Pubblicata da Donzelli “Hannah Arendt. La vita, le parole”, la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al “genio femminile”.
Simona Forti

Atutta prima, sembra un’inedita Kristeva l’autrice di Hannah Arendt. La vita, le parole. (Il volume, uscito per le edizioni Fayard nel `99 e ora tradotto da Donzelli – pp. VI-296, € 23, traduzione di Monica Guerra -, è parte di una trilogia intitolata “Il genio femminile”, dedicata ad Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette). Insolito, infatti, è il tocco leggero e chiaro della scrittura con cui l’intellettuale di origine bulgara e di cultura francese dipana il racconto biografico. Ironico e paradossale può apparire l’intento del libro: esporre il pensiero di Hannah Arendt – così esplicitamente avverso alla psicoanalisi – a una sorta di sguardo “analitico”. Il risultato, per quanto teoreticamente discutibile, è comunque molto interessante. Credo, infatti, che sebbene vogliano tenersene lontano, le opere arendtiane si prestino più di quanto si possa credere a questo tipo di lettura. Il messaggio che Kristeva tacitamente invia ai suoi lettori richiama innanzitutto l’esemplarità dell’esistenza di Hannah Arendt: una vita femminile che riesce a rendere “produttivi” i paradossi del secolo che attraversa. E il gioco di specchi tra la vita di chi racconta e la vita raccontata, che senza dubbio trapela tra le righe, riesce a tenersi distante da ogni fastidioso narcisismo. Con grande finezza vengono ritratti tutti i segni della “differenza” arendtiana: il suo essere una donna, costantemente immersa in ambienti quasi esclusivamente maschili; il suo essere ebrea, ma non praticante e non sionista, studiosa appassionata di teologia cristiana e filosofia tedesca.

Per Kristeva, insomma, tutto nella vita di Hammah Arendt, dalle opere alle scelte personali, parla dal punto prospettico di un’irriducibile estraneità. Non soltanto gioca un ruolo centrale l’esilio, che la vede a Parigi negli anni Trenta e poi a New York dal 1940. Ogni episodio della sua esistenza, persino i lineamenti somatici così precocemente invecchiati, reca tracce di una lotta, la lotta tipica di chi è costretto a strapparsi da ciò che è familiare: luoghi, abitudini, lingua.

Ecco allora che la differenza tra il semiotico e il simbolico – nucleo teorico della riflessione kristeviana – trova nel dedalo dei segni offerti dall'”universo-Arendt” una possibilità d’applicazione particolarmente promettente. Questo fa del testo non un volume di semplice “esegesi” arendtiana, che si aggiungerebbe a una produzione ormai sterminata, ma un godibile esempio di come possono interagire tra loro, in maniera intelligente e misurata, narrazione e psicoanalisi, analisi testuale e critica filosofica. Alla fine, Julia Kristeva riesce davvero a trasformare la biografia di Hannah Arendt nella testimonianza di un percorso tortuoso, sofferto, contraddittorio quanto si vuole, ma “riuscito”, in quanto capace di rispondere alla chiamata del proprio daimon. Il “demone” arendtiano chiedeva già tirannicamente alla giovane ebrea di cultura tedesca di spendere l’esistenza nella ricerca del senso, nell’interminabile inseguimento di una verità: la radicale finitezza del mondo umano intessuta da una pluralità irriducibile.

In controtendenza rispetto a tante recenti interpretazioni “iperpolitiche” della filosofia arendtiana, l’autrice francese ritiene che l’interrogativo che assorbe, affatica e appassiona Hannah Arendt – dalla tesi di dottorato su Agostino a La vita della mente – sia in fondo uno solo: che cos’è diventata la vita umana; che cosa resta di essa dopo il crollo dei sistemi di riferimento normativi? Se ancora la vita ci appare il “bene ultimo”, come pensarla a partire dal fatto incontrovertibile che ciò che ha accomunato e accomuna tutti gli “animali totalitari” – quelli del passato e quelli latenti – è esattamente la pulsione a renderla superflua e a distruggerla nella sua singolarità? Sarebbe infatti questa la minaccia a fronte della quale The Human Condition, l’opera del `58, intona un inno all’unicità della vita spesa nell’azione e nella narrazione (bios), di contro a una vita biologicamente riproducubile (zoe). E’ la disperazione prodotta dalla storia del secolo, a far scommettere Hannah Arendt su un agire politico pensato come espressione e prolungamento del “miracolo della natalità”. “Donna senza figli – ci dice Julia Kristeva – la Arendt ci lascia in eredità una versione moderna (e secolarizzata?) del legame giudaico-cristiano con l’amore per la vita, attraverso il suo canto reiterato del `miracolo della nascita’, dove si coniugano la casualità dell’inizio e la libertà degli uomini di amarsi, pensare e giudicare”. E’ perché ci sono nascite – frutto della libertà di donne e di uomini, prima che prodotti delle combinazioni genetiche – che esiste la possibilità di essere liberi. La nostra libertà, infatti, – commenta Kristeva – non è soltanto una costruzione psichica, è la conseguenza dell’inizio come esperienza della rinnovabilità del senso.

Proseguendo in modo assai eterodosso il discorso arendtiano – in questo caso portandolo al limite del tradimento – l’autrice francese ribadisce qui la propria visione dello psichismo materno come luogo di passaggio dalla zoe al bios. Più in generale, presenta il legame con la madre – o meglio, l’incontro primario col femminile – come radice, nel singolo, della possibilità di “amore per il qualunque”, condizione, in ognuno, dell’apertura verso il prossimo, verso la sua stessa fragilità. E questo varrà, conclude Kristeva, almeno fino a quando la tecnica non avrà eliminato, oltre alla novità della nascita, anche la minaccia della morte. Fino ad allora, l’unico modo per la vita umana di trascendere la propria “naturalità” sarà riposto nell’immortalità della narrazione, o nella possibilità istantanea, da parte della vita singolare, di essere “riconosciuta” dal gioco plurale delle parole e degli sguardi altrui.

Proprio sull'”enigmatica essenza” del chi arendtiano si concentrano le pagine più belle e penetranti del libro. Altamente problematica appare a Kristeva la sottovalutazione dell’espressività del corpo e della psiche nella “rivelazione” dell’identità del singolo che agisce. Per eccesso di coerenza con gli assunti della filosofia heideggeriana, Hannah Arendt si precluderebbe così la strada per una compiuta decostruzione della soggettività metafisica. Come sostenere, infatti, che la psiche è abitata in ognuno dalle stesse e identiche pulsioni? Come ignorare che anche a livello del Dna il corpo biologico è altissimamente individualizzato? Certo rifiutarsi di riconoscere la singolarità della psiche e del corpo è un gesto intenzionalmente provocatorio, la cui forza dovrebbe servire a marcare la differenza tra un soggetto che può essere tale solo se e quando agisce in mezzo agli altri e un individuo che diviene inevitabilmente un oggetto ogni volta che è preso nella rete delle funzioni sociali e dei determinismi biologici.

La nettezza di questa separazione sembra attenuarsi nell’ultima opera di Hannah Arendt, La vita della mente. La parte dedicata al Pensare, soprattutto, riuscirebbe a ridare al processo del pensiero il carattere di un’esperienza incarnata e sensibile. Tuttavia una nuova insidia teorica si ripresenta nella sezione su Volere. E’ chiara, e per Kristeva anche condivisibile, la scelta nietzscheana della filosofa di contrastare una volontà, che in virtù del senso di impotenza verso il passato, si trasforma in risentimento, a sua volta foriero di appetito di vendetta e sete di dominio. Se, per sospendere l’accanimento contro il tempo, la risposta di Nietzsche è l’oblio, quella arendtiana è il perdono. Tuttavia, come è possibile per “qualcuno” perdonare, se si trova privato della sua interiorità psichica? E’ ancora una volta il medesimo desiderio arendtiano di negare la profondità della psiche a rilanciare una libertà del tutto svincolata dalla volontà e abbandonata alla dinamica plurale dell'”io posso”. Ma, si chiede polemicamente Julia Kristeva, il potere politico, quand’anche separato dal dominio, può davvero fare a meno dell’intenzionalità della volontà? Nella sua ricerca di un fondamento non soggettivistico della politica – polemico tanto nei confronti del marxismo quanto dell’esistenzialismo francese – Hannah Arendt non solo non risolve, ma nemmeno affronta queste aporie.

Secondo l’autrice francese, auspicare il perdono al posto della vendetta risentita, puntare sul legame della promessa invece che sul controllo del dominio, significa lasciar emergere, filosoficamente, le risonanze cristiane della formazione giovanile. E insieme a questa eredità, mai esplicitamente ammessa da Arendt, verrebbe alla luce la negazione – in senso propriamente analitico – su cui regge l’intero edificio arendtiano. Hannah Arendt avrebbe avuto bisogno, per continuare a vivere, ad agire e a pensare, di “attaccarsi” alla possibilità che da qualche parte – al di là forse delle singole persone concrete – e in qualche modo – al di fuori delle parentesi totalitarie – il “senso comune” rimanga “sano”. Era questa già la tesi di Lyotard che Kristeva sviluppa rintracciandone i segni palesi. “Non è la lingua tedesca che è impazzita!”; perché Hannah Arendt ripete così spesso e ansiosamente questa affermazione? Come ad esempio nella bellissima intervista con Gaus (confronta Archivio Arendt 2. Feltrinelli, 2003). Perché, per quanto abbia genialmente ripensato alla vita come alla possibilità del miracolo dell’inizio, Hannah Arendt non è riuscita ad ammettere fino in fondo che in ogni cosa – sia essa la lingua, l’umanità, la madre, il padre, ogni singolo, persino l’essere – è racchiusa la sua possibilità di non essere. Resta, tuttavia, l’unica filosofa, non a caso una donna, che ci ha offerto un pensiero dell’inizio come possibilità per ciascuno di rilanciare la questione del senso della propria vita.

 

Giosetta Fioroni con Franco Marcoaldi e Mario Brunello stasera all’Officina Arte al Borghetto di Roma
Emanuele Trevi

Animalia è il titolo della nuova mostra di Giosetta Fioroni che si inaugura stasera all’Officina Arte al Borghetto di Roma. Il colpo d’occhio che attende il visitatore, anche abituato all’estro multiforme e imprevedibile dell’artista, è dei più intensi e sorprendenti. Disposti in un grande rettangolo, immobili ma partecipi del gioco di luci creato per loro da Pasquale Mari, quaranta cani in terracotta policroma mostrano il profilo, tutti intenti a qualcosa che sembra avere catturato la loro attenzione. Chi conosce i cani, sa bene che questa immobilità e capacità di attenzione sono in loro connesse non tanto alla vista, come accade negli uomini, ma all’olfatto. Prima di seguire una pista, il cane la annusa, immobile, decidendo il da farsi. Questa attitudine “riflessiva” è, per l’uomo che la osserva, di per sé arcana, perché poi le decisioni prese raramente corrispondono alle nostre gerarchie e alle nostre aspettative. Anche nel più severo cane pastore o da guardia persiste un certo gusto per le occupazioni frivole, ai limiti del gratuito. E non parliamo dei nostri oziosi, nevrotici, viziati cani d’appartamento. D’altra parte, questa costitutiva frivolezza non mette nessun cane al riparo da un vita emotiva intensa fino alla disperazione, con dolori e angosce inenarrabili. Nell’ultimo film di Jim Jarmush, Jessica Lange interpreta il ruolo di una psicoterapeuta per cani, e la cosa non è poi così assurda. Giosetta Fioroni ha dunque catturato un momento e un aspetto preciso dell’esistenza canina, replicato in tutti gli esemplari modellati. Così facendo, ha reso un omaggio non solo a questi animali, ma all’olfatto, il senso più lontano e divergente da ogni tipo di arte plastica. Ma perché, allora, quel plurale neutro così generico, Animalia, se si tratta di cani? Bisogna avvicinarsi a questa specie di grande bassorilievo per capirlo. Quella che da lontano ci sembrava solo la forma di un cane modellata di profilo, ci si rivela una specie di scrigno, o di specchio, dove trovano dimora innumerevoli altre forme animali. Nel corpo di un setter dorme una nidiata di porcellini appena nati; in quello di un bracco dal profilo mite si rincorrono tre conigli rosa… Il corpo di altri cani è letteralmente saturo di mani umane, col palmo aperto, come a rappresentare una sete inestinguibile di carezze, tanto violenta da trasformare chi ne prova il desiderio nel suo stesso oggetto. È totale l’identità di vedute con un poeta ormai da molti anni complice di tanti esperimenti con Giosetta Fioroni, Franco Marcoaldi, che ha dato in questi giorni alle stampe un suo bestiario intitolato Animali in versi (Einaudi, pp.95, euro 11,00). Anche la zoologia poetica di Marcoaldi, come quella plastica della Fioroni, ammette al suo centro un regime d’esistenza metamorfico, dove ogni singolo animale tanto è unico e irripetibile quanto vale per tutti gli altri: umani compresi che abbiano a che fare con loro. Basta dormirci assieme, dice Marcoaldi nella poesia più bella della sua raccolta, per capire che “la metamorfosi è possibile,/ che uomo e gatto e cane sono/ entità volatili e cangianti”.

