lettera di Iaia de Marco (Associazione DonneSudonne, Napoli)
Cara Unità, la settimana scorsa leggendo per tre giorni consecutivi gli interventi di Silvia Ballestra, Valeria Viganò e Maria Pace Ottieri sulla violenza contro le donne, ho da un lato apprezzato la sensibilità dimostrata dal mio giornale e dall’altro ho biasimato la scelta di affidare i commenti esclusivamente a firme femminili. Avrei voluto che su un fenomeno delle dimensioni evidenziate e che attraversa l’intero genere maschile, il direttore o Furio Colombo si interrogassero su queste pagine, che, con l’intelligenza lucida e anticonformista che li contraddistingue e che contribuisce a rendere così speciale l’Unità, avviassero una seria riflessione sul problema visto dall’interno, dal punto di vista degli uomini, senza gli alibi della devianza e della mostruosità. Luisa Muraro, martedì, ha espresso chiaramente questa esigenza, dando voce al mio e al pensiero della gran parte delle donne. Lei ha puntato l’indice sulla luna e il lettore Marcello Bernacchia (lettere all’Unità 23/5) ha guardato il dito invece che guardare la luna, rilevando una forzatura operata da Muraro ad evidente scopo esemplificativo e trascurando del tutto, invece, di misurarsi con lo scomodo problema sollevato di appartenere ad un genere di violentatori e sopraffattori. Così come, sempre in questi giorni, il buon Luigi Galella ci ha offerto una riflessione sulle adolescenti «un po’ maschie e molto sensibili»(15/5) e Gianfranco Pasquino (18/5) ha scaricato sulla lingua italiana la responsabilità di non poter usare il femminile per ‘ministro’. Alle ‘lettrici’ certe omissioni, certe scelte di tematiche e/o linguistiche fanno pensare che ci sia anche da parte degli uomini che stimiamo, un tentativo di elusione.
da il manifesto – «Mai più guerre, con o senza Onu. L’Afghanistan? Come l’Iraq. Il 2 giugno? Senza parata. Stop alle sanzioni alla Palestina». Parla Sentinelli, viceministra agli Esteri
Desidera essere chiamata viceministra, non «per una questione di puntiglio» ma perché «la mia esperienza mi ha insegnato a dare una grande importanza al linguaggio e al simbolico». L’«esperienza» di Patrizia Sentinelli è quella di militante del Pdup prima e del Pci poi, fino al Prc, partito in cui ha ricoperto la carica di segretaria della Federazione romana e, fino a ieri, di capogruppo al comune di Roma. Insegnante di economia aziendale fino a qualche anno fa in una scuola del ghetto ebraico della capitale, ha capeggiato la federazione romana della Cgil scuola. Ma la cifra della sua storia politica sta nel rapporto privilegiato con i movimenti, tanto da essere considerata a Roma la «cerniera» tra Rifondazione e l’area ex Disobbediente, nonostante la rottura a seguito della mancata elezione al Parlamento europeo di Nunzio D’Erme. Da ieri è il braccio destro (o forse sarebbe meglio dire sinistro) di D’Alema, con delega alla cooperazione internazionale.
Dunque, Sentinelli, lei parla spesso di democrazia partecipata, rapporto con i movimenti e «relazioni orizzontali». D’Alema ha invece tutt’altra concezione della politica. Non sarà facile.
Io sono una donna molto solare. Credo ai corpi che si abbracciano e che si muovono insieme. D’Alema ha probabilmente un’altra concezione delle relazioni, ma questo non mi spaventa. Credo fermamente nella parità dei diversi punti di vista e credo che l’autorevolezza derivi dalla convinzione in ciò che sei e in quello che hai costruito negli anni. Dunque penso di non avere nulla da temere.
Negli ultimi anni lei ha sfilato con il movimento pacifista che chiedeva il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq e prima ancora dall’Afghanistan. Come si comporterà ora?
Prodi ha dato oggi (ieri, ndr) quel segnale di discontinuità che gli veniva chiesto: il governo considera sbagliata la guerra in Iraq e si metterà subito al lavoro per il ritiro delle truppe con i tempi che verranno concordati. Non abbiamo paura a parlare di guerra e di forze di occupazione. Questa è la cosa fondamentale, al di là degli annunci di ritiro già fatti dal precedente governo.
Intanto bisognerà votare entro il 30 giugno il rifinanziamento delle missioni, a partire da quella in Afghanistan.
Ci sarà certamente una discussione serrata. Ma io credo che proprio su questo punto la scelta di prevedere una delega agli esteri per la cooperazione è essenziale: potremmo dire, con uno slogan, meno militari e più civili. L’obiettivo deve essere quello di ridare corpo e gambe alla cooperazione come strumento di prevenzione dei conflitti. Il governo deve essere impegnato in politiche di pace a partire dal ripudio della guerra sancito dalla Costituzione.
Anche se ci si dovesse trovare di fronte a una copertura delle Nazioni unite o comunque a un intervento multilaterale e non a un’iniziativa autonoma degli Stati uniti come per l’Iraq?
Credo che l’intervento armato non debba mai entrare nell’agenda della politica estera italiana. La Costituzione deve essere la Bibbia, come hanno detto tanto il presidente della Repubblica Ciampi che il suo successore Napolitano. Penso che la cooperazione internazionale imponga un altro modello di pensiero, un’altra lente attraverso cui guardare le cose. Lo stesso termine cooperazione si pone agli antipodi del termine competizione, abusato ai giorni nostri.
La «guerra al terrorismo» non ha lasciato immune il mondo della cooperazione, che ha subito una progressiva militarizzazione negli ultimi anni.
Vedo due principali rischi nell’azione della cooperazione internazionale. Da un lato la deriva securitaria, e cioè sia l’utilizzo della cooperazione come strumento di controllo sociale che la commistione con le Forze armate. Dall’altro quella assistenzialista, e quindi il rischio di privilegiare, anche attraverso i finanziamenti, quelle ong che hanno un atteggiamento autoreferenziale. Per capirci, quelli che pensano di sapere benissimo come si deve agire e cosa si deve fare, assumendo una prospettiva che definirei neocolonialista e paternalista. Io vorrei, invece, promuovere una cooperazione che sia in grado di valorizzare le esperienze di autorganizzazione, le relazioni sociali, la società civile dei paesi con cui si stringono rapporti, mettendo a frutto tutto quello che abbiamo imparato dai movimenti che abbiamo incrociato nel mondo in questi anni. Ricordo, ad esempio, l’incontro al Forum sociale mondiale di Bombay con delle donne straordinarie che poi abbiamo ritrovato al governo indiano. Mi piacerebbe inoltre fare da ponte per alcuni modelli politici sperimentati altrove. Ad esempio, quello che stanno facendo in Sudamerica per l’acqua come bene comune.
Intanto l’Italia è agli ultimi posti al mondo per aiuti allo sviluppo.
La cooperazione è stata malmenata e manomessa in questi anni, forse per questo percepisco una grande attesa dal mondo delle ong e dell’associazionismo. L’obiettivo, dal punto di vista finanziario, è arrivare a quell’impiego dello 0,7% del Pil stabilito dall’Unione europea. Oggi siamo molto indietro, destiniamo soltanto lo 0,1%. Si tratta di fare uno sforzo vero, ma il programma dell’Unione è molto chiaro su questo punto. Credo inoltre che sia necessario ripristinare quella Direzione generale allo sviluppo smantellata dal passato governo. E prevedere una serie di istituti che diano spazio alla democrazia partecipata: non soltanto tavoli di consultazione, ma un vero strumento di confronto continuo.
Un’altra questione a dir poco spinosa è quella del Medio Oriente. Appoggerete la scelta delle sanzioni al governo di Hamas in Palestina?
La ritengo una scelta sbagliata. La politica dovrebbe avere un sussulto di fronte al blocco degli aiuti che colpisce la popolazione civile, donne e bambini che muoiono di fame. Il primo passo della Russia contro le sanzioni mi sembra un inizio, ma credo che gli interventi finanziari dovrebbero arrivare dall’Onu ed essere gestiti dall’Autorità nazionale palestinese.
Intanto la prima grana è all’angolo. Lei e il suo partito hanno sempre contestato la parata militare del 2 giugno. Da che parte starà quest’anno?
Non vedo l’esigenza di una parata militare, tanto più che, come ho già detto, il nostro programma è chiaro sul ripudio della guerra.
Il retroscena
«Brava Sentinelli», l’esultanza dell’Onu
Con il precedente dicastero guidato da Fini, che come documentato dal manifesto aveva azzerato i «contributi volontari», le Nazioni unite non avevano avuto buoni rapporti. Sarà per questo che ieri la portavoce della Campagna del millennio Onu Eveline Herfkens si è sperticata in elogi per la neo viceministra degli Esteri con delega alla Cooperazione Patrizia Sentinelli. La Herfkens si augura che la vice di D’Alema «sia messa nelle migliori condizioni per poter gestire tutte le risorse finanziarie destinate dall’Italia alla lotta alla povertà e, nell’ambito di una necessaria e ampia coerenza governativa, partecipare ad ogni decisione che abbia un impatto sulle politiche di lotta alla povertà, contribuendo al raggiungimento degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio nel rispetto della scadenza fissata per l’anno 2015». «Siamo molto felici che nella sua prima dichiarazione abbia rinnovato l’impegno per il raggiungimento dello 0,7% del Pil da destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo», ha concluso.
Iaia Vantaggiato
Il titolo dell’ultimo dei «Quaderni di via Dogana» – Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia – non restituisce pienamente l’intreccio di voci che fa da sfondo alla trama degli interventi ora raccolti ma presentati già un anno fa, a Barcellona, nel corso di una tavola rotonda su «Femminilizzazione del lavoro e postfordismo». Del resto, a sottolinearlo sono proprio gli autori e le autrici del volume – Cristina Borderías, Christian Marazzi, Sergio Bologna, Lia Cigarini e Adriana Nannicini – con i loro continui rimandi alle testimonianze di altre donne e di altri uomini (più donne che uomini).
Ed è proprio la narrazione dell’esperienza del lavoro, intesa come punto di partenza della riflessione teorica, il filo rosso che lega tra loro i diversi contributi. Una pratica pressoché coincidente con quel «partire da sé» messo letteralmente in parola dal pensiero della differenza sessuale ma che nei «discorsi» sul lavoro – in particolare sul lavoro che cambia – assume particolare pregnanza. La «narrazione» consente infatti e in primo luogo, come dice Cigarini, di dare un taglio politico a una riflessione non più concentrata sulla «condizione della donna», ma aperta a «una interrogazione di senso del lavoro in rapporto a una interpretazione libera dell’essere donna». Qualsiasi donna, aggiungerei, nella sua irriducibile differenza.
Ma c’è di più: nello «spazio narrante» – concetto che Nannicini riprende da Ginevra Bompiani – si stabilisce tra chi parla e chi ascolta, tra «la voce narrante e il desiderio di ascoltare», una tensione la quale sola origina «l’opera narrativa». Ebbene, leggendo questo piccolo volume, viene da pensare al lavoro come a una opera narrativa e – alle donne – come alle autrici e alle lettrici di questa narrazione. Che stia qui il senso del continuo accostamento che ormai da qualche anno si fa tra postfordismo e femminilizzazione del lavoro? Che sia, in altri termini, il lavoro femminilizzato l’opera narrativa che maggiormente esprime il senso dell’epoca postfordista? Il suo essere senza luogo e in ogni luogo, precario e insieme pervasivo, indistinto – nel «suo» tempo – dal tempo della vita. Non restituisce tutto questo la trama di una narrazione che – come ancora sottolinea Nannicini – avviene fuori dagli spazi lavorativi, «in un qui che è stato costruito perché là la narrazione non può avvenire. Queste donne scrive – hanno costruito un “altrove” per esprimere un “altrimenti”».
Ma il terzo volume della «Collana Lavoro» dei «Quaderni» non si limita alla presentazione dell’opera narrativa più «difficile» del XXI secolo. La forza, cerca di scardinarne la sintassi facendone emergere contraddizioni e inciampi lessicali. Due più di tutti colpiscono. Perché dissonanti rispetto al dettato dei vocabolari comuni: quello che Cigarini definisce «il doppio sì» (alla maternità e al lavoro) e la ricerca di nuove forme di lotta che spesso proprio quel «doppio sì» rende necessarie. In entrambi i casi a parlare è una eccedenza di senso che rifiuta di soggiacere alla regola del mercato e a quella del sindacato e che non cade nell’errore «di ignorare la asimmetria tra i sessi o di ridurla a mera diseguaglianza».
Maria Pace Ottieri
Secondo dati del Consiglio d’Europa, la violenza domestica sarebbe la principale causa di morte o di attentato alla salute delle donne tra i 16 e i 44 anni, più degli incidenti stradali e del cancro.
Le statistiche variano considerevolmente da Paese a Paese, ma non c’è Paese che ne sia indenne. In India, circa 15.000 donne sono assassinate ogni anno a causa della dote, la maggior parte bruciate nella loro cucina per camuffare il crimine da incidente. In Bangladesh centinaia di donne vengono sfigurate, accecate e uccise dall’acido. In Pakistan, ogni anno, sono più di mille a morire assassinate in nome dell’onore. Nell’Africa del Sud si stuprano 147 donne al giorno e negli Stati Uniti una ogni 90 secondi.
