“Konstfeminism”, una mostra itinerante, giunta alla sua ultima tappa a Göteborg, ricostruisce il percorso dell’arte femminista in Svezia dagli anni 60 a oggi. Fra le opere, anche “God giving birth” di Monica Sjöö, considerato blasfemo e segnalato alla squadra antipornografia di Scotland Yard nel 1973 a Londra
Giannina Mura
L’irruzione delle donne nella scena artistica degli anni ’70 ha radicalmente trasformato il mondo dell’arte svedese, sviluppando nuovi orientamenti che influenzano profondamente l’arte contemporanea. Lo dimostra l’esposizione Konstfeminism che, con più di 100 artiste, ricostruisce il percorso dell’arte femminista in Svezia dalla metà degli anni ’60 a oggi, evidenziandone la dirompente creatività e innovazione. Istigata dalla critica e storica dell’arte Barbro Werkmäster, prodotta da tre importanti istituzioni nazionali: la Riksutställingar e la Liljevalchs Konsthall di Stoccolma, e la Dunkers Kulturhus di Helsingborg, la mostra, in tour dall’autunno 2005, è giunta alla sua ultima tappa al Konstmuseum di Göteborg, dove sarà visibile fino al 22 aprile prossimo.
Il titolo, traducibile come “arte del femminismo”, designa “un’arte che illumina, critica, promuove, trasforma e agisce in un contesto femminista”. Ma non necessariamente realizzata da femministe dichiarate né esclusivamente da donne, vista la presenza di alcuni artisti. Un’arte che, affrontando i temi delle ingiustizie strutturali inerenti a sesso, genere e sessualità, con molteplici motivi, contenuti, forme, materiali, tecniche, azioni, si configura come un vero e proprio sistema dalle molteplici strategie, attivate a più livelli.
Fondando la loro pratica sull’esperienza femminile, le autrici degli anni ’70 rivendicano per la donna un ruolo inedito nell’arte: quella di soggetto e non oggetto. Impegno sociale e coscienza politica anticapitalista caratterizzano la loro estetica. Talune infiltrano il mondo dell’arte per instillarvi temi e contenuti che lo criticano. Altre, sperimentano nuovi spazi e metodi espressivi: dalla trasformazione di alcune abilità, come la creatività tessile, in arte tout court, a performances e happenings passando per video, film, fotografie, fumetti, satira. Attive nel movimento femminista, ecologista e pacifista, molte vi contribuiscono creando manifesti, cartoline, simboli e striscioni, come Helga Henschen che appartiene al gruppo Kvinnor for fred (donne per la pace) sin dalla sua fondazione nel 1979. Tutte, attraverso sovversive strategie di riappropriazione e valorizzazione, rendono politico il privato mettendo al centro della loro arte la vita delle donne, e contribuiscono così a ridefinire l’identità femminile.
La sorellanza tra artiste, storiche, e critiche alimenta, inoltre, una feconda rete di relazioni che abbraccia diverse generazioni. Determinante, ad esempio, l’influenza dell’artista modernista Siri Derkert su Monica Sjöö che fu sua assistente nel 1967. Trasferitasi a Bristol, Sjöö forma un gruppo con cui nel 1971 elabora il primo Woman Art Manifesto: “Nei nostri quadri vogliamo dare espressione ai bisogni reali delle donne, ai sentimenti ed esperienze di chi lotta per liberarsi dall’oppressione – finanziaria, materiale e psicologica. Per questo basiamo le nostre immagini sulla nostra personale e universale esperienza. Abbiamo capito che è necessario lavorare figurativamente, perché: come si fa a esprimere il parto, la sorellanza, il lavoro, la sessualità, la lotta, con linee, cerchi e triangoli?”
L’interazione tra le istanze delle singole artiste e la forza del movimento dà luogo per tutto il decennio a importanti mostre personali e collettive di cui Konstfeminism riespone le opere principali. Come il dipinto God giving birth di Monica Sjöö, presentato per la prima volta nel 1973 a Londra nella mostra Five Women Artists – Images of Womanpower alla Swiss Cottage Library, organizzata dalla stessa artista.
Il quadro, ispirato dalla sua esperienza del parto e dalle sue ricerche sulle antiche divinità femminili, suscitò grande scalpore. Considerato blasfemo dai religiosi, fu anche segnalato alla squadra antipornografia di Scotland Yard. Lo scandalo fu tale che la direttrice della biblioteca spostò la sua scrivania nella galleria allo scopo di proteggerlo degli attacchi, e dichiarò al Guardian che lo avrebbe difeso con la vita!
Nello stesso anno, a Göteborg, le artiste Benedicte Bergmann, Monica Englund, Ulla Hammarsten Mc Faul e Annbritt Ryde con un’antropologa, un’etnologa e un’infermiera organizzarono la mostra Livegen-eget liv, che suscitò grande eco per la sua multidisciplinarietà. Includeva infatti pittura, arte tessile (uno dei campi in cui più si espresse l’innovazione artistica) e fotografia, completata da dibattiti serali e dalle pièces teatrali di Susanne Osten e Margareta Garpe.
I temi? Sessualità, mestruazioni, menopausa, identità, doppio lavoro, miti e stereotipi, e una gioiosa valorizzazione della “donnità”. Come sottolinea l’artista Barbro Andréen nel catalogo: “La novità del nostro movimento era che non eravamo solo contro, ma anche pro. Dicevamo sì a migliaia di cose: le immagini positive erano tante. Nacque così un nuovo concetto: la cultura delle donne”.
Se gli anni ’70 sono quelli del collettivo, gli anni 80 sono quelli del backlash e dell’individualismo. Ma anche quelli della fertile connessione tra pratica artistica ed elaborazione teorica. La nozione di “sguardo maschile” della teoria filmica femminista diventa uno strumento d’investigazione per molte artiste, come Annika von Hausswolff che con la sua opera contribuisce solidamente all’analisi della politica della rappresentazione (esemplare la serie fotografica Back to Nature, che rimette in discussione la raffigurazione mediatica della vittima, e lo scontato rapporto donna-natura).
La sovversione dei codici dell’immagine mediatica e della storia dell’arte è altrettanto importante. Analizzando i quadri che hanno edificato la rappresentazione dell’artista e della donna, Annica Karlsson Rixon si riappropria delle figura retoriche della storia o della pubblicità e agisce con forza decostruttiva dall’interno dell’immagine, come in Untitled I-VI (1990-91), la serie fotografica del suo debutto, dove ai pallidi nudi femminili sovrappone un cadavere animale, provocando un sensato cortocircuito tra attrazione e repulsione.
“L’idea di genere” marginale nella scena artistica degli anni ’70, comincia a diffondersi nei ’90 sino a diventare integrante della scena contemporanea. E se l’idea che in entrambi i sessi albergano caratteristiche maschili e femminili attraversa i quattro decenni, è solo con l’avvento della queer theory che la normatività dei due sessi comincia a scardinarsi diffusamente.
I classici attributi del femminile vengono disinnescati da artiste come Pernilla Zetterman e Karolina Holmlund, aderenti delle Riot Grrls. O come Elisabeth Ohlson Wallin, che reinterpreta la mascolinità nella sua serie fotografica Könskrigare, ritraendo diverse “guerriere del genere” dall’aspetto e dal comportamento ambiguamente maschile.
O, ancora, Catti Brandelius che, autoproclamatasi Miss Universum, canta, balla, scrive poesie, tiene conferenze. I suoi dissacranti videoclip hanno per set il suo appartamento in un palazzo popolare, il supermercato, o la periferia. Lontana anni luce dall’universo glamour, la sua Miss Universum occupa il campo visivo promuovendo valori autonomi e sfidando le norme vigenti sulla femminilità.
Ma se Konstfeminism mostra le grandi conquiste delle artiste svedesi in quasi quattro decenni, espone anche i problemi irrisolti. Come le questioni del potere e delle relazioni di potere: fulcro delle preoccupazioni delle artiste del 2000. Per affrontarle, molte si richiamano alle strategie degli anni 70. La sorellanza torna in primo piano, con i recenti Sisterskapets aar, l’anno della sorellanza, documentario di 9 ore di Sonia Hedstrand e Aasa Elzén, i ritratti delle giovani anarco-femministe di Ulrika Minami Wärmlings, e le storie di donne di Petra Trygg.
Respingendo la nozione mercantile dell’opera d’arte, numerose artiste creano o intervengono in spazi pubblici, come le High Heel Sisters che, criticando il potere, reinventano le regole del gioco sociale. In Never too much, ad esempio, rovesciano l’ordine dello strip-tease: leggendo testi di Gertrude Stein, Judith Butler e Julia Kristeva, cominciano la performance nude, montano sul palcoscenico e si vestono. In Att gaa Samman Over ett Torg, invitano le donne presenti a comminare con loro per un’ora nella piazza Sergel di Stoccolma, incitandole a sentirsene proprietarie.
E proprio la rivendicazione dello spazio, artistico e mentale, appare oggi cruciale. Nonostante in Svezia le donne siano alla testa di quattro accademie o dipartimenti d’arte su cinque, costituiscano la maggioranza degli studenti e la metà del corpo insegnante, la metà degli artisti professionali e il potere nel mondo dell’arte resta ancora saldamente in mano agli uomini. Come sottolinea l’artista Katrine Helmersson nel catalogo: “I confini di quanto ci è permesso sono piuttosto limitati. La sessualità femminile è discreditata, come molto del nostro lavoro. Una volta che sei consapevole di questo, devi aguzzare la tua abilità per formulare quello che ritieni importante. C’è una guerra tra gli uomini e le donne. Non la noti finché non provochi l’ordine stabilito. E allora, improvvisamente, la vedi”.
“Non ci sono spazi neutrali, ma solo zone di guerra e di occupazione “, reiterano le artiste Johanna Gustafsson, Malin Arnell, Line S Karlström, Fia-Stina Sandlund, e la produttrice Anna Linder che, incontratesi nel 2005 durante l’allestimento di Konstfeminism, hanno fondato l’associazione Ja! per farvi fronte, e sostenere le artiste che con le loro pratiche contribuiscono alla fine del patriarcato. La strategia? Una “redivisione strutturale dell’accesso ai finanziamenti, al tempo e allo spazio nel mondo dell’arte”. Lo strumento iniziale, presentato come una performance all’apertura della mostra, è un “contratto di parità” che impegni le istituzioni culturali a praticare l’uguaglianza fra i sessi nelle attività espositive, nell’acquisto delle opere e nel reclutamento del personale. E, in caso contrario, a versare una penalità all’associazione per un fondo di sostegno alle artiste discriminate. Ma nessuna delle istituzioni sollecitate, incluse le organizzatrici della mostra, l’ha sinora voluto firmare. Le artiste però non demordono: lo scorso febbraio al vernissage della mostra di Göteborg hanno rivolto un appello alla ministra della cultura, Lena Adelsohn Liljeroth, affinché le regole della parità siano applicate al mondo dell’arte come in altri settori. Intanto, il dibattito resta aperto.
di E.D.D.
Con i suoi 15.000 metri quadrati di superficie espositiva, l’Hangar Bicocca, spazio ex industriale felicemente convertito alla sperimentazione artistica, in una nazione consapevole dell’importanza anche economica della cultura e in una città come Milano che non ha ancora un museo d’arte contemporanea, sarebbe già stato trasformato in un’istituzione di primo piano.
Stabilimento industriale appartenuto al Gruppo Ansaldo e dedicato alla produzione di bobine per i motori elettrici dei treni, oggi l’Hangar potrebbe rappresentare per l’Italia ciò che all’estero sono state esperienze come il Zkm di Karlsruhe, il Dia Becon fuori New York o la Tate Modern di Londra: conversioni di ex spazi industriali in realtà museali di grande successo grazie ai ripensamenti architettonici di grande impatto e ad un’offerta espositiva ragionata e diversificata.
A mancare, come spesso accade nel nostro paese è la volontà politica, che lascia volentieri l’iniziativa agli investitori privati: Nel capoluogo lombardo, infatti, tralasciando la Triennale oggi al centro dell’interesse dopo un anno di oblio – ch4e però si dedica soprattutto al design e all’architettura – le uniche realtà interessanti per le arti visive sono rappresentate dalle gallerie e da istituzioni legate al mondo della moda come la fondazione Prada e la Fondazione Nicola Trussardi ormai attive da diversi anni, mentre proprio lo spazio dell’Hangar, potrebbe ambire a trasformarsi nel luogo istituzionale del contemporaneo: si sta cercando di realizzare una Fondazione che, con fondi pubblici e privati, possa permettere a questa realtà, adatta alle esigenze installative delle ricerche più recenti, di perdere la connotazione originaria, legata a un solo gruppo imprenditoriale (Pirelli) per divenire un luogo di comunicazione e produzione artistica, interessante per tutta la collettività.
Dopo aver inaugurato nell’autunno del 2004 con il lavoro monumentale di Anselm Kiefer intitolato 17 palazzi celesti che ora è diventato parte della collezione permanente, all’Hangar Bicocca la programmazione è proseguita con due personali, Mark Waqllinger e Marina Abramovic, prima dell’attuale mostra collettiva, Collateral, che lascia emergere, grazie all’allestimento “aperto” delle diverse
postazioni video disseminate nello spazio, finalmente non chiuse su se stesse come avviene in genere, tutto il potenziale evocativo di questa sede.
Proprio l’installazione di Kiefer, così fortemente caratterizzante non aveva facilitato infatti, fino a questo momento, l’allestimento del lavoro di altre individualità artistiche nel medesimo spazio.
La prossima mostra, Not afraid of the dark, curata da Bartolomeo Pietromarchi nell’ambito della manifestazione Emergenze (una serie di incontri e rassegni sui temi delle necessità umanitarie e sociali) avrà come protagonisti cinque artisti, Jenny Holzer, Fabio Mauri, Santiago Sierra, Kutlung Ataman, William Kentridge – che declineranno con sensibilità certamente diversa la stessa attenzione al vivere contemporaneo.
Da Repubblica – Questo è un Paese di tesori dell’arte, uno è l’albero della fecondità: un affresco del 1265 che raffigura un albero da cui pendono come enormi frutti decine di falli davvero realistici. Ai piedi della pianta una folla di donne sta in attesa che cadano, due di loro si accapigliano contendendosene uno. Di fronte al dipinto medievale, a sei metri scarsi di distanza, ce n’è un altro contemporaneo in cui il vescovo di allora, monsignor Comastri, si è fatto ritrarre a tutta figura in una scena di devozione religiosa a San Bernardino.
Quando il primo dipinto – dai toscani ribattezzato “l’albero dei piselli” – è stato restaurato, qualche anno fa, la Curia ha avuto da ridire che tanto interesse per un’opera così bizzarra pareva esagerato. Oggi è di nuovo coperta da assi di legno: un nuovo restauro, dicono. Dieci metri più su vivono Antonella Cocolli e Giampaolo Sfondrini, genitori di quattro figli: due di lei, due di lui. Quando sono andati in Comune a chiedere notizie di un eventuale registro delle unioni civili, altre città toscane lo hanno fatto, si sono sentiti rispondere: per carità di dio, questa città è sede vescovile. “Ho scritto alla Bindi per rallegrarmi, capisco il suo travaglio e ammiro la sua sensibilità. Se davvero faranno i Dico i primi a registrarci saremo noi: ci spetta, sono sedici anni che aspettiamo. All’inizio è stata durissima. Sa, il paese è piccolo, la gente mormora”.
