La grande stampa ha immediatamente «antipatizzato» con i ragazzi del movimento francese. «Conservatori», «malinconici», «senza ideali» sono solo alcuni degli epiteti o insulti rivolti loro. Ma basta andare sul web per poter vedere, sentire, parlare, capire i protagonisti diretti di una lotta che verte intorno al nodo centrale del «contratto sociale europeo»: il contratto di lavoro
Franco Carlini
Grande è la delusione nel leggere i resoconti dei «fatti di Francia» sulla stampa quotidiana, italiana, ma anche internazionale. Specialmente da parte dei giornali più importanti che, mai come in questo caso, sovrappongono la loro visione ideologica alla realtà, per piegarla e ri-narrarla. Questa è per esempio l’operazione in cui si è cimentato il New York Times. La reporter Elain Sciolino ci spiega dunque che «questa è una protesta che usa i metodi di strada rivoluzionari – che si sono dimostrati così potenti nei disordini autunnali nelle periferie – a difesa dello status quo».
Trova conforto per questa tesi nella parole di un professore di sociologia del cinema, Emmanuel Ethis: «Io voglio che gli studenti guardino in su, a speranze e sogni di cose che siano più importanti; (invece) questa è una ribellione della piccola borghesia». Già sentita, effettivamente, e chissà che quando era lui sessantottino il professor Ethis non sia stato classificato come petit bourgeois dai suoi professori d’allora.
Di rincalzo un seguace nostrano della stampa americana, Gianni Riotta, sul Corriere della Sera, fa a sua volta la predichina ai giovani, anche lui in nome di ideali più alti: «Nel 1968 la Sorbona era occupata da una generazione che sognava l’utopia del ‘Cambiamo tutto!’, oggi le stesse aule vedono una generazione malinconica implorare ‘Non cambiamo nulla!». Si noti per favore l’uso delle parole: sono malinconici e implorano. La vertenza sindacale in corso al Corriere forse potrebbe utilmente prevedere il diritto-dovere per i vice direttori di andare a informarsi sul posto. O almeno consigliare loro di navigare un po’ di più per il web, alla ricerca di informazioni di prima mano.
Il volti non malinconici dei giovani di Francia sono disponibili per esempio nella «Fototeca del movimento sociale» (http://www.phototheque.org/174.html). Ce ne sono la bellezza di 887, dedicate alle varie manifestazioni del mese di marzo. Le hanno scattate fotografi professionisti o dilettanti e il sito non solo le ospita, ma le rende anche disponibili all’uso non mercantile. In altre parole sono coperte da una sorta di licenza Creative Commons, variante aperta e liberal del copyright. Tra le centinaia di immagini, da guardare una per una, scrutando i volti e le sequenze, vale la pena di citare quella all’indirizzo http://www.phototheque.org/photo/8600.html. «Non à la génération Tanguy», dice il cartello, alludendo al film del 2001 di Etienne Chatiliez, il cui protagonista è un ragazzo ventottenne che resta pervicacemente in casa con i genitori.
Altro sito di movimento da consultare è Hns-info (http://www.hns-info.net/). Qui c’è qualcosa che cita il famigerato ’68: «Siamo realisti, chiediamo il possibile». Questa frase è un creativo remix del sessantottesco «chiedere l’impossibile», incastrato in una volontà positiva da tempo in circolazione tra questa masse di supposti piccoli borghesi, ovvero l’idea che «un altro mondo (società, scuola, lavoro) è possibile» e che valga la pena di provarci, malgrado i falsi realisti che stanno al potere e nelle direzioni dei media di tutto il mondo.
Lasciamo dunque la parola a uno di loro: «La sola posizione possibile è di immaginare un’altra forma di vita sociale fondata sulla solidarietà, la quale esclude lo sfruttamento, organizza le attività umane socialmente indispensabili, e permette a ognuno/a di vivere la sua differenza in mezzo ai suoi simili». E ancora: «Ci sono tantissime cose appassionanti da vivere e da inventare; tante genti da incontrare, da amare, insegnare, ascoltare; talmente tanti bambini da veder crescere, cullare, nutrire …Andiamo! La vita è troppo breve per lasciarsela mangiare dal lavoro».
Chi scrive è tale Ludo (verosimilmente un Ludovico), che aggiunge: «Perché l’utopia sia sorella dell’azione si può cominciare subito, nei movimenti di resistenza sociale, a sperimentare dei nuovi rapporti: riunirsi nelle vecchie organizzazioni, occupare luoghi privati o pubblici e farne luoghi di vita e di libera espressione, verificare nei rischi condivisi e nelle vittorie comuni che a conoscersi ci si guadagna»
Quella di Ludo è una voce tra le tante, ma certamente, non sembra ricerca egoistica dell’impiego fisso, né difesa dello stato di cose esistenti. Davvero è come nel pre-68 quando la molla delle mobilitazioni fu una pessima legge di riforma universitaria, ma quello fu solo un innesco di una situazione autoritaria non più tollerabile e di un desiderio di massa non comprimibile oltre. I riferimenti culturali sono peraltro diversi, così come le pratiche e i linguaggi e anche qui, senza essere maniaci delle tecnologie, c’entra la Rete.
Nei sogni di Ludo, infatti, c’è un mondo di relazioni umane piene, condivisione di esperienze (che portano vantaggio a tutti), voglia di interazione. Sono le caratteristiche migliori del web e dell’internet e questa è una generazione che considera normale e vitale, collegarsi non con dei computer, ma con degli altri umani, usando rete e bit.
Gli studiosi della cosiddetta Happiness Economy (Economia della Felicità) li chiamano «beni relazionali». Il filone di pensiero, anche di matrice cattolica, è quello che vuole andare oltre l’utilitarismo e la supposta razionalità del mercato e cerca invece quei beni e valori che non hanno un prezzo perché non sono acquistabili, ma possono soltanto essere ottenuti arricchendo le relazioni e gli scambi comunicativi tra le persone.
(La lettura consigliata, in proposito, è il recentissimo libro curato da Luigino Bruni e Pier Luigi Porta e intitolato «Felicità e libertà», Guerini e associati. Un’intervista ai due autori è scaricabile in podcasting dal sito di Radio3 Scienza: http://www.radio.rai.it/podcast/F0001254.mp3).
relazione di Serena Fuart
Dal 31 marzo al 2 aprile Il Circolo della Rosa ha ospitato una mostra di artigianato palestinese (ricami e tessuti) organizzata da Adele Manzi, amica di Stefano Sarfati Nahmad, la quale ha trascorso parte della sua vita in Libano fra le palestinesi profughe.
Sabato 1 aprile, Luisa Muraro e Stefano Sarfati Nahmad hanno dialogato con Adele Manzi per parlare e ragionare sui problemi del popolo palestinese, ponendo speciale attenzione alle donne.
Tra gli argomenti trattati, il delicato lavoro di mediazione in situazione di conflitto; le figure mediatrici, protagoniste di questo delicato compito che viene portato avanti valorizzando cultura e memoria. Si è parlato di ricamo naturalmente, una delle vie della mediazione, che favorisce l’incontro tra le donne, lo scambio culturale, il ritorno alle origini.
E’ Luisa Muraro a dare inizio alla discussione introducendo uno dei temi della serata, la figura delle mediatrici, argomento su cui lei, a partire dalla sua esperienza e in relazione alla vita e al lavoro di Adele Manzi, ha riflettuto personalmente arrivando a delle considerazioni che toccano il suo modo di sentire e la politica che fa.
“Ho capito qualcosa che mi riguarda, riguarda il mio modo di sentire e la politica che faccio. Come ho spiegato ad Adele, non sono dedita alla causa palestinese, sono concentrata qui, su noi e l’agire politico. Una delle caratteristiche di queste figure mediatrici è che lavorano spesso nell’ombra, anche se non tutte, come il primo ministro svedese, Olof Palme, ucciso in circostanze poco chiare.
Per arrivare al punto, le mie riflessioni mi hanno portato a pensare che queste persone non abbiano il cuore abitato essenzialmente dalla causa della giustizia, dal proposito di farla. Il loro atteggiamento è diverso, ci hanno rinunciato. Sono rimasta colpita dal linguaggio di Ricamare una vita, la dispensa che Adele mi ha fatto leggere, in cui racconta della catastrofe del 1948, anno in cui il popolo palestinese ha dovuto lasciare traumaticamente le sue terre, i villaggi, i campi. Quello che mi colpisce nel linguaggio usato è la totale assenza di parole di protesta.
Penso a me che sono stata militante politica nel senso classico della parola. Ricordo una serata alla Casa della Cultura, in cui ho pronunciato parole terribili in difesa del popolo palestinese, contro le decisioni, i poteri e tutto quello che era stato fatto loro. Ricordo anche gli applausi degli studenti siriani presenti. Quello che mi muoveva era la volontà che si facesse giustizia, che chi ha subito un torto avesse riparazione”.
“Le figure mediatrici sono differenti – continua Luisa Muraro -. Queste persone mettono d’innanzi qualcos’altro, a costo di mortificare la loro volontà di giustizia. I temi della giustizia sono questioni che sanno e che sentono ma non proclamano, stando in una sorta di mortificazione, anche se non so se mortificazione sia la parola appropriata.
Ritengo che, in questo lavoro di mediazione, un ruolo molto importante lo abbiano le parole. Parole che possono essere non necessariamente di mezzo, cioè dare un po’ ragione all’uno e un po’ all’altro. In questi conflitti estremi e polarizzati è necessario che ambo le parti facciano uno spostamento”
A proposito del lavoro di Adele Manzi e, come del suo, quello di tanti altri, Luisa Muraro continua il suo intervento sostenendo che “si tratta di un impegno accompagnato sempre dalla fedeltà della memoria. Il ricordare, il dire senza accuse, è un atto dovuto a chi ha patito un torto, a chi a sofferto.
Il lavoro di Adele Manzi ha il principale scopo di far conoscere e raccogliere le testimonianze delle donne palestinesi dei campi profughi nel Libano”.
Il suo impegno però è anche culturale con la mediazione della bellezza, continua Luisa facendo riferimento al lavoro del ricamo. “Queste produzioni in sé belle, pacifiche, serene e festose, creano anch’esse una sorta di mediazione, ci fanno vedere la bellezza di un’arte femminile. Questi lavori in mezzo a noi questa sera portano traccia di colori e di festa in un Paese e in un contesto completamente diversi. E’ come spostare il mio, il nostro pensiero, verso momenti, luoghi, sentimenti di festa, gioia, di collaborazione. Questo secondo me è opera di mediazione”.
L’intervento successivo è di Stefano Sarfati Nahmad che racconta d’aver conosciuto Adele durante una manifestazione, rimanendo colpito dal fatto che avesse lavorato per trent’anni accanto alle donne palestinesi.
“Conosco parecchie persone molto impegnate in politica, tuttavia incontrare una donna dall’apparenza così fragile ed esile che, con poche parole, mi ha testimoniato un’intera esistenza a favore di un’idea che in quel momento portava alle persone per strada sfilando, mi ha colpito parecchio. Ho scoperto in seguito che conosceva Luisa Muraro e siamo arrivati all’appuntamento di questa sera”.
Riguardo quanto detto da Luisa Muraro sulla figura della mediazione, Stefano cita un’altra donna: “per me – dice – , una persona di un certo calibro per quanto riguarda la sua capacità di mediazione: Manuela Dviri Norsa. Si tratta di una figura di una certa, direi, anche forse ambiguità: è contestata infatti da molti per il lavoro che fa. Il suo progetto è aiutare i bambini palestinesi che hanno subito dei traumi fisici tramite un istituto ospedaliero israeliano. Il suo scopo è quindi convogliare soldi per questa causa, cosa contestata da molti genitori palestinesi, i quali sostengono che i soldi non dovrebbero andare agli israeliani i quali, ‘prima gli ammazzano e dopo gli aggiustano’ accusa che io non le muovo ma che ho sentito farle. Personalmente leggevo i suoi articoli sul Corriere della Sera finché non ho smesso di accettarli a causa della sua moderazione, sembrava non prendesse posizione”
Stefano racconta poi d’averla conosciuta personalmente e intervistata. “Un’esperienza molto interessante. In quell’occasione ha preso posizioni nettissime, posizioni che ebrei e italiani considererebbero radicali, addirittura antisemiti. Tra i suoi progetti quello di far ricamare camicie fatte in Israele da donne palestinesi. Il suo scopo era mettere in contatto le due genti, perché secondo lei, l’unica soluzione è mettere in contatto i popoli, favorire l’incontro. L’ho ricordata perché, anche lei, sul tema del ricamo ha creato una mediazione.
Io sono qui oggi in quanto ebreo che ha a cuore la causa dei palestinesi. Questa dei palestinesi è una questione che urla vendetta. Mi è capitato una sera di vedere la trasmissione di Giuliano Ferrara durante la quale è intervenuto un ebreo dalla Svizzera. Questo sosteneva che: “in fondo le guerre israeliane sono state delle guerre costruttive. Alla televisione passano invece notizie di fatti inaccettabili, indicibili. Quelle parole però hanno un percorso: la vita in Palestina è invivibile e inaccettabile, è una diaspora, nemesi storica per mano ebraica, ma in tv è strumentalizzata in maniera indegna. Questo si ritorcerà contro Israele”.
Quello che io vorrei raccontare questa sera è qual è il percorso umano di un ebreo che appoggia i palestinesi, quando la triste realtà è che la maggior parte degli ebrei si identifica con Israele, nello Stato di Israele difendendo l’indifendibile. Un paragone che viene spesso fatto a proposito di questa questione è quello di una madre che difende il figlio stupratore. Il mio percorso è stato quello di uscire dalla mera identità ebraica e dedicare semplice buon senso. Partecipando poi alla vita della Libreria delle donne, parallelamente, ho fatto un altro percorso che mi porta a giocare un po’ fuori casa, ovvero quello di uomo che si interessa alle cause delle donne. Concludo ritornando sulla figura delle medianti. Questi percorsi si possono fare in presenza di alcune particolare persone che di solito sono donne”.
La parola passa poi ad Adele Manzi.
Adele è una delle fondatrici di Najdeh (termine che significa ‘soccorso’), un’associazione non governativa nata dopo la caduta di Tell el-Zatar, campo di rifugiati palestinesi che si trovava nella zona del Libano cristiana (l’altra è musulmana). L’associazione opera in questi campi in Libano per contribuire a soddisfare i bisogni più urgenti: scuole materne, centri di formazione professionale, alfabetizzazione e sostegno scolastico, assistenza alle famiglie, creazione di possibilità di lavoro. All’interno di questa sono nati laboratori di ricamo che non soltanto hanno un ruolo economico ma consentono alle generazioni nate in esilio di riappropriarsi di uno degli aspetti della cultura di origine. I loro prodotti sono recentemente entrati nel circuito del Commercio Equo e Solidale con l’etichetta Al Badia.
Adele Manzi inizia il suo intervento raccontando di quando nel 1975 ha preso la decisione di lavorare con donne palestinesi rifugiate in Libano. “Lo volevo da molto tempo ma l’ho deciso in quell’anno quando c’è stata la caduta di Tell el-Zatar. In quell’occasione la gente è stata decimata, si è trattato di un massacro. Molti uomini sono stati trucidati e portati via mentre sono state lasciate partire le donne e i bambini”.
Adele Manzi spiega come si proceda in questo tipo di progetti “Per creare un gruppo che lavora nei campi palestinesi bisogna avere la protezione di un partito palestinese. Noi siamo stati appoggiati da una fazione palestinese che però non ha mai approvato gli attacchi al di fuori delle terre conquistate”
Per dare l’idea della situazione, Adele Manzi fa due esempi.
“Per le attività di ricamo ci siamo appoggiati a dei cataloghi di ricami palestinese conservati nei vari musei del mondo, il primo è stato, paradossalmente, in America.
Una amica belga che lavorava a Betlemme ci ha mandato un piccolo album stampato in Israele. Si trattava di una raccolta di differenti motivi che cerchiamo di fare anche noi, creando un album che ha circolato e che è stato copiato dal suo. Ad un certo punto questo album è scomparso. Forse in quanto proveniente da Israele e in cui la parola Palestina non compare. L’unica scritta che c’era era arabesque, anche se non si trattava di questo”.
Adele parla poi della responsabile generale di Najdeh, che, in Francia, ha visitato due associazioni francesi, una protestante e una cattolica. Queste due realtà l’hanno messa davanti una scelta, che lei ha accettato, ovvero incontrare due israeliani. Il primo è Eitan Bronstein, fondatore di un’associazione israeliana che si chiama Zochrot (di cui si parla in seguito,ndr). Una delle condizioni di questo incontro era indagare la sofferenza e i torti subiti da parte del popolo palestinese. Questa associazione, tra le ultime nate dei numerosi movimenti pacifisti israeliani, ha, tra gli scopi, quello di dare al pubblico israeliano una conoscenza storica di quello che è successo nel ’48. Il loro impegno è visitare i luoghi quali ad esempio, un kibbutz (villaggio israeliano costruito sulle rovine di un villaggio palestinese, ndr) e mettere delle lapidi che ricordino cosa c’era in quel luogo prima del ’48.
Eitan Bronstein è sostenitore dell’idea di non paragonare il ritorno degli ebrei in Palestina con quello dei palestinesi in quanto il ritorno degli ebrei è stato realizzato con l’espulsione di una gran parte dei palestinesi. La pace non è possibile se gli israeliani non riconoscono questa immensa ingiustizia.
L’altro israeliano, membro di Peace Now, su questo non era d’accordo. Si è discusso e la giovane palestinese, responsabile dell’Associazione ha accettato di dialogare.
Ritornando al tema del ricamo, Luisa Muraro interviene chiedendo ad Adele se nei ricami sia possibile identificare una sorta di linguaggio “Hai parlato di questi ricami e di persone che hanno prodotto cataloghi e raccolte, anche in America ed Europa. E’ possibile che, in questi ricami, figure e motivi, ci sia un linguaggio? E’ possibile che chi ha la cultura di questi riconosca le figure?”
Adele risponde che è difficile parlare di linguaggio. Racconta che a Damasco, una signora tedesca, abile ricamatrice che fa lavorare le donne palestinesi, ha scritto un articolo sull’origine dei questi ricami. “C’è una quantità grossa di ricami – dice – e la loro origine è molto controversa. Una figura ricorrente comunque sono i cipressi”.
Dal nord al sud della Palestina ci sono caratteristiche diverse, ha detto poi. “Bisogna immaginare che la Palestina era un paese moderno: c’era una ferrovia che lo attraversava interamente, era aperto all’occidente, e prima ancora con i paesi arabi e con la Siria. C’è stata una contaminazione con l’occidente. Quando qualcuno mi porta un modello di un certo ricamo, a volte riconosco che è stato copiato. Il fatto di copiare è avvenuto quando si è cominciato a ricevere dall’estero, assieme ai fili da ricamo, anche i cataloghi”.
“Quindi quella palestinese è una cultura viva – continua Luisa Muraro: “tutte le culture – dice – hanno una continua capacità di contaminarsi anche se è vero che esiste parallelamente un lavoro di conservazione. Nonostante questo però le persone sono liberamente esposte a sollecitazioni da altre parti. Una cultura è vera quando si apre ad acquisire”.
Adele Manzi racconta allora a Luisa quanto sia interessante vedere sugli antichi modelli da loro usati delle tracce di altre culture. “La Palestina – dice – è stata una paese di passaggio, di scambi culturali. Ci sono forme di cipressi che sembrano copiati dalle maioliche iraniane. Ci sarebbe tutto uno studio da fare…”
La parola passa poi ai numerosi partecipanti intervenuti.
Laura Minguzzi pone una questione sul linguaggio del ricamo “I ricami sono tutti fatti con la tecnica del punto croce: c’è un particolare significato simbolico legato all’uso di questa tecnica?”
Adele Manzi risponde che il punto e croce non è la sola tecnica usata anche se comunque molto diffusa. “Il punto e croce non ha nessun significato simbolico, è però la tecnica più facile da eseguire”.
Adele parla anche di un altro punto, quello con il cordoncino fissato per fare dei geroglifici. Questo punto permette di realizzare figure tonde e di crearne molte altre.
Vita Cosentino chiede ulteriori informazioni sull’attività delle donne nell’associazione. In particolare, in che modo si ritrovano insieme, se discutono, come decidono le cose.
Adele risponde che l’associazione è stata fondata con lo scopo di occuparsi delle donne.
“Abbiamo chiesto alla popolazione interessata cosa desiderasse venisse fatto. C’era bisogno in primo luogo delle scuole materne, luogo che protegga i bambini dalla vita delle strade. Ed è la prima cosa che abbiamo fatto, occupandoci poi anche della formazione professionale delle adolescenti per permetter loro di entrare successivamente nel mercato del lavoro.
Abbiamo poi pensato di favorire la socialità di queste donne facendole lavorare insieme. Abbiamo quindi creato dei piccoli laboratori in cui loro possono lavorare: c’è una donna che distribuisce le consegne e insegna il lavoro. Il fatto che le donne si raggruppino rende possibile l’emergere dei problemi che possono così essere discussi tra loro. Questo ha reso possibile il crearsi di una socialità tra loro. L’associazione si occupa inoltre di dare una formazione culturale e anche politica”.
Lucia, una delle partecipanti, racconta di aver conosciuto Adele in Libano durante un viaggio in cui il loro scopo era cercare di capire la realtà dei campi profughi palestinesi.
“Quello che mi è sembrato di capire delle donne palestinesi e anche degli uomini – dice Lucia – è il fatto che vivano con il sogno del ritorno, ritorno alla loro casa, terra, campi. Il ricamo è anche un modo che hanno per capire, prima di tutto, chi sono, qual è la loro identità, da dove vengono.
Quasi tutti i ricami richiamano abiti di donne, diversi a seconda dei villaggi. Nei ricami ricostruiscono il luogo d’origine, trasmettendolo così anche alle giovani che non sono mai state in Palestina. Giovani che non la conoscono e che la sognano secondo quello che vien loro trasmesso dalle generazioni precedenti. La funzione del ricamo per loro non è soltanto di riunirle, ma anche di far conservare la propria identità. E’ importante mantenere le tradizioni, capire da dove si viene. I ricami hanno questa funzione indispensabile, ovvero mantenere la tradizione, cosa fondamentale soprattutto per chi è sradicato dalla sua terra e vive in un altro posto, in condizioni dei campi profughi. Condizioni che comportano tutta una serie di problemi, tra cui il fatto di non poter esercitare la propria professione pur essendo pienamente qualificati, questione in cui il problema dello sradicamento diviene particolarmente evidente.
“Quindi possiamo dire che il ricamo sia diventato un linguaggio del ritorno, del radicamento in certi posti – conclude Luisa Muraro – . Si tratta quindi di un richiamo, una forma poetica di collegamento di origini, ai luoghi di provenienza, un modo di spostare il patimento dello sradicamento in qualcosa che lo raffigura.”
L’associazione Zochrot
Nell’intervento del prof. Federico Lastaria si è parlato più dettagliatamente dell’associazione Zochrot
“Si tratta di un’associazione di israeliani che pone come prioritorario il tema del ricordo. Ricordo della Nakba, cioè dell’espulsione dei palestinesi nel ’48. La scelta del nome, Zochrot, ha anche un suo significato. Si tratta di una parola ebraica che significa coloro che si ricordano, ed è una parola declinata al femminile. La scelta di un nome femminile, anche se l’associazione è composta sia da uomini che da donne, ha lo scopo di colorare al femminile il ricordo della Nnakba, dargli un senso non militaristico, valorizzando aspetti quali l’accoglienza, caratteri questi, più tipici dell’animo femminile che di quello maschile.
