da il manifesto – «Quando i gay e le lesbiche della costa californiana, a partire dal 1965-70, vollero diventare genitori, inventarono una cultura della famiglia che non era, per molti aspetti, che la perpetuazione del modello che avevano contestato e che era già in piena trasformazione. Ed è proprio perché questa cultura portava con sé un grande desiderio di normatività che fu accolta come la peggiore delle ferite inflitte all’ordine simbolico». Ne La famiglia in disordine (Meltemi 2006), un libro intelligente e di questi tempi assai consigliabile della psicoanalista francese Elisabeth Roudinesco, i/le omosessuali entrano in scena solo alla fine, nel capitolo dedicato alla famiglia a venire che chiude la sua illuminante ricostruzione di una crisi della famiglia tradizionale cominciata, come vedremo fra poco, almeno un paio di secoli fa. Ma intanto l’osservazione appena citata di Roudinesco è illuminante per capire quello che di reale e di fantasmatico si agita oggi in Italia attorno alla pur modesta proposta dei Dico. Sul «desiderio di normatività» che muove le richieste di legalizzazione delle coppie omosessuali circola oggi infatti un legittimo interrogativo nella cultura radicale che dagli anni Sessanta in poi si è nutrita di contestazione dell’istituto familiare e matrimoniale, a molti e molte – compresa chi scrive – quel desiderio di norma sembrando in contraddizione con la trasgressività del desiderio omosessuale. Roudinesco risponde però che è proprio quella domanda di norma, e di normalità, a mettere in crisi la norma e la normalità dell’ordine familiare, come se ne minacciasse il monopolio. Non solo: suggerisce che nell’allarme omofobico che si leva da ogni dove agisce, più che l’intolleranza per la sessualità «diversa» dei gay e delle lesbiche, il panico per la loro possibile genitorialità.
Per quanto siano stati per secoli «perseguitati, trattati da paria, invertiti, uraniani, sodomiti, poveri diavoli, omofili, pederasti, povere diavole, tramatrici», gli /le omosessuali, argomenta Roudinesco, sono stati tuttavia relativamente tollerati finché si sono tenuti nell’ombra della sfera privata e si sono attenuti all’interdizione di procreare. Ma se alla rivendicazione e alla politicizzazione di una sessualità «diversa» si aggiunge «il rifiuto di piegarsi alle regole della procreazione naturale», allora il gioco si fa duro: il tabu che si infrange non è più solo quello della norma eterosessuale, ma quello della procreazione naturale che procede dall’accoppiamento di un uomo e di una donna. Più dell’omosessualità dunque, è proprio la famiglia omosessuale, o il suo fantasma, a scatenare le reazioni fobiche di un ordine socio-simbolico che si sente minacciato in una sua colonna portante.
Non solo dal versante dell’omosessualità, del resto. Nell’interpretazione di Roudinesco, dicevamo, la «minaccia» omosessuale all’ordine familiare è l’ultima tappa di una parabola di crisi della famiglia che comincia a fine Settecento con la Rivoluzione francese ed esplode a fine Novecento con la rivoluzione tecnologica della procreazione assistita. Protagonisti di questa parabola sono per un verso la crisi progressiva dell’autorità paterna: dal «Dio-padre» della famiglia pre-moderna al patriarca secolarizzato del contratto sociale, dal «patriarca mutilato» dalla ribellione dei figli e dall’emancipazione femminile che Freud registra nel teorema dell’Edipo e che abita la società novecentesca all’eclissi del padre (e del patriarcato) delle società post-femministe di oggi. E per l’altro verso, il processo di emancipazione e l’irruzione novecentesca della libertà femminile, con quello che ne consegue per la separazione della sessualità dalla procreazione e per il rilievo centrale che la figura materna assume a fronte del declino di quella paterna. «L’ordine naturale della procreazione» si ritrova dunque attaccato, a fine Novecento, sia sul fronte delle relazioni eterosessuali sia sul fronte delle relazioni omosessuali. Ed è questo il vero fantasma che agita oggi i sonni della Chiesa e dell’esercito neo e teocon mobilitato a difesa della famiglia tradizionale.
Si spiega facilmente, in questa prospettiva, la doppia crociata che il Vaticano ha lanciato in Italia prima contro la procreazione assistita, poi contro la famiglia omosessuale, nell’un caso e nell’altro la posta in gioco essendo per l’appunto la difesa dell’ordine procreativo naturale. E si spiega facilmente anche come nelle analisi sociologiche di stampo tradizionalista sullo stato della famiglia la preoccupazione numero uno sia rappresentata, più che dalle trasformazioni delle tipologie familiari, dal declino della natalità e della «ambizione» di mettere al mondo dei figli. Illuminante in questo senso La fine della famiglia di Franco Volpi (Mondadori 2007), un’indagine statistico-valoriale che guarda con occhi desolati al mutamento in corso, diagnosticandolo come ineluttabile declino dell’istituzione familiare. Due cause, scrive Volpi, concorrono a questo declino: la «riduzione ai minimi termini» del numero di figli all’interno dei nuclei «regolari» e l’aumento delle tipologie familiari (single e coppie) senza figli (nel censimento 2001, su 100 famiglie 25 sono unipersonali, 22 sono costituite da coppie senza figli, 43 da coppie con figli ma con una media di 1,11 figli per coppia, un valore costantemente in picchiata negli ultimi trent’anni). Non solo: prima che la spinta a procreare, nell’Italia di oggi manca la spinta ad accoppiarsi: la famiglia che resiste è solo quella di provenienza. Conclusione: «Hanno vinto i celibi e le nubili, i trentenni che vivono ancora in famiglia come figli, le coppie di una sola persona e quelle senza figli». E perso l’ancoraggio ai figli, la famiglia perde peso, senso e prestigio, e l’individualismo trionfa.
Ma è davvero così? O è piuttosto l’ottica familista a non saper più rendere conto delle nuove declinazioni della famiglia e delle relazioni affettive che in essa maturano? Guardando l’insieme del quadro dal punto di osservazione delle madri sole, Franca Bimbi (e Rossana Trifiletti, Madri sole e nuove famiglie, Edizioni lavoro, 2006) arriva a tutt’altre conclusioni: l’indagine sui nuclei monoparentali mostra non una famiglia incompleta o impoverita, ma al contrario un universo articolato «in cui le relazioni di cura e i legami sembrano moltiplicarsi», uscendo dai confini stretti della coabitazione della famiglia «regolare» nucleare e dalla coincidenza obbligata fra il suo perimetro biologico, affettivo e giuridico. Dove l’analisi tradizionale vede processi di de-familiarizzazione, si può intravedere al contrario un ritorno in forme nuove della famiglia allargata di un tempo: a dimostrazione che «il presente contiene più passato di quel che non appaia, mentre il futuro spesso ci sorprende anche quando sembra ripetere il già noto».
A condizione, s’intende, di lasciarsi sorprendere; e dunque di guardare al mutamento familiare e sociale con occhi sgombri da pregiudizi e ideologie, apocalittiche o progressiste che siano. Non c’è fine ma trasformazione della famiglia in corso. E se non c’è una norma a cui adeguarsi, nemmeno ci può essere una normalizzazione a cui aspirare. Più che famiglie da catalogare e giudicare, ci sono soggettività ed esperienze differenti da far parlare e da ascoltare. Come scrive Roudinesco, «di fronte al vasto cimitero di riferimenti patriarcali abbandonati» o aggressivamente resuscitati – esercito, Chiesa, nazione, partito – la famiglia può morire anch’essa, o viceversa ritrovare la sua generatività simbolica: ma a patto di essere «di nuovo reinventata».


da la Repubblica – Daniela ha 40 anni, è l´ultima di quattro fratelli, lavora come infermiera in ospedale. Vive a Portici insieme ai genitori quasi ottantenni e ad una zia, sorella del padre, nello stesso appartamento dove è stata bambina. Quando si è sposata è rimasta a vivere coi suoi. Quando è nata sua figlia anche. In casa oggi sono in sei: i genitori, la zia, Daniela e suo marito, la figlia Marta che ha 9 anni. Accudisce l´anziana madre ammalata, si occupa della figlia, lavora. «Adesso sono io che devo assistere mia madre ma fino a pochi mesi fa era lei che mi aiutava con Marta. È un regime di mutuo soccorso. Certo che mi piacerebbe andare a vivere da sola con mio marito e con la bambina ma finora non è stato possibile: prima non avevo lavoro, poi i soldi non bastavano. Ora stiamo cercando una casa, ci piacerebbe restare vicino ai miei anche se qui a Portici è pericoloso, c´è il vulcano, mi mette l´ansia. Vedremo».
Non è vero che le famiglie numerose non ci sono più. Sono solo diversamente numerose. Nella sua relazione di inizio mandato il ministro Rosy Bindi diceva con una certa preoccupazione che le coppie con almeno quattro figli si sono ridotte all´uno per cento: erano due milioni negli anni Sessanta sono trecentomila oggi, quasi scomparse e soprattutto povere. Una su cinque sotto la soglia di povertà: condizioni abitative e sociali disastrose, da assistenza di servizi sociali. I figli a multipli di due nascono ormai solo nelle famiglie molto ricche o indigenti: in quelle che se lo possono permettere e in quelle che non possono evitarlo, in quelle che non hanno altra ricchezza che le braccia da mettere al lavoro. Tuttavia i nuclei familiari composti da almeno sei persone sono tornati a crescere negli ultimi dieci anni. La loro caratteristica è che comprendono almeno tre generazioni: nonni, figli, nipoti.
Gli analisti le chiamano “famiglie sandwich”, rende l´idea. Un panino in cui la generazione di mezzo, quella dei quarantenni, è stretta fra i genitori ed i figli: in principio è una necessità, strada facendo un vantaggio in termini di aiuto reciproco, in finale diventa per la generazione di mezzo un peso. Figli dei loro padri e insieme padri dei loro figli, stretti nel sandwich, i due di mezzo finiscono per assumersi la responsabilità della cura dei vecchi e dei giovani, entrambi da accudire. “E´ il trionfo della famiglia verticale – dice Giampero Dalla Zuanna, demografo – una peculiarità tutta italiana. Si registra nel tempo una grande stabilità dei rapporti di sangue, la linea che va dai nonni ai figli ai nipoti. La novità di questi ultimi anni è la prossimità abitativa: non occorre che vivano insieme, spesso sono vicini. Nella grande maggioranza dei matrimoni celebrati negli anni ‘90 la coppia è andata a vivere a meno di un chilometro dai genitori di entrambi i coniugi. Significa che si sono sposati tra vicini di casa e che sono rimasti a stare lì”.
La ragione della convivenza (o della prossimità) è sempre, specialmente nelle grandi città, economica. Daniela: “Sono stati i miei ad insistere perché restassi con loro anche dopo sposata. La casa era abbastanza grande per tutti, io non potevo permettermi un affitto dignitoso. Quando è nata Marta è stato normale restare: loro aiutavano me, che nel frattempo avevo iniziato i turni in ospedale, io aiutavo loro anche nelle spese. Mio marito poi non c´è, più di sei mesi all´anno è in Angola”. Il marito si chiama Helder De Andrade, ha 53 anni, insegna geologia all´Università di Luanda. Si sono conosciuti quando lui faceva il dottorato di ricerca all´Università di Napoli. Di madre angolana e di padre portoghese di origine indiana Helder è nero di pelle così come Marta, la figlia. Matrimonio “misto”, tipologia in crescita del 20 per cento negli ultimi due anni. Solo uno dei coniugi italiano. La vita si incarica di mischiare le carte – e le categorie sociologiche – assai più del previsto: famiglie allargate composte da coppie di fatto che convivono coi nonni. Famiglie miste ma anche sandwich. Famiglie senza figli che abitano coi fratelli, con gli zii. Non sono eccezioni, sono la norma: il nucleo tradizionale – padre madre figli – è già da anni minoritario: 42 per cento. 58 famiglie su cento nella realtà del Paese sono diverse da quel modello a cui sempre si riferiscono le gerarchie ecclesiastiche. Eppure anche le altre ugualmente famiglie, certo.
“Sentiamo sempre parlare dello choc culturale delle unioni cosiddette miste – dice Daniela – noi non abbiamo avuto nessuno choc. I miei genitori, papà tassista in pensione mamma casalinga, hanno accolto Helder per quello che è: una persona di valore. Certo che poi le cronache ci restituiscono storie tragiche di incomprensioni fra culture diverse, storie di segregazioni e soprusi familiari dovuti alle diverse origini delle persone che si uniscono però io credo che i giornali parlino soprattutto di quello che non funziona e molto meno di quello che funziona. E poi ci sono tanti pregiudizi: guardi cos´è successo a Erba, quanti immediati sospetti sul ragazzo nordafricano, e invece…”. Helder racconta che quel po´ di diffidenza che ogni tanto sente a Napoli non è diverso da quello che Daniela ha sperimentato quando vivevano in Angola, sono stati lì due anni: “Era pallida, era straniera, era diversa. Quando ci siamo sposati, nel municipio di Luanda, i funzionari la prendevano in giro: è un matrimonio di convenienza, le dicevano, si sposa per avere il permesso di soggiorno…”. Lui ha provato a trasferirsi a lavorare in Italia ma “un geologo qui è uno su milioni, in Angola siamo pochi e preziosi”. Parla un italiano perfetto, “a scuola studiavo Machiavelli nel testo originale”, la sua lingua madre è il kikongo, antica lingua del Congo, quella paterna il portoghese. “Il padre di Daniela l´ho conosciuto quando è nata Marta, in ospedale. E´ stato lui a dirmi venite a stare da noi: non spendete soldi inutilmente. Certo che un po´ la convivenza mi pesa ma non è perché mi senta costretto, anzi: è che non mi piace togliere spazio agli altri, è una questione di rispetto”.
Daniela dice che ormai non è più un problema di soldi. Lei guadagna 1600 euro al mese, lui circa 2000 dollari. Potrebbero farcela molto bene, con una bambina, “però adesso che mia madre ha avuto un ictus come faccio ad andare via, sono passati gli anni e i miei si sono fatti anziani, quando Helder non c´è io mi sento meglio a stare con loro, sono più sicura e poi Marta è cresciuta coi nonni e con la zia: anche mia zia ci ha aiutati tanto”. Fra pochi anni Helder andrà in pensione, ne ha già più di 30 di servizio, e allora sì che cercheranno una casa da comprare: “magari qui a Napoli, magari a Capo Verde”, ride. Daniela vorrebbe un altro figlio. “Finchè Marta era piccola mi sembrava di non farcela ma mi sento più sicura, adesso, nonostante la malattia di mamma. La mia famiglia mi chiede tanto ma mi dà tanto, riempie le assenze di Helder, fa le mie veci con mia figlia quando non ci sono. Ora sì che mi sento serena abbastanza per avere un altro bambino. Vediamo se arriva. In casa c´è posto, certo. La zia ha la sua stanza, i miei genitori la loro e Helder ed io la nostra, Marta sta con noi. Per una culla basta pochissimo spazio. E poi comunque ora cominciamo a cercare una casetta in affitto, non si sa mai: magari per qualche periodo dell´anno, provvisoria. Nel raggio di casa dei nonni, sì certo, Marta va a scuola lì come facciamo a spostarci”. Però, il vulcano. “Mannaggia sì: il vulcano. Non dorme, anche Helder lo dice e lui lo sa. Sonnecchia. Quando arrivano a casa i fogli coi piani di evacuazione mi viene una paura… Però insomma poi quella è casa mia. Dico dico ma alla fine vede vede? Alla fine resto dove sono nata”.

