I brevetti stanno distruggendo le risorse naturali e i saperi locali. L’unica strada per resistere è la disobbedienza civile
Un’intervista a Vandana Shiva, di cui Feltrinelli ha pubblicato «Il bene comune della Terra». Dal miracolo economico indiano ai «suicidi dei semi», analisi di un pianeta sempre più ostaggio delle grandi corporation
Tommaso Rondinella
Duccio Zola

 

Quando inizia a parlare Vandana Shiva le sue parole hanno il tono pacato dell’argomentazione. Ma quando arriva al cuore della sua riflessione, il timbro di voce diventa più imperioso, come chi è talmente sicura di ciò che sta sostenendo che deve dirlo con forza e foga. Laureata in fisica quantistica e in economia, ricercatrice per molti anni, Vandana Shiva fa parte di quegli «scienziati dai piedi scalzi» che a un certo della loro vita hanno lasciato i laboratori per verificare gli «effetti collaterali», cioè le conseguenze delle loro ricerche e scoperte. Per questa indiana nata in uno stato nel nord dell’india, il punto di svolta è stato quando si è imbattuta in un progetto della Banca mondiale che aveva distrutto l’economia locale di una regione indiana.
Da allora, infatti, ha abbandonato la ricerca scientifica per dare vita nel 1982, assieme ad altri ricercatori, al «Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». Il primo risultato della sua nuova attività di sudiosa è condensato dal libro Sopravvivere allo sviluppo (Isedi). Da allora ha pubblicato molti saggi, tutti estremamenti critici verso la «globalizzazione neoliberista», di cui vanno ricordati Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica (Bollati Boringhieri), Biopirateria. Il saccheggio della natura e saperi locali (Cuen), Vacche sacre e mucche pazze (DeriveApprodi), Il mondo sotto brevetto (Feltrinelli) e Le guerre dell’acqua (Feltrinelli).
In Italia per un ciclo di conferenze – è stata ospite del forum della campagna Sbilianciamoci e ha partecipato alla rassegna Torino Spiritualità – abbiamo incontrato Vandana Shiva e con lei abbiamo parlato del suo ultimo libro Il bene comune della Terra, da poco uscito per Feltrinelli .
Nel tuo libro descrivi la relazione tra questo modello di globalizzazione economica e il diffondersi di terrorismi e fondamentalismi. Puoi illustrarci questo legame?
Ciò che cerco di evidenziare sono i percorsi che generano una cultura di «sfruttabilità», basata sul poter disporre di tutto e tutti perché a ogni cosa e a ognuno è assegnato un prezzo. Questa condizione, economica e culturale allo stesso tempo, cambia il modo in cui pensiamo l’uno all’altro e in cui ci mettiamo reciprocamente in relazione, ed è all’origine di innumerevoli conflitti. Essa favorisce l’affermazione di «identità in negativo», basate su un atteggiamento escludente, che rifiuta l’altro.
Questo modello di sviluppo che nega diritti, marginalizza ed espropria è alla radice di fondamentalismo e terrorismo. Innesca una processo che non è insito in nessuna cultura, ma che si alimenta quando vengono create persone «usa e getta». Per fare un esempio, la crescita indiana che si legge sui giornali di tutto il mondo nasconde espropri di terra mai visti prima. E la terra sequestrata è quella dei piccoli contadini, dei più poveri. Le terre vengono poi acquistate a prezzi irrisori dalle grandi compagnie transnazionali, che così possono produrre a prezzi stracciati. Questo sta causando massicce migrazioni verso le città, dove le popolazioni sradicate, senza terra né lavoro, si aggiungono alle masse di disperati che affollano le periferie, causando un aumento dell’instabilità.
Da tempo sostieni la necessità di un controllo diretto sulle risorse e sui beni comuni attraverso una «localizzazione dell’economia» e una ridefinizione dei confini della democrazia. Cosa implica sul piano politico questa concezione?
Rispetto alla mia idea di democrazia, il modello neoliberista di globalizzazione non è altro che il dominio di istituzioni sovranazionali non democratiche e ostaggio di poche, potentissime multinazionali. La distanza è un fattore che isola. Ecco perché la pratica della localizzazione, del mettere al centro gli interessi e le legislazioni locali, riveste un’importanza fondamentale. La localizzazione permette di assicurare giustizia e sostenibilità. Ciò non significa che ogni decisione debba essere presa a livello locale, ma che debba essere discussa e approvata anche a livello locale: le decisioni migliori si prendono laddove il loro effetto può essere percepito più chiaramente.
E’ importante sottolineare che questo principio costituisce un imperativo ecologico. Le crisi ambientali che affliggono il nostro pianeta derivano da un disconoscimento del ruolo delle risorse naturali. Per risolvere queste crisi è necessario che le comunità locali recuperino il controllo delle proprie risorse per costruire un’economia sostenibile. Riconquistare i beni comuni comporta dunque la necessità di poter esercitare un controllo sulla gestione statale delle risorse, delle decisioni e delle politiche di sviluppo economico. Ma al tempo stesso è necessario riprendere possesso delle risorse privatizzate dalle multinazionali attraverso gli accordi del Wto e i programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.
Nel tuo ultimo libro denunci l’esistenza di un genocidio ai danni di donne e piccoli agricoltori…
In India mancano all’appello 36 milioni di donne a causa dell’aborto selettivo praticato sui feti femminili. Nel mondo la cifra raggiunge i sessanta milioni. Il feticidio è la diretta conseguenza dell’esclusione delle donne da un sistema produttivo basato sull’agricoltura industriale, sul consumismo, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita umana. Questo avviene nelle regioni agricole, ma soprattutto nelle zone urbane o suburbane. A Dehli troviamo il più alto tasso di alfabetizzazione e i redditi più elevati di tutta l’India, e allo stesso tempo il maggior numero di violenze sulle donne, a partire da stupri, molestie sessuali e morti per dote. Il censimento del 2001 registra a Dehli 140 mila bambine sotto i sei anni in meno rispetto alle tendenze demografiche.
Parallelamente, lo sviluppo dell’agricoltura industriale, basata su costosissime tecnologie, sul massiccio impiego di fertilizzanti e pesticidi chimici, e sull’imposizione delle sementi geneticamente modificate, causa il fallimento dei piccoli agricoltori incapaci di sostenere i costi e la concorrenza di questi metodi. Solo nel 2004, 16.000 contadini si sono tolti la vita in India. I suicidi dei contadini poveri derivano dall’indebitamento, provocato dall’aumento dei costi di produzione e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. I suicidi sono l’esito inevitabile di una politica agricola che protegge gli interessi del capitalismo globale e ignora quelli dei piccoli agricoltori. Per questo io non parlo di suicidi, ma di genocidio.
La rete contadina Navdanya, che hai fondato e che coordini, si propone come un’alternativa per i piccoli contadini indiani minacciati dalle multinazionali del settore agroalimentare. Quali sono le vostre pratiche e i vostri obiettivi?
Navdanya significa «nove semi», un nome che evoca la ricchezza della diversità e il dovere di difenderla di fronte all’invasione delle biotecnologie e delle monoculture dell’agricoltura industriale. Insieme ai brevetti che monopolizzano i diritti sulla proprietà intellettuale introdotti dal Wto, dalla convenzione sulla biodiversità e da altri accordi commerciali, le biotecnologie riducono la diversità delle forme di vita al ruolo di materie prime per l’industria e i profitti. I semi geneticamente modificati intrappolano i piccoli agricoltori in una gabbia di debiti e menzogne. Per questo li chiamo «semi del suicidio». Essi sono resi sterili in modo tale che non possano riprodursi e debbano venire acquistati dai contadini ogni anno a caro prezzo. I brevetti dei semi sono di proprietà di multinazionali come la Monsanto, che in questo modo si appropriano della fonte di vita e dei diritti di due terzi dell’umanità.
Per far fronte a questa situazione Navdanya, che oggi conta quasi 300 mila agricoltori, ha creato delle economie locali alternative che controllano i processi di produzione e distribuzione degli alimenti e tutelano i produttori locali. I contadini della rete adottano coltivazioni biologiche differenziate che proteggono la fertilità dei terreni e la biodiversità, evitando l’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi. In questo modo si migliora la produttività e l’apporto nutritivo dei raccolti, recuperando anche il 90% dei costi di produzione. Le entrate sono tre volte superiori a quelle degli agricoltori che si servono di prodotti chimici, non vengono prodotti rifiuti tossici e danni alla biodiversità. Inoltre, il sistema di commercio equo che regola la distribuzione dei prodotti ci protegge dalla insicurezza dei mercati e delle speculazioni finanziarie. Coltivazione organica e commercio equo offrono invece sicurezza sul piano delle scelte alimentari, della salute e della stabilità. In questo modo tutti – agricoltori, ambiente e consumatori – ricavano un grande beneficio.
Di fronte a una situazione così grave, riesci a indicare una possibile via d’uscita?
Cento anni fa in Sudafrica, Gandhi rifiutò la segregazione razziale, affermando il diritto di non obbedire a leggi ingiuste. La disobbedienza civile implica la scelta della nonviolenza e della non cooperazione pacifica. Credo che anche oggi questa sia la strada da seguire, a cominciare dalla resistenza alla brevettazione dei semi indiani. In India è in discussione una legge che potrebbe portare alla proibizione dell’utilizzo di sementi proprie da parte dei contadini. Sementi che da migliaia di anni vengono conservate e trasmesse – di generazione in generazione e di raccolto in raccolto – verrebbero così bandite per far posto alla commercializzazione di semi prodotti nei laboratori di multinazionali come la Monsanto, e venduti a caro prezzo. Noi sappiamo che le varietà di sementi indigene, conservate e selezionate localmente, rappresentano la nostra garanzia ecologica ed economica, perché sono in grado di adattarsi perfettamente alle condizioni climatiche e geologiche delle diverse regioni indiane. Non si possono criminalizzare centinaia di milioni di piccoli agricoltori che non sono disposti a sottomettersi al modello agricolo imposto dalle multinazionali. Per conquistare la nostra libertà economica e politica è necessario guardare ancora una volta a Gandhi, alle sue idee di autogoverno e autoproduzione locale.
Nei tuoi interventi dimostri sempre come sia possibile rimpossessarsi dei beni comuni, attraverso degli esempi concreti. Come quello della mobilitazione contro la Coca Cola in Kerala…
Un esempio che dimostra le possibilità di vittoria da parte del movimento democratico globale. La lotta ha avuto inizio nel 2000 dalle donne di Plachimada, un piccolo villaggio del Kerala sede di uno stabilimento della Coca Cola. Uno stabilimento che era arrivato a consumare un milione e mezzo di litri d’acqua al giorno e a produrre siccità in tutta l’area circostante, da sempre ricca di acqua. A questo si deve aggiungere l’inquinamento prodotto dagli scarti produttivi e la contaminazione dei terreni. Le donne hanno cominciato ad assediare i cancelli dello stabilimento, a organizzare manifestazioni e sit-in, coinvolgendo tutte le comunità della regione. Si è così deciso di ricorrere all’Alta Corte di Giustizia del Kerala. Che ha dato ragione alle donne di Plachimada, con una storica sentenza che sostiene il carattere di bene pubblico dell’acqua: nel 2004 il governo regionale è stato costretto a chiudere lo stabilimento. Questo ha prodotto una moltiplicazione delle lotte in tutta l’India, e la formazione di una campagna nazionale di boicottaggio nei confronti di Coca Cola e Pepsi. Ad oggi più di cinquecento tra villaggi, scuole e università e si sono dichiarate «Coca Cola e Pepsi Free». Questa vicenda dimostra ciò che Gandhi ci ha insegnato: solo prendendo coscienza delle nostre responsabilità si possono ottenere i diritti, solo iniziando a vivere liberamente si può ottenere la libertà.

