Il 6 gennaio 1907 nasceva nel quartiere popolare romano di San Lorenzo la prima “Casa”. La sua fondatrice era una donna di 37 anni, irrequieta e austera, che elaborò quello che da allora fu semplicemente chiamato “il Metodo” Un sistema pedagogico innovativo, che in Italia ha avuto fortune alterne, ma è poi stato esportato in tutto il mondo
“Credono che io sia una sentimentale romantica, che sogna solo di vedere pargoli, baciarli, vezzeggiarli Generalmente mi annoiano!” La “signora Maria” era uno spirito libero, ribelle e anticonformista
Simonetta Fiori
E anche questa la storia di una rivoluzione o di una “scoperta”, come usava definirla l´artefice. La scoperta del bambino, non più appendice mortificata dell´adulto ma espressione di qualcosa “incommensurabilmente grande e prezioso”. E come in molte rivoluzioni e conquiste, nei suoi recessi si nasconde un segreto. Accadde a San Lorenzo, storico quartiere romano, esattamente un secolo fa. Al numero 53 di via dei Marsi, il 6 gennaio del 1907, fu inaugurata la prima Casa dei bambini diretta da Maria Montessori. Un progetto sociale, oltre che educativo, presto imitato in tutto il mondo. Nell´Italia giolittiana rilucente di iniziative filantropiche e progressiste, una cordata di banchieri guidata dall´ingegnere Eduardo Talamo aveva deciso di ridare dignità alle case di San Lorenzo, ospitandovi anche scuole materne dal taglio innovativo. Fu così che un borgo degradato, sovraffollato di disoccupati e mendicanti, divenne ben presto una “mecca dell´educazione”, visitata da ministri e pedagogisti venuti da lontano. Un modello di crescita civile, che sarà celebrato da personalità diverse quali Freud e Gandhi.
Il giorno dell´apertura, fissato per la festa della Befana, nel fruscio di rasi e velluti delle dame accorse per l´esperimento, cinquanta creaturine si aggrappavano le une alle altre come spaventate da tanto clamore. “Piangevano e sembrava che avessero paura di tutto”, racconta Maria Montessori. “Non accettavano doni né rispondevano se interrogati. Erano proprio bambini selvaggi”. Ignoravano certo di essere protagonisti del capovolgimento che avrebbe segnato la pedagogia del Novecento, e anche la storia delle donne, alleggerite nell´impegno materno e restituite al ruolo di lavoratrici. Un´innovazione paragonabile a quella compiuta da Giotto nell´arte: la pittura come rappresentazione del sistema di relazioni (lo spazio) in cui ogni cosa (figura od oggetto) trova significato nel rapporto con le altre. Anche le case montessoriane possono essere considerate un´espressione artistica della società, nella quale i bambini tra oggetti e arredi costruiti a loro misura liberano energie e potenzialità imbrigliate da una lunga tradizione autoritaria.
Nasce a San Lorenzo il mondo dalla parte dei bambini. Poteva progettarlo soltanto una donna vissuta nel clima oppressivo dell´accademia di fine Ottocento – fu la prima laureata in Medicina – e tra le severe regole della borghesia intellettuale di ispirazione liberale, certo stimolante ma inflessibile nell´assegnare alle ragazze della Nuova Italia ruoli subalterni e tradizionali. Una donna per di più segnata da un misterioso lutto, riflesso anche nelle raffinate vesti sempre rigorosamente nere. Un personaggio sfuggente, sfaccettato, per molti versi contraddittorio, l´allora trentasettenne Maria Montessori. Educatrice massimamente celebrata e tuttavia madre mancata e ferita, costretta dai tempi a ripudiare il figlio clandestino avuto nel 1898 da Giuseppe Montesano, suo brillante collega di clinica psichiatrica. Un segreto emerso dalle nebbie di complicità famigliari e devozionali soltanto alcuni anni fa, grazie alla bella e inconsueta biografia dell´olandese Marjan Schwegman. Ne affiora una creatura trasparente e oscura, lieve e ingombrante, vanitosa e austera, fautrice del libero sviluppo delle energie individuali e nel contempo aspramente autoritaria, straordinaria analista dell´infanzia e insieme incline ad annoiarsene (“Credono che sia una sentimentale romantica, che sogna solo di vedere bambini, baciarli, vezzeggiarli. Generalmente mi annoiano!”). Uno spirito libero, culturalmente nomade: né positivista né idealista, troppo irrequieta per piacere alle gerarchie cattoliche. Ribelle e anticonformista – nell´innovazione pedagogica, nelle battaglie protofemministe, nell´umanizzazione della medicina – ma non fino a riconoscere il figlio Mario, lasciato a una famiglia sconosciuta. L´agnizione avverrà più tardi, nel 1913, quando il ragazzo ha 15 anni. Ne scaturirà una delle più belle e intense storie d´amore tra madre e figlio. Ma dall´atto originario dell´abbandono era intanto germogliata quella “pedagogia liberatrice” che, scrive la Schwegman, “con lo strumento dell´amore impersonale prova ad aiutare i piccoli ad adattarsi alla vita”.
Contrastato dalla cultura idealistica, il Metodo non ebbe da noi la fortuna che ebbe altrove, soprattutto nei paesi anglosassoni. La sua fama arrivò fulmineamente in America, dove le traduzioni della bibbia montessoriana si esaurirono in pochi giorni. Presto seguiranno le edizioni francese, tedesca, polacca e russa, e ancora giapponese, rumena, irlandese, spagnola e olandese, infine danese. Una Carnegie Hall strapiena accolse la Montessori nel 1913 a New York: senza sapere una parola d´inglese, stregò la platea con la sua voce fonda e le pause studiate. Negli anni Venti, in Inghilterra, si contendeva la fama con Guglielmo Marconi. E in Italia? I riconoscimenti non le mancarono, ma tra molte ostilità. Il suo modello pedagogico derivava dall´osservazione diretta dei bambini, non da consolidate correnti di pensiero. Alle obiezioni della pedagogia idealistica s´aggiunse più tardi l´ostilità della Chiesa cattolica. Anche il contrastato rapporto con Mussolini non fu di aiuto. “Una gran rompiscatole!”, sbotterà lui negli anni Trenta.
La Grande maestra riparò altrove, tra Spagna, India e Olanda. La morte la raggiungerà nel 1952 in un piccolo villaggio davanti al Mare del Nord. Il dopoguerra, in Italia, fu prodigo di omaggi, ma alla fama della protagonista non si accompagnò una reale diffusione del Metodo, partito da un borgo popolare e rimasto sempre appannaggio d´una élite, spesso caricaturizzato come dissennata scuola di anarchia e tirannide infantile. Lei si lamentava spesso di essere trattata come un elefante da circo. “Io vi indico il bambino e voi invece vi entusiasmate: oh che bello il dito che indica…”.
Agli anni Novanta risale una sorta di riappropriazione, con il ritratto sulle mille lire, la riedizione da Garzanti di tutte le sue opere e la biografia della Schwegman tradotta nella collana del Mulino dedicata all´identità italiana. “Alcune cose fondamentali del suo insegnamento – il principio dell´autonomia, il lavoro manuale, l´importanza dello spazio verde, la sollecitazione a mettere in relazione discipline diverse – sono entrate pur inconsapevolmente in tutte le scuole”, dice Giovanna Castaldo Pagnotta, la maestra montessoriana che ha educato al silenzio e alla concentrazione tre generazioni di bambini e ancora continua a farlo nella sua preziosa scuola romana di via di Grottarossa. Dopo tre anni di esperienza diretta con Maria Montessori, inaugurò nella capitale la prima materna laica, più di mezzo secolo fa. Se le si chiede cosa è rimasto del Metodo, risponde citando la sua maestra: “Durante un corso a Perugia, nei primi anni Cinquanta, le si avvicinò una folla di devote moleste. “Dottoressa, secondo il Metodo Montessori si può fare così?”, e via con un cinguettio insopportabile. La vidi voltarsi di scatto, brusca e imperiosa. Le fulminò: “Non esiste il Metodo Montessori. Esiste la vita””.
Sempre più solitario ed eroico appare il lavoro di queste maestre in un mondo che va in tutt´altra direzione. Insegnano il silenzio in realtà assordate dal rumore. Parlano con voce flautata mentre fuori l´umanità grida. Stimolano la curiosità e l´autonomia in generazioni ipnotizzate da videogiochi e tv. Dov´è finito il “bambino prezioso” per la sua unicità tra i nostri piccoli despoti, tutti eguali, omologati e un po´ storditi? Selvaggi del nuovo secolo, così lontani dai loro coetanei di San Lorenzo, cent´anni fa.
Sarà una stagione segnata dal protagonismo femminile. A febbraio a Napoli Rachel Whiteread e Marisa Merz. Mentre i musei americani proporranno mostre di Kiki Smith e Kara Walker. A Barcellona, i percorsi sonori di Janet Cardiff, a Vienna Dara Birnbaum e Nathalie Djurberg e a Copenaghen Cindy Sherman e Julie Mehretu
Elena Del Drago
Scandito da kermesse tentacolari, mostre-mostro e fiere pantagrueliche, il 2007 permetterà di seguire meglio di quanto non sia successo negli ultimi anni gli ingranaggi dell’efficiente e ricco sistema dell’arte internazionale. Quest’anno, infatti, oltre alle usuali esposizioni monografiche, che tentano di scrivere l’ultima parola sull’opera dell’artista in questione, sarà la volta delle mostre più attese, quelle che dovrebbero indicare la rotta della storia artistica contemporanea: la Biennale di Venezia e la dodicesima edizione di Documenta a Kassel: di entrambe l’ inaugurazione è prevista a giugno, a pochi giorni di distanza una dall’altra, (10 e 16), e forniranno l’occasione per riflettere sulle sorti del mondo visivo e individuare quali tendenze si imporranno nei prossimi anni. Ma cosa vedremo negli spazi dell’Arsenale e dei Giardini o quali artisti saranno incoronati dalla partecipazione alla più importante delle mostre internazionali non è dato sapere, poiché il riserbo dei curatori è stato pressoché assoluto, nonostante le dichiarazioni del curatore americano Robert Storr lascino immaginare una trama poco ideologica: «dalla mia Biennale non uscirà nessuna dichiarazione filosofica, sociologica, politica, com’è accaduto in alcune edizioni recenti. Io non penso che le opere d’arte possano servire per illustrare un’idea», ha dichiarato recentemente lo studioso, forse nel tentativo di evitare preventivamente le critiche mosse tanto all’edizione 2005, curata da Rosa Martinez e Maria de Corral, quanto alla precedente firmata da Francesco Bonami.
Da Kassel a Münster
E se nonostante la riservatezza di Storr, da Venezia continuano a filtrare indiscrezioni su chi parteciperà ai padiglioni nazionali – Sophie Calle per la Francia, Tracey Emin per la Gran Bretagna, Aernout Mik per l’Olanda, Gonzalez-Torres per gli Stati Uniti e Yehudit Sasportas per Israele – su Documenta il mistero è assoluto: la sorpresa sarà notevole poiché molti degli artisti indicati come probabili partecipanti hanno negato di aver ricevuto alcun invito, il che fa pensare a una edizione quantomeno poco ovvia. Il quarantacinquenne curatore tedesco Roger M. Buergel, in un recente incontro presso il Centre Pompidou di Parigi, ha peraltro continuato a tenere segreta la lista degli artisti invitati. Nel corso della conferenza, però, la parola più utilizzata è stata Bildung, formazione, e proprio all’aspetto «educativo» di una mostra cruciale come Documenta sembra tenere particolarmente Buergel, che in opposizione al suo predecessore Okwui Enwezor – i cui interessi gli avevano orientato lo sguardo soprattutto verso i paesi post coloniali, sembra voler focalizzare la propria attenzione su un contesto assai meno globale.
Più prodighi di informazioni, invece, gli organizzatori dello skulptur-projekte di Münster, che si tiene ogni dieci anni e chiama gli artisti a confrontarsi con le vie e le piazze della città tedesca (dal 17 giugno). I curatori, Kaspar König e Brigitte Franzen, hanno invitato con largo anticipo trentatre artisti (tra i quali Pawel Althamer, Ermgreen e Dragset, Dominique Gonzales-Foerster, Isa Genzken e Thomas Schutte) a confrontarsi con l’identità della scultura contemporanea e soprattutto con il suo ruolo nello spazio pubblico. Nell’attesa di questo mese di giugno così sovraffollato, sono molte le mostre che si prevede richiameranno l’attenzione generale. Protagonisti del programma espositivo saranno ancora gli artisti anglosassoni, e per cominciare il duo Gilbert and George, definitivamente beatificato da una mostra itinerante, che dalla Tate Modern di Londra (dal 15 febbraio) si sposterà in diverse sedi tra le quali il nostro Castello di Rivoli, dove in autunno saranno esposte più di duecento tra le opere concepite dalla coppia in quarant’anni di lavoro.
I paradossi del mercato
Tornando indietro nel calendario, l’apertura del 2007 vedrà al Castello di Rivoli una esposizione delle opere di Bruce Nauman concentrata sugli anni Settanta, il decennio più interessante nella produzione dell’artista americano, che ha impegnato gli ultimi cinque anni nel concepimento di questa mostra: da qualche tempo Nauman è al centro dell’attenzione italiana: non soltanto, infatti, è in corso a Napoli la retrospettiva che gli dedica il Madre, ma sono anche usciti in contemporanea due volumi – Please Pay Attention, Le parole di Bruce Nauman di Janet Kraynak per postmediabooks e Bruce Nauman Inventa e Muori. Interviste 1967-2001 a cura di Farid Rahimi, editi da a+mbookstore in collaborazione con Gian Enzo Sperone. La stagione espositiva del museo napoletano si inaugurerà con un doppio omaggio femminile: il 3 febbraio prenderanno il via le mostre di Rachel Whiteread e Marisa Merz che ribadiscono la definitiva affermazione del lavoro delle donne, siano esse artiste, critiche o galleriste, finalmente affrancate dall’attenzione «di genere». Questo, infatti, sarà senz’altro l’anno di due grandi autrici come Kiki Smith, protagonista di un tour espositivo per i maggiori musei statunitensi e Kara Walker che allestirà i suoi lavori al Walker Art Center di Minneapolis, al Whitney Museum di New York e, infine, all’Hammer di Los Angeles: entrambe le artiste tra l’altro, sebbene da prospettive differenti, una più intimista e scultorea, l’altra prepotentemente orientata alla rivendicazione dell’appartenenza razziale, hanno lavorato proprio sul ruolo femminile nella storia. Inoltre, al Macba di Barcellona, dal 2 febbraio sarà possibile perdersi nei percorsi sonori della canadese Janet Cardiff, mentre alla Kunsthalle di Vienna i progetti più sperimentali della primavera sono quelli di Dara Birnbaum e Nathalie Djurberg, e al Louisiana Museum di Copenaghen, uno dei migliori musei europei, saranno di scena prima Cindy Sherman ( 16-2) e poi Julie Mehretu.( 1-6).
Per quanto breve questo tour espositivo permette di osservare come nel circuito dei musei contemporanei sia sempre il lavoro di pochi artisti a essere affidato a mostre itineranti, identiche le une alle altre, o dotate di produzioni diverse, e il 2007 sembra non volere sconfessare questa tendenza: a esempio, sia Cindy Sherman che Bruce Nauman si sono valsi negli ultimi due anni di una serie notevole di esposizioni, cosi come Jeff Wall, che sarà protagonista dell’ennesima retrospettiva al Moma di New York dal 25 febbraio. In più, sembra confermata nel prossimo futuro la totale assenza di confini tra il mercato e gli altri settori del mondo dell’arte.
In questo fitto calendario espositivo verranno montate come sempre le mostre mercato (si comincia con Artefiera a Bologna il 25 gennaio per arrivare a Art Basel Miami Beach il prossimo dicembre), che quest’anno in particolare evidenzieranno la sovrapposizione tra la parte più teorica e avanzata del sistema dell’arte e quella più commerciale.
La crescita del mercato sembra peraltro inarrestabile, grazie a flussi di denaro tanto abnormi quanto incontrollati e misteriosi, che consentono la registrazione di una serie di record, soprattutto sul mercato contemporaneo: proprio i lavori più recenti, anche quelli dissacranti e provocatori, sono i più desiderati e acquistati, né sembra che questo andamento subirà un arresto nei prossimi dodici mesi. D’altronde un’alternativa all’attuale sconfinamento di saperi e poteri non è neppure immaginabile: resta però tristemente paradossale il fatto che lavori artistici alimentati dalla volontà di riflettere su problemi come la guerra e l’ineguaglianza sociale spesso finiscono per decorare le case e gratificare l’ego di quanti hanno costruito la propria ricchezza proprio grazie ai tanti conflitti in corso nel mondo.
Maria Paola Forlani
E’ in corso presso la Collezione Peggy Guggenheim sino al 5 febbraio un’ampia antologica della scultrice francese Germane Richier (1902-59); la mostra si compone di una sessantina di opere tra sculture, piccoli gessi, disegni e litografie ed è curata da Luca Massimo Barbero. E’ certamente una riscoperta, se si considera che l’ultima retrospettiva dell’artista, a Saint Paul, risale al 1966. Germane Richier era molto amata da Peggy, che acquistò già nel 1960 una delle sue opere migliori, di impronta surrealista, <<Tauromachia>> del 1954, che figura nel giardino della Collezione. Il percorso inizia dai busti in bronzo (materiale prediletto dall’autrice) comprensivi di un <<Cristo>> del 1931 e di <<Régodias>> del 1938: si tratta di un figurativo classico, secondo l’impostazione ricevuta dal maestro Emile-Antoine Bourdelle. Per quanto riguarda il <<Busto di Cristo>>, questo venne realizzato dalla Richier in occasione della grande esposizione dal titolo “La Passione di Cristo nell’arte francese”, organizzata nel 1934 a Parigi, al Musée de la sculture comparée del Trocadéro e alla Sainte-Chapelle. Come nelle rappresentazioni religiose della Passione, questo busto ha la testa inclinata di lato. I capelli divisi da una scriminatura al centro sono segnati, come anche la barba, da strie incise con forza. La corona di spine non viene rappresentata se non attraverso una serie di sporgenze laterali sulla sommità del capo che intendono piuttosto suggerire la presenza. Il frammento di legno grezzo sul quale è collocata l’opera vuole forse evocare la croce. In questi anni a Parigi, dove si era trasferita nel 1926, la Richier frequentava Marino Marini, suo grande amico, Campigli e Giacometti. La svolta verso un’arte d’avanguardia avviene durante la seconda guerra mondiale: esule a Zurigo contatta Arp, Le Corbusier e Wotruba, optando per uno stile espressionista. Le figure di questo periodo, quali <<Il diavolo>> del 1950, o <<Griffu>> del 1952 sono scavate ed esili come quelle di Giacometti, ma avvolte da una ragnatela, uno schermo protettivo, che assume il significato di una difesa dall’aggressività dell’ambiente esterno. Di grande fascino è <<il Pipistrello>> del 1946 in cui Germane Richier decide di adattare la tecnica della stoppa intrisa nel gesso per realizzare le ali di quest’opera. La membrana di tessuto fissata all’armatura a vista delle ali esprime già un’idea di apertura di vita. Il corpo antropomorfo dell’opera è realizzato in creta, integrando elementi vegetali, solo nel 1956 l’opera verrà fusa in bronzo dorato che con tutto il suo splendore appare nella mostra veneziana. L’originalità di Richier e della sua anticipazione personale al clima materico e poetico dell’Informale è colto immediatamente dal pubblico e dalla critica. L’originalità dei suoi personaggi, la nascita di nuove creazioni come <<L’Homme-forêt (L’uomo-foresta, 1945), costituiscono un mondo plastico immerso nella natura, emerso dalla trasformazione della materia. Queste creazioni la rappresentano al suo ritorno a Parigi nell’ottobre del 1946 dove la precede la fama acquisita in Svizzera. La sua celebrità ha raggiunto l’internazionalità e le sue opere sembrano viaggiare senza sosta verso importanti musei e fondazioni artistiche. Nel 1947 lavora a uno dei suoi capolavori, <<L’Orage (Il Temporale>>, che completerà nel 1948, con il modello Tardone, di cui realizza anche il busto. Inventerà molto attorno a questo modello utilizzandolo per altre opere: <<L’Aquila>> nel 1948, <<L’Ogre (L’Orco)>> l’anno successivo, ma anche <<L’Hydre (L’Idra)>> e <<Le Pentacle (Il pentacolo)>> nel 1954. Lo ritrarrà per il dorso in <<La Montagne (La Montagna)>> nel 1955-56. Nel 1948 parteciperà alla Biennale di Venezia nel Padiglione francese in compagnia di artisti come Braque, Roult, Chagall e Maillol. Nel 1951 esplode uno scandalo relativo a una sua scultura di tema religioso <<Le Christ d’Assy (il Cristo di Assy)>>, 1950) che genera, per le sue straordinarie soluzioni formali, concepite come impossibili dal conservatorismo della Chiesa, delle controversi furiose. La scultura diviene oggetto per un dibattito interno alla Chiesa e a due differenti “fazioni” religiose. La critica internazionale appoggia Richier riconoscendone l’originalità e decretandone la sua grandezza come artista nella scultura contemporanea. L’anno successivo la Biennale di Venezia le dedicherà una personale al padiglione francese. E’ un momento centrale della consacrazione della scultrice, scelta come delegata delle nuove generazioni, e rara rappresentante femminile in un campo dominato da accademici o da uomini di chiara fama. In quell’occasione la Galleria d’Arte Moderna di Roma acquisterà la scultura di Richer intitolata <<L’Ogre (l’Orco, 1949)>>. La sua ricerca sarà sempre più rivolta in direzione surrealista, in una sorta d’ibridazione quasi Kafkiana tra l’uomo e l’insetto (<<Formica>> del 1953), a testimonianza di un profondo disagio esistenziale. Sorprendente è, nelle sale della mostra alla Peggy Guggenheim collection, l’intera attività ” grafica” di Germane Richier, sviluppatasi nel corso di più di dieci anni. L’interpretazione personale delle molte tecniche di stampa (incisioni su rame), così poco conosciute, restituiscono risultati inediti e sorprendenti. Germane Richier morirà il 31 luglio 1959 in una clinica di Montpellier. Così si concluderà questa vita troppo breve, intensa e creativa nel momento in cui l’artista godeva di una consacrazione mondiale e in cui ancora avrebbe voluto “sconvolgere la sua scultura”.
