Intervista a cura di Roberto Lambarelli
Sei nata a Kabul alla vigilia dell’ invasione sovietica. Hai vissuto in India e in Germania, attualmente vivi negli Stati Uniti. Qual è la tua formazione,quale la tua cultura di riferimento?
Una cosa chiara da subito è che nel momento in cui vieni sradicato a causa della guerra o per necessità economiche, cominci a guardare quasi tutto in modo provvisorio. Te ne rendi conto perché devi creare nuove relazioni con lingue, persone,climi e caratteristiche geografiche diverse e perché facendo ciò vedi il tuo intero passato da una prospettiva che modifica le tue relazioni con ogni cosa. In altre parole, capisci che la maggio parte delle cose è arbitraria, che un posto dove stare vale l’altro e che nessun luogo sarà mai un “punto di riferimento” o un fondamento per quello che fai nella vita; oltre al fatto che ti muovi nel mondo con un senso di apertura, un senso di giustizia, senza pensare a cosa è tuo e cosa è degli altri. Non ho mai capito questo senso di proprietà che molte persone hanno verso la loro cultura. Come possono possedere la cultura? Voglio dire, sono stata influenzata dagli scritti di Margherite Duras tanto quanto sono rimasta colpita dalle splendide dimore e dai costumi dei “kuchis”, le popolazioni nomadi afgane.
A proposito dei tuoi lavori è stato scritto: “Her work fuses the tropes of ‘Western’ formalism with the numerous aesthetic traditions Islamic, Buddhist, Hindu, pagan and nomadic”. Secondo te cosa prevale a livello formale e cosa a livello della poetica, delle idee?
Penso che i miei lavori siano tentativi di dare una qualche forma al nomadismo delle idee, che a loro volta sono veicoli per relazionarmi al mondo. Spero si comprenda che all’inizio è poco più che una sensazione,poi diviene l’unione di questa sensazione– immagine, suono, una catena di parole – con qualcos’altro che potrebbe essere esso stesso un’idea, un viso, o un’altra sensazione. Quando vedo una rovina, un’immagine di completa desolazione o distruzione, stabilisco con questa un rapporto su molti livelli e ognuno di questi è associato o ad una forma o ad un contenuto. L’immagine potrebbe rappresentare la distruzione, ma so che al di là della forma certamente c’era la morte e il lavoro è, quindi, un tentativo di trovare un posto per piangere questa morte. C’è, quindi, poesia in questo perché una volta che il lavoro è realizzato non penso ci siano molte persone che possano dire di cosa tratta: il riferimento infatti è ammorbidito così che ci si possa sedere da qualche parte accanto al lavoro e pensare. Voglio rompere il circolo di vendetta e controvendetta, della forma e del rifiuto della forma.
Nel tuo lavoro utilizzi differenti media: video, film, fotografia, installazioni, performance… Tra questi ce n’è uno che si avvicina di più alla tue esigenze espressive e per quali ragioni?
In un certo qual modo è il progetto su cui sto lavorando a determinare quale mezzo espressivo sceglierò. È una decisione che in un certo senso viene fuori da sé e non posso dire nulla a riguardo. Quella che finisce per essere chiamata opera, è un dialogo con così tante cose che deve essere chiamata piuttosto un’ opera di scelte: è un dialogo con l’immediata materialità della rovina in cui sto lavorando, per esempio, con la storia che intrappola la rovina, con la mia stessa posizione al suo interno, con i miei tentativi di trovare una via d’uscita, uno spostamento dalla furia che le persone possono sentire verso altri luoghi che diffondono desiderio di vendetta. E davvero è per questa ragione che non ho specifici riferimenti e per qualcuno questa può essere una posizione pericolosa perché hanno la sensazione che non ti si possa dare fiducia dato che non possiedi una forte lealtà, e quindi potresti tradire facilmente. Non so perché alcuni chiamino l’impulso verso la giustizia e il perdono, un possibile tradimento. Mi è indifferente essere un traditore o quello che vuoi. Anche un lavoro certe volte può tradire la forma che gli altri pensano potrebbe essere la più consona.
In alcuni tuoi lavori si evidenzia la ricerca di una condizione esistenziale, in altri l’impegno politico. Inoltre, come concili queste due componenti? Come ti posizioni nell’attuale dibattito tra centro e periferia, tra nazionalismo e internazionalità, tra identità e nomadismo culturale?
Se fondo l’aspetto politico e quello personale, lo faccio inconsapevolmente. Mi sforzo costantemente di disarmare lo spettatore e di metterlo davanti ad una traccia storica – una rovina, un riferimento ad un evento, ecc. – e poi creo dei passaggi nel lavoro che sono riflessioni sul contenuto dell’opera. Qualsiasi cosa accada allo spettatore avviene secondo il suo modo di relazionarsi al lavoro, sia attraverso il solo aspetto documentaristico, sia nell’unione dell’ aspetto poetico e di quello offerto dalla realtà.
Angela Azzaro
Roland Barthes, ne L’ovvio e l’ottuso, critica la cultura occidentale per la sua inclinazione ad approfondire, non cogliendo le verità che ci sono davanti. Insomma, siamo più portati a immaginare chissà quali significati che ad ammettere l’evidenza. Una provocazione, con tante verità. E che oggi ci serve, anche ribaltando i segni, per capire che cosa accade quando si parla di violenza maschile contro le donne. L’evidenza di questi mesi è che si denunciano sempre più spesso gli stupri per strada. I giornali ne parlano molto. Ma che cosa nasconde questa evidenza? Un’altra evidenza questa volta negata, celata. Quella che per una violenza sessuale avvenuta per strada ce ne sono molte, ma molte di più che avvengono in famiglia. L’ovvio e l’ottuso si mescolano, resta la domanda: che fare?
Le strade sono due e sono contrapposte. C’è quella della risposta all’evidenza dei giornali, cioè la strada dell’emergenza, delle politiche repressive. Ce n’è un’altra, più complicata: lo spazio della politica, una politica che interroga donne e uomini e che si connette alla seconda ovvietà, quella celata dai media e dalle misure sicuritarie (castrazione chimica, aumento delle pene, telecamere contro la prostituzione).
E’ nello spazio pubblico, della politica come trasformazione dell’esistente, che è nata l’iniziativa di un gruppo che da anni lavora sul maschile. Prima hanno promosso l’appello “La violenza delle donne ci riguarda” e sabato scorso 14 ottobre, a Roma, hanno organizzato un incontro chiamando a discutere uomini e donne per “un cambio di civiltà”. La giornata di confronto – organizzata dai primi firmatari Alberto Leiss, Marco Deriu, Stefano Ciccone, Jones Mannino, Massimo Greco, Sandro Bellassai, Claudio Vedovati – non è stata una risposta all’emergenza di ieri, né a quella di oggi. E’ una risposta alla normalità dei rapporti quotidiani e sentimentali tra donne e uomini. E’ qui che matura la violenza, è quel conflitto e quel rapporto che vanno interrogati e che l’incontro ha messo al centro dell’analisi, chiamando all’appuntamento realtà di diverse città, da Bologna a Torino, al Sud d’Italia.
Non mancano le difficoltà. Da una parte una certa diffidenza da parte delle donne rispetto a un dialogare misto che risulta inedito ma anche carico di aspettative, delusioni, storie recenti e passate, individuali e collettive che vanno elaborate. Dall’altra parte c’è ancora il bisogno degli uomini di stare tra di loro, di maturare una parola comune sul maschile, sul rapporto – ancora prima che con le donne – tra di loro. Ma che cosa vuole dire allora stare insieme, confrontarsi in un luogo misto? Lo ha spiegato bene Letizia Paolozzi: «Siamo qui per capire come possiamo fare politica insieme». Una scelta che chiaramente è il frutto di esperienze, di relazioni tra donne e uomini che vanno avanti da anni e che oggi – grazie soprattutto all’appello – sono diventati un fatto pubblico più visibile, forse anche più necessario per creare un cambiamento reale.
Gli uomini che si stanno mettendo in gioco in questo percorso non si vogliono autocolpevolizzare, non pensano di prendere su di sé le responsabilità di tutti i loro simili. Né le donne che hanno iniziato con loro il dialogo pensano di farlo. Dire: «La violenza contro le donne ci riguarda» non significa – come pure qualcuno ha proposto – chiedere che gli uomini si costituiscano come parte civile nei processi per stupro. Significa qualcosa d’altro. Qualcosa di più. E’ la critica all’identità maschile, ai ruoli, alle relazioni per come sono state codificate nella vita di ogni giorno. Di tutte e tutti. E’ qui che il dialogo è fondamentale. Su questo punto Stefano Ciccone è stato molto chiaro. Non ci sono soluzioni esterne da realizzare. «Se sono qui – ha spiegato – non è perché mi voglio assumere colpe che non ho, né per chiedere perdono, sono qui perché interrogarsi sulla violenza contro le donne è un’occasione anche per me di cambiamento, è un’occasione di libertà». La posta in gioco è molto alta. Ma è l’unica possibile.
Il rischio dei dibattiti, mediatici e non, sulla violenza maschile è quello che, in nome della incolumità, si rafforzi l’idea della donna vittima, di un soggetto dimezzato da mettere sotto tutela. La sfida che l’appello nomina e il percorso che ha stimolato puntano ad altro: a una trasformazione radicale della società. Il piano scelto è quello di una politica che vive “nelle” e “con” le relazioni. Ma il rapporto con la politica istituzionale, per quanto non prioritario, per alcuni è un percorso da praticare. Lo ha detto Leiss. E’ la sfida per una politica che si riscriva tout-court a partire dal rapporto uomo-donna, che parta dalla parzialità che gli uomini esprimono anche quando parlano di finanziaria, legge tv o altro. L’esito di questa scalata al cielo non è scontato. Tentare è però necessario. Dovuto. Non più rinviabile.
Rosanna Santonocito
In Italia solo il 45,2% delle donne lavora. Nell’Europa dei 15 le occupate sono il 56,7%, un tasso inferiore dii5 punti a quello maschile. In Svezia il tasso è del 71%, in Germania circa il 60, mentre la Francia tiene il passo dell’Europa con il 56,6% di lavoratrici. Secondo i più recenti dati dell’Ocse (relativi al 2004) anche la Spagna ci supera di quattro punti percentuali. Allo scarto del dato italiano rispetto a tutti i Paesi Uè – eccettuata la Grecia – si aggiunge anche la distanza rispetto all’obiettivo del 60% di donne italiane con un lavoro dettato da Lisbona, da raggiungere entro il 2010.
Le ragioni di un ritardo che non si recupera stanno nella scarsa “accoglienza sociale” – è la definizione della sociologa Marina Piazza di Gender – che il lavoro delle donne trova nel nostro Paese. Difficile è conquistarlo e più difficile ancora mantenerlo. Pesano culture aziendali, orari e tempi che, dentro e fuori dalle organizzazioni, non tengono conto del doppio impegno impiego-famiglia, carriera ardua e retribuzioni più basse. E se non c’è un solo fattore responsabile non ci può essere nemmeno una soluzione unica. “È necessaria – suggerisce Marina Piazza – una trasversalità delle analisi e delle politiche”. Significa che, per far crescere il tasso delle italiane occupate e farcela a tagliare il traguardo del 60% servono più risposte e su più campi d’azione: la formazione, i tempi dentro e fuori al lavoro, le politiche, il modo in cui ruoli e compiti sono vissuti da donne e uomini.
Poche donne lavorano? Nemmeno questo è vero: le italiane attive sono molte di più dei quelle che le statistiche registrano. Il lavoro delle donne è ancora, in molti casi, nascosto o irregolare. “Gli studi sul sommerso di- cono che gran parte di esso riguarda manodopera femminile” commenta la sociologa.
Le donne sono più presenti nei lavori atipici (come le co.co.co), che riguardano la fascia delle più giovani. La flessibilità delle forme contrattuali si scontra invece con una rigidità persistente dell’organizzazione delle città e dei servizi. Anche la flessibilità “amica” del part time è scarsamente praticata: “se ne fa poco, riguarda solo il 12% di cui il 25% sono le donne, mentre l’alta percentuale di lavoro a tempo parziale è l’elemento che fa alzare i tassi altrove: un esempio è il 25% dell’Olanda”, aggiunge Marina Piazza. L’accoglienza sociale verso la volontà di lavorare delle donne interferisce soprattutto sul- la quota di madri attive. Entro il primo anno di vita del figlio, esaurite le possibilità dei congedi di legge, con difficoltà ad accedere al part time, senza la disponibilità di asili nido o in mancanza di nonni collaborativi “il 29% delle madri, abbandona il lavoro, e questo accade soprat- tutto nelle basse qualifiche. Al contrario, i Paesi europei dove nascono più bambini hanno anche tassi più alti di occupazione femminile”. Il paradosso “meno lavoro uguale meno figli” appare confermato anche dall’ultimo dato Istat secondo cui anche regioni del sud come Campania e in Sardegna evidenziano tassi di natalità in discesa. Ai livelli professionali alti, sul lavoro femminile pesa la mancata gratificazione della carriera e della retribuzione. Più si avanza nella scala aziendale, più la differenza tra le retribuzioni di uomini e donne (che in media è del 20%) aumenta, a scapito, naturalmente, delle seconde. “Se ai livelli bassi i con- tratti proteggono – spiega l’esperta – avanzando nella gerarchia, scelte come quella del part time o del congedo parentale rallentano la carriera. Chi investe sulla professione deve farlo “bilanciando” sulla famiglia, perché in Italia il lavoro di cura pesa molto di più che negli altri Paesi europei e c’è l’idea che, in fondo, i figli siano un problema solo nostro”. E una questione di cultura che rischia di perpe- tuarsi senza interventi appro- priati: siamo l’unico Paese, suggerisce la sociologa, dove non si fanno campagne di opinione sulla condivisione del lavoro in casa e l’identità di genere. Uomini e donnne restano schiacciati sui propri ruoli tradi- zionali, anche se qualcosa si è mosso almeno dal punto di vista dell’identità e della formazione. L’occupazione femminile si alza in relazione all’istruzione: più le donne sono istruite e qualificate più facilmente trovano lavoro. Solo nella fascia oltre i 40 anni le donne sono leg- germente inferiori agli uomini per scolarizzazione, non tra i diplomati e i laureati. “Nelle fasce di età più giovani, quella tra i 25 e i 40 anni, la partecipazione al lavoro – nota Marina Piazza – è molto più rilevante rispetto alle generazioni precedenti, e non siamo inferiori alla media europea. La precentuale del 42,5% è data in realtà dalle donne oltre i 45-50 anni che scontano il fatto di essere meno scolarizzate e di avere radicata una cultura della “casalinghità”. Ma, in generale le italiane han- no identità personali ben stabi- lizzate sui due pilastri lavoro e vita familiare, ed è una via sen- za ritorno”.
Marina Pivetta
Si è parlato di violenza contro le donne, di bullismo e delle resistenze maschili ad adeguarsi ad una sessualità altra dalla loro, quella che le donne hanno scoperto prendendo coscienza del loro corpo e del diritto di non subordinare la loro volontà ad altri. Le donne hanno cercato, spesso invano, un dialogo con gli uomini che risulta impossibile nella maggioranza dei casi. Ma, qualcosa si sta muovendo controcorrente. Alcuni uomini stanno riflettendo sulla loro sessualità e su come è possibile uscire da una cultura di violenza che sembra permeare tutto, non ultimo i rapporti tra le persone. Abbiamo discusso di questo con il giornalista Claudio Vedovati, con il sociologo Marco Deriu, con il ricercatore all’Università Tor Vergata di Roma Stefano Ciccone, con l’operatore sanitario Massimo Greco.
“Non mi limito a esprimere me stessa: creo me stessa”. Così Susan Sontag, una delle più grandi intellettuali americane del Ventesimo secolo, parla del rapporto con il suo diario inedito. Dei fogli trovati dopo la morte, questa è una selezione del periodo tra il ´58 e il ´67. Ricordi, ritratti da Sartre a Mailer, ma anche confessioni su omosessualità, amori, cadute e quelli che chiama i “luoghi morti” del sentimento
La vita interiore si oscura, tremola e comincia a spegnersi se si cerca di tenersi stretti a qualcosa
Sola, sola, sola Ho il cervello stanco e il cuore che fa male Dov´è la pace, il centro?
Susan Sotang
29 dicembre 1958, ParigiSt. Germain des Prés. Non proprio lo stesso che il Greenwich Village. Tanto per cominciare, a Parigi gli espatriati (americani, italiani, inglesi, sudamericani, tedeschi) hanno un ruolo diverso, sono più preoccupati della loro identità rispetto ai provinciali (per esempio i ragazzi di Chicago, della West Coast, del Sud) che si trasferiscono a New York, dove non c´è nessuna incrinatura nell´identità nazionale, o incapacità di identificazione. Stessa lingua. Si può sempre tornare a casa. E, in ogni caso, gli abitanti del Village sono perlopiù Newyorchesi – esuli interni, se non addirittura cittadini.La routine dei caffè. Dopo il lavoro, o dopo aver cercato di scrivere o dipingere, si va in un caffè in cerca di gente che si conosce. Preferibilmente con qualcuno, o quanto meno dopo aver preso un appuntamento preciso… Bisognerebbe andare in vari caffè – in media quattro – nella stessa serata.A New York (Greenwich Village), poi, si ha in comune la commedia dell´essere ebrei. Anche questo manca nella boheme di qui. Non così heimlich. Nel Greenwich Village, gli italiani – lo sfondo proletario su cui gli ebrei sradicati e i provinciali mettono in scena il loro virtuosismo intellettuale e sessuale – sono pittoreschi ma piuttosto innocui. Qui, arabi turbolenti e predatori. […]I ratés, gli intellettuali falliti (scrittori, artisti, presunti studiosi). Le persone come Sam Wolfenstein [matematico, ndr], con l´andatura zoppicante, la cartella, i giorni vuoti, l´ossessione per i film, la taccagneria e l´orrido nido familiare da cui fuggire, mi terrorizzano. […]Harriet [Sohmers, scrittrice e modella per artisti]. Splendido fiore della boheme americana. New York. Ebrea. Appartamenti di famiglia dalle parti della 70ma e dell´80ma strada. Padre di ceto medio nel commercio (non un professionista). Zie comuniste. Anche per lei passeggera infatuazione per il Partito Comunista. Cameriera negra. New York High School, New York University, college sperimentale con pretese artistiche, San Francisco, appartamento nel Greenwich Village. Precoci esperienze sessuali, negri inclusi. Omosessualità. Scrive racconti. Promiscuità sessuale. Parigi. Vive con un pittore. Il padre si trasferisce a Miami. Frequenti viaggi per tornare in America. Lavori notturni da espatriata. La scrittura si dirada.30 dicembreLa mia relazione con Harriet mi turba. Io vorrei che non fosse pensata, premeditata, ma l´ombra delle sue aspettative rispetto a ciò che dovrebbe essere una “storia” sconvolge il mio equilibrio, mi fa annaspare. Lei con le sue insoddisfazioni romantiche, io con i miei bisogni e i miei desideri romantici… Un dono inatteso: che è bella. La ricordavo decisamente non bella, piuttosto volgare e poco attraente. È tutto fuorché questo. E per me la bellezza fisica è enormemente, quasi morbosamente, importante.Sul Tenere un Diario. Superficiale intendere il diario solo come il ricettacolo dei propri pensieri privati, segreti – come se fosse un confidente sordo, muto e analfabeta. Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei farei con un´altra persona; creo me stessa.Il diario è un mezzo per darmi un senso d´identità. Mi rappresenta come emotivamente e spiritualmente indipendente. Perciò (purtroppo) non registra semplicemente la mia vita concreta, quotidiana ma piuttosto – in molti casi – ne offre una alternativa.C´è spesso una contraddizione tra il modo in cui ci comportiamo con una persona e ciò che in un diario diciamo di provare per quella persona. Ma questo non significa che quello che facciamo è superficiale, e che solo quello che confessiamo a noi stessi è profondo. Le confessioni, e naturalmente intendo le confessioni sincere, possono essere più superficiali delle azioni. Sto pensando adesso a quello che oggi (quando sono andata al 122 Bd. St-G per controllare la sua posta) ho letto su di me nel diario di H. – quel giudizio secco, sleale e ingeneroso su di me in cui dice in conclusione che non le piaccio veramente ma che la passione che io provo per lei è accettabile e opportuna. Dio sa se fa male, e sono indignata e umiliata. Raramente sappiamo ciò che gli altri pensano di noi (o, meglio, che pensano di pensare di noi…) Mi sento in colpa per aver letto quello che non era destinato ai miei occhi? No. Tra le principali funzioni (sociali) di un diario c´è proprio quella di essere letto furtivamente da altre persone, quelle persone (come i genitori e gli amanti) sui quali si è stati crudelmente sinceri solo nel diario. E H. lo leggerà mai, questo? […]Scrivere. È corruttore scrivere con l´intento di moralizzare, di elevare i principi morali degli altri.Nulla mi impedisce di essere una scrittrice se non la pigrizia. Una buona scrittrice.Perché scrivere è importante? È soprattutto questione di egotismo, suppongo. Perché voglio essere quella persona, uno scrittore, e non perché ho qualcosa da dire. E tuttavia perché non anche quello? Rafforzando un po´ il mio ego – come attraverso il fait accompli offerto da questo diario – conquisterò la certezza di avere anche io (io) qualcosa da dire, qualcosa che dovrebbe essere detta.Il mio “io” è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono – ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa del genio.2 gennaio, 7.30 a. m.Mio povero, piccolo ego, come ti senti oggi?Non benissimo, temo – piuttosto ammaccato, dolorante, traumatizzato. Calde ondate di vergogna, e tutto il resto. Non mi ero illusa pensando che fosse innamorata di me, ma ero convinta di piacerle. […]Stasera (ieri sera!) a casa di Paul ho veramente parlato in francese. Per ore e ore con lui e con i suoi gentilissimi genitori. Molto divertente!!19 febbraio.Ieri (nel tardo pomeriggio) sono andata al mio primo cocktail party parigino, a casa di Jean Wahl, in disgustosa compagnia di Allan Bloom. Wahl [filosofo] è stato all´altezza delle mie aspettative: un vecchietto esile e minuto, simile a un uccellino, con i capelli bianchi e una bocca larga e sottile, piuttosto bello, come lo sarà Jean-Louis Barrault [attore] a 65 anni, ma terribilmente distrait e sciatto. Abito nero cascante con tre larghi buchi sul fondo dei pantaloni attraverso cui si vedevano le mutande (bianche), e tornava allora da una conferenza pomeridiana – su Claudel – tenuta alla Sorbonne. Ha una moglie tunisina alta e attraente (con il viso rotondo e i capelli neri) che ha la metà dei suoi anni, tra i 35 e i 40, direi, e tre o quattro figli abbastanza piccoli. C´erano anche Giorgio de Santillana [storico della scienza]; due artisti giapponesi; delle vecchie signore rinsecchite con cappelli di pelliccia; un redattore di Preuves; bambini di taglia media che sembravano usciti da un Balthus, in costumi da Mardi Gras; un uomo che assomigliava a Jean-Paul Sartre, ma più brutto e zoppicante, ed era Jean-Paul Sartre; e tantissime altre persone i cui nomi non mi dicono niente. Ho parlato con Wahl, con de Santillana e (inevitabilmente) con Bloom. L´appartamento – è in rue Peletier – è fantastico – le pareti sono interamente coperte da disegni, schizzi e dipinti fatti dai bambini e da amici artisti – ci sono mobili nordafricani scuri e intagliati, diecimila libri, tovaglie spesse, fiori, quadri, giocattoli, frutta – un disordine davvero bello, ho pensato.28 febIeri sera alla Sorbonne ho sentito Simone de Beauvoir parlare sul tema “il romanzo, è ancora possibile?”