La giovane artista afroamericana, in mostra al Metropolitan Museum di New York, affronta con le sue silhouettes nere storie come la devastazione dell’uragano Katrina a New Orleans e la tratta degli schiavi
Alessandro Cassin

«Questa mostra non è semplicemente su New Orleans o Katrina o i disastri causati dall’acqua. È un tentativo di capire il discorrere inconscio che si mette in moto quando parliamo di questi eventi», scrive Kara Walker sul pannello introduttivo alla sua mostra al Metropolitan Museum (fino al 30 luglio). In contemporanea a una deludente Biennale dell’arte americana al Whitney Museum, ecco una rassegna capace di stabilire rapporti allusivi e profondi tra l’arte contemporanea e la realtà.
L’ignobile spettacolo di depravazione e ingiustizie razziali messo a nudo dall’uragano Katrina, è il punto di partenza della riflessione della Walker che ha voluto evidenziare le interconnessioni tra acqua, etnia e povertà nella storia americana. Da qui il titolo, After the Deluge. Con grande intelligenza Walker non commenta la cronaca: nessuna opera è stata realizzata dopo la devastazione di New Orleans. Al contrario, la mostra riflette un atteggiamento mentale, uno sdegno privato e una contestualizzazione del disastro. A soli 36 anni, Kara Walker è la più giovane artista a ricevere l’onore di una personale al Metropolitan Museum. Più noto per le mummie egizie e i vasi greci, il museo ha ora un dipartimento di arte moderna e contemporanea. Il curatore, Gary Tinterow, un anno fa ebbe la lungimiranza di offrire carta bianca a Walker per una mostra in cui esporre il proprio lavoro assieme a pezzi di ogni epoca e provenienza, da scegliere nella vasta collezione del museo.
L’opera di Kara Walker, oggi contesa dai principali musei del mondo, occupa un posto a sé nel panorama contemporaneo. Si tratta di un continuo confronto tra il dato storico (la storia del conflitto razziale negli Usa nel periodo precedente alla guerra civile) e l’invenzione narrativa. Il tutto eseguito resuscitando lo «stencil», una tecnica settecentesca che consiste nelle creazioni di silhouettes monocromatiche. Lo stencil è un richiamo cosciente al passatempo delle mogli dei proprietari delle piantagioni e costituisce un punto d’incontro tra storia, arti minori e vita quotidiana. Il suo insistere sul problema razziale e sulle complesse ramificazioni sessuali non ha nulla di vittimistico. L’eredità dello schiavismo, sembra volerci indicare, è che siamo tutte vittime. Non a caso ogni personaggio, schiavo o padrone, è rappresentato in nero, di fatto eliminando l’aspetto esteriore della differenza razziale.
Per After the Deluge, l’artista afroamericana di origine californiana, ha creato una sequenza di immagini e brevi testi aforistici. Le sue silhouettes in bianco e nero si alternano a stencil e paper cuts del ‘700-‘800, pitture a olio, e a un oggetto etnografico del Congo. Sebbene la mostra è concepita come una «installazione narrativa» alcuni pezzi hanno un maggiore peso specifico. Tra questi General Defeat, gouaches e paper cut di Walker stessa, le silhouettes del francese Auguste Edouart, e Gulf Stream di Winslow Homer, che ritrae un naufrago nero nel mare in tempesta. «Ho cercato di far luce sulle rappresentazioni visive della vita dei neri, in particolare, e sull’effetto su di esse di forze esterne come il mare, la tratta degli schiavi e l’incapacità di erigere barriere», dice l’artista. Walker ripercorre il ruolo dell’acqua nella storia dei neri d’America a partire dalla traversata transoceanica nelle navi degli schiavi, fino all’uragano Katrina. Sebbene «politica» la sua è un’arte senza dogmi. L’ironia e la provocazione sostituiscono ogni certezza. Il suo è un discorso ellittico e allusivo. Il New York Times arriva a sostenere che l’uragano Katrina è per Kara Walker ciò che le guerre napoleoniche sono state per Goya. La forza di queste silhouette bidimensionali, consiste nel dar voce all’indicibile. Miles Davis sosteneva che «se i bianchi potessero leggere i pensieri dei neri ne sarebbero terrorizzati». Kara Walker dà voce a questi pensieri con un linguaggio fatto di cut outs, ritagli di giornale, disegni, lanterne magiche e caricature. Che l’artista abbia raggiunto maturità e fama internazionale non è un mistero. Al momento è in corso anche una sua personale a Chelsea, presso la Sikkema Jenkins Gallery, il cui pezzo forte è «8 Possible Beginnigs…», un video di 16 minuti in cui l’artista anima le sue silhouettes. Inoltre, Walker è stata inclusa nella collettiva Dark, in corso al Bojmans-van Beuningen Museum di Rotterdam.

 

Omaggio pesarese all’artista che disegna e filma, narrando storie della nostra società
Silvia Veroli – Pesaro

I film animati di Ursula Ferrara, già disegnatrice di fumetti porno, lo sono perché lei, da vent’anni, oltre a scriverli, disegnarli e filmarli, ci mette l’anima e la materia. Li produce letteralmente perché sono lavori indipendenti, ma anche perché li fabbrica sporcandosi le mani. L’artista artigiana fiorentina ha esordito a Bellaria nell’86 vincendo quell’edizione e quella dell’88; la Settimana della critica dell’ultimo Festival di Cannes ha voluto il suo News, e Pesaro, in un ufficioso anticipo di Mostra del Nuovo Cinema 2006, gli ha dedicato una retrospettiva filmica completa, accompagnata da una mostra di quadri, ospitati allo 0.75 di Palazzo Gradari.
Alla rassegna pesarese Ursula è arrivata come avrebbe fatto Mary Poppins, al primo cambio di vento e con una magica valigia dell’attore da cui ha tirato fuori oltre ai bozzetti e ai lucidi dei suoi lavori (a svelare come è che funziona l’alchimia che da un semplice tratto di matita grassa porta a un film) certi libriccioli didattici di sua invenzione per provare a fabbricare storyboard animate, a beneficio dei ragazzi dell’Istituto d’arte di Urbino presenti in sala.
I film animati di Ursula Ferrara durano una manciata di minuti l’uno, richiedono ventiquattro tavole per ogni secondo di girato, e, nei venti anni di produzione hanno visto una disciplinata evoluzione di tecniche e stili, condotta con costanza e coerenza rispettosamente a tempo con lo scorrere delle stagioni emotive dell’autrice.
La nascita della figlia ha accelerato, oltre la vita vera, il ritmo dell’azione cinematografica e ha reso il segno più impressionista: è evidente in Come persone allegro e frenetico travelling teso all’infinito e scandito dalle note di Recuordos de Alhambra. Col tempo le tavole si sono fatte più grandi, i pennarelli sui lucidi (un incanto quelli Folli del film d’esordio, tutto una capriola di corpi avvinghiati) hanno lasciato il posto alle matite su acetato.
Nel ’97, con Quasi niente, le ombreggiature morbide del bianco nero si sono accese di tutti i colori della tavolozza. Col disegno e il montaggio è cambiata la musica, elemento preziosissimo in questi film: all’inizio erano le note perfette prese in prestito a Brassen o Jim Morrison, poi sono diventate la colonna sonora del quotidiano, la musica familiare di sbadigli, sgocciolii di rubinetti, brontolii da macchinetta del caffè, riprodotta dalla stessa Ursula Ferrara che, se decidesse, malauguratamente, di abbandonare l’arte visiva, avrebbe pronta una brillante carriera da rumorista.
C’è un filo rosso che lega i film, pure a volte tanto diversi tra loro, ed è un eterno femmineo fertile e consolatorio da cui tutte le storie cominciano e dove spesso approdano. In Cinque stanze, Amore asimmetrico (una ghirlanda di citazioni pittoriche: Escher, Picasso, Chagall…) e persino nel verdissimo Partita (che sarebbe un’ottima sigla per Germania 2006) le donne la fanno da padrone con topless da ballerine cretesi, grandi occhi bizantini, abbracci di gambe aperte, parti di uova fatali, chiome come maree, accoppiamenti giudiziosi e gioiose suzioni di tutte le parti di corpi felici.
Una certa innocente corporeità si ritrova anche nell’ultimo film, presentato a Cannes, il più drammatico e lacerato di quelli di Ursula Ferrara. News è una rassegna stampa internazionale di notizie fastidiose, un tg animato fatto dalla giustapposizione di ritagli di giornale, disegni, olii, polaroid, frammenti di gusci d’uovo, scampoli di stoffa, così spietato e onesto che andrebbe fatto vedere ai bambini.
Si parla di infibulazione, foreste pluviali, prostituzione, obesità, banca mondiale, fame, malasanità, in pochi istanti centrifugati e, miracolosamente, si riesce a capire tutto.

 

di María-Milagros Rivera Garretas (Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)

Intervento introduttivo all’incontro promosso dalla Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica Come raccontare ‘ vite infinitamente oscure ‘?

Milano, Circolo della Rosa – Libreria delle Donne, 17 giugno 2006.

La storica Maria Milagros Rivera Garretas discute con Marirì Martinengo, a partire dall’ipotesi contenuta nel libro di Marirì La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna ‘sottratta’. Ricordi immagini documenti (ECIG, Genova 2005).

 

Dal 1985 tengo nella cucina di casa mia un manifesto intitolato “Tutte queste vite, infinitamente oscure, sono ancora da registrare, dissi io… Virginia Woolf” (la frase di Virginia Woolf viene da Una stanza tutta per sé, traduzione italiana in Per le strade di Londra, trad. di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Milano, Il Saggiatore e Garzanti, 1974, p. 281). Ce l’ho messo affinché mia figlia, che allora aveva dieci anni, prendesse coscienza femminista, e perché il manifesto lo aveva fatto un’amica e compagna di università, e io volevo che mia figlia conoscesse la storia dei contesti relazionali delle donne della generazione precedente la sua.

Il manifesto è formato da dieci cartoline di una volta che la mia amica aveva in casa, ereditate dalla sua famiglia. Sono tutte foto di donne sfruttate del Sud del mondo, sfruttate nel lavoro, nella sessualità e nella maternità. Queste erano le donne che allora – vent’anni fa – consideravamo infinitamente oscure.

Quando nel maggio scorso ho riletto il libro di Marirì La voce del silenzio, mi sono resa conto che le vite infinitamente oscure sono, in realtà, le nostre; o meglio, la vita infinitamente oscura è la mia, quella delle donne della mia stessa genealogia, ma soprattutto la mia come storica, la mia – la mia vita – quando scrivo storia.

Questa rilettura del libro di Marirì su sua nonna paterna Maria Massone la associo con la mia esperienza personale della fine del patriarcato. Per anni ho vissuto e inteso la fine del patriarcato nel contesto delle mie relazioni con miei pari in età e condizione: con uomini amici e nemici, con colleghi più o meno indifferenti, con autori e politici, con capi e subordinati, con i miei fratelli… ma non con mio padre e con mia madre. Mia madre e mio padre tendevo a idealizzarli, come conseguenza – credo – di una lettura troppo letterale di un libro che è stato ed è molto importante per me: L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro (Editori Riuniti, Roma 1992, 2006). Varie recenti vicissitudini nella mia famiglia più vicina, e anche il lavoro di Diotima sul negativo (Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005) hanno fatto crollare in me una difesa che proteggeva mia madre, e proteggeva anche mio padre – come uomo da lei scelto per questa funzione – da un legame diretto con il patriarcato nel suo rapporto intimo e familiare con me. Caduta la difesa, è rimasta la nuda, e sola, pratica della gratitudine per mia madre e, in secondo luogo, per mio padre, per la vita e la parola ricevuta.

Non mi sto riferendo – ma un po’ anche – all’accusa alla madre di averci trasmesso il patriarcato, accusa che tanto si sentiva circolare nel femminismo degli anni settanta. Mi riferisco alla possibilità di scrivere storia partendo da me e cominciando là dove mia madre depositò un germoglio della storia, che è in me. Finora, la cosa più difficile del partire da sé mi sembrava fosse il separarsi da sé -il separarmi da me, dal mio attaccamento all’io- per andare all’altro, alla relazione. Adesso, il cominciare in me mostra la sua difficoltà. Nel caso di Marirì, il cominciare in lei ha richiesto quasi tutta una vita. Per questo -penso- scrive nel suo libro: “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera” -aggiunge- “perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo processo cognitivo” (p. 21).

Penso che sia la storia vivente annidata in ciascuna storica ad essere ancora infinitamente oscura quando una studiosa accademica scrive storia. Tirare fuori questa storia e metterla in parole, come si tiravano fuori e si continuano a tirare fuori i demoni dal corpo negli esorcismi e nelle terapie catartiche, è una maniera ben interessante di scrivere storia partendo da sé.

Fare questo apre in me ferite antiche, e così apre in me un conflitto esplicito e temibile con la mia genealogia più vicina, con la mia origine, con mia madre e con mio padre. Se dalla contraddizione e dal conflitto nasce la politica, penso che nasca da lì anche la storia, la storia vera, il simbolico nella scrittura della storia. Perché credo che il conflitto nasca dalla mia idealizzazione di mia madre, dal mio non voler ricordare di lei altro che la felicità dell’infanzia, senza affrontare la storia successiva, senza affrontare ciò che mi ha portato a contribuire alla fine del patriarcato, separandomi da lei per anni. Allo stesso tempo, riconosco che è dal legame con le fonti dell’infanzia – dal legame adulto con l’origine – che nascono la creazione e la creatività.

La domanda sulla storia vera è una domanda soprattutto femminile, rispetto alla domanda sull’obiettività, che – che io sappia – non ci ha mai interessato. María Zambrano, della storia vera ha detto: “… la storia apocrifa – non per questo meno certa – […] ricopre quella vera. Perché, sì, la storia apocrifa asfissia quasi costantemente quella vera, la storia che la ragione filosofica si affanna a rivelare e stabilire e la ragione poetica a riscattare”. (María Zambrano, La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea, trad. e introd. di Carlo Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, La Tartaruga, Milano, 1995, pp. 49-50).

Di riscattare tratta costantemente il libro di Marirì: riscattare non per aggiungere né per colmare un vuoto nella storia che già c‘è, e nemmeno per giudicare -come dice essere stata la sua prima tentazione- ma per redimere pensando con amore, per dedicarsi all’amorosa conversazione, per far sì che l’amore entri nel vocabolario della storia, e in questo modo entri nel vocabolario della politica.

Penso che in ogni vita umana ci sia un filo che lega al primo amore e che questo filo si faccia notare nel richiamo delle viscere. “Mi ha chiamata da sempre; come chiamano i morti, si capisce, anzi, nel suo caso, la morta”, così comincia il libro La voce del silenzio.

Come mettere in parole e narrare la storia vivente che si annida in chiunque? Marirì Martinengo propone di partire dalla carenza, dalla trascuratezza e dalle lacune nell’interpretazione dell’esistente (p. 88), senza prescindere dal silenzio del suo personaggio e dal silenzio intorno a lei, amalgamando tutto con il mercurio della propria relazione con Lei, con il richiamo che Lei ha lasciato nelle sue viscere. Scrive: “Mi baso su documenti concreti e controllabili: le immagini che conservo, sue e della famiglia, le fotografie dei luoghi in cui abitò, gli oggetti che passarono fra le sue mani, i dati anagrafici; faccio confluire nella narrazione i ricordi e i ricordi dei ricordi miei e di altre/i, rendo esplicite caratteristiche psicologiche nascoste nelle pieghe dei ritratti, non disdegno talora l’abbandono all’immaginazione ancorata nella conoscenza pratica; raccolgo tutti gli elementi, animandoli di interpretazione e re-interpretazione e li fondo al fuoco della mia relazione con Lei” (p. 90).

Riscattare e redimere la storia che si annida in me non è un tentativo di rivalutare una donna o un’esperienza comune del passato, ma è o può essere una mediazione che redima me e alcune delle mie contemporanee da un fantasma ricorrente, da un crimine del passato che continua a pesare sul presente di oggi, da un episodio storico prigioniero di interpretazioni ideologiche. In altre parole, è un tentativo di assolvermi – di assolvere il mio tempo – da fantasmi e crimini del passato. O di essere assolta da essi in grazia di una relazione politica.

Questo l’ho imparato dalla contessa di Barcellona Duoda, la scrittrice del IX secolo che nel Liber manualis dedicato ai due figli che il marito le aveva tolto, scrisse: “Benché dunque io sia indegna e fragile, mi trovi in esilio,infangata e attratta da ciò che è più basso,c’è con me, tuttavia, una compagna di sventura amica e affidabile, per assolvere i crimini dei tuoi.” (Epigramma)

Il crimine da assolvere è, in questo brano, quello di suo marito e dei suoi amici, che stavano usando i figli di Duoda come ostaggi nelle lotte di potere tra i nipoti di Carlo Magno. Ma non per assolvere costoro, bensì con il fine di liberarsi lei -Duoda- da questo crimine.

Faccio un esempio più vicino nel tempo.

