Amelia Sciascia
Desidero segnalare questo bel libro. Una bellissima scrittura. Un
racconto sorprendente. Il ritmo serrato e coinvolgente di un giallo. Chi avrebbe potuto supporre che un homo-philosophicus potesse scrivere pagine tanto belle sull’amore, la sensualità, l’androginìa, l’amicizia, la sorellanza! Ci sono notazioni sulla Fede e sui bizantinismi della gerarchia cattolica che mi hanno ricordato il migliore Sciascia de “Dalle parti degli infedeli”, ma con una scrittura più lieve, che si beve d’un sorso pur lasciandone assaporare a lungo il gusto.
Luciano Sartirana
Ho letto (tutto d’un fiato, va che è un piacere) PENSANDO MARGHERA, di Antonella Saccarola, ed. Alcione, 10 euro.
E’ un testo composto da 14 interviste a persone che, con le loro esistenze e il loro essere attivi nella zona fra Venezia, Mestre e Porto Marghera, costituiscono importanti punti di riferimento: operatori sociali e istituzionali, sindacalisti, sacerdoti, ambientalisti, intellettuali… operai ed ex-operai e abitanti…
Il contesto è quello di un polo industriale – il Petrolchimico di Marghera – creato dal nulla nel 1917 e che dal nulla ha generato una città e un tessuto sociale al suo servizio. Sfruttamento intensivo degli impianti, decine di migliaia di lavoratori, inquinamento “libero” dell’acqua e dell’aria, incidenti (l’ultimo il 28 novembre 2002, l’Italia non se n’è accorta ma si è rischiata una strage) e morti atroci da PVC… tangenti e silenzio… declino, dismissione industriale, nocività riconosciuta solo da poco tempo ma evidente da sempre… incertezza e dibattito sul futuro…
E, fin qui, questo libro potrebbe interessare chi è di quelle parti, chi ha seguito le lotte e i processi come sindacato o come associazione ambientale, chi guarda al di là della nostra politichetta per parlare di Kyoto… che già non sarebbe male.
Ma, da qui, arriva ciò che questo libro ha di più bello e stimolante: un suggerimento di metodo e di interpretazione (quindi: di azione) per capire la storia e la politica vera, dalla parte delle persone che vivono e lavorano in un luogo. Qualsiasi luogo, perché il modo di raccontare qui Marghera può essere utilizzato per raccontare qualsiasi altro posto.
In prima battuta, perché le persone non sono leggibili o classificabili solo in relazione a un problema, ma anche e soprattutto al modo di affrontarlo; ai punti di vista diversi di vivere una situazione (dai preti-operai degli anni ’70 al sindacalista “costruttivo” verso la produzione… fino alle donne, che come altrove sembrano assenti dal racconto ma esistono e sviluppano una presenza del tutto differente) fino al fatto che un tessuto sociale ha una dinamica capace di andare anche al di là di ciò che politica classica ed economia vedono e decidono per esso.
Che ci fa un attore e regista teatrale siciliano in un posto simile, per esempio? Che cosa può dire un docente tedesco di filosofia nostalgico di illuminismo (un vero illuminismo moderno) in un posto simile? Eppure sono saperi che girano, te li ritrovi nei discorsi della gente e nelle serate insieme a teatro, nei progetti di bilancio partecipato, nel molto verde attorno a ogni casa di Marghera (lo credereste? no grattacieli, orto per tutti… e fiori e pomodori ci sono), nelle molte associazioni culturali che vanta questo territorio, che parlino di Petrolchimico o di tutt’altro.
Insomma: Antonella Saccarola ci propone un modo di leggere la realtà vicino alla realtà, libero da opinioni pregresse o precostituite, eticamente teso alla necessità di un progetto collettivo che guardi alle differenze. A Marghera e in molti altri luoghi, specie quelli dove la politica appare solo urlo per portarsi a casa la vacca rimasta, o pretesto per chiudersi in una casa sempre più paurosa degli altri.
Antonella Saccarola è una giovane ricercatrice, insegnante alle scuole medie, drammaturga sociale (ha scritto TANGENZIALE, una pièce sulla tangenziale di Mestre; e INDIGENA, sulla memoria di un Veneto che cambia e fatica a ricordare).
Colori d’Africa, una giornata dedicata alla cultura africana, Società Umanitaria sabato 21 gennaio 2006
Marie Reine Toe
Introduzione
Sono nata nel 1974 ad Abidjan capitale della Costa d’Avorio, tuttavia sono cittadina burkinabè e risiedo in Italia dal 1991, figlia di un diplomatico, ho avuto la fortuna di viaggiare molto.
Dal 1994 al 1996 ho lavorato in emittenti locali abruzzesi ed ho partecipato ad alcune trasmissioni televisive nazionali..
Nel 1999, per seguire i corsi universitari, mi sono trasferita a Genova dove, inoltre, ho studiato recitazione e continuato esperienze in ambito cine-televisivo. Oggi sono laureanda in Scienze Politiche.
Tramite l’Università ho vinto nel 2003, un Master in “Videogiornalismo e Reportage Televisivo” a Milano.
In questo momento esercito le professioni di: Videomaker, Giornalista stampa e Attrice cinematografica.
Troverete altre informazioni sul mio sito Htpp://www.mariereinetoe.com
Ma basta parlare di me, oggi vorrei raccontarvi del mio paese d’origine.
Il Burkina Faso è uno stato dell’Africa occidentale incastonato tra gli stati del Mali, Niger, Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio. Già colonia francese con il nome di Alto Volta, è indipendente dal 1960. Nel 1984 ha assunto l’attuale denominazione “burkina faso” che significa “terra degli uomini integri”.
Si tratta di un paese abitato da un mosaico di popoli con usi, costumi, tradizioni e religioni differenti. Si contano più di 70 etnie raggruppabili in circa 20 gruppi etnici principali caratterizzati da personalità differenti (pensate che di base l’insieme della popolazione è animista, di cui il 20% è cattolico e l’ 80% musulmano! Ma l’identità religiosa non diventa identità culturale, per cui non ci sono guerre religiose)
Nonostante ciò, la parentela di linguaggio, di consuetudini e di memorie oltre che l’organizzazione sociale, i metodi di valorizzazione del territorio e l’habitat permettono di unire alcune etnie in gruppi più larghi. Basandoci dunque sulla coscienza che ogni etnia ha della propria origine storica e geografica, e quindi della propria contiguità con altre comunità, possiamo raggruppare l’insieme delle popolazioni del Burkina Faso (cioè le 20 etnie principali) in 4 grandi gruppi.
-Le popolazioni che hanno sempre abitato il territorio cioè gli autoctoni raggruppano: i Bobo, i Bwa, i Kurumba, i Gourounsi, i Pougouli, i Senoufo, i Turka, i Goin e i Lobi arrivati successivamente sulla riva destra del fiume Mouhoun.
-Le popolazioni Neo Sudanesi (provenienti dal Mali e dal Niger) che hanno dato vita in passato a potenti regni contano i Mossi, i Gourmantché, i Yarse e i Songhay
-Le popolazioni Mandé provenienti dalla alta valle del Niger raggruppano: i Marka, i Samo, e i Bisa
-Le popolazioni saheliane cioè nomadi in via di sedentarizazzione raggruppano i Peul, i Tuareg, i Dogon, e i Syenou (gli unici che sono ancora oggi di origine sconosciuta)
Ho voluto fare quest’introduzione per darvi un’idea di quanto sia eterogenea la popolazione Burkinabè.
Sapete bene che in molti paesi del mondo le differenze razziali hanno dato spesso luogo ad ostilità e lotte perciò vorrei parlarvi di un’usanza che fa parte della cultura e dell’antropologia del Burkina faso.
Si chiama Rakirè in lingua Mossi che significa Parentela scherzosa ed è una prassi o, meglio ancora, un gioco relazionale tra le etnie (-Samo – Bisa – Mossi – Gourounsi -Peul – Bobo -Lobi- Syenou).
Si traduce in uno scambio verbale che per il tono e le attitudini aggressive adottate può risultare incomprensibile a chi non fa parte della parentela scherzosa.
Per esempio
Supponiamo che un un Mossi incontri un Samo e arrivino contemporaneamente davanti al banco di una venditrice di miglio, dopo essersi scambiati i tradizionali saluti (cosa che dura diversi minuti), il mossi con aria giocosa comincia a dire che dovrebbe essere lui ad essere servito per primo… visto che fa parte dell’etnia più numerosa. A quel punto il Samo gli risponde, che se non fosse stato per merito dell’etnia samo, i Mossi vivrebbero ancora sugli alberi e cosi via, finché la venditrice divertita viene coinvolta nella baruffa. Di solito visto che i toni si fanno, man mano più alti, accorrono diverse persone che assistono compiaciuti a questa piccola rappresentazione ma non solo, essi partecipano facendo il tifo per l’una o l’atra etnia, cosi a volte, succede anche che il rakirè si estende a tutto il mercato. Ovviamente alla fine tutti vanno a bere in un’atmosfera festosa il Dolo, la tradizionale birra ottenuta dalla fermentazione del Miglio.
L’origine di questa pratica è spesso legata ad alcuni avvenimenti storici comuni, fatti aneddotici spesso rocamboleschi, che sono vivi nella memoria collettiva e… a volte, anche ricostruiti.
Ciò che caratterizza la modalità di scherzo nell’interazione è l’ affermazione della propria identità e della propria appartenenza etnica o tribale denigrando l’altra. Per un “non iniziato” assistere a queste scene può risultare inquietante: le due parti inveiscono l’una contro l’altra, alle volte con violenza lasciando credere che la semplice discussione sta per degenerare in un litigio, durante il quale si potrebbe anche arrivare alle mani. In effetti, succede tutto il contrario: grazie a questo gioco di ruolo ognuno sfoga la propria aggressività e diverte nello stesso tempo un pubblico che sa bene cosa aspettarsi.
In Conclusione:
Anche se si tratta di una fonte di distrazione o divertimento la “parentela scherzosa”, è anche e prima di tutto un regolatore sociale che permette di sdrammatizzare una situazione tesa o conflittuale e ha un ruolo fondamentale nella società burkinabè.
Le sue funzioni sociali studiate e messe in evidenza dai sociologi di tutto il mondo hanno portato le autorità a promuovere questa pratica che contribuisce alla stabilità e alla pace di una nazione multietnica come il Burkina Faso.
Infine, per Le ricchezze naturalistiche e la proverbiale ospitalità delle sue genti, v’invito a visitare e conoscere il Burkina Faso.
Giovanni Cesareo
“Lavorare stanca” scriveva Cesare Pavese. Di questi tempi, però, stanca, a quanto sembra, perfino discutere del lavoro, del cosiddetto “mercato del lavoro”, dei problemi presenti e futuri dei lavoratori. Tra l’altro, sembra che con le profonde trasformazioni intervenute negli anni più recenti e con la proclamata scomparsa della classe operaia (?), di lavoratori non meriti più parlare altro che genericamente. Hanno perfettamente ragione Christian Marazzi e Sergio Bologna (il manifesto del 13 gennaio, ndr) a dire che alle tematiche del lavoro attualmente non si danno l’attenzione, lo spazio, il rilievo che meriterebbero nemmeno dalla parte dell’Unione. Semmai ci si attiene alla più ovvia ritualità nei confronti tra centrosinistra e centrodestra. Da una parte ci si riferisce alla difficoltà di trovare lavoro, dall’altra si risponde che il numero dei lavoratori è aumentato. Da una parte si continua a sottolineare la precarietà, dall’altra si risponde che la maggioranza assoluta delle assunzioni è a tempo indeterminato (ma non si dice, ovviamente, dove, a quali condizioni, con quali effettive garanzie). Debbo dire che nemmeno il manifesto – che, pure, è un giornale che continua controcorrente a condurre inchieste e approfondimenti sul campo – si dedica sufficientemente a indagare e riflettere sui problemi del lavoro. Eppure, a tutt’oggi, il lavoro occupa un posto centrale nella vita di ciascuno e il rapporto col lavoro condiziona decisamente i comportamenti e i destini di milioni di persone anche nel nostro paese. Alcuni anni fa – forse molti lo ricorderanno – i giovani cominciarono a discutere della possibilità che il lavoro non fosse più, com’è stato per tutto il secolo scorso, la parte centrale della vita. E si cominciò anche a pensare che il lavoro potesse diventare un terreno di realizzazione di sé (lo rivendicava in particolare il movimento femminista) anziché un percorso obbligato sottoposto a pesante sfruttamento. Non si può certo dire che quelle aspirazioni, quelle rivendicazioni siano state soddisfatte dai profondi mutamenti intervenuti nell’economia e nella vita sociale. Non più tardi di domenica scorsa, molte delle giovani donne intervistate durante la manifestazione milanese in difesa del diritto di aborto ricordavano quanto oggi sia difficile mettere al mondo un figlio nel timore di perdere il lavoro per questo. E tanto basti.
Ora, non dovrebbero essere queste tematiche al primo posto nelle riflessioni e nei programmi dello schieramento di centrosinistra, come giustamente chiedono nella loro lettera Marazzi e Bologna? E non sarebbe, più che opportuno, necessario incalzare incessantemente in particolare la sinistra, estrema e non, su questo terreno? Se ci sono, come certo ci sono, condizioni generali, comportamenti personali e collettivi, prospettive differenti, decisamente differenti rispetto al passato, tanto più sarebbe il caso di indagare, approfondire, scegliere, confrontandosi con la realtà presente e con le ipotesi possibili di cambiamento radicale in favore dei lavoratori per le quali battersi nel concreto fin da subito. Altrimenti, non resta che la rassegnazione.
Abbiamo visto che nell’articolo di domenica 15 gennaio (“E adesso ascoltateci”), Manuela Cartosio ha ripreso lo striscione “Ruini, basta!” dicendo che era firmato dalla Libreria delle donne. In realtà la firma era www.libreriadelledonne.it, che non esaurisce le posizioni della Libreria delle donne di Milano.
In particolare, quella scritta è una citazione dal nostro sito, sul quale si possono trovare – con un’ampia articolazione – alcune delle posizioni emerse in libreria e altrove.