Antonella e Giampaolo, 53 anni, sono una “famiglia ricomposta”. Vite fragili, il rapporto Caritas e fondazione Zancan sull’esclusione sociale in Italia, dedica un intero capito del rapporto 2006 – dunque il più aggiornato, i dati Istat sono fermi al 2005 – alla condizione dei bambini nelle “famiglie ricostituite”: quelle “particolari situazioni che comprendono figli nati da una prima unione, i nuovi partner, i loro figli eventuali, la rete parentale di entrambi”. Pezzi di famiglie diverse, patchwork, che ora formano una nuova famiglia. In Italia, dice la Caritas, vive così quasi tre milioni di persone. Ai figli di uno o dell’altro, o di entrambi, si aggiungono spesso i nuovi figli della coppia con difficoltà non sempre banali di integrazione, di equanimità da parte degli adulti, di senso di esclusione o di precarietà dei bambini. Vite fragili si sofferma a lungo sul concetto di “resilienza”, una brutta parola per una bellissima nozione che indica il processo che permette alle persone di adattarsi a condizioni di vita sfavorevoli. Alcuni, più di tutti i bambini, manifestano una resilienza sorprendente. Antonella, che non conosce la parola, dice “i nostri figli hanno sofferto della rottura delle unioni dei loro genitori ma si sono abituati e alla fine, penso, sono diventate persone più ricche, più elestiche, più tolleranti e più capaci di adattarsi di tante altre”.
In queste vicende di vita spesso il conflitto con la famiglia di origine è devastante: anziani genitori che non rivolgono più parola ai figli, ex coniugi che conducono battaglie decennali in nome di un affronto subito e imperdonabile, guerra sui figli, carabinieri a casa e carte da bollo. La nuova unione deve avere una forza formidabile per resistere all’urto: Everyman, il nuovo romanzo di Philip Roth, racconta anche questo. Quando la realtà entra nei romanzi è segno che tutti sappiamo di cosa stiamo parlando.
La storia di Antonella e Giampaolo è esemplare e consolatoria. Hanno fatto sedici anni fa in un paese di seimila anime quello di cui in Parlamento si discute se sia legittimo fare oggi. E’ una storia che mette di buon umore perché pensi che anche quando è andata male alla fine può sempre andare meglio: e anche che quando è scritto è scritto, non si scappa. “Siamo stati ragazzi negli anni Settanta”, sono quella generazione lì. Lei in paese, figlia di un partigiano della terza brigata Garibaldi, Dino. Lui a Milano in via De Amicis, quella della foto del ragazzo con la p38, figlio di un operaio. Si sono conosciuti a 22 anni, “lui veniva in vacanza qui in campagna, si andava la sera con la chitarra a fare i falò al lago dell’Accesa”. Si sono sposati nel 1980, insieme ma con persone diverse: lui con una milanese, lei con un massese. Hanno avuto i loro primi figli nell’82: lei Emiliano, lui Francesca. I secondogeniti sono arrivati tre anni dopo a qualche mese di distanza: lei Raffaello, lui Vasco. I loro matrimoni sono entrati in crisi all’unisono alla fine del 1990. Lui si è trasferito in campagna, a Massa, coi due figli bambini. Si sono visti, finalmente. Si sono incontrati. Da sedici anni vivono insieme in una casa medievale storta poetica e grande abbastanza per i figli di tutti, i loro figli coetanei. “Si può immaginare cosa sia stato all’inizio, in un piccolo centro come questo: uno scandalo. In strada abbassavano lo sguardo, sentivo i discorsi: chissà quanto dura. Invece eccoci, i ragazzi sono grandi e sono persone serene: due laureati, uno al lavoro, il piccolo all’università. Si vogliono bene e si aiutano. Ci siamo inventati il cenone della vigilia, che in Toscana non si usa, per fare sempre il Natale insieme. Perché certo loro hanno anche gli altri genitori, ci mancherebbe. Guardi cosa ha scritto Francesca nei ringraziamenti della sua tesi: “a tutti i miei genitori”. Tutti, capisce?”. La resilienza, appunto.
Antonella lavora in una coop che ha contribuito a fondare, è bionda e felicemente rotonda, porta orecchini di perla e capelli da maschio, tiene appesa in corridoio una foto di Norma Parenti eroina partigiana. Lui fa il falegname, ha i baffi folti e gli occhi verdi, parla ancora milanese, ha appeso in salotto una foto di Jannacci. “Mi dispiace che non veda i ragazzi, sono fuori a studiare e lavorare”. Emiliano, il grande, è in Inghilterra. Si è laureato a Siena con una tesi sulla violenza e il tifo nel calcio e del baseball, ora studia inglese e si mantiene da solo. Francesca si è laureata all’Orientale di Napoli in tibetano, è stata un anno a Parigi con l’Erasmus poi un anno in Tibet, coi nomadi in tenda. Ora abita col suo ragazzo, qui a Massa. Raffaello fa l’operaio alle acciaierie di Piombino e vive coi genitori. Vasco, che ha 20 anni, studia a Milano. Frequenta l’università coi soldi che gli ha lasciato il nonno, l’operaio milanese: una somma cospicua a entrambi i nipoti perché potessero studiare. Giampaolo sorride: “Eh già, il nonno era una persona semplice e saggia: sapeva prima di noi di cosa ci sarebbe stato bisogno”.
Perché poi soldi da scialare non ce ne sono mai stati: con le lire per mantenere la famiglia bastavano 3 milioni, ora servono 3000 euro che sono molti, moltissimi. Lei al museo ne guadagna 1200. Lui dipende, se c’è lavoro “ma le case da ristrutturare per gli inglesi e i tedeschi qui intorno sono finite”.
Antonella e il suo ex marito hanno avuto l’affidamento congiunto dei figli, hanno trovato un accordo economico senza bisogno di avvocati, spese divise a metà. L’ex moglie di Giampaolo si è trasferita a Massa nella vecchia casa colonica, si è sposata con un ragazzo vedovo padre di una bambina, hanno avuto un’altra figlia. Giampaolo: “Coi ragazzi abbiamo fatto così: un giorno tutti insieme qui da noi, tre giorni i miei e tre giorni i suoi. Ecco la settimana”. La geografia dei loro rapporti di parentela è una mappa piuttosto completa di cosa siano le famiglie oggi. La mamma di lei, vedova: famiglia di una persona sola. La figlia di lui, Francesca: coppia di fatto senza figli. Il figlio Vasco, ventenne: single. L’ex moglie di lui, famiglia ricomposta con due figli, uno in comune. Loro: famiglia ricomposta con quattro figli, nessuno in comune. A Massa marittima, paese di vescovi e di partigiani, di affreschi nemici e di fecondità.
(2- continua)
Progetto su Christa Wolf è il titolo dello spettacolo in scena al Teatro Verdi di Milano fino al 25 marzo, regia di Maurizio Schmidt, con l’attrice Elisabetta Vergani, ospite, venerdì scorso, alla Libreria delle donne, ove ha presentato questo lavoro, introdotta da Anna Chiarloni, docente di letteratura tedesca dell’Università di Torino.
Il dramma è una trasposizione scenica dei romanzi della scrittrice su Cassandra e Medea: Cassandra e Premesse a Cassandra (1983), Medea e L’altra Medea (1996). Vergani è supportata da una percussionista che scandisce pause, toni e momenti topici del dramma.
La partecipazione alla serata è stata davvero soddisfacente.
Cassandra e Medea sono figure oscure, mostruose: una è la profetessa di sventura, l’altra la madre che uccide i propri figli.
Cassandra simboleggia il malaugurio, Medea è la strega infanticida, fratricida e omicida: due miti femminili al contrario, che pagano caramente la loro natura antisociale, la profetessa con la condanna a non essere mai compresa e la pazzia, la strega con l’esilio, l’infelicità e la morte.
Sono due donne mosse da forte pulsione sessuale, difficile per il nostro immaginario pensare il contrario, e in qualche maniera “eccessive” eroticamente: da una parte la frigida sacerdotessa di Apollo che si nega all’amplesso del dio e viene violentata da Aiace durante il sacco di Troia, dall’altra parte la maga mangiatrice di uomini e di eroi greci, colta nell’accecamento della gelosia che la porta a far divampare Corinto.
Sono due donne barbare provenienti dall’est geografico e culturale, che nella mitologia greca era ambientato dalle parti del mar Nero: una troiana ed una colca, figlie di re, testimoni della caduta delle loro antiche civiltà al momento della sottomissione ai nuovi dominatori, i greci. Sono entrambe alla scoperta nel nostro mondo, deportate dall’ovest quali prede dai maschi occidentali: Cassandra ribelle preda di guerra del vincitore di Troia Agamennone, Medea complice preda di Giasone, costretta a tradire il proprio popolo per aiutarlo.
Christa Wolf nei suoi romanzi è partita dall’assunto che il mondo greco, con la cultura patriarcale di cui è intriso, ha riscritto tutti i miti preesistenti a proprio vantaggio. La scrittrice tedesca è andata alla ricerca delle sorgenti antiche di quei miti, riscrivendoli e dandone un’interpretazione nuova, vista con occhi diversi, che tiene in considerazione le ragioni del matriarcato.
Così le sue opere sono un viaggio verso uno sguardo femminile di possibile vita, lontano dalla cultura di morte dell’occidente, carico di domande: Chi erano Cassandra e Medea prima che un greco parlasse di loro? La risposta è in quella parte che ancora riposa in ogni donna.
Cassandra diventa in tal modo la storia della dolorosa scelta di dire la verità quando anche il tuo corpo, per non soffrire, ti chiede di non farlo.
Per Christa Wolf, Medea non è né fratricida, né omicida, né infanticida ma capro espiatorio delle tensioni sociali e vittima sacrificale, come spesso capita alle donne.
I romanzi sono un’indagine, un po’ autobiografica, nata quando la scrittrice, dotata di un indubbio coraggio politico, si trovava nell’allora DDR, e riscriveva il mito dell’intellettuale di fronte alla verità (Cassandra), indagine conclusasi all’epoca della riunificazione tedesca dopo la caduta del muro e delle sue illusioni, con Christa Wolf ormai cittadina dell’occidente e messa sotto tiro all’establishment culturale sotto l’infamante accusa di collaborazionismo con la Stasi. Il viaggio nel mito femminile della più grande scrittrice tedesca del novecento termina con una donna disorientata tra matriarcato e patriarcato – entrambi insostenibilmente basati sulla violenza – sospesa tra oriente e occidente, in fondo poco dissimili come casa della donna – che non sa più quale sia la sua patria. Gira tuttavia per il mondo in quanto non ha perso la speranza di poter trovare qualcuno in grado di dare risposta alle sue domande.
Da il maifesto – «Come io vi ho amato», recita il titolo del sussidio pastorale che da domani, «mercoledì delle ceneri», apre la Quaresima 2007. Ma ben poco amate si sentono le oltre 560 mila coppie conviventi nel bel paese, nella cattolicissima Italia. La chiesa di oggi, la chiesa di Ratzinger e Ruini, ben poco fa per comunicare l’amore di Cristo. O, almeno, si pone in un atteggiamento che risulta non proprio caritatevole e che non riesce a entrare nella vita delle persone. Va detto, poi, che i legami affettivi, dapprima temporanei, spesso si evolvono e, specialmente nei casi dei giovani, si trasformano in matrimoni. Nell’ottica pastorale, dunque, l’atteggiamento troppo rigido della chiesa risulta miope; e, in ogni caso, non sembra che si dedichi grande attenzione a queste dinamiche e a queste persone.
Tali argomenti e tali motivazioni – che facevano da sfondo all’incontro di ieri fra i vertici della chiesa e dello stato italiano – preannunciano oggi una «quaresima di passione» per la chiesa italiana. Perché, sotto alla cappa del «pensiero unico ruiniano», comincia a muoversi una fronda che passa per i circoli intellettuali, attraversa i movimenti ecclesiali, le diocesi, le parrocchie, i semplici fedeli.
L’appello degli intellettuali cattolici alla Cei («non si firmi una nota vincolante») ha dato la stura a una serie di riflessioni, dibattiti, forum, che nascono spontaneamente davanti alle chiese, nelle assemblee parrocchiali, sui blog cattolici. Certo, accanto a invettive e posizioni che trasudano integralismo e intolleranza. Ma l’anima del cattolicesimo progressista, quella più aperta, plurale e dialogante con la società, quella che sente il bisogno di testimoniare l’amore cristiano piuttosto che di giudicare e condannare, si può ben dire stia rialzando la testa. Anche perché si tratta di una parte importante del cattolicesimo italiano. Significativa dal punto di vista storico, culturale, sociale. Quella della tradizione di Dossetti, Lazzati, La Pira. Quella che ha ispirato tanti movimenti ecclesiali, soprattutto nel dopo Concilio. Quella che ha saputo predicare – con le grandi manifestazioni e con il lavoro silenzioso e quotidiano – scelte di «pace, giustizia, salvaguardia del creato». Quella che ha avuto autentici profeti contemporanei in vescovi come Tonino Bello e Carlo Maria Martini e che ancora oggi si ritrova in vescovi come Tettamanzi (Milano), Valentinetti (Pescara), Plotti (Pisa), Charrier (Alessandria), Miglio (Ivrea), e in altri prelati che molti sperano facciano sentire la loro voce in seno alla Cei. Quella che trova eco nei gesti e nelle parole di religiosi dehoniani, francescani, domenicani, gesuiti, paolini.
Insomma, una fetta della chiesa italiana (perché, come insegna il Concilio, la chiesa è il «popolo di dio», non la gerarchia) mal digerisce l’invadenza con cui Ruini e soci stanno rubando la scena e il ruolo al laicato cattolico. E, dopo l’appello promosso dal prof. Giuseppe Alberico (che continua a ricevere adesioni), iniziano a levarsi le voci dei cattolici di base. Che vengono allo scoperto anche con argomenti provocatori, come ha fatto don Giovanni Nicolini, parroco bolognese, ex direttore della Caritas diocesana: «E’ gravissimo – ha detto – dipingere la tutele dei diritti delle coppie conviventi come una legalizzazione delle coppie di fatto. Mi sembra povertà culturale. Esistono tante forme di convivenza, e per i motivi più diversi. Forme che hanno una loro dignità per poter essere riconosciute. Non vi trovo nulla di scandaloso. Se vogliamo, io convivo con altri cinque uomini, monaci che mi sono fratelli: anche questa è una convivenza». Don Nicolini aggiunge: «Da anni a Bologna cerco di convincere tanti anziani soli a convivere: significherebbe condividere una badante riducendo i costi, gestire più facilmente i servizi, ma anche meno malinconia. Insomma non ci sono solo unioni basate su legami affettivi. Il governo ha una funzione amministrativa, per cui è chiamato a occuparsi del bene di tutti». Il parroco segnala un pericolo da fuggire: «La politica non può dimenticare le situazioni reali o sacralizzare i problemi. Il rischio perenne allora è quello di uno stato etico e l’incapacità di essere laico. Noi credenti per primi dobbiamo scongiurarlo».