da il manifesto

Fervono i preparativi, al presidio permanente, per l’8 marzo delle donne contro il Dal Molin. «Governo e comune – scrivono le donne dell’assemblea – sappiano che continueranno ad avere una gatta vicentina da pelare». La festa delle donne sarà anche una giornata di lotta, creatività e incontri. Molte le iniziative in programma, tutte pensate in questi giorni alle affollate assemblee di donne (ottanta, cento ogni volta) che si svolgono al presidio. Le attività decise sono la presenza in consiglio comunale dove «la madre terra e le sue sorelle consegneranno alla giunta il frutto della loro svendita della città». Alle 18.30 un corteo si snoderà per le vie del centro, liberamente «interrotto da monologhi, suoni di guerra, azioni teatrali». Quindi alla sera, «la gatta sulla base che scotta», cena al presidio e spettacolo.
Nel loro appello le donne vicentine rivendicano il loro essere «per la tutela del territorio e la preservazione delle risorse e pronte a difendere la nostra terra anche con i nostri corpi, se necessario». «I nostri corpi – continua l’appello – sanno dare vita ma sanno anche essere determinati e mettersi in gioco. Siamo per la pace non come semplice “assenza di guerra” ma come condizione sociale che ci permetta di vivere meglio, come cittadine e come donne. Se c’è pace c’è più spazio per la tutela dei diritti delle fasce deboli, a cui noi, purtroppo, sappiamo di appartenere. Quando scoppia una guerra le prime a risentirne sono donne e bambini, perché la guerra ha la capacità di ribaltare i valori tradizionali di una società e ne mette in crisi i ruoli. Siamo per il futuro perché vogliamo consegnare una città e un mondo migliore ai nostri figli e alle generazioni future, ma anche a noi stesse; vogliamo la libertà di poterci riprendere il nostro tempo, di poter vivere una città a misura d’uomo e di donna». Ci sono donne di tutte le età al presidio, studentesse e casalinghe, lavoratrici e pensionate. E tutte ribadiscono che questa esperienza, questa lotta ha cambiato la loro vita. Per molte si è trattato della prima volta in politica, o comunque impegnate in una situazione che ha sconvolto orari, ritmi, rituali. Per altre è stato il naturale proseguimento di un impegno che dura da anni, contro le servitù militari, contro la guerra. Per tutte adesso c’è più che mai la convinzione che fermare la costruzione della nuova base al Dal Molin è possibile. Nonostante gli ostacoli, nonostante un governo che ha già dato il suo assenso agli americani. E nonostante a breve potrebbero iniziare i lavori preliminari nell’area dell’aeroporto. Almeno questo è quello che si vocifera. Al presidio permanente vogliono rispondere al presidente del consorzio cooperative costruzioni, Collina, che nei giorni scorsi rivendicava il diritto a partecipare alla gara d’appalto per il Dal Molin. «Creare lavoro per la guerra – dicono al presidio – è eticamente inaccettabile. Fa a pugni con i principi a cui una cooperativa dovrebbe ispirarsi». Ma non c’è stupore, del resto «prese di posizione come questa erano più che attese da un mondo che, evidentemente, ha fatto del denaro l’unico riferimento». Le donne e gli uomini dell’assemblea permanente ribadiscono che «il movimento ha appena iniziato il suo cammino. Se il governo non retrocederà dalla propria posizione impediremo con strumenti legali e mobilitazioni pacifiche la realizzazione dell’opera. E nei confronti di quelle aziende e cooperative che dovessero rendersi complici di una scelta scellerata costruiremo forme di boicottaggio pubblico, denunciando le loro responsabilità».

da il manifesto – “Non si possono garantire i diritti dei singoli senza riconoscere le relazioni amoroso-sessuali che li legano. E la legge non può tutto contro l’omofobia”. Parla Maria Luisa Boccia, femminista, senatrice del Prc

Dei Dico salva “l’intenzione politica”, ma non molto di più. Maria Luisa Boccia, senatrice di Rifondazione comunista e tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, pur esprimendo grande rispetto per “il faticoso e apprezzabile lavoro di mediazione” delle ministre Bindi e Pollastrini, va dritto al sodo: “Non si può girare attorno al punto fondamentale: il riconoscimento delle relazioni amoroso-sessuali, etero e omo”. E’ l’assunto su cui fonda il ddl da lei stessa depositato in Senato. Nulla di nuovo però, fa notare: è già sancito dall’articolo 2 della Costituzione. Ed è la “condizione fondamentale anche per individuare e garantire i diritti dei singoli”. D’altra parte “stiamo parlando non di libertà di parola, ma di diritti che valgono nella reciprocità del rapporto”.

Nel giorno in cui si inizia a discutere di unioni civili, in Senato ci sono 9 diversi ddl, più i Dico. Si può partire da quest’ultimo come soddisfacente testo base?
Premetto che trovo positivo il fatto che il governo sia riuscito a raggiungere un compromesso interno e che abbia considerato l’argomento, contemplato nel programma dell’Unione, un punto rilevante da affrontare subito. Nel merito invece la pur faticosa e apprezzabile, ma troppo ristretta, mediazione delle due ministre non ha prodotto un buon ddl. Si sarebbe dovuto aprire un confronto più ampio tra diverse soluzioni giuridiche e diverse impostazioni politiche e culturali. Ora il fatto che la parola passi al Parlamento che discuterà a partire da tanti ddl diversi, lo considero un modo per allargare e rilanciare nel merito la questione. Ovviamente di compromesso si tratterà, anche tra coloro che premono per una legge. L’importante è che siano rispettate le due questioni di fondo: il riconoscimento del rapporto, della relazione amoroso-sessuale, e i diritti dei singoli che stanno dentro quel rapporto. Questo è il punto più pasticciato dei Dico e che invece una buona legge deve affrontare.

Diritti individuali e riconoscimento della relazione. Sono proprio in contrapposizione?
No, non a caso quando parliamo di forme plurali della famiglia citiamo l’articolo 2 della Costituzione che parla di “formazioni sociali”, e non il 3 che parla di uguaglianza dei cittadini. Perché a cominciare dal rapporto madre-figlio, la soggettività si forma, si sviluppa, si esprime ed esercita la propria autonomia nella relazionalità. L’articolo 2 assume questo punto di vista, raramente contemplato nella cultura liberale: perché ci siano davvero diritti riconosciuti alle soggettività bisogna riconoscere le “formazioni sociali” in cui questa personalità si esercita e vive. Il riconoscimento dei rapporti, quindi, non è una recente invenzione, ma la condizione anche per individuare e garantire i diritti.

Ma dei Dico cosa salverebbe?
Salvo l’intenzione politica, fondamentalmente. Ma i Dico sono l’unico dei nove ddl depositati che non prevede una forma giuridica del riconoscimento delle relazioni. Tutti invece contemplano i diritti, sia verso il partner che verso lo stato, come la cura reciproca, la pensione, la successione, ecc. Nei Dico però questi diritti vengono accentuati da due precondizioni: la coabitazione e il tempo. Eppure la convivenza tra due persone non è solo coabitazione ma passa per un rapporto di impegno reciproco, di condivisione, di costruzione dell’esistenza. Il fatto poi che alcuni diritti maturino dopo un lasso di tempo molto lungo (nove anni per le successioni, ad esempio) mi sembra paradossale: si chiede al rapporto di fatto di dare quella prova di durata e stabilità che non viene richiesta alla coppia matrimoniale. Proprio mentre al matrimonio si vorrebbe attribuire un valore superiore di tutela della famiglia perché considerato più durevole e con un carico maggiore di obblighi e impegni reciproci. Ciò che dovremmo invece riconoscere è l’esistenza di forme diverse di unione ma non per questo meno responsabili o durature.

Nel ddl governativo vengono riconosciute anche le convivenze tra parenti, cosa ne pensa?
Questo è un punto a cui tengo ed è contemplato anche nel ddl che ho presentato in Senato. La legge però è divisa in due sezioni diverse: una per le unioni civili e l’altra per le unioni di mutuo aiuto. Nella prima si tratta di rapporti amoroso-sessuali, etero e omo, a cui va riconosciuto uno status giuridico attraverso diritti non discriminatori, gli stessi diritti di chi sceglie di unirsi in matrimonio, compreso quello di poter avere e mantenere i propri figli. Le unioni di mutuo aiuto invece riguardano anche più persone, unite da altre forme di convivenza – molto diffuse e in via di espansione – ma che nascono da altro tipo di legami. Per queste unioni va lasciato più spazio alle diverse modalità.

Che peso hanno avuto e avranno i Dico nella tenuta della coalizione?
Dal punto di vista politico il voto di Andreotti, e prima ancora il “non possumus” del Vaticano e ciò che ha scatenato, hanno avuto un peso molto grande che si farà sentire ancora. Ma non bisogna caricare la legge di una funzione che non ha: quella di liberare l’Italia da una cultura omofobica e sessista. So che il diritto ha una funzione simbolica ma sono contro le leggi manifesto, perché in questo modo usiamo gli strumenti sbagliati. Il femminismo ci ha insegnato un modo diverso di pensare e praticare la politica. La legge non è tutto, non può dare risposte al rigurgito dell’omofobia o a chi divulga un modello di famiglia da “Mulino bianco” nascondendo la realtà di un’istituzione che è ormai un coacervo di fenomeni inquietanti, dalla violenza alle alleanze per interessi. Anche per evitare una funzione di normalizzazione, la legge non deve essere troppo satura, non deve definire troppo.

Sabato prossimo a Roma la manifestazione del movimento omosessuale. Non vede un rischio di ghettizzazione?
Io parteciperò perché considero importante costruire momenti politici e di dibattito anche fuori dal Parlamento. Il rischio c’è ed è anche un effetto del clima politico. Anch’io ho paura della difficoltà a coinvolgere in modo più ampio i partiti e altri movimenti che non siano direttamente interessati. Bisogna che tutti capiscano che è in gioco in questo momento una questione fondamentale: l’autonomia politica dei soggetti sociali.

da Repubblica – Sono più o meno l’ intera popolazione della Danimarca. Una moltitudine. A volte vivono sullo stesso pianerottolo, si incrociano per le scale: si sfiorano senza trovarsi mai. Sono quasi sei milioni di persone. «Famiglie unipersonali», s’ intitola il capitolo del rapporto Istat che ne certifica la maggioranza relativa: il gruppo omogeneo più numeroso del Paese. In italiano si dice: gente sola. Viene persino il dubbio che si possano chiamare famiglie, uno consulta lo Zingarelli e alla voce corrispondente trova: «nucleo fondamentale della società umana costituito da genitori e figli». E allora questa, dove non ci sono né genitori né figli, cos’ è? Olga Varetto, che fra due anni va in pensione dopo trentacinque passati a insegnare l’ italiano nelle scuole medie, ci pensa in silenzio poi dice: «No, non potrei dire “la mia famiglia sono io”: è un’ affermazione un po’ ideologica, non trova? Però non sono una persona senza famiglia: ci sono mia madre, mia sorella, i miei nipoti. Loro sono la mia famiglia. Non mi sono mai sposata, è vero. Ma se mi fossi sposata non avrei avuto duemila bambini in Africa, due a Torino, una in Ungheria». Non avrebbe avuto la vita che ha avuto fatta di viaggi e di libere scelte, di sconfitte e di sorprese, di generosa dedizione per gli altri. La solitudine è un concetto relativo. «Una scoperta terribile e stupenda imposta dal nostro tempo fatuo e feroce – scriveva Giorgio Manganelli nell’ agosto dell’ 1980 – non occorre essere eremiti: c’ è solitudine per tutti». Anche in famiglia, intendeva, dove tanto spesso «la solitudine è sostituita dall’ isolamento. Famiglie sull’ orlo della cronaca nera sono state redente da un gatto». Essere soli non è mai una circostanza biografica. Mai solo quella, almeno. Dei milioni di persone di cui parliamo la gran parte sono anziani: un quarto del gruppo vedovi e vedove. Il tema, qui, è quello del prolungamento della vita media – indice positivo, in Italia più alto che nel resto d’ Europa – incrociato alla necessità di assistere questa massa crescente di persone spesso non autosufficienti, o non del tutto: come si attrezza un governo ad affrontare i bisogni di una popolazione in cui i vecchi sono già adesso più dei ragazzi. In Liguria su cento persone ci sono 11 bambini e 26 anziani: uno scenario da quadro di Bruegel, un’ emergenza demografica con scenari apocalittici. Di seguito, nell’ insieme del Paese, ci sono i single per scelta: i giovani che non hanno casa né lavoro, che non hanno reddito sufficiente e anche quelli che magari potrebbero rischiare ma «non se la sentono», stanno meglio così. Tema: la precarietà giovanile – i fattori strutturali, economici – e quelli culturali. La carenza di senso di responsabilità, la disabitudine al sacrificio. L’ invecchiamento di una civiltà in cui «fare famiglia e avere figli non è più l’ obiettivo primario», scrivono anche i sociologi. Infine, e sono la parte più consistente, le persone rimaste sole non perché lo abbiano desiderato ma perché è andata così: uomini e donne tra 40 e 60 anni, non più ragazzi non ancora vecchi, milioni di persone con una storia da raccontare, a volte un lutto da dimenticare, molta energia da spendere, ancora. Olga, per esempio. Figlia di contadini, seconda di due sorelle. Pantaloni e scarpe basse, fisico da ragazzina, capelli corti e frangia sugli occhi. «Ho vissuto coi miei genitori fino a 33 anni. È molto dice? Ma guardi: mi sono laureata, a 26 anni ho conosciuto un ragazzo in biblioteca, siamo stati fidanzati quattro anni ci dovevamo sposare, poi lui ha sposato un’ altra. Io ero precaria, a scuola. Stavo coi miei. Soldi da buttare non ce n’ erano. Ho cominciato a pensare di comprar casa ma avevo poche lire ed ero così demoralizzata che mi sono detta: faccio un viaggio». È andata in Nepal, da sola. L’ anno dopo in Perù, quello dopo in Marocco. Intanto ha incontrato quelli che sarebbero diventati i suoi «primi due figli». «Ho risposto all’ annuncio di una famiglia di importanti imprenditori torinesi che cercavano un’ istitutrice per i loro due ragazzi in affido, 6 e 11 anni. Ragazzi impegnativi, si capisce. Sono rimasta con loro dieci anni: la mattina insegnavo, il pomeriggio andavo da loro. Li ho cresciuti, ancora adesso ci sentiamo sempre. Sono i miei ragazzi». Nel frattempo è arrivato il Kenya. «Avevo appena letto “La mia Africa”, sono partita con quattro amici, volevo arrivare sul lago Turcana». Il giorno che sono arrivati al lago, macchina a noleggio, è finita la benzina. Loyiangalani, il nome del villaggio di capanne. C’ era una missione italiana, hanno bussato per chiedere aiuto. «Erano preti della Consolata, un ordine religioso di Torino. Si rende conto? Una parte da Torino, arriva sul Turcana dopo un viaggio pazzesco e trova i preti di Torino». La vita, certe volte. Olga, che non aveva quarant’ anni, non sentiva affatto la vocazione da single. «Poi leggo le statistiche e vedo tutta questa gente sola, gli esperti nei dibattiti si chiedono perché: ma come perché? Perché certe volte, parecchie volte mi sembra, non va come vorresti e allora cosa devi fare? Niente, vai avanti». Avanti con la scuola tutte le mattine d’ inverno, poi nelle vacanze un altro viaggio. «Il Turcana è il posto più bello che abbia mai visto, due anni dopo ci sono tornata. C’ era un bambino che non aveva soldi per studiare, ho cominciato a mandarglieli, l’ ho mantenuto fino al liceo: si chiama Lowoi, ha 26 anni, è il mio primo figlio africano». Adesso i figli africani sono duemila. «Raccoglievo soldi fra le amiche, a un certo punto il movimento di denaro è diventato tale che la mia banca sospettava che facessi chissà quale attività illecita. Ho capito che dovevamo organizzarci. Abbiamo fatto una onluss, “Fata Turcana”. Oggi con trentamila euro all’ anno manteniamo duemila bambini in 25 asili costruiti da noi, ogni insegnante ci costa 25 euro al mese. 25 euro, sì». È un modo di essere soli, questo. Di non avere famiglia. Di non essere famiglia. Poi certo ci sono le vicende private: un’ altra storia d’ amore lunga e impossibile, gli anni di mezzo della vita che passano senza che succeda quel che si vorrebbe e nella sua attesa. «Quando i miei due bambini torinesi sono andati via da casa ho sentito il bisogno di andarmene anche io. Ho fatto un concorso al ministero, sono andata a insegnare l’ italiano in Ungheria. Dura, eh? Non parlavo la lingua non conoscevo nessuno, mi hanno dato un appartamento in un casermone grigio, non potevo nemmeno andare al cinema che tanto non capivo niente. C’ era solo la musica». Tre anni. In Ungheria ha “adottato” un’ altra ragazzina, Betty. «Aveva bisogno di una mano per studiare e trovare lavoro, l’ ho aiutata: ora è una donna, vive in Svezia, è felice». Certo che Olga avrebbe adottato un figlio suo se avesse potuto «ma in Italia non si può: una persona sola non può. Che peccato, no? Perché guardi, io un figlio biologico da sola non l’ avrei fatto e difatti non l’ ho fatto, credo che davvero un bambino per venire al mondo abbia bisogno di un padre e di una madre. Ma i bambini già nati, quelli da soli negli orfanotrofi, non starebbero meglio con una persona per esempio come me, in una casa con un letto e una cucina, con un affetto costante e la premura di qualcuno che gli rilegge i compiti di scuola?». Non si poteva, non si può. «Ho visto che anche nell’ ultima Finanziaria le uniche a non avere nessun aiuto sono le persone sole della mia fascia di reddito: guadagno 1600 euro al mese dopo 35 anni di servizio, non sono pochi ma ci viviamo io i miei ragazzi africani e mia madre che è rimasta sola. Al supermercato gli unici prodotti scontati sono quelli formato famiglia. Tre per due. È come se per noi ci fosse una disapprovazione sociale, mi pare proprio ingiusto. Non ho mica deciso io di restare da sola. Sarebbe stato meglio avere figli, bisogna farne se no ci estinguiamo ma io non ho avuto il dono di una famiglia: me la sono creata, capisco che non sia la stessa cosa ma non mi sento per questo menomata. Sto bene così, a questo punto della vita mi sarebbe anche difficile cambiare». Subito si interrompe, però, sorride con malizia: «No, meglio che questo non lo scriva. Magari capita di incontrare qualcuno, non si sa mai».