Iolanda Leccese
E’ in corso presso la Collezione Peggy Guggenheim sino al 5 febbraio un’ampia antologica della scultrice francese Germane Richier (1902-59); la mostra si compone di una sessantina di opere tra sculture, piccoli gessi, disegni e litografie ed è curata da Luca Massimo Barbero. E’ certamente una riscoperta, se si considera che l’ultima retrospettiva dell’artista, a Saint Paul, risale al 1966. Germane Richier era molto amata da Peggy, che acquistò già nel 1960 una delle sue opere migliori, di impronta surrealista, <<Tauromachia>> del 1954, che figura nel giardino della Collezione. Il percorso inizia dai busti in bronzo (materiale prediletto dall’autrice) comprensivi di un <<Cristo>> del 1931 e di <<Régodias>> del 1938: si tratta di un figurativo classico, secondo l’impostazione ricevuta dal maestro Emile-Antoine Bourdelle. Per quanto riguarda il <<Busto di Cristo>>, questo venne realizzato dalla Richier in occasione della grande esposizione dal titolo “La Passione di Cristo nell’arte francese”, organizzata nel 1934 a Parigi, al Musée de la sculture comparée del Trocadéro e alla Sainte-Chapelle. Come nelle rappresentazioni religiose della Passione, questo busto ha la testa inclinata di lato. I capelli divisi da una scriminatura al centro sono segnati, come anche la barba, da strie incise con forza. La corona di spine non viene rappresentata se non attraverso una serie di sporgenze laterali sulla sommità del capo che intendono piuttosto suggerire la presenza. Il frammento di legno grezzo sul quale è collocata l’opera vuole forse evocare la croce. In questi anni a Parigi, dove si era trasferita nel 1926, la Richier frequentava Marino Marini, suo grande amico, Campigli e Giacometti. La svolta verso un’arte d’avanguardia avviene durante la seconda guerra mondiale: esule a Zurigo contatta Arp, Le Corbusier e Wotruba, optando per uno stile espressionista. Le figure di questo periodo, quali <<Il diavolo>> del 1950, o <<Griffu>> del 1952 sono scavate ed esili come quelle di Giacometti, ma avvolte da una ragnatela, uno schermo protettivo, che assume il significato di una difesa dall’aggressività dell’ambiente esterno. Di grande fascino è <<il Pipistrello>> del 1946 in cui Germane Richier decide di adattare la tecnica della stoppa intrisa nel gesso per realizzare le ali di quest’opera. La membrana di tessuto fissata all’armatura a vista delle ali esprime già un’idea di apertura di vita. Il corpo antropomorfo dell’opera è realizzato in creta, integrando elementi vegetali, solo nel 1956 l’opera verrà fusa in bronzo dorato che con tutto il suo splendore appare nella mostra veneziana. L’originalità di Richier e della sua anticipazione personale al clima materico e poetico dell’Informale è colto immediatamente dal pubblico e dalla critica. L’originalità dei suoi personaggi, la nascita di nuove creazioni come <<L’Homme-forêt (L’uomo-foresta, 1945), costituiscono un mondo plastico immerso nella natura, emerso dalla trasformazione della materia. Queste creazioni la rappresentano al suo ritorno a Parigi nell’ottobre del 1946 dove la precede la fama acquisita in Svizzera. La sua celebrità ha raggiunto l’internazionalità e le sue opere sembrano viaggiare senza sosta verso importanti musei e fondazioni artistiche. Nel 1947 lavora a uno dei suoi capolavori, <<L’Orage (Il Temporale>>, che completerà nel 1948, con il modello Tardone, di cui realizza anche il busto. Inventerà molto attorno a questo modello utilizzandolo per altre opere: <<L’Aquila>> nel 1948, <<L’Ogre (L’Orco)>> l’anno successivo, ma anche <<L’Hydre (L’Idra)>> e <<Le Pentacle (Il pentacolo)>> nel 1954. Lo ritrarrà per il dorso in <<La Montagne (La Montagna)>> nel 1955-56. Nel 1948 parteciperà alla Biennale di Venezia nel Padiglione francese in compagnia di artisti come Braque, Roult, Chagall e Maillol. Nel 1951 esplode uno scandalo relativo a una sua scultura di tema religioso <<Le Christ d’Assy (il Cristo di Assy)>>, 1950) che genera, per le sue straordinarie soluzioni formali, concepite come impossibili dal conservatorismo della Chiesa, delle controversi furiose. La scultura diviene oggetto per un dibattito interno alla Chiesa e a due differenti “fazioni” religiose. La critica internazionale appoggia Richier riconoscendone l’originalità e decretandone la sua grandezza come artista nella scultura contemporanea. L’anno successivo la Biennale di Venezia le dedicherà una personale al padiglione francese. E’ un momento centrale della consacrazione della scultrice, scelta come delegata delle nuove generazioni, e rara rappresentante femminile in un campo dominato da accademici o da uomini di chiara fama. In quell’occasione la Galleria d’Arte Moderna di Roma acquisterà la scultura di Richer intitolata <<L’Ogre (l’Orco, 1949)>>. La sua ricerca sarà sempre più rivolta in direzione surrealista, in una sorta d’ibridazione quasi Kafkiana tra l’uomo e l’insetto (<<Formica>> del 1953), a testimonianza di un profondo disagio esistenziale. Sorprendente è, nelle sale della mostra alla Peggy Guggenheim collection, l’intera attività ” grafica” di Germane Richier, sviluppatasi nel corso di più di dieci anni. L’interpretazione personale delle molte tecniche di stampa (incisioni su rame), così poco conosciute, restituiscono risultati inediti e sorprendenti. Germane Richier morirà il 31 luglio 1959 in una clinica di Montpellier. Così si concluderà questa vita troppo breve, intensa e creativa nel momento in cui l’artista godeva di una consacrazione mondiale e in cui ancora avrebbe voluto “sconvolgere la sua scultura”.
Anna Maria Piussi e Ana Mañeru Méndez sono le curatrici di un libro
collettaneo in lingua spagnola, uscito a fine 2006 per le edizioni
Octaedro di Barcellona (Spagna), intitolato: “Educación, nombre común
femenino” (Educazione, nome comune femminile).
“Il libro nasce da un desiderio e da una scommessa. Professoresse e
ricercatrici appassionate di politica delle donne si lasciano portare
dal desiderio di risignificare il loro rapporto con l’insegnare,
l’educare e il fare ricerca a partire da sé e in relazione libera con
altre. La scommessa politica parte dall’essere donna o essere uomo come
qualcosa che è significativo nell’educazione, dal sapere che ogni atto
educativo è un atto relazionale e che la nostra origine e l’origine
dell’educazione sono femminili, perché è ciascuna madre colei che ci
accoglie in primo luogo e stabilisce con ciascuna e ciascuno la prima
relazione, mediante la quale ci insegna a parlare e ci cerca un posto
nel mondo. Perciò un’educazione che abbia senso riconosce la sua
radice, che è il rapporto di fiducia e di autorità, non di potere e
gerarchia, e la forza del desiderio di imparare.”
Le autrici fanno parte di “Sofías. Relaciones de autoridad en la
educación” (Sofie. Relazioni di autorità nell’educazione), che consiste
in relazioni libere tra professoresse di scuola materna, elementare,
secondaria, università e istruzione non regolata, che si riuniscono per
scambiare esperienze e creare sapere: la loro proposta, aperta anche
agli uomini, è un pensiero nuovo sull’insegnare, l’imparare, l’educare
e il lasciarsi educare.
Tanti e tanti auguri a questa artista poetica e raffinata che non smette di stupire il mondo
“Nacqui il giorno di Natale, rovinando la festa a tutti quanti. Mentre erano intenti a gustare ostriche e champagne, ecco che arrivo io. Mi piantarono in asso. Oggi riesco a raffigurarmi quell’evento ridicolo… non accuso nessuno. E’ quindi un senso di sconfitta quello che motiva il mio lavoro, una volontà di rimediare al danno che è stato fatto… non di paura, ma del trauma dell’abbandono”.
“Tutto quello che produco è ispirato ai primi anni di vita. Ogni giorno devi disfarti del tuo passato, oppure accettarlo, e se non riesci diventi scultrice”
Louise Bourgeois
Arianna Di Genova
L’ombra come doppio, luogo della produzione fantastica e “isola” felice dell’identità. Sotto la sua protezione, l’alone misterioso che sparge intorno ad ognuno di noi, vivono storie e passioni. È lì che paure, non detti, miraggi e visioni, come spiega nel suo testo in catalogo Lea Vergine, curatrice della mostra al Palazzo delle Papesse dal titolo D’ombra, finiscono per essere proiettati, diventano accadimenti, scure percezioni di mondi altri.
Il tema proposto in questa rassegna – prossima tappa al Man di nuoro – è piuttosto ambizioso e di non semplice trattazione: come “gestire” l’ombra nell’arte contemporanea? Solo con un’assenza che racconta per ellisse? La scelta è caduta su una suggestione: quella tendenza ad una realtà popolata di fantasmi, rimozioni e incantesimi luminosi che rimanda a volte alle lanterne magiche, altre all’impossibilità di definizione esatta di un universo oggettivo. Ombra come finzione, dunque o, meglio, come indizio svaporato fra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Entrando alle Papesse di Siena, si viene subito accolti dall’installazione di Ann Hamilton, un vestito da derviscio rotante che “vola” nello spazio, privo di qualsiasi corpo che lo indossi. È una dichiarazione di intenti che non lascia dubbi: la partita fra ombra e luce, tangibilità e sparizione, verrà giocata, da qui in poi, in una dimensione intima, a tratti malinconici. Seguendo principalmente due linee teoriche: l’ombra temporale, fisica e quella dell’apparenza delle cose. A rinforzare la prima impressione interviene anche la scelta di un’artista come la praghese Jana Sterbak (vive e lavora in Canada) e della sua corazza telecomandata, simulacro di un corpo che non c’è più ma che ha abitato quello spazio, privo però di ogni controllo razionale e completamente affidato agli automatismi della tecnologia.
La mostra, con il suo allestimento labirintico, fa perdere ogni punto di riferimento e immerge lo spettatore in un ambiente “umbratile” che invita ad esplorazioni interiori, viaggi negli inferi, coraggiosi itinerari verso il nulla e l’immateriale. A guidarci, ci sono le fotografie ritratto di Francesca Woodman, clonazioni di identità improvvisate da sagome nere ma anche il trompe-l’oeil di Gino De Dominicis, artista che ha sempre sottolineato la mancanza degli oggetti nei suoi quadri, lasciando solo impronte.
L’evanescenza che si solidifica in una azione tanto da divenire un loop – l’uomo/silhouette che batte sui tasti – è invece il soggetto del video Typist di William Wegman con il conseguente disagio che si prova a visitare le sale di un museo in compagnia di un fantasma silenzioso ma molto affaccendato.
Ironia, memoria, ricordi, biblioteche digitali stipate in una sorta di caverna platonica delle idee: è la materia psichica che emana dall’installazione di Gary Hill, I Believe It Is an Image in Light of the Other. Prelude ad inquietanti sdoppiamenti di personalità questa full immersion al buio totale, alla scoperta di tesori perduti, pagine e scritture segrete. Per Christian Boltanski è stata allestita una vera e propria cripta: è lì che si sprigionano le figurine di Candles, tremolanti acrobati impegnati in danze tribali intorno al fuoco.
Il mondo sottosopra è la firma “ombrosa” di Fiona Tan che divide l’immagine in due, rovesciandola e facendo trasmigrare la stessa sostanza – cioè l’aria – in entrambe. Così anche l’anglopalestinese Mona Hatoum che non parte da terra ma dal soffitto. In una stanza dai toni infantili, troneggia una lampada che fa giochi di luci e di ombre. S’inanellano sulle mura cornicette di stelline, molto natalizie, intervallate però da soldati con mitra. Sagome di guerra rincorrono i sonni dei bambini, ingoiando la Storia recente in un vortice di tensione.
Perché i suoi personaggi sono donne sofferenti? Eva.
Cara Eva, il dolore di Delia, Olga, Leda è il frutto di una delusione. Ciò che si aspettavano dalla vita – sono donne che hanno cercato di rompere con la tradizione delle loro madri e delle loro nonne – non arriva. Arrivano invece vecchi fantasmi, gli stessi con cui hanno dovuto fare i conti le donne del passato. La differenza è che loro non li subiscono passivamente. Si battono invece con tutte le loro energie e ce la fanno. Non vincono, ma semplicemente vengono a patti con le proprie aspettative e così trovano nuovi equilibri. Io non le sento come donne sofferenti, ma come donne combattenti.
Sono semplicemente innamorata della sua scrittura, non ho curiosità sulla sua persona perché io conosco di lei quel che mi interessa: quello che risuona fra noi attraverso le parole dei suoi racconti. Io so che è donna perché nelle sue pagine sente, soffre e si tortura una donna; un uomo al massimo è in grado di capirle quelle pagine, non credo di scriverle, neppure quel camaleonte di Tolstoj che con la Karenina non ha fatto un cattivo lavoro. Io vorrei sapere: cosa legge, cosa le piace leggere? La conosce Paula Fox di “Quello che rimane”? È una scrittrice che mi piace quanto Lei, nelle sue storie c’è un’analoga, terribile, picevolissima suspence; la traduce in italiano, benissimo, un uomo: ecco al massimo capirei che lei fosse quell’uomo e che fosse rimasto intrappolato nelle sue atmosfere, un po’ alla “Zelig”. Saluti grati Cristiana
Cara Cristiana, la ringrazio per le parole incoraggianti. Mi ha colpito soprattutto una sua formula: “quello che risuona tra noi”. Anche a me piacciono i libri per quello che di loro risuona tra noi. Mentre scrivevo “La figlia oscura”, leggevo un vecchio racconto, “Olivia”, pubblicato da Einaudi nel 1959 e tradotto da Carlo Fruttero. Il racconto è uscito anonimo nel 1949, dalla Hogarth Press di Londra. Anche se non sappiamo niente di chi l’ha scritto, a me pare che abbia pagine di buona risonanza e glielo consiglio. Quanto a “Quello che rimane” di Paula Fox, la ringrazio per l’accostamento ma è troppo generosa. “Quello che rimane” è un libro che amo per la sua intensità narrativa. Dalla sua ricchezza di senso mi sento molto lontana.
Carissima Elena Ferrante, ho letto “I giorni dell’abbandono” e potrei dire che lei è donna in quanto ci si sente proprio così quando si viene abbandonate da quegli esseri senza cuore che sono gli uomini, tuttavia potrebbe essere anche un uomo perché ce ne sarà pure uno consapevole del male che fa e penso al grande Tolstoj della “Sonata a Kreutzer”: complimenti in ogni caso, ci sveli se vuole l’enigma o sennò l’arte è superiore in ogni caso
sua Mariateresa Gabriele
Cara Mariateresa, la ringrazio per aver letto “I giorni dell’abbandono”. Non credo che l’arte, come lei dice, possa prescindere dall’artefice. Credo anzi che chi scrive finisca, che lo voglia o no, interamente nella sua scrittura. L’autore c’è sempre ed è nel testo, che perciò ha tutto il necessario per risolvere gli enigmi che contano. Quelli che non contano è inutile porseli.
Cari amici di Fahreneit, vi scrivo per segnalarvi una circostanza quanto meno singolare, in relazione alla protagonista Leda dell’ultimo libro di Elena Ferrante, “La figlia oscura”, che ancora non ho letto, ma che mi sarà presto regalato. Ebbene, io vivo a Napoli, mi chiamo Leda, sono laureata in inglese (insegno e traduco), sono divorziata da alcuni anni e ho due figli, ormai adolescenti. Mi è sorto un dubbio, la misteriosa Elena (che secondo la mitologia è figlia di Leda ) è forse qualcuno che mi conosce? Con simpatia e stima, Leda
Cara Leda, che dirle? Chi scrive un racconto spera che le lettrici e i lettori trovino motivo di identificazione non solo nei dati anagrafici dei personaggi. Quando avrà letto il libro, mi scriva e mi dica se le affinità con la mia Leda hanno varcato la soglia del nome. Ci tengo, visto che lei è una lettrice che promette di dare molta soddisfazione. In poche parole tra parentesi ha fatto un’osservazione per me importante. Ho scelto il nome Leda non casualmente. Leda – lo sanno soprattutto gli studenti di liceo e i pittori – è la ragazza a cui Zeus si unisce sotto forma di cigno. Ma se le lettrici e i lettori interessati vanno a vedere, per loro divertimento, nel terzo libro della Biblioteca di Apollodoro (è un volume Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla), scoprono che, in una versione meno nota del mito, Leda è al centro di una complicata, moderna vicenda di maternità. La vicenda è la seguente. Zeus si sarebbe unito in forma di cigno non a Leda ma a Nemesi, che per sfuggirgli si era mutata in oca. “Dall’unione” sintetizza Apollodoro “Nemesi partorì un uovo che un pastore trovò nei boschi e portò in dono a Leda; Leda lo custodì in un’urna e, a tempo debito, nacque Elena che lei allevò come sua figlia”. Questa Leda e questa Elena, la sua figlianon figlia, mi hanno suggerito i nomi di due dei personaggi della “Figlia oscura”. Se leggerà, vedrà.
Di Elena Ferrante ho letto “L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono”, “La frantumaglia”. Diversi per struttura ideativa e composizione tecnica, dei due romanzi ho amato moltissimo “I giorni dell’abbandono”, per la scrittura spigolosa e appuntita. Scarnificare la lingua significa, per la Ferrante, scarnificare i concetti dove ridurre all’osso non equivale, tuttavia, ad una semplificazione ma ai risultati di una accurata analisi introspettiva, che lascia sospese per la riflessione le questioni di fondo: la solitudine, l’elaborazione del dolore, l’amore. In questo esercizio di feroce, inesausta ricerca di senso, la scrittura scolpisce stati d’animo e sentimenti, esibendone contraddizioni e ambiguità. Alcune domande: cosa legge Elena Ferrante? Quale il suo rapporto con i classici, la tragedia greca in particolare? Cosa pensa del rapporto letturascuola? Grazie Roberta Costantini
Cara Roberta, la ringrazio per le buone parole. Sono stata una lettrice accanita e ho scritto parecchio sul mondo classico da ragazza, per mio piacere e per motivi di studio. Nei tragici, specialmente in Sofocle, trovo sempre qualcosa, anche poche parole, che mi accendono la fantasia. Quanto al rapporto della scuola con la lettura so poco o niente. Dal mio osservatorio di madre posso dire che conta molto la sensibilità degli insegnanti. Un insegnante che non ama la lettura comunicherà quel disamore anche se si rappresenta, davanti ai suoi alunni, come un accanito lettore.