Già oggi è composto così l’11% dei nuclei familiari. E il trend è in crescita: in due anni sono aumentati del 28%
La famiglia del Mulino Bianco, padre madre e due figli, maschio e femmina, meglio se biondi, non esiste più da parecchio tempo nemmeno nelle pubblicità. Persino le cifre della statistica, che arrivano sempre fredde e in ritardo, la fermano agli anni Cinquanta: la media di quattro persone per nucleo familiare è del censimento del 1951. Nei cinquantasei anni venuti dopo, più di mezzo secolo, c’è stato il divorzio, il crollo demografico, la crisi economica e l’edonismo anni Ottanta, la cultura del figlio unico che non è stata solo una scelta economica ma culturale, figli iperprotetti che poi sono oggi i «giovani adulti» di 25-30 anni che non se ne vanno da casa, perché dovrebbero, stanno benissimo lì. Tra chi ha meno di 34 anni solo poco più della metà vive in coppia: gli altri a casa dei genitori, quelli che possono e che ci riescono (quelli che vogliono, a leggere le sentenze della Corte di Cassazione) da soli. C’è una grande questione «legata al tema dell’assunzione di responsabilità», dice Pietro Scoppola lo storico cattolico che di figli ne ha cinque: intende dire una certa carenza. «È una civiltà la nostra in cui scema l’istinto di sopravvivenza. I figli non sono più l’obiettivo», secondo Roberto Volpi che sulla Fine della famiglia ha appena scritto un libro: fine prevista per il 2050. I matrimoni civili sono uno su tre, al Nord uno su due. I genitori anziani restano in carico ai figli quarantenni, convivono con loro e coi nipoti perché altra assistenza non è data: ecco le famiglie sandwich. Pezzi di coppie che si ricompongono e formano famiglie allargate ai figli degli uni, ai genitori degli altri.
Rosy Bindi, al ministero, sta preparando la conferenza nazionale sulla famiglia che si terrà a maggio a Firenze. Affluiscono dati dall’Associazione famiglie numerose (una rarità, ormai: intorno al 7 per cento), dalla Caritas e dalla fondazione Zancan, dai Centri famiglia delle Asl e dall’Osservatorio sulla famiglia di Bologna, da miriadi di associazioni che versano numeri e storie e alla fine dicono questo: il sacro vincolo di cui parla la Chiesa, la famiglia fondata sul matrimonio e “benedetta” dall’arrivo dei figli, è già da anni in minoranza nella vita reale. Sono 42 su cento, meno della metà con tendenza al ribasso. Gli altri, le 58 famiglie “diverse”, sono formate in prevalenza (25) da persone sole, single o anziane, in larga parte da coppie senza figli che fermamente non ne desiderano (22), da genitori soli coi figli (11). I figli naturali, quelli nati fuori dal matrimonio, sono uno su 5: in ogni classe di scuola elementare che ne sono almeno quattro. Ci sono regioni, la Liguria, in cui le coppie con figli sono meno del 30 per cento: una su quattro è la famiglia dei vescovi, le altre tre no. Fine delle statistiche, inizio delle storie.
“Famiglie monogenitoriali”, c’è scritto con formula orrenda sui rapporti. Per esempio questa. Gina Larocca ha 43 anni, due figli di 14 e 7, una gatta. Vive al piano alto di un condominio, Roma Nord. In casa libri, stoffe, disegni. Fa la costumista, «in verità sarei stilista ma si deve campare», ha un contratto a termine per nove mesi con una produzione tv, ne restano sette «per un po’ stiamo tranquilli». Il padre dei ragazzi è andato via da casa due anni fa, «il 5 aprile del 2005». Piccolo altare buddista in salotto. Riviste di musica sul tavolo, dietro alla porta scarpe da tango. Piano settimanale di attività e turni attaccato al frigorifero. Ha un aiuto? «No, facciamo da soli. Le madri dei compagni di classe, gli amici. Qualche rara sera una baby sitter. Poi soli. Il grande, Tiziano, certe volte cucina». È frequente, dice Gina: non è una storia eccezionale, capita. Certo che capita: a più di una coppia su dieci, ecco, vede l’Istat. «Sì, se il matrimonio non funziona cosa vuoi fare, noi ci eravamo sposati anche in chiesa, è stato per compiacere i miei che sono cattolici. Visti da fuori sembravamo una famiglia felice, una coppia di riferimento per gli amici ma non era vero, tante volte la realtà è così diversa da quello che sembra. Quando è arrivato Ludovico eravamo già in crisi fonda ma lui si era nascosto benissimo, fino al quarto mese di gravidanza risultavo negativa ai test perciò quando l’ho visto in ecografia gli ho detto va bene, ok, hai vinto tu. Mi sono avvicinata al buddismo. Meno male che è nato».
Due figli, lavoro precario, nessun aiuto domestico, orari incompatibili coi tempi della scuola e delle attività del pomeriggio, dei prendilo-accompagnalo-portalo. Qualche desiderio di leggerezza, anche, perché a 43 anni la vita non è mica finita. «All’inizio è stata durissima. Sono anche andata in Africa a lavorare in una missione umanitaria: due settimane, ho lasciato i bambini a lui. Sono tornata, non ce la facevo. Ho cominciato a mandare curriculum, cercavo lavoro stabile. Mi hanno aiutato, ci hanno aiutato anche gli psicologi dalla Asl. Un Centro famiglia, sì. I ragazzi hanno sempre saputo tutto dal principio. Il piccolo pensava che il papà non volesse più stare con lui e piangeva e allora lo prendevo in braccio e gli dicevo “non è con te, è con me che non vuole stare più”. Però penso che sia bene che abbiano visto la mia fragilità: si può affrontare un grande dolore e si può continuare a vivere. Il male si affronta si attraversa e si supera». I soldi, c’è il problema dei soldi. Molti lavori a contratto ma nessuna sicurezza. Il padre dei ragazzi precario anche lui, ha un lavoro solo da pochi mesi. Come si fa coi soldi?
«Certo con lavoro sicuro sarebbe diverso: a noi per vivere ci servono 1500 euro al mese, con 1800 facciamo un po’ di vacanza ma non sempre ci sono e non sempre ci sono stati. Adesso abbiamo comprato la casa, è costata poco era una casa degli enti. L’abbiamo riscattata insieme, il padre dei ragazzi ed io, anche se siamo separati: per loro. È un pensiero in meno e un impegno in più. Soldi da buttare non ce ne sono, ecco, per niente. Non sono mai stata a sindacare su quanto mi dava il padre e se me lo dava. Se non poteva pazienza. Non abbiamo fondi pensione, non abbiamo altra assistenza sanitaria che quella pubblica. Lavoro da quanto ho 18 anni. Vorrei poter spendere cento euro per un corso serale per me senza sentire che li sto togliendo a loro. Il corso di coro gospel non costa quasi i figli restano i miei maestri preferiti». niente, pochissimo «ma sapesse quanto aiuta cantare in coro, ascoltare le voci degli altri, il canto mette pace nei cuori». C’è il tango, anche. «Ecco sì il tango. Per una come me, che ha sempre fatto tutto da sola come un carroarmato, che si è sempre portata dietro anche quelli che arrancavano sapesse che risettaggio è camminare all’indietro a occhi chiusi, farsi portare. Un’ora la domenica, niente. Ma è proprio come fare reset al computer, ricominciare da capo». Il piccolo gioca alla play station, il grande è a basket. Vuole giocare da professionista nella Nba. «Allora gli ho detto ok, ci dobbiamo mettere a studiare inglese. Quest’estate si va in Inghilterra. Non so come faremo ma faremo. Loro mi insegneranno come. Tra i tanti insegnanti che ho trovato per strada i miei maestri preferiti sono i figli».
(1- continua)
Valeria Trigo
Esauriti tutti gli “ismi”, pare che la diversità sia l’unica fonte da cui trarre nuovi stimoli. Ed ecco che le minoranze diventano, come per miracolo, le vere protagoniste. Un fenomeno che dilaga, ormai, ovunque: dai reality al Parlamento. Democrazia allargata? Piuttosto, specchio di una società “targetizzata”, dove anche i piccoli gruppi (di consumatori) vanno coccolati. E, mentre si discute di diritti dei conviventi, c’è già chi pensa a produrre confetti lilla per le future coppie gay. Che inglobare la differenza sia un buon affare, l’arte lo ha già intuito da tempo. Solo il secolo scorso, è pieno di maledetti riabilitati post mortem (spesso, anche in vita), proprio per la loro eccentricità. Ma, in un sistema sempre più complesso e diversificato, anche l’attributo generico di “diverso” si è dovuto specializzare. Così, mentre i cultural studies sondavano un mondo ancora poco conosciuto, il mercato pregustava i suoi vantaggi economici. Perché le persone, dopo il tramonto dell’Occidente, avrebbero iniziato a guardare altrove. Sulla carta, un’ottima occasione per seppellire le vecchie categorie e aprirsi all’altro. Di fatto, l’ultima versione del capitalismo, che spaccia per tolleranza il bisogno di conquistare nuovi spazi. Ultimamente, tra i più sdoganati, è proprio l’universo femminile e, ovunque, si è pronti a giurare che il futuro sarà in mano alle donne.
Una nicchia che inizia ad allettare anche i musei, da sempre collezionisti di rarità. E passerà di sicuro alla storia il simposio The feminist future: theory and practice in the visual arts, ospitato dal MoMa di New York a fine gennaio. Due giorni di dibattiti e conferenze, “sold out” con grande anticipo, segno che ormai il femminismo fa tendenza. Del resto, le ospiti erano star di prima grandezza. In pratica, il gotha del movimento che nelle arti visive ha sfidato l’egemonia maschile. A cominciare dalla storica dell’arte Lucy Lippard che, a 70 anni, non ha perso la sua ironia e, davanti a una platea gremita, ha commentato: “Beh, direi che è un bel risultato per un “ismo”. Specialmente in un museo che non ha mai dimostrato grande attenzione per le donne”. Un successo inaspettato che dimostra come la creatività femminile sia ancora un’ospite rara negli spazi istituzionali. E un paradosso che spegne la carica eversiva di un fenomeno, in aperta contestazione con i luoghi deputati al fare arte. Non è un caso che al convegno abbia tenuto banco un’icona dell’avanguardia degli anni ’70 come Marina Abramovic. La stessa che, trent’anni fa, con il compagno Ulay scioccava il pubblico della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Una performance memorabile, Imponderabilia, con i due artisti in piedi, completamente nudi, all’ingresso della mostra. Impassibili, nonostante il viavai di visitatori che, passando, sfioravano i loro corpi.
Protagoniste della convention newyorkese anche le Guerrilla Girls (www.guerrillagirls.com), un collettivo fondato a metà degli anni ’80, che oggi conta un centinaio di artiste. La loro filosofia è un cocktail dissacrante di ironia e provocazione. Mascherate da gorilla e ribattezzate con i nomi di artiste defunte, in onore alla loro memoria, sono famose per azioni, vagamente situazioniste, sui media o in giro per il mondo. Dove il fine è: “Mostrare il sessismo, il razzismo, la corruzione nella politica, nell’arte e nella cultura pop”. Baccanti che non si intonano al rigore apollineo di un museo e la loro presenza al MoMa lascia, quantomeno, perplessi. Del resto, come negare a un branco di scimmione il sogno di sentirsi principesse per un giorno? E come reprimere lo slancio progressista di quello che già i futuristi chiamavano il “cimitero” delle opere d’arte?
Ma la seconda primavera è appena iniziata e sta per arrivare anche a Los Angeles, con la mostra Wack! Art and the feminist revolution, dal 3 marzo al MoCa. Sempre a New York, invece, il 23 marzo inaugurerà Global feminisms al Brooklyn Museum, dove aprirà anche l’Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art, con uno spazio permanente per l’installazione The dinner party di Judy Chicago. Esposta per la prima volta al MoMa di San Francisco nel ’79, è stata accusata di pornografia e denunciata dal Congresso come un affronto alla virtù e alla modestia delle americane. L’opera mette in scena un grande banchetto, allestito per trentanove ospiti d’onore, dalla dea della Mesopotamia Ishtar a Virginia Woolf, da Saffo a Santa Brigida. A dare scandalo erano soprattutto i simboli decorati sulla porcellana, varie trasposizioni della vulva, per rivendicare la propria sessualità. Un manifesto contro la tirannia maschile che, dalla censura del puritanesimo yankee, è finito nel “tempio delle Muse”.
Negli anni ’70, anche in Italia il femminismo ha prodotto una generazione impegnata a rinnovare le procedure tradizionali dell’arte, come la serie di interventi realizzati dall’Associazione “Donna Arte” a Frascati (Rm), tra il giugno e il luglio del ’77. Una squadra di sole donne per un progetto che univa tutte le forme artistiche, in uno scambio diretto con la comunità. “Il nostro fine – dicevano – è creare un’area di azione non ghettizzata, un canale di comunicazione non eterodiretto, una circolazione di idee non per “cento” persone che fanno notizia”. Oggi, la cittadina laziale continua a interessarsi alla questione dell’identità femminile, “ferita ancora aperta sul corpo dolorante delle società ipermoderne dell’occidente, o di quelle del sud del mondo in via di sviluppo”. La novità (o l’involuzione, a seconda dei punti di vista) è che, dalle strade e dalle piazze, le artiste si sono trasferite nel museo. Ma non volevano uscire dal ghetto? Dopo trent’anni, pare non sia cambiato molto: è solo un gineceo di lusso per legittimare uno status, solo in apparenza, paritario. Tra i pochi spazi di autogestione rimasti, Internet. Ed è qui che le giovani, remixando i codici della loro generazione, affilano le armi dell’ingegno e dell’umorismo. Come Laurina Paperina, figura emergente della scena italiana, che nella serie Sexual Drawings, ironizza sui ruoli sessuali e i rispettivi cliché. Un esempio? “Le passere sono tutte delle grandi gnocche”. Parola di papera.
Da Repubblica – «Una scelta che ci è costata sofferenza. Non contro la Chiesa, a fianco della Chiesa». Paolo Miranda, un lavoro al sindacato, e Giuliana De Ruvo, impiegata nelle indagini di mercato, hanno 48 anni e stanno insieme da quando ne hanno diciotto. Chiacchierano cordialmente nel salotto di casa, alle spalle tanti libri. Giuliana, caschetto castano e occhi chiari, indossa un golfino grigio. Paolo, sorriso aperto, porta i jeans e un maglione blu. Andrea, 12 anni, e Matteo, 8, esibiscono capelli lunghi e un ghigno furbetto. Si nasconde qui il germe distruttore della famiglia italiana?
Già, Giuliana e Paolo in trent’anni di vita comune non si sono mai sposati: «Ci siamo conosciuti al liceo – racconta Paolo – io in ultima fila e lei, secchiona, in prima». Si sono innamorati, fidanzati, hanno messo su casa, sono arrivati i figli. Ma il sì e le fedi davanti all’altare, mai. Eppure sono credenti, vanno a messa anche se magari non tutte le domeniche, impartiscono ai loro figli una educazione cattolica innervata di valori trasmessi da loro come genitori e dai sacerdoti della parrocchia come educatori, a cominciare dalla frequentazione dell’oratorio. Vivono la vita con grande attenzione alla fede, si interrogano, riflettono.
