infatti, alcune competenze, alcuni percorsi formativi e professionali, in cui il rapporto con il mondo del lavoro è più facile.

 

In base a questi due elementi, come vedi il rapporto tra società e mondo del lavoro giovanile?
Per me il primo elemento di riflessione è questo: come si può pensare a una società che investe così tante risorse sulla formazione e sull’apprendimento, in maniera così marcatamente distinta da quello che poi è l’impiego effettivo nella società nel mercato del lavoro? Questo tipo di situazione può essere letta da due punti di vista diversi. Il primo, è quello di chi dice che i giovani devono semplicemente ri-orientare la propria formazione, la propria preparazione in funzione della richiesta del mondo del lavoro e che devono in qualche modo conformarsi a quella richiesta del mercato del lavoro. L’altro, invece, è quello di chi come me crede che si debba in qualche modo riconoscere che la preparazione e la formazione non possono essere semplici variabili dipendenti, ma vanno considerate risorse importanti da mettere a frutto. Ci sono generazioni di giovani che ha investito tante energie e risorse su un certo tipo di competenze e di preparazione seguendo passioni e interessi e quindi credo si debba inventare una politica del lavoro che in qualche modo tenti di andare incontro a questo tipo di realtà riconoscendo le competenze che ci sono. Per me, quindi, la prima questione è se le competenze che sono maturate in questi anni possono essere riconosciute oppure se sono ritenute inutili dalla società in cui viviamo. Il secondo elemento è rappresentato da una caratteristica che sta definendo il mercato del lavoro per i giovani. Per come posso interpretare io questo mondo, la situazione attuale non è quella di disoccupazione classica bensì quella paradossale di una sovraoccupazione. Non essendoci la sicurezza di un lavoro a tempo indeterminato, o comunque sicuro dal punto di vista temporale e del riconoscimento economico, ci si adatta ad assumere una molteplicità di lavori di diverso genere, spesso caratterizzati da forme contrattuali diverse fino a mettere insieme una retribuzione sufficiente ad andare avanti. La stessa persona la mattina fa un qualche lavoro part time che magari non ama tanto e, nel pomeriggio, ne fa uno che magari è meno retribuito ma che va più in contro alle sue passioni. Oppure, vi sono soggetti che fanno contemporaneamente un’insieme di lavori e mansioni che vagamente hanno a che fare con le loro competenze e capacità, passando da uno all’altro in base ai momenti e alle opportunità. Credo che sarebbe importante da questo punto di vista analizzare quali cambiamenti questo comporta nella nostra psicologia, nelle nostre relazioni e nella nostra antropologia. La compresenza di molti lavori, che però non hanno un riconoscimento economico sufficiente e che quindi impegnano un sovrappiù di impegni, spesso determina una colonizzazione anche dei tempi di vita, dei pasti, della sera, della domenica che nel lavoro tradizionale venivano tutto sommato salvaguardati. Oggi c’è una compenetrazione più forte tra gli spazi della vita privata e quelli del lavoro, con aspetti a volte molto negativi e a volte interessanti. Quelli negativi sono evidenti perché vi è una forma di parassitaggio dei tempi personali e dei tempi relazionali, che vengono sussunti nei tempi di produzione. Al contempo, però, è anche vero che questo risponde alla necessità di molti giovani di tenere più legate dimensioni personali, soggettive, emotive e relazionali con le attività che si fanno. Quindi, c’è anche una contaminazione inversa del proprio mondo soggettivo, sociale e relazionale che in qualche modo viene portato nello spazio di lavoro. Per me questo è un fatto prezioso. Credo che non riuscirei a sopportare una forte schizofrenia tra vita e lavoro. In questo stato di cose io vedo una vicinanza o, comunque, un’approssimazione dell’esperienza delle nuove generazioni a quella che è stata l’esperienza del lavoro delle donne negli scorsi decenni. Questa vicinanza possiamo rintracciarla in due elementi. Innanzitutto il già descritto maggiore intreccio tra tempo di vita e tempo di lavoro, tra tempi di produzione e tempi di riproduzione, tra modo affettivo-relazionale e mondo sociale-lavorativo che un tempo caratterizzava l’esperienza lavorativa femminile oggi riguarda sempre di più anche i giovani. Un’ulteriore dimensione che lega l’esperienza del lavoro delle donne all’esperienza del mondo delle nuove generazioni è quella legata al riconoscimento del tipo di lavoro. Una parte sempre più rilevante del mondo giovanile, sia per la trasformazioni del mondo del lavoro, sia per le trasformazioni nel modo di viverlo, si sta indirizzando verso forme di lavoro che non sono legate alla produzione materiale in senso stretto, ma che riguardano il lavoro immateriale, relazionale, sociale, culturale, di cura, di assistenza, di impegno sociale, di legame sociale… insomma lavori che vanno a inserirsi nelle attività delle imprese sociali-culturali, nel terzo settore, nelle cooperative, nelle associazioni. Il mondo lavoro dei giovani mi sembra si stia orientando sempre di più verso dimensioni sociali, relazionali, comunicative. Anche questo mi sembra in qualche modo un avvicinamento di una parte almeno dei giovani lavoratori all’esperienza delle donne. Questo, per me, richiama anche alcuni elementi sociali ed economici importanti. Proprio perché vedo nei giovani una sovraoccupazione e un basso riconoscimento economico, ho l’impressione che uno dei problemi sia il riconoscimento delle forme di lavoro che già ci sono, piuttosto che non quella dell’invenzione di nuovi posti lavoro. Secondo me questa difficoltà a riconoscere il lavoro che c’è deriva anche da una cultura, da un’organizzazione sociale e materiale che è orientata verso un’organizzazione del lavoro centrata sulla dimensione della produzione. C’è una minor attenzione verso le forme di lavoro che hanno un approccio più orientato alla riproduzione, alla conservazione delle condizioni di vivibilità, più legato alla cura delle dimensioni sociali e relazionali. Anche questo, secondo me, è un possibile punto di dialogo, di intreccio, di convergenza tra l’esperienza e la riflessione critica delle donne e la condizione attuale delle giovani generazioni.