 

Una strada difficile da percorrere, sia in terracotta che in versi, quella intrapresa dalla Fioroni e Marcoaldi. Perché, di fronte agli animali, non si può che tenere i piedi in due staffe, sfidando tutte le contraddizioni: e il senso della totale alterità deve trovare il modo di convivere con quello dell’identificazione, senza elidersi a vicenda. Solo così, realizzando una felice coincidenza degli opposti, l’animale prende forma.

lettera di Lorena Melchiorre

Carissime,
durante l’ultima riunione allargata di Via Dogana Ida Dominijanni ha espresso una sua preoccupazione: da un po’ di tempo avverte una certa ostilità da parte delle trenta-quarantenni, ostilità accompagnata da un rifiuto o da una ostentata indifferenza rispetto al percorso compiuto in questi anni dal femminismo italiano e dal pensiero della differenza. Ma perché ostilità, rifiuto e indifferenza, tanto da far dire che si stia consumando una sorta di matricidio? Perché le trenta-quarantenni prendono le distanze da chi le ha precedute? Perché questa interruzione di corrente nelle relazioni tra le donne, per le quali sarebbe invece auspicabile un passaggio di conoscenza e di esperienza da chi ne ha un po’ di più a chi un po’ di meno? Perché i vasi non sono più comunicanti? C’è mai stata o è solo un mito la complicità tra donne, il sostegno e il reciproco rilancio nel nostro affacciarci al mondo?
Io so solo una cosa, perché mi sta davanti agli occhi tutti i giorni: noi trenta-quarantenni siamo tristi, deluse, amareggiate, frustrate, affaticate e alcune di noi anche alcolizzate.
Siamo la generazione di Co-co-co ora co-co-pro. Siamo le interinali. Siamo quelle che ogni giorno spediscono curricula, ma non ricevono risposta. Siamo le lavoratrici a progetto, sottopagate e ricattabili. Siamo le laureate che fanno fotocopie. Non anche fotocopie, solo fotocopie. Siamo quelle del lavoro sempre più flessibile, sempre più precario sempre più mutante ossia senza diritti e senza pensione. Siamo quelle che non possono avere figli, perché altrimenti perdono il lavoro. Siamo quelle che non possono comprare casa e che neanche la desidererebbero se non avessero l’incubo della scadenza del contratto d’affitto. Di quanto può aumentare un affitto di questi tempi? Di un terzo? Del doppio? Mai mettere limiti alla fortuna.
Siamo quelle senza portafoglio. Quelle dei discount. Quelle dei punti fragola dell’esselunga. Siamo quelle che programmano la visita dal dentista mesi prima. Siamo quelle per cui è un lusso vivere da sole. Quelle che cercano il fidanzato o la fidanzata uso foresteria.
Siamo quelle senza progetti per il futuro, impantanate nella noiosa coazione a ripetere del quotidiano. Siamo quelle per cui il futuro suona come una minaccia: cosa farò se mi ammalo? Come vivrò quando sarò anziana? Come farò senza pensione? Dove vivrò senza una casa?
E intanto per le strade e negli uffici vediamo voi signore cinquanta-sessantenni, professionalmente affermate, alcune volte sfruttatrici, più spesso indifferenti e senza problemi economici. E sappiamo che ciò che avete non è stato solo per meriti e capacità personali, ma anche per una congiuntura socio economica favorevole, un vero colpo di fortuna. Siete entrate nel mondo del lavoro quando ancora c’era prosperità economica, vi siete affacciate alle prime esperienze col corpo altrui, quando si parlava di liberazione sessuale e non di sindrome da immunodeficienza acquisita, vi siete fatte le prime canne e le piste di coca quando la droga non era un problema sociale. Se siete state furbe avete acchiappato al volo la baby pensione. Avete potuto formulare progetti personali e condividere ideali collettivi. Oserei dire che avete sognato insieme, mentre noi ci raccontiamo gli incubi comuni davanti al distributore di caffè. Siete scappate col portafoglio e vi siete portate via anche l’ottimismo, la fiducia verso il futuro. Senza calcolate intenzioni avete contribuito a rubarci sogni e desideri.
Abbiamo impulsi matricidi?
Le mani al collo le avete messe prima voi.
O forse è la solita storia dell’incomprensione generazionale.

 

di Alison Abbot (traduzione di Sylvie Coyaud)

In Lumen de Lumine, il video di sei minuti che Ken McMullen ha girato nel tunnel di un acceleratore di particelle in disuso, al Centro Europeo per la Ricerca Nucleare di Ginevra, una danzatrice fa ruotare sopra la propria testa una lampadina, lasciandone scorrere via via il filo: dapprima è lei a controllare il moto della lampadina, ma poi il filo s’allunga e la situazione si ribalta: è quel moto a trasferirsi nel corpo di lei che oscilla ritmicamente per mantenere l’equilibrio. Unica fonte luminosa nella caverna sotterranea, quando ha la lampada alle spalle, la danzatrice passa dalla luce al buio. Alla fine tira a sé il filo e la luce si spegne.
Il 9 febbraio, durante l’anteprima di quella che è considerata la più grande installazione artistica mai realizzata in Europa, quella figura solitaria in un abito rosso cadmio è stata proietta in loop per tutta la notte sul muro, alto 50 metri e lungo 80, della centrale nucleare di Torness, vicino ad Edimburgo. È la versione rimasterizzata di un filmato realizzato per la mostra Signatures of the Invisible seguita a un incontro tra fisici del Cenr e artisti europei nel 2000. Da Londra era anda in Cina, in Giappone e negli Stati Uniti, mentre in Europa era sostata tra l’altro a Roma, nel complesso del Vittoriano.
Quando la lampadina si spegne, la danzatrice sussurra “Sein oder nicht sein, das ist die Frange” (si sente in alcuni punti nei pressi della centrale).
In tedesco perché l’incipit del soliloquio di Amleto allude agli scienziati
Tedeschi che hanno sviluppato la teoria quantistica. La sequenza coreografica. Così semplice all’apparenza, rispecchia gli elementi contraddittori del mondo quantistico nel quale non è possibile conoscere con esattezza la posizione e un’altra proprietà delle particelle subatomiche.
Quella figura di donna danza nella luce o nell’oscurità? È vestita di rosso o di nero? Oni volta la risposta è, né l’uno né l’altro ed entrambi perché la realtà ne è la somma. Quanto alla centrale di Torness, ricorda che la fissione dell’atomo può servire il bene e il male, altra dualità.
Il promotore dell’installazione, l’impresario scozzese Ricky Demarco, spera di trovare uno sponsor e di mantenerla in funzione un anno intero per un pubblico potenziale di 16 milioni di persone. Tanti sono i passeggeri che usano il collegamento ferroviario tra Londra ed Edimburgo, ai quali si possono aggiungere gli automobilisti in transito su una grande strada, a poche centinaia di metri dalla centrale. Gli spettatori non vedranno mai due volte la stessa immagine. Non solo il suo nitore cambierà con le condizioni meteorologiche e la luce naturale, ma l’immagine stessa dipenderà dal moto di chi la guarda, un riferimento alla teoria della relatività di Einstein in cui lunghezza e tempo cambiano in funzione della velocità.
Dal movimento “Atoms for Peace” nel secondo dopoguerra, l’energia nucleare non aveva mai più avuto una simile occasione di “pubbliche relazioni”. Né McMullen, un artista e cineasta britannico che negli anni Settanta ha lavorato con Joseph Beuys, poteva prevedere che la sua installazione sarebbe capitata nel bel mezzo di polemiche sulla necessità o meno di costruire nuove centrali. Il suo scopo non è direttamente politico: nasce da un interesse personale per la fisica delle alte energie. È iniziato negli anni Novanta, quando lui aveva conosciuto Maurice Jacob, uno dei massimi teorici del Cerne ne era diventato amico. La loro liason intellettuale divampò in una passione che per McMullen culmina ora nello spettacolo di Torness:
Insieme a Jacob, nel frattempo aveva portato al Cern per due settimane un gruppo di famosi artisti europei per metterli di fronte all’astrazione estrema della fisica delle particelle, ai laboratori attrezzati con tecnologie da era spaziale, nuovi materiali e un’ennesima potenza di calcolo: Gli artisti passarono una parte del tempo a esplorare le installazioni sperimentali e l’altra in seminari e lezioni, per imparare – da intellettuali che sono la loro immagine speculare nel mondo della scienza – qualcosa sulle forme invisibili che costituiscono il nostro universo quotidiano. Uno si essi preferì stare in cima a un serbatoio d’acqua per ammirare le Alpi al di là dei laboratori, McMullen invece si concentrò sul gioco delle menti che avveniva al loro interno.
Delle varie opere generate da quell’incontro, Lumen de Lumine è forse la più potente, va oltre l’etica per intrecciare molteplici piani. “non ho mai avuto l’intenzione di descrivere o illustrare quanto ho capito di fisica, ma di riflettere su quanto ho imparato, sulla natura della luce , per esempio, e della meccanica quantistica”, dice McMullen. Si è accorto che alla centrale di Torness la sua opera assumeva dimensioni che al Cern non avrebbe potuto immaginare. Basti pensare al videoproiettore high-tec, dotato di un proprio generatore, sistemato in una tenuta agricola. “Dal campo di un contadino proietta immagini su una delle strutture industriali più avanzate che ci siano” dice. “È la falce e martello dell’età contemporanea”.

Michele Corsi

Nella mia scuola diversi ragazzi/e sono in lutto: Silente è morto. Così c’è scritto nelle ultime pagine del sesto volume di Harry Potter. Qualcuno ha anche pianto. L’ha ammazzato quel vigliacco di Piton. Un insegnante che basa la propria autorevolezza sulla paura che incute agli studenti. Ognuno di noi ha un incubo di quel tipo e che somiglia terribilmente a un qualche prof in carne ed ossa che abbiamo avuto negli anni che furono.

 

Ho letto varie interpretazioni sul perché Harry Potter abbia spinto alla lettura forsennata una quantita’ strepitosa di ragazze e (udite udite) di ragazzi, una generazione dipinta come asservita al mondo delle immagini. Non ne ho una nuova. Mi limito però a fare una osservazione: la saga più di successo di tutti i tempi della letteratura cosiddetta per l’infanzia gira tutta intorno ad una scuola, anche se una scuola sui generis, una scuola di magia.

 

Naturalmente nei libri di Harry Potter vi sono anche altri ambienti, ma tutti ruotano intorno alla scuola. Come si sa una parte della narrazione si svolge nel mondo dei babbani, cioé noi, gente che non crede e non sa che esiste un mondo parallelo, un mondo fondato per l’appunto sulla magia. Il mondo dei babbani è scontato e squallido: il nostro. L’altro è ardente e avventuroso. Solo là si vivono fino in fondo l’amicizia, l’odio, l’amore, e ogni passione, senza sconti e senza riserve. Ogni volume della saga è scandito sull’anno scolastico passato da Harry nella scuola di Hogwarts.

 

Ho parlato con ragazzi che mi raccontavano che avrebbero desiderato fortemente essere ad Hogwarts. Non è che lo sognavano: era il loro più forte desiderio, un desiderio “concreto”. All’inizio mi chiedevo: ma perché? Che ci trovano di così attraente in quella scuola? Non è una scuola dove accadono solo cose meravigliose: c’è diversa gente che ci rimane secca, circolano numerosi individui disgustosi e ambigui. Inoltre il rispetto della 626 lascia largamente a desiderare, con tutte quelle scale che si muovono. La Rowling, poi, poteva almeno approfittare dei suoi libri centrati su una scuola per disegnare un tipo di didattica un po’ più innovativa, sul piano pedagogico. Invece ad Hogwarts ci sono banchi, sedie, insegnanti simpatici, ma altri pallosi, alcuni sadici ed altri ancora, francamente, completamente fuori di testa. Come da noi.

 

Mi sono dato questa risposta. Quel che attrae i ragazzi è il fatto che a Hogwarts il mondo degli adulti ruota intorno a loro. Le figure che i lettori amano di più (e che spesso muoiono, o scompaiono) sono adulti che si relazionano con loro in maniera piena: li considerano il centro del mondo. Voldemort, il cattivo, i suoi attacchi per prendere il potere li porta quasi sempre dentro la scuola. Come la Moratti, ora che ci penso. Gli adulti non fingono di essere ragazzini, sono adulti in tutto e per tutto, con un ruolo ben preciso, e questo ruolo ben preciso è aiutare i ragazzi a crescere, e, quando è il caso, a “salvarli”. Il mondo di Hogwarts è un mondo dove gli adulti nel loro complesso (e non i “genitori”, figure o completamente negative o buffe o morte, comunque sostanzialmente assenti) si “occupano” dei ragazzi. Anzi: non fanno altro. Nella saga di Harry Potter il mondo dei babbani viene crudamente confrontato con quello della magia. Nel primo c’è disamore, interesse, egoismo: il primo volume comincia con un Harry rifiutato dalla sua famiglia, costretto a vivere in un sottoscala. Il mondo della magia invece è il mondo anche crudele, anche cattivo, ma dove incontri una serie di adulti che stanno dalla tua parte, e che se muoiono, piangi.