C’è un crimine del passato che mi ha sempre pesato e del quale mi piacerebbe redimermi, liberarmi, assolvermi o essere redenta e assolta da un’interpretazione storica che faccia simbolico, che non sia ideologica. Questo crimine è l’Olocausto. Per parecchi anni, ho insegnato nella mia facoltà la materia Tendenze storiografiche attuali. Quando si arrivava alla storiografia sull’Olocausto, la partecipazione alla lezione era intensissima: leggevano e commentavano ogni tipo di opera, facevano reportage audiovisivi, recuperavano testimonianze di sopravvissute/i… Ma, alla fine, io restavo insoddisfatta. Non ero soddisfatta perché restava sempre, dietro le quinte, l’odio per il popolo tedesco per il crimine commesso. Cioè non c’era riscatto, non c’era redenzione, perché non c’è redenzione se l’odio prevale. E se non c’è redenzione la storia può ripetersi.

Non c’era riscatto né redenzione perché io non ho saputo trovare la porta stretta che lasciasse passare l’amore nell’interpretazione della storia. Non osavo – erano classi numerose e molto politicizzate – mettere in gioco l’esperienza personale che avevo più a portata di mano, l’esperienza di un altro crimine che avevo ereditato dalla storia, e ereditato concretamente dalla storia di mio padre e di mia madre: la guerra civile spagnola.

Marirì, invece, ha osato e ha aperto una strada alla possibilità di partire da sé davvero quando si scrive storia, e così facendo ha messo in moto anche me.

a cura di Silvia Marastoni, Luciana Tavernini e Marina Santini


Milano, Circolo della Rosa – Libreria delle Donne, 17 giugno 2006

All’interno degli incontri promossi dalla Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica, alcuni interventi ci hanno permesso di elaborare la pratica della storia vivente.

La storica Maria Milagros Rivera Garretas discute con Marirì Martinengo, a partire dall’ipotesi contenuta nel libro di Marirì La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna ‘sottratta’. Ricordi immagini documenti (ECIG, Genova 2005).

Laura Minguzzi

Ho preparato un piccolo testo che mi rende più agevole dire quello che penso. Mi collego a varie cose che sono state già dette, in modo da procedere. Dopo la lettura di questo libro di Marirì, a caldo, non sono riuscita a dire niente. Ci ho pensato, perché mi ha fatto molta impressione. Le sensazioni sono state immediatamente e profondamente liberatorie. Mi sono detta: “Finalmente Marirì l’ha scritto ed è riuscita a scriverlo in modo eccellente”. L’inghippo, il segreto, il mistero, la macchia sul muro di cui parla Virginia Woof in un famoso racconto è venuto fuori, e io ho sentito questo movimento come un fatto empatico verso Marirì, a cui sono legata da una profonda amicizia politica. Questa amicizia politica è stata un ‘mezzo di trasporto’ simbolico che mi ha portata da Parma a Milano. Finalmente lei ha avuto il coraggio di portare alla luce questo mistero, spinta dall’amore per la storia vivente, che le ha permesso di far emergere il lato oscuro, opaco, da nascondere, di infrangere il muro degli affetti familiari e del conformismo borghese (che non si annida solo in quella classe, ma è molto presente anche nelle classi popolari dove può essere perfino più crudele, più feroce), che può togliere la parola e far diventare muta chi sopravvive. Il partire da sé è appunto uno dei criteri e la chiamata dal cielo, o da sottoterra, sono stati motori conoscitivi introdotti nella politica e nella storia dal femminismo. Però la differenza è che non tutte hanno il talento, il dono della scrittura che ha Marirì, oltre al suo coraggio, alla sua tenacia nel forgiare questa storia, bellissima anche da leggere. Secondo me, anche se può essere un po’ esagerato, si è creato un precedente. Lo dico per rispondere a modo mio a uno degli interrogativi posti prima: se questo libro è un fatto isolato, come modo di fare storia, o se può essere un precedente per una storia che fa entrare l’inconscio nelle sue trame. Per esempio, a proposito degli oggetti che fanno la memoria delle persona che ci sono care e che sono scomparse, Marirì mi ha sostenuto nel conservare mobili di mia madre degli inizi del ‘900 che tutti mi dicevano di gettare. Al Circolo abbiamo conservato il tavolo e l’armadio di Bibi Tomasi, che è una nostra ‘predecessora’, oltre che amica e sostenitrice politica. Questa tenacia ha aiutato anche me a non gettare pezzi del mio passato, della mia memoria. Non per questo ognuna/o deve mettersi a raccontare le proprie storie.

Riguardo alla questione della malattia, come diceva molto bene Bonansea, nel libro non si parla della casa di cura, non si portano elementi che potrebbero essere piattamente oggettivi, o strappalacrime. L’empatia che ho sentito è per qualcosa di simile che è successo a mia madre, che era depressa e ha vissuto questa malattia nella totale incomprensione, nel totale silenzio, perché si pensava che fosse una ‘malattia da ricchi’, e quindi che chi non era ricco non poteva avere una malattia dell’anima, una malattia femminile. Mio padre diceva che bastava la forza di volontà, che non era necessario curarsi. In questa incomprensione totale la solitudine di mia madre immagino fosse immensa e inenarrabile. Il suo ricordo è di totale silenzio, di un mutismo insormontabile come una muraglia cinese, che neanche i medici sono riusciti a decifrare, a capire. Negli anni ’60 era molto più difficile decifrare la sofferenza femminile… Per lungo tempo neanch’io sono riuscita a perdonare (ma forse è meglio dire assolvere, come propone Milagros) mio padre e mio fratello per questa incomprensione. Ho nutrito propositi di vendetta e risentimenti, che per fortuna sono riuscita a spostare interrogando la vita di mia madre, le sue relazioni, la sua malattia, il suo rapporto con me e la sua morte. Così le uova del risentimento si sono trasformate nell’uovo d’oro di una libera lettura della storia. E mi sono chiesta, ritornando al presente: perché oggi ricomincia a parlare questo nostro passato più profondo? Perché oggi questa cosa è possibile? Cosa ha reso praticabile questa possibilità? La risposta che mi sono data è che il nostro praticarci quotidiano nei luoghi che abbiamo creato fa emergere, nelle relazioni ravvicinate che abbiamo, anche il nostro essere lontane: io infatti mi sento una donna comune, mentre non sento così Marirì. Questa distanza abissale, che può esserci fra noi che viviamo, pratichiamo questi luoghi politici che abbiamo creato (la Libreria, il Circolo della Rosa e altri), se cerchiamo di non colmarla, appiattirla, eliminarla, crea scambio e permette di poter fare storia, risolvere i conflitti, darci una parola e una lingua.

Graziella Bernabò

Il libro di Marirì (che, grazie a lei, ho potuto leggere immediatamente prima della pubblicazione) mi è molto piaciuto fin dal primo momento, per quello che lei ha scritto e per il modo in cui l’ha scritto. Prima di tutto, ho apprezzato il nesso strettissimo fra la serietà, il rigore (ma forse questa parola è troppo aspra…) nel metodo di lavoro e l’empatia, l’affettività (che tante hanno notato prima di me) di Marirì verso il soggetto/oggetto della sua ricerca. Verso quella nonna negata sia da un sistema familiare, purtroppo tristemente tipico, sia da una psichiatria dissennata, che ha fatto vittime, soprattutto tra le donne, per molto tempo, fino a oltre il secondo dopoguerra, in tutti i ceti sociali. Può essere però (se ne parlava anche con Marirì) che in ambienti sociali borghesi si sentisse maggiormente la vergogna, si cancellasse di più la memoria dei fatti. Nel mondo popolare da cui provengo le cose dissennate avvenivano ugualmente, però non venivano nascoste. Nel libro il rigore e l’empatia sono elementi che si compenetrano e che traggono valore l’uno dall’altro. È proprio il moto di amore di Marirì verso la nonna, il desiderio di riconoscerla e di riscattarla dall’oblio cui è stata condannata, che diventa il punto di partenza per la sua ricerca appassionata: una ricerca seria ma non asettica, perciò tanto più efficace. Nulla di sé Marirì ha negato alla figura di Maria Massone in termini di tempo, energia, sacrificio in questo suo lavoro, durato molti anni e diventato per lei un fatto esistenziale importantissimo, che le consentiva di ritrovare le proprie radici più profonde. Marirì aveva pochi elementi a disposizione (ritratti, monili, un’epigrafe funeraria, qualche certificato); ma li ha studiati tutti con una cura estrema, li ha fatti parlare e li ha integrati con ulteriori ricerche, e quindi con nuovi documenti e con visite attente e molto empatiche ai luoghi in cui si è svolta, e soprattutto conclusa, la vicenda: penso ad esempio alla Villa di salute delle Ancelle della carità che si trova a Mompiano di Brescia. Certo, le tracce erano esili e su di esse Marirì ha messo in moto l’immaginazione. Ha potuto farlo perché, come lei stessa scrive e come ha sottolineato opportunamente María Milagros Rivera Garretas, la storia in gioco in questo libro non è la storiografia positivistica “oggettiva”, ma una storia vivente dentro di lei, una storia più profonda che non respinge le ragioni dell’amore nel suo processo conoscitivo. Però è opportuno rilevare che non si tratta di un’immaginazione astratta, arbitraria, proprio perché essa affonda le sue radici nell’esperienza personale. La biografia della nonna che ne deriva è certamente molto connotata in senso soggettivo, come ovviamente qualunque biografia, a maggior ragione se i documenti sono scarsi. Ma le pietre con cui essa è costruita sono vere. E, a questo proposito, riprendo le parole di Yourcenar citate nel suo testo, a p. 94, dalla stessa Marirì: “Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo, ma è già molto adoperare pietre autentiche” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano. Taccuini di appunti, a cura di Lidia Storoni Mazzolani, Einaudi, Torino 2002, p. 287). Dunque Marirì usa materiali seri, e li tratta seriamente; infatti risulta persuasivo anche il modo in cui tali pietre sono state da lei cementate, dato che, dietro al suo lavoro, ci sono l’attenzione, l’amore, la cura nel ricostruire una vita dimenticata. Questi elementi (amore, attenzione, cura) producono verità e fanno storia nel senso più completo e profondo del termine, non romanzo, non biografia romanzata. E lo dico con tutto il rispetto possibile per queste diverse forme di scrittura, che però non sono da confondere con la storia. Nel contempo l’ascolto dell'”altra”, della nonna, diventa per Marirì anche un modo per dar voce a parti di sé negate dal sistema familiare in cui era inserita. Riscattando la nonna, lei riscatta anche queste sue parti e si riprende in mano la vita con maggiore consapevolezza. E questo genera libertà per lei e, più ampiamente, libertà per le donne, acquistando un significato politico non indifferente. Tutto ciò (e altro), come ho scritto nell’introduzione, mi è piaciuto del libro di Marirì.

[…]

Sandra De Perini

Ho fatto venire Marirì a Mestre ed è stato un bellissimo incontro: le donne hanno tutte letto questo libro e alcune sono rimaste un po’ deluse, perché avrebbero voluto sapere di più della storia della nonna. Ritorno a quella domanda: può una storia privata diventare simbolica, emblematica? Ho avuto l’intuizione che si può fare questo tanti anni fa, quando ho letto il libro di Luisa Muraro La signora del gioco (ripubblicato quest’anno La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, La tartaruga-Baldini&Castoldi, Milano 2006). Alla fine di quel libro si parla di restituire senso a queste migliaia di donne che sono state processate e messe al rogo come streghe, e quella è una delle immagini terribili della storia che chiede riscatto. Muraro nel libro dice che si sentiva chiamata da queste donne per restituire loro un senso. Lì c’è stata per me una riflessione: chi fa ricerca storica torna indietro nel tempo perché vorrebbe che le cose potessero essere andate diversamente, quindi come per cambiare il corso della storia e inventare nuove possibilità, anche se il passato ha nel senso comune una condanna di irreversibilità… Mentre noi sappiamo che il passato può essere reversibile: si può ritornare indietro, raccogliere un messaggio che le donne del passato ci hanno lasciato nascosto negli oggetti, nei mobili, se non avevano parola. Quelle venute prima della ricerca delle scrittrici del ‘900, dell’800 sono state molto spesso donne senza parola, ma noi in questi anni abbiamo fatto ricerca storica e abbiamo ricollegato le donne trovatore, le preziose, le donne dei salotti, le donne dell’800, le rivoluzionarie, le socialiste… tante figure di donne che hanno parlato nella storia, che hanno detto, preso posizione, che si sono anche schierate. A me è piaciuto molto il discorso di Milagros, quando diceva che in fondo nelle ricostruzioni riguardo al nazismo, all’Olocausto c’era sempre, implicitamente, l’odio verso il tedesco, il popolo tedesco. Anch’io sono sempre stata sospettosa di una storia delle donne in cui c’era sempre, sullo sfondo, il simbolico maschile – l’uomo che fa ingiustizia, violento – e che quindi alimenta quasi un odio nei confronti del sesso maschile, quasi un bisogno di risarcimento e di riscatto verso quest’uomo che non ha saputo amare le donne. Io non ho visto altri libri come questo di Marirì. È unico… Non c’è nessun risentimento nei confronti ad esempio del marito della nonna, o rispetto alla famiglia. Sarei molto curiosa di sapere come poi è stato accolto questo libro, nella famiglia, perché Marirì anni fa aveva raccontato che c’era stato un conflitto. E io so che ogni volta che si vuole raccontare la versione dei fatti in famiglia nascono un sacco di problemi, di conflitti… Però questo libro è tenuto in maniera talmente delicata, sul filo… Non è mai solo storia personale… Per me c’è riscatto, e c’è la figura simbolica di tutte quelle donne che avremmo potuto essere anche noi, se non avessimo fatto un percorso che ci ha dato la forza di resistere alla follia. Perché la follia è dentro di noi, è accanto a noi, ci è stata sempre presente nella storia, nel nostro passato, e anche oggi ogni tanto si manifesta nelle notizie di cronaca (ad esempio, le donne che si suicidano, o che ammazzano i loro figli, e che mi interrogano sempre). A me sembra che in questa figura emblematica della nonna, che non è solo la nonna di Marirì e basta, ci sia il riscatto di tutte quelle donne che stanno prima di noi, un passo più indietro di noi, e che attraverso questa figura di nonna sono entrate in contatto con noi. Perché non è che da lì lei prenda spunto per fare un libro di metodo storico: può sembrare anche così, ma per me non è così.

[…]

María-Milagros Rivera Garretas

Mi sembra che la cosa più importante che porta fuori in questo libro Marirì è il guadagno di libertà che la storia può portare all’autrice, alla storica. Penso che la redenzione, il riscatto è di me, di me come storica, di questa storia che si annida in me e che mi fa stare nella vita in un certo modo, a volte anche ideologico, perché non trovo il simbolico per farlo venir fuori. In questo senso è un libro unico. Io le chiederei: “Qual è stato il tuo guadagno di libertà?”. Quando traducevo Duoda pensavo: “Lei ha potuto scrivere il libro quando si è sciolta, assolta dal delitto degli altri, del marito: quando non era più attaccata a questa necessità di rivincita”. Penso che fra le storiche (fra le donne soltanto, non dico fra gli uomini, in questo caso), nella mia generazione e anche in quelle successive di storiche universitarie, c’è molto bisogno di libertà. Siamo molto libere in tante cose, ma non abbiamo un guadagno di libertà che venga dalla storia che scriviamo. Non troviamo redenzione alle nostre storie personali, genealogiche… Ad esempio, la guerra civile spagnola è sempre studiata, anche dalle donne (e donne bravissime, come storiche, tradizionali ma bravissime), con uno sfondo ideologico: la destra e la sinistra… Ma la realtà femminile è un’altra… Quello è il sociale… Noi siamo lì, ma siamo anche in un altro luogo, oltre il sociale… E lì il guadagno di libertà non viene, con quella storia ideologica. È vero che vogliamo riscattare le donne del passato perché sono quelle che vogliamo conoscere. Però penso – e insisto – che questo riscatto, questa redenzione è dentro di me, come storica., una volta libera da queste cose pesanti del passato. Penso che Duoda abbia potuto creare il suo libro (che si legge ancora oggi, dopo più di mille anni) quando si è liberata, sciolta da questo ostacolo del grandissimo e terribile crimine compiuto dal marito. Duoda ha iniziato il libro nell’841 (quando il marito ha portato via anche il figlio più piccolo, che non era stato ancora battezzato) e l’ha finito nell’843. Nell’844, poi, Carlo il Calvo ha fatto ammazzare il marito. Quella del marito di Duoda, come storia di vita, non è stata una storia grande; non è arrivato molto in là. Invece lei, con questo rapporto, questa amica, ha trovato la libertà sufficiente per scrivere, per creare quello che doveva essere fatto da lei.