Un saluto dalla redazione del sito.
www.libreriadelledonne.it
Pino Ferraro
Nives è il nome di una donna. Sulla sua traccia si svolgono le pagine dell’ultimo libro di Erri De Luca. Sulla traccia di Nives, (Mondadori, pp. 120, euro 14,00), intenso, come sempre. Tagliente, come il vento in altura. E’ prepotente, «il vento in alta quota è il padrone del tempo». Ti zittisce e chiude. Come le nevi, di cui Nives è nome. L’origine latina sottintende ad nives. Madonna delle Nevi. Una via di Napoli si chiama così, stretta e tortuosa, va dal mare a salire. L’origine del nome importa poco al libro che fa cordata con altre parole, di etimo vissuto, di un tempo rimasto indietro senza poter passare. E non passa, se non lo si libera, perché del tempo non ci si libera. Aspetta sempre che la storia gli dia la sua verità. Invece è ancora chiuso in carcere. Quello in cui sono detenuti ancora gli anni del nostro dopoguerra. E del sogno ad occhi aperti di tante strade e volti. C’era la vita che volevamo. E un paradosso, quanto più si va in alto sulla terra più diventa freddo e più si è soli. Ci si separa. Si parla ad una voce sola o, forse, si ascolta una voce che ti fa ripensare. Qui è la voce di Nives la voce interiore. In un passaggio Erri confessa, non ha mai avuto il panico della metafora bianca davanti alla pagina da scrivere, perché già scritta, il suo è un trascrivere, un lavoro antico fatto ancora a mano. Una foto, nel libro, lo ritrae mentre trascrive note sotto il Dhaulagiri. Un dialogo di due voci o piuttosto un monologo di una voce che trova nell’altra il suo appoggio, la traccia del proprio voler dire. Nives Meroi è tra le pochissime donne al mondo che hanno conosciuto quote di esistenza superiori a cinquemila. I metri non c’entrano. C’entra l’esistenza. C’entra la relazione d’amore a quelle quote. Le voci di lontano. Seguire, perdersi, urlarsi e tacere a quelle quote. E intendersi. Insieme al suo compagno, Romano, che nel libro si vede di lontano, mentre arrampica.
E poi i miracoli. «Sono frequenti, ordinari. Reggono continuamente la vita e quando quella smette è perché ha smesso di spedire una carica pilota che faccia da guida al miracolo. Si muore quando non si chiede più. Il verbo della vita è chiedere, avere una domanda, lanciare il punto interrogativo verso l’alto, annuvolato o sgombro. Chiedere per forzare la solitudine, a bassa voce mandare lontano la richiesta, perché il soffio e non il grido va lontano. Chiedere perché non chiedere è la resa». Chiedere non è volere. Nemmeno è fare domande. E «se proprio è necessario far risalire i miracoli alla divinità, allora è una che non può evitare il maremoto nell’Oceano Indiano, ma può accorrere sul posto per strappare un rimasuglio di vite, inventare eccezioni. Sono giochi di prestigio di un artista da circo che fa spalancare la bocca ai bambini. Sono loro gli intenditori dei miracoli, quelli che li vedono apparire più spesso. Per scorgerli conta essere disposti a meravigliarsi».
Il miracolo è l’eccezione. Non quella che conferma la regola. Quella che la sconvolge e supera. Il miracolo è sempre eccezionale. Napoli è un luogo d’eccezione. Non è strano che compaia in questo giro di pensieri del libro. Un luogo d’eccezione, qualche volta eccezionale. Qui sulle nevi, in compagnia di Nives, chi parla torna con la mente a Ischia, all’adolescenza, alla casa paterna e al distacco da quella casa. Alle scelte giunte fino alla decisione resa abitudine di strappare al mattino un’ora non concessa come apertura di giornata e leggere. In ebraico. In cima. In solitudine. Per sentirsi poi parlare dentro. E mischiare le voci del testo e della casa, quelle delle strade e dei fogli. «Sono uno che scrive, perciò sto in disparte». Ci sono libri che si leggono e si commentano. Si criticano, prendendo posizioni, lamentando mancanze e plaudendo a conferme. Ci sono poi libri che si ascoltano. Si può ascoltare quando non c’è vento. «E questa notte è fortunata, non c’è vento», dice la voce di Nives. Un libro che non si può ascoltare se c’è vento. Ma che solleva vento. Lo avverti e fai fatica a tenerti lontano. C’è rumore di richiesta. Si alza spesso il vento. Cala di colpo quando arrivano struggenti i momenti in cui si legge del padre e di Napoli. Degli alpini e delle manifestazioni. Delle carceri in cui si sta chiusi, in cui restano chiusi. Gli anni settanta, (chissà perché si continua a chiamarli di piombo), gli ottanta, il processo “Calabresi”, le aule di tribunale e la storia insabbiata ancora nell’invenzione della cronaca. Le carceri. «Vengo alle montagne e assaggio un freddo differente, che si scioglie a valle, alla fine del viaggio. Vengo da un maltempo non scaduto. Qui salgo le arie aperte per potermi separare dall’aria dei rinchiusi, la loro ora di cammino nei cortili budello con le graticole sopra la testa. Le più lunghe prigioni per motivi politici di tutta la storia d’Italia, questo è il record della mia generazione. Non vengo sulla traccia per dimenticare. Un prigioniero mi ha scritto: respira anche per me. Non lo so fare, non ho polmoni sgombri». Nives: «No, così non puoi salire». Bisogna lasciare dietro ciò che pesa e frena, quando davanti a te c’è qualcosa, vuole tutto. Qui si alza e tira forte il vento. Non si può non alzare al rumore del presente che si vive, a non volere il peso del passato.
L’amnistia del tempo passato. Non per la remissione o per l’oblio, ma per andare avanti. Per liberare il tempo, non per liberarsene. Per liberare. Smetto di ascoltare, leggo. Un corrente fredda porta l’amnistia. Un’altra più pressante porta a ripensare alla prigione. Al carcere. Li distinguo. Forse non sono la stessa cosa. Riduzione della pena? perdono? Risarcimento? o non piuttosto restituzione. Di persone. Di vita. Non più carceri, ma altro. Non vado oltre per non uscire troppo dalla traccia di Nives. Per quanto la “restituzione” la ritrovo come nascita di vita nella pagina che mi strapperebbe ancora dall’ascolto. Allora faccio smettere il vento. «Durante gli anni rivoluzionari erano rare le nascite tra le nostre file. Quando ne capitava una mi stupivo: che avvenire darà un rivoluzionario al figlio? Poi ho visto compagne partorire in prigione, crescere bimbi là dentro. Poi doverli salutare, affidati all’esterno. Per quanto fosse penoso, altra pena aggiunta, quella era vita nuova, indipendente, che proseguiva fuori. I rivoluzionari devono fare figli, molti, devono seminare di là dai recintiin cui finiranno sepolti».
da il manifesto – Una risposta al gioco al rimpiattino che, da mesi, il leader dell’Unione Romano Prodi e il segreteraio della Margherita Francesco Rutelli hanno ingaggiato con le alte gerarchie vaticane arriva, ieri, da una più che tempestiva indagine dell’Eurispes. Che a sorpresa rivela: il 68,7% dei cattolici italiani è a favore dei Pacs, il 65,6% difende la legge sul divorzio, del 77,8% è la percentuale di coloro che si dichiarano contrari al divieto dell’eucarestia per i divorziati mentre arrivano addirittura all’83,2% quanti si dicono favorevoli all’interruzione di gravidanza se la madre è in pericolo. Scende è vero la percentuale – rispettivamente del 72,9% e del 61,9% – per i feti affetti da gravi anomolie o per gravidanze provocate da violenza sessuale. E ancora più cala quando a essere motivo di interruzione di gravidanza sono le condizioni economiche della madre (26,4%) o la volontà di non avere figli (21,9%).
Come che sia è un popolo disobbediente, quello cattolico, che poco sembra voler abbracciare la linea della Santa sede e dei partiti centristi che le si stringono attorno certi di poter pescare dentro un bacino di voti sicuri.
L’indagine Eurispes – contenuta nel Rapporto Italia 2006 e condotto su un campione rappresentativo della popolazione italiana di 1.1070 intervistati tra il 22 dicembre 2005 e il 5 gennaio del 2006 – parla un’altra lingua. E lo fa all’indomani delle due grandi manifestazioni di Roma e Milano – quella a favore dei Pacs e quella in difesa della 194 e della libertà femminile – spacciate per offensive laiche e laiciste dall’intero mondo cattolico istituzionale.
«La realtà – spiega il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – è che in Italia, tra la Chiesa cattolica e i suoi fedeli, c’è la stessa discontinuità che esiste, politicamente parlando, tra paese ufficila e paese reale». Come dire, insomma, che le gerarchie ecclesiastiche «non corrispondono – nell’eleborazione dell’indirizzo religioso – alle difficoltà e alle esigenze dei fedeli cattolici».
[…]
Gianni Clerici
Per solito occupate dall´eliminazione di celebri tenniste quali Venus Williams, o dalla cattiva forma dell´eroe nazionale, Hewitt, le prime pagine dei quotidiani australiani aprivano ieri con la notizia delle dimissioni di Geoff Gallop. Era, Gallop, il premier dell´Australia occidentale, uno dei sei Stati di questo Paese vasto quanto l´Europa. Era al primo anno delle sua seconda legislatura, bene in sella quale rappresentante del Labor Party, stimatissimo per aver prevalso nella campagna ecologica contro lo sfruttamento dell´uranio, che nell´Australia occidentale si può scavare con una vanga. Non meno apprezzato per un´amministrazione che ha condotto il bilancio del suo Stato ad un attivo di oltre un miliardo di dollari.
Improvvisamente, accompagnato dalla moglie Bev e dal figlio Leo, eccolo presentarsi ai microfoni della tv, per annunciare di trovarsi nel mezzo di una crisi esistenziale, di sentirsi troppo depresso per un´attività pubblica tanto impegnativa. Non ho tardato a sorprendermi per una simile vicenda, improponibile in un Paese come il nostro, ma a meravigliarsi per il mio stupore sono stati i miei amici australiani. Pronti a ricordare che il loro primo ministro, Menzies, fu a sua volta capace di dimissionare per ragioni personali nel lontano 1966. E che, sempre per ragioni personali, nel luglio scorso il premier del Nuovo Galles del Sud, Bob Carr, si dimise quasi fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Ero lì che guardavo il mare con mia moglie, e un bicchiere di buon vino in mano», ha comunicato Gallop. «E mi è venuto il dubbio che la nostra vita privata fosse più importante della mia funzione pubblica. Così, mi sono convinto ad andarmene, dopo dieci anni passati a governare».
La decisione ho colto di sorpresa i politici, ma non gli amici più intimi del premier. Ex compagno di corso a Oxford e amico di Tony Blair, Gallop aveva passato metà del mese scorso in vacanza a Londra, ospite del primo ministro inglese. Proprio lì si è deciso definitivamente, riassumendo il suo affanno personale con una breve dichiarazione: «I miei dottori mi hanno garantito che con le loro cure, tempo libero, e riposo, la mia attuale depressione potrà regredire».
Riconoscimenti e dimostrazioni di simpatia sono giunti anche dagli avversari politici, e il presidente della Società psichiatrica australiana lo ha ringraziato per aver reso pubblico un problema che affligge «il venti per cento della nostra società, spesso priva del coraggio di renderlo pubblico».
Ogni riferimento personale a Fazio e a un bel gruppo dei nostri politicanti è decisamente casuale.
Chiara Gatti
Su una pianura dei Balcani, sotto un´acqua scrosciante, in mezzo alle pietre e al fango si consuma un rito ancestrale a metà strada fra un sabba erotico e una danza della pioggia . Mentre dodici donne si strizzano i seni e agitano al vento la vagina, i loro compagni, nudi come lombrichi, copulano con la terra come se fosse un´amata da fecondare. È un antico rito propiziatorio contadino quello scelto per un video ad alto tasso di turbamento, protagonista da giovedì, negli spazi dell´Hangar Bicocca, di una mostra ideata da Art for The World e dedicata alla madre putativa della performance mondiale.Lei è Marina Abramovic, sessant´anni, serba di Belgrado, che negli anni Settanta ha esordito nel campo della body art ed è diventata famosa con una serie di lavori in cui ha utilizzato il proprio corpo come strumento di ricerca, esposto spesso ad esperimenti estremi. Stando immobile per ore su un blocco di ghiaccio o con un pitone sulla testa. Oppure permettendo al pubblico di utilizzarla come fosse un oggetto e di farle qualsiasi cosa o, ancora, restando cinque giorni in cima a una montagna di ossa da spolpare, cantando filastrocche slave e mondando ogni brandello di corpo in segno di lutto, all´indomani della tragedia nella ex Jugoslavia. Una performance, quest´ultima, intitolata Balkan Baroque, che le valse il Leone d´Oro come migliore artista alla Biennale di Venezia del 1997 e che sarà riproposta in mostra accanto al suo nuovo lavoro shock, Balkan Erotic Epic, e ad altre cinque video installazioni realizzate fra il 2001 e il 2003. Marina Abramovic, che cos´è una performance?”È una trasmissione di energia. È un modo per l´artista di condividere le proprie emozioni col pubblico, chiamato a partecipare all´azione messa in scena, soffrendo quando l´autore soffre, interagendo col suo corpo o reagendo istintivamente a qualsiasi cosa accada. Il pubblico è protagonista dell´opera. E se non reagisce significa che l´opera non funziona”. Talvolta il suo pubblico ha reagito superando i limiti?”Studiare i limiti fa parte della mia ricerca. Anche se può essere rischioso. Anni fa, a Napoli preparai 72 oggetti che i visitatori potevano utilizzare su di me a loro piacimento. Fu terrificante. Una persona mi puntò addirittura una pistola alla tempia. Lì ho capito che testando i propri limiti si scoprono quelli degli altri”. Tutte esperienze spaventose?”Non sempre, a Bologna nel ´77 fu divertente. All´epoca lavoravo con l´artista tedesco Ulay. Ci mettemmo nudi all´ingresso della galleria. La gente faceva fatica a passare senza toccarci. Abbassava gli occhi e chiedeva scusa. Poi sono arrivati i carabinieri e si infuriarono perché, ovviamente, non avevamo con noi i passaporti”. Come reagirà il pubblico alla provocazione del suo ultimo video erotico?”Non è una provocazione. Non inseguo il facile senso dello scandalo. Con Balkan Erotic Epic intendo dimostrare che l´erotismo non coincide necessariamente con la volgarità. Per preparare il lavoro ho studiato su antichi manoscritti dedicati a riti pagani. Ho rappresentato quel rapporto viscerale fra l´uomo e la natura che fa parte della nostra cultura fin dal medioevo”. Gli attori non erano professionisti. Come ha fatto a dirigerli?”All´inizio è stato problematico. Le donne non avevano mai fatto nulla di simile. Per loro era difficile mostrare la propria vagina davanti alla macchina da presa. Così, durante le prove, sembrava tutto grottesco. Le ragazze e le donne più anziane si tiravano su le gonne a metà e ridacchiavano. Poi, chissà come, abbiamo cominciato a girare. E io mi sono accorta che più erano stanche, più erano inzuppate di pioggia e più cadevano nel fango, tanto più la cosa diventava credibile e… primitiva”. A quale video, presentato in Bicocca, è particolarmente legata?”The Hero, dedicato a mio padre, eroe della resistenza jugoslava, che ha combattuto con i partigiani di Tito contro le forze di occupazione tedesche. Durante questa performance rimasi per ora immobile su un cavallo reggendo una bandiera bianca, simbolo della resa”. Ci sono anche lavori particolarmente amari.”Count on Us, per esempio, è una performance dove ironizzo sulla storia di una scuola intitolata alle Nazioni Unite cui un compositore jugoslavo dedicò un inno infarcito di promesse di aiuti che non sono mai state mantenute. Qui interpreto uno scheletro che dirige un coro di bambini che cantano parole di una speranza. Accanto a loro, altri due bambini intonano come angeli motivi di un amore struggente, mentre sullo schermo di fronte io tengo in mano un tubo al neon e sto in mezzo a due bobine di rame. Le bobine rilasciano nello spazio oltre 35.000 volt di elettricità che passa attraverso il mio corpo e illumina il neon senza bisogno di cavi. Ecco cosa intendo quando dico che la performance è una trasmissione d´energia. Questa installazione-video dovrebbe trasmettere i ricordi del passato e gli interrogativi sul futuro”.Hangar Bicocca, a cura di Adelina von Fürstenberg, 20 gennaio-23 aprile, inaugurazione 19 gennaio ore 19. Sponsor: Capitalia, Fondazione Siemens, Pirelli RE, Morgan Stanley. Mar-dom 11-19, gio. 14.30-20. Info 335.7978214. Catalogo Skira.
