Ha risollevato l’economia restituendo dignità al suo Paese. Per la premier Luisa Diogo l’Africa può farcela
Raffaella Menichini

Fortune l’ha definita una delle cento donne più potenti del pianeta. Time l’ha inserita nella lista dei leader più influenti del mondo. Lei, Luisa Dias Diogo, indossa il potere con la sicurezza di un manager e la luminosità dei suoi abiti africani. Prima donna capo di governo in Mozambico, entrata in carica nel 2004 ad appena 45 anni e unica leader politica d’Africa insieme alla presidente della Liberia Ellen Johnson-Sirleaf, ha portato in pochi anni il suo Paese dal sottosviluppo a ritmi di crescita paragonabili a quelli delle “tigri” asiatiche. Se il reddito pro capite del Mozambico è raddoppiato negli ultimi dieci anni, il merito è anche e soprattutto suo: economista, già ministro delle Finanze ed esperta della Banca Mondiale, membro della commissione ristretta sulla riforma delle Nazioni Unite, Diogo è abituata a muoversi tra i grandi numeri della finanza e i nomi che contano della politica internazionale. Allo stesso tempo, conosce esattamente la vita di un contadino mozambicano, la sua fatica, i suoi bisogni. Soprattutto, sa riconoscere il valore meno visibile: il lavoro e il sapere delle donne, che considera l’arma per risolvere la povertà del continente. Di più: per fare di un Paese povero un Paese competitivo. “Tutto ruota intorno alle donne, loro sono la soluzione. Bisogna solo creare lo spazio perché possano dimostrare le loro capacità e potere. Il resto è semplice”. Ma “semplice”, in Mozambico, non è una parola d’uso comune. Il Paese è stato devastato, negli ultimissimi mesi, da catastrofi ambientali e umanitarie che avrebbero messo in ginocchio una potenza mondiale. Le inondazioni hanno devastato la zona centrale: una sessantina le vittime, oltre 120mila gli sfollati. Dopo di che il violento ciclone Favio ha colpito il Sud, proprio dove sono sorti, negli ultimi anni, molti resort turistici. La stessa zona è ciclicamente colpita dalla siccità, vero flagello dell’ex colonia portoghese che, per farvi fronte, deve ricorrere agli aiuti internazionali. E ancora, le piaghe della guerra, che aprono squarci dolorosi anche a distanza di tanti anni: per esempio la grande esplosione in un silos di armi abbandonato, che ha ucciso 101 persone e riportato alla memoria le ferite di 16 anni di sanguinoso conflitto civile. Una guerra che Diogo, militante del partito socialista Frelimo, non ha combattuto per motivi anagrafici. Il che la rende ancora più unica: non legata al dualismo distruttivo di quell’epoca, è una delle prime leader della nuova generazione mozambicana pronta a guardare al futuro. “Il nostro è un Paese vulnerabile e bellissimo, potenzialmente ricco”, dice, con passione, quando la incontriamo in una pausa tra le sue molte battaglie. È stata invitata a Roma a partecipare alla trentesima sessione del Governing Council dell’Ifad (international Fund for Agricultural Development), unico organismo finanziario delle Nazioni Unite che porta avanti nove progetti di aiuti allo sviluppo rurale in Mozambico: negli ultimi 14 anni ha investito nel Paese oltre 140 milioni di dollari. Diogo affronta i recenti disastri con piglio deciso e pragmatico. “Le alluvioni del 2001 furono utili per farci migliorare la sicurezza e la prevenzione. Andai nelle zone colpite: era un incubo, non c’era coordinamento, nessuno sapeva cosa fare, dove portare i senzatetto, come proteggerli dalle epidemie, come nutrirli. Ora tutto è cambiato. Abbiamo un sistema di allerta collegato con le agenzie ambientali dell’Onu, che ci dà informazioni sulla possibilità di inondazioni o siccità. A ottobre ci è arrivato l’allarme, e abbiamo messo a punto il piano d’emergenza. Ci ha permesso di limitare i danni, ma soprattutto di coinvolgere in tempo la popolazione, farle capire perché doveva lasciare le case e come avrebbe potuto continuare a lavorare i campi nelle zone a rischio. Abbiamo centri d’accoglienza, scuole dove i figli degli sfollati hanno priorità nell’iscrizione e centri di distribuzione di cibo, acqua, assistenza”. L’aiuto della comunità internazionale è necessario. “I Paesi donatori sanno che siamo seri: chiediamo solo se è inevitabile”. La strategia di Luisa Il Mozambico ha subito una piccola rivoluzione strutturale negli ultimi anni, grazie a questa donna instancabile, che non lavora solo per il suo Paese: l’Onu l’ha