. È magra, tesa, scura di capelli e molto attraente per la sua età, ma ha una voce sgradevole, qualcosa a che fare con il tono alto e la rapidità nervosa con cui parla. Nel tardo pomeriggio ho letto Riflessi in un occhio d´oro di Carson McCullers. Furbo, davvero stringato e “scritto”, ma non mi convincono le motivazioni dettate da apatia, catatonia, empatia animale… (In un romanzo, voglio dire!)Inizio 1959, New York CityLa bruttezza di New York. Ma mi piace qui, mi piace persino Commentary [rivista a cui collaborava]. A NY la sensualità si trasforma completamente in sessualità – nessun oggetto che susciti la reazione dei sensi, non un bel fiume, belle case o persone. Odori terribili per strada, e sporcizia… Niente, se non il mangiare, forse, e la frenesia del letto. […]Adeguarsi alla città piuttosto che far sì che la città corrisponda meglio a se stessi.12 marzo, 4.15 p. m.Sono malridotta. Lo scrivo qui; lo scrivo lentamente e guardo la mia scrittura che sembra OK. Due vodka martini con Martin Greenberg [direttore di Commentary]. La testa mi pesa. Il fumo ha un sapore acre. Tony e un tipo dal volto molliccio (Mike Harrington) stanno parlando dello Stanford-Binets. Kleist è meraviglioso. Nietzsche. Nietzsche.19 novL´arrivo dell´orgasmo ha cambiato la mia vita. Mi sento liberata, ma non è questo il modo giusto di dirlo. Più importante: mi ha limitato, ha chiuso delle possibilità, ha reso chiare e nette le alternative. Non sono più illimitata, e cioè un niente.La sessualità è il paradigma. Prima, la mia sessualità era orizzontale, una linea infinita suddivisibile all´infinito. Ora è verticale; sale e ricade, oppure niente. […]L´orgasmo mi fa concentrare. Ho una gran voglia di scrivere. L´arrivo dell´orgasmo non è la salvezza ma, qualcosa di più, la nascita del mio ego. Non posso scrivere finché non trovo il mio ego. L´unico tipo di scrittore che potrei essere è il tipo che si espone… Scrivere è spendersi, giocarsi d´azzardo. Ma fino ad ora non mi era piaciuto nemmeno il suono del mio nome. Per scrivere, devo amare il mio nome. Gli scrittori sono innamorati di se stessi… e i libri che scrivono nascono da quell´incontro e da quella violenza.20 nov. (3 a. m.)Con nessuno sono mai stata così esigente come lo sono con la [drammaturga cubano-americana Maria] I[rene Fornés]. Sono gelosa di chiunque veda, sto male ogni minuto che è lontana da me. Ma non quando sono io a lasciarla, e so che lei c´è. Il mio amore vuole incorporarla totalmente, mangiarla. Il mio amore è egoista. […]Oggi dopo il lavoro ha incontrato Inez al San Remo. C´era anche Ann Morrisett [giornalista e drammaturga]. Dopo, al Cedar Bar. È tornata a casa alle 12.00; io dormivo… Si è messa a letto, mi ha raccontato le conversazioni della serata, alle 2.00 mi ha chiesto di spegnere la luce, si è addormentata. Io ero paralizzata, muta, gonfia di lacrime. Io fumavo, lei dormiva. […]24 dic.Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell´identità come di un´arma, da contrapporre all´arma che la società usa contro di me.Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe – lo sento – una certa licenza.Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d´essere omosessuale. Con H. ero convinta che la cosa non mi turbasse, ma mentivo a me stessa. Ho fatto in modo che gli altri (per esempio Annette [Michelson, studiosa di cinema]) credessero che il mio vizio fosse H., e che se non fosse per lei non sarei omosessuale, o almeno non prevalentemente. […]Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile.28 dicFino ad ora avevo pensato che le sole persone che potessi conoscere a fondo, o amare veramente, fossero doppi o versioni del mio io infelice. (Le mie propensioni intellettuali e sessuali sono sempre state incestuose) Ora conosco e amo qualcuno che non è come me – e cioè non un´ebrea, non un´intellettuale newyorchese – senza nessuna perdita di intimità. Sono sempre consapevole del fatto che I. è straniera, dell´assenza di un background comune – e ne provo un gran sollievo.1960(frontespizio privo d´indicazione di data)Cogito ergo estFeb.Quante volte ho raccontato che Pearl Kazin ha avuto una storia importante con Dylan Thomas? Che a Norman Mailer piacciono le orge? Che [F. O.] Matthiessen era omosessuale? Tutte cose di pubblico dominio, certo, ma chi diamine sono io per andare a raccontare in giro le abitudini sessuali degli altri?Quante volte mi sono biasimata per quest´abitudine, che è solo un po´ meno offensiva di quella di riempirsi la bocca con i nomi di persone famose (quante volte ho parlato di Allen Ginsberg l´anno scorso quando lavoravo per Commentary?) o di quella di criticare gli altri quando sono invitata a farlo… Ho sempre tradito la fiducia degli altri. Non c´è da stupirsi se sono sempre stata così severa e scrupolosa nell´usare la parola “amico”!Sabato:sveglia alle 7Museo alle 10.30I. arriva all´1caffè e pranzo al Museo3.00 “Mancia competente”4.30-5.15 caffè con I.; parliamolei mi accompagna in taxi fino alla 118ma stradaprendo David [Rieff, il figlio della Sontag, che allora aveva sette anni]lascio I. nella 79ma strada – va a casa di Alfred [Chester, scrittore e critico letterario]do da mangiare a D; e lo metto a lettoA. telefona per convincermi ad andare al partyLeggo il Listener – chiamo Jack, Harriet – Esco alle 9.30Taxi fino alla 14ma strada – compro i biglietti per il film di [Kenneth] Anger – Pirandello party – me ne vado – Times SquareFilm con la Bardot – a casa alle 4Domenica:sveglia alle 7.00 – rabbiachiamo A. alle 9.00Jack viene a prenderci alle 9.15colazione da Rumpelmayerpasseggiata a Central ParkHotel Pierre con Jack, Ann e due amici (Jack e Harriet)taxi fino a casa di Alfredpranzo con I. e A. da BocceI. e io andiamo al Commonsparliamotorniamo da Alfred alle 6.45I. chiama Ann – andiamo tutti downtown, I. va da Ann, A., David e io al Frank´s Pizza. […]andiamo a prendere I. alle 8 in Hudson Stret – andiamo al cinema alla Carnegie Hall Playhouse10.30 – taxi fino a casa – messo D. a letto – I. vuole mangiare – sesso – senza parlare – dormire. […]Domenica:depressione, stanchezzaprendo la benzedrina alle 5.00taxi fino a Washington Square alle 6.00 per incontrare A.cena da Frank´spoi caffé al Reggio8 marzo (mezzogiorno)Attraverso la benzedrina, l´impatto sempre più penetrante di Irene, il Dr. Puroshottam [studioso indù] la settimana scorsa, le lezioni di oggi sull´etica di Spinoza, la lunga meditazione su Kant cominciata a ottobre, l´idea di ieri sulla differenza tra “la verità che” e “la verità su”.Non c´è stasi. Restare immobili è tradire la verità; la vita interiore si oscura, tremola e comincia a spegnersi, non appena si cerca di tenersi stretti a qualcosa. È come cercare di servirsi di questo respiro per il prossimo, o pretendere che la cena di stasera funzioni anche per mercoledì prossimo… La verità corre sulla freccia del tempo.8 agosto Lunedì mattina.Devo aiutare I. a scrivere. E se scrivo anche io, metterò fine all´inutilità di starmene seduta così a fissarla e a implorala di amarmi ancora. […]Fa male allora amare. È come accettare di farsi scorticare sapendo che in qualunque momento l´altra persona può andarsene via con la tua pelle.14 agostoNON DOVREI CERCARE DI FARE L´AMOREQUANDO SONO STANCA.DOVREI SEMPRE SAPERE QUANDO SONOSTANCA. MA NON LO SO.MENTO A ME STESSA. NON CONOSCOI MIEI VERI SENTIMENTI.(Ancora?!)3/12/61Prendere coscienza dei “luoghi morti” del sentimento – Parlare senza provare niente. (Cosa molto diversa dall´antica avversione che provavo per me stessa quando parlavo senza sapere niente.)Uno scrittore deve essere quattro persone:1) il pazzo, l´obsédé1) l´imbecille1) lo stilista1) il critico1) fornisce il materiale1) lo lascia venir fuori1) è il gusto1) è l´intelligenzaun grande scrittore li ha tutti e 4 – ma si può comunque essere un buono scrittore solo con 1) e 2); sono i più importanti.9 dic. 1961La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente.(Senza indicazione di data)Il ghigno di Mary McCarthy – capelli grigi – abito stampato blu e rosso, fuori moda. Pettegolezzi da circolo femminile. Lei è Il gruppo. È gentile con il marito. […]Scrivo per definire me stessa – un atto di auto-creazione – parte di un processo di divenire – in un dialogo con me stessa, con gli scrittori vivi e morti che ammiro, con i lettori ideali.Perché mi dà piacere (un´”attività”)Non so per certo a cosa serva il mio lavoroSalvezza personale – Lettere a un giovane poeta di Rilke3 sett. 1962Sono seduta sull´erba vicino al fiume. David gioca a palla con un uomo e un bambino portoricani.Sola, sola, sola. Il fantoccio di un ventriloquo senza ventriloquo. Ho il cervello stanco e il cuore che fa male. Dov´è la pace, il centro?Ci sono sette tipi d´erba qui dove sono stesa. Soffioni, scoiattoli, piccoli fiori gialli. […]Voglio essere capace di stare sola, e di trovarlo stimolante – non una semplice attesa.Hyppolyte dice, benedetta la mente che ha qualcosa di cui occuparsi al di là delle proprie insoddisfazioni.Ho sognato Nat[han] Blazer ieri notte. Veniva a prendere in prestito un mio vestito nero, un vestito bellissimo, per la sua ragazza che doveva indossarlo a una festa. Io cercavo di aiutarlo a trovarlo. Lui si stendeva su un letto a una piazza e io mi sedevo accanto a lui e gli accarezzavo la faccia. Aveva la pelle bianca tranne che per alcune chiazze di barba nera, simile a muschio. Gli chiedevo come mai la sua faccia fosse diventata così bianca e gli dicevo che doveva prendere un po´ di sole. Volevo che mi amasse ma lui non ha voluto.@_CITTA´ nero dx:12 sett. 1962La prematura arrendevolezza, la disponibilità tali da fare in modo che non si arrivi mai alla caparbietà di fondo spiegano per l´80% il mio famigerato bisogno di flirtare, di sedurre16/10/62Sentimentalità. L´inerzia delle emozioni.Non sono leggere, briose. – Io sono sentimentale. Mi aggrappo ai miei stati emotivi.O sono loro ad aggrapparsi a me?27 luglio 1964Arte = un modo per entrare in contatto con la propria follia.Il mio bisogno di liberarmene, una volta arrivata alla fine.Un testo appena dattiloscritto, nel momento stesso in cui è finito, comincia a puzzare. È un corpo morto – deve essere seppellito – imbalsamato, a caratteri di stampa. Corro a impostare il dattiloscritto, non appena è finito, anche se sono le quattro del mattino.Il crimine più grande: giudicare.Il difetto più grande: la mancanza di generosità.(su un foglio di carta sciolto, probabilmente del 1964)Starò bene entro le 7.00 di stamattina.M. [Mildred Jacobsen, madre della Sontag] non rispondeva quando ero bambina. Il castigo peggiore – e la frustrazione per eccellenza.Era sempre “fuori servizio” – anche quando non era arrabbiata. (Il bere era un sintomo di ciò.) Ma io continuavo a provare.Ora è lo stesso con I. Ancora più straziante perché per quattro anni lei mi ha risposto. Perciò so che ne è capace. […]I miei difetti:- biasimare gli altri per i miei stessi vizi*- trasformare le amicizie in storie d´amore- pretendere che l´amore includa (ed escluda) tutto*ma forse ciò diviene più ossessivo ed evidente – raggiunge un climax, quando la cosa in me si sta deteriorando, spezzando, crollando – ad esempio, la mia indignazione per gli atteggiamenti schizzinosi di Susan [Taubes] e Eva [Kollisch].NB: il mio ostentato appetito – il mio vero bisogno – di mangiare cibi esotici e “disgustosi” = un bisogno di affermare il mio rifiuto di essere schizzinosa. Una contromossa.17 nov. 1964Quando mi sono accorta di essere invidiata, mi sono astenuta dal criticare – per paura che le mie ragioni fossero poco chiare, e il mio giudizio non del tutto imparziale. Sono stata benevola. Sono stata malevola solo con gli sconosciuti, con le persone che mi erano indifferenti.Sembra nobile.Ma, in tal modo, ho salvato i miei “superiori”, coloro che ammiravo, dalla mia avversione, dalla mia aggressione.Ho riservato le critiche solo per chi era “sotto” di me, per coloro che non rispettavo… ho usato il mio potere di critica per confermare lo status quo. […]tutte le capitali si assomigliano tra loro più di quanto assomiglino al resto delle città del loro paese (la gente di NY assomiglia più a quella di Parigi che a quella di St Paul) […](Senza indicazione di data, probabilmente 1964)L´estasi intellettuale cui ho avuto accesso sin dalla prima infanzia. Ma l´estasi è estasi.Il “bisogno” intellettuale simile al bisogno sessuale. 6085 copie di Contro l´interpretazione sono state venduterestano 1915 copie della prima tiratura. […][George] Balanchine, l´ultimo dei geni modernisti.26/3/65la pittura recente (Pop, Op) – fredda; la minima consistenza possibile – colori chiariil bisogno di avere la tela, perché non è possibile far galleggiare i colori nello spazio […]ciò che si prova davanti a un quadro o a un oggetto di Jasper Johns potrebbe assomigliare a ciò che si prova per le Supremes […]La Pop Art è arte Beatle […]Un altro testo chiave: Ortega, La disumanizzazione dell´arteOgni epoca ha la sua fascia anagrafica rappresentativa – per noi è la giovinezza – lo spirito del tempo è essere distaccati, disumanizzati, gioco… sensazioni… apolitici. […]Jasper Johns – Duchamp dipinto da Monet20 aprileIl mio sguardo è poco raffinato, insensibile, è questo il mio problema con la pittura.Un altro progetto: Webern, Boulez, Stockhausen. Comprare dischi, leggere, lavorare un po´. Sono stata molto pigra. […]Non concedere interviste fino a quando non potrò essere chiara, autorevole e diretta come Lillian [Hellman] sulla Paris Review.20 maggio, Edisto Beach, South Carolina”l´oggetto arrogante” (Johns)non si impara con l´esperienza – perché la sostanza delle cose cambia continuamentenon c´è una superficie neutra – una cosa è neutra solo rispetto a qualcos´altro (un´intenzione? Un´attesa?) Robbe-GrilletL´uso che Rauschenberg fa della carta di giornale, dei pneumatici.Johns: scopa, gruccia.L´unica trasformazione che mi interessa è la trasformazione totale – per quanto infinitesimale. Voglio che l´incontro con una persona o un´opera d´arte cambi tutto.4 luglio, Bled (Jugoslavia)Mailer: come essere puri ed essere una stella del cinemaIn ogni importante scrittore americano moderno si avverte una lotta con la lingua – la lingua è il tuo nemico, il suo funzionamento non ti è naturale. (Completamente diverso in Inghilterra, dove la lingua è data per scontata). Devi soggiogarla, reinventarla.16 luglio, ParigiNon ho imparato a mobilitare la rabbia (compio azioni militanti, senza sentimenti militanti)17 sett. (su un aereo diretto a New York)Sartre: “Quando le persone hanno opinioni così diverse, come fanno anche solo ad andare a vedere un film insieme?”Beauvoir: “Sorridere allo stesso modo a nemici e amici significa ridurre ciò in cui si crede allo stato di mere opinioni, e tutti gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, alla loro comune condizione borghese.”8 nov.Per 2/3 di Private Potato Patch di Greta Garbo volevo essere la Garbo (l´ho studiata, volevo assimilarla, imparare i suoi gesti, sentire quel che sentiva lei) – poi, verso la fine, ho cominciato a desiderarla, a pensare a lei in termini sessuali, a volerla possedere. Il desiderio ha preso il posto dell´ammirazione – mentre si avvicinava la fine e avrei smesso di vederla. La sequenza della mia omosessualità? […]Il piacere più grande negli ultimi due anni me l´ha dato la musica pop (i Beatles, Dionne Warwick, le Supremes) e quella di Al Carmines [attore, compositore, regista] […] Un problema: l´esilità della mia scrittura – è scarna, frase per frase – troppo architettonica, discorsiva.(metà novembre)Mailer dice di volere che i suoi scritti cambino la coscienza del suo tempo. Lo stesso voleva DHL[awrence], ovviamente.Io non voglio che i miei lo facciano – almeno non rispetto a un particolare punto di vista, visione, o messaggio che cerco di comunicare.Io non sono.I testi sono oggetti. Voglio che abbiano effetto sui lettori – ma in ogni modo possibile. Non c´è un modo giusto di considerare quello che ho scritto.Io non “dico qualcosa”. Permetto a quel “qualcosa” di avere una voce, un´esistenza indipendente (un´esistenza indipendente dalla mia).24 nov.Lillian [Hellman] si identificava con Becky Sharp – ha sempre voluto essere una strega, tormentare gli altri.Io non sono mai riuscita ad andare oltre l´ammirazione e l´invidia per la Becky capace di lanciare il dizionario in faccia alla sdolcinata direttrice della scuola. Tutti quegli sforzi per manipolare gli uomini non sono mai riuscita a capirli.Analisi: due o tre cataratte mi sono cadute dagli occhi. Altre cento da eliminare?Vengo ogni notte verso le 2.00 o le 3.00. Il mio amante è il N. Y. Times.(Senza indicazione di data, fine 1965)La sgradevolezza del riscontro – le reazioni degli altri, ammirate o ostili, alle mie opere. Non voglio reagirvi. Sono abbastanza critica (e so meglio degli altri quel che è sbagliato).Mi piace sentirmi ottusa. È così che so che al mondo c´è qualcosa di più importante di me stessa. […]la mia formazione intellettuale:a) Knopf +M[odern] L[ibrary]a) P[artisan] R[eview] (Trilling, Rahv, Fiedler, Chase)a) University of ChicagoP & A attraverso Schwab-MckeonBurkea) la “sociologia” dell´Europa centralegli intellettuali ebrei tedeschi rifugiatiStrauss, Arendt, Scholem, Marcuse, Gourevitch, [Jacob] Taubes, ecc.(Marx, Freud, Spengler, Nietzsche, WeberDilthey, Simmel, Mannheim, Adorno, ecc.)a) Il Wittgenstein di Harvarda) i francesi – Artaud, Barthes, Cioran, Sartrea) storia della religionea) I. – Mailer, anti-intellettualismoa) Arte, storia dell´arteJasper [Johns][John] Cage[William S.] Burroughsrisultato finale: Franco-ebraico-cageiana?4 gennaio 1966La situazione della pittura è difficile: simile a quella della scienza. Tutti sono consapevoli del “problema”, delle cose su cui bisogna lavorare. Attraverso le sue opere, ogni artista contemporaneo produce “un libro bianco” su questo o quel problema, e i critici giudicano se i problemi scelti sono interessanti o banali. (L´approccio alla Barbara Rose). Così Rosalind Kraus ritiene che le torce, le lattine di birra, ecc. di Jasper siano la soluzione o l´esplorazione di un problema periferico (banale) della scultura di oggi: cosa fare del piedistallo…[…]Jasper va bene per me. (Ma solo per un po´) Ti fa sembrare naturale, buono e giusto essere pazzi. E muti. Mettere tutto in dubbio. Perché è pazzo. […](Senza indicazione di data, tardo inverno 1966)NYC con la sua intellighenzia, il suo consenso liberale, è, in relazione al resto degli USA, come il Vaticano nel bel mezzo dell´Italia, un minuscolo stato privato con ricchezze e poteri immensi, ma separato. […]Duchamp ha detto due cose contraddittorie:1) che un´opera d´arte ha un (breve) arco di vita e1) che il suo valore può essere stabilito solo dalla posterità.Un punto di vista: l´arte è un linguaggio, non semplicemente ciò che è.È il punto di vista “conservatore”?I quadri “neri” di Ad Reihardt sono come i romanzi di Robbe-Grillet: un´idea tracciata su un reticolato. Si “capiscono” troppo facilmente. In un certo senso ciò è “romantico” (romanticismo inteso come concentrazione su una parte piuttosto che sul tutto). […]L´espressione di sé e un´idea limitante, limitante se è centrale. (L´arte come espressione di sé è molto limitante) Dall´espressione di sé non si può mai arrivare a giustificare, in modo autentico, genuino, e non meramente opportunistico, la gentilezzaMa se si parte dalla gentilezza, si può far spazio alla maggior parte delle cose che si attribuiscono all´espressione di sé (attraverso l´idea della gentilezza verso se stessi). […]1 giugnoUna delle mie emozioni più forti e più dispiegate: il disprezzo. Disprezzo per gli altri, disprezzo per me stessa.Sono impaziente (sprezzante) con la gente che non sa come proteggersi, come rivendicare le proprie ragioni.La mia mente = King Kong. Aggressiva, fa a pezzi la gente. Per la maggior parte del tempo la tengo in gabbia – e mi mangio le unghie.27 giugno, ParigiQuando i provos mettono in scena “happenings” notturni nelle strade di Amsterdam, c´è un rischio. Provocano la polizia, “dicono” qualcosa, cercano di far succedere qualcosa. (Più libertà, ecc.)Gli happenings a NY non solo sono apolitici. Non rischiano niente. Sono spiritosi esercizi di irrazionalità – del tutto prudenti.Se solo il mio romanzo potesse avere la velocità – e la portata e l´importanza – degli ultimi due film di Godard. L´ulcera del Vietnam, il rumore degli spari – 6 agosto, LondraPeter Brook: molto intenso, occhi azzurro chiaro – calvizie incipiente – porta maglioni neri a collo alto – stretta di mano calda e generosa – volto carnoso, sensualeHa studiato con Jane Harp (famosa signora della Little Review negli anni ’20) quando, alla fine della sua vita, viveva a Hampstead; un´allieva di Gurdjieff; le sue domeniche pomeriggioun uomo a caccia di idee […]Grotowski:sui trentacinque annisimile a Caligari o al mago di Mario e il magonessuno sa niente della sua vita sessualenon ha mai fatto il criticoper qualche tempo ha studiato Yoga in India in sua compagnia, nessuno parla di problemi personali9 agostoHo il Romanzo… credo! Grazie a Brook e a Grotowski, gli ultimi pezzi sono andati a posto.8 ott.Jap [Jasper Johns], a proposito delle opere di un giovane pittore che ha visto oggi pomeriggio. “I quadri sono molto belli. Ma è tutto qui.”L´autorevolezza di Jasper, la sua eleganza. Non è mai turbato, contrito, in colpa. Una sicurezza assoluta. Perciò, anche se si mette le dita nel naso o mangia in un Automat, resta elegante. […]Le uniche persone che dovrebbero interessarsi all´arte (o alle varie arti) sono quelle che la praticano – o lo hanno fatto – o aspirano a farlo. L´idea di un “pubblico” è completamente sbagliata. Il pubblico di un artista è fatto dai suoi pari.(Senza indicazione di data, fine 1966)Joe [Chaikin] mi ha chiesto stasera come mi sento quando, arrivata, per esempio, a tre quarti di quello che sto scrivendo, scopro che è mediocre, inferiore. Gli ho risposto che mi sento bene e tiro avanti fino alla fine. Mi libero di quello che è mediocre in me. (Immagine escrementizia che uso per la mia scrittura.) È lì. Voglio liberarmene. Non posso negarlo attraverso un atto della volontà. (Oppure sì?) Posso solo consentirgli di avere una voce, farlo venir fuori. E poi fare qualcos´altro.Quanto meno, so che non ci sarà bisogno di rifare quello.22 feb 1967, 3 a. m.Sto finendo la recensione di [Histoire d´] O che si è trasformata in un saggio di 35 pagine. È ok. Eppure, non credo a una parola di quello che dico.È interessante, forse valida – ma non so quanto “vera”.6 aprilegruppi di San FranciscoThe Grateful DeadNitty Gritty Dirt BandThe Great SocietyJefferson AirplaneThe Only Alternative + his OtherPossibilities The Myddle Class+The Mothers of Invention (Los Angeles?)The Byrds (Los Angeles)Country Joe + the FishThe Quicksilver Messenger ServiceBig Brother + the Holding CompanyThe TurtlesThe MiraclesThe Sparrows + the CharlatansIn California uno sconosciuto è un (potenziale) amico fino a quando non dimostra il contrario; a NY, uno sconosciuto è un nemico fino a quando non dimostra il contrario. Si consuma un sacco di energia a NY a causa di questa ipotesi. […]La vita ideale: fare solo cose indispensabili.Due modi d´essere: santo o ladro.L´immagine che ho di me stessa da quando avevo 3 o 4 anni: il genio-idiota. Permetto a uno di compensare l´altro. Sviluppo relazioni per soddisfare ora l´uno ora l´altro. […]Sartre (cf. Les Mots), l´unica altra persona che conosco che aveva la “certezza” del genio. Che ha vissuto una vita già postuma, sin dall´infanzia. (L´infanzia di un uomo famoso.) Una sorta di suicidio – , con l´”opera”di genio che sai che farai da adulto come pietra tombale. La più gloriosa pietra tombale possibile.Sartre era bruttissimo – e lo sapeva. Perciò non ha dovuto sviluppare l´”idiota” per ripagare gli altri del fatto che era “il genio”. La Natura si era occupata del problema al suo posto. Non ha dovuto inventare una causa di fallimento o di rifiuto da parte degli altri. Come ho dovuto fare io, rendendomi “stupida” nelle relazioni private. (Per “stupida” intendo anche “cieca.”) Copyright © The Estate of SusanSontag 2006. Reprinted with the permission of The Wylie Agency (UK) Ltd(traduzione di Paolo Dilonardo)
Laura Minguzzi
Questa sera siamo qui per incontrare le Vicine di casa di Mestre. Ho voluto invitarle, tutte ospiti del Circolo della Rosa, per un incontro che vorrei fosse politico, di scambio di esperienze. I fili che hanno portato qui le Vicine di casa sono tanti, ma la mia relazione con Sandra De Perini è quello portante. Devo dire che per un certo periodo mi sono sentita anch’io una sua vicina di casa, anche se non alla lettera. Ci legavano lunghe telefonate e mails soprattutto per problemi scolastici, di relazione con giovani maschi adolescenti. In particolare ci legavano, e ancora ci legano, le redazioni di Via Dogana, la domenica mattina a Milano, qui al Circolo della Rosa, gli appuntamenti con la Storia a Milano, in preparazione del convegno “Cambia il mondo, cambia la storia”, i pranzi a casa mia, le cene al Circolo della Rosa. Fa parte della pratica delle Vicine l’indicazione che, quando una ha deciso di parlare, viene sostenuta. Ho praticato anch’io in diverse occasioni il “metodo” delle Vicine di casa, se così vogliamo chiamarlo. Sandra è una buona ascoltatrice e mi ha chiesto di raccontarle la mia storia, intervistandomi in un momento particolare di cambiamento, di passaggio del mio lavoro e della mia vita, che mi aveva trovata indebolita e isolata. Per capire le ragioni della mia solitudine, l’impasse del mio desiderio, l’ascolto attento di Sandra è stato per me un punto essenziale, vitale, generatore di forza e di lucidità intellettuale.