Nessuno lo dice, ma l’obiettivo finale dell’offensiva della destra è proprio quello di cancellare la legislazione sull’aborto. Anche Casini smentisce l’intento, ma poi rispunta l’idea del controllo dei consultori
BIianca la Monica*
L’attacco strisciante alla legge 194 – che ha trovato linfa nella sconfitta al referendum sulla legge 40/04 – si è fatto negli ultimi mesi assai più pressante e più subdolo: non passa attraverso proposte di modifica della 194 – che tutte le forze politiche ripetono di non voler toccare – ma attraverso altre proposte legislative che non solo renderebbero sempre meno praticabile l’aborto legale, ma rafforzerebbero la tendenza a invasioni autoritarie nel privato e a relegare il corpo della donna a contenitore-riproduttore della specie. In particolare, lo strumento prescelto per svuotare la 194 è la modifica legislativa della disciplina dei consultori familiari. La legge che regola attualmente i consultori (legge 29/7/1975, n.405) trovò origine in diverse proposte di legge presentate dal `72 al `75 dai vari gruppi dei partiti dell’arco costituzionale: alcune erano nate contemporaneamente alle proposte di regolamentazione dell’aborto; altre erano state presentate in precedenza, per fare “pulizia” della legislazione fascista in materia demografica e di propaganda sui sistemi anticoncezionali. Certamente, l’approvazione della legge fu favorita dalla forte spinta venuta dal movimento delle donne per la legalizzazione dell’aborto e più in generale dall’esito del referendum per il divorzio.
La legge 405, nel contesto culturale che viviamo oggi, ci sembra di straordinaria laicità. Basti considerare l’articolo 1: “Il servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità ha come scopi: a) l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile (….); b) la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile (…); c) la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento; d) la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso..”.
Incredibile: si parla di “procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche.. degli utenti” e di “tutela della salute della donna”; e il “prodotto del concepimento” viene proprio così definito!
Questa prospettiva trova poi riscontro nell’articolo 2 della legge 194, che, con riferimento all’assistenza alla donna in stato di gravidanza, pone a carico dei consultori compiti informativi (sui diritti spettanti alla donna in base alla legislazione statale e regionale, sui servizi sociali, sulle modalità per ottenere il rispetto delle norme sul lavoro della gestante..) e di supporto (“..contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione volontaria di gravidanza..”). Va anche sottolineato che l’articolo 2 della legge 194 prevede la possibilità di “..collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato..” con riferimento all’aiuto alla maternità difficile “..dopo la nascita..”, escludendo così i volontari dalla delicata fase decisionale.
E’ comprensibile, quindi, che questa regolamentazione dei consultori sia stata più volte attaccata: a partire dalla Proposta di Legge di Iniziativa Popolare del Movimento per la vita del 1977 (che proponeva di affiancare ai consultori i Centri di Accoglienza e Difesa della Vita Umana).
Tra le proposte modificative più recenti, va segnalata la numero 5206, presentata il 30/7/2004 d’iniziativa dei deputati Francesca Martini (Lega) + altri che propone una nuova disciplina dei consultori familiari, caratterizzata da un forte impegno nella “tutela sociale della genitorialità e del concepito”. La proposta, di soli 7 articoli di legge, inserisce tra i compiti dei consultori indicati all’articolo 1 anche “la tutela della vita umana fin dal suo concepimento”. E tali compiti elenca poi all’articolo 3, intitolato “Tutela della maternità e del concepito”, prevedendo, tra l’altro, che i consultori
e) sostengono psicologicamente le donne durante la riflessione in materia di prosecuzione della gravidanza e in caso di eventuale possibilità di patologie o malformazioni del nascituro;
f) sulla base di appositi regolamenti o convenzioni si avvalgano, ove presenti, della collaborazione delle associazioni a difesa della vita fin dal suo concepimento.
Questa proposta – già assegnata il 7/10/04 in sede referente alla commissione XII Affari Sociali della Camera – risulta ripresentata alla Camera in data 23 novembre 2005, col numero 6196, e annunciata nella seduta 711 del 24 novembre 2005: identico il testo; identica la relazione di accompagnamento; identici i 13 deputati presentatori (tranne uno).
Proprio il 23 novembre si è tenuta presso la Camera dei Deputati una conferenza stampa nel corso della quale è stato presentato un «progetto cattolico di riforma dei consultori» sottoscritto da quaranta organizzazioni cattoliche (elaborato dal Forum delle Associazioni Familiari in collegamento con il Movimento per la vita): è una proposta attualmente priva di rilievo giuridico (l’iniziativa delle leggi compete ai cittadini solo nel caso in cui la proposta provenga da almeno 50.000 elettori), ma con fortissimo valore politico (e nulla esclude che questo testo, anche solo in parte, sia fatto proprio dal Governo o da membri delle Camere). E’ quindi utile prenderla in considerazione.
La proposta cattolica sui consultori familiari consiste in uno sconcertante elaborato di 34 articoli che, anche richiamando e rielaborando a proprio uso e consumo alcuni principi costituzionali, rappresenta un vero e proprio Manifesto dell’eticae del familismo cattolico. E’ opportuno riportare qualche stralcio:
articolo 1: Lo Stato riconosce il valore primario della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio e quale istituzione finalizzata al servizio della vita…e ne tutela l’unità, la fecondità, la maternità e l’infanzia.
articolo 2: Lo Stato riconosce alla famiglia, alle associazioni di famiglie e alle organizzazioni senza scopo di lucro, che promuovono la stabilità familiare, la cultura familiare e i servizi per la famiglia.. la funzione ed il ruolo di istituzioni sociali, costituite nell’esercizio dei diritti fondamentali della persona, i cui fini conformi all’ordinamento sono recepiti come fini pubblici.
articolo 9: I consultori familiari tutelano la vita umana fin dal concepimento (è sempre utile ricordare che nella legge 194 troviamo la diversa espressione della tutela della vita umana dal suo inizio).
E come avviene la tutela? Il successivo articolo 10 prevede che il medico (cui una donna che intende ricorrere alla interruzione di gravidanza può rivolgersi, come è consentito dall’articolo 5 della legge 194) allorchè invita la donna “a soprassedere per sette giorni” (qualora lo stesso medico non riscontri un caso di urgenza) e le rilascia copia di un documento attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta di interruzione, “..immediatamente informa il consultorio familiare del luogo dove risiede la donna…”. Di tale comunicazione è informata la donna alla quale viene ricordato il suo dovere morale di collaborare nel tentativo di superare le difficoltà che l’hanno indotta a chiedere l’interruzione volontaria della gravidanza..”
L’articolo 9, secondo comma, della proposta prevede che “..il Consultorio, ricevuta la comunicazione..anche di propria inziativa prende contatto con la donna..e le offre ogni possibile aiuto al fine di favorire la prosecuzione della gravidanza..” Il ruolo attivo dei consultori familiari in questa conclamata nuova azione preventiva e di sostegno alla famiglia si svolgerebbe anche all’interno dei procedimenti giudiziari per separazione e divorzio, perché, secondo l’articolo 18 della proposta, il giudice “..dovrà sospendere il procedimento, rinviando il caso ad un Consultorio familiare..” che sentirà i coniugi per aiutarli alla composizione del conflitto: il contenuto a dir poco stravagante della regola e il suo possibile contrasto con alcuni principi costituzionali non elimina il valore simbolico di questa smodata pretesa di governo autoritario delle relazioni e delle scelte più intime e profonde dei singoli.
Ma il vero scandalo della proposta sta nel voler portare a compimento l’innaturale separazione tra la madre e il concepito, negandone l’inscindibile relazione, e privilegiando un diritto a nascere comunque del concepito rispetto al diritto all’autodeterminazione e alla salute della madre, soggetto ritenuto inaffidabile cui sottrarre, in nome di una mistificante “naturalità” del ruolo materno, libertà e responsabilità nella procreazione.
*Collettivo Donne Diritto di Milano
Al Marmottan di Parigi, una retrospettiva dedicata a Camille Claudel, sorella di Paul, la cui riscoperta in Italia si deve al film di Nuytten interpretato da Isabelle Adjani
Giannina Mura
“Io traggo le mie opere esclusivamente da me stessa, avendo fin troppe idee anziché non abbastanza”, così Camille Claudel risponde nel 1899 a un critico che, alla vista della sua Clotho, l’accusa di aver plagiato un’opera di Rodin. La scultura a partire da sé è infatti il segno originale della grande artista francese (1864-1943), la cui scomparsa civile nel 1913, internata in un manicomio dalla famiglia, coincide via via con la scomparsa delle sue opere nelle riserve dei musei. Resuscitata dopo quasi settant’anni dalla letterattura e dal cinema (e poi mostre, teatro, danza, fumetto…) non cessa di affascinare e interessare un pubblico crescente. La sua riscoperta in Italia si deve all’omonimo film coprodotto e interpretato da Isabelle Adjani nel 1988 (regia di Bruno Nuytten), di cui fu consulente storica Reine-Marie Paris, pronipote dell’artista, che da più di un ventennio si consacra a quel che ritiene un “dovere di riparazione verso una donna che ha sofferto su una strada senza gioia, senza gloria, come se avesse avuto un debito da pagare, un’espiazione, quasi, al genio dell’arte”, attraverso pubblicazioni diverse e costituendo un’importante collezione di opere della scultrice che alimenta le sempre più numerose mostre a lei dedicate nel mondo intero. Collezione oggi al centro della retrospettiva Camille Claudel allestita dal museo Marmottan di Parigi fino al 31 gennaio. Comprendente la maggior parte delle sculture e dei disegni dell’artista inventariate fino ad oggi, il percorso espositivo segue un andamento cronologico in 77 opere (in bronzo soprattutto), da cui emerge una scultura piena di vita, la cui forza e purezza non sfugge ai principali critici dell’epoca che la considerano da subito un’artista senza pari, “ammirevole produttrice di capolavori”.
Fiera e sicura del suo genio, sin dal 1877 Camille prende lezioni di scultura e nel 1881 convince il padre a trasferire la famiglia a Parigi per proseguire la sua formazione. S’iscrive quindi all’accademia Colarossi e divide uno studio con due artiste inglesi, ove nel 1883 darà loro lezioni Rodin, che poi l’assumerà come praticante. Camille scolpisce, tra gli altri, gli elementi più delicati di La Porte de l’Enfer e Les bourgeois de Calais cui Rodin dà il tocco finale. Lei non ha ancora vent’anni, lui ventiquattro di più e tra loro prende corpo un legame appassionato che per più di un decennio alimenterà l’energia creativa dell’uno e dell’altra.
Sul tema della coppia, che Rodin affronta per la prima volta, Camille realizza una delle sue sculture più note, Sacountala, che le vale la mention honorable al Salon del 1888. Ispirata da una leggenda indiana sul ritrovamento nel Nirvana di Shakuntala e del suo sposo separati da un incantesimo, la scultura prende il nome di L’abandon nella versione in bronzo del 1905 qui esposta. Simbolo del trionfo dell’amore assoluto sull’avversità, l’opera cominciata nell’autunno del 1886 è la prima in cui traspare la forza sensuale della sua unione con Rodin, con cui si riconcilia proprio alla fine del 1886. Avvenimento fondante anche per lo scultore che in seguito realizza le Baiser e L’éternelle idole.
Ma l’opera che impone Camille Claudel tra i primi scultori francesi di fine secolo è La valse, di cui sono esposti otto esemplari realizzati tra il 1885 e il 1905, che celebra l’essenza dell’amore fisico ed esprime con audacia la potenza del desiderio femminile che l’esperisce, libera dai cascami pudibondi del tempo. Una libertà che non sfugge all’ispettore delle Belle Arti che chiamerà Rodin a chiedere alla scultrice di coprire le nudità, lei in un primo tempo rifiuterà, per poi provvedere col sorprendente drapeggio sul corpo femminile, la cui posizione anticipa il movimento delle sculture successive. Protese obliquamente nello spazio le sue donne evocano i precari equilibri della libertà femminile instabilmente proiettata nello spazio pubblico di allora.
Un’esigenza che si ritrova nel busto de La petite chatelaine, di cui sono qui esposte quattro versioni realizzate tra il 1893 e il 1895, con esiti talmente virtuosi che alla loro vista Rodin affermerà di aver ricevuto “il pugno dell’emulazione”. Pure, la scultrice lascia lo scultore nel 1893 e non lavorerà più per lui, dedicandosi esclusivamente alla sua opera personale. Emblematiche di questa svolta, e senza equivalenti nella scultura moderna, le magnifiche composizioni di Les causeses (1896) e La Vague (1897) danno vita a un’inedita dimensione sculturale di assoluta perfezione plastica e intensa grazia e poesia. In La Vague, inoltre, l’ombra dell’onda coprendo la figurina centrale, sembra già preannunciare lo tsunami psichico e sociale che abattendosi su di lei, più tardi la spazzerà via dal mondo.
Fatalità prevista forse da Clotho (1893), la “filatrice” che srotola il filo della vita (qui esposta nella versione calva), che con le Dieu envolé (1894) e L’implorante (1898), la cui figura femminile in ginocchio si protende nel vuoto verso un dio dileguatosi, prepara L’age mûr (1898) che, prendendo le mosse dal vissuto dell’artista, esprime con forza l’essenza stessa della condizione umana. Se è facile vedervi Camille prostrata che tenta invano di trattenere Rodin avviluppato dal mantello della vecchia Rose, la compagna ufficiale dello scultore, sono altrettanto evidenti l’allegoria della vecchiaia che strappa la vita dalla giovinezza per condurla alla morte e lo strappo lacerante del genio artistico da Camille per mano di un destino spietato.
Morice lancia l’allarme sul Mercure de France, nel 1905: “Non c’è nulla di più ingiusto del destino di questa donna davvero eroica. Non ha mai smesso di lavorare e il suo percorso ostinato è attestato da opere tra le più straordinarie che annoveri la scultura contemporanea. Eppure resta povera, e la sua produzione è compromessa per le condizioni precarie della sua vita”. Manifeste nelle composizioni ridotte della donna sola davanti a un cammino di Profonde Pensée (1898) e Rêve au coin du feu (1899), solitudine e precarietà alimentano in lei un crescente malessere che la spinge, sin dal 1906, a distruggere a martellate le sue sculture dell’anno, per poi chiamare un carrettiere a inumare i resti di quel che lei chiama “un vero e proprio sacrificio umano”, e sparire per mesi senza lasciare recapito.