Laura Minguzzi

Mi sembra che questa ricerca sulle donne famose del passato (la ricerca di Marirì sulle Trovatore, o quella che abbiamo fatto insieme in Libere di esistere – http://www.url.it/donnestoria/testi/libere/apertura.htm) sia ritornata dentro, come un boomerang: ed è qualcosa che non avevamo previsto, che non avevamo messo in conto. L’imprevisto della storia, quindi, l’abbiamo fatto accadere noi. Ci è ritornata dentro questa libertà che abbiamo visto nel passato in queste donne (Ildegarda, Marina, Eufrosina, le Trovatore), e abbiamo cominciato a dare corpo alla nostra storia irrisolta, a quello che non avevamo elaborato di noi stesse, della nostra storia italiana degli anni ’50… Ognuna si è trovata a dover fare i conti con queste “viscere” che sono venute fuori: per fortuna avevamo creato degli strumenti politici, simbolici per poterne parlare, perché poteva anche essere una cosa distruttiva…

[…]

Traudel Sattler

Anche per me il nesso che Milagros fa con la Shoah è importante, perché è una cosa che io naturalmente mi porto sempre dietro (Traudel è tedesca, n.d.t.), e non c’è mai stato un modo per uscire da questa cosa… Mi ricorda anche la storia della mia famiglia: delle persone rinchiuse nei campi di sterminio fino all’annientamento si parla, in famiglia, soprattutto con allusioni. Gli uomini tendono un po’ a giustificare, a dire “ma noi pensavamo che fosse il socialismo…”; le donne ne testimoniano un po’ con vergogna, e con molto dolore; quando mia madre racconta di come ha assistito alla deportazione di ebrei a me viene da piangere… Nel movimento delle donne in Germania ci sono stati due momenti: un primo momento in cui le donne si assolvevano in nome dell’estraneità e per l’impossibilità (a causa dell’amore per la madre) di colpevolizzare queste persone, fra cui c’erano le mamme, le nonne, le zie… Poi, anche a causa di un libro sulla connivenza femminile con il nazismo (Christina Thürmer-Rohr, Mittäterschaft und Entdeckungslust, Orlanda Frauenverlag Berlin 1989), è subentrato un capovolgimento per cui le donne, le madri venivano accusate di complicità; e anche questo è stato devastante… Non si è ancora riusciti ad uscire da questa impasse: o la negazione (per cui la madre non c’entra niente), o l’accusa di complicità. In questo dibattito, invece, emerge una cosa nuova, e una strada che io posso pensare fattibile anche per me.

[…]

Luciana Tavernini

Uno dei problemi forti che hanno le donne – e che portano alla depressione – è proprio quello di assumersi il delitto del mondo, i grandi delitti della storia… Il sentirsi compartecipi del delitto, perché non si riesce a fermarlo. Mi sembra che qui venga fuori una strada diversa: quella di cominciare a raccontare la storia che capita dentro di sé rispetto a questo assistere; e in questo assistere, non prendere una posizione o l’altra per liberarsi da questo peso, altrimenti succede quello che ci dice Wanda Tommasi (La scrittura del deserto in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005), la depressione, la mancanza di parole delle donne.

Trascrizione del dibattito, non rivista dalle autrici, a cura di Silvia Marastoni; revisione e sottolineature di Luciana Tavernini e Marina Santini.

Violenze domestiche, abusi e vessazioni psicologiche. Sono le piaghe contro cui combatte tutti i giorni Yvonne Barthies, 50 anni, volontaria 24 ore su 24 nella baraccopoli di Filippi, a Cape Town. La metropoli sudafricana conta ormai 1 milione di persone che vivono nelle township, insediamenti informali che si sono allargati a dismisura negli ultimi dieci anni. E l’anello debole, nei contesti più degradati, sono le donne. Yvonne lavora nella stazione della polizia locale, che ha adibito una “stanza dei traumi” a supporto delle donne vittime di molestie e abusi. “Nelle comunità più svantaggiate la violenza domestica è come un ombrello che copre tutto, tante forme di violenza: verbale, fisica, economica, psicologica” afferma. “Le donne qui sono ben lontane dal poter affermare sé stesse o scegliere di realizzare i propri desideri”. La disoccupazione nelle towship arriva a punte dell’80 per cento. C’è molto machismo e la frustrazione diffusa non fa che alzare il livello della violenza. “Noi spieghiamo alle donne i propri diritti, le ascoltiamo e disponiamo la loro protezione attraverso il tribunale” spiega Yvonne. “Ma puoi rompere il cerchio dell’abuso solo quando si rompe il silenzio e bisogna dare alle donne gli strumenti per farlo. Dal governo non arriva nessun aiuto. Spesso sono le organizzazioni private a sostenere economicamente i progetti, ma non è sufficiente a garantire l’indipendenza di queste donne. Quando i soldi finiscono devono tornare a chiederne al marito, per poter sfamare sé stesse e i figli”.

 

“Le donne devono essere in prima linea e imparare a difendersi dal contagio dell’Hiv. In Zimbabwe il 57% dei malati sono donne. Ma i primi a richiedere la terapia sono gli uomini, perché hanno più soldi e meno censure”. Missionaria e medico, Elisabeth Tarira, 55 anni, è direttrice dell’ospedale Saint Albert di Centenary, un distretto rurale nel nord dello Zimbabwe, da cui è partita la campagna per l’interruzione della trasmissione del virus dell’Hiv da mamma a bambino, sostenuta in Italia dall’organizzazione Cesvi di Bergamo. “Il programma è efficace, ma dopo aver interrotto la trasmissione del virus è necessario curare anche tutte le madri, se non vogliamo creare una generazione di orfani”. L’accesso ai farmaci è il problema con cui la dottoressa zimbabwana si scontra tutti i giorni. “In base a cosa dovrei scegliere a chi salvare la vita?” chiede. “Per combattere l’Aids abbiamo a disposizione un numero limitato di antiretrovirali. Ogni giorno qualcuno bussa alla mia porta e mi dice: “quando mi dai quella pastiglia che dai a quella persona che adesso sta bene?”. È una cosa che ti rode dentro. Noi non siamo a capo delle aziende farmaceutiche, dobbiamo andare avanti, e fare quello che possiamo. Ma questa sofferenza ce l’ho qui, nella gola, tutti i giorni”. L’ospedale Saint Albert, in mezzo alla savana, ha farmaci antiretrovirali sufficienti per 300 pazienti. Ma la lista d’attesa è di 3000 persone. “Le donne sono più esposte al virus soprattutto per motivi culturali: violenze domestiche, sottomissione a mariti che troppo spesso le utilizzano come oggetti sessuali”, spiega la dottoressa Tarira. “Incontriamo casi di coppie in cui il marito compra i farmaci anti-Aids senza dirlo alla moglie, anch’essa ammalata. Per questo abbiamo deciso di sostenere le donne”.

 

La pace può passare anche attraverso il business. Ne è convinta Mariam Ga’al, 52 anni. La sua professione suona come una sfida: imprenditrice a Mogadiscio. È in Italia per una conferenza, mentre nella capitale della Somalia si spara, le corti islamiche contro i signori della guerra. Laureata in biologia, un master in Business Administration e una pluridecennale esperienza in gestione di programmi di sviluppo, Mariam Ga’al è alla dirigenza di Swea (Shebeli women entrepreneurs association), un network di cinque associazioni di donne imprenditrici con sede in altrettante province della Somalia: nelle città di Beletweyn, Jowhar, Mogadiscio, Afgoye, Merka. “Il 75% delle famiglie in Somalia è matriarcale. L’uomo, il ragazzo, ha in mano un fucile. Le donne hanno mandato avanti le famiglie in questi anni di anarchia e di guerra. All’inizio erano analfabete, poi hanno raggiunto un livello di istruzione maggiore, hanno capito che possono generare reddito, non accettano più di stare in casa”. La parola imprenditrice evoca l’immagine di una donna in carriera. In Somalia ovviamente la situazione è diversa. Si tratta di donne che hanno un’attività autonoma, commerciale o artigiana: dalla vendita di frutta e verdura al mercato, ai lavori di sartoria, fino ai piccoli esercizi con qualche dipendente. Swea conta 400 associate. Organizza corsi che vanno dall’alfabetizzazione allo sviluppo di competenze in marketing e management. E a questo tipo di formazione ha unito quella sui diritti umani, sull’associazionismo e sulla gestione dei conflitti, ottenendo il sostegno dell’Unione europea e in Italia, dell’organizzazione Cospe di Firenze. “Le donne cercano stabilità per le proprie famiglie” dice Mariam Ga’al, “portano avanti con molte difficoltà le loro attività economiche, ma sanno che senza la pace non ci sarà un vero progresso”.

Triennale di Milano, Salone d’onore, Viale Alemagna 6
Mercoledì 14 giugno 2006, dalle 9.30 alle 13.00 – dalle 14.30 alle 17.00
Ingresso libero

 

Violenze domestiche, abusi e vessazioni psicologiche. Sono le piaghe contro cui combatte tutti i giorni Yvonne Barthies, 50 anni, volontaria 24 ore su 24 nella baraccopoli di Filippi, a Cape Town. La metropoli sudafricana conta ormai 1 milione di persone che vivono nelle township, insediamenti informali che si sono allargati a dismisura negli ultimi dieci anni. E l’anello debole, nei contesti più degradati, sono le donne. Yvonne lavora nella stazione della polizia locale, che ha adibito una “stanza dei traumi” a supporto delle donne vittime di molestie e abusi. “Nelle comunità più svantaggiate la violenza domestica è come un ombrello che copre tutto, tante forme di violenza: verbale, fisica, economica, psicologica” afferma. “Le donne qui sono ben lontane dal poter affermare sé stesse o scegliere di realizzare i propri desideri”. La disoccupazione nelle towship arriva a punte dell’80 per cento. C’è molto machismo e la frustrazione diffusa non fa che alzare il livello della violenza. “Noi spieghiamo alle donne i propri diritti, le ascoltiamo e disponiamo la loro protezione attraverso il tribunale” spiega Yvonne. “Ma puoi rompere il cerchio dell’abuso solo quando si rompe il silenzio e bisogna dare alle donne gli strumenti per farlo. Dal governo non arriva nessun aiuto. Spesso sono le organizzazioni private a sostenere economicamente i progetti, ma non è sufficiente a garantire l’indipendenza di queste donne. Quando i soldi finiscono devono tornare a chiederne al marito, per poter sfamare sé stesse e i figli”.

 

“Le donne devono essere in prima linea e imparare a difendersi dal contagio dell’Hiv. In Zimbabwe il 57% dei malati sono donne. Ma i primi a richiedere la terapia sono gli uomini, perché hanno più soldi e meno censure”. Missionaria e medico, Elisabeth Tarira, 55 anni, è direttrice dell’ospedale Saint Albert di Centenary, un distretto rurale nel nord dello Zimbabwe, da cui è partita la campagna per l’interruzione della trasmissione del virus dell’Hiv da mamma a bambino, sostenuta in Italia dall’organizzazione Cesvi di Bergamo. “Il programma è efficace, ma dopo aver interrotto la trasmissione del virus è necessario curare anche tutte le madri, se non vogliamo creare una generazione di orfani”. L’accesso ai farmaci è il problema con cui la dottoressa zimbabwana si scontra tutti i giorni. “In base a cosa dovrei scegliere a chi salvare la vita?” chiede. “Per combattere l’Aids abbiamo a disposizione un numero limitato di antiretrovirali. Ogni giorno qualcuno bussa alla mia porta e mi dice: “quando mi dai quella pastiglia che dai a quella persona che adesso sta bene?”. È una cosa che ti rode dentro. Noi non siamo a capo delle aziende farmaceutiche, dobbiamo andare avanti, e fare quello che possiamo. Ma questa sofferenza ce l’ho qui, nella gola, tutti i giorni”. L’ospedale Saint Albert, in mezzo alla savana, ha farmaci antiretrovirali sufficienti per 300 pazienti. Ma la lista d’attesa è di 3000 persone. “Le donne sono più esposte al virus soprattutto per motivi culturali: violenze domestiche, sottomissione a mariti che troppo spesso le utilizzano come oggetti sessuali”, spiega la dottoressa Tarira. “Incontriamo casi di coppie in cui il marito compra i farmaci anti-Aids senza dirlo alla moglie, anch’essa ammalata. Per questo abbiamo deciso di sostenere le donne”.

 

La pace può passare anche attraverso il business. Ne è convinta Mariam Ga’al, 52 anni. La sua professione suona come una sfida: imprenditrice a Mogadiscio. È in Italia per una conferenza, mentre nella capitale della Somalia si spara, le corti islamiche contro i signori della guerra. Laureata in biologia, un master in Business Administration e una pluridecennale esperienza in gestione di programmi di sviluppo, Mariam Ga’al è alla dirigenza di Swea (Shebeli women entrepreneurs association), un network di cinque associazioni di donne imprenditrici con sede in altrettante province della Somalia: nelle città di Beletweyn, Jowhar, Mogadiscio, Afgoye, Merka. “Il 75% delle famiglie in Somalia è matriarcale. L’uomo, il ragazzo, ha in mano un fucile. Le donne hanno mandato avanti le famiglie in questi anni di anarchia e di guerra. All’inizio erano analfabete, poi hanno raggiunto un livello di istruzione maggiore, hanno capito che possono generare reddito, non accettano più di stare in casa”. La parola imprenditrice evoca l’immagine di una donna in carriera. In Somalia ovviamente la situazione è diversa. Si tratta di donne che hanno un’attività autonoma, commerciale o artigiana: dalla vendita di frutta e verdura al mercato, ai lavori di sartoria, fino ai piccoli esercizi con qualche dipendente. Swea conta 400 associate. Organizza corsi che vanno dall’alfabetizzazione allo sviluppo di competenze in marketing e management. E a questo tipo di formazione ha unito quella sui diritti umani, sull’associazionismo e sulla gestione dei conflitti, ottenendo il sostegno dell’Unione europea e in Italia, dell’organizzazione Cospe di Firenze. “Le donne cercano stabilità per le proprie famiglie” dice Mariam Ga’al, “portano avanti con molte difficoltà le loro attività economiche, ma sanno che senza la pace non ci sarà un vero progresso”.

Triennale di Milano, Salone d’onore, Viale Alemagna 6
Mercoledì 14 giugno 2006, dalle 9.30 alle 13.00 – dalle 14.30 alle 17.00
Ingresso libero

 

L’Africa in soccorso dell’occidente? Se è così, occorre che essa prenda il fiato, si attrezzi di tutto punto, perché altrimenti rischia di soffocare, se non addirittura di annegare, in questo salvataggio. Infatti, bisognerebbe giungere a un’autentica presa di coscienza dell’Africa, per se stessa. Un’autonomia di pensiero è necessaria per un rifiorire della dignità… la costruzione di un pensiero proprio in rapporto con le realtà sociali, politiche e storiche. Questa presa di coscienza è presente nella nuova generazione di intellettuali che sviluppa una riflessione per una nuova Africa. È presente nel dinamismo delle donne e degli artisti“.
Dalla prefazione a un libro appena uscito (L’Africa in soccorso dell’Occidente, Ed. Emi, Bologna) di Odile Sankarà, artista di teatro e di cinema, sorella del presidente Thomas Sankara, ucciso in Burkina Faso nel 1987. Un buon punto di partenza per un convegno che “buchi” l’informazione stereotipata sull’Africa.

Mercoledì 14 giugno, nel Salone d’onore della Triennale di Milano, protagoniste del convegno saranno due donne africane di fama internazionale, che lavorano in ambiti diversi per lo sviluppo dei propri Paesi e che avvieranno i lavori dell’intera giornata: Odile Sankarà, appunto, ed Elizabeth Tarira (primario dell’ospedale Saint Albert nella savana dello Zimbabwe, dove il Cesvi ha avviato il progetto anti-AIDS nel marzo 2001). Interventi diversi sull’arte, la cultura, l’ambiente, la salute, la lotta alla povertà nel continente nero.

Intorno a loro molte altre esponenti africane e italiane, protagoniste di progetti di cooperazione e di sviluppo tra l’Italia e l’Africa: Yvonne Barthies, sudafricana, che si batte contro gli abusi a donne e minori; Vita Cosentino, della Libreria delle Donne di Milano; Maryan Mohamud Gacal consulente di Swea (Shabeli Women Entrepreneurs Association), confederazione di associazioni a cui aderiscono 3000 donne imprenditrici in Somalia; Marya Isamil, leader della comunità somala in Italia; e infine Margherite Lottin Welly, Presidente dell’associazione Interculturale Griot, camerunese, con una testimonianza sulle difficoltà che incontra come donna del continente nero in quello che oggi è la sua casa: l’Occidente.

Padre Giulio Albanese, Direttore Scientifico dei progetti Italia-Africa, chairman della giornata.

Marina Civardi si inserisce nello scambio pubblicato su “Riflettendo su alcune parole chiave”,
di cui riportiamo qui sotto le ultime mail:

> >Annamaria Rigoni scrive:
> >”Alcune brevi note sul conflitto con l’altra. Provo a raccontare quello che io
> >cerco di fare (anche se non sempre) quando mi
> >trovo in disaccordo con una donna di valore, che io penso possa dare una misura
> >al mio agire. Quando esprimiamo idee diverse, prima di tutto provo a fare un
> >piccolo “passo indietro”, facendo entrare dentro di me le sue idee e provando
> >seriamente a pensare cosa succederebbe se fossero giuste. Aspetto un po’ di tempo e poi
> >valuto. Se comunque rimango non d’accordo glielo dico, però lasciando aperto
> >uno spazio di valorizzazione reciproca.”

>Sara Gandini scrive:
>Parlavo con Elisabetta l’altro giorno e ci dicevamo che abbiamo apprezzato
>molto questo tuo accenno alla valorizzazione reciproca
>perché so che quando si arriva a svalorizzare l’altra io mi ritraggo dal
>conflitto… credo che questo capiti quando si è insicuri e ci si vuole
>difendere, anche se non so bene da cosa; quello che so è che io riesco a
>mettermi in discussione maggiormente e a lasciare spazio dentro di me per la
>verità dell’altra, come dici bene tu, quando attribuisco stima, valore,
>autorità all’altra, altrimenti non arrivo nemmeno a confliggere, anche quando
>in qualche modo sento che l’altra mette energie nella relazione.
>Credo quindi che un motore davvero forte sia l’amore per l’altra.
>Sara

Marina risponde:
Questo è possibile in una relazione “privilegiata” (cioè selta da me) in un
posto di lavoro questo non è possibile in quanto non si scelgono le relazioni
ma si ha/bisogna avere la misura di trovarsi in un posto collettivo (e per
collettivo intendo qui comune a uomini e donne) e gerarchizzato.