incaricata di delineare una strategia che permetta ai Paesi più poveri di coinvolgere l’imprenditoria privata negli obiettivi di sviluppo. “Sappiamo cosa può fare la natura. Le inondazioni sono cicliche, arrivano in media ogni cinque anni. La siccità, anche. Quindi ci prepariamo, siamo flessibili: dighe e gestione idrica sono i rimedi possibili. Prodotti specifici per combattere la siccità che, paradossalmente, ora è l’emergenza maggiore: dobbiamo nutrire centomila persone”. La strategia di Luisa Diogo ha un obiettivo: ridurre la povertà, modernizzando il Mozambico. “Il nostro piano ha tre aspetti essenziali: istruzione, assistenza sanitaria, lavoro per tutti. Per questo abbiamo bisogno di un misto di pubblico e privato. Sono pubbliche tutte le infrastrutture, le comunicazioni e le telecomunicazioni. I privati vanno incoraggiati a investire, a creare occupazione. Perché questo accada, abbiamo avviato una grande battaglia contro la corruzione, autentica piaga del Mozambico. E qui veniamo al secondo piano, quello del buon governo, ovvero: trasparenza del sistema giudiziario e decentramento. Il mio è un Paese molto bello ma assai difficile da amministrare. L’abbiamo diviso in 40 distretti, con finanziamenti locali che funzionano in modo eccezionale, investimenti molto più efficienti e una spesa pubblica distribuita in modo più adatto alle esigenze locali”. La premier non è donna da fermarsi davanti al grande tabù dell’Africa, l’Aids, che sta bloccando lo sviluppo di Paesi a lei vicini e con grandi potenzialità: uno su tutti il Sudafrica, che si rifiuta di riconoscere e affrontare l’emergenza. Per Diogo, l’Aids è una perdita economica, e come tale va affrontata. “È un problema enorme, uno dei rischi maggiori per il nostro sviluppo. Il tasso di infezione è del 16,8 per cento. Muoiono insegnanti, infermieri. In totale, stiamo perdendo l’1 per cento del Pil a causa delle morti o delle inabilità per Hiv. Avevamo un tasso di crescita dell’8-9 per cento, ora siamo sul 7-8. Nelle aree dove l’Aids è più diffuso, la produttività è molto bassa”. Leadership e futuro (femminile) Le risorse del Mozambico sono soprattutto le sue donne e i suoi uomini: le loro capacità vanno valorizzate, potenziate, usate. “Ci sono priorità trasversali, prima tra tutte la questione femminile. Il premier è una signora, deve essere una priorità per forza”, dice Diogo con una gran risata. “E settori che vanno potenziati, da quello della difesa alla gestione dell’emergenza”. Liberia e Mozambico: che ci siano due donne alla guida di altrettanti importanti Paesi africani è incoraggiante, ma Diogo non vi legge un segno di svolta o, quantomeno, non il più interessante. “È sempre utile che le ragazze abbiano punti di riferimento durante la crescita, qualcosa che dia loro la forza di uscire e dire: posso farcela. Ma la questione non è solo avere o meno un presidente donna. Dobbiamo andare sul terreno, verificare le condizioni reali. Il 70 per cento della popolazione mozambicana lavora nell’agricoltura: andiamo a vedere quali sono le condizioni delle donne contadine, come funziona la loro istruzione, come nutrono ed educano i bambini, come si comportano quando hanno pochi soldi e devono scegliere chi far studiare. Mettiamo che il bambino sia stupido e la bambina intelligente: la famiglia sceglierà di far studiare lei o il fratello? E salendo di livello: come vengono fatte le scelte di genere nella leadership dell’apparato statale? E nelle professioni? Quando sono entrata al ministero delle Finanze, soltanto il 12 per cento delle posizioni dirigenziali erano occupate da donne. Quando sono andata via, avevano superato il 50 per cento. Ma non ho fatto niente di speciale: avevo a disposizione persone competenti, brillanti e ho dato loro opportunità e spazi per dimostrarlo. Le africane sono molto potenti, anche se non lo danno a vedere”. O, forse, non lo sanno. Racconta Diogo con un gran sorriso: “Nel 2005 sono andata in un piccolo villaggio nel Sud, a discutere della siccità che stava devastando l’area. Il governatore mi ha presentata alla comunità locale: “Ecco il primo ministro”. Un’anziana signora si è alzata: era forte, le sue erano mani da contadina. Ha cominciato a gridare: “Mi avete mentito, mi avete sempre mentito!”. Noi la guardavamo allibiti, e lei: “Non sapevo di essere così potente!”. A 60 anni aveva incontrato me, e aveva capito che una donna, in Africa, può farcela”.