La violenza contro le donne raggiunge proporzioni epidemiche durante i conflitti: in Ruanda, in Bosnia, nella Repubblica Democratica del Congo, gli stupri di massa sono stati utilizzati in modo sistematico come arma di guerra tanto dai belligeranti che dai rappresentanti delle Nazioni Unite inviati a proteggere le popolazioni. Senza contare gli altri effetti delle guerre, il fatto che la maggior parte dei rifugiati siano donne e bambini e che molte di loro molte siano costrette a vendere il proprio corpo per sopravvivere.
La tratta delle donne è diventata più redditizia del commercio di droga. L’Oim (Organizzazione Mondiale delle Migrazioni), stima che ogni anno circa 4 milioni di ragazze vengano vendute come prostitute, mogli o schiave. Solo la Bielorussia “esporterebbe” dieci milioni di ragazze, mentre la Germania ne importerebe cinquantamila all’anno.
Eppure i crimini contro le donne sfuggono spesso a controlli e sanzioni, di tutti i delitti del pianeta, l’aggressione sessuale è quello per cui gli autori rischiano meno di essere perseguiti. Certi Paesi non hanno leggi, altri ne hanno di imperfette che puniscono solo alcune categorie di crimini e quelli che hanno leggi adeguate non sempre le applicano fino in fondo. Molti episodi di violenza sessuale finiscono per passare sotto silenzio anche perché ci sono ragioni precise che impediscono alle vittime di segnalarle: la paura di rappresaglie, la dipendenza economica ed emotiva e l’impossibilità di essere risarcite.
La violenza sessuale riguarda in primo luogo gli uomini, ma viene percepita come una “faccenda di donne” e camuffata da emergenza, quando la maggior parte delle aggressioni sessuali sono perpetrate nella vita quotidiana di società in pace. È facile anche focalizzarsi su casi estremi, quando si tratta di un fenomeno endemico che riguarda le società arcaiche e quelle avanzate, più di ogni altro crimine ignora le barriere sociali ed economiche e attraversa tutti gli strati sociali, tutti i gradi di istruzione, le grandi città e la provincia. Chi si occupa di donne maltrattate sa bene che gli stupratori, gli uomini che le picchiano e le umiliano non sono maniaci o devianti, ma in primo luogo mariti, conviventi, fidanzati o parenti stretti, nel caso di violenza su minori. Le psicologhe del Centro Antiviolenza Cerchi d’Acqua di Milano confermano che oltre la metà dei violenti denunciati dalle donne che a loro si rivolgono sono professionisti, dirigenti, impiegati, “professoro-
ni” che pensano di poter agire in tutta impunità, per via della loro posizione sociale.
Stupratori e aggressori si annidano nelle famiglie normali, la cultura che li rende tali è anche la nostra e tuttavia la percezione maschile “ufficiale” continua a essere quella del rifiuto di ogni implicazione nelle aggressioni sessuali, gran parte degli uomini non riconosce nemmeno il problema e ancora meno accetta di ammettere una propria responsabilità nelle violenze subite dalle donne e questo rende estremamente difficile combattere questi comportamenti.
La lotta contro la violenza sessuale non ha niente di un’impresa esotica che mira a risolvere i problemi di Paesi stranieri e lontani, bisogna trovare il coraggio di guardare dentro le nostre case e i nostri rapporti, uomini e donne insieme, perché negare all’altro il diritto di vivere con dignità significa contribuire anche al proprio annientamento. Chi altri se non le donne, con la loro esperienza degli ultimi trent’anni, possono aiutare gli uomini nella lotta di liberazione dalla prigionia di un’identità costruita per generare violenza?
Valeria Viganò
Avrei voluto scrivere un racconto. È il mio mestiere e mi viene facile. Ma stavolta no, proprio non ci riesco. Sebbene di storie infami come queste abbondi la letteratura più recente, furbescamente costretta da un successo certo a inseguire i fantasmi più cupi, le situazioni più incresciose grondanti sangue e male. È vero, le cose accadono, stupri, morti, violenze in guerra e in pace minano profondamente i sentimenti umani migliori, il rispetto della dignità a cui avrebbe diritto ogni donna e uomo che vive su questa terra. Immagino che si scriva per narrare la realtà, ma spesso non vedo alcuna posizione autorale verso questa realtà e invece vedo l’attrazione che il pubblico manifesta per l’efferatezza. Tutto ciò rimarrebbe sulla carta, dunque sarebbe esente da colpa. Francamente non saprei narrare di uno stupro, di una tortura, di una morte femminile dovuta a violenze. Almeno non esplicitamente. Opterei per uno scarto, cercherei un punto di vista che mi eviti la trascrizione semplice dei fatti che altrimenti mi riempirebbe di desolazione.
Ci sono tante donne vittime di qualcosa che apparirebbe insensato, cioè vuoto di senso umano. Lo scenario odierno manifesta ondate che si abbattono sulla riva femminile del mondo e che frantumano ciò che trovano. Se dovessi pensare a una parola per descrivere ciò che è appena accaduto di spaventosamente disumano da parte di uomini verso donne, mi viene proprio frantumazione. Non il gesto singolo e disperato di qualcuno fuori di senno, un raptus, un impulso dell’istante ma la sistematica distruzione di una specie differente, portatrice di valori, modi, linguaggi diversi. Prima di arrendersi all’evidenza di aver perso definitivamente un potere ingiusto e secolare gli uomini giocano il tutto per tutto di chi non ha altre armi, argomenti, possibilità se non la cieca aggressione. Aggressione accompagnata dal bisogno di annientamento del corpo femminile, perché è il corpo il colpevole, nel corpo è inscritta la prima fondamentale differenza. È bastato delineare la semplice differenza prima ancora di determinare una equivoca (nella sua definizione) superiorità a far crollare il sistema maschile. È bastato dire esisto anch’io. È bastato dirlo a un uomo, aspettando un bambino da quello stesso uomo per far emergere in lui una rabbia che non tollera discussioni, una violenza primitiva, da cavernicoli, una furia incontenibile che ha tratto dall’atrocità la linfa di cui necessitava per rinvigorire un impotente. Perché oggi la violenza degli uomini sulle donne nasce dall’impotenza, dalla frustrazione, dall’umiliazione di chi ha perso il comando. Quando il potere che si ha su un’altra persona si sgretola, quando si deve accettare un dialogo alla pari di cui non si sanno nemmeno le regole, o accettare civilmente decisioni di un’altra da te, è certo che in sequenza appaiono l’incredulità, lo sbigottimento, la non accettazione, la rivolta. Ma si devono gestire, una legge morale superiore dovrebbe indurci a farlo.
Ci sono alcuni uomini che hanno saputo capire il mutamento dei ruoli e hanno accettato di condividere il nuovo percorso femminile attenti a viverlo come una bella opportunità di crescita personale ( e sono i più giovani, educati da padri e madri sensibili). Ci sono uomini che hanno balbettato inadeguati nella confusione e nel rimescolamento sociale e sessuale, entrando in uno stato di incertezza e tentativi che solo talvolta riescono positivi (e sono i più). E poi ci sono quelli che arrivano a vedere nelle donne il nemico che li insidia, satana che li punisce. Allora, come in estemporanee messe nere cercano purificazione e significato dall’omicidio, dalla eliminazione dell’elemento a loro malefico. Accade e accade spesso, e non c’è fine al sangue che come vampiri abbisognano per esistere. Perché in ciò che è accaduto nella cronaca recente un particolare balza alla luce: l’oltraggio. Che è un passo in più del dileggio della mercificazione del corpo delle donne, così comune nel mondo maschile.
L’oltraggio non è una pugnalata ma la scarnificazione del corpo. Infierire su donne da vive e da morte, considerarle putridume e quindi farcele diventare. L’orrore è infinito, supera l’orizzonte che pone il limite, è al di là dell’immaginabile. Mi sento, come credo molte, annichilita davanti a questi fatti, e per recuperarmi devo guardarmi allo specchio e poi osservare altre donne: sulla retina dei miei occhi si stampa allora la preziosità della vita umana, la maternità, il proprio piacere, l’armoniosità delle forme. La sua incoercibile sacralità.
Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla poverta’, allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la poverta’ derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la poverta’ storia, dobbiamo considerare correttamente la storia della poverta’. Il punto non e’ quanto le nazioni ricche possono dare, il punto e’ quanto meno possono prendere.
Vandana Shiva
Dal cantante rock Bob Geldof al politico inglese Gordon Brown, il mondo sembra improvvisamente pieno di persone dall’alto profilo che fanno piani per mettere fine alla poverta’. Jeffrey Sachs, tuttavia, non e’ semplicemente una persona che vuol fare del bene, ma uno dei principali economisti mondiali, alla testa dell’Earth Institute e responsabile di un progetto Onu per promuovere un rapido sviluppo. Percio’, quando ha lanciato il suo libro “La fine della poverta’”, la gente ovunque ne ha preso nota. La rivista “Time” ha persino dedicato ad esso la copertina. Ma c’e’ un problema con le prescrizioni di Sachs per porre fine alla poverta’. In effetti lui non riesce a capire da dove la poverta’ venga. Sembra guardare ad essa come al peccato originale. “Poche generazioni fa, praticamente chiunque era un povero”, scrive, e poi aggiunge: “La rivoluzione industriale guido’ a nuove ricchezze, ma gran parte del mondo fu lasciata indietro”. Questa storia della poverta’ e’ totalmente falsa. I poveri non sono coloro che sono stati “lasciati indietro”, sono coloro che sono stati derubati. La ricchezza accumulata dall’Europa e dal Nord America e’ largamente basata sulle ricchezze prese all’Asia, allí’Africa e dall’America Latina. Senza la distruzione della ricca industria tessile dell’India, senza il controllo del commercio di spezie, senza il genocidio delle tribu’ native americane, senza la schiavitu’ africana, la rivoluzione industriale non avrebbe dato gli stessi risultati di benessere per l’Europa ed il Nord America. E’ stata questa appropriazione violenta delle risorse e dei mercati del Terzo Mondo che ha creato ricchezza al Nord e poverta’ al Sud. Due dei grandi miti economici del nostro tempo permettono alle persone di negare questo stretto collegamento e di diffondere interpretazioni scorrette di cosa sia la poverta’. In primo luogo, per la distruzione della natura e della capacita’ delle persone di aver cura di se stesse il biasimo non cade sulla crescita industriale e sul colonialismo economico, ma sugli stessi poveri. La malattia viene offerta come cura: piu’ crescita economica, in modo da risolvere gli stessi problemi di poverta’ e di declino ecologico a cui essa stessa ha dato inizio. Questo e’ il messaggio che sta al cuore dell’analisi di Sachs. Il secondo mito e’ l’assunto per cui se tu consumi cio’ che produci, non stai veramente producendo, almeno non economicamente parlando. Se io mi coltivo il cibo che mangio, e non lo vendo, allora esso non contribuisce al Pil e percio’ non contribuisce ad andare verso la “crescita”. Le persone vengono percepite come “povere” se mangiano il cibo che hanno coltivato anziche’ il cibo malsano distribuito dall’agribusiness globale. Sono visti come poveri se vivono in case che si sono costruiti da soli, con materiali ben adattati ecologicamente come il bambu’ ed il fango anziche’ in blocchi di cemento. Sono visti come poveri se indossano abiti prodotti con fibre naturali anziche’ sintetiche. Queste esistenze sostenibili, che il ricco Occidente percepisce come poverta’, non si accoppiano necessariamente ad una bassa qualita’ della vita. Al contrario, per la loro stessa natura di economie basate sul sostentamento assicurano un’alta qualita’ della vita, se questa viene misurata in termini di accesso a cibo sano ed acqua, identita’ sociale e culturale robusta e percezione di un senso nell’essere vivi. Poiche’ questi poveri non condividono i cosiddetti benefici della crescita economica, vengono rappresentati come “lasciati indietro”. Un sistema come il modello di crescita economica che conosciamo oggi, crea miliardi di miliardi di dollari di profitti per le corporazioni, mentre condanna milioni di persone alla poverta’. La poverta’ non e’, come Sachs suggerisce, uno stato iniziale del progresso umano da cui dobbiamo fuggire. E’ lo stato finale in cui le persone cadono quando uno sviluppo unilaterale distrugge i sistemi ecologici e sociali che hanno mantenuto la vita, la salute ed il nutrimento dei popoli e del pianeta per ere. La realta’ e’ che le persone non muoiono per mancanza di soldi. Muoiono per mancanza di accesso alla ricchezza dei beni comuni. La gente e’ povera quando deve comprare le proprie necessita’ di base a prezzi alti, senza riguardo per quale sia il loro introito. Prendete il caso dell’India. Poiche’ il cibo e le fibre a basso costo sono state estromesse dal mercato dalle nazioni sviluppate e dall’indebolimento delle leggi di protezione sul commercio compiuto dal governo, i prezzi dei prodotti agricoli in India stanno crollando, il che significa che ogni anno i contadini del paese perdono 26 miliardi di dollari. Impossibilitati a sopravvivere in queste nuove condizioni economiche, molti contadini ora sono colpiti dalla poverta’ e migliaia di essi si suicidano ogni anno.
Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla poverta’, allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la poverta’ derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la poverta’ storia, dobbiamo considerare correttamente la storia della poverta’. Il punto non e’ quanto le nazioni ricche possono dare, il punto e’ quanto meno possono prendere.