Insieme abbiamo, in seguito, realizzato incontri e momenti di scambio politico. Per esempio ho invitato Sandra al Circolo della Rosa a presentare, con Loredana Aldegheri, “L’oro dell’impresa sociale” (edizioni Mag). In particolare, mi sono fatta mediatrice con iniziative al Circolo della Rosa che hanno consentito di sciogliere un nodo irrisolto di Sandra con alcune amiche delle Città Vicine di Catania. Si sono così aperte nuove possibilità di incontri e scambi per le Vicine di casa, per le Città Vicine a per noi. Infatti alcune di noi (oltre a me, Marirì Martinengo, Marina Santini, Luciana Tavarini, Donatella Massara, Nilde Vinci) siamo state invitate a casa di Sandra, dove da alcuni anni avvengono le “conversazioni” delle Vicine di casa, per discutere di libri, di cinema, di ricerche storiche e artistiche. Il filo che unisce me e Sandra si dipana su due versanti: il primo è l’attivo interesse per la Storia e il secondo è la cura dello spazio pubblico nel contesto in cui siamo. In questo ambito, ho conosciuto Désirée Urizio che mi ha invitata a parlare della mia ricerca sulla badessa russa Eufrosina alla biblioteca del Comune di Meldola, dove all’epoca Desirée lavorava e nella quale l’anno prima Sandra aveva tenuto un ciclo di incontri sulla storia delle donne. Désirée aveva realizzato uno spazio che andava ben oltre una semplice biblioteca.
Passo ora alle domande che voglio porre qui in contesto alle Vicine di casa. Del vostro passato mi interesserebbe capire se e come avete realizzato il passaggio tra la politica delle Vicine di casa con Luana Zanella e dopo, quando lei ha fatto la scelta istituzionale ed è stata eletta in Parlamento. Quale pensiero è scaturito da questa esperienza? C’è stata rottura o continuità? Qual è infine il contesto della vostra pratica oggi? Non vi sembra che si perda mondo, quando ci si concentra solo sulle relazioni?
Alessandra De Perini
Ringrazio Laura Minguzzi che con la sua introduzione nomina la relazione tra noi: abbiamo uno scambio sulle nostre vite, sul senso della politica che facciamo, sulle contraddizioni che viviamo a scuola e sugli ostacoli che incontriamo nell’insegnare a classi di maschi adolescenti. Ringrazio voi che siete qui e che vi disponete ad ascoltarci. Mi trovo sul luogo che ritengo il cuore del pensiero e della politica della differenza.
La nostra storia di Vicine di casa si collega a questo luogo, perché da qui sono venute parole e misure che abbiamo tradotto nel nostro contesto e che ci sono servite soprattutto all’inizio per fare politica nella nostra città. In seguito, abbiamo trovato modalità, misure, parole e forme nostre.
Intanto vi voglio presentare le vicine di casa con cui sono venuta qui a Milano. Innanzitutto Nadia Lucchesi: io e lei siamo amiche da più di quarant’anni, dai tempi del Liceo. Ormai sono vent’anni che prendiamo la parola pubblicamente nella nostra città, in occasione di iniziative, incontri, a scuola o in altri luoghi pubblici. Nadia ha scritto alcuni anni fa un libro sulla Madonna per dire che il Cristianesimo l’ha fondato lei e io l’ho incoraggiata, impegnandomi poi a presentare il suo libro a Mestre, Venezia e in altre città italiane. Daniela Bettella, che in questi anni ha sostenuto il progetto dei corsi di storia delle donne e gli incontri del giovedì nella saletta della biblioteca del Centro-Donna. Una volta andata in pensione, è diventata una bravissima acquerellista. Pensando all’incontro di oggi, Daniela ha disegnato e colorato ad acquerello la “mappa delle Vicine di casa” su un grande foglio che adesso aprirà e attaccherà su una parete del Circolo, in modo che possiate vedere la nostra rete e capire di che stoffa è fatta la città in cui abitiamo. Nella mappa ci sono le nostre case, la rete delle città che ci sono vicine, i luoghi di Mestre che abbiamo segnato con la nostra presenza e dove siamo intervenute in modo significativo; c’è anche la casa di Laura Minguzzi, c’è il Club della Rosa con due grandi rose (penso che le due rose sappiate bene chi siano). Al centro di questa mappa, più grande delle altre, si vede la casa dove abito io dagli anni Settanta, un appartamento molto luminoso, di cento metri quadri, dove da trent’anni si svolgono incontri, riunioni, conversazioni. È stato il primo luogo politico delle Vicine di casa; in seguito abbiamo utilizzato tanti altri spazi della città, però tutto è nato lì, in questa casa, e, vi assicuro, non è stato facile farlo nascere. Voglio adesso dire di Lucia Pitteri, da cui ha avuto origine il primo nucleo delle Vicine di casa, nel quartiere Carpenedo-Bissuola di Mestre, dove quasi tutte abitiamo. Lucia è una donna molto pratica, infatti quando ha deciso di creare una rete di vicine, ha fatto cento telefonate ed è riuscita a convincere molte abitanti del suo rione a mettersi in movimento; è una donna capace di tessere relazioni, gentile, ma determinata, con un fortissimo desiderio di creare luoghi dove le donne, soprattutto quelle che non hanno potuto studiare per vari motivi, economici o per storie di vita, possano accedere alla cultura che per lei è il bene più prezioso. Dal suo desiderio sono nate due realtà nella nostra città: un’associazione di educazione permanente, realizzata negli anni Ottanta da donne che, insieme a Lucia, avevano frequentato le 150 ore e provato il piacere di tornare sui banchi di scuola, perciò volevano continuare a studiare storia dell’arte, filosofia, letteratura (oggi conta 600 iscrizioni e cammina ormai con le sue gambe); e una cooperativa di infermiere professionali che si chiama “Florence Nightingale” (Lucia ne racconta la nascita in uno dei libricini prodotti anni fa dalle Vicine di casa, realizzati a nostre spese col computer, fotocopiati e distribuiti a centinaia di donne). Questa cooperativa ha avuto un inizio felice, un bel successo per Lucia che ha avuto grandi riconoscimenti, ma poi è divenuta a poco a poco per lei fonte di contrasti e di un conflitto irrisolto, una matassa da sbrogliare di cose non dette, scelte non concordate, di errori non chiariti, in cui si mescolano economia non profit ed economia di mercato, rapporto tra donne giovani e donne anziane, tra immigrate e italiane, legami lavorativi mescolati a quelli affettivi e familiari. In questa cooperativa lavora infatti una nuora di Lucia ed è con lei che c’è stato conflitto. Di questo poi, se vuole, parlerà lei stessa. Vi presento poi Marina Canal che ha ritrovato, attraverso il percorso comune di questi anni, la libertà di scrivere; Gabriella Menegaldo che, attraverso i nostri incontri, lo dice lei stessa, si accorge di saper leggere la sua esperienza in modo nuovo; Désirée Urizio che è da poco con le Vicine di casa, trasferita nella nostra città con la precisa intenzione di stare vicina ad una realtà di donne impegnate in una pratica di libere relazioni. Desirée mette in gioco per le Vicine di casa la sua competenza di bibliotecaria e archivista e realizzerà presto il nostro archivio dei documenti, foto, filmati e materiali prodotti in questi anni. Con noi è presente anche la direttrice d’orchestra, maestra di coro, Sandra Perulli che anni fa ha diretto con competenza ed enorme pazienza il coro delle Vicine di casa, in un periodo – erano gli anni Novanta – in cui volevamo renderci visibili non solo attraverso la parola, ma anche con il canto, e contemporaneamente -ero soprattutto io che spingevo in questo senso – volevamo promuovere in città la diffusione della rivista Via Dogana. Sandra Perulli con Nadia Lucchesi, nel liceo dove Nadia insegna, hanno dato vita ad un coro studentesco e adesso da alcuni anni hanno aperto un laboratorio musicale dove le studentesse e gli studenti del Liceo possono cantare, danzare, recitare e, al termine dell’anno scolastico, esibirsi con grande talento in uno spettacolo che è diventato una specie di tradizione cittadina, un appuntamento gioioso.
Alcune vicine che non sono potute venire qui oggi hanno voluto scrivere delle riflessioni che ho messo nella cartellina che consegno a Laura: c’è il testo di Vilma Falco che abita in una grande casa circondata da un bellissimo giardino, dove giocano le due nipotine e dove ogni tanto ci riuniamo; poi ci sono gli scritti di Luciana Talozzi di Chioggia e di Annalisa Busato; c’è la relazione di Piera Moretti, che si firma “Pierina”, scritta anni fa in occasione del corso di formazione “Governante per anziani” curato da Leda Cossu, una vicina di casa infermiera, intervistata anni fa per Via Dogana (l’intervista è stata pubblicata in seguito in “Duemilauna – Donne che cambiano l’Italia”). Piera parla del suo metodo di lavoro, di come lei fa concretamente le pulizie nelle case dove lavora. Mi ha detto anche di dirvi che è diventata nonna e che le piace molto continuare a seguire i figli e le figlie delle donne da cui in passato ha lavorato che ora sono diventati grandi e che lei sente un po’ come figli suoi.
Ho inserito in questa cartellina gialla anche uno scritto di Désirée, uno di Marina Canal e un testo che riposta il discorso di Daniela Bettella, quando nel 2003 abbiamo preso le distanze dalle donne dei gruppi del Centro-Donna.In questo testo Daniela spiega perché non è più possibile per noi continuare uno scambio con loro. L’ultimo testo in cartellina è di Leda Cossu che spiega che cos’è il lavoro di cura e in che modo, secondo lei, la Scuola di Infermieri professionali dell’Ospedale “San Marco” di Mestre potrebbe trasformarsi e, invece di chiudere, diventare un centro di formazione per giovani donne e uomini che vogliono acquisire a livello alto la professione.
Oltre a quelle che ho nominato, ci sono altre vicine di casa che non sono qui. Fra queste innanzitutto Luana Zanella che è stata fondamentale per la storia delle Vicine, una donna di grande valore, senza la quale non ci sarebbero state le Vicine, che ha fatto una carriera velocissima nella politica istituzionale, anche grazie alle Vicine di casa, da presidente del quartiere a presidente del Consiglio Comunale di Venezia, poi assessora alle Politiche Sociali, infine parlamentare per il gruppo dei Verdi e ora di nuovo, oltre a parlamentare, assessora alla Cultura di Venezia. Prima o poi, aspetto che lei metta in parola la sua esperienza di questi anni, ma per il momento è letteralmente travolta dagli impegni e dal lavoro. Con lei – che è così lucida e attenta a quello che accade nel mondo – continua da parte mia un desiderio di relazione e sono sicura anche da parte sua. Nel libretto pubblicato nei Quaderni di Via Dogana “l’Oro delle vicine di casa – Una pratica che rende umana la città” (febbraio 1998), Luana dice che si impegna a governare nel “vincolo delle Vicine”. Vedo un aspetto di questo vincolo che lei dice di sentire ancora molto forte, per esempio, nell’aver curato recentemente un libro sul patrimonio della cristianità serbo-ortodossa, in gran parte distrutto dalla guerra, e che lei propone di da salvare. Questa cura, questa attenzione alle risorse preziose del territorio, Luana la esercitava anche a Mestre, dieci, vent’anni fa: la piccola casa, legata alla tradizione contadina veneta, che doveva essere abbattuta per costruire sopra un condominio, lei la proteggeva, così il giardino da salvaguardare, la strada, la piazza, il parco.
Poi, tra le Vicine di casa nomino Cristina Bergamasco, Paola Nordio che adesso è diventata capo sezione dei vigili urbani di Mestre, Annalisa Paoloni che, quando lavorava al Quartiere Carpendo Bissuola, per due anni ha organizzato gli incontri sulla Storia delle donne del Novecento e, in seguito, “La cura di sé”, un ciclo di incontri sulla salute, chiamando a parlare tutte le persone che in città si occupano di alimentazione naturale, di coltivazione biologica, di benessere del corpo e cure diverse dalla alla medicina ufficiale (questi incontri si concludevano con una grande fiera di prodotti biologici allestita nel parco, frequentata da migliaia di persone). Nomino tra le Vicine di casa, anche se è uno spirito libero che non ha mai voluto vincolarsi ad un impegno politico preciso con noi, Marisa Bettini che ha realizzato la bibliotecaria del Centro – Donna, con migliaia di iscritte, e ora collabora con la Biblioteca civica; poi Michela De Grandi, levatrice e adesso infermiera, che per anni ha restituito alle giovani donne la libertà di partorire in casa, invece che in ospedale; e ancora Laura Frescura (la casetta di Laura è quella in alto a sinistra, vicino alla laguna, dove effettivamente si trova) che, insieme ad altre e altri, ha costruito una comunità di ricerca sugli effetti di riequilibrio delle acque mariane sul nostro organismo (Nadia la cita nel suo libro su Maria). Queste che ho citato sono donne preziose e consapevoli che hanno una storia da raccontare, un legame forte con la città, un’esperienza significativa da trasmettere. Per questo le loro case si trovano nella mappa delle Vicine di casa.
Tra i legami significativi delle Vicine di casa c’è quello con Annarosa Buttarelli di Mantova che dalla fine degli anni ’90, è sempre stata disponibile ad ascoltare, dare consigli e indicazioni di percorso a me e a Luana Zanella. Nella mappa c’è anche la rete delle Città Vicine nata anni fa dal desiderio di Anna Di Salvo di Catania in relazione con Vivien Briante ed altre e sostenuto da Clara Jourdan della redazione di Via Dogana e della Libreria delle donne di Milano. Di questa rete delle Città Vicine fanno parte, oltre a Catania e Milano, altre città: Catanzaro, Foggia, Bologna, Roma, Firenze, Spinea, Chioggia, Verona e Mestre.
C’è un legame particolare tra Mestre e Verona. Nella città di Verona infatti, Loredana Aldegheri, presidente della Mag Servizi (la Mag è una cooperativa a governo femminile che si occupa di economia non profit e di formazione, a cui fanno riferimento più di 200 associazioni e cooperative presenti a Verona e nel territorio veronese) mi ha chiesto anni fa di trasferire lì il sapere delle Vicine di casa. In quella città mi sono così recata per alcuni anni insieme a Daniela e Piera per condurre dei corsi rivolti alle socie di diverse cooperative che fanno capo alla Mag sulla qualità delle relazioni al lavoro. A Verona c’è anche un gruppo di donne, il cui nome è “L’oro delle vicine di casa”, che organizza iniziative pubbliche sullo sguardo delle donne nei confronti della città e ha aperto nel proprio quartiere uno spazio per le famiglie, dove le mamme e i papà o i nonni possono accompagnare i bambini piccoli per farli giocare e stare insieme.
L’anno scorso la Mag ha organizzato un convegno con le Citta Vicine, in cui si è avviato un confronto politico con la rete dei Nuovi Municipi (la trascrizione del convegno è stata pubblicata nel numero di marzo 2006 della rivista trimestrale Autogestione e politica prima con il titolo “La Città del Desiderio”). Presto usciranno gli atti del convegno delle Città Vicine organizzato a Bologna da Donatella Franchi, di cui ho curato la trascrizione e a cui le Vicine di casa hanno partecipato.
In qualche modo ho cercato di illustrare la mappa delle Vicine di casa. Adesso ne racconto brevemente la storia, cercando di sintetizzare il percorso.
Avremmo potuto essere un gruppo di donne che si occupava del quartiere, della qualità di vita del quartiere e la cosa finiva lì, ma c’era un di più, che evidentemente in tutti questi anni ha resistito, perché noi siamo altro e di più, anche se abbiamo sempre dovuto fare i conti con chi non capiva e ci scambiava per un gruppo di femministe, per esempio le donne della sinistra, nostre avversarie fin dall’inizio, giornalisti, architetti, donne o uomini dell’amministrazione che ci scambiavano per un comitato di quartiere.
Per raccontarvi l’inizio io risalirei agli anni Ottanta. Forse è successo anche a voi l’esperienza di percorsi diversi e paralleli confluiti proprio in quegli anni nella presa di coscienza della differenza fra i sessi come nuova categoria per interpretare la realtà. Quello è stato il punto di partenza anche per alcune di noi. Da qui l’apprendimento, attraverso, chiamiamoli pure così, degli “esercizi”, di una pratica di relazione fra donne, e questo “fra donne” è stato per molto tempo il contesto privilegiato della nostra azione politica e trasformazione soggettiva. Le parole chiave di questa pratica erano: desiderio, partire da sé, mettere in gioco l’esperienza soggettiva, riconoscere la disparità, il di più di libertà di un’altra donna, fare leva sull’autorità di origine femminile. La relazione era luogo di scambio e di trasformazione, spazio simbolico dove ognuna riceveva dall’altra un giudizio, una misura di realtà e dove si vivevano e si agivano anche forti conflitti che, nei primi anni si concludevano quasi sempre con abbandoni e rotture, ma in seguito, con la crescita della capacità di ascolto e di mediazione, sono divenuti occasione di riflessione e di rilancio della scommessa comune. Nel corso del tempo alcune di noi hanno scoperto che la competenza guadagnata nei gruppi di lettura e riflessione e nei rapporti fra donne poteva essere messa in gioco per una modificazione radicale dei diversi contesti in cui ci si trovava a vivere e lavorare, non solo fra donne, ma anche con gli uomini. Così altre, altri, nel momento stesso in cui abbiamo reso visibile questa ricchezza, hanno desiderato avere accesso al “sapere della differenza”. Sono nati degli scambi più complessi, si è cominciata ad articolare una rete. Ci è stata chiara molto presto la necessità di parlare in modo chiaro e diretto, legandoci al contesto per farci capire da tutti, per rendere comprensibile e desiderabile il sapere pratico delle relazioni. Mettere al posto di un linguaggio per iniziate quella che oggi viene chiamata “lingua corrente” divenne così un impegno comune.
Nei primi anni Novanta abbiamo percepito tutte chiaramente il limite della politica “fra donne”. All’inizio del percorso, ci riunivamo al Centro Donna, organizzavamo lì incontri pubblici e iniziative, senza tuttavia identificarci con l’istituzione, senza sentirci “del” Centro, come se questo fosse un luogo di appartenenza. Da lì abbiamo visto che era possibile prendere la parola pubblicamente e agire in molti altri luoghi della città e non abbiamo voluto limitare la nostra attività politica al Centro-Donna, sempre più collocato all’interno della politica delle “Pari Opportunità”. Noi volevamo “fare” differenza.
Risale ai primi anni Novanta il forte conflitto con le donne dei gruppi del Centro Donna, molte delle quali impegnate nell’amministrazione e nella politica istituzionale cittadina. Con alcune di loro, alla fine degli anni ’80 avevamo cercato di fare un “patto”, un’alleanza tra amministratrici, donne della sinistra elette al governo della città e donne comuni, vicine di casa, gruppi di donne legate alla politica della differenza. La cosa non ha funzionato, anzi ha prodotto confusione di linguaggi, ambiguità e slittamenti di significato. Noi, per esempio, dicevamo “differenza” e altre parlavano di “uguaglianza”, sostenendo che intendevano dire la stessa cosa, noi dicevamo “disparità” e altre parlavano di “parità”, noi ci sentivamo obbligate a rendere conto alle nostre simili riguardo al senso della nostra azione politica in città e c’era chi invece rendeva conto al partito o istituzione di riferimento, noi parlavamo di “pratiche” e altre, al posto delle pratiche, parlavano di cultura e di diritti. Alla fine siamo uscite dal Centro – Donna per non continuare ad essere confuse con i gruppi del Centro e con una politica in cui non ci riconoscevamo. Nei conflitti fra donne in cui scorre energia negativa, distruttività e la vera ragione del contendere rimane nascosta, si rasenta il rischio di misoginia! Mi sono trovata più volte con questo sentimento negativo addosso, una specie di odio insensato, un disprezzo, un’insofferenza che rendono i rapporti con alcune donne un gioco al ribasso e l’incontro, il contatto con loro molto sgradevole, quasi un fastidio fisico. Penso a quelle donne che sono sempre offese con la differenza, mai entusiaste, mai commosse, mai ammirate, sempre perplesse, dubbiose su ogni cosa che dici, sempre con un “ma” messo davanti; mai una volta che ti cedano il passo, in aperto antagonismo, costantemente in contrapposizione, donne che vogliono occupare tutto lo spazio, sostituirsi a te, perché dove ci sei tu, loro si sentono negate, senza la terra sotto i piedi, donne che non ti guardano negli occhi e con il loro corpo tagliano il contesto in due. Non fu più possibile ad un certo punto per noi continuare a chiarire, a spiegare, a cercare di concordare e mettere ordine. Ci siamo così spostate da un’altra parte e abbiamo preso contatti con altre realtà e contattato altre istituzioni.
Presa distanza dal Centro-Donna come istituzione che pretendeva di includere la differenza nella parità, abbiamo fatto la scommessa che non avevamo bisogno di un luogo né di un’associazione per esistere in città. Se ci siamo chiamate “associazione”, infatti, era per poter accedere ai finanziamenti del Comune, solo per questo motivo. Lucia era l’economa dell’associazione, noi le socie, Luana la presidente, ma quelle cariche non dicevano nulla dei veri rapporti tra noi. Da un certo momento in poi abbiamo fatto a meno del luogo, scoprendo che i finanziamenti si possono chiedere e ottenere comunque, l’importante è la forza di relazione e il valore che si dà al progetto, a quello che si vuole fare insieme, allora, se hai idee e vuoi realizzare delle iniziative, le possibilità in città ci sono, si trovano.
Allontanarci dal Centro Donna ci ha dato molta forza, ci ha reso improvvisamente libere da mediazioni al ribasso e da sterili conflitti, non più soggette alle alterne vicende della politica istituzionale, non più contattate unicamente durante i periodi elettorali come “movimento”. Eravamo ormai in grado di vedere i meccanismi di non libertà che ostacolavano il nostro cammino. Per esempio un grande ostacolo alla politica delle donne è l’immaginazione messa al posto della relazione, l’ideologia al posto delle parole che nascono dall’esperienza. Le donne del gruppi del Centro-Donna hanno detto più volte che il Centro stava per “morire”, che poteva incendiare da un momento all’altro, a causa dell’impianto di illuminazione e del volume degli spazi che non erano a norma. Ogni tanto saltava fuori questa storia, che doveva scoppiare un incendio al Centro Donna. Certo l’edificio non era a norma, ma l’incendio imminente era frutto di paure immaginarie, fatte circolare da quelle che alla forza dei rapporti a cui non credevano contrapponevano il mondo “esterno”.
