Commento di Marisa Guarneri al seminario del 26 gennaio “ascoltare, curare, tutelare uomini” tenutosi presso la Casa delle donne maltrattate di Milano.

 

Seminario del 26 gennaio 2007: ascoltare, curare, tutelare uomini
di Marisa Guarneri

 

La casa delle donne maltrattate di Milano fin dal 1986 ha messo al centro del suo impegno la relazione con le donne in disagio, elaborando una metodologia specifica di aiuto – la metodologia dell’accoglienza – che ha poi cercato di trasmettere a tutti i centri antiviolenza sorti in Italia successivamente.

 

Al centro di questa trasposizione dalla pratica politica della differenza allo specifico della relazione con donne in disagio sta la relazione fra chi dà aiuto e chi riceve aiuto. Una relazione che è prima di tutto scelta politica e poi contenuti tecnici (empatia, progettualità, problem solving, orientamento competenza sull’utilizzo delle risorse personali della donna e della rete di riferimento, ecc.)

 

A questo va aggiunta una risorsa in piu’: essere luogo politico delle donne che ha approfondito la conoscenza della violenza contro le donne come fenomeno, sociologico che non trova spiegazione convincente se non si arriva al nodo della questione che e’ la relazione uomo – donna.

 

Questo dibattito ha avuto come soggetti prima di tutto donne. Donne che agiscono, donne che sostengono, donne che sono vittime di violenza, donne che progettano metodi per uscire dalla violenza.

 

Gli uomini fino a oggi sono stati solo gli uomini maltrattanti, abusanti oppure gli uomini della giustizia che puniscono educatori, assistenti sociali, psicologi che aiutano…. Insomma…. Uomini del settore…!

 

Oggi finalmente gruppi di uomini che da anni riflettono sulla propria differenza di genere hanno preso parola, contro la violenza di altri uomini contro le donne e sulle donne, a partire da sé, da soggetti responsabili che non accettano più l’equivalenza sessualità- aggressività come condizione immutabile per essere uomini.

 

Questi uomini ci sono d’aiuto, ma ci pongono anche domande e problemi. Perché una nuova pratica politica degli uomini interroga la nostra pratica politica fuori dagli stereotipi. E ci costringe ad uscire dalle semplificazioni, pur senza mettere in discussione il rifiuto totale della violenza.

 

I concetti che ci costringe ad affrontare sono quelli della vittima e dell’aggressore e delle dinamiche fra loro.

 

Riteniamo non sia più attuale costruire progetti efficaci, azioni di contrasto – come si dice – contro la violenza senza tenere conto della differenza maschile: vorremmo entrare nel merito “delle zone grigie”, dove la violenza ancora non si esprime o si esprime in modo contradditorio, coinvolgendo pero’ donne e bambini. Intervenire a questo punto può evitare drammatizzazioni della violenza e avviare percorsi di presa di coscienza, su questo quale e’ oggi lo stato del ns percorso?

 

Questo vuol dire che ce ne dobbiamo occupare dal punto di vista psicologico, legale, di ascolto diretto? prevenire, ma anche recuperare ad una vita senza violenza? E in quali ambiti?

 

Ci siamo già trovate ad analizzate nell’iter della legge sull’affido condiviso la reale sofferenza dei padri ed anche la strumentalizzazione politica da parte di altri uomini di questa vera sofferenza. Abbiamo cercato di comprendere e decodificare questo portato emotivo con l’ausilio di un dibattito con un gruppo di uomini – padri gia’ separati e non – che ci hanno portato il loro sentire. Ci hanno sorpreso ed anche meravigliato in alcuni casi per la loro diversità soggettiva.

 

In che modo fare questo passo avanti poltiico e simbolico, che ormai si fa urgente?
Da sole, in affiancamento con uomini competenti o affidando queste nuove azioni ad uomini da noi formati? poniamo questa domanda a tutti i centri antiviolenza e anche oltre poiche’ si tratta di scelte politiche complessive.

Marisa Guarneri

La casa delle donne maltrattate di Milano fin dal 1986 ha messo al centro del suo impegno la relazione con le donne in disagio, elaborando una metodologia specifica di aiuto – la metodologia dell’accoglienza – che ha poi cercato di trasmettere a tutti i centri antiviolenza sorti in Italia successivamente.

 

Al centro di questa trasposizione dalla pratica politica della differenza allo specifico della relazione con donne in disagio sta la relazione fra chi dà aiuto e chi riceve aiuto. Una relazione che e’ prima di tutto scelta politica e poi contenuti tecnici (empatia, progettualita’, problem solving, orientamento competenza sull’utilizzo delle risorse personali della donna e della rete di riferimento, ecc.)

 

A questo va aggiunta una risorsa in piu’: essere luogo politico delle donne che ha approfondito la conoscenza della violenza contro le donne come fenomeno, sociologico che non trova spiegazione convincente se non si arriva al nodo della questione che e’ la relazione uomo – donna.

 

Questo dibattito ha avuto come soggetti prima di tutto donne. Donne che agiscono, donne che sostengono, donne che sono vittime di violenza, donne che progettano metodi per uscire dalla violenza.

 

Gli uomini fino a oggi sono stati solo gli uomini maltrattanti, abusanti oppure gli uomini della giustizia che puniscono educatori, assistenti sociali, psicologi che aiutano…. Insomma…. Uomini del settore…!

 

Oggi finalmente gruppi di uomini che da anni riflettono sulla propria differenza di genere hanno preso parola, contro la violenza di altri uomini contro le donne e sulle donne, a partire da se’, da soggetti responsabili che non accettano piu’
l’equivalenza sessualita’- aggressivita’ come condizione immutabile per essere uomini.

 

Questi uomini ci sono d’aiuto, ma ci pongono anche domande e problemi. Perche’ una nuova pratica politica degli uomini interroga la nostra pratica politica fuori dagli stereotipi. E ci costringe ad uscire dalle semplificazioni, pur senza mettere in discussione il rifiuto totale della violenza.

 

I concetti che ci costringe ad affrontare sono quelli della vittima e dell’aggressore e delle dinamiche fra loro.

 

Riteniamo non sia piu’ attuale costruire progetti efficaci, azioni di contrasto – come si dice – contro la violenza senza tenere conto della differenza maschile: vorremmo entrare nel merito “delle zone grigie”, dove la violenza ancora non si esprime o si esprime in modo contradditorio, coinvolgendo pero’ donne e bambini. Intervenire a questo punto puo’ evitare drammatizzazioni della violenza e avviare percorsi di presa di coscienza, su questo quale e’ oggi lo stato del ns percorso?

 

Questo vuol dire che ce ne dobbiamo occupare dal punto di vista psicologico, legale, di ascolto diretto? prevenire, ma anche recuperare ad una vita senza violenza? E in quali ambiti?

 

Ci siamo gia’ trovate ad analizzate nell’iter della legge sull’affido condiviso la reale sofferenza dei padri ed anche la strumentalizzazione politica da parte di altri uomini di questa vera sofferenza. Abbiamo cercato di comprendere e decodificare questo portato emotivo con l’ausilio di un dibattito con un gruppo di uomini – padri gia’ separati e non – che ci hanno portato il loro sentire. Ci hanno sorpreso ed anche meravigliato in alcuni casi per la loro diversita’ soggettiva.

 

In che modo fare questo passo avanti poltiico e simbolico, che ormai si fa urgente?
Da sole, in affiancamento con uomini competenti o affidando queste nuove azioni ad uomini da noi formati? poniamo questa domanda a tutti i centri antiviolenza e anche oltre poiche’ si tratta di scelte politiche complessive.

Michele Nardelli

Ha ragione Giulio Marcon (il manifesto 13 gennaio) nel felicitarsi del fatto che avremo finalmente una nuova legge sulla cooperazione internazionale a fronte di una normativa del secolo scorso. E ad auspicare che sia una buona legge. Per farlo però non serve un semplice ammodernamento del vecchio impianto legislativo. Quel che occorre è un “salto di paradigma”.
E invece ho l’impressione che le proposte di legge in circolazione siano ancora segnate dalla logica dell'”aiuto allo sviluppo”, il che significherebbe disegnare una legge fuori dal tempo, incapace di tentare qualche risposta alla crisi profonda in cui versa la cooperazione internazionale.
Il paradosso è questo. Nel momento in cui più forte che mai è la consapevolezza della globalizzazione e tocchiamo con mano i meccanismi dell’interdipendenza, viviamo il momento più alto di crisi della cooperazione internazionale. Tale crisi non è data, come in genere si ritiene, dal taglio dei fondi nazionali o del sistema delle Nazioni unite, e nemmeno dal perverso connubio fra intervento bellico e “circo umanitario”. La crisi della cooperazione riguarda i suoi “fondamentali”, il suo presupposto teorico.
E’ cambiato il mondo e si continua a ragionare come se questo fosse ancora diviso fra nord e sud, fra sviluppo e sottosviluppo. Prima ancora della mancanza di strategie, la cooperazione internazionale sembra incapace di leggere il presente.
La nuova geografia planetaria, l’economia mondo, ci indica che i luoghi cruciali dell’accumulazione finanziaria sono le aree di massima deregolazione: le guerre, i traffici criminali (dalle scorie nucleari agli esseri umani), le nuove schiavitù. L’internazionalizzazione delle produzioni e la delocalizzazione delle imprese ci raccontano di paesi che conoscono una crescita travolgente grazie soprattutto alla sistematica violazione dei diritti umani e dei lavoratori e a forme di controllo neofeudale dei territori. Chi è dunque sviluppato e chi sottosviluppato?
L’idea della “cooperazione allo sviluppo” ha come presupposto che ci siano paesi “rimasti indietro”: si tratta di una lettura economicista e sostanzialmente neocoloniale (“insegnare a pescare”, ci dicevano…), che non corrisponde alla realtà.
Forse andrebbe ripensato il concetto stesso di cooperazione intesa come trasferimento di risorse, a partire dalla semplice considerazione che non esistono paesi poveri (impoveriti semmai), che ogni paese è ricco di suo, di culture e saperi prima ancora che di risorse materiali (spesso motivo di impoverimento e di aggressione), e che la frontiera di una nuova cooperazione dovrebbe riguardare il sostegno ai processi di riappropriazione da parte delle comunità locali di tali risorse, il che implica una capacità tanto di riconoscerle che di partecipazione e di autogoverno.
Allora non è solo o tanto un problema di maggiori investimenti nella cooperazione, smettendola peraltro con la contabilizzazione del debito o delle operazioni militari dette umanitarie in questa voce: serve una modalità diversa di fare cooperazione basata sulle relazioni piuttosto che sugli aiuti.
Questo investe anche il nodo dell’autonomia progettuale, tanto della cooperazione governativa quanto del sistema delle Ong. Gli uni e le altre hanno il problema di ricostruire un loro pensiero, cui far seguire la ricerca dei fondi per operare. Non possiamo nasconderci che la crisi della politica e la cultura dell’emergenza hanno fatto disastri da una parte e anche dall’altra, nel mondo detto non governativo, nell’ossessivo rincorrere bandi che pongono le coordinate entro cui agire. Così le Ong rischiano di perdere la loro autonomia, rinchiuse in gabbie già prestabilite dai donatori, sempre più tecnicizzate e dunque tendenzialmente prive di autopensiero. Gli schemi tecnici impongono tempi di realizzazione che non permettono la conoscenza approfondita dei territori nei quali si opera anche perché il lavoro di relazione viene trascurato in sede progettuale e di finanziamento. Producendo insostenibilità.
Limitarsi ad agire sugli ingorghi ministeriali in termini di finanziamenti e competenze, arrivando tutt’al più alla legittimazione di una pluralità di attori della cooperazione, può servire ma non aiuta certo a “cambiare rotta”.
Una nuova legge sulla cooperazione internazionale dovrebbe cercare uno sguardo diverso in un tempo cambiato, pensando alla cooperazione come sostegno ai processi di autosviluppo, valorizzando le relazioni territoriali e le esperienze di cooperazione fra territori, cogliendo le straordinarie potenzialità di comunità che si mettono in gioco in uno spazio aperto. Prossimità (conoscenza), reciprocità (comunità di destino) ed elaborazione del conflitto (una lettura condivisa di ciò che è accaduto) sono le parole chiave che dovrebbero segnare quel salto di paradigma che si richiede alla cooperazione internazionale.
nardelli@osservatoriobalcani.org