Lidia Ravera
Vent’anni, sta per diventare madre, il padre di suo figlio la prende a calci lì dove cresce il bambino, tenta di strozzarla, la seppellisce, ancora viva. Morirà lentamente, respirando fango. A vent’anni. Senza diventare madre. Morirà con lei il suo bambino. Leggetele queste righe, leggetele e rileggetele. Proverete sconcerto, poi dolore. Vi sentirete impotenti, la compassione si tramuterà in rabbia e la rabbia in voglia di spaccare tutto. Cercherete di dominarvi, ed è giusto che sia così. Ci sono già abbastanza macerie in giro. Però la rabbia non lasciatela sfumare. L’assassinio di Jenny non è uno dei tanti, non è soltanto cronaca nera. Non è una delle tante storie tristi di ometti che perdono la testa perché l’oggetto del loro desiderio prepotente non si presta più ad incarnare il ruolo. L’assassinio di Jenny è un punto di non ritorno, un atto inaccettabile. Una sfida alla regole minime, alla minima decenza. La sensazione è che sia stato varcato un confine. Ancora uno. Il corpo della donna, quando è gravido di un’altra vita umana, è sacro per qualsiasi tribù, in tutte le culture. Aggredire una donna incinta è un gesto di disprezzo della vita. Precivile, innaturale. Nessun animale lo farebbe. Se poi la vita che sopprimi è quella della donna che hai amato, e la nascita che impedisci è quella del figlio che hai generato l’orrore diventa spavento. In che mondo viviamo? Che cosa siamo diventati? Che cosa ha nutrito alcuni di noi, quale barbarica incultura, che morale? Leggo sul giornale: Lucio e Jenny hanno litigato, lui non voleva riconoscere il frutto del loro amore. Un vigliacco. Non voleva riconoscerlo, non voleva pagare, non voleva essere scoperto dalla moglie. Un bravo padre di famiglia, uno di quelli che si fanno la ragazzina di nascosto e decidono di eliminarla quando non serve più, quando si raddoppia indebitamente, quando diventa scomoda. Quando minaccia l’ordine apparente della sua piccola vita bugiarda. L’accusa è di omicidio volontario aggravato, leggo sul giornale. Non sarà duplice omicidio, perché un bambino che sta per nascere «non può essere tecnicamente considerato una persona giuridica». Anche questo, l’ho letto sul giornale. In una pagina di cronaca. La pagina numero nove. Le prime erano occupate da altro: Rifondazione contro Cofferati, il Polo che si spacca su Napolitano, ennesima puntata del toto-presidente, per dare un Padre a questa nostra torturata Patria.
Tutto importante, per carità. Tutto relativo, leggero, perfino fatuo se ne leggiamo dopo aver letto e riletto quelle poche righe, che raccontano l’agonia di Jenny. È troppo facile archiviare una morte così atroce come «delitto», evento eccezionale, da mettere via nella categoria del mostruoso, fuori dalle norme e dalla regola. È troppo facile e anche un pochino falso. Tanto per cominciare: non è la prima volta. Sono sempre più frequenti, questi «eventi eccezionali». Ragazze strozzate, uccise a pietrate, bruciate, sepolte, bambini rapiti e massacrati. Se è vero che sono «la punta dell’iceberg», allora è legittimo chiedersi: quanto è grande la montagna di ghiaccio che c’è sotto? Per un grande vigliacco che uccide per non assumersi la responsabilità di aver generato, quanti piccoli vigliacchi in fuga, quanti mascalzoni pronti a tramutare il desiderio in persecuzione e la persecuzione in minaccia si contano alla base dell’iceberg? Quanti calci, pugni, coltellate? Tutti mostri? Tutti pazzi? Io non credo che la patologia individuale possa spiegare tutto. Non credo che la reazione giusta, sia ritrarsi schifati, allontanare il male con una formula rassicurante, negare d’esserne permeati, respingere ogni addebito collettivo, minimizzare. Dalla violenza sulle donne, sui bambini, si giudica il grado di salute di una società. Ragionando sulla violenza nelle relazioni famigliari, sul numero di amori finiti nel sangue, sui casi sempre più frequenti di sopraffazione, prende corpo un ipotesi di malattia. Ci sono tutti i sintomi: una belligeranza permanente, quasi una febbre, una fragilità del sistema immunitario, quello che si nutre di valori condivisi, che si rafforza nell’esercizio del dialogo. Si può azzardare qualche accenno di diagnosi: le donne sono cambiate troppo in fretta, nel giro di un paio di generazioni hanno imparato ad alzare la testa, a parlare, a chiedere rispetto. Non sono più disposte a farsi usare e per farsi poi spostare un po’ più in là, dove non diano ingombro. Le donne sono cresciute, sono cresciute anche le ragazze. Una ventenne incinta non viene più cacciata via da suo padre e non è più disposta a non presentare il conto al suo amante. Le donne hanno alzato la testa e non sono più disposte ad abbassarla.
È questo che scatena la febbre in certi uomini? Esistono gli allergici alla parità, quelli che proprio non ce la fanno, ad avere una donna accanto, hanno bisogno di averla sotto. Esistono i nostalgici del silenzio femminile. Quelli che non hanno mai accettato, nel profondo, di non poter più fare il proprio comodo, sul corpo delle donne e poi lasciarle lì, da sole, a gestirne le conseguenze, poiché loro, le donne, è con il loro corpo che fanno i figli e dai figli non possono/vogliono scappare. Quella a cui appartiene Lucio è una minoranza di umanità maschile residuale, infantile ed egoista, aggrappata al ricordo di un privilegio che è stato dei loro nonni, forse dei loro padri, ma non esiste più, non deve più esistere. È una minoranza, d’accordo. Ma questo non rende la situazione meno grave. O meno pericolosa. Chiedere per l’uomo che ha sepolto Jenny, ancora viva, nella terra, una pena esemplare (l’ergastolo, senza sconti) non è abbastanza. Non basta tagliare via dalla società il colpevole di questo crimine, come un arto infetto. Bisogna anche capire e curare, capire perché gli assassini delle donne, spesso delle «loro» donne, sentono il bisogno di infierire, di esercitare la massima crudeltà, di straziare. Perché non si contentano di uccidere, ma condannano all’insopportabile, la morte lenta, la soffocazione. Perché non riescono a provare un sentimento di pietà, perché non capiscono quello che fanno? Se ci sarà, nel nuovo governo di centrosinistra, una ministero per le pari opportunità, e io mi auguro che ci sia e non sia marginale, forse dovrebbe organizzare un gruppo di lavoro, di ricerca, di studio su questa deriva di atrocità contro le donne. Che cosa c’è dietro gli uomini cattivi?
da The Guardian
(traduzione di Maria G Di Rienzo)
Le donne in Iraq stanno vivendo un incubo nascosto all’occidente. Una di esse e’ diventata regista proprio per aprire a noi una finestra su cio’ che le donne sopportano.
Rayya Osseilly, ad esempio, e’ una medica irachena che si prende cura delle altre donne nell’assediata citta’ di Qaim. Non e’ sorprendente che la sua testimonianza non sia felice. “Non provo mai la sensazione che l’oggi sia migliore di ieri”, dice nel filmato. Guardando ai resti bombardati dell’ospedale in cui lavora, e’ chiaro contro quali difficolta’ stia lottando.
Non e’ usuale che sia dia uno sguardo piu’ da vicino a cosa accade alle donne in citta’ come Qaim, che ha subito un pesante attacco dalle truppe americane l’anno scorso. L’accesso ai media occidentali e’ severamente ristretto. Ora, tuttavia, abbiamo uno squarcio di questa realta’ grazie ad
una donna irachena che ha viaggiato per l’intero paese e ha parlato con vedove e bambine, dottoresse e studentesse, cercando la verita’ delle vite delle sue connazionali.
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La regista vive a Baghdad e vuole mantenere segreta la propria identita’ per timore di ritorsioni, percio’ la chiamero’ Zeina. Quando le ho parlato al telefono, la prima cosa che le ho chiesto era proprio perche’ sentiva il bisogno di nascondere il suo nome, e nella sua risposta non ha fatto alcuna distinzione fra il governo e gli ‘insorgenti’, nel modo in cui noi la facciamo. “Temo il governo e le milizie settarie”, ha detto, “I pericoli in Iraq vengono dagli statunitensi, dalle milizie settarie, e naturalmente anche dai criminali, le gang, i rapitori”.
Zeina ha deciso di realizzare questo film perche’ le cose che lei vede ogni giorno non sono viste dal resto del mondo. “Nessuno si accorge di cosa stiamo passando. Tutti gli iracheni sono psicologicamente traumatizzati da cio’ che sta accadendo. Conosco bambini che cominciano a tremare se solo sentono il suono di un aeroplano o vedono un soldato. Ho visto intere famiglie smembrate. Ho visto donne costrette a prostituirsi a causa della miseria delle loro famiglie”.
Zeina non era una sostenitrice del regime di Saddam Hussein. Durante quel periodo, lavorava come giornalista e traduttrice di critica letteraria. “A livello politico, prima della guerra, non ero contenta. Molte cose erano ingiuste. Non avevamo liberta’ di parola o di espressione. Ma non avrei mai immaginato che le cose cambiassero in peggio in questo modo. Non avevo mai immaginato una situazione del genere”.
Sin dall’inizio delle riprese, la cinquantenne regista sapeva che si sarebbe assunta dei rischi. “Viaggiavo in compagnia di altre due o tre persone, in un’automobile modesta. Quando viaggiavamo verso Qaim dovemmo attraversare il deserto, perche’ gli americani avevano bloccato la strada. Era buio quando arrivammo a destinazione, e proprio di fronte a noi si gonfiava una nuvola di polvere attraversata da lampi. Stavamo andando giusto incontro ai fucili.
La guidatrice si butto’ fuori dalla strada cosi’ in fretta che per poco non ci rovesciammo. Poi, mentre stavamo filmando l’ospedale bombardato ed eravamo saliti sul tetto, gli statunitensi cominciarono a spararci. Penso che non volessero ucciderci, ma solo spaventarci. Volevamo mostrarci chi comandava”.
Le riprese del gruppo che trova rifugio dalle fucilate in un ospedale distrutto sono nel film. Invero, il film che e’ il risultato del viaggio di Zeina non e’ un prodotto ripulito, ma piuttosto una serie di sguardi parlanti che entrano in profondita’ nelle vite delle donne. Spesso lo spettatore si sente frustrato, desideroso di maggiori spiegazioni di quel che succede, ma data la situazione in cui sono costretti i giornalisti, e che ha reso la maggior parte dell’Iraq invisibile, si perdonano volentieri alla pellicola tutti i suoi limiti.
Il film e’ particolarmente efficace nel catturare la struttura della vita familiare in condizioni di totale insicurezza, ed una delle sezioni si concentra sulla storia di una bambina di otto anni, sopravvissuta all’attacco dell’automobile in cui viaggiava con suo padre, sua madre ed altri iracheni. Fu trasportata a un ospedale militare, e per tre mesi se ne perdettero le tracce. La sua famiglia non fu informata di dove si trovasse, e nel frattempo la bambina subiva interrogatori in cui le mostravano fotografie di cadaveri chiedendole di identificarli. Il nonno riusci’ infine a rintracciarla a Baghdad, e quando nel film la vediamo singhiozzare in grembo all’uomo, sentiamo quasi fisicamente la frustrazione della famiglia: non vi e’ un’autorita’ che risponda di cio’ che e’ accaduto, e che possa dar risposta alla loro rabbia.
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Zeina mostra anche, e in un modo che sicuramente dovrebbe suscitare una pausa di riflessione anche in coloro che qui in Gran Bretagna sostengono la guerra, come le vite delle donne siano state colpite dalla crescita dei fondamentalismi religiosi che hanno preso piede nel vuoto di potere imperante. “Alla tv e sui giornali c’e’ una propaganda continua sulle donne”, racconta Zeina, “E’ disgustosa, e non ha nulla a che fare con l’Islam, ma solo con il rinchiudere le donne nelle case e privarle dei loro diritti”. Per mostrare gli effetti negativi di questi sviluppi, Zeina ha viaggiato sino a Bassora. Per chi ha seguito l’evolversi della situazione nel sud dell’Iraq, il fatto che le donne vi vengano costrette ad indossare l’hijab e si impedisca loro di vivere liberamente le loro vite, non e’ una novita’. Ma il significato di questo stato di cose lo capisci veramente quando vedi giovani donne e i loro familiari narrare di minacce di morte e di pallottole inviate a scopo intimidatorio perche’ una ragazza faceva sport, o non indossava la sciarpa in testa.
Come Zeina sottolinea, questo tipo di esperienza e’ nuovo per la maggioranza delle donne irachene, che hanno goduto maggior liberta’ economica e sociale prima dell’occupazione. “Qualche tempo fa stavo riguardando le foto di mia zia al college, negli anni ’60. Indossa calzoncini corti e canottiera, e fa sport nei campi della scuola. E poi ho guardato le foto delle studentesse di oggi, nello stesso college, coperte di nero dalla testa ai piedi, con le facce nascoste”.
Zeina non ha dubbi nel ritenere l’occupazione la maggior responsabile di queste situazioni: essa ha dato ai settarismi l’opportunita’ di fiorire.