All’inizio degli anni Novanta, mentre il mondo era sconvolto da enormi cambiamenti, guerre, la caduta del muro di Berlino che rivelava la fine dei regimi comunisti dell’Est, è avvenuto un incontro felice fra tre donne che avevano una storia politica e radici profonde negli anni Ottanta e anche prima: una sono io, che, insieme con Nadia e Daniela, avevo dato vita alla “Rete della differenza” che si riuniva al Centro Donna, un’altra è Lucia, che aveva una intensa vita di associazione e conosceva molto bene il suo quartiere, la terza è Luana Zanella, anche lei molto radicata nella città di Mestre, dove sua madre l’aveva messa al mondo, che conosceva praticamente ogni abitante del quartiere, sapeva la storia di tante persone, “teneva in mano la città”, nel senso che attraverso lei passavano tantissimi fili di relazione e tantissime potenzialità. Tutte tre vedevamo chiaramente i fatti drammatici, guerre, esodi di massa, immigrazione povera, degrado urbano, che accadevano in quegli anni in ogni parte del mondo e volevamo agire in città per un cambiamento radicale.
Da questo incontro nascono le Vicine di casa, da questo mettere insieme delle reti.
All’inizio ci siamo limitate ad una politica nel quartiere. Abbiamo partecipato per esempio a una festa del rione Pertini, vendendo la rivista Via Dogana, mettendola vicina agli oggetti della memoria “domestica”, esposti nei banchetti allestiti dalle e dagli abitanti; abbiamo organizzato una giornata di festa l’8 marzo, utilizzando la sala della Parrocchia, un ciclo di proiezioni di film sull’amicizia tra donne, degli incontri nelle case. Ben presto la stampa e la televisione hanno dato visibilità alle Vicine di casa, per esempio in occasione della lotta del rione Pertini per il mercatino. Le vicine di casa partecipavano alle assemblee pubbliche del quartiere, facevano parte della delegazione degli abitanti, prendevano la parola, protestavano, giravano per gli uffici, imparavano a leggere le carte dei tecnici e degli architetti, ponevano domande agli amministratori, aprivano contraddizioni. Ovunque si è vista la potenzialità delle Vicine, anche il parroco del quartiere ha colto la novità delle Vicine e scritto una lettera sul giornalino della parrocchia in cui, preoccupato, parla della fine del patriarcato e della nuova forza delle donne che vedeva aggirarsi per le vie del quartiere. Evidentemente avevamo toccato qualcosa di profondo. Le Vicine infatti fanno leva su qualcosa che tutti anche oggi riconoscono, donne e uomini, basta che volgano lo sguardo verso la realtà vicino a casa, verso l’economia domestica che nasce e si sviluppa intorno alla figura materna e alle relazioni femminili.
Luisa Muraro, a cui avevo dato nella primavera del ’91 il primo volantino delle Vicine di casa, ha colto subito la novità del progetto e ci ha scritto una lettera in cui ci poneva dieci domande che riguardavano i rapporti tra noi, le contraddizioni, i conflitti, la scommessa politica delle Vicine. Ci siamo riunite a casa di una vicina e abbiamo iniziato a rispondere a quelle domande, registrando la nostra conversazione. Ne è nato così un articolo per Via Dogana, il primo articolo delle Vicine di casa. La nostra era una pratica politica in grado di misurarsi, a partire dal contesto vicino a casa, con i grandi problemi del presente e di dare risposte significative al bisogno diffuso di senso e di radicamento. Da lì sono nati collegamenti, contatti, ricerche. I problemi molto grossi che in quel momento stava affrontando la nostra città erano l’inquinamento chimico causato dalle fabbriche di Porto Marghera, la fine dell’organizzazione fordista del lavoro e le nuove forme di lavoro, la presenza sulle strade di notte di giovanissime prostitute dell’Est, l’arrivo di tantissimi immigrati, molti dei quali nomadi, il degrado urbano. Nella periferia della nostra città nei primi anni Novanta erano stati allestiti due campi nomadi. La gente aveva paura, per cui si erano verificati dei conflitti nelle assemblee di quartiere, dove tanti abitanti accorrevano per gridare contro l’amministrazione che accoglieva il “popolo delle discariche”. Quello è stato un momento molto difficile. In più, un quartiere intero, quello di Via Piave, era insorto perché le prostitute dell’Est o del Sud del mondo circolavano liberamente per le strade, causando disagi alle e agli abitanti, aumento del traffico di veicoli (una vicina di casa di casa aveva fatto il conto che in un’ora erano passate sotto casa sua non so quante macchine!più di cento forse), oltre a problemi di igiene e di decoro. Di notte dentro i piccoli giardini che circondano le case di Via Piave veniva gettato di tutto: fazzoletti sporchi, preservativi, cicche, lattine, pannolini ecc. La gente era come inferocita e chi prendeva la parola cominciava sempre così: “Non sono razzista, però …”. Allora quelle di noi che si trovavano coinvolte in questo genere di problemi, hanno attivato una pratica di ascolto, senza voler avere ragione e dire l’ultima a tutti i costi, perché certi problemi, questo lo abbiamo capito bene, non sono risolvibili, o non lo sono immediatamente, ci vogliono le mediazioni giuste; però la gente si può ascoltare, si può cercare di capire e, invece di dire a quelli che protestano: “vergognatevi, siete razzisti, egoisti, incapaci di solidarietà!” o proporre loro ideali impraticabili, come facevano i partiti della sinistra o i giornali locali che scrivevano a titoli cubitali insulti e parole cariche di disprezzo nei confronti degli abitanti, noi ci siamo collocate dalla parte della comunità ospitante per cercare di capire le cose tenendo conto di questo punto di vista, ma soprattutto per portare il conflitto ad un livello più alto.
Così abbiamo iniziato un’azione che dal locale ci collegava ad un contesto più ampio, perché vedevamo che i problemi che avevamo noi li avevano anche tante altre città in quel momento in Italia e in molte parti del mondo. Iniziava la globalizzazione. Dal momento in cui abbiamo preso la parola pubblica e ci siamo poste come voce autorevole di donne che avevano a cuore la città, siamo state invitate a parlare in molti altri luoghi, nei paesi vicini a Mestre e in altre città, suscitando sempre un vivo interesse e molto riconoscimento. Non eravamo delle docenti universitarie o funzionarie della politica istituzionale che arrivavano con una relazione da esporre, ma parlavamo a partire dall’esperienza, ci ponevamo come “vicine di casa” appunto, come donne che avevano deciso di far fronte al disordine nella propria città e scommesso sulla qualità dei rapporti per restituire senso al vivere quotidiano. Da qui una rete sempre più fitta di relazioni.
Con le Vicine di casa ho potuto sperimentare l’efficacia di una lingua che nominava in termini semplici, concreti, vicini all’esperienza la realtà dei grandi problemi del mondo attuale. Quegli anni di forte esposizione pubblica sono stati molto appassionanti.
La pratica del vicinato si poneva come una politica che andava bene a uomini e donne, un nuovo modo di fare politica che ci consentiva di avvicinarci ai problemi della nostra città, di ascoltare le ragioni diverse di uomini e donne, rendendoci capaci di mediazioni, di risposte positive e concrete anche nelle situazioni più difficili.
Poi nel 1996 – ’97 c’è stato un arresto, un conflitto. Proprio nel momento in cui avevamo raggiunto il massimo di visibilità e la scommessa delle Vicine di casa andava ulteriormente radicalizzata, rilanciata, proprio allora si manifesta in alcune di noi l’esitazione alla vita pubblica, si ripresenta l’estraneità dovuta ad innumerevoli motivi (un non sentirsi all’altezza della situazione, non saper stare alla realtà delle contraddizioni in quel momento) e nascono tra noi incomprensioni profonde: da un lato ci sono quelle che mettono al centro la città con i suoi problemi, puntando sulla parola pubblica e che scommettono sulla trasmissione della pratica di relazione in ambiti sempre più vasti, attraverso iniziative e dibattiti non solo nella propria, ma anche in altre città, dove sempre più spesso sono chiamate a parlare da gruppi, realtà politiche, istituzioni, dall’altra ci sono quelle che si sentono incalzate da un troppo “fare” e sono sempre più a disagio nello spazio pubblico, mentre privilegiano lo spazio dei rapporti e misurano ogni cosa che accade con il criterio dell’autenticità dei percorsi e il grado di consapevolezza raggiunta.
Donne che erano colonne portanti del progetto cominciarono a vacillare e ad avere dubbi sulla forza e l’efficacia della politica che stavamo facendo insieme.
L’esitazione alla vita pubblica, nominata in un articolo su Via Dogana da Lia Cigarini, non è una spiegazione sufficiente, secondo me, di questo impasse in cui ci siamo trovate. Ad un certo punto la vita pubblica sembrò ad alcune slegata a tal punto dal piano dei rapporti da risultare una finzione insopportabile. Ci fu una tacita separazione. Io, Luana, Nadia e altre abbiamo continuato a portare avanti in città una visibilità pubblica della differenza e da quel conflitto andiamo avanti. Oggi ci vediamo nelle case e utilizziamo gli spazi pubblici della città, la sala del quartiere, la casa dell’Ospitalità, la biblioteca del Centro-Donna, il Centro “Maria delle Grazie”, il Liceo Giordano Bruno. Tra noi ci sono quelle che puntano solo sul piacere e il sapere dei liberi rapporti e quelle, poche, che guardano da qui anche alla vita pubblica.
Il vincolo delle Vicine sono i legami fra noi. Io sento ancora molto forte il legame con Luana Zanella, come se ci fosse una promessa, una restituzione di senso che non si è realizzata pienamente, una ricchezza di cose capite e di esperienze fatte da rielaborare e rimettere in gioco.
Per quanto riguarda i problemi che abbiamo affrontato nel nostro percorso e che ancora ci vedono impegnate, ne elencherò alcuni:
Il riconoscimento di autorità e di competenza politica da parte di uomini, istituzioni, università, scuole, giornali, quartieri, enti, realtà del mondo economico. Il problema della giusta posizione da prendere rispetto alle istituzioni: non si può chiedere all’istituzione, sia questa il Comune, il Quartiere, la Scuola, finanziamenti e riconoscimenti pubblici. Spetta all’istituzione, che è fatta di persone, nomi e cognomi, formulare una domanda, promuovere autorità sociale, riconoscere figure sociali positive, capire, attraverso uno sguardo attento, ciò che si muove e genera cambiamenti positivi nel territorio. Chi amministra e governa la città coglie l’oro delle Vicine di casa, se noi sappiamo renderlo visibile e ne abbiamo cura come di un bene prezioso che non può essere posseduto, ma, per brillare e moltiplicarsi, ha necessità di passare di mano in mano. Questa ricchezza non ce l’abbiamo solo noi Vicine di casa, ma molta altra gente che in questi anni abbiamo intervistato, uomini e donne di grande valore, capaci di dare orientamento, di trovare soluzioni pratiche ai problemi. Bisogna che l’istituzione si guardi intorno e sappia valorizzare le competenze di donne e uomini che operano in città con coraggio, intelligenza e generosità.
Il conflitto con lo schema diritti – uguaglianza – democrazia è sempre aperto. I rapporti di differenza con gli uomini: c’è tutto uno stile di relazione che bisogna apprendere ed esercitare per poter intrecciare nuove forme di relazione con gli uomini. Le relazioni di differenza sono necessarie se si vuole costruire un mondo di donne e di uomini.
Un’altra questione ancora sono i rapporti con le donne giovani, per niente facili. Anni fa abbiamo scelto di puntare sulle donne giovani, abbiamo parlato con figlie adolescenti, nipoti, nuore, studentesse, colleghe, ricercatrici universitarie, ragazze impegnate nel volontariato e cercato di trasmettere loro una modalità diversa, più libera di essere donne. Secondo noi valeva la pena lavorare sulle relazioni con le giovani donne: si trattava di un investimento sul futuro. Ci siamo chieste quale fosse il modo migliore di consegnare alle giovani l’eredità delle Vicine, il sapere guadagnato nei rapporti. A volte però è accaduto che la giovane, mossa da risentimento e antagonismo nei confronti delle madre, dell’insegnante, delle donne più anziane, si sia sottratta alla misura femminile e abbia preferito rivolgersi ad una autorità maschile. Alcune giovani hanno tradito improvvisamente la fiducia riposta in loro e, non disposte a fare la fatica di sostenere il proprio desiderio, si sono spostate su un terreno più facile, neutro, rinnegando così le proprie simili.
L’impresa simbolica delle Vicine di casa è stata, ed è ancora per molte di noi, quella dell’educazione di figli, figlie e ora anche di nipoti (alcune di noi sono ormai nonne). Il “ritorno” di questa politica c’è quando la ragazza, ormai inserita nella vita adulta, capisce di essere stata sostenuta da mani, da sguardi e parole femminili e torna a dirlo o scrive una lettera in cui riconosce l’importanza che ha avuto nella sua adolescenza la figura delle vicine riunite intorno a sua madre, oppure quando l’ ex studentessa, divenuta imprenditrice o professionista, ringrazia l’insegnante a cui deve la sua formazione e la presa di coscienza. Ci sono delle tesi di laurea dedicate alle Vicine di casa, innumerevoli lettere scritte da madri a figlie e viceversa, benedizioni di matrimoni, commemorazioni di madri, sorelle o fratelli di alcune di noi che hanno reso meno dolorosa, altamente significativa la cerimonia laica di addio o il funerale religioso.
Stefano Ciccone
La cronaca delle nostre città è di nuovo segnata dalla violenza contro le donne, l’ultimo caso a Roma. Donne picchiate e segregate dai mariti, donne violentate per strada, nelle loro case, nei locali notturni “bene”, donne provenienti da altri paesi ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, donne sottoposte a ricatti sessuali sul lavoro.
Nessuna area della nostra società è esente da questa tensione distruttiva e oppressiva. E’ possibile continuare a relegarla in cronaca nera? O non è necessario farne il centro di un’iniziativa politica e culturale? Dico politica perché credo che la violenza sulle donne sia espressione di un sistema di valori, di un modello di relazioni, di un’idea della sessualità, che deve essere posto al centro di una pratica collettiva di trasformazione. Se la politica non è solo gestione delle istituzioni ma conflitto nella società è necessario aprire nelle nostre scuole, nelle nostre città, nei luoghi collettivi di partecipazione un grande conflitto per una diversa civiltà delle relazioni tra donne e uomini. Un conflitto che come uomo sento non come una minaccia ma come un’opportunità, uno spazio per aprire anche per me occasioni di libertà. Per questo con altri uomini abbiamo lanciato un appello ad una presa di parola maschile sulla violenza contro le donne che non si fermi alla denuncia e per sabato prossimo, a Roma, proponiamo un incontro nazionale per rilanciare questa ricerca e l’iniziativa collettiva.
Al contrario la risposta emergenziale a queste violenze ha l’effetto di marginalizzare il fenomeno, di occultarne il carattere strutturale e pervasivo, di rappresentarlo come frutto di devianza, di patologie da porre sotto controllo, da reprimere. La violenza contro le donne dimostra così radici talmente profonde nella nostra cultura, nelle forme di organizzazione della nostra società, nel nostro immaginario che anche le strategie istituzionali, le nostre reazioni indignate, le nostre condanne rivelano una inconsapevole complicità con l’universo che la genera.
L’allarme porta il governo e i comuni a una rincorsa a iniziative basate sul controllo e la repressione, videocamere nelle strade, sistemi di allarme per le donne, inasprimento delle pene. Ma considerato che in Europa la violenza dei partner è la prima causa di morte e invalidità delle donne tra i 25 e i 44 anni e che più del 90% delle violenze avviene nelle nostre famiglie, è evidente come queste iniziative risultino, non solo per molti versi inutili, ma fuorvianti e anzi tese ad alimentare un clima che condivide lo stesso universo culturale in cui la violenza si genera.
Quando la cronaca scopre il velo sulla storia di una donna picchiata per anni dal marito che si sente in diritto di imporle di non avere rapporti con altre persone, di tenere gli occhi bassi al ristorante, di non leggere riviste a lui sgradite, tutti inorridiamo all’ascolto di anni di violenze e sevizie: si tratta di una gelosia patologica, è un malato o un immaturo incapace di stare in una relazione percependo il proprio limite e riconoscendo l’altra. Eppure non è così. Non è frutto di una patologia. Non è una storia estrema, isolata.
Il desiderio maschile segna quotidianamente gli spazi sociali, oggettivizza i corpi delle donne e riduce il loro diritto di cittadinanza nei luoghi pubblici. E’ un motore che muove montagne e attorno al quale ruotano miliardi di dollari l’anno. Si fa leva sul desiderio maschile per vendere auto, bibite, settimanali di politica ed economia. Per soddisfare il mercato indotto dal “desiderio” maschile nelle città dell’occidente, ogni anno migliaia di giovani donne vengono ridotte in schiavitù. Quando leggiamo della ragazza rumena portata con l’inganno in Italia, spesso da un amico di famiglia che la violenta, la costringe a prostituirsi per poi venderla, rimane in ombra il fatto che se i “gestori” sono stranieri i “consumatori” sono italiani. E italiani di tutte le classi, di tutte le età che pagano per poter fare sesso senza la “fatica” di una relazione, per sentirsi forti, per chiedere e ottenere quello che vogliono, per complicità col gruppo di amici con cui si passa insieme la serata, per un’idea di sesso che è bisognoso di uno sfogo frettoloso, in una strada di periferia.
Ma non solo la violenza contro le donne è sessuata. Anche le esplosioni di violenza che segnano la cronaca quotidiana delle nostre città parlano di uomini che uccidono per un banale diverbio, che sterminano la famiglia dopo un licenziamento o per un conflitto economico. Anche in questo caso si tratta di una violenza fatta da uomini strettamente legata al loro essere uomini. Un uomo che subisca un’offesa, perde l’onore su cui si fonda la sua virilità. Non può sopportarlo, come non può sopportare una donna che gli dica di no o che lo lasci.
Ogni storia ha una svolta quando quella donna smette di essere e di percepirsi vittima, la donna picchiata che chiede il divorzio, la ragazza rumena che denuncia il suo “protettore”. Eppure la legge, l’immagine televisiva, il senso comune continuano a vederle vittime: donne e bambini bisognosi di tutela più che portatrici di diritti. Le donne vittime e gli autori di violenza ridotti a marginalità, devianza, patologia. Resta invisibile il sottile filo che lega tutti alla comune appartenenza a un universo maschile, comune nella sua variabilità.
Che immagine del maschile emerge da queste storie? Uomini incapaci di stare in una relazione con una donna riconoscendone l’autonomia e la libertà e portati a esprimere la propria frustrazione in una violenza che paradossalmente diviene misura della propria passione o del proprio dolore.
Non basta denunciare la violenza, non basta stigmatizzarla, ridurre in una prospettiva di “civilizzazione dei costumi” quella che è invece, per me, una domanda di senso sulle relazioni tra le persone e degli uomini con se stessi. Non possiamo combattere la violenza con il richiamo a una virilità che ne è stretta complice ridefinendo un ordine che interdica il “naturale istinto predatorio maschile” o ne regoli l’espressione, ma esplorare, reinventare e rivivere questo desiderio, senza rinunciarvi. Costringere una donna ad un rapporto sessuale, comprare sesso lungo un viale di periferia, vivere la sessualità come il portato di un bisogno fisiologico “basso” e per sua natura predatoria: cosa mi dicono queste cose, oltre alla dimensione di violenza che le segna e all’inscindibile legame col potere, se non una desolante miseria? Dobbiamo riuscire a leggere questa miseria e proporre a noi e agli altri uomini un’altra vita, un’altra qualità delle relazioni e della sessualità. Per uscire dalla violenza, ma anche per noi.
Lina Sotis
Oggi alle 11 in città non ci sarà né un collezionista né un critico d’ arte: saranno tutti a Varese. Una lunga fila di amanti e conoscitori dell’ arte si è messa in macchina, stamattina, per festeggiare una donazione che abbellirà Milano e potrà essere ammirata da tutti. La presentazione avviene a Villa Panza, a Varese, perché in questo giro di capolavori è coinvolto il Fai, il fondo per l’ ambiente italiano. È una bellissima storia che ha per protagoniste due donne forti: Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, e Claudia Gianferrari, erede della storica galleria fondata dal padre Ettore nel ‘ 36 e considerata la vatessa del ‘ 900. Claudia è stata gravemente ammalata, ma ha superato con coraggio il suo male. Durante la malattia ha però pensato a dare un futuro migliore alla sua strepitosa collezione che comprende tutti i grandi artisti del ‘ 900. La collezione di Claudia andrà, anche come sua testimonianza, a Villa Necchi Campiglio, in via Mozart, che ora è senza arredi. Oggi a Varese saranno presentati collezione e progetto di due donne unite dallo stesso amore per il bello e dall’ importanza della sua protezione. Che donne!
Intervista a Dorothée Ramaut, medico del lavoro in un ipermercato di Parigi
Anna Maria Merlo – Parigi
Quando Engels ha scritto sulla situazione della classe operaia in Inghilterra, nel 1848, c’erano più domestici che lavoratori delle manifatture, ma aveva capito che la novità era qui. Così oggi, anche se i dipendenti degli ipermercati o dei call center non sono maggioranza, è in questi luoghi che si configurano le condizioni di lavoro che il nuovo capitalismo vorrebbe generalizzare. Pressione delle gerarchie, sui lavoratori precari e su se stesse, solitudine del lavoratore a causa della progressiva debolezza sindacale, paura di perdere il posto: questa situazione viene interiorizzata, si ripercuote sulla salute. Per questo lo sguardo di un medico del lavoro può oggi aiutare a capire come si configurano le nuove sofferenze sul lavoro.
Dorothée Ramaut da vent’anni è medico del lavoro in un ipermercato della periferia parigina. Ha appena pubblicato un diario della sua esperienza, Journal d’un médecin du travail. Témoignage (Le Cherche Midi, 174 pagine, 10 euro), dal giugno 2000 al marzo 2006, che sta sollevando in Francia grande interesse.
Come si è resa conto che i lavoratori, anche i quadri, vivevano la sofferenza che lei descrive?
Non me ne sono resa conto subito. L’azienda, quando qualcuno non stava bene, aveva sempre la stessa giustificazione: è un cattivo elemento. Ma quando ho avuto di fronte a me uno di questi cattivi elementi, che lavorava nel supermercato da più di 15 anni, mi sono interrogata, mi sono detta : ma qui c’è qualcosa che non va. Il problema è che i quadri sono inseriti in un sistema dove sono contemporaneamente protagonisti e vittime.
Lei sottolinea la solitudine dei lavoratori.
Non c’è più solidarietà, ma regna la paura. I sindacati sono paralizzati, perché sono costituiti da esseri umani, che vivono nella paura. Tutti sanno cosa succede quando qualcuno sta male, lo sanno i quadri dirigenti, lo sanno i clienti dell’ipermercato, che osservano la situazione, lo sanno le istanze esterne, come l’ispettorato del lavoro, i controllori della Sécurité sociale, i comitati di igiene e sicurezza. Ma nessuno dice niente. La gente accetta il sistema perché non può fare altrimenti. Nelle imprese della grande distribuzione c’è molto precariato, molto subappalto e molti sono alla ricerca di un posto. Le persone si sentono rivali tra loro, le solidarietà non funzionano più, le strategie professionali e di difesa non funzionano più. I più deboli diventano vittime, ma la mia esprienza mi ha mostrato molti casi in cui uno che si credeva forte, che era un capo, da un giorno all’altro si ritrova debole a sua volta, senza capire perché.
Le malattie che queste persone sviluppano sono soprattutto psichiche o anche fisiche?
Ci sono malattie fisiche, mal di schiena, mal di testa, ipertensioni arteriose, eczemi, psoriasi, fino all’infarto, con la morte come conclusione, ulcere, diarree. E’ difficile quantificare. Poi ci sono le malattie mentali, depressione, incubi, persone che si svalorizzano, che perdono la stima di sé, cosa che può arrivare fino al suicidio. E’ l’identità dell’individuo che viene toccata e questo lascia sempre delle tracce. Queste persone dall’identità demolita, demoliscono a loro volta quella degli altri. La sera, a casa, si sfogano sulla famiglia. C’è da chiedersi come fanno a trasmettere dei valori ai figli, quale valore del lavoro possano tramandare. Ma ogni volta che ho osservato un caso di malattia del genere, la direzione mi ha sempre risposto: non è il lavoro, è perché il dipendente ha dei problemi privati. Questa risposta evita così di fare un’analisi del lavoro. Anche stamattina, la stessa cosa: un’impiegata con problemi di salute, “è la menopausa” mi ha detto il capo. Tutto viene addebitato all’individuo, evitando così di rimettere in causa il lavoro. Mentre tutti gli studi dicono che quando il lavoro non va ci sono ripercussioni sulla vita privata, mentre il contrario non è vero, anzi. Almeno c’è il lavoro, si dice quando ci sono problemi privati. Un tempo i lavoratori erano fisicamente stanchi. Ma c’era lo spazio per recuperare. Oggi non è più possibile, quando il lavoratore è ferito nell’identità personale. Nel mio supermercato i dipendenti non vengono criticati per sbagli fatti sul lavoro, cosa che può essere compresa, ma toccati nell’identità : a chi ha più di 35 anni, chiamati “italiano”, “portoghese”, invece che per nome, “di gente come te sono piene le pattumiere”, ecc. E’ destabilizzante.