Anna Ruggieri

Nelle mani giuste si intitola l’ultimo libro del giudice-scrittore Giancarlo Di Cataldo. Si tratta, nel libro, di mani equivoche, solo apparentemente affidabili. Viceversa, nelle mani giuste, quelle di donne diversissime tra di loro, è stata affidata la brillante operazione culturale curata dalle scrittrici palermitane Eleonora Chiavetta e Silvana Fernandez, pubblicata dalla casa editrice Rubbettino ed intitolata Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco.
Le donne parlano di loro e degli altri partendo da preconcetti di ostilità, o di vera e propria guerra, ma scegliendo con determinazione la via della pace.
Il percorso narrativo ha la civiltà della scelta letteraria con i quattro elementi fondamentali del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra.
Le scrittrici sono italiane e straniere e, tra quest’ultime, gli stessi nomi richiamano la loro nazionalità: Wajiha Al Huwayder (Arabia Saudita), Erendiz Atasu (Turchia), Susan Bashier (Egitto), Judith Chernaik (Stati Uniti), Asma Gherib (Marocco), Judy Light Ayyildiz (Stati Uniti), Susan Khawàtmi (Siria), Karen King-Aribisala (Guyana), Esti Lidar (Israele), Mine Servgi Ozdamar (Turchia), Haneen Omar (Iraq).
I quattro elementi (aria, terra, acqua e fuoco) sono metafora e sono simbolo. Ma ciascuno dei quattro elementi può essere simbolo di più cose.
La poesia ermetica di Francesca Traìna apre il capitolo iniziale nella raccolta di Storie d’aria, e molti racconti sono “intimistici”, epigoni in prosa dello stesso genere letterario.
Ma altre storie seguono percorsi narrativi di memorie personali o collettive che non andavano comunque disperse.
Marinella Fiume, inaspettatamente, richiama le parole del Vangelo e i versi di Cecco Angiolieri raccontando di Antonio Nicoloso, il “padrone del fuoco”, che scese all’interno dell’Etna.
Silvana Fernandez scrive un racconto drammatico in cui scompare chi aveva pianificato un delitto e si salva invece chi avrebbe dovuto fuggire da una famiglia prigione. “Quelle frasi e quel gesto erano senza possibilità di perdono”, aveva detto poco prima la vittima predestinata
La mancanza d’aria, che era stata la terribile conseguenza di un delitto, può aver anche modificato il corso della storia, come avviene nel racconto di Beatrice Agnello.
Storia, non inconsueta, di sopraffazione familiare è quella di Margherita Giacobino, tanto che “L’inferno della convivenza ed altre storie” avrebbe potuto intitolarsi la raccolta di racconti contenuti nell’antologia.
Terribile è il racconto di una strage vista con gli occhi di una bambina rimasta senza parenti.
Ma il motivo ricorrente, o meglio prevalente, di Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco è purtroppo uno solo: l’obbligo di convivere con altri, per necessità o per incauta scelta, è una dannazione. Quanto tempo ancora impiegheranno le donne per capire e, soprattutto, mettere in pratica l’insuperato proverbio secondo il quale è meglio stare sole che male accompagnate?
Forse per questo motivo l’invincibile motivo ricorrente della scrittura femminile è il ripiegamento intimistico tra recriminazioni familiari (e coniugali) e storie di liberazione e di rinascita.

Letizia Artoni

Il Suad Amiry è un’architetta palestinese, scrittrice per caso, che vive a Ramallah dove dirige il centro Riwaq per la salvaguardia del patrimonio architettonico di quell’area. NIENTE SESSO IN CITTA’ è la sua terza ‘fatica’ (così almeno lei la definisce) dopo il bel ‘Sharon e mia suocera’ e ‘Se questa è vita’.
L’età che avanza, l’esistenza del CRIMINE (Committee of Ramallah Indipendent Menopausal Inner Network Enterprise), la vittoria di Hamas alle ultime elezioni nel gennaio del 2006, e con questa, la sconfitta di ciò in cui lei e le altre della generazione dell’Olp hanno creduto, sono i temi e le ragioni che la fanno scrivere. Dalle conversazioni che una volta al mese il gruppo si scambia sul terrazzo del Darna Restaurant, il locale più ‘in’ di Ramallah , nascono le confessioni che compongono il libro.

‘Dell’infanzia e dell’avvicinarsi della maturità’ dice l’autrice ‘ecco di che cosa volevano parlare le mie amiche, ed è stato dunque in tale direzione che mi sono lasciata portare senza potere né volere opporre resistenza’ ‘…da tempo contemplavo la possibilità di scrivere delle mie amiche, poiché in loro si esprime in parte ciò che sono e in parte ciò che mi sarebbe piaciuto, ma non sono riuscita ad essere’.

Di infanzie diverse, a Boston, Ankara, Nicosia, Beirut – ‘che a tutte ha dato molto senza ricevere in cambio’ – Damasco, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, Parigi ecc. e di una maturità più simile, di questo raccontano le loro storie, ma anche della Palestina e della sua assenza – oggi dopo Hamas anche ‘climaterica’ – che è poi ciò che le ha fatte incontrare. Donne speciali, colte, appassionate e complici, dai bei nomi (Fadia, Maya, Aida, Jamileh, Ola, Rana, Lena, Reem, Ann), racconti personali e politici che spaziano in un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, un primo tirare le somme dettato da eventi interni (la menopausa) ed esterni (la vittoria di Hamas) casualmente coincidenti, in un’alternanza di scoperte adolescenziali, gioie e dolori vissuti con coraggio e un invidiabile senso dell’umorismo.

Renata Sarfati

L’autrice, studiosa di storia contemporanea e molto apprezzata in Israele, insegna all’Università ebraica di Gerusalemme. Questo libro intenso e appassionato è fondamentale per comprendere la società israeliana di oggi. Attraverso l’analisi del dibattito politico del paese negli ultimi quarant’anni, dimostra come le catastrofi della storia ebraica siano state trasformate in eroismo, vittoria e redenzione, creando in qualche modo un’ossessione per la morte e il martirio.
Con la morte negli anni 20 di Trumpeldor, primo eroe della comunità ebraica in Palestina, evento che servì da modello alla rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943, ebbe inizio la costruzione dell’ideologia dell’ “ebreo nuovo”, che doveva morire per difendere la patria, in contrapposizione alle masse ebree della diaspora, pronte a morire come agnelli.Quando, negli anni Quaranta, la comunità di immigrati in Palestina dovette confrontarsi con la Shoah, fu esaltato il coraggio dei pochi che osarono ribellarsi ai nazisti perché lo stato aveva bisogno di eroi e non di vittime, escludendo i veri portatori di quella memoria, i sopravvissuti.
Col processo Eichman il paese si trovò per la prima volta a doversi confrontare con l’enormità di quanto accadde agli ebrei d’Europa. Questo processo sollevò un immenso dibattito critico, laico, avviato soprattutto da Hannah Arendt, sul comportamento delle persone, sia vittime sia persecutori, in situazioni estreme. Il dibattito, che si diffuse non solo in Israele ma in tutta Europa, è ampiamente trattato dell’autrice che considera questo libro dedicato in larga misura alla Arendt. Il paese elaborò questo trauma con la costruzione del ricordo e della dimenticanza della Shoah basata sull’organizzazione di una memoria didascalica fatta di rituali. Zertal esamina poi l’evolversi di questo discorso dal punto di vista della costruzione della potenza militare d’Israele e della giustificazione dell’occupazione israeliana di un territorio occupato da un altro popolo.
“Come in passato, gli avvenimenti dell’oggi sembrano mostrare che il processo di sacralizzazione della Shoah … ha trasformato un rifugio, un focolare, in una patria in un tempio e in un altare perpetuo”, conclude Zertal nella sua introduzione.

Federica Sossi

“E loro, i tre venerabili anziani di casa, me lo dicevano sempre negli anni dell’infanzia, durante il caffè delle donne: “Da grande sarai la nostra cantora”. Poi un giorno il vecchio Yakob mi chiamò nella sua stanza, e gli feci una promessa. Un giuramento solenne davanti alla sua Madonna dell’icona. Ed è per questo che oggi vi racconto la sua storia. Che poi è anche la mia. Ma pure la vostra”.
Già, di che è la storia?
Termina così il libro di Gabriella Ghermandi, con una storia da raccontare che è una storia di tutti, del vecchio Yakob, di Mahlet, la protagonista-narratrice di Regina di fiori e di perle, e nostra, di noi lettori che in quell’istante terminiamo di leggere il suo libro e di un altro “noi”, per nulla nascosto nell’ultima parola di questa storia in realtà già raccontata dall’autrice. In quel “vostra”, infatti, nella vostra storia, si racchiude un “noi” lettori/italiani che attraverso la storia di Mahlet come lei ci mettiamo in ascolto delle storie dei talian soldato che hanno occupato il suo paese, della resistenza etiope e dell’arma sconosciuta usata dagli italiani per batterla, quella “nebbiolina quasi invisibile che si adagiava nelle valli, nei crepacci, nelle gole, e ammazzava i nostri uomini bruciandoli da dentro, dai polmoni” (p. 144).
Uno strano modo di terminare, rimandando a una storia che dovrà essere raccontata e che noi lettori già conosciamo. E’ così che il tempo dell’Etiopia occupata dagli italiani si snoda, attraverso dei nodi su un primo nodo: la storia di Yakob, e poi le storie che si annodano alla sua e che Mahlet, diventata adulta, continua ad ascoltare per poterci poi raccontare la “nostra storia”. Ma anche queste storie ascoltate sono già plurali, contengono storie d’altri, perché tutti hanno una storia, come dice di aver compreso dai racconti della madre una delle donne ascoltata da Mahlet.
Così, questa storia che è di tutti è una strana storia, immediatamente soggettiva e collettiva, singolare e plurale, storia dei soggetti e storia di un popolo, o di due popoli, storia di Yakob, di Mahlet, storia del passato e del presente dello spazio da loro abitato, e storia dell’Etiopia e dell’Italia ai tempi della sua impresa coloniale nella terra di Mahlet.