Eppure, nel 1906, scrive ancora a Eugène Blot, che nel 1905 e 1907 le consacra due mostre nella sua galleria: “Datemi il globo terrestre e un po’ di soldi e vedrete cosa ne farò!”. Ma i mezzi sempre più scarsi e un delirio di persecuzione sempre più accentuato finiranno per farle perdere la testa. Di nuovo, l’arte anticipa la vita con Persée et la Gorgone (qui esposta la riduzione in bronzo del 1905): Perseo armato di uno specchio brandisce la testa della Gorgone, autoritratto della scultrice. Colui che uccide senza guardare prefigura l’assassinio civile di Camille da parte della famiglia che, dopo averla rinchiusa in manicomio, non volle più vederla. Paul Claudel proprio in quest’opera rinviene “un’immagine del rimorso” che lo attanaglierà dopo la morte della sorella: “Amaro il rimpianto di averla così a lungo abbandonata”, scriverà lui che, nei trent’anni della sua reclusione psichiatrica, si reca da lei di rado. Non parteciperà ai funerali, e i resti della scultrice saranno dispersi in una fossa comune. Di Camille sopravvive oggi la singolare opera uscita finalmente dall’oblio. E non è poco.
Manuela Cartosio
Giovani e precarie parteciperanno alla manifestazione di sabato a Milano per difendere la 194 e per dire che la precarietà non deve essere «l’anticoncezionale del futuro». Per le donne cococo, cocopro, partite Iva, assunte a termine, fare un figlio è un lusso impossibile.
Due stanze, bagno e cucina. E’ la casa di Ilaria, quella vera, in zona Lambrate. Quella telematica – acasadilaria@yahoo.it – funziona da un paio di settimane come contatto tra giovani&precarie. Tra tante signore di una certa età, saranno la new entry alla manifestazione nazionale di sabato a Milano in difesa della legge 194 e per la libertà femminile. Sul grande tavolo, tra bucce profumate di mandaranci e gusci di spagnolette (che non viaggiano ancora in rete), c’è il volantino «Donne in saldo», da distribuire lungo il corteo. Oltre alla padrona di casa, ci sono Fiorella, Ada, Emanuela, Iolanda, Flavia, Gloria, Selva (e pazienza se l’allegra confusione ci farà attribuire a una quel che ha detto un’altra). La più giovane ha 22 anni, la più «vecchia» 28, tanti come la legge sull’aborto. Sono lavoratrici-studentesse o studentesse-lavoratrici variamente atipiche: cococo, cocopro, partite Iva, assunte a tempo determinato in archivi, biblioteche, enti locali. Guadagnano tra i 500 e i 1.000 euro al mese, pagate «a 90 giorni», ma anche dopo un anno. Selva, che insegna musica, è pagata a ore. Gloria è l’unica con un «lavoro vero», retribuito decentemente: fa la fisioterapista in un centro di riabilitazione. Un «lusso» attenuato dal contratto a termine. Non abitano più con mamma e papà. Qualcuna, rimasta a secco, ha dovuto tornare sotto il tetto familiare. «Metter su casa è una faccenda più complicata di come la racconta la pubblicità dell’Ikea», dice Flavia. Chi si avvicina a un mutuo si ferma ai preliminari. «Lei cosa possiede?», chiede la banca. «La vespa», ha risposto una della brigata.
Soldi a parte, «per affittarti un appartamento ti vogliono sposata, per darti un lavoro ti vogliono single». E, rigorosamente, senza il ghiribizzo di fare un figlio. Persino per fare la commessa interinale alla Rinascente, «vogliono sapere che progetti familiari hai per il futuro». In molte aziende, «prima di assumerti, ti fanno firmare l’impegno che non resterai incinta. Se succede, il licenziamento è automatico».
Le nostre precarie sono delle grandi esperte in colloqui per essere assunte. «Devi risultare né troppo leader, né troppo passiva. Così vai bene allo psicologo aziendale che ti fa il test. Sei affidabile, non romperai le scatole. Ovviamente, devi dire che il lavoro viene prima di tutto». Bisogna mentire, mimetizzarsi, come si faceva alle visite di leva. La differenza è che lì si raccontavano palle per essere riformati, «noi dobbiamo mentire per ottenere un lavoro». Non mancano i colloqui new age. A Flavia hanno chiesto segno zodiacale e ascendente.
L’impossibilità di programmare il proprio futuro grava sui precari ambosessi. A fare la grossa differenza è la maternità. «Per noi donne a 40 anni suona l’orologio biologico», riassume Fiorella. La prospettiva di arrivarci passando da un lavoretto all’altro è deprimente. E la scelta di fare prima o poi un figlio si paga con la perdita del lavoro e di quel minimo di reddito che permette di sopravvivere. Di qui lo slogan «la precarietà è il contraccettivo del futuro» che il gruppo «A casa di Ilaria» porterà alla manifestazione di sabato.
Difendere la legge 194 e lo spazio pubblico dei consultori dalle invasione barbariche preme anche a loro. Per questo, senza conoscere nessuna della vecchia guardia femminista, sono andate alle gremite assemblee di «Usciamo dal silenzio». Lì hanno ascoltato cose che, pur dette con un linguaggio diverso dal loro, le toccano e le coinvolgono. Nello stesso tempo, hanno percepito una «mancanza»: la precarietà, e le sue conseguenze materiali sul vivere quotidiano, non era messa a tema in quelle assemblee. «Ci siamo riconosciute, ci siamo fatte avanti, abbiamo dato il nostro contributo». Accolto a braccia aperte dalle femministe degli anni Settanta, felici di trovare non delle eredi (non è scattato alcun riflesso di maternage e tutoraggio), ma delle interlocutrici autonome e adulte.
Le riunione a casa di Ilaria sono solo tra donne. Per il resto, niente separatismo. Morosi e conviventi contribuiscono cucinando, mettendo su un blog, tutti parteciperanno alla manifestazione. «Siamo sulla stessa barca precaria, neppure ai maschi si schiudono rosee carriere». E però la differenza di genere continua a pesare anche nell’incerto mondo del precariato. «All’università le borse di studio, i posti per i dottorati si tende a darli ai maschi». A proposito di università, Emanuela – due lavoretti malpagati per poter fare la pubblicista gratis – racconta un illuminante episodio. Ha fatto una tesi su due riviste femministe messicane. Il giorno della laurea la sua relatrice l’ha «consigliata» di focalizzare il discorso sul tema del lavoro, non dell’aborto. «Non che lei sia contro l’aborto. L’ha fatto per cautela, per non irritare i prof maschi. Preoccupante».
Sondiamo il rapporto tra queste giovani donne e la politica. Iolanda, consigliera comunale a Samarate, eletta in una lista di sinistra, è l’unica «dentro le istituzioni». Un’esperienza che nessun’altra sembra intenzionata a fare. Nessuna passione per le quote rosa, qualcuna è astensionista, chi alle urne ci va vota a sinistra. Sanno tutto della legge 30, ma non dimenticano che lo smottamento è cominciato con il pacchetto Treu. Per «colpa» del centro sinistra. Una, ferratissima, si ricorda che l’attacco all’articolo 18 è partito con D’Alema presidente del consiglio. Il centro sinistra non passa l’esame neppure sulla legge 194: la sua è una difesa troppo tiepida e paurosa, sempre in cerca di mediazioni al suo interno, sempre per conquistare il «famoso centro». Sull’aborto «tutti corrono dietro al Vaticano», dice Fiorella, e sul mercato del lavoro anche il centro sinistra concede parecchio al liberismo. La parola «sindacato» suscita sbuffi di impazienza e di scarsa considerazione.
Dopo la manifestazione di sabato, cosa succederà del gruppo che si ritrova a casa di Ilaria? «Non ci siamo promesse niente». Una risposta in linea con la precarietà. Una volta tanto, nessuno si impanca a sostenere che «è nato un nuovo movimento». Magari porta bene.
Ida Dominijanni
«Usciamo dal silenzio», lo slogan che ha accompagnato la preparazione delle manifestazione sull’aborto di sabato prossimo a Milano in concomitanza con quella sui Pacs a Roma, è uno slogan da discutere. In verità sull’aborto, e su una vasta materia connessa che riguarda la procreazione e la sessualità, dal silenzio le donne sono uscite più di trent’anni fa, e non ci sono mai più rientrate. Non va scambiata per silenzio una produzione di parola e di sapere che manca la scena politica e mediatica ufficiale; perché proprio con la battaglia di trent’anni fa sull’aborto, che non fu fatta solo di manifestazioni ma soprattutto di elaborazione, è diventato chiaro una volta per tutte che l’ordine del discorso della politica delle donne eccede quello della politica ufficiale, delle sue parole d’ordine riduttive, dei suoi schieramenti rigidi. Il che non vuol dire che questa distanza vada incoraggiata – al contrario, andrebbe ridotta; vuol dire però prendere bene le misure del conflitto in corso sull’aborto, sulla procreazione, sulla sessualità. Letizia Paolozzi, ad esempio, giustamente si chiede (www.donnealtri.it) se a essere sotto attacco oggi sia l’aborto come tale, o non piuttosto «la parola delle donne, giudicata poco credibile, poco seria, irresponsabile». E chiunque abbia seguito le argomentazioni zelanti dei teocon nostrani in questi mesi, nonché la debole risposta della cultura laica, sa quanto l’una e l’altra si avvalgano di una sistematica adulterazione della parola femminile (la riduzione dell’aborto a diritto, del desiderio a capriccio, del primato femminile nella procreazione a strapotere autarchico e via dicendo).
Un effetto auspicabile della manifestazione di sabato è che questa parola torni più potentemente in circolo e contamini esperienze e generazioni diverse, anche al di là della manifestazione stessa e del suo impatto immediato. Non si tratta di «trasmettere» ad altre l’esperienza degli anni settanta: la genealogia femminile non vive di trasmissione ma di scommesse, non si nutre solo di continuità ma anche e soprattutto di differenze. Ciò che scarta dalla battaglia per l’aborto di trent’anni fa è rilevante quanto ciò che le assomiglia; e dunque è tanto importante ricostruire il discorso sull’aborto di allora, quanto rilanciarlo all’altezza delle domande di oggi.
Ed è infatti su questo crinale fra continuità e discontinuità che molte si interrogano nei siti femministi (un segno non trascurabile del mutamento intervenuto nelle forme della comunicazione e della scrittura). Il rifiuto di ridurre l’aborto a un diritto; la consapevolezza del carattere compromissorio della 194 di quante volevano che l’aborto fosse semplicemente depenalizzato; l’autocoscienza sui legami fra aborto e sessualità maschile: le «scoperte» degli anni settanta (una utilissima ricostruzione in un intervento di Laura Colombo, www.libreriadelledonne.it) possono funzionare da griglia per non affidarsi oggi alla grammatica dei diritti, per non attestarsi su una trincea puramente difensiva (Luisa Muraro, stesso sito), per squarciare il silenzio sulla sessualità, e soprattutto sulla sessualità maschile e sullo stato attuale dei rapporti fra donne e uomini, che il rumore sull’aborto copre.
Giacché se silenzio c’è, è soprattutto nel campo degli uomini che va denunciato. Ancora Letizia Paolozzi si chiede se nell’aggressività politica maschile di oggi contro l’aborto sia più giusto vedere «un desiderio di revanche contro la libertà femminile o la spinta ad assumersi una nuova responsabilità», che pure non trova le parole per dirsi. Lea Melandri (in un articolo su Liberazione riportato nel già citato sito della Libreria delle donne di Milano) mette in guardia dal rischio che la pura riaffermazione del primato femminile nella procreazione presti il fianco «alla misoginia di ogni tipo, e alle «paure profonde» che riattivano negli uomini «il fantasma di una madre distruttiva e poco accogliente» (Sara Gandini). La stessa Gandini, con l’intento di «interpretare il presente partendo dalle conquiste del passato», traccia una discriminate interessante fra ieri e oggi: se ieri la riappropriazione del desiderio femminile richiedeva il taglio della separazione dagli uomini, oggi viceversa la libertà femminile guadagnata consente e domanda una relazione più forte con l’altro sesso. Nella quale gli uomini accettino lo squilibrio del primato femminile nella procreazione, ma mettano in gioco la loro esperienza. La prima parola e l’ultima restano femminili, ma in mezzo non può esserci vuoto di parola maschile.
Proviamo sentimenti contrastanti rispetto alle due manifestazioni del 14 gennaio. Certamente ci riguardano entrambe ma, nello stesso tempo, avvertiamo una distanza che ci fa sentire, ancora una volta, “soggetti eccentrici” – come scrive Teresa De Lauretis – cioè in posizione laterale, fuori centro.
Perchè?
Siamo consapevoli della necessità di affermare il diritto di ogni donna all’autodeterminazione. Quello di ciascuno/a ha diritto alla libera espressione della propria affettività e ad essere tutelato/a dalla legge qualora scelga di dare una forma di riconoscimento istituzionale al proprio rapporto amoroso.
Parteciperemo a questo due iniziative anche per rendere visibili la nostra specificità e il nostro desiderio, criticando un sistema e una cultura che, avendo alla radice il principio dell’eterosessualità obbligatoria, sono inconciliabili con l’autonomia delle donne e stanno all’origine dell’omofobia così diffusa in tutti gli strati della società.
Nel movimento delle donne ancora una volta percepiamo una pericolosa semplificazione che fa dire: “Sempre di sessualità si tratta”, come se soggettività diverse fossero omologabili nello stesso calderone indifferenziato di sessualità deboli e asessuate. Come se gay, lesbiche, transgender e donne avessero in comune, alla fine, gli stessi obiettivi essendo una specie di “minoranze” da tutelare. Minoranze, quindi, e non soggetti di pari valore, fondanti e portatori di una ricchezza che deve poter essere determinante per la società in cui viviamo.
In questo orizzonte culturale “maschile” e “femminile” sono assunti come categorie ontologiche e non come prodotti sociali. Ogni diversità quindi diventa, paradossalmente, solo dialettica o complementare all’unico centro fondante: lo sguardo dell’uomo.
Per noi lesbiche emerge allora l’inquietante sensazione di tornare ad essere invisibili nel “riemerso” movimento delle donne, la cui priorità – la difesa della 194 – potrebbe non riguardarci nei suoi effetti squisitamente pratici.
L’attacco a questa legge, invece, ha a che fare con il nostro vivere quotidiano perché è un tentativo di riaffermare il controllo sul corpo delle donne e sul loro desiderio. Per una lesbica sarà ancora più difficile vivere liberamente la propria sessualità in una cultura che cancella i corpi e le soggettività e pretende di legiferare in nome di astratte verità universali.
E’ evidente che il patriarcato, per niente morto, non sopporta l’autonomia affettiva delle donne, sia nel momento in cui decidono di sottrarsi ad una gravidanza indesiderata, sia quando vivono una sessualità non prevista come quella lesbica.
Avvertiamo un rischio di semplificazione anche nella comunità gay e lesbica quando promuove una manifestazione che sembra avere come unico scopo il riconoscimento giuridico della coppia – in un momento strategicamente importante per la vicina scadenza elettorale.
Il movimento omosessuale ha forse perso la sua carica eversiva nel desiderio di “normalizzazione”?