Compenetrazione tra vita e lavoro: questo mi ricorda il ribaltamento che si è verificato a inizio secolo, quando si è separato il lavoro dalla famiglia. Sembra quasi che si stia tornando indietro su questa cosa. Come si può conciliare questo tornare alle origini del modo di lavorare: si deve ripensare anche al modello di famiglia, oppure bisogna semplicemente riconoscere la possibilità che si ritorni a fare famiglia in senso lavorativo.
Io vedo un rischio: un tempo questa indistinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro era un’indistinzione a vantaggio della società, nel senso che era il lavoro ad essere una dimensione delle forme sociali. Per dirla con Karl Polanyi l’economia era immersa, incorporata nelle dimensioni sociali più ampie e, quindi, in gran parte seguiva i limiti o le priorità che in qualche modo venivano dalla società. Oggi mi pare che la tendenza sia contraria, ovvero sono la società e le sue forme di organizzazione relazionali e di lavoro ad essere spinte a conformarsi alle necessità, agli imperativi, del mercato. Questa indistinzione sembra andare più a vantaggio delle logiche economiche che non a vantaggio delle logiche sociali. Siamo di fronte a un confine molto sottile e problematico: questa nuova trasformazione non è solo un tornare indietro, è un qualcosa di diverso, di inedito. Dal punto di vista politico, a mio parere, dobbiamo lavorare non per conservare o riaffermare una separazione netta tra vita e lavoro, che è una cosa che io personalmente non mi auguro affatto, ma si deve invece lavorare per una compenetrazione positiva, ricca in termini umani e sociali e non economici e utilitari. Si deve lavorare cioè alla creazione di immaginario sociale che ribadisca la priorità dei valori sociali-relazionali su quelli puramente economici della crescita, dello sviluppo della produzione. Su questi orizzonti mi sta bene anche re-intrecciare in maniera creativa questo incontro tra tempi e spazi di vita e tempi e spazi di lavoro.

 

Per quel che riguarda la dimensione dell’organizzazione personale, relazionale, familiare: che cosa cambia in termini di psicologia e di vissuto?
Ci sono alcuni elementi molto pratici. Il fatto che molte di queste forme di lavoro rendono più difficile qualsiasi forma di organizzazione, di progettazione di sé, delle proprie relazioni e di un’ipotesi di famiglia e, comunque, di investimento sociale-relazionale. Questo sia in termini materiali che psicologici, perché è più difficile fare mutui per qualsiasi cosa, è più difficile trovar casa, uscire dalla propria famiglia, è più difficile fare dei figli. Credo che questo abbia anche più complessivamente un riflesso sul grado di serenità o di disagio delle persone. La serenità o il disagio, nel momento in cui i giovani si confrontano con queste trasformazioni e queste sfide, dipendono anche dal fatto se i giovani si sentono riconosciuti o non riconosciuti dalla società in cui vivono. C’è una questione profonda che al di là dei problemi pratici riguarda il desiderio di riconoscimento. Per quanto riguarda gli uomini, in particolare, in passato, l’integrazione lavorativa, e quindi l’identità professionale, era uno dei pilastri delle forme di individuazione e d’integrazione sociale. Oggi questa cosa è meno chiara e definita, e questo si traduce in una maggiore insicurezza sia con se stessi, sia nelle nostre relazioni. Questo determina una maggior difficoltà sia a riconoscersi come integrati in un ambiente sociale, sia a costruire una propria forma di identità. In passato, con una professione si ereditava un’identità personale: si era insegnante, medico, avvocato… Oggi, in qualche modo, l’identità professionale è qualcosa che si costruisce negli anni attraverso una serie di esperienze e per sedimentazione, per intreccio, per connessione di più esperienze lavorative e sociali. Questo vuol dire che c’è un lavoro di ricostruzione della propria identità lavorativa più complesso, più faticoso. Non si riceve semplicemente in eredità: va costruita giorno per giorno. Per un verso, ovviamente, si apre una maggiore soggettività, una maggiore ricerca professionale ma compare anche un grosso ambito di frustrazioni, di impotenza, di paure di inadeguatezza, di paura di non farcela. Questo espone i giovani a forme di incertezza e di crisi personale più forti.