Alessandra Casarico e Paola Profeta

Promuovere la presenza delle donne nell’economia e nella politica non è solo una questione di equità e pari diritti. È anche un buon investimento.
Secondo una recente indagine del World economic forum, i Paesi in cui il differenziale di genere è inferiore hanno migliori performance economiche, misurate in termini di Prodotto interno lordo pro-capite e di competitività del sistema. Il differenziale di genere misura le disparità tra uomini e donne secondo quattro dimensioni: la partecipazione e le opportunità nel mercato del lavoro, i risultati nel campo dell’istruzione, l’accesso alle cariche politiche e le condizioni di salute. Come richiamato dalla stampa negli ultimi mesi, l’Italia, in Europa, è tra i Paesi con i risultati peggiori in termini di differenziali di genere, in particolare con riferimento a lavoro e politica. Questo evidenzia, specialmente per l’Italia, un potenziale di crescita che un maggiore e migliore impiego delle capacità femminili consentirebbe di mettere a frutto. O, visto da un’altra angolazione, un costo che sarebbe bene ridurre.
Gli studi economici concordano sui principali fattori che determinano il livello del Pil e la sua crescita. Il numero di ore lavorate e la loro produttività sono cruciali. L’Italia, tra i Paesi Ocse, soffre di un mancato utilizzo della sua forza lavoro potenziale, perdendo così almeno il 10% del Pil (calcolato rispetto a quello statunitense). Gran parte della forza lavoro inutilizzata è donna: il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i
64 anni è stato pari, nel 2006, al 46% contro il 70,7% per gli uomini (e contro un obiettivo fissato per il 2010 dal Consiglio Europeo di Lisbona del 60%).
Nelle coorti più giovani, il tasso di occupazione femminile è più elevato ed è pari al 58,8% (per il gruppo 25-34 anni), suggerendo una prospettiva più ottimistica sulla partecipazione delle donne. Tuttavia il divario con gli uomini, il cui tasso di occupazione nello stesso gruppo di età è superiore all’ 80%, resta significativo.
Dato il limitato utilizzo della forza lavoro femminile, un suo maggiore coinvolgimento è, per l’Italia, la soluzione più naturale a cui pensare se l’obiettivo è la crescita.
Non è nostra intenzione in questa sede elaborare una misura rigorosa del costo associato alle mancate pari opportunità. Vogliamo però proporre, in modo suggestivo, un esempio che illustri il costo della (parziale) assenza delle donne valutando l’incremento di Pil che il loro ingresso sul mercato del lavoro genererebbe.
Consideriamo il valore aggiunto per unità standard di lavoro nei quattro
settori: agricoltura, industria in senso stretto, costruzioni e servizi.
Guardiamo inoltre alla distribuzione della forza lavoro femminile in ciascun
settore: nel 2005, più del 78% delle donne è occupato nel settore dei servizi, circa l’1% nelle costruzioni, il 16,5% nell’industria in senso stretto e il rimanente nell’agricoltura. Immaginiamo l’ingresso di 100mila donne sul mercato del lavoro – un incremento di poco più dell’1% nel tasso di occupazione femminile – che si ripartiscono tra i vari settori secondo la distribuzione attuale e calcoliamo il valore aggiunto prodotto, nell’ipotesi che ognuna contribuisca in misura pari ad una unità standard di lavoro nel proprio settore di attività. Questa ipotesi implica che, non solo le donne entrino nel mercato del lavoro, ma, per cogliere a pieno i vantaggi del loro ingresso, siano trattate sul piano salariale e occupazionale come un lavoratore medio, cioè senza discriminazione. Come vedremo in un secondo articolo, questo è un auspicio, più che un dato di fatto della realtà lavorativa italiana, fortemente discriminatoria.
I nostri calcoli ci dicono che il maggior valore aggiunto ammonterebbe allo 0,28% del Pil corrente. Non è poco: potrebbe da solo finanziare un incremento del 30% della spesa pubblica italiana per la famiglia e così innescare un circolo virtuoso di maggiori opportunità e crescita. Circolo ancora più promettente se si considera che 100mila donne sono un numero irrisorio rispetto ai quasi tre milioni di ingressi che ci separano da Lisbona. Numero piccolo anche solo in confronto alle quasi 900mila donne che mancano per eguagliare il tasso di occupazione femminile e maschile nelle coorti più giovani.
Ovviamente flussi di ampie dimensioni richiederebbero necessariamente aggiustamenti sulla struttura produttiva, salari, capitale e fattori fissi che potrebbero attenuare l’impatto positivo sopra evidenziato. D’altra parte un ulteriore effetto benefico sul valore aggiunto può derivare dall’aumento nella domanda di servizi domestici e di servizi per l’infanzia, pubblici e privati, tipicamente svolti dalle donne e non valutati nelle stime del Pil.
Se questi sono i guadagni che possono generare, perché le donne allora hanno un ruolo così marginale nel mercato del lavoro italiano?
alessandra.casarico@uni-bocconi.it
paola.profeta@uni-bocconi.it

Serena Fuart

Chi segue la televisione con un occhio critico non può che restare soddisfatto del libro di Norma Rangeri, Chi l’ha vista?, che, con stile ironico, racconta il piccolo schermo dagli anni 90 ad oggi.
La tv: un mondo che non rispecchia la realtà, che purtroppo è preso come punto di riferimento da troppe persone. Un mondo costruito, finto, artificiale, che pretende di far passare per vero quello che vero non è.
Il testo fa una panoramica completa di quello che è il sistema televisivo. Molti sono i punti interessanti su cui si può riflettere.
Uno di questi, secondo me, è la pornografia che caratterizza i programmi. Pornografia intesa non solo come esposizione di corpi nudi femminili, ma come esibizione senza censura di sentimenti e dolore. Inoltre, le parole di Norma Rangeri fanno luce su come forze politiche, favoritismi e concorrenza degli ascolti influenzino i programmi, decidendone contenuti, notizie da far passare e da censurare.
Il testo è suddiviso in tre parti. La prima, La tv in mutande, è dedicata ai programmi di intrattenimento sottolineando la bassa qualità che li caratterizza e non risparmiando i commenti su nessuno dei vip!
La seconda parte, Zapping, si sofferma sui rapporti che la tv intrattiene con la religione, la guerra, l’horror. Si focalizza su come il piccolo schermo affronta queste tematiche, con che pesi e misure.
La terza parte, Primum auditel, deinde informare, è dedicata ai rapporti tra poteri governativi e tv. Una sezione, quest’ultima, che mi ha lasciato sconvolta, perchè davvero non immaginavo un tale intreccio.
Chi l’ha vista? fa aprire gli occhi sui meccanismi sottostanti ai palinsesti, con una forza capace di disincantare chiunque creda al piccolo schermo.

Barbara Nogara

E’ il mese d’aprile a Torino: Mario abbandona la casa coniugale e lascia soli suo moglie Olga di trentotto anni e i due figli, Gianni e Ilaria di dieci e sette anni. La vita di Olga è sempre stata serena, scandita dai ritmi domestici: sapeva scrivere e aveva lavorato per poco tempo in una casa editrice, ma per desiderio del marito si era sempre dedicata completamente alla casa e alla famiglia.
Il dolore della separazione è per Olga lancinante e l’avvicina alla paranoia: la casa non le sembra più sua, passa dall’igienismo maniacale alla trascuratezza e deve badare al contempo ai due figli e al cane. Mario non si fa vivo, non risponde al cellulare e i suoi colleghi di lavoro negano ogni notizia: Olga lo cerca disperatamente per trovare un aiuto. Mario vive ormai con una ragazza molto giovane e non pensa a tornare a casa.
Intanto a Torino comincia l’agosto con il suo caldo torrido, dove tutto è difficile, e la paranoia di Olga aumenta: si guasta il telefono, muore l’affezionato cane, si blocca la porta di casa, il figlio si ammala; il condominio si svuota, tranne che per la presenza di Carrano, un violoncellista che si innamora di Olga e con discrezione si occupa di lei e dei suoi figli. Ma Olga è soprattutto impegnata a guarire la sua paranoia con un rigido autocontrollo e alla fine vince con un’apertura verso la vita impensabile sino a poco prima. Smette di amare Mario, quando si fa vivo per interposta persona lo incontra con indifferenza e gli permette con la sua nuova moglie, così ama chiamarla, di vedere i bambini tutti i fine settimana. Olga riprende a lavorare come traduttrice. E’ bella e viene invitata da amici, gli uomini la corteggiano, ma non ha voglia di ricominciare daccapo e sarà poi con Carrano, già amante occasionale e amico, che ricostruirà la sua vita.
Elena Ferrante, grande scrittrice napoletana, descrive con mirabile bravura la paranoia di Olga e i rapporti con i figli piccoli di donna abbandonata, e la sua prosa ha una secchezza aspra e risentita, che le conferisce originalità e vigore.

Letizia Artoni

Mildred Nilsson, pastore della canonica di Poikkijarvi viene trovata morta, appesa alla balconata dell’organo della chiesa sotto il simbolo lappone del sole.
Una lupa dalle zampe gialle si aggira con il proprio branco nelle foreste circostanti, fiera.

Una rivoluzione quella portata dalla minuscola Mildred nella comunità di Jukkasjarvi: un gruppo femminile di studi biblici, la sua casa diventata rifugio per le donne maltrattate, una fondazione per la protezione della lupa a discapito del circolo della caccia. Una donna scomoda, odiata da molti, per lo più mariti, incompresa da tanti , ‘intelligente, ma come se nascondesse in sé un ritardato mentale’ pensa il pastore Stefan che vorrebbe la sua canonica, ‘glielo dico chiaro e tondo: odiava gli uomini’ dice all’investigatrice il guardaboschi che ha visto messa in discussione l’esclusiva appartenenza sessuale del circolo di cui è presidente.

Secondo libro di Asa Larsson, ex avvocato fiscalista e autrice della fortunata serie che ha per protagonista Rebecka Martinson, qui tra i boschi della propria infanzia a leccarsi le ferite del caso precedente in un indesiderato ritorno a casa. Piccoli miracoli, i suoi libri, come ha detto qualcuno, viaggi nell’animo umano, nel conflitto fra i sessi e nella natura incontrastata come in ‘Tempesta solare’ che l’ha incoronata regina del giallo scandinavo e che è ora anche film.