 

Il mondo della magia diventa allora per i lettori di Harry Potter il luogo del desiderio. Non dei “desideri”, con relativi ritrovamenti di tesori, dolci e caramelle, ma il “desiderio” come energia pura, spinta verso l’impossibile, spazio mentale aperto, disponibile, mutante. Dove le cose non vanno sempre come vuoi tu, ma “vanno”, con piena forza vitale. E’ lo spazio mentale che la quotidianità, l’abitudine e il cinismo rapidamente l’età adulta occupa, fino a far rimuovere dai cervelli della gran parte degli adulti anche solo il ricordo di quell’energia primitiva. Forse non troppo per caso chi vuole conservare si autodefinisce “realista”, e per denigrare chi vuol cambiare le cose usa spesso l’aggettivo “infantile”.

 

Il movimento antimoratti ha partorito un disegno di legge di iniziativa popolare per una buona scuola. E’ molto articolata, è costata dibattiti appassionati, altri hanno raccontato della sua genesi, chi la vuol leggere è lì. Ma credo che il suo nucleo fondante si possa riassumere in: è una scuola che ha al centro bambine/i e adolescenti. Naturalmente si tratta di una affermazione un po’ generica, però sfido chiunque, leggendola, a provare il contrario. Non è una legge che ha al suo centro l’azienda, tanto per fare un esempio. E non ha al suo centro l’autonomia, quella dei dirigenti, della concorrenza tra scuole, e del “territorio”, tanto per farne un altro. Non è basata su una didattica ossessionata dal rispetto dei “programmi”, che è la didattica imperante. E’ una scuola dove è possibile, per gli insegnanti che lo desiderano, praticare una buona scuola, perché ne avrebbero i mezzi, il sostegno, il tempo, le energie. Un po’ come è accaduto con il tempo pieno, la cui architettura non ha di per sè fatto nascere il “buon” tempo pieno, ma l’ha permesso, e questa possibilità è stata sfruttata da chi voleva fare una buona scuola, dalla parte delle bambine e dei bambini, e il suo successo ha permesso un’ulteriore propagazione.

 

Deve essere chiaro. Quella che viene fuori dalla legge di iniziativa popolare non è una scuola di magia. Quella, come la immagino io, è assolutamente priva di voti, registri e tutte quelle cose che il mondo perfetto che ci sarà tra tremila anni considererà barbari strumenti di coercizione di adulti impauriti. Però sarebbe una scuola dove la magia è possibile praticarla. Anche per noi babbani.

Manuela Cartosio

L’Università di Torino ha riconosciuto alla sua tesi di laurea la “dignità di stampa”. Ma l’infermiera professionale Aziza Berdaoui, 24 anni, da 16 in Italia con la famiglia immigrata dal Marocco, non può essere assunta in un ospedale pubblico. Non ha la cittadinanza italiana, requisito indispensabile per entrare nei ranghi della pubblica amministrazione. Il suo rapporto di lavoro con la sanità pubblica deve essere “mediato” da un soggetto terzo. Scartate le cooperative – Aziza è sufficientemente scafata per tenersene alla larga – la nostra infermiera ha lavorato qualche mese come interinale in una casa di riposo per anziani. “Prendevo meno di mio padre che fa l’operaio”. Ragion per cui è passata a uno studio associato, pool di liberi professionisti con partita Iva collettiva che si offrono sul mercato. “Con quelli dello studio ho messo subito in chiaro che non intendo girare come una trottola da un ospedale all’altro”. L’hanno piazzata al Mauriziano di Torino, reparto cardiochirurgia, e lì sta. Aziza non ha ancora ben capito quanto dovrà “lasciar giù” allo studio. Ha capito al volo che rispetto ai colleghi dipendenti diretti dell’ospedale ci “smena” parecchio: lo stipendio è dignitoso, ma mutua, contributi e ferie deve pagarseli di tasca sua. Soldi a parte, per lei il vero problema è la scarsa considerazione umana e professionale. “I colleghi mi considerano un’intrusa di passaggio, non posso prendere decisioni impegnative, devo sempre chiedere a qualcuno che è assunto in pianta stabile”. Anche i medici hanno i loro bei pregiudizi, “devo lottare per farmi valere”.

Nel reparto di cardiochirurgia del Mauriziano attualmente le infermiere straniere sono tre, da aprile a oggi ne sono transitate sette. “La nostra presenza scatena fobie tra i colleghi italiani, sono stufi. Se mi metto nei loro panni, qualche ragione ce l’hanno. Ne ho incontrate tante che non sanno una parola d’italiano, non sono in grado di passare le consegne. Vengono usate per qualche settimana come tappabuchi, poi le mandano nei reparti di medicina generale dove le mansioni sono più semplici e di routine”.Aziza ha la pelle un po’ scura e porta il foulard. “Ce le ho tutte”, dice ridendo. “Di pazienti che non vogliono essere toccati da me non ne ho mai trovati. Il bisogno crea relazione. Sono contenta che mi chiedano perché porto il velo. Meglio le domande dirette che i bisbigli dietro le spalle. In compenso, quando entro in mensa con la divisa e il foulard bianco mi guardano come se avessi un terzo occhio. I parenti sono pazzeschi, sono loro la peggior malattia. Pur di non rivolgersi a me per avere notizie sulle condizioni del ricoverato, fermano il primo che passa in corridoio spingendo un carrello o con uno spazzolone in mano”.

Queste piccole difficoltà quotidiane non incrinano la gioia di Aziza di fare un lavoro che l’appassiona e che “riempie d’orgoglio” la famiglia Berdaoui. “Sono la prima laureata in famiglia, mia sorella è iscritta a scienze politiche”. Il “piccolo particolare” che occorre la cittadinanza italiana per essere assunti in un ospedale pubblico Aziza l’ha scoperto “dopo”, alla vigilia della laurea. La brutta sorpresa, comunque, non le ha fatto rimpiangere la scelta. Qualche mese fa è andata in direzione sanitaria per chiedere d’essere assunta, almeno con un contratto a tempo determinato rinnovabile. “Gira voce che è possibile in base a nuove circolari e disposizioni. Al Mauriziano negano”. In attesa che in alto loco si mettano d’accordo su come “interpretare” le circolari, Aziza ha avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza italiana. “Per averla, mio padre ci ha messo tre anni e mezzo”.

Manuela Cartosio

“Ci sono in giro più importatori d’infermieri nel Nord Italia che scafisti nel canale d’Otranto e di Sicilia”. La citazione, presa dal forum www.nursesarea.it, è un buon attacco per parlare del boom degli infermieri stranieri al lavoro in Italia. Il boom è stato innescato dalla penuria di infermieri professionali autoctoni: le università ne sfornano 6 mila l’anno, la metà di quanti ne servono per coprire il turn over fisiologico. E’ stato reso possibile da corsie preferenziali – ingressi “fuori quota” e rapido riconoscimento dei titoli – a riprova che quando gli immigrati ci servono diventiamo tanto buoni e persino la Bossi-Fini allarga le maglie. Last but not least, è stato incentivato dai processi di privatizzazione e di esternalizzazione in atto in una sanità pubblica sempre più aziendalizzata, dalla corsa al minor costo del lavoro possibile. L’ultimo fattore, combinato con il blocco delle assunzioni e la discriminazione istituzionale (senza la cittadinanza italiana non si entra nei ruoli della pubblica amministrazione), ha consegnato il reclutamento e l’importazione di infermieri (in prevalenza donne) alle mani rapaci di agenzie e cooperative. Con gli abusi, le vessazioni, i ricatti che ne conseguono, agevolati dal divieto per chi è importato da una cooperativa di cambiare padrone una volta arrivato in Italia. Il divieto è caduto un anno fa, ma gli “scafisti” hanno tutto l’interesse che rumene, polacche, moldave non lo sappiano.

Il reclutatore ciociaro

Nel panorama della lucrosa attività spicca Luca Giovannone, psicologo ciociaro, amico di Storace, mancato presidente del Toro (inteso come squadra di calcio), titolare della cooperativa “Vita serena” che recluta nei paesi dell’Est il personale da impiegare negli appalti vinti in mezza Italia. Il personaggio attira l’attenzione delle cronache per ragioni non solo pittoresche. A Prato e a Parma “Vita serena” è incorsa in “piccoli incidenti di percorso” (la definizione è di Giovannone) che le sono costate la revoca degli appalti. Il 12 dicembre a Torino l’infermiere Abdel Rahim Belgaid, entrato nella sede di “Vita serena” per reclamare pagamenti arretrati, ne è uscito con la spina dorsale fratturata: passerà il resto della vita su una sedia a rotelle. “Voleva aggredirmi, ha perso l’equilibrio e ha battuto sullo spigolo di un tavolo”, sostiene Michele Arcuri, responsabile della cooperativa a Torino. Versione talmente incredibile che persino lo spregiudicato Giovannone è stato costretto a esonerare Arcuri dall’incarico.

Un’accurata ricerca dell’Ires Cgil sugli infermieri stranieri – realizzata da Maria Adriana Bernardotti per il IV Rapporto sull’immigrazione che sarà diffuso al congresso nazionale – ha il merito di fare il punto sul fenomeno e il coraggio di spostare l’asse visuale. Al centro non ci sono le malefatte dei boss delle cooperative, ma il difficile rapporto tra infermieri italiani e stranieri e l’inadeguatezza del sindacato di fronte alla novità.

Si stima che gli infermieri professionali “non nati in Italia” siano 20 mila. Pochi rispetto ai 326 mila autoctoni, costituiscono però il 10% degli iscritti all’albo professionale Ipasvi (Infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia). All’albo di Modena, dove funziona un Help center a cui si rivolgono gli ospedali in cerca di infermieri, gli iscritti stranieri sono addirittura il 32%. La grossa fetta di donne tra gli stranieri supera la già alta percentuale femminile (80%) di casa nostra: dove c’è lavoro di cura, lì ci sono le donne. Le infermiere straniere sono l’estensione relativamente “privilegiata” della badanti, il mestiere in assoluto più segregato in Italia. Il differenziale salariale tra infermieri stranieri ed italiani è almeno del 25%, il gap dei diritti è ancor più ampio. L’obiettivo di “far più soldi possibile” prima di tornare in patria incentiva l’autosfruttamento. La disponibilità a fare più turni, la scarsa conoscenza dell’italiano, la bassa o diversa professionalità degli stranieri scatena nei “colleghi” italiani insofferenza e rifiuto. Nelle interviste fatte sul campo da Maria Adriana Bernardotti suona più volte il ritornello “Non siamo razzisti, però…”. Però questi abbassano il nostro potere contrattuale e, seppur inconsapevolmente, agiscono come quinta colonna della privatizzazione della sanità.

Ce n’è abbastanza per far dire ad Agostino Megale, presidente dell’Ires, che “siamo forse in presenza del primo caso in cui ci sono le condizioni oggettive per l’emergere di atteggiamenti potenzialmente ostili o di comportamenti di chiusura verso la minoranza straniera a difesa di privilegi della maggioranza”. Nelle corsie di ospedali e case di riposo si sfiorano “due mondi estranei”. Toccherebbe al sindacato metterli in comunicazione. Invece, resta “paralizzato”, condizionato “dal clima di diffidenza”.

Una fabbrica di schiavetti

Chiusura corporativa? Michele Piccoli, ex presidente del collegio Ipasvi di Torino, si è giocato la rielezione perché troppo poco corporativo. Eppure ritiene “inevitabile” una reazione corporativa “finché gli infermieri stranieri saranno comprati e venduti a pacchetti”. Pensa che gli italiani proteggano se stessi e, nello stesso tempo, i pazienti. “Che qualità può garantire chi non sa una parola d’italiano e al suo paese usa ancora la siringa con l’ago di ferro?”. Degli infermieri stranieri abbiamo bisogno. Su questo non ci piove. “Facciamoli venire in un modo degno e solidale, formiamoli alla professione e anche alla difesa dei loro diritti. Una volta rientrati nei loro paesi, sarebbero dei formidabili veicoli di democrazia. Invece, i paesi dell’Est noi li rapiniamo. In più, appaltiamo la nostra sanità a degli Al Capone che hanno scoperto l’America con l’intermediazione di manodopera. All’università di Torino il 10% degli iscritti al corso di scienze infermieristiche non ha la cittadinanza italiana. A spese dello Stato prepariamo schiavetti per Giovannone e simili. E’ pazzesco”. Abbattere il muro della cittadinanza, secondo il dottor Piccoli, è un obiettivo giusto ma, visti i tempi, non realistico. Lo si può aggirare imponendo alle Asl d’assumere gli infermieri stranieri con contratti di diritto privato a tempo determinato.

Ma il sindacato che dice?

Fatti due conti, è chiaro perché le Asl non aderiscano alla proposta. Un’ora di lavoro di un infermiere in ruolo costa all’Asl 40 euro. Un’ora “appaltata” a una cooperativa costa 28 euro (in tasca all’infermiera rumena ne finisco meno di 10). Le cifre sono queste, ammette Piccoli, “però un manager pubblico non può usare solo il pallottoliere. Il costo del lavoro incorpora la dignità. E’ intollerabile che un direttore sanitario, per più donna, dica che preferisce le rumene perché non mi restano incinte. Restano incinte, e poi sono costrette ad abortire”.