Gentile Scrittrice Elena Ferrante, non ho letto i suoi libri, pertanto immagino che la sua scrittura sia importante, piacevole e valida, dai films che ho visto che mi sono piaciuti, oltre che per la validità di detti films, per le problematiche che sollevano. Raramente ho letto analisi così profonde sui sentimenti e l’interiorità di noi donne. La nostra sofferenza interiore viene congedata con una frase offensiva :”Isteria”. Su ciò che provoca l’isteria, silenzio assoluto. La ringrazio per aver illuminato il nostro sottosuolo che, sono sicura, ci aiuterà a crescere e a farci rispettare. Io mi riconosco in ciò che lei porta in superficie. Anch’io, quando i miei figlioli (un maschio 48enne una femmina 42enne), se ne sono andati per la loro strada, ho incominciato a vivere e ad apprezzare l’azzurro del cielo. Lo stesso è stato quando ho preso coscienza che l’amore per mio marito non aveva ragione di essere. Al pari di Olga, dopo il dolore e il precipitare nell’abisso della sofferenza, ho compiuto i primi passi nell’autostima. Mi dispiace un po’ che lei abbia deciso di non palesarsi, qualcuno ha insinuato che dietro al suo anonimato ci sia un uomo, Goffredo Fofi. Sono fermamente convinta che quando ci si può guardare negli occhi tutto diventa più tangibile. La mia stima, sugli argomenti che lei tratta, non cambierà qualsiasi sia la sua corporalità. Ora che fahrenheit ha attirato la mia attenzione su di lei, leggerò i suoi scritti, in definitiva è ciò che conta. Cordiali saluti
Il corpo è tutto quello che abbiamo e non bisogna sottovalutarlo. I film che ha visto sono appunto, letteralmente, un “dare corpo” a ciò che c’è nella scrittura dei libri. Sono convinta, però, che una pagina abbia in potenza più corpo di un film. Bisogna attivare tutte le nostre risorse corporali di scrittori e di lettori per farla funzionare. Scrivere e leggere è un grande investimento di corporalità. Nella scritturalettura, nel comporre segni e nel decifrarli, c’è un coinvolgimento del corpo che gareggia solo con la scrittura della musica.
Grazie Elena, con i tuoi libri, soprattutto l’ultimo, sei riuscita a chiarire, a colmare, anche solo per un attimo, facendoci sentire meno sole, i vuoti delle vite di noi donne, madri, figlie e lavoratrici di questo tempo ingrato. Anche il mio compagno ha amato molto il tuo libro che ci ha dato spunto per riflettere ancora una volta su aspetti a volte confusi, altre incoffessabili dell’esistenza. Elisabetta
Cara Elisabetta, la ringrazio per il verbo “colmare”, è bello se usato per dire un effetto della lettura. Un libro per me deve provare a incanalare materia viva, magmatica, e perciò non facilmente riducibile alle parole e a quel genere, fondamentale per la nostre esistenze, che è la confessione.
Cosa pensa Elena Ferrante di questioni sociali come l’eutanasia? Che posizione ha sul caso Welby? E, più in generale, non pensa che per un intellettuale (quindi anche per uno scrittore) sia importante (se non addirittura un dovere) la partecipazione al dibattito pubblico sui grandi temi della vita civile? Roberta, Genova
Cara Roberta, penso che quando restare in vita è puro dolore o, peggio ancora, è la negazione di tutto ciò che consideriamo vita umana, il colpo di grazia – potente espressione di generosità, se preso nella sua lettera – vada sancito come un diritto fondamentale. Le devo dire però che esprimermi così, in poche parole schematiche, su un tema delicatissimo mi pare frivolo. L’ho fatto in questa occasione, non lo farò più. Bisogna sicuramente partecipare alla vita pubblica, ma non ricorrendo a formule d’occasione oggi su un argomento, domani su un altro.
Tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, sono caratterizzati dal tema dell’abbandono, dei distacco, della separazione. È una sua ferita personale? Oppure ritiene che l’incapacità di stare insieme, di vivere un progetto comune, sia un tema forte, rappresentativo del nostro tempo? Dario Martella (Roma)
Caro Dario, io aderisco all’idea che bisogna scrivere di ciò che ci ha segnato a fondo. Tanto meglio, poi, se il racconto delle nostre ferite più insanabili cattura un po’ di quello che una volta si chiamava ampollosamente lo spirito del tempo.
Cara Elena Ferrante, siamo stati invitati a non fare domande sul tema della sua identità, ma la tentazione è forte. Aggiro il problema domandandoLe quale dei suoi tre romanzi è più autobiografico. In quale dei suoi personaggi (forse nell’ultimo, bellissimo, di Leda) si riconosce di più? Alberta
Cara Alberta, sento Delia, Olga e Leda, personaggi di finzione, come donne molto diverse tra loro, ma mi sento vicina a tutt’e tre, nel senso che ho con loro un rapporto intenso di verità. Credo che, nella finzione, si finga molto meno che nella realtà. Nella finzione diciamo, riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà tacciamo, ignoriamo.
Elena Ferrante, non so quanti anni abbia, né dove viva. Ma posso chiederle, secondo la sua esperienza, cosa sta succedendo alla mia (nostra?) città? A cosa si deve questa esplosione di violenza? E come si può arginare questo degrado? Alice Santosuosso (Napoli)
Niente di più e niente di meno di ciò che succede da decenni: un intreccio sempre più vasto e articolato tra illegalità e legalità. Il fatto nuovo non è l’esplosione di violenza, ma come Napoli, coi suoi problemi annosi, sia attraversata dal mondo e stia dilagando per il mondo.
Cara Elena Ferrante che bella opportunità, questa che ci viene offerta dalla sua casa editrice: scriverle e ascoltare per radio le sue risposte. Ne approfitto all’istante, perché un filo invisibile ci lega in un progetto narrativo che lei risolve con le parole io invece con le immagini. Le molecole sospese, quelle che danno agli artisti la possibilità della percezione devono essersi appoggiate, su di noi o almeno su certi temi, allo stesso modo. Tempo fa, quando la mia esperienza di mamma supplente si apriva nel suo pieno processo di responsabilità trasformando la mia solidarietà in impegno effettivo, ho sentito il bisogno di raccontare. Fare da madre e non essere madre, sentirsi divisa fra volontà e paura, sola e nessuna categoria d’appartenenza. Mi guardavo attorno e ripescavo nella memoria la mia infanzia e il rapporto con mia madre. Cercavo immagini per dare una struttura narrativa, che solo ora dopo “La figlia oscura” mi appare chiara, alle logiche scenografiche che giorno per giorno si componevano sui fogli. Tutto è partito dalle foto, dalle fotografie in bianco e nero che si facevano al mare. Sulla sabbia ho composto le scene. Bambine sedute in pose anni ’50, Barby sepolte fra palette e secchielli, Barby mamme grandi e colorate come totem di plastica, bambine che avanzano, bambine che suonano piani di sabbia. Piani, primi piani, programmi d’azione. Per un anno intero non ho fatto altro, moltissimi disegni, un po’ in tutte le tecniche, lavori illustrativi, graficamente passabili ma artisticamente imbarazzanti perché raccontavano il mio disagio. Produrre immagini come terapia per riprovare a crescere. Figlie oscure senza mamme e mamme bambole nascoste nella sabbia. L’altro giorno ho riaperto la cartella e ho capito che quei lavori erano il mio modo di affrontare il tema della maternità e tutte quelle mie bambole (sepolte nella sabbia, mamme o amiche, sorelle) sono come i personaggi del suo libro. La bambola, Leda, Elena, Nina, Marta, Bianca …. Con infinita stima, Miriam
Cara Miriam non credo che sul piano artistico ci sia mai qualcosa di imbarazzante. È lei, persona privata, che dopo la fase dell’espressione artistica, si ritrova con se stessa, con la sua normalità, e ha un’impressione di impudicizia. In questo la capisco e la sento vicina. Sono interessata a questo suo manipolare bambole e sabbia. Se vuole, mi invii qualche foto. So poco della simbologia delle bambole, ma mi sono convinta che esse non sono solo la miniaturizzazione dell’essere figlie. Le bambole ci sintetizzano come donne, in tutti i ruoli che il patriarcato ci ha assegnato. Se le ricorda le bambolesuore della futura monaca di Monza? A me interessava raccontare come reagisce oggi una donna colta, “nuova”, a stratificazioni simboliche di lunga data.
Gentile signora Ferrante, le scrivo dopo aver letto l’intervista che ha concesso a Repubblica. Di suo, sinora, ho letto solo “I giorni dell’abbandono”, scegliendo in una fase successiva di vedere il film. E come spesso capita, il passaggio da una arte all’altra mi ha lasciata insoddisfatta… nonostante la buona riuscita della pellicola, mi sono sentita orfana della sua scrittura. Come tutti, ignoro il suo vero nome, e persino il suo sesso. E ammetto che ne sono felice. Non è solo che in questo modo lei si è garantita la libertà di tutelare la sua intimità, riuscendo ancora di più a scavare nelle sue storie, come ha spiegato. Questa sua scelta garantisce anche noi lettori, ai quali lei parla da “autore assoluto”, facendo cambiato quello che c’è da cambiare quello che hanno fatto Battisti e Mina… Sgomberato il campo dal carico oneroso dell’immagine, rimane per noi “solo” quello che lei scrive. “Solo” su questo dobbiamo concentrarci. Ed è davvero tanto in un mondo nel quale immagini e notorietà schiacciano contenuti e identità. Mentre leggevo “I giorni dell’abbandono” (libro di cui mi sono ritrovata un paio di mesi fa a parlare con una collega, reduce dal naufragio del matrimonio per adulterio di lui, e con una donna ovviamente più giovane) anche la sua scrittura mi è sembrata “assoluta”. A volte difficile e dura, in quel suo essere tesa e analitica, ma sempre e solo “assoluta”. Se lei è una donna, in lei l’emotività non si trasforma in piagnisteo sentimentalista. Se lei è un uomo, è riuscito a comprendere e a descrivere senza fuorvianti pietismi sessisti. Per me, mamma di una bimba di tre anni, moglie a volte schiacciata da una routine stressante, figlia Cassandra incompresa, giornalista non in carriera, donna ormai sopra i quaranta ma alla perenne ricerca di equilibrio e identità, sono state particolarmente importanti le riflessioni sul periodo in cui la protagonista svezzava i figli, sull’odore delle pappe e del latte che si appiccica alle carni, al punto da esserne una opprimente emanazione. Le sono grata per quello che ha scritto, per tante ragioni, troppo lunghe e noiose perché le spieghi. E in realtà non credo neanche che ce ne sia bisogno che lei sia donna o uomo, solo figlia/o o anche madre/padre. Della sua intervista ho amato particolarmente la parte finale, quella relativa a Napoli. Non so se realmente lei sia nata/o nel capoluogo campano, o se l’abbia deliberatamente eletto a terra madre per una scelta di campo. Ma da meridionale sono originaria di Bari apprezzo il grande rispetto verso quella terra e le sue “emergenze”. Nei giorni in cui tenevamo la triste contabilità dei morti ammazzati, si sparava e uccideva anche a Milano e nell’hinterland, e nessuno si è sognato di parlare di emergenza per quegli omicidi. Una ventina di anni fa ero negli Stati Uniti conobbi un giovane palermitano. Insegnavo italiano agli studenti di un college, e invitai quel ragazzo a parlare con loro di Palermo, e quindi anche della mafia. “La mafia non è una accolita di siciliani ignoranti con la coppola e la lupara. È una multinazionale, che fa affari e muove capitali al sud come al nord come al centro, come all’estero” raccontò ai miei studenti. Non so cosa sia restato in quei giovani americani di quella “lezione”. So che ci penso ogni volta che mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, e soprattutto gli arresti di latitanti eccellenti invadono le nostre cronache. Perché pochi riescono a parlare del nostro sud ma dovrei dire di tutti i “sud” resistendo alla tentazione di dipingere se stessi con sfumature bucoliche in un folkioristico quadretto sudista che certifichi apertura mentale e non convenzionalismo (“amo il sud, e quindi sono di ampie vedute”). E anche per questo dalla sua intervista ho ricevuto in modo più urgente l’impulso a leggere il libro di Saviano… Per il resto, la ringrazio per averci regalato, negli attimi sospesi dei suoi romanzi, parole ricche di senso e contenuto. Mafalda Caccavo
Cara Mafalda, la ringrazio molto per la sua lettera. Mi piace questo suo ragionare col “se” e col doppio pronome. Io credo che bisognerebbe fare così con tutti gli autori di libri. Non penso tuttavia che sia possibile un “autore assoluto”. Di assoluto a questo mondo non c’è niente, nemmeno nel fondo più fondo della nostra biologia. Naturalmente la differenza sessuale è decisiva e io so che i miei libri non possono essere che femminili. Ma so anche che non è concepibile un’assolutezza femminile (o maschile). Siamo vortici di detriti, trombe d’aria che trascinano frammenti di provenienza storica la più diversa. Questo ci fa meno male incoerenti, complessi, non riducibili a uno schema senza che molto, moltissimo, resti fuori. I racconti tanto più sono efficaci, quanto più sono parapetti da cui si può guardare quello che resta fuori.
Enzo Martines
Egregio direttore,
ho ritenuto di rivolgermi a Lei, con la presente, per rispondere a due personali esigenze maturate seguendo la cronaca delle ultime settimane. La prima relativa alla richiesta, da più parti invocata, di esprimersi pubblicamente, da uomo pubblico, sul tema della violenza sulle donne; la seconda per dichiarare il mio personale disagio quando questo tema irrompe nella cronaca e pone la dimensione maschile, oggettivamente, in una posizione critica, difficile e imbarazzante.
In questi giorni abbiamo assistito alle prese di posizione, soprattutto del mondo femminile, con richieste aperte alla condivisione, alla complicità, perché anche il nostro mondo, quello maschile, risponda ed emargini, anche formalmente, quei comportanti, che a tutte le età a tutte le latitudini, ci riferiscono di violenze sull’altro sesso.
Son cambiati i costumi, le donne si sono emancipate, gli equilibri sentimentali si sono, nel tempo e di recente, molto modificati, lo schema dei ruoli familiari si è altrettanto trasformato. Nelle chiacchiere da salotto, nei talk show televisivi della fascia pomeridiana, si discute della fine del “maschio”, si tratta la questione col senso del ridicolo, denunciando superficialmente la perdita di senso del ruolo maschile.
La fine del machismo è ormai cosa acquisita, il detto per cui: “l’omo è omo e ha da puzzà”, non tocca nemmeno lontanamente gli uomini della mia, della nostra generazione, la forza del confronto tra uomo e donna si gioca ormai su altri piani, al ruolo dell’uomo si sostituisce la natura dell’uomo, a come quindi egli si pone nei confronti della famiglia, a come porge le sue attenzioni nelle relazioni, la sua autenticità di individuo di genere.
Non sopporto le immagini delle donne violentate, mi vergogno. Non sopporto che donne e ragazze si sentano in colpa e rifiutino il proprio corpo perché hanno subito la violenza di un uomo.
Vale anche per le prestazioni del “branco” come si dice usualmente. Cioè di quel gruppo di adolescenti che vicendevolmente si giustificano e aggrediscono la preda per saziare l’impeto genitale. Niente rossori, niente tentennamenti riguardosi e curiosi, solo azioni mirate ad annientare la sconosciuta da uno sconosciuto se stesso.
Alcuni giorni fa in un dialogo con la maestra Elvia Franco si ragionava sulla pedagogia rivolta ai bambini delle elementari, sul senso dell’educazione a scuola. Voglio rubare alla maestra una frase che ho trovato illuminante e nella quale mi riconosco come individuo e come individuo maschio. Elvia ha detto: bisogna insegnare la passione della cura.
Quello che io, quelli della mia generazione, quelli che conosco e con i quali ho più volte condiviso questi ragionamenti, siamo abituati a proporre all’altro sesso, è la natura di un mondo (quello maschile) articolato, ma cosciente del tempo in cui vive, pronto a misurarsi con le richieste di attenzione, di collaborazione nei progetti di vita, nella competizione della seduzione reciproca, nella nuova dimensione della paternità.
Così penso a mia figlia e a come sarà importante conoscere e gestire la propria sessualità e la propria dimensione relazionale. Anche lei si confronterà con l’altro sesso e spero che incontri una nuovissima generazione di maschi.
Il problema non sono le donne, sono gli uomini. Nella distorsione del rapporto tra generi, i maschi sono colpevoli. Colpevoli quando cedono alla semplificazione materiale del rapporto, colpevoli quando rinunciano al confronto, alla curiosità, al rispetto, alla tenerezza.
Appassioniamo, caro direttore, le giovani generazioni di maschi, appassioniamoli alla cura di se stessi nella nuova dimensione di esseri umani, di genere, consapevoli della loro natura e dunque del loro ruolo.
Lo facciano la scuola, le istituzioni pubbliche, debelliamo insieme l’opaca visione di un mondo maschile in crisi di identità, rendiamo alle nuove generazioni il senso di una civiltà che progredisce nella serenità delle relazioni reciproche.
Abbiamo la fortuna di vivere in una città che dà prova di civismo anche nei temi qui brevemente trattati, ma nessuno e soprattutto coloro che sono coscienti del problema e lo sanno risolvere, ha il dovere di testimoniarlo e tramandare il senso della propria profonda emancipazione.
Grazie per l’attenzione.
Enzo Martines
Marisa Forcina
Nella società contemporanea, la sostanziale indifferenza nei confronti del lavoro come fonte di riconoscimento e di trasformazione sociale e politica di un contesto – lavoro che, però, nella sua frammentazione e flessibilità diventa sempre più pervasivo – non consente il radicamento di alcun senso di appartenenza a strutture collettive (professioni, classi sociali, sindacati, Stato e, persino, identità di genere). Tradizionalmente sono state queste configurazioni sociali a introdurre o rendere stabili dei cambiamenti politici. La disgregazione contemporanea di questi raggruppamenti e una politica che si appella al lavoro flessibile (o precario) sembra comportare anche una sempre più difficile possibilità di cambiamento o anche di partecipazione, attraverso la mediazione del lavoro, al governo del proprio contesto di riferimento. Gli orientamenti legislativi e politici istituzionali sembrano andare in questa direzione, ma intanto le donne sono oggi così presenti nel mondo del lavoro, con così alte percentuali in alcuni settori (scuola, sanità, giustizia, e vedremo in seguito ciò che questo significa) e questo è già un modo per essere presenti nello “spazio pubblico” (come Arendt definiva l’ambito politico) e costituisce già una forma di cittadinanza femminile che ha delle grandi potenzialità ancora non sufficientemente interrogate, che hanno già orientato e possono continuare a orientare in maniera più radicale verso un cambiamento sociale e politico fruibile da tutti, uomini e donne.
Va ancora esplicitato e raccontato il modo in cui le donne che lavorano oggi nelle istituzioni hanno assunto consapevolmente su di sé il peso e il valore del proprio rapporto col mondo. Non si tratta di opporre il valore o i valori della femminilità o dell’essere donna ai valori maschili o dell’essere uomo. La differenza sessuale non è in questa contrapposizione schematica e oppositiva di valori, ma è segno di un limite e di una parzialità, e assume valore quando il limite è riconosciuto, accettato e, in un qualsiasi percorso, da situazione ed elemento paralizzanti, viene cambiato di segno e fatto diventare, in qualunque fase di stallo, via d’uscita positiva.
Dunque non c’è da opporre un valore maschile a un valore femminile, un governo maschile a un governo buono femminile; c’è, semmai, da opporre a visioni universalistiche di governi e di democrazie, dei modi parziali, contingenti e però efficaci che, significando la differenza sessuale, consentono un cambiamento di strada, che può essere anche improvvisato e inaspettato, ma che sa stare nel tempo e nel mondo, reggendo e governando un determinato problema.
Sappiamo che la differenza sessuale si manifesta, ad esempio, in una donna, quando lei rende possibile qualcosa che nella indifferenza degli schemi, delle norme e delle convenzioni sociali, non era previsto, e non quando quella si appella a identità predefinite che la vogliono salvifica o salvata. Nell’università abbiamo visto al lavoro questa differenza che ha portato a luce contenuti nuovi nel sapere, che li ha trasmessi, che ha reso possibili scuole estive, master e corsi e convegni e riconoscimenti altrimenti impensabili. Abbiamo ravvisato anche la povertà di isteriche rivendicazioni di diritti che si appoggiavano al ruolo svolto per avere riconoscimento.
Sappiamo che non è, pertanto, solo la quantità di presenza femminile che può, di per sé, modificare lo spazio pubblico, così come tutti sappiamo bene che la democrazia non è solo questione quantitativa, e che non è solo l’espressione della volontà della maggioranza. Ma la quantità è già un dato non indifferente.