Anna Maria Diciommo

Caro Gramsci,
sono stata invitata a dirti perché mi piaci.
Ecco, trovo incantevole la passione che metti nei tuoi pensieri, l’amore che hai per essere fedele al filo conduttore che ti passa per la testa. Mi piace il desiderio che traspare ovunque quando ti soffermi sviscerando e raccontando ogni sfumatura di ogni parte del tuo scrivere. Come cerchi e tieni insieme ogni contesto, tutti i risvolti e livelli di lettura presenti ovunque nelle tue riflessioni, perché potrebbero sfuggire o non essere abbastanza chiari. Passare attraverso il tuo pensiero mi lascia piena di tante “quistioni”. Mentre percorro la lettura dentro di me incomincia a vivere oltre al tuo modo di ragionare anche la struttura ogni pensiero e la vita. TU Gramsci scandagli con passione e competenza tutto quanto conosci. Lo fai da maestro per convincermi e come compagno di percorso, usando un gran lodevolissimo linguaggio (veramente volevo scrivere gradevolissimo e va bene così). Procedendo lungo la lettura mi accorgo che il farlo è diventato un atto meditativo. Imparo a capire come si possa andare in profondità, mi stupisco perché sono capace di cogliere l’essenziale, e sono felice di assaporare una moltitudine di sfumature.
Ti trovo candido e ammirevole quando mi sai comunicare la tua anima anche se non capisco il titolo che è stato dato all’antologia che mi è stata consigliata. Certo è una frase che si trova in un tuo testo. Perché il mondo dovrebbe apparirmi terribile con la presenza di una creatura passionalmente deliziosa come te? “Nel mondo grande e terribile”, a me non piace molto. Questo mondo mi ha permesso di conoscerti. Certo stare al mondo costa caro, a te è costato parecchio. Sei stato allontanato dalla tua donna e anche vilipeso, per secondi fini?… Eppure tu non hai avuto un momento di stizza per questa profonda ingiustizia e per questo mi trovi completamente dalla tua parte.
Appunto sono al dunque: ho il rammarico di non averti sentito pronunciare l’Altra che trapela pochissimo in questo magnifico contesto. Tu sei un grande, vuoi sempre e comunque arrivare al cuore dei tuoi lettori, fai di tutto per convincerli come padre di pensieri nuovi ma ti sei fermato troppo
presto, subito dopo aver detto che solo per il contatto con i “semplici” una filosofia “si fa “vita”” (pag. 244). Dici solo questo, e le donne? Con la vita le donne c’entrano. Certo la tua compagna era altrove,
per cui con chi potevi confrontarti se non ti era possibile parlare e ascoltare l’altra metà dell’umanità? Secondo me te l’hanno allontanata con questo proposito.
Quando ti avvicini al terreno del pensiero femminile fai subito una virata e torni “agli strati colti dell’umanità” (pag. 245). Dici anche “rendere politicamente possibile un progresso intellettuale di
massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali”, ma non ti rendi conto che in questa zona bassa ci sono anch’io? E quando mi nomini? Ho aspettato ma non mi trovo, eppure avresti semplificato la Vita nominandomi e passando attraverso i miei pensieri, ci avresti dato una mano e forse saremmo già in un mondo in cui il paradiso è la porta accanto perchè la volontà è sufficiente a spalancarLa. Come esprimeresti questo pensiero? Vedi, stranamente sono io a stuzzicare te. Mi dispiace non averti trovato anche dove avrei voluto. Forse sei nato troppo presto, per darci una mano. Eppure un esempio illustre ha preso posizione. Pensa un po’ che per venire al mondo ha chiesto il consenso assenso di Maria. Ha voluto il suo Sì, dopo che un Angelo si è inginocchiato davanti a LEI. Nella sua breve vita era circondato dall’alone femminile, amava la loro compagnia, aveva per loro parole affettuose, piene di vita e resurrezione. Figurati gli andavano bene anche le puttane perché i suoi occhi trasformano
e rigenerano ogni vita, grazie all’amore e la compassione. Ti sei ingrippato con il concetto di “massa” che a me dà fastidio, ti sarebbe stato utile avere la presenza di donne per non scambiare la tartaruga con
il suo guscio. Avresti beneficiato di pareri e competenze complementari. Cerco d’immaginare questa realtà: i tuoi doni messi al servizio del sapere quotidiano. Mi sembra un potenziale straordinario. Grazie comunque. Baci

Stefano Rossi

Gilda Antonucci, 55 anni, è maestra elementare. Insegna alla scuola elementare Russo, che fa parte di un plesso, il Russo-Cesalpino, con 29 classi, 600 alunni e 240 bambini stranieri. La maestra Antonucci ha due quarte: la prima con 23 alunni tra cui 11 stranieri, la seconda con 24 alunni e 8 stranieri. Signora Antonucci, voi riuscite a mantenere la parità fra italiani e stranieri raccomandata dal ministero della Pubblica istruzione. è così importante? «La scuola è un diritto di tutti: fino a che si riescono ad integrare i bambini immigrati la convivenza dietro i banchi è necessaria. La separazione, con classi di soli studenti stranieri, significherebbe il ghetto». Come si sta in una classe multietnica? «Io ci sto benissimo. La diversità aiuta a crescere in uno spirito di solidarietà, collaborazione e pace». Ma sotto l’ aspetto pratico? «Dobbiamo rivolgere a ogni bambino un insegnamento personalizzato. Solo a settembre sono arrivati 40 piccoli extracomunitari nuovi e quasi nessuno sapeva l’ italiano. Abbiamo rumeni, ucraini, magrebini, ecuadoriani, peruviani, cileni, filippini, cinesi… Per qualche ora, ma non per tutta la giornata, che è a tempo pieno, i nuovi arrivati fanno un corso di full immersion di italiano, per una prima alfabetizzazione». Chi è più rapido nell’ apprendimento della lingua? «Ho avuto una bambina filippina straordinaria nello scritto. Chi è di madrelingua spagnola fa meno fatica a capire all’ inizio, ma è di solito più sgrammaticato nello scrivere. Quelli dell’ Europa dell’ est sono abbastanza bravi. I cinesi faticano molto, però si rifanno in matematica». Le famiglie italiane temono che in questo modo i loro figli restino indietro nell’ apprendimento. «I bambini italiani sono i primi a insegnare la lingua. E ci sono attività di educazione motoria e di educazione all’ immagine che consentono di esprimersi indipendentemente dal linguaggio. Inoltre, ci sono dei volontari che ci aiutano. Ad esempio la nonna di un mio alunno è scrittrice e si occupa di due bambine, una egiziana e una ecuadoriana, e di un disabile. Molto dipende dall’ atteggiamento degli insegnanti. Se si fa in modo che una classe mista sia occasione di arricchimento anche per gli alunni italiani, le famiglie collaborano. Noi lavoriamo da oltre 25 anni in questa direzione». I numeri di alunni stranieri nella sua scuola sono sostenibili? «Sì: teniamo conto che se è vero che chi arriva al primo anno non sa la lingua, quelli che seguo dalla prima, ora che si trovano in quarta elementare, sono a un livello molto alto. Sono motivati e imparano velocemente». Cambia qualcosa nella didattica? «Non abbiamo il libro di testo, ne usiamo diversi per adeguarci alle capacità di ciascuno. Raccontiamo un po’ tutti i Paesi che ci sono in classe, per dire storie cinesi con immagini, ideogrammi e traduzione a fronte. Abbiamo anche bambini rom, con loro è necessario ripetere spesso le cose. Non hanno una cultura scritta, dunque hanno maggiori difficoltà a memorizzare». E dopo le elementari? «Molti li perdiamo di vista, perché si trasferiscono oppure perché, conclusi gli studi obbligatori, vanno a lavorare. Altri proseguono. Il primo bambino cinese che ho avuto è ora un ragazzo appena laureato in Economia alla Bocconi, con un master in Inghilterra».

 

Nella Olympic school dello slum più grande di tutta l’Africa. Dove un pugno di docenti tenta di dare un’educazione e un futuro ai dannati della terra. E ci riesce molto bene
ci.gu.
Nairobi

 

L’Olympic school si trova nel cuore di Kibera, uno degli slum di Nairobi, considerato il più grande di tutta l’Africa. E’ una bella costruzione in cemento, bassa, di un bianco abbagliante, piena di disegni murali. Da dietro al cancello si sentono le voci dei bambini: sono le dieci e la scuola è in piena attività. “Qui si lavora”, dice Ruth Naulundu, la preside: una donna ben piazzata, con i capelli raccolti in treccine e il fare sbrigativo. Naulundu è una vera celebrità nel campo dell’insegnamento in Kenya. Perché l’Olympic school, fondata nell’80, nonostante sia la “scuola dei poveri” per antonomasia si piazza puntualmente ai primi tre posti tra le migliori scuole di Nairobi. Non è tanto per dire, visto che tutte le scuole pubbliche del paese ogni anno devono superare un esame che ne misura le loro “performance”. E la preparazione degli alunni della Olympic fa invidia a decine di scuole “per ricchi”. L’esame prevede infatti che i presidi delle scuole peggiori vengono retrocessi a “insegnanti ordinari” e mandati a lavorare in un altro istituto. Naulundu, ovviamente, tiene saldo il suo posto: “E pensare che non ci volevo venire – racconta nel suo studio – quando sono arrivata, nel ’98, avevo 27 anni e due figli, e volevo insegnare anch’io nel Westlands”. Cioè nei quartieri che si trovano oltre Ngong street, un’arteria che divide in due la città e che rappresentata un confine ideale tra la Nairobi dei poveri e quella dei ricchi.
Ora invece Naulundu nella scuola ci vive addirittura, insieme ad alcuni insegnanti: “La nostra vita è qui. Quando sono arrivata ho incontrato tutti: i genitori, i leader religiosi, le autorità, i ragazzi. Ho detto: basta con questa storia che chi è povero non può farcela”. Entrando nel cancello della scuola si incontrano due grandi scritte: una dice “uguali opportunità per tutti”, l’altra “fai sempre del tuo meglio”. L’Olympic è un istituto primario: ci vengono ragazzi dai sei ai tredici anni, “ma restano anche di più, se c’è bisogno. Il tempo è una misura che non teniamo molto in considerazione”. A partire da quello della giornata: “I ragazzi arrivano prestissimo, ci svegliano anche alle sei di mattina, una vera tragedia – ride – Ma noi cerchiamo di privilegiare un metodo di insegnamento non tradizionale: non è l’insegnante che spiega e il ragazzo che ascolta. Qui si lavora molto in gruppo, spesso sono anche i bambini a insegnare. Di questo fa parte anche il fatto che questa scuola, per loro, ma anche per i loro genitori, è come una casa. La maggior parte dei ragazzi è molto povera. Qui le famiglie vivono anche in una stanza sola, che di giorno diventa il negozio dove esporre la merce. I ragazzi non hanno lo spazio per fare i compiti e allora li fanno qui”.
Kibera è considerato il più grande slum di tutta l’Africa, ufficialmente ci vivono 800 mila persone. Dall’alto è un’enorme distesa di tetti in lamiera. Imboccando le strade interne, in terriccio, si passa accanto alle abitazioni, tutte in metallo, strette in piccoli agglomerati indipendenti e spesso protette da un recinto di legno. Di giorno è un mercato continuo in cui si vende di tutto: carne, uova, vestiti, arnesi di ogni genere e tanta musica. Qui nessuno sa che a Nairobi sta per cominciare il Forum sociale mondiale, dove si parlerà anche di loro. Non sanno nulla neanche all’Olympic: “Ho talmente da fare che, a essere sincero, non riesco neanche a leggere il giornale”, dice George Njau, uno degli insegnanti. Eppure anche nella storia dell’Olympic, come in tutte quelle delle scuole pubbliche kenyane, c’entra uno degli acerrimi nemici degli altermondialisti: la Banca mondiale. Perché da qualche tempo l’Olympic, come tutte le scuole pubbliche del paese, ha un problema: tra le condizioni poste dalla Banca al governo kenyota c’è l’istruzione primaria gratuita e universale. Una cosa certamente buona, ma che rischia di essere un boomerang. Dal 2003, anno della riforma, all’improvviso le scuole si sono riempite, ma gli insegnanti sono rimasti esattamente lo stesso numero di prima. ” Siamo arrivati ad avere classi di 90 ragazzi – spiega Njau – la nostra preoccupazione è che non riusciremo più ad assicurare risultati buoni come quelli di ora”. Il problema è che per accedere alle superiori, tutte a pagamento, bisogna superare un esame. Solo i migliori hanno una borsa di studio e spesso gli studenti dell’Olympic riescono solo così ad andare avanti nello studio. Molti di loro oggi sono affermati professionisti e hanno portato la loro famiglia fuori dallo slum. Tra coloro che escono dalle scuole primarie solo il 16%, in Kenya, riesce a continuare gli studi. Di questi solo il 10% arriva all’università. E’ una selezione spietata.
Lo sa bene anche il capo del dipartimento dell’educazione del comune Fredrick Songole, intermediario obbligatorio per poter parlare con gli insegnanti: “Temo che l’istruzione primaria aperta a tutti non avrà un grande impatto finché non ci saranno i soldi per le uniformi, i libri, le lavagne, gli insegnanti e tutto il resto”, ammette. La mancanza di nuovi insegnanti è il cruccio principale della preside dell’Olympic: “Ci servono sul serio – dice – ma ci sono anche altre cose che impediscono a tutti i bambini di poter andare a scuola, per esempio il fatto che l’uniforme è obbligatoria. Può sembrare una piccola cosa ma molte famiglie qui non hanno niente. In questa scuola educhiamo i bambini a condividere le cose. Quindi chi ne ha due ne dà una a chi non ce l’ha. Ma in altri posti non è così”.