Qualche segnale fa sperare che il sindacato stia uscendo dalla “paralisi”. In Piemonte, il tragico caso di Abdel Rahim Belgaid ha indotto la Regione a sottoscrivere un protocollo d’intesa con i sindacati confederali. Si impegna a ricondurre nelle regole del contratto nazionale di categoria tutti i rapporti di lavoro “impropri” (scrivere “illegali” sarebbe stato ammettere che la Regione è corresponsabile di intermediazione di manodopera). “Spingeremo perché gli infermieri stranieri vengano assunti con contrattati a tempo determinato rinnovabili”, dice Rossano Gambino, della Cgil Funzione pubblica piemontese. A Brescia, su segnalazione dell’Ipasvi e con la fattiva collaborazione dell’Ufficio del lavoro, il sindacato è riuscito a far uscire dalla “schiavitù” una novantina di rumene ingaggiate dalla Mastercoop per conto di tre cliniche private: stesso contratto dei colleghi italiani, stessi incentivi e, soprattutto, documenti e titoli in mano alla lavoratrice o depositati all’Ipasvi (il sequestro dei documenti è l’arma di ricatto più potente in mano alle cooperative). A Reggio Emilia nella sanità pubblica gli infermieri stranieri sono pochi ed entrano solo attraverso le agenzie di somministrazione (ex interinali) che non regalano niente ma sono meno peggio delle cooperative.

Secondo Il Sole 24 Ore il mercato degli infermieri stranieri in Italia vale 300 milioni di euro l’anno. Il grosso se lo spartiscono con “Vita serena” le cooperative O.S.A e KCS Caregiver. Obiettivo lavoro, agenzia di Legacoop e Compagnia delle opere, ha collocato 300 infermieri reperiti all’estero. L’importarzione di infermieri e la controversa interpretazione di un articolo della legge Biagi ha accentuato il contenzioso tra le agenzie ex interinali e le cooperative. Queste ultime, pur prendendo formalmente in appalto “servizi infermieristici”, di fatto si limitano a fornire infermieri. Usano strutture e materiali non di loro proprietà e non corrono alcun rischio d’impresa. Di qui l’accusa non infondanta di concorrenza sleale da parte delle agenzie di somministrazione di personale. I loro ricorsi al Tar, finora, hanno visto prevalere le cooperative.

Le Molinette di Torino probabilmente è l’ospedale a più alta densità d’infermieri “non nati in Italia”. Al San Raffaele di Milano, casa madre dell’impero di don Verzé, sono il 10%: abbiamo bussato per saperne di più, ma non ci hanno aperto.

La Gran Bretagna sfida gli Usa sull’aborto e crea un fondo per garantire sostegno alle associazioni che offrono alle donne dei Paesi in via di sviluppo interventi di Ivg sicuri. Per tutelare la salute delle donne alle prese con l’aborto nei Paesi piu’ poveri della terra, Londra sborsera’ 3
milioni di sterline nei prossimi due anni, rimpiazzando cosi’ i fondi statunitensi ritirati a causa della posizione anti-abortista di Washington.

 

(Sal/Gs/Adnkronos)

 

A Londra, Dublino e Stoccolma, tre mostre ospitano le opere di Hilma af Klint, la pittrice e teosofa svedese che, esplorando incessantemente l’energia e i processi della vita, giunse all’astrattismo prima di Kupka, Mondrian, Malevic e Kandinski
Giannina Mura

Il mondo non era ancora pronto per i suoi dipinti, perciò la pittrice svedese Hilma af Klint (1862-1944) predispose nel suo testamento che venissero mostrati al pubblico solo vent’anni dopo la sua morte. Ne passeranno invece quarantadue. Nel 1986, a Los Angeles, in occasione della grande mostra The spiritual in art – Abstract painting 1890-1985, la sua “opera segreta” sorprende tutti, tanto più che, totalmente estranea alle avanguardie storiche, l’artista giunge all’astrattismo prima di Kupka, Mondrian, Malevic e Kandinski. I suoi dipinti vengono pure avvicinati all’espressionismo americano degli anni Sessanta e chi li contempla oggi – per esempio nelle tre mostre a lei dedicate in corso al Camden Arts Centre di Londra, all’Irish Museum of Modern Art di Dublino e al Moderna Museet di Stoccolma – li può facilmente associare a certe correnti della pittura contemporanea. Pioniera per caso? Non proprio. Nulla è fortuito nel suo rigoroso percorso artistico. Ben lontana dall’art pour l’art, prendendo le mosse da un eclettico universo esoterico, Hilma af Klint concepisce una visionaria strada tutta per sé verso una pittura che coniuga regole geometriche e ricerca metafisica, così da farsi medium di un ordine altro: “trasmettere i messaggi dal mondo spirituale all’umanità di luce”.

 

Del resto, per lei l’astrattismo non esclude definitivamente la figurazione, alla radice della sua pratica artistica sin da giovanissima. Decisa a guadagnarsi da vivere come ritrattista e paesaggista, segue infatti i rinomati corsi di Kerstin Cardon e, dopo l’istituto d’arte, si iscrive nel 1882 all’accademia di Belle Arti di Stoccolma, dove incontra Anna Cassel, l’amica di una vita. Diplomata nel 1887, ottiene uno studio nello stesso palazzo del Blanch’s Art Salon (importante centro dell’arte moderna svedese, dove espone anche Munch) e intraprende l’attività di pittrice figurativa con un certo successo. Lavora inoltre come disegnatrice all’Istituto di Veterinaria, collaborando anche a diversi periodici come illustratrice.

Intanto, aderisce alla teosofia di Helena P. Blavatsky e tiene sedute spiritiche regolari insieme ad Anna Cassel e ad altre tre amiche (si autoproclamano de Fem, le cinque), dando vita a una forma occulta di autocoscienza e di singolare sperimentazione artistica. Le donne si riuniscono ogni settimana per ricevere gli insegnamenti di diversi spiriti guida, i cui messaggi trasmessi da Hilma, la medium principale, vengono registrati a partire dal 1892, attraverso la scrittura e il disegno automatico che, se anticipano gli esperimenti surrealisti (cadavre exquis), prefigurano soprattutto l’astrattismo a venire della pittrice. Ogni seduta è documentata da più di centoventi album, oggi conservati dalla Fondazione Hilma af Klint di Stoccolma.

 

Proprio in una di queste sedute, nel 1904, l’artista si vede proporre il compito di eseguire “dipinti sul piano astrale” al fine di rappresentare l’invisibile e l’eterno per la creazione di un tempio futuro. Nonostante il difficile periodo iniziatico che le viene prospettato (“Diventerai cieca, dovrai negare te stessa per piegare il tuo orgoglio. Barcollerai quando la tua debolezza sarà messa alla prova. Diventerai una voce potente, ma prima sarai ridotta in polvere”), Hilma accetta: sa di essere scelta perché affine alle antiche vestali, e si impegna ad abbandonare la pittura figurativa per dedicare un anno di lavoro ai “dipinti per il Tempio”.

Dal novembre 1906 fino all’aprile 1908 si consacra, quindi, all’incarico trascendente: “Dipingevo direttamente sulla tela senza disegni preliminari, con grande forza. Non immaginavo l’esito finale, eppure lavoravo alacremente e sicura di me, senza modificare una sola pennellata”. Completa così centoundici dipinti. Verde, giallo e blu dominano la prima serie cui dà il nome di “WU”: W per materia, U per spirito, intimamente connessi nella sua concezione del mondo. Lavorando quattro ore al giorno, impiega sei giorni per ogni dipinto. Gli spiriti guida, afferma, le impongono di non mostrarli a nessuno e le danno sette mesi per ultimare la missione. Alla vigilia di Natale completa dieci grandi quadri (328×240 cm) che presentano, come la serie WU, forme di arabeschi disposti su un fondo di colore uniforme in tensione estetica, con o senza elementi testuali, a evocare l’essenza delle quattro età umane.

Nella primavera del 1908 realizza la serie WUS, o Sic transit gloria mundi, e incontra Rudolf Steiner. Il padre dell’antroposofia visita il suo studio a Stoccolma e, senza altri commenti, le predice che i suoi dipinti, troppo avanti nel tempo, saranno compresi solo cinquant’anni più tardi. Forse per questo Hilma decide di non mostrare la sua opera al pubblico e, per vivere, riprende la pittura rittrattista fino al 1912, quando gli spiriti guida si manifestano di nuovo, stavolta però come immagini interiori. Torna perciò a dipingere “per il Tempio” fino al 1915, sostenuta dalle amiche che registrano le sue esperienze durante l’esecuzione. In questo periodo produce la serie “SUW”, che rappresenta cigni in bianco e nero in rapporto speculare. Una simmetria emblematica della dualità terrena alla ricerca dell’unità, fonte di evoluzione e di armonia, filo rosso di tutta la sua opera, che esplora incessantemente l’energia e i processi della vita. Conclude con la serie “UW” (nel dipinto Duvan N.1 del gruppo 9, la spirale che attraversa la forma circolare sembra la doppia elica del Dna scoperta solo nel 1953) dove il tema dell’amore assume forma cosmica.

 

Più razionale che sentimentale, di questo intenso periodo l’artista nota: “Tutta la differenza sta nell’impegnarsi in un primo tempo, nella grazia e nella sofferenza, con poteri parzialmente sconosciuti per giungere con il loro aiuto alla conoscenza di sé, e poi, una volta ottenuto il livello di autoconoscenza necessario, intraprendere lo studio da sé. Adesso so di essere, in verità, un atomo nell’universo suscettibile di infinite possibilità di sviluppo. Possibilità che voglio gradualmente rivelare”.

Mirando con precisione matematica alla rappresentazione dell’invisibile, spesso con l’ausilio della “geometria divina” (triangoli, cerchi, quadrati), dipinto dopo dipinto Hilma af Klint elabora così un complesso sistema visivo in cui ogni opera, intitolata e numerata in ordine progressivo, costituisce un gruppo, anch’esso numerato e intitolato, a formare un’ulteriore serie. Benché, sin dal 1905, l’artista abbia progettato l’edificio per i suoi dipinti – una struttura a spirale che li avrebbe esposti al pubblico in ordine sequenziale verso il centro – lo studio a due piani costruito tra il 1916 e 1917 nell’isola di Munsö (dove trascorreva le estati con le amiche del gruppo de Fem sin dal 1912) presenta un’architettura normale, e solo rare persone potranno contemplarvi “l’opera segreta”. Ma la sua inclassificabile sperimentazione artistica non si ferma a questa grande “avventura della mente” e prosegue per tutta la vita senza rivendicare altra appartenenza che a se stessa.

Alla sua morte, lascia al nipote Erik af Klint più di mille dipinti e disegni, nonché centoventiquattro manoscritti in cui descrive la sua pratica artistica e spirituale, attività integranti della sua personale cosmologia basata sulla scienza moderna (la serie dell’atomo cui lavora nel 1917 è ispirata dalla teoria della relatività di Albert Einstein), la teosofia, l’antroposofia, il cristianesimo. Sebbene per lei le religioni altro non siano che molteplici itinerari verso l’unità: “Dio non è un essere ma una forza – dice – non una creatura ma l’eternità, non qualcosa che ha forma, bensì vita che assume forme infinite”.

 

Mettendo in opera un’originale mappa energetica d’introspezione dell’infinito, Hilma af Klint accede con sincretismo metafisico a parti remote di sé, e dell’archetipo collettivo, per restituirle al mondo con la sua arte. E, visto il moltiplicarsi delle mostre a lei dedicate attualmente, il mondo parrebbe finalmente pronto ad accoglierla. Che “l’umanità di luce” cui i suoi spiriti guida destinavano i messaggi, cento anni fa, sia proprio la nostra? Di certo, in quest’epoca di plumbei oscurantismi, i suoi dipinti illuminano dal vivo la nostra natura umana.