presentazione di Clara Jourdan

Ringrazio Pia Mazziotti per avermi invitata a questo incontro che mi ha dato l’occasione di leggere ancora una volta L’arte della gioia, che avevo già letto nelle edizioni precedenti (1994 e 1998): è veramente un’opera che a ogni rilettura offre nuove emozioni e nuovi suggerimenti di riflessione. E così voglio dire qualcosa di questo libro a partire dalla mia esperienza di lettura, io sono una donna che legge e ama la scrittura femminile, in particolare il romanzo. Sono anche venditrice di libri, alla Libreria delle donne di Milano, ma mi sento più che altro una lettrice. Ricordo che quando ho letto quel piccolo libro rosso appena pubblicato da Stampa Alternativa (che poi ho saputo essere solo la prima parte del romanzo) l’ho subito consigliato e regalato alle amiche. Lo trovavo coinvolgente e agghiacciante, poetico e brutale, erotico e divertente. Le avventure e le scoperte di quella bambina e poi adolescente alla ricerca di una via d’uscita dal “destino” e disposta a tutto con una spregiudicatezza insieme sconcertante e toccante, mi avevano conquistato. Al punto che quando poi uscì il romanzo completo, rimasi un pochino delusa dal seguito, meno scoppiettante e più ponderoso.
Invece, rileggendo adesso L’arte della gioia, ho trovato tutto il libro estremamente interessante, una miniera di pensiero femminile sul mondo, sulle donne, gli uomini, le relazioni umane, la vita, la storia… Anche il cambiamento di registro dopo la prima parte, mi pare che risponda al percorso narrativo, perché Modesta, la protagonista, da ragazza che era è diventata una donna adulta. Comunque non voglio entrare in un discorso di critica letteraria, non è il mio campo.
Tra le chiavi di lettura possibili del romanzo, che sono sicuramente molte, vorrei scegliere quella del pensiero, in particolare come pensiero politico, anche perché tutto il libro è permeato da una forte passione politica. Ha ragione Angelo Pellegrino a dire nell’introduzione a L’arte della gioia (da lui curato) che Goliarda Sapienza si faceva chiaramente torto a definirsi scrittrice ideologica. È riduttivo, in effetti, così come è chiaramente riduttivo il sottotitolo “romanzo anticlericale”, poi tolto nell’ultima edizione. Però vorrei riscattare il senso di queste definizioni intendendole oltre che come consapevolezza dell’importanza delle idee, soprattutto come espressione di un preciso desiderio di nominare la realtà. Un desiderio che ho trovato realizzato anche nel libro da poco ripubblicato (Rizzoli) L’università di Rebibbia, dove effettivamente il mondo carcerario ci appare in modo nuovo rispetto alle letture correnti di quella realtà. E questo per me è fare politica attraverso la scrittura. Perciò io intendo e apprezzo Goliarda Sapienza come una scrittrice politica, che va oltre le ideologie, anche oltre le proprie ideologie, che pure ci sono. Infatti se è innegabile che L’arte della gioia sia ideologico, c’è molto molto più di questo, come pensiero politico. Vorrei mostrarlo brevemente in due aspetti per me notevoli del romanzo.
Uno è lo sguardo sulla storia. Che L’arte della gioia voglia essere anche un percorso nella storia del Novecento si capisce dalla data di nascita della protagonista, nata appunto il 1° gennaio del 1900: la storia d’Italia attraverso la storia di vita di una donna. Ma quello che mi ha molto colpita è il modo con cui L’arte della gioia ci parla di quella storia del Novecento che si trova sui libri di storia (cioè non tanto la cosiddetta vita quotidiana ma proprio gli avvenimenti e i personaggi più noti): ce ne parla attraverso un punto di vista femminile, un punto di vista che si sente che è di una donna. Un punto di vista che pervade tutto il romanzo, si trova espresso un po’ in tutti i dialoghi e i racconti dei fatti, non solo nelle parole della protagonista e degli altri personaggi femminili. E che ci fa entrare nella storia direttamente: non ci sono lunghe narrazioni degli avvenimenti, spesso basta una frase, un dettaglio, per aprire un squarcio in profondità sul Novecento, che ci fa capire l’essenziale, sulle guerre, sul fascismo, e soprattutto sulla storia del pensiero e delle pratiche politiche, sul mondo dei rivoluzionari e degli antifascisti (tra cui viene nominata anche la madre dell’autrice, Maria Giudice). Cito, per fare solo un esempio, un frammento di un dialogo tra Modesta e l’amico Carlo che le ha raccontato della “compagna Montessori”: “La rivoluzione con fiabe! È bello, però”, dice Modesta. E lui: “Certo, principessa. Ma prima ci sono problemi leggermente più seri da risolvere: la disoccupazione, la fame…” E lei: “Mi pare di capire che la Montessori fa rientrare la fiaba in questi problemi seri. La fiaba, insieme al pane, è il cibo dei bambini, ed è importante che il cibo sia diverso” (p. 189 dell’edizione 1998). Come si vede da questo frammento, nel romanzo viene messa in scena sia l’interpretazione maschile corrente delle politica, delle questioni cruciali del Novecento, del rapporto tra i sessi anche come contributo femminile alla politica degli uomini, sia lo spostamento operato da una donna che si mette in gioco a partire da sé.
Inoltre, questo scambio tra una donna e un uomo sulle cose più importanti, mostra l’altro aspetto che volevo evidenziare nel romanzo: L’arte della gioia fa emergere l’essere donna come un essere in relazione. Infatti il percorso di vita della protagonista si snoda attraverso le sue relazioni, più o meno riuscite, più o meno felici ma sempre vissute con intensità. Cioè tutto quello che succede e le succede, passa sempre attraverso le relazioni. Relazioni con donne e relazioni con uomini. E in particolare tante forme diverse di relazioni tra donne. Nel percorso della vita di Modesta incontriamo tutte le tipiche esperienze femminili, dallo studio al lavoro, dallo stupro all’aborto, dall’amore per le donne all’amore per gli uomini, dalla maternità alla politica ecc. e c’è posto per tutti i sentimenti, compresa la misoginia femminile, e per tutti i comportamenti, compreso l’omicidio premeditato. È quindi una storia di vita che si può intendere come una rappresentazione dell’infinito universo femminile. Non della bontà femminile. Un universo con al centro il desiderio femminile e che si rivela sempre più, man mano si va avanti nel romanzo, essere costituito da relazioni. Le relazioni che costellano l’esistenza della protagonista continuano a vivere in lei anche quando l’altra persona non c’è più. Fino alla fine Modesta si misurerà con le donne e gli uomini su cui si è appoggiata per pensare, per agire e per sentire. È vero che queste relazioni inizialmente si potrebbero definire strumentali, perché vengono cercate e usate per raggiungere degli scopi, ma proprio il bisogno estremo in cui Modesta si trova, lo stato di necessità che la porta a mettersi in relazione fa sì che le relazioni diventino la sua vita e la trasformino profondamente, cessando quindi di essere strumentali.
Per finire, posso non essere d’accordo con alcune cose che scrive Goliarda Sapienza, con alcune sue idee e giudizi, ma in questa rappresentazione di una donna come un essere in relazione mi sono riconosciuta, ho trovato qualcosa di molto vero di me. E ho sentito l’autrice vicina alla politica delle donne come la intendo io.

 

Circa trentacinque incisioni e una ventina di disegni e dipinti costituiscono il nucleo di un’esposizione che la veneziana Ca’ Pesaro dedica a Carol Rama. Prendendo avvio dalla serie “Le Parche”, acqueforti che raffigurano inquietanti figure di donne – realizzate tra il 1944 e il 1947 ed esposte per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1948 – il percorso espositivo della mostra (che resterà aperta fino al 29 ottobre) giunge fino all’incisione più recente, “Le Amiche”, testimoniando in modo efficace gli esiti della produzione incisoria dell’artista torinese, una attività che corrisponde ai due periodi figurativi dell’artista: le serie realizzate negli anni ’40 e quelle dal 1993 a oggi. Dopo un intervallo di quasi mezzo secolo Carol ha infatti ripreso a incidere producendo acqueforti, acquetinte e vernici molli, spesso rielaborate a mano, a smalto e acquerello. Queste incisioni costituiscono un repertorio dei motivi ricorrenti nella sua produzione figurativa, come rivela la selezione presente in mostra: ginocchia, mani, piedi, organi sessuali, ma anche le dentature della “Mucca pazza”, le lingue rosse delle “Malelingue” o i provocatori “Cadeau”.

IMMAGINI DELL’UGANDA A ROMA
Portare all’attenzione pubblica la difficile situazione del nord Uganda è lo scopo della mostra fotografica di Mauro Fermariello “Gulu, Uganda”, che si apre domani a Roma presso il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali. L’esposizione, aperta fino al primo ottobre, racconta il presente dell’Uganda dove la cessazione delle ostilità, avvenuta quest’anno, lascia sperare nella fine di una guerra ventennale che Jan Egeland, sottosegretario Onu per le emergenze umanitarie, ha definito “uno dei peggiori disastri umanitari del mondo”. Resta però il dramma dell’oltre milione e mezzo di persone, l’ottanta per cento della popolazione, rinchiuse nei cosiddetti “campi protetti”, e la distruzione di villaggi e infrastrutture causata dal conflitto. All’interno del progetto “Un libro per un libro”, i ricavati della vendita del catalogo serviranno per acquistare libri destinati a una biblioteca per i bambini di Gulu.

Le ragioni di questo appello

L’appello che diffondiamo in questi giorni reca le firme di uomini provenienti dai più disparati percorsi politici, culturali, religiosi, sessuali, che hanno deciso di reagire in qualche modo ai terribili fatti di violenza alle donne che le cronache hanno riportato alla nostra attenzione negli ultimi mesi. Alcuni vengono da esperienze politiche tradizionali, altri vengono da movimenti studenteschi, pacifisti e ambientalisti, altri ancora hanno cominciato a riflettere su questi temi a partire da relazioni affettive o di amicizia o da scambi con il movimento delle donne.

 

Si tratta di percorsi semplicemente individuali. Ma anche di esperienze, spesso informali, di gruppi di autocoscienza e di discussione su diverse questioni (stupro, guerra, prostituzione, pedofilia). Esistono attualmente in Italia gruppi di uomini di questo genere in diverse città: “Uomini in cammino” di Pinerolo, “Maschile plurale” di Roma, “Maschile plurale” di Bologna, il “Gruppo uomini” di Verona, il “Gruppo uomini” di Viareggio, il “Gruppo uomini” di Torino, il “Gruppo uomini di agape”, “Il cerchio degli uomini” di Torino, l'”Associazione uomini casalinghi” di Pietrasanta, a cui si aggiungono gruppi misti di uomini e donne “Identità e differenza” di Spinea, “La merlettaia” di Foggia, il “Circolo della differenza” di Parma, il “Gruppo sui generis” di Anghiari, il “Gruppo sul patriarcato” di Roma promosso dal “Forum Donne PRC”.

 

Queste occasioni di riflessione hanno dato vita a un ampia produzione di articoli, libri, incontri, convegni, sui temi della maschilità e dei rapporti tra i sessi (anche se finora con scarsa attenzione da parte dei media). Negli ultimi anni si sono infittite le occasioni di incontro e confronto a livello nazionale tra uomini e anche tra uomini e donne con alcuni appuntamenti oramai riconosciuti (ad Agape, Asolo, Anghiari fra gli altri).

 

Gli uomini che hanno attraversato queste esperienze non rivendicano estraneità rispetto alla storia a cui appartengono e non cercano rivincite riesumando vecchi trofei e valori patriarcali. Assumono la libertà conquistata dalle donne grazie al loro pensiero e alla loro pratica, come occasione per interrogarsi e scoprire cose nuove su di sé.

 

Ci auguriamo che questo appello non sia semplicemente un atto formale: ne proporremo la lettura e la discussione agli uomini che operano nella politica e nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole, nei media, nei sindacati, nell’associazionismo, nei servizi, nelle comunità di immigrati, nelle realtà religiose. A tutti gli interessati diamo appuntamento per un incontro pubblico il 14 ottobre a Roma, per scambiare opinioni e elaborare ogni possibile ulteriore iniziativa. Intanto ci auguriamo che le adesioni continuino ad arrivare. Chi volesse aggiungersi ai firmatari può scrivere all’indirizzo: appellouomini@libero.it. Per contatti 338/5243829, 347/7999900.

Massimo Pisa

Ferdinando ci tiene e se prende soltanto “distinto” chiede il perché. Mitai sfarfalla, pensa alle figurine, se gli chiedi dov’ è il quaderno sbuffa. Wang ti guarda interrogativo, parla pochissimo, ma se lo interroghi sull’ area della circonferenza te la calcola in un attimo. Samira sta attenta a mensa e se trova un computer, ci s’ incolla. Compagni di classe. Insieme a Luca, Chiara, Jerry e Betta. Bolivia e Italia, Cina ed Egitto, Sri Lanka e Filippine. Mischiato tutto insieme in due quarte elementari, quelle della maestra Gilda. Gilda Antenucci, 55 anni, al plesso scolastico di via Russo insegna da venticinque, e con i figli dell’ immigrazione ha imparato da tempo a comunicare, ascoltare, giocare. «Il primo nucleo grosso – racconta – era cinese. Qui, nella zona di via Padova, si insediarono una trentina d’ anni fa, cercavano altri spazi oltre Chinatown. Cominciammo con i loro bambini». Ora, gli stranieri sono la metà della popolazione dei due plessi di via Russo e via Cesalpino. Di più: tre bimbi su quattro nelle nuove prime. Sud America, Africa e Oriente. «Naturalmente i bimbi di lingua spagnola fanno meno fatica – spiega la maestra – l’ italiano cominciano a capirlo presto, così come i rom. Negli ultimi anni bambine e bambini romeni stanno aumentando di numero, arrivano dal campo nomadi di via Idro o dalla Casa della carità di don Colmegna. Hanno delle difficoltà anche loro, naturalmente, ma adesso le loro famiglie tendono a diventare stanziali e il loro radicamento più forte. La lingua la imitano, la capiscono, la parlano. Il problema è fargliela scrivere correttamente». Il muro più spesso è con i piccoli cinesi e filippini. «Fanno fatica – continua la signora Antenucci – sempre per il motivo della lingua. I bimbi filippini però sono seri, disciplinati, ci tengono molto e sono bravi con la matita in mano. Pensi, la prima della classe, in una delle due quarte, è una bambina che in prima non spiccicava una parola d’ italiano. Ognuno ha la sua materia preferita». Convivere, gestire la miscela di pelle e lingua, può creare difficoltà continue, anche se gli stranieri – come ti dicono qui – vengono considerati «come una risorsa e non un problema». Gli arrivi ad anno in corso, ad esempio, sono imprevisti di delicata soluzione: «L’ anno scorso, tra le due classi – sospira la maestra – gli inserimenti sono stati venticinque. Spesso con bambine che non parlavano italiano. E lì devi ripartire da capo, rallentare col programma, assorbire lentamente il nuovo arrivato». Altro ostacolo, ben più solido, è la scarsità di fondi. Che servono per pagare gli interpreti, gli insegnanti di sostegno, in una struttura che deve gestire anche portatori di handicap. «Ci arrangiamo – insiste Antenucci – ma spesso ci dobbiamo affidare al volontariato. Di maestre in pensione che ci vengono a dare una mano. Altrimenti siamo noi maestre di ruolo a doverci inventare competenze che non abbiamo. Quest’ anno avremo due insegnanti specializzati, meglio di niente ma sono pochi. Coi tagli alla scuola, purtroppo, conviviamo da anni». La lingua comune, nella piccola Babele di via Russo, la si trova coi lavori comuni: maschere africane, poesie in ideogrammi, danze orientali, linguaggi visivi e motori accessibili per tutti. O nelle feste natalizie e di fine anno, a cui partecipano anche i genitori. Si vincono diffidenze, si portano piatti della tradizione, si rompe il ghiaccio. Anche nei confronti dei genitori rom, i primi a finire sotto accusa, quando dallo zaino sparisce un astuccio o una merendina. E alla fine, il vero collante tra i banchi lo mettono i bimbi italiani: «La loro, spesso – conclude la signora Antenucci – è una vera funzione di tutoraggio. Ci danno una mano, accolgono volentieri i bimbi venuti da fuori, soprattutto se vedono che noi insegnanti siamo i primi ad accettarli. E allora, col gioco, l’ imitazione, sono i primi ad essere coinvolti nel lavoro di scambio e di apprendimento. Sono i primi maestri».