L’associazione ha quattro anni, è sorta nel 2002. Ad esempio nella città di Ashkalòn che oggi si chiama Mischendorf/Pinkamiske, l’associazione si impegna a giustapporre, non sostituire – precisa – i nomi delle vie attuali con la denominazione araba che c’era prima del ’48, oppure, sulle rovine di villaggio arabo distrutto si mettono delle targhe indicanti quello che c’era prima. Il tema della memoria è importante perché se non comprende la questione dell’espulsione nel 1948, non si capisce molto dei palestinesi. L’altro punto su cui si impegna l’associazione è di ricordare in lingua ebraica. Non è la stessa cosa ricordare il dramma dei palestinese in inglese o in ebraico, bisogna parlare al femminile e in ebraico perché è la lingua che gli ebrei prediligono per riflettere”.
In uno degli ultimi interventi Annamaria di Ciommo racconta come i temi della serata le abbiano fatto ricordare la sua infanzia. “Mia mamma – racconta – mi mandava dalle zie a ricamare e imparare il punto e croce. Era il momento in cui tutte le zie giovani mi insegnavano la storia della famiglia e insieme ai ricami imparavo l’arte della pazienza: scucire, ricucire e fare le cose nel migliore dei modi. Attraverso le nostre conversazioni e i loro racconti ho imparato la storia di tutti i miei parenti. Si trattava di momenti ricchi, ero circondata da zie molto giovani. Questo fatto comunque non credo fosse proprio solo della mia famiglia. Vivevo ad Avello in provincia di Potenza. Queste esperienze sono forse tipiche della cultura mediterranea”
Luisa Muraro conclude la serata con la considerazione che la pazienza è la virtù principe delle figure mediatrici che lavorano nell’ombra. “In tutti i grandi conflitti ci sono queste figure di persone che, tra le virtù, sommano tenacia e pazienza”.
Luisa Muraro ringrazia Laura Minguzzi per la cura e l’amore con cui ha accolto al Circolo della Rosa la manifestazione e la mostra di Adele Manzi e dell’associazione Najdeh.
Per chi fosse interessata-o è disponibile in visione un CD-ROM della mostra “Ricamare una vita”, realizzato da un’amica di Adele Manzi durante l’esposizione dei tessuti ricamati.
Tiziana Garlato – Femminismo Libertario
PREMESSA
Il presente documento, che ci accingiamo a rendere pubblico e divulgare per quanto ci sarà possibile – e con la volontà di organizzare diversi momenti di incontro per la sua discussione con altre donne – nasce da un moto di ribellione: il gruppo cui chi scrive appartiene – Femminismo Libertario – aveva aderito alla manifestazione dello scorso 14 gennaio organizzata da “Usciamo dal Silenzio”, ma da una posizione critica – espressa e ribadita in assemblea e nel Forum – rispetto all’impostazione “difensivista” sulla legge 194.
Dal 1975 al 1982 ho preso parte attiva in prima persona a tutte le fasi che precedono e seguono quella legge, avendo militato nel Movimento di Liberazione della Donna e coadiuvato il C.I.S.A. (Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto) nel percorso politico che andò dalle autodenunce per procurato aborto alla raccolta di firme per la sua depenalizzazione, fino alla reazione consumatasi in ambito parlamentare con il varo della 194 e ai due referendum contrapposti del 1981. Sulla scorta di quella esperienza, insieme a Vanna Perego, nuovamente compagna di strada e allora attivista nel C.I.S.A. , che qui ringrazio per il prezioso contributo, ho cercato di ripercorrere con le compagne di Femminismo Libertario le tappe di quella stagione per poter meglio affrontare l’attualità.
Che quella fosse una pessima legge, e che il suo “funzionamento” (oggi da più parti sbandierato) sia dipeso da una sostanziale “non applicazione letterale”, son cose, queste, di cui siamo tutt’ora convinte .
Ci è parsa quindi inquietante l’ondata di richieste di una sua “piena applicazione” (si badi bene: sia dal fronte “abortista” che da quello antiabortista), e urgente l’esigenza di ricompattare quella consapevolezza che le donne certamente avevano avuto quando affermavano che nessuna legge avrebbero accettato sul proprio corpo.
L’impressione è quella che, in particolare le nuove generazioni di donne, questa legge non l’abbiano letta: siamo convinte che sia necessario leggerla (o ri-leggerla), e conoscerne la storia; e questo è l’invito che ci sentiamo di rivolgere a tutte le donne che incontreremo.
L’intento di questa analisi è pertanto quello di fornire uno strumento comune, una base minima per tracciare un percorso diretto a valutare insieme l’opportunità e la praticabilità di azioni politiche in ordine alle leggi di cui si tratta.
Lo sforzo sarà quello di limitare il più possibile lo spazio delle “opinioni”, per privilegiare invece quello riservato a una successione coerente di eventi storici e citazioni testuali documentati o documentabili, evitando al massimo possibili interpretabilità.
L’eccezione che mi consentirò sarà relativa alla sottolineatura di quanto gli elementi di tale successione possano far emergere per deduzione logica.
Infine: il senso conferito a questo lavoro – anche per il suo carattere grossolanamente riassuntivo – esula decisamente dall’accademismo ed è innanzitutto quello di mostrare quanto le Leggi siano indicatori che consentono di guardare, cercandone la coerenza e il senso, agli accadimenti storici in chiave politica: in particolare le tre leggi prese in esame sono indicatori di una vicenda che si dipana nell’arco di 30 anni, e in qualche modo sono il riscontro della risposta reazionaria alla “rivoluzione femminista”. Si tratta di un percorso che – alla luce del risvolto e del precipitato istituzionale frutto dell’impianto giuridico analizzato – può mettere in evidenza l’ovvietà consequenziale dell’attuale recrudescenza del dogmatismo cattolico, nella sua pretesa di essere dirimente nelle questioni legate alle libertà individuali e nell’intento di informare lo spirito del Legislatore.
Al lavoro collettivo il compito di trarre e di elaborare eventuali spunti di azione.
Il Movimento Femminista degli anni ’70, la forza di rottura degli anticoncezionali.
E’ cosa nota quanto di rivoluzionario abbia prodotto il percorso di autodeterminazione delle donne, a partire dall’affermazione di una gestione libera e non subordinata della propria sessualità: non di sola contraccezione si parlava, ma di una messa in discussione a 360° del rapporto con il maschio e in particolare delle pratiche sessuali che relegavano le donne nel ruolo passivo/riproduttivo.
Si andava affermando anche una pratica denominata “self-help” (auto-aiuto), che attaccava l’atavico strapotere della classe medica sui corpi femminili, e specialmente quello del “ginecologo”: le donne del Movimento davano vita a Consultori autogestiti, avvalendosi della collaborazione di ginecologhe compagne di lotta, iniziando ad esempio ad utilizzare tra di loro lo speculum.
Questo percorso – di necessità qui solo sommariamente tracciato -proprio perché centrato sulla sessualità metteva in crisi e ridisegnava in maniera irreversibile i rapporti con l’altro sesso.
Se è vero che la legge sui consultori, varata nel 1975, esprimeva in ogni caso una logica familistica basata su una sessualità eterodiretta, tuttavia indubitabilmente fotografava il mutamento profondo che il femminismo aveva impresso, se non altro perché la contraccezione, che liberava la sessualità femminile dalla mera sfera riproduttiva, diveniva strumento di massa promosso da una legge dello Stato, veicolando (al di là degli effetti pratici) un immaginario collettivo in radicale mutamento.
Complice la propulsione data dall’affermazione del divorzio, la centralità data dal Movimento alla sessualità determinava in generale l’erompere nel pubblico di questioni private: la stampa dava sempre più frequentemente conto delle denunce che le donne iniziavano ad avere il coraggio di sporgere nei casi di stupro. Si assisteva alla mobilitazione di donne avvocato che si battevano contro l’inveterata impostazione data ai processi da corti giudicanti e colleghi maschi difensori degli stupratori, consistente nel teorema per il quale la donna stuprata ha in ogni caso “provocato” o non ha opposto adeguata resistenza.
Nascevano in tutta Italia i “centri antiviolenza” autogestiti, cui le donne potevano rivolgersi per avere assistenza legale o semplice ascolto e solidarietà.
Dai dati raccolti in questi centri emergeva un tasso elevatissimo di violenza domestica.
Il M.L.D. (Movimento di Liberazione della Donna) stendeva, insieme all’avv. Tina Lagostena Bassi, una proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale raccoglieva 300.000 firme che consentivano la sua presentazione in Parlamento. La proposta sarebbe stata discussa assieme ad altre di iniziativa parlamentare, e si sarebbe arrivati al varo di una legge in materia di violenza sessuale: il reato di stupro cessò di essere “reato contro la morale” per divenire “reato contro la persona”, con mutate conseguenze di ordine penale e procedurale.
E’ in questo clima, in cui la sessualità, la “maternità libera e cosciente”, la gestione del proprio corpo erano istanze che si affermavano anche oltre l’ambito del Movimento, che venne varata nel 1975 la Legge 405 che istituiva i Consultori Familiari http://temi.provincia.milano.it/serv_soc/famiglie/normativa/1975_legge405.pdf ; questa Legge, pur con tutti i limiti più sopra evidenziati, tuttavia registrava il mutamento avvenuto nei costumi sulla spinta dell’azione femminista: all’art.1 si parla di “maternità e paternità responsabili”; si individua tra gli scopi dei consultori “la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile, nel rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica e psichica degli utenti”, e ancora “la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza, consigliando i metodi e i farmaci adatti a ciascun caso”. Infine, per una comparazione con la 194, è utile sottolineare il contenuto dell’art.3, che riporto integralmente: “Il personale di consulenza e assistenza addetto ai consultori deve essere in possesso di titoli specifici in una delle seguenti discipline: medicina, psicologia, pedagogia ed assistenza sociale, nonché dell’abilitazione, ove prescritta, all’esercizio professionale”. Vedremo in seguito quanto più “laico” ed avanzato sia questo articolo paragonato a quanto previsto dalla 194 circa il personale addetto.
Aborto clandestino, referendum, Legge 194, referendum del 1981.
Va detto, a proposito dell’accennata pratica del “self-help” adottata in veri e propri consultori autogestiti dalle donne del Movimento, che naturalmente in quel contesto si poneva anche il problema delle gravidanze indesiderate.
Come si sa il fenomeno massiccio quanto sommerso degli aborti clandestini registrava interventi praticati in cliniche private a prezzi elevatissimi per chi poteva permetterselo e, per tutte le altre, interventi praticati con decotti di prezzemolo e ferri da calza dalle cosiddette “mammane”, a prezzi più abbordabili ma con serissimi rischi per la vita delle donne e in ogni caso per la loro salute.
Nei consultori del Movimento si ricorreva all’aiuto delle compagne ginecologhe: ovviamente, data la situazione di clandestinità, anche qui i rischi non erano indifferenti. Tuttavia le ginecologhe attive nel Movimento iniziarono a diffondere un metodo abortivo più sicuro, sia perché non richiedeva l’anestesia (ed era anche, perciò, molto meno doloroso) sia perché non comportava il “raschiamento”, ovvero l’asportazione dell’ovulo fecondato raschiando l’endometrio con un arnese chiamato “cucchiaio” (il metodo usato nelle cliniche private dai “cucchiai d’oro”).
La nuova metodologia era denominata “Karman”, dal nome dell’ideatore dell’apparecchiatura che consentiva di “aspirare” l’ovulo senza ledere per abrasione i tessuti dell’utero.
La vastità del fenomeno degli aborti clandestini indusse il M.L.D., nel 1972, ad abbozzare una proposta di Legge per una regolamentazione. Tuttavia da un lato la più parte del Movimento era contraria a legiferare, propendendo per la totale depenalizzazione, dall’altro si era aperto con le donne dell’U.D.I. (Unione Donne Italiane), perlopiù legate al PCI, un dibattito di retroguardia: l’UDI sosteneva ad esempio che le donne cattoliche non sarebbero state ancora pronte per un’apertura sull’aborto.
Il MLD fu convinto dalle posizioni maggioritarie del Movimento, abbandonò l’idea del progetto di legge e si risolse poi a supportare l’azione del Partito Radicale per un referendum totalmente abrogativo della legge che perseguiva l’aborto come reato.
Tale azione aveva preso l’avvio con la nascita, su iniziativa di Adele Faccio, del C.I.S.A. (Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto): i consultori del CISA divennero il maggiore riferimento per i milioni di donne che decidevano di interrompere la gravidanza, sia perché i costi erano “politici” (ma anche pari a 0 se la donna non disponeva di denaro) sia perché le condizioni di sicurezza erano le più elevate possibile: metodo Karman, ginecologi più o meno politicizzati, donne che “assistevano” instaurando anche rapporti di solidarietà e aiuto psicologico. L’attività dei consultori CISA si estendeva all’organizzazione di viaggi in Inghilterra per gravidanze oltre il 3° mese e per le minorenni, oltrechè ad una capillare informazione sui metodi contraccettivi.
Si era creata in tutta Italia una “rete” di luoghi fisici in cui praticare gli aborti: al di là della clinica del dr. Giorgio Conciani di Firenze (messa a disposizione con intento dichiaratamente politico), si trattava di abitazioni private che molte donne – del CISA ma anche del MLD e del Movimento in generale – mettevano a disposizione periodicamente. La sottoscritta all’epoca dava la propria casa due volte alla settimana, avendone adibito una stanza allo scopo: qui si trovava un lettino ginecologico e nel box veniva rimessato l’apparecchio Karman .
Va da sé che eravamo in tante e in tanti a rischiare la galera, oltre alle donne che abortivano.
E, appunto, l’occasione politica era quella di una azione nonviolenta che, obbligando lo Stato ad applicare una sua propria legge, ne smascherasse l’ingiustizia e l’ipocrisia portando in emersione la piaga degli aborti clandestini.
Si iniziò con le autodenunce per aborto e procurato aborto. Nulla: nessuno arrestava nessuno. Dopo un’escalation di autodenunce anche da parte del CISA come intera associazione, del Partito Radicale in quanto tale, del dr. Conciani in quanto medico, l’autorità costituita non potè più ignorare la cosa.
Era il gennaio1975: finirono in galera Adele Faccio, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia e Giorgio Conciani.
L’eco di cronaca fu vastissimo, la solidarietà popolare altrettanto e prese il via nello stesso anno la raccolta di firme per l’abrogazione totale della Legge (inserita nel Codice Rocco, di epoca fascista) che vietava l’aborto.
Questa iniziativa, che naturalmente non esauriva i temi dell’ampio percorso di elaborazione femminista sulla sessualità, tuttavia andava nella direzione auspicata di una totale depenalizzazione e non furono poche le donne del Movimento che presero parte attiva nella raccolta di firme. Le quali firme superarono le 500.000 prescritte per l’indizione del referendum abrogativo.
Sennonché nel 1976 si sarebbero tenute le elezioni politiche e la data utile per indire il referendum sarebbe slittata di parecchio (se non erro di 2 anni).
E’ cosa nota che l’asse DC/PCI non aveva alcuna intenzione di indire il referendum per il palese nocumento e intralcio che questo avrebbe comportato all’avanzato stato dei lavori sul Compromesso Storico. (Del resto solo pochi anni prima la stessa ritrosia aveva caratterizzato l’atteggiamento del PCI sul divorzio).
La prima deduzione logica dai fatti esposti si innesta esattamente a questo punto: perché è a questo stadio che la cronaca dei fatti, unita alla lettura dei testi di legge, autorizza a dedurre l’inizio di una fase di “reazione” alla “rivoluzione” femminista.
Mentre con la legge 405 sui consultori si era verificato il recepimento in sede istituzionale delle istanze di un’opinione pubblica ormai orientata dalle lotte femministe, dopo la raccolta di firme per la depenalizzazione dell’aborto, se si volle evitare il referendum attraverso un disegno di legge parlamentare fu perché si temeva (anche questa volta a fronte di un’opinione pubblica orientata) la vittoria dei “sì”; tanto più che le piazze si andavano riempiendo di donne che mettevano in guardia: “nessuna legge sui nostri corpi”.
E, in ogni caso, la Legge che sortì dalla mediazione parlamentare, la 194, ebbe l’unico pregio (certo non indifferente) di stabilire le regole per le quali l’aborto non sarebbe più stato reato. Ma appunto queste regole esprimono il carattere reazionario e restauratore dell’intervento statale da quel momento in avanti (il culmine sarà palesato dal testo della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita). Si allega a questo proposito l’intervento di Emma Bonino alla Camera nel 1976, intervento di voto contrario al testo della 194.
Entriamo nella 194 http://www.giustizia.it/cassazione/leggi/l194_78.html. Una prima osservazione sul titolo; il quale, prima di riferirsi all’i.v.g., esordisce così: “Norme per la tutela sociale della maternità…”. Non dovrebbe apparire forzato osservare che, forse, un primissimo vizio di fondo si annida proprio in questo espediente agito da una stessa Legge che accorpa, come in una medaglia con il suo rovescio, maternità e aborto, quand’anche fosse accettabile che la maternità possa essere oggetto di “tutela” (si spera di stampo non fascista). Ci torneremo; veniamo ora all’ art.1: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. […] …evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.
Questo incipit ha lo stesso sapore che avrebbe lo Statuto dei Lavoratori se si premurasse di sottolineare il “valore sociale” del diritto alla serrata da parte dei padroni. Ma soprattutto è l’inizio della “sterzata”: passiamo cioè da una legge dello Stato che promuove “i mezzi […] liberamente scelti dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile” a una legge dello stesso Stato che promuove “il valore sociale della maternità”. Può piacere o meno, ma non ci si può sottrarre alla constatazione per cui lo spirito laico, non “confessionale” della 405 viene rimpiazzato da una formulazione tipica dello “Stato Etico”. Non sarebbe azzardato immaginare che le forze conservatrici (di tutto l’arco costituzionale), avendo dovuto “obtorto collo” tollerare il fatto compiuto di costumi sessuali mutati, non si sia piegata a tollerare il possibile venir meno della rappresentazione patriarcale della “donna = madre”, sancendone per legge “il valore” in assoluto.
In effetti tutto il testo di legge è improntato alla valorizzazione etica, nemmeno troppo occultata, della donna che decide di proseguire la gravidanza, a tutto scapito dell’immagine di quella che, dopo avere superato tutti i “paletti” previsti, decide di non volere un figlio, tanto che lo Stato le chiede di motivare la sua decisione escludendo che una donna possa in modo autodeterminato dire semplicemente “non voglio un figlio”.
Per l’approfondimento di tali “paletti” si rimanda alla lettura integrale dell’art.2, il cui spirito è comunque ben riassunto al comma d), che prescrive ai consultori di contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza” (si noti che l’uso del condizionale prefigura già la Donna – qualunque donna – bisognosa di tutela e incoraggiamento unidirezionale, nella sua supposta e presunta incapacità costitutiva di decisione. In ogni caso non è dato conoscere come si contribuirebbe “a far superare le cause che potrebbero…”: soldi? psicofarmaci? Sensi di colpa?).
La stessa cosa viene ribadita all’art.5: “Il consultorio e la struttura socio sanitaria […] hanno il compito in ogni caso […] di esaminare […] le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza, […], di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il parto […]”.
Anche al medico, più sotto nello stesso articolo, è prescritto il compito di informare la donna “sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può far ricorso”. Già fin qui è evidente lo stampo dissuasivo del testo: teniamo presente sin d’ora (servirà poi) lo scenario che si proporrebbe qualora anche il poco che abbiamo esaminato dovesse essere attivato per la richiesta di una “piena applicazione”.
Ma se questo non bastasse, lo stesso art.5 prescrive altri tentativi atti a scongiurare la decisione finale che non dovesse essere quella della prosecuzione della gravidanza: il medico infatti “valuta con la donna […] le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della gravidanza”. A questo punto la donna esce dalla scena decisionale già angusta, perché il “carattere di urgenza” non può essere ravvisato dalla donna stessa, e nemmeno insieme alla donna stessa come per tutto il resto; no: arbitro per l’urgenza è solo il medico. Il quale – verrebbe fatto di pensare: con le spalle al muro! -, se non ravvisa l’urgenza, “di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all’art.4” (problemi economici, psicologici, fisici ecc.), “[…] la invita a soprassedere per 7 giorni”. Trascorso il biblico termine di 7 giorni l’intervento potrà finalmente essere richiesto e, obiezione di coscienza permettendo, aver luogo.
Torneremo alla fine sulla parte dell’art.2 che fa riferimento al volontariato nei consultori “per i fini previsti dalla legge”.
Ma attenzione fin d’ora: “i fini previsti dalla legge” sono ben dettagliati dall’intero articolo, che non fa minimamente riferimento all’i.v.g., della quale si inizia a parlare solo all’art.4, in un totale di 6 righe che definiscono l’ambito temporale in cui è consentita e i motivi per cui è richiesta ed in base ai quali è ritenuta lecita.
Dell’art. 5 si è detto.
Se ne riparla all’art.6 in termini di aborto terapeutico, regolamentato dalle procedure previste all’art.7.
L’art.8 stabilisce quali siano le strutture abilitate agli interventi, procedure e termini dell’abilitazione, ma soprattutto occulta proditoriamente la possibilità reale di obiezione di coscienza di un’intera struttura ospedaliera. L’obiezione di coscienza è l’oggetto dell’art.9, e se è vero che, tra l’altro, si legge: “gli enti e le case di cura autorizzati sono tenuti in ogni caso a garantire l’effettuazione degli interventi richiesti…”, occorre tornare all’art.8 e leggere: “Gli interventi possono altresì essere praticati presso gli ospedali pubblici specializzati, gli istituti ed enti di cui a […], sempre che i rispettivi organi di gestione ne facciano richiesta”. Come accaduto e accade, se l’ente ospedaliero non ne fa richiesta in quanto l’organo di gestione è formato da obiettori, in quell’ente non si praticano interventi punto e basta.
Dal punto di vista della fruibilità del servizio restano da salvare gli artt. 14 e 15, che prevedono la promozione della formazione del personale da parte delle Regioni, con un apprezzabile riferimento alle “tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”.
Tutto il resto del testo attiene a questioni burocratiche, all’entità delle pene per i trasgressori e ai casi relativi alle minorenni (per cui varrebbe la pena di aprire un capitolo a parte…) e le interdette per infermità mentale.
Insomma: una legge che si pretenderebbe essere (con evidente falso storico) una “conquista delle donne” in tema di aborto, di fatto si palesa, a chiunque si voglia prendere la briga di leggerla, come lo specchio di un atteggiamento culturale che veicola come “positivo assoluto” il ruolo di madre e come “assoluto negativo” il momento decisionale di una donna che non vuole una gravidanza: allo scopo la legge prescrive norme comportamentali del personale medico e paramedico, rafforzando questo “esercito della salvezza” con la possibile immissione del volontariato a tutela della maternità e del concepito (si passa d’un balzo dall’autodeterminazione alla “tutela”) e, per altro verso, contrasta in ogni modo la decisione di interruzione della gravidanza, che pure dovrebbe essere oggetto della legge medesima.
Torniamo alla questione, di particolare attualità (sollevata grazie allo zelo dell’ex Ministro Storace, apripista del Movimento per la Vita), dell’utilizzo del volontariato nei consultori pubblici.
Con riferimento agli allegati che riportano l’intervento del Collettivo Donne Diritto di Milano, si nota che anche giuriste politicamente orientate non certo in senso antiaborista, dopo aver in qualche modo misconosciuto l’intento dissuasivo dell’art.2, addirittura “valorizzano” la formulazione riferita al volontariato, per piegarla ad una interpretazione perlomeno curiosa, quando sostengono che: “l’art.2 prevede la possibilità di collaborazione volontaria di idonee formazione sociali di base e del volontariato, con riferimento all’aiuto alla maternità difficile dopo la nascita, escludendo così i volontari dalla delicata fase decisionale” (il grassetto è mio).