La conferenza di Bamako si chiude con la promessa di un stanziamento di 10 milioni di euro nel 2007 destinati a progetti legati allo sviluppo. Dieci volte di più di quanto investito fino a oggi
Stefano Liberti – inviato a Bamako

 

Un nuovo patto tra l’Italia e l’Africa. Con una dichiarazione che vuole essere un impegno da parte italiana, si è chiuso ieri nella capitale maliana Bamako l’incontro «Le donne protagoniste: dialogo fra i paesi dell’Africa occidentale e la cooperazione italiana». Un incontro che ha visto la partecipazione di un migliaio di donne provenienti da tutta la sub-regione, molte con incarichi di governo, molte altre a rappresentare una società civile che negli ultimi anni si è caratterizzata per il proprio attivismo e per il proprio desiderio di avere un ruolo attivo nei processi di decisione politica.
A concludere la due giorni in una sala molto affollata, la vice-ministra degli esteri con delega per la cooperazione Patrizia Sentinelli ha annunciato un piano d’azione per gli interventi futuri, che si propone di recepire le varie richieste e i desiderata emersi dai panel e dagli incontri.
L’incontro non era una conferenza di donatori, ma le cifre sono state comunque messe sul terreno. «Si partirà – assicura Sentinelli in conferenza stampa – da 10-15 milioni di euro per il 2007». Una cifra consistente, se si tiene conto che è di poco inferiore a quella stanziata per la cooperazione in aree prioritarie per la politica estera italiana, come il Libano e l’Afghanistan. E se si tiene conto, soprattutto, che l’ammontare annunciato moltiplica di fatto per dieci la portata degli interventi della nostra cooperazione nell’area dell’Africa occidentale.
Come verranno implementati questi progetti? L’idea consiste nel versare i fondi alle unità tecniche locali di Ouagadougou (in Burkina Faso) e Dakar (in Senegal), dove con bandi di concorso ad hoc verranno finanziati progetti di organizzazioni locali. Una cooperazione dunque decentrata, che privilegia il rapporto con le società civili. E che si concentrerà sui quattro assi tematici su cui si è discusso durante la conferenza: governance e conflitti; migrazioni; lotta alla povertà ed empowerment economico; salute, violenza e diritti umani delle donne. Per realizzare questo piano, la direzione generale della cooperazione allo sviluppo (Dgcs) prevede di avviare entro l’anno una sorta di Gender task force operativa che si articolerà tra l’Italia e le due città dell’Africa occidentale sedi delle unità tecniche.
Un piano ambizioso, dai contorni ancora abbozzati, che implica tuttavia un forte impegno economico e un preciso orientamento politico. Alcuni punti emersi durante la conferenza segnano una forte soluzione di continuità con le linee guida dell’Unione europea, almeno su due punti: gli accordi di partenariato economico (Epa), che i governi del Nord cercano in fretta e furia di firmare con quelli del sud per garantire l’accesso delle proprie merci ai loro mercati; e la migrazione. Sugli Epa, denunciati da tempo da gran parte delle associazioni contadine dell’Africa (e in particolare da Roppa, la grande rete di organizzazioni dell’Africa occidentale), Sentinelli è stata abbastanza chiara. «Bisogna seguire il processo negoziale per approfondire la riflessione mirata anche ad una loro maggiore flessibilità», ha affermato. Una dichiarazione diplomatica per esprimere il desiderio di imprimere ai negoziati su questi accordi una battuta d’arresto. Sulle migrazioni, «non è possibile considerare il problema solo da un punto di vista securitario. Bisogna privilegiare la libera scelta delle persone di progredire nel proprio paese o di spostarsi altrove».
Se resta da vedere quanto lontano ci si potrà spingere su questi punti politicamente delicati, un risultato immediato la conferenza di Bamako l’ha avuto: quella di proiettare l’Italia – scarsamente presente a livello diplomatico in Africa occidentale – al ruolo di portavoce delle istanze delle società civili di questi paesi a livello europeo. Molti dei partecipanti lo hanno ripetuto con forza, lamentando allo stesso tempo la scarsa capacità d’azione della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao-Ecowas), l’area di libera circolazione e libero scambio che riunisce tutti i paesi dell’area. «La Cedeao è un guscio vuoto – assicura a margine una donna di una ong senegalese, E’ triste che per fare questi incontri, abbiamo sempre bisogno di uno stimolo da parte di qualche paese del Nord».

Una coppia anziana attende le notizie del giorno, consapevole che saranno cattive. Gli attentati si susseguono, come gli omicidi politici. Un racconto della scrittrice canadese che sembra sospeso in un tempo indefinito, ma che si rivela anche una sottile riflessione sulla storia.

E’ mattina. La notte è finita, per ora, è il momento delle brutte notizie. Penso alle brutte notizie come a un enorme uccello con le ali di corvo e la faccia della mia insegnante di quarta elementare, chignon striminzito, denti rancidi, viso arcigno e grinzoso, labbra contratte e compagnia bella, che vola per il mondo al riparo delle tenebre, compiaciuto del suo ruolo di latore di brutte nuove, portando un cestino di uova marce e sapendo esattamente – mentre sorge il sole – dove deporle. Sulla sottoscritta, tanto per dirne una. A casa nostra le brutte notizie arrivano sotto forma di giornale delle brutte notizie. Tig lo porta di sopra. Il vero nome di Tig è Gilbert. Impossibile spiegare i nomignoli a chi parla un’ altra lingua, non che abbia molte occasioni di farlo. «Hanno appena ucciso il leader del consiglio di governo provvisorio» annuncia Tig. Non che sia impermeabile alle brutte notizie: al contrario. è spigoloso, ha meno grasso corporeo di me e perciò minore capacità di assorbire, attutire, trasformare le calorie delle brutte notizie – che contengono calorie, eccome, ti fanno salire la pressione sanguigna – nella sostanza del proprio corpo. Io ci riesco, lui no. Vuole passare le brutte notizie il più presto che può – togliersele dalle mani, come una patata bollente. Le brutte notizie lo scottano. Sono ancora a letto. Non del tutto sveglia. Mi crogiolavo un po’ . Fino a ora mi godevo la mattina. «Non prima di colazione» dico. Non aggiungo: «Sai che non sopporto certe cose all’ inizio della giornata». L’ ho aggiunto in passato; ha fatto effetto solo di quando in quando. Dopo tanto tempo insieme, abbiamo entrambi la testa piena di piccoli ammonimenti, consigli utili – simpatie e antipatie, preferenze e tabù. Non venirmi alle spalle a quel modo mentre leggo. Non usare i miei coltelli da cucina. Non lasciare le cose in giro. L’ uno crede che l’ altra debba rispettare questa serie di reiterate istruzioni per l’ uso, ma esse si neutralizzano a vicenda: se Tig deve rispettare il mio bisogno di crogiolarmi dimentica di tutto, immune da brutte notizie, fino alla prima tazza di caffè, io non dovrei forse rispettare il suo bisogno di vomitare le catastrofi, in modo da sbarazzarsene? «Oh. Mi dispiace» dice. Mi lancia un’ occhiata di rimprovero. Perché devo scontentarlo così? Non so forse che se non può dare le brutte notizie, a me e subito, una ghiandola verde bile delle brutte notizie, o vescica che sia, gli scoppierà dentro e gli verrà la peritonite dell’ anima? Allora sarei io a dispiacermi. Ha ragione, mi dispiacerebbe. Non mi rimarrebbe nessuno di cui saper leggere i pensieri. «Ora mi alzo» dico, sperando così di confortarlo. «Scendo subito». «Ora» e «subito» non hanno lo stesso significato che avevano prima. Tutto richiede più tempo di una volta. Ma con i gesti di tutti i giorni me la cavo ancora, sfilare la camicia da notte, mettere il vestito da giorno, allacciare le scarpe, lubrificare il viso, scegliere le pillole di vitamine. Il leader, penso. Il consiglio di governo provvisorio. Ucciso da loro. Tra un anno non ricorderò quale leader, quale consiglio di governo provvisorio, quali loro. Ma certe notizie si moltiplicano. Tutto è provvisorio, nessuno riesce più a governare, e ci sono un sacco di «loro», troppi. Vogliono sempre uccidere i leader. Spinti dalle migliori intenzioni, o almeno così sostengono. Anche i leader hanno le migliori intenzioni. I leader sono sotto i riflettori, gli assassini prendono la mira nell’ oscurità; hanno partita facile. Quanto agli altri leader, i leader dei paesi guida, come vengono chiamati, in realtà non guidano più niente, si agitano e basta; glielo vedi negli occhi, cerchiati di bianco come quelli dei bovini in preda al panico. Non si può guidare se non si è seguiti da nessuno. La gente alza le mani, ma poi se le mette in tasca. Vuole solo tirare avanti. I leader continuano a dire: «Abbiamo bisogno di una leadership forte», poi se la filano alla chetichella a sbirciare le previsioni elettorali. Sono brutte notizie, e ce ne sono troppe: non lo sopportano. Ma ci sono già state brutte notizie, e noi ce la siamo cavata. è quello che si dice delle cose che risalgono a prima della propria nascita, o di quando ci si succhiava ancora il pollice. Amo questa formula: Noi ce la siamo cavata. Non significa niente quando si tratta di avvenimenti a cui non eri presente personalmente, come se fossi entrato in un club chiamato Noi e ti fossi appuntato un distintivo di plastica con su scritto Noi per potervi accedere. Comunque, Noi ce la siamo cavata è fortificante. Evoca una marcia o un corteo, cavalli che si impennano, costumi laceri e infangati dopo l’ assedio o la battaglia o l’ occupazione nemica o il massacro di draghi o i quarant’ anni nel deserto. Magari con un leader barbuto che alza il suo stendardo e punta avanti. Il leader avrebbe già ricevuto le brutte notizie. Le ha afferrate, le ha capite, sapeva cosa fare. Attaccare dal fianco! Avventarsi alla gola! Lasciare l’ Egitto, cavolo! Cose del genere. «Dove sei?» grida Tig su per le scale. «Il caffè è pronto». «Eccomi» grido in risposta. Lo usiamo un sacco, questo walkie-talkie aereo. La comunicazione non ci ha abbandonato, non ancora. Non ancora non si sente, come la h di honour. è il non ancora muto. Non lo diciamo ad alta voce. Ecco i tempi verbali che ormai ci definiscono: il passato, una volta; il futuro, non ancora. Viviamo nella piccola finestra tra l’ uno e l’ altro, lo spazio che solo di recente siamo arrivati a considerare un’ ancora e che in realtà non è più piccolo di qualsiasi finestra altrui. è vero, abbiamo qualche acciacco – un ginocchio qui, un occhio là – ma per ora si tratta solo di inezie. Ci divertiamo ancora, purché ci concentriamo su una cosa per volta. Ricordo quando prendevo in giro nostra figlia, tempo fa, quando era adolescente. Facevo finta di essere vecchia. Andavo a sbattere contro le pareti, facevo cadere le posate, fingevo di avere vuoti di memoria. Non è più tanto uno scherzo. * * * La cucina, quando ci arrivo, odora di pane tostato e caffè: non c’ è da stupirsi, perché è quello che sta preparando Tig. L’ odore mi avviluppa come una coperta, rimane lì mentre mangio il vero pane tostato e bevo il vero caffè. Là, sul tavolo, ci sono le brutte notizie. «è da un po’ che il frigorifero fa un rumore» dico. Non prestiamo abbastanza attenzione ai nostri elettrodomestici. Nessuno dei due. Attaccata al frigorifero c’ è una foto di nostra figlia scattata parecchi anni fa; brilla su di noi come la luce di una stella che si allontana. è tutta presa dalla sua vita, altrove. «Guarda il giornale» dice Tig. Ci sono delle foto. Le brutte notizie sono peggiori con le foto? Io credo di sì. Le foto ti costringono a guardare, che tu lo voglia o no. C’ è l’ auto bruciata, una delle tante ormai, con il suo telaio scheletrico di metallo contorto. Dentro è rannicchiata un’ ombra carbonizzata. Nelle foto come questa ci sono sempre delle scarpe vuote. Sono le scarpe a farmi effetto. Triste, quell’ innocente compito quotidiano – infilarsi le scarpe nella ferma convinzione di andare da qualche parte. Le brutte notizie non ci piacciono, ma ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di venirle a sapere, caso mai debbano capitarci. Un branco di cervi che pascola pacificamente a testa bassa nel prato. Poi bau, bau – cani selvatici nel bosco. Testa alta, orecchie avanti. Prepararsi a fuggire! Oppure, la difesa del bue muschiato: lupi in avvicinamento è la notizia. Svelti – formare un cerchio! Le femmine e i piccoli al centro! Sbuffare e grattare il terreno! Prepararsi a incornare il nemico! «Non si fermeranno» dice Tig. «è un bel guaio» replico io. « E la polizia dov’ era?» Quando Dio distribuì i cervelli, si diceva una volta, alcuni di cui potremmo fare il nome erano gli ultimi della lista. «Se vogliono davvero ucciderti, ti uccidono» dice Tig. è fatalista per queste cose. Non sono d’ accordo, e passiamo un piacevole quarto d’ ora a evocare i nostri testimoni morti. Lui suggerisce l’ arciduca Ferdinando e John Kennedy; io propongo la regina Vittoria (otto tentativi falliti) e Stalin, che riuscì a non farsi assassinare praticando lui stesso l’ assassinio indiscriminato. Un tempo, magari questa sarebbe stata una discussione. Adesso è un passatempo, come il gin rummy. «Siamo fortunati» commenta Tig. So cosa intende. Intende noi due, seduti qui in cucina, ancora. Nessuno dei due se n’ è andato. Non ancora. «Sì, è vero» dico io. « Attento al pane – sta bruciando». Ecco. Abbiamo fronteggiato le brutte notizie, le abbiamo prese per le corna, e stiamo bene. Non siamo feriti, non perdiamo sangue, non siamo bruciacchiati. Abbiamo tutte le nostre scarpe. Il sole splende, gli uccelli cantano, non c’ è motivo per non sentirsi piuttosto bene. Il più delle volte le brutte notizie vengono talmente da lontano – le esplosioni, le fuoriuscite di petrolio, i genocidi, le carestie. Ci saranno altre notizie, in seguito. Ci sono sempre. Ce ne preoccuperemo al momento. Alcuni anni fa – quando? – io e Tig andammo nel sud della Francia, in un posto chiamato Glanum. Era una vacanza per modo di dire. In realtà volevamo vedere la casa di cura in cui Van Gogh aveva dipinto gli iris, e la vedemmo. Glanum fu una deviazione. Non ci ho pensato per anni, ma adesso mi ritrovo laggiù, tanto tempo fa, a Glanum, prima che venisse distrutta nel terzo secolo, prima che si riducesse a qualche rovina che si può visitare solo a pagamento. Ci sono ville spaziose, a Glanum; ci sono terme pubbliche, anfiteatri, templi, i tipi di edificio che i romani erigevano ovunque andassero, per potersi sentire civili e a casa. Glanum è molto amena; molti alti ufficiali militari in pensione si stabiliscono lì. è abbastanza multiculturale, abbastanza varia: a noi piace la novità, l’ esotico, ma non tanto quanto a Roma. Siamo un po’ provinciali, qui. Eppure, abbiamo divinità di tutte le provenienze, oltre a quelle ufficiali, si capisce. Per esempio, abbiamo un piccolo tempio dedicato a Cibele decorato con due orecchie, per indicare la parte del corpo che ci si potrebbe tagliare in suo onore. Gli uomini ci scherzano sopra: siete fortunati a cavarvela con le orecchie, dicono. Meglio un uomo senza orecchie che nessun uomo. Ci sono case greche più vecchie mescolate a quelle romane, ed è rimasta ancora qualche usanza greca. I celti vengono in città; alcuni indossano tunica e mantello come i nostri e parlano un latino decente. I nostri rapporti con loro sono abbastanza amichevoli, ora che hanno rinunciato ai loro modi da cacciatori di teste. Tig ha certi doveri di ospitalità, e io una volta ho invitato un’ importante celta a cena. Era un rischio sociale, ma di lieve entità: il nostro ospite si è comportato abbastanza normalmente e si è ubriacato giusto quel tanto che richiedevano le usanze. Aveva strani capelli – rossi e ricciuti – e portava la sua torque in bronzo da cerimonia, ma non era più violento di qualche altra persona di cui potrei fare il nome, sebbene esibisse una cortesia davvero inquietante. Sto facendo colazione nel salottino con l’ affresco di Pomona e gli Zefiri. Il pittore non era di prim’ ordine – Pomona è leggermente strabica e ha i seni enormi, ma qui non si possono sempre avere cose di prim’ ordine. Cosa starei mangiando? Pane, miele, fichi essiccati. La frutta fresca non è ancora di stagione. Niente caffè, sfortunatamente; non credo che sia stato ancora inventato. Bevo un po’ di latte di giumenta fermentato, per favorire la digestione. Una schiava fedele ha portato la colazione su un vassoio d’ argento. Ci sono schiavi capaci, in questa tenuta, fanno bene il loro lavoro: sono silenziosi, discreti, efficienti. Non vogliono essere venduti, naturalmente: fare lo schiavo in casa è meglio che lavorare alla cava. Arriva Tig con un rotolo. Tig è il diminutivo di Tigri, un nomignolo che gli è stato affibbiato dalle truppe che comandava un tempo. Solo pochi intimi lo chiamano Tig. Aggrotta le sopracciglia. «Brutte notizie?» chiedo. «I barbari ci stanno invadendo» dice. «Hanno attraversato il Reno». «Non prima di colazione» faccio io. Sa che non riesco a parlare di questioni importanti subito dopo essermi alzata. Ma sono stata troppo brusca: vedo la sua aria ferita e mi addolcisco. «Attraversano continuamente il Reno. Prima o poi si stancheranno. Le nostre legioni li sconfiggeranno. Lo hanno sempre fatto». «Non lo so» dice Tig. «Non avremmo dovuto ammettere tanti barbari nell’ esercito. Non è gente di cui fidarsi». Ha trascorso anche lui un lungo periodo nell’ esercito, perciò la sua preoccupazione è fondata. D’ altra parte, è sua opinione che Roma stia andando a catafascio, e ho notato che quasi tutti gli uomini in pensione la vedono così: il mondo non può proprio funzionare senza i loro servigi. Non è che si sentano inutili; si sentono inutilizzati. «Per favore, siediti» dico. «Ti mando a prendere un bel pezzo di pane e miele, con i fichi». Tig si siede. Non gli offro il latte di giumenta, anche se gli farebbe bene. Sa che so che non gli piace. Odia essere tormentato a proposito della sua salute, che ultimamente gli sta dando qualche problema. Oh, lascia le cose come stanno, lo prego muta. «Hai sentito?» dico. «Hanno trovato una testa appena mozzata appesa accanto al vecchio pozzo votivo celtico». Un lavoratore della cava che è scappato nel bosco, cosa che sono stati avvertiti di non fare… lo sa il cielo. «Credi che stiano tornando al paganesimo? I celti?» «In realtà ci odiano» risponde Tig. «E quell’ arco commemorativo non è d’ aiuto. è una mossa tutt’ altro che diplomatica – i celti sconfitti, le loro teste calpestate dai piedi dei romani. Non hai visto come ci fissano il collo? Gli piacerebbe conficcarci un coltello. Ma adesso sono rammolliti, si sono abituati ai lussi. Non come i barbari del Nord. I celti sanno che se affondiamo, affonderanno con noi». Prende solo un boccone del pane squisito. Poi si alza, va su e giù per la stanza. Sembra eccitato. «Vado alle terme» dice. «A sentire le notizie». Pettegolezzi e voci, penso. Prodigi, presagi; uccelli in volo, viscere di pecora. Non sai mai se una notizia sia vera finché non ti si scaglia addosso. Finché non ti è sopra. Finché non allunghi il braccio e non c’ è più respiro. Finché non gridi nel buio, vagando per le stanze vuote, con addosso la tua camicia da notte bianca. «Ce la caveremo» dico. Tig non dice niente. è una giornata talmente bella. L’ aria profuma di timo, gli alberi da frutto sono in fiore. Ma questo non significa nulla per i barbari; anzi, loro nelle belle giornate preferiscono invadere. C’ è maggiore visibilità per i saccheggi e i massacri. Questi sono gli stessi barbari che – ho sentito dire – riempiono di vittime gabbie di vimini e le incendiano in sacrificio ai loro dèi. Comunque, sono molto lontani. Ammesso che riescano ad attraversare il Reno, ammesso che non vengano uccisi a migliaia, ammesso che il fiume non giunga a tingersi del rosso del loro sangue, ci vorrà molto tempo prima che arrivino qui. Non accadrà durante la nostra vita, forse. Glanum non è in pericolo, non ancora.