Perché, allora, non sposarsi? «Il matrimonio religioso richiede un impegno per la vita – rispondono – mentre noi rinnoviamo il nostro legame giorno per giorno, con la consapevolezza che staremo insieme finché ci saranno amore e rispetto reciproco. L’obiettivo è che questo duri per tutta la vita, tuttavia non potevamo giurarlo davanti alla Chiesa. Perché crediamo nel divorzio, se le ragioni del nostro amore non esistono più». E dunque? «Dunque non potevamo dire “sì” a un sacramento pensando invece “no”. È per il rispetto per la Chiesa e i suoi sacramenti, per una forma di coerenza con il nostro essere cattolici, che abbiamo scelto di non sposarci».
E così vanno le cose da allora. Il matrimonio civile no (Giuliana: «Sembrava un contratto un po’ arido, nessuno di noi due si sentiva una parte debole da tutelare»), e nell’attesa di qualcosa come i Pacs o i Dico, la speranza di non averne mai bisogno, di non venire respinti dai medici per non avere titolo a informarsi sulla salute di lui o di lei, la speranza di non vedersi negata la pensione di reversibilità. Non si sono mai presentati – informalmente, per brevità – come marito e moglie, non parlano del partner come «compagno» o «compagna», la trovano una formula «troppo ideologica» perché loro, appunto, sono laterali alla Chiesa, non contro. Quindi Paolo, agli altri, per significare Giuliana dice solo «Giuliana», Giuliana dice «Paolo», senza ostentazioni né reticenze.
All’inizio non è stato facile (parliamo anche, non dimentichiamolo, di trent’anni fa) ma i contrasti maggiori sono sorti con la nascita dei figli. Soprattutto nella famiglia di lui, dice Giuliana. Paolo smorza un po’: «Quando ho detto in casa che Giuliana era incinta c’è stato non dico un rifiuto, ma una reazione un po’ forte. Alla fine i miei hanno rispettato la nostra scelta e, anzi, da allora i nostri rapporti sono più schietti». Dodici anni fa, quando è nato Andrea, il prete poteva rifiutare il battesimo ai figli delle coppie non sposate ed è quanto fece il parroco di San Giovanni Battista a Trenno, il quartiere dove Giuliana e Paolo hanno casa.
Eppure, è pacifica la consapevolezza che «la famiglia non è dominio esclusivo della Chiesa e che in nessun modo – scandiscono in coppia – ci sentiamo diversi dalla famiglia cattolica sposata». Se non, aggiunge Giuliana, «nella esplicitazione onesta del fatto che il matrimonio non ci vede pienamente d’accordo». E Paolo: «Noi non avremmo impedimenti a sposarci ma sappiamo di persone con un matrimonio alle spalle che vivono con sofferenza il rifiuto della Chiesa. Lo trovo sbagliato». Giuliana ricorda di aver conosciuto una donna divorziata, cattolica osservante e mamma in lacrime: «Il marito l’aveva lasciata, non era una scelta sua. E non si era risposata. Esclusa dai sacramenti, e non potendo fare da madrina alla comunione dei figli, ha pagato due volte».
Oggi Paolo e Giuliana non fanno mistero, benché credenti, di far parte della comunità ecclesiale principalmente perché i figli crescano nel solco dei valori cattolici. Spiega lei: «Ci sentiamo stretti in questa Chiesa, che non dovrebbe mai respingere bensì includere». Ora ci sono i Dico, e la presa di posizione del cardinale Tettamanzi sulle coppie di fatto. I Dico: «Una scelta dovuta, un’alternativa noi l’avremmo, altri no. È importante tutelare anche i gay e le convivenze non matrimoniali». Paolo avrebbe gradito «meno timidezza da parte del governo, non vedo impedimenti a una assoluta parificazione di diritti fra conviventi e coppie sposate. Però capisco il contesto politico». Giuliana invita il cardinale ad andare avanti: «Non si lasci intimorire dalle posizioni più radicali. La Chiesa assolve la sua funzione nella società se abbraccia una collettività ampia».
Resta un’ultima domanda: Matteo e Andrea, educati nel cattolicesimo per volontà dei genitori, come vivono questa situazione? «Sanno che non siamo sposati, talvolta ne parliamo, ma non pare davvero che sia fonte di preoccupazione per loro». E il motivo è semplice, chiaro, inattaccabile: «Noi non siamo, e nessuno si permetta di dirlo, una famiglia di serie B».
da il manifesto
Cara Cinzia,
sono molto contento di averti conosciuto, domenica scorsa, quando insieme abbiamo discorso, davanti a 350 tuoi concittadini, del movimento contro la base, di democrazia e di pace, con Paul Ginsborg e altri (…). E scusa se, quando ti ho incontrato, al presidio di fronte al Dal Molin, ho quasi gridato “ah, tu!”, e mi sono comportato come se ci conoscessimo da anni. Avevo proprio voglia di conoscerti, dopo averti visto in tv e letto, anche su Carta. Il fatto è che da decenni mi mescolo a movimenti della società cercando di raccontarli, di affiancarli con modestia, di trasmetterne parole e umori. Il mio giornale è nato per questo: siamo convinti, e la cosa pare assurda a molti di sinistra, che la “grande politica”, come dice Mraco Revelli, sta in quel che voi state facendo, mentre loro, i politici, sono dei “nani”. Figurati: ci immaginiamo questo paese come una gigantesca Valle di Susa con capitale Vicenza.
La ragione per la quale ti scrivo è che ti ho sentito dire, a quella folla che ti ascoltava, un concetto che mi ha colpito. Che, diciamo così, sapevo in teoria, avendo io costeggiato il movimento femminista degli anni settanta e seguenti, visto le fiere donne indigene del Messico e le forti donne africane. Sapevo, vedevo, che lì, tra le donne imponenti e colorate di Bamako, tra le “insurgentas” zapatiste, tra le molte compagne del nostro paese, fermentava qualcosa di veramente eversivo di tutto ciò che, nei secoli maschili, ha preso il nome di “politica” e di “economia”. Insomma, non sono nato ieri né sono un “imilitante”, abbiamo scelto con Carta la nonviolenza, il “cambiare il mondo senza prendere il potere”, la decrescita intesa come disarmo dello “sviluppo”, eccetera. Ma la parte delle donne restava, nella mia testa (e nel mio cuore, direi se non restasse retorico) una sospensione, forse un’attesa.
Non voglio esagerare, naturalmente, ma quando hai parlato di te e delle donne come te, delle madri, nel movimento di Vicenza, forse quell’attesa è finita. Tu hai detto, in molto molto piano, che se in un movimento come il vostro assumono un ruolo forte le donne, allora la faccenda cambia profondamente. Perché le donne guardano al futuro dei loro figli, e quindi sono capaci di durare di più. Hai aggiunto che “inoi siamo più determinate”. E hai detto queste cose interpretando quasi fisicamente quella cosa che Gramsci chiamava, in un altro contesto e con altri scopi, “la connessione sentimentale” tra te, faccia pubblica e voce del movimento, e la gente che era lì, persone molto diverse per età e orientamenti, e tra loro molte donne. Ovvero: non lo dicevi in astratto, come un’aspirazione o un dovere, ma come un semplice e definitivo fatto, che avveniva in quel momento, così come avviene ogni giorno, al presidio, nei concerti di pentole davanti alla caserma Ederle, o nelle assemblee.
E la circostanza più sorprendente, mi è parso, è che in questo tuo ruolo pubblico non vi è la minima ombra di “leaderismo”, come diciamo noi di sinistra. Al contrario, si vede una affermazione semplice, ed eversiva dei modi di “far politica”: qui, state dicendo, è in gioco non un conflitto tra “potenze”, quali che esse siano, ma la tutela della vita in ogni sua forma: la famiglia e la comunità, il loro ambiente e la loro possibilità di decidere su se stesse, la necessità di sottrarsi alla guerra. Già la guerra. Se si guarda alla situazione da questo punto di vista, si vede chiarissimo come il governo e il comune di Vicenza, il parlamento e i media che oggi tentano di diffamare e terrorizzare i cittadini ribelli, stiano banalmente giocando a un “war game” di cui solo loro conoscono le regole, anche se le vittime, poi, siamo noi. E la stessa chimica dentro il movimento contro la base, che tende ad essere inquinata dalle azioni e reazioni e dalla concorrenza tra organizzazioni e partiti di ogni genere, rischia a volte di sembrare un “Risiko”. Perché gli uomini – tutti – sono guerrieri, si concentrano sulla tattica, sull’esito della prossima “battaglia”. Mentre le donne, che creano e tutelano la vita, guardano alla “strategia”, ossia alle generazioni che si susseguono e che hanno diritto tutte, le presenti e le future, a un mondo in pace, sano, amichevole.
Va bene, qualche volta mi lascio andare, e invece di badare ai rapporti di forza, al flipper in cui ci muoviamo come palline impazzite, ai deliri sul “terrorismo che torna”, ecc., come un giornale di sinistra dovrebbe fare, mi immagino un mondo che non c’è (ancora). Ma noi non siamo un giornale di sinistra, non precisamente, perché cerchiamo di trasferirci in un altro secolo. Perciò ti chiedo, per favore, come chiedo a tutte le donne come te, di dirci che cosa dobbiamo fare.
In fondo, tutti vorremmo vivere sulla “madre terra” e non su un “pianeta padre”, non è vero?
Speciale TGLA7
L’Africa delle donne
Sabato 17 febbraio alle ore 20.30
“Hai un sogno?” “Un recinto che impedisca agli animali di entrare nel mio orto” “No io volevo dire qualche desiderio..un sogno..” “Si,ho capito,il mio sogno e’ un recinto!” cosi’ dice una giovane donna del Burkina Faso al microfono de la7: una risposta imprevedibile per noi, che fa riflettere, su un Africa essenziale, declinata soprattutto al femminile, che vive lontano dai vertici internazionali e dalle roboanti dichiarazioni di intenti, che spera,e prova come puo’ a trasformare il suo presente. E’ proprio di questo, di piccole grandi storie di donne coraggiose, che si occuperà lo speciale a cura del TGLA7 – primo di una serie in programma nei prossimi mesi – in onda sabato 17 febbraio alle 20.30.
A di là dagli impegni spesso non mantenuti prospettati nei grandi meeting con i potenti del mondo, ci sono donne che combattono le loro piccole battaglie quotidiane,alle quali basta dare una possibilità per metterle in grado di reagire alla povertà, e anche solo di immaginarsi un futuro.
Le telecamere del TgLA7 sono andate in Burkina Faso e in Kenya a scoprire e raccontare storie di donne , dalla prostituta a chi sogna solo di coltivare il suo piccolo orto di cipolle, tutte accomunate da un unico obiettivo: quello di farcela, di riuscire, anche con poco, di darsi una possibilità e migliorare la propria vita.
Lo speciale è a cura di Paola Palombaro e realizzato da Daniela Grandi e Silvia Resta per il TGLA7.
Stasera la performer guatemalteca, Leone d’oro alla Biennale 2005 per le sue azioni sanguinose, si incatenerà al muro di Regina Coeli per mettere in evidenza la tensione fra le strategie di potere.
Dopo essersi aggiudicata nel 2005 il Leone d’oro per la giovane arte facendo svenire i visitatori della Biennale di Venezia con un intervento di ricostruzione del proprio imene proiettato in video, dopo essersi fatta riprendere mentre camminava a lungo per le strade del suo Guatemala immergendo i piedi in un catino colmo di sangue, dopo avere scelto – ancora a Venezia – di fustigarsi in pubblico (256 colpi, il numero delle donne assassinate nel 2005 in Guatemala), Regina José Galindo è approdata a Roma dove questa sera a partire dalle 19 darà vita a una performance forse meno cruenta di quelle che l’hanno resa celebre ma non meno teatrale.
Per questa sua prima azione nella capitale italiana, infatti, la trentatreenne artista guatemalteca ha deciso di mettersi alla gogna per una intera notte in prossimità del carcere di Regina Coeli. Per la precisione, lo spazio dove Galindo effettuerà la sua performance si trova a Trastevere, in via San Francesco di Sales, all’interno del giardino della Fondazione «Volume!», che presenta l’azione artistica. Approfittando della vicinanza con la struttura carceraria di Regina Coeli che appunto costeggia lo spazio espositivo, Galindo ha ideato questa azione intitolata «Cepo», che – recita il comunicato stampa – «si pone come un’asserzione di resistenza nei confronti delle dinamiche di scissione strumentale tra bene e male, innocenza e reità, autonomia e asservimento, con cui la società giustifica l’esercizio dei propri poteri decisionali sull’individuo, in ambito sia politico che culturale».
«L’essere umano – ha dichiarato Galindo – vive costantemente la tensione tra varie strategie di potere». È in questa tensione, osserva l’artista, che «si creano prigioni immaginarie e forme di tortura quotidiana che limitano la libertà individuale». Occorre però chiedersi, come fa Félix Duque nel suo recente Terrore oltre il postmoderno (Ets, pp. 99, euro 10), quale risposta possa dare concretamente il mondo dell’arte a una serie di «tensioni» che, dopo l’11 settembre 2001, si sono fatte sempre più radicali. Secondo Duque è proprio nel campo della performance estrema – praticata dalla Galindo – che gli artisti rischiano di diventare prigionieri del loro, talvolta inquietante, autocompiacimento, alimentando un’anestesia collettiva che nega dignità e voce «al dolore dell’altro». Un cortocircuito che sgomenta quelli che all’arte chiedono parole di libertà, non solo nuovo, forse più gratificanti, gogne o prigioni.
Disagio, ingiustizie, macismo, competizione, arroganza, corruzione, enormi ipocrisie, mafia, connivenze, beceri compromessi, …. sono una miscela esplosiva.
Catania è anche questa, e non possiamo nasconderlo.
La tragedia era nell’aria, solo che questa volta si è intrecciata con il calcio e ha coinvolto un onesto poliziotto e i suoi affetti più cari (due elementi che hanno portato tutto alla ribalta internazionale).
Esistono però tante, sicuramente meno eclatanti, tragedie a Catania, che non fanno notizia.
Inutile sottolineare che il calcio è un pretesto per scaricare questa rabbia e questa follia collettiva in modo scientifico e organizzato.
Il “vero catanese” è maschio, forte, non si fa mettere i piedi in faccia (piuttosto li mette), per lui le femmine o sono sante o sono puttane o comunque da sottomettere o da insultare (anche allo stadio). Dove scaricare questa virilità, questa violenza? Contro chi? Allo stadio dicono tutti.
[Magari fosse solo allo stadio – n.d.r.] In casa dico io, dentro la vita domestica anche di famiglie apparentemente tranquille e per bene. A scuola contro chi non si adegua o è diverso. Nel lavoro se qualcuno per caso decide di pensare con la propria testa. Nel quartiere se ti rifiuti di far parte del branco e non riconosci chi è il capo.
A me piace tantissimo andare allo stadio, lo trovo uno spettacolo immenso, e lo considero un mio diritto e me lo voglio riprendere, a Catania, insieme al diritto di poter pensare con la mia testa, di poter gridare contro i potenti e i prepotenti, insieme al diritto di vivere il mio essere maschio senza per questo essere violento e violentatore, ma occupandomi dei miei figli, della casa, andando allo stadio senza insultare le madri o le mogli di nessuno, pieno di dubbi, pauroso e fragile.
scusate il disturbo
Toti
Vittorio Zucconi
Cenerentola scende in guerra contro il big business e lo fa tremare come i sindacati non sanno più fare. Si sono stancate e sono tante, quel milione e centomila Cenerentole sottopagate rispetto ai maschi, irrise, discriminate, che lavorano nel castello del più grande dei grandi magazzini del mondo, la Wal-Mart americana, mille e 92 ipernegozi in sei Paesi e 1 milione e 800 mila dipendenti, e non chiedono scarpine di cristallo, ma salari equi, promozioni e dignità.