E’ giusto rivendicare la legittimazione sociale per sessualità diverse e i pieni diritti di cittadinanza
per gli omosessuali. Ma è necessario anche affermare la singolarità del desiderio e dell’espressione di sé nel momento in cui si chiedono istituti e ordinamenti sociali (famiglia, matrimonio…) che di fatto pretendono di regolamentarli.
Parteciperemo dunque alla manifestazione di Milano ma ci piacerebbe che ogni donna sentisse la stessa necessità di reagire quando a una lesbica è negato il diritto a vivere liberamente la sua sessualità e affettività.
E saremo anche alla manifestazione di Roma, sostenendo la necessità di ritornare a riflettere insieme su quale tipo di relazioni, sia amorose che sociali, vogliamo per le nostre vite e per il nostro paese.
Perché un altro mondo è possibile e noi vogliamo contribuire a realizzarlo.
Gruppo “Soggettività Lesbica” – Libera Università delle Donne di Milano – gruppogsl@yahoo.it
Forum uomo-donna del Gruppo Promozione donna (Testo redatto da Teresa Ciccolini, Betti Cambieri, Adriana De Benedictis, Grazia Villa)
Condividiamo lo spirito e gli obiettivi della Manifestazione indetta per il giorno 14 gennaio 2006, pur denunciandone la forzatura che l’incalzare delle decisioni politiche e degli eventi esterni al movimento delle donne hanno determinato.
Partecipiamo da tempo al cammino di consapevolezza e di libertà delle donne e perciò desideriamo anche noi “uscire dal silenzio” di una invisibilità apparente perchè favorita dalla sordità di chi non vuole ascoltare.
Siamo costrette a difendere ancora una volta una legge nonostante riteniamo che il diritto sia solo uno strumento necessario, ma inadeguato a garantire o a consentire l’espandersi delle libertà per tutti, in particolare per le donne che da
secoli ne sono l’oggetto più che il soggetto!
Crediamo poi che la posizione di “difesa” del già costituito limiti il procedere delle idee, la creatività dell’agire, la fantasia del cambiamento, il retrocedere per aspettare o raggiungere qualcuno, o solo il beato sostare all’ombra di quello che altre ci hanno regalato.
Non vogliamo rischiare di essere rinchiuse nuovamente nel recinto della presunta visibilità o udibilità di un corpo di donna toccato, molestato, violato o controllato, a scapito della pienezza della nostra realtà di donne che scelgono di vivere indivise nel corpo, nella mente, nel cuore, nella libertà.
Difendere la 194 allora significa non difendere un diritto d’aborto che non c’è nè può essere secondo noi considerato una conquista di civiltà, ma una legge promulgata per eliminare la piaga degli aborti clandestini e per decriminalizzare le donne, in questo senso e solo in questo senso “conquista di civiltà”.
Crediamo infine che il nostro essere laiche credenti ci autorizzi a prendere parola a pieno titolo anche all’interno della Chiesa istituzionale, richiamandola ad un ascolto attento e ad un confronto leale non gerarchizzato, libero da posizioni pregiudiziali e proteso al rispetto ed al sostegno della libertà di coscienza.
DA “AFRICA”, FASCICOLO MONOGRAFICO BILINGUE (ITALIANO E INGLESE) DI “LEGGENDARIA”, NN. 55-56/2006 – Il fascicolo può essere acquistato in rete dal sito www.manifestolibri.it (vai su “Collane”, vai su “Rivista Leggendaria”)
Marco Aime
“Hic sunt leones“, scrivevano gli antichi romani sulle mappe geografiche in riferimento all’Africa. Una sorta di ammissione, di consapevolezza dei limiti della propria conoscenza: sappiamo che di qui in giù ci sono leoni, nulla di più. Sono passati quasi duemila anni, ma la sensazione che l’ignoranza rispetto all’Africa sia ancora grande. Simbolo della povertà, messa a lato dai grandi processi mondiali, questo continente soffre ancora oggi, almeno per quanto riguarda noi italiani, di notevoli pregiudizi, che nascono da uno sguardo superficiale e spesso distorto.
Gli studi antropologici classici, legati spesso a scuole nazionali e ponendo l’accento su determinati temi piuttosto che su altri, hanno finito per creare una sorta di marchi d’area. Così se l’Oceania è diventata il continente del dono e dello scambio, l’Africa è senza dubbio diventata la patria delle etnie. Occorre innanzitutto ricordare che gli studi africanistici si sviluppano sopratutto in epoca coloniale e che spesso i fondi stanziati erano legati, in modo più o meno esplicito, a esigenze di ordine amministrativo e militare [1]. Quelli che erano gruppi umani, con alcune caratteristiche distinte, s’intende, subirono una sorta di processo di istituzionalizzazione. Gli antropologi, scrivendo monografie dove si poneva l’accento più sulle specificità di ogni gruppo che non sugli elementi condivisi con altri gruppi, finivano per dare vita a entità quanto mai distinte tra di loro. Inoltre, l’antropologia dell’epoca presupponeva uno sguardo oggettivo e l’utilizzo del presente etnografico. Espressioni del tipo: i dogon fanno, i nuer pensano, i lugbara credono, contribuivano da un lato a dipingere gruppi assolutamente omogenei nel loro modo di pensare e agire e dall’altro a sospenderli in una sorta di bolla astorica, nella quale nulla era mutato in passato e prevedibilmente neppure nel futuro. Fissati sulla carta, questi gruppi umani perdevano ogni disequilibrio interno e ogni possibilità di mutamento agli occhi dei lettori occidentali.
Gli amministratori coloniali, da parte loro, spesso utilizzavano le monografie antropologiche, se non ne erano addirittura autori essi stessi, e in molti casi applicavano politiche diverse a seconda del gruppo, sulla base delle sue presunte attitudini. Censiti numericamente e classificati su base etnica, divisi in molti casi da politiche diverse, quelle società che spesso avevano dimostrato una forte fluidità, diventano a quel punto “reali”, concrete. Il caso, purtroppo, più celebre è forse quello degli hutu e dei tutsi in Rwanda, coltivatori i primi e allevatori gli altri, che per secoli hanno convissuto grazie anche a economie complementari. Il primo censimento realizzato dai coloni belgi, prevedeva però che ci si registrasse secondo la “razza”, come si usava dire allora e questo finì per rendere visibile e inalienabile l’appartenenza a un gruppo o all’altro. Secondo logiche razziali in voga all’epoca, i belgi pensarono successivamente che i tutsi fossero più adatti a rivestire incarichi amministrativi e ne favorirono l’accesso all’istruzione, creando di fatto non due “etnie”, ma due classi sociali distinte e gerarchizzate. Il prodotto di tale politica lo abbiamo purtroppo conosciuto attraverso i media, che sono soliti bollare come “tribale” qualsiasi conflitto avvenga in Africa, nascondendo spesso le reali cause degli scontri.
Sarà solo a partire dalla fine degli anni Cinquanta che gli antropologi della scuola di Manchester – ricordiamo fra tutti Victor Turner e Max Gluckman – inizieranno ad osservare le società africane non come entità statiche, fondate su una tradizione immutabile, ma analizzandone i processi di rottura e trasformazione, in un continuo alternarsi di squilibri ed equilibri [2].
Per quanto riguarda la critica alla “costruzione” delle etnie, bisogna attendere gli anni Ottanta quando antropologi come Jean-Loup Amselle ed Elias M’bokolo avvieranno una profonda riflessione sulla classificazione dettata dalla “ragione etnografica” [3]. Partendo da solide indagini di terreno, si è giunti via via a decostruire quella mappa etnica che sembrava ripartire l’Africa in unità separate, mettendo in luce come i diversi gruppi si sovrapponessero spesso uno con l’altro, come nel tempo modelli culturali, sociali e politici di ogni gruppo fossero mutati in seguito ad eventi esterni e interni. A una logica classificatoria, basata sul concetto di cultura come elemento rigido, inamovibile e impermeabile, Amselle, capovolgendo la prospettiva, propone di sostituire una logica che presuppone un meticciato originale che legava le società di una certa regione. Meticciato che è andato via via mutando e assumendo caratteri specifici proprio a causa della storia [4].
Nonostante questo lavoro portato avanti da molti studiosi, presso il grande pubblico l’Africa soffre ancora oggi di una visione, maturata a partire dal medioevo, che oscilla tra il fascino esotico della terra ricca e misteriosa e quello,a altrettanto esotico, della paura che quel mistero, che tale appare solo ai nostri occhi, suscita in noi. Insomma, tra l’immagine riportata sull’atlante catalano, redatto nel 1375 dal geografo di Maiorca Abraham Cresque, dove il Rex Melli, come veniva chiamato allora il Mali, era raffigurato con una grossa pepita in mano, seduto su un trono sopra la città di Timbuctu e l’angoscia crescente della risalita del fiume, splendidamente descritta da Conrad in Cuore di tenebra.
L’Africa, grazie anche a un certo approccio dei media, rimane così il continente della fame, delle catastrofi, dell’AIDS, degli aiuti umanitari, immagine di tutto ciò che è negativo, “nero. Pochi, quasi nessuno ci racconta la vitalità di questa terra, che tra mille sforzi a altrettante contraddizioni cerca di uscire da quella condizione di sfruttamento a cui le varie forme di neocolonialismo occidentale e, spesso la pessima gestione della politica locale la condannano.
Ho ancora vivo nella mente il ricordo di un incontro con una gruppo di donne a Sibonné, un villaggio sulla sponda destra del Niger, nel Mali, martoriato dagli ormai cronici problemi di siccità che caratterizzano le regioni saheliane. Sedute in circolo all’ombra dell’unico albero della zona c’erano una trentina di donne. Una di loro, la più anziana, teneva in mano una mazzetta di banconote sgualcite. Al suo fianco, un’altra donna scriveva con una calligrafia tonda e regolare delle cifre su un quaderno. Il sole iniziava ad avvicinarsi alla linea piatta dell’orizzonte e la scena acquistava un sapore d’altri tempi.
La donna con il denaro era la presidentessa della tontine, un sistema di autofinanziamento inventato dall’economista napoletano del Settecento Alfredo Tonti. Il sistema della tontine si basa su un principio piuttosto semplice e vive sul presupposto che, in realtà come quelle del villaggio africano, quasi nessuno dispone di un benché minimo capitale per avviare un’attività. Ogni componente della tontine versa una cifra minima e la somma totale viene data in prestito, per una durata limitata (generalmente pochi mesi) a una delle donne del gruppo. Questa potrà così fare piccoli investimenti: acquistare agnellini e allevarli, tessuti per farne abiti, cibo per cucinarlo e così via. Con il ricavato la beneficiaria rimborserà il debito con l’associazione più una piccola percentuale che, sommata a quelle future, contribuirà a formare un nuovo fondo, mentre il resto del ricavato rimarrà a lei. Apparentemente banale questo sistema consente a moltissime donne africane di avviare piccole attività commerciali in paesi dove non esistono banche che concedano loro prestiti senza garanzie.
La donna anziana contò più volte le banconote, poi le passò alla donna con il quaderno. Questa registrò puntigliosamente la somma, per poi ripassarla alla presidentessa. Questa mise le banconote a ventaglio, si alzò in piedi e iniziò a sfilare davanti alle donne sedute, contando e ricontando pubblicamente il denaro. Alla fine una delle donne si alzò dal cerchio e la presidentessa le consegnò la somma. La beneficiaria, dopo avere ringraziato pubblicamente l’anziana, rifece il giro mostrando nuovamente a tutte l’importo ricevuto.
Questa rappresentazione pubblica, in un contesto caratterizzato da un forte tasso di analfabetismo, era necessaria per assicurare la trasparenza dell’azione di credito. Il denaro ricevuto dalla donna era infatti il prodotto di un’azione comune di tutte le donne presenti.
È questa “l’altra” Africa di cui parla Serge Latouche, quella che scardina ogni calcolo degli economisti ortodossi [5]. La produzione africana rappresenta circa l’1% del PIL mondiale. Alla luce di un dato così, risulterebbe impossibile che quasi ottocento milioni di persone possano vivere in quel continente. Eppure sono là, a cercare di sopravvivere ai numeri e alle percentuali e soprattutto alle norme capestro internazionali, che limitano lo sviluppo di un’industria manifatturiera locale e la concorrenza dei prodotti agricoli occidentali, frutto di agricoltura e allevamento sovvenzionati.
È l’Africa del signor Roger Takounti, rappresentante del Ministero della famiglia e della promozione sociale a Djougou (Benin). A differenza di molti funzionari non parla il solito “politichese” ambiguo. Racconta di casi sociali, di problemi familiari, delle mille difficoltà in cui si dibatte la gente di qui. Poi si alza e mostra la parete di fronte al suo tavolo. È ricoperta da fotografie un po’ sbiadite dal sole che, nonostante gli scuri alle finestre, riesce a consumare i colori delle stampe.
Immagini di bambini che sono riusciti ad andare a scuola, grazie all’aiuto di Roger, altri che hanno ottenuto i mezzi per curarsi, altri ancora che sono stati affidati a famiglie in grado di mantenerli. Ma c’è una foto su cui Roger si ferma. Mentre il dito ne sfiora il bordo il suo viso si illumina: “Questa ragazza è di Karhum, un villaggio…”. Conosco quel villaggio, sorge ai piedi della collina. E conosco anche il pugno di case dove abita quella ragazza. In basso, in un avvallamento fertile spesso allagato dalle piogge. Lì la gente coltiva un po’ di riso e cereali. Di lì alla scuola ci sono quattro chilometri di pista sconnessa, graffiata dalla rabbia dell’acqua di monsone che batte sulla terra rossa e scappa veloce verso valle.
La ragazza della foto sorride. Roger le tiene una mano sulla spalla e sorride anche lui, anche se con un velo di tristezza. La sedia a rotelle è di ferro pesante, robusta, con due pedali da azionare a mano. Grazie a quel dono lei riesce a percorrere tutti i giorni quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno per andare a scuola. Riesce a superare quelle buche scontrose, quelle salite abbrustolite dal sole, quei sassi impolverati e ruvidi. “È felice adesso – dice Roger – può andare a scuola”. Non sorride fino in fondo, perché, forse, pensa a quanti altri casi simili ci sono e a quanti pochi potrà risolverne. Riguarda la foto della ragazza e ripete: “Ora può andare a scuola”.
È l’Africa delle donne, che ogni giorno affrontano fatiche e difficoltà per mantenere i loro figli, magari inventandosi un’attività del tutto nuova, come ha fatto Petite, una donna di Ouagadougou, un divorzio da un marito che la tradiva e la umiliava e una bambina da mantenere. A volte qualcuno telefona a casa sua per ordinare una cena. Petite non è la proprietaria di un ristorante. Lavora come colf presso una famiglia di cooperanti italiani. Terminato il suo orario di lavoro, carica sul portapacchi del motorino la macchina per fare la pasta e si immerge nelle caotiche strade della città.