Il superconsulente Tom Peters: «E per le aziende la missione è promuovere sogni, puntare sulle donne»
Enzo Riboni

«Le aziende si assomigliano tutte sempre di più, vivono un surplus di omologazione. Devono capire che ormai la parola d’ ordine è secca e definitiva: ‘ Differenziarsi, reimmaginare tutto oppure morire». Tom Peters, assieme a Michael Porter e allo scomparso Peter Drucker uno dei massimi guru mondiali del management, autore di bestseller che hanno venduto 6 milioni di copie in tutto il mondo, lancia la sua sfida a chi pensa di gestire le aziende «nella sopravvivenza» e non osa fare «ciò che non è mai stato fatto prima». Dunque non basta migliorarsi, bisogna «andare controcorrente, nella direzione opposta»? «Servono nuovi modelli di business, nuove idee su come fare carriera in assenza di sicurezza lavorativa, nuovi approcci all’ educazione in un’ epoca in cui il valore è basato sul capitale intellettuale e sulla creatività. Da sempre chi arriva ai vertici è chi va controcorrente, chi credeva nell’ automobile quando ancora si andava a cavallo o chi ha puntato sul personal computer mentre ancora si utilizzava il mainframe. Oggi il punto è: le grandi aziende possono andare controcorrente o dobbiamo aspettare l’ arrivo di nuovi competitori? Ibm è ancora in piedi e non se la passa male, dopo che ha saputo cambiare di 180 gradi: dietro al suo marchio non c’ è più una macchina, ma una società di consulenza. E anche Microsoft e Google devono continuamente cercare nuove strade per restare in piedi. Come disse una volta il fondatore di Visa, Dee Hock, il problema non è mai di come farsi venire in testa nuovi e innovativi pensieri, ma come sbarazzarsi di quelli vecchi». Secondo lei è il momento del «dreamketing», il marketing dei sogni. Cosa vuol dire vendere sogni? «Il 95% delle scelte della mente umana è spinto dall’ inconscio. Per questo bisogna cercare di proporre un’ esperienza unica e inimitabile di acquisto ad ogni compratore. Il dreamketing è l’ arte di raccontare storie, di intrattenere, di promuovere il sogno e non il prodotto, di creare brusio, farne una droga e un culto. Perché i “prodotti da sogno” danno ritorni agli azionisti molto superiori a quelli dei prodotti “comuni”. Occorre quindi regalare grandi esperienze oltre a offrire un prodotto o un servizio. Pensiamo a Starbuck’ s che non è solo una catena di bar, ma è un “terzo luogo” in cui andare all’ infuori di casa e ufficio. O ad Harley Davidson, dove nessuno al suo interno ritiene di vendere moto, bensì il sogno di un 45enne che può sfilare in pelle nera per la sua cittadina e spaventare le persone. Ma penso anche a eBay, ad Apple, a Bmw (ma ora anche Fiat sta tornando a vendere sogni), a Ferragamo e Armani nella moda, al design italiano». Lei insegna che, senza le donne tra i propri clienti di riferimento, le aziende non possono prosperare. Perché sono così importanti? «Le donne tendono a comprare virtualmente di tutto, eppure la maggior parte degli addetti al marketing si concentra ancora sugli uomini e così il 90% delle donne dichiara che i pubblicitari non le capiscono. Le donne sono responsabili dell’ 83% degli acquisti di tipo consumer e, tra l’ altro, danno l’ avvio all’ 80% dei progetti di ristrutturazione delle case. Per esempio, negli Usa, Lowès lo ha capito e ha sottratto quote di mercato a Home Depot, rendendo l’ esperienza di acquisto più adatta alle donne, con luci più vivaci e corridoi più larghi. E proprio perché sono decisori d’ acquisto in diversi ambiti, sono stupide quelle aziende che non hanno donne ai vertici dell’ organizzazione. Le donne ricorrono all’ improvvisazione in modo molto più sciolto degli uomini, sono più determinate e si affidano parecchio all’ intuito. Sono naturalmente portate per la responsabilizzazione più che per il potere gerarchico e comprendono e sviluppano relazioni con molta più facilità. Non a caso la mia società di consulenza, la Tompeters company, ha come ceo una donna, Juli Ann Reynolds». Il vero leader, lo ha scritto lei, «fa le persone», promuove i talenti. Cosa significa essere leader? «In questi tempi folli e caotici ci affidiamo ancora a un modello di leadership tipo “comando e controllo”, che non si accorda più al modo in cui i leader dinamici operano attualmente. Cerchiamo leader che abbiano tutte le risposte, ma in un’ epoca in cui il valore viene dalla creatività e dall’ iniziativa dobbiamo scegliere un modello di leadership libera, aperta ed eternamente innovativa. Un’ azienda forte deve affidarsi a un team di vertice bipolare, composto da un innovatore senza limiti che insegua le menti aperte e da un potente maniaco del controllo». Esiste uno stile di gestione italiano? «Sì e no. Uno stile italiano si può definire solo per rapporto allo stile tedesco o, poniamo, cinese, perché esistono differenze culturali. Si possono quindi utilizzare schemi motivazionali diversi a seconda del contesto culturale, ma l’ obiettivo è sempre lo stesso: fare in modo che le persone amino ciò che fanno. Perché gli affari riguardano passione, creatività, energia, entusiasmo, capacità di sorprendere e sbalordire». il personaggio Considerato il «padre dell’ azienda post moderna», Tom Peters ha raggiunto la notorietà internazionale nel 1982 con la pubblicazione del suo primo bestseller: «In search of excellence». Sono poi seguiti numerosi altri successi editoriali, da «Thriving on chaos» a «The circle of innovation», fino all’ ultimo: «Re-Imagine! Business excellence in a distruptive age». Oggi è presidente della Tom Peters Company, società di consulenza. Peters sarà in Italia il 26 e 27 ottobre per partecipare al «World Business Forum Milano 2006». Per le sue idee rivoluzionarie sulle organizzazioni, «Business Week’ s» l’ ha indicato come «il miglior amico e il peggior incubo per le aziende».

Vita Cosentino e Federica Giardini

Per il convegno Quando è troppo, è troppo, donne e uomini che si interessano di scuola e di università si ritrovano a Roma, sabato 7 ottobre (15,00 – 19,00) e domenica 8 (9,00 – 13,00) 2006 facoltà di Architettura della Terza Università, aula Urbano VIII via Madonna dei Monti 40, MM linea B – fermata Cavour

Quanta voglia di autoriforma circola oggi! L’idea è nata nella politica delle donne – come proposta rivolta anche a degli uomini – agli inizi degli anni Novanta, in un movimento che è partito dall’università per estendersi poi nelle scuole. Forma politica nuova, che non somiglia a nessuna organizzazione esistente perché implica la soggettività e i suoi movimenti, ha conosciuto anche andamenti carsici, quando non momenti di vera eclissi, come è successo per un lungo periodo all’università. Una politica centrata sulla soggettività e sulle relazioni sa però accettare e mettere a frutto che la durata costante nel tempo non è garantita, perché non è oggettivata, e si fa piuttosto cogliendo di volta in volta le occasioni. Questo movimento politico radicale trova oggi nuovo terreno nei dibattiti che, prima e dopo le elezioni di quest’anno, hanno interessato la scuola e l’università. Oggi infatti l’idea e la parola autoriforma – e la correlata constatazione dell’impraticabilità di riforme dall’alto – è oggetto di riprese e di rilanci da più parti.

 

Abbiamo in mente, per esempio, come le mobilitazioni dell’autunno scorso di studenti e docenti precari nelle università, abbiano riscoperto questa parola contro le politiche della ministra Moratti e l’abbiano fatta circolare nei movimenti attraverso il “Manifesto per l’autoriforma” (v. sito autoriformagentile.too.it). Lì si diceva che “il nostro tempo è qui e comincia adesso”, che non è nelle mani di nessuno se non di chi vive l’università e che da lì si può ripartire politicamente. Sull’altro versante, fanno da esempio le intenzioni di Fabio Mussi, attuale ministro dell’università, che proclama: “lo prometto: mai più riformismo dall’alto” (audizione alla VII Comissione della Camera dei deputati, 4 luglio 2006) e parla di “disarmo normativo”.

 

L’idea e le pratiche dell’autoriforma per la scuola e l’università, che partono dall’esperienza diretta e concreta dei luoghi e delle relazioni, sembra essersi diffusa e aver trovato interlocutori imprevisti. E’ sempre stato così per la politica delle donne, ma oggi lo è a maggior ragione, data la crisi delle forme e delle istituzioni della politica tradizionale, come oramai sanno anche i loro stessi rappresentanti. Sembra annunciarsi un appuntamento tra l’intelligenza del presente e quelle invenzioni. Siamo davvero in una situazione come quella che descrive Alain Touraine, quando dice che la politica delle donne è capace “di dare per scopo all’azione collettiva la proclamazione della libertà di soggetti creatori e liberatori di se stessi”? e che dunque le donne sono “le attrici sociali più importanti” a cui fare riferimento per una politica all’altezza dei cambiamenti dei nostri tempi? (v. introduzione a Le monde des femmes, Fayard, Parigi 2006)

 

La domanda è aperta, le risposte sono nelle nostre mani. A questo appuntamento, noi che scriviamo intendiamo esserci. E così siamo andate a conoscere gli autori del manifesto per l’autoriforma dell’università, tessendo relazioni con alcuni del “movimento precari”, con docenti incontrati durante le mobilitazioni degli ultimi anni nelle scuole superiori e soprattutto nelle scuole elementari, e rimettendo in gioco altre relazioni già consolidate nell’Autoriforma gentile, in Retescuole e nella Società delle Letterate. Abbiamo discusso con loro della situazione in rapido mutamento. Una constatazione comune riguarda il bisogno di togliere tutti gli ingombri che imperversano: troppe regole, troppo insensate e cambiate troppo in fretta, troppo progettificio e troppo “mercato”, troppa ubbidienza e troppa indifferenza. Attraverso questi incontri preparatori, abbiamo organizzato il convegno per l’Autoriforma della scuola e dell’università, “Quando è troppo, è troppo”. Vogliamo prendere sul serio le parole di Mussi – “mai più “riformismo dall’alto”” -, ma ci chiediamo: è disponibile il ministro a dare corpo a questa dichiarazione con un vero e proprio cambiamento di cultura? Perché quell’intenzione non va da nessuna parte se non si abbandona l’idea che il cambiamento e il senso della vita in comune si fa solo attraverso regole e procedure. E questa è un’idea che ha la portata di una cultura intera. Purtroppo, c’è un grande attaccamento a questa idea anche fra noi, non in teoria ma in pratica, perché distaccarsi dall’ordine stabilito domanda coraggio e inventiva.
Ci vogliamo trovare a Roma per innestarci nella voglia di cambiamento, pescando da ciò che di meglio abbiamo pensato e sperimentato in questi anni. Cominciamo con il raccontare gli effetti che l’ipertrofismo legislativo ha prodotto nelle scuole e nelle università volendo regolamentare la vita fin nei minimi dettagli. Le leggi sono effetti di cultura ma producono cultura a loro volta, e così – come diciamo nell’invito – abbiamo visto diffondersi veri e propri virus letali come la progettite e la produttivite. Il loro linguaggio (obiettivi, debiti, crediti…) e le loro logiche (prevedibilità ossessiva di tutto: tempi, soldi, canali, competenze) hanno portato a comportamenti astratti e ossequiosi della pura apparenza. Raccontarci questi effetti ci mette sulla strada giusta – ci porta a trovare parole per quello che viviamo e patiamo, spesso con una vivacità di dettagli che portano già in loro stessi il germe della trasformazione – per distinguere il necessario, il superfluo e l’abbondanza che vogliamo.
Il cambiamento di cultura starebbe nel provare a percorrere insieme la strada del togliere, del meno, che poggia già su alcuni punti precisi: non adagiarsi su un’idea indotta di ricchezza come produttività e consumo, non ritenere che la salvezza dei nostri luoghi sia riducibile a un aumento dei finanziamenti pubblici; ma piuttosto sgombrare il campo per ricreare spazi di vita pubblica che mettano al centro le relazioni e le esigenze che manifestano di volta di volta. Pretendiamo che ci venga data fiducia. Noi donne e uomini che la scuola e l’università sappiamo cos’è, sappiamo come si fa. E’ vero, parola d’ordine delle politiche di governo è stata l'”autonomia”, ma troppo spesso questa è stata declinata come una pagina da riempire immediatamente di altri statuti, regolamenti e via dicendo, con quegli effetti di burocrazia che ben conosciamo. Più che questa autonomia, il campo lasciato sgombro dalle politiche dall’alto diventa lo spazio in cui, attraverso i racconti delle nostre esperienze, prendono piede le pratiche già in corso e che in questi anni hanno mantenuto vivo il senso dell’insegnare, dell’imparare, del fare ricerca. Tutte quelle pratiche cioè che non hanno obbedito alla frammentazione della didattica, alla velocizzazione produttivistica dei percorsi – con l’anomia seriale o addirittura il disprezzo verso gli studenti e le studentesse – a favore di tempi più lunghi, di rapporti più curati e significativi, ad esempio. Oppure quelle pratiche che non hanno obbedito alla strana concezione igienico-sanitaria delle normative europee – che ad esempio vieta di portate a scuola torte fatte in casa dalle mamme – per mantenere la scoperta creativa della vita e del sapere da parte di bambini e bambine attraverso sapori, colori, suoni e odori.

 

Se appuntamento dev’essere che appuntamento sia. Che la fragilità della politica tradizionale, anziché portare a irrigidimenti difensivi e preventivi o a equivoci libertari, sia occasione di un nuovo orizzonte di civiltà, adesso, qui e ora, faccia a faccia, nella trepidazione della scoperta di qualcosa e qualcuno. Come succede nei veri appuntamenti.

Intervista a Mariangela Bastico, Vice Ministro della Pubblica Istruzione Deregistrazione a cura di D. Canciani

Domenico Canciani, insegnante, Mce di Venezia-Mestre (DC)
Per incominciare vorremmo che lei spiegasse ai nostri insegnanti, perché non si può abrogare la legge 53 che tanto ci ha disorientato in questi anni. Avete cambiato il nome del Ministero; ci ha fatto molto piacere essere ritornati al nome repubblicano… Ministero della Pubblica Istruzione… Crediamo che al cambio di governo si sia creata nella scuola l’attesa, legittima, che si potesse ripartire col nuovo anno scolastico dopo aver fatto piazza pulita della vecchia legge di riforma, ma non c’è stato finora un apposito provvedimento. Si risponde che è difficile, è impossibile… Ci dica qualche cosa di convincente.