 

E rispetto alle aspirazioni e ai desideri… questo come si traduce?
Rispetto alle aspirazioni e ai desideri si apre un dibattito molto delicato… In termini generali in questo momento la discussione pubblica è molto legata a come proteggere e garantire le forme di lavoro o a che tipo di risposta offrire ai giovani. C’è un approccio che mira a salvaguardare le forme tradizionali di lavoro e quindi a difendere l’idea dell’impiego a tempo indeterminato e l’identità di una professione stabile che si costruisce in un vincolo reciproco per una parte significativa della vita. Poi c’è la posizione opposta che è quella di chi vuole seguire completamente le richieste del mercato del lavoro che spinge verso un lavoro più precario, più flessibile; il che significa diminuire i diritti, la protezione sociale, sganciare il lavoro dalle forme di riconoscimento sociale, dalla previdenza per ridurre il costo del lavoro e per aumentare i profitti. Tra questi due estremi io mi chiedo se non valga la pena indagare la possibilità di orizzonti diversi di significato, di desideri, di aspirazioni. Questo, secondo me, è possibile farlo solo se si approfondisce la dimensione esistenziale e narrativa del vissuto dei giovani lavoratori, cioè se ci si distacca almeno un poco dalle prospettive ideologiche, siano esse di stampo neo-liberista o lavorista, e si prova – almeno per un certo periodo – a mettersi in una prospettiva di narrazione e condivisione, di ascolto del vissuto, delle vicende e dei desideri dei giovani. Dal mio punto di vista, la cosa più importante da fare adesso è quella di creare spazi di condivisione delle proprie esperienze perché molte delle difficoltà, dei problemi, delle esperienze che i giovani attraversano oggi vengono vissute in maniera del tutto individuale, spesso con vergogna per le difficoltà che si incontrano nel sostentarsi economicamente, nel fare scelte personali, nelle difficoltà di uscire di casa e metter su famiglia, nell’aiuto che si richiede alle proprie famiglie d’origine. Molte volte c’è una resistenza da parte dei giovani nel condividere questo tipo di esperienze. Una resistenza, secondo me, legata al fatto che non si percepisce che le difficoltà soggettive sono il riflesso di una difficoltà generazionale, di contraddizioni sociali più generali, Ovvero si vive in termini di inadeguatezza personale quello che, invece, è problema politico, sociale, culturale che, in quanto tale, va condiviso, socializzato e affrontato assieme. L’opportunità che i giovani possono avere oggi è quella di raccontare le proprie esperienze personali e di farle diventare materie di cultura sociale e politica. Questo non significa mettere in mostra il proprio vissuto soggettivo per una questione di narcisismo ma, al contrario, tentare di tracciare dei ponti tra la propria esperienza soggettiva e l’esperienza e la rielaborazione sociale collettiva. Questo momento della narrazione, per me, ha già un valore politico perché serve a costruire dei linguaggi, delle parole, degli immaginari, a dar forma a desideri e aspirazioni, e questo può essere fatto solo all’interno di uno scambio sociale. Se non c’è questa attività temo che qualsiasi scelta politica, economica che si avanzi su questi temi non possa che costituire una forma di riduzionismo, di limitazione delle possibilità che si aprono in questo momento. Lo dico anche perché credo che una delle difficoltà che scontano i giovani di oggi è quella del legame tra la propria situazione soggettiva-generazionale e quella dell’impegno politico, dell’incisività politica. Veniamo da generazioni che hanno preso le distanze dalla politica ufficiale, dalla politica dei partiti, dalla politica istituzionale, non per un disinteresse complessivo – basta vedere contemporaneamente l’impegno sociale o nei movimenti – ma per una difficoltà di trovare forme di partecipazione politica che tengano insieme l’esperienza soggettiva con l’impegno pubblico per il cambiamento. Credo che dobbiamo trovare un percorso di uscita da questo disagio verso la politica che corrisponda anche al racconto della nostra esperienza. Ho molti dubbi che questo tipo di problematiche possa essere risolto dall’attuale classe politica, ovvero da una generazione di uomini, che non ha sperimentato questo tipo di condizioni, che proviene da tutt’altra esperienza umana e materiale. Non hanno vissuto e quindi non hanno conosciuto questa condizione di incertezza radicale, non ne hanno attraversato le contraddizioni, le difficoltà, e quindi non possono comprendere veramente