Questo però può dare stimoli interessanti per potere scegliere le proprie
relazioni sia “dentro” che “fuori” dal posto di lavoro.

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detto questo non escludo che si possa privilegiare la relalazione con una
collega di ufficio piuttosto che con un’amica.

ma le implicazioni politiche che la prima ipotesi comporta possonocambiare
l’assetto della mia situazione lavorativa non sempre a mio/nostro vantaggio.

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per quanto riguarda la pratica politica, penso che si possa fare in luoghi
separati se questo nasce da un’esigenza collettiva (può essere anche di due)

trovarsi tra lavoratici piuttosto che tra donne con la medesima idea di
libertà tenendo però conto della propria storia può essere una tappa del partire da sè

 

Comunicato Stampa di Paolo Colombo, Curatore MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo.

“Menopause” e “Post-Menopause” sono rispettivamente il titolo della mostra e il titolo del catalogo che accompagnano la mostra di Rosemarie Trockel prima al Museum Ludwing di Colonia ed ora al MAXXI di Roma.
La scelta dei titolo operata dall’artista è già di per sé una chiara ed evidente allusione al trascorrere della vita, alla transizione da una condizione esistenziale all’altra. È un esplicito riferimento ad un momento cruciale dell’esistenza di ogni donna, a quel momento che divide l’esistenza femminile in un “prima” e un “dopo”.
Per Rosemarie Trockel, Menopause significa metafora della vita matura, metafora di quel momento dell’esistenza in cui ci si trova in una sorta di ideale osservatorio da cui è possibile guardare retrospettivamente, con lucidità e precisione tutta la propria esistenza ed il proprio percorso artistico per tutta l’estensione e la durata del suo ciclo di fertilità.
La mostra “Menopause” si sviluppa a partire da gruppi di opere che coincidono con i due cardini principali che sorreggono tutto il lavoro dell’artista: il corpo di lavori costituito dalle opere lavorate a maglia, di cui il catalogo offre anche un elenco ragionato, e una serie di sculture “da camera” di piccole dimensioni che costituiscono un compendio delle varie e multiformi direzioni in cui si è sviluppato il lavoro dell’artista dal 1983 ad oggi.
Le opere, largamente conosciute come “lavori a maglia” iniziati nel 1985 e realizzati con costanza e continuità negli ultimi 21 anni, offrono le più diverse, complesse ed articolate letture: Possono, ad esempio, evocare un’analisi della produzione industriale contrapposta a quella artigianale così come tutta la tradizione e le implicazioni storico-sociali legate all’esecuzione manuale degli oggetti.. L’origine di questa serie di opere è nel disegno elaborato graficamente al computer che successivamente viene trasferito sul telaio industriale per l’effettiva tessitura:. Con queste opere, Rosemarie Trockel ripercorre, forse anche con una certa ironia, pratiche artistiche minimali mediante tecniche ascrivibili all’universo femminile anticipando così, in qualche modo, alcuni contenuti espressi da quello che, nell’ambito della critica femminista, è considerato un saggio oggetto di culto: “Minimalism and the Thetoric of: Power” di Anna Chave. I lavori a maglia di Rosemarie Trockel possono altresì essere fortemente ricondotti all’esperienza artistica concettuale, come per esempio alle riedizioni a maglia delle macchie Rohrshach, oppure riallacciarsi ad una visione decorativa dell’arte, indirizzata ad un pubblico vasto ed anonimo, con la riproduzione in serie di luoghi e simboli, come la falce e il martello, il coniglietto icona di Playboy o il marchio della pura lana vergine che , a sua volta, riprende un altro tema ricorrente nell’arte concettuale: la tautologia. A proposito del concepimento dell’opera a maglia, nel corso di un’intervista con Isabel Graw, Rosemaie Trockler afferma: “Negli anni 70 c’erano molte discutibili mostre d’arte di artiste donne, soprattutto sul tema della casa. Ho cercato di portare la lana fuori da questo contesto e di rielaborala in un processo produttivo neutrale; quel semplice esperimento divenne il mio marchio di fabbrica, cosa che realmente non volevo.”
Il secondo nucleo di lavori in mostra consiste in una serie di piccole sculture presentate all’interno di teche costruite appositamente per le esposizioni al Museum Ludweing e al MAXXI. Si tratta di una pratica di allestimento che trova similitudini nei Cabinet de Curiosités tipici del museo settecentesco, ovvero vetrine per la collezione e la conservazione dei reperti storrico-antroplogici il cui scopo era di illustrare attività legate a una ritualità lontana e sconosciuta e descrivere, attraverso le molte o poche tracce pervenuteci, un’anima e una sensibilità attualmente immaginifica. Gli oggetti che Rosemarie Trockel ci presenta nelle sue teche fanno riferimento al ruolo del corpo, alla rappresentazione sociale dei generi, alle teorie imposte dalla società sull’identità sessuale e hanno la caratteristica di essere costituiti dai più disparati materiali di uso quotidiano come gesso, legno, stoffa e molti altri comunemente associati all’universo domestico. Con allusioni sia a quella che solitamente si definisce “cultura alta” che a quella “bassa” visiva e popolare e ricorrendo spesso a icone del mondo del cinema come Brigitte Bardot o immagini dal mondo animale, Rosemarie Trockel si interroga sulla condizione umana, sul ruolo della donna all’interno della nostra società così come nel ruolo dell’artista e sulla natura del mondo animale (“ogni animale è un’artista”, eco ironica al dettato di Joseph Beuys. “Jeder Mensch ist ein Künstler- ogni uomo è un artista”).
A questa serie di sculture, e con un simile interno archiviale, si accostano una serie di progetti per libri e quaderni eseguiti tra il 1985 e il 1995, in cui il compito di descrivere il mondo emotivo, i dubbi, le contraddizioni dell’artista viene affidato alla parola scritta e al disegno; come indicato dalla scritta che appare nell’opera che a Roma annuncia la mostra di Rosemarie Trockell “Menopause”, è dello spettatore il compito di guardare indietro e di seguire l’esortazione Stell dir vor (Immaginati!).

Esther Batalla Edo

(Traduzione di Clara Jourdan)

Ho letto sul n. 29/2005 di Duoda, Rivista di Studi Femministi del Centro de Ricerca di Donne dell’Università di Barcellona che porta il medesimo nome (Duoda), un articolo di Marina Terragni intitolato Asistenta y señora de la casa: ahí hay mucha política, che è la traduzione di María-Milagros Rivera Garretas di Colf e padrona di casa. Lì c’è molta politica, pubblicato su “Via Dogana. Rivista di pratica politica” n. 70 (settembre 2004).
L’articolo offre un punto di vista critico, partendo dal criterio sostenuto da Barbara Ehrenreich, criterio che si riassume nell’idea che le donne occidentali si emancipano grazie alle straniere che vengono qui a farsi carico della nostra quota di lavoro di cura. L’autrice segnala che l’argomento di Ehrenreich non è nuovo, e lo circoscrive al sensazionalismo sociologico-giornalistico che ha fatto il successo del suo libro Global woman: mannies, madis and sex workers in the new economy (Donne globali. Tate, colf e badanti, Feltrinelli, 2004).
Partendo dal criterio di Ehrenreich, dunque, Terragni ci offre la sua opinione al riguardo, una opinione che, a quanto riferisce l’articolo, fu presentata anche in un programma televisivo italiano, L’infedele, e fu poi oggetto di discussione alla Libreria delle donne di Milano, dove venne messa in risalto principalmente la singolarità del rapporto tra la datrice di lavoro domestico e la colf o curatrice del focolare e dei suoi membri, una relazione professionale che sfugge al classico circolo dello scambio monetario, soldi in cambio di lavoro. E venne messa in risalto anche la qualità politica di tale relazione.
Terragni afferma che nella relazione tra colf e datrice di lavoro non vale il distinguo tra l’incombenza propria di un lavoro qualsiasi, cioè quello che si definisce e realizza “per conto d’altri e nell’ambito organizzativo e di direzione di un’altra persona”, e il contenuto del lavoro in sé, impregnato in questo caso di un rapporto di legame, di cura e di amore, che di fatto fa parte dell’oggetto di scambio. E fa notare inoltre quanto sia interessante e paradigmatico questo rapporto di lavoro, perché mette l’accento su un argomento decisivo della politica delle donne: la centralità della relazione nel lavoro, che l’autrice estende a ogni tipo di lavoro in cui sia arrivata tale politica.
Condivido questa impostazione, e anche come tratta l’argomento di Ehrenreich, mettendolo in discussione, nel senso che non c’è contrapposizione assoluta tra la “emancipata pura” – la datrice di lavoro – e la “oppressa pura” – la straniera – che resta alla cura della casa e dei suoi membri, ma che piuttosto ci sono diversi gradi di coinvolgimento tra loro, e che nessuna delle due può liberarsi del tutto della propria quota di lavoro di cura. Ma non sono d’accordo con una delle opinioni suscitate dal tema, come riferisce l’articolo: che sia la miseria sia la ricchezza siano presenti in noi – occidentali – come in loro; “loro, che sono povere e anche ricche del denaro che noi gli diamo e dell’occasione di emancipazione che noi rappresentiamo, offrendo loro i nostri modelli di libertà spesso in cambio dei loro, che pure esistono”.
Chiarisco il mio dissenso. Personalmente ho difficoltà a capire che le donne straniere guadagnino libertà, amando se stesse, quando lasciano le loro case per venire da sole nei nostri paesi occidentali, tuttavia potrei integrare l’idea nel mio ragionamento e fino a un certo punto anche condividerla. Ma non la condivido più quando Terragni considera che questo guadagno di libertà può essere più grande del dolore della separazione.
Si tratta naturalmente di un rapporto di lavoro molto speciale, dove – con parole dell’autrice – “emancipazione e pratica della cura si intrecciano strettamente”. Ma penso che occorra molta prudenza quando si tratta di generalizzare il beneficio che comporta il guadagno di libertà di queste donne immigrate di cui parla Terragni.
L’articolo mi ha fatto venire in mente lo schema di funzionamento di tale emancipazione/lavoro di cura da parte delle donne occidentali e straniere. La falsariga del comportamento delle une e delle altre potrebbe benissimo avvicinarsi a questo circuito: la figlia maggiore di una famiglia povera, generalmente numerosa, si occupa della cura dei suoi fratelli, mentre la madre lavora come colf di un’altra donna che, a sua volta, è emigrata in un paese ricco (1), permettendo così a quest’ultima di “conciliare” diversi usi o spazi del suo tempo.
Le donne con maggior potere d’acquisto sono, certamente, più facilitate – in linea di principio – nell’ottenere l’emancipazione materiale necessaria alla realizzazione del proprio desiderio in scenari molteplici, molti dei quali disegnati ancora in modo patriarcale; e possono così continuare con il modello della “doppia presenza” a delegare a queste donne immigrate parte dell’impegno domestico; un modello che tuttavia è in corso di superamento. Però, che cosa c’è dietro a questo andare e venire di donne straniere? Il contenuto dell’articolo della Terragni, a mio modo di vedere, non può essere considerato isolandolo dal contesto, deve essere considerato nella sua globalità.
Nel contesto, dunque, c’è un grave problema di convivenza, con il nostro di sé e con l’altro da sé, un vero problema di organizzazione degli usi del nostro tempo; generalmente chiamato problema di “conciliazione della vita familiare, lavorativa e personale”. E il fatto di ricorrere a una o un colf non cessa di essere una pseudosoluzione che, inoltre, non è possibile per la donna senza risorse economiche – come le stesse immigrate – e che si sta consolidando a prezzo della destrutturazione di altre famiglie. Dubito molto, allora, che il guadagno di libertà della donna immigrata possa compensare lo sradicamento familiare e personale di queste donne (per lo meno in modo generalizzato e finché non siano portati a termine i processi di ricongiungimento familiare, che possono durare anni), né credo che contribuisca al cambiamento di simbolico del nostro sistema economico, che è il cambiamento di cui abbiamo davvero bisogno.
Questo cambiamento non è di ostacolo al riconoscere allo stesso tempo la singolarità della relazione professionale tra la colf e la datrice di lavoro domestico, a causa della grande dose di relazione femminile, generatrice di politica, che media tale scambio, oltre al denaro. Ma insisto anche nell’idea che mantenere il circuito in questo tipo di relazioni non ci porta alla soluzione dei nostri problemi quotidiani di conciliazione, perché in molti casi non rende possibile la realizzazione del proprio desiderio, né quello delle occidentali né quello delle straniere.
Pertanto, e benché io condivida completamente con l’autrice la singolarità di quella relazione, non mi dimentico che ci troviamo, in fin dei conti, di fronte a un rapporto di lavoro; inserito in un quadro economico che, per quanto ci piaccia dimenticarlo e, di fatto, lo facciamo, penso che neanche possiamo ignorare. In quei termini, dunque, che non ci piace udire ma a cui alludo e con disagio, bisogna dire che quando la “produzione di beni e servizi” ha luogo dentro i confini della casa, e proprio perché è molto difficile separare l’elemento relazionale dall’attività materiale considerata di per se sola, la colf non può sostituirci in quegli aspetti puntuali e selettivi che noi abbiamo scelto come intrasferibili, perché risalgono all’origine del nostro partire da sé, alla fonte dell’amore più intimo di nostra madre.
Non metto in dubbio che la colf sia pienamente consapevole del compito che comporta l’affidarle la cura dei nostri cari, rendendola partecipe della nostra intimità; possiamo affidare a lei persino noi stesse e noi stessi, ma nel suo “fare” lei si vedrà limitata a badare a questi aspetti molto concreti – non altri, aspetti che abbiamo deciso di delegarle per fiducia, naturalmente – e non per mancanza di abilità o volontà da parte di questa professionista, amica o collaboratrice, ma perché i nostri cari desiderano – e anche noi – che siano soddisfatti unicamente da parte nostra.
Una madre o un padre cercherà di praticare il rapporto con suo figlio o sua figlia nello spazio di tempo che considera più adeguato, in funzione delle sue capacità, preferenze o circostanze. Questo spazio di tempo, insostituibile, per alcuni e alcune sarà, forse, portare i figli a scuola, o andare con loro al parco, o dargli la cena. Sono aspetti che “loro” sanno, di cui hanno bisogno o che non desiderano sostituire, e che “alcune di loro” – si tratta, molte volte, di cure alle nostre stesse madri biologiche – ci hanno lasciato in eredità, per di più, come riferimento simbolico, poiché siamo noi che adesso desideriamo rendere loro la nostra più intima gratitudine senza delegarla a nessuno. Anche questo fa parte della nostra libertà, e del nostro bisogno di proteggerla di fronte al peso della legge che obbliga a permanenze lavorative inflessibili, o ben poco flessibili.
Cioè, l’attività che ogni membro della famiglia ha scelto per intervenire in una relazione personale e affettiva è “quello” che non ha un sostituto nella colf, né nel mercato. E questo desiderio che abbiamo, uomini e donne, madri e padri, e figli e figlie, deve avere la possibilità di esprimersi ugualmente in libertà, senza nessun tipo di costo aggiuntivo: di spreco energetico, economico, personale o derivato dalla legge.
Non molti giorni fa, mi raccontavano che in un consiglio scolastico di madri e padri dove si discuteva proprio del tempo o, meglio, della mancanza di tempo per stare con i figli e le figlie, un padre spiegò che lui non poteva vedere suo figlio durante la settimana, dato che quando andava al lavoro il bambino dormiva e al suo ritorno pure. Questa situazione non gli andava e gli è venuta questa idea: quando arrivava a casa, la prima cosa che faceva era andare nella stanza del figlio, e affinché il figlio sapesse che lui era stato lì, faceva un nodo nel lenzuolo. Quando il bambino si svegliava cercava il nodo, e attraverso il nodo sapeva che il suo papà gli aveva dato un bacio.
Nella storia raccontata, di nuovo l’amore burla il potere a cui il padre si vede sottomesso. Ma… a prezzo di quanta sofferenza? Questo padre (o madre) molto probabilmente aveva una colf e tuttavia la colf non era la soluzione al suo desiderio. Guadagnare emancipazione a prezzo di sradicamento e destrutturazione della propria e delle altrui famiglie non è, penso io, la soluzione di cui abbiamo bisogno per i nostri problemi di coordinamento dei diversi usi del tempo, che si riducono, in definitiva, a un unico problema di relazione, di “vivere con”. Sostenere o incoraggiare questo tipo di rapporti di lavoro, con tutta la loro qualità politica indiscutibile, ma isolati dal panorama più ampio che comporta la necessità di una nuova organizzazione del nostro tempo, a mio avviso contribuisce a consolidare un nuovo modello di relazioni umane, che sono ancora conseguenza del sistema capitalista di mercato, più che della nostra genuina libertà.
Praticarle, sì, inevitabilmente; ma all’interno della politica femminile che cambi il contesto.
Che fare, allora? Educare, educare e educare nella differenza sessuale e nella capacità di critica e di giudizio: uomini e donne, bambine e bambini, e la pratica politica verrà data, e con essa il cambiamento di simbolico (2) che è già iniziato nelle nostre relazioni quotidiane in negozio, in ufficio, in palestra, nel supermercato…, portando l’amore della politica delle donne alla politica dei partiti in modo che anche il diritto cambi il proprio simbolico (3), e smetta di voler significare tutto con il suo maschile universale, senza timore di rappresaglie e sanzioni.