Soprattutto pretendono di non sentirsi più chiamare «bambola» dal direttore del negozio e di non essere più invitate «a farsi belle», se vogliono fare carriera.
Ma fatti bello tu, rispondono le impiegate della Wal-Mart che hanno ottenuto ieri, nonostante la disperata difesa della controparte che gli aveva sparato contro ogni cavillo e tecnicalità escogitate dai suoi formidabili legali, il diritto di portare in tribunale questo datore di lavoro colossale che esse accusano di “sexual discrimination”. Nel linguaggio della giurisprudenza americana, si chiama class action, un´azione legale avanzata da un gruppo di persone a nome di un´intera “classe” (curioso residuo di semantica marxiana) di presunti danneggiati.
Di queste class action, di querele collettive, i tribunali americani traboccano, dai casi famosi dei fumatori contro le produttrici di sigarette alle più oscure e quotidiane azioni di abbonati contro società telefoniche, sovente chiuse con transazioni private. Ma il caso delle “Cenerentole contro Wal-Mart” è qualcosa di assai più imponente della solita causa intentata dai cacciatori di ambulanze. Lo è per le dimensioni dell´accusato, questa catena di mega empori nella quale un cliente potrebbe entrare neonato e uscire soltanto per la sepoltura, trovando dentro tutto, dalle culle ai farmaci, dal cibo al mobilio. Lo è per la quantità delle querelanti, quelle donne che formano il 60% del personale ma soltanto il 14% delle dirigenti. Respinte dall´amministratore delegato che si fa fotografare stravaccato su una poltrona a forma di scarpa da donna leopardata con tacchi a spillo.
Ma lo è soprattutto per la sfida a una cultura aziendale, a un nuovo modo di concepire il business nel tempo della rivincita schiacciante della proprietà sui sindacati. La class action contro la catena degli empori sconto fondata da Sam Walton in un paesino dell´Arkansas con la semplice idea di vendere con margini di profitto inferiori per vendere di più, attacca un impero che aveva vissuto e governato se stesso come una nazione indipendente, forte del proprio successo. Per «vendere tutto a meno», come vuole lo slogan della Wal-Mart, il signor Walton (uno dei finanziatori della carriera di Bill Clinton, suo concittadino in Arkansas) semplicemente pagava meno i propri impiegati. Aveva proibito i sindacati ed evitato, inizialmente, di pagare le assicurazioni sulla salute.
Aveva assunto preferibilmente femmine, e non particolarmente qualificate, giudicandole più docili. E aveva continuato a espandersi, dal primo negozietto dell´Arkansas nel 1962 ai più di mille di oggi, sparsi negli Usa, in Messico, in Irlanda, persino in Giappone, sotto una maschera nipponica. Nessuno al mondo vende più prodotti, o più giocattoli, di Wal Mart, che ricava 11 miliardi di dollari di profitti netti su 315 miliardi di vendite ed è, con il suo milione e 800 mila dipendenti il primo datore di lavoro americano, persino più del Pentagono. Una “fairy tale”, una favola per studenti di economia e commercio, che aveva diffuso un´aura di “tutti felici e contenti” dentro i suoi immensi hangar di mercanzia senza pretese estetiche, grandi fino a 24 mila metri quadrati, tre campi di calcio regolamentari. Senza contare la colata di asfalto per il parcheggio esterno, grande il doppio.
Troppo grande ormai, e troppo prepotente, questo castello del consumismo che piomba su contee e paesi e fa il vuoto della concorrenza in pochi giorni, per non attirare invidie, marce, petizioni, rivolte di comuni, picchetti e ora la ribellione delle sue donne. I documenti presentati dagli avvocati delle querelanti, ufficialmente cento di loro a nome del milione e più di sorelle, sono implacabili e i tre giudici della corte d´appello federale chiamati a giudicare la proponibilità della causa hanno dovuto arrendersi all´evidenza e permettere il processo. Soltanto il 14% dei “capi e capetti” sono femmine, contro il 60% che è la media nelle altre catene commerciali. Una donna deve attendere in media otto anni per essere promossa a “vice manager”, mentre per un uomo bastano due anni e mezzo. La retribuzione media di una commessa è di mille e 100 dollari annui inferiori a quella di un pari grado maschio e dove finisce la quantificazione del trattamento discriminatorio comincia la lunga lista della insensibilità maschilista.
Le riunioni di lavoro sono organizzate nei ristoranti “Hooters”, il cui piatto principale sono i prorompenti seni al vento delle cameriere o addirittura in “strip club”. La manager di un negozio in Arizona è pagata meno del collega perché «non ha l´equipaggiamento giusto». La spiegazione giudaico-cristiana di un capo in South Carolina alle aspiranti manager è che «Dio creò prima Adamo e poi Eva, dunque le femmine vengono sempre dietro i maschi». E la definitiva analisi sociologica del principale in Florida, secondo il quale «voi donne venite qui soltanto perché siete casalinghe alla ricerca di una paghetta e non per lavorare seriamente».
E dunque, anche scontando le naturali esagerazioni aneddotiche di ogni querela, non il solito caso di querela per danni. È un processo a una cultura, sia maschile che aziendale, quello che vedrà opposte le donne di Wal Mart al king kong del discount. È una messa in discussione del nuovo modo di fare business nell´America che sta cercando di scrollarsi di dosso definitivamente i sindacati chiudendo e delocalizzando le linee di produzione, ma che scopre un nuovo e ancora più micidiale avversario: non più il mesto Cipputi in tuta ma la furiosa Cenerentola in grembiule.
Dal sito della Libera Università delle donne
Seminario A partire da …… Letture d’archivio e testimonianze sulle lotte di liberazione delle donne a partire dal corpo/identità di genere.
Roma 27 gennaio 2007 ore 10.00 – 18.00
Casa Internazionale delle Donne Via della Lungara, 19 Roma
(Ingresso Via della Penitenza, 37 II piano)
Relazione di Sonia e Maria Grazia (gruppo donne CSOA Ex Snia Viscosa);
Emanuela Rita e Olivia (Assemblea femminista di Via dei Volsci 22)
La proposta di partecipare alla costruzione di un convegno sulla sessualità a partire dalla lettura di documenti d’archivio ci è arrivata nel momento in cui cercavamo di precisare i contorni di una riflessione sul corpo che tenesse insieme la sessualità e la salute ed alcune di noi (le scriventi, quelle che partecipano a questo convegno) hanno visto in questo convegno un’occasione di scambio con altri gruppi di donne di età ed esperienze diverse su un tema che ci sembrava difficile affrontare.
Il nostro primo istinto è stato quello di impostare la nostra partecipazione a partire da un confronto tra esperienze politiche: quelle che facciamo noi oggi e quelle che hanno fatto le donne che hanno scritto quei documenti. Primo passo è stato dunque quello di provare a raccontarci, a raccontare i gruppi di cui facciamo parte.
I nostri rispettivi gruppi (alcune di noi fanno parte dell’assemblea femminista del 22, altre di un gruppo di donne del csoa ex-snia) si sono costituiti proprio per rispondere al sistematico e sempre più insistente attacco all’autonomia delle donne nelle scelte che riguardano la nostra vita e in primo luogo il nostro corpo.
Abbiamo sentito in molte come insostenibile il tentativo a livello regionale di stravolgere l’impianto e la finalità dei consultori familiari e a livello nazionale di legiferare sulla procreazione medicalmente assistita, chiari esempi della volontà di affermare il principio del controllo di stato sui nostri corpi, sui nostri desideri, sulle nostre scelte.
I nostri percorsi e discorsi sulla salute sono partiti da qui, con la consapevolezza quasi immediata che su questo terreno si giocava qualcosa di molto più grosso del semplice “servizio alla persona”: si giocava il tentativo di controllo del nostro corpo e quindi di noi stesse, agito dallo stato (e dalla chiesa), davanti al quale è emerso il nostro bisogno di riappropriarci della prima e dell’ultima parola, il bisogno di conoscere e ascoltare il nostro corpo, nei suoi desideri e nei suoi malesseri, il bisogno di non vivere più passivamente il rapporto con la medicina e con le istituzioni mediche, interrogandole e controllandole, informandoci, parlando tra di noi, costruendo un nostro sapere basato sulle esperienze. In questo anno abbiamo seguito l’attività di vari consultori e della consulta, abbiamo monitorato l’attività dei prontosoccorso nell’obiettivo di sapere e sperimentare in prima persona le difficoltà che ogni donna incontra anche nella semplice richiesta di un servizio come la contraccezione d’emergenza, abbiamo creato occasioni di confronto con ginecologhe e operatrici dei consultori. Abbiamo sentito il bisogno di condividere questo sapere pubblicamente, anche con donne non interne a percorsi politici o che non frequentano luoghi dove è possibile informarsi o confrontarsi su queste tematiche, e abbiamo tentato di avviare un dialogo che fosse una nuova fonte di conoscenza per tutte: abbiamo prodotto e diffuso opuscoli e questionari, organizzato iniziative nelle piazze, occupato simbolicamente alcuni consultori in varie zone di Roma.
Il nesso tra il tema della salute intesa come riappropriazione del corpo e la sessualità ci è apparso, nei nostri percorsi, via via più chiaro e imprescindibile. E tuttavia ci sembra che tanto nella nostra esperienza quanto in quella di altri gruppi e collettivi femministi un discorso radicale ed esplicito sul tema della sessualità sia mancato. Abbiamo così letto con interesse i documenti che ci sono stati sottoposti. La lettura è stata guidata da un interrogativo di fondo: come veniva affrontato dal movimento femminista degli anni ‘70-‘80 il discorso sulla sessualità? Con che linguaggio, con quali contenuti, quali consapevolezze o difficoltà, quale concretezza, quali proposte di azione e trasformazione dell’esistente? Ragionare su questo ci ha portate contemporaneamente a chiarirci sulle modalità con cui noi, femministe del 2000 (senza movimento), stiamo affrontando il discorso sulla sessualità nel nostro percorso politico e personale.
Una delle prime considerazioni che ci sentiamo di fare è che il nostro discorso sulla sessualità è cambiato mentre lo affrontavamo, mettendo in discussione le nostre concezioni e dandoci una nuova (ma non definitiva) consapevolezza politica.
In questo senso i testi letti (estratti di documenti di Carla Lonzi, Lea Melandri, Cloti, il Movimento femminista romano, il Consultorio autogestito di San Lorenzo, il Crac, il Cli) ci forniscono la testimonianza della netta presenza di un discorso “pubblico” sulla sessualità, a fronte dell’assenza di questo discorso nella nostra azione politica. Non che oggi di sessualità non si parli, ma questo discorso fatichiamo a portarlo avanti con continuità e soprattutto fatichiamo a portarlo all’esterno dei nostri luoghi protetti e a renderlo visibile. I documenti invece ci parlano di un discorso essenziale, sostanza del femminismo, punto di partenza della presa di coscienza delle donne sull’oppressione subita nelle relazioni sessuali e sociali codificate e vero momento di rottura. Il linguaggio di questi documenti ci colpisce: è diretto, immediato, forte, non usa giri di parole per sfumare e addolcire i contenuti, non si preoccupa delle reazioni delle interlocutrici, delle fratture che può provocare, della difficoltà di comunicazione con altre donne, delle contraddizioni delle vite delle singole. Anzi, parla proprio a quelle contraddizioni, è provocatorio, segna la fine dell’epoca delle mediazioni, dell’accettazione, del mancato rispetto di sé. E’ un linguaggio radicale che esprime un’analisi radicale, frutto di un percorso collettivo di presa di coscienza basata sullo scambio di esperienze.
Ci siamo chieste: quest’analisi è la nostra analisi, questo linguaggio è il nostro linguaggio? Leggendo questi documenti sentiamo di condividerne il messaggio e l’impianto, il linguaggio ci colpisce e ci affascina, ci sentiamo parte di una storia comune, però conosciamo la differenza dei nostri discorsi, del nostro linguaggio e del nostro percorso politico. I documenti con cui sentiamo una maggiore vicinanza sono quelli legati alle attività dei consultori autogestiti, a una pratica territoriale, alla pratica dell’aborto, ma quelli che ci interrogano di più e ci mettono più in discussione sono gli altri, quelli che ci parlano di sessualità, di piacere e di relazioni, che ci propongono una lettura dei rapporti tra i generi e un’analisi dell’oppressione e delle violenze subite dalle donne senza ricorrere a giri di parole o di pensieri.
C’è un aspetto in particolare, presente o presupposto in tutti i documenti proposti, su cui si è concentrata la nostra riflessione, cioè la messa in discussione della sessualità maschile procreativa imposta in quanto norma sessuale e l’individuazione della responsabilità dell’uomo nel provocare gravidanze non volute.
E’ chiaro quanto questo discorso sia alla base di una lettura di genere della sessualità, delle relazioni e dei rapporti sociali e quanto non venga mai esplicitato in questa forma chiara nei nostri percorsi politici. Da sempre siamo abituate a porci in un atteggiamento di difesa nei nostri rapporti eterosessuali, assumendo il carico e la responsabilità della contraccezione, sapendo di non poterci fidare dell’altro con cui pure la maggior parte di noi sceglie di avere un rapporto intimo e di amore. Questa nostra assunzione di responsabilità nella contraccezione viene sicuramente da una presa di coscienza collettiva di alcune dinamiche interne alle relazioni, però è ancora chiaramente un palliativo. Nonostante la sessualità procreativa non ci appartenga, ne assumiamo psicologicamente e fisicamente le conseguenze affidandoci a noi stesse, alla nostra coscienza e al nostro senso di responsabilità e cercando di limitare i danni della sopraffazione che subiamo. Ci sembra che questo atteggiamento di difesa invece che di conflitto accomuni negli ultimi anni molti percorsi di donne e femministe: la nostra voce esce fuori pubblicamente e collettivamente nella difesa dei diritti e degli spazi di autonomia conquistati nelle lotte passate ma non esprime necessariamente una critica radicale dei rapporti tra i generi, anzi troppo spesso gli uomini sono chiamati a condividere i nostri percorsi e i nostri momenti di lotta, come se nel frattempo i rapporti tra i generi si fossero effettivamente trasformati.
È stato a partire da queste considerazioni che ci siamo interrogate su quella che secondo noi è una difficoltà diffusa non tanto a parlare di sessualità, quanto a farlo a partire dalle proprie esperienze concrete, che possono essere molto differenti e potenzialmente conflittuali. Ci siamo domandate se questo non sia in parte da attribuire al fatto che negli anni è venuta a mancare al femminismo una pratica di movimento che permetteva l’incontro ed il confronto tra donne portatrici di storia, bisogni e consapevolezze differenti. Ci sembra che dopo le rotture dirompenti di cui ci parlano, tra gli altri, i documenti che abbiamo letto, ci sia stata in qualche modo un’evoluzione in senso teorico della discussione sulla sessualità a scapito della pratica del confronto concreto, anche conflittuale, sulle esperienze.