Il rapporto donna-governo non può funzionare come strumento di cambiamento sociale nella cruda immediatezza dei numeri che si appoggiano al binomio, ma ha bisogno di mediazione per diventare efficace e trasformativo del mondo dato; ha bisogno di attraversare e di attivare dei percorsi femminili di riconoscimento e di valorizzazione e di stima (si tratta di una pratica più sfumata rispetto all’affidamento teorizzato sul finire degli anni ’70 in Italia). Questo non per un rispecchiamento nell’altra e per un trovarvi l’appoggio e la conferma della propria esistenza o della propria identità, ma per dare parola e rendere dicibile l’esperienza e il desiderio femminile del mondo.
Il lavoro è stato ciò che storicamente ha consentito di avviare processi di identità e di riconoscimento, che permettevano, specularmente, l’accesso e la modificazione dello spazio pubblico, e proprio il lavoro, ancor prima del riconoscimento formale dei diritti, ha consentito e messo in scena modelli di identità sociale, di consenso e dissenso politico e progetti di cambiamento sociale.
Nella società borghese la pratica e la teorizzazione della cittadinanza, come insieme di diritti che sono riconosciuti ai singoli entro un contesto sociale, è stata parallela al riconoscimento che ai singoli derivava dal lavoro. Oggi, l’erosione delle appartenenze che derivano dal lavoro è equivalente all’erosione della pratica della cittadinanza, intesa anch’essa come status che deriva da un’appartenenza. E tuttavia, il bisogno del riconoscimento che avviene sia attraverso il lavoro che attraverso la modalità giuridico-politica della cittadinanza, che definisce le condizioni formali dell’appartenenza politica alla comunità di riferimento, è ancora molto forte.
Vorrei analizzare brevemente come e perché lavoro e cittadinanza siano strettamente connessi, e in quali forme la questione della difficile cittadinanza femminile, se è capace di assumere su di sé ed esprimere coerentemente la differenza sessuale, possa portare suggerimenti e cambiamenti innovativi in una politica del lavoro attenta ai soggetti che partecipano realmente ai modi e ai fini della produzione e soprattutto al governo di sé e quindi della democrazia.
Il lavoro come operazione di costruzione e di trasformazione del mondo è stato, tradizionalmente, strettamente connesso all’attività del soggetto e alla configurazione di una società dispensatrice di benessere per tutti coloro che avessero avuto, appunto, l’accesso al lavoro. Soggetti e società trovavano la loro piena integrazione politica nella rivendicazione del lavoro come diritto per ogni membro di quella relazione (e già questo altro non è se non una relazione di cittadinanza). La cittadinanza non è, quindi, solo legata per la sua nascita e costituzione, come pure tante volte si è ripetuto, agli imperativi universalistici di uguaglianza proclamati della Rivoluzione francese, e ai suoi ideali che, giustamente, Maria Luisa Boccia definisce “impermeabili” a ogni differenza (1), ma anche alle possibilità e alle varie modalità del lavoro.
L’essere cittadini implica la possibilità di partecipazione a processi di trasformazione del proprio contesto, così come storicamente è avvenuto per l’essere lavoratori. In un caso e nell’altro è ed è stato in gioco il riconoscimento di sé e dei propri desideri, la fruizione di un certo benessere, l’esercizio di libertà, il godimento di possibilità, la possibilità di una propria realizzazione integrale, fino all’esaltazione della creatività. La mancanza, invece, di riconoscimento di cittadinanza, equivale alla mancanza di esercizio di attività pratiche, libere e gratuite, e ciò comporta una mancanza di pratiche aperture di senso, di conoscenza, di critica, una rinuncia persino alla possibilità di ogni forma di governo, ossia della distribuzione del potere.
Sino all’inizio del ‘900 il lavoro è stato ciò che ha consentito l’accesso allo spazio pubblico. L’analisi di Max Weber ne è testimonianza con la lettura dell’etica protestante che, attribuendo al lavoro un’importanza decisiva anche sul piano della salvezza, ne aveva fatto una pratica di vita non inferiore alle altre per rispondere alla chiamata. È superfluo ricordare l’analisi weberiana di Beruf che associa il significato il significato politico e religioso a quello di professione, vocazione, mestiere. Negli stessi anni in Francia, anche Charles Péguy aveva richiamato una valenza rivoluzionaria connessa al lavoro-ben-fatto, in grado di essere l’equivalente di una preghiera, e, come quella, in grado di essere anche l’equivalente di uno statuto di identità trasformativa del mondo. Inoltre, anche il marxismo e il neomarxismo ne avevano fatto (ad es. Lukács) ciò che costituiva l’integralità dell’uomo, che però nel modello di produzione capitalistico era scaduto a mezzo e a merce.
In definitiva, l’uomo del marxismo era ciò che il lavoro gli permetteva di essere. Il riscatto dall’alienazione sarebbe avvenuto attraverso l’emancipazione non del cittadino, ma attraverso l’emancipazione da alcune determinate forme di lavoro: quelle della proprietà privata e dall’assetto capitalistico borghese della società (vedi di Marx La questione ebraica). In tutta la tradizione rivoluzionaria, fino alla istanze dell'”autonomia operaia” degli anni 70 in Italia, ogni nuovo progetto di cambiamento politico è passato attraverso il progetto di una trasformazione degli assetti lavorativi. Ma già alla fine degli anni ’50 il lavoro rivelava una serie di contraddizioni e una società di consumatori, descritta magistralmente da Hannah Arendt, si sostituiva alla società dove il lavoro aveva costruito identità.
Il nostro clima di sostanziale indifferenza verso l’identità che deriva dal lavoro, ha identificato la libertà come “libertà di consumare il mondo intero” (2) e questo ha avuto una ripercussione anche sulla politica, dove si consuma il potere e si aprono sempre di più dei vuoti di legittimazione e di consenso sociale. Proprio il bisogno di legittimazione politica e di consenso fa sì che oggi si cerchino le condizioni per nuove conferme sociali e si cerchino i contesti in grado di esprimere delle progettualità orientate con consapevolezza politica verso il cambiamento.
La questione della cittadinanza (vedi anche nel lessico dell’associazionismo contemporaneo i richiami continui “cittadinanza attiva”, “democrazia partecipata”, il riconoscimento di quote del 50% per la rappresentanza politica femminile) sembra aprire le porte a queste aspettative; tanto più che, richiamandosi esplicitamente alla sua matrice che è la democrazia della quale essa costituisce il banco di prova, la cittadinanza sembra recare con sé promesse di libertà, di uguaglianza e persino di felicità (v. E. Balibar).
In particolare, molto ampie sono le attese politiche rispetto alla cittadinanza femminile: dalle donne ci si aspetta anche la realizzazione e la rappresentazione politica della uguaglianza realizzata. Le politiche di pari opportunità sono state pensate, infatti, con questo fine, salvo a nascondere un meccanismo perverso che, includendo, assimila e cancella ogni differenza e quindi ogni possibilità di riconoscimento e di costruzione di una soggettività capace di orientare verso un cambiamento in direzione della realizzazione dell’uguaglianza. Non solo, ma il meccanismo meramente distributivo che sostiene le politiche di pari opportunità, paradossalmente, implica una mancanza di democratica e paritaria partecipazione al governo, perché la possibilità stessa di distribuzione di poteri è impossibile tra soggetti assimilati e cancellati nella loro differenza. La distribuzione è possibile tra soggetti presenti e individuabili, capaci di conservare la propria soggettività.
Scissa rispetto alla questione del lavoro, la questione della cittadinanza femminile è ancora quasi un ossimoro, perché le donne non sembrano ancora essere soggetti politici a pieno titolo, nemmeno nei tempi più recenti che hanno visto formalmente riconosciuta la loro cittadinanza, ma non pienamente espressa. Anzi, la cittadinanza femminile appare sempre di più come una contraddizione in termini, e non come una istanza che col tempo troverà il suo compimento. Essa è soprattutto una problematica questione politica e di governo in senso tecnico: la bassissima percentuale di rappresentanza femminile persino nei paesi considerati tra i più democratici dell’occidente ne è testimonianza.
Inoltre, ancora integralismi religiosi condannano le donne a una vita politica e civile subalterna e tradizioni arcaiche infieriscono sui loro corpi. Tuttavia le donne, attraverso le loro storie e il loro lavoro, testimoniano una consapevolezza politica partecipe e cosciente anche in contesti in cui sono state maggiormente asservite. È avvenuto in ogni tempo quando la differenza sessuale si è manifestata. È avvenuto con le varie “Madonna Oriente” e con Guglielma e Maifreda, è avvenuto con “le amiche di Dio”(3), è avvenuto con alcune significative filosofe e scrittrici del Novecento, è avvenuto in Italia con le donne che hanno fatto la Costituzione, è avvenuto tante volte, persino con ciascuna di noi.
Questa consapevolezza politica, passa anche attraverso il lavoro delle singole e diventa consapevolezza della differenza sessuale ogni volta che tra sé e il mondo qualcuna pone la mediazione dell’esperienza femminile riconosciuta. Si tratta di una modalità che può essere assunta come paradigma per una concezione nuova della cittadinanza, a patto che, appunto, la differenza sessuale riesca ad assumersi come significante. Quando, ad esempio, tante donne tra Sette e Ottocento si dedicarono ad attività filantropiche e aprirono ospedali, ambulatori, ospizi, case per bambini e per altre donne “svantaggiate”, agirono la loro esperienza della differenza e, insieme, governarono un passaggio epocale attraverso una pratica filantropica che aveva cambiato di segno e che risultò essere innovativa politicamente tanto da essere molto più simile alle moderne forme di Welfare che alle vecchie pratiche di filantropia.
Fu quello un esercizio e una pratica di cittadinanza che, certamente, non avrebbe potuto essere così denominata, e non lo fu, se dal punto di vista giuridico la cittadinanza si riferisce alle condizioni formali che definiscono l’appartenenza degli individui ad uno Stato, e implicano un bagaglio di diritti. Ma se il contenuto della cittadinanza si esprime anche nella scelta tra possibili cose da fare, tra politiche possibili, se esprime responsabilità riguardo alle scelte, se esprime la qualità della partecipazione dei soggetti, allora certamente la piena cittadinanza femminile ha origini lontane nel tempo e può persino mostrare un modo di governare.
L’in-differenza della politica, incapace di riconoscere altre modalità, al di là dell’inclusione politica delle donne nei suoi meccanismi e nella moderna rappresentanza politica, non è senza colpe. Il mancato riconoscimento della differenza sessuale in politica serve a evitare accuratamente possibili cambiamenti nelle modalità di erogazione e gestione del potere in tutte le sue varie forme, quindi nessun cambiamento effettivo di governo. Al contrario, se la nozione e la pratica della cittadinanza sono in grado non di richiamarsi alla loro origine razionalistica e universalistica, che definì l’ideologia borghese, ma a un pensiero critico, come quello della differenza, anche la democrazia potrà assumere connotati concreti e non formali.
Questo pensiero critico ha posto come prima basilare questione il fatto che un effettivo esercizio di cittadinanza dipende non tanto dalla effettiva rappresentanza, ma dalla rappresentazione che si dà di qualcuno.
Delle donne la rappresentazione che si dà è contraddittoria e inquietante o è ancora quella legata comunque a un’appartenenza al nucleo familiare. Se quest’appartenenza produsse esplicitamente nell’Ottocento la contraddizione di un’assenza dell’esercizio dei diritti civili per le coniugate e il riconoscimento per le nubili, oggi produce confusione tra single e madri e non madri; qui nuove retoriche provocano desideri indotti e costruiscono inquietanti identità in conflitto.
Per quanto il pensiero della differenza si sia sforzato di decostruire i percorsi identitari, nella gente e soprattutto in ognuna di noi, permane il desiderio legittimo di un riconoscimento di identità, che, pur non essendo statica e definitiva, permette a chiunque di riconoscersi nei vari cambiamenti e nelle diverse fasi della vita. La rappresentazione, veicolata dai media, della donna di oggi, come single forte e rampante e dunque non bisognosa di nulla, o come immagine legata alla casa e a possibili figli, produce confusione anche nelle politiche sociali e in quelle per l’immigrazione, dove gli aiuti non sono finalizzati ai singoli soggetti, ma alle famiglie, il cui peso sociale e personale ricade però ancora, nonostante molti provvedimenti, e come attestano molti dati, ancora sulle donne.
Con l’accesso delle donne a tutte le professioni la piena cittadinanza si direbbe realizzata. E sembrerebbe che solo la politica istituzionale che, in tutto e per tutto, è da considerarsi un lavoro, rappresenti, stranamente, oggi un settore particolare del mondo del lavoro, il settore dove si trova la percentuale più bassa di presenza femminile. Ma questi dati bassi non possono essere considerati in maniera totalmente separata rispetto alle percentuali di presenza delle donne nel mondo del lavoro.
Analizzando le percentuali di personale femminile in servizio nei vari settori, troveremo dati interessanti:
nei Ministeri le donne sono 47,3%
Scuola 74,3%
Magistratura 33%
Carriera prefettizia 44,4 %
Enti pubblici non economici 51, 3 %
Università 40,8 %
Segretari comunali e prov. 35,4%
Servizio sanitario naz. 58, 6%
Enti di ricerca 37,5%
Regioni e autonomie locali 45,4%
Questi dati ci dicono non solo che dove si accede per concorso, ossia dove la preparazione dei soggetti viene sottoposta a valutazione quantificabile e comparativa, le donne accedono in percentuale alta: vedi scuola, sanità, magistratura, università e ricerca. Ma ci dicono anche che la presenza femminile è maggiore nei segmenti più importanti per una società, che sono, appunto, la scuola, la magistratura, la sanità. Il dato della magistratura, con la presenza femminile del 33% ci rivela ulteriormente che le donne sono fortemente presenti anche nei luoghi dove solo da poco tempo, relativamente, hanno avuto accesso (com’è noto la carriera di magistrato fu aperta alle donne solo con la legge 66/63). Questo ci permette un confronto con il dato della rappresentanza politica e dice che, quindi, non è questione di tempi.
In quarant’anni la presenza femminile nel mondo del lavoro, e più in generale nella società, ha avuto un’ascesa esponenziale. Segno questo che la bassa percentuale di presenza femminile nella politica istituzionale non è solo questione di professionalità che tradizionalmente si sono strutturate sull’esclusione delle donne e che ora stentano a decollare. Se consideriamo poi che nella scuola, nella sanità, nella magistratura, nell’università e nella ricerca, che, ripeto, sono i settori trainanti di ogni società, la percentuale di presenza femminile è notevole, dobbiamo dedurre che non solo le donne esprimono costanza e professionalità nel lavoro, ma che i settori trainanti della società sono in mano femminile.
Questo è la cosa più importante e significativa oggi. E da qui dobbiamo, credo, ripartire per ogni ulteriore riconsiderazione sulla nostra posizione di donne, cittadine, dopo la svolta che l’autocoscienza ci ha permesso di imboccare al passaggio degli anni Settanta. La parola responsabilità, anche quella di cittadine, dopo la stagione del separatismo, non ha più significato solo fatica e cura quotidiana volta agli altri, ma cura di sé, responsabilità di sé, per essere testimoni e garanti di un processo che aveva bisogno innanzitutto della nostra soggettiva capacità di ognuna di partire da sé, per sbloccare non solo la rigidità rassicurante ed escludente delle parole oggettive, ma per cominciare a governare davvero anzitutto i nostri bisogni.
Insegnare, curare, dire ciò che è giusto, ricercare non solo in maniera soggettiva, ma con la mediazione del nostro lavoro nelle istituzioni deputate, non è stato l’imprevisto bisogno teorico di una cittadinanza femminile, definita asimmetrica e incompiuta, perché nel governo istituzionale la percentuale di presenza femminile rimaneva sempre troppo bassa; è stato il modo concreto per prendere in mano la possibilità di governare un destino che ci avevano convinte fosse “naturale” e invece era storico anch’esso e legato a ruoli sessuali e a un corpo femminile descritto da altri in mille modi, e ancora non detto da noi stesse.
Certamente la scuola, la magistratura e la sanità non sono istituzioni senza difetti, tutt’altro; si dice che vi sia un indebolimento del livello generale, e ciò sembra essere il loro comune denominatore soprattutto negli ultimi anni che hanno registrato una forte presenza femminile. Possiamo rispondere che in quelle istituzioni, nonostante tutto, viviamo con grande agio e grande libertà, perché abbiamo imparato ancora da quella pratica che fu l’autocoscienza (definirei anche quella come forma di cittadinanza), che autonomia e autodeterminazione non sono pratiche che coincidono e che la libertà di scelta è una forma della soggettività, che esiste anche in presenza di eteronomia, cioè di leggi pensate da altri.
Pertanto, non abbiamo mai voluto a una scuola autonoma femminile o sessuata o una scienza sessuata o una sanità o una magistratura col fiocco rosa. Piuttosto, dopo Simone Weil e dopo Non credere di avere dei diritti, abbiamo capito che il diritto e diritti non valgono niente se non c’è qualcun altro che autorizzi quei diritti, una comunità di riferimento, una comunità femminile che li renda possibili ed efficaci.
La storia, e non solo Hobbes, ci insegna che il rapporto immediato tra sé e il mondo è un rapporto estremamente difficile e violento che espone ciascuno al dolore e alla morte. Per questo gli uomini hanno inventato le istituzioni che consentono un governo del mondo attraverso la mediazione di quelle.
Sino a qualche decennio fa, salvo delle eccezioni, la mediazione, anche per le donne, nelle istituzioni e nelle questioni di governo, è stata maschile; maschile la misura, e di segno maschile sono state le istituzioni e, con queste premesse, il cambiamento era proprio impossibile. Sino a quando è presente l’incapacità di riconoscere autorità ad un’altra, ad altre donne, la società rimanda specularmente un’immagine femminile svalorizzata, perché “la realtà esterna non manca mai di rimandarle indietro il giudizio che lei ha già pronunciato dentro di sé e cioè che quello che una donna pensa e vuole non ha valore”(4).
Invece, ritornando alla questione del lavoro e alla presenza delle donne nella scuola, nella sanità e nella giustizia, osserviamo quanto la loro presenza abbia già modificato quelle istituzioni. Più che le dichiarazioni d’impotenza ascoltiamo il nuovo che circola, ciò che le donne pensano, scrivono e insegnano e vedremo che già la differenza sessuale ha già iniziato un’operazione di governo.
C’è una coincidenza tra ordine sociale e ordine simbolico: da quando le donne hanno imparato a valorizzare il più elementare rapporto che le definisce socialmente, quello con la propria simile, anche la società non solo non mostra più scarsa considerazione, né usa le donne per la riproduzione dei suoi stessi modelli, ma è già stata modificata da esse.
La presenza così numerosa e a vari livelli, anche se mai ai vertici del potere, delle donne in istituzioni tanto importanti per una società, quali scuola, giustizia e sanità, ha già modificato una configurazione sociale e ha governato, attraverso il riconoscimento tra donne nelle istituzioni, un cambiamento che è ciò che ha consentito alla giovani ventenni-trentenni di oggi di essere e di sentirsi molto più libere nel progettare il proprio futuro, rispetto a quanto le erano le loro nonne.
È la stessa cosa che è già avvenuta in filosofia. Cito solo il titolo di un convegno internazionale indimenticato del 1992: Filosofia, Donne, Filosofie. Il termine donne, che posto in mezzo, fungeva da mediazione, richiamando e mostrando esplicitamente anche una differenza sessuale, governò allora un passaggio: la filosofia non fu più condannata a riprodurre la sua specificità ed essenza e quella di un unico logos, ma diventò plurale, nella libertà delle letture e dei racconti plurali. Aveva cambiato, ufficialmente, di segno.
Così il lavoro delle donne nelle istituzioni ha già cambiato di segno quelle istituzioni. In meglio? In peggio? Non è questo che ci interessa, perché dovremmo sempre chiederci rispetto a che cosa e a quali paradigmi di riferimento. Quello che è importante è che la mediazione sia stata femminile, e che, partendo da sé, abbia modificato il contesto, che in tal modo ha assunto una valenza di pluralità e nella pluralità c’è posto anche per l’espressione di un desiderio femminile(5); quindi in qualche modo quelle istituzioni oggi rispondono anche a ciò che noi desideravamo. E anche questo è un cambiamento in direzione di una esperienza di democrazia. Noi che siamo qui dobbiamo però ancora capitalizzare e significare i vantaggi della stagione della nostra storia, perché già un’altra mediazione, quella più neutra di tutte, quella del denaro, ci sta mettendo di fronte a un altro cambiamento e ci sta sfuggendo di mano il segno e il senso di ciò che abbiamo fatto e di ciò che sopraggiunge.
L’indifferenza della politica istituzionale nei confronti del valore identitario del lavoro, cerca di mettere tra parentesi, presentandolo come insignificante, il fatto che nelle istituzioni e in quelle più importanti e prestigiose, una sempre maggiore presenza femminile, con il proprio lavoro, abbia già governato e espresso un cambiamento, consentendo una pluralità di inserimenti femminili nello spazio pubblico e, di fatto, abbia già realizzato una maggiore governo democratico di quello spazio. Di fronte a questa vera e propria rivoluzione che è sotto gli occhi di tutti, una sorta di paura del cambiamento àncora il potere alla sua gestione tradizionale e il potere cerca tutti i modi per riprodurre se stesso, cooptando solo chi è omologo a sé: uomini e donne.