Appello del gruppo Maschile Plurale sulla chiusura della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna

APPELLO AGLI UOMINI DELLA CITTÀ

Con il presente appello desideriamo richiamare l’attenzione sulle difficoltà che sta attraversando la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Il rinnovo della convenzione della Casa con l’Amministrazione comunale rischia di tradursi in un drastico ridimensionamento dei servizi offerti.
La Casa delle donne di Bologna svolge da molti anni un’attività preziosa di accoglienza delle donne in difficoltà, formazione di personale qualificato, indagine e diffusione della conoscenza sui temi della violenza. Il servizio che essa garantisce è già oggi troppo ristretto sul piano quantitativo. Tagliare drasticamente i fondi per il nuovo anno d’esercizio significherebbe indebolire ancora di più l’unico centro esistente sul territorio che specificamente si occupa di questo drammatico fenomeno. Con la nuova convenzione attualmente in discussione, infatti, il Comune di Bologna è disposto a garantire solo una ridotta copertura economica delle attività della Casa.
Siamo profondamente preoccupati per questa vicenda. Crediamo che sia compito fondamentale delle istituzioni occuparsi dei diritti e degli spazi di libertà delle persone, e la violenza sulle donne istituisce di fatto un regime di limitazione della libertà e del diritto di cittadinanza di una persona su due. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno il 70% delle donne vittime di omicidio sono uccise dal partner. La violenza domestica è in Europa la prima causa di morte per le donne dai 16 ai 44 anni. Si ipotizza che una donna italiana su sei abbia subito violenza (fisica o sessuale) da parte del partner o ex partner. Siamo di fronte a una estesa e continua minaccia all’incolumità e sicurezza di milioni di cittadine. Non è una questione che riguarda solo le donne. L’abituale minimizzazione o rimozione del fenomeno contribuisce fortemente alla sua diffusione: troppo spesso si continua a sottovalutarne i gravissimi effetti di vera e propria menomazione profonda della convivenza civile
Sappiamo bene che l’Amministrazione comunale deve fare i conti con i tagli operati dal Governo. Ma invitiamo tutti a riflettere sui criteri in base ai quali vengono ordinariamente stabilite le priorità degli interventi pubblici, tali criteri non essendo mai “neutri”, indiscutibili e trascendenti. Chiediamo alle istituzioni, ai media, alle forze politiche e sindacali, a tutti gli uomini di questa città di affermare in modo chiaro e forte che la limitazione della libertà di metà della cittadinanza non deve essere trattata come una questione che può attendere tempi migliori. Intervenire seriamente per contrastare la violenza sulle donne è secondo noi un’assoluta priorità sociale e civile, e non un’ipotesi da realizzare se e quando sarà possibile.
La violenza sulle donne ci riguarda tutti, riguarda anche noi uomini che nulla abbiamo a che fare con comportamenti violenti. Il silenzio e l’indifferenza favoriscono la violenza, e inoltre chiudono l’uomo aggressore in un eterno circolo vizioso (non si nasce certo violenti, ma dalla debolezza della violenza può essere molto difficile uscire finché il problema viene costantemente rimosso). Attraverso questo appello vogliamo aprire un confronto con gli uomini della città e chiedere loro una simbolica assunzione di responsabilità, affermando: riguarda anche me. Non siamo mossi da puro altruismo: se può accadere che una grave e diffusa limitazione della libertà di così tante persone non sia di fatto considerata un problema prioritario, forse è venuto il momento di chiederci, tutti, che tipo di idea abbiamo della libertà stessa.

Gruppo Maschile Plurale

Per adesioni: riguardaancheme@yahoo.it

Con il presente appello desideriamo richiamare l’attenzione sulle difficoltà che sta attraversando la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Il rinnovo della convenzione della Casa con l’Amministrazione comunale rischia di tradursi in un drastico ridimensionamento dei servizi offerti.
La Casa delle donne di Bologna svolge da molti anni un’attività preziosa di accoglienza delle donne in difficoltà, formazione di personale qualificato, indagine e diffusione della conoscenza sui temi della violenza. Il servizio che essa garantisce è già oggi troppo ristretto sul piano quantitativo. Tagliare drasticamente i fondi per il nuovo anno d’esercizio significherebbe indebolire ancora di più l’unico centro esistente sul territorio che specificamente si occupa di questo drammatico fenomeno. Con la nuova convenzione attualmente in discussione, infatti, il Comune di Bologna è disposto a garantire solo una ridotta copertura economica delle attività della Casa.
Siamo profondamente preoccupati per questa vicenda. Crediamo che sia compito fondamentale delle istituzioni occuparsi dei diritti e degli spazi di libertà delle persone, e la violenza sulle donne istituisce di fatto un regime di limitazione della libertà e del diritto di cittadinanza di una persona su due. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno il 70% delle donne vittime di omicidio sono uccise dal partner. La violenza domestica è in Europa la prima causa di morte per le donne dai 16 ai 44 anni. Si ipotizza che una donna italiana su sei abbia subito violenza (fisica o sessuale) da parte del partner o ex partner. Siamo di fronte a una estesa e continua minaccia all’incolumità e sicurezza di milioni di cittadine. Non è una questione che riguarda solo le donne. L’abituale minimizzazione o rimozione del fenomeno contribuisce fortemente alla sua diffusione: troppo spesso si continua a sottovalutarne i gravissimi effetti di vera e propria menomazione profonda della convivenza civile
Sappiamo bene che l’Amministrazione comunale deve fare i conti con i tagli operati dal Governo. Ma invitiamo tutti a riflettere sui criteri in base ai quali vengono ordinariamente stabilite le priorità degli interventi pubblici, tali criteri non essendo mai “neutri”, indiscutibili e trascendenti. Chiediamo alle istituzioni, ai media, alle forze politiche e sindacali, a tutti gli uomini di questa città di affermare in modo chiaro e forte che la limitazione della libertà di metà della cittadinanza non deve essere trattata come una questione che può attendere tempi migliori. Intervenire seriamente per contrastare la violenza sulle donne è secondo noi un’assoluta priorità sociale e civile, e non un’ipotesi da realizzare se e quando sarà possibile.
La violenza sulle donne ci riguarda tutti, riguarda anche noi uomini che nulla abbiamo a che fare con comportamenti violenti. Il silenzio e l’indifferenza favoriscono la violenza, e inoltre chiudono l’uomo aggressore in un eterno circolo vizioso (non si nasce certo violenti, ma dalla debolezza della violenza può essere molto difficile uscire finché il problema viene costantemente rimosso). Attraverso questo appello vogliamo aprire un confronto con gli uomini della città e chiedere loro una simbolica assunzione di responsabilità, affermando: riguarda anche me. Non siamo mossi da puro altruismo: se può accadere che una grave e diffusa limitazione della libertà di così tante persone non sia di fatto considerata un problema prioritario, forse è venuto il momento di chiederci, tutti, che tipo di idea abbiamo della libertà stessa.

 

Per adesioni: riguardaancheme@yahoo.it

Carissime amiche e colleghe
scrivo queste poche righe perché mi sono sentita amareggiata dal tentativo di abrogare al legge 194 e dai commenti poco rispettosi delle donne che ho letto in queste settimane sui quotidiani.
Si sostiene che questa legge vada abrogata per “risolvere” il problema dell’aborto. A questo proposito voglio ricordare che fino al 1975 in Italia l’aborto era una pratica illegale. Le donne già svantaggiate da una legislazione punitiva nei confronti della contraccezione, quando incappavano in una gravidanza non desiderata si rivolgevano clandestinamente alle mammane che, con mezzi non idonei e con strumenti probabilmente non sterili risolvevano il problema, talvolta a costo di complicanze settiche anche mortali per la donna.
Il 22 maggio 1978 veniva approvata le legge 194 con la quale si riconosceva alla donna il diritto di interrompere gratuitamente, nelle strutture sanitarie pubbliche, la gravidanza indesiderata.
Non è una legge perfetta ma devo ammettere che:
-la legge 194 è riuscita ad eliminare quasi completamente la piaga degli aborti clandestini, ridottisi del 78.9%
-dall’approvazione della legge in poi si è registrata una riduzione sistematica delle interruzioni di gravidanza nelle strutture pubbliche, diminuite nel 2003 del 45.9%. L’ultimo rapporto del Ministero della Salute a firma Storace dimostra un’ulteriore riduzione del 6.1% relativa alle cittadine italiane.
Aumentano invece le interruzioni volontarie per le cittadine straniere. Sempre la relazione firmata da Storace mette anche l’accento sul tasso di abortività italiano tra i più bassi d’Europa (11.1%), preceduto solo da Olanda, Germania e Finlandia. Dopo di noi vengono Francia, Inghilterra e Svezia.
I dati ci dicono che la legge ha funzionato. Se l’obiettivo era quello di evitare che l’aborto diventasse un metodo anticoncezionale, possiamo dire che è stato raggiunto.
Questa non è una legge abortista, non è opera di legislatori abortisti, non autorizza l’aborto, al contrario ne condiziona la pratica entro i limiti della struttura pubblica.
Non si tratta di essere o meno d’accordo con l’aborto, non sta a noi medici-donne esprimere giudizi morali, si tratta di non negare un problema reale, di fare in modo che quando una donna si trova di fronte a questa scelta dolorosa possa usufruire di strutture pubbliche adeguate.
Abrogare la legge 194 significa ricacciare la pratica dell’aborto nella clandestinità.
Oltre a questo la legge mira a diffondere la cultura preventiva delle gravidanze indesiderate.
Se si deve fare una critica penso sia su quest’ultimo punto: a tutt’oggi solo il 4% dei fondi destinati ai consultori vengono spesi per la politica della prevenzione. In Italia mancano 900 consultori, non solo, la Regione Lombardia sta mettendo in atto un processo di privatizzazione che consegnerà i consultori ai privati, con minori costi ma probabilmente con peggiore qualità.
Dunque non mi sembra sia necessaria una commissione d’inchiesta per sapere come funziona questa legge, basterebbe leggere la relazione annuale del Ministero della Salute. Ma se avere dati non è l’obiettivo, quale è la vera ragione di questa bagarre sulla legge 194?
E’ plausibile pensare che l’imminenza delle elezioni politiche non sia casuale. Ogni qualvolta si presenta una scadenza elettorale le questioni che riguardano le donne diventano strumentalmente centrali e questo non può non insospettirci.
Non credo si possa accettare di fungere da merce di scambio fra destra e sinistra o di essere retrocesse dalla politica a soggetti deboli da tutelare, potenzialmente criminali. Mentre la destra propone un’indagine sull’applicazione della legge 194, la sinistra propone un assegno di sostegno alla gravidanza e entrambi sostengono di voler “aiutare le donne”!
Credo che abbiamo il diritto di essere considerate esseri pensanti in grado di decidere. La vita umana arriva in questo mondo attraverso il corpo femminile, attraverso il desiderio e l’accettazione di una donna che lo accoglie e lo consegna alla collettività. A questa donna va data parola, indipendentemente dalle ideologie e dalle opportunità politiche.
Credo che la nostra realtà di Donne e di Medici ci obblighi doppiamente a prendere la parola, non per difendere l’aborto sul quale ognuna di noi si regola secondo coscienza e credo religioso, ma per proporre un’immagine di donna non soggetto debole, non merce di baratti elettorali, ma persona autonoma in grado di scegliere per sé.
Continuo a credere che in una scelta così drammatica le donne non vadano lasciate sole ma accolte nelle strutture sanitarie pubbliche.


A presto

 


Mariagrazia Fontana

Rosy Bindi: le cure non si decidono per decreto, certe scelte spettano solo ai medici e ai pazienti

L’ indagine sulla 194 non è servita a nulla, oggi in commissione voteremo contro o abbandoneremo l’ aula per dissociarci Sugli immigrati Storace sta mostrando il volto feroce della destra alimentando le paure della gente
Mario Reggio

ROMA – «Il ministro della Salute Francesco Storace chieda scusa alle donne toscane e al sistema sanitario della Regione Toscana che ha criminalizzato, accusando i responsabili di non rispettare le procedure sulla 194. Si assuma la responsabilità di vietare l’ uso della pillola Ru486, ma eviti di modificare un decreto, quello che ho firmato nel ’97, perché altrimenti complicherà la vita di molti malati. è poi evidente che sta facendo una volgare campagna elettorale alimentando la paura e la diffidenza nei confronti degli immigrati». Rosy Bindi, responsabile politiche sociali della Margherita, toscana, per quattro anni ministro della Sanità attacca frontalmente Storace. Come valuta il suo operato? «Storace ha mostrato il volto feroce della destra. L’ ha fatto con gli immigrati, e strumentalizzando un tema molto delicato come quello della maternità, spingendosi fino a mettere a rischio la libertà di scelta dell’ assistenza farmaceutica. Stiamo assistendo da alcuni mesi al volto non solo feroce, ma anche cinico della destra: immigrati, Ru486, droga, salute mentale. Su nessuno di questi temi riuscirà a fare nulla, ma ha sollevato pericolosi polveroni». Perché firmò il decreto sui farmaci non commercializzati in Italia? «L’ ho firmato nel ’97 proprio perché, a volte, le case produttrici di alcuni farmaci decidono di non commercializzarli in Italia. Farmaci che sono utili e spesso vitali per molti malati. Sull’ uso della Ru486 Storace non può pensare di espropriare i medici e la stessa donna di una libera scelta. Perché le cure, secondo la Costituzione italiana, non si decidono per decreto di Stato. Alla faccia della Casa delle libertà». E sugli immigrati? «Il ministro si preoccupi di curare il razzismo e l’ antisemitismo dilagante in certe frange ultrà, invece di agitare impropriamente temi di salute pubblica che non conosce. Storace non conosce né il diritto del lavoro né le norme sanitarie, perché gli immigrati regolari per essere assunti devono sottoporsi, con qualsiasi altro lavoratore italiano, alle visite mediche e devono essere assicurati dall’ Inail. Pensa forse ai clandestini? Li vuol curare o rimandarli nel deserto del Sahara? Molte indagini confermano che queste persone arrivano in buona salute e si ammalano proprio per le condizioni di abbandono e di privazione in cui spesso sono costretti a vivere e a lavorare». Oggi approda in Commissione la relazione sul funzionamento della 194. «Il contenuto dimostra l’ inutilità di questa indagine conoscitiva, che non ha aggiunto nulla a quello che già sapevamo e che si conclude con un nulla di fatto. Valuteremo se votare contro o abbandonare la Commissione, prendendo le distanze da una manovra elettoralistica presa sulla pelle delle persone». Storace ha anche annunciato di voler modificare la 180. «Un’ altra mossa elettoralistica. Quella legge non va cambiata bensì applicata. Dove è stata applicata funziona e comunque Storace non riuscirà a fare nulla. Il tempo è scaduto. Sugli immigrati, sulle questioni che riguardano le scelte della vita, la salute mentale, l’ atteggiamento di questo governo dimostra che non c’ è nessun rispetto per le persone. Un sigillo nefasto, come la legge sulla droga, corona cinque anni nei quali il governo ha pensato solo agli interessi di pochi ed ha abbandonato ogni fragilità».