(1) Amoroso, M.; Bosch, A.; Carrasco, C.; Fernández, H.; Moreno, N.: Malabaristas de la vida. Mujeres, tiempos y trabajos. Icaria, Barcelona 2003.
(2) Chiara Zamboni si riferisce ad esso con l’espressione “rivoluzione simbolica” (La universidad pública y el materialismo del alma), “DUODA Revista d’Estudis Feministes”, núm. 9-1995.
(3) Maria Milagros Rivera Garretas, La diferencia sexual en la historia, Publicacions de la Universitat de València, 2005.

da il manifesto

Un gruppo composto da 120 refusnik israeliani e 120 ex prigionieri politici palestinesi cerca di spezzare il cerchio della diffidenza e degli istinti suicidi. «Siamo diversi, ma abbiamo lo stesso obiettivo»

Abbiamo incontrato Zohar Shapira sul lungomare di Tel Aviv durante una pausa del suo lavoro di insegnante. 36 anni, sposato con una bambina di poco più di un anno, che deve andare a recuperare all’asilo appena finita l’intervista, è uno dei fondatori – israeliani – del gruppo «combattenti per la pace». La composizione del gruppo – 120 refusnik israeliani e 120 ex-prigionieri politici palestinesi, di cui 24 donne – costituisce senza dubbio una novità sullo sfondo del sempre più bloccato conflitto israelo-palestinese. L’organizzazione, che oltre al nucleo centrale – volutamente limitato – gode di molti sostenitori sia israeliani che palestinesi, è nata l’anno scorso dopo anni di incubazione e riflessione ma è apparsa ufficialmente sulla scena politica solo da qualche mese.
Zohar Shapira, per quindici anni nell’esercito, comandante di una unità d’élite incaricata delle missioni speciali (le più sporche) nei territori palestinesi, come è arrivato alla decisione di lasciare l’esercito e di rifiutarsi di tornare in servizio nei territori occupati? «Dopo l’inizio della seconda intifada – racconta – nel 2002, ero impegnato nell’operazione shield of defence e dopo l’attacco a Jenin ho deciso che non potevo più continuare a fare quello che facevo, era immorale, soprattutto dopo aver sparato sopra la testa di una bambina sbucata improvvisamente da dietro una casa. Entravamo nelle abitazioni dei palestinesi e quando uscivamo portando via qualcuno di loro sospettato di essere un terrorista vedevo gli occhi dei bambini che ci guardavano e capivo che ci avrebbero odiato per tutta la vita. Eravamo noi a seminare l’odio».
Refusnik, altro che traditori
Nel frattempo il movimento dei refusnik si stava allargando… «Sì, allora eravamo 6-800 – prosegue Shapira – ma soprattutto tra i refusinik non c’erano più solo soldati di leva ma anche piloti, comandanti. Tanto che il movimento dei refusnik arrivò ad imporsi come un punto di discussione nell’agenda del governo israeliano. Non potevamo più essere indicati semplicemente come traditori da Sharon, i refusnik erano diventati una realtà accettata dalla gente. Ora circa il 40 per cento dei riservisti, quando richiamati, si rifiutano di andare a servire nei territori occupati. Il problema era però come andare al di là delle manifestazioni e diventare più incisivi. Non sapevamo se c’erano palestinesi disposti a parlare con noi, poi abbiamo contattato Tayush (un’organizzazione di palestinesi e arabi di Israele, ndr). All’inizio eravamo molto sospettosi, diffidenti, da entrambe le parti».
In Tayush militava anche Suleiman al Himri di Betlemme, con alle spalle quattro anni e mezzo passati nelle carceri israeliane (prima a Hebron e poi a Ansar III), condannato per azioni contro Israele quale leader locale durante la prima intifada. Suleiman al Himri, militante di Fatah e funzionario del ministero degli interni, conferma la diffidenza iniziale. Lo abbiamo incontrato in un albergo di Betlemme dove i suoi compagni stavano preparando le schede degli iscritti in vista del sesto congresso di Fatah, che dovrebbe tenersi entro l’anno.
Ci sono state molte riunioni, molte discussioni prima di arrivare alla formale costituzione del gruppo «combattenti per la pace». Su quali basi lo chiediamo a Suleiman. «Abbiamo raggiunto un accordo su diversi punti: il riconoscimento del diritto dei palestinesi ad avere uno stato con Gerusalemme est come capitale; la dimostrazione al popolo, soprattutto quello israeliano, che esiste un partner palestinese; il rifiuto della violenza contro la popolazione civile, sia palestinese e israeliana».
Teoria e pratica della non-violenza
La non-violenza è senza dubbio la scelta più impegnativa per entrambi i componenti, posto che la violenza è alla base della militarizzazione della società, dovuta al conflitto, che non risparmia nessuno e si insinua fin dentro le mura domestiche. Ma proprio gli effetti devastanti della violenza, soprattutto dopo la seconda intifada, nei territori palestinesi si sta diffondendo la pratica della non violenza con corsi di formazione organizzati da ong. Ma a sostenere la non violenza contro i civili, a condannare gli attentati suicidi sono anche persone come Suleiman, che non rinuncia a combattere l’occupazione. o Zohar, che in passato ha comandato una delle unità più aggressive dell’esercito israeliano, o Elik Elhanan, la cui sorella è rimasta vittima dell’attentato commesso da un kamikaze.
«Solo la non violenza può spezzare il cerchio della morte», afferma Zohar che racconta l’emozione e anche i timori provati quando per la prima volta ha varcato il muro ed è entrato nei territori palestinesi senza armi: mi guardavo in giro per vedere se c’erano soldati per proteggermi, ma poi, quando sono entrato nella casa di Suleiman e ho conosciuto la sua famiglia, non ho più avuto nessun timore. Ora io e i miei compagni andiamo nei territori palestinesi e i palestinesi vengono nelle nostre scuole per dimostrare che un partner c’è, per far conoscere l’altro. Non vogliamo dire che siamo uguali: siamo diversi, ma abbiamo lo stesso obiettivo della pace ed è importante conoscersi», sostiene Zohar. Il progetto che vede palestinesi e israeliani tenere insieme lezioni nelle scuole e nelle università palestinesi e israeliane è senza dubbio una delle azioni più importanti ed efficaci dei «combattenti per la pace».
In che cosa si distingue questo gruppo da altri costituiti insieme da israeliani e palestinesi? Risponde Suleiman: «L’obiettivo è diverso: noi non vogliamo la normalizzazione dei rapporti, vogliamo lavorare insieme per un obiettivo concreto: la fine dell’occupazione».
E questa impostazione diversa rispetto al passato sembra aver segnato tutti i gruppi israelo-palestinesi, anche quelli nati contro il muro o i blockwatchers, che controllano i posti di blocco. Nel week i militanti israeliani organizzano visite guidate: «Gli israeliani non conoscono il muro, non l’hanno mai visto, quindi possono credere alla propaganda del governo… ma basta farglielo vedere da vicino perché capiscano che non serve alla sicurezza ma solo alla divisione dei territori palestinesi in bantustan», sostiene Jeff Halper, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Icahd), che ora ha allargato il proprio obiettivo promuovendo una campagna anti-apartheid. Un obiettivo ancora più difficile da raggiungere. «Ci riusciremo, il problema – aggiunge – è come e quando. Ci è riuscito Mandela …».
Ha vinto Hamas? Niente panico
A Jeff Halper chiediamo anche se la vittoria di Hamas abbia cambiato i loro rapporti con i palestinesi. «In Israele – risponde – non c’è stato nessun panico per la vittoria di Hamas. Noi non abbiamo rapporti con Hamas, ma continuamo a lavorare con i palestinesi come prima e vedremo che cosa veramente farà Hamas. Dopo gli accordi di Oslo avevamo avviato un dialogo, ma l’inizio della seconda Intifada aveva scioccato tutti e gli israeliani erano spariti, ora i palestinesi hanno realizzato che per porre fine all’occupazione hanno bisogno degli israeliani».
Tuttavia non sembra ci siano molti israeliani favorevoli a uno stato palestinese… «Gli israeliani – prosegue Halper – non pensano alla pace come a qualcosa di positivo, partono dal principio che gli arabi sono nemici e che non ci sarà mai pace. Per gli israeliani la pace è solo una sorta di “pacificazione”. In Israele le parole hanno un senso “orwelliano”: pace vuol dire suicidio, la guerra corrisponde alla pace, così come ritirarsi in realtà vuol dire espansione e rafforzamento».
Quindi c’è poco da sperare in un cambiamento della politica di Israele. «Penso che l’ingiustizia sia insostenibile a lungo andare – aggiunge ancora Halper – perché contiene i semi della distruzione. Alla fine ci sarà il collasso, e questo non vuol dire che dopo l’ingiustizia ci sarà giustizia, ma che Israele non potrà mantenere a lungo questa situazione».

di Laura Minguzzi


La mia lettura del libro di Marirì Martinengo La voce del silenzio sulla nonna paterna Maria Massone, donna “sottratta”, come lei la definisce nel sottotitolo, risale al dicembre 2005, caldo di stampa. E a caldo appunto non sono riuscita a scrivere niente, per il rapporto che mi lega all’autrice, rapporto di amicizia politica.

Le sensazioni a lettura terminata sono state profondamente liberatorie “ecco, mi sono detta, finalmente l’ha scritto, l’ha detto, ha saputo farlo, è riuscita a farlo in modo magistrale”.

Scoperti l’inghippo, il segreto, il mistero, la macchia sul muro, citando un famoso racconto di Virginia Wolf, insomma quello che io ho sentito come movimento empatico nel 1989 verso Marirì e mi ha portato da Parma a Milano al seminario sulla pedagogia della differenza, ora ha un nome, una storia. Finalmente lei l’ha coraggiosamente portata alla luce. L’amore per la storia vivente ha infranto il muro degli affetti familiari, del conformismo borghese, che non si annida solo nella classe borghese, ma è ben presente e agguerrito anche nelle classi popolari. Il partire da sé e la chiamata dal cielo o da sottoterra sono motori conoscitivi introdotti nella politica e nella storia dalla fucina del femminismo ma certo non tutte hanno il dono di scrittura di Marirì Martinengo, il suo coraggio e la sua tenacia per forgiare insieme inconscio, oggetti cari, foto, spilli, labili tracce e restituirci una narrazione esemplare di una storia familiare che si fa universale. E così adesso c’è un precedente per una storia che faccia entrare l’inconscio nelle sue trame. Io, in casa, ho conservato alcuni mobili dell’inizio novecento, della mia infanzia in campagna, mobili cari a mia madre che da quarant’anni trasporto da una casa all’altra, da una città all’altra contro la volontà di tutti. “Ma vendili, occupano troppo spazio”, mi sento dire … Io ferma nella mia posizione e Marirì mi ha sempre sostenuto. “Non devi abbandonarli.” Io non posso separarmene, li amo, sono ciò che mi resta della memoria del mio passato, di mia madre. Grazie alla sua tenacia anch’io sono riuscita a conservare la memoria del mio mistero, della mia macchia. Di quel lato oscuro, opaco, da nascondere, che come dicevo alligna anche nelle classi popolari e può essere persino più feroce e crudele, da togliere la parola ai sopravvissuti. E far diventare mute. Non per questo però, secondo me, ognuno-a dopo questo libro di Marirì deve mettersi a raccontare la propria storia famigliare. Infatti io sono grata a Marirì per questo lavoro di ricerca perché è come se avesse sciolto anche me da un debito verso il passato, verso mia madre e mi avesse alleggerito di un fardello; il suo lavoro vale anche per me, in questo è il suo carattere di universale. Io ho passato la mia adolescenza frequentando case di cura dove a periodi alterni veniva ricoverata mia madre, sofferente di depressione e sottoposta a cure crudeli. L’elettroshock, prima della rivoluzione portata dalla legge Basaglia, era comunemente usato come terapia in qualunque reparto neurologico di qualunque ospedale. Ci si vergognava di avere quella malattia e i parenti pure cercavano di nascondere di avere familiari in casa malati di depressione. Mio fratello temeva ripercussioni negative sul lavoro e perciò colpevolizzava mia madre di essere malata. Mio padre pensava fosse questione di volontà e che ogni medicina fosse inutile. Aveva bisogno del suo aiuto per il lavoro nei campi e non voleva accettare questa strana malattia femminile, forse da ricchi, una malattia dell’anima. Noi non ce lo potevamo permettere. L’incomprensione era totale e la solitudine di mia madre immagino fosse immensa, inenarrabile. Io di quel periodo ricordo solo il suo totale silenzio, un mutismo duro e insormontabile come una muraglia cinese, irraggiungibile da comuni mortali e da medici che non hanno saputo (non sanno?) decifrare la sofferenza femminile. Per lungo tempo non sono riuscita a perdonare mio padre e mio fratello e come racconta Marirì ho covato risentimenti e propositi di vendetta, finché non ho spostato lo sguardo su mia madre interrogando la sua vita, le sue relazioni, la sua malattia, il suo rapporto con me e la sua morte. Così le uova del risentimento si sono trasformate nelle uova d’oro della libera lettura. Ne ho ricomposto la storia seguendo labili indizi e ricordi, rileggendola alla luce dello spostamento operato sul presente, cioè sul mio desiderio di essere libera.

Dal presente prende a parlare il passato. Perché è possibile oggi mi sono domandata? Cosa ha reso praticabile questa possibilità? Il nostro praticarci quotidiano ha aperto questa strada di messa in parole. Il passato non è più opaco, atono, afono, è soggetto di se stesso. Noi sentiamo la sua voce, questa sensibilità ci è restituita dalle relazioni che pratichiamo nel presente. Una donna comune come posso essere io in relazione con una donna non comune come è sicuramente Marirì Martinengo. La storia oscura di mia madre, così come la storia oscura di sua nonna Maria prendono forma, hanno una lingua. Io ho sottratto me stessa e mia madre alla inesistenza delle donne con una vita infinitamente oscura, con la pratica delle nostre relazioni nella Comunità di storia, fondata insieme nel ’92. Fra di noi c’è una distanza abissale dovuta al ceto, alla cultura, all’esperienza, al linguaggio che ogni giorno cerchiamo non già di colmare, che sarebbe vano sforzo, ma di mettere in comunicazione, far comunicare, rendere materia di scambio nel mondo.

Gli scambi negli spazi pubblici e politici che abbiamo creato, Libreria delle donne, il Circolo della rosa, il Sito di storia sono una articolazione di noi stesse, fanno emergere l’inconscio e producono conflitti, incomprensioni, sofferenza. Ma anche linguaggio e gioia quando riusciamo a parlarne, a sciogliere i nodi, a scriverne rendendoli pubblici. Il libro di Marirì introduce l’inconscio nella storia ponendo un precedente per una storia che ne tenga conto.

Marco Lorenzini

La lingua che usiamo nel nostro vivere quotidiano dà immagine e forma alle cose, alla sostanza delle cose e alle relazioni tra persone; persone che sono soggetti di plurime collettività (culturali, socio-economiche, politiche) e allo stesso tempo individui consapevoli di essere tali quando sanno stare con gli altri. La lingua è lo strumento che influenza e giustifica questo fine, è un sapere particolare trasmissibile al quale si può educare, ma la visione illuminista che legava questa padronanza alla emancipazione è entrata in crisi come la modernità. La globalizzazione mediatico-linguistica ha riproposto il problema politico della lingua oltre i temi della forma e della funzione, perché la massificazione globalizzata ha accelerato i processi di liberazione collettiva, ma ha schiacciato la voce di ogni individuo. Ecco perché la parola che scaturisce dalla relazione è un ponte gettato sul rumore di fondo della globalizzazione, una forma di orientamento simbolico che funziona come struttura assente, ma agente sulle competenze linguistiche. Allora riflettere sulla lingua come bene comune è questione politica aperta che ci ripropone la domanda su come nasce e cresce un soggetto linguistico in uno spazio di relazione pubblica.
L’introduzione di Paola Bono ci informa che il libro è un percorso di riflessione collettiva che, a partire da una proposta di Vita Cosentino (curatrice della pubblicazione con Guido Armellini, Gian Piero Bernard, Paola Bono, Laura Fortini, Antonietta Lelario), ha coinvolto esponenti del movimento dell’Autoriforma gentile, della Società Italiana delle Letterate, del GISCEL (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica) del Piemonte e del Circolo Bateson di Roma.
In questo libro a prender parola sono soprattutto le insegnanti, non più vestali che difendono il fuoco sacro della grammatica, ma sciamane invisibili della parola che riflettono sulla forza di trasformazione del linguaggio, sul rapporto tra oralità e scrittura, sull’errore e sull’importanza delle differenze, sulla lingua che è in grado di inventarsi un possibile nuovo mondo.