Ma noi sappiamo che la politica della differenza sessuale non può essere arrestata o promossa con meccanismi o giochi di provvedimenti presi dal potere, semplicemente perché essa è un dato della realtà e dipende solo da sé e non dagli altri, nemmeno dai poteri più forti.
Per questo è libera. E la sua libertà, praticata – anche attraverso il lavoro – come forma di cittadinanza e come funzione critica, è garanzia per la democrazia.
(1) Cfr. Maria Luisa Boccia, La differenza politica. Donne e cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002.
(2) Hannah Arendt, Vita activa, trad. it., Bompiani, Milano 1989, p. 93.
(3) I riferimenti sono ad altrettante ricerche di Luisa Muraro, facilmente rintracciabili nella sua bibliografia.
(4) Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Milano 1987, p. 194.
(5) Lia Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche Ed., Milano 1995.
PRESENTAZIONE
Città Materna è una collettiva che nasce da una serie di incontri e
concomitanze: dall’incontro di tre artiste, dal fermento creativo e
consapevole che le accomuna, e dalla comune di necessità di una
visione femminile dell’arte fuori dai consueti cliché provocatori
praticamente imposti dalle regole odierne del mercato artistico.
Siamo ognuna diversa nella forma espressiva, ma accomunate
dall’idea che l’arte può ancora essere una gioia per il cuore e per
gli occhi, e che anche un linguaggio espressivo non violento può
comunque trasformare e evolvere l’ambiente circostante.
E seppure sia vero che spesso la sofferenza produce cambiamenti e
miglioramenti, d’altronde bisogna sempre e comunque soffrire? Forse è
tempo di concedersi anche al linguaggio della gioia.
Quindi da ciò nasce Città Materna: una città dello spirito che unisce
uomini e donne nella ricerca di un abbraccio materno, che è il primo
importante luogo di trasformazione dell’individuo.
Quindi non arte come catarsi, ma arte come cura.
Da quando questo progetto è partito, ed ogni qualvolta,
compatibilmente con gli impegni del quotidiano, vi infondiamo nuova
carica, veniamo ricompensate da grande partecipazione, da fenomeni di
sincronicità, come se qualcosa stesse aspettando, fermentando
nell’ombra, come se vi fossero grandi mani che lavorano con stoica
pazienza questo lievito primordiale, che ciclicamente nutre lo
spirito di generazione in generazione. Come il pane si fa di volta in
volta dallo stesso lievito, che è anche detto la “madre”.
Cordiali saluti
Monica Seksich
Via Gibellini 91
10072 Caselle Torinese
mseksich@libero.it
In occasione del 25 Novembre 2006 – Giornata Internazionale contro la violenza alle donne – viene lanciata per la prima volta in Italia La Campagna del Fiocco Bianco.
L’iniziativa vuole dare spazio e visibilità a quegli uomini che vogliono impegnarsi contro la violenza alle donne. L’obbiettivo è quello di lavorare insieme, uomini e donne, per trasformare gli stessi presupposti sociali e culturali di cui si alimenta la violenza alle donne.
Il fiocco è un simbolo, indossato dagli uomini, che esprime in modo visibile un impegno personale a non commettere mai, a non tollerare né a rimanere in silenzio nei confronti della violenza alle donne. La Campagna prevede azioni di sensibilizzazione rivolte alle scuole secondarie. Sono previsti workshop rivolti a studenti e insegnanti. Terrà questi workshop e sarà ospite in Italia uno dei fondatori della Campagna del Fiocco Bianco Michaer Kaufman un esperto canadese sui temi degli uomini impegnati contro la violenza alle donne. L’iniziativa è attualmente presente in 20 città italiane ed è promossa dall’Associazione Artemisia di Firenze. Informazioni al sito www.fioccobianco.it
Domenico Starnone
Scuola, scuola, scuola, invoca giustamente Fioroni insieme a Galimberti. Ma il ministro davvero pensa di ricevere una risposta non fiacca, qualcosa in più di uno svogliato «presente»? Fino a ieri il suo governo non ha fatto niente per dimostrarci che senza una scuola pubblica di qualità non c’è problema che possa essere risolto.
Ci ha lasciati invece dentro una triste vecchia oscillazione: un giorno constatiamo più o meno fondatamente che la scuola è un disastro ma non ci sono soldi; il giorno dopo la consideriamo un recinto magico dove l’orrore del mondo di fuori, grazie a un po’ di letture narrativo-poetiche, a qualche esercizio di matematica, a un po’ di temi riflessivi e autoriflessivi, si smacchia e si muta in buone maniere e buoni sentimenti, competenza disciplinare, rispetto per l’altro, un giusto e vero pensare.
Frottole. Un’occasione al massimo per istituire tavoli a tempo perso, aprire sportelli e portali molto propositivi. Com’è possibile che la scuola di cui il giorno prima si legge che gli insegnanti, fatti salvi i felici pochi, sono qualunquisti e ignoranti, l’edilizia fa pena, mancano i soldi pure per i gessetti, il bullismo imperversa, nei cessi si beve birra a garganella e si sfumacchia, i dirigenti scolastici non sono in grado di dirigere nemmeno se stessi eccetera, eserciti il giorno dopo una funzione salvifica? Mettiamoci d’accordo. O si è convinti che la scuola va bene com’è, basta chiedere a docenti e dirigenti di fare il loro lavoro come del resto già fanno; e allora è giusto affidarle la soluzione dei problemi di Napoli, l’estinzione della tendenza belluina a schiacciare il più debole, la fine del razzismo e di tutto l’altro che quotidianamente ci angoscia come genitori e ci fa un baffo come cittadini competitori, cinici e guerrafondai. Oppure la scuola ha bisogno di essere ripensata a partire da quello che accade nelle classi, dietro la porta chiusa, e fin su in cima al ministero; e allora non bisogna gridare scuola scuola scuola e prendersela coi videotelefonini e istituire tavoli, ma fare, fare, fare, bene e subito. A meno che non si creda che i mali stranoti dell’istituzione si curino con i buoni propositi e le invocazioni rituali.
Siamo cittadini e cittadine. Ostinatamente, per quattro anni abbiamo difeso lo spazio pubblico della scuola di tutte/i e per tutte/i, plesso per plesso, collegio per collegio, dai provvedimenti devastanti contenuti nella Legge 53 della signora Brichetto in Moratti, di cui abbiamo chiesto e chiediamo l’abrogazione.
Scuola al servizio della competizione nel mercato globalizzato?
Confidavamo, con l’avvento del nuovo governo dell’Unione, che la fase di difesa potesse considerarsi conclusa e fosse possibile avviarne una nuova, capace di invertire la tendenza a considerare la scuola, l’istruzione e i saperi alla stregua di una merce. Per questo ci siamo impegnati nella scrittura di una legge di iniziativa popolare che abbiamo consegnato al Parlamento come contributo della nostra cittadinanza attiva, frutto di 4 anni di mobilitazione, per disegnare un contenitore nel quale il diritto all’istruzione potesse trovare strumenti e strutture efficaci per diventare effettivo.
La scuola della Repubblica
Eravamo e siamo convinti che la scuola sia lo strumento per rendere concreto l’impegno contenuto nella nostra Costituzione di garantire a tutti e a tutte l’accesso ai saperi, in condizioni di pari opportunità, superando le differenze di carattere culturale ed economico. Ci rendiamo purtroppo conto, dai primi provvedimenti presi dal Governo e da molti interventi della stampa “autorevole”, che intorno alla conoscenza e all’istruzione si è consolidato un pensiero unico trasversale alle formazioni e alle culture politiche: un’istruzione regolata solo da criteri contabili, che operi una selezione differenziata precocemente, funzionale al mercato del lavoro flessibilizzato e indirizzata alla creazione di professionalità definite e circoscritte.
Istruzione bene comune
Ci rifiutiamo di pensare che i percorsi scolastici possano essere ridotti a filiere della formazione, che bambine e bambini, ragazzi e ragazze possano trasformarsi in capitale umano che come tale può essere investito, disinvestito, dilapidato o
sperperato secondo il desiderio o le capacità di chi lo detiene. Abbiamo una concezione alta dell’istruzione che consideriamo un bene comune al pari dell’acqua e dell’aria e quindi, come acqua e aria, indispensabile a ognuno/a di noi. Siamo convinti/e che la prima emergenza della società globalizzata non è preparare le giovani generazioni a competere sui mercati, ma trovare vie e ponti per praticare la pace e l’incontro fra i generi, le culture, e i popoli, e per ripensare radicalmente il nostro pessimo rapporto con l’ambiente che ci circonda. Per fare tutto ciò è vitale elevare il livello culturale di ciascuno e di ciascuna, dotarci di strumenti critici capaci di leggere la complessità e di agire con consapevolezza.
Abbiamo bisogno che i giovani e le giovani ritrovino la voglia di proiettare sé stessi in un futuro possibile, migliore del presente che gli abbiamo confezionato, come è giusto che sia e come è stato sempre nella storia delle generazioni.
Di questo, poi, trarrà sicuramente giovamento anche il mercato, che potrà contare su cittadini responsabili, formati su professionalità allargate, capaci di attingere a culture vaste e polivalenti.
La scuola come l’acqua
Abbiamo bisogno di tutte le nostre intelligenze per smontare la presunta “neutralità” dei numeri e degli esperti. Abbiamo la necessità di collegare le nostre esperienze con quelle di altri paesi per elaborare strategie comuni. Le riflessioni
e il confronto intorno all’innalzamento dell’obbligo e all’istituzione del biennio unitario saranno sicuramente un punto di partenza per riprendere a pensare e studiare come abbiamo fatto, e bene, quando la Moratti era Ministro.
Milano 18 Novembre 2006, ore 10,30/19 – Istituto Cavalieri, via Olona 4
ISTRUZIONE BENE COMUNE: LA SCUOLA COME L’ACQUA.
Trasparente e indispensabile, capace di dissetare, dare piacere e di rendere fertile. Il luogo in cui la società si ascolta, si cura e si progetta.
Questo è il tema che vi proponiamo e sul quale vi chiediamo di intervenire con contributi preparatori e con i suggerimenti che riterrete necessari.
Comitato promotore nazionale per la legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica (legge 1600 della XV legislatura) www. leggepopolare.it
Questo contributo mi è stato inviato da Barbara Duden, che ho incontrato a Roma al Simposio internazionale delle filosofe. In quell’occasione si è molto interessata all’approccio all’educazione che abbiamo elaborato in Italia nella Pedagogia della differenza e nell’autoriforma della scuola: non lo conosceva e l’ha sentito come un modo nuovo di pensare l’intera questione educativa. L’essere umano condizionale, di Johannes Beck, Silja Samerski e Ivan Illich, fa parte degli atti della seconda conferenza europea Educazione permanente dentro e fuori la scuola, tenuta a Brema nel febbraio del 1999. Sottopone a analisi serrata il paradigma di educazione permanente che si è istallato nelle nostre società, vedendolo come “la prospettiva di una vita ricostruita come una serie di moduli di apprendimento”. Lo trovo di grande interesse e mi sembra vada felicemente incontro alle riflessioni sulla vita quotidiana che nello stesso Simposio di Roma hanno avanzato Ina Praetorius, Chiara Zamboni, Wanda Tommasi.
Vita Cosentino
di Johannes Beck, Silja Samerski e Ivan Illich
traduzione di Guido Lagomarsino
Parte I: Johannes Beck
Gentili ospiti,
Vi saluto e vi do il benvenuto a questa conferenza, Nelle ore che seguono interverranno tre di noi, tre amici. Il tema che affronteremo è quello che chiamiamo l’essere umano condizionale o relativo. Silja Samerski è una genetista e una filosofa che ha studiato una delle forma che oggi prende l’educazione permanente, la consulenza genetica alle donne gravide. Ivan Illich, che insegna all’università di Brema dal 1991, si interessa alla storia del senso della misura e di come questo sia andato perduto nel mondo moderno. Io mi occupo della ricerca di una forma di educazione che sappia resistere allo spirito dei tempi. Perché, in effetti, ci sarà sempre resistenza, anche davanti alla pericolosa prospettiva di una vita ricostituita come una serie di moduli di apprendimento.
Pur essendo io l’ospite di questa conferenza, sono estremamente scettico riguardo al tema trattato. Non che io dubiti del fatto banale che ognuno di noi, dopo i suoi studi normali, continui ad apprendere nel corso della sua esistenza. Il mio scetticismo riguarda piuttosto l’affermarsi e il diffondersi dell’idea di un’educazione permanente. Si tratta di una novità assoluta, di una nuova dottrina antipedagogica, che stabilisce che ognuno deve “imparare” continuamente, perché è questo che l’esistenza, per dir così, impone a tutti. Il mio scetticismo non svanisce né davanti alle buone intenzioni dei pedagoghi imbarcati in questa impresa né davanti ai generosi finanziamenti che le sono dedicati. I miei amici e io siamo convinti che sia necessario prendere una distanza critica da questo nuovo fenomeno e dalla sua pratica. Lo facciamo con la piena consapevolezza che la nostra critica apparirà ridicola dal punto di vista più “responsabile” delle scienze ufficiali e delle discipline accademiche.
La dottrina dell’educazione permanente ribalta le idee tradizionali riguardo alla formazione. In futuro i pedagoghi faranno la parte dei flauti di seconda fila nel concerto dell’istruzione. La “vita” in sé, si dice, occuperà il posto del primo violino e noi danzeremo tutti alla sua melodia. Ciò nondimeno, io spero che mentre saremo qui seduti insieme nei prossimi giorni, le vostre critiche a questo nuovo approccio non si riducano o non svaniscano, spero che le nostre conversazioni portino un soffio d’aria fresca e non diventino un modulo in più della “formazione permanente”.
La particolarità del termine tedesco, Bildung, dimostra quanto sia difficile farci capire. Nella versione inglese di questo testo è reso con la parola education, ma in realtà è molto difficile da tradurre in qualsiasi altra lingua. E non trova un corrispettivo in termini quali apprendimento, qualificazione, formazione, conoscenza o istruzione. La conversazione diventa ancor più difficile quando si mescolano parole cosiddette di “plastica” adottate a livello internazionale. Parlo di termini come “creatività”, “competenza”, “comunicazione”. Essi invadono e la fanno da padroni nei nostri colloqui, spiazzano le esperienze personali e soffocano la precisione di senso. Anche gli appartenenti alla mafia si possono definire informati e qualificati, buoni comunicatori, innovatori, capaci di giocare in squadra e quindi in grado di apprendere e di prendere decisioni. Lo sono quelli che clonano i geni, che spaccano gli atomi, i presidenti delle multinazionali e i poeti che scrivono la pubblicità per quelle stesse multinazionali.
L’ideologia dell’educazione permanente trasforma la formazione in una forma di posizionamento, una ricerca infinita di mettersi in luce. La formazione non riguarda più l’acquisizione di capacità specifiche o una crescita interiore, ma un processo illimitato e privo di specificità. Un processo che è facile vedere all’opera nella vita di tutti i giorni. Farò qualche esempio. Un anziano signore vuole prendere un treno in città. Alla stazione non riesce a trovare un bigliettaio. Invece sulla pensilina c’è una biglietteria automatica alla quale bisogna “servirsi da soli”. Il signore armeggia disperatamente sull’apparecchio: i soldi scompaiono all’interno, ma la macchina non gli restituisce un biglietto. Evidentemente ha fatto qualche cosa di sbagliato. Ora che cosa dovrebbe fare: dovrebbe viaggiare illegalmente, pagare un supplemento acquistando il biglietto sul treno o fare reclamo all’apposito sportello (quel giorno purtroppo chiuso), fare un corso sull’uso delle biglietterie automatiche o tornarsene a casa? Tra queste alternative non ha la possibilità di scegliere. Vuole andare a trovare la figlia proprio quel giorno. Ma a questo punto è nervosissimo, dà dei colpi inutili alla fessura dove sono sparite le monete. Una ragazza che ha osservato i suoi tentativi di pagare, arriva al suo soccorso e recupera il biglietto premendo un pulsante e gli dice: “Non si finisce mai di imparare”.
Solo poche ore dopo quella persona gentile avrà anch’essa bisogno di aiuto e di un consiglio. Arrivata in centro città sullo stesso treno dell’apprendista sull’uso della biglietteria automatica, acquista un apparecchio elettronico per il taglio dei capelli. Il dispositivo è corredato da un manuale di 50 pagine, che nella primissima pagina la informa, con una scritta a lettere rosse, che se non segue alla lettera le istruzioni si espone al pericolo di morte. Il resto dell’opuscolo le risulta incomprensibile, ma dall’ufficio di assistenza clienti del fabbricante viene informata sulla sequenza di pulsanti da premere. In questo modo riesce a tagliarsi i capelli senza fare un disastro. Quando propone un corso sull’utilizzo dei manuali di istruzione alla locale scuola di formazione per adulti, si ritrova a esserne lei l’insegnante.
Un tale, un carpentiere disoccupato, si trova in una situazione diversa ma analoga. All’ufficio di collocamento gli dicono che se è stato messo nella categoria dei non assumibili è solo per colpa sua. Alla fine dei conti, non è in grado di produrre prove di avere fatto almeno un tentativo di una crescita professionale. La sua obiezione, che gli ci sono voluti molti anni di studio e di apprendistato per diventare un carpentiere, non produce nessuna reazione. Il fatto che rivendichi il valore della sua esperienza verrà registrato nel suo fascicolo con questo commento: non disponibile a un’ulteriore formazione.
Resta ancora la storia di una giovane donna che, dopo molto tempo, va dal medico per una visita di controllo. Purtroppo le viene diagnosticato un cancro al seno. Ma il medico le dice che il mancato rispetto delle scadenze regolari dei controlli la rende in parte responsabile della sua condizione. A quel punto le probabilità di superare la malattia con un intervento chirurgico sono del 60 per cento ed egli non può darle nessuna garanzia. La decisione a quel punto è tutta sulle sue spalle. Deve ricordarsi, però, cha la sua assicurazione copre solo le terapie riconosciute dal sistema sanitario.
Potrei proseguire presentando questi scandalosi esempi di educazione permanente per ore. Vale la pena di esaminarli uno per uno, e Silja Samerski lo farà dopo di me, esaminando qualche caso di consulenza genetica. A me qui interessa vedere ciò che queste storie hanno in comune. Quali principi sottesi mettono in luce?
Tutti i miei personaggi hanno a che fare con nuovi “insegnanti” dentro e fuori delle mura scolastiche. Moderatori, animatori, facilitatori e operatori di rete saranno i loro compagni per tutta la vita. Il modello dal quale sono ritagliati tutti questi personaggi è quello celebrato della società della conoscenza, dell’informazione e del rischio. Possono essere persone dignitose e disponibili, oppure insistenti e aggressive; il fatto è che questi insegnanti di nuovo tipo stanno sempre dietro all’eterno studente e sono sempre pronti a riorientarlo. Come si dice nel gergo pubblicitario: aiutano i loro clienti ad aiutarsi da soli. Molti prodotti ormai hanno bisogno di un supplemento di formazione, che i consumatori non sono in grado di assumere o non sono disposti ad assumere. I nuovi insegnanti li aiutano ad adattarsi. Per dirla in modo semplice: non sono le circostanze che si adattano alle persone, ma le persone che si adattano alle circostanze.
Di per sé, non è una novità. La moderna devastazione dell’essere umano va avanti da 500 anni, attraverso la struttura scolastica, quella militare, il riformatorio. Il cronometro e il regolo, la fabbrica, il ghetto e il mercato hanno tutti contribuito alla produzione industriale di un’umanità condizionata e dipendente. Si è finito per considerare i bambini esseri incompleti per i quali era necessaria una formazione, che dovevano essere trasformati in individui utili attraverso compulsioni esterne, i riti pedagogici della scolarizzazione e la propaganda. Le procedure della formazione dovevano essere estese fino a colonizzare anche il mondo interiore. La storia dei moderni stati nazionali e delle loro attività economiche è la registrazione trionfale del successo di tali pratiche di civiltà.