Lei scrive che i medici del lavoro hanno oggi la responsabilità di denunciare la situazione, per non farsi accusare, come è stato con l’amianto, di aver chiuso gli occhi?
E’ la stessa cosa. Noi sappiamo, ma poi non riusciamo a farci ascoltare. Mai viene chiesto il parere a un medico del lavoro nello spazio pubblico. Per questo ho scritto questo libro. Ma non pensavo che avesse un impatto del genere: la situazione è quindi più grave di quello che pensassi.
Eppure le leggi di protezione dei lavoratori esistono, come mai non funzionano?
Certo, l’arsenale giuridico esiste. Ma quando un lavoratore denuncia un caso di molestia sul lavoro, è molto difficile trovare delle testimonianze. Siamo sempre di fronte alla stessa questione: domina la paura, le solidarietà sono scomparse, conta solo la redditività, i profitti a breve. La riscossa deve partire a livello di ogni impresa, secondo me, per ritroavre il rispetto reciproco, per ristabilire il dialogo. Anche le imprese devono capire che l’essere umano deve essere rimesso al centro. Oggi in Francia si parla molto di rimettere al lavoro le persone di più di 50 anni. Ma se le trattano così, nessuno accetterà. Io sono costretta a consigliare a qualcuno che soffre di andarsene, di licenziarsi. Quando c’è stata la rivolta delle banlieues, l’anno scorso, è stato detto: è colpa del fatto che non hanno lavoro. Ma se poi, sul lavoro, c’è un’estrema violenza, come se ne esce?
Lo sciopero inglese che fece scoprire gli stranieri
Si fermarono per due anni, ma la loro lotta venne sconfitta. Erano lavoratrici asiatiche, dipendenti di un’azienda di sviluppo fotografico a nord di Londra, che per la prima volta osavano opporsi al padrone
Orsola Casagrande
Arthur Scargill, Billy Jenkins, Tyrone O’Sullivan, Anne Jones, Jayaben Desai. Sono nomi (e ce ne sono molti altri) che evocano battaglie epiche. Nomi di lavoratori e sindacalisti che in Gran Bretagna tutti conoscono. Al pari di Lady D o Al Fayet, il padrone dei magazzini Harrods. Sono nomi di minatori, di portuali, di «picchetti», di stampatori, di lavoratrici del tessile, metalmeccanici.
Le categorie sindacali britanniche, riunite nel Tuc (Trade Union Congress), non sono state sempre attente alla memoria. Ci hanno però pensato i lavoratori e le lavoratrici stesse a mantenere vivo il ricordo di lotte davvero epiche, com’è stata quella del grande sciopero dei minatori del 1984-85, o quella dei dockers di Liverpool del 1995-97, o quella dei tipografi che seguì quella dei miners nel 1986. Ci sono poi lotte meno conosciute ma altrettanto epiche che grazie ai loro protagonisti e a sezioni sindacali particolarmente attente continuano a rimanere ben stampate nella memoria.
Luglio 1976
Una di queste lotte è quella di Grunwick. Due anni di scioperi e picchetti, dal luglio 1976 all’estate del 1978, in una vertenza che per la prima volta fece emergere dal buio i lavoratori migranti. Anzi, in questo caso le lavoratrici, visto che nella fabbrica di sviluppo fotografico di Willesden (nord est di Londra) lavoravano soprattutto donne, per lo più di origini asiatiche.
L’estate del 1976 è ricordata come particolarmente calda. Grunwick aveva due stabilimenti, uno in Chapter Road e uno in Cobbold Road. Il sindacato nella fabbrica era soltanto un miraggio. I dipendenti, quasi tutte donne di origine asiatica o east africana. Le condizioni di lavoro erano terribili, soprattutto nel dipartimento ordini postali (le foto sviluppate venivano spedite via posta ad un ritmo frenetico). Le donne venivano pagate salari diversi, a seconda della loro mansione, e non solo. Le lavoratrici bianche infatti erano pagate molto di più di quelle non bianche. Lo straordinario era obbligatorio e veniva imposto senza ampi preavvisi. Lo stipendio più basso era di 28 sterline per una settimana di quaranta ore. La media nazionale era di 72 sterline la settimana. I licenziamenti erano selvaggi e il turn over annuale del 100%. Quattro giovani lavoratori avevano cominciato a discutere della necessità di far entrare il sindacato in fabbrica, specie nel dipartimento ordini postali. Come forma di protesta cominciarono a lavorare a ritmi molto lenti. La risposta dei padroni non si fece attendere: un lavoratore venne licenziato. Gli altri tre proclamarono uno sciopero spontaneo in solidarietà con il compagno. L’estate si faceva sempre più calda e non solo per la crescente temperatura.
Quando i capi dissero a Jayaben Desai che doveva fare dell’altro straordinario, la donna protestò dicendo al suo capo che gestiva l’azienda come uno zoo e non come un posto di lavoro. In una frase che diventò un po’ lo slogan della vertenza, Jayaben disse che lei in quello zoo non era una scimmietta obbediente, ma una leonessa.
Madre e figlio
La donna e il figlio Sunil si unirono alla protesta dei quattro dipendenti contro il licenziamento di qualche giorno prima. Cominciarono a presidiare i cancelli della fabbrica. Chiesero aiuto e consiglio alle unions e tornarono ai cancelli con poster scritti a mano e con una petizione con cui chiedevano il riconoscimento del sindacato. La protesta si propagò all’interno della fabbrica in un attimo e nel giro di una settimana 137 dipendenti su 480 erano in sciopero. La maggioranza donne di origini asiatiche. Molte si iscrissero al sindacato Apex. La lotta che seguì fu dura e anche violenta. Oggi, trent’anni dopo quei picchetti le cui foto fecero il giro del paese conquistando la solidarietà di tantissimi lavoratori di altre categorie, quello sciopero saranno commemorati in grande stile. Ci sarà Jayaben Desai, naturalmente, leader indiscussa e carismatica di quella vertenza. Nata a Gujarat, in India, Desai ha vissuto prima in Tanzania e poi nel 1969 è arrivata in Gran Bretagna. In una lunga video intervista questa donna minuta ma determinata ricorda le emozioni di quella lotta. “E’ stato incredibile. Avevo le lacrime agli occhi davanti a quelle donne in lotta. La polizia le caricava con i cavalli e loro rimanevano immobili davanti ai cancelli”. La vertenza fu durissima. I picchetti quotidianamente bastonati dalla polizia. “Nei giorni più tesi della lotta – ricorda Desai – c’erano anche 20mila persone al picchetto”. Un giorno, nel novembre del 1977 c’erano ottomila persone davanti ai cancelli. “Quel giorno – ricorda Desai – 243 persone furono ferite assai gravemente, 12 si ritrovarono con il naso rotto e 113 vennero arrestate”. Anche Desai, divenuta portavoce delle lavoratrici in lotta, fu arrestata (l’accusa era di aver assalito un poliziotto) ma venne rilasciata subito per insufficienza di prove.
Come spesso è accaduto nelle lotte dei lavoratori britannici, i vertici sindacali non avevano dato il loro appoggio alle donne di Grunwick. E’ accaduto lo stesso con i minatori, e anche con i portuali di Liverpool, anni dopo. Ma la lotta di Grunwick aveva anche un altro connotato. Era guidata da lavoratori migranti e donne. Le discriminazioni di cui parlavano queste lavoratrici erano sì legate al loro sesso ma anche al colore della loro pelle, come non si stancarono mai di denunciare. Le unions avevano avuto fino al ’76 una pessima nomea: raramente, infatti, avevano appoggiato scioperi dei lavoratori non bianchi contro lo sfruttamento razzista di tanti datori di lavoro. Ma quello era l’anno in cui il governo Labour (premier James Callaghan) si stava apprestando a varare una nuova legge sulle relazioni tra le razze e questo convinse le unions (molto in ritardo va detto) ad appoggiare, seppur con riluttanza, la lotta di Grunwick. Naturalmente lo fecero tentando di sminuire la valenza razziale di quella lotta. E quando il comitato per lo sciopero chiese al Tuc di boicottare alcuni servizi esterni essenziali per il funzionamento di Grunwick, questo rifiutò e per disperazione Desai e altri tre lavoratrici cominciarono uno sciopero della fame. La Apex, spinta dai vertici del Tuc arrivò perfino a sospendere le lavoratrici che si erano iscritte durante la vertenza.
Le licenziate
La lotta durò ancora diversi mesi, nonostante al padrone si fosse aggiunto anche il sindacato come nemico, e fu dichiarata conclusa il 14 luglio 1978. Fu una sconfitta: le lavoratrici licenziate non vennero reintegrate e il sindacato non fu riconosciuto dal datore di lavoro. Ironicamente i salari, durante i due anni di sciopero, aumentarono del 25%.
Trent’anni dopo quella dura vertenza suscita ancora aspre discussioni. E non potrebbe essere altrimenti. Accade lo stesso quando si parla dello sciopero dei minatori del 1984 o di quello dei portuali. Il ruolo del sindacato, dei vertici sindacali, è stato per molti lavoratori decisivo nella sconfitta di quelle lotte. La solidarietà dei lavoratori invece non mancò mai alle donne di Grunwick. Spontaneamente (il sindacato infatti non li sostenne) molti lavoratori dei servizi postali organizzarono il boicottaggio degli ordini destinati alla fabbrica. Lavoratori di altre categorie andarono a dare man forte alle donne nei picchetti davanti ai cancelli. C’erano metalmeccanici, minatori, dipendenti delle poste. Che furono arrestati, fermati, denunciati. Il governo annunciò una inchiesta pubblica sulla vertenza che ormai era diventata un caso politico. Nonostante l’inchiesta stabilisse che i lavoratori erano giustifcati nella loro azione di lotta non fece nulla per imporre, o anche solo suggerire, cambiamenti alla direzione di Grunwick. Le conseguenze furono disastrose per il Labour e per il movimento sindacale: un anno dopo la fine della vertenza alla Grunwick sarebbe salita al potere Margaret Thatcher che avrebbe dato il colpo di grazia alle già deboli e divise unions. Ovviamente la Lady di Ferro incontrò molta resistenza nella sua guerra contro i lavoratori, a partire dai minatori. Ancora oggi comunque il new Labour non ha del tutto eliminato le legge antisindacali varate dai governi Tories che l’hanno preceduto.
Per discutere di questo e ricordare la lotta di Grunwick trent’anni fa, il sindacato organizza al Tricycle Theatre domenica 17 settembre una serie di eventi. Sarà un’occasione per riascoltare non solo Jayaben Desai, ma anche Arthur Scargill, il leader dei minatori che la signora Thatcher proclamò, assieme ai suoi energici miners ‘public enemy number One’. Ci sarà anche l’allora leader del Tuc, Jack Dromey e molte delle lavoratrici protagoniste di quella lunga lotta. Ci saranno mostre e filmati dell’epoca. Il tutto in uno dei luoghi, il teatro Tricyle nel quartiere londinese di Kilburn, più interessanti e ‘militanti’ di Londra.
La regista Nina Lopez firma il video «Parliamo del potere», prodotto da Global Women’s Strike, una rete di donne che non ha abbandonato i contenuti «bolivariani» in Venezuela. Nel film, scorre la vita dei barrios. E al paese latinoamericano sono dedicate diverse iniziative a Roma
Geraldina Colotti
Roma
Una bella ragazza dai tratti caraibici canta su una musica orecchiabile un testo impegnativo: «Dalle colline di Caracas alle rive dell’Orinoco/ le donne e altri settori che guidano la rivoluzione/ discutono del potere dalla base/…». Intorno, uno spicchio di popolo festoso batte le mani e danza. Inizia così il film Parliamo del potere, della regista Nina Lopez, prodotto da Global Women’s Strike, una rete di donne che, insieme all’associazione Pay Day, sostiene la «rivoluzione bolivariana» in Venezuela. «La rivoluzione mi assomiglia», dice ridendo la ragazza, mentre la telecamera – un occhio corale e partecipe – inquadra mani e gesti dei quartieri poveri: quei barrios in cui «la gente ha costruito la città due volte: di giorno edificando le case dei ricchi, la notte quella per sé». Parlano operaie, artigiani, infermieri e medici impegnati nelle «missioni»: progetti di alfabetizzazione, sanità, microcredito, palestre di una partecipazione popolare su cui il presidente del Venezuela Hugo Chavez conta per costruire il «socialismo del XXI secolo».
Juanita Romero, fa parte del Comitato Terra di Guaicaipuro, nello Stato di Miranda, e coordina l’attività autonoma di base sulla casa. Nel film spiega gli obiettivi della Missione delle madri di quartiere: fornire sostegno economico alle donne meno favorite per il loro lavoro di cura. Juanita lavora anche con la Banca per lo sviluppo delle donne, che consente l’accesso al microcredito anche a chi non ha nulla: «la terra è di chi la abita – dicono le contadine – ma bisogna anche avere i mezzi per coltivarla». Perciò, Chavez ha recentemente accordato 50 milioni di dollari alla Banca: per aiutare «anziane, disabili, lavoratrici del sesso, giovani madri e donne in carcere a formare cooperative e a costruire un’economia solidale». L’obiettivo è quello di favorire i progetti collettivi, non le imprese individuali, perché – spiega l’attivista – «nella rivoluzione bolivariana ci sono molte cose che dobbiamo imparare e molte altre che dobbiamo disimparare. La prima di queste è l’individualismo».
Gaston Murat fa invece parte della Lega socialista e del movimento del presidente, che ha guidato la rivoluzione. È stato tra i fondatori della Forza bolivariana dei lavoratori e dell’Unione nazionale dei lavoratori (Unt), il sindacato «formato dalla base per liberarsi del vertice sindacale, corrotto e complice del colpo di stato contro Chavez del 2002», spiega nel film. Juanina e Gaston hanno presentato il film domenica scorsa a Venezia (Patronato dei Frari), nell’ambito del VI Salone dell’Editoria di pace. In quella sede, insieme a Giorgio Riva (di Pay day) e a Didi Rossi (Sciopero globale delle donne, Londra), hanno discusso con il pubblico della situazione attuale in Venezuela. Un paese che confida sulle donne: «le organizzazioni di donne hanno una maggiore chiarezza – dice Gaston Murat – con gli uomini c’è il problema del potere…». Chi volesse acquistare il video (in spagnolo, sottotitoli in italiano), può andare su http://www.allwomencount.net/Pubblications/Videos euros.htm Ingos al 3470782206. E di Venezuela si continuerà a discutere anche a Roma: fino al 15 ottobre all’Istituto Italo-latino americano (piazza Benedetto Cairoli, 3) è in corso la mostra «Venezuela: un popolo in marcia» del fotografo Gianluca Belei, promossa dal Vicepresidente del Consiglio provinciale di Roma Nando Simeone. E dall’11 al 13, appuntamento con il IV incontro di Intellettuali e artisti in difesa dell’umanità, che si terrà presso la sede Fao a Roma.
Marco Innocenti
Veronica Buckley, Cristina regina di Svezia (Mondadori, pagg. 408, € 19,00).
Nel buio inverno del Nord,l’8 dicembre 1626, nasce una bambina. È Cristina, la futura regina di Svezia. Le levatrici, in un primo tempo, la dichiarano maschio: primo segno di un’ambiguità che condizionerà tutta la sua vita e ne farà una figura originale e chiacchierata. Scoperto l’errore, il padre di Cristina, re Gustavo Adolfo il Grande, si mostra felice: “Questa bambina non sarà da meno di un maschio”.E quando il re cade in battaglia contro gli Imperiali, nel 1632, Cristina eredita a soli sei anni il trono di Svezia.
Sovrana effettiva dal 1644, a 18 anni, Cristina si rivela una giovane regina anomala: veste come un uomo, porta la spada, mangia e bestemmia come un soldato, ama i cannoni, la caccia, cavalli e i cani. Scarpe basse e abiti essenziali, rinuncia alla propria femminilità. I capelli sono biondi gli occhi azzurri ma il naso lungo arcuato, la voce aspra e il carattere sanguigno ne fanno una donna temuta più che amata. Curiosa e intelligente, prova un forte amore per l’antichità classica, coltiva le arti le scienze, attirando alla Corte svedese letterati, scienziati, pittori, filosofi, tra quali spicca Cartesio. Si rifiuta di sposarsi (“Non sono fatta per il matrimonio”), alterna amanti maschili femminili, porta il Paese in guerra, abbellisce Stoccolma, mostrando alcune delle facce di una donna che sa stupire.
Irrequieta, tormentata, sempre alla ricerca di qualcosa che non trova, nel 1654 abdica in favore del cugino Carlo Gustavo, e, abbandonando la fede luterana, si converte al cattolicesimo. A 28 anni si rimette in gioco. La regina ribelle rinuncia al trono per la libertà. È giovane ha tutto il mondo davanti sé. Vuole essere se stessa, inseguire il senso della vita, viaggiare, rinnovarsi, cercare nella religione cattolica una nuova verità. Si sbarazza della opaca Svezia e inizia una nuova vita a Roma, dove frequenta il Papa e i cardinali, e vive nuovi amori nel cuore pulsante della cultura europea.
Volubile e annoiata, tenta un improbabile rilancio politico, puntando, con l’appoggio francese, a diventare regina di Napoli: una delle terre di sole e di mare che alimentano la sua fantasia. Non ha fortuna, ma forse è questo il suo destino, una storia di promesse non mantenute e di forza frustrata dalle debolezze: l’avventura umana di una bambina non amata, di una donna irrequieta alla ricerca dell’impossibile, vissuta nell’ingombrante ombra del suo grande padre, considerata, di volta in volta, lesbica, prostituta ed ermafrodito, ma capace di infrangere ogni convenzione per affermare il diritto a seguire le proprie inclinazioni.
Personaggio di grande, imperfetta bellezza, spesso un crocevia di religione, potere, politica sesso, Cristina una donna che si impone in un mondo di uomini ma che sconta la sua ambiguità, fatta su misura per il barocco, l’irregolare perla che dà il suo nome quel periodo storico vibrante, sensuale, violento e sinistro.
Morta a Roma il 19 aprile 1689, l’esuberante stella del Nord che si era paragonata al sole, rinchiusa nell’oscurità di una bara nella basilica di San Pietro. Di lei Veronica Buckley, storica neozelandese, racconta la vita, pirotecnica, abbagliante, provocatoria.
Peppe Allegri
Il movimento studentesco e una minoranza attiva delle/i precari-e della ricerca che nel settembre/ottobre 2005 si sono opposti al ministro Moratti (nel suo processo di istituzionalizzazione del precariato della ricerca) e all’Università del 3+2 hanno provato a “nominare” l'”autoriforma dal basso”. È stato il tentativo di enunciare, dal punto di vista comunicativo, una via di fuga rispetto ad una contestazione che era stata radicale, rabbiosa, minoritaria (perché particolarmente radicata nell’occupazione di 15 facoltà de La Sapienza di Roma) e al contempo assai partecipata, con un protagonismo giovanile impensato; ma in ogni caso completamente isolata rispetto sia ai mass media mainstream, che alle forze sindacali, per tacere di quelle dell’allora opposizione parlamentare.
Di fronte all’assenza di recepimento delle istanze del movimento (il Ddl Moratti divenne legge e non ci fu nessuna messa in discussione dell’Università esistente), i soggetti che avevano dato vita alle mobilitazioni proposero l’autoriforma dal basso come proposito, dispositivo di immaginazione politica per tentare una fuoriuscita creativa dalla contestazione: un anelito alla sperimentazione di pratiche immediate di riappropriazione di tempi, spazi, saperi, rispetto al contesto universitario e alla sordità della politica istituzionale.
I/LE PRECARI-E DELLA RICERCA E DELLA DIDATTICA, TRA INDIGENZA E DISSIPAZIONE
Si può ragionevolmente sostenere che il precariato nel mondo universitario, e più in generale nel “lavoro culturale”, sia sempre esistito. Ma nell’ultimo decennio all’interno delle cittadelle universitarie si è assistito ad un incontrollato proliferare di contratti, collaborazioni, assegni, etc. per docenza e ricerca, che hanno coperto il proliferare di crediti, insegnamenti, corsi previsti dalle riforme universitarie degli anni ’90. Fino ad arrivare alla stima, per difetto, di una forza lavoro di ca. 60.000 persone, comprese nella forbice dei 25-45 anni, che sono legate all’università da contratti temporanei, prestazioni d’opera, assegni di ricerca, etc., cui si aggiunge la “zona grigia” delle/i dottorande/i di ricerca, massimamente impiegate/i nei laboratori, ovvero per fare esami, seguire tesi, tutoraggi, etc. Un gran calderone di prestazioni intellettuali confinate nell’invisibilità delle garanzie e invece in prima linea nel mandare avanti il mondo universitario.
Questa moltitudine di precari-e che subiscono l’intermittenza della retribuzione, mentre lavorano continuamente, spesso diversificando le loro prestazioni (una delle formule delle/i precari-e è: “lavoratori della conoscenza a tempo indeterminato, retribuiti occasionalmente”): alternano eccesso di lavoro di docenza, consulenza, assistenza, ricerca, etc. con momenti di non lavoro (i periodi sabbatici garantiti agli strutturati), quindi ricerca solitaria con studi collettivi, scrittura e sperimentazioni, solitudine e comunanza, etc. A dimostrazione della impossibilità di discernere, nel “lavoro culturale”, creativo, i momenti di lavoro tradizionale da quelli di non lavoro, questione che investe in pieno le trasformazioni del lavoro in epoca postfordista e che fa il paio con la “femminilizzazione del lavoro” (Borderias, etc.), con il diffondersi del lavoro di cura, la messa al lavoro delle capacità relazionali e di linguaggio, etc. E rispetto a tutto ciò sia la sinistra (moderata o radicale che sia), che i sindacati non riescono a far nulla di meglio che riproporre uno “sterile (e improbabile, antistorico) ritorno al fordismo”(1).
Questo mondo sommerso ha conosciuto un piccolo, ma considerevole, processo di autonarrazione e soggettivazione politica, uscendo dall’invisibilità in cui era confinato, prendendo la parola in prima persona, rivendicando protagonismo, garanzie e provando a sperimentare una produzione e diffusione dei saperi che valorizzasse il momento della cooperazione sociale, senza chiudersi in rivendicazioni corporative, pietistiche, nostalgiche.
Ma quella “minoranza attiva” delle/i precari-e della ricerca e didattica è fatta di una strana combinazione, scissa tra una indigenza economica che costringe a sommare una serie indefinita di lavori, consulenze, collaborazioni e al contempo il perdersi in un eccesso di relazioni sociali, nel vivere la vita come “evento permanente” e come frammento di una trasformazione sociale condivisa con il resto della generazione precaria. Un contraddittorio alternarsi di vita messa al lavoro e di febbrile ricerca di spazio-tempo liberato: “lavorare con la lentezza” della passione e al contempo con l’urgenza dell’insofferenza, sottrarre “tempo perso” al lavoro per la condivisione e comunanza; sofferta concretezza e lud(dist)ica dissipazione, in una febbrile ricerca di combinare “felicità privata con felicità pubblica”, invece di alternarla (per dirla con A. O. Hirschman). Anche per questo la “minoranza attiva” delle/i precari-e della ricerca ha incontrato immediatamente il movimento studentesco dello scorso autunno: c’era una condivisa urgenza di mettere a tema una radicale trasformazione del sistema di produzione e trasmissione dei saperi (università, ricerca, formazione, etc.), insieme con la necessità di rivendicare un nuovo welfare, all’altezza delle trasformazioni sociali avvenute nell’ultimo ventennio. In anticipo rispetto alla primavera francese anti-cpe l’isolato movimento studentesco dell’autunno italiano aveva coniugato i “diritti al futuro” della generazione precaria, provando a parlare di una sensazione di insicurezza ormai intergenerazionale.