Intervista a Nadine Gordimer ospite a Torino del Grinzane

‘Non sono d’ accordo con André Brink che si dichiara deluso: la spinta del movimento contro l’ apartheid non si può considerare esaurita’ – ‘Ci sono uomini che hanno tradito il sogno di Mandela e c’ è il gravissimo problema dell’ Aids che il nostro presidente trascura’
Simonetta Fiori

«Sono un’ ottimista realista», dice Nadine Gordimer, con la tenacia delle donne minute e ferrigne. Ottantatre anni, d’ una bellezza naturale senza alcun desiderio di lifting, è ora ospite del premio Grinzane, che ha promosso un convegno sulla letteratura africana. “Ottimista realista”, è la formula dietro cui spesso trova riparo, come a distinguersi dalle crescenti voci critiche verso il suo paese, ma anche da un’ inutile apologia. Simbolo della lotta contro l’ apartheid – combattuta anche attraverso i suoi romanzi “civili”, i suoi folgoranti racconti e innumerevoli saggi di denuncia – la scrittrice-premio Nobel si trova oggi in una non facile condizione. Il partito che lei ha lungamente sostenuto, l’ African National Congress, una volta al potere ha finito per tradire – in alcune sue incarnazioni – il sogno di Mandela. Scrittori come André Brink confessano sentimenti di delusione, raccontando un paese colpito dal dilagare dell’ Aids, criminalità diffusa, enorme povertà. «Se l’ Anc è oggi rappresentato da uomini quali Nqakula e Zuma», ha scritto Brink su Repubblica, «io mi sento profondamente tradito». La Gordimer però resiste, non si lascia andare, «non è certo questo il mio punto di vista». Piccola, curata, di un’ eleganza minimale e assai chic, è come se volesse difendere a tutti i costi la storia del suo paese, che è poi la sua stessa storia. «Non credo che le straordinarie energie spese nella battaglia contro l’ apartheid possano considerarsi esaurite», dice con convinzione. Qualche anno fa, in una piccola provincia sudafricana, è stata inspiegabilmente accusata di razzismo, lei che al tema ha dedicato anche la sua vocazione letteraria, perché «non è vero che c’ è un tempo per vivere e un tempo per scrivere, ma ci sono nazioni, periodi storici e situazioni politiche in cui la letteratura ferisce chi la fa e chi la legge». La politica attraversa prepotentemente anche i lapidari racconti de Il Salto, che Feltrinelli pubblicherà il mese prossimo in una nuova edizione. Però al “pessimismo” di Brink si ostina ad opporre “l’ ottimismo della volontà” secondo un celebre detto di Gramsci, autore letto dalla Gordimer, “sì, proprio lui”, sorride. Ha una missione da compiere, e la svolge con coriacea volontà e fedele alle formule del “politicamente corretto”. Anche quando le si domanda della rapina subita recentemente a casa sua, replica asciutta: «Sono una vittima della disoccupazione. Quelle giovani braccia che mi hanno stretto con forza avrebbero dovuto essere impiegate altrove». Signora Gordimer, non condivide dunque la denuncia di Brink? «No, guardo al Sudafrica da una prospettiva diversa. Sicuramente nell’ attuale governo ci sono uomini che hanno tradito il sogno di Mandela e dunque le nostre speranze, ma sento di dover difendere fermamente l’ operato del presidente Thabo Mbeki. Egli è oggi oggetto di molte critiche ingiuste, mentre ha avuto un ruolo fondamentale nel difendere la pace in Africa». In realtà Brink fissa il suo bersaglio non in Mbeki ma in altri personaggi come Nqakuka o Zuma, quest’ ultimo accusato di corruzione e molestie sessuali. «Sì, la corruzione è uno dei problemi, ma vorrei richiamare l’ attenzione sulle gravi responsabilità che ricadono sul nostro presidente. Mbecki ha dimostrato di essere un grande statista, estendendo la sua opera pacificatrice anche sugli altri paesi africani. Oggi lo criticano perché incapace di affrontare Robert Mugabi, il presidente dello Zimbabwe. Ma Mugabi è diventato un pazzo, inebriato di potere. Se Dio scendesse dai cieli e gli intimasse: “Smetti di rovinare il tuo paese”, egli replicherebbe: “Ma tu chi sei? Io sono Dio”. Allora, come si combatte la pazzia? Oggi tutti i paesi, dall’ Occidente all’ Oriente, dovrebbero collaborare nel contrastare questa follia, non solo il Sudafrica». Nei giorni scorsi la Somalia è stata oggetto di un raid militare ordinato dalla Casa Bianca. È la prima volta in Africa sotto l’ amministrazione di Bush. «Sono scioccata, naturalmente. Ma non c’ è niente di nuovo: bastano la guerra in Iraq e la prigione di Guantanamo per qualificare la politica muscolare di Bush». Tornando al Sudafrica, la sensazione è che lei voglia sorvolare sulle manchevolezze della nuova classe politica. «No, non è così. Ho una critica da muovere al mio presidente, non certo irrilevante. È per me incomprensibile il suo atteggiamento verso il dilagare dell’ Aids. Come se girasse la faccia dall’ altra parte, ignorando un fenomeno gravissimo: non solo perché viene offeso il diritto dell’ individuo alla vita, ma anche perché rischiano la decimazione intere collettività di giovani, insegnanti, agricoltori. Come si fa a restare impassibili davanti a questa tragedia?». Un personaggio significativo della politica sudafricana quale Jacob Zuma è stato messo sotto accusa per corruzione e molestie sessuali. Nel processo per stupro, egli s’ è difeso con argomenti pesantemente maschilisti, peraltro spuntandola. Oggi si parla di lui come un possibile successore di Mbeki. «Rabbrividisco solo all’ idea. Sto seguendo con grande apprensione tutta questa vicenda. Zuma è un acceso populista, capace di sollevare masse di persone, ma non ha mai detto una parola su cosa fare per risolvere la disoccupazione o contrastare l’ epidemia dell’ Aids. Un episodio in particolare ne restituisce la tempra morale. Accusato di stupro ai danni di una donna sieropositiva, ha dichiarato d’ aver schivato la malattia facendo una doccia dopo il rapporto. Ma che messaggio ha dato in questo modo ai giovani?». L’ Aids è ora al centro del suo impegno civile e attraversa anche i suoi ultimi romanzi. «Sì, la battaglia mi impegna personalmente. Anche per questo Zuma mi appare un folle superstizioso, senza alcuna responsabilità verso le nuove generazioni. Francamente mi sembra impossibile che l’ Anc lo scelga come suo presidente, che è poi il primo passo verso la guida del paese. Da quel che so, si sta cercando un candidato di ben altro calibro, che però riesca a guadagnare i consensi dei seguaci isterici di Zuma». Non deve essere facile la condizione di chi ha coraggiosamente sostenuto l’ Anc negli anni della clandestinità e oggi assiste a questo spettacolo. «Posso soltanto dirle che godiamo della massima libertà di espressione. Sono regolarmente iscritta all’ African National Congress. Quando vedo qualcosa che non approvo, lo dico liberamente. Non sono mai stata rimproverata, né mi hanno mai impedito di parlare. Mi definirei un ottimista realista: abbiamo problemi enormi, ma anche straordinarie risorse. Le persone che in passato mostrarono non comuni qualità nella lotta per la libertà hanno oggi la determinazione per combattere gli attuali flagelli». Tre mesi fa, lei ha subito nella sua casa di Johannesburg una rapina. Che tracce le ha lasciato? «È molto spiacevole, per dirla in termini blandi~ È molto spiacevole che uomini giovani mi abbiano aggredito in casa mia! Il danno materiale è stato irrilevante, tanto da chiedersi se ne sia valsa la pena. Io non tengo a casa somme di denaro significative. Hanno anche cercato di rubarmi anche la macchina, ma non ci sono riusciti: qualcuno deve averli disturbati. Il segno è stato più forte sul piano psicologico. Ciò che più mi ha turbato è il “perché” e il “come”. I quattro giovani rapinatori avrebbero dovuto avere di meglio da fare – studiare, lavorare, essere occupati in qualcosa – piuttosto che scassinare casa mia ed afferrare una vecchia signora. In fondo sono stata una vittima della disoccupazione». Lei è una scrittrice, attenta al particolare. C’ è qualcosa che l’ ha colpita durante la rapina? «Sì, volevo osservare la faccia dei rapitori, ma il mio aggressore mi ha premuto la testa nell’ incavo della sua spalla, proprio perché non vedessi. Noi scrittori siamo sempre curiosi, così ho allungato lo sguardo sul suo braccio tornito, liscio, senza cicatrici. Anche le mani erano piuttosto belle. È a quel punto che ho pensato: ma cosa ci faceva quell’ uomo in casa mia? Per rubare dieci euro? M’ è scattato un senso di fallimento: in Sudafrica abbiamo compiuto passi da gigante, ma dobbiamo lavorare ancora molto».