Traduzione di Raffaella Belletti © 2006 O. W. Toad LTD, Moral Desorder © 2006 Ponte alle Grazie

Leonetta Bentivolglio

Joyce Carol Oates, forse la massima romanziera americana vivente, torna a esplorare le dimensioni impietose del danno e della pena. Da oltre un quarantennio questa scrittrice nata nel ‘ 38, ostinatamente ricorrente tra i candidati al Nobel, sembra accanirsi in un’ immersione nel dolore di gente comune, condizionata dall’ accrescimento dei bisogni nella società del consumo, sullo sfondo di quella provincia sterminata che è l’ America. Offrendo interni famigliari, o destini individuali, colti in passaggi cruciali o devastanti, là dove una violenza efferata frantuma un equilibrio, o dove emerge un bagaglio di memorie rimosse. Scorre in questo clima anche il suo ultimo romanzo, La madre che mi manca, appena uscito in Italia. La madre è Gwen, vedova di fervida vocazione materna, trionfalmente aderente alle più convenzionali aspettative di ciò che s’ intende per “buona madre”. Ma il fato non perdona nelle storie della Oates, che traspongono in sfere mitiche vicende famigliari. Gwen viene uccisa da un balordo, massacrata in un delitto senza senso. Ed è una morte che stravolge la vita di Nikki, la più indocile e “diversa” tra le sue due figlie. Giornalista dalla chioma punk e dagli amori instabili, Nikki ridisegna nel lutto la propria mappa interna. Fantastica su Gwen, ne rivive il passato, la affranca dalla sua maschera di rispettabilità. Compie un bizzarro itinerario iniziatico, denso di metamorfosi e costellato di incontri inattesi. Di continuo, in questo viaggio conturbante e imponente (mezzo migliaio di pagine), pare affiorare dietro al volto di Nikki la stessa Oates, riflessa nella sua protagonista come in una parte di sé, o in una se stessa più giovane. «E’ vero», conferma la scrittrice, «molti aspetti mi accomunano a Nikki, e innanzitutto il fatto che siamo entrambe figlie di madri eccezionalmente calde, generose e altruiste, inseribili nella categoria delle cosiddette madri “tradizionali”. Tutte e due siamo state antitetiche a nostra madre, situazione per molti versi ironica e implicitamente problematica. Inoltre Nikki è una giornalista che si tuffa avidamente in ogni nuovo incarico, per poi allontanarsene e dimenticarlo. Un po’ come accade a uno scrittore con i suoi libri». Il personaggio di Gwen ha molto in comune con sua madre? «Somiglia alla mia defunta madre, Carolina Oates, sia fisicamente che in termini di personalità e di rapporti col prossimo. Appartengono entrambe al genere di donne volonterose e abili nel “fare di tutto” per parenti e vicini, molto amate ma spesso sottovalutate in vita. Nella società contemporanea americana, soprattutto in certi ambienti, si è attribuita sempre meno importanza al “mero” ruolo di madre». Nikki tende a identificarsi con la madre dopo averla persa. Va a casa sua, ne adotta il gatto, ne prova le ricette… Anche lei ha vissuto quest’ immedesimazione? «Non sono andata a stare a casa dei miei dopo la loro morte, ma vivo circondata da cose e oggetti che loro hanno “creato”. Ho ancora i manufatti di mia madre e i vestiti che cucì per me, e conservo i lavori artistici di mio padre, come una lampada di vetro colorato. Così mi sembra di abitare dentro qualcosa del loro mondo perduto. Sono certa che questo meccanismo coinvolge di frequente chi ha perso i genitori». A volte, in La madre che mi manca, lei usa intere pagine di maiuscole, come nel lungo periodo, molto aggressivo sul piano grafico, fitto dei “PERCHE’ ?” gridati da Nikke dopo l’ omicidio. «Volevo riflettere l’ ansia ossessiva provocata in lei dalla perdita della madre, evento che considera insensato e anche ironico. Quella di Gwen è una morte quasi accidentale, che non sarebbe potuta avvenire in nessun altro momento e in nessun’ altra circostanza. Gwen era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sono state la sua generosità e la sua mancanza di sospetti a consegnarla al suo assassino. Quanto a mia madre, lei morì per cause naturali, ma in modo repentino, per un infarto, e fu per me un fulmine a ciel sereno». Il paese di Mount Ephraim, dove si svolgeva un suo precedente romanzo, Una famiglia americana, è lo stesso in cui ora ha ambientato La madre che mi manca. Perché tornare sul “luogo del delitto”? «Quella di Mount Ephraim è la parte nord-occidentale dello Stato di New York, e io sono nata in quella zona, a Lockport. Naturale che sia portata a farne il set delle mie storie. Vivevo in una famiglia unitissima, i miei erano ottimi genitori e si conduceva la tipica vita di fattoria, col lavoro in campagna e il tempo per girovagare ed esplorare in solitudine. Nessuno, nei dintorni, era molto abbiente, perciò non posso dire che la nostra fosse una famiglia povera, a paragone delle altre. Eravamo gente comune per quell’ epoca e quel territorio, dove ho trascorso un’ infanzia serena e “normale”». Eppure sangue e violenza dilagano nei suoi romanzi, mescolandosi all’ amore e al desiderio in tragedie contemporanee che intrecciano Eros e Thanatos. «La tragedia è una forma d’ arte che mi ha sempre attratto. I miei libri coinvolgono passioni particolarmente intense, dunque è inevitabile che implichino un legame fortissimo tra Eros e Thanatos. Però ci sono forme meno estreme d’ amore, come gli affetti familiari e l’ amicizia, su cui scrivo altrettanto spesso. Il desiderio struggente di Blonde (è il titolo del libro della Oates su Marilyn Monroe, ndr) era di opporsi alla morte attraverso l’ essere amata e amabile. Sognava di suscitare un amore così potente da salvarla dall’ oblio». A dispetto delle sue storie laceranti, lei non ama definirti pessimista. «Perché le mie storie parlano non solo di dolore e morte, ma anche del confronto umano con la violenza, col dolore e con la morte, e del modo in cui persone comuni possono trionfare in condizioni difficili. Credo che la mia fiducia nella forza dell’ essere umano e nella sua capacità di ripresa sfugga ai critici, che nella loro fretta di valutare un romanzo in meri termini di trama leggono velocemente e superficialmente. L’ arte tragica punta a esaltare l’ essenza umana, non a sminuirla. Come ci si può mettere alla prova se non in circostanze estreme? Ci sono molti individui che diventano eroi in situazioni di emergenza, e io voglio focalizzare questo comportamento. Come nel romanzo Una famiglia americana, dove una famiglia “perfetta” è aggredita dall’ esterno e messa alla prova». E’ d’ accordo con l’ idea che la sua opera tenda a formare una controstoria dell’ America, segnalandone la deriva spirituale e culturale in contrasto con le illusioni dell’ American Dream? «Molti scrittori e artisti americani interrogano, esplorano, rifiutano e forse ridefiniscono il Sogno Americano, tema dal quale sono attratta potentemente in tutta la mia fiction». Campeggiano nei suoi romanzi famiglie sbandate, disunite, sconvolte da incidenti e rivelazioni pericolose. Pensa che la famiglia tradizionale oggi sia molto in crisi in America? «Più che di crisi parlerei di un’ evoluzione naturale e in corso da decenni. Perché una donna dovrebbe sposarsi giovane, avere dodici figli e obbedire alle norme antiquate e insensate imposte dalla Chiesa? “Tradizione” è solo un’ altra parola per indicare un certo tipo di oppressione vigente in passato. Sarebbe stupido volerla rispettare». Il suo prossimo romanzo? «Sarà la storia di un’ altra famiglia “in crisi”. Il titolo è The Grave Digger’ s Daughter (La figlia del becchino), ed è un’ avventura epica americana».

“Nello stato attuale gli accordi di partenariato economico voluti dalla Ue sarebbero un altro disastro”
S. Li.

 

Diéneba Diallo è la rappresentante della confederazione contadina del Burkina Faso, associata a Roppa (Réseau des organisations paysannes et des producteurs de l’Afrique de l’Ouest), grande consorzio di associazioni agricole molto attive e combattive sul piano della sovranità alimentare e della lotta contro i famigerati Epa (Accordi di partenariato economico) che l’Unione europea vuole firmare con i paesi del Sud.

 

Si è appena concluso a Selingué, nel sud del Mali, il forum sulla sovranità alimentare. Di sovranità alimentare si parla oggi al convegno di Bamako. Qual è la vostra posizione?
Finché non avremo la possibilità di mangiare a sazietà, non potremo dire di vivere in una democrazia. Oggi, la concorrenza dei prodotti agricoli europei e asiatici uccide i nostri mercati; ci lascia letteralmente senza nulla in mano. Vi faccio una semplice domanda: perché gente senza un reale potere d’acquisto dovrebbe comprare un litro di latte da me che lo vendo a 350 franchi Cfa (poco più di mezzo euro) se qualcun altro viene da fuori e lo vende a 100-150 Cfa?

 

Sta accusando l’Unione europea di fare concorrenza sleale?
Diversi paesi invadono i nostri mercati e distruggono la nostra competitività. Il caso del cotone è il più noto: con le loro sovvenzioni ai produttori, Stati uniti e Unione europea rendono la nostra produzione non competitiva. Loro sanno benissimo che i nostri governi non possono sovvenzionare gli agricoltori. Si tratta di una reale ingiustizia.

 

Oltre alla concorrenza europea, c’è anche il problema del mancato funzionamento dell’area di libero scambio dell’Africa occidentale (Cedeao). Perché non funziona?
La produzione della Cedeao è al momento principalmente orientata all’esportazione. Se facciamo il confronto, l’Ue destina al suo mercato interno circa il 75 per cento della produzione agricola. La Cedeao è ha un livello molto più basso, tra l’8 e il 13 per cento. Il caso del cotone è eclatante: il 95 per cento della nostra produzione va all’estero. Dobbiamo sviluppare il nostro mercato interno. E per farlo dobbiamo respingere gli Epa, gli accordi che Bruxelles vuole imporre ai nostri governi.

 

Come pensate di opporvi agli Epa?
Si tratta di un problema eminentemente politico. Ed è per questo che faremo delle azioni politiche per impedire la firma di questi accordi. Già siamo stati indeboliti dagli accordi di aggiustamento strutturale imposti negli anni Novanta dalla Banca mondiale. Da allora, l’Africa occidentale è sempre più dipendente a livello agricolo. Nello stato attuale, degli accordi di partenariato economico sarebbero un ulteriore disastro.

 

Che cosa proponete per sviluppare il mercato interno?
Bisogna imporre nuove dazi doganali, proteggere i nostri mercati, come si fa in tutte le aree del mondo. Attraverso questa protezione dobbiamo raggiungere la sovranità alimentare. Ci deve essere un impegno politico degli stati a definire una politica necessaria per produrre ciò di cui i cittadini hanno bisogno per nutrirsi.

Nella capitale maliana una delegazione della Farnesina cerca di imparare qualcosa dal nuovo protagonismo femminile dell’area. Applausi per la star dell’altermondialismo africano Aminata Traoré, in lotta contro la globalizzazione che saccheggia
Stefano Liberti – Inviato a Bamako

 

“La globalizzazione esclude l’Africa. Ma l’Africa viene letteralmente saccheggiata dalla globalizzazione dei mercati”. La frase risuona nell’anfiteatro. Sbattono mani. Vengono intonati anche gli youyou, i gridolini ripetuti con cui le donne festanti usano esprimere il loro entusiasmo da queste parti. Una suonatrice di tamburi si lancia in un assolo trascinante. Aminata Traoré, ex ministra della cultura maliana, star dell’altermondialismo africano, ha appena concluso il suo intervento alla conferenza “Le donne protagoniste: dialogo fra i paesi dell’Africa occidentale e la cooperazione italiana”. La folla nell’anfiteatro del centro di congressi di Bamako, adagiato sulle rive dell’imponente fiume Niger, è in tripudio.
Una folla costituita per il 90 per cento da donne dell’Africa occidentale: delegazioni venute dal Senegal, dal Burkina Faso, dal Camerun, dalla Sierra Leone, dal Chad, dalla Mauritania, e da tutti gli altri paesi dell’area per un incontro abbastanza inusuale: in un quadro del tutto istituzionale, la società civile femminile della sub-regione prende la parola. E vuole farlo da protagonista.
Lo aveva detto in apertura la vice-ministra degli esteri con delega per la cooperazione internazionale Patrizia Sentinelli: “Siamo venuti qui per ascoltarvi e per imparare da voi”. Accanto a una schiera di ministre di tutta la sub-regione, attivisti e organizzazioni vogliono confrontarsi tra loro e con il vicino del Nord. Vogliono discutere con “quell’Italia che ha deciso di venire qui da noi, e vedere la situazione sul terreno”, come ha detto il presidente maliano Amadou Toumani Touré nel suo saluto all’inizio della mattinata.
L’evento segna una rottura netta con un passato di cooperazione fatto di assistenzialismo e buoni propositi, viziato però spesso da una scarsa attenzione per i reali interessi e bisogni delle popolazioni a cui i vari progetti erano indirizzati. Una cooperazione che si interroga sul suo futuro, sul suo senso e sulle sue pratiche. “Questa conferenza – aggiunge Sentinelli dal palco – si inserisce in un momento di particolare interesse per la cooperazione italiana che sta affrontando una riforma strutturale e che si è data l’impegno di agire con maggiore efficacia all’interno del contesto internazionale”.