Ride, semplicemente, quando le chiedo se si sente grata per la democrazia irachena. “Democrazia? Quale? Non abbiamo democrazia, qui. La democrazia di cui parla Bush e’ una struttura completamente vuota, che ha le sue basi su interessi settari ed etnici. Che democrazia hai quando temi che la tua vita sia in pericolo, o che tuo marito venga ucciso, se solo esprimi te stessa liberamente? Questa democrazia e’ una brutta barzelletta”.
Rispetto all’occupazione, i pareri delle donne irachene sono divisi quanto quelli degli uomini, e nell’Iraq occidentale ho sentito io stessa donne inneggiare alla guerra statunitense. Ma e’ difficile resistere alla forza e alla passione con cui Zeina descrive il caos in cui la guerra ha precipitato l’Iraq.
E desidera molto continuare a documentare la situazione in cui si trovano le donne, nonostante gli strettissimi limiti in cui e’ costretta a lavorare.
“Mi sento molto impedita. Voglio davvero raccontare delle intere famiglie arrestate, dei corpi trovati, delle torture. Ma se non sei un giornalista che lavora con gli americani, con il loro permesso, la tua vita e’ in serio pericolo quando dai testimonianza su questi fatti”. Nonostante i pericoli, Zeina e’ ansiosa di comunicare la realta’ che vede, e vorrebbe che noi la ascoltassimo: “Vorrei che le persone in Gran Bretagna capissero che l’occupazione dell’Iraq non fa gli interessi ne’ del loro paese ne’ del nostro. I vostri soldati muoiono, e nulla migliora per il popolo iracheno. Al contrario, la situazione sta andando di male in peggio, in special modo per le donne”.
Stefano Sarfati Nahmad
Nel suo articolo sul Sessantotto, apparso nel supplemento per i 35 anni del manifesto, Luisa Muraro evoca una figura chesento drammaticamente vera, «il linguaggio di un soggetto che in parte non esiste».
Lo fa ricordando che il protagonismo, che lei e gli altri hanno scoperto in quegli anni, escludeva dalla dimensione politica «gli aspetti e i momenti d’impotenza, di passività, di fragilità».
È come quando Ignacio Ramonet, in un editoriale di alcuni mesi fa su Le Monde Diplomatique, commentando i dati europei sulla violenza domestica degli uomini sulle donne, si indigna, chiede più leggi e le chiede subito, con un linguaggio che non lascia spazio alla sua sessualità (che è una sessualità coatta, lo so, sono un uomo anch’io), alla sua storia di relazioni con donne, che mi immagino, pensando alla mia, non priva di sbavature.
La sessualità maschile, a differenza di quella femminile, è tutta giocata all’esterno, fa costruzioni. Una delle costruzioni è l’identità maschile, che non è l’uomo. Cosa è un uomo, l’uomo lo scopre solo (io dico) in relazione con una donna, in una libera relazione di differenza.
Cosa è l’identità maschile, è una costruzione all’interno della quale c’è posto per Dio, la Legge, la Famiglia, la Patria, la Bandiera ma non per l’uomo.
Io la chiamo la madre (ma dovrei dire il padre) di tutte le identità, perché infatti l’identità è un fatto che riguarda più uomini che donne. Il crollo dell’Unione Sovietica ha causato il crollo dell’uomo sovietico (dicono gli epidemiologi) ma non il crollo della donna sovietica.
A differenza di Ramonet, io leggo l’alto numero di violenze sulle donne, non come una mancanza di leggi, ma come una reazione disperata al recente protagonismo femminile, che intacca l’identità maschile, ossia la visione che molti uomini hanno di sé.
Figlia dell’identità maschile (dovrei dire figlio) è anche l’identità ebraica, che non è la tradizione millenaria ebraica, essenzialmente una cultura della diaspora, ma si esprime soprattutto con l’identificazione nello stato di Israele (e la sua bandiera).
Un uomo che brucia una bandiera è un uomo che parla il linguaggio dell’uomo che si identifica in quella bandiera ed è il linguaggio di un uomo che in parte non esiste e da cui la realtà resta esclusa: i palestinesi ridotti alla fame, i rappresentanti ufficiali della comunità ebraica che ricordano quando erano vittime sventolando le bandiere dello stato che riduce i palestinesi alla fame, la destra che strumentalmente si indigna per la contestazione alla bandiera, la sinistra che servilmente si scusa, tutti insieme, in vista delle elezioni amministrative, alla sinagoga che rimane aperta.
A me dispiace perché io ho un senso del mio essere ebreo che è vivo, che si riflette soprattutto in una lunga tradizione di minoranza pensante dentro una società, una tradizione abituata ad ascoltare l’altro – a vederlo innanzi tutto e ascoltarlo – e interagire, mettendo in circolo una differenza che arricchisce la società, magari facendo cadere delle convinzioni che parevano assolute e aprendo così nuove prospetttive.
Serata dedicata alla storia orale russa e alla discussione del libro di Liudmila Kouchera Bosi La “chanson” russa
Nel 1975 in Francia è uscito un disco particolare, Blatnye pesni (canzoni della mala) cantate da Dina Verni. Come mai una baronessa di origine russa, ricchissima padrona di una galleria d’arte, moglie dello scultore francese Mayole, amica di Picasso e di Matisse si è dedicata al folclore della mala russa? La sua famiglia ha emigrato dalla Russia in Francia nel 1926 quando lei aveva sette anni. E’ tornata in Russia nel 1959, quarantenne.
Come era Mosca di fine anni Cinquanta? Dopo la morte di Stalin, nel 1953, sbocciarono i primi germogli della libertà, dai lager staliniani ritornarono detenuti politici. Tempi nuovi, canzoni nuove. Juz Oleshkovskij scrive il Canto a Stalin e Un mozzicone. In breve arrivano le prime registrazioni di Vysotskij, Galich, Okugiava e di altri cantautori. Dina Verni si incontra con pittori d’avanguardia: Kabakov, Bulatov, Rabin nonché con alcuni dissidenti. A ogni incontro si cantano le canzoni che seducono Dina. Ecco cosa scrive nell’annotazione al suo disco Blatnye pesni: “Il fascino della lingua, l’umorismo, la nostalgia e forza brutale insiti in quelle canzoni creano una poesia irripetibile dove la rozzezza confina con la tenerezza… L’io cantando è un detenuto in un posto lontano. La sua canzone vola come una rondine…” Incantata da quelle canzoni, Dina decide di produrne una raccolta. Però c’è un problema: come portare le canzoni fuori dall’Unione Sovietica? Non si poteva né trascrivere i testi, né registrarli su nastro magnetico, perché c’era pericolo delle perquisizioni alla frontiera. E Dina Verni impara a memoria 24 canzoni “registrate” nella sua testa. Così le ha portate in Francia e le ha cantate con la sua bellissima voce, calda e sensuale. Sono passati tanti anni dall’uscita di quel disco, di tanti dischi di vari cantautori e di autori ignoti. Ma rimanevano sempre in un limbo di underground come parte integrante del folclore metrapolitano che non aveva accesso né alla radio, né tanto meno alla televisione. Vivo in Italia da 29 anni e non ho avuto occasione di sentire questo tipo di canzoni russe. Poi, qualche anno fa, casualmente, durante un breve soggiorno a San Pietroburgo ho avuto qualche cassetta di registrazioni delle canzoni presentate come chanson 2 russa. Ne sono rimasta affascinata anch’io. Ricevute in dono da un giovane ex detenuto, ho portato a casa queste cassette, ho sbobinato le più belle e ho deciso di farle conoscere in Italia. Durante il lavoro di traduzione, assai difficile, ma veramente coinvolgente, ho trovato sull’Internet alcuni siti dedicati alle Blatnye pesni, al folclore della mala e ho ampliato la raccolta. Il volume intitolato La Chanson Russa, canzoni di delitto e castigo è stato pubblicato dalla Casa Editrice Polimetrica nel 2004 e include centodieci canzoni, suddivise in “capitoli” che raccontano la vita dei detenuti: Amicizia, Amore, Delitto, Destino, Donne, Evasione, Ingiustizia, Libertà, Malavita, Mamma, Reclusione, Tradotta, Humour. Tutti momenti importanti della vita dei pregiudicati e sentimenti umani universali: dolore e gioia, amore e odio, disperazione e speranza, sensi di colpa, e via cantando. La definizione La Chanson Russa è stata usata, pubblicamente, per la prima volta nel 1998, quando una nuova emittente radio di San Pietroburgo si è data questo nome: Radio Pietroburgo – La Chanson Russa. Un grande successo di ascolti! Due anni dopo, a Mosca, nasce l’emittente radio La Chanson. Così viene trovato il nome per un genere della musica popolare russa, genere che abbraccia vari sottogeneri – dalle canzoni di famosi cantautori alle blatnye pesni (canzoni della mala). Il genere Chanson viene studiato, si cercano le sue origini e le prospettive. In un articolo sul settimanale russo “Argomenti&Fatti”, N°30, 2001, troviamo questa definizione: “Il genere Chanson è la fusione della musica popolare, adattata all’ambiente urbano, cioè è folclore metropolitano”. Jurij Sevastianov, direttore di una compagnia che produce album della Chanson, scrive: “Chanson è la nostra musica nazionale. Prima la suonavano nei portoni, nei cortili con le chitarre acustiche, adesso magari con quelle elettriche”, e, aggiungiamo, alla radio e nei ristoranti. Grazie alla radio le canzoni del detenuto e della mala trovano la loro “visibilità” sonora, ed escono alla luce del sole. Milioni di persone le ascoltano andando col pensiero ai congiunti detenuti in attesa di giudizio o internati nelle colonie penali. Dalla radio, la Chanson approda sull’Internet e letteralmente lo invade. Adesso esistono migliaia di siti dedicati, i più famosi sono Rambler, Chanson russa, Shanson (sic!) russa, Blatnoj folclore, collegati tra di essi con un kolzo sajtov (anello di siti). Questi siti contengono un oceano di materiale biografico, auto3 biografico, bibliografico, articoli sull’argomento, testi e musica delle canzoni, sia quelle dei famosi cantautori che quelle anonime, di autori rimasti ignoti per il rischio di esporsi oppure perché tramandate dal folclore musicale: storie delle “gesta” dei malviventi, storie di delitto e castigo, canzoni di lamento e di denuncia, ma anche di allegria spensierata. Musicalmente, molte canzoni sono alquanto orecchiabili e non per questo prive di struggente lirismo. Sono accompagnate spesso da una chitarra, da un gruppo di pochi elementi o da un’orchestrina. Molte canzoni entrarono nella vita della gente tramite i film, commedie musicali, e diventarono popolari. Se la canzone della mala e la canzone del detenuto convivono con naturalezza e talvolta addirittura si confondono, dobbiamo tener presente che un delinquente e un detenuto non sono necessariamente la stessa persona. Molte canzoni appartenenti a questo genere venivano definite “blatnye” per distinguerle da quelle “ufficiali”, scritte da compositori del “realismo socialista”, che esaltavano in questo modo il lavoro di operai, contadini, minatori, marinai ecc. Il folclore della mala (blatnòj fol’klòr) esiste da sempre, come esiste da sempre il mondo della malavita con la sua storia, la sua sottocultura: il gergo furbesco, i simboli dei tatuaggi, una narrativa orale e, soprattutto, la canzone. Si conoscono le canzoni dei reclusi, degli ergastolani che facevano parte del folclore dell’epoca zarista, del periodo pre e post rivoluzionario, del periodo sovietico e post sovietico. Esistono anche canzonette di cortile cantate perfino da fanciulli. Chi di noi non aveva conosciuto e cantato “Pollastro arrosto, pollastro tosto”? In effetti, fanno parte della Chanson russa anche le cosiddette canzoni degli internati (làgernyje pésni) che non sono per forza canzoni della mala, perché nei lager venivano e vengono internati non solo ladri, assassini, stupratori, furfanti, truffatori, ma anche condannati per reati politici o civili (bancarotta fraudolenta, contrabbando, abuso di potere, teppismo, spaccio di droga, reati ecologici, reati informatici, ecc.). Molte canzoni erano clandestine e si cantavano in modo sommesso perché non venissero ascoltate da qualche delatore. Una canzone poteva costare dieci anni di lager stalinista. La più famosa e la più pericolosa per chi l’aveva scritta o la cantava, tra le 4 canzoni diffuse tramite “samizdat”, è “Canto a Stalin” di Juz Ale.kovskij. Juz Ale.kovskij è nato a Krasnojarsk (in Siberia) nel 1929, in una famiglia ebrea. Aveva fatto vari mestieri, fra cui il marinaio e l’autista, scrisse poesie e libri per bambini. Nel 1947 fu chiamato a fare la leva nella flotta militare. Dal 1950 al 1953 fu internato in un lager. Nel lager Ale.kovskij finì non per motivi politici, ma per furto di un’auto che doveva servire a lui e ai suoi commilitoni per tornare in ora-rio dalla licenza domenicale. Furono fermati da una pattuglia di milizia e condannati. Fu amnistiato nel 1953, dopo la morte di Stalin. Dall’esperienza diretta di recluso di un lager staliniano nacque nel 1959, a Mosca, Canto a Stalin, una coraggiosa denuncia contro il culto della personalità del Grande Capo, Grande Stratega, Grande Studioso. Era una canzone beffa, una satira feroce, una canzone denuncia delle purghe staliniane, dei campi di lavoro del GULAG. Forse è la canzone russa più popolare in assoluto, la conoscevano tutti senza sapere il nome dell’autore. Il Canto a Stalin fu pubblicato soltanto nel 1988, sulla rivista letteraria “Novyj mir”. Il più famoso e il più amato cantautore russo è Vladimir Vysotskij (1938-1980), grande poeta, attore di teatro e di cinema. Ha composto e interpretato con la sua chitarra più di seicento canzoni! Nei suoi testi Vysotskij attingeva alla tradizione della romanza metropolitana russa. Nel ciclo di canzoni della mala Vladimir Vysotskij cambiava con facilità le maschere sociali: ora era un beone o un pregiudicato, ora un picciotto o un detenuto. I fatti narrati erano sempre talmente credibili da dar l’idea di aver realmente subito le angherie dei lager staliniani. Vysotskij è morto giovane, stroncato dalla droga e dall’alcool, ma la sua voce rauca e bellissima, come le sue canzoni geniali rimangono vive, senza perdere il loro fascino, suscitando ancora la commozione e i sentimenti di sempre. Katja Ogonjòk (vero nome Kristina Pojarskaja) è nata a Giugba, una cittadina sul Mar Nero. Cominciò a cantare a 16 anni nei gruppi pop. Poi una disgrazia, un incidente in macchina per cui fu condannata a tre anni di colonia penale. Nel lager continuò a cantare, trovò dei produttori e le sue canzoni ambientate nella zona volarono in tutta la Russia. Lei che ha vissuto l’esperienza della prigionia sulla propria pelle, racconta le storie che girano 5 nelle colonie femminili al cantautore Vja©eslàv Klimenkòv che in seguito scrive per lei testi e musica. Ha una voce calda, sensuale. La registrazione dell’album “Taigà bianca” è stata effettuata in uno studio mobile all’interno del campo penale a regime rigido della città “chiusa” Leninsk-13, in Siberia. Il 6 novembre 1998 Katja Ogonjok è stata liberata anticipatamente dopo aver scontato due anni, nove mesi e diciassette giorni. Katja Ogonjok (“fiammella”) è uno pseudonimo, nel gergo della mala “ogonjok” vuol dire “bisca”, ma anche “pistola” e “accendino”. Adesso la cantante è molto popolare ed amata, riceve un’enorme quantità di lettere da ogni parte della Russia. Attualmente Katja Ogonjok vive a Mosca, dove sta preparando, nell’ambito del movimento “Kalìna kràsnaja” (“Viburno rosso”) una tournée di beneficenza in varie prigioni della Russia. Nella sua prima intervista, rilasciata nel campo di detenzione di Leninsk-13 il 7 ottobre 1998, Katja Ogonjok dice: “Io continuo a cantare canzoni, questo mi dà molta soddisfazione e fiducia nei buoni rapporti tra le persone; mi aiuta a vivere, sperare, credere ed amare. Ascoltatele, in esse c’è la mia anima, il dolore e l’affetto per voi. L’uomo può adattarsi a tutto, tranne che all’ingiustizia. Miei cari, voglio bene a tutti voi. Siate felici, ma soprattutto, siate liberi!” Purtroppo in una breve presentazione è difficile parlare di tanti altri cantautori del genere Chanson russa. Anche se in molti considerano queste canzoni popolari di serie B, fanno parte della cultura russa, sono amate e cantate oggi come anni fa, perché esprimono sentimenti umani universali.