Venti autori a Torino raccolti a convegno dal premio Grinzane Dopo il deserto Considerati ancora come esponenti di una letteratura «ingenua», gli autori africani si rivelano particolarmente capaci di unire tradizione e modernità
Maria Teresa Carbone

Pochi giorni fa un grande griot africano, il burkinabé Toumani Kouyaté, dichiarava in una intervista che «il ruolo della parola orale nella società africana resta imprescindibile perché è il solo tratto che unisca tutto il continente». E aggiungeva: «Sebbene rivesta sicuramente una funzione tutt’altro che secondaria nei nostri paesi, non sarà la scrittura a dare valore all’oralità africana. Semmai, è il rispetto della tradizione orale a riecheggiare nella nostra scrittura». Elemento davvero ineludibile nel momento in cui si affronti l’opera di uno scrittore africano, questa influenza della voce sulla pagina scritta rischia tuttavia di diventare – quando non la si accosti con una giusta miscela di rigore e di elasticità – uno stereotipo, fastidioso come tutti gli stereotipi.
Ben venga dunque il convegno che, su iniziativa del premio Grinzane Cavour, si apre oggi con una lectio magistralis di Nadine Gordimer e prosegue fino a sabato a Torino, chiamando a raccolta una ventina di scrittori uniti – sia pure da prospettive assai diverse fra loro – da un comune denominatore africano. E che proprio su questo tema invita a riflettere già a partire dal titolo, Il deserto e dopo. La letteratura africana dall’oralità alla parola scritta: un titolo per la verità ambiguo che parrebbe istituire l’ipotesi di una «evoluzione» da uno stadio orale (primitivo? arcaico? addirittura «desertico»?) a un «dopo» caratterizzato dalla scrittura.
Sarà quindi interessante vedere come si confronta con questa ipotesi il giovanissimo Uzodinma Iweala, nato venticinque anni fa negli Stati Uniti e «ritornato» oggi a vivere nel paese dei suoi antenati, la Nigeria, che nel romanzo Bestie senza una patria (uscito per Einaudi Stile Libero e tradotto con grande efficacia da Alessandra Montrucchio) ha elaborato un vero esercizio di «oralità», dando voce a un bambino-soldato attraverso l’uso di un linguaggio particolarissimo, una sorta di pidgin English riadattato, che prova a riprodurre l’inglese così come viene parlato quotidianamente dai nigeriani.
Un «esercizio di oralità» lo compie anche un’altra ospite della kermesse torinese, la camerunese (trapiantata in Costa d’Avorio) Werewere Liking nel suo La memoria amputata (Baldini Castoldi Dalai, traduzione di Laura Colombo) che già dal frontespizio si autoproclama come un «canto-romanzo». Forte delle proprie esperienze di autrice e regista teatrale, Liking – che nel suo paese d’adozione anima dal 1985 una comunità per artisti e ragazzi di strada, il Ki-Yi M’Bock Village – scandisce la sua opera in «tempi», alternando il flusso di ricordi della protagonista, Halla Njocké, con testi poetici: «Il canto, il mito, l’epopea – scrive Liking – cosa c’è di più appropriato per permettere di ricordare per sempre i fatti quotidiani, abbellirli e purificarli».
Esercizi di oralità, quelli di Iweala come di Liking, che rivelano una consapevolezza molto lontana da quella «naïveté» che in tanti continuano ad attribuire agli scrittori africani, dimenticando come questi autori abbiano compiuto un percorso complesso, che coniuga le tradizioni antiche del continente con una conoscenza assai moderna e approfondita dei testi e dei metodi critici «occidentali». Come nel caso, del togolese Sami Tchak, fra gli autori invitati a Torino, che nei suoi saggi e nei suoi romanzi (uno solo dei quali, La festa delle maschere, pubblicato in italiano per Morellini) non dimentica la sua formazione di antropologo e intesse il suo racconto di citazioni non solo letterarie. O dell’angolano Ondjaki (di cui le Edizioni Lavoro hanno proposto, per le cure di Vincenzo Barca, due romanzi, Il fischiatore e Le aurore della notte) che porta nella sua opera tanto le sue esperienze di sociologo quanto la sua passione per il cinema. O di Musaemura Zimunya, che ha lasciato lo Zimbabwe per trasferirsi negli Stati Uniti, dove insegna black studies e che alterna la scrittura di testi poetici a quella di saggi di critica letteraria. O infine del congolese Emmanuel Dongala, scrittore e scienziato (è docente di chimica al Simon’s Rock College in Massachusetts) che nella sua scrittura, dai racconti ormai «classici» di Jazz e vino di palma (Edizioni Lavoro) fino al romanzo Johnny Mad Dog (Epoché), rivendica sia l’importanza delle narrazioni orali dell’infanzia sia quella del metodo appreso nei suoi studi scientifici.
Difficile insomma contrapporre – al di là della suggestione dell’immagine – il «deserto» dell’oralità al «dopo» della scrittura, tanto i due elementi sono invece, nella letteratura africana, fertilmente intrecciati. Non a caso James Baldwin, nero e omosessuale, uno che di «etichette» si intendeva fin troppo bene, invitava a rifiutare le categorie troppo rigide con una metafora che proprio al deserto fa riferimento: «L’identità potrebbe essere paragonata agli indumenti con cui copriamo la nudità dell’io. Ma in questo caso è meglio che questi indumenti siamo ampi, un po’ come le vesti che si usano nel deserto, perché attraverso di essi la nudità si possa sempre avvertire».

 


Un omaggio del ‘MARTa’, museo tedesco di arte contemporanea firmato da O.Gehry, alle opere astratte dell’ artista italiana e al suo ‘incontro’ con Lucio Fontana – Una cifra stilistica che si pone dentro il solco della tradizione moderna ma include Balla, Kandinskij, Klee Arp, Miro, Matisse – L’ assenza di prospettiva porta i segni in primo piano, non esiste il vicino e il lontano ed è qui che la pittrice rimanda a Fontana.
Achille Bonito Oliva

Si chiama “MARTa” l’ ultimo museo di arte contemporanea firmato da Frank O.Gehry a Herford, in Germania. Dal 27 gennaio all’ 11 marzo sarà allestita una mostra dal titolo “Carla Accardi incontra Lucio Fontana”. Dal catalogo edito dal museo anticipiamo parte del saggio di Achille Bonito Oliva. L’ astrattismo italiano, sviluppatosi nel secondo dopoguerra, non ha i caratteri di una geometria rigida e chiusa, ma assume prevalentemente quelli di una pittura aperta verso cadenze e cifre stilistiche bilanciate tra l’ esibizione di una struttura visiva, regolata da norme oggettive, e il rimando a flussi emotivi, regolati da una mano sensibile e nello stesso tempo sapiente. Nella coscienza di partecipare a ristabilire un legamento con la cultura figurativa internazionale interrotto tragicamente dall’ avvento di una cultura autarchica. La ripresa dell’ astrattismo dunque segna la riproposta anche di una mentalità che punta giustamente sull’ autonomia dell’ arte, minacciata anche da ipoteche politiche tendenti proprio in quegli anni a ribaltare tale naturale condizione in una eteronomia dell’ arte, tramite la nozione di impegno politico. La giovane arte italiana astratta ribadisce invece un’ esigenza espressa e praticata già dalle avanguardie storiche, quella di fare del linguaggio l’ unico soggetto dell’ opera e anche l’ unico oggetto di una possibile rappresentazione. Carla Accardi opera dunque in un clima culturale teso a restituirsi una libertà espressiva e un affrancamento da condizionamenti espliciti e striscianti. La sua cifra stilistica si pone immediatamente dentro il solco della tradizione moderna che però non restringe i suoi antenati ai padri dell’ astrattismo in senso stretto, ma tende a allargare le proprie matrici e includere Balla, Kandinskij, Klee, Arp, Mirò, Matisse. Tali precedenti segnano la ricerca artistica verso un ventaglio di rimandi, quali sintomi di uno sguardo estremamente ampio a livello culturale. Il dato fondamentale e costante della pittura di Accardi è la conformazione bidimensionale dello spazio, lo sbarramento di ogni profondità prospettica e nello stesso tempo una mancanza di spessore materico, che invece accompagna lo sviluppo, simultaneo all’ astrattismo, dell’ informale. Lo spazio bidimensionale porta la pittura in uno stato di pura visibilità, in una condizione lampante e specifica, regolata da norme tutte poggianti sul dato ottico percettivo, senza sprofondamenti illusivi o anche rimandi esterni all’ immagine. Accardi regola lo spazio pittorico in maniera da esibire la struttura stessa della pittura, fatta di un supporto, di una superficie e di un reticolo di segni. L’ assenza di profondità porta i segni in primo piano, sulla stessa linea di orizzonte su cui è disposta la dimensione spaziale, la bidimensionalità appunto. Ma lo spazio non è una dimensione quantitativamente inerte, una misura statica o un puro contenitore. Piuttosto in questo caso si configura come campo, un sistema mobile di relazioni giocate sulla istantaneità dei segni. La nozione di campo, nella sua attendibilità scientifica, permette una fluttuazione dello spazio, un respiro della superficie che si distribuisce con una mobilità interna a seconda della dinamica, dell’ accostamento e della disseminazione dei segni. Essi vibrano in una dimensione che oscilla senza che sia possibile indicare un centro e una periferia, che avrebbero bisogno di una staticità definitoria. La bidimensionalità permette al campo di scorrere continuamente nella potenzialità dei nessi, nella loro flessibilità formale. Accardi asseconda dunque la mobile nozione di campo, azzerando la profondità spaziale e portando il linguaggio adoperato nella condizione proliferante di uno stato organico, dove il segno si attorciglia, si snoda, si sposta fuori da ogni paralizzante geometria. Ora non esiste il vicino e il lontano, il fondo e il primo piano ma una compenetrazione simultanea dell’ insieme. L’ azzeramento avviene attraverso l’ introduzione di un colore, il nero, che permette allo spazio di presentarsi secondo i caratteri dell’ uniformità. Il nero è una connotazione di uno spazio che non vuole diventare protagonista della rappresentazione, semmai spingerla verso un’ integrazione ottico-percettiva con il sistema dei segni che l’ attraversano. Essi portano il colore bianco, non come contrasto, ma come tessitura d’ integrazione. L’ intreccio del bianco dei segni con il nero della superficie di fondo regola l’ immagine, che acquista l’ ambiguità di un ritmo dove non è possibile stabilire se il nero è la risultante dei contorni del bianco oppure se il bianco dipende dal percorso discontinuo del nero. L’ ambiguità della visione è data dal ritmo organico dei segni che seguono un movimento imprevedibile e nello stesso tempo costante. La polarità del movimento è regolata da una doppia tensione: la ripetizione e la differenza. Attraverso la prima l’ artista stabilisce una sorta di matrice generante il segno che possiede una struttura di fondo che lo ripete. Attraverso la seconda il segno prolifera se stesso e si modifica secondo una dinamica organica che rimanda al ritmo di crescita biologica della natura. Un movimento a togliere regola la mano dell’ artista e anche il movimento della contemplazione dell’ opera che si presenta nell’ ambiguità di un intreccio cromatico, da cui non è dato cogliere se non la continua intersecazione e anche il sospetto che i segni siano una risultante di un ritaglio dello spazio e lo spazio la conseguenza di un percorso irregolare dei segni. Dunque la stessa contemplazione è regolata da questo movimento a togliere, dalla sensazione instabile di un continuo attraversamento dei due elementi che toglie loro unità ed interezza. Ma il togliere non spaventa Accardi, perché significa anche un movimento di sottrazione che produce una maggiore intensità alla parte occultata e sottratta anche allo sguardo. Togliere significa anche memorizzare e accumulare l’ idea di uno spessore sottratto alla superficie. Perché la pittura ha necessariamente il carattere di uno splendente superficialismo, che non significa superficialità, bensì accettare il carattere specifico e strutturale della pittura che, per definizione storica e spirito laico, tende a superare l’ illusionismo prospettico. Allora diventa lampante il rimando a Matisse e all’ art nouveau, alla loro attitudine di operare sempre attraverso superfici felici e arrendevoli, mediante un disegno che si aggroviglia ma senza creare spessori o gonfiori, sempre sotto l’ impulso di restituire il senso di un flusso aperto ed inarrestabile. Il togliere non presuppone una perdita definitiva, bensì una momentanea sottrazione, una discontinuità della presenza segnica, che ribadisce la qualità specifica della nozione di campo, presa nell’ accezione di un suo continuo funzionamento dinamico. Il segno appare e scompare, così come lo spazio si forma e si sfalda, si condensa e si slabbra, sempre nella sua consistenza bidimensionale. Il colore nero produce un’ uniformità e anche un assorbimento del ritmo bianco, che è il risultato di una sorta di assedio del segno verso se stesso. E qui Carla Accardi incontra Lucio Fontana.