Rileggiamo però il passo della legge in questione: “i consultori possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”.
Ora: i “fini previsti dalla legge” li abbiamo visti; il volontariato deve essere “idoneo” (si suppone idoneo ai fini) e l’avverbio “anche” non limita affatto, anzi amplia l’intervento del volontariato. Anche volendo propendere per una interpretazione addomesticata del passo, è però lecito supporre che, in presenza di una decisa volontà politica al riguardo, attivata al momento opportuno, il testo di legge, richiesto di “piena applicazione”, supporti, anziché scoraggiare, la legittimità della richiesta del Movimento per la Vita.
Ci si trova poi di fronte alla bizzarria per cui di fatto si ventila la pretesa applicazione di spezzoni di una stessa legge ritenuti “buoni” per sperare che altri, ritenuti “cattivi”, seguitino a non venire applicati; e sarebbe una ben strana concezione della legalità quella che prevedesse, da parte di entrambi i contendenti, la possibilità di una cernita “ad usum delphini” degli articoli da applicare.
Sorprende che questo si intravveda nell’impostazione delle “difensiviste”.
Comunque la si voglia mettere, la legge prevede, eccome, la presenza del volontariato nei consultori, che infatti è invocata dal Movimento per la Vita. Non solo: si può evincere dall’allegato prodotto quanta parte della legge venga chiamata a supportare le richieste e le proposte di Carlo Casini.
E qui veniamo al nodo centrale dell’intera questione: se, per ottenere effetti diametralmente opposti, due parti contendenti chiedono la “piena applicazione” di una medesima legge, qualcosa non quadra; qualcuno non ha debitamente valutato le conseguenze della “piena applicazione”.
E, in effetti, se si guarda all’intera vicenda alla luce dei testi esaminati, dovrebbe risultare chiaro che, non potendosi esporre al rischio di una sconfitta con la proposta dell’abrogazione della 194 e il ripristino del reato d’aborto, il fronte antiaborista cerca – e trova – il miglior alleato proprio nel testo della 194 “applicato alla lettera”, salvo tornare al braccio di ferro tra i contendenti circa gli articoli su cui far leva (e va da sé che non sono i medesimi).
Per conseguenza è una svista quella di chi afferma che la 194 sarebbe “attaccata”, magari attraverso il trucco della modifica della 405: l’obiettivo antiaborista è, viceversa, perseguibile “attaccando” la 405 attraverso il supporto di gran parte della 194 così com’è e proprio per così com’è.
Nella 405 infatti non si parla di volontariato e l’accento è posto sui requisiti di professionalità del personale addetto ai consultori, mentre la 194 parla di “idonee formazioni sociali di base e del volontariato” senza nemmeno menzionare requisiti di professionalità.
Che l’impianto della 194 sia assolutamente funzionale agli intenti del fronte antiaborista, che difatti ne chiede (e non certo per finta) la letterale applicazione, è messo bene in luce dall’articolo di Ida Dominijanni sul Manifesto del 17.1, anch’esso allegato.
Solo per inciso occorre ricordare che nel 1981 fu indetto un doppio referendum parzialmente abrogativo della 194: uno del Movimento per la Vita in senso restrittivo (avrebbe in sostanza lasciato solo l’aborto terapeutico) e uno del Partito Radicale, che avrebbe scarnificato la legge, epurandola innanzitutto dall’art.1 (di stampo etico), ma in generale da tutta la struttura dissuasiva degli articoli 2 e 5, oltrechè dalle restrizioni dell’art.4 e dal “trucco” nascosto all’art.8 sull’obiezione di coscienza.
Vinse il “doppio no”: entrambe le proposte vennero respinte e la 194 rimase intatta, proprio così come era stata partorita dal connubio DC/PCI. Curioso: la Sinistra istituzionale, la stessa che a suo tempo aveva fatto di tutto per scongiurare il successo divorzista, e già avvezza al corteggiamento dell’elettorato cattolico, era riuscita nell’intento di egemonizzare ogni “questione femminile”. Malaccorte in questo senso, le donne in piazza, le stesse che avevano aborrito quella legge, gridavano ora “giù le mani dalla 194”! Il PCI aveva riportato sotto la sua ala la maggior parte del Movimento, che non aveva colto l’occasione per rendere la legge più avanzata e meno “eticista”. L’argomento a favore del “no” al quesito referendario radicale era quello per cui l’i.v.g. avrebbe poi potuto essere praticata anche nelle strutture private.
Mi limito ad osservare due cose: nelle strutture private si continua a poter partorire (cosiccome a poter usufruire di ogni altra prestazione), senza che questo comporti il venir meno da parte dello Stato dell’obbligo di fornire il servizio sanitario; inoltre limitare al servizio pubblico proprio l’i.v.g. significa di fatto consegnare al controllo statale il corpo delle donne (così come in precedenza denunciato dal Movimento femminista): lo Stato monopolista mi dirà – mi dice – come, se, quando e per quali motivi posso abortire.
Forse quel doppio no fu un errore, ma qui siamo davvero nell’ambito delle opinioni che mi riproponevo di evitare.
Quel che ci fa tornare ai fatti storici è che in ogni caso da lì ebbe origine, anche e soprattutto tra le donne, il filone “difensivista” e – mi permetto di dire – “totemista” sulla 194, che fece piazza pulita delle originarie istanze femministe, le quali – chissà – potrebbero, magari con profitto, “uscire dal silenzio”.
Il culmine della reazione: la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.
E’ cosa recente e nota. In questa sede non c’è spazio per l’argomento, pur rilevantissimo, della ricerca scientifica.
Il cenno indispensabile è quello riferito al trait d’union tra l’art.1 della 194 (la tutela della vita umana “fin dal suo inizio”) e la new entry tra le figure giuridiche, inaugurata dalla legge 40: l’embrione.
Essendo l’intento quello di evidenziare la sequenza, scandita dalle leggi, che da una rivoluzione di stampo laico e libertario porta alla reazione di stampo restauratore, ci si limita qui a constatare innanzitutto l’assurdo giuridico generato dalla legge 40: l’embrione gode di diritti primari e prevalenti rispetto alla possibile futura madre quando si trova ancora all’esterno dell’utero di questa; perde in un sol colpo tali diritti una volta inoculato, potendo essere abortito, per ritrovarsi di nuovo titolare di diritti una volta fattosi neonato e uscito dal “contenitore”.
Conclusioni
Per come sono andati i fatti storici scanditi dalla sequenza delle leggi 405, 194 e 40 sembrerebbe di assistere alla messa in scena (drammatica quando non tragica) di una contesa a colpi di leggi tra Stato/Chiesa e Donna (i primi non contemplano “le” seconde), contesa che in ogni caso ha per oggetto, in un crescendo di contorsioni giuridiche, il corpo femminile e la sessualità, quasi simbolici detentori del potere di vita e di morte.
Che la sessualità sia stata in qualche modo liberata dal vincolo procreativo all’interno del matrimonio, e che questa liberazione abbia trovato un riscontro giuridico nella legge 405, tutto questo sembra aver prodotto un rigurgito reazionario, il cui riscontro giuridico è evidente nelle leggi successive, che penalizzano scelte di libertà sia nel caso in cui una donna non desideri la maternità sia nel caso esattamente contrario.
Si potrebbe terminare domandando se sia proprio frutto di arbitraria opinione concludere sinteticamente che:
a) quella che in realtà andrebbe “difesa” è la legge 405, semmai mirando ad ampliare esplicitamente le funzioni dei consultori: l’uso del profilattico, ad esempio, non è necessariamente funzionale alla contraccezione ma anche a garantire rapporti protetti, esistendo con auspicabile pari dignità diverse forme di sessualità (omosessualità, lesbismo, transessualità), e posto quindi che la “salute sessuale” è diritto di chiunque.
b) la legge 194 non è un totem, proprio perché è di stampo reazionario. La sua formulazione non è l’unica possibile per fronteggiare la clandestinità dell’aborto e l’intervento che interrompe la gravidanza può (dovrebbe?…) essere compreso nel novero di ogni altro intervento garantito dalla sanità, pubblica e privata, senza che lo Stato abbia il monopolio degli aborti dettando persino i principi morali cui attenersi e con ciò stesso divenendo, come si è visto, “Stato Etico”.
c) la legge 40 può essere smantellata: il referendum non è stato “perso”, ma stravinto da un quorum per legge insufficiente. Se la legge referendaria non avesse previsto il quorum (ovvero se anche lo avesse ridimensionato), come in altri Paesi, non ci sarebbe stata alcuna campagna astensionista: i “no” si sarebbero, in un dibattito limpido, confrontati con i “sì”. E la campagna astensionista dice che il numero presumibile di quei “sì” faceva paura.
Per tutto questo, certo, occorrerebbe la capacità politica di individuare il momento propizio, per il quale possiamo ancora prenderci un po’ di tempo (speriamo…), prima che alla prossima folata di vento favorevole altri non provveda ad assestare nuovi colpi proprio con l’aiuto offerto dal contenuto formale e sostanziale della 194.
Così come sarebbe fondamentale che le donne ripercorressero con serenità di giudizio la propria storia, che è portatrice di un patrimonio di cui riappropriarsi.
Solo allora si potrebbe iniziare ad andare oltre facili slogans difensivisti quanto improduttivi, e cercare assieme strategie e possibili alleanze per tornare ad imporre le istanze irrinunciabili di una libertà autentica a livello anche istituzionale – perché è lì che, piaccia o meno, concretamente vengono messe in gioco l’esistenza e la dignità dei singoli e delle singole, è lì che, in assenza di interazioni, possono prodursi conseguenze pesanti per tutti e per tutte.
Pensarsi organizzate nella costruzione dei presupposti di un’azione politica volta a cambiare la qualità del tessuto istituzionale non significa affatto differenziarsi strategicamente da chi – penso agli interventi di Lea Meandri e molte altre – ravvisa la necessità di tornare a rendere centrale il dibattito sulla sessualità: significa semmai aggiungere alla ricchezza delle ri-elaborazioni un piano ulteriore di riflessione circa la possibilità e la natura del rapporto con le istituzioni.
Questo lavoro ha pertanto anche la pretesa – certo immodesta – di riaprire, sul binario della possibilità di un tale rapporto, un dibattito troppo presto esauritosi nel pantano di logiche approssimative e, peggio, nell’oblio delle origini di un pensiero forte.
Emanuela Citterio
Conclude l’intervista con un: “Grazie per esservi interessati alla mia piccola persona”. Odile Sankarà di piccolo ha solo di essere la petite soeur di uno dei più grandi leader che l’Africa abbia mai avuto: Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dall’ 83 al ’87, tragicamente ucciso dopo essere stato protagonista di una rivoluzione pacifica che tentava una via africana di sviluppo che non ricalcasse quella occidentale.
Anche il destino del cinema africano – soprattutto con il Fespaco, il festival panafricano del cinema che si svolge ogni due anni nella capitale del Burkina – è legato al nome e all’eredità culturale di Sankara. È stato lui a dare impulso al festival che ha trasformato Ouagadougou nella sede della più grande e interessante manifestazione culturale di tutta l’Africa, a cui accorrono critici e gente di cinema anche dall’Europa e dall’America.
Odile non fa politica. Attrice di teatro e di cinema, ha fatto della cultura la leva per lavorare per il suo Paese, per l’Africa e per una nuova relazione con l’Europa. Insieme alla Compagnie de Seeren (“fioritura”) organizza tourné nel suo Paese in cui tocca tematiche legate ai diritti delle donne, e a creato un’associazione, Talent des femmes, per far emergere il talento femminile, artistico e non, spesso nell’ombra e con scarse possibilità di crescita.
Odile, ha fatto scalpore la sua prefazione al libro della giornalista francese Anne Cecile Robert “L’Africa in soccorso dell’occidente” (in Italia edizioni Emi). Lei rovescia completamente la prospettiva, sostenendo che l’Africa non deve rinunciare al contributo vitale che può dare all’Europa…
La ricchezza culturale dell’Africa risiede nella forza della parola, e ciò significa apertura, condivisione di valori e relazione con l’altro. L’occidente rischia invece di implodere nell’autismo. Sono i valori culturali il grande contributo che l’Africa può dare in questo momento di globalizzazione. Ma è questo il punto: l’occidente è in grado di condividere i simboli, le tradizioni, i miti, le leggende che fanno parte dell’Africa? È grado di accogliere questo bagaglio? L’Africa, volente o nolente, non ha altro da condividere. E questo non è necessariamente un limite. Oggi il Burkina Faso è uno stato che ha una sua ragion d’essere, proprio in virtù di una cultura di questo tipo, che si basa sulla condivisione dei valori e sulla priorità della relazione umana. È ciò che ci permette di rimanere aperti al resto del mondo. Questo tipo di cultura e di atteggiamento verso l’altro permette al Burkina di non implodere e di aprirsi verso l’esterno. La cultura, la tradizione, la parola sono luoghi della resistenza. E sono i luoghi che danno vita ad alcune realtà africane come il Burkina Faso. Ma l’occidente è interessato a questi valori? Ha voglia di condividerli, di accoglierli?
Il film del sudafricano Gavin Hood, “Il suo nome è Tsotsi” ha appena regalato all’Africa l’oscar come miglior film straniero. Ritiene che il cinema africano, che è spesso legato al racconto della realtà e a temi sociali, possa essere un veicolo di cambiamento positivo per l’Africa?
Assolutamente. Mi viene subito in mente l’esperienza di Sémbene Ousmane, senegalese romanziere autodidatta, uno dei padri fondatori del Fespaco, che ha deciso subito di adattare i suoi romanzi al grande schermo. E ha fatto questo per toccare il maggior numero possibile degli individui. In Africa tutto è concentrato nei grandi centri di potere e nelle grandi città. La maggior parte della popolazione non partecipa alle questioni fondamentali dello sviluppo. Fare questo genere di operazione, riportare come nel caso di Ousmane i temi sociali sul grande schermo permette di toccare il numero maggiore di persone e di raggiungere ogni ceto sociale. Le persone si possono identificare, si rendono conto che certi temi le riguardano personalmente.
Anche il teatro può giocare questo ruolo?
Sì, anche se in modo diverso. Il prodotto cinematografico ha capacità di muoversi e di raggiungere qualsiasi ambito della società, in questo senso è molto più incisivo. Per quanto riguarda il teatro, si dice spesso che è nato in Grecia, ma si può anche dire che il teatro è nato in Africa, parallelamente. Da tutte quelle forme di oralità, di racconto popolare in cui tutta la comunità è coinvolta. Ognuno è in grado di prendere la parola e di raccontare una storia, non solo che faccia ridere ma che tocchi la coscienza degli altri, su argomenti che riguardano la vita comunitaria. È lì che deve tornare oggi il teatro africano, deve ripartire dalle sue tradizioni culturali. Ha senso oggi allestire uno Sheakespere o un Moliere senza riadattarlo alla nostra realtà? In Africa c’è un tentativo di attualizzazione del teatro, con tematiche contemporanee.
Il presidente Sankarà ha dato grande impulso al cinema africano, attraverso il Fespaco…
Il cinema ha un potere straordinario. Non bisognerebbe limitarsi al Fespaco, ma provare a organizzare qualcosa che stia prima e dopo questo evento. In Burkina, per esempio, stiamo cercando di portare il cinema nei villaggi. Con operazioni a poco costo – uno schermo e poco più – che però consentono di portare questi prodotti così immediati e così impattanti dove non arriverebbero.
Ci riuscite?
Ci stiamo provando. Per ora si tratta di esperienze limitate a in pochi casi in luoghi ancora vicini alla capitale. Comunque qualcosa di è mosso.
Perché puntare sulla cultura?
La parola, libera e vera, è simbolo dei luoghi di libertà attorno a cui si possono riunire i popoli. Direi che la cultura è uno dei punti di incontro dell’umanità.
Il segno femminile del Novecento. Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette raccontate da Julia Kristeva. Tre biografie in una trilogia, in via di pubblicazione in Italia da Donzelli, alla ricerca delle tracce dell’esistenza che diventano pensiero e scrittura
Paola Bono
Una giornata intensa per Julia Kristeva, il primo martedì di primavera che l’altroieri l’ha vista a Roma in occasione del premio Amelia Rosselli, assegnato al suo volume su Hannah Arendt e alla casa editrice Donzelli che l’ha pubblicato l’anno scorso, dopo quello su Colette apparso nel 2004 – una trilogia che si completerà con il libro su Melanie Klein, in uscita a settembre 2006. L’abbiamo incontrata in mattinata prima della sua visita alla Casa internazionale delle donne, e poi di nuovo alla Sala S. Rita, dove nel pomeriggio – accolta da Mariella Gramaglia a nome del Comune di Roma, che organizza il premio Rosselli – ha parlato della sua concezione del «genio femminile», cui si intitola la trilogia, discutendone con Nadia Fusini, Federica Giardini, Pietro Montani, e Elisabetta Rasy. Quelli della trilogia sono libri complessi che alternano e intrecciano diverse modalità di narrazione e analisi, ripercorrendo la vita e il pensiero di tre donne straordinarie che hanno segnato il Novecento, mentre vi si iscrive anche tutto il portato del multiforme percorso intellettuale di Julia Kristeva. Accanto alla riflessione su temi filosofici di continuata rilevanza, e personalmente toccanti per lei, nata nella Bulgaria stalinista, accanto alla critica linguistico-letteraria sottilmente esercitata nel confronto attento con il testo, è fortemente presente – come costante che non riguarda soltanto Melanie Klein e il suo contributo – la teorizzazione psicoanalitica, con pagine che innovativamente riesaminano alcuni punti nodali delle elaborazioni freudiane. Sarebbe dunque riduttivo definirli semplicemente delle «biografie», ma certo sono anche questo.
La scrittura biografica, da alcuni decenni al centro di un acceso dibattito interdisciplinare, è stata spesso paragonata a un passo a due – incontro di due soggettività, possibile gioco di rispecchiamento e di individuazione. Qual è stato nella sua esperienza di scrittura il suo rapporto con queste tre donne tanto diverse? Quali i ritmi, le mosse, gli esiti del passo a due danzato con loro?
In Italia si ha di me un’immagine di studiosa di semiotica interessanta alla forma più che alla vita; ma da tempo nel mio lavoro cerco di sottolineare l’importanza del dato esperienziale, di rendere parlante l’esperienza di scrittori e scrittrici nel loro situarsi nella Storia. Per scrivere la trilogia non ho svolto ricerhe d’archivio originali, mi sono servita di biografie esistenti e insieme di una lettura attenta dei testi di Arendt, Klein e Colette, per fare quello che davvero mi premeva, e cioè ripercorrere la loro traiettoria di pensiero. Nella polifonia di vita e opere di questi libri per così dire bifronti, forse ho scelto – mi hanno detto – donne che mi somigliano; un’osservazione che mi onora e mi lusinga, sebbene mi senta lontana dalla loro grandezza e dal loro coraggio. Certamente è stata una frequentazione assidua, che ora che si è conclusa mi lascia l’impressione di aver condiviso le loro vite in una prossimità sororale. Mi hanno insegnato molto: Arendt mi ha aiutato a capire meglio e diversamente il mondo politico, Klein a penetrare più a fondo il rapporto tra sessualità e vita del pensiero, e Colette… Colette indica la strada della gioia che non si arrende alla malinconia, è una maestra del piacere di vivere.
In che modo a suo parere, i dati biografici hanno inciso nello sviluppo del «genio» di queste donne?
Assai diversamente, come diverse sono state le loro vite. Per esempio, nel caso di Arendt, è stata sottovalutata secondo me la rilevanza del suo essere ebrea in Germania, subito prima e all’avvento del nazismo. La sua era una famiglia integrata, non religiosa, e la loro ebraicità non era centrale nella loro vita; ma a scuola questa specificità veniva in primo piano in episodi di minuto antisemitismo. Racconta Hannah Arendt che sua madre regolarmente scriveva protestando vibratamente, e lei, Hannah, veniva sospesa per un po’ (il che, allora, le faceva anche piacere…). Ebrea di famiglia integrata, dunque, ma cosciente di un antisemitismo mai del tutto assopito, che si sarebbe poi tragicamente affermato; innamorata della cultura tedesca, della lingua e della filosofia tedesca cui continua a fare riferimento anche quando è costretta a lasciare la Germania. E poi è stata fondamentale la relazione amorosa con Heidegger , di cui si è molto scritto. Ritengo osceno ridurla al solo aspetto di relazione sessuale, sebbene sia stata anche questo; in essa Arendt ha messo in opera una rara capacità di mantenere il rapporto del pensiero nella diversità di posizioni, la capacità di essere, come scrive lei stessa «fedele e infedele». Ha saputo prendere da Heidegger, ma più in generale dalla cultura tedesca ed europea, quel che le appariva essenziale, sapendolo trasformare in pensiero politico – assai modesta, non si definiva una filosofa, ma una «giornalista politica», che però ci ha lasciato intuizioni e riflessioni ancora vitali e feconde. E’ stata capace di capire subito che l’imperialismo e l’antisemitismo sono inerenti alla cultura europea, ma che in essa ci sono anche gli antidoti, e bisogna dunque trovarli e farli agire. Ha colto prima di chiunque i punti di contatto tra stalinismo e nazismo, la loro essenza totalitaria di negazione del pensiero singolare, di «banalizzazione» dell’umano che porta alla banalizzazione del male.
Nella trilogia torna più volte l’accento sulla singolarità – singolarità delle «protagoniste» di ogni volume, ma anche singolarità di ciascuna donna; e insieme il riferimento a una comune differenza nella quale solo si mostrano la creatività e la specificità delle donne. Come prende forma nel genio singolare di Arendt, Klein, Colette, questa comune differenza?
L’insistenza sulla singolarità è un dato fondante della cultura europea, che la caratterizza e distingue, e che credo si debba al suo essere incrocio di civiltà – greca, ebraica, cristiana. Dovremmo essere più fieri della nostra cultura, senza naturalmente dimenticare che ha anche grandi colpe storiche, con il colonialismo per esempio; ma saperne vedere e rivalutare e affermare gli elementi positivi di attenzione all’umano singolare. Un tratto comune di Arendt, Klein e Colette, un tratto che si lega al loro genio femminile, è che tale singolarità non diventa mai egotismo, è sempre desiderosa e capace di condivisione. Penso all’atteggiamento di Hannah Arendt verso la filosofia, quando definisce Platone, Kant e Heidegger esponenti della «tribù malinconica» dei filosofi chiusi nella loro torre a lamentarsi in discorsi esoterici che non si sforzano davvero di comunicare; a lei interesseva invece produrre un pensiero singolare che potesse però essere condiviso. Questa attenzione al legame, insieme all’insistenza sul tempo della nascita e della rinascita, e alla preoccupazione di salvaguardare la vita del pensiero, situato al cuore della vita, mi sembrano rintracciabili in tutte e tre, aspetti variamente declinati di una comune differenza.
Anche in questa trilogia, come già in precedenza nel suo lavoro, lei indaga il femminile e più ancora – direi – il materno, mettendo in gioco la complessità dei suoi molteplici aspetti. Centro dell’abiezione per la minaccia con/fusionale che in esso si incarna; aurora del legame con l’altro perché luogo di un amore unico nel suo essere amore per il «qualunque» che viene; «presa» a cui sottrarsi in una dinamica di libertà che passa attraverso il matricidio. Sono riconciliabili questi aspetti, e come?