 

I temi più scottanti
Così sfilano i delegati. Si affrontano i temi – anche i più scottanti – del divario Nord-Sud: gli accordi di partenariato economico (Epa) che Bruxelles vorrebbe imporre ai paesi terzi; le sovvenzioni agli agricoltori che i governi statunitense ed europei versano ai loro produttori agricoli uccidendo i mercati nel Sud; l’emigrazione, vista con fastidio a Nord ma reale fonte di sviluppo per il Mali e per altri paesi della regione grazie alle rimesse.
Un punto, quest’ultimo, citato dal presidente Touré, ma su cui poi martella Aminata Traoré, che da anni segue con attenzione e sgomento le evoluzioni delle rotte migratorie, le tragedie associate alla chiusura progressiva e letale delle frontiere europee. E che da anni non smette di denunciare lo scarso interesse con cui si affronta la questione nelle stanze della Commissione europea. “I viaggi della speranza verso l’Europa hanno già causato almeno 5mila morti negli ultimi anni” tuona la leader alter-mondialista. “Sono molti di più delle vittime dell’11 settembre a New York. Ma nessun ha mai osservato un minuto di silenzio per questi cadaveri dimenticati, rimasti spesso in fondo al mare”.
Migrazione fa rima con spoliazione, secondo Aminata e secondo molti dei partecipanti. Finché il Nord dà con la mano degli aiuti allo sviluppo ciò che leva con quella del dumping commerciale, i giovani africani non potranno far altro che partire, fuggire da una vita senza migliori prospettive. “L’Africa è così ridotta perché la globalizzazione neo-liberale esige la spoliazione del Sud”, conclude vibrante l’ex ministra della cultura, mentre centinaia di donne applaudono convinte, si alzano per andarle a stringere la mano, gridano il loro desiderio di rivalsa.
Il tasso di partecipazione è elevato; chiara la percezione delle priorità politiche, tanto da parte del Sud (“no agli Epa, sì a un partenariato equo e paritario”) che dall’Italia (“In Africa, e in particolare in Africa occidentale, la sfida per il miglioramento della qualità della vita passa attraverso la lotta alla discriminazione nei confronti delle donne”, sottolinea Sentinelli). Tutti temi già emersi a Bamako l’anno passato nel corso della tappa africana del Forum sociale mondiale policentrico e ribaditi a fine gennaio al Forum sociale di Nairobi.

 

Per imporre la propria agenda
Una società civile africana sembra aver preso forma, convinta di voler imporre a propria agenda ai governanti. E a questa società civile la Divisione generale della Cooperazione ha deciso di dare ascolto, con una scaletta di interventi rivolti soprattutto alle donne.
Quindi, attenzione prioritaria alle politiche di genere, a programmi di sviluppo per micro-credito femminile; alla lotta contro le mutilazioni genitali. Le partecipanti sono la voce viva di un’Africa che vuole rialzare la testa e che rifiuta la visione miserabilista di fucina di malattie e di sottosviluppo veicolata dai media del Nord.
Un’Africa che è spesso accusata di essere la responsabile di tutti i propri mali, funestata da guerre civili e da governanti corrotti. “Sì, i nostri governanti sono corrotti – chiosa Aminata -. Ma non ci sono corrotti senza corruttori”.

da il manifesto – Parla il soldato Mark Wilkinson, sotto processo negli Stati uniti per essersi rifiutato di tornare a combattere in Iraq

“Dopo il caso del sergente Camillo Mejia e quello dell’ufficiale Watada, ora spetta a me affrontare in questi giorni il processo davanti alla corte marziale come “disertore”. Siamo colpevoli di un crimine inesistente. La guerra in Iraq è illegale ed è nostro diritto rifiutare di partecipare a questa aggressione americana. I comandi militari non vogliono sentirsi dire apertamente in questo momento che questa guerra ingiusta e illegale è sempre più impopolare proprio tra i soldati. Non è molto difficile dimostrarlo anche davanti ad una giuria militare. Comunque sono pronto a pagare. Io non tornerò mai più nell’inferno dell’Iraq”. A raccontare la sua esperienza di resistente alle pressioni del Pentagono, è Mark Wilkinson di 22 anni, di stanza in Iraq dal marzo 2003 al maggio 2004, già intervistato allora in clandestinità come disertore (il manifesto del 21 giugno 2005), ora in attesa del processo davanti alla corte marziale della base militare di Forthood in Texas. La base militare di Forthood è una delle basi militari da dove partiranno i nuovi 21.000 soldati che Bush ha deciso di inviare in Iraq per l’escalation militare in Iraq.
A Washington i politici discutono ma a lei risulta che alcune truppe siano già partite?
La prima unità militare di cavalleria e già partita da qui per Baghdad. Il mio plotone, per la terza volta, dovrà tornare in Iraq, a maggio. Così ha deciso Bush.
Cosa pensano i soldati a Forthood per questa decisione del presidente?
La stragrande maggioranza dei soldati qui alla base militare è contraria alla continuazione della guerra. Dicono che la decisione di Bush non ha alcun senso né motivazione. I soldati della mia unita militare sostengono che non c’è per loro “nessuna missione” in quel fronte. Pensano soltanto di cercar di restar vivi e svolgere il lavoro assegnato. Hanno paura di rendere pubblica la loro opposizione a questa avventura militare, sanno che ora la guerra è diventata più impopolare, e sono consapevoli che i processi delle corti marziali che prima Watada e ora io stesso stiamo subendo, vengono seguiti attentamente. Apertamente i soldati ci dimostrano tutto il loro appoggio per il coraggio che dimostriamo e che loro ancora non riescono ad esprimere. Il Pentagono, due anni fa, ha ufficialmente reso pubblico il dato che dall’inizio della guerra sono 8000 i disertori che non tornano al fronte. A me risulta che siano 40.000 i soldati che in gergo militare sono definiti “absents of war”, non tutti certo motivati politicamente. L’indice dei suicidi fra i soldati nel 2005 è salito al 19.9% dal 10% dell’anno precedente. Un dato che non comprende i suicidi di marines, nell’aviazione e nella Guardia nazionale. Nel 2005 sono stati 22 i soldati che si sono suicidati al fronte. Il Pentagono occulta tutti questi dati e questi problemi. Qui a Forthood sono tanti i casi di soldati devastati da alcoolismo e droga per quello che chiamano “post traumatic stress”. Il Pentagono, alla disperata ricerca di “uomini” da inviare al fronte, non ha il benché minimo interesse rendere pubblico il fenomeno che si sta estendendo nelle basi militari tra i soldati che tornano dall’Iraq.
Qual è stata la sua esperienza di soldato in Iraq dal 2003 al 2004, se poi è finito davanti ad una corte marziale come disertore?
Sono andato in missione in Iraq dall’inizio dell’invasione nel 2003 fino al 2004. Sono stato a A Tikrit, Samarra e in tutto il resto del paese come poliziotto militare. Quando son tornato negli Stati uniti nel 2004 quella esperienza sul campo mi aveva convinto a non andare mai più in quell’inferno. Inoltrai la richiesta come obiettore di coscienza. Come fece il sergente Mejia. Mi venne rifiutata dai militari, perché era “fondata su motivi politici”, mi risposero. Allora i superiori mi ordinarono di tornare in Iraq per il secondo turno di servizio militare. Rifiutai di partire con la mia unità, nel gennaio del 2005. Entrai “in clandestinità” e fui classificato dal Pentagono come “absent of war”, cioè come disertore. Ad agosto dello stesso anno decisi di costituirmi alla mia base militare a Forthood, consapevole di incorrere in punizioni disciplinari. Così i comandi hanno deciso di processarmi come disertore.
La sua esperienza di soldato in Iraq ha radicalmente cambiato le sue idee sulla guerra americana in Iraq?
La missione di polizia militare al fronte è stata la mia prima esperienza al di fuori della piccola comunità in Colorado dove sono cresciuto fino a quando, a 17 anni, venni spedito a Tikrit, dopo un addestramento militare di una sola settimana. Le regole d’ingaggio militare impartiteme alla partenza si sono poi rivelate inesistenti nel teatro di guerra. Venivo da una cittadina di tradizioni militari, dove non ci sono altre minoranza etniche né principi ed idee diverse da quelle grette dei cristiani evangelici. In Iraq mi sono confrontato con valori culturali e religiosi che ho trovato validissimi. Mi sono subito reso conto che la nostra missione era quella di distruggere tutto quello che incontravamo sulla rotta dei nostri convogli di humvee. Stavamo saccheggiando quel paese. Tra i soldati,esisteva quasi una gara di sadismo verso la popolazione. Contrariamente alla retorica dei “liberatori”, mi resi conto che la popolazione irachena era ostile alla nostra presenza di occupanti. Gi ordini impartiti dai comandanti di irruzione nelle case di civili iracheni, costituivano spesso un passatempo sul tragitto per andare allo spaccio a comprare patatine fritte. Gli ordini di arresto ed irruzione non avevano alcun senso né giustificazione, se non quello di terrorizzare la popolazione irachena.
Il Pentagono, consapevole che scarseggiano i soldati da inviare per continuare l’occupazione, potrebbe risparmiarle il carcere purché lei torni in Iraq?
È possibile. Anche se non sono il soldato che a loro conviene mandare al fronte. Comunque non accetterò mai di tornare in Iraq. Sono pronto ad assumere le mie responsabilità e pagare per la mia opposizione a partecipare a qualsiasi guerra. Questa in Iraq è ingiusta e illegale.

Emanuela Citterio

Stando agli ultimi dati delle Nazioni Unite è difficile parlare di pari opportunità in Africa Occidentale. In Mali il tasso di alfabetizzazione delle donne è del 12%, in Burkina Faso dell’8% e del 9% in Niger, in Senegal arriva al 29%. “La promozione dei diritti delle donne è una questione globale, in cui entra in gioco il livello di democrazia di un Paese” dice Diéneba Diallo, rappresentante di Roppa, uno dei consorzi più combattivi in Africa occidentale sul fronte della sovranità alimentare. Roppa è una rete di organizzazioni contadine diffusa in 11 Paesi e sta mettendo in discussione gli accordi di partnenariato econonomico (Epa) che l’Unione europea vuole firmare con i Paesi africani. “Non è possibile parlare di democrazia se non sono garantiti i diritti primari, come quello di sfamarsi” dice la Diallo. E fa una domanda: “Perchè gente con basso potere d’acquisto dovrebbe acquistare il latte da me che lo vendo a 50 centesimi di euro se qualcuno viene da fuori e lo vende a 20 centesimi?”. “I nostri mercati sono invasi da prodotti che arrivano dai Paesi europei e asiatici, e siccome i nostri governi non possono sovvenzionare gli agricoltori come fanno i loro governi, le nostre economie diventano sempre più deboli e dipendenti”. A dispetto delle statistiche, di Roppa fanno parte soprattutto le donne. “Non siamo solo povere e mutilate dall’infibulazione come pretendono alcuni stereotipi” afferma la Diallo. “Non siamo né rassegnate né sottomesse, siamo forti, fortissime. Molte donne del Mali all’alba sono già sui campi di cotone: è il loro lavoro non ricompensato a far andare avanti questo Paese. È da noi donne che dipende la salute dei nostri bambini, siamo noi a occuparci della famiglia”.
Secondo il rapporto Unicef 2007, quando le donne arrivano a occupare posti importanti in politica varano leggi più attente alla condizione dei bambini e delle famiglie. È successo in Ruanda, dove le donne parlamentari hanno contribuito con successo all’aumento di spesa per sanità e istruzione e al varo di un sostegno speciale per i bambini disabili. “In Sierra Leone stiamo cercando di fare approvare in parlamento una legge specifica sui diritti dei bambini” spiega Shirley Gbujama, ministro delle pari opportunità e dell’infanzia nel Paese africano uscito da una guerra civile brutale che non ha risparmiato i minori, reclutandoli come soldati, mutilandoli nel corpo, negli affetti e nella vita sociale. “La guerra è finita ma la piaga dei bambini soldato è ancora aperta” spiega la ministra. “Molti di loro sono ancora sradicati dalla propria comunità, sono cresciuti ma sono ancora disorientati. Avrebbero bisogno di cure, o semplicemente di poter andare a scuola e avere davanti un futuro. Ma ci sarebbe bisogno di un investimento serio, le forze in campo sono ancora troppo scarse”. A promuovere la legge per i diritti dei bambini in Sierra Leone è stato un gruppo di parlamentari donne, che dichiara apertamente la “necessità di femminilizzare la politica”. A sorpresa sta andando verso questa direzione anche Mauritania, finora ai livelli più bassi per quanto riguarda le pari opportunità. A spiegarcelo è Mehle Mint Ahmed, ministro della cultura, della gioventù e della famiglia. Abito rosso vivace con velo, dice che nel proprio Paese è in atto “una rivoluzione. Durante il precedente regime c’erano appena tre donne parlamentari alla camera e tre al senato. Oggi ci sono 27 parlamentari donne su 94. È vero, non c’è stata ancora una donna candidata alle presidenziali, ma sono certa che accadrà fra cinque anni”. Intanto a preparare la strada, come è già avvenuto in altri Paesi africani, è il ruolo importante assunto nelle donne alla guida della società civile. “In Mauritania c’è un Forum della società civile che riunisce circa 400 associazioni, e a capo c’è una donna” spiega la ministra. “Le donne hanno fatto un lavoro straordinario dopo la caduta del regime, oggi c’è libertà di stampa, si può criticare il potere, si possono pubblicare giornali che esprimono idee diverse senza incorrere nella censura. E in questo processo le donne hanno avuto un ruolo fondamentale”.

 

BOX COOPERAZIONE

 

La cooperazione italiana riparte dalle donne, e lancia un nuovo patto con l’Africa. A Bamako Patrizia Sentinelli, viceministra per gli Affari esteri, lo ha annunciato in mezzo a un’assemblea composta da un migliaio di delegate arrivate da tutta l’Africa occidentale. Ministre e rappresentanti della società civile che per due giorni hanno discusso di immigrazione, lotta alla povertà, salute, diritti delle donne e conflitti, il 2 e 3 marzo a Bamako (Mali). Al termine dell’incontro, dal titolo “Le donne protagoniste: dialogo fra i Paesi dell’Africa occidentali e la cooperazione italiana”, la Direzione generale della cooperazione allo sviluppo (Dgcs) ha annunciato lo stanziamento di 15 milioni di euro nel 2007 per un programma di cooperazione in Africa occidentale che partirà proprio dal sostegno all’iniziativa delle donne. Parla di un “segnale forte” il direttore generale della cooperazione Alain Economides: “con questa scelta l’Italia aumenta di dieci volte l’investimento per lo sviluppo in quest’area dell’Africa, dove finora siamo stati poco presenti”. Un impegno che ha anche un significato politico, se si pensa che uno stanziamento di entità analoga l’Italia lo ha riservato finora per zone di particolare crisi come il Libano e l’Afghanistan. “Non c’è dubbio che l’Italia deve ripensare la propria politica internazionale e il dialogo con l’Africa è fondamentale” ha detto Patrizia Sentinelli a una platea che risaltava per i colori e l’eleganza delle donne delegate a rappresentare i propri Paesi. La viceministra ha fatto presente che “anche il governo precedente ha portato avanti iniziative per l’Africa, ma quello che è mancato finora è un vero programma politico di cooperazione, con delle priorità, e un nuovo metodo, quello che abbiamo inaugurato con questa conferenza”. Le priorità di quello che è stato presentato come un “piano d’azione per le donne in Africa” sono le stesse che hanno tenuto impegnate in quattro gruppi tematici le rappresentanti che hanno partecipato alla conferenza: dalle iniziative di riconciliazione nei conflitti, alla microimprenditorialità femminile per combattere la povertà, al diritto alla salute (che comprende la lotta a pratiche che opprimono le donne come quello delle mutilazioni genitali femminili), a iniziative che tengano conto dei problemi legati all’emigrazione dal continente africano.

Recensione di Laura Cima

Rispondo volentieri alla richiesta della maestra filosofa Elvia Franco di recensire il suo ultimo libro Lettere pedagogiche (Edizioni Kappa Vu) che ritengo fondamentale per ripensare in profondità al senso comune sull’educazione e la scuola.
La capacità di mettere in relazione duale mondi che oggi sono sempre più incapaci di parlarsi e di confrontarsi è uno degli aspetti che ne fa un’opera originale: governo e scuola, politica e educazione, burocrazia e vita viste con occhi che ogni giorno colgono nei bambini e nelle bambine l’essenziale della comunicazione.
Scuola, educazione e vita sono per l’autrice invenzione di pratiche didattiche appassionate nell’indirizzare nuove vite che si affacciano al mondo, rispettandone le diversità di femmine e di maschi, di culture e famiglie, e oggi sempre più di popoli e religioni.
Se misuriamo l’attuale tasso di abbandoni scolastici nel nostro paese ci rendiamo subito conto che qualcosa si è inceppato nella scuola. La frustrazione di quegli insegnanti che svolgono il loro lavoro in modo ripetitivo o repressivo, che hanno perso la via e non sono “più in grado di provare né stupore né sorpresa”, per citare ciò che dice uno scienziato come Albert Einstein, e sono per così dire morti, i loro occhi sono spenti, può essere superata se si prendono le distanze, come ha fatto la Franco nella sua critica costruttiva, da documenti ministeriali come il Pecup, troppo ambigui nel loro apparente buonsenso per non ammettere che forse il vizio sta proprio nel “neoliberismo che sta curvando la scuola alle sue esigenze”.Le lettere a Tiziana hanno portato nel mio cuore e nella mia mente tanta nostalgia per i miei anni di insegnamento che sono stati il fondamento della mia attività politica successiva. Insieme ai gruppi di autocoscienza degli anni 70, la scuola mi ha insegnato a relazionarmi e a cercare un significato profondo nelle mie azioni e in quelle di chi veniva in rapporto con la mia attività di parlamentare o di amministratrice locale.
Politica, governo e burocrazia, se non sanno dialogare con le nuove generazioni, sono potere fine a sé stesso che si autoriproduce che “ha bisogno di obbedienza non di maturazione, non di libertà di pensiero e profondità di vedute”. Per questo lettere pedagogiche andrebbero lette anche da chi governa.