Questa irregimentazione ha sempre prodotto una rsistenza. Ci sono state rivolte popolari, alcune animate da speranze, altre disperate, e ci sono state persone che non erano disposte a cedere le proprie responsabilità a questa o a quell’istituzione. I metodi pedagogici convenzionali non sono mai riusciti a piegare del tutto questa resistenza. È tuttavia possibile che tale difficoltà sia stata ora aggirata, in quanto la formazione ha una sua efficacia senza ricorrere a evidenti costrizioni o a un controllo organizzato. Con una certa riluttanza ho cercato di delineare le caratteristiche di questa riforma educativa. Ciò che prima era imposto con la costrizione è ora diventato un bisogno. Adesso si ha a che fare con clienti, la cui accettazione delle possibili opzioni è accompagnata dalla sensazione di una sicurezza interiore. Le scelte prefabbricate hanno la durezza e l’inevitabilità dei fatti naturali. Una società globalizzata e astorica si presenta come priva di alternative. I ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne, in questo regime, sono soltanto “il fattore umano”, che compare unicamente come risorsa o rischio. In quanto fattori, si chiede loro di adattarsi responsabilmente a una situazione che non corrisponde alle loro persone. Devono dare risposte a domande irrespondibili. Ci si aspetta che si considerino per un verso attori indipendenti e produttori indipendenti, e per l’altro clienti e debitori. In quanto tali, devono investire in loro stessi per accrescere la propria commerciabilità. A tal fine devono permettere che qualcuno li “animi” e faccia loro da consulente. Devono autoregolarsi, agire con decisione e prendersi il rischio delle scelte. Sono autoprodotti e autoproduttori e questa sovrabbondante autoreferenzialità è un fatto profondamente nuovo.
I moderni cittadini che vogliono fare una bella carriera si trovano davanti a una situazione priva di chiari confini e limiti e ciò impedisce loro di riconoscere alternative alla propria “educazione permanente e attività decisionale” autodiretta. Il loro andare e venire, il loro progredire, il loro benessere, l’arricchirsi o l’andare in rovina dipendono dalla capacità di adattarsi a diversi sistemi. In particolare, devono imparare a funzionare e a competere in simbiosi con le attuali situazioni economiche. Non basta più accettare, tollerare tali condizioni: si deve imparare a identificarsi con esse. Nella macina della new economy, dove tutto dipende dal posto che si occupa, si suppone che la graniglia sia macinata in modo tanto sottile da fungere essa stessa da lubrificante per gli ingranaggi.
Chi non sa o non vuole ungere le ruote, deve sapere che cosa lo aspetta. Fuori della porta, dietro al mulino, si accumulano le scorie fatte da chi si è dimostrato recalcitrante. Queste scorie degradano trasformandosi in pesi per la società, e chi non ha più prospettive serve da lezione concreta. Serve da dimostrazione dell’importanza cruciale di avere un posto nella società e incita tutti a formarsi infinitamente. Il motto nazista “Tu sei niente, il popolo è tutto” è stato rivisto così: “Tu sei il posto che occupi”.
Chi tragga vantaggio da questa soluzione, è un segreto di Pulcinella. Sta scritto sui cartelloni pubblicitari e sulle magliette, alla Borsa e nei grandi magazzini, sugli schermi televisivi e nelle piazze. Esserci è tutto! Una fornitura infinita di materiale didattico promuove con cura le cose come stanno. Gli studenti permanenti chiedono di più alle proprie energie limitate per perseguire l’obiettivo. Ma solo pochi lo raggiungono al momento giusto. Gli altri ci provano invano e scoprono che l’obiettivo si sposta continuamente più in là. Eppure continua ad attirarli. I nostri contemporanei soffrono il supplizio di Tantalo, più che di quello di Sisifo.
Certi discorsi che circolano sull’importanza del posto, vorrebbero convincere con la paura quelli ai quali sono rivolti. Sono discorsi che nascono dalla scienza e dalla politica, dall’economia e dal commercio. Presentano una notevole coerenza, almeno in Europa. Ci dicono che esiste “una grande coalizione pedagogica” dedicata a diffondere la preoccupazione per il posto. Questa coalizione non ha nessun interesse nella pedagogia. Anzi, essa sabota ogni forma di educazione, nella quale il benessere dei giovani viene prima dei meschini interessi di chi ha il potere. Questo sabotaggio porta a ridicolizzare qualsiasi insegnante aspiri per i propri studenti a qualcosa di meglio della condizione attuale.
La grande coalizione pedagogica vuole assorbire la personalità stessa dei suoi soggetti e il suo tentativo di creare una persona completamente funzionale e responsabile sembra giustificare qualsiasi mezzo. Sono cooptati gli esperti delle scienze cognitive, genetiche, dell’informazione e della formazione. Si prendono in consegna i concetti di solidarietà, autonomia, apprendimento, decisione, consenso e perfino di Bildung. Il futuro è colonizzato. Un numero infinito di esperti dell’educazione infantile si mette a disposizione, anche non richiesto, dei questa coalizione, nella speranza di ricavarne qualche vantaggio. Gli insegnanti che mettono al primo posto gli interessi delle generazioni future non hanno la possibilità di dare un contributo. Ma, finché restano convinti che ciò che oggi conta sia un impegno ostinato e comune per un’educazione autentica, questi insegnanti continueranno a resistere ai sabotaggi della “grande coalizione”. L’educazione autentica consiste ancora, come è sempre stato, in una paziente e costante ricerca della verità, nello sviluppare capacità che siano buone e belle di per sé. Si svolge dando una forma pensata al nostro ambiente, nelle conversazioni e soprattutto nell’ospitalità. Chiunque apprezzi questa educazione non sacrificherà il presente per un futuro rimandato all’infinito.
Io non so, ovviamente, in quali capanne o in quali palazzi, per quali monti e valli del paesaggio scolastico, voi vi troviate attualmente. Da questo dipenderà la prospettiva con cui valuterete il paesaggio che ho cercato di delineare. Ma, a prescindere da questo, io sono sicuro che un fenomeno senza precedenti come quello che ho tratteggiato provocherà resistenze e contraddizioni. Al posto dell’irragionevole pretesa di una formazione permanente, io propongo una forma di studio che abbia limiti e sia collettiva. Solo entri tali limiti potremo scoprire o riscoprire un mondo personale e una voce personale. Ciò può avvenire se noi rifiutiamo di trasformarci in altoparlanti, componenti o risorse di un sistema statico.
Parte II: Silja Samerski
Verso la metà del 1998 l’associazione degli industriali tedeschi (Bundesverband der Deutschen Industrie) ha pubblicato una dichiarazione politica sulla “iniziativa individuale”, presentandola come la chiave per un primato tedesco in Europa. L’associazione sottolinea come proprio principale interesse la “flessibilità”, seguita dalla competitività, la capacità di vedere lontano, il senso della comunità e della responsabilità personale. Si pretende da ciascuno più della semplice disponibilità ad accettare una ricollocazione o una nuova formazione. Ognuno deve riconoscersi come un’unità di un sistema informativo. L’associazione prevede che d’ora in avanti ognuno valuterà il proprio comportamento e le proprie abitudini alla luce delle esigenze di un’epoca nuova e sarà sempre vigile per scoprire nuove opportunità. Questo, continua il documento, costringe tutti a un continuo consumo di informazioni, in altre parole, a una “formazione permanente”.
Per fare fronte alle nuove esigenze, si devono aprire sempre più opportunità di formazione permanente, occorrono sempre più servizi di consulenza che diano ai potenziali clienti la possibilità di scegliere le opzioni appropriate. La tesi che sta alla base di questa visione è chiara: nascita e investimento, cure terminali e occasioni di vacanza sono in costante miglioramento (vaginale o cesareo? Azioni o obbligazioni? Chemioterapia o Kervorkian? Coppia o single? Queste sono alternative angoscianti). A ogni pie’ sospinto siamo davanti a opportunità mai viste. Per ognuna di queste ci servono informazioni, perché ogni opportunità implica anche insospettabili opzioni. Per scegliere tra queste, abbiamo bisogno di un orientamento sensibile al contesto, un orientamento che, nel migliore dei casi, ci sarà fornito come un servizio di consulenza.
L’idea che servisse un orientamento specialistico per fare fronte alle faccende di tutti i giorni, fino a poco tempo fa era qualcosa di inaudito. Il primissimo ente di consulenza in Germania risale agli anni venti: si occupava di orientamento professionale per i diplomati delle scuole elementari. Nella repubblica di Weimar diventarono di moda le consulenze per l ‘allattamento al seno e subito dopo l’orientamento professionale per giovani in cerca di un avanzamento di carriera, le consulenze matrimoniali per coppie che desideravano i figli. Ma queste forme prebelliche di consigli quasi zieschi non devono essere viste come anticipazioni delle guide al consumatore oggi gentilmente rifilate ai singoli, con la pretesa di fornire loro strumenti di autogestione e di auto-orientamento. Con un esempio estremo, ma caratteristico, voglio spalancare il sacco delle ipotesi che stanno alla base dell’esigenza di un orientamento permanente alle opportunità di apprendimento.
Comincerò dall’esigenza di informazioni e di orientamento nelle donne con figli. La signora K. è sui trentacinque anni. È in preda all’agitazione. Le si è gonfiata la pancia e le hanno detto che è alla quinto mese. Il ginecologo l’ha avvertita che c’è bisogno di una decisione, una decisione che deve prendere lei. L’ha anche informata che, in una fase così avanzata della gravidanza, qualsiasi esame comporta un certo rischio. Poi l’ha avvisata che senza esami rischia di far nascere un ritardato. Ha tenuto a sottolineare che non è proprio compito decidere per lei, che solo lei è in grado di fare una scelta, a questo punto. Per vagliare altre possibilità, l’ha indirizzata al Servizio di Consulenza Genetica. Dovete sapere che in Germania i consulenti di questo servizio devono essere medici con cinque anni di specializzazione in genetica. Così la signora K. si trova davanti al genetista che siede dall’altra parte della scrivania e che ha esaminato la sua documentazione e vuole sapere da lui che cosa fare.
Da questo punto in avanti, vi leggerò frasi del verbale che ho steso durante quel colloquio. Il genetista comincia il colloquio definendo i limiti entra i quali può assisterla. “Mi permetta di cominciare con qualche osservazione… il mio lavoro di consulente non ha niente a che vedere con il dare consigli… possiamo discutere, deciderà lei che cosa è importante e deciderà in base a ciò che ritiene giusto per lei. Tenga presente che non esistono ragioni scientifiche a favore o contro i testi genetici, che la cosa va soppesata volta per volta. Lei è venuta a consultarmi e io devo limitarmi a dirle: “È una cosa che deve scoprire da sola”.”
Ho steso tre dozzine di verbali di questi incontri. Quella che ho appena letto è la tipica frase d’esordio. A questo segue un corso sintetico con citazioni prese da libri di testo, sulle possibili malformazioni, e ve lo risparmio. Poi il consulente spiega che tutte le donne in attesa sono soggette a un rischio di base. Gli esami possono mettere la signora K. in una fascia più ristretta di donne che, in ragione di qualche caratteristica, è sotto la “minaccia” di un rischio superiore alla media. Per la signora K, come per qualsiasi altra donna sottoposta a questa procedura, questa “minaccia” porta il colloquio a un punto critico. Se capisce che la probabilità che se si verifica un evento su una data fascia di popolazione (per esempio una malformazione del feto), questo non significa che quell’evento si verifichi nel suo caso, la donna sorriderà con condiscendenza al demografo, si alzerà e se ne tornerà a casa. La maggior parte delle donne, però, non reagisce in questo modo. Le informazioni sul rischio statistico attribuito a una certa popolazione sono avvertite come un pericolo dalla persona che riceve la consulenza.
Il colloquio prepara questo tranello. Il consulente scorre pagine stampate al computer e dice: “Signora K., veniamo al suo caso… Lei forse sa che la sindrome di Down si manifesta in un caso su 435 gravidanze. Però, badi, la sindrome di Down non è l’unica alterazione cromosomica. Queste si verificano con una frequenza dello zero virgola sei per cento. Ma è solo lei che può decidere se questa percentuale sia alta o irrilevante, se è un fatto che la spinge a intervenire o un dato che dimenticherà subito.” Al che la signora K. comincia a scuotere il capo e a balbettare: “Che vuol dire tutto questo?” E il medico insiste: “Sta a lei sapere che atteggiamento prendere. Può dire: “Ah, sì, quello che mi dice è un rischio”, e richiedere di fare un esame. E il risultato potrà indurla a trarre certe conseguenze, cioè a interrompere la gravidanza. Deve decidere lei, signora K., lei capirà che io posso solo dirle che cosa si può fare, non che cosa si dovrebbe fare. Noi non ci assumiamo la responsabilità delle conseguenze.”
Ecco qua. La signora K. è completamente sconvolta. Rischia un aborto? Acconsentirà mai a una procedura che provoca l’espulsione di un feto morto? Saprà fare i conti con il senso di colpa, se farà nascere un bambino handicappato? Il colloquio di consulenza ha prodotto un “apprendimento sensibile al contesto”, ma anche un bell’enigma. E soprattutto: ha provocato l’esigenza di una scelta, decidere se portare avanti o no la gravidanza. Tutto l’onere della scelta e delle sue conseguenze è stato scaricato sulla donna.
Tutta la faccenda ha preso non più di un’ora e mezza. Non posso dirvi come sia andata a finire, perché dopo il colloquio ho perso di vista la signora K. Non so se abbia riflettuto sulle probabilità, se sia andata in un bar e abbia riacquistato la calma, se sia esplosa di rabbia per il trattamento indegno cui è stata sottoposta. In qualche caso l’irritazione della persona davanti al consulente comincia a manifestarsi molto prima della conclusione del colloquio, certe volte ho visto donne alzarsi, confuse ma calme.
Perché vi ho raccontato la storia della signora K.? Ho deciso di farlo quando Johannes Beck vi parlava del passeggero alle prese con la biglietteria automatica. Sono stata colpita dall’analogia tra la cerimonia di consultazione nella quale la signora K. “imparava” ad affrontare la sua gravidanza, e il modo in cui l’anziano signore doveva confrontarsi con i pulsanti e le leve sotto allo schermo. E ve l’ho raccontata, perché mi ha anche colpito la differenza tra le due situazioni. Il passeggero voleva un biglietto e non aveva trovato nessuno allo sportello. La signora K. aspettava un bambino: è andata dal suo medico che ha trasformato la sua fiduciosa speranza in un fatto da esaminare. Poi si è rivolta al consulente, al genetista. Da costui ha appreso ciò che si suppone serva in quel momento della sua vita: ha appreso che dare la vita è una faccenda di sua scelta. Che doveva affrontare un rischio, valutarne il livello, scegliere tra varie possibilità. Portare avanti la gravidanza diventa una questione di scelta. Qualcosa da decidere. Una decisione che nessuno all’infuori di lei poteva prendere. Che un figlio doveva essere il frutto di un calcolo dei rischi, delle possibilità e delle opportunità di una madre.
Per concludere, permettetemi di parlarvi di un amica: di una che si è rifiutata di imparare. Quando ha concepito la speranza di avere un figlio, non ha scelto esami e consulenze, ma il riposo. Conosceva il livello di rischio in cui l’età e la storia familiare mettevano la sua gravidanza. Ma sapeva anche che per sorprendente che fosse, aspettava il suo bambino. È arrivato Peter: è un po’ lento ma sano. Sua madre lo adora, così com’è. È contenta di avere escluso ogni “decisione” sulla sua venuta.
Parte III: Ivan Illich
La mamma di Peter è contenta che la sua venuta non sia mai stata una questione di scelte. Quando si è accorta di essere incinta, ha preso consiglio da se stessa, ha fatto nascere il bambino e si è goduta la sorpresa. Ecco che cosa ci ha appena raccontato Silja Samerski. La sua amica ha volontariamente escluso un orientamento dall’esterno.
Per tutta la mia vita sono stato dalla parte dei bambini che cercano di rifiutare la scuola. L’ho fatto, avendo compreso con Peter Berger che il rito della scuola è uno degli artefici del mito che legittima la competenza solo se dipende da precedenti apporti curricolari. Io esorto i bambini a ragionare sui motivi che li spingono ad andarsene. Paul Goodman mi ha indotto a credere che i bambini sanno il perché. L’energia con cui ho sostenuto la destabilizzazione della scuola la devo all’esempio che mi hanno dato Gene Burkart e Aaron Falbel, che continuano l’opera di John Holt con mezzo milione di famiglie americane che, senza motivi settari, proteggono i propri figli dalla scuola.
Seguirò l’esempio di Johannes Beck: lo scambio di opinioni con gli amici è per me un’occasione per scoprire quello che siamo capaci di fare bene, e per capire che sappiamo che cosa facciamo. All’università mi occupavo di retorica e di esegesi, e per quanto potevo mi astenevo dal fare prediche. Se dopo una lezione qualcuno mi diceva: “Sì, ho capito, però…”, ero tutto contento. Se veniva a ringraziarmi per quello che aveva imparato da me, pensavo di avere sbagliato qualcosa nella mia lezione.
Finora avevo considerato le chiacchiere sulla “educazione permanente” un semplice slogan utilizzato da insegnanti disoccupati in cerca di lavoro nell’industria, nel commercio o nella politica. Oppure, a un livello più pretenzioso, m’era parso un tentativo di riconvertire gli amministratori scolastici facendone ingegneri delle opportunità di apprendimento. Per molto tempo ho evitato di vedere in faccia l’intera verità: trovarsi tutta la vita in una selva di opportunità di apprendimento mi sembrava equivalente a una propaganda ineludibile a favore di un adattamento senza limiti a un universo tecnogenico, una propaganda a favore di una fede grottesca e nauseante sulla plasticità dell’essere umano. Consideravo tutta la faccenda una fantasia di pedagoghi impazziti. Ero certo che ogni persona di buon senso se ne sarebbe tenuta alla larga e ci avrebbe scherzato su.
Conversando con Silja, ho perso questa mia sicumera. Ho scoperto un aspetto ancora più spregevole in questa educazione permanente che voi propagandate. Solo grazie ai suoi verbali di trentasei sessioni di consulenza, sono arrivato ad accettare il fatto che queste incomprensibili sciocchezze fossero davvero messe in pratica. Ho capito che una donna incinta è chiamata, no, è obbligata ad apprendere quale sia il probabile futuro del figlio, perché deve prendere una decisione responsabile sul dare la vita, e che resterà l’unica persona responsabile delle conseguenze di quella scelta. La formazione permanente obbligatoria è diventata per me come il demonio.
Perché?
Con la crescita esponenziale delle opportunità di apprendimento, spariscono le limitazioni che impediscono di “prendersela con le vittime”. Se la prenderanno con te perché hai un figlio o per il fatto che hai abortito con la scusa male espressa che ti impediva di lavorare. In entrambi i casi hai rifiutato di ricevere gli insegnamenti che ti venivano presentati e qualunque cosa succeda sarà solo colpa tua. Ma se accetti quegli insegnamenti, la responsabilità della decisione sarà solo tua e tu, solo tu, ne porterai le conseguenze.
Con il prospettato boom delle opportunità di studio, potrà solo lievitare l’offerta di servizi di orientamento. E la responsabilità di accettare o no le offerte di studio sarà solo tua. La prima cosa che dovrai imparare sarà di ponderare le offerte e scegliere che cosa studiare. A questo punto subentra il consulente dell’orientamento. A lui spetta condurre la cerimonia in cui la persona “orientata” si trova contemporaneamente di fronte a percentuali di probabilità e alla pretesa che a decidere sia solo lei. Samerski vi ha illustrato come la legge sancisce che questa cerimonia funzioni con una donna in gravidanza. Altre funzioni di questo tipo saranno forse meno ripugnanti, ma la struttura è sempre la stessa. L’orientamento è oramai fornito a ogni svolta dell’esistenza di ognuno, e soprattutto per le “decisioni” che prospettano di accrescere le occasioni di apprendimento di un individuo autodiretto.
Le conseguenze di questo fenomeno sono pesantissime. Finora il potere disabilitante dei Pedagoghi riguardava solo la legittimazione del sapere e delle capacità apprese. Le conoscenze e le competenze, per essere valide, dovevano essere acquisite sotto la loro supervisione tecnica e valutate in base ai loro criteri scientifici. Adesso questo potere disabilitante si estende al di là del sapere e delle competenze, e tocca le capacità decisionali. Libertà, scelta, opzioni sono ridefinite in modo che per utilizzare il modo appropriato presuppongono il ricorso a servizi di orientamento.
È questo il punto che noi tre vogliamo mettere in evidenza.
L’educazione permanente che sia socialmente accettata in quanto modo legittimo per dare a ciascuno la capacità di adattarsi in ogni momento alle nuove occasioni create dalle novità tecniche e organizzative, a prima vista non fa che ribadire ciò che insegna il curriculum occulto della scuola: il grado di autovalorizzazione dipende dal rito con cui la si acquisisce. A prima vista pare che l’educazione permanente vada ben oltre la scolarizzazione, soprattutto in quanto sostiene il senso di impotenza in mancanza di un pedagogo che faccia da balia. Nessun sistema scolastico aveva finora mai prospettato qualcosa di simile a un costante aggiornamento che rendesse la persona compatibile a una società assimilata a un sistema operativo.