Ci siamo anche domandate se l’abbandono di pratiche fondate sulla concretezza dei corpi, come ad esempio il self-help, sia parte di questo processo. Pur avendo avviato nelle nostre realtà un percorso sul corpo e sulla sua riappropriazione, soprattutto a partire dal controllo sulla nostra salute, non abbiamo mai praticato il self-help. Ci siamo confrontate con il dominio totalizzante che il potere medico agisce sul corpo delle donne, pretendendo di detenere il monopolio dei saperi su di esso, e ci siamo rese conto che riappropriarci della conoscenza e del rapporto intimo con il nostro corpo è un momento fondamentale della nostra presa di coscienza personale e politica: in questo senso la pratica del self-help, nata all’interno di un movimento più ampio che aveva alla base l’idea della riappropriazione, consente da un lato l’assunzione diretta della responsabilità sulla propria salute e la coscienza di possedere una serie di saperi non differibili ad altri soggetti, dall’altro presuppone e contribuisce a creare un rapporto intimo con le altre donne, nella consapevolezza che il nostro corpo è il luogo in cui si incrociano, e spesso si combattono, la dimensione intima e quella delle norme sociali. Questa pratica ci affascina, la immaginiamo come possibile e al tempo stesso ci spaventa perché ci propone da un lato un’intimità e una condivisione, dall’altro una fiducia nelle nostre possibilità conoscitive a cui non siamo abituate, forse a cui collettivamente non siamo pronte: la medicalizzazione del corpo e di molte esperienze della nostra vita che ci viene trasmessa/imposta quotidianamente, ci fa sentire profondamente insicure nel momento in cui proviamo a rinunciare alla parola dell’“esperto” ma non abbiamo ancora un nostro sapere di riferimento.
Altre questioni ci sembrano poi assolutamente interne a un discorso sulla sessualità – che è un prodotto sociale e culturale – ma anche estremamente problematiche, proprio perché mettono in gioco questioni intime e profonde:
– il corpo è il luogo in cui vengono incorporate ansie che spesso si traducono nel terrore della malattia, dell’ammalarsi. Abbiamo riscontrato come la percezione del corpo e della sessualità sia legata al pensiero di malattie come l’Aids (che rende più difficile godere di una sessualità libera, per esempio una serie di esperienze come i rapporti orali vengono vissuti con ansia e timore) o come il cancro, che nella donna colpisce con maggior frequenza proprio i punti del corpo associati al piacere e che su un piano culturale e simbolico definiscono in questa società l’“essere donna” (il seno, l’utero-vagina).
– a fronte di un discorso di “liberazione” sulla sessualità e della liberalizzazione dei costumi nella nostra società, ci ritroviamo a fare i conti con una sessualità che a livello mediatico è sempre più pervasiva, esibita, falsamente disinibita, merce di scambio, o merce per vendere altra merce, che crea una norma “corporea”, un modello che più o meno coscientemente entra in gioco nella relazione con il proprio corpo.
– parlare di sessualità significa parlare di relazioni, e dunque del confronto e dei conflitti con l’altro/altra: qui entrano in gioco le esperienze ed emozioni rimosse, le pratiche di dominio o sottomissione, il bisogno di fusione con l’altro/altra che annulla la coscienza della soggettività individuale, la sopportazione o l’accettazione di ciò che sappiamo non dovremmo sopportare né accettare, le ansie da prestazione, la sessualità come mezzo di riconciliazione o di scambio, l’accettazione di standard sessuali considerati presupposto di una relazione felice, ecc…
– la famiglia è poi, ancora oggi, quel nucleo in cui la donna deve assumersi la responsabilità di un’incessante attività di cura resa tanto più necessaria e disperata dallo smantellamento dello stato sociale, elemento fragile del mercato del lavoro, corpo funzionale e non desiderante, che non deve avere tra le sue aspirazioni primarie quelle dell’appagamento di sé.
– la tendenza all’individualizzazione del rapporto con i propri problemi e difficoltà (psicologici, di relazione, sessuali ecc.) considerati come qualcosa di privato e quindi non socializzabile. Non riconoscendo, o non volendo riconoscere, la matrice comune e di genere della maggior parte di essi, ci si affida più facilmente all’esperto che ai discorsi e alla pratica tra donne.
Avviare un confronto sulla sessualità che superi queste difficoltà presupporrebbe uno spazio in discussione in cui sia praticabile sul lungo periodo un percorso di presa di coscienza. Questo richiederebbe alcune condizioni che nei nostri gruppi in questo momento non si verificano: ad esempio un numero ristretto e stabile di donne partecipanti, o la chiusura verso l’esterno che consenta una maggiore intimità e che ci faccia sentire interne a un percorso di crescita comune. La scelta di questa pratica rimane per il momento nei nostri gruppi una questione aperta.
Per concludere ci sembra che, attraverso il confronto di questi mesi tra di noi e con i documenti, il nostro dibattito si sia orientato intorno a due nodi centrali:
1) il potere della “norma” nelle nostre esistenze e nella percezione di sé.
Ciò che si allontana dal modello socialmente dominante diventa patologico, anormale. Il paradigma “della norma”, al di fuori del quale risulta arduo percepirsi, viene a essere in-corporato cioè inserito dentro di sé senza mediazione critica, creando un bisogno di adesione allo standard.
E’ a partire da questa riflessione che ci sembra necessario sperimentare il tentativo di pensare il corpo al di fuori dei modelli (medico, estetico, sessuale, ecc…) e, in quest’ottica, la messa in comune di esperienze e percezioni che partano dalla propria storia diventa parte centrale di un percorso di lotta e cambiamento.
2) il corpo e la sessualità come luogo di passaggio tra l’individuale e il sociale.
Abbiamo sperimentato la difficoltà a parlare di sessualità se non all’interno di una più ampia riflessione sulla realtà (sulle relazioni, sui rapporti sociali). Per questo parlare della nostra sessualità significa, per esempio, confrontarsi con la violenza che, anche solo a livello di immaginario, tende a essere prodotta e riprodotta nelle nostre relazioni. Ci sembra quindi che un discorso sulla sessualità per essere realmente dirompente debba essere inserito all’interno di pratiche che mettano in discussione in modo più ampio l’esistente.
Furio Colombo
Ha ragione Roberto Benigni (striscia rossa de l’Unità, 2 febbraio), «Veronica Lario non è sola. Siamo almeno 50 milioni di italiani che dovrebbero pretendere delle scuse pubbliche da Silvio Berlusconi».
Infatti in che cosa consiste lo «scandalo Lario» che in tanti si sono precipitati a contenere, sminuire, ridicolizzare, trasformare in tipica disputa coniugale? Per la prima volta qualcuno, con la competenza e la responsabilità per farlo, ha detto chiaro a Berlusconi chi è, cosa fa, come si comporta, come sta usando le sue risorse, il suo potere, il suo tempo. Ha trovato indecoroso il comportamento dell’uomo che si è sempre autodichiarato «il migliore» nei molti suoi campi di attività. E gli ha detto in modo perentorio di chiedere scusa in pubblico.
Diciamo la verità. È poco importante che Veronica Lario abbia avuto motivazioni private. Il gesto è pubblico e da quel momento ci riguarda tutti.
E diventa inevitabilmente «a nome di tutti», salvo coloro che vorranno dissociarsi esclamando, come hanno fatto tanti negli ultimi dieci anni, «ma no, è un santo!».
Personalmente non posso non notare una coincidenza che mi serve per sentire un po’ meno la solitudine, nella mia ostinazione a indicare Berlusconi come un pericolo per la Repubblica. Posso sperare che anche Veronica Lario si senta meno sola quando dice, con motivazioni simili, che Silvio Berlusconi è un pericolo per la famiglia. E benché parli di una sola famiglia, fa capire bene di quali «valori» il nostro eroe è portatore mentre si mostra – per compiacere i vescovi – difensore coraggioso e instancabile di tutte le famiglie.
Ciò che Veronica Lario, in una lettera non tanto coniugale e non tanto privata, ha detto di Silvio Berlusconi, già governatore d’Italia e adesso governatore dell’opposizione (uso il termine per far capire che tutto ciò che Berlusconi fa è spettacolo intorno alla sua persona senza alcun riferimento alla funzione istituzionale) non l’aveva mai detto nessuno. Tutti, dall’alto al basso della vita italiana, hanno fatto finta che Berlusconi fosse vero, che le cose da lui annunciate fossero accadute, che il suo prestigio (e non la barzelletta che cammina) attraversasse il mondo, che l’Italia, ignorata e declassata in tutte le possibili valutazioni internazionali, fosse sul punto di scalare i vertici del pianeta, che le benevole pacche sulle spalle del presidente Bush avessero a che fare con la politica internazionale, che Berlusconi fosse stato davvero insignito, sulla portaerei privata a pagamento Forrester (che di solito viene affittata per feste aziendali e matrimoni) di un vero premio della Nazione americana, conferito a lui come simbolo dell’Italia. Hanno accettato di credere che Berlusconi avesse spinto Putin nelle braccia dell’America (o il contrario) dato il suo irresistibile cocktail di charme e potenza, che gli ospiti internazionali non si fossero accorti del penoso carnevale messo in scena a Pratica di Mare, statue finte di fibra di resina e cieli di cartapesta; e che nessuno avesse notato l’abitudine costante non solo a dire e a negare di avere detto, nonostante filmati e registrazioni (che però venivano prontamente ritirati) ma anche a mentire, colto sul fatto a causa di scene penose come il finto corteggiamento a una austera signora poco incline all’umorismo e allo scherzo come la Presidente finlandese.
L’intera classe dirigente e mediatica del nostro Paese ha finto di credere che – all’ora X – tutti gli ambasciatori della Repubblica sarebbero diventati promotori aziendali premiati con i punti meritati dai contratti di vendita. Ma Veronica Lario, coraggiosa e solitaria protagonista del nostro tempo in un Paese in cui ha dovuto parlare in luogo di decine dei più autorevoli commentatori politici di grandi quotidiani e di televisione, ci viene in aiuto su un punto cruciale delle battaglie condotte da questo giornale.
Ricordate? «Basta con l’antiberlusconismo. Con l’antiberlusconismo non si va da nessuna parte. Se l’antiberlusconismo è l’unico collante, resteremo altri vent’anni all’opposizione».
In tanti sapevano che l’antiberlusconismo non era l’ossessione per una persona ma la lotta contro un prepotente e dilagante modello di vita centrato sul culto ossessivo di una sola persona, in grado, a causa della sua ricchezza, di nutrire a volontà quel culto.
Ora Veronica Lario ha dimostrato, con semplicità e chiarezza che fa giustizia di decine di saggi, articoli, editoriali e convegni, che dire a Berlusconi la verità su di lui funziona. Lui – si è visto – può solo rispondere come ha risposto, con niente. Ma per domani, non appena riprende la sua normale attività di prevaricazione costante sui media italiani e di intimidazione su chi gli dà torto («criminali» le leggi, «omicide le testate», da mettere fuori gioco le persone) esiste almeno un criterio di giudizio, un «modello Berlusconi» fornitoci da una persona che lo conosce bene e lo ha valutato da vicino, con pazienza e con cura. E ha ritenuto, certo non a caso, di condividere con tanti italiani a cui veniva detto di lasciar perdere, la sua persuasione che il problema Berlusconi c’è, eccome. Lui, che aveva istruito i suoi dipendenti aziendali e politici a intimare ogni volta a ogni oppositore «chiedete scusa» (nella confusione mediatica c’è stato persino chi lo ha fatto davvero) questa volta è stato costretto a presentare le sue scuse, sia pure a vuoto, sia pure vistosamente inutili.
Lo ha fatto perché la descrizione di sua moglie (o ex moglie) è stata devastante. La cittadina Veronica Lario ha difeso «valori che io insegnerò ai miei figli» raccontando lo scandalo del cattivo squallido esempio del coniuge o ex coniuge. Ha toccato i due punti essenziali del ritratto di un uomo senza qualità: l’indecorosità ridicola del comportamento che – se scredita nel privato una famiglia, scredita certo in pubblico tutto un Paese, Istituzioni, cittadini e media. Ha posto la questione che tanti autorevoli italiani hanno scelto di non notare: la dignità. È tutta qui, in questa parola e nel suo drammatico, semplice significato, l’opposizione spontanea di tanti italiani, dai girotondi ai blog, dal milione di Piazza San Giovanni ai tre milioni del Circo Massimo, ai quattro milioni che hanno votato spontaneamente Prodi alle primarie. Ora Veronica Lario alza la testa e, con i suo figli accanto, reclama con fermezza quel rispetto per la dignità delle persone che è mancato all’Italia da quando spadroneggia (al governo o alla opposizione) Berlusconi.
E ha coniato – prendendola a prestito dalla letteratura – una frase per descrivere un Paese sano che, messo nelle mani di Berlusconi, è diventato «la metà di niente». Spero che la splendida espressione verrà ricordata da chi si troverà prossimamente in Tv a discutere di economia, di finanziaria e di tasse con chi ha ridotto l’Italia alla metà di niente. Beato quel Paese che – per dire e sapere la verità – non ha bisogno di mogli umiliate e offese.
Ma nel silenzio di buona parte delle più autorevoli voci italiane, non ci resta che dire grazie a Veronica Lario e al suo girotondo.
furiocolombo@unita.it
Emozioni in video. Come l’incontro con la sofferenza diventa stimolo a una conoscenza più profonda di sé e a una comunicazione più fine e creativa. Attraverso l’esperienza e i video dell’artista Emilia Rebuglio, realizzati con la collaborazione di Giovanni Parea, vi invitiamo alla scoperta di un modo luminoso di esprimere emozioni.
Introdurranno l’incontro Zina Borgini e Luciana Tavernini. Organizzazione tecnica di Andro Barisone e Roberto Meda.
Ho conosciuto Emilia nel 1995 , amica di un amico comune, Andro.
Abbiamo fatto il viaggio insieme da Milano a Pavia, per andare a tenergli compagnia durante una degenza ospedaliera.
Sono rimasta subito attratta dalla passione dal calore con cui si rapportava a lui, per l’amore e la gioia che trasmetteva in parole raccontando come si erano conosciuti e di quante situazioni aveva poi condiviso nonostante la differenza di età: erano stati compagni di scuola all’Istituto d’arte Beato Angelico, lei, donna già adulta e sposata, lui poco più che un ragazzino. La loro amicizia non si è mai interrotta sino ad oggi.
Durante quel breve ma intenso viaggio Emilia mi raccontò che dopo aver frequentato il Beato Angelico dove si era diplomata come maestra d’arte, aveva frequentato l’Accademia di Brera e la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove si era laureata. Che si era cimentata con la scultura e aveva partecipato a parecchie mostre, che aveva insegnato in alcune scuole medie di Milano e che dopo aver frequentato un corso di specializzazione per Handicappati psicofisici aveva deciso di insegnare all’Istituto Don Gnocchi.
Proprio qui per agevolare i suoi allievi che erano soliti mettersi in bocca la creta e le terre che usava per plasmare, aveva inventato un materiale manipolativo non tossico
Mi raccontò che in seguito quando aveva smesso di insegnare aveva aperto con il marito e i figli un negozio di arredamento “La chiave di volta” questo materiale le aveva procurato molto guadagno con le sculture e gli oggetti d’arredamento che plasmava.