Società. Oggi gli uomini fanno autocoscienza. Più fragili e introspettivi cercano maggior complicità con le donne. E a loro è dedicata una nuova serie tv.

Carlotta Mismetti Capua e Alessandra Baduel

-Si mettono in discussione, si confidano fra loro, si emozionano in gruppo, alla ricerca di una virilità che non sia violenta, un modo diverso di essere, amare, avere rapporti. In Italia i gruppi di autocoscienza maschile esistono da oltre un decennio e sono nati dalla politica, dagli studi sul gender o dalle pratiche evangeliche.
Non si fanno pubblicità: questi signori si vedono quasi di nascosto, non troppo convinti di poter essere capiti. Pochi mesi fa però hanno organizzato un incontro aperto a tutti, a Roma, per prendere posizione contro la violenza sulle donne.
Quella giornata ha dato i suoi frutti, creando contatti e aprendo nuovi scambi sulle tematiche che già stavano collegando i vari gruppi sparsi per l’Italia. Fra insegnanti, sociologi, disoccupati, valdesi, cristiani di base, compagni di ex femministe, questi uomini sono qualche centinaio. Puntano tutti alla consapevolezza. Dunque al cambiamento.
Per Marco Deriu, di Parma, il passaggio più importante è stato capire quanto sia difficile parlare “da uomini”. << Siamo abituati a pensare in maniera neutra >>, riflette, << in termini universali, generali: siamo educati a essere l’unico genere, quello dominante, e abbiamo fatto un grande sforzo solo per capire che siamo un genere tra i generi>>. Questa prima consapevolezza porta gli uomini diritti verso i bisogni, i desideri, che – scoprono – sono diversi tra uomo e donna e tra uomo e uomo. Deriu si sente migliorato. << Ma nel tempo>>, spiega, <<lentamente. Tutti noi del gruppo avevamo avuto esperienze di coppia conflittuali, delusioni. Io cercavo una qualità delle relazioni, l’ho trovata. Ho imparato che bisogna anche sentire e accettare il mistero dell’altro. Invece noi, gli uomini, siamo educati a penetrare, a violare l’intimità>>.
Per Lele Galbiati, del gruppo di Seveso, in provincia di Milano, il passaggio più difficile è stato quello sulla violenza.
<<Riconoscevo un istinto di genere >>, racconta, <<è un segnale magari flebile, ma che c’è sempre negli uomini: una volta rotto quel muro, una volta cambiata quella modalità violenta di comunicare, che porta anche alla competizione, ho scoperto negli altri dei complici, degli alleati. E la libertà di chiamare un amico, se ti senti giù di morale. Un gesto che per noi non è una cosa scontata>>.
Enzo, 45 anni, insegnante di Viterbo, è entusiasta dello slogan usato all’incontro di Roma: “Uomini, la liberazione più difficile”. Commenta: <<Forse perchè riguarda una confessione, quella della debolezza. E agli uomini manca il coraggio, ma soprattutto manca la grammatica delle emozioni>>.
Stefano Vinti, lavorando nel “Cerchi degli uomini” di Torino, ha imparato a partire da sé. E subito precisa: <<Parlare di noi dal di dentro, come fanno le donne, non ci viene naturale. Con nessun argomento, nemmeno se parliamo di filosofia o di amore. Farlo in maniera personale, non astratta né superficiale, non è facile. I cambiamenti arriveranno, ma tra un paio di generazioni. Noi siamo i pionieri, quelli che sono stati educati da un padre maschilista e che devono imparare per primi un modo nuovo di essere padri e compagni per poi insegnarlo ai figli. Il cambiamento culturale c’è già stato, ma quello che passa dentro, che resta nella testa, nei cuori è una cosa che va più piano: c’è ancora da lavorare tanto >>.
Ma qualcuno, come Michele Lanubile, intorno a queste tematiche sta già lavorando alacremente: lasciato dalla moglie, si è messo a scrivere e a prodotto uno sceneggiato in stile Sex & the City, raccontando le storie di quattro giovani uomini italiani partendo dalla crisi di uno di loro, Claudio, abbandonato (guarda caso) dalla compagna. Michele Lanubile ha affrontato così la sua crisi esistenziale, comportandosi come molti scrittori ma anche applicando di fatto la regola numero uno del femminismo anni settanta, in cui proliferava l’autocoscienza delle donne: ” Il personale è politico”. Ovvero è vita pubblica. Così non appena “Maschi in trincea” troverà un produttore – sembra molto presto – l’esperienza personale dello sceneggiatore diventerà spunto di riflessione collettiva. Con tanto di sedute della Cam, la Compagnia di Autocoscienza Maschile in cui si riuniscono i quattro personaggi principali. Quello però non è uno spunto autobiografico. Mentre lo è, di nuovo, un altro personaggio, Chiara, che con Claudio avrà un ruolo cruciale. Negli anni Settanta Michele Lanubile era al liceo, al fianco di ragazze che in quei tempi in Italia scoprivano il femminismo. <<Ogni incontro con la fidanzata >>, ricorda, <<nascondeva un’incognita: dopo aver parlato con lei, come mi avrebbero guardato le sue amiche a scuola? Era una grande, permanente esame del mio essere maschile. Io, non avendo ancora un mio modello, cercavo di aderire al loro>>. Quel modello è tornato utile allo sceneggiatore quando, separato, si è trovato davanti un’altra trincea, le trentenni. << Mentre gli uomini devono ancora fare tutto il percorso >>, spiega, <<le nuove donne che ho incontrato sono in una fase successiva alla prima, di sviluppo della loro femminilità. E mi chiedevano di essere consapevolmente diverso. Ma io non lo ero affatto>>, Deciso ad affrontare il problema, si è concentrato nella ricerca di una propria identità di genere. Memore, anche qui, delle compagne di scuola e del loro libro di culto, Noi e il nostro corpo (da poco riedito negli Stati Uniti) è partito dalla fisiologia maschile per arrivare poi all’incapacità di vedere i bisogni, di gestire le emozioni, << che gli uomini ignorano, e invece sono un prodotto di ormoni e neurotrasmettitori: se non le vedi, esplodono>>, In “Maschi in trincea” Lanubile ha usato il suo percorso per creare il “politicamente scorretto” Aurelio, il “mammone romantico” Massimo, e Tullio, “il gentiluomo delicato”. Tutti in crisi con le donne e riuniti spesso a parlare con Claudio, che però trova una sua via nell’amicizia amorosa con Chiara, donna “non belligerante” disposta ad aiutare.

 

La mappa dell’identità di genere

 

ROMA – Maschile Plurale. E’ un gruppo storico, che si incontra ogni settimana. Il contatto è Stefano Ciccone, tel. 0672594896

 

MILANO – Un “unione” appena nata. Il contatto è Umberto Varischio tel. 0238001299

 

TORINO – Uomini di Torino lavora su empatia e comunicazione personale. Stefano Vinti è il contatto, tel. 339.3092856
Uomini di Agape – include etero e gay e organizza un seminario nazionale. Contatto: Daniele Bouchard, www.agapecentroecumenico.org

 

BOLOGNA – Maschile Plurale. Lavorano con il metodo autobiografico. Per ulteriori informazioni rivolgersi a Sandro Bellassai, tel. 051377288

 

PARMA – Il Circolo della differenza è un insieme misto di uomini e di donne. Referente: Marco Deriu, tel. 3385243829

 

VERONA – Gruppo che lavora su testi, notizie di giornali e politica. Il referente è Giacomo Mambriani, tel. 333-2752706

 

SEVESO – Sono amici legati da comuni esperienze politiche e impegnati nel volontariato. Si incontrano in case private, Il referente è Lele Galbiati tel. 0362500891

 

PAVIA – Legati all’associazione Diogene, sono “guidati” Cesare Del Frate, tel. 349.4201349

Intervento di Luciana Tavernini

Emozioni in video. Come l’incontro con la sofferenza diventa stimolo a una conoscenza più profonda di sé e a una comunicazione più fine e creativa. Attraverso l’esperienza e i video dell’artista Emilia Rebuglio, realizzati con la collaborazione di Giovanni Parea, vi invitiamo alla scoperta di un modo luminoso di esprimere emozioni.
Introdurranno l’incontro Zina Borgini e Luciana Tavernini. Organizzazione tecnica di Andro Barisone e Roberto Meda.

 