Rosa Piantoni
Mi sono recata nella regione del Karnataka,nell’India del sud. Ho fatto questo splendido viaggio con un gruppo di uomini e donne della associazione SUM ( stati uniti del mondo), persone semplici con una grande umanità e molto appassionate al progetto che si stava realizzando. Conoscevo già la presidente del SUM Daniela Comendulli,ritrovata per caso dopo diversi anni. Dal racconto della sua esperienza e del percorso che stava realizzando in collaborazione con uomini e donne dell’india, ho colto una passione una serietà e competenza, che mi ha coinvolta al punto di desiderare una partecipazione attiva. Intendo dare il mio contributo al SUM partecipando alle iniziative in Italia che si stanno progettando.
Premessa importante :
Nel 1993 a Bangalore un raduno di 500.000 contadini indiani ,da inizio al “Satyagraha dei semi”una lotta non violenta contro i “Diritti di Proprietà Intellettuale” in agricoltura che le multinazionali esercitano attraverso i brevetti sugli organismi viventi e, come alternativa all’agricoltura industriale. Molti paesi , compresa l’India, vengono spinti ad applicare la legge sui semi redatta dalle Multinazionali produttrici di semi, in particolare dalle compagnie Bio-tech a cui è riconosciuto il diritto di brevettare le risorse genetiche e stende un tappeto rosso ai semi modificati geneticamente (OGM) che a loro volta contribuiscono all’esclusione dei piccoli contadini dai loro diritti ancestrali di riseminare , selezionare e scambiare i loro semi originari. Da questo grande raduno esce la decisione di dare avvio al “centro internazionale per lo sviluppo sostenibile” .Il Prof. Nanjundaswamy uno dei promotori del movimento dei contadini , vuole con tutte le sue forze realizzare il centro. Nasce così il centro”Amrita Bhoomi”( Pianeta Immortale) . Alla sua morte nel 2005, gli succede la figlia Chukki Nanjundaswamy, una giovane donna in apparenza timida e riservata, ma tenace perchè a dovuto lottare per conquistarsi la fiducia di molti uomini e donne che sono da sempre, profondamente legati alla figura carismatica del padre. Lei Chukki ha proseguito e sta realizzando il progetto, grazie anche alla capacità di mantenere e tessere relazioni nel suo paese e con le donne e gli uomini della ass.SUM in Italia.
Ho saputo che La Comunità Economica Europea, e le singole Nazioni, sono titubanti nel bandire ufficialmente il ricorso ai semi geneticamente modificati. Non bastano le scialbe dichiarazioni o le rassicurazioni del nostro( ora ex) ministro Alemanno .Sta di fatto che i controlli fatti sulle sementi nel corso del 2005, hanno mostrato che anche in Italia entrano semi OGM , su 19 milioni di chilogrammi di semi esaminati, è stata riscontrata la presenza di OGM dell’ 1,4% nei semi mais e il 6;7% nei semi di soia. Il pericolo più grosso è che si diffondano clandestinamente.
Tre giorni intensi
Il 17 Aprile c.a. partecipo ammirata alla grande festa che inaugura la ” banca dei semi”. In un esteso prato, vicino al centro Amrita Bhoomi è stato allestito un grande palco, ben addobbato e coloratissimo, centinaia i posti a sedere . Arrivano gruppi di contadini e contadine che con le loro sciarpe verdi sulla spalla segnano l’appartenenza al movimento. Sotto il palco le anfore con i semi che provengono dalle varie regioni dell’India e del mondo. Ci sono bambini che giocano,gruppi di persone che si salutano, grossi pulman che continuano ad arrivare stracolmi di persone. Su un cartellone è rappresentato graficamente il progetto di una grande struttura a forma di cupola, che servirà per lo sviluppo dei semi, che saranno poi successivamente trapiantati nei campi per poi essere raccolti e distribuiti ai contadini dell’Amrita Bhoomi .Sono le donne contadine che tradizionalmente conservano i semi . Inoltre il cartellone mostra la struttura del sito dentro il quale avrà dimora la tomba del prof. Nanjundaswamy e della moglie . Tutto ciò sui terreni della Amrita Bhoomi.. Sono presenti importanti personalità dei numerosi movimenti dei contadini di alcune regioni dell’India e autorità del paese. Dopo la cerimonia di apertura e i numerosi interventi, un potente acquazzone chiude la festa, peccato…ma l’obbiettivo è raggiunto…i contadini hanno partecipato e i semi ci sono!
Il 18 e il 19 Aprile l’Amrita Bhoomi organizza un Simposio Internazionale su i Semi e il Transgenico in agricoltura. Il Convegno si tiene nell’università linguistica di Mysore .
Un grande salone ovale ospita centinaia di uomini e donne provenienti da molte parti del mondo; la più significativa è la partecipazione dei rappresentanti delle organizzazione dei contadini dell’India, ci sono professori Universitari,studenti,giornalisti,scienziati, attivisti ecc…
La Dr.Susan Bardocz e il marito Dr. Arpàd Pustzai ( Budapest-Ungheria) aprono illustrando la loro ricerca che mostra scientificamente quali danni provoca sull’essere umano e sull’eco sistema del pianeta, la coltivazione e la produzione di cibo trattato con l’OGM . Intervengono diverse personalità della scienza della zoologia , della ricerca : dall’India, dall’Africa, dalla Spagna ,dal Pakistan ecc. .L’organizzazione ha messo a disposizione i traduttori simultanei, questo a permesso a tutti di seguire abbastanza bene i lavori.
Il seminario ha avuto successo,entusiasmo tra i partecipanti. I gruppi di lavoro hanno impostato un percorso di iniziative e ribadito l’impegno dei contadini a proseguire con la lotta “disobbedienza civile” realizzando attraverso l’Amrita Bhoomi l’obbiettivo dell’ “autosufficienza in agricoltura”:
Ho avuto la conferma ; non sono le distanze chilometriche che uniscono o dividono le persone. Uniscono le idee , lo scambio di esperienze ,le pratiche di relazione che si muovono su interessi comuni , come quella di lottare per realizzare condizioni di benessere per tutti, nel rispetto della natura per salvaguardare questo nostro pianeta. Il Prof Nanjundaswamy sovente diceva < non c’è primo, secondo o terzo mondo, c’è un unico pianeta dove tutti abitiamo”> Ogni uomo e ogni donna , nei propri contesti, può lottare per realizzare l’obbiettivo; l’amore per la propria terra, perchè solo lei in verità ci permette di “vivere”.
Sento che ritornerò in India, ho bisogno di rivedere quegli uomini e quelle donne che stanno continuando concretamente a realizzare il progetto e far sentire a loro il mio appoggio concreto e ideale.
Al mio prossimo viaggio…. Rosa Piantoni
Marco Belpoliti
È “enigma” la parola-chiave del libro autobiografico sul ritrovamento di sé, sull’arte e sul buddismo, al quale la Niccolai si convertì negli anni ottanta sino a farsi monaca: Da Magritte a Hopper a Hockney, anche il pensiero visivo cela un’esperienza spirituale.
Nel 1980, a quarantasei anni, Giulia Niccolai ha avuto un ictus, un’esperienza dolorosa da cui ha faticato a riprendersi, ma che è anche stata, con ogni probabilità, il punto di svolta della sua vita. Racconta di aver impiegato quattro, cinque anni per tornare alla piena normalità, per quanto il trauma le abbia lasciato degli strascichi. In quel periodo era appena tornata a Milano dopo gli anni di “Tam Tam”, la rivista di poesia diretta da Adriano Spatola, e traduce per mantenersi Gertrude Stein per le edizioni di Rosellina Archinto, un lavoro difficile anche per una bilingue come lei. Appena uscita dall’ospedale ha telefonato alla persona che seguiva in casa editrice il libro per dirle che non ce l’avrebbe fatta a consegnarlo per la data stabilita. Questa donna, racconta, le dice “Vado a sentire una conferenza di un Lama tibetano, vuoi venire?”. Siamo nel giungo del 1985 e l’appuntamento è a una fermata del metro. Giulia l’aspetta ma lei non arriva: Ha l’indirizzo e decide di andarci da sola. Entra nella sala e si siede in fondo. Il Lama sta parlando della ruota del tempo e mentre sviluppa la sua esposizione con voce pacata, Giulia prova la sensazione che il Maestro stia rispondendo via via alle domande che formula nella mente: attimo per attimo ecco la soluzione ai quesiti: Lascia la sala con l’impressione che lui le abbia letto nel pensiero: La sensazione è quella di essere tornata di colpo a casa dopo essere rimasta nella Legione straniera per cinquant’anni. Nel 1990, dopo un discreto apprendimento come buddista, Giulia Niccolai si è fatta monaca e a preso i voti in India. Adesso le due sponde della sua vita non sono più l’Italia e l’America, dice, come le era accaduto in precedenza – figlia di un italiano e di un’americana, ha scritto poesia per quarant’anni in entrambe le lingue, mescolandole e fondendole – bensì l’Oriente e l’Occidente.
A dire il vero, più che due sponde la sua figura topologica sembra il quadrato, i cui lati sono disposte a coppie, in quanto le cose più curiose della sua opera poetica e letteraria (ma anche della sua personalità, probabilmente) riguardano le relazioni tra le diagonali, La parola chiave del suo libro Le due sponde (Archinto pp. 282, Euro 12,OO) dedicato per eccellenza alla pittura e insieme alla sua vita, al Buddismo tibetano e al pensiero visivo, è enigma. Una parola manganelliana per eccellenza che figura nel titolo di due quadri di De Chirico che Giulia esamina e discute, non solo ricorrendo alla sua cultura, alla sensibilità visiva (è stata eccellente fotografa professionista intorno ai vent’anni, mestiere interrotto di colpo), ma soprattutto alla sua esperienza spirituale. L’enigma, era per Manganelli, il cuore di ogni classico, ovvero ciò che si occulta nel fondo della letteratura e che non si può ridurre a nessuna lettura filologica o critica: qualcosa di pulsante, di vivo, di misterioso qualcosa che interroga, come le linee intere e spezzate degli Yi Jing, dove possiamo leggere, se lo vogliamo, i sublimi mutamenti, il nostro destino. Una sera per strada, a Milano, Giulia vede passare un nuovo modello di tram che reca il numero 14: le figure illuminate all’interno delle carrozze, dietro grandi finestrini quadrati, le danno un tuffo al cuore. Ecco transitare l’essenza muta dei quadri di Hopper: Un’altra volta in America, immersa nella luce di Los Angeles, comprende all’improvviso cosa voleva dipingere David Hockney con le sue piscine: la pittura come specchio. Una delle grandi qualità di Hockney – scrive nel suo libro di note, appunti, riflessioni, piccole storie personali, illustrazioni di istanti, epifanie del pensiero – è di essere sempre consapevole dell’inautentico e dell’artificiale.