da il manifesto

Ha la voce squillante Cinzia Bottene, anche se è una di quelle che ha occupato per tutta la notte la basilica palladiana e quindi che «non ha dormito». Scherza questa signora diventata tra i volti più noti della protesta contro la nuova base militare che gli americani, con il placet del governo Prodi, vorrebbero costruire al Dal Molin. «Dovevamo fare qualcosa di eclatante – dice Bottene – per tornare a far parlare di noi. C’è una pesantissima lastra di cemento posta sopra la questione Dal Molin a dimostrazione del fatto che il problema scotta». Che scotti e sia destinato ad esplodere ancora una volta lo dimostrano anche le dichiarazioni delle deputate dell’Unione di ritorno dagli Stati uniti, dove hanno svolto un tour per spiegare ai politici Usa perché Vicenza non vuole la base.
«Il governo italiano – dice Luana Zanella dei Verdi – ha ancora la possibilità di trattare amichevolmente con l’amministrazione Bush sul raddoppio della base, perché il Congresso non ha ancora dato il voto definitivo agli stanziamenti per le basi americane nel mondo». La lastra di cemento di cui parla Cinzia Bottene dunque comincia, grazie ai vicentini, a creparsi. Non è vero come continua a sostenere il premier Romano Prodi che la «decisione è stata presa e non c’è più nulla da dire». Le deputate sostengono che si può e si deve ridiscutere. Lo ripete Deiana, «La partita è ancora aperta: i margini per rivedere la decisione, se vuole, il governo italiano ce li ha». I cittadini che hanno occupato la basilica e che ieri hanno nuovamente manifestato per le vie del centro lo hanno sempre sostenuto. «Noi non molliamo». Lo slogan del movimento no Dal Molin, «resisteremo un minuto di più» è dunque più attuale che mai. La domanda, che si facevano ieri molti cittadini, è un’altra, «i politici, anche alla luce del viaggio in Usa, sapranno resistere un minuto di più?» Le deputate italiane dicono che «i membri del congresso Usa non erano molto contenti di sapere che a Vicenza c’è in atto una rivolta. Non avevano molte informazioni». Nei prossimi giorni faranno interrogazioni e chiederanno al governo di riaprire la partita. Intanto i cittadini, come dice Francesco dell’assemblea permanente «continueranno per la loro strada». Che passa anche attraverso l’occupazione della basilica palladiana di mercoledì. Gli occupanti sono usciti quando, ieri sera, è arrivato il corteo di oltre mille persone partito da piazza Matteotti. In corso nell’edificio di fronte il consiglio comunale. Anche questa volta «disturbato» dal chiasso delle centinaia di cittadini che si sono riversati in piazza. La partecipazione della città è sempre alta. Non appena si è sparsa la voce che un gruppo di cittadini del presidio era entrato nella basilica palladiana, la piazza ha cominciato a riempirsi di gente. Sono arrivati quelli degli altri comitati contro la base, il mondo dell’associazionismo, cittadini contrari alla ulteriore militarizzazione della città. In un attimo sono state allestite mostre fotografiche per ribadire il perché del no alla nuova base. La piazza si è trasformata in una sorta di palcoscenico dove si sono esibiti per ore giocolieri e acrobati, si sono tenuti piccoli comizi improvvisati, si è volantinato sempre mantenendo, grazie ad un impianto di amplificazione montato davanti alla basilica, il contatto con gli occupanti all’interno dell’edificio del Palladio. Il sindaco Enrico Hullweck ha cominciato a tuonare contro i cittadini autori della protesta che ha definito facinorosi, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine. Ma il questore di Vicenza ha preferito evitare sgomberi. Ieri mattina verso le 6.30 invece, gli occupanti della basilica hanno potuto assistere ad una esercitazione dei militari americani.