Ho accettato la proposta di Zina di presentare al Circolo alcune opere di E. R., oltre che per la fiducia nell’intuito di Zina, per il piacere intellettuale e sensoriale in senso ampio che i video di quest’artista mi procurano e per l’interesse per la politica delle donne della sua biografia.
In una biografia di una donna, scritta o raccontata a voce, cerco sempre quegli elementi, quelle relazioni che hanno fatto di lei una donna che ha saputo dirci qualcosa di nuovo, oppure che le hanno impedito il pieno svilupparsi delle sue capacità, come ad esempio abbiamo avuto modo di vedere qui al Circolo in occasione della discussione sulla biografia di Antonia Pozzi, Per troppa vita che ho nel sangue, scritta da Graziella Bernabò (Viennepierre, Milano 2004). Insomma cerco pratiche di libertà perché penso che mi possano aiutare a riconoscerle e a rafforzarle in me e nelle donne che incontro.
Non sono una critica di arte contemporanea ma un’appassionata che visita con regolarità musei europei e mostre e partecipa ad eventi artistici; credo nella capacità di percepire l’originalità e il valore da parte di chi si pone di fronte all’opera artistica col desiderio, anzi sentendo l’urgenza di ricevere stimoli per la comprensione più profonda di sé nel mondo attuale.
Del resto voi stesse potrete giudicare il valore delle opere proposte.
Però soprattutto la Libreria delle donne e il Circolo della Rosa non sono gallerie d’arte, anche se è stato progettato da due artisti poliedrici come Stefania Gianotti e Corrado Levi, molte artiste vi fanno riferimento, alcune, come ad esempio Carla Accardi, Valentina Berardinone, Vittoria Chierici, Monica Carrocci ci hanno regalato le loro opere che potete ammirare alle pareti e la vetrina ospita regolarmente delle installazioni come quella di Chiara Pergola, frutto di una performance, svoltasi proprio qui.
Non è una galleria ma principalmente un luogo di pratica e riflessione politica, oltre che di stimolo culturale e piacevole convivialità, come potranno aver modo di apprezzare quelle e quelli che si fermeranno a cena.
Un’artista che riesce ad esprimere il proprio sentire con profondo radicamento in sé e dialogo con l’altro da sé credo abbia trovato una delle forme della libertà che a noi interessano. Per questo intendo rintracciare e provare a descrivervi alcune pratiche di vita messe in atto da Emilia che possono costituire tracce sicuramente per me ma anche per altre donne e forse anche per gli uomini.
Innanzi tutto lei pratica la gratuità e circolarità del dono contro la contabilità del dare/avere tanto presente nella società d’oggi. Sostiene che è necessario dare quello di cui si è capaci senza aspettarsi il ritorno che comunque verrà inaspettato per altre vie.
Vi cito due soli esempi.
Il suo negozio d’arredamento “La Chiave di volta” era sempre aperto per la poeta Merini, che vi si recava spesso, trovandovi ascolto, ammirazione e aiuto. Ci racconterà poi Emilia stessa il ritorno che, ad anni di distanza, gliene è venuto.
Quando lavorava con ragazzi e ragazze con gravi handicap, non solo fisici, al Don Gnocchi per permettere loro di esprimersi sentiva la necessità di un materiale leggero, atossico, facilmente e piacevolmente modellabile, esteticamente bello. Si è dunque applicata a questa ricerca finché ha inventato la “Pietra leggera”, manipolabile come la cartapesta, dall’apparenza del granito, resistente e leggera che, brevettata, è molto utilizzata in architettura in Italia e all’estero.
E proprio il lavoro con le ragazze e i ragazzi del Don Gnocchi ci permette di aprire il discorso sul rapporto con la sofferenza. Chi soffre è in una posizione di bisogno, si presenta come una delle massime espressioni dell’altro da sé con cui entrare in comunicazione. Emilia non sfugge anzi attinge alla relazione materna per trovare le modalità di invenzione dei modi di rapportarsi. Lei dice: “Nessuno ha zero capacità, si tratta solo di trovare le vie per farle esprimere, tenendo conto di ciò che chi abbiamo di fronte può dare, facendo tentativi…” Lei usava il disegno, in alcuni casi il segno, come ci ha raccontato nel caso di una bambina, dove è partita da alcuni punti che dopo giorni e giorni sono diventati linee. E aggiunge: “Lasciare una traccia di sé significa esistere”. Riandando alla nostra prima infanzia, in cui bisognose di tutto, abbiamo scoperto il mondo, guidate dall’invenzione del sapere materno, possiamo ora affrontare la sofferenza dell’altro. Non mi dilungherò a parlarvi di questa capacità inventiva di gesti e parole che sanno dire oltre e più a fondo perché ci viene descritta con un limpido linguaggio simile a quello di Calvino, da Rebecca Brown, nel suo intenso libro I doni del corpo (Il dito e la luna, Milano 2006). In esso la scrittrice americana racconta l’esperienza di cura con i malati di AIDS senza alcun pietismo e facendoci partecipi della sorpresa che produce il “miracolo” di una comunicazione avvenuta, del “verbo che si fa carne”, osererei dire. Questa capacità di stare il presenza del dolore viene analizzata in modo più teorico nel saggio di Daniela Riboli, Stare a contatto del male senza farsi male nel volume della comunità Filosofica Diotima La magica forza del negativo (Liguori, Napoli 2005), un libro ricco di altri saggi che mostrano come sia possibile usare il negativo come leva per crescere. E’ una modalità che molte donne praticano, arricchendo la propria capacità di sentire, “facendo di necessità libertà”, come ci dice sempre di fare Luisa Muraro.
La capacità di relazionarsi all’altro da sé è quella messa in campo anche nel rapporto col marito. Tra loro c’è quella che abbiamo nominato in Libreria come relazione di differenza, una relazione che libera energie perché dà la gioia della scoperta, spinge ad indagare in sé non dando per scontate le proprie posizioni, mette in luce capacità differenti. Penso a come Giovanni abbia sostenuto il desiderio di Emilia di riprendere gli studi in ambito artistico, anche se appariva strano che “una madre di famiglia” sedesse in banco con compagne e compagni adolescenti; a come insieme i due abbiano frequentato la facoltà di Architettura, ed anche all’aiuto tecnico per le strutture delle grandi sculture e ora dei video. Mi sembra anche calzante il periodo in cui Emilia, riteneva che fosse inutile realizzare le sue sculture e che bastasse descriverle a Giovanni, insomma le creazioni raccontate esistevano nella parola detta a chi poteva comprenderla e questo è stato un momento importante del passaggio ad un’altra forma artistica.
Infatti un altro aspetto, che vorrei sottolineare, è quello che io chiamo della creatività a fisarmonica nella vita delle donne, cioè di quella capacità di tenere sospesa una forma di creatività per esprimerne altre, legate alle urgenze delle relazioni vive. Se Harold Pinter, il drammaturgo inglese premio Nobel, può dire che quando non scrive si sente in esilio da se stesso, così non accade per molte donne che scivolano da una forma di creatività all’altra, senza porre troppe gerarchie. Penso alla grande capacità inventiva che richiedono i quotidiani happening, costituiti dai pranzi familiari, trasfigurati in modo esemplare ne Il pranzo di Babette il famoso racconto lungo di Karen Blixen, trasposto anche nel film omonimo del 1987 di Gabriel Axel, con Stéphane Audran e Bibi Andersson, che vinse l’Oscar come miglior film straniero. Del valore vitale di questa quotidiana cerimonia e a chi vada attribuito il merito dimostrano ad esempio consapevolezza in Finlandia, quando, come ci racconta Elisabeth Jankowski, nel libro curato da Chiara Zamboni Il cuore sacro della lingua (Il poligrafo, Padova 2006), un’acuta e originale riflessione sulla lingua, presentata ieri, “nessuno si alza da tavola senza aver ringraziato la padrona di casa per il pranzo offerto, e questo fanno anche il marito e i figli.”(p.38)
Dunque una creatività a fisarmonica che sa aspettare il tempo e trovare nuove forme di esprimersi. Penso alle grandi statue, create da Emilia Rebuglio nel suo periodo di scultrice: corpi di donna, uova come essenza della generatività, elementi di animali come nella scultura Equinità, per poi passare alle sculture d’arredamendo con l’esperienza dei Parea scultori, per arrivare ai video dove libera la forza del colore e delle forme astratte. Non vi un taglio netto coi temi precedenti ma un passaggio che li rinnova. Sono dunque fasi intervallate da periodi di apparente silenzio, in realtà pause per rincorsa, rubando l’idea al titolo del bel romanzo di Anna Santoro, appunto Pausa per rincorsa (Avagliano, Cava de’ Tirreni 2003), presentato qui due anni fa.
Insomma mi pare che le donne sappiano darsi tempo e aspettare per poi lanciarsi, penso ad esempio all’inglese Penelope Fitzgerald (1916-2000), che iniziò la sua carriera di romanziera a sessant’anni, scrivendo molti romanzi. L’ho scoperta, grazie a un amico che, in occasione dell’inizio della mia pensione mi ha regalato, come buon auspicio, La casa sull’acqua, l’ultimo dei sette pubblicati in Italia da Sellerio (Il fiore azzurro,1998; La libreria,1999; L’inizio della primavera,1999; Il cancello degli angeli, 2000; Il fanciullo d’oro, 2000; Voci umane, 2003; La casa sull’acqua, 2003).
Alla base della creatività di Emilia vi è dunque un contatto profondo con se stessa, una fedeltà al proprio sentire e apertura all’altro. I suoi ultimi lavori, i video che presenteremo, partono a volte da precedenti opere, ma ora si è liberata dalla timidezza che le impediva l’uso del colore. Sceglie di esprimersi creando video perché permettono un’arte relazionale, un dialogo con poesie, musiche, fotografie anche di altre/i, con un lavoro tecnico che richiede un continuo confronto. Essi costituiscono un passo avanti nell’elaborazione dell’idea delle creazioni raccontate: vi era in lei il rifiuto di caricare il mondo di altri oggetti, un bisogno direi ecologico di un’impronta più leggera di sé senza rinunciare alla necessità di mettere in luce i propri aspetti più profondi, le sue emozioni, il suo modo di vedere amorosamente il mondo e di poterlo comunicare con la velocità e ampiezza che i video consentono.
E’ la sua un’esplorazione dove la sincerità e il radicamento, il lavoro serio e intenso, non possono che portarla ad un’arte che sa esprimere il suo essere donna oggi fuori da un canone, potremmo dire che è un’outsider e proprio per questo riusce a mostrarci qualcosa di imprevisto. Ma nel suo impegno trova istintivamente forza nelle parole e nelle immagini di altre donne che l’hanno preceduta, le madri di tutte noi, come si diceva più di vent’anni fa ne Il catalogo giallo della Libreria. Come vedremo infatti ha colto, dapprima in Alda Merini, poi nella Dickinson e ora anche in una foto di Dorothea Lange qualcosa che loro hanno detto per noi prima di noi a cui possiamo, in una catena genealogica, riallacciarci per dire qualcosa di nuovo, perché la nostra singolarità possa parlare in un ambiente dove altre hanno lasciato tracce di sé.

 

Associazione “Talents de femmes” – Ouagadougou, Burkina Faso

 

Obiettivi:

 

Nel Burkina Faso, come nella maggioranza dei paesi africani francofoni, l’espressione scritta della lingua francese, già insufficiente, è sempre meno rispondente alle esigenze. Questo è vero per coloro che usano la lingua come strumento di lavoro, e ancor più per gli artisti, come scrittori di teatro, romanzieri e poeti. Questo stato di cose soffoca dei talenti letterari che pure avrebbero potuto riversare una parte importante del loro genio nel tesoro artistico nazionale.

 

Così, molte vocazioni letterarie sono condannate all’oblio, se è vero che la buona volontà, in questo campo soprattutto, non basta da sola. Questa forma di oppressione imposta alla espressione scritta della lingua francese nel Burkina Faso, colpisce in primo luogo le ragazze e le donne. Vediamo, per esempio, che, nel centinaio di scrittori che hanno partecipato al primo numero di “Notre Libraire”, intitolato Letteratura Burkinabé, tre donne soltanto vengono citate, ossia un risibile tre per cento.

 

Non vi è in tutto questo un torto che il paese fa a se stesso?
“Se anche avete un solo dente, fate che sia di un bianco perfetto”, dice il proverbio. Nelle donne burkinabé la passione per la scrittura esiste, questo è molto importante; si tratta ora di trovare dei quadri e un inquadramento perché esse possano dare il meglio di sè stesse.

 

È in questo contesto e in questa prospettiva che l’Associazione “Talents de femmes”, fedele ai suoi obiettivi, vorrebbe contribuire all’emergere della parola scritta femminile. La donna non ha forse una sensibilità che le è propria, con la quale è tenuta a contribuire alla costruzione del pensiero nazionale? In altre parole, può esistere un pensiero nazionale senza l’apporto della donna?

 

Indubbiamente, la ragazza burkinabé ha problemi che possono essere giudicati prioritari: la scolarizzazione, l’educazione, la lotta contro le MST [malattie sessualmente trasmissibili], il dramma delle ragazze madri…
Tutti questi problemi, vissuti spesso in un drammatico silenzio, situano la giovane donna nel punto d’incrocio dei mali sociali del nostro tempo. È una ragione di più per dare la parola a queste vittime perché, come dice Edmond Jabès, “praticare la scrittura, è praticare nella propria vita un’apertura da cui la vita si farà testo”.