Vita Cosentino e Federica Giardini

Care e cari,

Al Ministero della Pubblica Istruzione è capitata una cosa che merita non solo attenzione, ma anche una ripresa di riflessione e di scambio per chi ha a cuore la cultura della differenza e la sua potenza trasformatrice nella scuola. Vi raccontiamo il fatto: martedì 6 marzo noi che scriviamo, Vita Cosentino e Federica Giardini, siamo state invitate a un convegno del ministero dal titolo “Che genere di saperi. Dal voto alle donne ai saperi di genere”. (alleghiamo la locandina) Sullo sfondo e in questione due elementi di grande complessità e spessore: la preparazione, entro maggio, delle nuove indicazioni nazionali per i programmi scolastici e la revisione dei libri di testo. Per questi ultimi, come forse sapete, negli anni scorsi le P.O. hanno portato avanti il progetto “Polite”, volto a elaborare un codice di autoregolamentazione per gli editori, perché recepiscano “il punto di vista di genere”. In quell’incontro la cosa è stata riproposta da due relatrici, Cortese e Serravalle, che a febbraio hanno organizzato a Napoli un convegno sul tema.
Proprio su cosa sia oggi “un punto di vista di genere” e su come cambia la cultura c’è secondo noi molto da dire e da discutere. Io (Federica), nel mio intervento, ho ricordato che nella comunità di Diotima, fin dall’inizio nel pensare si è attuato il passaggio dall’oppressione all’espressione. Questo significa che nel lavoro di quelle autrici veniva messo al centro il fatto di essere una donna, di avere un corpo e delle emozioni, delle passioni, che non potevano essere modellate su quelle maschili, e veniva data importanza a una frequentazione libera del sapere. Non più però nel modo della denuncia, della critica a un’oppressione millenaria, ma piuttosto come ricerca positiva di forme, di figure, di concetti che esprimessero questo nuovo mondo. Una ricerca che ha messo al centro il lavoro sulla lingua e sull’ordine del discorso nell’organizzazione dei saperi. E questo nuovo mondo ha cominciato a venire alla luce, attraverso un lavoro diffuso ad opera di molte donne sparse in tutta Italia, dalle formazioni e occupazioni più disparate: insegnanti, docenti, infermiere, scienziate, letterate, sindacaliste, solo per dirne alcune.
Sono passati alcuni anni da allora, brevi eppure lunghi nella portata, in quanto c’è una rivoluzione culturale in corso, rappresentata dalla femminilizzazione della società che scombina tutti i giochi. La risposta a cosa significa il sapere, i saperi di genere comincia ad essere un’altra, va aggiornata. Significa ad esempio registrare gli effetti di una rivoluzione culturale che, iniziata dalle donne, finisce per riguardare tutti e tutte. Potremo dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Irigaray, In tutto il mondo siamo sempre in due, un uomo e una donna.
Che cosa significa all’atto pratico insegnare, imparare, un sapere, a partire dalla differenza di genere, dal fatto che i soggetti sono due? Il primo effetto è quello della posizione che si prende rispetto quel sapere, significa cioè poter mettere in gioco il fatto concreto di essere una donna o un uomo con il corpo e le passioni che segnano il più quotidiano. Così si dà immediatamente la possibilità di fare riferimento alla propria esperienza, di non frequentare il sapere in modo impersonale quando non passivo.
Siamo in un processo che investe anche la società per andare a una cultura dei due sessi. Questa chiamata si declina per l’uno e per l’altra in modo diverso, come sono diverse le storie che li precedono. Per l’uno si tratterà di aprirsi alla relazione con altre, per l’altra si tratterà di prendersi l’impegno che deriva dalla forza guadagnata, di pronunciarsi portando la propria differenza nella costruzione di un mondo comune. Oggi dunque segnare il sapere con differenza tra i generi è un’occasione grande, occasione di una politica di civiltà, a partire dalla formazione alla cittadinanza che non possiamo ridurre all’appartenenza a uno stato con il relativo bagaglio di diritti o all’assunzione dei ruoli previsti dalla società. Si tratta piuttosto di una cittadinanza intesa come costruzione di capacità sostanziali ad esprimere sé nella relazione con altri e con altre, dunque nel verso di una libertà praticata effettivamente.
Io (Vita), nello stesso intento ho ricordato che il grande successo dell’istruzione femminile in Italia non può essere letto solo in termini emancipazionisti. È stata una strategia di libertà in cui hanno avuto un ruolo essenziale le madri che hanno voluto per le loro figlie quello che non avevano potuto avere per sé. L’investimento positivo per sé è, a mio modo di vedere, l’alimento segreto che è passato tra madri e figlie e che ha sostenuto e ancora oggi sostiene uno sguardo non catastrofico sulla scuola da parte femminile. Noi insegnati proprio da questo alimento segreto e dalle relazioni abbiamo tratto forza per idee e pratiche capaci di ripensare la scuola. Ma questo cambiamento non può essere introdotto per legge, pena l’annullamento della sua forza trasformativa. Come Federica sono convinta che in ballo c’è una battaglia culturale più grande che sta nella società e non solo nella scuola.
In questo c’è da giocare un protagonismo femminile: il processo comincia se ciascuna di noi, che sia al ministero, in parlamento o in una scuola di periferia, si assume la libertà di significare qualcosa del suo essere donna lì dove è. Se ciascuna comincia anche a vedere e a valorizzare la presenza femminile quando questa si esprime, e nella scuola questo capita più spesso che in altri luoghi. In questi casi viene sempre in luce l’intreccio tra linguaggio e relazione ed è questa l’energia che le donne portano per trasformare I contesti. Ho fatto presente che proprio il linguaggio può essere il punto da cui ripartire, da cui riaprire le questioni, come proponiamo nel nostro libro Lingua bene comune.
Sul piano più immediato ho invitato a tener conto della lingua nell’elaborazione delle indicazioni nazionali, a far comparire qua e là esempi tratti dal mondo femminile, a ricordarsi pensando-parlando-scrivendo che ci si rivolge in maggioranza a donne. Ho proposto anche di ripensare la figura dell’insegnante accentuando l’aspetto di ricerca che è connaturato a questo mestiere, soprattutto in una discontinuità culturale come è quella che stiamo vivendo; e di rideclinare l’autonomia scolastica in senso cooperativo togliendo tutti gli aspetti da competizione aziendale che stanno creando non poca sofferenza alle insegnanti.
La nostra impressione è che ci sia stato un ascolto attento e anche una certa ricezione del nostro punto di vista. Per es. la senatrice Soliani all’inizio del suo intervento ha ripreso l’idea che l’essere umano è sempre due e che c’è bisogno di dare valore alle donne in nome della loro diversità. Ha parlato di diritti ma anche del fatto che nella società bisogna costruire una cultura diversa. A questo proposito ha molto apprezzato le recenti iniziative di uomini contro la violenza sessuale. Ha però fatto anche presente che non c’è coscienza pubblica, che in parlamento c’è una incultura di ritorno. La sottosegretaria De Torre è stata sensibile alla valorizzazione dell’intreccio linguaggio/relazione e della cooperazione, e ha espresso anche preoccupazione per il disequilibrio educativo rappresentato da così pochi uomini che insegnano. La viceministra Bastico ha fatto un grande riconoscimento alle maestre a cui va il merito di aver alfabetizzato l’Italia e ha anche affermato che “scopo delle nuove indicazioni sarà valorizzare le diversità di genere, puntando sulla centralità della persona e sui livelli di apprendimento essenziali per imparare ad essere cittadini”.
Secondo noi si è aperto uno spazio importante in cui esserci, anche con azioni e iniziativa politica. Non mancano i motivi di preoccupazione, soprattutto su due questioni: la prima legata al fatto che se non si aggiorna il dibattito, se si agisce sui libri di testo affrettatamente e con paradigmi già vecchi, l’operazione rischia di aprire più problemi di quanti intenda risolvere; la seconda riguarda il fatto che se non si tiene ben ferma la differenza uomo/donna, come quella centrale che apre tutte le altre (si è per esempio stranieri e straniere) si rischia di finire in un pluralismo confusivo che può accrescere il disorientamento culturale e umano.

 

 


Il Ministero della Pubblica Istruzione
In occasione dell’8 marzo
Festa della donna

promuove

il
Convegno

CHE GENERE DI SAPERI

DAL VOTO ALLE DONNE AI SAPERI DI GENERE

Martedì 6 marzo ore 10
Ministero della Pubblica Istruzione
Sala della Comunicazione

Un’esperienza dalla Scuola
Liceo Classico “Orazio” Percorso di lettura al femminile “Un così forte desiderio di ali” classe 3^A


TAVOLA ROTONDA

Modera, Angela Cortese, Assessore all’istruzione provincia di Napoli – Coordinamento Pari Opportunità dell’UPI

 

Federica Giardini Docente di Filosofia politica dell’Università Roma 3
Vita Cosentino, Insegnante e saggista, del movimento “Per un’autoriforma gentile della scuola”
Gabriella Bonacchi, Storica, della fondazione “Lelio e Lisli Basso”

 

Ne parlano con

La Sen. Albertina Soliani, della Commissione Istruzione del Senato
Letizia De Torre, Sottosegretario MPI
Mariangela Bastico, Viceministro MPI

 

Gabriella Bonacchi, Presenta la mostra realizzata dalla fondazione”Lelio e Lisli Basso”La lunga marcia della cittadinanza femminile”

 

È previsto il saluto del Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni

L’isola che c’è – rete comasca di economia solidale

Sperimentiamo insieme – da marzo a dicembre 2007 – nuovi stili di vita e di consumo più sostenibili.
VIVI sostenibile è un’opportunità che L’isola che c’è, con la sua rete, offre a tutti i cittadini della provincia di Como per conoscere e sperimentare assieme – da marzo a dicembre 2007 – nuovi stili di vita e di consumo più sostenibili.
VIVI sostenibile ci porta alla scoperta di modalità concrete, piacevoli e convenienti – oltre che etiche ed ecologiche – di vivere la quotidianità pensando anche al futuro e al ben-essere delle persone, delle comunità, dei territori.
VIVI sostenibile è un’occasione per mettersi in gioco a partire dalle cose di tutti i giorni – abitare, mangiare, muoversi – per incontrare e conoscere le esperienze e le possibilità di cambiamento che il nostro territorio ci offre, e per scegliere ognuno il proprio stile di vita sostenibile.
A te piace FARLO?

 

Le regole del gioco
Dove si fa
VIVI sostenibile si svolgerà in 14 comuni della provincia di Como, raccolti in 6 aree territoriali:
* Albavilla, Orsenigo
* Cantù, Capiago Intimiano, Figino Serenza
* Canzo, Erba, Eupilio
* Como, Grandate
* Guanzate, Lomazzo
* Lurate Caccivio,Villa Guardia

 

Cosa si fa
VIVI sostenibile inizia a marzo e termina a dicembre 2007, proponendo un ricco ventaglio di incontri, strumenti ed esperienze concrete.
Ecco una lista delle principali attività:
tra marzo e maggio
incontri di ecologia quotidiana sui temi del vivere quotidiano: abitare, mangiare, muoversi – un percorso in ogni area territoriale
tra maggio e giugno
incontri di condivisione nei gruppi locali – un gruppo in ogni comune
tra settembre e ottobre
incontri di approfondimento a partire dagli interessi di ogni gruppo
tra ottobre e dicembre
incontri finali dei gruppi locali, per passare all’azione
tutto l’anno
eventi – visite, escursioni, seminari, laboratori, degustazioni, feste – per conoscere le pratiche ed i soggetti di economia solidale del territorio
inoltre sono previsti informazioni e consulenze tramite lo sportello informativo, il sito, i materiali di supporto, l’autovalutazione del proprio stile di vita, incentivi e strumenti per l’accesso ai beni e servizi solidali del territorio

 

Chi può giocare
Giovani e adulti, famiglie e singoli … tutti coloro a cui piacerebbe farlo!
E’ richiesta l’iscrizione al percorso, compilando e consegnando il coupon (disponibile sul depliant): a mano presso i punti informativi locali o al primo incontro a cui si partecipa o per posta o fax o mail allo Sportello Informativo.
L’adesione al percorso è gratuita, e non occorre essere residenti in uno dei 14 comuni aderenti. Ci si può inserire nel percorso quando si vuole, scegliendo in libertà il grado di partecipazione. Chiaramente auspichiamo la miglior partecipazione possibile, ed infatti sono previsti incentivi per premiare chi parteciperà maggiormente.

 

Quando si inizia
In ogni area si inizia con degli incontri di presentazione (tutti nel mese di marzo alle ore 21):
* Area Canzo, Erba, Eupilio: venerdì 16 marzo a Erba (Sala Civica, Crevenna)
* Area Lurate Caccivio,Villa Guardia: lunedì 19 marzo a Villa Guardia (Sala Consiliare, via Varesina 72)
* Area Cantù, Capiago Intimiano, Figino Serenza: giovedì 22 marzo a Cantù (Aula Magna Scuola media Tibaldi, via Manzoni)
* Area Guanzate, Lomazzo: venerdì 23 marzo a Lomazzo (Sala Colmegna, p.za Volta 2)
* Area Como, Grandate: martedì 27 marzo a Como (Circoscrizione 3, via Varesina 1/a)
* Area Albavilla, Orsenigo: giovedì 29 marzo a Albavilla (Sala Civica, via Ballabio 27)

 

Nelle serate iniziali sono previste esperienze legate agli stili di vita e degustazioni di prodotti.
Sarà inoltre comunicato il calendario dei successivi incontri tematici: abitare, mangiare, muoversi (indicativamente a seguire ogni 15 giorni).
Partecipa all’incontro di presentazione nell’area a te più comoda: è il modo migliore per aderire al percorso!
Sportello Informativo VIVI sostenibile presso il CSV di Como – Via Col di Lana 5, 22100 Como Apertura martedì ore 10-13, giovedì ore 15-18 Telefonicamente mercoledì e giovedì ore 10-13. sito: www.lisolachece.org email: vivisostenibile@lisolachece.org tel: 331.6336995 fax: 031.302335

 

Punti informativi locali
Albavilla: Biblioteca comunale (Via Ballabio 27)
Cantù: Municipio, Aspem (via Dalmazia 2), Il Ponte (Via Carcano 10)
Canzo: Municipio
Capiago Intimiano: Biblioteca comunale (Via Serenza 7), Equovendolo (Via Cadorna)
Como: Municipio URP, Garabombo (Via Bianchi Giovini 35)
Erba: Municipio, Shongoti (Via Mazzini 40)
Eupilio: Municipio
Figino Serenza: Biblioteca comunale (P.za Umberto I)
Guanzate: Municipio, Mondo Equo (Via Garibaldi 12)
Grandate: Municipio
Lomazzo: Municipio, CSV (P.za IV Novembre 2), Roba dell’Altro Mondo (Via Milano 24)
Lurate Caccivio: Biblioteca comunale, Municipio, Encuentro (Via XX Settembre 129)
Orsenigo: Municipio URP
Villa Guardia: Municipio
Presso i punti informativi locali è possibile reperire il materiale informativo del progetto, e consegnare la propria adesione nell’apposito raccoglitore.

 

Chi lo promuove
L’isola che c’è – rete comasca di economia solidale – con il CSV Centro Servizi Volontariato di Como e l’associazione Famiglie in Cammino delle ACLI, nell’ambito del progetto “Quotidiano sostenibile” co-finanziato dalla Fondazione Cariplo.

 

Collaborano al progetto
– Le numerose realtà della rete comasca di economia solidale: commercio equo e solidale, finanza etica, consumo critico e consapevole, gruppi di acquisto solidale, cooperazione sociale, riciclo e riuso, energie rinnovabili, risparmio energetico, bioedilizia, agricoltura e produzione biologica, artigianato locale, ambiente, pace, informazione, turismo responsabile, solidarietà internazionale, volontariato.
– I 14 comuni che lo ospitano: Albavilla, Cantù, Canzo, Capiago Intimiano, Como, Erba, Eupilio, Figino Serenza, Guanzate, Grandate, Lomazzo, Lurate Caccivio, Orsenigo, Villa Guardia
– Con il patrocinio della Provincia di Como, assessorati Agricoltura e Turismo, Ecologia e Ambiente

 

Passaparola …
Non vedrai la pubblicità di questa proposta su giornali e TV: il nostro canale di promozione principale è il passaparola. Puoi girare questa mail ad amici, recuperare e diffondere il depliant informativo che trovi nei punti locali, o la versione presente sul sito.
Aiutaci a coinvolgere nuove persone.