Ha imparato a cucinare dai vari cooperanti italiani con cui ha lavorato. Un signore di Genova le ha portato del basilico lei l’ha piantato nel cortile. Poi le hanno spedito la macchina per fare la pasta e la sua attività è iniziata. A chiamarla sono sia i bianchi della cooperazione sia famiglie locali benestanti che vogliono invitare gente a cena e fare qualcosa di originale.
Alla luce di queste immagini viene davvero da chiedersi, come fa Sidney Mintz: “Chi è più moderna, più occidentale, più sviluppata: una venditrice yoruba, scalza e analfabeta che rischia quotidianamente la propria sicurezza e il proprio capitale, in una accesa competizione individuale con le sue simili o una laureata dello Smith College che trascorre le giornate accompagnando il marito alla stazione di Westport e i suoi figli a scuola di danza?” [6].
“Finché il leone non avrà una sua storia, il cacciatore sarà sempre l’eroe” recita un proverbio africano. Ancora i leoni, in Africa, come al tempo dei romani e i cacciatori sono sempre gli stessi.
[1] Cfr. S. Falk-Moore, Antropologia e Africa, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004
[2] M. Gluckman, Il rituale nei rapporti sociali, Roma, Officina, 1972; V. Turner, Il processo rituale, La Morcelliana, Brescia, 1976.
[3] Cfr. J-L. Amselle e E. M’bokolo, Au coeur de l’ethnie, La découverte, Paris, 1985.
[4] J-L. Amselle, Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; J-L. Amselle, Connessioni. Antropologia dell’universalità delle culture, Torino, Bollati Boringhieri, 2001.
[5] S. Latouche, L’altra Africa. Tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.
[6] S. Mintz, “Men, Women, and Trade”, in Comparative Studies in Society and History, 1971, 13, p. 268.
Odile Sankara
Un grido! L’Africa in soccorso dell’Occidente risuona come un grido che non lascia indifferente il lettore.
La complessità della relazione Africa-Occidente ha assunto le dimensioni di un mostro, rinchiuso nelle profondità della terra: egli mangia, beve, divora tutto ciò che gli passa a tiro e cresce tanto da perdere le proprie forze. Si ritrova così prigioniero della sua stessa trappola.
Le utopie contraddittorie hanno raggiunto un culmine che ci riporta in una situazione diffusa di paura del domani. E fin dall’inizio Anne-Cécile colloca l’Africa al posto d’onore: “L’Africa esprime valori e mentalità ‘altri’ che potrebbero rendere un servizio a un mondo sull’orlo del baratro. La battaglia per la diversità culturale – di cui il continente nero costituisce uno dei simboli più forti – rappresenta infatti in realtà una battaglia per la sopravvivenza dell’intera umanità”. Questa affermazione suscita in un africano un sentimento di fierezza. Ma subito, però, emerge la domanda: come potrà l’Africa salvare l’Occidente da questo baratro?
Infatti, l’Africa è plurale nella sua diversità culturale – elemento fondamentale per la sua sopravvivenza – e sviluppa una sorta di inattesa resistenza di fronte al mostro insaziabile. Eppure, per quanto possa apparire paradossale, essa ha sviluppato negli ultimi cinque secoli soprattutto la politica della “mano tesa”.
Proprio per dire “no” a questa avvilente mendacità, Thomas Sankara ha fatto del potenziale umano il suo credo. Diceva: “Il solo modo di vivere liberi è di vivere da africani. Costruire basandoci sulle nostre forze, quelle degli uomini e delle donne del continente”. Intendeva la forza fisica, morale, intellettuale, ma anche le ricchezze immagazzinate nelle viscere della terra africana, e che purtroppo sono la causa del suo disastro.
Questa volontà politica di emancipare gli uomini e le donne del suo paese, il Burkina Faso, consisteva non solo nel credere nel loro valore intrinseco di esseri umani, ma anche – e soprattutto – nel liberarli dal giogo di cinque secoli di storia, aprendo la strada alla libertà di pensiero e di azione, per trovare insieme il modello di sviluppo, forgiando gli attrezzi necessari alla sua realizzazione, e per non sprofondare nella fatalità. Quella fatalità teorizzata e affermata dagli afropessimisti, che sostengono che l’Africa sia un continente maledetto.
“Il continente potrebbe allora inventare le proprie soluzioni ai mali che lo divorano”, riassume Anne-Cécile. Mali peraltro apprezzati dai media occidentali e ben radicati nella coscienza collettiva, che fanno dell’Africa un sinonimo di guerra, malattia, fame, miseria. Tutti fattori che permettono di giustificare la presenza degli stranieri: “La logica dell’aiuto può perpetuare una logica di dipendenza alimentata dal miserabilismo”.
Emancipare i propri connazionali, basandosi sui valori tradizionali: “…un rapporto diverso fra l’individuo e la collettività, una resistenza all’accumulo di ricchezze, un inserimento pacifico nell’ambiente… Essi lasciano intravedere che l’evoluzione del mondo potrebbe avere luogo in un altro modo, più equilibrato, più modesto, meno predatore, più previdente”.
Questi valori, Thomas Sankara e i suoi precursori, Kwamé N’krumah, Patrice Lumumba e altri, li hanno fatti propri. E Sankara lo diceva spesso: “Per essere esigenti con il popolo, occorre esserlo nei confronti del suo primo responsabile”. Ciò che richiede sacrificio quotidiano e disinteresse. Quanti sono pronti a questo?
Mi pare che questo aspetto dell’accumulo di ricchezze sia lo spartiacque, il punto nevralgico del male che rode la società occidentale, ma anche il potere politico in Africa, trascinando con sé una certa élite, con il suo corollario di corruzione e nepotismo. Una cancrena strutturale della giovane democrazia africana.
Il conflitto di valori è reale. Il modello occidentale dominante come unico esempio di sviluppo trascina il continente in una folle corsa. Invece, nei meandri del pensiero tradizionale africano, il valore del “chi sono io” non si seziona in attributi materiali, ma trova piuttosto risposta nelle profondità della spiritualità, per quanto metafisica, da cui si sprigionano le virtù di un benessere sociale. L’avere diviene oggi il solo valore e l’avidità materiale la sola misura.
Quattro anni di regno, quattro anni di lotta contro la corruzione e l’imperialismo: “Bisogna produrre. Produrre di più perché è normale che chi ti dà da mangiare ti detti anche le sue volontà. Alcuni chiedono: ma dov’è l’imperialismo? L’imperialismo? Guardate nei vostri piatti. Quando mangiate i chicchi di miglio, di mais e di riso importati, questo è l’imperialismo”. Una feroce volontà politica di rifiuto della mendacità, ecco ciò che animava Thomas Sankara. La ferma volontà di forgiarsi un’identità, di esistere come Stato indipendente e sovrano, capace di generare risorse per il proprio sviluppo. Come i suoi precursori, combatteva tutto un sistema: una scommessa per giungere all’uguaglianza di possibilità per tutti.
Affrontavano, lui e i suoi precursori, il mostro. E L’Africa in soccorso dell’Occidente denuncia la doppiezza del mostro: “la specificità dell’Africa risiede certamente nel fatto che essa non ha mai avuto davvero diritto alla parola e che l’Occidente, più che altrove, si è accanito a far tacere coloro che la pensavano in maniera diversa e volevano seguire un’altra via. Dalle guerre coloniali agli assassinii politici dell’epoca moderna – per esempio quello del congolese Patrice Lumumba, ucciso con l’aiuto dei colonizzatori belgi nel 1962, e quello del burkinabé Thomas Sankara, eliminato certamente con il consenso della Francia nel 1987”.
Assassinata la speranza, si è infranto il sogno? Tutto è da ricostruire, dato che una buona parte della gioventù africana, senza punti di riferimento, sembra persa e aspetta, forse, Godot? Ma essi aspettano di partire e di gonfiare i ranghi degli immigrati, e Aminata Traoré lo dice: “Agghindati da capo a piedi con vestiti usati, un cellulare in mano e l’Europa in testa, i nostri figli aspettano, a migliaia, intorno a una teiera o a un bicchiere di birra”.[1] Anne-Cécile rincara la dose: “Ma la gioventù africana sembra attraversata da sentimenti violenti e contraddittori”. Responsabilità condivisa e, di nuovo, diplomaticamente riassunta in questo libro: “Anche la destrutturazione del tessuto sociale e dei punti di riferimento culturali suscita la tentazione dell’emigrazione. Attraverso la televisione e le videocassette, l’Occidente proietta inoltre un’immagine vantaggiosa per sé e frustrante per le società impoverite che la ricevono”.
Infatti, se i media occidentali rimandano immagini “vere” dell’Africa (guerre, fame, malattie, Aids, miseria…), la miseria di una certa parte della società occidentale è invece sovente sconosciuta: poche immagini e analisi poco approfondite nelle riviste umanitarie e di altro tipo. Bisognerebbe forse chiamare in causa la responsabilità dei media e dell’élite africana rispetto al loro modo di informare. Questa élite, secondo Aminata Traoré, è persuasa di non aver bisogno di un pensiero africano sull’economia e la politica. E Jean Ziegler afferma che “informare, rendere trasparenti le pratiche dei padroni è il compito dell’intellettuale”.[2] Informare gli uomini e le donne perché possano scegliere assennatamente la loro vita.
C’è molto da fare per salvare la barca dell’Occidente che va alla deriva! Ma l’Africa ne ha oggi la capacità e la forza, tenendo conto dei suoi mali? È qui che la nostra fierezza di africani ci provoca un nodo alla gola. Secondo Anne-Cécile “è sul piano spirituale e in termini di civiltà che essa potrebbe svolgere un ruolo realmente alla sua altezza”. Certo, ma l’Africa è alla ricerca di se stessa, perché dismette i propri valori a vantaggio di altri, virtuali, dettati dal modello occidentale che si impone con fragore. La saggezza africana, sorgente inestinguibile di insegnamenti, non è purtroppo la più condivisa dai governanti africani. E Aminata l’afferma: “Noi vi imitiamo globalizzandoci, e a volte camuffandoci”.
Il nuovo ordine mondiale guidato dal capitalismo è colpito da una malattia grave: l’autismo, che impedisce alla sua vittima di dialogare, di usare semplicemente la parola. E il saggio Hampaté-Bâ ce lo sussurra: “La parola impegna l’uomo. La parola è l’uomo”. Sì, è questa parola il veicolo di trasmissione dei valori e del dialogo sociale. In queste circostanze, come si può essere in ascolto di un continente i cui valori provengono da una cultura che sfiora l’irrazionale e dove, d’altro canto, la macchina tende a sostituire l’uomo? In che modo i miti, i simboli, i segni, le leggende, i proverbi possono contribuire a ridefinire un nuovo dialogo, in cui l’Africa potrebbe suonare davvero il suo spartito? “Ma non potrà accadere nulla di giusto, per il mondo e per l’Africa, se non si rispetta il principio di uguaglianza e di rispetto reciproco”. Questa frase mi sembra sintomatica del senso di ineguaglianza e di ingiustizia nella relazione Africa-Occidente.
Tuttavia, noi osiamo credere che la speranza non sia stata assassinata e che il sogno non sia infranto. L’esperienza di Thomas Sankara e dei suoi predecessori non ha forse lasciato un’eredità materiale agli uomini e alle donne del continente, ma ha contribuito in una certa misura a placare la fame che abita l’uomo – fame di cibo, certo, ma anche di sapere, di lavoro, di libertà, di dignità, per riprendere le espressioni di Ziegler riferite alla politica di Lula in Brasile in L’empire de la honte. Essa ha piantato il seme che germina e libera l’individuo dalle sue paure. È fonte di dinamismo e creatività. Sankara rispondeva alle domande e alle inquietudini dei suoi familiari in questi termini: “Dopo di me, ci saranno centinaia di altri Sankara per continuare”.
Malgrado la tendenza alla mendacità, c’è una prospettiva felice che si apre con una generazione di intellettuali disponibili a dare il cambio a questi grandi uomini che hanno segnato con il loro coraggio e il loro onore l’evoluzione positiva della storia del continente. Questo potenziale umano prende il testimone. Anche se l’immigrazione aumenta rapidamente, molti giovani preferiscono il rifugio del proprio paese che il rischio dell’esilio; o ancora, si vedono giovani diplomati africani tornare in patria per tentare la sorte. Una nuova dinamica viene a rinforzo della precedente, poiché l’eredità degli anni di Sankara è anche la nascita del mondo associativo, in particolare in Burkina Faso, in Mali, in Senegal. Questo fatto dà incontestabilmente vitalità e forza creativa al continente, anche se, come afferma Anne-Cécile, “spesso il mondo associativo è abbastanza sviluppato in Africa (Burkina, Mali, Senegal, Sudafrica…), ma si inscrive sempre più nelle strutture e negli schemi di pensiero del Nord. Il vocabolario e le tecniche ricalcano grosso modo quelli dell’Occidente”. Ancora una volta entra in gioco il ruolo delle élite e dei nuovi politici africani nel dare vita ad un nuovo linguaggio ispirato alle realtà del continente.
Parliamo allora delle donne, dal momento che sono loro a tenere insieme con cura il tessuto associativo. Le donne hanno saputo creare dinamismo attraverso una forma di organizzazione sociale fondata sul modello tradizionale, da cui trae lo spirito di condivisione, di aiuto reciproco, di solidarietà. Si possono citare come esempio le tontines, attraverso le quali esse hanno creato piccole economie indipendenti. In Mali, Burkina, Senegal, Benin, Togo, e molti altri paesi, una famiglia su due ne beneficia.
Queste forme di organizzazione consentono una ristrutturazione del tessuto sociale, con un’attenzione particolare all’ambiente, alla salute dei bambini, all’educazione. Favoriscono la presa di coscienza di tutta la popolazione su alcune questioni. In Burkina e in Mali, gruppi di donne hanno affrontato il problema dell’inquinamento dovuto alla discarica incontrollata di rifiuti domestici, in particolare i sacchetti di plastica. Esse ripuliscono i quartieri e riciclano i sacchetti, che altrimenti sarebbero dannosi per l’ecosistema; ne ricavano graziosi oggetti di decorazione e di uso comune: borse, cappelli, scarpe… che rivendono poi ai turisti. Infatti, “il riciclaggio dei rifiuti della società capitalistica è una fonte essenziale di reddito”.
Nel campo dell’arte, si possono citare a questo proposito alcuni grandi artisti africani contemporanei che utilizzano materiali di recupero, come i beninesi Calixte Dapkogan e Romouald Hazoumé. In molti hanno potuto ammirare le “maschere-bidone” di Romouald al Beaubourg di Parigi, nell’ambito della mostra “Africa-remix”, nell’estate 2005; un’opera gigantesca. Queste maschere fissavano con sguardo ilare, quasi indifferente, a volte interrogativo, i visitatori occidentali. “La cultura diviene allora un veicolo di resistenza alla globalizzazione liberista e alla predazione capitalistica”. Si potrebbe sostituire “cultura” con “arte”.
In Africa, l’arte, in tutte le sue forme, è sorgente di dinamismo e veicolo di trasmissione di valori. L’arte come progetto di edificazione delle coscienze; come mezzo d’espressione e di resistenza alla perdita della cultura tradizionale; come industria culturale. Tutti questi attributi sono appropriati di fronte all’investimento dei giovani in un settore che spesso non dà di che vivere.