Come definire questo volume? Una riflessione sull’arte? Un diario di letture e viaggi? Un manuale di meditazione? Un’autobiografia? Senza dubbio è il libro di una poetessa: lo si capisce dallo stile, dal modo in cui è scritto, ma anche dal modo in cui è “pensato”; A un certo punto, nelle bellissime pagine su Hockney, cita una frase di Hannah Arent: “Le opere d’arte sono: cose del pensiero”. La “cosa”, per Giulia Niccolai, non è oggetto, bensì un contenuto del pensiero: un’esperienza spirituale. Su questa strada la poetessa probabilmente è andata più avanti dello stesso Manganelli, che dopo aver conosciuto l’enigma in modo concreto (“la cosa”) nel corso del suo viaggio in India (Esperimento con l’India, Adelphi) se ne è ritratto, l’ha fuggito, per poi ritrovarselo davanti, di colpo, negli ultimi mesi di vita. Giulia si è invece buttata dentro l’enigma, lo ha seguito sino in India, ne ha fatto la sua stessa “cosa”. Nel sottotitolo del libro è scritto Spazio/Tempo: indica le due sponde, insieme a Oriente/Occidente. Il tema del libro è infatti l’incontro con l’Eterno, tema spirituale per eccellenza (ma anche tema scientifico, come ci ha mostra la fisica atomica del ventesimo secolo, Wolfgang Pauli con il suo Psiche e natura, Adelphi). L’eternità come abolizione del tempo, argomento che la poesia insegue da secoli, e su cui ci si arrovella non meno della religione della scienza. Con la sua esperienza del mondo visivo Giulia Niccolai ha fatto un passo ulteriore, in quella direzione, alleggerendo ancora il suo fardello. Di meditazione in meditazione (ma si dovrebbe dire di poesia in poesia), tutto e diventato più aereo e sottile. Rispetto a Esoterico bigliardo (Archinto 2001) Le due sponde appare come il libro dell’infanzia del pensiero. La “cosa” a cui si sta pian piano avvicinando è infatti il passato remoto cui sembra indirizzarla la visione della pittura, i quadri di Megritte e Hopper, di De Chirico e Jim Dine, di Carracci e di Antonello da Messina le servono per questo. L’origine è davanti a noi: invecchiando si avanza retrocedendo.
Le pagine più belle del libro, pagine che cadono all’improvviso, come colpi di luce – la luce che come fotografa, poetessa e donna, Giulia Niccolai dimostra di amare fortemente – sono quelle in cui il mondo visto, diventa un mondo vissuto, esperienza di un attimo, illuminazione, rivelazione, enigma, appunto. Il capitolo dedicato a Duchamp è poi un sorprendente autoritratto. Di cosa hai vissuto? chiede Pierre Cabanne nella celebre intervista a Duchamp: Non lo so proprio, risponde l’artista. Cabanne insiste, e Duchamp gli dice: avevo dei Brancusi in soffitta, ho chiamato Roché e glieli ho venduti. Allora, continua, gli affitti costavano poco a New York, e conclude: “Vivere è più una questione di quanto uno spende pittosto di quanto una guadagna: bisogna sapere quanto ci serve per vivere”.
Henri -Pierre Roché, il mitico autore di Jules e Jim e di Le due Inglesi e il Continente, pubblicati a settant’anni suonati, sosteneva che l’opera migliore di Duchamp è stata l’uso che egli ha fatto del suo tempo.
Giulia Niccolai appartiene a quella genia di artisti, non solo perché è stata una poetessa della neoavanguardia, non solo per le belle e sorprendenti poesie che ha pubblicato (il suo Harry’s Bar del 1980, è uno dei migliori libri di poesia del dopoguerra) non solo per questo ultimo libro, ma anche dell’uso che ha fatto negli ultimi venticinque anni del proprio tempo: la meditazione. Si è fatta buddista e monaca non solo per ritrovare se stessa, la propria pace interiore, per liberarsi dall’Io, ma anche per essere fino in fondo un’artista. Una astuzia, o una ingenuità, la sua? Entrambe le cose, credo.
da il manifesto
Quando il giudice ha pronunciato la frase fatidica: «Le imputate sono assolte», loro si sono prodotte in un un «Oh» di gioia, si sono «date il cinque» e poi si sono precipitate ad abbracciare il loro avvocato, Norman Siegel, un’icona delle battaglie per i diritti civili a New York. Magari proprio «precipitate» no: l’età delle diciotto imputate andava dai 67 ai 91 anni, molte di loro camminavano aiutandosi col bastone e una addirittura con il walker, cioè quella specie di gabbia metallica su cui quelli malfermi sulle gambe si appoggiano passo passo. Ma questo non aveva impedito loro di dare vita a una singolare protesta contro la guerra in Iraq durante la quale avevano compiuto il reato per il quale erano finite sotto processo: l’ostruzione, nell’ottobre scorso, dell’ingresso dell’ufficio di reclutamento militare (uno di quelli che negli ultimi tempi «piangono» come il piatto del poker quando i giocatori non puntano) che si trova proprio a Times Square.
I reclutatori chiamarono la polizia, gli agenti arrivarono e intimarono alle signore di sgomberare. «Siamo in fila perché vogliamo arruolarci», risposero loro con il candore imparato in tanti anni di sit-in e proteste varie (alcune avevano avuto il loro «esordio» addirittura ai tempi del processo, poi finito con la condanna a morte, contro Ethel e Julius Rosemberg). Un po’ sconcertati ma decisi a fare il loro dovere, gli agenti le ammanettarono e le portarono al commissariato. Un imbarazzato funzionario, sentito il racconto dei suoi uomini, comunicò loro il reato per cui sarebbero state processate e le lasciò andare. La settimana scorsa, sei mesi dopo il fatto, ecco il processo. Condanna possibile: quindici giorni di prigione e 250 dollari di multa. La linea di difesa scelta da Norman Siegel, che di processi come questo ne ha affrontati a centinaia, era semplice: le diciotto anziane signore non ostruivano un bel niente perché non c’era nessuno che volesse entrare e che non fosse riuscito a farlo. Una tesi che non implicava le «grandi questioni» e che consentiva una conclusione rapida di questa storia, anche se naturalmente Siegel non ha mancato di sostenere che l’intento delle imputate era di «risvegliare l’apatia del pubblico nei confronti dell’immoralità, l’illegalità, la distruttività della guerra in Iraq». Il giudice ha accolto la sua tesi, trovando perfino il modo di «assolvere» anche i poliziotti che «sul momento non sapevano bene che fare, mentre io ho potuto permettermi il lusso di pensarci su e di determinare che quella di arrestare le imputate non è stata una buona idea».
Dopo gli abbracci all’avvocato, le signore sono andate a ricevere quelli delle centinaia di sostenitori che le aspettavano fuori: c’erano le altre componenti del loro gruppo, chiamato Granny Peace Brigade, brigata delle nonnine per la pace, accompagnate da figli e nipoti, nonché una piccola rappresentanza di un gruppo parallelo dell’Arizona chiamato Raging Grannies, nonnine arrabbiate, venuta a testimoniare la propria solidarietà. Insieme hanno cantato il loro inno, «Dio aiuti l’America», una parafrasi del famoso «Dio benedica l’America», che (anche se la traduzione non rende perché mancano le rime) suona così: «Dio aiuti l’America/ ne abbiamo molto bisogno/ perché i nostri leader sono degli imbroglioni/ e stanno rendendo il mondo ancora più cattivo». Del resto l’avvocato Siegel glielo aveva detto: «Il giudice ha detto che avete il diritto di protestare pacificamente. Quindi protestate». Loro di sicuro non si fermeranno.
Insieme alle francesi, vengono solo prima delle lituane. Leggono e guardano la televisione Ora d’aria Lavorano più degli uomini ma ciò che manca è il tempo per sé. Parla Chiara Saraceno
Iaia Vantaggiato
Sono donne, italiane e hanno tra i venti e i settantaquattro anni. E a prendere sul serio i dati tratti dall’indagine Multiscopo dell’Istat titolata «Uso del tempo» – detengono almeno due record negativi. Il primo. Godono di una quantità di tempo libero inferiore rispetto a quello che la società concede ai loro compagni «maschi»: quattro ore e cinquanta minuti contro le cinque e otto minuti di cui godono gli uomini. Una manciata di secondi che fa la differenza. Il secondo: insieme alle francesi – e sempre quanto a tempo libero – occupano la penultima posizione nella graduatoria europea, subito prima delle lituane. Lo svantaggio – secondo l’Istat – parte dalla prima infanzia quando, già intorno ai dieci anni, le bambine dedicano una parte del loro tempo alle attività domestiche o allo studio (cui i loro compagni, come è noto, si dedicano assai di meno).
Quindi, adolescenti, ancora arrancano dietro ai loro brufolosi amici alla ricerca spasmodica di un’ora di libertà. Magro il bottino: quattro ore e 41 minuti contro le cinque e 28′ elargite ai fanciulli di sesso maschile. Peggiora la situazione tra i 20 e i 64 anni quando le donne (casa-spesa-bambini-lavoro-sociale) devono accontentarsi di una sola ora libera al giorno: tre ore e ventotto minuti contro le 4 e 16 degli uomini. Poi, che dire? Va meglio alle single, pure provviste di prole, che delle domestiche e psicologiche esigenze dell’amico-compagno-pseudopadre non esitano a liberarsi.
E che del loro tempo cercano di fare ciò che vogliono: tre ore e 21 minuti contro le due ore e 57 delle donne in coppia con figli. E all’età della pensione la forbice si allarga.
Ma poi che vuol dire tempo libero? Guardare la tv o semplicemente tenerla accesa – come suggerisce l’indagine Istat – per tenere a bada bambini un po’ troppo esuberanti ossvolgere contemporaneamente sempri nuovi lavori domestici?
I dati non parlano se non vengono interrogati e forse alle indagini bisognerebbe cominciare a dare un credito minore.
«Non solo le donne dispongono di minore tempo libero – commenta Chiara Saraceno, ordinaria di sociologia della cultura alla Bicocca di Milano – ma soprattutto va detto che non hanno temmpo per sé, quello che puoi ritagliare dentro al tempo cosiddetto libero per creare delle isole di significato per te stessa e per la tua vita. Un tempo da plasmare a seconda dei tuoi desideri e dei tuoi stati d’animo. Un tempo per non fare nulla che serva a recuperare quel concetto di otium come coltivazione del sé». Le donne in Italia ma forse dovunque – tiene a precisare Saraceno – «sono ostaggi, prigioniere del tempo. E per questo non riescono a costruire equilibri temporali che lascino spazio ai loro percorsi esistenziali».
Una confutazione documentata della teoria classica liberista: i saperi crescono solo se «coltivati e posseduti» da quanti più soggetti possibile, anche per ragioni diverse
Franco Carlini
Mariella Berra e Angelo Raffaele Meo ci regalano un altro saggio dedicato all’«Informatica solidale», dopo quello da loro pubblicato, sempre per Bollati Boringhieri nel 2002.
Questa volta già il titolo, «Libertà di software, hardware e conoscenza», segnala che non si tratta solo di tecnologie digitali, ma di informazioni e saperi, aperti e condivisi. Come nel volume precedente, la descrizione degli aspetti tecnologici è comunque precisa e abbastanza esauriente, ma non specialistica; questa parte è utile perché è anche attraverso specifiche soluzioni tecniche che si favoriscono o si impediscono le società aperte.
Due aspetti è comunque utile sottolineare. Il primo è un aggiornamento della famosa Tragedia dei Commons. La formulazione originaria risale al 1968 (Garret Hardin) e suonava così: un bene comune, di tutti e di nessuno, quasi inevitabilmente è destinato a deteriorarsi fino a scomparire perché i singoli individui, in assenza di leggi e sanzioni, tenderanno a saccheggiarlo. Così sono andate le cose con i grandi banchi di pesca del Nord Atlantico, così può succedere in un bosco o pascolo comune. Tradizionalmente tali risorse erano preservate dalla comunità locale di appartenenza, sia con leggi che con meccanismi sociali di regolazione, ma quando la comunità più non c’è o non basti, allora l’unica soluzione, dice la teoria classica, è quella proprietaria: recintando i terreni e assegnandoli a lotti, i singoli proprietari, tutelando il proprio interesse, eviteranno che il campo vada in malora. Insomma la proprietà come soluzione efficiente a un problema di scarsità: troppi contadini e poca terra, allora un nobile diventa padrone e gli altri fanno i fittavoli o gli schiavi. Ovviamente quello della terra ai signorotti non era l’unico modello possibile; l’alternativa è «la terra a chi la lavora», ma entrambe partono dal principio di smembrare il bene comune, quando scarso.