E’ vero, la riflessione sul materno e sulla maternità è centrale nel mio lavoro, credo ve ne sia grande bisogno e che troppo poco si sia elaborato in proposito. In particolare mi interessa mettere in evidenza la difficoltà della vocazione e della funzione materna, spesso dimenticata o rifiutata in nome di una diversa realizzazione di sé; oppure avviene, oggi con molta evidenza, che la maternità venga mercificata, falsamente idealizzata in immagine commerciale con le infinite pubblicità di bimbi rosei e ridenti. Come psicoanalista mi trovo davanti alla fatica della maternità, alla crisi del sé che si vive nel rapporto con la propria creatura, rapporto fatto di tenerezza esorbitante e di esorbitante violenza, in cui convivono volontà di possesso e dipendenza. Poi la madre riesce a sublimare, lascia libero il figlio, la figlia, offrendo loro il dono del linguaggio, che si sostituisce al contatto corporeo. Qui sono in dissidio con Freud, secondo il quale la donna sarebbe incapace di sublimazione; credo che Freud non abbia guardato abbastanza le madri. Certo ci sono anche grandi scacchi della funzione materna, e credo che anche problemi sociali di grande importanza – le rivolte nelle periferie, la tossicomania, i suicidi di adolescenti – siano in parte legate a questi scacchi. Le madri sono lasciate sole, e non ci si rende conto che è un problema di civiltà capire il ruolo chiave della maternità e sostenere le madri nel loro difficile e fondamentale compito.
Lei delinea tre fasi della «battaglia delle donne per la loro emancipazione» nei tempi moderni: la rivendicazione dei diritti politici con il suffragismo; l’affermarsi di una «uguaglianza ontologica», l’uscita dalla secondarietà di una coscienza sempre trascesa dalla coscienza dell’uomo, con Simone de Beauvoir; la ricerca della differenza tra i due sessi, sulla scia del maggio ’68 e della psicoanalisi. Ma questa linearità progressiva si spezza se pensiamo che già alla fine della prima fase, senza disconoscere la lotta per il voto e sottolineando la centralità dell’elemento economico, Virginia Woolf aveva messo in primo piano la differenza, sia in Una stanza tutta per sé che ne Le tre ghinee . Eppure Woolf né sottovalutava l’esemplarità – al tempo stesso eccezionale e diversamente ripetibile – delle molte donne di cui rintraccia il contributo nella storia, né essenzializza la differenza in riduttive costanti biologiche. Non crede che assumerne l’insegnamento – come ha fatto il pensiero della differenza sessuale italiano – possa indicare una strada diversa per una risignificazione del rapporto tra uguaglianza e differenza, e anche per un altro modo di coniugare libertà di ognuna e di tutte?
Sono una grande ammiratrice di Virginia Woolf, e avrebbe facilmente potuto essere lei una delle protagoniste della mia trilogia. Non è stato così sia perché per una volta ho voluto sfuggire alla lingua inglese – sia Hannah Arendt che Melanie Klein, sebbene entrambe tedesche, hanno scritto in inglese – sia perché con Colette avevo l’occasione di mostrare una donna che, malgrado difficoltà e tradimenti, sa sfuggire alla depressione, mettendo al centro della sua vita e della sua opera la gioia di vivere. Però è vero che si tratta di una linearità artificiale, che ha senso soltanto se pensiamo al femminismo nella sua forma di movimento di massa; vi sono avventure intellettuali che spezzano questa linearità, e mettono in evidenza la complessità di intuizioni e proposte dove non vi è progressione ma compresenza. Sto lavorando ora su Teresa d’Avila, una donna depressiva e malata, una suora nella Spagna del XVI secolo, che però diventa una donna politica, conduce una battaglia contro la gerarchia della chiesa per riformare il Carmelo, e sa dire alle sue sorelle – nel XVI secolo! – che possono giocare a scacchi in convento per dare scacco matto a Dio.
Vandana Shiva
Quando a Curitiba, Brasile, si terràl’Ottava conferenza sulla convenzione Onu per la diversità biologica, con le riunioni sul Protocollo per la biosicurezza (20-31 marzo), in cima all’agenda ci saranno i semi assassini dell’industria delle biotecnologie. Semi che uccidono la biodiversità, i coltivatori e la libertà delle persone. Tra questi vi è il Bt.Cotton della Monsanto che ha già spinto migliaia di agricoltori indiani ai debiti, alla disperazione e alla morte. I governi di Australia, Nuova Zelanda e Canada, agendo da strumenti del governo Usa e dell’industria delle biotecnologie, stanno cercando di minare la moratoria dell’Ue attualmente esistente su tutti gli alimenti e i semi geneticamente modificati e su quella che è stata chiamata la tecnologia Terminator, una tecnologia che fa produrre semi sterili alle piante geneticamente modificate. Contro la moratoria dell’Ue si è espresso – il 7 febbraio scorso – il Wto. E il messaggio è chiaro: la libertà dei cittadini di scegliere cosa coltivare e cosa mangiare non ha cittadinanza in un mondo regolato dai profitti delle corporations. Il Bt. Cotton, un cotone geneticamente modificato venduto dalla Monsanto, ha ripetutamente deluso gli agricoltori indiani da quando la società iniziò illegalmente le sperimentazioni nel 1998. E da quando, nel 2002, è stata autorizzata la commercializzazione dei suoi semi. La pubblicità della Monsanto prometteva ai contadini una produzione di 15 quintali per acro e circa 226 dollari di guadagni aggiuntivi, ma per un gran numero di agricoltori il Bt.Cotton ha causato la perdita di interi raccolti. Molti altri hanno avuto raccolti medi di soli tre quintali per acro, un quinto di ciò che era stato loro promesso.
Le nostre ricerche sulle colture delle stagioni precedenti hanno evidenziato nel Maharashtra e nell’Andhra Pradesh raccolti medi di 1,2 quintali per acro. Uno studio del Centro per l’agricoltura sostenibile ha evidenziato che mentre i semi del Bt.Cotton costano ai contadini 36 dollari per acro, i semi dei coltivatori organici costano soltanto 10 dollari per acro, cioè meno di un terzo. Il Bt.Cotton è stato trattato con pesticidi che vengono spruzzati tre volte e mezzo, a un costo di 59 dollari per acro. I coltivatori organici, al contrario, per il controllo dei parassiti hanno usato sostanze ecologiche che costano meno di 9 dollari per acro, cioè meno di un sesto del costo del Bt. A causa degli alti costi di coltivazione e dei bassi guadagni, i contadini indiani si sono trovati intrappolati in pesanti indebitamenti, per sfuggire ai quali si stanno togliendo la vita. Nell’ultimo decennio, in India, più di 40.000 agricoltori si sono suicidati – anche se sarebbe più esatto parlare di omicidio o genocidio. Più del 90% degli agricoltori che si sono uccisi nel Maharashtra e nell’Andhra Pradesh, nella stagione del cotone 2005 avevano piantato il Bt.Cotton. Eppure i lobbisti delle biotecnologie, come Graham Brookes e Peter Barfoot, manipolano i dati per nascondere questo orrore. In un recente viaggio in India, Brookes ha sostenuto che gli agricoltori indiani, coltivando il Bt.Cotton, avrebbero guadagnato 113 milioni di dollari, con un incremento di 45 dollari per ettaro. In realtà usare i semi Monsanto è costato ai coltivatori altri 50 dollari per acro, il che ammonta a oltre 226 milioni di dollari di perdite. Questo è il motivo per cui i governi dell’Andhra Pradesh e del Gujarat hanno portato la Monsanto in giudizio.
La monopolizzazione dei semi da parte delle corporations globali è una ricetta per distruggere la biodiversità e i contadini. Più del 90% del mercato dei semi geneticamente modificati è costituito da quattro soli tipi di colture: grano, soia, canola, cotone. Solo due varietà sono state commercializzate su larga scala: le colture resistenti agli erbicidi e le colture di Bt.Cotton. E più del 90% del mercato dei semi geneticamente modificati è controllato da una sola compagnia: la Monsanto.
Lo studio di Brookes e Barfoot non è basato su dati empirici primari ma su estrapolazioni tratte da falsi presupposti e studi manipolati. Per quanto riguarda gli Usa, i lobbisti sostengono che il cotone resistente agli erbicidi frutterebbe agli agricoltori americani 66,59 dollari per ettaro di guadagni aggiuntivi. Eppure 90 coltivatori di cotone texani hanno fatto causa alla Monsanto per aver subito grosse perdite nei raccolti: la Monsanto non li avrebbe avvertiti di un difetto presente nel suo cotone geneticamente modificato. La causa si propone di ottenere un’ingiunzione contro quella che viene definita «una lunga campagna di inganni». Il tentativo di introdurre la tecnologia Terminator farà aumentare la vulnerabilità degli agricoltori indiani e la minaccia alla biodiversità. Quando a gennaio si è riunito a Granada il gruppo di lavoro sull’articolo 8 (j) della Convenzione sulla diversità biologica, gli Usa hanno sostenuto la falsa tesi che la tecnologia Terminator, una tecnologia che crea sterilità, farebbe «incrementare la produttività».
Le popolazioni indigene vedono la tecnologia Terminator come una minaccia alla loro libertà e sovranità. Come ha affermato in Brasile Mariana Marcos Tarine a nome del Forum internazionale indigeno sulla biodiversità, «la tecnologia Terminator rappresenta una minaccia al nostro benessere e alla nostra sovranità alimentare, e costituisce una violazione del nostro diritto all’autodeterminazione». E ad essere in gioco non è solo la libertà delle popolazioni indigene. Il pronunciamento del Wto sulla questione degli Ogm minaccia la libertà di tutti noi sui semi e sull’alimentazione. Nel 2003, quando il presidente Bush cominciò la disputa, noi avviammo una campagna mondiale. Al meeting del Wto 2005 di Hong Kong, io e l’agricoltore attivista francese Jose Bové abbiamo consegnato al Wto più di 60 milioni di firme con le quali si dichiara che la libertà dagli Ogm è parte integrante del nostro fondamentale diritto a scegliere liberamente le colture che coltiviamo e gli alimenti che mangiamo. Non ci faremo asservire dai giganti della genetica. Non permetteremo che i loro semi assassini uccidano i nostri agricoltori e le nostre libertà. Continueremo a conservare i nostri semi come un dovere verso la creazione e verso le nostre comunità. Diffonderemo le zone «ogm-free» come zone della nostra biodiversità e della nostra libertà alimentare. Diffonderemo semi di pace e fermeremo la diffusione dei semi di morte.
(Traduzione Marina Impallomeni)
da il manifesto
Oggi «Reading» a Gerusalemme est e a Rafah (Gaza sud) per ricordare Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa da un ruspa israeliana tre anni fa mentre cercava di impedire la demolizione di case palestinesi.
Usa, chiuso il sipario su Rachel Corrie
Autocensure. Due anni fa l’attivista americana veniva uccisa dalle ruspe israeliane. Ma i teatri di Broadway scelgono oggi di annullare il debutto dello spettacolo sulla sua storia per «evitare tensioni»
Due anni proprio oggi. Da quando, il 16 marzo del 2003, Rachel Corrie veniva uccisa da un bulldozer israeliano sulla strada che porta a Rafah. Lei, sottile e bionda nei suoi 23 anni di ostinato impeto pacifista, era arrivata fin lì dall’America per impedire, col suo corpo di ragazza, alle ruspe di Israele di abbattere le case del campo profughi palestinese. Ma da lì non era più tornata indietro. La sua storia, raccontata a teatro dalla piece My name is Rachel Corrie (scritta dall’attore Alan Rickman e dalla giornalista del Guardian Katharine Viner intrecciando i diari e e-mail di Rachel) , è allora storia di un viaggio senza ritorno, ma anche, da qualche settimana, di un debutto mai avvenuto. Dopo aver raccolto applausi e premi dal palcoscenico del Royal court di Londra, My name is Rachel Corrie era infatti prevista nel cartellone del New York Theatre Workshop per la sua «prima» americana. Ma, all’inizio di marzo, la messinscena della piece è stata posticipata a tempo indeterminato. «Dopo l’annuncio della malattia di Sharon e della vittoria di Hamas in Palestina la situazione ci è sembrata troppo tesa per portare in scena una storia così controversa» – ha motivato il direttore artistico del teatro James Nicola. Di fronte a pressioni politiche subite e a temute inquietudini dell’audience, Nicola ha dunque preferito – come ha sottolineato Katharine Viner in una lettera sul Guardian – ricorrere all’autocensura preventiva. Non sarà allora il pubblico americano ad applaudire, piangere o protestare (come ha fatto nei giorni scorsi la comunità ebraica di Anchorage, in Alaska, davanti alla messinscena di The skies are weeping, altro spettacolo dedicato a Rachel) davanti alla storia di un’adolescente di Seattle che cerca il suo posto nel mondo, che si fa presto adulta maturando coscienza politica e curiosità famelica, che parte per scoprire dove porta la sua strada e per dare corpo e luogo alle sue idee. «My name is Rachel Corrie non è una piece contro Israele, è una piece contro la violenza» scrive la madre di Rachel nel sito dedicato a sua figlia (www.rachelcorriefoundation. org) e ricorda tutte le e-mail ricevute da chi, come un giovane ebreo newyorkese che ha visto lo spettacolo a Londra, ha avuto l’occasione di emozionarsi, capire, cambiare idea. Su un altro sito, (rachel.rickmansweb.net) l’attore e autore Alan Rickman ha invece indetto una petizione, che ha già raccolto migliaia di firme, perché sulla storia di Rachel si apra il sipario dei teatri americani. E perché anche negli Usa dove lei era nata e da dove era partita, possa arrivare la sua voce. Le parole limpide con cui raccontava la sua quotidiana scoperta del mondo: «Mi guardo intorno e vedo sempre più persone che cercano di resistere alla direzione nella quale il mondo sta andando, una direzione nella quale noi siamo senza alcun potere, il nostro futuro è già scritto e la più alta espressione della nostra umanità è scegliere che cosa comprare ai grandi magazzini».
Nadia Fusini
Ci sono vari tipi di eremiti – stiliti, reclusi, pellegrini; tra gli altri, gli eremiti-poeti, che si isolano nella poesia, o meglio, che vanno verso la poesia come nel deserto, per ascoltare la voce autentica dell´Essere. Un poeta così è Elizabeth Bishop.
In un saggio che le dedicai ormai dieci anni fa – da molto tempo, confesso, le sono devota – le riconobbi la virtù della «reticenza»; ora sfoglio la nuova edizione, quasi completa, delle sue poesie uscita da Adelphi col titolo Miracolo a colazione (pagg. 288, euro 27,00) e l´occhio mi cade su un verso di Ai magazzini del pesce, splendido componimento in cui Elizabeth Bishop si paragona a una foca e come lei si qualifica «a believer in total immersion»; una creatura «credente nell´immersione totale». Per l´appunto.
Schiva, solitaria, timidissima, Elizabeth nasce ed è presto orfana di padre, la cui precoce morte la priva anche della madre, che per il dolore impazzisce. Morirà in un ospedale psichiatrico nel 1934, lo stesso anno in cui Elizabeth a New York conosce Marianne Moore, sua madrina poetica. Elizabeth ha ventitré anni e ha già scelto la poesia come la sua «chosen art»: avrebbe anche potuto scegliere la pittura, ma scelse la poesia. Però, poi, tentò di fare con le parole quel che si fa per lo più col pennello: descrizioni precise, dettagliate, incantate e incantevoli, di luoghi, animali, oggetti: un iceberg, una barca, un distributore…
Cominciò con «la carta geografica», dove lasciò emergere tra le terre e le acque e i continenti l´ombra di Terranova e il Labrador e la Norvegia. Poi proseguì con Parigi, quando nell´estate del ‘35 venne in Europa. Poi tra il ‘36 e il ‘37 fu la volta della Florida. Finché partì per il viaggio più lungo, in Brasile, dove restò per sedici anni, dal novembre 1951 al 1967, e scrisse Brasile e Arrivo a Santos. Tutti questi luoghi provò a dipingere in poesie dove le parole vogliono sollecitare l´occhio affinché veda, e spesso, per rappresentare un luogo, lo evocano attraverso un quadro, un´immagine; come accade in La grande crosta, o in Poesia. In Poesia Elizabeth è ormai tornata nel suo nord, dove l´aria è pulita e fredda; è a casa, ma è una casa ritrovata per l´appunto in un dipinto grande più o meno come un dollaro, e grazie a dei versi, che se parlano all´anima è perché stimolano l´emozione in virtù della sobrietà, rispettando il medium di ogni autentica meditazione, il silenzio.
Il viaggio la ricongiunge alla propria solitudine e la poesia al proprio silenzio. Elizabeth viaggia e scrive come chi non possiede nulla e di nulla si impossessa; semplicemente interroga.
Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la circonda, non le piace abbellire alcunché a suon di metafore; vuole semmai raggiungere il paesaggio, o l´animale, o l´oggetto che ha di fronte, nel rispetto di una sola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare, senza afferrare? A comprendere, senza prendere? Lei lo sa fare. E´ la sua grandezza.
E´ anche la ragione per cui rimane sempre nuda. La sua modestia è tale che lei «si limita» a descrivere. Ma è chiaro che sa quali complessi legami la realtà intrattiene tra profondità e apparenza.
Ha la pulpilla di Vermeer, il cristallino di Vuillard. E legge Darwin. Se ha degli antenati in poesia sono i Metafisici del Seicento inglese. O Hopkins. C´è chi ha fatto il nome di Emily Dickinson. Più vicino, c´è Marianne Moore; con lei condivide il culto della precisione, l´eleganza ironica, ma su un registro espressivo del tutto diverso. E c´è Robert Lowell, da cui tutto la divide, eppure rispetta. Ma a ben vedere, è unica e sola. A conferma di quanto dichiarò proprio a Lowell: «Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo».
Tre teste e tre paia di mani hanno compiuto il Miracolo a colazione, una performance traduttoria che a me ha strappato più volte l´applauso. Anche perché quando ho visto che ben in tre traduttori di grande rispetto (Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica) s´erano dedicati all´impresa, come avranno fatto a spartirsi la Bishop? ho pensato; e perché non mi dicono chi ha tradotto cosa? Poi leggendo ho capito che i tre traduttori si erano in effetti sciolti in uno, anzi si erano fatti una; erano diventati Elizabeth Bishop. Lo confesso: non credevo che si potesse andare tanto vicino al miracolo dell´incarnazione in italiano della lingua poetica di questa grandissima artista.
Certo, a volte avrei scelto diversamente… E´ naturale: la lingua della traduzione non ha la perentoria stabilità dell´originale, si potrebbe sempre fare in un altro modo… Ma ripeto, qui la Bishop rinasce italiana. Ed è un´emozione vera, come vera e nuova e viva è la lingua inventata per l´occasione: una lingua a fronte, che specchia in modo spavaldo e libero l´originale; gli sta a fronte e gli tiene testa e dimostra come la traduzione sia davvero fedele, quando è attiva, e non passiva. A volte i traduttori chiamano fedeltà la supina, rigida aderenza a un dettato, mentre la vera fedeltà si misura sull´audacia, sulla capacità, da parte del traduttore, di attraversare la metamorfosi che nel passaggio da una lingua all´altra si impone. E´ una graticola. Ci si può bruciare. Ci si può lasciare le penne. Ma se riesce…
da “Liberazione della Domenica” Supplemento del quotidiano Liberazione
La popolazione della Cisgiordania e gaza di fronte al ricatto del taglio degli aiuti internaionale, alla distruzione dei raccolti e al rischio del collasso dell’economia dell’ ANP.
“Al diavolo loro e i loro soldi, non siamo un paese di mendicanti, sappiamo lavorare, creare. Si mettono a posto la coscienza perchè ci aiutano a sopravvivere, ma perchè invece non fanno tutti gli sforzi per liberarci dall’occupazione militare, perchè lasciano fare al governo Israeliano cose immonde che non fanno bene neanche a loro. Sono anche loro che hanno fatto vincere Hamas e adesso ci ricattano, hanno voluto che votassimo e noi l’abbiamo fatto, non volevano Arafat e l’ hanno fatto morire, Mahmoud Abbas gli sembrava meglio, ha detto che vuole la pace e nessuna intifadah militare, noi l’abbiamo votato, ci aspettavamo qualcosa, invece l’ hanno lasciato solo, con gli israeliani che ogni giorno ci umiliano e ci chiudono sempre di più dentro prigioni a cielo aperto, ci portano via terra, vita, dignità. A Nablus i soldati entrano nelle case e terrorizzano donne, vecchi, bambini. Anche a Gaza, ci bombardano e cercano di farci impazzire con le bombe suono. Non ho votato per Hamas, ma quasi quasi mi dispiace, visto che ancora una volta ci vogliono imporre i loro punti di vista. Non ci vogliono dare più aiuti? Vedremo di cavarcela, non so come, ma siamo ancora qui dopo averne viste tante, e tanti sono passati, romani, crociati, turchi, ma noi siamo ancora qui, aggrappati a questa terra”.
Ayman , come la maggioranza dei palestinesi, di fronte al ricatto di non avere più aiuti internazionali perchè Hamas, inserito nella lista dei gruppi terroristici, ha vinto le elezioni e formerà il governo, inalbera la sua dignità.
Ayman, lo sento ogni tanto al telefono, l’ ho conosciuto all’inizio della seconda Intidafah, nell’ottobre del 2000, era tra i coltivatori che nei pressi del check point di Kyssufim a Gaza tentavano di impedire l’operazione denominata “Shave the land”: bulldozer israeliani che aiutati dai carri armati sradicavano chilometri di alberi e case per ripulire l’area e impedire possibili attacchi palestinesi ai coloni che transitavano per andare e tornare da Israele. Non è in nessun partito, ha un volto pacioccone e sorridente con baffoni, sa, come moltissimi palestinesi, scherzare e ironizzare sulle tragedie. Questa volta pero’ é arrabbiatissimo, sperava di riuscire a guadagnare qualcosa, invece è rimasto in fila per sette ore con un camion carico di cetrioli al passaggio di Karni nella striscia di Gaza. E’ dovuto tornare indietro, e i cetrioli sono rimasti a marcire sul camion.
E’ la sorte che tocca ai produttori e rivenditori di Gaza e di gran parte della West Bank. In questi mesi stanno marcendo tutti i prodotti agricoli di Gaza, compresi quelli delle famose serre, quelle lasciate dai coloni che erano stati evacuati da Gaza, lasciate non per generosità, ma perchè una donazione di privati, compreso quella dell’inviato internazionale Wolfhenson, di ben 14 milioni di dollari, li aveva ripagati lautamente. Naturalmente non hanno mantenuto i patti, avrebbero dovuto lasciarle intatte e consegnare i piani di irrigazione ai palestinesi. Hanno lasciato solo le strutture esterne, con i teloni di plastica che si devono cambiare ogni due anni, anche qualche palestinese ha contribuito allo sfacelo, portandosi via dei tubi . Ma altri fanno miracoli e sono riusciti a rimettere insieme il tutto, circa quattromila persone hanno ricominciato a lavorare nelle serre. Hanno fatto più in fretta possibile, i primi raccolti sono andati bene, ma i loro prodotti rimangono nelle serre.
Il Karni crossing è rimasto troppo a lungo chiuso e la perdita è stata calcolata in 57 milioni di dollari e i 4000 lavoratori temono di essere di nuovo disoccupati. Non è andata meglio ai fiori, in modo particolare ai garofani, a Gaza se ne producono di bellissimi, tempo fa li esportavano anche a Sanremo. La settimana scorsa in Israele era il giorno della mamma, chiamato in verità il giorno della famiglia e i palestinesi speravano di vendere un po’ della loro produzione, ma il perfido Ministro della Difesa, Mofaz, niente, non ha voluto riaprire il check point malgrado gli accordi che su pressioni internazionale aveva detto di accettare. Problemi di sicurezza, pare che qualche bomba fosse esplosa sotterraneamente nell’area. E Karni è solo il check point per le merci, le poche migliaia di lavoratori di Gaza che hanno il permesso di recarsi in Israele, comininciano ad affollare il check point di Erez anche dall’ una del mattino, ore e ore di attesa e di umiliazioni per poter guadagnare qualche shekel.