 

Perchè si fa
VIVI sostenibile – a qualcuno piace FARLO è il titolo con cui L’isola che c’è promuove ai cittadini comaschi il progetto QUOTIDIANO SOSTENIBILE .
Il progetto QUOTIDIANO SOSTENIBILE ha l’obiettivo di promuovere nella provincia di Como comportamenti individuali e collettivi ambientalmente e socialmente sostenibili, attraverso un processo partecipativo che coinvolga direttamente i cittadini, per:
* Favorire l’informazione e la conoscenza sui temi della sostenibilità sviluppando e offrendo dei punti di riferimento (sito, materiali, sportello informativo ) attraverso i quali sia possibile
orientare un ampio numero di cittadini a scelte di sostenibilità quotidiana.
* Promuovere nuovi stili di vita ambientalmente e socialmente sostenibili coinvolgendo un significativo campione di cittadini (adulti, giovani, famiglie) in un percorso partecipativo che accresca la consapevolezza e stimoli e rafforzi l’adozione di comportamenti virtuosi dal punto di vista ambientale e sociale, orientati al consumo critico e consapevole delle risorse. Per fare ciò si attiveranno dei gruppi locali in 12/14 comuni della provincia – su 6 aree – con i quali sperimentare una formazione partecipativa ed esperienziale che evidenzi la praticabilità e la piacevolezza del cambiamento.
* Sostenere l’accesso ai beni e servizi solidali supportando il contatto diretto tra produttori e consumatori e le modalità sostenibili di produrre beni e servizi, con il supporto di strumenti (carta e mappa dei beni e dei servizi, carta di fidelizzazione) che permettano di verificare la fattibilità di un circuito economico locale ad alto valore relazionale, ambientale e sociale.
* Accrescere la rete comasca di economia solidale mettendo in relazione ed inserendo singoli e gruppi nella rete di economia solidale già presente nel territorio, per scambiare informazioni, conoscere il territorio, diffondere temi e pratiche.

 

Nel realizzare questo progetto abbiamo messo in rete le esperienze e le competenze che il nostro territorio ci offre, ed abbiamo colto, riadattato e messo insieme approcci e pratiche diverse, che hanno due riferimenti in particolare:
* il progetto Cambieresti? realizzato a Venezia nel 2005/6 in ambito di Agenda21, e progetti
simili, quale il Vispo a Piacenza
* la pratica delle reti di economia solidale, che portiamo avanti da alcuni anni sul nostro territorio

 

Ci auguriamo che il connubio tra questi ingredienti ci faccia camminare verso il Distretto Comasco di Economia Solidale, e verso un quotidiano veramente sostenibile.

* (Dal Molin è il nome di una vasta area alle porte di Vicenza, che l’aeronautica italiana ha deciso di lasciare e che il Pentagono vorrebbe trasformare, in parte o tutta, in una nuova base militare, che andrebbe ad aggiungersi alla Caserma Ederle, alla base sotterranea di Arcugnano, alla base sotterranea “Pluto” di Longare, e ad altri insediamenti di carattere logistico, aggiungendo servitù a servitù, pericolo a pericolo.)

Vicenza si oppone al progetto del Pentagono (che i nostri governanti non hanno saputo contrastare al momento giusto) con una lotta pacifica, tenace, capillare, libera da politicismi, che vede una forte presenza di donne e la partecipazione di alcuni cittadini americani. La chiamano “politica dal basso”, io la considero politica vera e propria, anzi per me e chissà quante altre/i, oggi è l’unica in cui vale la pena impegnarsi. Grazie ai vicentini e a quelli che li appoggiano, il paesaggio politico ha preso vita e si è colorato di speranza. I mass-media hanno smesso di dare notizie imprecise o false sul progetto Dal Molin. La manifestazione del 17 febbraio ha mostrato la ricchezza umana del movimento, in contrasto con gli allarmismi interessati del governo. Non sono risultati da poco. Sta capitando qualcosa di nuovo e positivo anche su un altro piano. L’argomento dei favorevoli alla base Dal Molin (“ci sarà lavoro, faremo affari, ci sarà da guadagnare per tutti”), vero o falso che sia (certi pensano che, a conti fatti, sia falso), NON HA FATTO PRESA sulla popolazione. Dunque, una moltitudine di persone pensa che non si può inseguire l’arricchimento ad ogni costo, a costo cioè di prestarsi come territorio e come popolazione ad una politica di guerre aggressive (“guerre preventive” questo vuol dire). Politica che è contraria al diritto internazionale, all’Onu, alle dottrine religiose più sante. C’è un limite agli affari, non si può dar via la civiltà, la coscienza, il territorio e mettere a rischio la vita di innumerevoli persone.
Il movimento di Vicenza si alimenta alle sorgenti autentiche della passione politica e si vede: c’è voglia di riunirsi, di mettersi in rapporto con altri, c’è fiducia reciproca, c’è la capacità di parlare e di contagiare. Ma è un’impresa umana e come tale, fragile. In questi casi, si sa, i politici di professione contano sullo spegnersi dell’entusiasmo per riprendere la loro vecchia strada: aiutiamoli a sbagliarsi di grosso e a trovare la strada giusta! Scrivo queste righe per invitare chi le legge a entrare in rapporto con donne e uomini di Vicenza e a fargli sentire che la loro lotta è anche la nostra: che a loro arrivi il nostro sostegno, che a noi arrivi il loro esempio, che si estenda e rinforzi la rete in cui circolano le idee e le energie.

il manifesto – 28 Febbraio 2007


Tradotti i saggi della critica americana raccolti nel volume titolato per Fazi l'”Originalità dell’avanguardia”. Una domanda torna insistente a informare la sua verve polemica: come raccontare altrimenti il Modernismo?
Riccardo Venturi

Prima scena, treno Cambridge(Massachusset)-New York, fine anni ’60. “Scusi, lei è Rosalind Krauss?” – domanda un lettore di Artforum, la rivista in cui la critica americana scriveva regolarmente. Per poi aggiungere: “mi aspettavo che avesse almeno quarant’anni”. C’era, in quelle parole, non tanto un complimento sulla maturità intellettuale dell’autrice, non ancora trentenne, quanto l’effetto perverso causato dal gergo del maestro di lei, Clement Greenberg, il critico americano più influente della seconda metà del XX secolo. Seconda scena, Harvard University, estate 1970: in un contesto in cui nessuno si occupava del XX secolo, Rosalind Krauss tiene una lezione sul cubismo, soffermandosi sulle case in collina a Horta de Ebro, dipinte da Picasso nel 1909. Più osserva la diapositiva più si rende conto che la sua interpretazione, tutta cocentrata sulla conquista della superficie del piano pittorico, non funziona. Era una lettura dettata dalla lezione di Greenberg, appunto, ma non le tornava più. Per la prima volta, la Krauss si andava accorgendo della quantità smisurata di spazio contenuta in quel paesaggio. Le sue parole le tornano indietro come talmente scollate dall’esperienza visiva che, rivolgendosi ai suoi studenti, confessa: “quanto ho detto negli ultimi venti minuti è falso”. E promette di riprendere la questione nella lezione successiva.
Durante il fine settimana consulta un suo stimato collega il quale, a vedersi presentare l’immagine cubista, sciorina quanto Greenberg aveva fissato nell’imperituro saggio sul collage, gettando Rosalind Krauss nello sconforto: “Fermati, aspetta un attimo. Greenberg l’ho letto anch’io. Ora voglio che tu guardi qui”. Non sappiamo cosa raccontò ai suoi studenti il lunedì successivo, di certo le ci vollero più di dieci anni per maturare un distacco dalla tradizione modernista e dal gruppo dei “Greenberbergs”, come li aveva soprannominati l’artista americano Donald Judd. Quel distacco trovò compimento nei lavori riuniti in un libro titolato L’originalità dell’avanguardia e altri miti modernisti, ora tradotto per Fazi (a cura e con una prefazione di Elio Grazioli, pp. 358, con un corredo iconografico più ricco dell’edizione originale) che raccoglie i saggi di Rosalind Krauss pubblicati tra il 1973 e il 1983. Considerati i precedenti, non sorprenderà che l’autrice sembri infervorarsi tanto più quanto meglio intravede un bersaglio polemico, configurabile come l’ennesimo rituale di uccisione del padre, la cui voce non le sembra mai abbastanza tacitata. Del resto, il modello della Krauss è senza dubbio assimilabile a quello dell’agone, come dimostra, tra tanti esempi, il tono velenoso del saggio “Sinceramente sua”, una stroncatura della retrospettiva dedicata a Rodin dalla National Gallery of Art di Washington, nel 1981. Ma questa conflittualità finisce spesso per ritorcersi contro di lei, se è vero che ogni suo libro rilancia una nuova sfida e che queste sfide si risolvono in implicite polemiche con i risultati precedentemente acquisiti.
Studiosa rigorosa quanto felicemente asistematica, Rosalind Krauss sembra adottare un metodo differente per ogni argomento, periodo o opera che affronta: dal formalismo al post-strutturalismo; dalla lezione di Greenberg a quella di Barthes e di Foucault; dai prestiti presi da Saussure e Greimas a quelli mutuati da Benjamin, Derrida, Lacan, Bataille. Gli stessi francesi hanno reagito stupefatti al modo in cui gli studiosi americani si sono riappropriati o, meglio, hanno costruito, una loro “french theory”, e di certo nel campo della critica d’arte – come ha sostenuto David Carrier nel suo Rosalind Krauss and American Philosophical Art Criticism (Westoport, 2002) – nessuno meglio di Rosalind Krauss incarna la parabola statunitense. Ma è anche vero che la sua instancabile e ossessiva revisione metodologica le permette, in realtà, di opporre alla vulgata modernista applicata a un corpus scelto di opere delle letture ben altrimenti originali. O meglio, è la centralità inaggirabile delle opere a permetterlo: i modelli teorici sono funzionali alle opere, vengono “utilizzati” piuttosto che “tematizzati”. Infatti, la preoccupazione principale di Rosalind Krauss non è mai quella di accordarsi alla linguistica strutturale, o di praticare una semiotica del linguaggio visivo, o una critica agli orientamenti essenzialisti ed evoluzionisti. Non le interessa testare la tenuta degli impianti teorici o la coerenza dei sistemi, perché quel che per lei conta, invece, è restare fedele alle proprie intuizioni; e L’originalità dell’avanguardia è appunto un libro fatto delle intuizioni straordinarie di una critica militante. Osservare l’abilità di Rosalind Krauss nel trasformare un pretesto in occasione critica è un piacere che vale da solo la lettura, una lettura alla quale si rivela, insistita, la domanda che percorre tutta la sua attività di critica: come raccontare una storia dell’arte alternativa al Modernismo? O meglio, come raccontare il Modernismo altrimenti? È a questo scopo che Rosalind Krauss ricorre a nuove narrazioni: legge la scultura in Gonzalez attraverso le opere di Anthony Caro e di David Smith, guarda a Rodin attraverso Richard Serra, coglie l’aspetto maniacale di Sol Le Witt piuttosto che quello razionale, parte da Manet per arrivare a Dubuffet piuttosto che a Pollock. Quanto a Pollock, la sua analisi lo libera dalle letture iconologiche e getta un ponte verso i Piss paintings di Warhol, verso Eva Hesse, verso Cindy Sherman. O, ancora, identifica il Modernismo con la figura della griglia, abborda la fotografia e la questione relativa alla perdita di senso dell’originale, affronta la scultura degli anni ’60-’70 nel cui campo espanso, o nella cui nuova sintassi, si perdono i confini netti di ciascun medium.
Quella di Rosalind Krauss è, in definitiva, una ricerca interna alla disciplina della storia dell’arte che resiste ai visual studies e alle loro pretese di abbattere il confine tra le opere d’arte e il mondo sterminato delle immagini. Se la distinzione tra avanguardia e kitsch è venuta meno, i referenti della Krauss restano “alti”, gravitanti nel mondo delle istituzioni newyorchesi, mentre per quel che riguarda gli artisti italiani è noto che le sue osservazioni cadono spesso a sproposito. Nonostante risalga al 1985, l’Originalità dell’avanguardia resta attuale, anche se rivela esperienze artistiche irrigidite nelle foucaultiane “pratiche discorsive”, nella ricerca di una struttura logica del processo storico, e soprattutto se si ostina a dichiarare morto l’autore, un principio, all’epoca, intonato come un mantra.

Abbiamo volutamente lasciato passare un po’ di tempo prima di intervenire, nella speranza che si attenuasse il clima polemico e potessimo esprimere più pacatamente il nostro pensiero, e nell’attesa di ammorbidimento delle posizioni e di voci ecclesiastiche più umane (le poche, coraggiose, che si sono fatte sentire, sono state prontamente corrette e rintuzzate ).
Lo esprimiamo ora, perché tacendo non si corra il rischio di ingenuità e di incremento alla confusione generale, tanto mena di indifferenza, di omertà e di rassegnazione.
Infatti ciò che ci addolora e ci indigna non è tanto la dichiarazione dei pensiero della Chiesa (tutti ne riconoscono il diritto) quanta l’inappellabilità dei principi e l’interferenza nelle decisioni di organismi democratici che per loro costituzione dovrebbero essere autonomi e consapevoli dei proprio agire politico.
Soprattutto ci sollecita l’amarezza che la Chiesa, cui apparteniamo e che siamo, si esprima da parte dei suoi vertici unilateralmente, dall’alto delle istituzioni, senza minimamente dar prova di un ascolto, di un confronto tra tutto il popolo di Dio, con quei laici di cui si celebrano convegni e s’invoca la maturità, la dignità e la collaborazione, ma evidentemente si pensa a loro solo in termini di subalternità, di obbedienza, di esecutività, come sempre.
Noi che stiamo e viviamo tra la gente, ci accorgiamo che c’è sete di Vangelo, di comprensione, di fraternità, di quell’amore che tanto si sbandiera a parole, ma che trova forti opposizioni nella pratica, non di giudizi e condanne, né tantomeno di estraneità dai bisogni e dalle esigenze concrete, di testimonianza pubblica e di segni che le parole dei Signore “Sono venuto non a condannare il mondo, ma a salvarlo” (Gv. 3,17) sono applicabili a tutte le situazioni purché si trattino appunto con amore e comprensione.
Perciò vogliamo dire ai nostri fratelli Vescovi, con tutto il rispetto, ma fermamente, quali sono i punti che sentiamo particolarmente stridenti con il Vangelo che ci viene proclamato in ogni Eucaristia. A nostro avviso:
1) non si può predicare l’amore ai fratelli e alle sorelle se contestualmente non se ne sostengono anche i diritti ad esistere con dignità e sulla stesso piano di tutti quelli che già ne godono;
2) non ci si può appellare alla “legge naturale” o alla “natura” tout-court, sapendo che è un aspetto contestato e discusso ed è in corso un dibattito di sempre più numerosi teologi, filosofi, antropologi, giuristi, in quanta la cosiddetta “natura” in realtà non è così armonica e così perfetta originariamente (caso mai nel processo evolutivo tende all’armonia) ma è invece disordine, discriminazione, spesso “legge della giungla”;
3) non si può non interrogarsi sul fatto che le modalità delle relazioni umane sono cambiate e che non esiste un modello “evangelico” di famiglia, perché riflette il modello del suo tempo, e perciò il cosiddetto “modello cristiano” è mutuato dalla tipologia della famiglia patriarcale e più recentemente da quella borghese;
4) non ci si può rifugiare nello strumento della “nota vincolante” senza far arretrare e ricacciare l’immagine della Chiesa nelle figure di potere, di autoritarismo, di condanna, che si credevano ormai superate (almeno dopo il Concilio Vaticano II).
Inoltre con questo documento vogliamo anche sottolineare con forza l’esigenza di rispetto per i laici – uomini e donne, credenti e non – su cui abitualmente si addossa tutta la responsabilità delle confusioni e degli attuali disorientamenti sotto il pregiudizio e l’accusa di immaturità, di minorità, di incapacità ecclesiale, senza d’altronde creare se non in minime soffocate eccezioni – possibilità di reale confronto, di ascolto nella Chiesa, di decisioni comuni soprattutto per quanta li riguarda direttamente.
Preghiamo e ci auguriamo con umiltà e speranza che la Chiesa tutta nella sua dimensione pubblica e nei suoi interventi ufficiali si manifesti finalmente fedele al vangelo di Gesù e perciò più preoccupata di vivere la Sua parola, e me no di applicare e custodire il Diritto Canonico e il Catechismo, diffondendo segni di misericordia e di “giustizia evangelica” (meglio eccedere in misericordia rischiando di sbagliare che non il contrario), difendendo la dignità e la libertà di tutti senza pregiudizi preventivi, sostenendo in modo privilegiato chi viene considerato “diverso” e perciò estraneo e nemico, e rifiutando decisamente e definitivamente le modalità di quel potere religioso che 2000 anni fa decise la morte di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio.