Quando ci siamo conosciute Emilia era impegnata in questa attività commerciale sul Naviglio a pochi passi dalla casa di Alda Merini, così mi deliziò con i racconti dei suoi scambi con la poeta, della loro amicizia e delle visite giornaliere di Alda che sempre carente di soldi le vendeva le sue poesie, un fluire di aneddoti singolari che caratterizzavano la sua quotidianità.
E mentre si raccontava, io restavo sempre più affascinata dal modo in cui brillavano i sui occhi, dall’amore con cui disquisiva delle cose che faceva, dall’entusiasmo e dall’ottimismo con cui parlava.
La vita poi ci ha portate per strade diverse e da quella volta ho rivisto Emilia l’anno scorso dopo che Andro mi ha portato in visione dei suoi cd di videoarte e mi ha raccontato che Emilia si era trasferita in una casa di campagna sul Po’ per facilitare la mobilità e la vita al suo compagno di sempre, Giovanni,che è stato colpito da una grave malattia.
Costretta in casa per molta parte del giorno, Emilia si incupisce, si sente isolata, allora si mette in ricerca, non sa bene di cosa. Un suo cugino le mostra le possibilità del video, incomincia ad interessarsi e a lavorare con un programma di immagini. Quello che inizialmente le sembra un gioco schematico e molto tecnico, diventa poco a poco un impegno serio, il pc il suo scrigno dove giorno dopo giorno elabora piccoli gioielli di emozionalità. Da un anno a questa parte ho incontrato parecchie volte Emilia a casa sua e abbiamo passato molto tempo a guardare i suoi video, a discuterne a vederli crescere e trasformare e mi è venuta la voglia di renderli pubblici. Ho dovuto cercare aiuto per fare questo, perché era talmente alta la mia emozionalità quando affrontavo Emilia che avevo il timore di esserne offuscata e di non poter fare una lettura del suo lavoro, ho chiesto a Luciana di accompagnarmi di scavare con me in questo desiderio ed ora siamo qui a proporvelo.
Testo scritto per queer (Liberazione) – ma non pubblicato
Stefano Ciccone
Car* queer,
ti scrivo per riproporre di nuovo all’attenzione un tema che in diversi momenti è stato oggetto delle tue pagine: mi riferisco al sesso maschile nella sua doppia accezione come organo e come e pratica. Forse già in questa unificazione di due “oggetti”, o meglio di un oggetto e di una esperienza stanno molte delle cose che vorrei dire.
Parto da una rettifica dell’intervento che come maschileplurale abbiamo proposto sul numero di novembre: facevamo riferimento alle email che inondano la nostra posta le elettronica proponendoci viagra e strumenti chimici e meccanici. Il taglio di un “non” ha fatto cadere il paradosso su cui volevamo riflettere: infatti questi ritrovati non ci propongono maggior piacere, un orgasmo più intenso, un’esperienza sessuale più appagante ma ci garantiscono di non sfigurare con la nostra partner, di non lasciarla delusa, di poter emulare le performance di un attore porno. Lasciamo stare per ora la povertà di una sessualità che affidi esclusivamente alla capacità erettiva del nostro “organo” la soddisfazione sessuale della nostra compagna. Mi interessa ora guardare a come nell’immaginario maschile la prestazione sia prioritaria rispetto al proprio stesso piacere. Forse, addirittura questa riduzione della propria sessualità a luogo di verifica della propria virilità implica l’impoverimento della propria esperienza, l’incapacità a “espandere” la propria capacità di provare piacere.
Nello stesso numero di queer Gaia Maqi Giuliani parte dalla stesso riferimento alla pubblicità del viagra per intraprendere una strada molto diversa, quasi opposta che propone di considerare il pene come uno dei tanti strumenti per dare piacere, associandolo a un dito o un dildo, superando anche, come dice, un’ostilità propria del femminismo degli anni settanta alla penetrazione e all’organo sessuale maschile che la prospettiva queer è tornata a valorizzare.
Gaia ci dice che il piacere può anche essere simbolico: piacere nel vedere o sentire qualcun’altr* che prova piacere o meglio nel far provare piacere con il proprio pene o il proprio dildo.
Questa esperienza in me riecheggia una sensazione credo molto comune tra gli uomini e di cui sento di dover diffidare. Non si tratta infatti di un generico “altruismo” contrapposto all’egoismo dell’uomo che “si prende il suo piacere” senza ascoltare quello della donna, ma anche di un esercizio di “controllo” del corpo: del proprio corpo e di quello della donna. Nel coito interrotto (una pratica “contraccettiva” ancora diffusissima) la mia capacità di controllare il mio corpo è condizione per “ottenere” il piacere della donna e proprio l’orgasmo di lei (quante volte simulato in questo gioco di specchi) è il segnale-condizione per il mio godimento facendo apparire i due piaceri per un verso contrapposti e per un verso legati più sul piano simbolico e immaginario che corporeo. Ma di che natura e che qualità è quel piacere o quell’eccitazione che viviamo nello sperimentare il potere-controllo sul nostro corpo e sul corpo dell’altra che “portiamo” al piacere ( o ci illudiamo di farlo?).
Ma, come Gaia ci ricorda, un pene non è una zucchina: questa non solo non eiacula, ma neanche è capace di provare piacere. Ora ho paura che sia i pubblicitari del viagra che il movimento queer vogliano ridurre il mio pene a una zucchina (che, per quanto riguarda la capacità di percepire piacere è paragonabile a un astratto simbolo fallico seppur meno autorevole).
Perché la mia prospettiva politica ed esistenziale resiste a questa riduzione?
Innanzitutto perché credo che la riduzione del proprio corpo a “strumento” da parte del maschile sia inscindibilmente legata ad una operazione di potere simbolico e al tempo stesso di immiserimento della nostra esperienza umana.
In secondo luogo perché non credo che il terreno del simbolico sia un luogo neutro ma al contrario oggetto di un conflitto continuo tra normatività e soggettività. Miseria e esercizio del potere sono parte della costruzione sociale del maschile che ne deriva.
Torno per comodità al testo di Gaia che dice: “il piacere simbolico che chi “possiede” il dito-dildo ottiene nel “dare”o addirittura nel “subire una fellatio” non è cosa da nulla”. Ecco. In cosa consiste questo piacere simbolico? Cosa rivela? Io credo che il fatto che la fellatio sia in tutte le indagini rappresentata come una fantasia erotica degli uomini non rimandi tanto alla capacità di provare piacere del nostro “sesso corpo” ma all’eccitante immagine di una estrema violazione con il nostro “fallo zucchina” della bocca della donna. Pratica che molte donne rifiutano un po’ schifate confermandone la valenza simbolica di ulteriore soglia di verginità. Questa fantasia rimanda credo all’immagine più volte proposta nelle nostre riflessioni della scissione maschile tra propri bassi istinti e relazioni in cui anche alcune pratiche sessuali vengono relegate alla fantasia o, come raccontavano le prostitute intervistate nel numero speciale di “diario” dedicato allo stupro, al rapporto dove pago e faccio quello che non farei con la donna che amo e che rispetto.
Ma del sesso orale ho gia letto nel dialogo tra Aldo Nove e Elena Stancaneli sempre apparso su queer. Ed anche lì sono rimasto perplesso: il confronto tra l’esperienza maschile e femminile riproponeva un luogo comune di un piacere femminile “difficile da trovare” (sia topograficamente che come esito del rapporto sessuale) da parte del maschio impacciato e di un piacere maschile banale, esteriore, scontato. Forse l’eccitazione maschile per questa pratica è legata al fatto che la donna si inchini a baciare quelle nudità cosi sconce da condannare, come ci racconta sullo stesso numero Roberto Gigliucci, Cam e la sua discendenza alla maledizione per non aver coperto quelle del padre Noè addormentato ubriaco. Ma anche nella mia esperienza non è per nulla scontata, proprio per l’ipersensibilità di questa parte del mio corpo e forse per il “disagio” simbolico che l’accompagna. Il pene-corpo proprio perché non solo “strumento” concreto e simbolico di penetrazione ma anche attraversato da mille terminazioni sensoriali, irrorato da vasi sanguigni e ricoperto in parte da una mucosa, è molto più sensibile, “delicato” da maneggiare di quanto la sua funzione simbolica richiederebbe. Nella riflessione sulla sessualità maschile ci sono molti tentativi (fatti un po’ a tentoni) di guardare quella complessità della nostra sessualità che il nostro discorso rende opaca: penso alla riflessione sull’essere l’erezione del nostro pene non affidata , come dice una vignetta di Altan ad un osso che resti testimone della nostra virilità dopo la morte, ma al riempimento di sangue dei “corpi cavernosi” (anche noi una caverna) che richiede un rilassamento, o alla collocazione del nostro piacere non solo pene ma tutto attorno ad esso, in luoghi interni al nostro ventre dove si trova una ghiandola spesso bersaglio di ironia, o in luoghi pericolosamente vicini a un luogo che ci potrebbe rappresentare come “penetrabili”. Questa ricerca non è ricorso alla “biologia” per ridefinire la sessualità maschile ma esplorazione del nostro corpo oltre la sua rappresentazione alla ricerca di una sua diversa esperienza possibile. Siamo certi che l’eiaculazione del nostro pene-fallo sia sempre associata ad un’esperienza orgasmica per la sua capacità di coinvolgerci-travolgerci? E quando la nostra esperienza è più intensa non è anche più “diffusa”? E quanto può incidere la nostra capacità di ascoltare e sperimentare il nostro essere corpo anziché soggetti portatori di pene-dildo-fallo?
La rappresentazione simbolica che accompagna il nostro immaginario sessuale spesso ne inverte la stessa esperienza corporea che resta invece un terreno a cui restare ancorati per disvelare la colonizzazione e la “complicità” del nostro desiderio e del nostro immaginario. Penso al sesso anale rappresentato come estrema “sottomissione-passivizzazione dell’altr* e che al contrario può rappresentare un’esperienza che contraddice la rappresentazione di una vagina passiva penetrata da un pene attivo. Non solo abbiamo capito che ciò non è vero, ma la penetrazione anale ci fa fare esperienza del ruolo “attivo” nel “lasciar entrare” il nostro pene, . Se l’aspettativa simbolica ( e con essa il disagio o l’eccitazione del caso) ci rimanda ad un’ulteriore soglia di “verginità-violazione” l’esperienza corporea della penetrazione anale ci fa conoscere in modo più nitido che il nostro penetrare non è violazione di un corpo passivo ma è essere accettati in un corpo soggetto, con propri desideri (irriducibili a specchio dei nostri), proprie dinamiche fisiologiche.
Non so se sia per subalternità ai canoni dell’eterosessualità normativa o perché la mia sessualità è parte integrante della mia esperienza esistenziale, simbolica e relazionale eterosessuale che non ho mai vissuto l’esperienza di essere penetrato. So però che l’esperienza dei miei compagni omosessuali è per me una fonte di conoscenza anche del mio corpo.
Il corpo non come destino, ne’ come lavagna bianca su cui incidere la mia “volontà” o “strumento” per la sua espressione, ma come esperienza in cui conoscere me, i miei limiti, le mie potenzialità in relazione con l’altr*. Forse dovremmo cominciare a far tornare il nostro pene ad essere parte inscindibile del nostro corpo e scoprire che il corpo non è solo strumento per andare nel mondo, per penetrare, per dare piacere ma anche “territorio” del desiderio dell’altr*, esperienza di piacere che è percezione di sé. Anche nelle sue dimensioni che percepiamo più “proiettive”, le mani che accarezzano sono anch’esse accarezzate dal corpo su cui scorrono, gli occhi, sono “penetrati” dai corpi che guardano. Il pene è luogo della nostra esperienza di piacere, di percezione in relazione con la totalità del nostro corpo. Sarebbe misero se restasse un simbolo fallico, uno strumento o una zucchina.
di Veronica Berlusconi
Egregio Direttore,
con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: ” … se non fossi già sposato la sposerei subito” “con te andrei ovunque”.
Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi “La metà di niente”. Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.
Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.
RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.
Natalia Aspesi
Alla fine, il marito irrispettoso si è pentito, almeno apparentemente, come capita nelle pochade, e la bella moglie coraggiosa, come nei romanzi per signore, ha ottenuto quel che voleva, le scuse più sentite, e sino a un paio di giorni fa negate cocciutamente, anche dopo i conciliaboli infastiditi del reprobo con avvocati e consiglieri di fiducia. Scuse pubbliche, come giustamente imposto dalla signora, magari in privato avvalorate dai soliti diamanti di cui lei deve ormai essere sicuramente sazia se non infastidita.
Silvio Berlusconi, l´uomo che non si piega, il potente circondato solo da laudatori ubbidienti e in ginocchio, il cavaliere che non deve chiedere mai, figuriamoci scusa, il simpaticone che nega sempre di aver detto quello che ha detto, il massimo tombeur de femme del nostro paese di Don Giovanni falliti, questa volta ha dovuto cedere: per amore della bella moglie e dei loro tre figli o a causa dei sondaggi (anche i berlusconiani tengono famiglia), non importa. L´Italia tutta ha fibrillato l´intera giornata, certo con più batticuore che per i pacs, in una soap opera istituzionale come non se ne erano mai viste, almeno nel nostro buon paese, dove gli uomini politici non hanno vita erotica almeno apparente e dove se non la loro prima, almeno la seconda famiglia vive in ferale armonia priva di gossip. Tutto è bene quel che finisce bene, o così si spera, anche se finora la signora tace: ma comunque la moglie offesa e combattiva ha ottenuto soddisfazione, e quel ragazzone settantenne e «giocoso» come lui si definisce intenerito, ha ribadito la sua eterna devozione, stile Beautiful, e si è pentito per le volte, una di troppo, in cui, spensierato, si è lasciato (si lascerà?) andare tra belle signore (attorno a lui il fior fiore, mai una così così) «al riferimento galante, alla bagatella (?) di un momento».
Lettera di scuse, certo, simpatica, amorosa, un po´ Scherzi a parte, però superficiale, di uno che ancora una volta non ha capito, priva cioè di anche un solo lampo di autentica angoscia per aver passato il segno forse per sempre; una lettera pubblica, come richiesto, con cui è certo, sempre non capendo, di far contenta coram populo, la sua pazientissima moglie tacitandola e riconquistandola; e di mandare in visibilio come sempre il suo popolo di veri uomini e di autentiche mogli. Al di là di quello che deciderà Veronica Berlusconi e di come accoglierà o respingerà il suo Silvio pubblicamente pentito, resta l´importanza di questa sua lettera appassionata affidata non al mezzo più consono al marito, la televisione, ma a un quotidiano a lui antipatico, Repubblica, e per conoscenza al mondo, che tante tantissime donne hanno immaginato, ma non hanno mai avuto il coraggio di scrivere al loro non più amabile compagno, nel silenzio angusto del loro privato. Un gesto audace da una persona totalmente riservata, un azzardo pubblico al di là della sua rivolta coniugale, fatto con estrema lucidità: le donne, forse persino il tipo Carfagna o addirittura Yespica, berlusconiste accanite, ne sono rimaste incantate. Da tempo, tra tanti interventi femminili o troppo cauti o incavolati all´eccesso per minuzie di genere, non si era visto, su un giornale, un manifesto politico in difesa delle donne così forte e definitivo. Un manifesto che ha detto basta per tutte loro, a una vita, dorata quella di Veronica, grigia forse quella di molte altre, in cui le delusioni, e le amarezze, e le esclusioni, e le ferite, e il senso di solitudine e vuoto, si sono accumulati per anni, insopportabili eppure sopportati. C´è una parola molto bella e ormai poco praticata che la signora usa più volte e che deve aver colpito anche Berlusconi, lasciandolo interdetto: dignità, la sua, di donna e di moglie, e quella delle altre donne e mogli, di tutte le donne e mogli; dignità troppo spesso ignorata, calpestata, neppure percepita o immaginata: soprattutto in questi ultimi anni, in cui le donne hanno ricominciato a provare paura, a temere la solitudine, ad accettare, ferite, unioni diventate umilianti pur di non affrontare le incognite della libertà.