Questa è la liberazione di Gaza, i coloni hanno lasciato dietro di sé cumuli di macerie, naturalmente è bene che non ci siano più, solo che la libertà è lontana tutto è ancora nelle mani del governo israeliano che fa il bello e cattivo tempo sui movimenti delle persone e delle merci.
James Wolfhenson, nei giorni scorsi, ha lanciato un grido d’allarme per il pericolo di collasso dell’economia e dell’ Autorità Palestinese, cosi come ha fatto David Shearer dell’Ocha, perchè la chiusura impedisce il passaggio delle derrate alimentari per i profughi che solo a Gaza sono circa settecentomila. Si, perchè il cibo della Fao e dell’ Unrwa sta andando a male nel porto israeliano di Ashdod, e, beffa totale, le organizzazioni internazionali dovranno pagare salatissimo agli israeliani la merce giacente nei magazzini del porto.
L’ex direttore della Banca mondiale ha avvertito il Quartetto dei mediatori internazionali (Russia, Usa, Onu e Ue) che entro due settimane le finanze dell’ANP rischiano il collasso: nel mese di febbraio per le casse palestinesi si e’ aperto un buco di 100 milioni di dollari a causa della decisione di Israele di sospendere il trasferimento all’ANP dei fondi provenienti dai dazi doganali, riscossi dalle autorità israeliane per conto dell’amministrazione palestinese, con l’impegno di riversare il denaro all’ANP il primo di ogni mese.
Per Wolfensohn l’ANP avra’ bisogno di una cifra tra i 60 e gli 80 milioni di dollari gia’ dalla prossima settimana per poter pagare gli stipendi di febbraio dei circa 150.000 mila dipendenti pubblici e qualora non dovesse riuscirvi potrebbe salire ulteriormente la tensione nella popolazione.
L’Unione Europea si è parzialmente sganciata dal ricatto israeliano e statunitense e pur con i suoi limiti (il governo palestinese non si è formato per cui l’autorità palestinese è rappresentata da Mahmoud Abbas) ha disposto lo stanziamento di un pacchetto di 143 milioni di euro per venire incontro alle esigenze primarie dei Palestinesi. Un gesto considerato positivo da Hamas.
Ma anche il governo israeliano non si lamenterà troppo perchè avrà la sua parte, infatti, di questa cifra ben 48 milioni di euro andrà nelle sue casse per il pagamento delle bollette dell’elettricità usata dai palestinesi. I rimanenti fondi andranno all’istruzione e alla sanità principalmente all’Unrwa, e 21 milioni, una piccola fetta del budget dell’autorità palestinese che ammonta a 165 milioni al mese, in grande parte usato per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici, compresi il personale della sicurezza e della polizia.
Riprendo l’appello di Wolfhenson: “la Palestina è sull’orlo di un collasso finanziario”, ma noi non possiamo far finta di non vedere le responsabilità di Israele e della Comunità Internazionale e sopratutto noi europei, come ci ricorda Ayman, non possiamo metterci a posto la coscienza perchè diamo aiuti umanitari ai palestinesi. Certo dobbiamo darli, ma dobbiamo generare le condizioni perchè i palestinesi non siano più alla mercè dell’occupazione militare israeliana.
E’ una soluzione politica che è indispensabile.
Mi si accuserà di non parlare delle responsabilità palestinesi, dalla corruzione alla mancata sicurezza interna, ai gruppi che ancora minacciano azioni armate o attacchi omicidi e suicidi (Hamas dall’accordo del Cairo rispetta il “cessate il fuoco”). Per una volta non voglio parlarne, i palestinesi ne parlano e ne discutono e troppo ne parlano i dirigenti Israeliani. E” la loro tattica, attaccare i palestinesi, fare le vittime per nascondere la loro politica di stampo marcatamente coloniale e di apartheid con il muro (definito illegale dalla Corte di Giustizia delle Nazioni Unite) che cresce e si prende sempre più terra della West Bank Wolfhenson, e lo ha ribadito anche la commissaria Europea, Benita Ferraro Waldner, ha chiesto al governo israeliano di trasferire i fondi dei dazi doganali all’ANP. Mentre tutti i media parlano di “blocco” dei fondi da parte di Israele nei confronti dell’ANP, nessuno dice che di vero e proprio furto si tratta, per la verità in Israele, su un giornale autorevole come Haaretz, Amira Hass, lo dice, si’, sempre lei, giornalista molto premiata in campo internazionale ma molto osteggiata in patria. Furto perchè i fondi che il governo israeliano ha bloccato come ritorsione per la vittoria di Hamas alle ultime elezioni -tra l’altro tenutesi in un clima democratico e di legalità attestato dagli osservatori internazionali ed europei- rappresentano le rimesse fiscali mensili che di diritto e secondo gli Accordi di Oslo e il Protocollo economico di Parigi (1994), spettano legittimamente all’ANP. Quei soldi appartengono di diritto all’Autorità Nazionale Palestinese e il fatto che vengano raccolti ai transiti di frontiera da Israele, che per di più ne trattiene una percentuale per finanziare i costi delle operazioni, rappresenta la prova evidente dello stato di occupazione in cui si trova la Palestina.
Il congelamento dei fondi dei dazi doganali sono un prolungamento delle politiche di punizione collettiva praticate nei confronti della popolazione palestinese dei territori occupati dal 1967 dal Governo israeliano, e se ne possono citare infinità, dal coprifuoco imposto per settimane a intere città e villaggi, i bombardamenti e i rastrellamenti, la demolizione di case, le detenzioni amministrative, lo sradicamento di alberi, per non dire degli assassini mirati che ammazzano civili e bambini, ma si sa siamo in tempi di “effetti collaterali”.
Ora sarebbe non solo ”importante politicamente” che la comunità Internazionale imponesse ad Israele di sbloccare il trasferimento dei proventi doganali nei confronti dei palestinesi, sarebbe un piccolo doveroso passo verso il rispetto della legalità internazionale.
L’Unione europea, la Comunità Internazionale non può sottostare ai ricatti del governo Israeliano anche se è appoggiato dagli Usa. Spinga per il negoziato, faccia pressione su Israele perchè non continui nella politica unilaterale.
Ma si dice che ora non bisogna forzare, perchè si attende l’esito delle elezioni israeliane del 28 Marzo. Le dichiarazioni del facente la funzione di Primo Ministro, Olmert o della Ministra degli esteri israeliana Livni, che hanno definito, con l’accelerazione delle costruzione del Muro e la chiusura della Valle del Giordano, le annessioni territoriali, vengono prese come necessarie per non scontentare gli elettori oltranzisti e i coloni, per fare in modo che il partito voluto da Sharon e al quale si è aggregato Simon Peres, Kadima esca vincente nelle prossime elezioni. Anche le incursioni continue nei territori occupati, anche le uccisioni dei civili e la politica del pugno di ferro che viene ribadita e fatta in continuazione è accettata in nome delle prossime elezioni. Siamo al cinismo e alla follia.
Intanto tra i palestinesi regna molta confusione e incertezza. Ma non sono immobili. In qualche modo la nuova situazione ha dato una scossa che ha risvegliato molti dal torpore e dalla routine. Molte associazioni di donne si stanno riorganizzando per non perdere i loro diritti. Hamas ha finora dimostrato di voler restare nel gioco democratico e di non compiere attentati, e sta cercando di formare un governo di unità nazionale, non dirà formalmente ri riconoscere Israele, ma nei fatti si se accetta di formare un governo che riconosce gli accordi sottoscritti dall’Autorità Nazionale Palestinesi e la Costituzione votata nel 2003 che dice che lo Stato Palestinese è sui territori occupati del 1967.
Fatah è alla ricerca di una strada, divisi se entrare o meno nel governo di unità nazionale, cercando di ridare spazio al Consiglio Nazionale Palestinese e all’Olp. Tra i partiti della sinistra o laici e democratici che hanno avuto 9 seggi non si è ancora riusciti a trovare momenti unitari, anzi il Fronte Popolare pare deciso ad entrare nel governo di Hamas. Intanto, gruppetti di palestinesi armati che, come dichiarato dal Presidente Abbas, non hanno niente a che fare con il movimento di liberazione nazionale continuano a fare sentire insicura la popolazione di diverse città palestinesi, molti di loro sono delinquenti comuni che con le armi si mettono al soldo di chi li paga per compiere vendette o furti o per fare pagare tangenti o per fare sequestri. “E’ la nostra mafia” mi dicono due giovani di Nablus, in Italia per raccontare l’odissea dei giovani palestinesi che rifiutano la morse dell’occupazione e degli attentati suicidi e che vogliono semplicemente “vivere e avere un futuro senza paura”. Hanno paura, anche del buio, abitano a casa mia da più di tre mesi, ogni notte lasciano la luce accesa nel corridoio e la porta della camera socchiusa, ed io che ho sempre dormito con la porta della mia camera aperta devo chiuderla perchè la luce mi infastidisce.
Mahmoud Darwish un grande poeta, dice che i palestinesi sono costretti ad essere “malati di speranza”. Forse lo sono anch’io.
Sarebbe davvero grande se l’Unione Europea con una sola voce non pensasse di lenire qualche pena con aiuti umanitari ma decidesse di non avere due pesi e due misure ed imponesse il rispetto della legalità internazionale. Uniamo le nostre ragioni, la sinistra italiana (non considero sinistra chi inneggia all’uccisione di civili) nella sua varietà e differenze ha fatto molti errori, quello più grave, ovviamente a mio parere, è quello di non avere usato tutte le sue potenzialità ed energie per porre fine all’occupazione militare israeliana e portare in essere uno stato palestinese in coesistenza con lo stato israeliano e finalmente un po’ la pace e giustizia in Palestina e Israele.
L´autrice di “Leggere Lolita a Teheran” racconta il suo rientro in Iran durante la rivoluzione khomeinista. Le speranze tradite, la repressione e la censura sulla sua amata letteratura occidentale. E spiega perché resta insopprimibile il bisogno umano di sognare leggendo i grandi capolavori
La storia che voglio raccontarvi comincia all´aeroporto di Teheran, decine di anni fa, quando i miei mi mandarono in Inghilterra per proseguire gli studi. I parenti e gli amici presenti quel giorno si ricorderanno di me come di una ragazzina viziata, che correva in giro per l´aeroporto gridando che non voleva partire. Dal momento in cui mi afferrarono, mi misero sull´aereo e il portellone si chiuse, l´idea di tornare a casa, in Iran, diventò un´ossessione costante che mi tormentava giorno e notte. Fu questa la prima lezione vera e propria sulla caducità e sull´imprevedibilità della vita. L´unico mezzo per ritrovare la mia Teheran perduta erano i ricordi e qualche libro di poesia che avevo portato con me. Nelle sere di sconforto, in quella cittadina umida e grigia chiamata Lancaster, mi raggomitolavo sotto le coperte con la borsa dell´acqua calda, e aprivo a caso uno dei tre libri che tenevo sempre sul comodino: Hafiz, Rumi e una poetessa iraniana moderna, Forugh Farrokhzad. Leggevo fino a tarda notte, un´abitudine che non ho perso, e mi addormentavo solo quando le parole mi avvolgevano, simili agli aromi di un vecchio negozio di spezie, facendo riemergere la mia lontana ma non dimenticata Teheran.
Allora non sapevo che stavo costruendo una nuova casa, un mondo portatile che nessuno avrebbe avuto il potere di strapparmi mai più. E mi adattai alla nuova casa leggendo e studiando Charles Dickens, Jane Austen, le Bront e William Shakespeare, che incontrai con un brivido di puro piacere il primissimo giorno di scuola. Più tardi, ovviamente, avrei cominciato a scoprire l´America attraverso lo stesso prodigio dell´immaginazione: i libri di Francis Scott Fitzgerald, Saul Bellow, Mark Twain, Henry James, Philip Roth, Emily Dickinson, William Carlos Williams e Ralph Ellison.
Che fossi in Inghilterra o in America, comunque, al centro della mia esistenza c´era sempre l´idea del ritorno.
Il mio Iran perduto si imponeva in tutti i momenti della mia vita e arrivai persino a trasferirmi per un semestre nel New Mexico solo perché laggiù le montagne e le notti stellate mi ricordavano quelle della mia infanzia. Alla fine dell´estate del 1979, due giorni dopo la discussione della tesi, eccomi dunque a bordo di un aereo diretto a Teheran via Parigi.
Ma appena atterrai all´aeroporto di Teheran, capii senza ombra di dubbio che la casa di un tempo non era più casa. E, in effetti, sono convinta che la propria abitazione non dovrebbe mai essere “troppo casa”, vale a dire troppo confortevole e perfetta. Mi viene sempre in mente l´affermazione di Adorno secondo cui «la forma più elevata della morale è non sentirsi a casa a casa propria».
Quindi devo essere grata alla Repubblica islamica dell´Iran per avermi spronata a pormi delle domande, per avere modificato la mia concezione di casa, e per tante altre cose.
Casa mia non era più casa anche in un altro senso; non tanto perché mi aveva destabilizzata e costretta a cercare nuove definizioni, ma soprattutto perché aveva fatto in modo che le sue stesse definizioni entrassero in me, trasformandomi in un´entità “aliena”. Nel nome del Paese, della religione e delle tradizioni che pure erano miei, si era stabilito infatti un nuovo regime, pronto a dichiarare che il mio aspetto e le mie azioni, ciò in cui credevo e quello che desideravo come essere umano, come donna, scrittrice e insegnante era sostanzialmente estraneo a questa casa.
Nell´autunno del 1979 insegnavo Huckleberry Finn e Il grande Gatsby in aule spaziose al secondo piano dell´Università di Teheran, senza rendermi conto della straordinaria ironia della situazione: giù in cortile c´erano studenti islamici e di sinistra che gridavano: «A morte l´America!» e, poco più in là, l´ambasciata degli Stati Uniti era assediata da un gruppo di universitari che dicevano di «seguire la via dell´imam». Il loro imam era Khomeini, che aveva intrapreso una guerra in nome dell´Islam contro l´Occidente pagano e le sue miriadi di agenti infiltrati. Non era solo una guerra religiosa. Il fondamentalismo che predicava era basato tanto sulla religione quanto sulle ideologie estremiste – comuniste e fasciste – dell´Occidente. Allo stesso modo, i suoi obiettivi non erano solo politici; con l´appoggio dei radicali di sinistra condusse una sanguinosa crociata contro l´»imperialismo» occidentale, a favore dei diritti delle donne e delle minoranze, della libertà culturale e dell´individuo. Questa volta mi accorsi di avere perso la connessione con l´altra casa, l´America di cui avevo letto in Henry James, Richard Wright, William Faulkner e Eudora Welty.
In un adattamento russo dell´Amleto distribuito in Iran, Ofelia fu eliminata dalla maggioranza delle scene; nell´Otello di sir Laurence Olivier, la parte di Desdemona fu tagliata nella maggior parte del film e anche il suicidio di Otello fu espunto perché, secondo i censori, avrebbe rattristato e demoralizzato le masse! In Iran le masse erano una strana categoria, perché parevano soffrire di più assistendo alla morte di un personaggio immaginario sullo schermo che non subendo fustigazioni e lapidazioni di persona. E, mentre a scuola le studentesse venivano rimproverate se ridevano apertamente o se correvano in cortile, se avevano le stringhe delle scarpe colorate o se portavano braccialetti variopinti, nei cartoni animati di Braccio di Ferro fu eliminata Olivia da quasi tutte le scene perché la relazione fra i due personaggi era illecita.
Il risultato fu che i cittadini iraniani, uomini e donne, cominciarono inevitabilmente ad avvertire la presenza e l´invadenza dello Stato in ogni momento della loro quotidianità. Lo Stato non si limitava a punire i criminali che minacciavano la vita e la sicurezza della popolazione, ma controllava le persone, comminando pene detentive e frustate se solo si aveva lo smalto sulle unghie, le scarpe della Reebok o il rossetto sulle labbra; vigilava su ragazze e ragazzi che apparivano insieme in pubblico. In breve, ciò che fu messo sotto accusa e «sotto sequestro» furono i diritti individuali e civili degli iraniani.
Anni dopo, la fatwa dell´ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie non volle stabilire un confine tra l´Islam e l´Occidente, come dissero alcuni, ma fu una reazione ai pericoli rappresentati per una mentalità totalitaristica – che non può tollerare alcuna forma di ironia, ambiguità e irriverenza – dalla fervida fantasia di un individuo. Come affermò Carlos Fuentes, l´ayatollah aveva emesso una fatwa che, attraverso lo scrittore, colpiva la stessa forma democratica del romanzo. Questa racchiude una molteplicità di voci, con prospettive diverse e talvolta opposte, in uno scambio critico in cui una non elimina l´altra. Poteva esserci una sovversione più pericolosa di questa democrazia di voci? E, in questo senso, lo straordinario patrimonio della letteratura americana continuò a ricordarmi in quegli anni quanto la democrazia vera dipenda da quella che potremmo chiamare «immaginazione democratica».
Invece, secondo i “guardiani della moralità” della Repubblica islamica, libri come Lolita o Madame Bovary erano moralmente corrotti; davano il cattivo esempio ai lettori e li spingevano a commettere azioni immorali. Come tutti i totalitaristi, questi burocrati non riuscivano a distinguere la realtà dalla fantasia, e pretendevano di imporre la propria versione della verità sia sulla vita sia sulla finzione letteraria. Eppure, non leggiamo Lolita per saperne di più sulla pedofilia, così come non decidiamo di andare a vivere sugli alberi dopo avere letto Il barone rampante di Calvino. Non leggiamo per trasformare le grandi opere letterarie in repliche semplicistiche della nostra realtà, ma per il sensuale, puro e semplice piacere di leggere. La ricompensa sta nella scoperta dei tanti livelli nascosti all´interno di queste opere, che non si limitano a rispecchiare la realtà, ma rivelano uno spettro molteplice di verità, andando così contro l´atteggiamento di qualsiasi mentalità totalitaria.
In Iran, invece, i governanti imposero sulle nostre vite e sulla nostra realtà i fantasmi della loro stessa fantasia. Le mie studentesse non potevano godersi i piccoli piaceri della vita che una di loro, Yassi, definiva “proscritti”, quelli così facilmente disponibili per gli altri, come la carezza del sole sulla pelle o del vento tra i capelli. La semplice azione di uscire di casa ogni giorno diventava una tormentosa e colpevole menzogna, perché eravamo obbligate a metterci il velo e ad assumere l´immagine fasulla che lo Stato aveva concepito per noi.
Per negare e sfuggire a quell´immagine a noi estranea, a quella falsità forzata che partiva dall´aspetto esteriore e permeava ogni sfaccettatura della nostra vita, dovevamo ricreare noi stesse e recuperare l´identità che ci era stata sottratta, resistendo all´oppressore con le nostre risorse creative e rifiutando di adottare il suo linguaggio. In Iran la resistenza era diventata sinonimo di confronto non violento, da attuare sia attraverso richieste politiche, sia con il rifiuto dell´omologazione, insistendo invece sul senso di integrità dell´individuo. In altre parole, chiedevamo di essere rispettate e riconosciute per quelle che eravamo e rifiutavamo di diventare gli spettri in cui il regime voleva trasformarci.
Con l´andare del tempo, inesorabilmente, le regole stesse che erano state messe a punto per tenere a bada i cittadini diventarono le armi con cui gli iraniani esprimevano il proprio dissenso. Dal momento che la Rivoluzione aveva trasformato le vie di Teheran e di altre città nel teatro di una guerra culturale, in cui i funzionari dello Stato non punivano i cittadini per la detenzione di pistole o granate ma per altre armi, anche più potenti (una ciocca di capelli, un nastro colorato, occhiali da sole alla moda), il regime aveva politicizzato non solo un gruppo ristretto di dissidenti ma tutti gli iraniani. Eravamo piene di energie, non tanto perché la politica fosse connaturata in noi, quanto per il desiderio di conservare la nostra integrità individuale di donne, scrittrici, insegnanti, in breve, di cittadine comuni che volevano vivere la propria vita.
Meno di dieci anni dopo la morte dell´ayatollah Khomeini i rivoluzionari “illuminati” (gli ex giovani veterani della guerra e della Rivoluzione) cominciarono a chiedere maggiori libertà e diritti politici. La scomparsa dell´ayatollah li aveva lasciati soli a fronteggiare la rabbia che provavano per i tanti sogni mai avverati e i tanti desideri mai espressi. Così, gli stessi ex rivoluzionari che nel 1979 avevano condannato ogni forma di modernità e democrazia, adesso dovevano guardare dentro se stessi e mettere in dubbio la propria ideologia. Porsi domande divenne una priorità perché sapevano di essere diventati un gruppo isolato all´interno della popolazione iraniana ed erano consapevoli che i loro ideali avevano perso in fretta credibilità.
Attualmente le forze più potenti in grado di cambiare il panorama sociale dell´Iran sono le donne e le generazioni più giovani, quelle stesse che, secondo le speranze degli islamisti, avrebbero dovuto riaccendere l´ardore politico da tempo perduto dai loro genitori. I membri di questa generazione, invece, hanno rifiutato di conformarsi alle regole autoritarie imposte loro; gli studenti iraniani hanno occupato le prime file nella lotta per le libertà sociali, culturali e politiche. Questi giovani sono perfettamente consapevoli di quanto la libertà politica dipenda dalla salvaguardia dei diritti e degli spazi individuali. Hanno sfidato i controlli morali inventandosi modi creativi per resistere alle norme imposte nell´abbigliamento, tenendosi per mano, ridendo apertamente e guardando film proibiti. Nei primi anni del nuovo secolo i “guardiani della moralità” si sono dovuti ritirare dalle vie di Teheran. E, in un certo senso, fa sorridere che molti giovani iraniani, vale a dire i figli di quelli che un tempo si erano schierati contro Il grande Gatsby, si siano messi a leggere Heinrich Bll, Milan Kundera e Francis Scott Fitzgerald, oltre ad Hannah Arendt e Karl Popper.
Una cosa che mi sono sempre chiesta è perché nelle peggiori condizioni politiche e sociali, durante guerre e rivoluzioni, nelle prigioni e nei campi di concentramento, la maggior parte delle vittime si accosti alle opere di fantasia… Ricordo che circa dieci anni fa incontrai una mia ex studentessa, da poco scarcerata. Mi raccontò che lei e una compagna di cella, di nome Razieh, anche lei mia ex allieva, si facevano forza ricordando insieme le discussioni fatte in classe o gli autori che avevano letto, da Henry James a Francis Scott Fitzgerald. La mia studentessa mi disse poi che Razieh era stata uccisa poco prima che lei fosse rilasciata. Da allora continuo a pensare ai luoghi che hanno attraversato queste opere letterarie, dalle biblioteche e dalle aule scolastiche alle celle buie delle prigioni. Sappiamo bene che la fantasia non può salvarci dalle torture e dalle violenze dei regimi tirannici, né dalle banalità e dalle crudeltà della vita.