 

Vice Ministro Mariangela Bastico (MB)
La scelta di rimettere il nome Pubblica Istruzione è stata una scelta importante.
Come tutti i simboli, il nome è carico di valore, e noi vogliamo riaffermare che il sistema pubblico dell’istruzione svolge un compito costituzionale, una funzione di grande rilevanza quale garantire il diritto allo studio d’ogni ragazzo.
Ci si chiede perché non abbiamo usato lo stesso metodo andando alla abrogazione totale della riforma Moratti… Prima di tutto per una scelta sostanziale e poi anche di procedura.
La scuola ha vissuto dieci anni, due legislature, attraversata da annunci di grandi riforme, tuttavia le leggi vengono scritte all’ultimo minuto della legislatura, e sono regolarmente messe in discussione dal governo successivo. Penso che la scuola ora non ne possa più, e soprattutto rischi di subire grandissimi danni dalla condizione d’incertezza, di annunci, di stop and go.
Per questo abbiamo fatto a monte la scelta di non operare più con questa modalità.
Non certo per dare una continuità valoriale alla riforma Moratti; al contrario, noi vogliamo affermare un principio di alternatività culturale e politica rispetto all’impianto di quella legge, ma intendiamo operare con la logica del “cacciavite”, mettendo in atto una discontinuità che si concretizza nello smontaggio di parti, e di rimontaggio, in modo sostitutivo, di norme, indirizzi, valori di stampo diverso, nonché più utili per l’autonomia scolastica. Questo è il senso concreto e valoriale di questa operazione.
Ci siamo chiesti che cosa sarebbe potuto accadere a questo governo, se avessimo imboccato la strada dell’abrogazione. Innanzi tutto ci sarebbe voluto un tempo lunghissimo per l’approvazione di una legge abrogativa. Inoltre pensiamo che al Senato, dove abbiamo una maggioranza strettissima, che peraltro non condivide in tutte le sue componenti un’abrogazione secca, una legge abrogativa non sarebbe stata per niente facile da realizzare.
Il risultato di questo lungo iter sarebbe stato il seguente: mentre discutiamo di abrogazione la legge Moratti continua a svolgere nella scuola tutti i suoi effetti. Non avendo la bacchetta magica saremmo stati costretti a lasciar andare avanti le cose così. Poi, una volta abrogato, avremmo dovuto costruire un nuovo impianto a partire dalla scuola dell’infanzia.
Credo che uno degli errori del passato sia stato quello di non essere partiti subito da un ragionamento capace di affrontare il nodo della scuola media e superiore. Tutte le volte che si decide di partire daccapo si mette il sistema in una fibrillazione terribile, e poi, quando si arriva al vero nodo della riforma, quello in cui c’è grande necessità di cambiamento, in altre parole la scuola superiore, non c’è più tempo, non ci sono più energie., Queste mi sembrano ragioni di sostanza politica e di attenzione al mondo della scuola.
Non vogliamo fare annunci, ma affermare una vera logica di cambiamento, senza far correre dei rischi alla scuola per non essere arrivati a tempo, per questo vogliamo partire dall’innalzamento dell’obbligo scolastico

 

Giancarlo Cavinato, dirigente scolastico, Mce di Venezia-Treviso (GC)
L’obbligo verrà anch’esso ripristinato com’era nella denominazione del vecchio Ministero?

 

MB La prima azione ri-costituente e quindi la priorità massima è per noi l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, che si deve chiamare obbligo, non diritto-dovere, né con altre formule ambigue.
Obbligo di frequenza scolastica per le famiglie dei ragazzi, ma soprattutto obbligo per la Repubblica di mettere in campo tutto il personale docente, gli strumenti e le risorse idonei a rendere effettivo l’obbligo, affinché tutti i ragazzi e le ragazze restino nella scuola almeno fino al biennio delle superiori.
Poi procederemo a riempire di contenuti il biennio unitario.

 

GC Restiamo un attimo su questa questione. Per cinque anni noi del Mce siamo andati nelle scuole a dire che la sig.ra Moratti non aveva la bacchetta magica per modificare ope legis il ciclo di vita dei soggetti, le loro fasi di sviluppo, costruendo anticipi, scelte precoci e così via. Lei non pensa che ci vorrebbe oggi una proposta che riguardi gli anni ponte fra ordini di scuola, ed in particolare il raccordo fra scuola media e biennio superiore?

 

MB Non credo che vadano criminalizzate le proposte di accelerazione dei tempi di percorrenza del ciclo formativo. Se ci sono state esperienze positive, pensate e realizzate da gruppi di docenti, esse vanno prese in esame, come vanno prese in considerazione le esperienze di sostegno al cammino degli studenti in difficoltà… Tuttavia io non ritengo questa la modalità giusta … Il Biennio non sarà un semplice prolungamento della scuola media. I ragazzi saranno chiamati a effettuare comunque una scelta in terza media, e in ciò si realizzerà uno stacco nel loro cammino formativo: se la scuola ha lavorato bene un certo processo di integrazione, di compensazione, di arricchimento culturale è avvenuto, ed essi possono scegliere. Il biennio è visto in continuità con la scuola dell’obbligo, come un tempo per maturare la scelta in maniera libera e autonoma, non condizionata dalle scelte familiari, né dagli insuccessi precedenti. Per questo il biennio sarà parte dell’obbligo, ma già orientativo: i ragazzi scelgono pensando ad un percorso di scolarizzazione superiore; il biennio avrà discipline trasversali comuni; potrà realizzare bene delle “passerelle” perciò i ragazzi potranno rivedere la scelta fatta senza esserne penalizzati.
Il biennio è in posizione strategica nel percorso formativo e costringerà anche a rivedere i programmi della media: si potrà rompere con la prassi di svolgere le discipline in tre anni e allungare i tempi rendendo l’apprendimento più efficace, ma anche più aderente ai tempi di crescita dei ragazzi.
Il rispetto dei tempi di crescita è l’asse sul quale dovremo rivedere anche le Indicazioni nazionali.
La Moratti ha messo in campo una visione assolutamente opposta, basata sul far presto, sul correre. Anticipare la lettura e la scrittura, è davvero un punto d’arrivo per tutti?
Ma per il bambino che non ce la fa arriva, precocemente, il primo insuccesso scolastico.

 

DC Questo mi sembra un segnale vero di discontinuità. Mi chiedo se all’inizio del prossimo anno scolastico darete degli altri segnali forti, capaci di superare l’attuale disorientamento della scuola. Penso alle indicazioni nazionali, ma soprattutto alle questioni relative alla valutazione (schede, registri, portfolio): su questi punti manderete alla scuola qualche messaggio?

 

GC In certe situazioni scolastiche alla scuola materna e alle elementari dirigenti zelanti hanno adottato dei registri da brivido, commisurati ad un vuoto della riforma che si voleva far passare per pieno, registri in cui le attività, come alle scuole medie e alle superiori, sono scandite in ore e le insegnanti dovrebbero segnare cosa fanno coi bambini d’ora in ora, dettagliando UDA e OSA.

 

MB Il primo ciclo è stato maggiormente coinvolto, ed ha visto dei cambiamenti reali a seguito della Moratti, anche se c’è stata una forte azione di resistenza da parte di molte scuole e di molti docenti e dirigenti. Quindi nell’elementare occorrono delle azioni di ripristino delle condizioni di partenza. Abbiamo iniziato da subito a lavorare sul portfolio, il Ministro ha già dato un’indicazione chiara nella quale afferma che è vigente l’autonomia scolastica, quindi gli insegnanti non sono obbligati a scrivere tutte quelle cose. E’ chiaro tuttavia che, avendo cominciato a lavorare a maggio, quando già una serie di scuole aveva ormai impostato le proprie scelte sulle nuove modalità, era oggettivamente difficile azzerare tutto. E’ stato scelto di dire con chiarezza agli insegnanti: utilizzate gli spazi dell’autonomia scolastica, fate quello che ritenete meglio, più conveniente per la valutazione.
Abbiamo inoltre ribadito che le sentenze del Tar del Lazio dovevano essere applicate e quindi la valutazione sulla Religione cattolica deve essere stralciata dal documento di valutazione.
Infine il Garante della Privacy dovrà dare indicazioni definitive anche sui termini di garanzia della sfera intima degli alunni; quindi abbiamo suggerito di non entrare troppo nel dettaglio di quegli elementi che attengono alla sfera privata di un ragazzo.
Questo è stato quello che finora abbiamo potuto fare.
Ora, non potendo più utilizzare la norma dei correttivi per il primo ciclo, perché sono passati tutti i 18 mesi previsti dalla legge, stiamo cercando di predisporre entro l’estate lo smontaggio, senza ricorrere alla legge, degli anticipi, del tutor e delle materie opzionali, di ripristinare il tempo scuola nelle forme del tempo pieno e del tempo prolungato che erano stati maldestramente intaccati.
Invece per i decreti attuativi della Moratti che non hanno visto la scadenza dei termini dei correttivi (secondo ciclo, scuola superiore, diritto-dovere, alternanza scuola-lavoro, formazione personale docente) con l’approvazione del decreto “milleproroghe”.

 

GC Sono un dirigente scolastico e devo affermare che alcuni miei colleghi, ammantandosi del rispetto della legalità, sono andati di là da quello che contrattualmente e normativamente sarebbe stato possibile attuare: hanno smontato teams consolidati nei moduli, coppie di docenti del tempo pieno, hanno assegnato forzosamente alle classi l’insegnante prevalente…. Questi interventi rendono difficile un ritorno indietro tout court. Diventa difficile anche il ripristino di condizioni “normali”, di quelle dinamiche collegiali che sono state il segno della battaglia per una scuola democratica dagli anni Settanta. Qualche ispettore ha stigmatizzato il ‘mito della collegialità. Occorrono dei forti segnali di chiarimento da parte Ministeriale anche nei confronti dei dirigenti scolastici.

 

MB Infatti, è così. Ad es. la vicenda del tutor (con il tentativo di diversificare un insegnante a 18 ore settimanali come addetto alle relazioni con la famiglia) è stata chiaramente lo strumento per scardinare l’organizzazione dell’insegnamento nella scuola elementare.
Così come aver parlato di 40 ore, computandole in 27 più 3 più 10 di mensa, è stato un chiaro tentativo, attraverso lo spezzettamento del tempo scolastico, di disarticolare la proposta educativo-didattica del tempo pieno. Ora è chiaro che dobbiamo ripercorrere quella strada all’indietro, con un’attenzione in più: il tempo pieno è stato abrogato per legge e quindi siamo costretti a dare delle indicazioni per ricomporlo. Avendo una norma che prevede le 40 ore, quelle necessarie per riattivarlo, daremo delle indicazioni ai dirigenti scolastici per ricostruirlo come un modello didattico, con la compresenza dei docenti. Tuttavia è evidente che prima o poi dovremo reinserire la norma che individua il tempo pieno alle elementari e il tempo prolungato alle medie come modelli didattici, non obbligatori, ma come opzioni possibili e valide.

 

DC Molti insegnanti, e tra essi anche il Mce, avendo investito sui processi di innovazione nella scuola, avevano salutato con speranza la nascita degli istituti comprensivi, perché stabilivano una continuità nel processo formativo dell’allievo. Tuttavia gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da un silenzio totale sulla loro utilità, sul loro destino. In questo nuovo corso il Ministero si è posto il problema se siano ancora uno strumento valido, se siano o no da rilanciare?

 

MB Sono assolutamente favorevole agli istituti comprensivi. Non pensiamo di renderli obbligatori, perché non sempre si verificano le condizioni per realizzarli, ma credo vadano diffusi e sostenuti. Quando ero Assessore alla P.I. dell’Emilia Romagna, a esplicito sostegno degli I. C., è stata promulgata una legge regionale che indicava un cammino verso la loro generalizzazione. Siamo infatti contrari al tema dell’anticipo scolastico, e gli I.C., pur non essendo la soluzione di tutti i problemi, favoriscono elementi di continuità didattica ed educativa che sono, a mio avviso, la soluzione migliore al problema dei passaggi tra la scuola dell’infanzia e l’elementare, e tra questa e la media.
Ma come realizzarli? Anche qui bisogna fare un passo indietro. Quando la Moratti non inserì nella riforma gli I.C., ci fu una sollevazione da parte di Comuni, Province e Regioni che imposero il loro reinserimento nella legge. Ora dunque abbiamo una normativa che prevede l’istituzione degli I.C. ; tuttavia abbiamo bisogno di un indirizzo di favore e di incentivazione da parte del Ministero affinché quella strada sia ripresa.

 

DC Credo che gli I.C., soprattutto quando accolgono un’area territoriale definita di utenza (un intero paese, un quartiere) contribuiscano a creare un forte legame di identificazione tra scuola e territorio. Sul piano interno essi contribuiscono a realizzare uno scambio verticale tra docenti di vari livelli di scuola, che possono mettere in comune le loro specifiche professionalità contribuendo a identificare una “funzione docente unica”. Che ne pensa?

 

MB Condivido questa sua valutazione. Gli I.C. sono particolarmente importanti in territori circoscritti, perchè è lì che maggiormente si crea uno stretto legame tra la scuola e il sistema educante. E’ uno dei terreni principali su cui intendiamo svolgere il nostro lavoro: valorizzare l’autonomia scolastica come comunità composta da ragazzi che imparano e docenti che insegnano; di genitori che si relazionano con il processo educativo in modo corretto, costruttivo . Questa comunità educante ha avuto il riconoscimento della propria autonomia, anche sul piano giuridico, dalla Costituzione e dalla legge. Oggi questa comunità autonoma si relaziona con la comunità territoriale, cioè con il Comune, che rappresenta la comunità sociale più vasta; e si relaziona con tutte le articolazioni presenti in quella medesima realtà. Penso ad es. alle parti sociali: infatti nella scuola superiore è fondante la relazione tra scuola e mondo del lavoro (sindacati, associazioni industriali). Penso anche al mondo associativo culturale e al volontariato che tengono stretti i legami tra soggetti, scuola e società circostante.
Ho visto delle esperienze importanti nei Patti territoriali per la scuola. Hanno arricchito l’offerta formativa, hanno dato risorse alla scuola, hanno portato dentro l’offerta formativa dei contenuti vivi…

 

DC Ma lei non teme che all’interno di questi Patti formativi relativi alla scuola superiore possa prendere il sopravvento un’idea aziendalistica, su un’idea formativa… insomma che possano diventare delle gabbie all’interno delle quali si sviluppano forme di apprendistato e di lavoro minorile mascherato?

 

MB Il rischio ci può essere sempre. Tuttavia proprio sentendo questa preoccupazione, faremo in modo che questo non debba avvenire. E’ necessario che la scuola tenga nelle proprie mani le redini del processo formativo. Come abbiamo già fatto sul piano regionale, anche su quello nazionale intendiamo affermare il tema dell’alternanza scuola-lavoro come una metodologia didattica, la cui responsabilità deve rimanere esclusivamente nelle mani di coloro che hanno costruito il progetto, ovvero Consigli di classe e Collegi dei docenti. Nell’Emilia Romagna abbiamo dato anche degli standard per evitare la prevalenza degli aspetti lavorativi sugli aspetti educativi-didattici: è evidente che diviene in questo quadro importante quantificare il numero massimo di ore da svolgere al di fuori della scuola stessa in attività di stage o di tirocinio. Ora è compito del Ministero dare delle indicazioni sui livelli essenziali, sugli standard che identificano l’alternanza come metodologia di insegnamento-apprendimento.
Credo che il tema del Sapere e Saper fare realizzato in questo modo dalla scuola contribuisca a dare ai ragazzi il senso del lavoro, dei suoi valori di riferimento; ma anche la conoscenza dei diritti, dei doveri, e delle norme sulla sicurezza; che li aiuti a orientarsi in un’organizzazione complessa qual è il mondo del lavoro. E’ un indirizzo totalmente diverso dall’addestramento professionale: il nostro punto di arrivo è creare la consapevolezza nello studente che al termine del percorso di studi ci sarà l’inserimento in un mondo che ha le sue norme , le sue relazioni, le sue gerarchie, regole reciproche da rispettare…. Mi sembra un aspetto importante…
Voglio aggiungere ancora che oggi molti ragazzi rivelano modalità di apprendimento estranee alla lezione teorica d’aula. Per essi ci vogliono laboratori, stage, simulazioni (non ne sono appassionatissima, ma credo che possano essere uno strumento): attraverso queste diverse modalità anch’essi possono completare proficuamente il loro percorso formativo. Credo che questa sia la nostra linea culturale, che non ha nulla a che fare con la sudditanza della scuola al mondo del lavoro. Ci rendiamo conto che oggi i ragazzi sono diversi, e la nostra vuole essere una linea di innovazione didattica che punta a far realizzare a tutti l’iter formativo, non solo a coloro che sono stati abituati fin da piccoli a leggere, e per i quali è naturale continuare ad imparare sui libri.