Lea Melandri

Dietro la sorpresa, la delusione, il visibile disappunto, non si può non sospettare la difesa a oltranza di quello stesso potere o privilegio maschile, che molti vorrebbero confinare nelle sue forme estreme, “abnormi”, “mostruose”, chiedendo che a combatterle siano le donne che ne subiscono le conseguenze. Il “mostro” e la “bella”, il predatore e la preda, uniti da un legame di amore e odio, attrazione e repulsione, che li proietta fuori dalla storia, finiscono per essere una di quelle invarianti che la società patriarcale si scrolla ogni volta di dosso, per non dover riconoscerne la matrice al proprio interno, e assumersene in qualche modo la responsabilità.
Rientra in questo tentativo di stornamento anche la “spiegazione” che Edoardo Boncinelli ha dato delle “vie” insospettabili della “complicità femminile”. Dopo averci aperto, assieme ad altri “audaci navigatori” della scienza, le “strade dell’immortalità”, promesso invecchiamenti meno rapidi, rigenerazione di organi in disuso, nascite perfette, esenti da ogni rischio, e dopo aver salutato nella lettura del genoma umano il manuale necessario a “costruire un uomo” (E. Boncinelli, G. Sciarretta, Verso l’immortalità? , Cortina 2005), lascia alquanto perplessi il ritorno in campo di una “natura” animale, istintuale, chiamata a supporto dell’“amore romantico”. Le “componenti essenziali” del rapporto sentimentale sarebbero, per Boncinelli, la sessualità «finalizzata alla riproduzione» e «un attaccamento reciproco» modellato sul legame madre-figlio, «presente in molte specie animali» e fondamento delle «cure parentali»: nutrimento, protezione, sicurezza. L’unica differenza, rispetto al mondo animale, sarebbe che i «cuccioli» dell’uomo restano tali molto più a lungo, tanto da contagiare ruoli, affetti, vincoli, della coppia adulta. Dai «recessi del cuore umano» sarebbe affiorato in Natascha, bambina e adolescente segregata da un uomo più anziano di lei, un «barlume di istinto materno verso il figlio discolo ma in fondo bisognoso di protezione».

 

Sulle radici “preistoriche” di ogni amore felice, sulla beatitudine dell’originaria fusionedel figlio e della madre, Freud ha scritto pagine di innegabile verità. Ma, guardate attraverso una soggettività femminile capace oggi di pensieri e parole propri, si è fatto chiaro anche l’immaginario che le sostiene, il ricongiungimento armonioso che l’uomo ha continuato a sognare, come riparazione a tutti gli strappi e gli steccati che ha messo tra sé e il corpo che l’ha generato, perché restasse sempre tale, aperto alle sue nostalgie di bambino, e perché, al medesimo tempo, non potesse nuocere alla sua autonomia di individuo.

 

Il determinismo biologico, calato qui con rara pesantezza e ingenuità a fronte di una esperienza effettivamente singolare, ma per ragioni opposte – di maturità, saggezza, comprensione dei bisogni umani-, dovrebbe far riflettere sulla discrepanza profonda che si è aperta tra una cultura maschile arroccata sui suoi pregiudizi, le sue rimozioni, i suoi privilegi, e voci femminili straordinariamente lucide, capaci di aprirsi un varco e un ascolto pubblico, anche attraverso una semplice “lettera”. E’ il breve scritto con cui Natascha ha voluto zittire curiosità morbose di cronisti, giudizi affrettati e deformanti di “esperti”. Nel “guazzabuglio” dei suoi pensieri, e nella “tomba” che l’ha vista comunque crescere «giovane donna con un interesse verso la cultura e la lettura», Natascha dimostra di aver conosciuto quei tratti umani, come la pietà, l’amore, la sottomissione, la forza, la solitudine, l’angoscia, che molti, cresciuti all’aria aperta e nella libertà ancora stentano a considerare come bisogni ugualmente presenti, pur nella loro contraddittorietà, nell’esperienza di ognuno.

 

Il discrimine tra l’amore e la violenza, che la legge disegna in modo netto, ha linee molto più aggrovigliate quando lo si riporta all’esperienza vissuta, e, soprattutto, quando non si ha fretta di cristallizzarlo entro schemi preconcetti e semplificatori. E’ lì, su quell’ambiguo confine tra sentimenti opposti, che sfumano i concetti di “normalità” e “anormalità”, innocenza e perversione, tenerezza e rabbia. «Io ero più forte. Mi teneva in palmo di mano e ai suoi piedi», dice Natascha, del suo sequestratore. Una metafora che esce, è vero, dall’oscurità di un crimine odioso, ma che scopre, per così dire, “l’acqua calda”: una generalizzata e ancora largamente condivisa rappresentazione del rapporto tra i sessi.

Libri, saggi, diari, un sentiero di lettura nel mondo arabo che sta cambiando. Un mutamento, talvolta contraddittorio, che porta un segno femminile
Il rapporto con la modernità, l’occidente, l’ortodossia misogina nei testi di autrici come Nawal al-Saadawi, Fatema Mernissi, Suad Amiry, Hoda Barakat
Francesca M. Corrao

Negli ultimi dieci anni il Cairo ha cambiato aspetto. Oggi la città appare molto più pulita, un nuovo parco pieno di palme collega la storica moschea università di Al-Azhar con la cittadella, e la celebre rocca militare da cui Muhammad Ali guidò la rivolta per liberare l’Egitto dalla presenza francese, è stata restaurata. Come un grande fiume ogni sera la gente si affolla per le strade e lungo le vie illuminate donne di tutte le età vanno in giro a bordo di automobili lussuose o di semplici utilitarie. Questo è il segnale di un grande cambiamento: sino a non molti anni fa le donne che andavano a cena fuori o al cinema senza essere accompagnate da padri, mariti o fratelli, erano poche, e sicuramente «estremiste». Adesso un numero crescente di donne lavora, e ha quindi conquistato l’indipendenza economica e di conseguenza un certo margine di libertà. A differenza di prima può accadere che una professionista, se non ha trovato un compagno adeguato, scelga di vivere da sola: questo tuttavia avviene solo nei quartieri più «progrediti», dove le donne non corrono il rischio di essere stigmatizzate dalla comunità del vicinato, come accadrebbe nelle periferie, in cui le tradizioni arcaiche si sposano con i rigurgiti misogini degli integralisti, in barba a ogni dichiarazione di uguaglianza espressa nel Corano. Questa ricchezza di posizioni, però, tende a non essere percepita in occidente, dove si parla del mondo arabo senza sfumature, e quasi solo per metterne in evidenza il volto deteriore. Per capire la complessa eredità culturale dell’Egitto moderno può essere utile leggere un libro di qualche decennio fa, da poco pubblicato anche in Italia, Diario di un procuratore di campagna di Tawfiq al Hakim (Edizioni Nottetempo). L’opera apre infatti uno spiraglio su un mondo lontano e ci permette di sbirciare dietro i veli della vita di provincia. Attraverso l’ironico racconto di un procuratore di una piccola città sul Delta scopriamo una società chiusa ancora assorta nelle tradizioni antiche. L’autore racconta le indagini svolte per svelare gli assassini di un uomo apparentemente innocuo; a turbare la scena – come spesso nelle storie egiziane – appare, per scomparire presto, una splendida ragazza, e intorno alla sua figura si accendono mille enigmi e fantasie. Lo svolgimento delle ricerche rivela tante piccole scene, descritte con esilarante sagacia, di un mondo diviso tra la rigidità dei funzionari, inefficienti e corrotti, e la schiacciante prepotenza dei signorotti locali, sullo sfondo della misera vita dei contadini che si trascinano da una millenaria povertà verso un sistema moderno ma sempre più repressivo. Ma il romanzo è anche una occasione per denunciare l’insofferenza dell’autore per un lavoro cui è costretto per necessità mentre la sua mente da letterato lo porterebbe altrove, a Parigi in un ambiente artistico e trasgressivo che meglio risponde alla sua indole. Ironico e poco clemente, lo scrittore descrive i faticosi tentativi di un Egitto che stenta a imitare il mondo occidentale.

Da quando al-Hakim scrisse il suo Diario, però, molte cose sono cambiate. Oggi le università hanno aperto i battenti in tante zone che prima sembravano culturalmente ed economicamente ferme ai primi anni del Novecento. La città di Minya, per esempio, è diventata un importante centro di affari e di ricerche avanzate. Il cuore della resistenza fondamentalista non ha cambiato sede ma volto. Si muove verso una svolta democratica? È difficile a dirsi, anche se proprio la maggiore presenza delle donne potrebbe fare molto per cambiare l’atmosfera generale. Per il momento, però, la situazione si presenta controversa: se all’università le studentesse sono la maggioranza assoluta, non si può fare a meno di notare che siano quasi tutte velate: un velo tuttavia, che sembra rappresentare – più che una dichiarazione di castità – quasi un vezzo, un modo di dichiararsi diverse dalla cultura occidentale. In giro infatti non si vedono burqa’ o chador, ma fazzoletti decorati con ogni tipo di ninnolo e gioiello e magari indossati sopra un paio di jeans accuratamente sdruciti.

Su queste contraddizioni che segnano la situazione femminile nel mondo arabo esistono oggi diversi testi, dalla recentissima antologia Parola di donna, corpo di donna (curata da Valentina Colombo per gli Oscar Mondadori) all’ultimo libro della marocchina Fatema Mernissi, Karawan. Dal deserto al web (Giunti), che racconta attraverso numerose testimonianze l’aiuto che la tecnologia, se utilizzata saggiamente, può fornire anche nelle località più sperdute. La coraggiosa scrittrice, come tante altre intellettuali attive anche in Medio Oriente, ha creato una Ong per aiutare le donne a vendere i loro prodotti mettendoli direttamente online, nella convinzione che la vera sfida oggi consista nell’emancipare le donne dall’ignoranza e dalla sudditanza economica.

Da decenni, del resto, le organizzazioni non governative si moltiplicano in tutto il territorio. Tra le pioniere fu, di nuovo in Egitto, la scrittrice e medico Nawal al-Saadawi (autrice fra l’altro di Firdaus. Storia di una donna egiziana, edito nel 2001 ancora da Giunti) che organizzò una struttura per molti versi simile ai nostri consultori per insegnare alle donne analfabete le più elementari cure sanitarie. Ostacolata in ogni modo, prima dal governo e poi dai fondamentalisti, la scrittrice fu nel 2001 accusata di aver affermato che il pellegrinaggio alla Mecca era un costume pagano. In realtà al-Saadawi aveva voluto sottolineare l’atteggiamento di apertura dell’Islam ricordando che la religione sin dagli inizi aveva saputo accogliere usi e culture preesistenti che bene si accordavano con la nuova fede, ma un giudice del tribunale shara’itico accusò prontamente la scrittrice del reato di apostasia condannandola a divorziare dal marito (un musulmano non può essere coniugato con un’apostata). Solo la pronta reazione di alcuni intellettuali egiziani e una valanga di e-mail da ogni parte del mondo sono riuscite a convincere il presidente Mubarak a intervenire salvando la scrittrice dalle grinfie dei «calunniatori».

Che le donne siano le rappresentanti di questi nuovi fermenti del mondo arabo è dimostrato anche dalla loro presenza attiva a incontri e convegni internazionali, come quello su «Intellettuali e potere» che si è tenuto alla fine del 2005 presso l’università del Cairo. Sono state numerose le studiose che hanno presentato analisi fondate su una conoscenza seria dei testi critici occidentali e orientali, sulla base del presupposto che, come dice il poeta marocchino Muhammad Bennis, l’apertura verso le altre culture è in primo luogo una questione di ospitalità, di accoglienza. Voce di spicco nell’incontro è stato, fra gli altri, il poeta palestinese Murid al-Barghuti (autore di Ho visto Ramallah, uscito nel 2005 per Illisso edizioni), che ha ricordato gli intellettuali arabi costretti al silenzio in patria o alla fuga all’estero, dove rimangono spesso chiusi dietro un muro di indifferenza e che ha messo in evidenza come il problema della libertà e del potere non riguarda solo «gli altri» ma ogni essere umano, richiamando alla presa di coscienza individuale e alla necessità di sviluppare un forte senso di responsabilità.