James, l´autore preferito di Razieh, non l´ha salvata dalla morte; eppure c´è un senso di trionfo nella scelta fatta da questa ragazza quando ogni possibilità di scelta sembrava esserle stata tolta. Come molti prima di lei, Razieh aveva conservato il diritto di decidere come comportarsi di fronte a una fine spietata e immediata. Rifiutò di piegarsi al comportamento disumano e degradante impostole dai carcerieri, mantenendo vivo il ricordo delle esperienze che le avevano dato più gioia in tutta la vita. Di fronte alla morte, aveva celebrato ciò che attribuiva dignità e significato alla vita, ciò che più rispondeva al suo senso della bellezza, del ricordo, dell´armonia e dell´originalità: in altre parole, una grande opera della fantasia. Il suo personale mondo portatile.
Si potrebbe pensare che opere del genere acquistino grande significato in un Paese mutilato delle libertà fondamentali, ma che non siano granché rilevanti in uno Stato libero e democratico. Quanto sono importanti Fitzgerald, Twain e Flannery O´Connor, vi chiederete, per la vita nel mondo occidentale?
Risponderò semplicemente con un passo di Huckleberry Finn, in cui Huck deve decidere se lasciare andare Jim. Huck sa che a catechismo «t´imparavano che la gente che si comporta come ti sei comportato tu», cioè liberando uno schiavo, «finisce tra le fiamme dell´inferno». Eppure il suo cuore si ribella alle minacce di queste autorità “morali”. Si vede davanti Jim «di giorno e di notte, certe volte al chiaro di luna, certe volte durante un temporale, e intanto scendevamo il fiume parlando, cantando, ridendo. Ma non riuscivo a trovare qualcosa che mi faceva arrabbiare con lui, se mai il contrario». Nel momento in cui si ricorda dell´amicizia e dell´affetto di Jim e non lo percepisce più come uno schiavo, ma come un essere umano, decide: «Va bene, andrò all´inferno».
Nella letteratura americana Huck ha molti improbabili compagni di viaggio: le donne garbate e distinte di Henry James, quelle inquiete e tormentate di Zora Neale Hurston e di Toni Morrison, i sognatori, come il Gatsby di Fitzgerald; e tutti loro decidono che preferirebbero rinunciare al paradiso e rischiare l´inferno pur di ascoltare la voce del cuore e della coscienza. Tutti mostrano una toccante mescolanza di coraggio e vulnerabilità che sfida le risposte facili, le formule rigide e le soluzioni semplicistiche. Quanti di noi oggi rinuncerebbero al paradiso promesso dal catechismo per il tipo di inferno che alla fine Huck sceglie per se stesso?
Come ci ricorda Saul Bellow nel Dicembre del professor Corde, una cultura che ha perso la poesia e l´anima è una cultura che corre incontro alla morte. E la morte non sempre arriva sotto le sembianze di dittatori che appartengono a Paesi lontani; vive fra noi, sotto forme diverse, spacciandosi per un´amica. Confondere discorsi frammentari con pensieri profondi, politica con etica, reality show con intrattenimento creativo; dimenticare il valore dei sogni; perdere la capacità di immaginare una morte violenta in Darfur, Afganistan o Iraq; assistere agli omicidi in tv come a una notizia di poco conto: non sono forse tutti indizi del fatto che oggi più che mai ci servono il coraggio e l´integrità, la fede, l´immaginazione e i sogni che questi libri hanno infuso in noi? Non è forse il momento giusto per preoccuparsi, come fa l´eroe di Bellow, di quello che accade se un Paese perde la poesia e l´anima?
Abbiamo bisogno di scrivere tutto ciò. Di raccontare quello che accade a noi e agli altri mentre lottiamo per salvare noi stessi dalla disperazione, per ricordarci che i tiranni di ogni sorta non possono sottrarci il nostro bene più prezioso. Possono mettersi sulla nostra strada fanatici di ogni genere; possono condannarci, ucciderci e mutilarci nel nome del progresso o di Dio. Ma non possono privarci degli ideali. Non possono portarci via la nostra umanità.
Calvino una volta disse: «Possiamo liberare noi stessi solo se liberiamo gli altri, perché questa è la condizione sine qua non per la propria liberazione. Ci devono essere la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo». Poi aggiunse un´affermazione molto semplice che, per me, è l´essenza di tutto: «Dev´esserci anche la bellezza».
Solo in queste condizioni, nell´insistenza prettamente umana sulla bellezza, nelle idee rivelatrici, nei particolari della nostra storia, di ciò che temiamo, di quello che desideriamo, fiorisce la fantasia.
Troppo spesso ci capita di definirci creature pratiche, animali politici. Ma in noi alberga un impulso molto più grande, la tendenza verso quello che chiamerei semplicemente l´universale. Ed è proprio su questo terreno comune che ci avviciniamo a quello che realmente ci lega: cultura, storia, lingua. Perché è qui, in quella che a me piace chiamare “la Repubblica dell´Immaginazione”, che riveliamo davvero la nostra natura di esseri umani.
Una ragazza giovanissima precipitata nella catastrofe della guerra, tra la violenza delle bombe nemiche e la follia degli amici. «Ci sentivamo come i partigiani»
No, non è la stessa guerra che vediamo in televisione. Nella guerra reale prima ci sono le sirene del coprifuoco, il rombo degli aerei nemici, il sibilo delle bombe. Poi le fiamme, le case distrutte, la paura di aver perso tutto, i morti, lo strazio. Chi ha conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale ricorda quei momenti, ma sono ricordi che risalgono a più di sessant’anni fa. Quelli di Dunja Popin, 30 anni, serbocroata di Belgrado, non ne hanno più di sette. Lei sa che cosa significa vivere per tre mesi sotto i bombardamenti senza un rifugio e con l’acqua razionata. Era il 24 marzo 1999. Per la prima volta dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale nei cieli di una capitale europea spuntava il muso ostile dei cacciabombardieri. L’obiettivo era Belgrado, gli aerei – impegnati in un’azione offensiva contro uno Stato sovrano, a dispetto della Charta dell’Onu – erano quelli della Nato. Dunja, un nome dolcissimo che in serbo significa «mela cotogna», come prima cosa aveva paura di perdere il suo mosaico. Il ’99 era per lei l’ultimo anno d’Accademia di Belle Arti, aveva disegnato un pesce enorme e lo stava ricoprendo di pietruzze variopinte. La guerra civile nell’ex Jugoslavia andava avanti da otto anni, ma Belgrado non era mai stata toccata. I serbi erano riusciti a tenere il teatro di guerra lontano dalla capitale, ma non dalle coscienze. «Vivevamo nel grigiore, eravamo convinti che non c’era futuro per noi. E allora io, che avevo 23 anni, mi costruivo un mio mondo tutto colorato. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma quando sentivo venire gli aerei tremavo per la paura che le vibrazioni del pavimento distruggessero le tessere del mio lavoro che non avevo ancora fissato con la colla». Chi se ne frega di Milosevic? A Dunja di Milosevic non gliene importava niente, sapeva che era un mascalzone, tanto è vero che nell’ottobre 2000 sarebbe scesa anche lei in piazza giorno e notte per denunciare i brogli della sua ultima elezione: «La Nato voleva colpire lui, ma ha colpito noi, lui l’ha rafforzato, prova ne sia che è rimasto al potere fino alla fine del 2000». Quando era cominciata la guerra civile, nel ’91, Dunja aveva 14 anni. «Non pensavamo che sarebbe durata tutti quegli anni, dicevamo: tra tre mesi finisce. Speravamo in qualche intervento esterno, qualche mediazione, qualcuno che dicesse basta. Pensavo anche che ci saremmo fermati da soli, mi sembrava una cosa impossibile, eravamo tutti fratelli fino a ieri». I bombardamenti della Nato in Serbia hanno fatto un migliaio di morti tra i civili, a causa anche di quei «danni collaterali» rigorosamente pianificati dagli americani e dai loro alleati per costringere la popolazione a rovesciare Milosevic: ne fecero le spese, tra gli altri, i passeggeri di un treno che si trovava a passare su un ponte della Serbia meridionale (55 N RICCARDO DE GENNARO o, non è la stessa guerra che vediamo in televisione. Nella guerra reale prima ci sono le sirene del coprifuoco, il rombo degli aerei nemici, il sibilo delle bombe. Poi le fiamme, le case distrutte, la paura di aver perso tutto, i morti, lo strazio. Chi ha conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale ricorda quei momenti, ma sono ricordi che risalgono a più di sessant’anni fa. Quelli di Dunja Popin, 30 anni, serbocroata di Belgrado, non ne hanno più di sette. Lei sa che cosa significa vivere per tre mesi sotto i bombardamenti senza un rifugio e con l’acqua razionata. Era il 24 marzo 1999. Per la prima volta dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale nei cieli di una capitale europea spuntava il muso ostile dei cacciabombardieri. L’obiettivo era Belgrado, gli aerei – impegnati in un’azione offensiva contro uno Stato sovrano, a dispetto della Charta dell’Onu – erano quelli della Nato. Dunja, un nome dolcissimo che in serbo significa «mela cotogna», come prima cosa aveva paura di perdere il suo mosaico. Il ’99 era per lei l’ultimo anno d’Accademia di Belle Arti, aveva disegnato un pesce enorme e lo stava ricoprendo di pietruzze variopinte. La guerra civile nell’ex Jugoslavia andava avanti da otto anni, ma Belgrado non era mai stata toccata. I serbi erano riusciti a tenere il teatro di guerra lontano dalla capitale, ma non dalle coscienze. «Vivevamo nel grigiore, eravamo convinti che non c’era futuro per noi. E allora io, che avevo 23 anni, mi costruivo un mio mondo tutto colorato. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma quando sentivo venire gli aerei tremavo per la paura che le vibrazioni del pavimento distruggessero le tessere del mio lavoro che non avevo ancora fissato con la colla». Chi se ne frega di Milosevic? A Dunja di Milosevic non gliene importava niente, sapeva che era un mascalzone, tanto è vero che nell’ottobre 2000 sarebbe scesa anche lei in piazza giorno e notte per denunciare i brogli della sua ultima elezione: «La Nato voleva colpire lui, ma ha colpito noi, lui l’ha rafforzato, prova ne sia che è rimasto al potere fino alla fine del 2000». Quando era cominciata la guerra civile, nel ’91, Dunja aveva 14 anni. «Non pensavamo che sarebbe durata tutti quegli anni, dicevamo: tra tre mesi finisce. Speravamo in qualche intervento esterno, qualche mediazione, qualcuno che dicesse basta. Pensavo anche che ci saremmo fermati da soli, mi sembrava una cosa impossibile, eravamo tutti fratelli fino a ieri». I bombardamenti della Nato in Serbia hanno fatto un migliaio di morti tra i civili, a causa anche di quei «danni collaterali» rigorosamente pianificati dagli americani e dai loro alleati per costringere la popolazione a rovesciare Milosevic: ne fecero le spese, tra gli altri, i passeggeri di un treno che si trovava a passare su un ponte della Serbia meridionale (55 non so perché c’è stata la guerra civile. Abbiamo fatto delle cose atroci». Durante la guerra Dunja e la sua famiglia hanno sofferto la fame. Un giorno vede il padre pittore uscire di casa con una sua tela ad olio sotto il braccio, un vaso di fiori. Quando rientra sotto il braccio ha un pezzo di lardo da sette chili. L’aveva scambiato con il quadro al mercato nero. «Sì, la cosa peggiore è stata la fame. Non avevamo niente. Non so come siamo riusciti a sopravvivere. Per gli otto anni della guerra ho mangiato lardo fritto e pane fatto con farina andata a male. Gli aiuti dell’Europa andavano soltanto ai rifugiati, i croati ricevevano cibo e armi dal Vaticano, noi niente. Se oggi sento l’odore di grasso di maiale muoio». La fame anche in Italia È un’esperienza, quella della fame, che farà anche in Italia. «Alla fine della guerra volevo soltanto fuggire dalla Serbia, non c’era lavoro, la vita era diventata carissima. Avere il visto per espatriare era difficile, qualcosa si trovava se si sceglieva l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda. Per fortuna ho vinto un concorso per un breve master in pittura a Firenze. Quando l’ho terminato ho deciso fermarmi qui in Italia. Sono venuta a Roma, dove avevo alcuni amici, per fare l’artista a tempo pieno. Come ho vissuto durante questi sei anni? Ho trascorso molti periodi difficili, ma ogni volta che rimanevo senza soldi o un tetto riuscivo miracolosamente a vendere qualche quadro e a tirare avanti. Il mio stomaco ricorda uno per uno questi momenti di tensione, ma se si tiene conto in quali condizioni e tempi ho vissuto nel mio paese per dieci anni non è difficile immaginare che per noi serbi la gastrite è come una bandiera nazionale, un segno di riconoscimento: chi ne è privo può tranquillamente essere considerato una spia, o almeno un intruso». Dunja dipinge acquerelli e fa mosaici marini. Quello che ha rischiato di andare a pezzi sotto le bombe, due metri per tre, l’ha venduto qualche anno fa. I più recenti si possono vedere sul suo sito on line (www.dunjapopin. com) e tra breve in una sua personale romana. A Roma si è fidanzata, dice di non avere nostalgia della Serbia, anche se le manca molto la neve. «Ogni volta che la vedo in televisione mi commuovo», dice. Torna raramente a Belgrado: «Costa troppo». Ma tutte le volte che ci va la sorprende vedere che negli occhi dei suoi concittadini c’è ancora la follia. «Io forse, grazie alla distanza, riesco a essere lucida e realista. Vedo che loro sono invece un po’ esaltati, oppure depressi cronici con cupi pensieri. Quegli anni ci hanno fatto diventare tutti un po’ matti. Siamo una generazione perduta. I nostri genitori erano ricchi e felici, viaggiavano all’estero, acquistavano appartamenti. Per noi solo fame e disoccupazione. Forse i nostri figli staranno meglio di noi. O forse i nostri nipoti». Quando riaccesero l’illuminazione delle strade a Belgrado dopo i mesi di bombardamento disse: «Guarda, Parigi!».
Alberto Leiss
“Donne e uomini nello spazio pubblico: conflitto, relazione, linguaggio”. Oggi a Roma, all’ex Buon Pastore, un incontro organizzato dall’associazione DeA, dalla Fondazione Basso e dell’associazione Generi e Generazioni.
Alberto Leiss
E’ possibile e matura, in un mondo che sembra insidiato dal rischio di una involuzione apertamente reazionaria (guerre “per la democrazia” e fondamentalismi terroristici, restaurazione “patriarcale” e clericale, ideologie razziste, ecc.), una relazione tra uomini e donne che assuma il significato di una rottura, di uno scarto simbolico capace di informare di sé una politica di segno diverso? Ed è sensato pensare che questa nuova relazione possa tentare i primi passi partendo da uno scambio non più episodico sulla realtà attuale del conflitto tra i sessi, e su come esso è nominato, rappresentato nel discorso pubblico? Qualche risposta a queste domande potrà venire da un incontro organizzato oggi a Roma, alla Casa internazionale delle donne, per iniziativa dell’associazione DeA – Donne e Altri (www. donnealtri. it), della Fondazione Basso e dell’associazione Generi e Generazioni, sul tema, appunto, “Donne e uomini nello spazio pubblico: conflitto, relazione, linguaggio”. L’idea di proporre un dialogo più ravvicinato a femministe di orientamento e generazione diverse, e a uomini – anch’essi di generazioni diverse – che nel tempo si sono espressi con apertura rispetto al pensiero e alla pratica del femminismo, nasce da un intreccio di segnali, di occasioni, motivazioni, relazioni personali e politiche. Questo giornale ha aperto da tempo un confronto molto ricco sul femminismo e sulla sua “uscita dal silenzio”. E mi sembra significativo che, nel volgere di pochi mesi, e dopo il successo di iniziative come la manifestazione del 14 gennaio a Milano in difesa della legge 194 (ma con un significato assai più ampio), dall’idea del “silenzio” si sia passati a un capovolgimento totale di questo termine. Piero Sansonetti ha scritto per l’8 marzo che “la lotta tra i generi… non è un problema fondamentale della politica, ma è il problema dei problemi. E’ il punto di partenza”. Con le parole dirette e efficaci del titolo del libro che ha raccolto buona parte di questo dibattito, è “il cuore della politica”. Considerazioni che mi hanno fatto venire in mente un altro titolo. Quando l’avevo letto sul primo numero di “Via Dogana”, alla fine degli anni ’80, mi era sembrato azzardato e persino oscuro: “La politica è la politica delle donne”. Lo ricorda oggi Lia Cigarini – sulll’ultimo numero della rivista della Libreria delle donne di Milano, Sessi e generazioni – in un articolo in cui si pronuncia con decisione per un superamento delle esclusive pratiche separatiste del femminismo, e scommette sulla possibilità di una “mediazione maschile” perché la “forza di sovversione” della differenza femminile, del pensiero e della pratica a cui ha dato origine, possa contribuire a cambiare una “politica degli uomini che appare sempre più misera, autoreferenziale e senza idee”. Un nuovo azzardo? E’ probabile che molte donne lo considerino tale, e che molti uomini non capiscano bene il senso di questa apertura. Ma è vero che alcuni uomini da qualche tempo si sono dimostrati assai sensibili a una simile prospettiva. Lia Cigarini cita Mario Tronti, Sergio Bologna, Christian Marazzi. Negli ultimi mesi si sono susseguiti convegni e incontri con la partecipazione di Marco Deriu, Stefano Ciccone, Claudio Vedovati, Sandro Bellassai, il gruppo “Identità e differenza” di Spinea, altri gruppi di Pinerolo (“Uomini in cammino”), della Toscana, di Verona. A Bologna l’associazione “Maschile plurale” ha lanciato un appello a sostegno dell’azione della Casa delle Donne contro la violenza che ha raccolto molte firme di uomini (“… ci riguarda tutti”). A un recente seminario sulla crisi dei partiti e la ricerca di pratiche politiche di tipo nuovo, promosso da Aldo Tortorella e dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra, Giacomo Marramao ha riaffermato l’esigenza di “ripartire tutti dalla frattura longitudinale introdotta, a partire dagli anni ’70, dal “pensiero della differenza”, fenomeno dirompente e di rilievo internazionale”, per tentare di declinare una nuova idea di società e un nuovo universalismo. E Maria Luisa Boccia ha ricordato come la politica delle donne abbia prodotto efficacia e rapporto con la vita pur senza costruire una “organizzazione”. Quella dimensione organizzativa che è stata la forza dei partiti tradizionali ma che si è poi capovolta nella loro più grave e a tutt’oggi irrisolta crisi. (Gli interventi di Marramao e Boccia sono pubblicati, con altri, sul numero 5/2005 di “Critica marxista”). Infine, significherà pur qualcosa che due uomini così distanti per posizione politica e formazione culturale come Toni Negri, e il coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi, abbiamo scritto quasi contemporaneamente due testi che, certo da ottiche diversissime, affidano alla differenza femminile la speranza di una politica e di un mondo migliori (rispettivamente: La differenza italiana, nottetempo; La civiltà dell’amore. Politica e potere al femminile, Mondadori). Dunque una “svolta” è a portata di mano? Non lo penso. La possibilità di relazioni tra uomini e donne realmente capaci di emanciparsi dalle vecchie strutture simboliche, se si è verificata con cambiamenti radicali nelle nostre vite quotidiane – ma soprattutto per iniziativa delle donne, e al prezzo anche di contraddizioni dolorose – stenta ad affermarsi dove il potere (maschile) è più strutturato (politica, economia, giornali, accademia). E deve comunque fare i conti (ne parla, sempre sul citato numero di “Via Dogana”, Ida Dominijanni) con la complessità asimmetrica dei riflessi sulle relazioni tra donne e tra uomini che può produrre. D’altra parte a fronte di una crisi manifesta delle culture politiche maschili, esiste una articolazione sempre più ricca di tendenze diverse anche nel femminismo e in quello che ha prodotto. Non senza conflitti. Partire da una riflessione sui linguaggi, sulle nuove modalità di comunicazione (la rete di Internet, al di là di una certa retorica, ha effettivamente aperto nuove possibilità di accesso e di elaborazione, e anche di autorganizzazione), e su una nuova capacità di lettura di una realtà che è sempre costituita dai due sessi (come il mondo mediatico e spettacolare in cui siamo immersi a mio giudizio registra sempre più spesso), può essere un modo, come dire, prudente, di affrontare quello che ancora Marramao, citando la principessa Irulan di Dune, definisce come un “inizio”, un “momento di fragili equilibri”. Un aiuto a rendere meno fragili gli equilibri potrebbe forse essere la scelta di alcuni uomini, capaci di riconoscere la nuova libertà e autorità femminile, di affermarlo andando oltre quelli che finora sono stati una serie di percorsi e ricerche soprattutto individuali. Ma questo è solo un altro interrogativo.