i desideri e le aspirazioni che nascono e si riproducono in questo tipo di esperienze. Non possiamo affidarci, delegare il nostro futuro e le nostre aspirazioni a una classe politica, o a soggetti politici che non hanno vissuto la nostra esperienza. Dobbiamo imparare a nominare e dar forma da noi stessi alle nostre aspirazioni più profonde. Da questo punto di vista si tratta anche di riflettere sul rapporto tra esperienza lavorativa e forme di integrazione sociale e politica. Stiamo attraversando una fase di transizione e credo che le nuove generazioni stiano tentando anche se confusamente di reinventare forme di impegno civile e politico diverse da quella tradizionali o istituzionali. Forme che permettano di offrire al proprio percorso personale e, più in generale, generazionale, una ricaduta politica, un’incisività politica. A partire dalla mia esperienza mi interessa riflettere sul rapporto tra trasformazioni del lavoro e trasformazioni delle forme di partecipazione politica. I mutamenti nell’esperienza lavorativa non sono effimeri o superficiali stanno accompagnandosi a trasformazioni antropologiche e psicologiche importanti. Tra coloro che vivono queste nuove forme di lavoro atipico, precario, plurale, molti le subiscono, alcuni li scelgono, ma per quasi tutti questo ha significato anche una trasformazione di valori, di forme di identificazione, di priorità. Credo che oggi ci sia una difficoltà generale dei giovani a riconoscersi nel modello lavorativo tradizionale di tipo fordista, sia nel senso di identificarsi in un lavoro che accompagna professionalmente per tutta la vita, sia nel senso di una forma di rapporto di lavoro che è quella del lavoro dipendente tradizionale salariato. Più in generale non credo che ci sia più una filosofia e una centralità del lavoro come per le generazioni precedenti, Tra i propri valori ed aspirazioni, le giovani generazioni non mettono più così al centro il lavoro. Esso non è più così centrale. Il suo significato si compone attraverso diversi frammenti con altre dimensioni – relazionali, espressive, sociali, affettive -e questa complessità, secondo me, va salvaguardata. In più nel vissuto lavorativo dei giovani ci sono nuove esperienze nel rapporto con lo spazio, con il tempo, nel rapporto con le relazioni uomo-donna che sono andate modificandosi in questi anni e che difficilmente potranno essere irrigimentate di nuovo nelle forme di lavoro tradizionale. Dal mio punto di vista, quindi, questa dimensione di narrazione e di maturazione é necessaria per esplorare e sperimentare forme di riconoscimento del lavoro, dei diritti del lavoro che raccontino gli elementi negativi e in qualche modo anche servili di questa forma di lavoro ma che raccontino anche gli elementi di esperienza umana, relazionale e sociale che queste forme di lavoro hanno portato con sé. Questa permetterebbe di puntare a modelli sociali che offrano garanzie rispetto al lavoro sia in termini temporali, sia in termini di diritti e di forme di riconoscimento, all’interno di uno spettro di possibilità e di forme di organizzazione del lavoro più complesse, più diversificate. In questo, credo, sarebbe molto interessante apprendere dall’esperienza delle donne e anche dal racconto che hanno fatto in questi anni sulla propria soggettività, sulle proprie esperienze lavorative, cercando di intrecciare quest’eredità con le esperienza delle giovani generazioni. Questo sarebbe, secondo me, un arricchimento molto importante per tutti e forse permetterebbe di individuare delle proposte politiche veramente nuove ed originali.
Marco Deriu é un sociologo che vive a Parma e si autodefinisce “un classico lavoratore atipico”. Ha partita IVA e svolge tutta una serie lavori a progetto. E’ consulente culturale di amministrazioni pubbliche e di enti privati a Parma, gestisce una collana editoriale per una casa editrice di Bologna, segue alcune classi di un’Università on-line per stranieri che studiano in italiano all’estero e infine ha qualche incarico di insegnamento in Istituti e Università italiane. Oltre a questo studia e scrive di questioni internazionali – conflitti e forme di solidarietà – di antiutilitarismo e decrescita e di differenza sessuale approfondendo in particolare le tematiche legate alla trasformazione del maschile e alle relazioni tra uomini-donne. Le sue pubblicazioni più recenti sono “La fragilità dei padri. Il disordine simbolico paterno e il rapporto con i figli adolescenti” (Unicopli, 2004) e “Dizionario critico delle nuove guerre” (Emi, 2005).