In piazza dei Signori una squadra di soldati ha svolto la sua ginnastica mattutina. Vista non insolita, dato che i militari della Ederle escono ogni mattina per i loro esercizi. Alcuni sono in maglietta e pantaloncini grigi, ma ci sono anche le squadre in divisa, elmetto e zaino in spalle. «Neanche fossimo a Baghdad», dice Marco Palma del presidio permanente che conferma che «la ginnastica in centro la fanno soltanto da qualche mese, cioè da quando la questione Dal Molin è diventata oggetto della protesta dei cittadini». Una sorta di atto di sfida. Contrastato ogni mattina da un gruppo di cittadini del comitato contro la base di Vicenza est, che alle sei puntuale si piazza davanti ad una delle uscite della Ederle con striscioni che denunciano la guerra, oltre a dire no Dal Molin. «Oggi – dice Palma – la questione della nuova base è fortemente legata, da tutti i cittadini, al no alla guerra».
Una consapevolezza che è cresciuta nel movimento che respinge al mittente le accuse di localismo, o peggio di essere pronto a sbaraccare se solo la base venisse fatta qualche chilometro più in là.

il manifesto – 14 aprile 2007

In mostra fino al 10 giungo, alla galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, «Family Monument», il work in progress dell’artista britannica Gillian Wearing
Teresa Macrì

La questione della famiglia così pateticamente dibattuta dai nostri parlamentari viene riaperta dall’ironia concettuale della britannica Gillian Wearing che, paradossalmente, nel costruire la sua mostra in progress, ha lanciato una sorta di sondaggio creativo sull’idea di famiglia trentina. La mostra Family Monument inaugurata il 24 marzo (e aperta fino al 10 giugno) alla galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, curata da Fabio Cavallucci e da Cristina Natalicchio, sarà suggellata da una scultura pubblica, una famiglia appunto. Wearing (Birmingham 1963) insignita del Turner Prize nel 1997 è soprattutto una acclamata artista della cosiddetta YBas.
La YBas (Young Britsh artists), si ricorderà, fu quel gruppo di bad boys and girls consacrati dall’epocale Sensation nel 1997, mostra che allora scandalizzò una parte di quel bacchettonismo (ancora vivo) nell’art system, non tanto per la mucca sezionata e conservata in formalina da Damien Hirst quanto per il loro comportamento politically uncorrect dedito a un narcisismo (di ciò furono accusati) da star (cover su magazine, frequentazioni di stadi di calcio e concerti rock piuttosto che di stazionamenti nei noiosi post-vernissage) e annichilito dall’imponenza del marketing confezionato dal ricco Charles Saatchi, fino ad allora desueta per il mondo artistico. Molti giurarono che quella fragorosa Sensation sarebbe stata una bolla di sapone. Oggi, a dieci anni di distanza, la persistenza del lavoro di molti YBas dimostra esattamente il contrario. La mostra, architettata sensazionalmente, sembra dimostrare le stesse radicate fondamenta che possiede l’architettura di Frank Gehry.