 

GC Qui, nel ricco Nordest, ci sono infatti molte famiglie con un livello culturale basso, che non sempre investono sull’emancipazione dei figli attraverso gli studi, ma puntano sul lavoro precoce, a scapito della formazione, per raggiungere uno status sociale più elevato.

 

MB Vanno quindi aiutate a ritrovare fiducia nella scuola, a non sentirla come un tempo sottratto al lavoro

 

DC Il Mce lavora molto sul campo della formazione degli insegnanti. Quella iniziale è principalmente svolta dall’Università; ma la Formazione e l’aggiornamento in servizio vedono spesso la nostra associazione protagonista, chiamata da Enti e scuole, intervenire con proposte sull’educazione interculturale, sulla gestione dei conflitti, sulle didattiche delle aree disciplinari…. Spesso è il Mce che propone delle iniziative formative anche a distanza, anche al di fuori del tempo scolastico (scuole estive, week end formativi, convegni). Fare gli insegnanti, concorderà con noi, significa un po’ trovarsi in una situazione che necessita di una formazione permanente. Tuttavia l ‘istituzione scolastica tende a trattenere gli insegnanti al suo interno, impegnandoli continuamente, e non consentendo facilmente uscite formative. Ci sembra che non ci sia alcun riconoscimento per coloro che, a spese proprie e utilizzando il proprio tempo, frequentano quelle iniziative, che pure migliorano la qualità della scuola. Le chiedo se il suo Ministero non ritenga di dover incoraggiare la partecipazione, o almeno dare un riconoscimento ai corsi , così come già succede in altri settori, come il socio-sanitario..

 

MB Ci sono due aspetti che vanno distinti. La formazione in ingresso e la formazione in servizio.
Sulla prima esprimo una valutazione negativa dell’art. 5 della legge Moratti e del conseguente decreto attuativo. Intendiamo rivedere il capitolo della formazione iniziale così come era stata prevista dal precedente governo perché lo riteniamo in sistema macchinoso e rigido . La nostra riflessione parte dalle realtà esistenti, le SSIS: vorremmo provare a valutare il loro impatto, analizzare ciò che hanno svolto… La definizione di laurea quinquennale più un percorso di SSIS delinea poi un percorso troppo lungo… a mio avviso occorre inserire nel tratto di formazione con la SSIS un tempo maggiore di tirocinio nella scuole. Non possiamo continuare a pensare che si diventa insegnanti sentendo solo delle lezioni teoriche (si finisce per diventare insegnanti teorici). Abbiamo perciò costituto un gruppo misto tra Ministeri P.I. e Università per trovare rapidamente delle soluzioni. I nostri impegni per superare con un piano di medio periodo il precariato devono essere accompagnati strettamente dall’individuazione di nuove modalità di formazione e reclutamento del personale docente. Dobbiamo cominciare questo lavoro oggi, perché nell’immediato futuro ci consegni un nuovo sistema.
La formazione in servizio presenta aspetti diversi. Essa è indispensabile, direi quasi obbligatoria (fra virgolette) per la qualità della scuola , e va quindi sostenuta, sono d’accordo con lei. Tuttavia dobbiamo fare attenzione a non porre in essere un sistema di formazione teorico, che sommi all’attività scolastica degli altri corsi. Alcuni limiti dei percorsi da lei citati sono proprio da evitare: l’aggiornamento rischia di diventare occasione formale, che si fa solo per dovere, oppure per vedersi assegnare dei punteggi (è accaduto anche nelle graduatorie per l’immissione in ruolo dei precari).
Dobbiamo pensare ad una formazione in servizio che abbia anche un’utilità, una ricaduta sulle attività con i ragazzi, ma soprattutto che parta da esperienze vissute: gli insegnanti debbono potersi formare sulle esperienze di innovazione che hanno attuato loro stessi, oppure altri colleghi. E’ una idea di formazione-azione, è la formazione-verifica delle attività svolte, legata a dei progetti educativi. Noi non valorizziamo abbastanza l’azione di vera ricerca pedagogica e didattica che fanno i docenti nelle scuole. Se le loro esperienze diventassero oggetto di riflessione sarebbe una gran passo avanti. Nelle Università , ad es., ogni ricerca che viene attivata dai docenti , alla fine è documentata e valutata . Anche la scuola deve adottare quel costume.

 

GC Mi sembra un’ipotesi che ricalca da vicino quella dei Centri Territoriali a sostegno dell’autonomia (CSI), che la Moratti ha azzerato. Potevano diventare i luoghi della ricerca-azione pedagogica.

 

MB I CSI devono essere il luogo della documentazione e della formazione, della ri-discussione delle esperienze. Chi meglio del gruppo docente che ha di fronte ad esempio il problema della integrazione dei ragazzi stranieri può intervenire con dei nuovi progetti nella scuola?
È utile scambiarsi le esperienze realizzate, porsi quesiti teorico-culturali, a rispondere ai quali può essere chiamato anche il grande esperto internazionale, si può inoltre decidere di andare a vedere le esperienze che hanno fatto altrove (in Francia o in Inghilterra ad es.), dove ci sono condizioni socio-culturali diverse dalle nostre. Non per avere dei sistemi da imitare, ma per integrare, migliorare l’attività scolastica quotidiana.
È un tema assai difficile quello dell’integrazione dei ragazzi stranieri, che coinvolge in modo rilevante molte scuole, senza che ci siano stati sostegni reali da parte del Ministero.

 

DC Tuttavia una gran parte della categoria appare un po’ demotivata alla formazione in servizio; penso che ciò dipenda anche dal fatto che molti insegnanti sono invecchiati, e guardando in avanti vedono il tempo della pensione, non quello dell’investimento nel rinnovamento della scuola.

 

MB Ma entreranno anche dei giovani.

 

DC Mi fa piacere sentire che entreranno dei giovani. Leggo tuttavia delle preoccupazioni opposte in molti colleghi. Provengono dalle notizie economiche che minacciano blocco del turn over, dei contratti… Si crea un malumore e si rischia di reagire negativamente ad ogni progetto innovativo.

 

MB C’è sempre amarezza quando si sente dare via dei numeri in modo un po’ improvvisato. Vede, possono esserci anche delle classi con 12 o 13 ragazzi, ma andiamo a verificare dove si trovano e quali siano le condizioni reali. Oggi abbiamo un sistema informativo che ci mette in grado di controllare uno per uno gli alunni e ci delinea una per una le classi in cui essi si trovano. Il M. P. I. si è detto disponibile a mettere tutti i dati sul tavolo: laddove si trovano degli abusi li andremo a riprendere. E’ ingiusto sprecare docenti da una parte, quando da un’altra ce n’è invece un bisogno socio-educativo estremo: ad es. nel sostegno all’handicap, nel tempo pieno che viene richiesto, nelle scuole dell’infanzia che ancora non riescono a dare una copertura completa alla domanda. Se saranno trovati sprechi siamo disposti a incidere, a tagliare su quelli; e se invece troviamo una classe che ha 12 bambini, ma che vive in una condizione ambientale priva di alternative, allora non indichiamola come scandalo, ma diamola come numero oggettivo di necessità , motivata da ragioni sociali serie e provate. Credo che nella scuola si debba smettere di agire sulla base di generalizzazioni, solo facendo un’attenta valutazione dei costi (economici e sociali) possiamo uscirne. Anche quando facciamo le leggi finanziarie bisogna che i problemi vengano affrontati con un’ ottica mirata sulle specificità, e oggi abbiamo dei dati che ci consentono di fare tutte le valutazioni necessarie al caso.

 

DC Vorrei in conclusione porle una questione di fondo. Si è parlato più volte dell’integrazione dei minori stranieri: essi sono accolti nelle nostre scuole, a volte creando conflittualità. Ci sono stati, nel corso di questi anni, dei momenti in cui ci si è divisi tra più idee di scuola. Da un lato i sostenitori di una scuola aperta, laica, disposta a modificare i propri compiti, tempi e spazi modulando la propria offerta sulla base delle richieste e dei bisogni dei nuovi soggetti; dall’altra i sostenitori di una scuola distinta, che attiva un’offerta formativa omogenea alle richieste dei propri utenti. L’esempio forse più clamoroso è l’idea di una scuola islamica per gli islamici e cattolica per i cattolici, insomma una scuola regolare, unica, e di fronte una scuola speciale . Lei come vede il futuro della scuola italiana?

 

MB E’ un grande dibattito culturale che l’Italia non ha ancora affrontato, e quindi la prima cosa che mi sento di dire è che dobbiamo aprire questo dibattito e andare fino in fondo. E lo dobbiamo aprire nell’ottica della piena integrazione di tutti nella scuola pubblica. La scuola pubblica ha infatti un valore fondante: l’accoglienza della pluralità dei soggetti, delle culture, delle tradizioni religiose, delle diverse provenienze sociali. L’attuazione di questo valore fa di essa uno straordinario luogo formativo, dove si apprende a confrontarsi con le diversità, ma anche un’occasione straordinaria per creare pari opportunità per tutti e tutte. Nutro una forte convinzione che questo sia possibile in un sistema pubblico aperto. Ora mi occupo non solo di dichiarare queste cose, ma di renderle possibili.
Nel dibattito culturale da aprire occorre porre il problema di come rendere attuabili i processi di integrazione: con quale modalità di rispetto delle diversità, con quale valorizzazione delle specificità, ma anche con quali modalità si aprono pari opportunità. Ad es. un ragazzo straniero inserito in una classe, se non conosce l’italiano, è oggetto di una integrazione fasulla: o lo mettiamo nella condizione di capire bene la nostra lingua oppure non si realizza nessuna opportunità né integrazione.
Secondo me all’arrivo di un alunno straniero, andrebbe avviato un processo di insegnamento intensivo della lingua italiana , anche se in parte ciò debba avvenire fuori dalla classe. L’apprendimento della lingua diventa il primo veicolo dell’integrazione. Senza questo si rischia di considerare i ragazzi stranieri che poco conoscono l’italiano come problematici, mentre spesso essi sono svelti, motivati, dotati, ma non riescono a superare bene l’handicap comunicativo.
Ecco, l’avvio del dibattito sull’integrazione deve parallelamente attivare una riflessione seria su come si insegna intensivamente la lingua a un ragazzo che non la conosce.
Tuttavia un percorso integrativo si svolge in due direzioni, è reciproco, e impegna a pensare anche ai ragazzi di seconda generazione: come la scuola può aiutarli a mantenere la loro lingua d’origine?
Sarà necessario aprire il dibattito in termini culturali ampi, di valorizzazione delle esperienze effettuate, nonché di indirizzo per le esperienze future di scuola pluralista.
Non ritengo fondate le preoccupazioni espresse da alcuni su una scuola di tutti che finirebbe per appiattire, abbassando i livelli generali di istruzione. Penso che nascondano posizioni favorevoli alla privatizzazione della scuola, con risultati di volerne una biforcazione: da un lato una scuola alta, di qualità e a pagamento; dall’altro una scuola bassa, pubblica, per tutti.
Una scuola con alto valore sociale, che non lascia indietro nessuno, una scuola del non uno/a di meno, che ha la capacità di insegnare a delle persone in difficoltà, è una scuola di eccellenza, perchè significa che è in grado di individualizzare la didattica adattandosi a ciascuno, dando una vera chance anche a coloro che non hanno altre possibilità di emancipazione. Essi non vanno ingannati, ad essi va offerta una scuola di qualità, capace di non escludere, di usare modalità di accompagnamento che non li lascino indietro.
Faccio l’es. delle scuole dette della seconda opportunità. Ce ne sono in Trentino e in Emilia; famose sono quelle collegate al progetto Chance a Napoli. Esse hanno messo in campo delle prassi educative e didattiche che andrebbero importate anche nelle scuole della prima opportunità. Per evitare la dispersione scolastica, che è ancora uno dei buchi neri in cui si perdono i nostri ragazzi.

Maria Antonietta Calabrò

China, Manem e le altre: «È vero, c’ è uno scontro tra civiltà». Ma non tra Occidente e Islam. Piuttosto, tra donne e uomini. E’ questa la tesi lanciata dalle colonne di Liberazione da Gabriella Paparazzo dell’ associazione «Differenza Donna» (un’ organizzazione di donne e che si batte contro la violenza sulle donne), che così fornisce una nuova chiave di lettura degli ultimi tragici fatti di cronaca. Che hanno coinvolto sì immigrati, sì musulmani, ma soprattutto sono stati fatti di violenza contro donne. Donne musulmane o occidentali, non importa, come nel caso della ragazza italiana di Brescia uccisa dal sacrestano cingalese o in quello delle giovani francesi violentate a Milano da due tunisini. Secondo la Paparazzo, Hina (la ragazza pachistana uccisa dal padre perché si rifiutava di vivere secondo un modello impostole), Manem (l’ insegnante tunisina uccisa dal marito perché voleva proseguire la sua gravidanza) non sono vittime ma donne forti, consapevoli del valore di sé, pronte a far valere la propria soggettività femminile contro la riduzione ad oggetto perseguita dal padre-padrone o dal marito. Hanno perso la vita per questo, per questo loro valore. Quella che è in atto – scrive la Paparazzo – è «una vera e propria guerra», che coinvolge donne di tutto il mondo contro «quella globale cultura maschile che autorizza gli uomini a disporre del corpo delle donne»: dalle colombiane alle albanesi alle americane. Ma da parte delle donne «non ha come obiettivo l’ eliminazione del nemico». Una «provocazione» quella dell’ esponente dell’ associazione fondata quasi vent’ anni fa e che a Roma gestisce tre centri antiviolenza, di cui uno specializzato nell’ accoglienza, protezione e assistenza di giovani vittime dei trafficanti di esseri umani. Un sasso nello stagno che tuttavia costringe a guardare in faccia ai fatti concreti, per evitare che «l’ informazione sui reati dei migranti si trasformi in una faida» (come titola il quotidiano di Rifondazione). E i fatti concreti ci dicono, purtroppo, che c’ è un’ evidente «differenza donna».