L’Africa in soccorso dell’Occidente? Se è così, occorre che essa prenda il fiato, si attrezzi di tutto punto, perché altrimenti rischia di soffocare, se non addirittura di annegare, in questo salvataggio. Infatti, “bisognerebbe giungere a un’autentica presa di coscienza dell’Africa, per se stessa. Un’autonomia di pensiero è necessaria per un rifiorire della dignità… la costruzione di un pensiero proprio in rapporto con le realtà sociali, politiche e storiche”.
Questa presa di coscienza è presente nella nuova generazione di intellettuali che sviluppa una riflessione per una nuova Africa. È presente anche nel dinamismo delle donne e tra gli artisti.
[1] A. TRAORÉ, Lettre ouverte au président des Français à propos de la Côte d’Ivoire et de l’Afrique en générale, Fayard, Paris 2005.
[2] J. ZIEGLER, L’empire de la honte, Fayard, Paris 2005.
Tiziana Plebani
Nel 2000, come si ricorderà, Karol Wojtila fece una pubblica confessione degli errori commessi dalla Chiesa e dai cristiani nel passato, dalle Crociate alla tratta dei neri, dallo sterminio degli Indios agli eccessi dell’Inquisizione sino all’Olocausto.
L’ammissione delle colpe è un evento assai importante nella storia perché interrompe un processo lineare, dà voce alle sofferenze e alle ingiustizie procurate e crea le basi per una riconciliazione col passato. Tuttavia essa non è sufficiente: l’ammissione degli errori dovrebbe provenire da un sincero accoglimento dell’esistenza e delle istanze degli altri, quelli a cui si sono inflitte le pene, e, conseguentemente, inaugurare la volontà di non percorrere più la strada che ha condotto a tali errori, che, val la pena di ricordarlo, ha lastricato la storia di guerre, morti, bruciati nel rogo, donne disprezzate e condannate, individui torturati nel corpo e nell’anima ed espulsi violentemente dalla società attraverso il potere della Chiesa.
Questo accoglimento si era palesato nella strada imboccata da Giovanni XXIII ed espressa nel Concilio Vaticano II, soprattutto in quella volontà di uscire dalla logica delle condanne e di aprirsi alla dialettica interna ed esterna alla Chiesa. Tale direzione è stata abbandonata con Giovanni Paolo II, che ha inoltre rafforzato, come ben si vede, la struttura di potere delle più alte gerarchie ecclesiastiche e negato la parola a comunità di base, teologi dissidenti e al per nulla uniforme “popolo della fede”.
La logica della condanna, arma di potere e di rafforzamento dell’autorità, impone norme rigide e punitive e cristallizza i rapporti tra i fedeli e il capo spirituale, istaurando un’equazione pericolosa tra la sua figura e la figura del giudice del potere secolare, in assenza tuttavia di processo e di strumenti di difesa da parte dell’accusato.
Sono una laica e dunque qualcuno potrà chiedermi perché mi interesso di tutto ciò e non mi accontento di ribadire i necessari confini tra gli ambiti del potere religioso e quelli dello Stato. Più di una ragione invece mi spinge a pensare che la pura difesa della separazione delle sfere sia insufficiente e che alle idee che animano una cultura – perché quando si parla di religione si parla di cultura che come tale non è statica e astorica – si deve controbattere con altre idee. E chi vive in questo paese, come me, sa che la separazione tra le due sfere non è né esistente nel presente, dato l’ancora permanente confessionalità dello stato italiano, né tantomento nel passato. L’influenza della cultura religiosa, nel complesso delle credenze che hanno un significativo peso nel plasmare i comportamenti e la mentalità degli individui (un’influenza che è cresciuta a dismisura, come ben si vede, in tutto il mondo attuale), e la presenza di una struttura ecclesiastica di potere, sono altre ragioni che spingono chi voglia occuparsi criticamente della propria cultura di appartenenza a non ripararsi dietro a confini più immaginari che reali e a prendere parte nel discorso. Inoltre, proprio perché le idee, le pratiche e le cornici di senso non sono statiche, e non lo sono state nemmeno nel passato, è necessario evidenziarne i cambiamenti e, in quanto studiosa di storia, sono attenta alle svolte di pensiero che condizionano o vogliono condizionare la nostra vita.
E quella che è sotto ai nostri occhi è una svolta autoritaria delle più alte gerarchie ecclesiastiche che si sta prepotentemente acuendo e a cui bisogna rispondere non tanto e non solo fissando i limiti dell’influenza della Chiesa (visto che abitiamo lo stesso paese e la stessa cultura) ma confliggendo in merito ai metodi, alle questioni e all’oggetto delle condanne.
Gettare condanne e non assumere su di sé le sofferenze del mondo, la fragilità dei viventi, respingere e non accogliere, non perdonare, fare della minaccia di peccato un’arma di potere è, a partire dalla critica ai metodi, davvero un percorso violento, non tollerabile e che si è allontanato dalla strada dell’amore che lo stesso Cristo indicava perdonando la meretrice, proteggendo i deboli e gli umili (tematiche che non appartengono solo ai credenti ma alla storia dell’etica).
E in quanto ai contenuti, ciò che mi colpisce profondamente è l’incapacità dopo tanti secoli, dibattiti, scontri e alleanze, di guardare alla corporeità dei viventi come a un bene prezioso e non a un luogo di smarrimento e di bassezza, bensì a ciò che ci fa umani, viventi, bisognosi, nati da un corpo di madre che insegna il valore e la necessità dell’amore e del suo corpo, sessuato, finito, reale.
Perché ancora questa Chiesa (come molti ambienti politici, culturali, religiosi) non riesce ad accettare la realtà dei corpi e la differenza sessuale come ricchezza? Perché quest’insistenza sul celibato e sul rifiuto di entrata alle donne (presenti invece nella storia della Chiesa con figure di rilievo), che fa dei sacerdoti delle figure emotivamente fragili, e in profonda difficoltà a gestire la propria sessualità? Perché queste alte cariche ecclesiastiche non si prendono carico della radicale misoginia culturale di cui sono imbevute e non ne disinnescano la carica esplosiva?
La loro irrisolta ossessione verso le pratiche corporee li conduce a guardare il corpo femminile, il corpo Altro in assoluto per il clero maschile, come l’emblema della vita di pulsioni, umori, cicli biologici, godimento e bisogno, scandita da fecondità, da cui tutti originiamo e dipendiamo. E la dipendenza, se non è accolta “culturalmente”, è fonte di oscure paure e repulsioni.
La risposta attuale alla radicale diversità del corpo femminile rievoca la misoginia dei clerici medievali, rinfocola drammi ed errori del passato, quelli stessi per cui Wojtila ha fatto ammissione di colpa.
E il dominio, il controllo attraverso dettami e prescrizioni della vita sentimentale e sessuale, pare voler tendere a depotenziare le donne e gli uomini delle loro energie vitali e a convincerli di lasciare il governo del proprio corpo e di pulsioni, desideri e necessità – l’insieme del “disordine” del corpo – in mano a uomini ordinati (sacerdoti, prelati ecc) che invece dovrebbero ammettere la loro debolezza e il loro difficile equilibrio. Non è un caso dunque che ad essere oggetto delle maggiori condanne sia la direzione della sessualità, (che le donne e anche gli uomini, hanno voluto separare dalla fecondità) schiacciando i fedeli tra l’impossibilità di agire la contraccezione e l’imposizione della maternità e rinviando all’intera comunità di individui, credenti o meno, un’immagine misera e sporca del proprio desiderio.
Tuttavia, sia perché gli individui sempre più costruiscono il senso e il valore della vita a partire dalle proprie esperienze e dai propri sentimenti sia perché l’oggetto della repulsione dei clerici, le donne, ha risposto con una propria elaborazione culturale e con autonome pratiche politiche, tale presunto dominio sui cuori e sulle camere da letto sta mostrandosi sempre più nudo ormai agli occhi del mondo. E visibile così com’è – privo di amore e povero di accoglienza – resta solo un linguaggio violento e rozzo, svuotato di quella profonda umanità e rispetto della soggettività femminile che si riscontra nella cultura religiosa più autentica e pulsante.
Ed è quindi, attingendo anche a quel patrimonio, valore universale anche per i laici come me, che io, rispondendo agli attacchi sulla libera scelta della maternità che abbiamo voluto e praticato, guardo a Maria e a quell’episodio centrale non solo nella sua vita ma nel Cristianesimo tutto, incentrato nell’Annunciazione, una scena che ci è stata consegnata solo dal Vangelo di Luca. Uno degli elementi cruciali e non a caso sottaciuto, riguarda, nel colloquio con l’angelo Gabriele, il consenso della Vergine: solo l’accettazione consapevole di Maria dà corso alla storia, apre la possibilità all’avvento. E’ solo il suo sì che accoglie nel corpo e nella mente la vita.
Dunque le materie sulle quali alcuni esponenti delle più alte gerarchie ecclesiastiche stanno emanando condanne, dettami e divieti non sono tematiche che appartengono solo al popolo della fede ma riguardano la vita di tutte e di tutti e i valori e i simboli della nostra cultura e di ciò dobbiamo essere pienamente consapevoli.
Mercoledì 8 marzo 2006 al Circolo della rosa di Milano si è discusso di questi temi a partire dal libro di Anna Santoro certincantamenti (Marsilio 2005).
La poesia cosa aggiunge alla politica e all’economia?
Si può farne una pratica politica?
Che misura porta al consumo (-ismo) culturale?
Come riesce ad afferrare la materialità pulsante della vita?
La discussione è stata avviata da Luciana Tavernini, di cui riproduciamo l’intervento introduttivo. Clelia Pallotta ha letto le poesie citate e Anna Santoro ha interloquito con le presenti.
di Luciana Tavernini
Le riflessioni di oggi sono frutto di una pratica di lettura dei testi che pone in relazione le risonanze che essi provocano in me. Io mi colloco nel “tra testi”, testi che risuonano come voce viva di chi li ha scritti. Questa pratica di mettere in contatto è quella che seguo anche con le persone che conosco, fa nascere del nuovo che poi percorre strade a me ignote, pone in movimento.
Più che con la critica letteraria ha somiglianze con l’alchimia, tanto cara a María Zambrano, o più modestamente col mio modo di cucinare. Utilizzo ciò che ho a disposizione, compreso il tempo e come mi sento e sento in quel momento, e le centinaia di ricette che ho in mente e qualche nuova che cerco al momento, e poi unisco il tutto per creare qualcosa che, a giudicare dal modo con cui i miei annusano e scoperchiano le pentole, se non è già in tavola, risulta gradita. Non si tratta di proporre interpretazioni univoche quanto di accostarsi e di accostare, dicendo le ragioni della vicinanza scoperta perché altri e altre siano spinti a dire le loro.
Le poesie di Anna Santoro mi hanno accompagnato in questi mesi, facendo balenare domande e contatti con quello che udivo negli incontri qui in Libreria e spingendomi a leggere fino in fondo e più a fondo alcuni testi . Mi riferisco a Filosofia e poesia di María Zambrano, a Pro e contro la bomba atomica della sua amica Elsa Morante, a Una filosofa innamorata di Annarosa Buttarelli, a La diferencia sexual en la historia della mia amica e maestra Milagros Rivera y Garretas, a L’aspetto orale della poesia di Ida Travi e al più bel testo che io abbia letto sulla depressione, o meglio malinconia femminile e le sue cause individuate attraverso l’incontro con figure letterarie, e cioè La scrittura del deserto di Wanda Tommasi.
Proprio per la mia passione per la storia vorrei partire da una riflessione sulla memoria che Pina De Luca , nell’introduzione a Filosofia e poesia, trae da Zambrano. “All’origine della memoria c’ è la ricerca di qualcosa di perduto e irrinunciabile […] qualcosa che esige di essere nuovamente guardato.” Guardare di nuovo ha il senso del far rinascere, del restituire pienezza di vita a ciò che si è lasciato passare e si è visto solo a metà. Ridare tempo, far sì che ciò che “fu a malapena vissuto, riacquisti il tempo che gli fu sottratto”.
La memoria produce “una lentezza capace di assecondare la fatica di nascere di cose e pensieri rimasti inespressi o incompiuti per misconoscimento di un tempo che è in sé plurale e diversificato”, perché vi è la necessità di un presente ampio, capace di contenere quel che è stato accantonato nel tempo accelerato di oggi. “Compito del pensiero deve essere accogliere nel proprio presente i tempi disparati che profondamente gli appartengono.”
Anna nella poesia Ti sminuzzo memoria (p. 9) mette in luce il bisogno di nutrirsi di quella parte del passato, quella che non si impone, “mai dominante”, per dare un senso al presente; e il doloroso lavoro del scegliere, l’esitazione tra la memoria dominante, consolatoria direi io, e la migliore, la più cruda e dolorosa, difficile da agghindare, quella che può davvero lenire “il frastuono dei pianti e dei silenzi” .
Perché il dolore è anche ciò che ci fa percepire il reale, come segnalava Artaud, che abbiamo riscoperto nell’emozionante mostra al PAC , appena conclusasi. E di nuovo Anna in A volte è un fruscio lieve (p. 34) lo ha ben presente. Il dolore “un fruscio lieve/ un battito d’ali di farfalla nelle tempie/” mentre lei vive, “badando a scostare dalla testa/ lampi di pensieri/”, le rende presente il corpo e l’intelligenza del reale che comporta. Porta all’ accettazione “dell’essenzialità della vita, colta nelle sue componenti più semplici”, quella che la Bachmann chiama “l’omelia del deserto”. Come ci racconta Wanda Tommasi, quello che salva la protagonista del Libro del deserto è il lasciar affiorare l’elementarità del bisogno, “il mistico congiungersi di inspirare ed espirare, camminare e riposare, l’alleluia della sopravvivenza nel nulla”.10 Così, più gioiosamente, Santoro, consapevole del pericolo di cadere nell’ elegia della sofferenza come se essa fosse l’unica possibilità per arrivare alla conoscenza, in Nulla ci è dato intendere (p. 11) ci presenta l’elementarità della vita nell’erba viva che “ha tepore di polpastrelli/ lungo il corpo”, nell’aria azzurra alle tue spalle. Tutto è sì breve, ma il tempo è lungo dentro di noi.
Con l’ultima poesia si presenta un’ulteriore riflessione sul tempo, vicina a quella di Zambrano, un senso del tempo che potremmo dire “estasi del presente”. Come dice Annarosa Buttarelli, mutuandolo da Zambrano, “estasi intesa come stato di continua e necessaria relazione con ciò che è qui e ora così da rendere il tempo incessantemente presente […] verso cui ci si può disporre in una relazione vivente che ricerca senso mentre le cose accadono e mentre le cose parlano: una relazione di ascolto in compresenza.”11 Quello che noi chiamiamo politica del simbolico e che consente di “svolgere uno speciale servizio all’umanità: offrirsi – offrire le proprie letture di ciò che accade”.12
Presente quindi non come “sinonimo di attualità, perché se tutto fosse attualizzato, esaurito nella potenzialità di essere, non ci sarebbe lo spazio per portare alla luce l’invisibile del presente, invisibile che spesso si offre come una possibilità non percepita dal senso comune. Inoltre, nel presente restano e resistono frammenti di altri tempi e tutto si gioca nella capacità di saperli leggere, slittando su un piano non aderente al presente stesso. Questo tipo di slittamento senza sradicamento e senza fuga è ciò che sembrano fare più donne che uomini […]”.13 E’ ciò che ci permette di tenere vivo il rapporto con le giovani e i giovani. Come dice Anna in Alla tua età – amore mio – (p. 78), dedicata a suo figlio e che io, a mia volta, ho inviato al mio, occorre “farsi trafiggere il cuore” nel riconoscere in loro ciò che è rimasto vivo del nostro passato e renderlo perciò ancora vivo.