Negli appunti di Juan Goytisolo titolati Hya, Ella, Elle, un doloroso collage di ricordi in presa diretta, pubblicati da Fennec di Casablanca, in una edizione trilingue, araba, spagnola e francese. Protagonista di queste pagine la sua compagna, Monique Lange, biografa di Cocteau e di Edith Piaf, sceneggiatrice per Rossellini e De Seta, di cui le edizioni Cargo ora ripubblicano I pescigatto
Marco Dotti
Scritti nell’ottobre del 1996, all’indomani della scomparsa di Monique Lange, sua complice e compagna di vita, gli appunti di Juan Goytisolo titolati Hya, Ella, Elle sono un doloroso collage di ricordi in presa diretta, che appaiono ora, a dieci anni di distanza, per le edizioni Fennec di Casablanca, in un’agile, ma raffinata edizione trilingue in arabo, spagnolo e francese. Una scelta non casuale perché, ben più della Parigi delle chiacchiere spese nei bistrot, a fare da sfondo agli incontri felici, ai sogni, alle inevitabili, ma non meno laceranti, incomprensioni di questa bizzarra coppia di amanti fu sempre e soltanto il “crogiuolo estraniante” del Marocco, con le sue lingue, la sua luce e il vento che taglia con rabbia la costa atlantica di Rabat. La “solitudine e l’egoismo” che la scrittura richiede, al pari di quelle incomprensioni, pesano ancora oggi, più di ogni altra cosa, nel dialogo straziante che Goytisolo riattiva con la sua “lei assente”. Nata, nella Parigi dei primi anni Venti, da una famiglia altoborghese che vantava legami di parentela illustri – tra gli altri Henri Bergson e Emmanuel Berl – figlia di un giornalista di cui ha ripercorso la storia e i rapporti in uno dei suoi ultimi lavori titolato Les cahiers déchirés, dopo l’infanzia passata in Indocina Monique Lange iniziò a lavorare come segretaria di redazione presso la casa editrice Gallimard. Fu proprio lì che, nel 1955, conobbe Goytisolo, giovane esiliato dalla Spagna franchista. Ne nacque una passione che, ben presto, li avrebbe portati al matrimonio. Al di là delle circostanze private, il loro incontro fu mediato, e in qualche misura favorito, da un “terzo” incomodo d’eccezione: Jean Genet. Proprio Genet, che era allora tra i migliori amici della Lange, avrebbe in seguito segnato l’esperienza artistica e di vita di Juan Goytisolo, lasciando nella sua opera tracce e ferite la cui eco ancora si fa sentire. Nelle Settimane del giardino – tradotto da Glauco Felici per Einaudi un paio di anni or sono -, libro che attiene alla produzione tarda e più sperimentale dello scrittore catalano, tra le vicende che fanno da sfondo alla ricerca dell’identità perduta del suo alter ego, il poeta omosessuale Eusebio, appaiono, più di una volta l’ombra di Genet e della sua tomba (Genet riposa in Marocco, in un cimitero sconsacrato, nei pressi di Tangeri, città d’adozione di Goytisolo). Infine, Genet riappare, direttamente nel cuore del romanzo, nelle vesti di un insolito marabutto, un uomo toccato dalla grazia, che ai più “appariva degno di ogni commiserazione”. Peccatore e pederasta, se durante la sua vita esibiva ostentatamente in pubblico ogni sorta di infrazione ai codici della legge e della religione, dopo la sua morte, come un santo “toccato dalla luce” e da quella particolare forma di benedizione che si è soliti definire col termine baraka, divenne oggetto di venerazione. “Le donne, allora, andavano sulla sua tomba, per riceverne il dono della fertilità”. Al di là degli aspetti romanzati, la presenza di Genet si rivela inestricabile persino dagli aspetti più intimi della vicenda della coppia; ma, non di meno, con la sua “carica di omosessualità eversiva” (a cui Goytisolo, empiamente, allude parlando di baraka) egli si rivelò in grado di segnare gran parte della sfera privata della vita di entrambi, e di Monique Lange in particolare. Biografa di Cocteau e di Edith Piaf, sceneggiatrice per Rossellini e Vittorio De Seta, scrittrice e militante della sinistra, nel 1959, quattro anni dopo il matrimonio con Goytisolo,Monique Lange diede infatti alle stampe Les poissons-chats, un romanzo breve di diretta ispirazione “genetiana ” in cui viene descritta la sofferta e ambigua educazione sentimentale della giovane Anne. Incapace di mettersi in relazione con compagni che non sanno darle l’unica cosa di cui avrebbe bisogno – “Bernard mi insegnava tutto. Parigi, la pittura, il flamenco, Monteverdi, la danza, gli alberi. M’insegnava tutto, tranne l’amore” – , Anne riceve la propria iniziazione sentimentale da una coppia di omosessuali, i “pescigatto ” che danno il titolo al volume, i quali la introducono nella loro “vita artificiale”, ma sono i soli capaci di strapparla da un’infelicità ricorrente, “con quel loro modo di fare frivolo, spensierato, tenero e con la loro capacità di prendersi in giro”. Apparso da Einaudi nel 1960, e ben presto finito fuori catalogo, I pescigatto viene ora riproposto, nella nuova traduzione di Sara Levi, con una nota di René de Ceccaty, dalle edizioni Cargo (pagine 90, euro 8). Una iniziativa intelligente, non solo come omaggio alla Lange, ma anche per quanto emerge dalla forza diretta del testo: il rapporto straziante, quasi melanconico, di una giovane donna che cerca di prendere coscienza del proprio corpo, e solo in parte vi riesce. Una coscienza di sé che passa, tragicamente, anche per il travaglio di un aborto clandestino resosi necessario dopo la sua prima esperienza, manco a dirlo incauta e frustrante, con un uomo ripugnante e privo di sentimenti. “Cominciò allora per me”, confessa la protagonista, “quell’orribile e affannosa ricerca, che quasi tutte le donne conoscono, di qualcuno disposto a farmi abortire. Non volevo dirlo a nessuno. Cercai nell’elenco telefonico quei nomi di ginecologi che mi sembravano più umani. Fu atroce”. Alla fine, ad aiutarla fu un indifferente ragazzo dagli occhi azzurri. Freddo, silenzioso, non chiese nulla, fissò un appuntamento, “mi addormentò e mi liberò”. Una esperienza descritta anche da Violette Leduc nella Bastarda, libro che andrebbe letto in controluce con quello della Lange, proprio perché capace di rendere a pieno quella particolare dimensione della solitudine che genera “un dolore secco e una infelicità che ti entra nelle ossa”. Anche nel caso della Lange abbiamo a che fare con una donna che, per riprendere le parole con le quali Simone de Beauvoir introduceva La bastarda, “scende in ciò che è più segreto in lei, e si racconta con sincerità inaudita, come se non ci fosse nessuno ad ascoltarla”. Nella foto in alto Jean Genet. Sotto, Juan Goytisolo
Le straniere titolari di imprese rappresentano ormai in Italia il 16% del totale.
Sono presenti soprattutto nel terziario.
Claudia Galimberti
Abitano le nostre case, le vediamo al mercato e in metropolitana, affidiamo loro i nostri figli e i nostri genitori, ma anche comperiamo da loro i nostri vestiti o fiori, mangiamo nei loro ristoranti, le vediamo accompagnare i turisti come guide oppure sulle strade, fonte di pericolose attrazioni: Chi sono le donne immigrate, come si collocano nel nostro immaginario, donne a rischio o coraggiose viaggiatrici? Probabilmente né l’uno né l’altro, sono donne che lavorano e che portano il loro contributo direttamente o indirettamente all’economia del Paese che le ospita.
Quello del lavoro delle donne immigrate è un fenomeno che non è stato studiato adeguatamente ed è ancora sottovalutato. Il recente rapporto Caritas e il libro di Francesca Decimo, Quando emigrano le donne, hanno messo in evidenza dei dati importanti che ci fanno riflettere, non tanto per il numero di donne imprenditrici, quanto per il vissuto che sottende a queste cifre.
Le tappe dell’imprenditoria femminile sono obbligate da licenze, da adempimenti burocratici, da moduli da riempire e file agli sportelli: questo è comune a tutti. Ma quale diverso valore ha un’imprenditoria nata dal lavoro di donne immigrate? Contiene le speranze, la voglia di riscatto, l’impegno di donne che lontane dalla terra di origine lottano per assicurare un benessere alla loro famiglia.
Questo è solo l’inizio: lo studio dei flussi migratori mette in evidenza un’altissima componente femminile nella mobilità geografica e la ragione economica di questi movimenti è chiara. La spinta che porta tante donne ad emigrare è la stessa che incoraggia a trasferire imprese e uffici nella periferia del mondo, la disponibilità di manodopera a basso costo. In un’economia che sempre più tende al terziario saono innumerevoli i lavori da affidare alle donne specialmente quando cresce il tasso di occupazione femminile nei Paesi a economia avanzata.
In Italia sono più degli uomini: tra queste donne ci sono le nuove imprenditrici, generatrici di risorse multiple, affettive, sociali e monetarie. Nel loro ruolo di datrici di lavoro, portano l’esperienza maturata come lavoratrici: Hanno capito i segreti degli italiani, li hanno osservati nelle loro case, in quell’intimità domestica che necessariamente scopre il dietro le quinte; hanno cominciato quasi tutte così, dedicandosi ai servizi familiari.
Poi c’è stato il gran salto, ottenuto con l’intraprendenza propria delle donne, la cocciutaggine, lo spirito di iniziativa. La pratica del microcredito aiuta, ma spesso c’è il risparmio personale e l’appoggio di altri connazionali alla base delle nuove imprese ed è così che la foemia oeconomica anche tra le immigrate comincia il suo cammino verso la produzione.
Nella sola Roma 3.698 donne straniere sono titolari di imprese, ma in tutta italia sono 15.065. Un buon numero che rappresenta il 16% del totale degli imprenditori stranieri, 94.633 al 30 giugno 2005, secondo il rapporto Caritas.
Le donne coinvolte nell’avventura imprenditoriale sono più numerose se consideriamo la partecipazione all’impresa in qualità di socio: Ci troviamo di fronte a 11.688 cariche di socio affidate a donne, il 37% del totale. Le competenze professionali si dirigono verso il terziario, il commercio, i servizi alla persona, il turismo, la ristorazione. Un apporto all’economia del Paese poco conosciuto, eppure il lavoro delle donne immigrate aumenta l’occupazione creando nuovi posti. Si calcola che per ogni impresa al femminile altre due persone trovano lavoro stimando così che le imprenditrici straniere concorrono con circa 30nmila nuove assunzioni.
Le rimesse che trasferiscono, circa 3 miliardi di euro nel 2004, aiutano l’economia dei Paesi di origine, ne potenziano lo sviluppo e proteggono le famiglie dalla povertà incombente. Al tempo stesso la quota che investono in Italia è alta, più del sessanta per cento dei loro guadagni, e contribuiscono ad oliare il meccanismo della nostra economia.
A queste donne coraggiose è affidato il futuro multiculturale che ci aspetta: come in un viaggio che non prevede distanze geografiche, ma solo sociali e culturali, vediamo cambiare gli spazi ai quali siamo abituati e che diventano familiari per qualcun altro.
È la nostra mappa mentale a uscirne confusa eppure sarà attraverso la foemina oeconomica migrante e il suo atteggiamento educativo verso i figli, la sua capacità di contemperare il vissuto precedente con l’attuale, che si ristrutturerà la futura composizione sociale della nostra popolazione.
Lettura segnalata Francesca Decimo, Quando emigrano le donne, il Mulino, Bologna 2005, Pag: 248 Euro 18,50
Un gruppo di European jews for a just peace è andato a vedere il villaggio della Cisgiordania spaccato in due dal Muro
Bi’lin è un villaggio agricolo, a cui la “barriera di separazione” confisca metà del terreno coltivato. Il motivo ufficiale addotto dalle autorità israeliane è che la “barriera” viene costruita per motivi di sicurezza, ma il movente reale è quello di impadronirsi di terra per la colonia ebraica ortodossa di Modi’in Illit. Gli abitanti del villaggio lottano da diversi mesi in modo non violento, e Ejjp (European Jews for a Just Peace), una confederazione di gruppi ebraici di 10 paesi europei, ha deciso di dimostrare loro solidarietà.
E’ così che, la mattina del 16, siamo partiti in aereo per Tel Aviv, per tenere la nostra riunione del comitato esecutivo nel municipio di Bi’lin. Ma le cose non sono andate lisce. All’aeroporto Ben Gurion, il nostro segretario, Dan Judelson, è stato fermato ed interrogato per 5 ore, per aver dichiarato di far parte di un gruppo ebraico per la pace, che intendeva parlare con ebrei e palestinesi. L’agente gli ha chiesto: “Perché un buon ebreo vuole parlare con palestinesi?”. Così pure è stata fermata per 5 ore l’anziana Paula Abrahams, il cui “reato” è l’aver sposato un palestinese. Peggior sorte ha avuto Houria, figlia di madre ebrea e moglie di un ebreo (il cui cognome è riportato sul passaporto), per il fatto di avere padre musulmano e nome arabo (Houria in arabo significa libertà): è stata trattenuta all’aeroporto per 10 ore e interrogata per 9, da 7 agenti diversi. Per liberarli hanno dovuto intervenire un avvocato e la bravissima giornalista israeliana Amira Hass.
A Bi’lin abbiamo manifestato con gli abitanti contro il Muro (Dror Feiler, il presidente di Ejjp, ha suonato il sassofono davanti ai soldati in assetto di guerra, che non sapevano bene come reagire a tale insolito comportamento). Il giorno dopo ci siamo uniti al migliaio di israeliani che è andato a piantare ulivi nelle zone in cui erano stati divelti dai coloni. I palestinesi erano felici della nostra dimostrazione di solidarietà, benché almeno in una zona questi siano stati dopo pochi minuti divelti dai coloni medesimi.
Siamo transitati diverse volte, a piedi e in auto, dall’orrido posto di blocco al Muro di Qalandya: due alti muri concentrici, interrotti da torrette, e in cima ai quali c’è il filo spinato: l’unico commento possibile è che ai costruttori del Muro manca ogni memoria storica di quel che hanno subito gli ebrei in Europa, poco più di 60 anni or sono. Si passa in corridoi senza contatto con i soldati, che impongono ordini dagli altoparlanti; sbarre parallele rotanti permettono loro di fermare il transito dei pedoni ogni qual volta lo desiderano. “Come galline in un pollaio”, ha commentato una di noi, che si è trovata bloccata. E Houria, a cui all’aeroporto non era stato apposto il timbro di ingresso sul passaporto, è stata di nuovo fermata dai soldati: mancando il timbro, a Gerusalemme Est, che Israele ha annesso, è “illegale”. Ma non vi è controllo routinario delle borse, né delle auto: che i controlli siano “per la sicurezza”, come sostengono gli israeliani, lascia per cui alquanto a dubitare.
All’università palestinese di Al Quds i dipendenti sono in sciopero bianco da tre settimane, in quanto non sono pagati da due mesi; la situazione sul versante “paghe” è la stessa all’ospedale Makassed, a Gerusalemme Est (che ora i pazienti trovano difficile raggiungere: Gerusalemme Est è separata dal resto della Cisgiordania dal Muro, e i palestinesi che non hanno la carta blu dei residenti a Gerusalemme devono chiedere ogni volta un permesso della durata di 24 ore allo Shabak, la polizia israeliana, per poter passare). Abbiamo visto la miseria in cui vivono i palestinesi cisgiordani (e nella Striscia di Gaza la situazione è ancora peggiore) – questo ancora prima che si manifestino le conseguenze della confisca degli introiti doganali e dell’Iva palestinesi, voluta dal governo israeliano per punire gli abitanti del voto a Hamas.
Dopo decenni di occupazione israeliana, le strade in Cisgiordania sono in condizioni pessime, ciò che non può che rallentare l’economia. Le confische di terra e di acqua, aggravate dalla distruzione degli olivi, impedisce l’attività agricola, e le centinaia di posti di blocco (all’interno della Cisgiordania medesima, onde difendere le colonie e le strade che le collegano) impediscono a chiunque di recarsi al lavoro, se questo non è prossimo all’abitazione; la conseguenza è la fame.
Nel campo profughi di Jenin, Dror e Jonathan Stanczak hanno inaugurato il Teatro della Libertà, ispirato al teatro di “Arna’s Children”, distrutto nell’invasione israeliana di Jenin nel 2002. Altri di noi hanno partecipato alla conferenza sui metodi non violenti di lotta, tenuta a Bi’lin il 20 e il 21; fra i temi trattati, c’è stato quello di come opporsi alla costruzione di linee tranviarie da Gerusalemme Ovest alle colonie (per la prima delle quali, Pisgat Zeev, si progetta una connessione in atto già fra due anni): è un sistema per consolidare l’annessione di terre palestinesi, rendendo così la nascita di uno stato di Palestina sempre più improbabile (se con il termine “Stato” non si vogliono indicare bantustans disconnessi fra di loro dalle colonie e dalle strade che le collegano).
Abbiamo avuto modo di incontrare diversi gruppi israeliani che, in modi diversi, combattono l’occupazione: i giovanissimi anarchici, Ta’ayush, i Rabbini per i diritti umani, l’Alternative Information Center (l’unica organizzazione in cui israeliani e palestinesi sono allo stesso livello, condiretta da Michel Warschawski e Majed Nassar), l’Icahad (International Committee against House Demolitions), Machsom Watch (le donne che ai posti di blocco cercano di ridurre la violenza dei soldati), Bat Shalom, l’Arcobaleno democratico mizrahi (degli ebrei di origine africana, discriminati da decenni nello Stato di Israele). Alla conferenza a Bi’lin ci è stato riferito che la grande maggioranza dei partecipanti erano ebrei, come pure che sono ebrei la maggior parte degli aderenti allo Ism, l’International Solidarity Movement. Questo fa ben sperare per il futuro, benché attualmente la stupefazione di noi tutti sia che, in queste condizioni, la maggioranza dei palestinesi riesca a sopravvivere senza emigrare. Un’opzione apertamente auspicata in Israele dal partito di destra Moledet, ma portata avanti da tutti i partiti al governo.
* Ebrei per una pace giusta a Bi’lin
Voci migranti, 2006, n. 3-4 (71-72)
NOTA EDITORIALE, di Paola Bono e Federica Giardini
MATERIA
Politiche dell’incontro, di Maria Vittoria Tessitore e Monica Luongo
La guerra dei migranti, di Aminata Dramane Traoré
Letteratura della migrazione tra arte e testimonianza, di Lidia Curti
Lingua Madre
Racconti di donne straniere in Italia, di Ferdinanda Vigliani
Le donne si raccontano, di Daniela Finocchi
Concorso 2006: i racconti selezionati e le autrici
Migrazione come utopia, di Raffaella Fiori
Il treno delle meraviglie, di Tina Hajon
POLIEDRA
Scritture dell’alterità, di Nadia Setti
Figurazioni del “noi”, di Liliana Maina
SELECTA
Recensioni, di Curti
Abstracts
Le autrici
Ringrazio dell’invito che mi è stato rivolto da Remina Cossu per la Cgil e per lo Spi Cgil e per il taglio di apertura che caratterizza questa iniziativa.
Non è la prima volta che vengo a Sondrio: sono legata a questa città da molti anni per via di relazioni nate nell’ambito della Politica delle donne, in particolare con Marina Salacrist e Anna Fistolera, ma anche altre e vengo spesso per lavoro sindacale.
Seguo la realtà produttiva della Levissima, le molteplici situazioni, anche travagliate che l’attraversano e partecipo alle riunioni dei Direttivi provinciali della Flai di Sondrio, ambiente vivace ed accogliente.
Ho ascoltato la riflessione proposta da Remina e di cui l’invito a questa iniziativa offriva alcuni spunti.
Condivido quanto affermato che trovo dia bene l’idea di quanto sia risultata improponibile, inaccettabile, anacronistica se non offensiva dell’umanità femminile la colpevolizzazione delle donne attraverso l’attacco alla 194, trent’anni dopo la sua approvazione e 25 anni dopo il Referendum che ne ha impedito l’abrogazione.
Questo attacco però non è stato imprevisto.
Certo mi ha indignato e per questo ho colto favorevolmente la mossa di Susanna Camusso e Assunta Sarlo.
Sarlo ha mandato una mail, della serie facciamo qualcosa, e Susanna Camusso, fra le prime, l’ha raccolta.
E’ stata una mossa che ha dato la possibilità all’indignazione diffusa di potersi esprimere in iniziativa politica: molti incontri e lavoro di confronto fino alla grande manifestazione, quella del 14 Gennaio a Milano alla quale è seguita quella del 11 Febbraio a Napoli.
Iniziative che per me, più che un”usciamo dal silenzio”, hanno significato dire “adesso basta!”
Molte di noi conoscono, nella vita concreta, la situazione in cui, ad un certo punto, dopo aver portato molta pazienza, una donna dice” adesso basta!”
E lo dice, indignata del fatto che nella pesantezza, nell’inaccettabilità di quanto sta accadendo, nell’ingiustizia che sente consumarsi intorno a lei, nessuno se non lei, si trova nella condizione di dire “adesso basta!”
E questa esclamazione, che nasce da una modalità precisa di rapporto con quello che accade, crea una sospensione, un cambio del verso delle cose, uno spazio in cui si afferma sé stesse, ma anche la possibilità di esprimersi per altre e altri.
Gli slogan che hanno attraversato il corteo di Milano, ma anche di Napoli, testimoniano di questo spazio di libertà.
· SIAMO USCITE DAL SILENZIO
· NON CI PROVATE, LE STREGHE SON TORNATE
· RUINI METTI GIU’ GLI ZAMPINI
· RUINI BASTA
· MA QUALE FAMIGLIA, MA QUALE MINISTERO, VOI CI SFRUTTATE CON IL LAVORO NERO
· LIBERI E LIBERE DI SCEGLIERE
· IL PAPA AD AVIGNONE
· L’UNICA LEGGE E’ IL DESIDERIO
· ATTENTI, LE DONNE VOTANO DI PANCIA
· IL DIRITTO D’ABORTO NON SI TOCCA
· MAI STATE ZITTE
· SEXYSHOC
· LA PRECARIETA’E’ IL CONTRACCETTIVO DEL FUTURO
· COME E QUANDO ESSERE MADRE LO VOGLIO DECIDERE IO
· ABBASSO IL PAPA RE
· MAMMA PER SCELTA
· AMO CHI MI PIACE, LIBERA DI PROCREARE, SENZA CASINI LA MIA VITA, VOGLIO INVENTARE
· STOP ALLE MOLESTIE CLERICALI
· DIFENDERE LA 194
· SIAMO GIA’ CONSAPEVOLI
· VOGLIAMO LA PAPESSA
· VI FAREMO PAGARE L’ICI
· LIBERA- MENTE
· NON USATE LA MATERNITA’ CONTRO LE DONNE
· E DOPO TRENT’ANNI MI TOCCA TORNARE IN PIAZZA
· LA 194 NON SI TOCCA
· LE LIBERTA’ NON SI CONCEDONO, SI PRENDONO
· SE NASCE UN BAMBINO NON L’HA VOLUTO DIO, L’HO VOLUTO IO
· MENO-PAUSA, PIU’ MOVIMENTO
· LIBERE VOI, LIBERI NOI
· TREMATE, TREMATE LE STREGHE SON TORNATE, CON LE FIGLIE E LE NIPOTI NON AVRETE I NOSTRI VOTI
· IO SONO MIA
· AUTODETERMINATE@ESSERE LIBERE@,SE,QUANDO,COME, CON CHI VOGLIAMO, SOGGETTI! NON OGGETTI
· 194PAROLEPERLALIBERTA’
Sono queste parle, alcune delle tante che hanno animato le manifestazioni. Dai giornali, il giorno dopo quella di Milano, abbiamo letto che la manifestazione era stata “silenziosa”. Probabilmente questo giudizio nasce dal paragone con cortei più rivendicativi, e chi l’ha espresso non ha considerato le modalità con cui si è dato il lungo percorso di affermazione della libertà femminile: una rivoluzione pacifica e “sotterranea”, forse la più grande dell’era moderna, che trova riconoscimento nella percezione diffusa, ma non ancora del tutto colta nella sua originalità e portata di modificazione.
Ora nel verso cambiato delle cose, occorre continuare ragionare
Dicevo prima che questo attacco non era imprevedibile.
La Legge 40, sulla procreazione assistita, in un certo modo lo aveva anticipato.
L’inscrizione nella legislazione italiana della soggettività giuridica dell’embrione, prevalente alla stessa soggettività giuridica riconosciuta ad una donna, il cui interesse soccombe in caso di conflitto con quello dell’embrione, oltre che essere uno stravolgimento del nostro sistema legislativo, fin dai sui principi fondamentali, quelli sanciti dalla Costituzione, ha dato l’avvio alla recente campagna di riduzione dell’umanità femminile, alla colpevolizzazione delle donne per via dell’aborto.
Una campagna che vuole le donne ridotte a soggetto minore, non sovrano sul piano della legge, al massimo oggetto di accompagnamento ed assistenza da parte dello Stato e della Chiesa, a condizione che si facciano contenitore e veicolo per una nuova vita, ad ogni costo.
Ricordo la considerazione del cardinale Ruini al Forum del Progetto Culturale della CEI, 2 Dicembre scorso: la legge 40, disse il cardinale, ha segnato uno “spartiacque importante, visto che ha rappresentato un forte motivo di impegno, di unità fra cattolici italiani” e soprattutto “di incontro e convergenza con significativi rappresentanti della cultura laica”
E la convergenza a partire dal potere ecclesiastico, dai livelli istituzionali e dai mass-media, ha messo sul banco degli imputati le donne.
Cattolici e laici, per lo più uomini, che in questo modo, attraverso la legge ed il dibattito che hanno offerto in questo ultimo periodo, spesso tollerato se non alimentato anche da donne, hanno svelato che cosa pensano dell’umanità femminile e del rapporto fra uomini e donne.
Nella consapevolezza di quanto stava accadendo, un gruppo di giuriste aveva proposto di combattere la Legge 40 attraverso l’impugnazione della stessa. Proponevano la strada dell’ eccezione di costituzionalità per la forte violazione in essa contenuta del principio di uguaglianza fra i sessi, sancito dalla Costituzione Italiana.
Per quanto mi riguarda ho raccolto e rilanciato la loro indicazione convinta della necessità di non scivolare in un dibattito che riducesse al sì e al no, o, in qualche modo, interferisse pesantemente su materie delicate come quelle che riguardano la scelta di ricorso alla maternità assistita, sulle quali occorreva sì aprire una riflessione, ma ampia e rispettosa.