Ida Dominijanni

Dovendo scegliere fra la figlia morta e il marito che l’ha massacrata, Bushra Begum sceglie il marito. Lo denuncia ai carabinieri ma lo giustifica: è vero, ha ammazzato Hina, ma è un uomo buono, non è un violento, non le aveva mai torto un capello; era lei che “non si comportava bene, andava in giro, fumava”, era lei che s’inventava tutte quelle balle sulle botte, il taglierino, le molestie del padre. Quanto alla madre, mai avrebbe sospettato, partendo per il Pakistan, che sarebbe andata a finire così: che Hina fosse morta, e come, l’ha saputo – potenza del tam-tam – da una vicina a sua volta informata da una parente che vive a Brescia, e poi l’ha verificato – potenza della tecnologia – su Internet. Di tutto il suo racconto assurdo e cinico, parrà strano, è il particolare che mi ha colpito di più: vero o inventato che sia, rende l’idea di queste vite sospese tra comunità e mondo, locale e globale, arcaismi e modernità, in un disequilibrio in cui la legge sembra fuoricampo, in scacco e inappellabile.
La deposizione di Bushra completa il quadretto familiare della tragedia di Brescia (appaiata nel frattempo da quella di Elena Lonati strangolata dal sacrestano cingalese) e dà ragione a quante e quanti hanno, anzi abbiamo, puntato l’indice contro la sua matrice patriarcale, a contrasto con quanti lo puntavano piuttosto contro una presunta matrice “islamica”. Quale conferma migliore di una madre complice e autorizzatrice del marito assassino della figlia, per fotografare lo stampo patriarcale della vicenda? Le comunità islamiche italiane, dal canto loro (ma attenzione, sono le stesse che militano per l’equazione nazisti-israeliani, e dunque c’è poco, pochissimo da fidarsi), hanno condannato l’omicidio di Hina sostenendo che nessuna regola sharaitica può essere invocata come attenuante del padre, stante che “nel quadro giuridico e culturale musulmano la relazione della ragazza con il fidanzato italiano è considerata una grave colpa di fronte a Dio ma nessuna scuola di diritto islamico ha mai concesso agli uomini di fare giustizia con le proprie mani”. Non un delitto islamico dunque ma un delitto patriarcale. Che invece di autorizzarci a inchiodare l’alterità islamica con un giudizio razzista, dovrebbe spingerci ad affiancare nella condanna il massacro di Hina ai massacri di donne, anch’essi di impronta patriarcale, che quotidianamente insanguinano le pagine di cronaca nera della provincia (cattolica) italiana: io stessa, in Politica o quasi di martedì scorso, avevo rivolto questo invito.
Che è un invito, però, non a derubricare l’assassinio di Hina, ma viceversa a drammatizzare quelli nostrani che la cronaca gonfia e sgonfia nel giro di ventiquattr’ore. L’accentuazione della matrice patriarcale del caso-Hina suona invece, troppo spesso e da parte maschile, come una levata di scudi a difesa della comunità islamica, cui nulla consegue quanto ad analisi e condanne della violenza specifica di uomini su donne che sta (ri)prendendo piede nelle nostre società democratiche, laiche, libere e post-femministe. Ma il patriarcato non è una fatalità senza tempo e senza storia: è una struttura socio-simbolica, che si innesta su altre strutture sociali e culturali (islam compreso), e i cui destini dipendono dalle relazioni e dai conflitti fra donne, fra donne e uomini, nonché fra uomini. Nella sua inchiesta sulle pakistane in Val Trompia di giovedì scorso, Manuela Cartosio metteva bene in luce come la condizione delle giovani pakistane immigrate, anche in casi non estremi come quello di Hina, sia afflitta da cattivi rapporti fra madri e figlie e dalla mancanza di socializzazione e comunicazione fra donne: ed è certo su questo nodo che in primo luogo bisogna incidere per cambiare lo stato delle cose. Ma il secondo passo deve essere l’apertura di un conflitto maschile contro i comportamenti violenti maschili: nelle comunità immigrate e nella società italiana e trasversalmente fra le une e l’altra. Diversamente, la denuncia del patriarcato altrui non servirà a sottrarre le donne al ruolo di posta in gioco fra uomini che militano per lo “scontro di civiltà” ma anche fra quelli che militano per evitarlo.

Cecilia Zecchinelli

Fisica quantistica, economista, ecofemminista, ecologa sociale, guru del movimento no global, fondatrice dell’ attivissima Research Foundation for Science, Technology and Ecology e di altre organizzazioni. Vandana Shiva, nata nella regione himalayana 54 anni fa, studi nelle università inglesi e americane, è la figura più nota dell’ «altra India», anche se nel suo lunghissimo curriculum non mancano consulenze per il governo di New Delhi e riconoscimenti istituzionali. Da 25 anni si batte per la difesa della natura e dell’ agricoltura del suo Paese, ovviamente per mettere fine all’ ondata di suicidi dei contadini. L’ abbiamo incontrata nel primo «caffè slow food» dell’ India che tra le altre mille cose è riuscita a fondare, l’ anno scorso, in una casa della capitale. Parliamo dei suicidi: il governo li imputa a disastri naturali. È così? «Assolutamente no: per 5 mila anni la terra è stata il datore di lavoro più generoso dell’ India, mentre oggi i contadini sono “a rischio di estinzione”. I suicidi sono tutti dovuti ai debiti, causati dall’ imposizione dei semi delle multinazioali americane. Non a caso esiste una “fascia dei suicidi” che corrisponde alla maggior presenza della Monsanto e della Cargill. È soprattutto lì che i contadini s’ indebitano per comprare ogni anno i semi di cotone modificati geneticamente e poi non riescono nemmeno a recuperare quei soldi al momento del raccolto, perché i prezzi internazionali crollano. È tutto documentato: nel rapporto Seeds of suicides che abbiamo appena aggiornato c’ è tutto». Con il governo di sinistra di Singh le cose non sono migliorate? «No, anzi. I rapporti con gli Stati Uniti oggi sono ancora più stretti, e insieme all’ anti-terrorismo l’ agricoltura è il cardine delle relazioni bilaterali. Un esempio: siamo diventati importatori di grano dagli Usa, mentre non ne avremmo bisogno. Washington vuole dominare il nostro mercato, mentre continua a sovvenzionare le sue esportazioni agricole». Cosa si può fare? «Tante cose. Ad esempio abbiamo creato una banca per i semi. Chiediamo ai contadini, e ormai 300 mila sono legati a noi, di conservare parte del raccolto per poi riseminarla, come si faceva una volta. Così si resiste all’ invasione delle multinazionali, si riducono le spese, si usano meno pesticidi, si salvano varietà importanti. Dopo lo tsunami, nello stato dell’ Orissa abbiamo seminato un riso tradizionale in grado di resistere alla salsedine. Una varietà che sarebbe scomparsa senza la nostra banca». E a livello internazionale? «Il nostro modello è proprio l’ Italia: voi proteggete la diversità culturale dei prodotti agricoli tradizionali, difendete le piccole aziende. Per questo caffè slow food abbiamo creato un’ alleanza con Carlo Petrini. Ora vorrei che l’ India lanciasse un’ iniziativa ufficiale comune con l’ Italia».

Luisa Muraro

Molte ingiustizie contro le donne sono finite, ma la violenza no, non accenna a diminuire, come mostra la cronaca di queste settimane. Le nostre vite sono diventate più libere di quelle delle nostre madri, ma la violenza non è cessata e, come in passato, essa proviene spesso da uomini ai quali la vittima era legata da rapporti stretti. Le cifre sono impressionanti. Che cosa significa questa ripetitività, c’è qualcosa che si può fare e a quali profondità bisogna andare per vedere qualche cambiamento?
Per cominciare, io suggerisco di non credere, davanti ad uomini come l’assassino di Jennifer Zacconi, che si tratti di casi isolati e di comportamenti patologici. Tra la violenza estrema e i comportamenti ordinari, infatti, c’è un continuum che ci sfugge solo perché passa sotto silenzio la violenza meno grave ma più diffusa. Credere che i violenti siano una minoranza a sé stante, potrebbe essere solo un alibi per non chiederci a quale titolo, di paura o di disprezzo o altro, chi lo sa, la violenza entra nella sessualità maschile, violenza specificamente sessista, da riconoscere come tale. Se lo chiedano, per favore, anche i magistrati e i loro consulenti. Sono troppi gli uomini che, dopo una condanna definitiva, vengono rimessi in libertà e tornano a infierire su donne. Il caso di Angelo Izzo è unico solo per la sua enormità. Nel 1975, lui e i suoi amici Guido e Ghira, allora tre giovanotti della Roma bene (sic), seviziarono a morte le giovanissime Rosaria Lopez e Donatella Colasanti: questa sopravvisse per accusarli e la sua vita non ha avuto altro senso, a parte la vicinanza amorosa di sua madre: morta questa, è morta anche lei, il 31 dicembre scorso. Ebbene, proprio l’anno scorso, il suddetto Angelo Izzo, ergastolano, ottiene la semilibertà e di lì a poco sevizia e uccide due donne, madre e figlia, quest’ultima una ragazzina di 14 anni. Com’è potuto succedere che un giudice e uno psicologo, senza neanche porsi il problema di quella sua vittima ancora viva, abbiano ritenuto degno di libertà e di fiducia quel miserabile? Io credo di saperlo. Lo avranno giudicato da come si atteggiava verso di loro, maschi e detentori di un potere: da uomo ragionevole e rispettoso. Nella società del “tra noi uomini adulti” è così che ci si comporta, temo, tutti che fanno mostra di una solida virilità, tutti reciprocamente rispettosi e complici, nessuno che lasci trasparire quello che lo rode nei confronti dell’altro sesso.
Da Aristotele in poi, per millenni, gli uomini si sono considerati il primo sesso e, per sostenere questo primato, hanno elaborato una serie di teorie fisiche e metafisiche, nessuna delle quali è rimasta in piedi. In realtà, si sono aiutati con il dominio patriarcale. Dietro a tutta questa storia, io intravedo una difficoltà troppo a lungo ignorata. Diventare uomini non é per niente facile, né in senso biologico né in quello morale e psicologico, perché significa assumere un’identità differente da quella femminile della madre. Ora che certi privilegi sono finiti, ora che le donne possono istruirsi ed essere indipendenti, la difficoltà di quel necessario distaccarsi dalla matrice della propria vita, potrebbe essersi acuita. Bisogna saperla e andarle incontro, ignorarla non aiuta nessuno.

 

Tanya Reinhart*

È l’offensiva di Israele a Gaza che ha scatenato la nuova guerra in Libano. Da quando, nel 2000, si era ritirato dal Libano, gli Hezbollah avevano accuratamente evitato di scontrarsi con l’esercito israeliano in territorio di Israele (limitandosi a confronti nell’area di Shaba in Libano, che lo Stato ebraico continua a occupare). Il momento scelto dai guerriglieri sciiti per il primo attacco, e la retorica successiva, indica che la loro intenzione era ridurre la pressione sui palestinesi aprendo un nuovo fronte. La loro azione dunque può essere vista come il primo atto militare di solidarietà con i palestinesi nel mondo arabo. Qualunque cosa si pensi di ciò che hanno fatto gli Hezbollah, è importante capire la natura della guerra di Israele contro i palestinesi a Gaza.
L’offensiva delle forze armate israeliane nella Striscia non riguarda il soldato lì prigioniero. L’esercito preparava un attacco da mesi e premeva per passare all’azione, con lo scopo di distruggere l’infrastruttura di Hamas e il suo governo. Perciò ha avviato l’escalation l’8 giugno, quando ha assassinato Abu Samhadana, membro del governo di Hamas, e ha intensificato i cannoneggiamenti sui civili nella Striscia di Gaza. Già il 12 giugno il governo aveva autorizzato un’azione più ampia, rinviata però a causa delle reazioni internazionali suscitate dall’uccisione di civili palestinesi nei bombardamenti aerei del giorno seguente. Il rapimento del soldato è servito a «togliere la sicura»: l’operazione è cominciata il 28 giugno con la distruzione di infrastrutture a Gaza e la detenzione in massa della dirigenza di Hamas in Cisgiordania, altra cosa che era stata pianificata con settimane di anticipo.
Nel discorso pubblico israeliano, Israele ha messo fine all’occupazione di Gaza quando ha evacuato i suoi coloni dalla Striscia, e il comportamento dei palestinesi sarebbe dunque «da ingrati». Ma nulla è più lontano dalla realtà di questa descrizione. Nei fatti, come era previsto dal Piano di Disimpegno, Gaza è rimasta sotto il totale controllo militare israeliano, dall’esterno. Israele ha impedito l’indipendenza economica della Striscia, e non ha mai applicato neppure una delle clausole degli accordi sui valichi di frontiera del novembre 2005. Ha semplicemente sostituito la costosa occupazione di Gaza con un’occupazione più economica, che dal suo punto di vista lo esenta dalla responsabilità dell’occupante a garantire la sopravvivenza del milione e mezzo di residenti della Striscia, come dettato dalla quarta Convenzione di Ginevra.
Israele non ha bisogno di questo pezzo di terra, uno dei più densamente popolati al mondo e sprovvisto di risorse naturali. Il problema è che non può lasciar andare Gaza se vuole mantenere la Cisgiordania. Un terzo dei palestinesi sotto occupazione vive nella Striscia di Gaza. Se liberi, diverranno il centro della lotta di liberazione palestinese, con libero accesso al mondo arabo e a quello occidentale. Per controllare la Cisgiordania, Israele ha bisogno del pieno controllo di Gaza. E la nuova forma di sottomissione che ha ideato è trasformare l’intera Striscia in un campo di prigionia isolato dal mondo. Persone occupate e assediate, con nulla in cui sperare, e nessun mezzo alternativo di lotta politica, cercheranno sempre di combattere il loro oppressore. I palestinesi prigionieri a Gaza hanno trovato un modo per disturbare la vita degli israeliani nelle vicinanze della Striscia lanciando missili artigianali Qassam contro le città israeliane che circondano la Striscia. Questi razzi rudimentali non hanno la precisione necessaria a colpire un obiettivo, e di rado hanno fatto vittime israeliane; causano però danni fisici e psicologici e disturbano la vita dei quartieri israeliani su cui si abbattono. Agli occhi di molti palestinesi, i Qassam sono una risposta alla guerra che Israele ha dichiarato loro. Come ha detto uno studente di Gaza al New York Times, «Perché dobbiamo essere solo noi a vivere nella paura? Con questi missili anche Israele ha paura. Dobbiamo vivere in pace insieme, o vivere insieme nella paura» (Nyt, 9 luglio 2006).
L’esercito più potente del Medio Oriente non ha risposte militari a questi razzi fatti in casa. Una risposta possibile è quella che Hamas ha sempre proposto, e il suo premier Haniyeh ha ripetuto questa settimana: un cessate il fuoco complessivo. Nei 17 mesi trascorsi da quando ha annunciato la decisione di abbandonare la lotta armata a favore della lotta politica, e dichiarato un cessate-il-fuoco unilaterale (tahdiya, calma), Hamas non ha preso parte al lancio dei Qassam, salvo sotto grave provocazione israeliana come nell’escalation di giugno. Hamas però continua a lottare contro l’occupazione di Gaza e Cisgiordania. Dal punto di vista di Israele, il risultato delle elezioni palestinesi è un disastro, perché per la prima volta hanno dei dirigenti che insistono nel rappresentare gli interessi palestinesi invece di limitarsi a collaborare con le richieste israeliane. Poiché finire l’occupazione è la cosa che Israele non vuole considerare, l’opzione seguita dall’esercito è spezzare i palestinesi con una forza devastante. Devono essere affamati, bombardati, terrorizzati con ordigni assordanti per mesi, finché capiranno che ribellarsi è futile e accettare la prigione a vita è la loro unica speranza di vita. Il loro sistema politico eletto, istituzioni e polizia vanno distrutte. Per Israele, Gaza dovrebbe essere governata da gangs che collaborano con i secondini della prigione.
L’esercito israeliano ha sete di guerra. Non si lascerà fermare da preoccupazioni per i soldati rapiti. Dal 2002 i militari sostengono che anche a Gaza è necessaria un’operazione tipo lo «Scudo difensivo» di Jenin. Esattamente un anno fa, il 15 luglio (prima del Disimpegno da Gaza), l’esercito aveva concentrato le forze sul confine della Striscia per procedere a un’offensiva di quel tipo a Gaza. Gli Stati uniti però opposero il veto. Il segretario di stato Usa Rice arrivò per una visita d’emergenza descritta come acrimoniosa e tempestosa, e l’esercito fu costretto a ritirarsi. Ora finalmente il suo momento è arrivato. Con l’islamofobia nell’amministrazione Bush giunta all’acme, sembra che gli Usa siano pronti ad autorizzare l’operazione, a condizione che non provochi l’indignazione globale con attacchi troppo pubblicizzati ai civili (sulla posizione attuale dell’amministrazione Usa vedi Ori Nir, «Us Seen Backing Israeli Moves to Topple Hamas», The Forward, 7 luglio 2006, www.forward.com/articles/8063).
Ricevuto il via libera alla sua offensiva, l’unica preoccupazione dell’esercito è l’immagine pubblica. Fishman ha riferito martedì scorso che per l’esercito «ciò che rischia di far deragliare questo imponente sforzo militare e diplomatico» sono le notizie di crisi umanitarie a Gaza. Perciò, avrà cura di lasciar entrare del cibo a Gaza. E’ necessario nutrire i palestinesi perché sia possibile continuare indisturbati a ucciderli.