Così andarono le cose nell’Inghilterra del settecento con le cosiddette enclosures. Ma nel caso dei saperi, che senza dubbio sono un bene comune, c’è una differenza profonda perché essi non sono una risorsa scarsa, fanno notare i nostri autori. Semmai succede esattamente il contrario di quanto càpita con i beni fisici: se condividere un pascolo tra tanti pastori egoisti può portare al suo esaurimento, viceversa condividere la conoscenza porta ad accrescere quella socialmente disponibile, anche nel caso che gli attori siano altrettanto egoisti, e cioè motivati esclusivamente dal proprio interesse individuale. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare l’altruismo perché si verifichi questo effetto positivo. Come è possibile?
Il libro che abbiamo tra le mani ce lo spiega così: singoli soggetti hanno a disposizione un bene comune, come per esempio la rete internet o la moltitudine di programmi a sorgente aperta (open source). Molti di loro decidono di dedicare tempo e risorse ad arricchire quel patrimonio, per esempio migliorando un software già esistente, aggiungendo una voce all’enciclopedia Wikipedia, eccetera. Lo fanno per molti motivi, magari per conquistare prestigio come buoni programmatori, oppure per vendere servizi di consulenza, o ancora per gusto della sfida intellettuale. In ogni caso l’effetto dell’essere in rete o in una comunità è due volte positivo: per i singoli che usufruiscono delle risorse comuni, abbondanti e non estinguibili, e per la comunità nel suo complesso il cui capitale sociale cresce grazie all’apporto dei nuovi partecipanti. E’ questo il classico effetto rete: ogni nuovo ingresso l’arricchisce e rende più conveniente farne parte, così attirando nuovi membri.
Con un’altra differenza importante rispetto ai beni fisici: questi durano nel tempo anche quando non vengono usati (al massimo serve un po’ di manutenzione), mentre i saperi deperiscono, fino persino a estinguersi, se non vengono fatti circolare, usati e arricchiti dall’uso creativo. Del resto gli uffici brevetti sono ricolmi di invenzioni che non hanno mai trovato la strada del mondo reale, e l’80 per cento dei libri pubblicati non sono più disponibili perché gli editori valutano che non ci sia mercato per loro.
Questo bisogno insopprimibile delle idee di muoversi, pena la loro estinzione, ricorda molto da vicino il circuito del dono, come descritto dai suoi studiosi, a cominciare da Marcel Mauss nella prima metà del secolo scorso: donare, ricevere, ricambiare; la reciprocità non si indirizza necessariamente verso il donatore – nel qual caso sarebbe una semplice restituzione, che interrompe il circuito. Invece il dono (e la conoscenza) circola verso altri, a ogni passaggio crescendo di valore.
In definitiva: Open Source e internet sono sia integrabili nel mercato che oggetti di politiche statali (gli autori ne offrono una rassegna aggiornata), ma sono anche ascrivibili a un terzo paradigma, al di là di stato e mercato, quello dei beni relazionali, quelli cioè che traggono valore dall’arricchire le relazioni tra gli umani. Il Teatro del mondo in novanta scene. 194 pagine, oltre 250 cartine e grafici. Uno strumento indispensabile per comprendere il XXI secolo Introduzione di Ignacio Ramonet a 13 euro in edicola e in libreria 10 euro per le scuole-10 euro per gli abbonati vecchi e nuovi a Le Monde diplomatique/il manifesto che ne faranno richiesta NUO VA EDIZ IONE Per informazioni 06.68719330 Per la vendita diretta consultare il sito www.ilmanifesto.it; oppure fare un versamento sul ccp 708016 intestato a il manifesto via Tomacelli 146 – 00186 Roma aggiungendo 2,00 euro di spese di spedizion e per ogni copia.
Il successo della Rete dovebbe far riflettere: una struttura aperta, tecnologicamente facile, da utilizzare secondo esigenze tra le più diverse. Ma i grandi gruppi industriali tradizionali, spinti solo dalle ragioni del profitto, sarebbero disposti a «recintare» questo nuovissimo «bene comune», snaturandolo per sempre. Un libro che chiarisce molto su cosa vada davvero inteso per «digital sharing» e l’economia che già adesso conforma e supporta
Franco Carlini
Chiunque siano i nuovi ministri dell’industria, delle comunicazioni, dell’innovazione, della cultura, della funzione pubblica, farebbero bene a leggersi un volume a 22 voci appena stampato: «Innovazione e creatività nell’era digitale. Le nuove opportunità della digital-sharing economy» (Franco Angeli, 2006). E’ una lettura utile giusto per farsi un’idea non banale di cosa debba intendersi oggi con quelle parole multiuso che tanti hanno impiegato, anche a sproposito, in campagna elettorale: innovazione, tecnologia, creatività.
Lo hanno curato Bruno Lamborghini, un continuatore della migliore cultura olivettiana, e Stefano Donadel dell’università cattolica di Milano. E’ la rassegna critica e aggiornata dello stato dell’arte nell’economia e nel mondo digitale e dunque spazia dai problemi del diritto d’autore e dei brevetti, ai modelli di business, dal digital divide alle tecnologie che di nuovo ci incalzano, mettendo in dubbio le idee che ci eravamo fatti a proposito delle reti e dell’internet in particolare. La parola chiave è già nel sottotitolo: «sharing», ovvero condivisione di tecniche e di conoscenze. Che poi è la cosa più importante successa nel mondo in questi ultimi 15 anni: un sistema di connessione tra computer nemmeno eccezionale dal punto di vista tecnico e nato un po’ per caso laggiù in California, si è rivelato, senza che nessuno dei futurologi di allora lo prevedesse nemmeno lontanamente, un moltiplicatore di idee, di conversazioni e di affari. Per un motivo fondamentale: era un sistema aperto, universale, relativamente facile da usare. Una tecnologia abilitante, che ha «messo in grado» le persone di fare da sé, a poco costo e con grande gusto.
Fare che cosa? La cosa che agli umani più piace: intrattenere relazioni con i propri simili, quali affettuose e amicali, quali frivole, quali serissime e d’affari. E’ esattamente lo stesso motivo del successo dei telefoni cellulari i quali hanno in più altri vantaggi,come una facilità d’uso ancora più spinta, la maneggevolezza da borsetta o da tasca e l’essere sentiti come oggetto personale e individuale, vero prolungamento delle relazioni intime.
Un futuro ottimistico, ma non garantito, è quello di una molteplicità di apparati utente (così i tecnici chiamano tutti gli oggetti che le persone usano per comunicare) di caratteristiche diverse quanto a forma e prestazioni. Ognuno di noi ne avrà diversi (già ora molti ne hanno diversi, dal computer da scrivania al portatile, dall’iPod al cellulare) che userà seconda le sue esigenze e desideri. Ma tutti questi oggetti saranno agnostici – così almeno ci si augura – rispetto alle molte reti di connessione disponibili: quella di rame delle telecom, quelle in fibra, quelle senza fili nelle molteplici versioni e tecniche. E da ogni apparato, passando per la rete migliore a disposizione là dove ci si trova, dovrebbe essere possibile arrivare a ogni persona e a qualunque blocco di idee presenti nelle reti. Oggi non è così, perché a differenza dell’internet aperta e bene comune, gli altri network sono sovente e programmaticamente costruiti per essere tra di loro incompatibili (non sono interoperabili nei protocolli di trasmissione, nei software usati e nei formati)
L’eccezionale e imprevisto successo di internet ha aguzzato gli ingegni delle persone, ma anche gli appetiti delle industrie tradizionali, telecom, televisioni, case della musica e del cinema. Tutti questi sono in conflitto tra di loro, ma anche strategicamente concordi, nel programma di presa di controllo delle reti, al costo di segmentarle, recintarle e alla fine deteriorare quella piattaforma comune su cui invece potrebbero prosperare, se rimane aperta e condivisa.
Chiara Gatti
Altro che donne fragili e disperate casalinghe: Quelle protagoniste della mostra che inaugura alla Triennale sono dei veri mastini, capaci di dare punti ai colleghi maschi sia sul piano dell’arte sia su quello della vita quotidiana. E visto che la rassegna costituisce il più importante evento collaterale del Salone del Mobile, la vita quotidiana – o meglio, quella domestica – rappresenta proprio il tema centrale su cui sono state chiamate a confrontarsi trentacinque autrici contemporanee, italiane e straniere, più o meno note.
Ideata da Luigi Settembrini e curata da un’altra signora dell’arte, la storica e mercante Claudia Gian Ferrari, la rassegna ironizza sul ruolo della donna come “angelo del focolare”, nel senso che la casa, più che accudirla, tende di norma a incendiarla: Chiamatela psicosi del nido o intolleranza alle quattro mura, fatto sta che nessuna di queste trentacinque dark lady in potenza sembra guardare con nostalgia all’antico calore del tinello, interpretando purtroppo gli spazi dell’abitare come una gabbia scomoda e ostile.
Basti pensare alla stanza di Paola Pivi, milanese, classe 1971, fatta di pareti lattiginose, decorate da migliaia di cerchietti che mandano in tilt la vista, costringendo alla fuga. Oppure al pavimento in legno di un’altra giovanissima italiana, Sarah Ciracì, fracassato dal raid di due gigantesche trivelle. O, ancora, allo zerbino di chiodi, simile al letto di un fachiro, inciso sarcasticamente dalla libanese Mona Hatoum con la scritta Welcome. Più che di angeli stiamo parlando, insomma, di diavolesse scatenate, che invitano – è il caso di Angela Bulloch – a sedersi su enormi divani, così morbidi da non potersi più alzare o che invogliano, come l’americana Pae White, a entrare in camere da letto che, a guardarci bene, sono tappezzate di occhi e sguardi un po’ morbosi. Una bella favola amara e generazionale dunque, dove non manca la presenza di super-donne come Marina Abramovic, che in abito da sera, pulisce i pavimenti prima di andarsene per sempre, la cantante americana Patti Smith con la sua “Stanza dell’anima”, e la poetessa Patrizia Valduga che recita, in video, versi su un amore perduto: “Un bisogno d’amore che ti ingloba / il bisogno d’amore bella roba”.
Accanto a un lavoro inedito di Vanessa Beecrof, che ha imbottito una casa-container con un esercito di domestiche di colore, la mostra ospita l’intervento di tre attrici: Luciana Lettizzetto, caustica interprete dei rapporti tra uomo, donna e faccende domestiche, Maria Cassi, col suo galateo mordace, e Irene Papas che non ha perso un’unghia del suo fascino greco e ha dedicato una stanza alla regina virago Teodora, che salvò l’Impero di Bisanzio e di se stessa diceva: “Nei miei pensieri fiumi di ghiaccio, gelide acque circondano il mio cuore”. Fra angeli e demoni la mostra è intensa e antidemagogica, da non perdere per farsi un’idea sull’energia delle ultime ricerche estetiche al femminile.
Ilaria Maria Sala
Il Dio dell’ Asia. Religione e politica in oriente (Il Saggiatore, pag.352, € 17,00)
CLe religioni, le idee viaggiano. A volte si fermano, assorbono qualcosa di locale e riprendono il viaggio vestite a nuovo. Oppure, dopo tanto cammino può capitare che si smarriscano, che si stemperino in quello che le circonda fino a scomparire. Per poi ricominciare in modo inaspettato, in certi casi, o restarsene mute ad aspettare ricercatori pazienti che vorranno scavare nella storia. Macao, una piccola città aggrappata alla costa meridionale cinese, rimasta sotto controllo portoghese per più di quattrocento anni, è stata in crocevia di uomini e vicende. Oggi, per trovare mille racconti inimmaginabili basta sollevare una pietra, oppure guardarsi intorno con attenzione per osservare la vitalità sempre sorprendente di questa curiosa appendice cinese, dove Europa e Asia si sono incontrate, e dove amano raccontare di aver vissuto in perfetta armonia.
Nel museo di storia è esposta la bellezza dell’incontro tra civiltà riassunte entrambe in modo schematico e semplicistico e con toni ottimistici, quasi a voler allontanare qualsiasi problematica negativa (…). Le belle chiese rimaste sono frequentate da tutti, per quanto i cattolici rappresentino solo il 3 per cento del totale, in questa cittadina di mezzo milione di abitanti. Una cifra davvero modesta, anche in considerazione del fatto che la maggior parte delle scuole è tuttora gestita da cattolici, con nomi quali Escola de Nos Senhora de Fatima e Escola do Santissimo Rosario. Come sottolinea il vescovo di Macao, José Lai “non battezziamo i ragazzini anche quando lo desiderano, perchè diciamo loro che c’è bisogno del consenso dei genitori, oppure che abbiano raggiunto un’età più matura. Diamo un’istruzione a tutti, quello si, ancora prima di impegnarci nell’evangelizzazione. La maggior parte delle famiglie qui è buddhista o segue credenze cinesi pagane, come faceva la mia stessa famiglia, prima che ci convertissimo tutti, grazie all’opera di mia sorella maggiore quando noi fratelli eravamo ancora bambini …” racconta, muovendosi per la diocesi di Macao deserta con un leggero sorriso sulle labbra. “Abbiamo un problema di personale nuovo, al momento” ammette. “I cattolici di Macao non sono molti e diversi sono già anziani, per cui adesso stiamo cercando personale nuovo, da fuori Macao. Per i giovani l’incentivo ad avvicinarsi alla chiesa è scarso, per ora; è una cosa alla quale dobbiamo lavorare di più. Oggi ci sono talmente tante opportunità di lavorare nel casinò, che dedicarsi alla vita religiosa non è proprio una priorità.” La diocesi di Macao in passato fu importantissima, perchè è da qui che venne lanciata l’evangelizzazione dell’Asia intera: arrivati a Macao da Roma e da tutta l’Europa cattolica, dopo essersi riposati e aver ricevuto le istruzioni necessarie, i missionari proseguivano verso le coste del Giappone o si recavano in Cina a portare il loro messaggio. Fu da qui, poi, in epoca più moderna, che si diede protezione ai cattolici di Timor Est, nel corso dei difficilissimi anni della dittatura indonesiana.