Ritornando a Wearing, che solitamente lavora interagendo col contesto in cui opera e soprattutto intesse una rete di relazioni interpersonali sviluppando quello che è un work in progress, come nel caso della mostra di Trento, sembra qui porsi un interrogativo. Esiste una idea, un concetto, uno standard di famiglia? Esiste una norma? Esiste una identità della famiglia? Appunto. Sarebbero i quesiti che i nostri impareggiabili parlamentari dovrebbero porsi nell’era post-industriale anche se, probabilmente, è più l’idea artificiosa e illusoria da spot del Mulino Bianco che li guida nel leggiferare. Ed è proprio quello standard da «famiglia-Mulino Bianco» che Wearing distrugge, concettualmente e oggettivamente. Poiché il suo lavoro è una presa diretta di ciò che è riuscita a captare nelle interviste realizzate a Trento, a passanti anonimi, di classe, generazione e idee differenti. Non solo, Wearing ha animato la costruzione della mostra attraverso dei cartoncini lasciati nelle sale della Galleria Civica e utilizzabili da tutti i fruitori per lasciare le proprie idee familiari oltre ad aver indetto una sorta di concorso pubblico, attraverso degli annunci sui giornali locali, con i quali la comunità cittadina è stata invitata ad autorappresentarsi. Una famiglia trentina sarà scelta e immolata. Gillian Wearing dunque non compare assolutamente nella disquisizione ancora in corso, se non come regista di una messa in scena che ha come protagonisti la città aperta di Trento e i suoi abitanti. Così le video-interviste che vengono presentate in mostra non ci stupiscono affatto per la banalità del quotidiano che vagheggiano. L’idea generale che si evince, anche se differenziata da situazioni personali e sociali, è che esiste una idealizzazione della famiglia e che in essa si racchiude il sogno dell’italiano, poiché la statistica trentina non differirebbe affatto da una medesima condotta in Calabria e in Puglia. C’è un’idea consolatoria e anche sostitutiva della famiglia che implica un’insoddisfazione di fondo, forse di frustrazione sociale, lavorativa, economica che, in tempi di crisi ideologica, risarcisce il vuoto apparente. In fondo l’insopportabile spot del Mulino Bianco non è illusivo? In quale famiglia si perde tutto quel tempo, appena alzati, per sedersi su tavole imbandite, insieme a bimbi saltellanti, per sgranocchiare le famose merendine sature di grassi e di carboidrati?
Wearing, dunque, non fa che ripercorrere il disincanto con cui gli intervistati edificano attraverso sogni e desideri, in parte smentiti dalla realtà tangibile, l’idea di famiglia, intesa come una specie di gigantesca ala che protegge dalle contraddizioni dell’esistente. Poiché esiste un dark side of family, confermato dalla cronaca quotidiana. Basterebbe guardarsi attorno per scoprire che l’idea di famiglia, così come viene celebrata, è irrimediabilmente oscillante in una epoca in cui i rapporti sociali, comportamentali e economici sono cambiati radicalmente. I soggetti sociali sono ben altri, così come alterate sono le aspirazioni individuali. Non si tratta più di rapporti di minoranze bensì di moltitudini ibridate e in continua trasformazione e di soggettività che si sono emancipate verso nuove forme di convivenza. La mostra di Wearing giunge semmai a una verifica che è, in ultimo, il suo fine: scoprire e riscoprire gli strati stereotipati dell’essere umano. Quegli strati che sono cementati da una comunicazione manipolatoria e da una fabbrica mass-mediatica anestetizzante: reality show, gossip, talk-show e pubblicità mirata al total think. Da questo martellamento non può che regnare sovrana la stereotipizzazione del mondo. Le video-interviste di Wearing alludono a una realtà paradossale e il suo iper-realistico monumento che sarà immolato a giugno in Piazza Dante, funzionerà come uno specchio strabico di tali paradossi.
Viva la family allora, ma la sua!