 

Stefano Ciccone, Chiara Martucci

Cara Chiara,
il tema della libertà rimanda per me a due parole su cui vorrei che confrontassimo i nostri percorsi e le nostre prospettive politiche ed esistenziali. La prima parola è la relazione. Ho molto presenti i tanti modelli maschili che mi parlano di una libertà dalla relazione, il mito dell’indipendenza, la fuga dalla donna che vuole “accalappiarti” (penso ai film di John Wayne …), la rappresentazione del matrimonio come tomba della propria espressione, ma anche dell’emancipazione da “le gonne della madre”… In questo è certamente un riferimento la riflessione di Lea Melandri sul nesso tra sogno di un ritorno a una condizione fusionale e lotta contro l’angoscia di questa fusione. Eppure in questa dinamica c’è uno specifico maschile che va oltre la comune condizione di figli e figlie nati da un corpo di donna. C’è, credo, il retaggio di una costruzione dell’identità maschile fondatasi contro la corporeità che ha così prodotto una rottura col proprio corpo, un’incapacità a farne luogo di costruzione di identità. Il silenzio del corpo, il suo non essere “gravato” dalle gravidanze o il suo non segnalare il lungo ciclo dalla maturità sessuale alla menopausa, o il ciclo mensile delle mestruazioni, la sua tensione a dominarne bisogni e variazioni, è stato rappresentato come libertà. Come emancipazione da passioni, cicli ormonali, legami che vincolavano la piena espressione di una soggettività basata sulle qualità virili dell’auto-controllo, della tensione morale, della razionalità. La resistenza maschile alla relazione vissuta come luogo che limita la libertà (o la necessità) di proiettarsi nel mondo ha una sua specificità (di genere). E’ quindi da uno sguardo critico sulla costruzione sociale della mascolinità e da quanto le donne hanno costruito sul tema della relazione, che ho imparato che è possibile pensare ad una forma di libertà che vada oltre l’indipendenza e che sia invece capace di guardare ai propri limiti, alle proprie dipendenze, all’impossibilità di pensarsi a prescindere dall’altro/a. Eppure, proprio su questo tema, sento troppo spesso un’argomentazione politica delle donne che, per contrastare strategie politiche di controllo sociale sul loro corpo, risolve troppo superficialmente il nodo della relazione. Abbiamo più volte ricordato come uomini lo slogan delle donne che rivendica “la prima parola e l’ultima” sulle proprie scelte procreative. Ed abbiamo affermato che questo limite non ci interessa forzarlo con protesi morali o normative che superino o nascondano il nostro limite nei processi procreativi; ma abbiamo anche affermato che tra quella prima e quell’ultima parola non c’è lo spazio della reciproca indifferenza ma lo spazio per una relazione che è anche conflitto tra desideri che possono essere differenti. Ma dire questo non basta: cosa vuol dire richiamare questo “spazio di relazione”? E come coniugarlo con le nostre diverse libertà? Come andare oltre un’enunciazione e non ridurre questo conflitto a conflitto tra differenti diritti (diritto della madre a disporre del proprio corpo, diritto a nascere, diritto alla paternità, diritto ad avere una coppia genitoriale, etc… )? Parlando della relazione è emersa l’altra parola che vorrei con te mettere in tensione con la libertà ed è il desiderio. Mi interessa farlo specificamente con te, perché credo che questo tema non abbia uguali declinazioni nei differenti femminismi e mi pare assuma una specifica centralità nella tua pratica politica. Penso anche alla recente polemica esplosa a Bologna per la pratica del gruppo Sexyshock che sceglie di rappresentare e dare visibilità sociale al desiderio femminile proprio nella battaglia contro la violenza sessuale, fino a utilizzare come strumenti della propria pratica politica gli strumenti erotici e il porno con conseguenti reazioni scandalizzate della politica benpensante. Anche nella manifestazione del 14 gennaio 2006 a Milano ho letto lo slogan “l’unica legge è il desiderio” e visto rivendicare al desiderio femminile una visibilità politica come terreno di conflitto e di pratica sociale. Credo che l’incontro con il desiderio e la soggettività femminile abbia rappresentato e rappresenti per noi un’occasione decisiva per fare un’esperienza differente di noi e del nostro corpo, un’opportunità per reinventare la nostra sessualità. Dunque uno spazio di libertà per il mio differire come uomo da modelli normativi che hanno stretto la mia sessualità nel binomio potenza/impotenza, prestazione/possesso. Al tempo stesso, la mia esperienza di uomo mi ha insegnato a diffidare dal desiderio come terreno neutro di libertà. Proprio la pressione sociale ad esprimere il proprio desiderio come condizione di verifica della propria identità sessuale, la frequentazione di uno spazio sociale segnato dalla pervasività di un desiderio maschile parossistico mi dicono che anch’esso è costruzione sociale, obbligo conformativo. Penso alla necessità di aderire alle forme canoniche del desiderio maschile per non precipitare nel baratro del disprezzo sociale verso l’omosessualità considerata una non-condizione. Un non essere più uomo. Se allora il desiderio e l’immaginario costruito attorno ad esso (ed in particolar modo forme come la pornografia sono continuamente segnati da modelli dominanti, colonizzati, costretti in forme preordinate), come fare proprio del desiderio un terreno di liberazione senza sot- Il linguaggio delle relazioni Segni toporlo continuamente a critica? Non mi riferisco soltanto alla dimensione erotica ma anche a quei desideri che l’offensiva neoclericale tende a sottoporre alle norme di un’etica confessionale: avere un figlio, avendo problemi di parziale sterilità di un partner, avere un figlio senza essere in una coppia eterosessuale… Anche su questo terreno non basta dare voce ai desideri e contrapporli alle norme: a volte è necessario cogliere quanto anche questi siano dettati da norme. Norme più stringenti e meno facilmente scardinabili di quelle scritte. Penso alla pressione normativa ad avere e volere un figlio per sentirsi una donna realizzata. Quel desiderio di maternità quanto è libero e quanto imposto?

Caro Stefano,
queste che tu mi/ti poni sono molte delle domande da cui è partito il mio percorso di riflessione come femminista. Naturalmente non ho alcuna risposta, posso solo ragionare a partire dalla mia esperienza. Faccio parte di una generazione, quella delle trentenni o giù di lì, che ha avuto possibilità ed accessi impensabili per le donne delle generazioni precedenti. Eppure, nonostante le molte porte aperte, continuo ad avere la sensazione di essere “incastrata”, non completamente libera. Un filosofo politico, Isaiah Berlin, definiva il concetto di libertà proprio utilizzando la metafora delle porte che si hanno davanti a sé. Ma, mi domando, si tratta solo di una questione di quantità, o è rilevante anche che cosa sta dietro a queste porte, se ci interessa o meno? Ed é qui che entra in gioco il desiderio: come si sceglie, da cosa e come vengono determinate le nostre preferenze? Il matrimonio, per esempio, é stato a lungo (im)posto alle donne come unica opzione disponibile (a meno di non preferire la clausura). Le donne venivano socializzate ed educate a credere che il loro carattere non prevedesse: “volontà autonoma o governo di sé attraverso l’autocontrollo, ma sottomissione e arrendevolezza al controllo degli altri”1. Quando una donna cresciuta in questo modo asseriva di desiderare sposarsi e fare figli come massimo coronamento e realizzazione di sé lo faceva perché lo voleva realmente, o perché non aveva altre alternative a sua disposizione e non era capace di concepirne? Condivido quindi in parte lo scetticismo che tu, come maschio, esprimi nei confronti del “desiderio come terreno neutro di libertà”. Il nesso fra libertà e desiderio è quantomeno problematico; ma è forse proprio il piano delle relazioni quello su cui è possibile provare a scommettere per iniziare a concepire e costruire nuove forme di libertà che diano spazio agli elementi imprevisti e trasformativi dei desideri. Prenderò spunto dalla tua domanda conclusiva per provare a chiarire ciò che intendo. Personalmente, non sono in grado di distillare quanto di biologico e quanto di culturale, quanto di autentico e quanto di indotto, possa esserci nel mio ambivalente e intermittente desiderio di maternità. In questo momento posso dire di non avere un desiderio urgente di fare un/a figlio/a, né posso sapere con certezza se mai lo avrò. Certamente, però, posso dire che ora come ora non mi sentirei libera di farlo, nemmeno se lo desiderassi fortemente. Per varie ragioni. Innanzitutto, perché le mie condizioni di vita materiali non sarebbero adeguate: sto in una casa in affitto, non ho un reddito fisso (né particolari prospettive di averlo a breve): la mia vita è precaria a 360°. Dal punto di vista psicologico, poi, l’idea di introdurre un elemento di fissità e continuità da un lato mi alletta e dall’altro mi terrorizza. Inoltre, e non è un dettaglio trascurabile, al momento non ho un partner e, come converrai anche tu, la comunicazione e l’interazione fra i generi non sono affatto semplici ultimamente. Non voglio attribuire colpe all’ormai stucchevole tormentone della “crisi del maschio” ma, di fatto, fatichiamo a trovare nuove mappe per orientarci e viviamo le nostre reciproche confusioni e turbamenti senza capacità di comunicarcelo, né di darci una mano a vicenda. È come se il percorso della libertà femminile e quello della libertà maschile avessero viaggiato separati per secoli di storia e adesso, che sono in gran parte saltati i codici tradizionali, non fossimo in grado di creare relazioni di libertà (libertà nelle relazioni e non dalle relazioni). Nella maggior parte dei casi, infatti, la percezione del mutamento femminile rimane imprigionata in un immaginario che lo identifica come “guerra tra i sessi” e in un’ideologia che lo classifica come lotta per un cambio di guardia ai posti di comando. La violenza è una possibile esacerbazione, la più triviale ma non l’unica, di questo conflitto. Per contrastare la retorica (neoclericale, ma non solo) che evoca e invoca, più o meno esplicitamente, il ritorno a modalità di relazioni che ripropongano i vecchi stereotipi di genere (castranti sì, ma anche tanto rassicuranti!), emerge la necessità di pensare – insieme, uomini e donne – a nuove regole del gioco. Di provare a superare la diffidenza, ad aprirci ad un’intimità in divenire; di creare la fiducia indispensabile per Il linguaggio delle relazioni Segni comunicare e comprenderci, per inventare in compresenza i codici adatti a ridefinire liberamente altri e nuovi modi possibili di intendere e vivere maschilità e femminilità. Bisogna, in parole povere, uscire dall’idea implicita che quella fra uomini e donne sia una battaglia in cui la posta in palio, la libertà, sia un “gioco a somma zero”: non è vero che un aumento della libertà femminile debba necessariamente tradursi in una perdita di libertà per il genere maschile (né viceversa). Una perdita di indebiti privilegi, sì. Una perdita dell’illusione di rappresentare la normalità, auspicabilmente; ma certamente non una perdita di libertà. Per lo meno non per quegli uomini e quelle donne che hanno il coraggio e la pazienza di mettersi in gioco a partire dalla consapevolezza della parzialità dei propri diversi orientamenti, desideri e pratiche sessuali. Solo in questo modo tra la prima parola e l’ultima non ci sarà, come tu dici: “lo spazio della reciproca indifferenza, ma lo spazio per una relazione che è anche conflitto tra desideri che possono essere differenti”, anche quando si tratta di decidere se e quando riprodursi. Da qui viene per me l’urgenza, il bisogno e il desiderio, di relazioni politiche con uomini. Di relazioni politiche con uomini che partano dalle pratiche e dai saperi prodotti dai femminismi negli ultimi decenni. A partire, tutte e tutti, da sé e dalle proprie esperienze e contraddizioni, dai corpi e dalla consapevolezza che il fatto di “essere sessuati così e non altrimenti” ha un peso nell’influenzare il nostro modo di stare e percepire il mondo (quella “capacità di fare del corpo un luogo di costruzione di identità” di cui tu parli). Noi che da anni ci proviamo confrontandoci appassionatamente nel nostro laboratorio Sui generi di Anghiari sappiamo bene quanto questo processo possa essere difficile e a tratti doloroso. Ma costituisce a mio parere un’occasione necessaria di libertà, una libertà che non viene dall’indipendenza ma dalla relazione, per i singoli uomini e le singole donne del tempo presente: perché ci si possa sentire autorizzate/i a sperimentare nuove declinazioni di sé a seconda dei momenti e dei contesti delle nostre vite. Senza ruoli precostituiti, o inversioni di ruoli. E senza nemmeno farci troppo male nel frattempo.

 

L’uno indissolubilmente legato all’altro
Barbara Mapelli, Claudio Vedovati

Caro Claudio,
avvio questo nostro dialogo sul perdono tra i generi consapevole di come sia complessa, contraddittoria e difficile l’accettazione di questo punto di vista da parte di un uomo. Già, perché dico ‘perdono tra i generi’, ma in realtà intendo – e tu lo sai bene – perdono delle donne verso gli uomini. E in questo modo l’ho presentato nel nostro gruppo suscitando opposizione in realtà non solo tra gli uomini, ma anche tra alcune donne, che trovavano odioso questo termine, con tutto quel che si trascina dietro di significati e ricordi di una formazione religiosa che ha impoverito, reso la parola evocatrice di un buonismo mansueto, anche ipocrita, con cui non ci si vuole confondere. Ma io ho tratto la mia idea di perdono in particolare da un testo di Derrida (J.Deridda, Perdonare), che a sua volta fa riferimento ad Hanna Arendt e a Jankélévitch, e soprattutto quest’ultimo convoca a un appello per un’ ‘etica iperbolica’, che si espone a un perdono senza condizioni, addirittura paradossale perché neppure domandato. Questi autori fanno riferimento alla tragedia ebraica del Novecento, ma io ho avuto in mente, da subito, la traduzione e la trasposizione di quanto leggevo nella storia, di millenni, del dominio maschile sulle donne. Anch’esso un imperdonabile. E mi sono intestardita sul perdono, nonostante l’evidente fastidio di alcuni e alcune del nostro gruppo. In qualche modo sono stata premiata, perché la parola, il suo universo di significati, continuamente arricchito, ha proseguito a vivere tra noi, è stata ripresa in molti discorsi. Voglio riassumere, allora, per avviare il dialogo tra noi, quello che ho finora detto, i termini principali del senso che ho attribuito al perdono nella mia riflessione. Si deve perdonare, dicevo, ciò che in realtà è imperdonabile, perché il perdono deve avvenire là dove il male è stato così grande che non esistono altre possibilità di superarlo, là dove non vi può essere alcuna forma di giustizia che possa ristabilire equilibrio ed equità, riparazione. Quale giustizia può sanare i secoli, i millenni di dominio degli uomini sulle donne, con tutto quello che hanno significato? Le donne allora possono decidere di perdonare gli uomini, ed è un atto sovrano, perché unilaterale, nessuno lo ha chiesto, ma è un atto che si riempie anche di molti altri sensi. Perdonare gli uomini significa anche perdonarsi, per tutte le complicità, le false sicurezze e i dubbi vantaggi che abbiamo creduto di poter strappare con la nostra presunta docilità, con la falsa innocenza di chi ha accettato il suo posto in ombra. Ma il perdonare deve prevedere un ulteriore, doppio movimento: si deve chiedere perdono per il perdono che si offre; proprio perché è un atto non richiesto e quindi presuntuoso, il perdono deve assumere una caratteristica di reciprocità, è un guardarsi negli occhi, cercare di capirsi per quanto possibile, e stare un po’ in silenzio. Il perdono non è oblio, né cancellazione, è anzi, credo, una riconquista di memoria, più limpida, condivisibile, perché depurata di alcune scorie. Ne ho verificato l’utilità nella mia vita privata, con gli uomini/l’uomo che ho vicino: si frappongono talvolta tra noi ostacoli quasi insuperabili e leggo in lui, in alcuni suoi comportamenti i portati di una cultura antica, così antica che ciò che dice e fa gli appare naturale, al di là o al di sotto di ogni ricerca di consapevolezza. Davanti a questi ostacoli riconosco in me la tentazione alla docilità, al laissez faire, che si trasforma in complicità. Discorso lungo e faticoso, doloroso per ambedue. Il perdono, talvolta, che doveva partire da me, ci ha consentito di riprendere il discorso, di capire meglio tutti e due, un cammino a tappe, anche modeste. Ma qui mi fermo, non solo per lasciarti la parola, ma perché veramente non so andare avanti, e penso che sia proprio e soltanto il dialogo con un uomo, con te, che possa farmi (farci?) progredire. Scusa la lunghezza, ma volevo raccontare un po’ di antefatti.