Oltretutto questa posizione mostrava di tenere in considerazione la caduta del referendum come strumento capace di favorire la partecipazione alle scelte democratiche nel nostro Paese.
Sono rimaste inascoltate, ha prevalso nell’assenza di uno scambio diffuso con le realtà politiche che le donne si inventano e si riconoscono, con il loro punto di vista, il ricorso al Referendum.
Oggi sappiamo l’esito. Certo le motivazioni ed i comportamenti che l’hanno determinato, sono molteplici, ma non smentiscono quella che il Cardinale Ruini riconosce come convergenza.
Non ho condiviso la scelta del Referendum, ma una volta indetto mi sono adoperata per la sua riuscita, per l’abrogazione delle parti più offensive di quella Legge.
Adesso, a distanza, si tratta anche di aprire all’autocritica o, nella migliore tradizione delle pratiche inventate dalla Politica delle donne, di interrogare l’esperienza per trarne insegnamento.
Quanto accaduto dice di quanto resti da fare per affermare una pacifica e civile convivenza, fra esseri umani differenti ma capaci di innescare dinamiche virtuose attraverso relazioni libere e rispettose.
Oggi, mentre si apre il referendum contro quella che viene chiamata “riforma della Costituzione” ed invece, altro non è che lo stravolgimento nell’equilibrio dell’insieme di garanzie pensate per mantenere in equilibrio il sistema dei poteri democratici, prodotto dalla prepotenza e dall’ingordigia di alcuni esponenti che occupano in maniera indegna i luoghi più importanti del sistema istituzionale, questa questione dell’iscrizione della soggettività giuridica dell’embrione va tenuta presente.
La vita comincia dal sì di una donna.
Non sono in questione convinzioni diverse circa l’origine della vita, ma il livello di civiltà raggiunto nel rapporto fra uomini e donne espresso dalla Legge.
La riduzione femminile sul piano della legge, espressione degli uomini che l’hanno approvata, è inaccettabile.
Sappiamo dell’atteggiamento di tutela nei confronti delle donne contenuto nel sistema legislativo, la stessa Costituzione ne offre un esempio. E’ un atteggiamento figlio di tempi in cui prevaleva lo stato di oppressione nei confronti delle donne, a cui ha fatto seguito, sul piano della legge, in tempi più recenti, quello teso ad affermare la parità fra uomini e donne.
La libertà femminile, nell’insieme delle leggi, trapela qua e là, più come uno specifico delle donne che la legge sa affrontare solo ” a parte”.
La libertà femminile si esprime nella distanza fra l’umanità che siamo, i desideri e i bisogni che ci muovono e l’orizzonte della Legge. Questa, espressione di Parlamenti fortemente segnati dalla presenza maschile, risente della interpretazione e della traduzione che gli uomini fanno dei desideri e dei bisogni femminili.
Non escludo che le cose possano cambiare. Oggi ci sono donne che aspirano ad assumere, non il potere, ma la responsabilità a quel livello come nell’amministrazione della città, nelle istituzioni, ovunque si tratti di concorrere a determinare il livello di convivenza fra uomini e donne.
Trovo che sia legittimo e che sia un aspetto della realtà sotto i nostri occhi.
Quello che io sottolineo e che invito a non sottovalutare è la forza che la Legge ha nella sua capacità di orientare i comportamenti; il suo funzionamento sul piano simbolico. Sappiamo, e non perché lo dico io, molta è la ricerca e l’elaborazione femminile oggi a disposizione, che la Legge è una invenzione maschile, un dispositivo inventato dagli uomini per regolare i propri comportamenti.
Certo la legge, si è visto nella storia, nella sua migliore volontà non è stata e non è indifferente alle istanze femminili, ma le ha raccolte nella disponibilità e nella capacità di traduzione degli uomini che hanno legiferato.
La stessa 194 fu il risultato avanzato di un compromesso fra i partiti più determinanti sul piano politico di allora, il PCI e la DC.
Non fu esattamente l’espressione della richiesta delle donne: ricordo il dibattito che aveva animato la realtà del femminismo di allora e sull’onda del quale si era misurata la spinta alla Legge.
Per quanto mi riguarda ero d’accordo, in sintonia con la contraddizione viva, ben espressa da uno slogan coniato dal femminismo: “vogliamo l’aborto, ma non vogliamo abortire”, con la richiesta di depenalizzazione dell’aborto allora considerato reato.
E non sulla rivendicazione del “diritto di abortire”, espressione che ancora oggi , nell’ascoltarla, mi fa rabbrividire.
La discussione fra le donne, le diverse posizioni, trovavano un punto di incontro che metteva d’accordo tutte sul fatto che occorresse avere accesso alla Sanità Pubblica.
Oggi la 194, chiarito che non è una legge abortiva, resta una buona legge, non solo perché riconosce alle donne il principio autodeterminazione in fatto di maternità, ma anche perché rappresenta uno spartiacque alla volontà di non tornare indietro.
Come dire che in tempi di libertà femminile, senza il consenso delle donne, indietro non si torna.
Certo permangono riflessioni che la legge non ha certo tacitato, del resto differente è lo stesso rapporto di uomini e donne con la Legge e non solo per via del percorso storico in cui si è andato definendo l’impianto legislativo attuale, o per il fatto di Parlamenti a prevalenza maschile, ma anche per via della ” qualità” di questo rapporto.
Quello che ci è dato di capire, e in maniera sbrigativa, è che l’esperienza maschile si rivolge al dettato legislativo per orientarsi, mentre una donna non si affida completamente alla legge, ma si lascia orientare dal proprio senso del giusto.
Qui trova la spinta alla propria ricerca di soluzioni, di risposte, di indicazioni su come comportarsi. In questo modo mostra una modalità che per lo più viene letta come una sorta di maggiore concretezza femminile nell’affrontare le situazioni.
Come dire che la legge viene in seconda battuta.
Davanti ad un ostacolo o, in generale, a quanto succede, una donna fa leva sulla propria capacità di comprensione e si mette in gioco per trovare la soluzione, al contrario di un uomo che sembra, rivolgersi nell’immediato di quel che accade a dispositivi esterni, già pensati, come leggi, regole o quant’altro.
E’ una asimmetria di comportamento, viva, che dice di esperienze differenti nel rapporto con Leggi e Regolamenti.
Detto in altri termini: se l’uguaglianza è una pretesa che vale sul piano del diritto, nella realtà dei comportamenti le esperienze restano differenti.
Riformulando in modo da stare molto vicina a quello che mi capita di sentire ed osservare, le donne non vogliono essere considerate meno degli uomini; in fatto di dispositivi di legge non vogliono strade precluse alle opportunità, a diritti in essi previsti, per il fatto di essere donne, ma non vogliono le stesse cose che vogliono gli uomini.
C’è una originalità del desiderio femminile, del bisogno dell’umanità femminile che si esprime nella vita personale, sociale e politica.
E per quanto si incontri adattamento femminile, molto conformismo diffuso, questa originalità trapela ed è segno di una differenza non riducibile.
Questa irriducibilità è spesso letta nei diversi ambiti sociali e politici fortemente segnati dalla presenza maschile come una stonatura, “un non essere all’altezza”. In questa maniera pensieri e comportamenti femminili, rimanendo come unico termine di paragone quelli maschili nella loro pretesa universalità, sono oggetto di continua riduzione, fonte di sofferenza e motivo di indignazione per donne, ma anche per uomini mossi dalle migliori intenzioni nel condividere con donne spazi ed iniziative.
Di questa irriducibilità si fa continua esperienza nel rapporto fra uomini e donne, ma se non si porta al livello della comprensione può generare diffidenza ed essere motivo di una china rovinosa nei rapporti se non elemento scatenante di conflitti distruttivi. E all’origine di molta paura.
L’attacco alla Legge 194 è l’attacco alla libertà femminile, per tutto quello che resta di incompreso, per tutto quello che non sarà mai più come prima, per tutto quello che non permette.
Credo sia questo il punto in cui siamo.
Non voglio dire che non c’è più sofferenza femminile nel mondo, troppa ne resta, ma che dall’oppressione che hanno conosciuto molte delle nostre nonne alla libertà delle figlie, alla libertà che respiriamo, ci troviamo oggi in un gioco inedito, che ci chiede di portarci al livello delle novità che si presentano per via della guadagnata libertà femminile.
Non si tratta di una pura difesa della Legge 194.
Del resto, se penso alla mia vita, non ho fatto tutte le fatiche che ho fatto perché la Legge mi desse esistenza, ma per essere libera.
Le leggi sono costruzioni e in quanto tali sempre migliorabili, a condizione che rispettino il livello di civiltà a cui siamo arrivati in fatto di rapporti fra uomini e donne. Questo chiede che siano ricercate nella più larga condivisione possibile per sostenere l’umanità, donne e uomini, che siamo in scelte libere e consapevoli e non per prescrivere comportamenti.
La Costituzione risente in qualche modo del sentimento d’amore per l’ umanità affamata e sofferente, per il Paese distrutto, dopo anni di guerra, provato da molti di coloro che si sono adoperati in fase di formulazione e approvazione e che la rende attuale e cara, qui,a coloro che vogliono combattere per salvarne l’integrità di fondo.
La sua “riforma” viene vissuta, anche per questo motivo, come una violazione; colpisce che la riduzione dell’umanità femminile prodotta nei suoi principi fondamentali, dalla Legge 40 non si sia posta negli stessi termini.
In conclusione, dopo aver detto “adesso basta”, cosa resta da fare?
Per rispondere richiamo la considerazione di Ilaria e le altre, le giovani donne precarie di Milano intervistate da Manuela Cartosio (Il Manifesto) sul cosa fare dopo la Manifestazione: “Non ci siamo promesse niente”! Questo hanno detto.
Sono d’accordo nel senso che non si tratta di porci degli obiettivi, ma di continuare a fare le cose che stiamo facendo nel contesto in cui siamo, quelle che contano nella propria vita, nella consapevolezza che tutto quello che facciamo e che mettiamo al mondo va continuamente verificato nello scambio.
Si tratta di smetterla di indaffararsi nel fare ordine nei luoghi dove siamo, nel sociale e nella politica.
La libertà femminile è al mondo.
Vantiamo relazioni, sapere, spazi, tutto quello che serve per autorizzarci ognuna, ognuno, non a fare da sé e per sé, ma a partire da quello che ci muove in termini di desideri e bisogni per andare verso altre ed altri, per cercare, inventare, creare situazioni e dispositivi, con generosità, costruendo ponti e non muri e avendo a cuore l’umanità che siamo.
Per amore di noi stesse e per le madri che ci hanno messo al mondo. Per i padri che ci hanno amato.
E se è vero, così come io penso, quello che scrive Clara Jurdans sul numero 76 di Via dogana, Marzo 2006, a proposito di libertà femminile, che si tratta di una libertà “altruistica”, un’esperienza relazionale e non un bagaglio individuale come suggerisce il liberismo imperante, il nuovo gioco che si prefigura non sarà tutto facile e pacifico, anzi chiederà di continuare a lottare.
Il risultato della ricerca della Organizzazione Internazionale del Lavoro di cui dà conto questo articolo, riprendendo la copertina di Newsweek di due settimane fa, non è nuovo: in Italia, le donne manager sono poche, appena il 18% del totale, contro il 45% rilevato negli USA.
Quali le ragioni di questa differenza ?
La ricerca, a quanto consta da questo articolo, sembra fare di tutte le erbe un fascio, ed è questa la cosa per noi inaccettabile, mettendo insieme peculiarità europee da mantenere (molte) e spunti americani da – forse e in parte – imitare.
E’ vero che in Italia manca la possibilità di scegliere orari flessibili e che la produttività è ancora troppo spesso legata alle ore trascorse in ufficio e tutto questo è evidentemente da cambiare.
Ma non crediamo di dover imitare le americane riguardo alla legislazione che prevede un brevissimo periodo di assenza dal lavoro in concomitanza del parto e che il part time debba NECESSARIAMENTE ostacolare la carriera.
Forse, imitando le americane, aumenterebbe un po’ il numero delle donne italiane di potere, ma non siamo sicure (anzi, pensiamo di no) che aumenterebbero libertà e felicità delle donne.
Perché non proviamo a percorrere altre strade e, ad esempio, a porci l’obiettivo di un part time che non necessariamente ci porti a posti di potere, ma che neanche significhi l’abbandono dei nostri desideri di realizzazione nel lavoro ?
La redazione.
Paola Coppola
“Newsweek”: svantaggiate rispetto alle americane, la parità resta un mito
Pur costituendo il 57 per cento della forza lavoro le europee sono escluse dai posti di comando.
La Work Foundation britannica: “Quando si sceglie chi lavora bene in base alle ore passate in ufficio, le femmine sono svantaggiate”
Anche le politiche di protezione della maternità penalizzano: i periodi trascorsi a casa stroncano i percorsi lavorativi
PAOLA COPPOLA
Care europee, se sarete fortunate avrete un lavoro, ma scordatevi di fare carriera. La stanza dei bottoni è chiusa per le donne e al di qua dell´Atlantico la parità tra i sessi resta solo un mito nelle aziende.
Se si va a toccare con mano la realtà del mondo del lavoro, i paesi europei sono un “luogo triste” per le donne che vogliono scalare i vertici. La carriera è un sogno o un´ambizione da accantonare per chi decide di avere dei figli. Le pari opportunità non esistono, o meglio esistono a parole, come argomento da discutere nelle aule dei Parlamenti o in testi di legge che contano pochi mesi di vita. Se qualcosa sta cambiando, la strada da fare è ancora lunga. Così ci vede l´America, riferisce Newsweek che questa settimana dedica la copertina della sua edizione internazionale alle donne e al mondo del lavoro in Europa, confrontandolo con gli Stati Uniti. Il settimanale pone una domanda da telequiz, che non ammette una terza scelta: “Qual è il posto migliore per le donne che aspirano a comandare?”. A: gli Stati Uniti (Risposta giusta). B: l´Europa (Riprova, sarai più fortunato).
I dati su cui si basa l´inchiesta sono quelli dello studio pubblicato dall´Ilo (International Labour Organization) che dice che negli Stati Uniti le donne nei posti di potere sono il 45%, in Gran Bretagna sono il 33%, in Francia il 30% e persino in Svezia, considerata un modello di parità, solo il 29%. In Italia le donne manager sono proprio poche, appena il 18%.
Se questo accade, non è perché le europee stiano di più a casa: come forza lavoro pesano quasi quanto le americane (57% contro 65%). Né perché sono meno preparate degli uomini: nella maggior parte dei paesi hanno gli stessi titoli di studio.
Il problema vero – dice Newsweek – è che l´Europa non sa sfruttare il potenziale delle “sue” donne: queste possono avere un lavoro, ma poi non crescono. Il “tappo” del sistema-Europa confina molte donne nel settore pubblico o in impieghi collegati al governo. Poche di loro si distinguono invece nel settore privato, quello più competitivo e dove gli stipendi sono più alti.
Perché? Diverse le ragioni citate dal settimanale. E tra queste ci potrebbero essere proprio le politiche pensate per aiutare le donne che vogliono conciliare lavoro e maternità. Diversi studi dell´Ilo e l´Ocse (l´Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) mostrano che lunghi periodi a casa possono stroncare la carriera di una donna che lavora in un´azienda, spesso definitivamente. “Essere una potenziale madre è un ostacolo per le donne in alcuni tipi di lavoro”, dice Manuela Tomei, sociologa all´Ilo.
Anche il part-time, che alcune scelgono per conciliare gli impegni familiari, non aiuta la carriera. In alcuni paesi europei poi il sistema fiscale premia le famiglie dove le donne non lavorano; in altri gli scarsi o troppo onerosi servizi per l´infanzia non danno alternative alle donne.
Uno dei fattori più penalizzanti poi è che la vita al femminile, a meno di grossi sacrifici, non va d´accordo con la cultura gerarchica che domina molte aziende europee. Mancano poi le possibilità di scegliere orari flessibili: solo una donna su cinque in Europa lo riesce a fare, contro il 30% negli Usa. Il lavoro da casa è molto meno diffuso che in America, perché molte meno aziende hanno investito in nuove tecnologie. E poi c´è la mentalità accettata da molte imprese, per cui la produttività è legata alle ore trascorse in ufficio. Così, come spiega Alexandra Jones, direttore associato della Work Foundation britannica: “Quando i capi scelgono chi lavora bene in base al numero di ore passate alla propria scrivania, le donne sono svantaggiate”.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera che pone all’attenzione del dibattito un tema che, a nostro avviso, sta diventando sempre più bollente e cioè quello della mancanza (o scarsità) di offerta da parte delle imprese di un part time di qualità a fronte di una crescente richiesta delle donne che non ci stanno all’aut-aut lavoro/famiglia.
Occorre non arrendersi, perché più che mai sul tema della conciliazione è in gioco un pezzo importante di libertà femminile.
La redazione del sito
Buongiorno,
ricevo con interesse la vs. newsletter e vorrei segnalare il tema del
ritorno al lavoro negato alle donne che hanno osato uscire dal meccanismo obsoleto
e triturafamiglie del lavoro a tempo pieno.
Sono laureata e specializzata e ho lavorato per più di 10 anni come
traduttrice, interprete, copy writer e guida, da quando sono alla ricerca di un posto
part time, avendo fatto la scelta di occuparmi di mia figlia e di completare
un’ulteriore specializzazione, come offerte vedo ildeserto, osei
sfruttabile o sei fuori.
In Italia fatta la legge sul part time trovato l’inganno: le aziende o ti
richiedono un’anzianità assurda tipo 10 anni in azienda per “concedertelo”
oppure come ho sentito da altre ti propongono orari per te inutili e
impraticabili tipo il pomeriggio quando è noto che una madre è libera la
mattina e fino alle 15 circa a seconda della logistica ritiro-scuola.
Insomma dobbiamo cogliere il momento di riscossa delle donne e di voglia di
cambiamento di questa situazione stagnante in cui i ricchi si arricchiscono e i
medi e poveri s’impoveriscono, per rilanciare potentemente il dibattito
sulla necessità di aprire il mercato dellavoroalle madri: quante famiglie si possono
permettere un soloreddito? Quante donne hanno una formazione alta e completa e sono costrette e rimanere al palo? Quale messaggio si passa alle nostre figlie?
Come nell’800 studi se sei ricca, x trovarti il marito, lavori un po’ tanto x
gradire, poiti sposi e dimentichi tutto?
Grazie per l’attenzione che spero vorrete dare alla questione.
Paola Testoni
da Liberazione
“In che modo elaborare un rifiuto della guerra non neutro ma sessuato, cioè segnato dalla complessità di approcci con cui la soggettività femminile e l’esperienza femminile del mondo si sono espresse e si esprimono sulla guerra?”.
E’, questo, l’interrogativo che ha orientato il percorso di ricerca delle dieci autrici – e un autore – del testo La guerra non ci dà pace. Donne e guerre contemporanee, curato da Carla Colombelli (edizioni Seb 27, pp. 240, euro 12,50).
Un interrogativo che non è più possibile eludere, nel momento in cui, accanto all’immagine della donna estranea alla guerra, assente dai combattimenti, madre-moglie-sorella-figlia-vittima da proteggere, si stagliano quelle – non certo nuove, ma rese più visibili dai media – delle donne in armi, soldate, terroriste, kamikaze. Rappresentazioni, le une e le altre, stereotipate, che rendono difficile leggere la realtà complessa della presenza-assenza delle donne negli scenari bellici, non riducibile all’estraneità. Non solo: le nuove, diverse modalità con cui la guerra viene combattuta, facendo venir meno la linea del fronte e la divisione tra combattenti e non combattenti, coinvolgono la popolazione civile, costituita, oltre che da anziani e bambini, dalle donne, appunto. E le donne, i loro diritti, la loro libertà, sono diventati pretesto, giustificazione ideologica per alcune delle guerre
più recenti, prima fra tutte quella in Afghanistan. E’ indispensabile decostruire i ruoli e gli stereotipi, giocati sull’ambiguità tra estraneità e partecipazione, che alle donne sono stati attribuiti e che, più o meno consapevolmente, esse hanno ricoperto, per far emergere la molteplicità delle loro posizioni, ma, soprattutto, per restituire autorevolezza alle loro parole sulla pace, spesso non udibili e relegate nella sfera dell’impolitico dai discorsi dominanti.
Carla Colombelli, con le autrici e l’autore che hanno collaborato al progetto, individua un importante nodo problematico nella strutturazione e colonizzazione dell’immaginario individuale e collettivo da parte della guerra: essa, che lo vogliamo o meno, entra prepotentemente nella nostra realtà quotidiana, informando di sé valori, ruoli, comportamenti, sentimenti, forme del vivere sociale e dell’agire politico. E’ importante che i discorsi sulla guerra, articolati secondo il punto di vista dei due generi, entrino nelle aule scolastiche.
E che rendano evidente la messa in ombra della presenza femminile nella storia.
E’ un’ottica che va oltre l’egemonia maschile nel campo dei saperi – come della politica – e si apre al riconoscimento dell’Altro, delle differenze, della molteplicità. “C’è un filo di autorità femminile – è una frase di Luisa Muraro, citata nel libro – che percorre la storia politica dell’occidente.
Intendo: autorità di donne dotate di indipendenza simbolica dal sistema del potere. Questo filo corre dall’antichità fino ai nostri giorni”.
La ricca bibliografia curata da Luisa Peisino costituisce, certamente, una parte molto importante di questo lavoro: è posta, contrariamente alle consuetudini, all’inizio del testo, e incita immediatamente il lettore e la lettrice ad approfondire l’argomento. Cristina Giudice indica l’esistenza di uno sguardo femminile sulla guerra molto particolare: quello di artiste che si sono interrogate sui conflitti contemporanei. L’autrice utilizza categorie proprie del pensiero femminista, che consentono di mettere in luce, nelle opere presentate, la pratica del “partire da sé”, l’attenzione
per le differenze di genere e per gli stereotipi con cui queste vengono irrigidite e, soprattutto, per i corpi sessuati, per il loro utilizzo, sfruttamento e strazio nella materialità della guerra e nella sua
costruzione simbolica. Molto utili, come punti di partenza per l’elaborazione di progetti a scuola, i due saggi di Emma Schiavon, dedicati, rispettivamente, alla rielaborazione del pensiero di due studiose, Jean Bethke Elshtain e Rada Ivekovic, sulle connessioni tra genere, guerra, nazionalismo e cittadinanza, e all’analisi dei testi giornalistici allo scoppio della guerra del Golfo, riguardanti gli accaparramenti alimentari in Italia.
Emerge “come un discorso mediatico fortemente segnato dagli stereotipi di genere abbia inciso in modo molto profondo, proprio perché inavvertito, sull’auto-rappresentaione delle italiane e degli italiani”. Anche il contributo di Graziella Gaballo, orientato alla decostruzione di ruoli e stereotipi, insiti nei discorsi sulla guerra e, specialmente, nel linguaggio della guerra, si presta allo stesso scopo. Da segnalare anche gli interventi di Carla Bausone e Grazia Corrente, sul pensiero di Virginia Woolf, Simone Weil e Etty Hillesum; di Giorgio Belli, sulle auto-rappresentazioni dell’identità maschile nei film Apocalypse Now e Full metal jacket; di Enrica Panero, Laura Poli, Laura Porceddu, sulla storia delle Donne in Nero, arricchiti dagli appunti di Franca Maglietta.
Il libro si rivolge, in particolare, ad insegnanti di scuola media e superiore, propone percorsi didattici. Ma è interessante per chiunque voglia approfondire la propria conoscenza dell’elaborazione teorica e delle pratiche femminili sui conflitti e contro la guerra e per chi intenda, come si diceva, “dare al rifiuto della guerra un carattere sessuato”.