A una seconda occhiata, però, ci vediamo un’altra novità assoluta, senza precedenti per la sua portata antidemocratica e immorale. È il legame tra l’orientamento e l’impiego di ciascuno dei moduli di apprendimento offerti. È la pretesa che, sempre e continuamente, a ogni svolta del cammino della nostra esistenza, noi dobbiamo cercare una guida per scegliere tra opzioni caratterizzate da complessi profili statistici di probabilità. Chi si assoggetta a questa pretesa svilisce la propria capacità di decidere, assimilandola a un lancio di dadi, si affida alla sorte, tradisce se stesso. Punto il dito su questa ripugnante eventualità per esortare a seguire l’esempio della madre di Peter: rivolgersi agli amici, con i quali superare le oscure ombre di un apprendimento guidato.
Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco Deriu, Massimo Michele Greco, Alberto Leiss, Jones Mannino, Claudio Vedovati.
Dopo lunga gestazione, alcune riunioni e scambi di email, pubblichiamo finalmente il resoconto dell’assemblea del 14 Ottobre sull’appello contro la violenza
Invitiamo tutti coloro che hanno partecipato al’assemblea a farci pervenire le loro considerazioni, impressioni e riflessioni sull’appello e sull’incontro e a entrare nel merito delle proposte e delle iniziative da fare.
L’indirizzo email è sempre appellouomini@libero.it
L’incontro promosso a Roma il 14 ottobre dai firmatari del documento “La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo parole come uomini” ha visto la partecipazione di un centinaio di uomini e di donne. Lanciato nel settembre scorso, l’appello è stato ripreso da diversi giornali nazionali e locali, da varie emittenti radio e tv e da numerosi siti web, ha raccolto circa cinquecento adesioni e suscitato interesse e dibattito.
Sulla scia di questo interesse, sono giunti a Roma, nella cornice del Teatro Due, uomini e donne provenienti da diverse città italiane e dalle più diverse esperienze: persone singole, oppure appartenenti a gruppi maschili e a gruppi misti; dal mondo della scuola o dell’Università; provenienti a esperienze in organizzazioni politiche o sindacali, donne attive nei Centri antiviolenza o nelle Case delle Donne, e appartenenti a gruppi storici del femminismo italiano.
Questo incontro ha avuto il primo significato di rispondere alla necessità di un’iniziativa pubblica maschile contro la violenza da cui siamo partiti nella consapevolezza che la violenza contro le donne sia qualcosa che ci riguarda come maschi, che non riguarda figure marginali e devianti, ma uomini che si muovono all’interno di categorie del maschile generalmente condivise, di cui rappresentano l’epifenomeno estremo ma non spurio; che la violenza sia un corollario di un condizionamento profondo. Avevamo quindi ben chiara l’esigenza di interrogare prima di tutto gli uomini, dando spazio a modalità di confronto che non riproducessero i consueti schemi frontali (relatori da una parte, pubblico dall’altra) ma che invitassero a parlare partendo da sé. Abbiamo così proposto per il 14 ottobre due distinti momenti: nella mattina le persone si sarebbero confrontate in piccoli gruppi di discussione e condivisione; il pomeriggio i lavori sarebbero proseguiti in un’assemblea plenaria, dove sarebbero stati riassunti i risultati degli incontri mattutini e si sarebbe dato spazio alla discussione.
Un primo dato si è rivelato subito interessante, sin dai lavori della mattina: la consistente partecipazione delle donne all’evento. I conti non sono semplici da fare, ma possiamo dire per approssimazione che sia nella mattinata che nel pomeriggio il rapporto numerico fosse quasi paritario. Un altro elemento di riflessione è la constatazione, confermata nel pomeriggio, della ridotta partecipazione dei gruppi maschili di riflessione presenti in Italia: su questa questione, ci sarà l’opportunità per tutti di rilanciare la discussione sulle modalità di coinvolgimento, sulla definizione di un percorso condiviso, ma non possiamo nascondere che abbiamo sentito la mancanza delle ricchezza che avrebbero potuto portare, sul piano dell’elaborazione, dell’esperienza e della costruzione di diverse modalità di relazione tra uomini e tra donne e uomini.
Durante la mattina, si sono formati, man mano che le persone arrivavano, tre gruppi, che per composizione, andamento e modalità di confronto possono essere emblematici di ciò che avviene in contesti sociali e politici più allargati. In alcuni casi si è creato infatti uno spazio di ascolto e di accoglienza: i commenti delle partecipanti e dei partecipanti sono stati positivi, di apprezzamento, di soddisfazione e di sorpresa per un’iniziativa la cui mancanza era avvertita; si è avvertita una voglia di partecipare, di fare qualcosa, di conoscere le altre realtà, di spostare la riflessione ad un livello più ampio e radicale, di agire non solo come reazione ad un’emergenza, ma interrogandosi sul piano delle relazioni, dei simboli, della vita quotidiana e dei suoi piccoli soprusi e ingiustizie. In altri casi, l’integrazione ed il confronto, (penalizzati anche da alcune difficoltà logistiche) sono stati difficili, e sono emerse tensioni conflittuali, atteggiamenti aggressivi, scollamenti e dispersioni del gruppo, spesso proprio nella dimensione del confronto fra uomini e donne.
L’assemblea plenaria del pomeriggio è stata aperta dai promotori, che hanno ricordato il percorso di scambi e confronti tra reti di uomini e di donne, da cui è scaturita l’idea dell’appello. Si è insistito che gli episodi di violenza che hanno occupato le pagine dei giornali negli ultimi tempi andavano in qualche modo sottratti alla cornice della cronaca nera per essere interrogati dal punto di vista dei significati sociali, culturali e relazionali che essi presuppongono e ripropongono. Si tratta – come è stato ribadito da più parti – di non fermarsi alla violenza in sé, ma di interrogare il rapporto degli uomini con il proprio corpo, con la propria sessualità, con il proprio modo di occupare lo spazio pubblico o di costruire relazioni di potere. E’ stata anche sottolineata la necessità di luoghi culturali e politici dove la sofferenza e il disagio anche degli uomini possano essere elaborati e trovare sbocchi e soluzioni differenti.
La discussione ed il dibattito successivo sono stati intensi, passando attraverso entusiasmi, paure, diffidenze e cautele, curiosità e provocazioni, facendo emergere anche difficoltà e conflitti, come è inevitabile che sia, ma mantenendo in generale un atteggiamento costruttivo. E’ emersa dunque l’importanza di ricostruire un modo diverso di stare insieme tra uomini come radice di una possibile trasformazione anche nei rapporti uomo-donna: a questo proposito, è emerso il collegamento fra molti degli atteggiamenti e dei comportamenti maschili e le forme di socializzazione maschile, per l’abitudine piuttosto diffusa all’uso della forza se non della violenza, o nell’incapacità di riconoscere lo spazio dell’alterità, della sua libertà e del suo desiderio autonomo, nelle proprie relazioni. Qualcuno ha insistito da questo punto di vista sulla necessità di un salto di civiltà e di un cambiamento simbolico nel rapporto tra uomini e donne, sulla necessità di capovolgere alle radici le relazioni tra i sessi: il cambiamento riguarda le pratiche, le esperienze e allo stesso tempo l’immaginario che le significa e le orienta. Da questo punto di vista alcuni interventi hanno richiamato l’importanza di affrontare il nodo cruciale del potere.
Altri ancora hanno sottolineato come per gli uomini essere venuti in quel luogo non significhi assumersi colpe o chiedere perdono alle donne in quanto appartenenti al genere maschile ne’ limitarsi a un gesto di denuncia o di solidarietà o a un impegno volontaristico. Questa presenza evidenzia piuttosto la consapevolezza che la lotta contro la violenza rappresenta un’occasione di libertà, di vita migliore, di relazioni più gratificanti non solo per le donne ma anche per gli uomini. La posta in gioco, si è aggiunto, è quella di poter far politica assieme ma sulla base di nuove condizioni. Si è quindi insistito sull’importanza di una pratica politica basata sul riconoscimento della differenza tra uomini e donne. Un’assunzione di responsabilità e una presa di parola autonoma degli uomini è il primo passo per un riconoscimento reciproco e per un dialogo non basato su confronto tra stereotipi ma su un’interrogazione reciproca.
Infine si è invocata anche la possibilità di un confronto ancora più continuativo e profondo tra uomini e donne, che vada al di là di ogni retorica positiva o negativa, e che permetta uno scambio di esperienze e sensibilità tra sessi e generazioni differenti.
Dall’incontro è emerso il desiderio di continuare a lavorare insieme, sia come rete di uomini, sia nello scambio con le donne, sia in rapporto con le istituzioni; con la consapevolezza che la sfida per un cambiamento di civiltà nei rapporti tra uomini e donne va affrontata sopratutto sul piano culturale ed educativo.
A grandi linee le proposte emerse nel, e a margine, dell’incontro sono le seguenti:
- Lavorare per la costituzione di una rete di uomini disponibili a impegnarsi e attivarsi a livello locale e/o nazionale contro la violenza alle donne e per le trasformazioni delle relazioni tra i sessi. A questo fine predisporremo un repertorio di contatti relativi a gruppi, associazioni e singoli individui che hanno manifestato (o che manifesteranno) la loro disponibilità tramite le schede che abbiamo diffuso e miglioreremo le forme di comunicazione on line (www.maschileplurale.it e www.donnealtri.it)
- Promuovere una serie di iniziative locali e nazionali di contrasto alla cultura della violenza, cercando la collaborazione tra uomini e donne e tra gruppi, associazioni, centri antiviolenza e amministrazioni locali. Una prima occasione da questo punto di vista può essere il 25 novembre prossimo, giornata internazionale contro la violenza alle donne. In queste settimane sono stati promossi in tutto il paese più di 50 incontri locali che abbiamo in parte riportato sul sito www.maschileplurale.it
Come abbiamo visto il tema delle violenza ridotto a “emergenza” diventa occasione al tempo stesso per rimuovere una riflessione sulle sue radici profonde nella nostra cultura e per generare reazioni repressive, xenofobe e tese a militarizzare le relazioni e gli spazi sociali. Crediamo che la nostra iniziativa debba contrastare queste spinte. A questo fine crediamo importante:
- Promuovere ogni occasione di incontro e di confronto con uomini delle diverse comunità immigrate al fine di contrastare gli stereotipi culturali che proiettano la questione della libertà femminile ad un problema che riguarderebbe solamente altre culture o religioni e non al contrario una questione trasversale a tutte le tradizioni. Promuovere a tal fine un impegno attivo e trasversale e iniziative comuni su queste tematiche.
- Stimolare le istituzioni locali e nazionali ad impegnarsi e a dedicare risorse per promuovere un cambiamento culturale e sociale nelle relazioni tra i sessi e a promuovere a tal fine spazi di confronto e di elaborazione nazionali che coinvolgano rappresentanti delle realtà più attive localmente. Contrastando iniziative basate solo su un approccio repressivo ed emergenziale.
Nelle prossime settimane procederemo in questa direzione, affinando le proposte e cominciando ad attivare le reti e le iniziative localmente. Chiediamo a ciascuno di attivarsi e di farsi promotore di incontri e attività nei diversi territori.
I promotori
Sandro Bellassai, Stefano Ciccone, Marco Deriu, Massimo Michele Greco, Alberto Leiss, Jones Mannino, Claudio Vedovati.
Gent.me, ho visitato il vostro sito e mi è venuta voglia di scrivervi per raccontarvi alcune cose.
Mi chiamo Margherita, ho 41 anni e vivo a Milano da sempre. Ho una bimba di 3 anni e mezzo e lavoro per una grande azienda nel settore comunicazioni da 9 anni. Ho un contratto a tempo indeterminato ma sono riuscita, praticamente “elemosinando”
anche tramite un amico della Cisl, ad ottenere dall’ufficio del personale un part time a 6 ore continuative (senza pausa pranzo) con rinnovi semestrali. Quest’ultimo rinnovo scade il 31/12 e dal 1 gennaio dovrei rientrare a 8 ore perché, dicono, in azienda non ci sono posizioni per concedere un part time definitivo.
A parte questo modo di fare che da parte di una grande e solida azienda è veramente assurdo, c’è il grandissimo problema di COME vengono trattate e considerate le MAMME che vanno in maternità e poi rientrano al lavoro!
Veniamo mobbizzate, spostate da una direzione all’altra, a volte non troviamo nemmeno la scrivania, i ruoli che ci vengono assegnati sono marginali perché si sa…una mamma non è come una giovane single rampante che ha una disponibilità totale nei confronti del “capo” e dell’azienda!
Ci stiamo muovendo col sindacato ma è molto, molto difficile risolvere i problemi e alla fine ci rendiamo conto, io e tante amiche mamme che lavorano qui, che c’è una chiusura totale da parte dell’ufficio del personale, dei responsabili delle direzioni e di fondo dell’azienda stessa.
Credo comunque che il problema sia a livello nazionale. Una mia amica separata con due figli a carico che lavorava presso un importante Tour Operator ed è stata licenziata perché, chiesto il part time più volte e ricevuto più volte il rifiuto da parte dell’azienda, faceva spesso malattia per la fatica di sopportare ritmi così stressanti e adesso è entrata in causa con l’azienda.
Parlando con tutte queste donne mi è venuto in mente: ma non si potrebbe cominciare a sollevare questa grave problematica organizzando che so una manifestazione, un banchetto davanti al Comune di Milano o altrove, scusate magari risulto ridicola ma non mi intendo di queste cose…..Mi piacerebbe chiamare i media, i giornali, far sentire un po’ di voce perché comunque una donna che diventa mamma non si “rincoglionisce” , non diventa uno scarto della società da mettere in
una buia scrivania senza niente da fare….a me è successo l’esatto contrario!! Dopo la gravidanza e la nascita di mia figlia sono RINATA, ho ritrovato me stessa e ogni giorno faccio dei passi avanti verso una nuova consapevolezza di me e della mia forza.
La forza delle donne!
Gigliola Foschi
Una mostra con artisti che non sono né cinesi, né italiani e neppure tedeschi, francesi o americani, ma portatori di una cultura duplice o addirittura molteplice, perché nati in paesi diversi da quelli in cui vivono e lavorano. È Wherever We Go – Ovunque andiamo: Arte, identità, culture in transito (Spazio Oberdan, Milano, fino al 28 gennaio) curata da Gabi Scardi e da Hou Hanru che, in sintonia con gli artisti in mostra, è a sua volta un globe-trotter nato in Cina ma residente a Parigi. Si tratta di autori provenienti da ogni parte del mondo emigrati a volte per scelta a volte per necessità, ma sempre sospesi tra due o più mondi come accade ormai a milioni di persone. Ma in che modo le loro opere affrontano tale condizione di sradicamento? Ne discutiamo con la curatrice Gabi Scardi, critico d’arte che anche in un’altra recente mostra, Less – Strategie alternative dell’abitare (aprile-giugno 2006, PAC di Milano), ha dimostrato come gli artisti possano riflettere in modo profondo e impegnato sulle problematiche più significative della contemporaneità.
Questi artisti cosmopoliti che cosa ci dicono su identità e multiculturalismo? Si avverte in essi nostalgia delle origini perdute o tendono a sottolineare la piena integrazione nel nuovo mondo in cui vivono?
«Dalle opere di molti artisti si capisce che per loro l’identità non si presenta più come un possesso stabile, statico, acquisito una volta per tutte, bensì come un processo in continua crescita, un movimento fatto di confronti, scambi, incontri tra culture. “Le tigri per essere tali non hanno bisogno di proclamare la propria tigritudine”, sostiene lo scrittore nigeriano Wole Soyinka. Allo stesso modo questi artisti non affermano né sottolineano la loro identità: semplicemente la vivono sfuggendo a ogni semplificazione e definizione. Sospesi tra due o più mondi avvertono la necessità di far convivere nelle loro opere visioni diverse del mondo, mantenendo aperto un dialogo continuo e vitale sia col presente sia con le memorie e i miti del loro paese d’origine. Invece di farsi portatori di una logica oppositiva e assertiva – la mia identità contro la tua – s’impegnano ad accettare la complessità del mondo in cui vivono, e ci rivelano che, a partire dalle esperienze vissute, un’identica domanda può ottenere risposte molteplici e anche contraddittorie».
Ad esempio?
«Potrei citare Maja Bajevic e Danica Dakic. Entrambe cresciute a Sarajevo, ma ora residenti la prima a Parigi e la seconda a Düsseldorf, propongono un’opera a quattro mani in cui in bosniaco ci spiegano perché amano Sarajevo, mentre in francese e in tedesco ripetono le stesse frasi dicendo esattamente il contrario. Migrare, per loro, ha infatti significato dover cambiare se stesse, interrogarsi da un nuovo punto di vista sul loro paese d’origine e viverlo come un luogo non più unico, mitico, intoccabile. Tale sguardo critico, “da fuori”, non significa però che si debba perdere il legame con la propria terra. Come spiega la stessa Bajevic, si può “imparare ad apprezzarne non l’immagine mitizzata ma il rovescio della medaglia, i piccoli misfatti, le debolezze della tanto amata ’casa’ propria”. Il loro enunciare “io odio Sarajevo…”, subito dopo aver detto “Io amo Sarajevo…”, diventa il segno di un costante legame con la loro città, non più acritico ma accompagnato dalla capacità di vederne anche i difetti».
Al multiculturalismo come rigida coesistenza di universi impermeabili questi artisti oppongono il transculturalismo, Tale condizione si rivela come possibilità di apertura al nuovo, o determina tensioni tra memoria e nuova identità, passato e presente?
«Acquisire un’identità plurima significa sentirsi ovunque al proprio posto ma anche un po’ estranei al luogo in cui ci si trova a vivere. Tale posizione “periferica”, non pacificata, genera inquietudine, spinge a riflettere su di sé, a mettersi in gioco, e proprio per questo si rivela “feconda”. In una video-performance H.H. Lim, nato in Malaysia e residente a Roma, ad esempio, mostra se stesso mentre cerca di rimanere tenacemente in equilibrio su un pallone, e in questo modo ci comunica tutta la difficoltà di trovare una stabilità interiore in un mondo sempre più incerto e mutevole. Altri autori sottolineano di più, quasi sempre con leggerezza e senza malinconiche nostalgie, il loro bisogno di preservare qualcosa delle loro radici, proprio per avere poi la forza di affrontare nuove realtà. La cinese Shen Yuan, ovunque si rechi in viaggio, visita per prima cosa le Chinatown del posto; poi riproduce le mappe di tali Chinatown realizzando patchwork di tessuti con cui fodera dei materassi elastici, concepiti per invogliare i bambini a saltarci sopra. Ludici e divertenti i suoi “Trampolin” ci invitano a giocare, ma anche a comprendere come solo a partire dall’accettazione delle proprie origini sia possibile spiccare un salto verso nuove esperienze aperte al dialogo con gli altri».
Molti artisti «migranti» vivono una condizione di esilio, come Adel Abdessemed, fuggito in Francia da un’Algeria lacerata dal conflitto civile. In che modo questi artisti si pongono di fronte alle tragedie del nostro tempo?
«Diversi artisti presenti in mostra riflettono sulle ingiustizie e i drammi della globalizzazione, mai però in modo piattamente esplicito o polemico. C’è chi riesce a criticare le dinamiche del potere globale con atteggiamento ironico e velatamente surreale, come il cinese e parigino Huang Yong-Ping con la sua scultura di un mastino napoletano che lascia dietro di sé un getto di urina simile al profilo degli Stati Uniti. C’è chi ci obbliga con uno “stratagemma” a vedere realtà dalle quali distogliamo gli occhi, come Ni Haifeng, cinese ma residente ad Amsterdam: in un’umile scatola di cartone posta a terra egli pone due piccoli video che narrano storie di homeless; e così per vedere l’opera, siamo costretti ad abbassarci ponendoci in una situazione di inusuale prossimità rispetto a vicende umane che di solito rimuoviamo. Mentre Keren Amiran ( israeliano ma londinese di adozione), ha creato un video poetico che ha per protagonista una donna filippina reclusa nella casa della sua datrice di lavoro per paura di essere espulsa dal paese in cui è entrata clandestinamente; unico interlocutore a cui poter confidare paure e memorie è una tartaruga: sorta di alter ego costretto come lei a rifugiarsi dentro di sé, a nascondersi dietro una corazza difensiva».
Adrian Paci ha raccontato che in Albania, le informazioni sull’arte si fermavano all’impressionismo. Con l’arrivo in Occidente molti di questi artisti hanno potuto conoscere il linguaggio contemporaneo dove coesistono video, fotografie, pittura e installazioni. Se ne sono impadroniti con facilità? E qualcuno ha poi recuperato le forme artistiche del paese d’origine?