Per converso una parte ampia del precariato della ricerca e docenza si trova stretto dentro l’urgenza di entrare comunque nell’Accademia esistente, come è normale che sia nelle situazioni di totale crisi e chiusura di sistemi per definizione già autoreferenziali.
MISERIE DEL PRESENTE, RICCHEZZE DEL POSSIBILE: DALL’UNIVERSITÀ DI OGGI AGLI SPAZI PUBBLICI NON STATALI?
a) Quale Università, “al giorno d’oggi”…
Per molte/i tra la generazione dei neo-strutturati e quella del precariato di ricerca e docenza restare e/o tornare all’Università è come provare a dare forma ad una passione di ricerca, didattica, scambio e confronto con le nuove generazioni, piacere di vivere le trasformazioni, etc.: una sorta di “desiderio sociale”, di continuare a mettersi in gioco con quell’età in cui tutto sembra ancora possibile. E questa aspirazione è spesso vissuta “a discapito della logica”, provando a gettare lo sguardo al di là dell’Università esistente. Eppure percependo che l’attuale università in trasformazione (dagli anni ’90 in poi) potrebbe divenire un’impensabile spazio di immediata azione politico-culturale: come se si potesse desumere dall’avvento della crisi/riforma/trasformazione lo spazio e l’occasione per pratiche innovative. Con la consapevolezza insomma che non ci sia un’età dell’oro da rimpiangere della recente storia universitaria italiana (che per lo meno noi non abbiamo sperimentato): non c’è nostalgia, né massimalismi ottusi e conservatori, ma solo la volontà di essere in modo intelligente più o meno dentro uno spazio di formazione e incontro tra generazioni, come può essere ancora l’Università.
Andando per approssimazione e cenni, “al giorno d’oggi” l’Università sembra in una crisi strutturale che investe la sua organizzazione: tra persistenza di baronie pre-moderne, introduzione di una progettite neo-burocratica (ne ha parlato già Adele Longo nella sua relazione) e aspirazione ad una governance post-moderna.
Il tutto ossessionato da una deriva produttivistica, asservita all’economicismo dei crediti formativi, della frammentazione e diversificazione dell’offerta formativa e quindi della parcellizzazione dei corsi, degli insegnamenti, dei master, seminari, etc., con effetti a cascata sulla previsione di contratti di docenza-ricerca-assistenza senza alcuna garanzia e soprattutto sui tempi di studio/apprendimento di studenti/esse, quindi sugli spazi delle cittadelle universitarie, che vedono alternarsi di tre mesi in tre mesi il desolante deserto e l’eccesso di densità studentesca.
b) dimenticando il contesto politico-economico?
Per converso l’attuale quadro politico-istituzionale sembra solo in parte voler invertire la rotta rispetto all’ultimo lustro. E allora, senza entrare nel merito di una legge finanziaria disastrosa per università&ricerca, vi è un ministero che prova assai timidamente a rimettere in discussione il 3+2 (attraverso la probabile (?) previsione di una commissione di valutazione dei suoi effetti), l’accorpamento dei crediti e degli insegnamenti, la razionalizzazione della governance, la convocazione degli Stati generali dell’Università, con ciò appropriandosi in parte del linguaggio dei movimenti di opposizione presenti nelle scuole e nelle università negli ultimi anni (“mai più riforme dall’alto”, “i riformatori siete voi”, “disarmo normativo”, etc.).
c) noi “qui e ora”: per uno spazio pubblico non statale…
Proprio questo contesto in transizione potrebbe dare l’occasione di realizzare ora il “nostro nuovo governo” (cogliendo l’evocazione fattane da Cristina Mecenaro nella sua relazione).
Provare a puntare sulla “vita universitaria” e non sulla università intesa come istituzione: investire nei percorsi di autoformazione tra più o meno giovani e più o meno intermittenti lavoratori/lavoratrici della conoscenza e studenti/esse. Una nuova relazione formativa che tenga conto della “qualità sociale” dei saperi, che colga il vincolo dei “progetti” come occasione di messa in comune del lavoro, di inclusione di soggetti altri rispetto a quelli tradizionalmente interni all’Accademia, di apertura pluralistica, di presa di parola pubblica, critica e collettiva, che parli il linguaggio della condivisione, piuttosto che quello della separazione e dei tecnicismi, che sia sempre eccedente rispetto allo status quo culturale, politico, sociale.
Sperimentare lo spazio universitario, non più come cittadella arroccata, ma come reale spazio aperto alle innovazioni sociali. Giocarsi la possibilità che la metropoli, la città, il territorio invada l’università e scombini le istituzioni, tanto quanto i saperi codificati. Contribuire alla creazione di nuovi spazi pubblici non statali, insieme con i soggetti sociali portatori di domande irriducibili sia alla politica esistente, quanto al contesto economico dominante. E in questo aprirsi e lasciarsi attraversare dal territorio si dovrebbe far tesoro dell’incontro con le pratiche delle forme dell’autorganizzazione sociale: dall’associazionismo diffuso, ai centri sociali, dalle strutture di intermediazione culturale, ai collettivi che lavorano sull’ambiente, le nuove tecnologie, la formazione diffusa, etc.
Inventarsi nuove pratiche di cooperazione, solidarietà e comunanza con i soggetti portatori di richieste sociali (nuovo welfare, produzione e fruizione culturale, servizi pubblici, questione abitativa, formazione diffusa, immigrazione, etc…..), lavorando anche sulla possibilità di ottenere un’autonoma produzione e redistribuzione di reddito, diretto e indiretto. Provare a inserire la radicale trasformazione dell’università nel contesto di un ripensamento dell’intero sistema sociale, auspicando che l’università in mutamento sia una delle occasioni dalle quali partire per rendere possibile questo cambiamento.
DOMANDE INTERROTTE
In conclusione vale la pena nominare la possibilità di questo incontro.
Come fare della internità/esternità all’università esistente un’occasione sperimentabile per creare spazi pubblici non statali? Ci sono pratiche di relazioni possibili tra le minoranze attive dei movimenti studenteschi, delle/i precari-e della ricerca con la politica delle donne e dell’autoriforma della scuola e università, così come è stata sperimentata nello scorso decennio? Può essere questa un’occasione di crescita reciproca nella differenza e tra le differenze? Ciò permetterebbe ai movimenti studenteschi e delle/i precari-e di evitare un ripiegamento nelle forme usurate della politica, che dalla contestazione portano ad invischiarsi con il lato più oscuro della rappresentanza dei partiti, piuttosto che nella sterile dialettica sindacale? Che sia un momento di rilancio anche per quegli esperimenti di autoriforma nell’università di inizi anni ’90?
Non sappiamo se questo incontro sia realmente “nei tempi” delle nostre esperienze: andrebbe forse sperimentato un momento dell’intempestivo e dell’inattuale. Ma al contempo c’è la difficoltà di pensarsi come singolarità che possano praticare una comunanza nella differenza: c’è insomma anche l’irruenza immatura e a tratti effimera dei movimenti interni ed esterni all’università, a fronte di una consolidata tradizione di pratica politica dei movimenti femministi e dell’autoriforma. Può esserci una reciproca diffidenza. Siamo all’altezza di inventare un incontro generazionale che, partendo dalle pratiche di narrazione e di soggettivazione, trasformi l’università in uno dei possibili spazi pubblici non statali? Dagli “sguardi e movimenti di donne sul lavoro che cambia” e dalle narrazioni di molti gruppi di giovani donne, così dalla nuova “narrativa precaria” (Michela Murgia, Francesco Dezio, Giorgio Falco, etc.) (2) è possibile realizzare “l’intreccio tra creazione di un linguaggio e costruzione di una consapevolezza di soggettività”(3), che permetta di “trovare nella condizione di lavoro postfordista, gli elementi di liberazione o almeno di autotutela”? (4) Di nuovo: si può sperare che questo spazio di narrazione/soggettivazione possa attraversare l’università, trasformando quel luogo e i dispositivi che produce? Pensiamo valga la pena giocare la scommessa di questa creazione?
Dipende dalla nostra capacità inventiva ed immaginativa, ma anche dalla nostra debolezza, di movimenti che tentano di cambiare radicalmente l’esistente, in un epoca di massimalismi ottusi, insofferenti risentimenti, assenza di radicali riformismi ed evanescenza delle forze sindacali e di sinistra. Ma dipende soprattutto dalla nostra capacità di conoscerci nello scambio reciproco, ricombinando le nostre identità predefinite e senza presumere un’unica strategia risolutiva: provando a pensare che probabilmente non abbiamo nulla da perdere, ma solo da guadagnare, nello sperimentare un’alleanza inedita tra diverse/i che si attivano per una radicale e condivisa trasformazione dell’esistente.
Note:
(1) S. Bologna in Tre donne e due uomini che parlano del lavoro che cambia, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle Donne, Milano, 2006, pp. 43-44.
(2) Nel corso di Incontrotempo3 – festa delle precarie e dei precari, svoltosi a Roma presso il Laboratorio Occupato e Autogestito Acrobax, si è tenuto un primo incontro dal titolo LAP – Letteratura a progetto. Come si scrive precarietà?, in cui un nutrito gruppo di “giovani narratori/narratrici della precarietà” hanno avviato una discussione, che si protrarrà nel tempo, con precari-e della ricerca, del lavoro culturale e più in generale del precariato sociale diffuso. Cfr. www.acrobax.org,
(3) Così A. Nannicini, in due recenti lavori contenuti in Tre donne e due uomini che parlano del lavoro che cambia, cit. e nel volume a cura di T. Bertilotti, C. Galasso, A. Gissi, F. Lagorio, Altri femminismi, manifestolibri/Società italiane delle storiche, Roma, 2006.
(4) S. Bologna articola lungamente questa analisi in Tre donne e due uomini che parlano del lavoro che cambia, cit.
Adele Longo
“La gioia è un bisogno essenziale dell’anima. La mancanza di gioia ,che si tratti di sventura o semplicemente di noia, è uno stato di malattia nel quale l’intelligenza, il coraggio e la generosità si spengono, è un’asfissia. Il pensiero umano si nutre di gioia.”
S.Weil
“Non creare è morire e, prima irirrimediabilmente invecchiare”
Anna Maria Ortese
In nessun luogo come nella scuola c’è una discrepanza tra parole e fatti. Se da una parte i vari governi e ministri della Pubblica Istruzione degli ultimi 10 anni hanno affermato l’importanza della scuola pubblica nel processo di crescita personale e di creazione di civiltà ben poco è stato fatto per dare sostanza a queste affermazioni che sono spesso rimaste vuote dichiarazioni di principio, completamente disattese. Basti pensare al taglio sugli investimenti sia sui docenti sia sulle strutture (pensiamo alla fatiscenza di tanti edifici scolastici, la carenza di attrezzature) e al processo di privatizzazione favorito dai finanziamenti alla scuola privata. Nella scuola l’insoddisfazione e il malessere da parte degli insegnanti (e non solo) nascono dal fatto che proprio i soggetti che quotidianamente vivono e lavorano nella scuola non vengono ascoltati, quello che c’è non viene visto, si parla solo delle mancanze, di quello che la scuola dovrebbe fare. Docenti che negli anni hanno con passione e impegno reinventato il loro modo di insegnare operando importanti trasformazioni, restano “invisibili” allo sguardo di un riformismo neutro, basato su una logica di mercato, utilitarista, economico-aziendale, su un sapere standardizzato, fatto di contenuti facilmente misurabili in modo oggettivo. Noi docenti in questo modo ci vediamo privati di un senso, di una dimensione pubblica e quindi politica delle tante positive esperienze di lavoro. La fiducia nei rapporti è stata sostituita da un eccesso di burocrazia, una forma di controllo che mortifica entusiasmo e creatività.
In questi anni il movimento di autoriforma ha permesso attraverso lo scambio, il racconto, l’elaborazione di tante esperienze diverse, la restituzione politica del valore delle pratiche scolastiche fatte di attenzione alle persone, di creazioni di relazioni. Sono stati anni non solo di resistenza alla scuola delle griglie, del preconfezionato, della “norma” ma i nostri incontri ci hanno permesso di dare esistenza simbolica al bisogno di creatività e condivisione che il nostro lavoro richiede, per arrivare al cuore dei ragazzi, per portarli a desiderare di imparare, per comunicare l’interesse per lo studio in quanto scoperta di sé e creazione di mondo.
Va affrontata anche la questione del denaro, infatti neanche dal punto di vista salariale la valorizzazione del lavoro dell’insegnante sta andando nella giusta direzione. C’è stata e c’è una politica della scuola che, invece di esigere uno stipendio adeguato per tutti, ha voluto introdurre incentivi economici per figure di sistema per es. le funzioni strumentali, creando inutili e pericolose gerarchie, o per progetti extracurricolari pagati come ore eccedenti. Oltre a mettere in luce il disvalore di fondo legato al pregiudizio che gli insegnanti lavorano poco, questa politica di aumenti salariali legata alla quantità, alla frammentazione del lavoro, ha spostato l’attenzione da quella che è la progettualità complessiva della scuola che non è e non può essere quantificabile in termine di ore. Una progettualità determinata dall’incontro di più soggetti che si trovano ad affrontare tutta la complessità che una relazione comporta, la cura, l’ascolto, gli imprevisti, le difficoltà, le pause, necessita di una flessibilità che nasce da bisogni reali di persone reali, di occasioni di riflessione colte al volo, man mano che esse si presentano, non può certo basarsi su progetti e progettini stabiliti all’inizio dell’anno scolastico. Legare il denaro alla quantità ha ingenerato confusione anche rispetto al senso più profondo e autentico del nostro lavoro. Capita che il valore di un insegnante venga valutato in base a quanti progetti fa, il che ha generato una sorta di corsa la progetto, la cosiddetta “progettite” .Nel migliore dei casi i progetti sono preparati dagli insegnanti all’inizio dell’anno ma nel peggiore dei casi arrivano preconfezionati dal ministero o altri gruppi esterni alla scuola, contenitori da riempire e dispensatori di crediti formativi per gli studenti. Oggi ciò che spinge a fare un progetto è più il guadagno materiale che non quello simbolico di una progettualità a più ampio respiro, in alcuni casi si arriva persino a contendersi i ragazzi che spesso partecipano per ottenere il punto di credito, per compiacere un insegnante e non per un loro desiderio o curiosità.
Se ripenso agli anni 90, ad un punto di svolta nella mia carriera di insegnante, mi domando che cosa spingeva noi colleghe del corso D a incontrarci il pomeriggio a scuola e anche a casa. Sentivamo la necessità di vederci con calma e, sorseggiando una tazza di tè, mettevamo in gioco il nostro desiderio di creare contesti di fiducia e di creatività, spazi vitali in cui stare con libertà e gioia e godere della relazione di scambio tra di noi. Avevamo un’idea molto ampia della scuola, una progettualità che riguardava il senso globale del nostro lavoro più che delle singole discipline, discutevamo di come incoraggiare i ragazzi a pensare a partire da sé e soprattutto a far circolare il loro pensiero, volevamo stimolarli, partendo da noi, ad essere autentici, a non parlare per compiacerci ma ad usare la lingua per esprimere parole di verità aderenti all’esperienza. In questo modo a scuola creavamo un mondo, la scuola era il mondo, lì dove si viveva, nella contingenza del momento. Queste esperienze per me sono state fondamentali, hanno cambiato radicalmente il mio modo di fare scuola, portare me stessa, le mie esperienze politiche e non solo le mie competenze disciplinari e didattiche, mi fa ancora oggi credere nelle grandi potenzialità che la scuola ha e mi spinge a stare qui oggi a discuterne con voi.
Oggi c’è la necessità di creare ponti tra il dentro e fuori la scuola. Il circolo “La Merlettaia” di Foggia di cui faccio parte è un luogo di mediazione con il fuori, esso è uno dei luoghi pubblici dove ancora si parla di scuola. Il circolo è luogo di riferimento per insegnanti ed anche per studenti e studentesse che abbiamo coinvolto in varie iniziative per es. “Pace in corso”, contro la guerra in Iraq, e ultimamente “Foggia scuola creativa”, una giornata di mobilitazione contro la riforma Moratti. Con questa giornata volevamo portare in piazza, rendere pubblico il dissenso, il disagio, e il senso angusto, quasi claustrofobico della riforma così come emergeva nelle discussione tra noi del Circolo ed alcuni insegnanti dell’università di Foggia, nonché alunni e genitori. Siamo riusciti a coinvolgere anche il comune che ci ha permesso di utilizzare un’area della città dove per tutto il giorno si sono tenuti spettacoli, concerti, sono stati appesi striscioni che avevamo preparato con gli studenti, era un modo di riprenderci la parola e dimostrare quanto ancora la scuola può essere creativa, vitale e pubblica.
E ancora un lavoro sulla memoria cittadina per ricostruire figure di libertà come Liliana Rossi , Luigi Pinto.
La scuola sta diventando sempre più chiusa, più arida, soffocata da regole, produttività e burocrazia.
Nella mia scuola il bisogno di ordine e di controllo fa sì che tutto ciò che è pubblico si chiuda: i cancelli vengono chiusi alle 8.30, la scuola apre solo due volte il pomeriggio cosicché un’iniziativa interessante come il coro della scuola dopo poche lezioni non si fa più, il maestro proprio non può in quei due giorni, la biblioteca è sempre chiusa perché la bibliotecaria è assente da almeno due anni per gravi motivi di salute e per timore di furti tutti i libri sono stati messi sotto chiave in armadi con griglie e lucchetti, la palestra chiude perché gli alunni corrono e si fanno male, anche i bagni si aprono ad orari precisi e bisogna esplicitare l’urgenza per farli aprire, le visite guidate, i viaggi d’istruzione sono quasi sparite per paura di tutte le responsabilità di cui il preside ci fa prendere visione e ci mette in guardia.
Ricreare l’identità della scuola come luogo di incontro di diversità, di apertura a ciò che si gioca nel mondo, nella città e che trovi corrispondenza dentro i giovani vuol dire ripensare lo spazio pubblico, risvegliare la passione politica, ribadire la funzione formativa che la scuola sta perdendo sempre di più da quando si è fatto dell’utile, delle cose che servono il parametro con cui dare senso al proprio studio, al proprio lavoro. Se l’utile potesse essere veramente motivante all’apprendimento io che insegno inglese, dovrei avere tutti alunni motivati e attenti perché l’idea comune circolante è che l’inglese sia l’unica materia veramente “utile” che si studia a scuola. Questa è la prima risposta che gli studenti danno quando chiedo loro perché studiano l’inglese, che cosa gli piace dell’inglese, e lo dicono soprattutto i genitori mortificati quando i figli non hanno grandi risultati “Prof.ssa io glielo dico sempre di studiare l’inglese, se no come faranno domani?”. Non funziona quando l’utile non risponde ad una necessità interiore, rimanda ad un’idea di futuro lontano e che spesso fa paura perché oggi è più che mai vago e incerto. Miguel Benasayag e Gerard Schmidt due psichiatri che operano nell’ambito dell’infanzia e dell’adolescenza nel libro “L’epoca delle passioni tristi” spiegano l’assoluta necessità di uscire fuori dalla logica utilitaristica e del perché occorre riscoprire la gioia del fare disinteressato:
“L’utilità dell’inutile è l’utilità della vita, della creazione, dell’amore, del desiderio…L’inutile produce ciò che ci è più utile, che si crea senza scorciatoie, senza guadagnare tempo, al di là del miraggio creato dalla società” (Feltrinelli p.64)
E allora che faccio? mi industrio per fare sentire loro il desiderio di avventurarsi in una lingua straniera, non tanto per un domani, ma per la passione di oggi, per es. per capire i testi delle loro canzoni preferite, per fare amicizia con la ragazzina o il ragazzino che non sa parlare l’italiano, per far scoprire il piacere, il gusto di un testo in lingua originale. Così facendo mi sembra di dare senso alle loro passioni facendogliele agire e magari capita che si sentano più motivati anche allo studio sistematico e rigoroso. Mi dispiace sentire quei colleghi, che poi spesso sono anche genitori, quando affermano con scetticismo e rassegnazione che questa generazione non ha bisogno di noi, sanno tutto, sono autonomi, sembra che i giovani vivano in un’altra impenetrabile galassia fatta di Internet e televisione. Mi chiedo come è possibile affidare a Internet , ai blog o alla televisione la possibilità di orientare le loro scelte? E inoltre non lo dicevano anche i nostri insegnanti tanti anni fa di noi? Eppure l’esperienza e la letteratura ci insegnano che non sono tanto le materie ad essere ricordate ma chi le insegna, quante volte è capitato che un ex studente ci fermasse, ci venisse a trovare per esprimerci riconoscenza, per ringraziarci proprio di quella passione per la scuola che in qualche modo li ha toccati.
Quest’anno ho pensato alla riapertura della scuola sia con l’emozione che provo ogni anno di fronte all’inizio di una nuova avventura e allo stesso tempo con apprensione, colleghe preziose con cui ho lavorato per anni sono andate in pensione, mi sento un po’ orfana, un po’ spaesata ma non depressa o demotivata, mi guardo intorno e cerco nuove situazioni, colleghe nuove con cui poter avviare uno scambio, parlarsi giorno dopo giorno, mi piacerebbe ritrovare un tempo disteso per ascoltare e capire (a me sembra che non ascolto mai abbastanza), poter condividere non tanto le valutazioni e i programmi ma piuttosto le esperienze, i dubbi e le incertezze, e, nonostante tutto quella scintilla d’amore che dà la forza per continuare a cercare ancora altre strade, altre vie.
Cristina Mecenero
1. Punto e a capo
Sono dell’idea che il titolo del convegno sia molto sollecitante: quando è troppo, è troppo. Io voglio fare diventare questo troppo che ha invaso e inquinato la scuola – un troppo di leggi, norme, emozioni e sentimenti difficili e precari – un punto e a capo, quindi ridurlo, prima di tutto dentro di me, fare qualcosa per collaborare a che diventi meno troppo anche al di fuori di me, e andare a capo in due sensi: a capo della sua origine e del suo provocare quelli che chiamo incantesimi dannati o incantesimi con maleficio e a capo nel senso di aprire un altro periodo. Un periodo di nuovo governo della scuola. Qui intendo di nostro nuovo governo, sperando che ci si ritrovi a parlare anche di un nuovo governo scolastico pensato a livello istituzionale. E metterci in questo nuovo periodo pensiero e azione. E un po’ di magia e di sinergia creativa.
2. Meteoriti e osservazioni della volta celeste
Parto con un esempio che riguarda il troppo delle leggi e le ripercussioni che ne derivano nel desiderio di partecipazione e azione a scuola. Negli ultimi anni siamo state e stati chiamati a prepararci e poi a tradurre in pratica i cambiamenti organizzativi che continuamente dall’alto ci richiedevano e che corrispondevano a diverse concezioni della scuola e del fare scuola. Per un po’ io ho risposto interiormente avendo come prima disposizione quella di prendere sul serio le proposte, dedicando tempo a leggerle, per esempio i nuovi programmi dell’85, la riforma Berlinguer e la legge sull’autonomia scolastica del 1997, le indicazioni nazionali del 2002, e ricordo precisamente corsi di aggiornamento e riunioni – molte più di una – ovvero ore e ore di gruppi di studio nella scuola in cui sono stata per vent’anni, in cui con le mie colleghe si leggeva, si parlava, si riadattavano o modificavano tout court le frasi che avevamo usato fino a quel punto nei nostri piani di lavoro. Se anche accadeva che poche erano quelle che si preparavano a casa, e io ero sempre tra quelle, che si leggevano i materiali di compito, tutte si stava lì intorno a quell’oggetto, il cambiamento, per un certo tempo e con una certa spesa di energia. Per me non finiva lì. Legge della sicurezza (del 1994 ma introdotta nella scuola da Berlinguer nel 1998), legge della privacy (1996), concorsone (1999), funzioni obiettivo (1999) poi diventate funzioni strumentali (nel 2002), tutor, portfolio, i test Invalsi avviati in via sperimentale nel 2002 e istituiti con decreto legislativo nel 2004, sono tutte questioni che ho valutato anche insieme ad altre/i, negli incontri pubblici, politici e a volte erano valutazioni che ci trovavamo tutti d’accordo, o quasi, a considerare assurde pensate come quella del concorsone. Tonnellate di energia pura di pensiero e di vita emozionale imbrigliate in questioni organizzative, meritocratiche, gerarchiche, di pseudo scientismo didattico, di politically correct. Una vera emorragia a cui tornerò nella seconda parte del mio intervento.