Un comportamento esemplare in questo senso viene dal testo autobiografico di Suad Amiry – Sharon e mia suocera, edito nel 2003 da Feltrinelli – che racconta la sua esperienza di affermata architetta rientrata da Londra in Palestina per contribuire alla crescita della nuova Autorità palestinese. Nell’esilarante resoconto della sua vita quotidiana dà prova di come, da donna comune, è costretta a trovare soluzioni geniali per sopravvivere nell’inferno quotidiano, schiacciata tra le esigenze della suocera e le ordinanze di Sharon. Il materiale non manca, tanto che nel 2005 Amiry ha pubblicato un altro libro (Se questa è vita. Vivere a Ramallah in tempo di occupazione, Feltrinelli). Ma queste testimonianze di ordinaria follia si trovano in gran numero anche in Domani andrà peggio. Lettere da Palestina e Israele, 2001-2005 (Fusi Orari, pp. 240, euro 15), la raccolta di articoli di Amira Haas, una coraggiosa giornalista israeliana che si batte per la difesa del buon senso, al duro prezzo di essere invisa a molti. Incontrare l’altro è un’impresa difficile e dolorosa, scriveva Arnold Toynbee, e questa amara verità è ben nota agli arabi da oltre due secoli. Colonizzati prima e successivamente devastati da guerre fratricide sapientemente alimentate da interessi stranieri. Molti intellettuali ne parlano con amarezza, alcuni con ironia, altri invece si nutrono di questo orrore per sublimarlo in opere tra il surreale e il metafisico: fra questi, saggi critici (Adonis, La musica della balena azzurra, Guanda; Fatema Mernissi, Islam e democrazia, Giunti), poesie (Adonis, In onore del chiaro e dello scuro, Archivi del Novecento) e anche bei romanzi, come quello della libanese Hoda Barakat, L’uomo che arava le acque (Ponte alle grazie), dove si narra con straordinaria sensibilità lo smarrimento dell’uomo e il disintegrarsi dell’essenza della cultura materiale in Medio Oriente sotto i colpi di mortaio della guerra civile libanese.

Tuttavia non ci si rassegna e le attività culturali – mostre, festival, film, concerti, opere teatrali, dibattiti, presentazioni di libri – a Beirut come al Cairo si sono moltiplicate rispetto a pochi anni fa, grazie anche alle scelte di politici contestati. Un esempio viene dal pittore Farouk Husni, ministro della cultura egiziano da oltre un decennio, che continua ad aprire spazi culturali anche agli artisti dell’opposizione, senza badare troppo alle polemiche. Obiettivo di Husni è di dimostrare che le attività governative non emarginano gli intellettuali scomodi, accogliendo in questo senso l’invito più volte reiterato del Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz: anche nelle più recenti interviste in occasione del suo anniversario, il più amato scrittore arabo non ha perso infatti la sua grinta e ha incoraggiato i giovani a darsi da fare per frenare l’avanzata oscurantista.

In questa direzione del resto vengono organizzate iniziative dedicate ai fautori di una cultura aperta e moderna. Prossimamente è previsto un omaggio a Muhammad `Afifi Matar, poeta filosofo scomodo, vittima spesso dei suoi modi «passionari». A settanta anni il Consiglio superiore della cultura riconosce finalmente i meriti di questo amante di Empedocle e cancella così il ricordo dei giorni di carcere negli anni Novanta (si era dichiarato contrario all’intervento militare dell’Egitto in Iraq, ed era «scivolato» sul pugno di un poliziotto rompendosi il naso). Anche allora il tam tam degli intellettuali arabi e occidentali, dentro e fuori dall’Egitto, lo hanno salvato dal carcere; ha vinto la solidarietà e così anche il diritto alla libertà di opinione.

Fra le altre figure della cultura egiziana, il cui valore viene adesso riconosciuto spicca anche il nome del poeta `Abd al-Mu’ti al-Higazi che, rientrato da un decennio dall’esilio volontario in Francia, cura oggi una rubrica sul più diffuso giornale egiziano, al-Ahram; e da lì parla liberamente dei fatti del giorno senza risparmiare i suoi strali all’amico di un tempo, il ministro della cultura per l’appunto. Ad al-Higazi il Consiglio superiore della cultura ha recentemente dedicato una giornata di studi convocando i massimi esperti di poesia a parlare della sua produzione. A guidare i lavori Gabir Asfour, il grande critico letterario prestato all’amministrazione pubblica per gestire un’operazione culturale faraonica: lanciare la cultura araba nel mondo e tradurre migliaia di libri dalle lingue occidentali in arabo ogni anno. Tra i presenti la vera responsabile del progetto, la dinamica e colta Shuhra Muhammad al-‘Alim; che ama scherzosamente dire di sé che è più brava di Shehrazad perché è riuscita a dare alle stampe mille e un libro in un anno invece che in tre come la celebre eroina dei racconti orientali.

Attualmente Shuhra Muhammad al-‘Alim sta promuovendo la traduzione di racconti italiani in collaborazione con la facoltà di lingue dell’università di `Ayn Shams e il ministero degli affari esteri. Un’altra iniziativa in questo senso è stata promossa dal poeta Hasan Teleb che, assieme ai docenti di italiano dell’università di Helwan, sta traducendo un’antologia dei poeti italiani del Novecento. Il problema è l’assenza di coordinamento tra gli intellettuali italiani e quelli arabi. Ancora oggi, sebbene fioriscano meritevoli iniziative in cui gli intellettuali arabi sono invitati a partecipare a incontri e scambi in Italia, si riscontra che troppo spesso i nomi sono sempre gli stessi oppure non sono significativi; e lo stesso accade in Oriente. Si tratta di un vecchio problema: già all’inizio del secolo scorso al Cairo la poetessa Mayyi Ziyada traduceva poeti italiani assolutamente ignoti, e lo stesso facevano negli anni Cinquanta a Beirut i redattori della rivista «Shi’r» che pubblicavano accanto ai testi di Montale (che, come poi Mahfuz, ha avuto la fortuna di ricevere il Nobel) i versi di illustri sconosciuti. Senza sparare a zero sul passato, sarebbe auspicabile che oggi, nei paesi di lingua araba, come in Italia, non si ripetessero gli stessi errori.

da Leggendaria – Appartengo a quella generazione che Serena Zoli ha definito fortunata perché ha potuto fare sogni come progetti personali e collettivi, ha potuto con baldanza giovanile scappare di casa, vivere nelle comuni, nelle «coppie aperte»…. Sono consapevole che tutto questo sperimentare e soffrire ha contribuito alla fine di un certo modello di famiglia e ha messo in circolo libertà femminile. E oggi, in un’epoca che transita da un tipo di famiglia patriarcale che non c’è più a qualcosa che ancora non sappiamo, vedo soprattutto donne più giovani, ma anche uomini (compreso mio figlio), portare avanti una ricerca di nuove forme di vita e relazioni amorose che in molti casi diventa una testimonianza che rimane muta. La discussione sui Pacs, che si è concentrata prima e dopo le manifestazioni, è destinata a durare fino alle elezioni. Con il riferimento prevalente alle coppie omosessuali e discorsi incanalati sui binari dei diritti e della visibilità pubblica del loro legame da una parte, e della difesa della famiglia tradizionale dall’altra. Sono favorevole ai Pacs e appoggio la proposta Prodi. Ma ragionare come se ci fosse un fronte laico e uno cattolico, una destra per i valori e la famiglia e una sinistra contro i valori e a favore di qualunque tipo di legame, rischia di essere una rappresentazione falsa della realtà. Realtà molto più contraddittoria e in movimento, come mostra ad esempio il dibattito nelle gerarchie ecclesiastiche dopo le decisioni del Sinodo sulla comunione ai divorziati.

Nella polarizzazione rimane in ombra la posizione femminile mutata nella società e nella famiglia e non si riesce a vedere «il buono che c’è nel nuovo venuto con la fine del patriarcato» (Luisa Muraro). Nel mio intendimento la libertà femminile è un cambiamento che chiama sì in causa aspetti della tradizione ormai superati, non per distruggerla, piuttosto per salvarne l’essenziale nel senso della convivenza umana. Di certo ha mutato i termini stessi della questione famiglia e matrimonio. Le parole comuni ne fanno vedere qualcosa, come «single» invece di «zitella» e «scapolo»: al posto di due parole italiane che definivano per negazione, una inglese a dire un modo considerato normale di vivere. Il mercato l’ha recepito, vedi le confezioni monodose.

La posta in gioco sui Pacs mi sembra questa: se e come il mutamento epocale rappresentato dalla libertà femminile può diventare un ampliamento di libertà per tutti. Se e come l’abbandono di aspetti e norme che presupponevano la donna come merce di scambio tra uomini può favorire il ripensare nei termini di una cultura dei due sessi gli elementi di base del convivere umano. Tra questi ci metto l’amore, di cui stranamente si è parlato pochissimo, pur parlando di coppia, etero od omo che sia. E a occuparsene in questi giorni è il papa.

Non mi dilungo sull’analisi della famiglia patriarcale, lo ha già fatto Luce Irigaray (La Repubblica, 16-9), affermando che, per quanto se ne possa avere nostalgia, quella Storia è finita. E la parola «famiglia» si apre per nominare nuove forme della vita relazionale. A una mia amica sposata che, uscite di casa le figlie, ospita gratis un giovane straniero per permettergli di frequentare l’università, e lo chiama «nipote».

I dati delle ultime indagini demografiche sono impressionanti. Il matrimonio è al minimo storico, nell’ultimo decennio il numero delle unioni di fatto è salito a 550.000 circa, il doppio dei matrimoni (Istat). In Europa una creatura su tre nasce in una coppia di fatto (Eurostat 2004). Due donne su tre che amano un uomo non lo sposano. Azzardo un’ipotesi: la libertà femminile, a livello sotterraneo, profondo, ha aperto una crepa proprio in quel senso comune femminile che vedeva nelle nozze il compimento dell’incontro tra i sessi. Quello che era il sogno d’amore, l’esito della vita di una giovane donna, il matrimonio, oggi appare sospeso. Sembra esserci una strategia femminile complessa che sceglie di non arrivare alle nozze, ma non per questo rinuncia all’amore. Anzi. Poiché molte donne amano più l’amore che il potere, e lì si vogliono giocare. Nell’attuale contraddizione tra i sessi non sposarsi è una scelta per continuare a farsi amare e amare? Va in questa direzione la testimonianza di Marina Mastroluca (L’Unità) che, rispondendo alla’ttaco di Ruini alle «coppie di fatto», sostiene la sua scelta: un amore che non vuole essere sancito per legge, spento in obbligo, ruoli, status, ma vuole vivere di vita sua, in uno scegliersi ogni giorno.

Ci sono poi non poche donne che di famiglia non vogliono più sentir parlare. Ne conosco molte che hanno fatto della rete delle amiche, delle relazioni amorose e politiche nella società femminile, una forma di vita radicalmente diversa dalla famiglia. Ricordo una donna indimenticabile della Libreria delle donne di Milano, alla quale siamo state accanto, accompagnandola fin nella malattia e nella morte.

Sono favorevole ai Pacs perché registrano la libertà che già donne e uomini si sono presi e permettono nella società una dinamica viva tra le scelte di vita che ciascuna/o intende portare avanti, etero o omosessuale che sia. A mio modo di vedere fanno bene allo stesso matrimonio troppo spesso ridotto a una faccenda burocratica di punteggi e pensioni o a un rito privo di sacralità. Un contesto sociale che offre più possibilità chiama a dare senso alla propria scelta. Per esempio, le coppie che scelgono il matrimonio religioso perché veramente ci credono, con il loro stesso atto gli restituiscono valore. La libertà agita apre uno spazio per ripensare le forme del celebrare e condividere con le persone care, del vivere la dimensione spirituale propria di ogni essere umano, che si aderisca o no a una religione rivelata. Va bene, purché ci sia libertà, purché ci sia amore.