 

Cara Barbara,
ho riaperto ora, sollecitato dalle tue parole, il taccuino degli appunti che avevo con me ad Anghiari lo scorso settembre: riprendono così corpo parole chiave, digressioni della memoria, sensazioni del momento, mappe concettuali, non so più dire quanto mie e quanto nostre, di tutti noi. Mi sembra ora di poterle mettere in ordine, ma magari è solo una nefasta illusione. C’è quel che viene prima del perdono: l’incontro, la condivisione, le aspettative, il fraintendimento, le ferite, il danno, la scoperta della vulnerabilità, l’offesa, il risentimento, il rancore. E c’è quel che viene dopo, una qualche forma di relazione che ha preso una strada diversa: la memoria o l’oblio (perdonare per non dimenticare, non perdonare per non dimenticare), “smussare gli angoli” o “mettere gli spigoli”, la rinuncia alla vendetta, la proposta di un dono, la fine di una relazione, la fortificazione della propria identità, la rimozione del dolore. In mezzo – appunto – c’è il perdono o “l’imperdonabile”, l’uno indissolubilmente legato all’altro, ma ci può essere anche qualcos’altro, altre scelte a cui non abbiamo ancora saputo dare un nome. Direi che in mezzo c’è il soggetto – o una comunità – che se vuole sceglie cosa fare di una relazione. Nella nostra discussione – è quello che ricordo e che mi restituiscono gli appunti – abbiamo fatto una fenomenologia del perdono, distinguendo e scartando, accostando e legando. Abbiamo subito messo da parte l’universo che porta al perdono partendo da peccato, colpa, pentimento, penitenza, confessione, espiazione, supplizio, redenzione, assoluzione, salvezza. E forse, così facendo, ci siamo persi qualcosa, per sentirci rassicurati dalla distanza tra noi e la tradizione che abbiamo alle spalle. Ci siamo piuttosto diretti su sovranità, gratuità, libertà, limite, reciprocità, riconciliazione, scambio, conflitto, potere. Esprimendo anche posizioni diverse. In questo percorso io mi sono reso conto che il perdono, nella mia vita, è stato una sorta di pratica autistica per prendere la distanza, ritirami nell’indifferenza, allontanarmi dal mondo in un deserto in cui non c’è più relazione. Ma non era questo il punto. Il perdono – lo hanno detto molti di noi in quei giorni – è stato per noi una sorta di dispositivo per dirci qualcosa di molto preciso: l’asimmetria che segna la nostra relazione, tra noi uomini e voi donne. “L’io che non è perdonabile – il mio io – è quello subalterno alla norma patriarcale” ci ha detto Silvia, “non perdono gli uomini gratuitamente, solo le donne, agli uomini chiedo reciprocità”, ci ha detto Catia. L’asimmetria sta nella differenza di genere, nel fatto che i soggetti sono sessuati, e contemporaneamente nel costo che ha la relazione tra i generi. Ho imparato nella relazione politica con le donne che questo costo – il costo di stare in un mondo che è stato segnato dal dominio maschile – può essere per loro molto alto e che noi uomini abbiamo una difficoltà a vedere queste ferite. Se il patriarcato ci ha reso poveri entrambi, il danno non è stato lo stesso. C’è una sofferenza che deve entrare a far parte della nostra relazione. Non so quindi quanto mi interessi continuare una parte del gioco che abbiamo fatto ad Anghiari, la fenomenologia del perdono. Se così fosse ti proporrei di far incontrare Derridà e Jankélévitch con Mauss e Ricoeur, la catastrofe di Effi Brest con la perdita di Bataille. Ciò che ora mi interessa per rendere più libera la nostra relazione è capire su cosa mette le mani il perdono, su quale parte di noi e del nostro stare in relazione. Da tempo ci siamo detti che non ci interessa la penitenza degli uomini. Forse ciò che cerchiamo tra noi è qualcosa che ha a che vedere con la consapevolezza, la possibilità di dire “io qui ci sono” senza svalorizzarsi, riconoscendo la fatica di alcuni percorsi, senza saltare il pathos dell’aver espresso le ferite, senza dismettere o dimenticare asimmetrie e differenze. E se, come tu dici, il perdono non è cancellazione od oblio ma – appunto – consapevolezza, non è detto che la consapevolezza abbia come unica strategia quella del perdono. Il perdono – ci ha ricordato Massimo – “è solo una delle risposte possibili al danno”. C’è qualcos’altro che possiamo imparare a vedere insieme?

 

Caro Claudio,
sì certamente – rispondo all’ultimo dei tuoi quesiti – c’è qualcos’altro. Non ho mai creduto alle parole ‘Apriti Sesamo’, parole definitorie, ultimative, prèt à porter; quelle parole che – basta nominarle – creano un recinto di significati con cui ci si può identificare, in cui ci si può rifugiare. Non ci credo e le temo, perché in queste trappole e pozzi ci è caduto, troppe volte, anche il movimento delle donne. Mi va bene, dunque, continuare ad usare, finché non si logora, la parola perdono come strumento, non una chiave che tutto apre, passaggio trionfante dall’ombra alla luce. Il perdono ha dimostrato di poter essere un’immagine che ha evocato molto dentro di noi, un susseguirsi di domande e risposte, un escludere, scavare, rinominare, uno sforzo che è servito per aumentare, mi sembra, lo spessore delle nostre narrazioni, ci ha fatto prendere nuove direzioni nel pensare quel pensiero che è al centro del nostro desiderio/piacere di essere un gruppo di donne e uomini che si pensano. Quello che può dare continuo avvio a questo, va bene. Anzi va bene, e cerco di essere meno generica, perché ci ha consentito di distinguerci tra noi, di esporci nella nostra differenza – individuale, non solo di genere – perché il perdono, il suo universo di significati ha diversamente sollecitato/ infastidito/stimolato/addolorato ciascuno e ciascuna, tu hai riportato molte delle nostre frasi. Ma io pensavo, mentre avveniva, a settembre, ad Anghiari e lo penso ora di nuovo, che così poteva accadere perché ognuno trovava luogo e senso per la propria fatica di ricerca, anche per la rabbia che certe parole suscitano, nel piacere e desiderio e fiducia che abbiamo saputo costruire – e mantenere – in questo nostro gruppo. E posso operare allora, senza troppe rotture di continuità, passaggi da quel collettivo al mio privato in cui io, Barbara – e già te ne ho scritto – ho potuto superare ostacoli nel rapporto con un uomo, l’accumularsi pericoloso di risentimenti quotidiani, ma che continuavano a richiamare in una ripetizione ossessiva il passato; ho potuto, ma il lavoro non finisce mai, se pure screziata di dubbi, di timori, di cattiva coscienza, superare in parte lo schermo opaco che molte volte mi ha fatto pensare a una impossibilità. E’ avvenuto perché mi sono offerta il lusso sovrano del perdono? Ho perdonato forse solo, o soprattutto, per perdonarmi, ma è stata la mossa che parzialmente mi ha liberato. E allora da qui intendo andare avanti, approfondire anche le ambiguità del perdono, capire, come tu scrivi, se siamo state e stati troppo frettolosi nel cancellare alcune tradizioni di culture e significati legati a questa parola, che ci hanno irritato, perché in realtà appartengono alla nostra formazione e abbiamo faticato, fatichiamo a liberarcene. Vorrei usare il perdono fino a consumarlo. Ma al momento è ancora vivo e generativo dentro di me e mi fa attendere con impazienza la tua risposta, mi sento in grado, senza troppi pericoli, di aspettarmi da un uomo – da te, Claudio – delle parole e una vicinanza per fare un altro pezzo di percorso. Non è poco e ne misuro l’importanza perché scriverlo, ti assicuro, mi è costato e mi verrebbe la tentazione di mettere molti interrogativi davanti e dietro le mie ultime parole. Ma le lascio, invece, così.
A presto
Barbara

 

Cara Barbara, d’istinto mi sarebbe venuto da dirti che quel perdono che vorresti usare “fino a consumarlo” non andrebbe usato tutto e subito, che sarebbe meglio tenerne una parte per sé, una congrua scorta da collocare nella parte più luminosa e aperta al mondo che si ha. Che del perdono può essere utile proteggere con cura la molteplicità e l’inesauribilità dei significati, per lasciare che esso conservi le sue ombre e che da lì, come e quando vuole, possa uscire e fare qualcos’altro di una relazione. Ma poi mi sono fermato a prendere tempo. A respirare. Non di consigli voglio che sia fatta la nostra relazione, di noi uomini e donne. Ma di ascolto. Il tempo della mia scrittura è lento, ed ora sono passati molti giorni da quando scrivevi che attendevi “con impazienza” una mia risposta. Forse ti chiedi se, ancora una volta, l’aprirsi ad un uomo non porti con sé una delusione inevitabile, che richiede di mettere in campo ancora nuova pazienza. O se io abbia voluto mettere alla prova la tua disponibilità al perdono. Non ho risposte, ma penso che il tempo può far parte dell’ascolto. Ho usato questo tempo per lasciare che mi fosse più chiaro un sentimento: io mi sono reso conto, con una certa sorpresa, che nella mia relazione politica, pubblica e privata, con le donne – a anche con te – non riesco a portare alla luce il mio dolore. Mentre so che il dolore è uno strumento utile, forse il più prezioso che ho, per esplorare la condizione per nulla naturale del mio essere e sentire da uomo, la sua storicità e la sua non ineluttabilità. Voglio dire, ciò che mi dà, in ogni qui ed ora della mia vita, la possibilità di moltiplicare le possibilità, di affiancare e di scegliere. Il dolore che rimane silente, che viene rimosso e allontanato, che nutre l’indifferenza appartiene per intero alla storia del mio genere. Sento che serve alla sua indistinta continuità, a cancellare il conflitto con i padri e con il mondo che ci hanno consegnato, a prendere possesso anche noi del mondo senza lasciare spazio ad altri. A sottrarci alla relazione per metterci in una dinamica di potere. È forse questa simulazione dell’assenza del dolore che rende così difficile alle donne la relazione politica con noi uomini? Forse anche di questo, noi uomini, chiediamo alle donne di farsi carico? Solo ora, forse, capisco che anche i padri vanno perdonati. Che l’imperdonabile del patriarcato è un ostacolo che porto dentro di me alla nostra relazione. Forse non è così vero, come credevo e come in fondo trovo naturale continuare a pensare, che non mi sono mai sentito in colpa per essere un uomo. Ma grazie a te, Barbara, e alle donne con cui abbiamo aperto insieme uno spazio comune di relazione, ho imparato che il senso di colpa è un sentimento che non ci serve, che abbiamo bisogno l’uno della libertà dell’altro, che questa libertà non è un condono alla storia a cui apparteniamo, e che non apparteniamo alle cose ma sono le cose che ci appartengono e che sta a noi capire come. Ora è diventato importante per me imparare a dire quanto mi costa stare al mondo e quanto questi costi possano far parte della nostra relazione senza che di essi debba essere ancora una volta l’altro genere a farsene carico. Io del perdono non sapevo bene cosa farmene o ne sapevo fare benissimo un uso autistico, uno strumento di distacco dal mondo, come ti accennavo. Perdono tutti, togliendo agli altri lo spazio per chiedere di essere perdonati, perdono tutto a me stesso, togliendo all’altro lo spazio del perdonarmi. E nella nostra discussione ad Anghiari ho preferito guardare altrove. Ora comincio a sentire che sì, il perdono “è solo una delle risposte possibili al danno” e che c’è qualcos’altro di importante che possiamo imparare a vedere insieme. Ma appunto è una delle risposte possibili, e non poi così tanto disprezzabile.
Claudio

 

Caro Claudio,
ancora, e soltanto, poche righe per accomiatarmi temporaneamente da te. Sì i tempi lunghi delle tue risposte mi esasperano e mi fanno riaffiorare e ribollire dentro di nuovo brutti sentimenti e ri-sentimenti verso gli uomini, verso di te in particolare. Puoi immaginare. Poi arriva, tardi, la risposta: ti leggo e mi torna il desiderio di dialogare con quel nodo e intrico di sentimenti-ragioni, quel continuo formarsi e distendersi di pieghe e ostacoli che riconosco nel tuo pensiero, ma anche nel ricordo delle volte che ad Anghiari – dopo riflessioni ardue e scontri – ci si sorride. La negazione del dolore. Credo che tu abbia colto nel giusto, forse è il motivo per cui molte e molti hanno rifiutato, respinto quasi istintivamente il perdono. Perché, è vero, e non so se lo dico io o interpreto le tue parole, che il perdono verso l’altro o l’altra, o verso di sé, rinomina, costringe a rinominare le ragioni del dolore. Di più, credo, le sottrae alla genericità, le rende necessità personali. Può aiutare a renderci liberi e libere, nelle nostre singolarità, perché aiuta a vedere e vederci, ricordare, scegliere, e ritrovare radici per il nostro mutare e ricercare anche dentro gli imperdonabili.
Un abbraccio
Barbara

 

Cara Barbara,
assumersi la responsabilità dei propri sentimenti senza incolpare gli altri, cercare di riportare il dolore al desiderio che non abbiamo realizzato e non all’azione dell’altra persona, imparare a sentire cosa sentiamo e non interpretare gli altri. Queste piccole e preziose capacità relazionali, che ad Anghiari stiamo pian piano imparando a praticare in una relazione politica di donne e uomini, sono forse ciò che rende il nostro lavoro un dono prezioso che ci facciamo, trasformativo per noi stessi e per il gruppo. Quello che ci permette di affrontare nell’esprimere i nostri bisogni l’uno di fronte all’altro anche tutto il dolore ed il risentimento che portiamo in questa stessa nostra relazione.
Anch’io ti abbraccio, con molto affetto e tanta gratitudine
Claudio

ANTOLOGIE In «Nate a lavorare» trentanove scrittrici raccontano la fatica femminile nella storia e oggi, tra esclusioni, disconoscimenti e discriminazioni
Adele Cambria

«Con le due mani, nati a lavorare». A questo verso di Edoardo Sanguineti, tratto dalla Ballata del Lavoro del poeta genovese, Maria Jatosti, curatrice,insieme a Rosetta Berardi, del libro Nate a lavorare (Edizioni del Girasole, pp. 287, euro 18,00), si riferisce, nella sua introduzione, per spiegarne il titolo ed il tema: il volumetto colleziona infatti, sul tema del lavoro femminile, i racconti inediti di trentanove scrittrici italiane. Ma la prima osservazione, impertinente e/o pedante, che m’è venuta da fare, a proposito del titolo, e della sua «legittimazione», (da poeta a poeta, essendo infatti Maria Jatosti una poeta), è che la condanna biblica al lavoro fu indirizzata ad Adamo e non ad Eva: «Con il sudore del tuo volto, mangerai il pane», dice infatti il Signore Iddìo ad Adamo. Ed invece ad Eva: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai…». (O anche: non-partorirai se non con dolore. Versione biblica aggiornata alla proibizione, in Italia, della pillola RU486).
Riflessioni irriverenti, ma che proprio nella scrittura e nei contenuti dei 39 racconti mi sembra trovino conferma. Voglio dire: qui le autrici svelano, forse inconsapevolmente, quanto risulti ambigua e quasi «innaturale» la parola «lavoro» coniugata al femminile. Il lavoro «naturale» delle donne, anzi, per citare Carlo Marx, «il lavoro spontaneo delle donne e dei fanciulli», all’interno delle quattro mura domestiche, è stato ridefinito «accudimento» o «produzione e riproduzione della specie» dal femminismo degli Anni Settanta: che ne ha svelato, per la prima volta, il valore economico. In quanto al lavoro femminile fuori casa, a lungo è stato considerato fatica bruta, servaggio, degradazione, assimilazione al maschile ai suoi livelli più bassi. (Di nuovo Marx, che riporta senza commenti i giudizi dei Blue Books inglesi a proposito del lavoro delle donne in miniera: «È avvilente per il loro sesso… Portano vestiti da uomo… Ogni pudore è soppresso…»). E segnalo subito, nel libro curato da Jatosti e Berardi, La ballata di Francesca, l’uomo-donna, di cui è autrice Maria Attanasio. Sono versi di violenta bellezza, scritti in dialetto siciliano e tradotti dalle curatrici: «Alberi e vigne, carrubi e stoppie/Nella campagna nera che non dorme… Francesca chiama dal fondo del mare della morte/Non sono donna di oro e di sete/sono donna di alberi ed agavi/Non ho soldi, non ho da mangiare/Mi travesto da uomo per campare».
Ma le trentanove autrici che sono state chiamate a raccontare il lavoro femminile – il proprio, quello delle altre… i soggetti qui si contaminano felicemente, e nel testo di Biancamaria Frabotta, Il complesso della sguattera, addirittura si sdoppiano, illustrando la schizofrenia della casalinga-insegnante/pendolare – sono delle privilegiate: sia pure «minimali». Infatti,oltre al loro lavoro «primordiale» – dove però si introduce a volte la delega, almeno nella cura degli anziani, con l’affiorare della figura della «badante» etnicamente straniera e quindi nuova, ma tuttavia, nelle mansioni, antica – tutte lasciano intravedere, all’interno del proprio quotidiano, un lavoro di routine: che svaria dal precariato alla scuola, e, in un unico caso, ad un percorso da donna in carriera. E poi c’è il terzo lavoro, ed qui che si annida il «privilegio»: il terzo lavoro, perseguito con amore, ambìto, inseguito con tenacia e devozione, è la scrittura. In un solo caso, nel racconto intitolato Fiore di cactus di Anna Maria Pugliese, è principalmente l’arte, intesa come arte visiva, pittura. Ma il tramite per dirlo è ovviamente la parola, e la stessa cosa accade con il bel racconto L’acrobata, all’attrice Patrizia Zappa-Mulas: che del resto nell’appendice destinata a fornire Notizie biografiche delle autrici, si definisce «scrittrice e interprete, che vive a Roma dividendosi tra pagina scritta e palcoscenico».
Insomma, per tutte o quasi, il lavoro «creativo» – uso un aggettivo che nacque nel movimento femminista, ma è stato ormai colonizzato dalla pubblicità – è un lavoro a mezzo servizio. O, addirittura, se così si potesse dire, «un lavoro a un quarto di servizio».
Fin qui l’analisi sociologica dei contenuti del libro: che si potrebbe anche sottotitolare, in quest’ottica, «Vite di donne a mezzo servizio». Almeno a proposito di quei racconti, e sono la gran parte, la cui connotazione si indovina autobiografica. (E ricordiamoci che alla scrittura autobiografica è stata data dignità letteraria proprio dal e nel femminismo di fine Novecento).
Ma c’è chi si maschera, narrando, ed assume per sé il «maschile»: se non come protagonista del racconto, come osservatore/interlocutore ed infine ritrattista di una peraltro magnifica figura di donna. È il caso di Cristina Annino, che si definisce «scrittrice e pittrice», e dipinge, questa volta con le parole, una sorta di Grande Madre della guerra civile spagnola: Henriette, da lei incontrata (spiega in una nota al testo) alla fine degli Anni Settanta. Henriette, ex partigiana, aveva partecipato insieme al marito alla fondazione del partito comunista francese. L’autrice del racconto la raffigura vecchissima e vigile nella sua villa settecentesca di Clermont Ferrand, dove aveva cresciuto, protetto, fatto studiare, un manipolo di orfani di una Rivoluzione fallita – la guerra di Spagna – e via via nei decenni era andata avanti accogliendo altri orfani di altre catastrofi, di altre guerre endemiche del nostro pianeta. Bellissimo racconto – si intitola Una magnifica giovinezza – con quel refrain della vecchia signora comunista: «Il faut batir, il faut batir», bisogna costruire…
Ma perché Cristina Annino s’è mascherata nei panni di un giovanotto italiano per consegnare Henriette a chi leggerà questo libro? Avevo chiesto a Maria Jatosti di darmi il suo numero di telefono. Ma non l’ho chiamata. Un racconto è un racconto è un racconto.
Ho amato molto anche Mariana e la vecchia Giulia di Mariella Bettarini. È la descrizione del legame che si crea tra Mariana, la badante moldava – «quanta cura, quanta solerzia… quanto “fare” antico e anticamente “femminile”… – e «la vecchia Giulia, novantenne, debole ma ancor lucida, grande lavoratrice anche lei, in casa, tanti anni fa, sartoria femminile…». Tutt’altro mood, post-moderno, in Mobbing-Dick, della giovane Tiziana Colusso: dove il mobbing impiegatizio e tanto più virulento nel precariato è assunto come il leggendario «personaggio» di Melville, la balena bianca imprendibile, qui definita «l’invisibile balena della vessazione».
Con questo libro, Nate a lavorare, le curatrici e l’editore hanno inteso celebrare il centenario di tre avvenimenti tutt’e tre datati 1906. E sono: la nascita della Cgil (da cui partì «anche» la lotta organizzata per l’emancipazione della donna attraverso il lavoro), la pubblicazione del primo romanzo «femminista» italiano, Una donna di Sibilla Aleramo e l’appello che oggi si definirebbe «provocatorio» di Maria Montessori a tutte le donne italiane, ancora prive del diritto di voto, perché si iscrivessero egualmente nelle liste elettorali.