A un certo punto è arrivato il quando è troppo è troppo…. E io ho iniziato a fare resistenza, a non essere più precipitosamente scrupolosa, a fare mosse in modo da mettermi al riparo, cioè in modo di far passare del tempo. Sì, a un certo punto avevo capito che era buono che io facessi così: prendessi tempo per vedere di che cosa si trattava in realtà… una meteora? Sembrano stelle cadenti, sembrano vere questioni che ci stravolgeranno la vita lavorativa e invece sono pezzi di roccia che bucano l’atmosfera e si disintegrano in un puf qualunque?…. è chiaro che in questa immagine non so dove mettere, io, la bellezza dell’effetto, quello appunto per cui si parla di stelle… forse lo sa chi si è sentito attratto da quei presupposti cambiamenti, chi ci ha creduto e ci crede ancora….
Per esempio circa il portfolio, sono stata tentata di mettermi nella commissione che avrebbe dovuto elaborarne uno, ma poi mi sono tolta. Non ho voluto occuparmi dell’ipotesi del portfolio per due motivi:
1) io non condividevo l’idea di base di certificare in quel modo il percorso delle bambine e dei bambini e come era stata pensato in pratica fino a quel punto era per me orribile (esempi di portfolio includevano domande tipo: Guarda giornali o libri che circolano per casa e sono dei grandi?);
2) ero arrivata a questa nuova consapevolezza: chi l’ha detto che il portfolio si realizzerà veramente? Chi l’ha detto che devo con il mio zelo far andare le cose in tempi efficienti? Anche se fosse solo per agire nel senso del male minore – e quindi elaborare un portfolio meno aggressivo, meno invadente, meno legato alla valutazione per obiettivi – io parteciperei comunque a reificarlo un po’ di più. Quando ancora viene detto che è sperimentale, quando ancora viene spiegato che bisogna lavorarci a quest’idea e quest’idea è contenuta neanche in una legge, ma in un’indicazione per una futura disposizione di legge, e quando soprattutto io intuisco che ci immette su una strada sbagliata. E ho preso consapevolmente distanza, togliendomi e rimanendo a guardare quel che succedeva. Nel fare questo ho dovuto fare i conti con un alcuni ostacoli interiori: soprassedere sull’ansia che provavo perché, lasciando fare alle colleghe, che un po’ ci credevano, avrebbe potuto derivarne un portfolio dei più tremendi, e infatti le ho trovate un giorno a confabulare intorno a portfogli scaricati da internet e ho pensato che si sarebbe messa male, ma nell’eventualità che ne fosse derivato qualcosa di raccapricciante allora avrei cercato una soluzione, solo allora, anche se tutta la scuola avesse votato a favore di quella proposta…. E come è andata a finire? che quel loro lavorio – delle due colleghe della mini commissione – non è approdato a nulla, perché nel frattempo erano partite alcune denunce e interrogazioni su quanto il portfolio entrasse in conflitto con la legge della privacy per l’illegittimità di alcune richieste di informazioni alle famiglie. E quando le colleghe, tutte quante, hanno capito che si trattava di una presunta innovazione che avrebbe comportato una maggiorazione del lavoro di documentazione formale, c’è stato uno sgonfiamento, un accantonamento dell’idea. Un altro ostacolo interiore è stato lo sbandamento che mi derivava dal sottrarmi all’azione: ho sentito che è sottile il confine tra sottrarsi per non reificare le cose e il lasciare andare, la deresponsabilizzazione, e ho avuto timore di diventare un’altra. Su questo crinale, in molte si sono trovate. Scivolare nell’indifferenza o rimanere in attesa, chiedendosi quando osare un’azione, quando stare ferme, risparmiando energia ma senza tenere la testa sotto la sabbia… Difficile.
Ed essere in anticipo sui tempi, come ci faceva trovare il mio ex direttore con la sua solerzia, non portava però a farci trovare pronte al cambiamento, e ad averne un guadagno, perché spesso accadeva di passare ad altro – altre contingenze, altre disposizioni – senza che tutto il movimento di discussione e elaborazione intorno all’oggetto precedente fosse nella realtà utilizzato e spesso anche noi, molte di noi…vogliamo fare le brave scolare, che eseguono la consegna senza alcuna presa di distanza dalla cosa. E il nostro atteggiamento nei confronti delle disposizioni di leggi scolastiche è pervaso dalla credulità, che quella cosa andrà fatta, che quella cosa sia sufficientemente buona se è stata pensata o dal dare per scontato che per via della nostra posizione, esecutrici del rapporto di insegnamento-apprendimento, dovremo mettere in atto le varie disposizioni di legge senza possibilità di scampo. E a fianco di questo però io sono riuscita in questi anni a stare in due scuole in cui niente portfolio, niente tutor, – credibile e vero – niente attività facoltative… niente cambiamenti? no, questo non posso dirlo, ma di certo niente di quei cambiamenti. E questo io credo anche grazie al fatto che non immettevo energie in quelle cose, io in quel modo, altre mie colleghe disinteressandosi, altre lottando con prese di posizione pubbliche. Il 17/7 di quest’anno è stato disapplicata la funzione di tutor e per una direttiva del 25 agosto la somministrazione delle prove Invalsi verrà effettuata da quest’anno scolastico solo su un campione di istituti, ed è di queste settimane l’abrogazione dell’anticipo alla scuola di infanzia: altre meteore che vanno a scomparire!
La strategia del prendere tempo io ho iniziato a praticarla da un po’ per vedere se effettivamente i cambiamenti supposti e paventati avrebbero preso forma, e quindi mi avrebbero veramente chiamato in causa, perché, quando viene introdotto un cambiamento, sei chiamata a dare una risposta, di modificazione o di rifiuto alla modificazione o di adattamento, insomma sei chiamata a investire parte del tuo pensiero, delle tue emozioni, a quella cosa lì e quando ti viene richiesto a getto continuo per anni e di vere buone modificazioni ne vedi pochissime… allora è un movimento di libertà e di forza iniziare a dare più credito alla tua stanchezza e a quel senso di dignità un po’ calpestata che ti fa dire: adesso calma, vediamo se davvero ci credete voi che proponete. Vediamo se non si disfa tutto da solo perché contiene il virus tipico delle politiche delle grandi organizzazioni, ovvero quello per cui le cose sono pensate a tavolino avendo come mito di fondo quello della modernità, cioè del mercato, dell’adeguamento all’Europa. Anche altre insegnanti e intere scuole hanno adottato questa strategia: finti movimenti, finti aggiustamenti di pof ma di fatto radici ben piantate in quello che c’era prima e che funzionava e attesa… E qui voglio mettere in risalto che molti dei cambiamenti avviati e poi lasciati cadere avevano questa caratteristica: non erano veramente strutturati, erano precariamente messi in azione senza disponibilità finanziarie che li sostenessero, senza un’analisi di fondo e un pensiero ben elaborato – pensate ai test Invalsi che furono sperimentati per ben tre anni, dal 2002 al 2004 e per i quali, come si legge nel rapporto finale del presidente stesso dell’Invalsi, Giacomo Elias, sui dati nazionali relativi alle prove del 2005 “rimane aperto il problema della significatività delle prove in mancanza di standard nazionali su cui dovrebbero essere costruite e tarate”: che significa che quei primi tre anni sono trascorsi senza nessuna reale sperimentazione! E di questo miscuglio piuttosto maleodorante di poca serietà, tendenza a una politica dirigenziale, e al pressappochismo cosa farcene? Un’occasione per fare un passaggio più consapevole verso un atteggiamento consistente di diffidenza benevola (la chiamo così, ispirandomi a Marianella Sclavi) verso le richieste dall’alto, e di autodiffidenza verso le nostre pronte risposte a tradurre in pratica i cambiamenti previsti nelle riforme e nelle nuove leggi. Diffidenza ma non malevolenza. Di sentimenti negativi infatti la scuola si è un po’ riempita in questi anni e sarebbe altamente pericoloso (lo è sempre) scegliere posizioni interiori e esteriori che li alimentino. Ricordo Simone Weil che tra le tentazioni della vita interiore metteva: non rispondere al male con azioni atte ad accrescerlo.
E se anche ci disincantiamo un po’ per via del fatto che le meteore non sono stelle cadenti e meno male che sono passeggere, non smettere di guardare la volta celeste. Questi processi in corso hanno di essere depotenzianti, sfibranti. Di farci sentire imbrigliate nel nostro contesto e in un presente normativo e per niente fantasioso.
Ed è per questo che quando Vita Cosentino, in uno degli incontri di preparazione a questo convegno, ha parlato di chiedere a questo nuovo governo di togliere, togliere tutto quanto si può e pesa sulla scuola a me si è accesa una lampadina. E chiedere, chiedere di fare uno stop di un anno, di due anni, rispetto a eventuali nuovi progetti istituzionali, invitando chi si trova nelle commissioni delle istituzioni a girare per le scuole, per guardare, osservare, rendersi conto. E anche per noi ci sono mosse possibili per alimentarsi: andare in altre scuole a vedere, a sentire che aria tira, a vedere che lì l’ansia è stata arginata, che ci sono spazi e tempi inventati e vitali. Io continuo a farlo: sono andata nella scuola di Clara Bianchi l’anno scorso e ho fatto un bel respiro in quel suo contesto, in corridoi pieni di tavoli che raccoglievano oggetti dei percorsi dei bambini e delle bambine e mi sono fatta mostrare alcune pratiche che lei ha messo a punto per l’insegnamento delle scienze e della matematica. Anche se insegno italiano. Anche se nella mia scuola non ci sono le stesse condizioni strutturali. Ma a questo punto è per me vitale aprire nuove strade che ci riportino a questioni essenziali, quelle questioni che sono state messe tra parentesi in questi anni. Una questione essenziale è per me stare vicino a situazioni buone, a maestre che fanno il mestiere ancora con piacere e senso, a scuole che non sono segnate troppo da paure, tendenza al controllo o al lasciarsi andare. Un’altra questione essenziale l’ha sollevata Bardo, il maestro romano che interverrà domani mattina, in uno degli incontri preparatori per questo nostro appuntamento: non si parte più dalle bambine e dai bambini, da che cosa hanno bisogno adesso, si parla solo di organizzazione, di acquisti, di soldi che non ci sono, viene definita solo la cornice, cosa ci mettiamo dentro non è più in discussione. Ripensare con fantasia all’infanzia e a noi, a partire dall’infanzia, e con amicizia e aiuto, come dice Anna Maria Ortese, alla vita che trascorriamo lì dentro, e invitando anche chi è nelle alte sfere a farlo, con parole nuove che noi proponiamo. Perché a naso io dico che siamo proprio in un’altra fase rispetto a quella che era tenuta su dall’illusione che fosse un atteggiamento tecnico e pseudo scientifico quello di cui avevamo bisogno per uscire da questo empasse, da questo incantesimo. Siamo in un momento di sprofondamento. Bisogna ricucire e rinarrare i fatti, le situazioni, i vissuti e i cambiamenti reali che stanno avvenendo. E provare a mettere in campo idee di facile realizzazione – per esempio quella di andare in altre scuole a osservare altre maestre o insegnanti anche di altro ordine – pensandoli come momenti di nutrimento della mente e del cuore e che si possono sostituire a una parte di programmazione. Perché il cuore e il sentimento se ne vanno altrove quando il presente ti “cade addosso” (espressione questa che riprendo da Chiara Zamboni).
Andando anche a riprendere chi nel passato si è speso con generosità e amore nei confronti dell’infanzia, andare a rifrequentare chi ci ha messo il cuore perché con l’infanzia si fa sempre fatica e tutto è già di per sé a rischio. Ispirandoci a ipotesi molto diverse da quelle che sono in azione, per esempio nel campo della formazione, e non per arrivare a sistematizzare nuovi modelli sostitutivi, ma per far lievitare una nuova fase, nel tempo. Prendendoci con consapevolezza un po’ di tempo di ascolto e di osservazione della realtà di oggi e fermandoci dalla coazione a reagire. Nel campo della psicoanalisi, abbiamo tesori a cui attingere, in un momento questo in cui sembra che i guadagni che ci sono derivati da quell’esperienza culturale siano dimenticati. Francoise Dolto diceva nel 1973: “Non bisognerebbe più imporre diplomi ma molto semplicemente accogliere nelle scuole gli aspiranti e bisognerebbe giudicarli secondo questo criterio: osservare i loro risultati coi bambini, la loro capacità di interessarsi agli allievi, di sostenerne gli sforzi, nel lavoro personale, nelle materie e nelle attività che li appassionano. Aprire la possibilità di insegnare e di curare, di educare con contratti a tempo rinnovabili, a tutti coloro che sono dotati per queste attività, dargli un salario onesto, perché l’educazione della gioventù è il mestiere più difficile e più importante, impiegarli soltanto per un periodo, con anni intercalati per rinnovarsi, e non a vita: sarebbe in realtà una rivoluzione enorme, lo so. Ma a mio avviso indispensabile.” Nell’idea della Dolto, come anche in quella di andare a osservare altre insegnanti e di lasciare cadere e smontare la legge della sicurezza (di cui parlerò tra poco) la direzione è quella di aprire le scuole con fiducia e libertà verso altre, altri che portano e prendono il meglio che si può.
3. Le leggi della trasparenza e della sicurezza: incantesimi con maleficio
Quell’atteggiamento di ubbidienza, di zelo, l’ho ritrovato dentro di me anche nei confronti della legge della sicurezza, in me che non sono di primo pelo nel rapporto con le questioni normative scolastiche e in rapporto con questioni come libertà e disubbidienza, conflitto… dunque arrivo in questa scuola nuova l’anno scorso e trovo che per via della legge della sicurezza, così mi viene spiegato dalle colleghe, in quella scuola non si possono più fare portare i classici dolci per festeggiare i compleanni dei bambini in classe… niente più torte! Che significa niente più di quella dolcezza nelle aule, una sottrazione di dolcezza nelle scuole. Perché se poi sta male qualcuno di chi è la responsabilità? Della mamma che ha portato la torta, della preside e della maestra che ha permesso alla torta di entrare, della casa produttrice che la torta l’ha fatta uscire difettata… la prima mia reazione dentro è stata: è giusto! Mi adeguo, e il primo mio pensiero è andato alle bambine e ai bambini che avrebbero potuto stare male… è giusto prevenire, è giusto evitare situazioni rischiose… e questo l’ho pensato anche se io venivo da una scuola in cui le cose erano andate per vent’anni molto diversamente: non solo festeggiavamo, ma anche alla grande, Quindi prima reazione mi adeguo. Seconda reazione: non sono convinta di quello che sta succedendo, sento la disarmonia tra ciò che sperimento lì al presente e un dolce passato, è proprio il caso di dirlo, e inizio a investigare per sapere da dove viene esattamente l’interdizione…. Durante quell’anno scolastico io non avevo letto circolari della dirigente che vietavano dolci… dunque? Dunque scopro che l’anno prima una comunicazione di Milano ristorazione, l’ente che si occupa delle mense scolastiche, vietava il consumo di cibi portati dall’esterno, cioè dalle famiglie, o dalle maestre, che non fossero quelli da tale ente cucinati… perché? perché se qualcuno fosse stato male a chi imputare la responsabilità? Al cibo mangiato durante il pasto a mensa o al dolce gustato durante l’intervallo della mattina? Ma il passaggio decisivo era stato determinato da un tandem tra la preside e le mie colleghe. La preside aveva colto la palla al balzo (in effetti se fosse per lei la palla, dato lo stato di tensione in cui si trova e l’hanno messa le nuove leggi, oltre che colta, sarebbe imprigionata da qualche parte e là dimenticata, perché anch’essa decisamente pericolosa) e a partire da quella circolare aveva reiterato la cosa dicendola a voce, e solo a voce, alle colleghe che durante i collegi le chiedevano, ma allora preside non si possono più far portare i dolci? E la maggior parte delle colleghe si sono a messe a rispettare quella disposizione per paura. Pura paura.
Quindi la legge della sicurezza aveva reso quelle donne – la preside e quel gruppo di maestre – più insicure. Un paradosso! E la preside, interrogata da me sul contraccolpo che tali leggi – quella della sicurezza e quella della privacy – avevano avuto su di lei ha ammesso che le producevano più ansia, più incertezza, più paura. E sappiamo che un dirigente scolastico influenza l’atmosfera educativa di una scuola. Ha detto precisamente: “hanno prodotto più insicurezza nel trattare con le persone. Occorre chiedere molte più autorizzazioni di prima, come dire: non ci fidiamo più di nessuno”. “E non tutti acconsentono a darle”, non tutti i genitori intendeva, perché secondo lei alcune madri e alcuni padri “comprendono” l’importanza del passaggio di informazioni (qui apro una parentesi perché non so cosa intendesse con il dire i genitori comprendono l’importanza del passaggio di informazioni, io direi che i genitori che hanno “problemi” sono tentati dalla legge a nasconderli: per senso di dignità, per tentazione alla rimozione, per paure di reazioni spiacevoli da parte delle insegnanti?). I cosiddetti dati sensibili – se i genitori di una creatura sono separati, se la bambina o il bambino è stato spesso malato durante la sua esperienza alla scuola materna, che tipo di malattie ha avuto – non sono più dati che possono circolare tra noi insegnanti della scuola primaria e della scuola dell’infanzia direttamente, ma solo dopo aver ricevuto l’autorizzazione dei genitori. Questo influisce in due modi: se la bambina o il bambino viene da una scuola di un’altra zona, noi non abbiamo davvero la possibilità di sapere queste cose col rischio di essere poco sensibili a situazioni, parole e gesti legati a quel bambino; se la bambina o il bambino proviene dalla scuola materna dei dintorni è facile che la segretezza di quei dati sensibili si risolva nel famoso segreto di Pulcinella, per cui tutti in realtà sanno già tutto, le maestre, le mamme dei compagni, anzi a volte sono proprio loro a farli circolare questi dati sensibili, ma noi insegnanti non abbiamo il diritto di parlarne. Tutti, per via di una legge, ci ritroviamo come in mezzo a un incantesimo, lo chiamerei l’incantesimo dell’ipocrisia, per metà già rotto dal controincantesimo della realtà stessa, e per metà ancora aleggiante nell’aria con quell’effetto di irrigidire i movimenti di parole e corpi di adulte e adulti che si incontrano a parlare di creature piccole.
Sono incantesimi che chiamerei anche incantesimi dannati, perché ci fanno dannare con disposizioni al limite della paranoia. Torno con un altro esempio alla legge della sicurezza. E’ interessante mettere a fuoco che la legge della sicurezza non è declinata in particolari specifici, ma è interpretata da colei o colui che diventa il responsabile della sicurezza di un certo luogo a seconda della personalità di lui o di lei, personalità che per il ruolo di cui viene rivestita è intaccata nel suo equilibrio dal timore di incorrere in denunce. Chiunque umano sia messo nella condizione di temere denunce, di temere accuse, metterà in campo la parte più debole di sé, a meno che non assuma la posizione dell’indifferenza inconsapevole (non si pone il problema dei rischi che corre lui per via di quella legge e della posizione in cui è venuto a trovarsi diventando responsabile della sicurezza) o della signoria consapevole (sa di correre dei rischi ma mette al primo posto il buon senso e non la paura). Nella nuova scuola la responsabile è una donna che l’anno prossimo andrà in pensione, zelante nei confronti delle leggi, autoritaria nei confronti delle colleghe, per cui noi non possiamo tenere nei vasti corridoi e atri della nostra scuola né tavoli né tavolini, e quindi niente mostre con oggetti tridimensionali, certo appesi alla parete possiamo ancora mettere i tradizionali cartelloni (ma quando si accorgeranno che sono fatti di materiale infiammabile, allora niente più anche di quelli?), ma gli arredi che “ingombrano” no, perché i bambini potrebbero sbatterci addosso. E allora altro che occupazione creativa degli spazi: la nostra scuola appare come un vuoto spazio pieno di insicurezza. Educativo? Certo a qualcosa stiamo educando, grazie a questa legge e agli effetti che ha sulle persone stiamo educando probabilmente i bambini e le bambine a non cavarsela bene nello spazio, nel tempo e nelle emozioni.
E l’incantesimo si estende anche sul parco della nostra scuola, e lì diventa vero e proprio incantesimo con maleficio, un vero bel parco che per essere a Milano c’è da leccarsi le dita, in cui:
1) è fatto divieto ai bambini di giocare con pezzetti di legno: è pericoloso e fonte di incidenti
2) è fatto divieto di giocare con la palla, che non sia di spugna… ma poi qualcuno racconta che proprio da una palla di spugna un sassolino si è staccato ed è finito nell’occhio di un bambino… e allora le cose vengono lasciate a mezz’aria, palla di spugna o palla di gomma o non palla?
La questione dei pezzetti di legno l’ha smontata una mia collega quando ha detto: è contro natura. Ed è proprio così: è contro natura dire a una bambina o a un bambino di non giocare con i legnetti, di non giocare con i sassi, di non salire sugli alberi. Emmi Pikler, una pediatra che ha lavorato nel pronto soccorso delle periferia e del centro di Vienna prima di diventare direttrice di un orfanotrofio a Budapest, aveva verificato un particolare fenomeno: al pronto soccorso della periferia a cui si riferivano famiglie relativamente povere, i cui bambini passavano molto tempo a girare o giocare per strada senza sorveglianza, arrivavano bambini incidentati seriamente in proporzione assai minore rispetto alla quantità di casi analoghi registrati in ospedali o cliniche che servivano famiglie benestanti i cui bambini erano costantemente sotto l’attenzione di mamme o balie. Sapete lei cosa fece di questa osservazione? Un sapere di cui si servì per arrivare a gestire l’istituto che le affidarono nel 1947 basandosi tra l’altro su questa conclusione: i bambini abituati a muoversi liberamente, senza restrizioni, sono bambini più prudenti, sanno muoversi e cadere meglio dei bambini limitati e protetti da adulti anche del tutto ben disposti. Lei ha scelto per la fiducia e la sperimentazione del corpo, del movimento e dello spazio. Molte maestre non se la sentono più di fare questa scelta. La legge sulla sicurezza deve essere lasciata cadere. Abbiamo bisogno di spazio per il pensiero e il cuore, non per la diffidenza.
I miei passaggi interiori mi hanno portata a scegliere di non avere paura: scelgo di non voler essere dominata dal timore che possano succedere incidenti irreparabili, di guardare ai movimenti dei bambini fuori e dentro la scuola come ad azioni naturali, tengo ben presente che di guai seri ne capitano pochissimi. Scelgo di valutare le situazioni secondo il mio senso di donna adulta che vive su questo pianeta e ne ha esperienza da più di quarant’anni: le torte le abbiamo riprese a mangiare, senza più chiedere permessi o no, i legnetti si usano per giocare e anche la palla, e non di spugna. A volte tentenno, e allora ripercorro da capo la strada che mi ha portato a non provare l’ansia e la paura. So che potrebbe succedere non tanto un incidente quanto, molto più probabile, un guasto con una mamma o un papà che potrebbero montare un caso intorno a un piccolo evento: c’è una cultura, televisiva e di comportamento sociale, che è molto ricca in materia, per cui la tentazione di denunciare per i genitori è più forte di prima. Ma io scelgo di rischiare, non intensificando il controllo in modo irrazionale o stonato. E se andrà storto qualcosa, a me o a qualcun altra, possiamo sempre fare delle gran collette! E’ bene dirci che nessuna denuncia può toccare quella parte intima di noi che si dà anima e corpo al nostro mestiere, con tutte le imperfezioni-disattenzioni-incomprensioni-cattive valutazioni che la nostra umanità comporta. Ovvero è bene dirci che questo è vero se si è all’interno di reti di scambio di forza e pensiero con altre e altri, di confronto e sostegno con le colleghe, i colleghi e i genitori. E a patto che i dirigenti facciano la loro parte, assicurando in questo modo il non dilagare o amplificarsi del disordine simbolico.
Abbiamo bisogno di un’atmosfera di base pregna di sentimenti e emozioni di fiducia, abbiamo bisogno di governare gli spazi – reali e simbolici – con il buon senso, quello che prima della legge della sicurezza era all’opera e ci faceva predisporre gli arredi in modo sano. Insicurezza, timore e controllo se sono così pervasivi intaccano anche il nostro rapporto con l’infanzia in senso più generale, non si sa più cosa è meglio fare, non si sa più come trattare disciplina-discipline e vissuti. Il buon senso è abbastanza se riiniziamo a pensare che siamo comunità educanti di viventi, con storie e sensibilità sufficientemente sane e strutturate da reggere agli imprevisti da valutare man mano, alla quotidianità con il suo margine di rischio positivo e negativo, e se facciamo del buon senso delle cose e delle buone risposte (come le chiama Anna Maria Ortese) una traccia da seguire nei prossimi anni in cui, invece che cambiamenti, introduciamo spazi pubblici allargati e locali di riflessione e ricostruzione di un discorso sulle vite educative delle bambine e dei bambini delle nostre città, sulle vite educative delle maestre e sulla storia educativa delle mamme e dei papà.