Claudio Magris

Erasmo da Rotterdam includerebbe certamente le madri argentine di Plaza de Mayo nel suo Elogio della follia e non solo perché, quando hanno iniziato la loro incredibile, indomabile battaglia per i loro figli e per tutte le trentamila persone fatte sparire durante la dittatura militare, le chiamavano «las locas», le pazze. Umanista razionale, Erasmo celebrava non già le oscure pulsioni irrazionali né i deliri totalitari delle idee assolute, bensì l’autentica ragione ossia la pienezza della comprensione, che include i concetti come i sentimenti e le passioni. Questa ragione si oppone sia all’irrazionalità viscerale sia al gretto calcolo falsamente realista che considera immutabile la realtà del momento e si piega a essa. La vera ragione, che non si arrende alle cose, è sempre «follia» – come il cristianesimo per San Paolo – agli occhi di chi si inchina al male ritenendolo inevitabile; ad esempio, agli occhi dei pretesi realisti che, nel settembre o nell’ottobre del 1989, pensavano che il muro di Berlino dovesse continuare per chissà quanti anni. Le madri di Plaza de Mayo costituiscono un esempio straordinario non solo di coraggio, umanità e libertà, ma anche di grandioso e razionale realismo politico, come documentano l’eccellente libro di Daniela Padoan e altre testimonianze della loro vicenda. L’esempio di una «follia» che è chiara, intrepida e amorosa intelligenza delle cose, posta al servizio dell’universale umano. Dopo il golpe del 24 marzo 1976, che instaura la dittatura militare in Argentina, veri e presunti oppositori – circa 30.000 – vennero fatti sparire, talora insieme agli avvocati che li assistevano, in un’orgia di criminalità e nell’eclissi di ogni certezza del diritto, che colpiva pure persone inizialmente non avverse a un governo autoritario.
La storia di quelle infamie, di quelle torture, di quelle eliminazioni, di quelle complicità con gli aguzzini è nota ed era stata denunciata allora, con particolare forza, da Giangiacomo Foà sul «Corriere ». Non c’è che da scegliere. Il segretario di Stato americano Kissinger esorta la giunta militare a «portare presto a termine il lavoro» e non si preoccupa dei diritti umani «citati fuori contesto». La Chiesa, come spesso in tali situazioni, mostra due volti: quello indegnamente neutrale o compiacente di una parte della gerarchia – compreso il nunzio apostolico monsignor Laghi – e di certi cappellani più benevoli con i torturatori che con i torturati, e quello dell’impavida carità cristiana di altri sacerdoti, fra i quali ad esempio padre Longueville e padre de Dios Murias o i vescovi Angelelli o Ponce de Léon, vittime dell’efferata violenza contro cui avevano levata alta la voce, come monsignor Romero o i sei gesuiti a San Salvador, forse ora dimenticati nelle beatificazioni ecclesiastiche, ma – come il baccello sepolto nella fiaba di Andersen – non certo dimenticati da Dio.
Tutto questo è storia, nota anche se rimossa o scordata. La resistenza delle madri non nasce quale movimento politico, bensì da un’elementare universalità umana; si tratta di donne di diversa estrazione sociale, ma perlopiù modesta, cresciute e formatesi tradizionalmente nei valori familiari, nel rispetto dell’autorità e nel desiderio di un normale ordine sociale che permetta una normale vita quotidiana. Quando i loro figli iniziano a sparire, in un’assenza e in un’incertezza più angosciose della morte, il loro amore materno non si piega e non si rassegna; non si limita alle lacrime ma trova gli artigli ed esse iniziano la loro ricerca, la loro lotta indomabile. Come Antigone, si ribellano alla legge iniqua (o meglio alla selvaggia anarchia, perché ogni violenta tirannide è caos e disordine) che nega i fondamentali valori umani.
Nelle testimonianze – e, prima ancora, nella prassi – di queste donne la maternità non rimane allo stadio di strazio viscerale, di lutto privato. Queste donne scoprono che la loro tragedia personale è un tassello di una criminale tragedia collettiva; che non solo il figlio dell’una o dell’altra, ma migliaia di persone sono state fatte delittuosamente sparire. L’immediato sentimento materno si universalizza, diviene chiaro concetto della responsabilità più generale. Ognuno di quegli scomparsi diventa allora il loro figlio, così come ogni vittima è realmente il fratello di ognuno di noi, perché sempre si tratta del nostro destino comune e tanto peggio per chi, prigioniero di un’ottusa aridità o di una confusa pappa sentimentale, non se ne accorge e non si accorge dunque di lavorare alla propria rovina. Quando si è portato un figlio in grembo – dice una delle madri, Hebe Bonafini – lo si porta per sempre. Queste donne non la danno vinta alla morte, smontano la sua falsa aureola di potenza invincibile; i loro figli – ripetono – sono vivi, continuano a far parte della storia del mondo e quei trentamila sono tutti figli di ognuna di loro.
Come Antigone, anch’esse arrivano spontaneamente all’azione politica dall’universalità dei valori e dei sentimenti umani violata dalla politica, dalla perversione della polis , della vita comune. E svolgono un lavoro politico di un’incredibile lucidità, concretezza, efficacia, che non fanno pensare ad alcun patetico mammismo, bensì alla logica di Clausewitz o all’astuzia degli eroi brechtiani. A ogni mossa della repressione rispondono con una tattica flessibile e inventiva; se la polizia vieta loro di radunarsi, obbediscono all’invito di circolare e così inizia la loro leggendaria marcia; se punta contro di esse i fucili, gridano allegramente in coro «Fuoco!». La censura viene aggirata da una geniale guerriglia pacifica e inafferrabile: diffondono nel Paese ignaro le notizie dei crimini del regime, scrivendole sulle banconote che circolano ovunque o su fogli infilati nei messali o inframmezzandole, in riunioni di massa, nella recitazione ad alta voce di preghiere che nessuno osa interrompere; intimoriscono assassini e complici con le loro pubbliche, corali denunce.
Dopo le madri di Plaza de Mayo è impossibile ripetere le patacche sulle donne magari più capaci di passione e sentimento degli uomini, ma meno dotate di logica o meno portate all’universalità del concetto: è la loro azione politica che rivela una straordinaria razionalità, una chiara visione generale capace di tradursi in corretta prassi, mentre in questa vicenda sono spesso gli uomini – i padri, i mariti – a rivelarsi timorosi, succubi degli eventi, prigionieri di stati d’animo coatti e pronti a infiammarsi per il campionato mondiale di calcio più che a inventare creative e razionali forme di lotta per i loro figli. Antigone non solo ama, ma anche ragiona meglio di Creonte.
Nei momenti più drammatici della loro protesta le madri furono ascoltate da pochi – perfino Giovanni Paolo II, cui pure la devozione a Maria avrebbe dovuto aprire gli occhi, le ricevette con un’aridità che non è fra i momenti migliori della sua vita. Uno dei pochi a dimostrarsi realmente sensibile, oltre al console italiano Enrico Calamai, fu Pertini, il quale fra l’altro inchiodò i generali, dicendo che essi mentivano – e non potevano far altro – ma nel loro cuore avrebbero preferito difendere il loro onore di soldati sul campo di battaglia anziché infierire su oppositori inermi, e togliendo così loro ogni possibilità di risposta, giacché non potevano ammettere né di mentire né di preferire la tortura di indifesi al rischio della battaglia.
Queste madri ora sono nonne, molte di esse gagliarde nonagenarie; hanno marciato ogni giovedì come allora ma, libere da ogni spirito vendicativo, senza guardare al passato bensì alla vita, prendendo iniziative di ogni genere e rispondendo a necessità di oggi, aggiornandosi tecnologicamente, rifiutando ogni ideologia populista e indigenista e ogni confuso terzomondismo; a conferma della loro distanza da ogni visceralità, criticano il disegno di strappare ai genitori adottivi, ai quali erano stati affidati senza saperlo, alcuni orfani di vittime del regime. Vivono in amicizia e in allegria; se l’età a poco a poco le pensiona, hanno lasciato il segno. È proprio vero che, come sta scritto nel Vangelo, chi si preoccupa di salvare la propria vita la perde e chi è pronto a perderla la salva e salvare l’anima salva pure la vitalità. Di queste madri, nonne, figlie, amiche ci sarà sempre bisogno, perché, dice un verso di Brecht, il grembo da cui è nato il male che esse hanno combattuto è sempre e dovunque fecondo.

I libri: Daniela Padoan, «Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo», Bompiani, pagine 423, 9,50;
«Non un passo indietro! Storia delle Madres de Plaza de Mayo» (pagine 190) e «Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti del laboratorio di scrittura delle Madres de Plaza de Mayo» (a cura di D. Padoan, pagine 91) entrambi pubblicati dalle Ediciones Associación Madres de Plaza de Mayo;
Piera Oria, «Dalla casa alla piazza», ed. Cuec, pagine 128, 11,50

Rosanna Fiocchetto

Uno dei motivi di felicità e di buon auspicio per questo 2006 è per me la pubblicazione in italiano (Il Dito e la Luna, Milano, pp.149, 12 euro) di “Virgil, non” (1985) di Monique Wittig: un libro che ho tanto amato da tradurlo, sebbene io non sia una traduttrice professionista, spinta da quella che Wittig ha chiamato “passione attiva”. Mi sono innamorata di questo libro per la sua poesia, per il suo coraggio, per la sua lucidità provocatoria, per il suo umorismo dissacrante. E’ una riscrittura lesbica, ironica e polemica, visionaria e combattiva, della “Divina Commedia” dantesca: parla dell’inferno in terra in cui le “anime dannate” sono i corpi vivi delle donne, del limbo in cui le “schiave fuggiasche” possono trovare scampo nell’illusione della libertà, di un paradiso tanto difficile da raggiungere quanto esaltante nella sua utopia.
Ma anche la stampa in Italia di quest’opera cosi’ dirompente e “scandalosa” sembrava essere un’utopia: un’utopia realizzata grazie a due complici e cospiratrici, l’editrice Francesca Polo e Margherita Giacobino, direttrice della collana “Officine T – Parole in corso”, che hanno contribuito in modo sostanziale a portare sotto gli occhi di nuove lettrici questa “Profana Commedia” in cui “a nessuna è negato l’ingresso nella città celeste”, con un bellissimo modo di ricordare Wittig a tre anni dalla sua morte. A loro dedico un brano del testo nel quale un girone infernale si tramuta in cerchio di sorellanza: “Qui non ho bisogno di fare domande. E non devo neppure temere gli insulti che generalmente le accompagnano. Qui al contrario vengo invitata ad entrare nel cerchio e a sedervi in compagnia di Manastabal, la mia guida, per prendere conoscenza dei fatti. Qui le lamentele vengono esposte liberamente, non vanno suggerite a creature che si comportano come se le avessimo inventate. Qui al contrario si è pronte a sventare il meccanismo e ad uscire dalla trappola. Si hanno pugni per tutte quelle degli altri cerchi dell’inferno che non ne hanno, e si è pronte ad usarli…”.

Renata Dionigi

Non è facile raccontare questo ironico “poliziesco al femminile” senza nominare alcune circostanze che possano invogliarne la lettura ma che ovviamente tolgono il piacere dell’esito finale, davvero più che sorprendente.

Dirò solo che c’è stato un omicidio e che nella casa del delitto gli uomini della legge cercano indizi per scoprire il colpevole. Accanto a loro, relegate in cucina, le mogli, due donne che si conoscono appena, in maniera sommessa iniziano un’indagine parallela osservando piccoli dettagli, intuendo situazioni che fanno parte del loro quotidiano e della loro esperienza, cercando di immaginare e di capire ciò che può aver causato un gesto così estremo.

Ciò che colpisce nel breve romanzo è la capacità dell’autrice di rappresentare la differenza tra i sessi, una diversa modalità di agire tra donne e uomini davanti a un avvenimento inconsueto per entrambi. Le donne infatti, seppur in tono dimesso, si mostrano più libere nell’interpretazione degli indizi e seguono un’idea di giustizia che non corrisponde a quella socialmente riconosciuta, ma che tra di loro si sentono tranquillamente di legittimare. Gli uomini invece, occupati come sono a mostrare la loro efficienza e affermare l’importanza del loro ruolo alla comunità perdono di vista, nonostante l’atteggiamento di consumati detective, l’essenza dell’indagine e, irridono con paternalistico sarcasmo i particolari donneschi che le mogli osservano e che loro considerano “inezie”.

“Inezie” è il pezzo di teatro da cui è stato tratto questo racconto recitato con successo dalla stessa autrice nel 1916 e pubblicato in Italia, insieme a due altri testi americani, dalla casa editrice “La Tartaruga” negli anni ’80.

Sabina Baral

“Vertigo; verse. L’una, poi l’altra. L’una e l’altra. Queste parole negli anni si presentano congiunte, a un livello molto profondo. Volgere una frase nel mezzo della mia instabilità. Attraverso l’atto del versificare, trasformare la mia instabilità, il mio senso di vertigine, in qualcosa di valore”.
Mi colpisce subito l’accostamento tra i due termini, vertigo e verse. La scrittura come terapia, come strumento di elaborazione e di armonizzazione dell’esistenza, capace di lenire i mali dell’anima e gli strappi della vita.
L’autrice, oggi docente universitaria e saggista di successo, ripercorre la sua biografia e il suo percorso di emancipazione tramite una scrittura limpida, a tratti audace, quasi in contrasto con la complessa matassa di ricordi che la parola si trova a dipanare. Figlia di immigrati italiani di origine proletaria nell’America degli anni Cinquanta, Louise DeSalvo ci narra del suo travaglio esistenziale segnato dall’esperienza della guerra, dalla depressione della madre e dal suicidio della sorella. Accanto a tutto questo il rapporto conflittuale col padre e la propria classe sociale di appartenenza, la scoperta del sesso e dell’amore, l’incontro con donne significative che rappresenteranno un punto di riferimento essenziale in una vita segnata da momenti di profonda vulnerabilità e fragilità. Fra queste la stessa Virginia Woolf, che DeSalvo studia con passione e con la quale si confronta costantemente sia come intellettuale che come donna.
Ne risulta un libro denso, di stile, a tratti arguto, dove la curiosità per la realtà circostante e la profonda passione per la parola scritta rappresenteranno una possibilità di riscatto per la protagonista. Consapevole delle numerose limitazioni imposte alle donne, DeSalvo troverà, grazie alla letteratura e al suo potenziale creativo, una via di salvezza da una vita sacrificata alla frustrazione, alla depressione e alla paura.
Vale la pena leggerlo, in primis per l’autenticità e l’onesta con cui è scritto. Ancora una volta, al centro, una donna capace di sfidare le convenzioni, che ogni tanto valica il limite entro cui la si vorrebbe circoscrivere e che sa porsi in ascolto della sua verità più profonda. Instancabile nel tentativo, a tratti disperato, di coniugare pensiero e vita.