Una brillante raccolta di saggi di Nora Ephron sulle paure e i disastri estetici dell´età
Se un uomo è considerato vecchio sui 70 anni, una donna è già “matura” intorno ai 40
Natalia Apesi

Da sempre, persino da quando si è orgogliosi per le sbandierate pari opportunità, gli anni, implacabili, se ne fregano di ogni correttezza politica e ideologica e continuano ad essere soggetti a quella differenza di genere su cui si discute dottamente e inutilmente da decenni. Infatti nella tradizionale zucca maschile e quindi nella società, un uomo comincia ad essere considerato vecchio dopo i 70, a meno che sia un premier o un artista o Casanova, nel qual caso il fatto non sussiste neppure dopo il decesso per decrepitezza.
Una donna invece è già sospettosamente matura verso i 40, causa la natura matrigna (teoria ampiamente smentita persino dalla scienza), in pio ricordo dei secoli in cui, stremata dai parti e dagli aborti, schiantava quasi contenta prima della menopausa. Quindi Philiph Roth ha 73 anni quando scrive il suo funereo Everyman (Einaudi, pagg.123, euro 13,50), un romanzo venato di autobiografia su “vita e morte del corpo maschile”, con gli ultimi bagliori di rabbiosa ingordigia sessuale; mentre Nora Ephron ne ha 64 quando dedica ai disastri estetici dell´età, ma anche ai primi presagi di morte, la sua ultima raccolta di saggi mondani, intitolata mondanamente Il collo mi fa impazzire (Feltrinelli, pagg. 131, euro 10).
L´invecchiare, pur deprecato, sollecita i vecchi scrittori che su ogni acciacco, pacemaker, ruga o smemoratezza trovano spunto per nuovi romanzi o saggi o pamphlet: talvolta briosi e arguti (avere 80 anni è l´evento più divertente e ricco e sexy che possa capitare), talvolta toccaferro, tanto che chi legge si sveglia di notte immerso nei terrori di quel che lo aspetta. Rispetto agli uomini che si accorgono di essere vecchi in piena vecchiaia, le donne sono costrette a percepirsi matusalemme almeno un decennio o anche due prima, per esempio leggendo i giornali: «Anziana vedova di 52 anni scippa motorino». «Malgrado si avvicini ai 50 anni Sharon Stone è miracolosamente considerata piacente».
A settant´anni Gianni Vattimo si frega le mani contento e scrive a quattro mani con Giorgio Paterlini l´autobiografia Se fossi Dio, in cui dice: «Sconfitto in tutti i luoghi del mondo, non mi sono mai sentito così libero. Senza paura, senza mediazioni, senza ricatti possibili, senza creare dolore a mia madre, a Giampiero. Senza chiese, senza partiti». A 54 anni Simone de Beauvoir termina il terzo volume della sua monumentale autobiografia, La forza delle cose, terrorizzando le sue appassionate lettrici: «Rivedo la siepe di noccioli che il vento cullava e le promesse di cui ardeva il mio cuore quando contemplavo ai miei piedi questa miniera d´oro: tutta una vita da vivere. Le promesse sono state mantenute. Eppure volgendo uno sguardo incredulo su quella credula adolescente, posso rendermi conto, stupita, fino a che punto sono stata defraudata».
Meste, torniamo al collo di Nora Ephron ed anche al nostro di ilari signore in età, con cui si può convivere solo se, trovandosi sbadatamente davanti a uno specchio, si è abili nel distogliere velocemente lo sguardo. La crudele Ephron elenca gli orrori: «Ci sono colli da gallina, colli da tacchino, colli da elefante. Ci sono colli con bargigli e colli con pieghe sul punto di diventare bargigli. Ci sono colli magri e colli grassi, colli flosci e colli grinzosi, colli cerchiati e colli rugosi, colli fibrosi e colli cadenti, colli flaccidi e colli ricoperti di macchie. E ci sono colli che sono una stupefacente combinazione di quanto sopra».
Una tragedia solo femminile? No, ovviamente, ma chissà come i colli devastati degli uomini non comportano né disperazioni, né spavento, né anatemi, né libri. Li si osserva come tremule installazioni, come vizza body art, come il particolare geniale di un autoritratto del narcisista ottantacinquenne Lucien Freud (del resto adorato da amanti ventenni), insomma se non con entusiasmo, almeno senza fastidio.