Dignità: Berlusconi, confuso, a proposito delle sue carinerie alle troppe signore deliranti per lui e con le poppe da telepromozioni sempre mezze fuori, ignare di dignità almeno fisica; «Ma la tua dignità non c´entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore». Tipica, la frase innocente, di chi mette la moglie sul piedestallo, però si sa, l´uomo è uomo, dove è la villanata? Ma in cosa consiste la dignità per una donna, per una moglie? Lo dice la signora Berlusconi, lo ricorda alle donne che ci hanno rinunciato, agli uomini che non ci hanno mai pensato o che pensano che la dignità massima per una donna sia averli come mariti: è vivere per anni, nel caso della signora, 27, nella riservatezza, accanto a un uomo pubblico di grande potere e vistosità, per essere nel privato il centro dell´equilibrio e della serenità della famiglia: è accettare con rispetto e discrezione nel lungo rapporto coniugale, gli inevitabili momenti di sconforto e di incomprensione; è far finta di niente, anno dopo anno, di quelle che gli uomini chiamano scappatelle e che le donne chiamano volgari tradimenti; è sentirsi, come la protagonista del libro di Catherine Dunne, che Veronica cita nella lettera, La metà di niente.
Calpestando la dignità di una moglie che aveva scelto il silenzio e la riservatezza, continua la lettera, un marito come Berlusconi ha calpestato la sua stessa dignità: «per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare, (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo)», certe frasi «non possono essere ridotte a scherzose esternazioni». Dice insomma Veronica, da un uomo di settant´anni, ex premier, a capo dell´opposizione e di un impero mediatico e non, con cinque figli, ci si aspetterebbe, o per lo meno lei si aspetterebbe, o molti si aspetterebbero, più serietà, più pensiero, insomma più dignità.
Con il suo comportamento, quello dei tanti anni di riservatezza e silenzio, quello adesso della sua pubblica ribellione e richiesta di scuse, la signora Berlusconi, tiene molto a dare l´esempio alle due figlie già adulte, di come sia un dovere tutelare la loro dignità di donna, al suo figlio più giovane perché non dimentichi mai «di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati». Rapporti cui forse lei, malgrado il suo impegno, è stata costretta, dolorosamente, a rinunciare.
L’ascesa delle intellettuali è un fenomeno di enorme portata, il cui impatto sull’assetto del paese è tanto più rilevante, perché non è più limitato alle élite
Dopo secoli in cui la letteratura persiana è stata dominata da opere di poesia «al maschile», ora è l’epoca della prosa scritta dalle donne Alternando spesso impegno politico e letterario, le scrittrici sono le protagoniste di una nouvelle vague che riesce con successo a sfidare il regime
Anna Vanzan
L’Iran è tornato a occupare stabilmente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, dopo i clamori alla fine degli anni Settanta, quando si era imposto all’attenzione internazionale come il paese che aveva rovesciato un governo oppressivo ma «laico» per mortificarsi sotto l’egida di una rigida teocrazia islamica. Fra l’ascesa dello sciismo – dal 1501 la religione di stato in Iran – come componente politica nel mondo arabo orientale e la querelle internazionale che pone la Repubblica Islamica d’Iran sul banco degli accusati per la sua determinazione a conseguire l’energia nucleare, l’interesse globale per il «paese degli ayatollah» è enormemente cresciuto negli ultimi due anni. Le vicende iraniane interne ci giungono sull’onda delle dichiarazioni del suo presidente, Mahmud Ahmadinejad, che mentre dà in escandescenze contro Israele, infligge quotidiane umiliazioni alla popolazione e alla società civile, vessando in particolare le componenti più propositive e a lui contrarie: donne, giovani, intellettuali.
Dietro l’egemonia degli «inturbantati»
Al tempo stesso, chi non si accontenta delle semplificazioni della maggioranza dei media (che continuano a proporre trite immagini di un paese stretto tra chador e crisi economica) segue con interesse misto a stupore le molteplici attività delle organizzazioni non governative che si muovono sull’altopiano e che operano in ambiti diversi, dall’archeologia all’ambientalismo, dalle questioni femminili/femministe alla difesa dei diritti dei bambini. E non manca di sorprendersi di fronte al fervore della scena culturale iraniana animata da mostre di pittura e scultura, festival cinematografici, manifestazioni letterarie. Come è possibile conciliare l’egemonia politico-sociale degli «inturbantati» e l’attività delle (tante) donne come il premio nobel per la pace Shirin Ebadi, oppure la repressione di universitari (docenti e studenti) con le librerie iraniane traboccanti di nuovi titoli? Da tempo si parla dell’Iran come di un paese schizofrenico, definizione che ha sostituito quella secolare, attribuita dall’Occidente, di un paese ipocrita, dove la gente si comporta in un modo nella vita pubblica e al contrario nel privato. Poco si conosce invece dell’attività culturale degli iraniani, se non di riflesso, quando casi di intellettuali perseguitati dal regime salgono alla ribalta internazionale.
Vale la pena allora sottolineare come negli anni successivi alla rivoluzione il livello di istruzione sia cresciuto in modo esponenziale: attualmente la giovanissima popolazione (due terzi degli iraniani hanno meno di trent’anni) è composta da uomini e donne che hanno un livello di istruzione medio-alta e che seguono con grande interesse quanto il mercato editoriale propone: un fattore, questo, che ha naturalmente stimolato la produttività degli scrittori.
Da tempo immemorabile la letteratura costituisce un’arena privilegiata del dibattito culturale e sociale iraniano e gli scrittori sono impegnati nel denunciare le ineguaglianze, l’oppressione politica e l’ipocrisia di una parte della classe dei religiosi: già Hafez, il poeta iraniano per eccellenza vissuto nel XIV secolo, era un fustigatore della doppiezza dei sedicenti religiosi.
Il trionfo del racconto breve
Anche oggi la letteratura soddisfa la duplice esigenza di scrittori e lettori che sentono la necessità di esprimere le loro insoddisfazioni rispetto sia alla generale mancanza di libertà sia nei confronti di quella grande fetta di società iraniana che non sa o non vuole adeguarsi alle istanze della modernità e al bisogno di riforme.
Adeguandosi ovviamente ai tempi, gli autori iraniani pongono oggi minore attenzione ai canoni retorici, mentre attribuiscono grande importanza ai contenuti e adottano di preferenza la forma del racconto breve, divenuto veicolo privilegiato per esprimere sentimenti e idee, mezzo duttile che ben si presta alla pubblicazione su riviste o addirittura sul web. La letteratura degli iraniani insomma si modifica per superare le difficoltà, per sfuggire all’occhio sempre vigile del censore, nascondendo significati pericolosi sotto strati di simboli e di allegorie. È una letteratura in lingua persiana concepita per un pubblico di lettori persiani, per la maggior parte fiction di una certa qualità, assai lontana dalle celebri «Lolite» che non si leggono a Tehran, ma che sono viceversa scritte in inglese e confezionate per essere lette a Parigi e a New York, dove diventano best seller (e dove la prosa letteraria cede il passo a quell’aspetto socio-scandalistico dell’Iran che tanto piace in Occidente).
Nel complesso, tuttavia, la situazione editoriale iraniana è tutt’altro che rosea: gli editori privati, cui sono stati tagliati i fondi governativi e che sono i più vessati dalla censura per le loro scelte ritenute spregiudicate dal regime, sopravvivono con grande difficoltà, ma riescono comunque a resistere. In questa nuova produzione letteraria iraniana straordinario è il numero delle donne, che anche in questo settore hanno superato, per numero e abbondanza di produzione, i colleghi maschi, così come le studentesse universitarie sono ormai più numerose dei loro compagni.
L’ascesa delle scrittrici e delle intellettuali è un fenomeno di enorme portata il cui impatto sull’assetto sociopolitico e culturale del paese è sempre più rilevante, anche perché non è più limitato alle élites. L’alto grado di istruzione raggiunto dalle donne, l’accessibilità (per costi e distribuzione) della produzione letteraria e la voglia di cambiamento delle giovani donne fanno sì che questa letteratura abbia una diffusione relativamente ampia, diventando strumento di riflessione, discussione e lotta.
Non sono poche, fra l’altro, le scrittrici che alternano impegno politico e letterario: è questo il caso, per esempio, di Noushin Ahmadi Khorasani, autrice di racconti brevi, ma anche animatrice di riviste femministe, ora passate on line, sempre presente non soltanto nelle manifestazioni di piazza, ma ovunque occorra perorare la causa delle donne. Per aggirare l’ostacolo rappresentato dagli editori, spesso restii a pubblicare libri che potrebbero incorrere nelle maglie della censura, Noushin ha inaugurato una sua casa editrice, che si affianca alle circa cinquecento sigle editoriali dirette da donne nel paese (anche se solo circa la metà di queste è veramente attiva).
Coniuga impegno civile e attività editoriale anche la storica Ziba Jalali Naini, collaboratrice di «Esprit» e dei parigini «Cahiers de l’Orient», che in Iran dirige la rivista «Godfeglu» (Dialoghi) e una casa editrice orientata soprattutto alla pubblicazione di testi socio-filosofici. La studiosa è inoltre da tempo impegnata in un progetto di riscrittura dei testi didattici che negli anni successivi alla Rivoluzione sono stati modificati per persuadere le giovani generazioni del ruolo subalterno e domestico delle donne.
Luoghi di incontro
Diversi sono i dispositivi adottati dalle scrittrici per mascherare (ma forse «velare» sarebbe il termine più appropriato) la loro protesta. Alcune – da Azardokht Bahrami a Tahere Alavi – elaborano storie dove le donne sono volutamente descritte anche «in negativo», per sottolineare come i mali della società iraniana non siano tutti attribuibili agli uomini. Altre, come Farkhonde Aqai e Fereshte Sari, preferiscono invece celare la loro denuncia utilizzando tecniche narrative particolari: così la prima avvolge le sue trame in atmosfere misteriose tipiche del genere giallo, mentre la seconda impiega un linguaggio simbolico e allusivo, che dà alle sue narrazioni un tono sottilmente inquietante.
Dopo secoli in cui la letteratura persiana è stata dominata da opere di poesia «al maschile», ora è l’epoca della prosa scritta dalle donne. Così, paradossalmente, oggi sono gli scrittori a cogliere qualche idea dalle loro colleghe: di recente per esempio è uscita un’antologia di racconti di un gruppo di autori che ricalca una analoga operazione condotta con successo tempo fa da sette scrittrici. In un quadro complessivamente repressivo qual è quello iraniano, la scrittura potrebbe in ogni caso apparire come un lavoro pericoloso (oltre che poco remunerativo). Eppure ci sono autori che hanno abbandonato carriere meno rischiose per dedicarsi alla penna: è questo il caso, fra gli altri, di Amir Hossein Cheheltan, ex ingegnere elettronico, che è oggi fra gli scrittori iraniani più noti e più prolifici. E sebbene periodicamente molti di questi scrittori e scrittrici abbiano dovuto scontrarsi con i rigori della censura, sperimentando in alcuni casi anche il carcere, nessuno desiste. Se l’arena politica è occupata dalle forze oltranziste, proprio il campo letterario e artistico diventa un luogo tanto più prezioso di scambio di idee e di confronto.
In uno spazio librario di Tehran, per esempio, si è festeggiato lo scorso autunno il premio internazionale «Publishers’ Freedom Prize» vinto nel 2006 da Shahla Lahiji, la prima donna editore in Iran. La sua casa editrice, Roushangaran, nata nel 1983, si occupa da oltre vent’anni di temi legati al mondo femminile, e in generale allo sviluppo del pensiero democratico. Significativamente uno degli interventi alla manifestazione era intitolato «Perché il silenzio» e polemicamente rilevava come i media iraniani non avessero dato nessuna notizia dell’importante riconoscimento internazionale ottenuto dall’instancabile editrice, ennesima dimostrazione dei risultati conseguiti, nonostante le evidenti difficoltà, dalla società civile.
Allo stesso modo, le gallerie d’arte in cui espongono artiste e artisti iraniani diventano luoghi dove si incontrano persone che condividono non solo l’amore per l’arte, ma anche e soprattutto una visione comune di vita in cui le relazioni sociali possano svolgersi serenamente e senza controlli da parte del potere politico. Alcune esposizioni, del resto, rappresentano un chiaro espediente per parlare di problemi sociali: ne è un esempio il premio fotografico intitolato a Kaveh Golestan, un giornalista iraniano ucciso da una mina in Iraq nel 2003, mentre lavorava per la Bbc: non a caso molte delle foto segnalate nelle recenti edizioni del premio – dai volti insanguinati degli studenti picchiati mentre protestano davanti alle università a una coppia giovanissima che si abbraccia in un parco cittadino (cosa non consentita se non c’è un vincolo coniugale fra i due) – rappresentano palesemente un atto di protesta e di denuncia nei confronti del regime.
Una lunga convivenza con la dittatura
Ovviamente non tutto il paese partecipa di questa vivacità intellettuale. Sono soprattutto le grandi città, e in primis Tehran, che coagulano fermenti e aspirazioni, mentre l’Iran rurale resta ancora in gran parte lontano dagli stimoli culturali in cui si coniugano creatività e impegno sociale. Sono numerose le cittadine prive non solo di gallerie d’arte ma pure di librerie, così come la percentuale di lettori e di libri letti è molto disuguale.
Eppure, nonostante le continue delusioni politiche, una grande spinta vitale si avverte in Iran, una spinta che ha le sue radici nella lunghissima storia del paese. Gli iraniani hanno maturato un’esperienza millenaria di adattamento a condizioni avverse: dalla conquista araba, avvenuta nell’VIII secolo, essi sono stati soggetti a una infinita serie di dinastie straniere, perlopiù turche, finché negli anni Venti sono stati dominati dalla brevissima dinastia dei Pahlavi, iraniani sì, ma pur sempre autocrati e dispotici. Poi è arrivata la teocrazia. Usi da secoli a convivere tra una dittatura e l’altra, gli iraniani hanno imparato così a compensare il mancato affermarsi di un progetto democratico con una sempre rinnovata creatività in campo artistico e culturale, una creatività di cui purtroppo l’Occidente coglie, colpevolmente, poco o nulla. A parte il cinema (che peraltro riscuote consensi soprattutto di critica ai grandi festival internazionali, rimanendo tuttavia poi confinato in brevi apparizioni in sale d’essai), la letteratura, come la pittura e la scultura, vengono ancora una volta esiliate in spazi eccessivamente angusti dal grande gioco dei mercanti e mercati internazionali.