La violenza sulle donne per mano di partner o di ex. Un libro di Ann Baldry per Franco Angeli
Valeria Muccifora

Ogni anno in Italia centinaia di migliaia di donne (verosimilmente una su cinque, ma un’indagine Istat in corso fornirà le cifre esatte a partire forse già dalla fine dell’anno) subiscono un qualche tipo di violenza domestica, cioè agìta dalla mano di un partner o di un ex: psicologica, fisica, economica, sessuale (più di una su tre) o – ed è la variante emergente – di tipo persecutorio, stalking). Molte riportano lesioni gravi o gravissime. Una ogni novantasei ore viene uccisa. In genere le cronache applicano agli uxoricidi lo schema del delitto passionale, commesso durante un raptus o una temporanea follia assassina. In questo modo però si perpetuano due gravi malintesi: che si tratti di uccisioni inevitabili perché impossibili da prevedere e, in quanto tragedie «familiari», che esse restino un fatto privato slegato da un contesto sociale più ampio, che invece ha le sue responsabilità. In realtà – come afferma Anna Baldry, psicologa e criminologa, autrice di Dai maltrattamenti all’omicidio (Franco Angeli, pp. 189, Euro 20) – «è raro che vi siano casi di uxoricidio non preceduti da minacce, aggressioni fisiche e/o sessuali». Per la maggior parte dunque gli omicidi sono «annunciati»: le vittime, prima di essere uccise, erano state perseguitate, assalite, terrorizzate, stuprate. Alcune di loro avevano chiesto aiuto, rivolgendosi ai servizi sociali, alle forze dell’ordine o ai centri antiviolenza. Una via crucis dolorosa e umiliante segnata da stazioni individuabili, che si succedono quasi sempre secondo il medesimo, riconoscibile, modello ciclico, quasi mai – come dicono le statistiche – destinato a interrompersi da sé; ma sul quale – diversamente da quanto accade nella aleatorietà del raptus – è possibile intervenire preventivamente. Una tempestiva valutazione dei fattori di rischio presenti all’interno della (ex) coppia (individuati vagliando metodicamente le caratteristiche del partner violento e della vittima nonché il tipo di relazione e di contesto socio-familiare), potrebbe infatti contribuire a salvare alcune vite. Nel suo libro, Baldry promuove e illustra la procedura di valutazione del rischio denominata Sara (Spousal Assault Risk Assessment), messa a punto in Canada nel ’95 e in fase di sperimentazione in Italia. Nessuna sorpresa se tra i fattori ritenuti «sensibili» ci sono anche le convinzioni nutrite da alcuni partner violenti nei confronti dei «rapporti interpersonali uomo-donna» e verso «i ruoli all’interno della famiglia»: convinzioni fondate su «stereotipi non rispettosi del ruolo e della funzione altrui.»

Una complicità che diede vita ad alcuni lavori a quattro mani.
Ester Coen

Muse furtive, silenziose vestali, eleganti compagne: una lunga teoria di donne ingiustamente oscurate dalle trame di una storia, per tradizione costruita intorno a figure maschili autorevoli e forti. E questa in parte anche la storia di una coppia il cui nome ha impresso un segno profondo in mezzo secolo di vicende artistiche, dagli inizi rivoluzionari del dadaismo fino a “certe ” ricerche astratte e formali degli anni sessanta: Arp è il nome che unisce Jaean- o Hans- a Sophie Taeuber: Nell’interessante mostra proposta dal Museo Correr sino al 16 Luglio e organizzata dai Musei Civici Veneziani in collaborazione con le tre Fondazioni per la tutela delle opere dei due artisti – Jean & Sophie Arp Dada e oltre, per la cura di Elena de Càrdenas Malagodi e Stefano Cecchetto – si può afferrare il senso vero e la sottile complicità di due vite parallele, di un lavoro che si intreccia anche oltre la fisicità dell’esistenza: Quando Jaen incontra Sophie a Zurigo alla fine del 1915, proprio alla vigilia del leggendario febbraio che vide improvvisamente confluire nel Cabaret Voltaire
molteplici e composite energie artistiche in un’esplosiva miscela di idee e personaggi, la sua personalità è già del tutto
formata. Ha partecipato in Svizzera e Francia, alle appassionate battaglie, alla nascita e alla crescita delle storiche avanguardie del primo novecento, ha esposto insieme a Matisse , Signac, van Dongen, ha conosciuto i più grandi artisti del momento da Kandinsky a Max Ernst, a Picasso, ai Delaunay, a Modigliani. In un clima di ribellione, nell’alternanza di uno sguardo che fluttua tra figurazioni cariche, rinforzate da un solido segno plastico, e un’essenzialità rigorosa che sposta le sue linee verso luoghi di più concreta astrazione, Arp insegue tuttavia le proprie emozioni.
Così le stesse, originali tecniche dell’avanguardia provocano logiche diverse da quelle che le hanno generate. E i collage, costruiti per giustapposizione all’intero di un ordine razionale, chiudono l’idea di casualità in uno schema divenuto incoerente rispetto al sistema di origine. In questa curiosa ambivalenza si ritrova lo spirito di un artista all’inseguimento di un formale anonimato, singolare se messa a confronto con le fragorose e scomposte dichiarazioni del gruppo dadaista, ferocemente avverso ad ogni azione estetica. È questo, allora , il terreno sul quale si incontrano le personalità di Jean e Sophie. Più stravagante ed eccentrico lui, più isolata e rigorosa lei, immersa in minuziose analisi compositive sui ritmi cromatici da trasporre con inconsueta sensibilità alle arti meno nobili, ai manufatti artigianali, alle stoffe e agli arredi. “Abolimmo nel nostro lavoro” ricorderà Jaen Arp, alcuni anni dopo la morte della moglie ,”quando non era il risultato del gioco e del buon gusto. Anche la personalità ci sembrava un peso inopportuno e inutile, dal momento che si era sviluppato in un mondo che consideravamo ormai morto e pietrificato. Fu allora che nacquero costruzioni rigorose quanto impersonali, fatte di superfici e colori, fuori da qualsiasi azzardo.” Fu allora che tra i due artisti si stabilì quella complicità che, pur dando vita a opere a quattro mani, voleva prima di tutto dare vita a una collaborazione spontanea, decisa a scoprire, la nascosta, quasi segreta affinità tra l’estrema riduzione formale dell’una e la più eterogenea visione dell’altro. Le sale del Correr documentano con estrema chiarezza i passaggi essenziali di questi intrecci, grazie al sapiente allestimento di Daniela Ferretti, che con forte risalto allinea l’estrema purezza di un mondo al passo con cadenze e armonie, con euritmie e consonanze, con accordi e corrispondenze.
Ecco i primi Reliéfs di Jaean mostrati tra i severi accostamenti tonali e schematiche costruzioni elementari e le marionette di Sophie snodarsi in un fantasioso movimento meccanico, come ad accendere di colori allegri ed attentamente declinati le inflessibili strutture geometriche. Ecco ancora il progetto per l’Aubette o per la Galerie Goemans: assonometrie, piante, disegni architettonici per interni e per esterni in un unico accordo integrato di spazi e arredi, dove Sophie – come scrive Sergio Polano – appare “lucida interprete novecentesca dell’ipotesi di integrare le arti”. Tentativo che l’aveva spinta a cercare nell’appoggio di Van Doesburg quella visione ideale teorizzata dall’artista olandese nella musicale elevazione di linee e piani orientati verso il compimento di un puro equilibrio visivo. Forma rigida, elementare, sobria, severa, ferma quella di Sophie, curva, naturale, metamorfica, voluttuosa, quella complementare di Jean. Come se la dolcezza dei profili di sculture e rilievi sgorgasse dalla naturalezza e spontaneità della sua anima lirica, aggettivo che Lorenza Trucchi – nel catalogo edito da Marsilio – così giustamente attribuisce alla personalità dell’artista: E nella messa in scena silente della ricreata sala della Biennale del 1954 si dispongono misteriosamente nello spazio tutte le suggestioni e gli incanti di quelle concreazioni, di quei ritagli, di quelle forma turgide e insieme scarnificate, stelle che si trasformano in fiori, offerte alla memoria della delicata anima di Sphie.

Luisa Muraro

Mi è stato chiesto di unirmi alla denuncia della violenza che patiscono tante donne da parte di uomini. Non è giusto, infatti, che questo stillicidio di morte che minaccia l’alfabeto della civiltà, venga messo tra i fatti di cronaca e presto dimenticato. Bisogna metterlo fra le questioni sulle quali non intendiamo sorvolare, come le guerre e le povertà estreme. Ma, trattandosi della violenza di uomini su donne e bambini, io pretendo che siano uomini a occuparsene per primi. Alcuni hanno cominciato. Io non voglio ripetere cose che sono state dette troppe volte da parte nostra, inascoltate. La seconda ondata del femminismo, ormai trascorsa, ha cambiato molte cose in meglio, ma la tendenza maschile a farsi valere con il disprezzo dell’altro sesso, nel suo fondo sembra immutata. Si è pensato che fosse l’espressione del dominio patriarcale, ma questo non c’è più nei termini del passato e quella persiste. Si pensa che oggi noi assistiamo alla reazione scomposta di una minoranza per la perdita del privilegio sessista. Neanche questo mi sembra assodato. La violenza più brutale è di pochi (non tanto pochi, per altro), ma il linguaggio del disprezzo è di molti, impossibile sapere quanti, forse i più: è il linguaggio di una virilità che forse per sua natura è una conquista e si sente perciò minacciata e fragile. E che, per di più, non trova aiuto nella cultura dominante i cui protagonisti, scientifici, religiosi, politici, delle donne hanno un bisogno di cui sanno troppo poco. «Credevo che lei fosse una donna, mi scusi», ha scritto una lettrice al direttore di un femminile. Mi scusi: non sia mai che una donna non riconosca la virilità di lui.
Se, da questo punto di vista, il femminismo è passato invano, io penso che c’entri anche la mancata rispondenza nella cultura politica che pretendeva di stare dalla parte delle donne. In pieno femminismo, ricordo la vicenda di una donna uccisa sulla porta di casa dal compagno, erano entrambi ferrovieri e iscritti al sindacato, lei aveva deciso di andarsene con la loro bambina, sul suo diario il giudice potè leggere gli inutili sforzi che aveva fatto per convincere l’uomo, troppo preso dalla militanza, a stare un po’ in famiglia. L’Unità le dedicò un commento in prima pagina, firmato da un suo commentatore abituale, che cominciava e concludeva su questo motivo: perché Caino uccide Abele? Sordo, distratto, astratto. È da qui che bisogna ricominciare, e da tutta una cultura progressista che ragiona come se le donne fossero uomini o, altrimenti, da meno e disponibili. E che quasi ostenta la sua ignoranza della verità riguardo agli inizi e alla cura della vita (che non si trova nei laboratori, come credono gli scienziati e ora anche i papi, dimentichi di Dio e della mamma). Che cosa la rende così terribile, questa verità, che vi impedisce di guardarla in faccia?

Clara Sereni

Le parole non bastano più, sembrano diventate inutili e vuote: i dati sulla violenza contro le donne, nel mondo e in Italia, sono così schiaccianti da ammutolire. E le ultime trovate della cosiddetta informazione (la foto del bambino mai nato) caso mai ce ne fosse bisogno sottolineano come il corpo di donna sia, in tanti casi tanto diversi fra loro, nient’altro che un contenitore, un oggetto che acquista valore soltanto sul mercato del cinismo voyeuristico. Non ci sono ricette facili e rapide, per rispondere a tutto questo, ma dobbiamo trovare almeno le parole per dirlo. Per una come me, che delle parole ha fatto il proprio mestiere, l’esigenza di restituire al linguaggio un senso e un peso è una urgenza indifferibile: credo fermamente che questo sia un primo passo indispensabile, senza il quale nessun’altra strategia è pensabile. So benissimo quanti uomini, e anche quante donne, di fronte all’appello al politically correct alzano gli occhi al cielo, o fanno spallucce. Non ci si ricorda più di anni in certa misura vittoriosi, quando Nilde Jotti era «la» presidente della Camera e una fiction di grido come La Piovra aveva come protagonista una magistrata: i drammatici slittamenti lessicali e di costume di tanti anni, e in particolare dell’ultima legislatura, fanno sì che si parli tutt’al più di «quote rosa», e anche questa è una concessione che ci viene (non viene) fatta. La declinazione al femminile di cariche e funzioni è «passata di moda», dicono i più, e dunque non ci si sforza in alcun modo di utilizzarla. Anche da parte delle donne: che accettano e talvolta pretendono di essere chiamate sindaco, o «il» presidente per esempio della Regione tale o talaltra, o ministro. Preoccupate ancora e sempre ­ come dicono a Roma ­ «di non farsi riconoscere», di non mettere in evidenza l’identità di genere, tuttora percepita come debolezza. E pazienza se poi, nelle cronache, sembra curioso leggere che il sindaco portava un tailleur alla moda, o che ha partorito un figlio.
Ma le parole sono sostanza, e non solo apparenza, delle cose. Restituire loro il peso che meritano non è bizantinismo da delegare agli addetti ai lavori, è un compito alto che deve riguardare, oggi più che mai, tutte e tutti coloro che si pongono l’obiettivo di ridare serenità, normalità, decenza a un Paese da troppo tempo, e sotto troppi aspetti, in discesa. E quello della visibilità femminile, del riconoscimento delle competenze dei saperi e delle abilità delle donne, è una tessera nient’affatto secondaria del complesso puzzle della società in cui viviamo. L’impegno di Prodi e dell’intera coalizione ad una presenza femminile forte nel governo, nelle Istituzioni e negli Enti ha trovato finora applicazioni amare: più un cazzotto che un riconoscimento, e la nostra democrazia appare sempre più zoppa, amputata. Ancor più in questa situazione, la responsabilità delle donne cooptate in situazioni di potere è enorme. La speranza accorata è che – a cominciare dall’impegno delle nominate a farsi chiamare con l’appellativo del proprio genere, a farsi riconoscere in quanto donne in ogni passo del loro procedere – si cominci a finirla almeno nelle parole con la maschiocrazia che, non solo metaforicamente, ci offende, ci tortura, ci uccide. Almeno nelle parole: perché quanto ai fatti, a quanto è dato di vedere, bisognerà aspettare ancora un bel pezzo.