Mirella Caveggia

Intelligenza vivacissima, ispirazioni sulfuree e surreali, un’inestinguibile e ineguagliabile produzione striata di venature truculente: questo e tutto il resto sprizza da Amélie Nothomb, scrittrice belga francofona non ancora quarantenne, pluripremiata e nota in tutto il mondo. Passata dai grandi cappelli, i gonnelloni e tout le bazar della prima gioventù ad una eleganza in nero che richiama stile, originalità e raffinatezza, l’autrice di Igiene dell’assassino e del recentissimo Diario di rondine (Voland) incontra il pubblico torinese. L’occasione l’ha fornita una messa in scena del suo Cosmetica del nemico rielaborata da Stefania Bertola e Michele Di Mauro per Mas Juvarra e il Festival delle Colline Torinesi.
La rapidità e la brevità dei movimenti, i lievi cenni del capo, la grazia compunta dei gesti rivelano in lei l’influenza nipponica. Figlia di un ambasciatore belga, nata a Kobe in Giappone, e cresciuta «per ragioni diplomatiche» in Estremo Oriente, Amélie a diciannove anni progettava di fare l’interprete, cosa che per due anni ha fatto, e di scegliersi un fidanzato, fatto anche quello, un giapponese. Ma una settimana prima di incunearsi nel rigido sistema familiare nipponico («Sei troppo espressiva – le aveva detto la futura suocera – non sarai mai una vera signora»), la ragazza di buona famiglia prende coscienza dell’attività «noiosa e terrificante» che la incolla nell’ombra, e della necessità di scongiurare il matrimonio. Decisa a buttare tutto all’aria per intraprendere il mestiere di scrittrice, scappa in Belgio. Accolta male nel suo ambiente alto borghese, l’irrequieta e volitiva Amélie investe nella sfida i risparmi di due anni. «Se non va – si ripromette – torno in Giappone e lo sposo». Intende naturalmente il fidanzato, che passato dall’incredulità ad un’attesa paziente, si trasformerà in pochi anni in un signore grasso e poco attraente (come sarà rivelato nel suo prossimo libro, ma è un segreto). Tutto va per il meglio. L’aspirante romanziera scrive e pubblica nel ’92 la sua prima opera narrativa, Igiene dell’assassino. Il successo, folgorante, rivela un sicuro talento narrativo, uno stile ricco di humour dall’impronta persuasiva, energica ed elegante – Cicerone è il suo modello – e una capacità comunicativa che si presta anche al teatro e al cinema. Segue un’attività di scrittura frenetica, esercitata giorno e notte, che fino ad oggi non ha mai interrotto il suo ritmo inaudito: 61 libri finora, di cui 15 pubblicati. E che inventiva nei titoli: Sabotaggio d’amore, Metafisica dei tubi, Acido solforico…
Un flusso di tale portata, quasi un delirio grafomane, non rischia di indurre momenti di stanchezza all’autore e alla scrittura, mademoiselle Nothomb? O madame? «Mademoiselle, prego». Con quel cappellino nero, sembra una monella che gioca alle signore. «È una fatica fisica, certo, ma non è mai tedio. La prova è che continuo con quel ritmo». Cosa ne fa delle pagine escluse? Ci ritorna? «Mai, le chiudo in una scatola di cartone e le abbandono. Anche alla discrezione dei ladri, che sono venuti quattro volte nel mio appartamento e non hanno voluto i manoscritti». Un successo a piene mani e qui ne abbiamo la prova. Ma pare che in Belgio lo abbia oscurato un’eclissi. In quale paese i suoi libri vanno meglio? «È noto che nessuno è profeta nella sua terra. Non che in Belgio non funzioni, va meno bene. A vedere le cifre, la Francia è il paese che vende di più i miei libri; ma Spagna e l’Italia sono i paesi dove sono più amati». Lei ha esordito giovanissima. Spirito stravagante, curiosità inesausta, autoderisione, temerarietà. Questi tratti sono cambiati? Il tempo le ha messo le pantofole? «Oh, non direi, anzi. Ho l’impressione di essere peggiorata. Mi sforzo di essere all’avanguardia rispetto a me stessa e questo mi spinge ad andare sempre più avanti. Vedrete che razza di vecchia signora sarò». Lei ha lavorato in un’impresa giapponese, come ha raccontato in Stupore e tremori. Che esperienza ne ha tratto? «Disastrosa, ma fondamentale, di quelle che insegnano tante cose. Assunta per approfondire la conoscenza del giapponese, due settimane dopo mi è stato proibito di parlare in quella lingua. Incomprensibile: molto contrariata ho taciuto, non ho mai più detto una parola. Credo che quello che li ha spaesati è stata la mia volontà di un’integrazione piena e i giapponesi pretendono che lo straniero rimanga tale».
Una fantasia che rompe gli argini, governata da un gustoso rigore dialettico, una scrittura preziosa che qualche detrattore ha definito pedante e pretenziosa («La gente non è mai contenta», ribatte soave), visioni allucinanti e gonfiate a dismisura: le sue trame potrebbero attirare l’attenzione di Peter Greenaway «È incantevole, lo adoro, sarebbe il massimo del riconoscimento». Si riconosce una vena di cinismo e di crudeltà? «Osservo un mondo cinico, ma non credo di parteciparvi. Nel quotidiano ne sono completamente slegata. Definirei il mio stile “paranoico” perché quando mi volgo al mio lato lirico, quello autentico in cui credo, avverto uno stridore che prelude a suggerimenti crudeli che non mi appartengono, ma sono sempre in agguato». Forse è l’urgenza del lato oscuro, notturno che accompagna molti artisti a cui lei va incontro alle quattro del mattino quando si accinge a lavorare ancora in piena oscurità o quando mangia frutti mezzi andati che la fanno vomitare. Comunque le sue bizzarrie le hanno dato ragione. Lei è molto popolare. Un esempio da seguire? «Per carità, mai. Quando vedo che nei questionari di orientamento scolastico sono citata, mi pare la fine del mondo. Il mio consiglio ai giovani è: non fate come me». Ma i giovani accorsi alla Cavallerizza Reale per vedere Cosmetica del nemico, hanno applaudito con entusiasmo l’autrice presente e gli interpreti (Michele di Mauro e Graziano Piazza) di uno spettacolo pieno di spirito che sparpaglia particolari raccapriccianti, li ricompone in chiave psicoanalitica, per assestare un inatteso colpo di maglio finale.

D Donna (supplemento di Repubblica) – 24 febbraio 2007


Pensieri a due
Lea Melandri discute con un uomo sull’origine dell’oppressione sulle donne. Come superare questa situazione? Riflettendo su se stessi. Molti hanno iniziato a farlo.

 

Nonostante la violenza contro le donne appartenga da sempre alla cronaca quotidiana, e sia da anni ampiamente documentata da rapporti di autorevoli organizzazioni internazionali, come l’Onu, il rapporto tra i sessi stenta in Italia a prendere la rilevanza che merita. Non mancano tuttavia uomini che, singolarmente, in gruppi o associazioni, hanno cominciato a chiedersi che cosa ha significato finora “essere virili”, dove nasce l’aggressività maschile che investe sia la sfera privata che pubblica, e quali costi comporta per l’uomo costruirsi quella maschera di forza, sicurezza e dominio che dovrebbe renderlo ben accetto alla comunità dei suoi simili. L’ho chiesto a Stefano Ciccone, coordinatore del Parco scientifico dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, autore, insieme ad altri, di un “Appello degli uomini contro la violenza”.

 


Lea
Tu sei uno dei promotori del gruppo MaschilePlurale, che esiste da vari anni e di cui fanno parte uomini di diversa età, cultura, orientamento sessuale. Lo scopo del gruppo è interrogare la maschilità a partire dalla propria esperienza, e vedere se si può cominciare a costruire un maschile diverso. Nel tuo caso, quali sono state le motivazioni più forti che ti hanno spinto a intraprendere questo tipo di riflessione critica?

 


Stefano
La molla iniziale è stata certamente una spinta etica: di fronte a forme evidenti di violenza, di oppressione, non si può fare a meno di chiedersi quale sia la propria idea di civiltà, di rapporti tra persone diverse e assumersene la responsabilità. Ma il valore, il senso della nostra esperienza è stato proprio nell’andare oltre e scoprire che dietro il “dovere” della denuncia c’era il mio desiderio di libertà nei confronti di un modello maschile imposto socialmente. Altre ragioni vengono dalla mia esperienza familiare: nel non riuscire a trovare negli altri uomini, nel loro modo di essere, di comportarsi, una fonte di senso per me. Ho visto in mia madre un modello di donna molto forte, autorevole, che negava però per questo la sua femminilità, e un uomo, mio padre, che viveva questo in parte come una frustrazione. Si interrompeva una genealogia maschile: veniva da una famiglia contadina abruzzese, lui, il primogenito di dieci figli. E la sua voce che si alzava durante la cena di Natale non era che una parvenza di autorità. D’altra parte, per il mio impegno politico mi sono trovato a rivestire comunque ruoli maschili molto forti: ero il leader della mia classe, quello che parlava in assemblea. Ciò nonostante, ho vissuto una condizione di solitudine fin dalle elementari, rispetto ai comportamenti competitivi tra maschi, e rispetto alle donne, che mi sembrava avessero tra loro una qualità di relazione più autentica.

 

Lea
In un tuo articolo, uscito sulla rivista Pedagogika (gennaio 2003), parlavi della “miseria” della sessualità maschile, di un disagio dell’uomo nel rapporto con il corpo, e li collegavi in particolare alla marginalità maschile nel processo riproduttivo. Il potere che gli uomini hanno riservato al proprio sesso nella vita pubblica andrebbe così a coprire un vuoto, un senso di precarietà e insicurezza, legati alla vicenda della nascita. Mi chiedo però se, insieme all’invidia per la potenza generativa femminile, a spingere l’uomo a differenziarsi, a esercitare un dominio sulla donna, non sia anche il tentativo di cancellare quella originaria appartenenza intima al corpo materno.

 

Stefano
Quando parlo della precarietà della virilità, intendo proprio questo: il fatto che mi venga detto che, rimanendo troppo attaccato alle gonne della madre, in un rapporto fusionale con lei, non diventerò mai un uomo, un maschio. Vuol dire che la virilità non è mai fondata sul tuo corpo, ma è qualcosa che devi costruire socialmente, anche negando il tuo corpo, e la corporeità in generale. Questo immiserisce l’esperienza che posso farne.

 

Lea
Non credi che questo rapporto dell’uomo col proprio corpo non sia legato anche al fatto che esso resta, nell’immaginario maschile, il corpo da cui si nasce e con cui si è stati tutt’uno? L’identificazione della donna con la natura, l’animalità, non può essere anche l’elemento che ha spinto l’uomo a differenziarsi, a pensare di essere “altro” dal corpo?

 

Stefano
Il corpo femminile non è solo corpo materno, luogo di cura e di accoglienza. Per me è importante scoprire che è anche corpo desiderante. Posso costruirmi come uomo proprio riconoscendo che esiste un altro desiderio. Se quella che ho davanti è una persona, con propri desideri, anch’io sono costretto a guardarmi, a vedere il mio corpo come un territorio che viene esplorato, a entrare in una relazione con l’altra. La paura della fusionalità è certamente uno degli elementi fondamentali del maschile, soprattutto perché è un’esperienza preclusa alla mia umanità. Io non sarò mai il corpo che accoglie, contiene: posso essere solo il corpo che si emancipa da quel legame. Una delle difficoltà che sta nell’esperienza di un uomo è tenere insieme tenerezza e desiderio, intimità e passione. Oltre tutto le due cose spesso si confondono. Ma tenere insieme amicizia, tenerezza, attenzione reciproca e passione erotica non è facile. Questa scissione che gli uomini vivono dentro di sé, che li porta a pensare la sessualità come sfogo lontano dalle relazioni o a non riuscire a vivere il desiderio in una relazione stabile, produce una miseria nella nostra esperienza sessuale, affettiva. Il mio percorso è per me un tentativo di uscire da questa miseria.

 

Lea
Non c’è dubbio che oggi la crisi del maschile sia in parte dovuta alla maggiore libertà, autonomia e autorevolezza delle donne: per esempio molti omicidi sono legati alla decisione della donna di separarsi. È come se, nel momento in cui la donna non è più a sua disposizione, obbediente e remissiva, l’uomo realizzasse la sua dipendenza, la sua fragilità e incompletezza. Ma mi chiedo se non sia ugualmente intollerabile la posizione di figlio, che si protrae nella vita amorosa adulta, nel momento in cui una moglie, un’amante, si trasforma in madre. Non è questa forse la causa della litigiosità, dell’insoddisfazione, dei tradimenti che attraversano la vita coniugale?

 

Stefano
Soprattutto favorisce la tendenza a dimenticarci di noi come uomini. La ricerca di una donna che diventa tua madre, che si prende cura di te, è legata al tuo modo di proiettarti nel mondo, far carriera, far politica, scrivere, e quindi dimenticare la cura di te stesso, dal momento che la deleghi a un altro, a qualcuno che ti laverà, stirerà le camicie. Gli uomini si pensano liberi, finché non scoprono questa dipendenza. Ma è vero che c’è anche l’insopportabilità per una donna che ti abbandona, che non significa solo perdere la persona che ti lava le camicie, e neanche solo una relazione. È un’esperienza che incrina la tua identità, la tua autorevolezza. Andare al bar del paese e dire che tua moglie ti ha lasciato, ti fa diventare un mezzo uomo, intacca la tua dimensione sociale. Io sono colpito dal fatto che tutti i fenomeni legati alla dipendenza siano molto maschili. Penso all’alcolismo, alla droga. Ho visto, in tanti casi anche a me vicini, la fragilità tramutarsi in arroganza verso la persona da cui dipendi e contro cui puoi far tutto: insultarla, trattarla male. Quella violenza, che ha una parvenza di forza, è paradossalmente la misura della tua dipendenza, come con la propria madre.

 

Lea
La crisi del maschile ha avuto, nel corso della storia, per esempio all’inizio del ‘900, anche dei riflessi tragici sul piano della vita sociale: trionfo di una virilità guerriera, bisogno di appartenenza a una collettività maschile coesa, come la razza, la nazione, l’esercito, richiesta di ordine e dell’autorità di un capo, contrapposizione di una civiltà all’altra. Non ti sembra che oggi stia succedendo qualcosa di simile? Stefano
Assolutamente sì. Penso che questa sia una chiave per capire quanto i diversi nazionalismi e integralismi, anziché essere tra loro irriducibili, siano in realtà declinazioni diverse di una stessa matrice patriarcale, maschile. Tu prima parlavi della unione originaria col corpo materno. Nella mia esperienza, diversa da chi è andato in trincea durante la Prima guerra mondiale, ho comunque vissuto l’attrazione del potersi fondere col corpo degli altri maschi, un corpo collettivo di simili. Ricordo l’esperienza, che facevo alle elementari, di uscire da scuola e gettarmi nel mucchio dei compagni, dove si perdono i propri confini e ci si sente forti di qualcosa a cui hai affidato la tua identità. Se questo è vero, allora non ha senso dire che questi fenomeni non ci riguardano, che sono cascami del passato, retaggio di culture arcaiche.

 

Lea
Virginia Woolf, che pure ha criticato a fondo e con tanta lucidità il dominio di un sesso sull’altro, ha riconosciuto anche quanto sia fastidioso “pensare un sesso indipendentemente dall’altro”, quanto questa consapevolezza ormai inevitabile interrompa un bisogno di armonia, quello che io chiamo il “sogno d’amore”, o come dice la Woolf, il “matrimonio dei contrari”. Se l’attrazione reciproca, la seduzione, sono così legate alle figure complementari del maschile e del femminile, che fine fa l’amore quando lo si guarda con tale disincanto? Agli uomini che si interrogano sulla loro identità sessuale succede, come a molte donne che oggi hanno più coscienza di sé, più autonomia da modelli tradizionali, di essere sentimentalmente soli? Stefano
A me è successo spesso di non riuscire a costruire relazioni, o di vivere relazioni che entravano in crisi perché tendevo a fare confusione tra il linguaggio dell’intimità e quello dell’amore, dell’erotismo. Per me, come per molti uomini, è difficile tenere insieme l’immaginario su cui si costruisce il desiderio e i rapporti che vivo. Mi può capitare di vivere come contraddittorie le fantasie per cui mi piace una particolare donna, che può corrispondere allo stereotipo della donna bella, e che in quel modo di essere bella evoca l'”essere oggetto”, la mancanza di autorevolezza. La pressione degli stereotipi, maschili e femminili, è fortissima. L’omofobia è prima di tutto un avvertimento del baratro in cui come uomo puoi precipitare, se non ti attieni a certi canoni. Molti ci dicono: “Voi siete quelli che hanno scoperto la loro parte femminile”, come se esistesse un’essenza femminile, che è la cura, la sensibilità, e una maschile, che è la forza, la disciplina, il coraggio. Non condivido questa logica, ma ritengo altrettanto illusorio pensarsi come individui astratti, senza un corpo, una storia legata all’identità di generi precostituiti. Nel mio immaginario io sento ancora una forte subalternità a modelli acquisiti, e quindi il bisogno di uno scavo dentro di sé, nelle formazioni inconsce. Il percorso che faccio con gli altri uomini si basa proprio su questo scavo comune, su questo sguardo reciproco.