* Docente di linguistica alle università di Tel Aviv e di Utrecht, ha pubblicato per Marco Tropea «Distruggere la Palestina».

Intervista Si è conclusa la prima conferenza euroafricana sulle migrazioni. Il ministro degli esteri del Mali, Oumar H. Dicko: «La nostra economia strozzata dalle sovvenzioni europee all’agricoltura e dall’ Fmi». E annuncia: «Non firmeremo accordi di riammissione»
Cinzia Gubbini


Detassamento delle rimesse dei migranti, un maggior accesso dei giovani africani nelle università di entrambi i continenti, la creazione di un osservatorio euroafricano sulle migrazioni e un maggior coordinamento nel controllo delle frontiere. Sono questi alcuni degli elementi del «piano d’azione» approvato ieri a Rabat, in conclusione della prima conferenza euroafricana sulle migrazioni. All’incontro, organizzato da Spagna Francia e Marocco, hanno partecipato tutti gli stati dell’Ue e ventotto paesi dell’Africa nordoccidentale. Teoricamente, la conferenza dovrebbe avviare una nuova fase politica nella gestione del fenomeno migratorio: da una parte l’Europa riconosce che occorre aprire canali legali di immigrazione. Dall’altra l’Africa si impegna a collaborare sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina. Sullo sfondo, la necessità di rilanciare la cooperazione tra Europa e Africa per combattere le cause che spingono la gente a partire verso l’Eldorado europeo. Ne parliamo con Oumar Hammadoun Dicko, ministro degli esteri del Mali, uno dei paesi sotto osservazione dell’Ue per il numero di persone che cerca di raggiungere le coste dell’Europa.
Signor ministro, è soddisfatto dei risultati dell’incontro?
Sì, penso che la conferenza sia stata un successo. Prima di tutto perché ha permesso all’Europa e all’Africa di avere uno sguardo incrociato sul fenomeno migratorio. Al giorno d’oggi la migrazione è una questione fondamentale nelle relazioni internazionali, e tutti si sono resi conto che bisogna riflettere insieme e trovare delle soluzioni condivise. Rabat è stata l’occasione per permettere all’Europa e all’Africa di approvare un piano d’azione comune, globale e concreto.
Ma il piano prevede ben poco di concreto. Perché, ad esempio, non c’è nessun accenno alle sovvenzioni che l’Europa prevede per la propria agricoltura e che rappresentano un grave problema per l’economia dei paesi africani?
Questo è giustissimo, ho posto io, personalmente, la questione. Uno dei problemi fondamentali dell’Africa è la sovranità alimentare, dunque l’agricoltura. Se tanta gente decide di andare all’estero è perché non arriva a soddisfare i propri bisogni. Il Mali è il secondo paese produttore di cotone in Africa, ma le persone che cercano di guadagnare coltivandolo non ce la fanno a sopravvivere e dunque, alla fine, decidono di emigrare. E se non possono vivere di cotone è perché i vostri paesi sovvenzionano la propria produzione.
L’Europa farà qualcosa?
Ha mostrato buona volontà. I problemi di soldi non possono essere risolti che con i soldi. Oggi l’Africa non ha bisogno di un po’ di aiuti qua e là, ha bisogno di un piano Marshall.
I piani di aggiustamento dell Fondo monetario internazionale vi hanno aiutato?
Non hanno fatto che contribuire a rafforzare le cause dell’emigrazione di massa e dell’emigrazione illegale. Perché hanno ristretto i margini di manovra dei nostri governi che non possono più finanziare, soprattutto gli interventi sociali.
Cosa dovrebbe fare l’Europa?
Cambiare completamente il tipo di cooperazione: l’immigrazione è il risultato della sconfitta di tutte le forme di cooperazione che abbiamo avuto per più di quaranta anni. Negli anni ’70 si parlava della necessità di un nuovo ordine economico mondiale ed è proprio di questo che oggi abbiamo bisogno.
Pensa che conferenze del genere possano essere utili allo scopo?
E’ utile per il semplice fatto che Europa e Africa parlano per la prima volta insieme della questione delle migrazioni. L’Europa ha capito che chiudersi in una fortezza è inutile, perché gli immigrati arrivano comunque.
Ha l’impressione che l’Europa stia ripensando il «modello fortezza»?
Molto semplicemente ha capito che prevenire è meglio che curare.
Cosa ne pensa del concetto di «immigration choisie», proposto dalla Francia per aprire canali legali all’immigrazione?
Rispetto la politica francese, hanno tutto il diritto di parlare di «immigrazione scelta». Ma penso invece che un’immigrazione scelta non possa prescindere dal dato di fatto della circolazione delle persone, che è basata sui bisogni e sullo stadio di sviluppo. Non serve scegliere l’immigrazione, serve regolarla creando le condizioni di cooperazione e controllo delle competenze, certamente, ma anche rispettando i bisogni e le potenzialità di chi parte.
Pensate di siglare un accordo di riammissione con l’Unione europea?
Assolutamente no, perché pensiamo che il ritorno di un individuo deve rispondere al rispetto di quell’individuo. Non possiamo più accettare i ritorni di massa. Bisogna che i rimpatri siano prima di tutto volontari e che siano realizzati in condizioni umane. Se ci chiedono di fare i gendarmi d’Europa, non lo accetteremo.

da il manifesto – L’antidoto più efficace alla visita del papa a Valencia lo trovate a pagina 30 e seguenti del numero in edicola di Internazionale. E’ un lungo articolo di Susan Dominus tratto dal New York Times Magazine, si intitola Famiglia modello e vale come rovesciamento del «modello famiglia» che Ratzinger e i neocons uniti di tutto il mondo ci vogliono propinare. Attraverso la storia di Ry Russo-Young, 24 anni, seconda delle due figlie di una coppia di donne omosessuali, Dominus disegna il profilo sfumato che la realtà delle famiglie omosessuali sta assumendo negli Stati uniti. E analizzando pezzo per pezzo il puzzle Dominus smonta uno per uno tutti i pregiudizi, negativi e positivi, che gravano sulle coppie gay-lesbian e sulla loro capacità di allevare dei figli. La materia, racconta Dominus, infiamma il dibattito pubblico americano, fa fiorire associazioni pro e contro, dà lavoro a psicologi e sociologi. Da quelle parti il fenomeno ha ben altra consistenza che da noi – il censimento del 2000 contava 150.000 famiglie composte da persone dello stesso sesso con bambini -, «ma proprio adesso che l’ambiente culturale sembra più sereno, quello politico è diventato ipersensibile»: se da una lato a Boston, a Los Angeles e altrove le scuole organizzano mostre su gay e lesbiche famosi, dall’altro l’Arkansas, il Mississippi, lo Utah e la Florida sfornano leggi contro la possibilità per le coppie omosex di adottare bambini o di averne in affidamento. Lì come qui, i conservatori battono duro sostenendo che le convivenze omosessuali danneggiano l’istituzione familiare. E ne cercano le prove monitorando campione su campione i figli di gay e lesbiche, per capire se e quanto si distanziano dai figli di genitori «normali» quanto a successo professionale, equilibrio psicologico, scelte sessuali eccetera: tirati da una parte e dall’altra, i risultati alimentano la guerriglia fra l’ American college of peditricians, associazione reazionaria che tenta di dimostrare che i figli delle coppie gay sono svantaggiati rispetto agli altri, e l’American civil liberties union, associazione libertaria che cerca di dimostrare che sono uguali.
A fronte di questa prevedibile scacchiera della sfera pubblica, la storia di Ry narrata in prima persona spiazza tutte le parti in commedia, dando voce a una differenza che non implica svantaggio ma al contrario apertura di libertà. Giovane regista venuta al mondo nell”82 grazie allo sperma di un amico gay delle madri e all’uso artigianale di una siringa sterilizzata, Ry racconta un’infanzia e un’adolescenza felici, una ironica complicità con le sue due madri ( 23 e 38 anni all’epoca del concepimento), uno slalom neanche tanto difficile fra i piccoli pregiudizi nascosti delle scuole progressiste che ha frequentato. Dove magari non l’aggredivano per la sua famiglia «diversa», ma negavano che potesse essere considerata una vera famiglia. Oppure non osavano denigrare il lesbismo delle sue madri, ma davano per scontato che fosse lesbica anche lei. Che invece è eterosessuale e ha un fidanzato, mentre sua sorella Cade, un anno più grande e anch’essa figlia della provetta, a 16 anni ha comunicato di essere omo. Ry dunque è «normale», il che lungi dal tranquillizzarla la infastidisce: a confronto delle lotte che hanno dovuto sostenere le madri per essere accettate, «ho la sensazione di perdermi qualcosa». Anche se un quarto di secolo dopo quelle lotte possono accadere strane cose rovesciate: ad esempio di trovarsi a Dublino con il fidanzato, tentare di entrare in un locale gay a bere qualcosa ed essere mandata via perché gli eterosessuali non sono graditi. Ma i vantaggi sono più grandi dei piccoli svantaggi: «Mi sento a metà strada fra la cultura omo e quella etero, a volte ho la sensazione di non appartenere a nessuna delle due e mi sento un po’ isolata, ma non cambierei la mia situazione: mi ha dato una prospettiva privilegiata, la capacità di vedere le cose contemporaneamente da tanti punti di vista». La prospettiva da cui guardiame le cose in Italia, invece, privilegiata davvero non è. Nella cartina europea pubblicata da Internazionale, l’Italia è rosa – paesi senza statuto per le coppie omo – in compagnia della Polonia, dell’Ungheria e del Portogallo, tutti gli altri paesi sono rosso chiaro, prevedono cioè i Pacs, o rosso scuro, ammettono cioè il matrimonio fra gay e lesbiche.

da il manifesto

«Chiediamo l’intervento delle Nazioni unite nei territori occupati», dice la scrittrice palestinese Suad Amyr, nativa di Ramallah, conosciuta in Italia per il romanzo «Sharon e mia suocera». Suad è intervenuta ieri a Piazza Farnese nella serata di solidarietà con la Palestina ridotta allo stremo. Il primo atto pubblico di una campagna europea che prevede il sostegno concreto alla popolazione sotto assedio, mediante una raccolta di fondi che verrà consegnata direttamente agli abitanti. Un’idea che ha preso corpo nei mesi scorsi per far fronte all’emergenza umanitaria dovuta al taglio dei fondi deciso dall’Unione europea, e che adesso assume carattere d’urgenza. Fra i progetti previsti, l’acquisto di un generatore per l’ospedale, sostegno all’agricoltura, acquisto di materiali per la scuola.
«Il cartello di associazioni, sindacati ed esponenti politici che appoggia la campagna ha un obiettivo prevalentemente pratico: aiutare la popolazione. Ma essenziale è anche un’informazione corretta sull’occupazione in Palestina», dice Simonetta Cossu di Liberazione, che ha promosso la campagna insieme al manifesto, Left, Carta, La Rinascita. «E non si tratta solo di una questione umanitaria – afferma l’europarlamentare Luisa Morgantini – dobbiamo aiutare i palestinesi a essere liberi di decidere, fermando l’occupazione militare. Non si può stilare ogni giorno la lista dei morti. Ci vuole una forza di interposizione internazionale».
«Il governo di Hamas – dice ancora Suad Amyr – ha costituito un arretramento per la libertà delle donne e per la laicità – ma è stato il prodotto di un’elezione democratica. E poi perché punire un intero popolo per il rapimento di un solo soldato? I nostri morti contano dunque così poco?». A Piazza Farnese, c’erano anche i 7 giovani calciatori di Gaza che, venuti in Italia per partecipare al torneo Altrimondiali, ora non possono più tornare a casa. Revoca dell’embargo e sanzioni contro Israele – sia ad opera dei governi europei o mediante il boicottaggio dei prodotti da parte della società civile – è stata anche la richiesta dell’International solidarity mouvement, che ha manifestato ieri in un sit-in davanti a Palazzo Chigi.
E a Torino, sit-in in Piazza Castello, promosso da un cartello di associazioni umanitarie: «a Gaza, migliaia di malati cronici sono in imminente rischio di morte per la mancanza di cure causata dall’embargo israeliano, statunitense ed europeo», diceva il comunicato degli organizzatori. Identica richiesta alla comunità internazionale: «Fermiamo la mano di Israele».