Se il collo di Nora Ephron sia un´apocalisse come sostiene lei non possiamo saperlo perché saggiamente sul retro del libro la sua fotografia ci mostra una simpatica signora dalla spessa frangetta, dagli occhi ridenti, che solleva il collo alto del maglione sopra il naso, come una provvidenziale jibab laica. Qualunque sia il suo stato attuale, in ogni caso sempre tenuto nascosto anche con sciarpe alla Katherine Hepburn settantacinquenne in Sul lago dorato, Ephron può permettersi di deprecarlo pubblicamente trasformandolo in un articolo di Vogue e poi in un libro, perché si tratta di un collo prezioso, un collo di successo, un collo ricco, un collo che ha vissuto benissimo i suoi anni migliori ed è stato molto amato e naturalmente anche molto tradito; il collo fresco di una ragazza stagista alla Casa Bianca ai tempi di J. F. Kennedy e che a 22 era già geniale giornalista del New York Post e poi di Esquire: il collo ancora liscio e saldo di una giovane signora incinta del secondo figlio, quando il secondo amatissimo marito, il celebre e seducente giornalista Carl Bernstein del Watergate (interpretato nel film Tutti gli uomini del presidente dedicato al caso da Dustin Hoffman), la tradì pubblicamente con Margaret Jay, moglie dell´ambasciatore inglese a Washington, e dalla Ephron sapientemente definita «una giraffa con piedi enormi».
Ma non tutto il male viene per nuocere, come si dice, e infatti da quella che lei definisce «la mia peggiore catastrofe romantica» nacque il suo primo romanzo di grande successo, Heartburn, pubblicato in Italia da Longanesi una ventina di anni fa, col titolo Bruciacuore, e diventato un film melenso con Maryl Streep e Jack Nicholson. Da quel momento, e mentre il suo collo lentamente ma inesorabilmente si afflosciava, ha sceneggiato, o diretto, o prodotto film fatti per riempire le sale soprattutto di signore avide di lacrime d´amore, come Harry ti presento Sally, Insonnia d´amore, C´è posta per te e Vita da strega con Nicole Kidman.
Ephron non ha lasciato nulla di intentato per arginare i disastri del tempo, tintura dei capelli, fondotinta, correttore attorno agli occhi, iniezioni di botulino, collagene e restylane nelle rughe e nelle grinze, ma «per il collo non c´è niente da fare. Il collo ti tradisce sempre. La nostra faccia è una bugia e il nostro collo è la verità». Precipizio senza rimedio? Sì, a meno che. «Se andate da un chirurgo plastico e gli dite, vorrei dare solo una sistematina al collo, lui vi risponderà chiaro e tondo che non può farlo senza intervenire anche sulla faccia. E non sta mentendo».
Ma la pur disperata Ephron preferisce «strizzare gli occhi davanti a questa povera faccia e a questo collo riflessi nello specchio che trovarmi di fronte a un´estranea che ha una somiglianza sospetta con una pelle di tamburo». Tanto a che servirebbe? La ressa di bellissime ragazze che riempiono televisioni e giornali appositi è tale da scoraggiare qualsiasi tentativo di contenere i guasti del tempo.
Soprattutto perché sono proprio quelle bellissime che a vent´anni già ricorrono al primo di decine di bisturi, a mostrarne i disastri: quelle impressionanti labbrone gommose tutte uguali delle protagoniste di Vallettopoli (anche di alcuni uomini), quei bignè impovvisamente spuntati sugli zigomi di attrici trasformate in capi Sioux, quella un tempo meravigliosa Taylor di Beautiful ora irriconoscibile, quella Sharon Stone che col lifting è passata da seduttrice malvagia a casalinga attonita.
Resta il fatto che se coraggiosamente Nora Ephron si tiene il suo collo (ma forse anche per questo l´ultimo capitolo, intitolato “Pensa all´alternativa”, pare una malinconica resa all´idea della morte), la televisione si riempie di magnifiche fiction, come Nip/Tuck, che hanno per protagonisti scatenati e fascinosi chirurghi plastici. Ormai il bisogno di non essere più sé stessi ma qualcun altro magicamente creato dai nuovi tecnocrati della bellezza e della giovinezza artificiali, intrappola sempre più anche gli uomini, che pure sarebbero tuttora avvantaggiati dalle opportunità dispari dell´età. E per esempio la copertina di maggio del mensile italiano Vogue Uomo è dedicata al dottor Sherrell J. Aston, “the aesthetic magician of the star system” (i Vogue italiani prediligono l´inglese, più chic).