Partendo dal nostro troppo – di vita piena, di stanchezze accumulate, di timori cresciuti, di tendenza alla passività e alla deresponsabilizzazione – vissuti questi che hanno una cornice contestuale epocale da guardare quindi non come a insufficienze individuali, ma come tendenze collettive uniformanti. Partendo dal troppo che le condizioni istituzionali producono perché quando si aggiunge o si toglie qualcosa dalla scuola si deve pensare a quale sarà il contraccolpo:
– è stato tolto l’esame di quinta elementare: è venuta a mancare la cornice simbolica di un’elaborazione di un passaggio a un altro ordine; in molti casi questo ha significato meno cura nell’accompagnamento alla conclusione di un percorso; molte maestre hanno dismesso la pratica delle ricerche finali (una tradizione della scuola elementare italiana), hanno disinvestito sull’uso della biblioteca scientifica e storica sia perché non c’è più l’esame sia perché la storia da trattare secondo le indicazioni nazionali della Moratti era solo fino al medioevo; il livello della qualità dell’esperienza umana ed educativa così si abbassa velocemente e sono le stesse maestre più esperte a lasciarlo andare senza vergogna…
Abbiamo bisogno di individuare le soglie al di là delle quali l’istituzione produce frustrazione, come ci indica Ivan Illich, e di far circolare altre parole e altri discorsi nelle nostre esperienze di insegnanti e di donne e uomini che stanno nell’istituzione scolastica che ha aspetti oggi più di ieri decisamente ingombranti e ambigui. Io ne ho trovate alcune da Anna Maria Ortese, che voglio condividere con voi, lasciando che siano queste ad aleggiare come chiusura nell’aria:
la vita è più grande di tutto, ed è in ogni luogo, e da tutte le parti – proprio da tutte le parti – chiede amicizia e aiuto. Non chiede che questo e il valore di ogni buona risposta è immenso, se anche non dimostrabile. Amate e difendete il libero respiro di ogni paese e di ogni vita vivente. (…) E’ tutto il respiro. E’ Dio stesso; ed è la cultura quando non fine a se stessa; quando d’un tratto – voi non lo sapevate che era anche questo – solleva e trasporta i popoli, come fa a volte, con le confuse onde del mare, un gran vento celeste“.
Di tutto questo vogliamo fare racconto. Vogliamo raccontare gli effetti che le leggi producono e mostrare come la scuola e l’università siano state invase da un ipertrofismo legislativo, che pretende di entrare fin nel dettaglio della vita che vi si svolge. Per noi è imprescindibile disfare certi “orrori” recenti e siamo contenti/e che il nuovo ministro all’istruzione abbia immediatamente sospeso la sperimentazione della riforma Moratti alle superiori. Sentiamo, forte la necessità di un orientamento radicale in questo senso: togliersi dalla logica del troppo, portato avanti in nome di una “giustizia” fatta solo di regole e procedure, e prendere la difficile direzione del meno che ci possa restituire un altro senso dell’abbondanza. In questi anni abbiamo praticato la cura dei bisogni e delle dimensioni essenziali degli esseri umani, a partire da quel che accade a scuola e all’università ma guardando all’intera società. Chiediamo, allora, un atto di fiducia nei confronti di chi lavora e frequenta quei luoghi: non altre leggi, ma una riforma a levare che restituisca dignità e valore ai soggetti coinvolti e alla loro capacità di creare.
Per noi cominciare a mettere in parole tutto quello che è diventato troppo, – troppe regole, troppo insensate e cambiate troppo in fretta, troppo progettificio e troppo mercato, troppa ubbidienza e troppa indifferenza – significa interrogare politicamente i nostri stessi bisogni e ridare forza a percorsi di autoriforma già vitali. Come si ritrova una relazione creativa fra i soggetti coinvolti nella scuola e nell’università? Come si riguadagnano i tempi necessari ai nostri bisogni e desideri? Come ricreare spazi di vita pubblica nei nostri contesti? Come trasformarli in un sapere da condividere? Come si ricolloca il denaro, sapendo che non è l’unica misura delle cose? Quali sono le altre forme di abbondanza a cui attingere?
Ci vediamo a Roma
sabato 7 ottobre (15,00 – 19,00) e domenica 8 (9,00 – 13,00) 2006
facoltà di Architettura della Terza Università, aula Urbano VIII
via Madonna dei Monti 40, MM linea B – fermata Cavour
Quelli e quelle dell’autoriforma
della scuola e dell’università
Vita Cosentino
Sono passati 20 anni dall’inizio delle pratiche femminili a scuola, e oggi ha senso chiedersi se e come quelle invenzioni e quelle pratiche possano contribuire a ripensare la scuola, possano aiutare a orientarci nelle contraddizioni del presente, a riprendere slancio di pensiero come insegnanti nelle difficoltà del presente (che non sono poche).
Nelle scuole che conosco negli ultimi anni c’è stato un clima difficile ed è cresciuto un profondo malessere. Nei fatti abbiamo assistito a una produzione ipertrofica di norme che spesso stridevano con i convincimenti di base di un/una insegnante e stravolgevano il senso della scuola, riducendolo a merce. C’è stata sì resistenza, soprattutto da parte delle maestre, ma qualcosa di sostanziale ha rischiato e rischia di andare perso. Eppure io so che, anche quando tutto sembra perso, tutto può ricominciare a mettersi in moto. Lo so per esperienza. Sono una di quelle che più di venti anni fa, in percorsi di sole donne, cominciò a scuola un agire politico centrato sulla soggettività. In quel caso – e fu decisivo – capitò una repentina presa di coscienza. Da allora attribuisco una grande importanza alla svolta che induce una presa di coscienza e alle possibilità che apre. Il risveglio della coscienza avviene di colpo e scombina tutti I giochi: fa sì che quello che fino ad un attimo prima si vedeva in un modo, un attimo dopo si vede con altri occhi. Quindi penso che anche oggi si possa ripartire da lì: l’energia umana è sempre capace di rigenerarsi, come la lingua materna che è sempre pronta a rifiorire e aprirsi a nuovi significati.
Se ripenso alla mia esperienza degli ultimi due decenni, nella Pedagogia della differenza e nel movimento di autoriforma, mi accorgo che c’è già parecchio sapere accumulato da rigiocare oggi. Può contribuire a ripensare la scuola nelle contraddizioni del presente, come insegnanti, in un momento in cui si riaprono spazi di elaborazione. Sono idee e pratiche che eccedono sia il vecchio modello della trasmissione unilaterale delle conoscenze, di cui Guido Armellini ha scritto spesso, sia il “nuovo”, ben analizzato dalla Mastrocola in “La scuola raccontata al mio cane”. Per questo voglio riproporne alcune che sento decisive nei nostri percorsi:
1. Prendere coscienza della differenza. Ci ha riportato immediatamente al fatto che siamo incarnati: donne e uomini, bambini e bambine, con storie, vite, esperienze. Ciascuno/a differente e in parte inconoscibile: per questo abbiamo sostenuto che ciò che ci serve di più a scuola è la curiosità nei confronti degli esseri umani. Una conseguenza di questa posizione è aver messo in discussione una disposizione mentale, profondamente iscritta nella nostra cultura, che lavora nella mente a nostra insaputa: pensare per modelli. Vandana Shiva la chiama “monocultura della mente”, mostrando come il pensiero occidentale proceda creando un modello attraverso il disprezzo di ciò che è difforme. Ciò che è difforme diventa inferiore. E’ capitato nei confronti delle donne, capita nei confronti delle altre culture come ci rimprovera Vandana Shiva. Molte procedure richieste a scuola presuppongono un modello astratto di allievo, quello che a una determinate età, a un determinato punto del programma, deve saper dare determinate prestazioni, e finiamo per essere prigionieri di questo modello finché non ne prendiamo coscienza. A volte finiamo anche nell’accanimento, e non riusciamo più a vedere le qualità degli esseri umani che abbiamo davanti. Un esempio lampante è la valutazione scolastica nel suo proporsi come oggettiva e classificatoria: si definisce un modello ideale di studente, e poi si guardano i ragazzi che abbiamo davanti giudicandoli solo per quanto si avvicinano al modello. Ciò che ci rende più uguali viene preso in considerazione, non la diversità e la varietà che fanno la bellezza del nostro mondo.
2. Prendere coscienza del nostro movente profondo, di ciò che ci ha fatto scegliere questo mestiere, non facile, mal pagato eppure denso di soddisfazioni. Per me la spinta ad andare a scuola tutti i giorni è l’appassionamento all’altro: mi ha sempre incantato il momento in cui una giovane mente prende il volo. In quei momenti si crea silenzio, e anche le classi più confusionarie capiscono che sta capitando qualcosa che dà senso al nostro esserci lì tutti i giorni, in un luogo il più delle volte noioso, irritante. E’ una forma di amore. È una forma relazionale di dialogo con l’altro e con il sapere. Per un’insegnante è un movente profondo e quasi indicibile. Fa parte di quell’ordine di cose che sono e basta. Anche da un’indagine Istat di alcuni anni fa emergeva nelle scuole un’idea di soddisfazione non legata ai criteri che oggi sembrano dominanti come la carriera, il denaro, il successo, bensì a elementi squisitamente umani come la relazione con studenti e studentesse: emergeva la passione per l’incontro con le persone giovani. Ed era espresso più dalle donne, che oggi sono nella scuola la stragrande maggioranza.
3. Prendere coscienza che viviamo in un’epoca che ci spossessa della nostra capacità di insegnare, essendo diventata appannaggio di specialisti esterni alla scuola. Ivan Illich già molti anni fa ha svelato questo modo di funzionare delle nostre società: per essere quello che sei, padre, madre, insegnante eccetera, devi ricevere un’apposita formazione. Sotto quel meccanismo c’è un paradigma di incapacità a essere: l’esperienza diventa inessenziale e le tecniche sostituiscono l’interrogazione dell’esperienza viva e la modificazione dei soggetti coinvolti.
Una delle idee di fondo dell’autoriforma è invece che il sapere nasce dall’esperienza, umana e professionale, nel confronto diretto con le nuove generazioni. Abbiamo lavorato per farla irrompere, intrecciandola creativamente con il sapere. Questo sbilanciamento può a mio modo di vedere contrastare l’idea di una scuola basata su una ragione puramente utilitaristica, centrata sull’acquisire competenze da spendere immediatamente sul mercato del lavoro; e camminare con l’idea che la scuola ha una ragione in sé, per coltivare il vivere civile, per umanizzare la nostra umanità tramite la cultura, per favorire la convivenza umana.
4. Prendere coscienza che siamo all’interno di una crisi profonda del patrimonio culturale. La Mastrocola ne parla come “trasmissione interrotta”, cioè -lei dice- alle nuove generazioni non passa più niente. Capisco bene che può suscitare sconcerto e disperazione accorgersi di vivere in una crisi che tocca le radici stesse della nostra cultura. Ma può anche essere visto come allentamento di vincoli non più necessari e apertura di spazi di libertà. A mio modo di vedere si può farne un’occasione di cui approfittare, perché proprio in questa situazione di distanza con le nuove generazioni si apre la strada per “umanizzare” il sapere, si apre la possibilità di stabilire un tramite soggettivo, quando la cultura in qualche modo riesce a toccare la vita di ragazzi e ragazze. In questa trasformazione molto si può imparare dall’approccio al sapere che hanno le maestre: lo mantengono intrecciato con le emozioni, come emerge dal libro di Cristina Mecenero Voci maestre, edito dalla Junior.
5. Prendere coscienza che solo una piccola parte nella vita umana è governata dall’economia e che c’è tutto il resto: la vita stessa. In ogni essere umano ci sono bisogni e dimensioni che non rientrano nell’ordine economico, per cui forse funziona l’agire sistematico e razionale, sono di altro ordine. Per me è imprescindibile il bisogno di esistenza simbolica, cioè un esserci nel mondo, per sé e e per gli altri attraverso una lingua che rimane in contatto con ciò che si vive e si patisce. Ho insegnato solo in scuole di periferia piene di problemi e nessuno/a si è mai sottratto a questa offerta. Riaprire una scommessa sulla lingua è l’ultimo lavoro che noi dell’autoriforma abbiamo portato avanti assieme ad amiche della Società delle letterate, prima in un convegno e poi in un libro dal titolo “Lingua bene comune” uscito da poco con Città aperta. Abbiamo incominciato a rinterrogarci per fare uno spostamento e riproporre la possibilità politica di un accesso alla lingua e alla cultura sia come lotta contro l’esclusione, sia come liberazione degli “inclusi” dalle gabbie della nostra epoca.
L’orizzonte
L’ultima questione si riferisce al ripensamento dell’orizzonte in cui collocare la scuola. Forse non è più rinviabile prendere coscienza che in Occidente viviamo in tempi che risultano debilitanti e regressivi, se cogliamo fino in fondo il loro carattere: una corsa accelerata, sempre in avanti, in una concezione di sviluppo illimitato. Il troppo ci travolge. La scuola è inserita in questi processi per cui fenomeni positivi della modernità si trasformano in negativi e generano impotenza. Già nel ’73 Ivan Illich nella “Convivialità” analizzava come l’istruzione stesse producendo “intossicazione” e finiva per formare buoni consumatori e buoni utenti che, “anziché fare le cose da se stessi, preferiscono riceverle belle e pronte dall’istituzione”.
Oggi attraverso queste riflessioni critiche si sta cercando di aprire altre direzioni per esplorare e immaginare le possibilità di optare per il meno. Le mie considerazioni vanno nel senso di provare a sceglierlo.
Ho riletto da poco la Prima Ghinea e Virginia Woolf già nel 1938 aveva in mente un’istruzione costruita su basi diverse quando parla del “college povero”. In esso si dovranno insegnare “solo le arti che si possono insegnare con poca spesa e che possono essere esercitate da gente povera…E l’arte dei rapporti umani: l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri.” Il college povero dovrà “inventarsi dei modi per far lavorare assieme la mente e il corpo; scoprire da quali nuove combinazioni possano nascere unità che rendono buona la vita umana. E gli insegnanti saranno scelti tra coloro che sono bravi a vivere oltre che a pensare.”
Optare per il meno per me significa riconsiderare il senso delle cose che facciamo per ritornare su quelle essenziali, e farne decadere altre, ispirandosi a un pensiero disordinante come è quello delle donne o di uomini, come Illich o don Milani, che hanno intrattenuto un rapporto libero con la realtà.
Dopo una lunga pausa, senza che io lo abbia propriamente deciso, riprende il mio gioco con il linguaggio. E così mi viene un dubbio: sono io che gioco con il linguaggio o è il linguaggio che gioca con me? Ad ogni modo si tratta di un gioco serio, come quello dei bambini e delle bambine, che sono coinvolti anima e corpo in quello che fanno, pur senza identificarvisi completamente.
Giacomo Mambriani
Senza giudizio. C’è più spazio e meno strazio. Una vera delizia, come un inizio. Adesso Caio non è peggio di Tizio. Rivalutazione improvvisa dell’ozio. Scatta l’armistizio, ognuno è libero di volteggiare sul trapezio. Le classifiche restano solo un gioco, oppure un brutto vizio. Cambia la legge di gravitazione, ora è possibile fluttuare sopra i precipizi. Si smette di pagar dazio alla ragionevolezza. Il rigore va nell’immondizia (per l’odio c’è la raccolta differenziata). L’ambizione diviene sospetta. Salgono le quotazioni delle relazioni. Più preziose delle pietre preziose; altro che topazio! Sull’onda dell’entusiasmo, zio Paperone dimentica l’avarizia, moltiplica le donazioni e scopre i tesori dell’amicizia (all’orizzonte le nozze con Brigitta?).
Addio alla preoccupazione per la disoccupazione. Basta con i pozzi e le trivellazioni: l’oro nero non è il petrolio, bensì la liquirizia! Drastica riduzione della violenza, sopravvivono gli screzi e le arti marziali ma non troppo. Gli extraterrestri atterrano con razzi azzurri e investono in seconde case: sulle coste è boom delle presenze marziane. Le persone anziane, non essendo più senza speranza, escono arzille dagli ospizi. Scompaiono i comizi, mentre è tutto un fiorire di pazzie, primizie, frizzi e lazzi. Gli uomini accettano la loro parzialità, le donne dicono grazie e danzano aggraziate, componendo canzoni.
Chi ha le grinze non deve più ricorrere alle pinze. Chi dava il prezzo ad ogni cosa, preso da stanchezza, si siede a sorseggiare una gazzosa. Gli animali dello zoo si tolgono lo sfizio della libertà: zebre e struzzi, all’imbrunire, gozzovigliano in città. Nell’aria si avverte che la vita è un azzardo, come un calcio di sei sponde in una sfida di biliardo. Nasce un abbozzo di consapevolezza: a forza di prevenzione del rischio, ogni azione tende alla finzione, ogni grazia alla disgrazia.
Per concludere, un piccolo quiz: indovina quante sono in questo testo le proposizioni scherzose. Sappi che non sono a bizzeffe. Anzi.
Felinosofia
La gatta fa le fusa. È grande e grossa, ma gioca affusolata. Invita al contatto, alla fusione. Fusione proprio adesso, in un luogo sulla terra, non importa il fuso orario. La gatta si avvita su se stessa, fusillo di pelo. Pelodiffusione. Filodiffusione di suono caldo e sensuale.
Sono confuso, ho pensieri alla rinfusa, mi farei volentieri un infuso. E mi sento stranamente offeso, come se fossi, d’un tratto, indifeso.
Sdraiata sul tappeto, la gatta si muove a fisarmonica, poi mi guarda negli occhi. Fase di studio. Afasia, naturalmente mia. Finalmente, la scoperta: ho un bisogno fisiologico di relazione. Miracolo di filosofia animale. Trasfusione di vita.
Ieri ero in volo, lontano da ogni cosa, chiuso in luccicante fusoliera. Un ufo. Oggi sono diffuso. Sulle bancarelle mi vendo sfuso. Uso fantasie in passato confiscate. Osanna, fanciullo! È l’ora di educazione fisica, mi dispongo a soffi, baruffe e graffi.
La storia è una lama affilata, raramente affabile. Uffa! Case come formicai, riposo tendenzialmente mai. Esistenze soffocate, affannate, infibulate. Rose ferite. Dosi fatali. Folle invasate e inferocite.
Ma la gatta spande affetto, senza fretta. Se frano lei mi afferra, se freno lei aspetta. Presenza soffice, elastica, morbida. Lei vibra e respira, se ne fa un baffo, soavemente perfetta. Perfezione benedetta e miagolante, che di tanto in tanto fa pipì. Raffinata e indifferente, ma capace di offrirsi e di soffrire. Si struscia e si sfrega, di ciò ch’è conveniente se ne frega. Si affida, poi diffida, il suo muso felino mi sfida.
Brividi a raffica. Se io fossi una gatta, questa sarebbe un’esperienza saffica? Sarò buffo, forse goffo, ma mi tuffo, e una cosa mi sorprende: non affondo. Sono diafano, sospeso sullo sfondo. E lo sfondo è l’esistenza, l’amore, la danza. Dolcemente con lo sfondo mi confondo.
CONVEGNO “TEMPOPERMETTENDO”, A MODENA UNA DUE GIORNI SULLE AZIONI PER LA CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI VITA E DI LAVORO
Il 29 e 30 settembre prossimi si svolgerà a Modena, presso la Sala Conferenze di
via Canaletto 88, il convegno organizzato dal Centro documentazione donna
“Tempopermettendo”.
Il convegno intende affrontare il tema della conciliazione dei tempi di vita e
di lavoro da differenti punti di osservazione, per comprendere come il concetto
di tempo modelli le nostre esperienze di vita sociale e come gli orari ed i
ritmi del quotidiano condizionino i nostri comportamenti. Verrà presentata
inoltre la “Rete regionale per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”,
(costituita da oltre 40 partner tra soggetti istituzionali e non che lavorano
insieme per sperimentare nuove politiche sui tempi e buone prassi) e gli
interventi concreti realizzati. In particolare saranno presentate diverse
sperimentazioni in corso sull’utilizzo del voucher di cura, un contributo
economico per l’acquisto di servizi a sostegno della conciliazione.
Nella giornata di sabato, presso il Centro MoMo, avrà luogo un laboratorio di
sensibilizzazione rivolto a coppie di genitori sulla condivisione del lavoro di
cura familiare. Sono previste attività ricreative e di baby sitting per i bimbi.
Il programma completo dell’iniziativa è visualizzabile su Tempopermettendo, il
sito della Conciliazione, all’indirizzo:
www. tempopermettendo.info.
Il convegno è realizzato all’interno del Progetto “Conciliazione: Rete regionale
di sostegno della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”(rif. PA 2004
801/RER Ob.3 E1), promosso dal Centro Documentazione Donna.
per informazioni:
Gabriella Delizzos – Coordinatrice del progetto
Centro Documentazione Donna
Via Canaletto 88 – 41100 Modena
tel. 059/451036 – Fax 059/451612
e-mail: gabriella.cddonna5@comune.modena.it
http://www.tempopermettendo.info
Marisa Guarneri
Egregio Claudio Jampaglia,
io non ero presente alla riunione ultima di Usciamo dal Silenzio, ma leggo il suo resoconto e trasecolo!
“Non ci sono centri antiviolenza che tengano” qualcuno avrebbe detto?
Veramente i centri antiviolenza tengono da circa 20 anni, cioe da quando la Casa delle donne Maltrattate di Milano ha aperto il primo centralino in Italia contro la violenza in famiglia (8 marzo 1988) Da allora si è creata una enorme rete di centri antiviolenza. praticamente in ogni città italiana, e sicuramente nei capoluoghi di provincia (si vedano gli elenchi aggiornati sul sito della Casa delle donne per non subire vioelnza di Bologna). Alcuni hanno la casa di ospitalità, moltissimi, altri non ancora ma stanno per aprirla. Sono state accolte centinaia di migliaia di donne e bambini, sotratte alla violenza fiica, psicologica, sessuale ed economica e spesso alla morte.!!!! Ora finalmente qualcuno si è accorto che le donne vengono ammazzate e stuprate e che le città non sono sicure. Bene era ora! Siamo veramente stanche di ripetere che la violenza contro le donne influenza il rapporto con il lavoro, con la salute, con i diritti di cittadinanza, con l’identità degli uomini e delle donne. Che sono necessarie città sicure lo abbiamo gridato molti e molti anni fa con la manifestazione “Riprendiamoci la notte”. Come sempre non si inventa niente. E poi per chiudere nella città di Milano non ci sono solo due centri antiviolenza, ci sono molti centralini dal telefono amico a quello della provincia di Milano, al SED della Caritas, dalla Lila a quelli di molte associazioni che si occupano di disagio psichico, depressione, recupero dell’autostima, ecc. Ne fa fede una organizzazione “ombrello” che molte ne riunisce, “Arc-en-ciel”. E poi ci sono i consultori dove spesso c’è consulenza legale ed i consultori per le donne immigrate (vedi Crinali). Insomma c’è una rete vasta ed interessante che andrebbe valorizzata sempre e sempre nominata e che si aiuta ogni giorno- anche senza gli interessamenti istituzionali- per trovare soluzione a mille problemi delle donne che spesso derivano dalla violenza o che nella violenza vanno a finire. Credo che si dovrebbe cercare di andare d’accordo con noi stesse: le donne sono deboli o forti? Oppure sono i contesti in cui vivono, compreso il mondo del lavoro che mettono a dura prova la loro resistenza. Molte straniere che io incontro non sono semplicemente ricattabili, a volte decidono anche di tornarsene al loro paese… pensano, fanno scelte. Non sono bambine da tutelare. E’ da quando erano bambine che sono a rischio di violenza … questo si! Ultimissima notazione, picccola, ma doverosa, CADM lavora con A.Baldri.docente dell’Università di Napoli, e con Differenza Donna di Roma che sta portando avanti da alcuni anni il progetto S.A.R.A. (esiste un sito se interessa) La ns innovazione.. chiamiamola così, è andare direttamente dalle donne, incontrarle a piccoli o grandi gruppi e parlare di violenza e di come si può prevenirla. Tutte insieme, ma anche ognuna di noi da sola! Il problema è del giornalista o delle parole che ha ascoltato!?
Cari Saluti
Marisa Guarneri
presidente CADM Maltrattate Via Piacenza 14 – 20135 Milano Tel. + 39 02 55015519 ; Fax + 39 02 55019609 : e-mail : cadmmi@tin.it –www.cadmi.org