Riccardo Petrella *

E’ fatta. Venerdì scorso il governo Prodi ha approvato una legge delega nella quale conferma l’impegno politico preso dal Programma dell’Unione secondo cui sia le reti che la gestione dell’acqua devono essere pubbliche. Inoltre, al fine di bloccare i tentativi di ulteriore estensione, vuoi generalizzazione, delle forme di privatizzazione dei servizi idrici introdotte in Italia negli ultimi dieci anni, la “manovrina” ha previsto lo spostamento dei tempi sull’obbligo di mettere a gara la gestione dell’acqua dal 31 dicembre 2006 al 31 dicembre 2007. Ciò consentirà al governo di prendere nei prossimi mesi i provvedimenti necessari corrispondenti (v’è già l’impegno di riscrivere entro il 31 gennaio 2007 la famigerata delega ambientale del precedente governo).
Si tratta di una bella decisione che dà forza alla speranza, al diritto di sognare che è possibile mettersi nuovamente al lavoro per ri-costruire una società del bene comune liberando la società italiana dallo spappolamento e dall’impoverimento cui l’ha ridotta la lunga stagione d’individualismo utilitaristico, di privatizzazione e di mercificazione corporativa di ogni forma di vita.
Certo, sappiamo che la decisione è stata “strappata” a quella parte, importante, della maggioranza governativa che è apertamente favorevole alla liberalizzazione e alla privatizzazione di tutti i beni e servizi pubblici, l’acqua compresa. Ciò è stato possibile grazie, fra l’altro, pensando unicamente al livello governativo, alla tenacia ed alle convinzioni forti di persone che da anni si sono battute per l’acqua bene comune come Patrizia Sentinelli, Pietro Folena, Paolo Ferrero, Alfonso Pecoraro Scanio, Fausto Bertinotti e, fra i più accaniti sostenitori, Roberto Musacchio.
Da non dimenticare, inoltre, che sul tema dell’acqua, lo stesso Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha manifestato, questi ultimi anni, un interesse attento ed un atteggiamento favorevole all’acqua bene comune
Ora , comincia il lavoro di costruzione sia al livello italiano che a livello europeo ed internazionale/mondiale. L’agenda politica dell’acqua bene comune , del sogno blu, comporta un “capitale” considerevole di appuntamenti legislativi, di riforme istituzionali, di provvedimenti economici e finanziari, di iniziative culturali e, last but not least, d’immaginario politico al centro del quale si situano il coinvolgimento diretto dei cittadini ed il diritto umano alla vita. Conto di ritornare nei dettagli sui contenuti di tale “capitale” con altri scritti. Giusto un esempio, limitato alla situazione italiana: in applicazione alla legge Galli del 1994 sui servizi idrici (più precisamente il Servizio Idrico Integrato), sulla settantina di Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale costituiti che hanno identificato il gestore, sono meno di una ventina quelli che hanno assegnato la gestione del SII a soggetti “pubblici”, molti dei quali non lo sono formalmente.
L’Acquedotto Pugliese, per esempio, è una SpA, soggetto imprenditoriale privato, come la stragrande maggioranza dei gestori il cui capitale, però, è interamente pubblico. Questo non è il caso per molti altri gestori il cui capitale è oramai pubblico/privato, in un contesto di forte apertura al mercato ed alle logiche finanziarie ed industriali del capitale privato. Il che significa che per realizzare nella sua pienezza e chiarezza la scelta del governo Prodi in favore del carattere pubblico della gestione dell’acqua, occorrerà iniziare un lungo ma indispensabile processo di ripubblicizzazione della natura dei soggetti gestori in armonia con il carattere pubblico della proprietà delle reti. E ciò non sarà un percorso facile.

* Presidente dell’Acquedotto Pugliese

da il manifesto – “Abbiamo cambiato la concezione dello stato sociale”. Il presidente pugliese Nichi Vendola ieri ha portato a casa la legge più discussa del suo mandato presidenziale: quella sui servizi sociali. Una vera battaglia, con l’opposizione armata di oltre 7000 emendamenti.
Ventiquattrore di dibattito solo per approvare il primo emendamento. Avreste dovuto discutere per almeno venti giorni ancora. L’opposizione vi ha fatto paura?
Ho deciso che era necessaria una mediazione, sono stato sostenuto dalla mia maggioranza e l’ho portata fino in fondo.
Ma avendo la maggioranza alle spalle non t’è costato dover mediare a tutti i costi? Oppure qualcuno remava contro?
Siamo stati compatti dall’inizio alla fine. E mediare non m’è costato. Piuttosto, prendere sul serio le posizioni degli altri, costringerli a uscire dai fortini ideologici per misurarsi con la carne viva della società, su un terreno sgombro dai veleni, dagli insulti iniziali, questo per me è un risultato politico importante. E’ una mediazione che ho voluto fino in fondo.
A quale prezzo?
Abbiamo salvato i principi della legge. Questo è l’importante: l’estensione dei diritti ha una ricaduta sociale effettiva.
Un esempio?
Le politiche abitative: ora non ci sono vincoli di discriminazione per nessuno. Una coppia di fatto può chiedere e ottenere incentivi per la prima casa, per avere alloggio nelle case popolari.
Anche una coppia gay?
Certo. Se è una coppia portatrice di diritti perché dovremmo escluderla? Ma questo vale anche per la nipote che vive con la nonna.
Un altro esempio.
Abbiamo cancellato la “monetizzazione” delle nascite. La vecchia legge diceva: ti pago se non abortisci. Era un’offesa alla dignità delle donne. E’ cambiata la concezione di stato sociale: non abbiamo guardato alle persone come se fossero dei problemi, ma come se fossero risorse. Dinanzi a un diversamente abile non ci siamo posti in una logica di mera tutela. Ci siamo detti: diamo un valore reale alla sua diversa abilità. I migranti non sono un problema, tanto meno di ordine pubblico, ma soggetti che portano ricchezza culturale nel nostro territorio. E questo vale anche per la tutela dei detenuti o dei minori a rischio. E’ un cambio di filosofia.
Ma la mediazione in cosa s’è concretizzata?
Il dibattito s’è incentrato sull’estensione dei servizi alle coppie di fatto: c’era un’opposizione viscerale da parte del centrodestra e della gerarchia ecclesiastica. Credevano che volessimo minare la famiglia. La loro era un’apologia acritica della famiglia. Decadeva nel puro familismo. E io credo che il familismo abbia una molteplicità di varianti amorali: da quello mafioso a quello fondato sulla soggezione violenta della moglie, a una sorta di diritto di proprietà sui figli. Ho puntato l’attenzione sulla realtà: la famiglia in carne e ossa è stata scorticata viva dalle politiche liberiste e dalla desertificazione dei servizi sociali. Nella prospettiva liberista la famiglia diventa parcheggio, ammortizzatore sociale.
Questi erano i presupposti: e la mediazione?
Siamo andati a cercare la verità nelle posizioni dei nostri avversari.
E quale era?
Temevano la commistione nella forma giuridica. Io dico: la famiglia fondata sul matrimonio è una “coppia di patto”. Ma ci sono anche le coppie di fatto. E hanno diritti anche quelle. La mediazione sta nel tenere distinti i due terreni. Il centrodestra aveva minacciato di raccogliere firme per un referendum. Avrebbe generalizzato, in una dubbia campagna politico-culturale, un argomento così delicato. Io invece ho offerto un confronto sul merito.
E come?
La Cdl chiedeva di preservare la legge sulla famiglia firmata dall’ex presidente, Raffaele Fitto. In cambio della fine dell’ostruzionismo abbiamo offerto di conservare solo i primi due articoli, quelli di principio, a tutela della famiglia. D’altronde non volevamo attaccare la famiglia, ma estendere i diritti.
Concretamente cosa è cambiato?
Ora c’è un titolo della legge, denominato “La famiglia nei sistema dei servizi”, che raggruppa ciò che è immaginato come implementazione dei servizi nei confronti della famiglia.
Quella fondata sul matrimonio.
Esatto. Poi c’è un altro titolo, denominato “Carattere universalistico del sistema dei servizi”, nel quale facciamo riferimento agli articoli 2 e 3 della Costituzione, estendendo i servizi sociali a tutti i nuclei di persone legate da vincoli solidaristici. Si tratta di tenere un equilibrio: da un lato la famiglia come scolpita e protetta dalla Costituzione, dall’altro il principio d’uguaglianza, uno dei pilastri della nostra Carta.

Daniela Padoan

Recensione di “Lingua bene comune
a cura di Vita Cosentino
Città Aperta Edizioni, pp.258, € 16

Un volume collettaneo, lo si chiamerebbe in gergo editoriale, ma già a sfogliarlo appare un’assemblea – per usare una delle tante belle parole abbandonate come balocchi rotti nel nostro passato – in cui prendono la parola molte donne e qualche uomo; maestre, insegnanti e docenti legati dalla comune passione per la lingua e il suo dono di libertà.
Il testo di Vita Cosentino, curatrice di Lingua bene comune edito da Città Aperta (pp.258, € 16) apre la raccolta dialogando con Anna Maria Ortese, una presenza che, significativamente, comparirà spesso nei ventiquattro contributi che compongono il libro. Ortese, “di modestissima famiglia d’origine, si chiede come mai da adolescente e poi per tutta la vita il problema espressivo sia diventato per lei tanto forte da gareggiare con lo stesso problema della sopravvivenza, e tuttavia esprime timore a soffermarsi su questi argomenti, perché non sembrano abbastanza democratici”. Da adolescente e poi per tutta la vita, Vita Cosentino sente un “testardo desiderio di riuscire a scrivere”, di dirsi nella relazione con altri che passa per la pagina scritta, perché “le parole non vivono isolate nella testa della gente, vivono di continui rimandi ad altre parole di altri esseri umani, ed è questa la trama che fa senso”.
Ma come mai le parole – queste “impenitenti vagabonde”, come le definiva Virginia Woolf – possono diventare certificati di esclusione e di autoesclusione? Viene in mente l’esperienza delle Madri argentine di Plaza de Mayo quando – dopo aver affrontato e vinto una dittatura militare, ormai note in tutto il mondo – sentirono l’esigenza di scrivere ciò che più profondamente sentivano, per trovarsi di fronte a un sovrastante senso di inadeguatezza e di pudore. “Fu allora” dicono “che capimmo che quel nostro sentire di non essere autorizzate a scrivere, perché eravamo ignoranti, era solo un’altra faccia del potere, e che potevamo combatterla, perché le parole hanno bisogno di essere nutrite e protette, proprio come figli”.
Quando i conti della lingua non tornano, scrive nel suo saggio Luisa Muraro, “resta al fondo un insormontabile, inesprimibile, quasi sempre inconsapevole eppure continuo, forte e sensibile senso di inadeguatezza che fa della lingua un’istituzione non accogliente e democratica ma ostica e usuraia”. Proprio per questo, che altro significa insegnare italiano a un ragazzo, a una ragazza, se non “far loro provare e praticare il passaggio dalla mutezza di un vissuto ancora verde alla costruzione di un mondo intersoggettivo? E poi, mostrare come la lingua sia genialmente attrezzata per rispondere ai loro bisogni simbolici, e non solo; come anche sia disposta a tener conto dei loro rapporti idiomatici e a valorizzarli?”
Eccoci dunque all’opera di amore di chi insegna a parlare: agli inizi della vita, quando il mondo si consegna alla possibilità di essere significato, della madre; e poi delle maestre, delle insegnanti (e dei maestri, degli insegnati), così che, secondo Laura Fortini, la scommessa dell’insegnamento della letteratura diventa “una lingua da abitare per sé e per il mondo in cui si vive, in cui rimanga vivo il nesso con l’esperienza, in cui non si perda la singolarità di ognuno, di ognuna: una lingua quindi che aiuti a nominare la propria esperienza e a renderla più significativa, a modificarla, anche, conseguentemente”.
Dispiace non citare tutte le autrici – Paola Bono, Gisella Modica, Pina Mandolfo, Chiara Zamboni tra le altre – che nei loro interventi delineano un pensiero cresciuto nel movimento delle donne, in cui si dà la possibilità di riaprire oggi – sulla libertà e non sul potere, diversamente da ciò che accadde negli anni Sessanta – una scommessa politica sulla lingua.

Sul calendario della prima edizione di questo Festival tentato dalla rivoluzionaria scelta di affidarsi alla qualità dei partecipanti a dispetto della quantità di pubblico, prosegue stasera con la lettura di Nathan Englander, e domani con quella di Jeffrey Eugenides. I1 primo luglio sarà la volta di Jonathan Franzen e il 2 è stato chiamato a chiudere la manifestazione David Foster Wallace. Intervistata, come gli altri autori, da Antonio Monda, Zadie Smith ha intrattenuto il pubblico, il 25 sera, alternando brevi racconti sui suoi romanzi tradotti, Denti bianchi e Della bellezza (Mondadori) a flash su di sé, sulle sue passioni, sulle sue idiosincrasie. Questi sono frammenti sparsi di quel che ha detto. «Uno dei piaceri che ho provato nella scrittura è quello di travestirmi, mi dà una grande libertà, per esempio, calarmi in panni maschili per poi tornare in quelli di una donna.» E, ancora, «mi è difficile pensare che scrittori e artisti utilizzino la loro opera per esprimere l’essenza della femminilità piuttosto che quella della mascolinità. Quanto a me, mi sento una femminista, proprio perché ho sempre trovato difficile mettermi in relazione con ciò che riguarda la femminilità. A mio parere, la scrittura femminile ha una componente di passività, di autoillusione, e entrambe non tornano utili a chi intende dedicarsi a elaborare romanzi.»
«Condivido quel che ha detto una volta Iris Murdoch, ossia che il più grande nemico dell’eccellenza nell’arte è costituito dalle fantasie personali, dai sogni di grandezza, dagli ideali su di sé che ci impediscono di accorgerci di quel che abbiamo intorno. Ed è soprattutto alle donne che viene impedito di vedersi come sono.» Interrogata sul fatto che nelle prime righe di Denti bianchi si leggono locuzioni che rimandano al rapporto con la religione, ha raccontato come i suoi genitori le abbiano fatto respirare una «religiosa convinzione atea». E a proposito del suo guardare a Edward Morgan Forster in Della Bellezza ha negato di avere chissà quale predilezione per lui: «è una passione che mi ha, eventualmente, imbarazzato. Del resto un po’ tutto il mio ultimo libro è seminato di negazioni per gli amori di una vita, è un romanzo pieno di peccatucci nascosti e Forster è uno di questi peccatucci.» L’ironia è forse la virtù che l’ha resa più gradita al pubblico della serata, per esempio quando ha espresso la sua adesione alla teoria per la quale, secondo lei, spesso si diventa scrittori dopo avere fallito in qualche altra aspirazione. «Per quel che mi riguarda, sarei voluta diventare ballerina di tip tap, ma era un obiettivo superiore alle mie possibilità.»