E Macao è tuttora fiera di aver accolto profughi vietnamiti e cinesi, in fuga dalla Rivoluzione comunista e, negli anni Sessanta, dalla Rivoluzione culturale. Oggi, invece, la maggior parte della popolazione, per quanto educata dalla Chiesa, non considera il cristianesimo un elemento fondamentale, per quanto tutti si rechino a messa il giorno di Natale, per esempio o per quanto migliaia di persone partecipino alle processioni religiose che sono divenute tradizionali anche qui con tanto di statue di Gesù o della Vergine, trasportate a braccia fra canti e preghiere. Dopo essersi impegnata così a lungo per altri cattolici lontani, ora la diocesi di Macao è costretta a chiedere rinforzi all’esterno, anche se il vescovo Lai non ne è turbato più di tanto. Mostra con evidente orgoglio le sale riunione dove si trovano i ritratti a olio dei papi, e quelli sempre a olio, dei vescovi di Macao, a cominciare dal primo, don Belchior Carneiro Leitao, giunto in città nel 1576. Eppure, sebbene per il momento le fortune della chiesa cattolica appaiono in declino, non si deve per questo pensare che l’intera città sia improvvisamente indifferente alla religione o che il declino sia generalizzato, dato che le spiegazioni di natura religiosa a fenomeni che appaiono misteriosi sono sempre le prime ad affiorare. Infatti, quando, nel 2003, il Guangdong e la vicina Hong Kong vennero martoriati dall’epidemia di Sars, che solo nella Cina del sud provocò più di cinquecento vittime, a Macao non fu registrato nemmeno un caso. “L’unica persona che contrasse la Sars era un uomo di Zhuhai, di passaggio in città, che era venuto a Macao sapendo di essere ammalato, perchè sperava che qui sarebbe stato curato meglio che in Cina. Guarì, e si trattava comunque di un caso importato” racconta Ricardo Pinto. “E molti hanno deciso che la nostra immunità, nella città dedicata a Dio, e battezzata Cidade do nome de Deus, sia stata il miracolo del cielo”.
Nuova decisione dopo l’ abolizione della siesta. «Così c’ è più tempo per la famiglia»
Alessandra Mangiarotti
Il ministro della Difesa José Bono ha guardato l’ orologio: le otto in punto. Quindi, dalla tribuna, ha salutato il Congresso dei deputati più mattiniero della storia di Spagna: «A quien madruga, Dios le ayuda». Un detto che tradotto alla lettera vuol dire: «Dio aiuta chi si sveglia presto». Ma meglio è reso dal nostro ben più secolare «le ore del mattino hanno l’ oro in bocca». Anche nel caso in cui l’ obiettivo da centrare, tanto caro al premier socialista Louis Rodriguez Zapatero, sia quello di riuscire a conciliare lavoro e famiglia: «Prima si inizia a trabajar, prima si torna a casa». Per la felicità di chi vuole adeguare i ritmi lavorativi a quelli europei. Ma con buona pace della way of life spagnola, del tutto spostato il più tardi che si può: lavoro, shopping, rito delle tapas e cena. Dopo gli otto ministri donna, la «ley de igualdad» e l’ abolizione della siesta per deputati e dipendenti statali, il governo Zapatero prova a rivoluzionare un altro pezzo di tradizione spagnola (e a porsi come avanguardia in Europa). Dando anche questa volta il buon esempio («lo Stato insegni, il privato in-segua») in fatto di orari: per la prima volta nella storia del Parlamento, ieri mattina i deputati sono stati chiamati a raccolta dal presidente del Congresso Manuel Marìn alle otto anziché alle nove. Con un’ ora d’ anticipo rispetto al tradizionale appuntamento in Aula. Per mettere ai voti innanzitutto, dopo il via libera del Senato, la legge sull’ Esercito e la Marina. La legge è stata approvata all’ unanimità. L’ esperimento, il primo di una serie che negli intenti del governo porterà a un cambiamento degli orari dalla prossima stagione, ha diviso i deputati. Anche se l’ affluenza per l’ ultima seduta prima delle vacanze pasquali è stata forte: un terzo dei 350 deputati ha preso parte ai lavori fin dalle otto. Insieme ai funzionari e agli addetti all’ Aula che sono stati chiamati ad adeguarsi al nuovo orario di lavoro. La proposta di anticipare l’ inizio delle sedute parlamentari era stata presentata nelle scorse settimane dal presidente del Congresso Marìn: «Così si concilia meglio il lavoro con la famiglia». Un obiettivo che il governo Zapatero vuole raggiungere anche attraverso la realizzazione di un asilo all’ interno del palazzo del Congresso: «Per i figli di deputati e funzionari», ha confermato ieri Marìn. E la benedizione del nuovo orario è arrivata dopo una riunione dei capigruppo parlamentari e un incontro con la Commissione nazionale per la razionalizzazione degli orari di lavoro. Perché mettere ordine nei ritmi professionali (e di vita) degli spagnoli, va detto, per il governo Zapatero è importante quanto riuscire a conciliare lavoro e famiglia. Insomma: la gazzella d’ Europa, la nazione del Vecchio continente che corre più veloce di tutti, non può non adeguarsi agli orari di lavoro comunitari. Sottolineando che la tradizione e la storia non c’ entrano con le lente abitudini spagnole (della siesta, ad esempio, non c’ è traccia fino agli Anni Trenta, quando per povertà gli spagnoli avevano bisogno di due lavori e quindi di dividere in due la giornata) il governo tira dritto. Inciampando però anche in ostacoli «casalinghi»: «Quello più grande è convincere i deputati a ridurre a un’ ora la pausa pranzo», ammette Marìn a quattro mesi dall’ abolizione della siesta per i dipendenti statali. «Oggi inizia alle 14.30 circa e si spinge fino alle 17.30, quando si sta ancora ordinando l’ ultimo caffè». LA SIESTA Intanto è stato un esperimento. Ma dal prossimo autunno potrebbe essere la regola quella di convocare il Congresso dei deputati un’ ora prima, alle 8 invece che alle 9 del mattino. Una decisione che si inserisce nella «rivoluzione» degli orari promossa e incoraggiata dal governo Zapatero A dicembre il governo Zapatero ha abolito la pausa pomeridiana nell’ amministrazione civile. L’ obiettivo era mettere fine «ai caotici orari» e di «riconciliare lavoro e famiglia». Ha spiegato il ministro dell’ amministrazione pubblica: «I dipendenti torneranno a casa alle sei, invece che alle 8 o alle 9» Abitudini in Spagna IL RIPOSO La siesta è uno dei simboli della vita spagnola: con differenze tra Nord e Sud, tutto si ferma tra le 14 e le 16 (anche le 17)SHOPPING Anche i negozi seguono il bioritmo della nazione: saracinesche alzate dalle 10 alle 14 quindi, dopo la siesta, dalle 17 alle 20 LE TAPAS L’ antico rito delle Tapas, ricchi e tipici aperitivi, scandisce il ritmo delle serate: mai prima delle 19, fa slittare la cena alle 22 PARLAMENTI A CONFRONTO SPAGNA I lavori del Congresso dei deputati iniziano abitualmente alle 9. Ieri, per la prima volta, la seduta è cominciata alle 8. Il presidente del Parlamento ha anche annunciato la creazione di un asilo per i figli di deputati e funzionari. ITALIA Non ci sono orari prestabiliti. Normalmente le sedute parlamentari nei giorni delle votazioni (martedì, mercoledì e giovedì) iniziano tra le 9 e le 9.30. Pausa pranzo tra le 13.30 e le 15. I lavori in Aula abitualmente proseguono fino alle 21. UNIONE EUROPEA Le sedute plenarie del Parlamento Ue iniziano alle 9 (alle 17 il lunedì, alle 10 il giovedì). Due ore di pausa pranzo, una per la cena, si spingono anche fino alle 24. Le riunioni delle commissioni iniziano alle 9. Pausa dalle 13 alle 15, poi al lavoro fino alle 18.30
I liceali di Arras scrivono a «mamma e papà»: il contratto di primo impiego riguarda anche i garantiti; il governo vuole precarizzare pure chi ha un posto a tempo indeterminato
Di seguito, vi proponiamo la lettera scritta da alcuni liceali di Arras ai genitori, lo scorso 24 marzo.
«Cara mamma, caro papà,
da alcune settimane, con moltissimi amici e amiche, ma anche con altri giovani di altri licei, chiedo il ritiro del Cpe. All’inizio non sapevo bene cosa fosse il Cpe, ma ora ho la certezza che questo contratto di primo impiego mi danneggerà per anni.
Sui nostri cartellini c’è scritto: «da buttare»: dovete sapere che un datore di lavoro avrà la possibilità di licenziarmi in qualunque momento, con una semplice lettera, senza dover fornire spiegazioni.
Sui nostri cartellini c’è scritto: «da sfruttare». Come potrei rifiutarmi, dire no, reclamare o semplicemente parlare francamente, se la porta sarà sempre aperta per buttarmi fuori? Mi sarà impossibile chiedere un aumento salariale, un miglioramento delle condizioni di lavoro. Non potrò rivendicare nulla, né firmare la minima petizione. E’ terribile.
Tu mamma, tu papà, nell’azienda in cui lavorate siete considerati. Io, con un Cpe, per due anni o anche più non farò parte degli effettivi. Non avrò diritto di voto alle elezioni sindacali o a quelle dei probiviri. Peggio: se lavorerò in un’impresa con un comitato aziendale, la mia paga non sarà inclusa nel calcolo della massa salariale. In altri termini, sarò penalizzante per gli altri dipendenti.
Con il Cpe il licenziamento non dà diritto a un’indennità basata su una percentuale del salario per i primi sei mesi. Con il Cpe, quando si è licenziati si riceve inizialmente un premio dell’8% dei salari percepiti, mentre il contratto a tempo determinato dà diritto al 10%, e 480 euro per i due mesi successivi. Poi più niente, e oltre tutto ci vogliono quattro mesi di presenza. E il periodo tra due Cpe non può essere inferiore a due mesi.
In questo caso, capite bene che resterò a casa ancora per vari anni. E spero che accetterete di accogliermi, anche se non era previsto. Se poi volessi comprarmi una macchina, dovreste essere voi a garantire e a pagare le cambiali nel caso in cui io venga licenziato – magari per un motivo intollerabile. Anche se è difficile arrivare alla fine del mese e le bollette sono sempre più salate. Il Cpe è uno degli articoli di una legge – la legge Borloo sulle pari opportunità. Strano nome, per una legge che divide e pone i giovani in una condizione di disuguaglianza rispetto agli altri lavoratori e lavoratrici che hanno più di 27 anni e 11 mesi. Questa legge comprende poi altri articoli: il contratto senior, che è un Cpe per le persone tra i 56 e i 59 anni. E prevede di far tornare al lavoro, come apprendisti, i ragazzini di 14 anni; e peggio ancora, ammette di nuovo il lavoro notturno dai 15 anni in su; e tante altre misure minacciose sono contenute in questa legge.
Cara mamma, caro papà, la situazione è grave. Con l’approvazione di questa legge si rimette in discussione tutto il diritto del lavoro e al lavoro. Hanno incominciato dai giovani, ma subito dopo si rimetterà in discussione l’intero codice del lavoro e lo statuto, e allo stesso modo anche il vostro contratto a tempo indeterminato.
La lotta che sto portando avanti oggi è per te mamma, per te papà, anche se forse non lo sapevate. I giovani hanno dato l’esempio del loro coraggio e della loro determinazione. Perché voi no?
Martedì prossimo i sindacati dei lavoratori, degli studenti, dei liceali hanno convocato scioperi ovunque, chiamandoci a manifestare. Vi vorrei tutti e due con me, anche tu mamma, anche tu papà. Così saremo ancora più numerosi e mostreremo le famiglie unite e solidali di fronte all’arbitrio e all’arretramento sociale.
Perciò scioperate anche voi, e venite tutti insieme alle 14 alla Place de la Gare di Arras. I giovani sono di fronte a un pericolo e hanno reagito; non sono stati ascoltati, e ora sta ai genitori farsi sentire. Ditelo ai vostri amici, ai vostri colleghi.
Ecco, ora sapete tutto. Perciò, mamma e papà, conto su di voi, so che mi aiuterete a salvarmi dalle grinfie dell’ingiustizia sociale contro i giovani. E anche se i provveditori, comandati, vi spediranno delle lettere, anche se i principali professori minacceranno per telefono, sappiate che la nostra non è pigrizia. Siamo in lotta per il nostro futuro, mentre il loro è ben garantito, e non hanno nulla da perdere, tranne la loro dignità.
Vostro figlio/a, che vi abbraccia forte».
**Liceali in lotta dei licei Carnot, Gambetta, Robespierre, Guy Mollet, Savary, Jules Ferry, Le Caron e del Lycée Agricole di Arras.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)