Infatti, come dice Elsa Morante in Pro e contro la bomba atomica, e come ci ha ricordato in modo appassionato Francesca Comencini14 quando ci ha presentato il suo documentario sulla scrittrice, allo scrittore, al poeta “sta a cuore tutto quanto accade”, e aggiunge “fuorché la letteratura”.15 Interessa il reale.
“Il realismo è uno sguardo ammirato sul mondo che vi si depone senza pretesa di ridurlo a qualcos’altro.”16 Tale ammirazione disinteressata è un essere innamorati del mondo, è un legame amoroso senza che vi sia la violenza del possesso, è cura e attenzione. Questo sguardo innamorato, che a volte ci riempie di felicità perché anche la grazia e l’allegria ci aprono strade di conoscenza, lo ritrovo in Essere felice da parlottare da sola (p. 28) dove “/nulla c’è di nuovo eppure…/forse il sole la luce dietro gli alberi/ quel cane/.
Significa dunque entrare in relazione con la materia “ardosa y creadora”.17 Questa materia che, come ci insegna la medievista María-Milagros Rivera y Garretas18, nella cosmogonia feudale era intesa come materia prima, principio creatore femminile accanto a quello maschile. Questa dottrina, nei secoli XII e XIII, venne chiamata dei due infiniti19. Pur condannata come eresia, essa continuò a vivere nei secoli ad esempio tra le beghine, nel movimento del Libero spirito, in Juan Huss, in Giordano Bruno fino, come sottolinea Milagros, a Clarice Lispector. In Vicino al cuore selvaggio nel 1944 scrive:
“Ma dov’era in fondo dei conti la loro divinità? Persino nelle più deboli c’era l’ombra di quella conoscenza che non si acquisisce con l’intelligenza. L’intelligenza delle cose cieche. La forza della pietra che, cadendo, ne spinge un’altra che finisce per cadere nel mare e ammazzare un pesce. A volte quella stessa forza la si trovava nelle donne che erano semplicemente madri e mogli, timide femmine del maschio, come la zia, come Armanda. Eppure quella forza, quell’unità nella debolezza… Oh, forse stava esagerando, forse la divinità delle donne non era specifica, consisteva solo nel fatto che esistevano. Sì, sì, ecco la verità: loro esistevano più degli altri, erano il simbolo della cosa nella cosa stessa. E la donna era proprio il mistero, scoprì. C’era in tutte loro, una qualità da materia prima, qualcosa che poteva anche definirsi ma che non si realizzava mai perché la sua essenza stessa era quella di <<diventare>>. Non era forse attraverso di lei che si univa il passato al futuro e a tutti i tempi?”20
Dal XIV secolo con l’Umanesimo e più intensamente nel XVI secolo con i tribunali dell’ Inquisizione, il principio femminile, materia prima, venne sottomesso a quello maschile, fino a sparire, non nella vita né nella strada perché il mondo non può sussistere. I due infiniti furono ridotti a uno solo. Tale annientamento giunse al suo culmine nel XX secolo con i totalitarismi, che cercarono di sradicare o rendere insignificanti tutte le differenze. Il nazismo fu un esempio estremo del “regime o politica dell’uno”.
Fu nel XVI secolo che si inaugurò una linea storica e politica che concentrava l’energia umana nell’agire attivamente, che valorizzava l’autonomia, il non dipendere da nulla, mentre disprezzava la passività, la ricettività, il lasciarsi dare.
Invece l’adesione innamorata alla realtà trasforma il poeta nello spazio vuoto in cui le cose si depongono nel loro essere materia, in cui l’altro da sé può manifestarsi.
“Si tratta di tornare alla realtà sommersa da tutto ciò che viene costruito a colpi di “io” e di “voler essere”, istanze che si sono tradotte nella storia in modo da renderla catastrofica quando non sanguinaria.”21
Penso qui a una poesia di Anna Avanza piedi di piombo (p. 60) che mostra come la decisione della volontà fa avanzare e massacrare, senza sapersi fermare, senza pensiero.
Compito di chi fa poesia è lottare contro l’irrealtà (uso un termine di Elsa Morante), testimoniando la realtà, “perennemente viva, accesa, attuale”,22 in cui anche la morte è un movimento della vita. E’ l’elementare paura dell’esistenza che porta all’evasione da se stessi, all’assuefazione all’irrealtà, alla disintegrazione della coscienza umana. Le bombe e i campi di sterminio sono dunque la manifestazione del disastro avvenuto prima nella coscienza.
Proprio perché partecipa alla vicenda angosciosa dei suoi contemporanei e ne ha condiviso rischi e paure, il poeta (e qui uso il neutro maschile per rispetto a Morante e Zambrano) può mostrare i comportamenti di chi è assuefatto all’irrealtà e fissare in faccia i mostri da essi generati.
Penso qui alla poesia Aleggia una cupezza intorno alle persone intelligenti (p. 18) che ci presenta tre tipi di persone immerse nell’irrealtà del cinismo, del benessere, della stupidità che ignora. Una poesia a me particolarmente cara perché mi ha aiutato a capire la verità delle osservazioni di mia figlia sui suoi compagni e compagne di scuola e sul pericolo che lei stessa correva.
Credo che per Anna la condizione di chi vive nel cosiddetto Sud del mondo, in particolare dei bambine e bambine, sia quello che per Elsa furono la bomba atomica e i campi di sterminio.
Mi riferisco a Piccola figlia di mio figlio (p. 58), dove l’amore per una bimba non ancora pensata diviene veicolo per la non accettazione di bambini con altri destini che non siano amorosi.
Non si tratta, per preservare i buoni sentimenti o piacere alle anime bennate, di travisare la tragedia reale della vita. Si commetterebbe – dice Morante – quello che il Vangelo dichiara il peggior delitto, il peccato contro lo spirito. “Il movimento reale della vita è segnato dagli incontri e dalle opposizioni, dagli accoppiamenti e dalle stragi.”23
“Per quanto, lungo il corso della sua esistenza, possa accadere al poeta, come ad ogni uomo, di essere ridotto dalla sventura alla nuda misura dell’orrore, fino alla certezza che questo orrore resterà ormai legge della sua mente, non è detto che questa sarà l’ultima risposta del suo destino. Se la sua coscienza non sarà discesa nell’irrealtà, ma anzi l’orrore stesso gli diventerà una risposta reale (poesia), nel punto in cui segnerà le sue parole sulla carta, lui compirà un atto di ottimismo.” 24 Qui Morante racconta la storia di Miklós Radnóti, un giovane poeta ebreo ungherese, grazioso e allegro, che piaceva alle ragazze. Portato in un campo di sterminio, ha continuato a scrivere poesie, fino all’ultima quando, sull’orlo della fossa dove è stato ucciso, dice: Ora la morte è un fiore di pazienza. Lì l’hanno trovata insieme ai suoi resti. “E così ci è rimasta, miracolosamente, la prova, che pure dentro la macchina “perfetta” della disintegrazione, che lo annientava fisicamente, la sua coscienza reale rimaneva integra. E’ morto nel 1944. Ma io, – confessa Morante – solo da poco tempo ho saputo che era esistito. E la scoperta che questo ragazzo ha potuto esistere sulla Terra, per me è stata una notizia piena di allegria. L’avventura di questo ragazzo assassinato è uno scandalo inaudito per la burocrazia organizzata dei lager, e delle bombe atomiche. Scandalo non per l’assassinio, che è nel loro sistema. Ma per la testimonianza postuma di realtà (l’allegria della notizia) che è contro il loro sistema.”25
Questo bisogno di testimoniare l’aspetto tragico della realtà lo sento in poesie come Un po’ mi annienta (p. 31), dove da un lato viene mostrato è il senso di annientamento di fronte alla cattiveria dilagante, che ha occhi freddi, mani rattrappite su corpi luccicanti di monete, e dall’altro l’accoramento e il disgusto per aver superato la soglia della vivibilità con distacco. Insomma Santoro sa cogliere il sentire che ci permette di non assuefarci. In Ci sono bambine e bambini (p. 68), questi vengono descritti per ciò che non hanno mai potuto fare. Piccole cose che dovrebbero appartenere ad ogni infanzia: sputare la pappa in faccia a mamma e papà, avere qualcuno che li vezzeggi e pensi ai mostri che li spaventano, e che invece abbiamo condannati. E in contrapposizione pone signori che brindano in coppe d’oro e fanno il broncio, lasciandosi cadere in lenzuola di miele. “Questa è la verità”, ripete due volte: vi è dunque una connessione che ci coinvolge.
Infatti chi fa poesia – dice Morante – “è destinato a smascherare gli imbrogli.” E continua: “E una poesia, una volta partita, non si ferma più, ma corre e si moltiplica, arrivando da tutte le parti, fin dove il poeta stesso non se lo sarebbe aspettato”. Il poeta, infatti, “per sua natura ha bisogno degli altri, specie dei diversi da lui. Senza gli altri è un uomo disgraziato”.26 Credo che questo abbia spinto Anna a farsi promotrice della carovana dei poeti contro la guerra.27
Fare politica significa anche confliggere, un conflitto sì relazionale, che non distrugge l’altro, ma un conflitto che fa paura a molte di noi. Nell’ultimo incontro con Chiara Zamboni,28 si è messa in luce una motivazione di questa paura: l’evocazione della potenza materna e il corrispondente senso di annichilimento provato da neonate, quando la madre non rispondeva ai nostri bisogni. Da qui la rabbia come sentimento che esprime la ribellione alla paura dell’annichilimento, come se chi è in conflitto con noi potesse negarci totalmente. Si diceva dell’ “eccesso dell’eccesso”, di certe reazioni femminili che portano alla pietrificazione o alla fuga. Io in quell’occasione ho segnalato una pratica che mi consente di tenerla a bada e cioè il mettere in poesia ciò che si muove dentro di me.
In molte poesie di Anna ho ritrovato la capacità di fare i conti con la rabbia, perché non la si inchioda in un’ univoca interpretazione e neppure si lascia al non detto il potere di ampliarsi fino a schiacciare e scacciare l’altro.
Per esempio in Vivono – a volte vorremmo farne a meno (p. 14) dall’antagonismo così forte “che le dita si spezzano di ghiaccio/ con crepitii secchi e netti/” si passa alla confusione nel ventre “tra chicchi di grano semi di passiflora/ azzurrata mattoni roventi di dolore/” fino alla pietas che strazia.
Infine vorrei aggiungere qualcosa sul mio modo di leggere poesia. Contrariamente a quello che succede con molti libri che spesso vengono letti e accumulati, oppure di cui si vuole sapere solo quel tanto che basta per parlarne fin che se ne parla, insomma dei libri oggetto di un’industria culturale che li vuole quasi subito obsoleti, un libro di poesia si rivela grazie al suo ripetuto uso.
Si legge adagio, poco per volta, ci si ritorna, non si consuma. Ogni lettura ce ne rivela aspetti nuovi. All’inizio ci colpisce, come ricorda Ida Travi, la musicalità, che ci riporta alla lingua della madre, della nutrice, “lingua peculiare, presimbolica, viva di contatti interni tra corpo e voce”;29 quella che porta con sé il massimo di informazione, proprio dove la parola non è compresa nel suo significato, ma ascoltata nel suo fluire; quella che ci ricorda il piacere immenso del legame col corpovoce materno a cui è impossibile tornare, ma che può riaffiorare proprio con l’ascolto della poesia.
Poi, pian piano, giunge il lampo della rivelazione, quella luce sul reale che non rinuncia all’ombra, luce aurorale appunto. Infatti la poesia è scrittura di trasformazione che accompagna il cambiamento di chi scrive e che intende coinvolgere in un processo analogo chi legge. “Chi scrive e chi legge, nella proposta di María Zambrano, si lega – anzi, è già legato – in un patto di necessità: ‘Quel che si pubblica serve perché qualcuno, uno o tanti, viva tenendo presente ciò che è venuto a conoscere, perché viva in modo diverso dopo averlo conosciuto’. […] Uno o una bastano perché il patto regga e si crei una discontinuità nel procedere, altrimenti lineare, dei pensieri presenti nel mondo.”30
La poesia, permettetemi questo paragone in onore delle nostre cuoche di cui Clelia è un’esimia rappresentante, la poesia è come quelle vecchie padelle nere di ferro per i fritti, quelle che il lungo uso rende insostituibili quando in cucina si vuol fare in modo
Arianna Di Genova
L’ultima performance dell’artista guatemalteca.
Ha passato dieci giorni chiusa in una stanza, nello spazio culturale Plateau, nel 19/mo arrondissement di Parigi: “Era la mia personale interpretazione del coprifuoco”, ha spiegato Regina Josè Galindo: L’artista guatemalteca di 32 anni è conosciuta per le sue performance particolarmente estreme, con le quali vuole denunciare le condizioni delle donne nel suo paese. Vincitrice del Leone d’oro alla 51/a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (dove aveva esposto una passeggiata insanguinata in video, una ricostruzione dell’imene ma anche una serie di frustate su se stessa) Galindo ha affermato in un’intervista concessa al quotidiano Liberation di essersi già avvicinata altre volte al tema della segregazione “ma mai in modo così estremo”. A spingere l’artista a chiudersi in una stanza senza comunicazioni con l’esterno per dieci giorni è stata la ricerca della risposta alla domanda “cosa succede in un essere umano che si vede privato della sua libertà?”. “I primi giorni – ha racconta- mi sono dovuta abituare allo spazio, alla noia, a non sapere che ora fosse, all’assenza di sonno e al dover pensare ai meccanismi per cercare di stancare il più possibile il mio corpo: Mi dicevo che, per essere liberi, abbiamo bisogno degli altri”. Galindo ha inscenato anche un suicidio artistico: in questa stanza mi sono impiccata, poi sono svenuta: La mancanza di ossigeno poi mi ha svegliata” L’idea della performance le è venuta in Italia. “Ero là quando sono scoppiate le sommosse nelle banlieues francesi, e ho potuto constatare come il governo abbia reagito utilizzando l’arma della paura”, Regina Josè Galindo ha sempre dato l’interpretazione dell’arte come un qualcosa di martirizzante, un pugno nello stomaco del visitatore: alla Biennale di Venezia aveva registrato i 256 colpi di frusta che si era inflitta durante cinque giorni, in memoria delle donne assassinate in Guatemala tra gennaio e giungo 2005. In un’altra sua performance si era fatta impacchettare in un sacco di immondizia e fatta gettare dentro la discarica pubblica