«Tutti gli artisti in mostra rivelano di aver fatto proprio fino in fondo il linguaggio contemporaneo ed evitano ogni esotismo culturale. Nei loro lavori non c’è nulla di pittoresco, nessun colore locale, niente di etnico. Più che recuperare le forme artistiche dei paesi d’origine, rielaborano le storie, i riti e le memorie della terra da cui provengono. Adrian Paci inscena ad esempio il proprio funerale secondo gli antichi rituali albanesi; ma, alla fine del canto sofferto della lamentatrice, lui si alza e se ne va. Ci racconta cioè il dolore delle partenze e dei lutti, ma anche il bisogno di trovare il coraggio e la speranza di aprirsi a una nuova vita. Uno dei pochi autori che in apparenza sembra recuperare i simboli religiosi della sua terra è l’algerino Adel Abdessemed; ma lui li accoglie per metterli in discussione, per scompaginarli in un frenetico filmato d’animazione, dove i simboli islamici si tramutano vorticosamente in arabeschi, in simboli ebraici, in motivi geometrici, il tutto senza soluzione di continuità. Con questa sua opera dal titolo graffiante, God Is Design, egli ci conduce provocatoriamente in un mondo dove i simbolismi religiosi e culturali si trasformano in una caotica e inafferrabile ragnatela di codici, e nulla sembra stare più al proprio posto».
Vita Cosentino
Vorrei aprire questo nostro incontro con una nota positiva, un filo di contentezza: siamo in un contesto diverso, non c’è più quel muro di sordità che sentivo così impenetrabile negli anni della Moratti. Oggi – e su questo scommettiamo – si è aperta la possibilità di avere ascolto per chi sa cos’è la scuola e l’università dall’interno, come esperienza di lavoro e di vita quotidiana.
Sono certo consapevole dell’infinità di problemi e contraddizioni che sono sul tappeto, ma noi che abbiamo organizzato questo incontro nazionale – e qui al tavolo siamo io e Federica Giardini a mostrare le relazioni che l’hanno reso possibile – noi che continuiamo a pensare che la vera riforma è autoriforma, vogliamo prendere sul serio parole come ad esempio quelle di Fabio Mussi, attuale ministro all’università “Lo prometto; mai più riforme dall’alto”. Vogliamo dare fiducia all’intenzione di cambiare e pensiamo che ci siano da inventare dei modi nuovi e mobili per tenere in contatto chi deve pendere le decisioni e chi è a scuola.
Anche questo nostro incontro è da sentire come una forma di contatto. Per essere ascoltati c’è prima di tutto da esserci e avere davvero qualcosa da dire. Cominciamo noi insegnanti a ridare peso e spessore alle parole, intessendole con la nostra esperienza, nel tentativo di far presente qualcosa di vero: sia qui tra noi, nella forma di una presa di coscienza e di uno scambio che apra possibilità per sé e per gli altri; sia a indicare, a mostrare col dito come fanno le creature piccole, tutto ciò che in un modo o nell’altro va tolto, sgombrato perché paralizza la vitalità dei luoghi e le nostre stesse energie creative.
A partire da ciò che di meglio abbiamo pensato e messo in pratica in questi anni di movimento di autoriforma, vogliamo innestarci in un cambiamento profondo. Il cambiamento di cultura che proponiamo sta nel cominciare a pensare e a dire che non tutti gli ambiti della vita, sia la nostra che quella associata, vanno sottoposti a leggi e a regolamenti minuti, che non tutto deve ricadere sotto l’ambito del diritto.
La vita non è statica. È in continuo movimento perché è intessuta dale relazioni umane che ne sono la radice più preziosa. I sistemi viventi – come sono le scuole – facilmente deperiscono, ma facilmente rinascono, se ci si può stare dentro con un po’ di piacere e di inventiva. Proprio per riaprire le possibilità che sono nella vita stessa dei luoghi, vogliamo mettere a critica e far crollare il troppo che ha invaso le scuole e le università. Nell’invito al convegno dicevamo: “troppe regole, troppo insensate e cambiate troppo in fretta, troppo progettificio e troppo mercato, troppa ubbidienza e troppa indifferenza”. Stiamo assistendo da anni a un ipertrofismo legislativo che pretende di regolamentare la vita fin nei minimi dettagli. È un’invasione di cose presunte giuste – chi può negare infatti la bontà della trasparenza, della privacy, della sicurezza? – che minacciano di far finire nell’insensatezza e nell’irrealtà non solo il nostro essere insegnanti, ma anche la nostra competenza umana, la nostra capacità di esserci. Questa contraddizione colpisce e interessa più le donne che gli uomini, perché è una prerogativa soprattutto femminile rimanere legate al quotidiano, rimanere vicine a un sapere dell’esperienza e farne materia politica. E le scuole sono strapiene di donne!
Del conflitto che si è aperto sul terreno quotidiano dell’esperienza parleranno nelle relazioni introduttive una maestra, Cristina Mecenero, un’insegnante delle superiori, Adele Longo, e un docente precario dell’università, Giuseppe Allegri. Io voglio fare solo un piccolo esempio. Giorni fa una collega mi raccontava che – stante che la sua scuola è cadente e il comune non ha i soldi per la manutenzione – aveva pensato di ridipingere l’aula assieme alla sua classe. I genitori erano d’accordo, ma l’iniziativa si è, per ora, bloccata perché, come effetto dell’ipertrofismo legislativo in atto, capita che ridipingere un’aula è ritenuta oggi un’azione molto pericolosa e quindi è assolutamente vietata dalla 626, la legge sulla sicurezza. Può sembrare un episodio banale, ma in gioco c’è molto di più.
Virginia Woolf, quando nella Prima Ghinea immagina un’istruzione su basi diverse, ne parla come “il collegio povero” e attribuisce una grande importanza alle sue caratteristiche materiali. Infatti dice: “Non di pietra scolpita, ma di materiale economico, con libri sempre nuovi e diversi, che sia affrescato di bel nuovo dalle nuove generazioni, con le loro stesse mani, con poca spesa.” Di questi tempi quel passo – che continua ponendo altre importanti questioni – mi accompagna di frequente perché vi trovo una forza immaginativa straordinaria, capace di delineare un altro modo di fare scuola, possibile e a portata di mano. Con le sue parole rende disponibile un tipo di abbondanza, non ridotta esclusivamente a denaro, ma che fa tesoro degli esseri umani e delle dimensioni interiori che possono attivare. Queste parole di Virginia Woolf condividono con l’oscura collega di cui vi parlavo un’idea di base che io ho conosciuto nella politica delle donne: i luoghi sono vitali per quello che vi portano gli esseri umani, donne e uomini, che li abitano. E questa per me è la radice stessa di uno spazio pubblico, di una politica che è un agire per sé e per gli altri lì dove si è.
Iniziative semplici come ridipingere un’aula, non vanno vietate, anzi! Vanno favorite e lo si può fare togliendo gli intralci e le concezioni che le criminalizzano. E togliendoci noi per prime/i da queste logiche.
In questo incontro abbiamo scelto di stare nel conflitto che ho cercato di delineare, con un pensiero, in forma di racconto, che rimanga attaccato e faccia parlare la nostra competenza umana di donne e di uomini prima che di insegnanti. Abbiamo scelto il racconto perché la scuola è essenzialmente lingua e la lingua è ciò di cui abbiamo più bisogno. Augurandoci buon lavoro, vi lascio con alcuni versi di Daria Menicanti, una poeta milanese ancora poco conosciuta:
Di solito succede a questo modo:
dopo un lungo silenzio le parole
anche le più comuni le più
consumate dall”uso e dalla pace
vita riprendono, colore.
Escono ardendo e si aggrappano in corone
di isole in arcipelaghi
o, se hai forza e fortuna, in continenti.
(Ultimo quarto, Libri Schewiller, Milano 1990)
Fu tra i pochi ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati della frattura in cui le sue eroine finivano per sparire Ang Lee
A soli ventitré anni l’autrice cinese aveva già scritto il suo capolavoro: “La storia del giogo d’oro” esce ora da Rizzoli, tradotto per la prima volta. È una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali Zhang Ailing è cresciuta: sua madre, infatti, ancora prima di pretendere il divorzio fuggì in Inghilterra dal marito diviso tra l’oppio e le sue concubine
Tommaso Pincio
Una scrittrice leggendaria, così viene solitamente definita Zhang Ailing. È sufficiente una scorsa veloce ai suoi ritratti fotografici per farsi un’idea del perché. Le studiate posture che è solita assumere davanti all’obiettivo sono chiaramente quelle di una donna fin troppo consapevole della sua naturale eleganza. Ma è altrettanto palese che, malgrado il modo impeccabile di acconciarsi, in Zhang Ailing c’è qualcosa che non va. Lo sguardo punta quasi sempre altrove, il sorriso è sempre solo accennato e tirato, l’espressione del volto, velata da un’ombra appena percettibile di diffidenza, la fa sembrare distante. Dà l’impressione di una persona che per qualche ragione si è prematuramente indurita, e ciò non fa che accrescerne il fascino.
Infanzia e prima giovinezza furono tutt’altro che facili. Zhang Ailing nacque all’inizio dei ruggenti anni Venti del secolo scorso in una Shanghai che somigliava ogni giorno di più a una città occidentale. Aveva antenati importanti. Suo nonno paterno era figlio di un influente statista della corte dei Qing. Sua madre proveniva invece da una ricca famiglia dello Hubei, una regione della Cina centrale. In casa tirava però una brutta aria; quando la piccola Zhang aveva appena cinque anni e si chiamava ancora Ying – in Cina i nomi non sono per tutta la vita -, sua madre partì per l’Inghilterra non tollerando la passione del marito per oppio e concubine. Fece ritorno quattro anni più tardi, ma le reiterate e mai mantenute promesse del marito di cambiare registro resero inevitabile il divorzio.
Dalla vita al romanzo
Nonostante la forte opposizione paterna, la madre fece in modo che la piccola Zhang frequentasse una delle più prestigiose scuole occidentali per ragazze di Shanghai, e le diede un nome inglese, Eileen, che trascritto in cinese sarebbe diventato poi Ailing. Fu proprio durante il liceo che la giovane rivelò il suo eccezionale talento letterario. Nel 1939 lo scoppio della guerra le impedì di completare gli studi a Londra come sperava. Fu obbligata a optare per l’università di Hong Kong dove ottenne comunque importanti riconoscimenti e condusse una vita ricca di stimoli. Ma con una madre fuggita a Singapore e un padre tirannico e perso tra i fumi dell’oppio, Zhang Ailing non poteva che guardare con sfiducia alle relazioni di coppia; questo suo cupo pessimismo la porterà fin da subito a scrivere amare storie d’amore.
A soli ventitré anni, la ragazza aveva già partorito il suo capolavoro nonché uno dei racconti più belli della letteratura cinese in assoluto. La storia del giogo d’oro (pubblicato ora per la prima volta in Italia da Rizzoli, traduzione, note e postfazione di Alessandra Cristina Lavagnino, pp. 139, Euro 8,60) è chiaramente una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali l’autrice è cresciuta. Vi si narra di come la bella Qiqiao, resa sempre più perfida dalle circostanze e soprattutto dalla sua insofferenza, trascini se stessa e chi le è accanto verso una infelicità senza rimedio.
In principio Qiqiao è una modesta ragazza di campagna disposta a sposare un uomo gravemente malato e a fargli da balia pur di entrare in una ricca famiglia di Shanghai. La giovane è convinta che dopo qualche anno di sacrificio otterrà quel che lei vuole, la ricchezza. Qiqiao fatica però a integrarsi in un ambiente sociale che non le appartiene. I modi bruschi e la mancanza di tatto sono poco graditi in una famiglia dove vigono ancora i complessi rituali gerarchici della Cina tradizionale.
Qiqiao si convince così che in casa nessuno la comprende né apprezza i suoi sacrifici di donna sposata a un mezzo invalido. “Chi mai mi è stato grato? Chi mi ha reso la metà di quel che ho fatto?” – si domanda. Cerca di sedare la rabbia fumando oppio, ma è troppo inquieta perché un simile rimedio possa bastare a placarla. Trascorre quindi il suo tempo facendo dispetti e seminando veleno, in un’infinità di piccole vendette domestiche su chiunque ritenga responsabile delle sue sofferenze, e siccome la felicità altrui è per lei fonte di dolore, presto o tardi tutti i membri della famiglia vengono individuati come responsabili. Con la morte del marito, giunge il momento in cui Qiqiao capisce di non avere più alcuna speranza di ottenere quel per cui si è sacrificata. Ora non le rimane altro che vivere per fare del male al prossimo. Dai semplici dispetti passa a ordire morbose e crudeli trame ai danni dei figli affinché non possano mai affrancarsi dalla sua nefasta influenza.
Il lento scivolare di Qiqiao verso la più lucida e nera delle follie copre un arco di decenni che Zhang Ailing condensa però in cento pagine scarse. In più di un’occasione, il passaggio da un paragrafo all’altro segna un salto di anni nell’esistenza di questa indimenticabile dark lady. Tuttavia il racconto mantiene una pacata e strana continuità. Nonostante il racconto inghiotta grosse fette di tempo in poche righe, la scrittura rimane comunque composta e attenta ai dettagli più minimi, quasi si apprestasse a descrizioni destinate a protrarsi per pagine e pagine. È un contrasto efficace e che rende con estrema vivezza il perverso percorso che porta Qiqiao a bruciare la propria esistenza in un’insensata e grande vendetta, fatta di minuscole perfidie quotidiane. Che passino dieci anni o un giorno, per lei non fa differenza. A parte qualche ruga in più, Qiqiao è sempre uguale a se stessa, sempre chiusa in casa ad accanirsi sugli altri, sempre prigioniera del proprio rancore.
Desolazione, una parola chiave
Con La storia del giogo d’oro e altre novelle di tenore analogo, la giovane scrittrice conosce un immediato successo. Siamo nei primi anni Quaranta: la guerra dilaga, Hong Kong cade nelle mani dei giapponesi, lo scontro tra la Cina millenaria e la modernità occidentale si fa intenso. Cresciuta con un padre tenacemente ancorato alle tradizione e una madre cosmopolita, Zhang Ailing è l’interprete perfetta delle ansie del periodo. “Un giorno la nostra civiltà, magari sublimata oppure svanita, apparterrà comunque al passato. E se la parola che uso più sovente è ‘desolazione’ è a causa di questa diffusa minaccia che grava come sfondo sui nostri pensieri”.
Nel 1944 la scrittrice sposa Hu Lancheng, un uomo del quale è fortemente innamorata malgrado sia considerato un traditore per via delle sue simpatie verso i giapponesi. Il destino sembra però voler dare ad Ailing una ragione in più per non fidarsi dell’amore. Lancheng si concede una scappatella dietro l’altra e dopo soli tre anni il matrimonio finisce. Tracce di questa relazione si ritrovano nel racconto di amore e spionaggio Lust, Caution che il regista Ang Lee sta per portare sul grande schermo, tornando così a realizzare un film di ambientazione cinese dopo tante pellicole americane come Hulk e I segreti di Brokeback Mountain (il racconto verrà pubblicato in Italia il prossimo anno sempre da Rizzoli).
L’avvento della Repubblica Popolare trova Zhang Ailing ancora nella sua amata Shanghai, ma la nuova Cina di Mao si attaglia decisamente poco al marcato individualismo della donna. Dopo un breve periodo a Hong Kong, durante il quale un ente governativo americano le commissiona due romanzi da usare come propaganda anti-comunista, nel 1955 lascia per sempre la madrepatria ed emigra negli Stati Uniti. A New York incontra e sposa lo sceneggiatore Ferdinand Reyer che di lì a pochi anni rimarrà paralizzato in seguito a un infarto.
All’inizio degli anni Settanta, dopo la morte del secondo marito, si stabilisce a Los Angeles alternando l’attività di scrittrice a quella di sceneggiatrice per il cinema di Hong Kong. Riscrive inoltre in inglese i suoi racconti di gioventù e al contempo si dedica alla traduzione di uno dei più importanti romanzi della letteratura cinese, Haishangua liezhuan, un imponente affresco del quartiere del piacere di Shanghai, scritto sul finire dell’Ottocento da Han Bangqing. Attraverso le storie di varie prostitute e dei loro clienti, l’autore – egli stesso assiduo frequentatore di bordelli – scandaglia la complessa natura di un mondo regolato dalla simulazione, dove il desiderare e l’essere desiderati è più una schermaglia da palcoscenico che un’avventura di autentica passione.
Laddove Anna Karenina, Emma Bovary e le altre eroine dell’Ottocento europeo sono reali e credibili perché la loro passione rimane schiacciata tra i doveri coniugali e l’adulterio, le prostitute di Han Bangqing sono state invece addestrate a incarnare l’ideale femminino dell’incostanza. Il loro lavoro è quello di ricordare agli uomini la volubilità dei sentimenti amorosi, il che ne fa, sotto certi aspetti, personaggi più reali e credibili delle loro colleghe europee. Queste donne e i loro commerci sono inoltre l’anima di Shanghai. Chiamata spesso la “puttana d’Oriente”, la città ha un peso determinante nel confronto tra realtà e desiderio. Coi suoi mille volti, Shanghai appare misteriosa e seducente. Può tuttavia rivelarsi fatale e pericolosa non soltanto per le centinaia di sprovvedute ragazze che, accorse dalle campagne, precipitano in un abisso senza ritorno, ma per chiunque. Lo stesso Han Bangqing era un immigrato rimasto irretito dalla magia lussuriosa di questo mondo a parte della Cina dove denaro, amore, potere, corpi umani e beni materiali possono costituire merce di scambio di un unico grande commercio. Del resto, vorrà pur dire qualcosa se ancora oggi l’espressione inglese Shanghai woman è sinonimo di prostituta.
Come nota Zhang, lo stile è tutt’altro che sensuale, ed è proprio questa qualità a rendere il romanzo unico nel suo genere nonché una sorta di anticipazione di quel realismo psicologico che nei decenni diverrà uno dei segni prevalenti della narrativa; qualcuno ha perfino parlato di un Ulysses cinese. Ciò nonostante il libro non ha mai conosciuto una grande diffusione, forse per via del fatto che molte parti sono scritte in dialetto e dunque incomprensibili per gran parte dei cinesi. Zhang Ailing cerca di porvi rimedio traducendo queste parti in mandarino, nel frattempo si dedica a un progetto ancora più ambizioso, tradurlo anche in inglese. L’impresa non è sicuramente di poco conto, considerata anche la ragguardevole mole del libro. Nel 1982 due dei sessantaquattro capitoli appaiono su una rivista letteraria di Hong Kong. Poi più nulla. Zhang Ailing muore senza dare più notizie della traduzione che viene così data per incompiuta e perduta per sempre.
Qualche anno dopo, rovistando tra le sue carte spunta un manoscritto che necessita di essere rivisto. Se ne prendono cura in molti, prima fra tutti Eva Hung, e nel settembre dello scorso anno il romanzo approda finalmente nelle librerie americane con il titolo The sing-song girls of Shanghai (Columbia University Press, pp. 554, $ 29,50).
L’angelo caduto della letteratura cinese
Com’è facile immaginare, nella Cina maoista l’opera di Zhang Ailing fu giudicata incompatibile con gli ideali “rivoluzionari”, rimanendo così bandita per lungo tempo. Ma i tempi cambiano in ogni angolo del pianeta; nel 1984 venne ristampata proprio La storia del giogo d’oro e fu un successo immediato. In fondo, non avrebbe potuto essere altrimenti: la Cina di fine millennio era un paese dove vivevano anime contrapposte, simile alla Shanghai di Zhang Ailing, la prima città moderna del “paese di mezzo”. Il regista Ang Lee ritiene che “la lingua di Zhang Ailing, affilata come la lama di un coltello, abbia aperto una enorme frattura nella cultura cinese tra il patriarcato classico e la nostra inquieta modernità. Fu una dei pochi, all’epoca, ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati di questa frattura in cui le eroine dei suoi racconti finivano spesso per sparire. Zhang Ailing è l’angelo caduto della letteratura cinese”.
Questa riscoperta lasciò però indifferente la diretta interessata, ormai sempre più chiusa in se stessa. Trascorrerà la parte finale della sua vita lontano da tutto e tutti, in una reclusione tanto estrema da farle guadagnare l’epiteto di Greta Garbo della letteratura cinese. Diventata una leggenda, Zhang Ailing venne trovata morta l’8 settembre 1995 nel suo appartamento di Los Angeles. Dopo la cremazione senza alcun rito funebre, le sue ceneri vennero sparse nell’Oceano Pacifico poiché queste erano le sue ultime volontà. Su un quotidiano apparve il seguente necrologio: “Non ci sono superstiti”.