Il medico ultrasessantenne e ovviamente ben conservato posa in marsina nera, panciotto, camicia con bottoncini da sera, cravattino bianchi, nella sua camera operatoria circondato da uno staff di bellissimi ambosessi più numerosi di quelli del pur geniale dottor House. E´ Aston, sono i chirurghi estetici (o cosmetici, come si dice adesso) i nuovi massimi divi dalle parcelle impressionanti. Quindi nella rivista apoteosi professionale e privata dell´inciuffettato luminare, con articoli colti e fotografie di immensi guardaroba con migliaia di camicie, moglie di nome Muffie per forza stupenda e pietrificata nella giovinezza senza scampo, appartamento tipo Versailles a New York. Molti suoi clienti sono uomini, celebrità della finanza, dell´industria, dello spettacolo, della cultura, da tutto il mondo.
Forse anche Nora Ephron cederà a tanto prestigio? Ci aspettiamo il seguito di Il collo mi fa impazzire: questa volta per la sua meraviglia.

di Laura Colombo e Sara Gandini

 

Il sito della Libreria delle donne di Milano è una delle forme che ha preso la nostra passione politica. Per politica qui intendiamo qualcosa che sta sul filo della passione ma anche della precarietà, il sito essendo un progetto che regge non per volontarismo ma per il desiderio che ciascuna e tutte sono disposte a spendere. Se in un progetto politico il motore non è il dovere bensì la passione non c’è nessun meccanismo esterno che garantisca la tenuta della cosa: ci siamo rese conto che è necessario esserci in prima persona, con forti relazioni, altrimenti tutto si sgonfia, perde di senso e può anche finire. Ma questo significa anche esserci con le proprie fragilità umane e le proprie insicurezze.

La politica che ci piace ha un elemento di forte precarietà: il sito c’è da anni, ma potrebbe finire domani – la Libreria ormai fa parte della storia, ma è appesa allo stesso filo (potrebbe certamente continuare come semplice negozio, in un mercato travolgente, ma sarebbe svuotata della progettualità politica che le è propria).

La precarietà è data – come abbiamo detto – dall’assenza di meccanismi eteronomi che possano dare “garanzie” (un partito, in quanto istituzione, può anche cambiare nome, ma è una macchina oliata che continua a esistere, più o meno bene, indipendentemente dalle persone; un contratto di lavoro, anche se precario, ha comunque precise leggi che regolano le relazioni tra i contraenti). Questo senso che sempre deve essere ritrovato dentro di sé per dare vita alla politica, pone in primo piano la soggettività e le relazioni. La precarietà è data anche da conflitti che emergono nelle relazioni tra donne, di cui la storia della politica delle donne è costellata, conflitti che a volte restano irrisolvibili e ritornano in una ripetizione coatta. Quando – a partire dalla nostra esperienza al sito – ci siamo interrogate su questa sorta di ineluttabilità per cercare di spezzarla, abbiamo visto che i conflitti diventano irrisolvibili nel momento in cui c’è la pretesa che l’altra accetti incondizionatamente alcune parti di te, ovvero quando non ti senti in grado di “lasciar andare” delle parti di te. Quindi ci sono elementi che dipendono dalle relazioni e dall’aspetto emotivo che rendono precaria questa politica, non ci sono contratti o regole che ne assicurino lunga vita.

Il progetto del sito, fin dal suo inizio, è stato strettamente intrecciato alla Libreria delle donne, o meglio, alle domande che ci siamo poste su quello che la Libreria rappresenta per noi, sull’eredità di questa esperienza politica femminista, su quello che noi vogliamo assumere e portare nel mondo con la nostra voce. Dobbiamo tornare all’inizio di questo millennio, quando, insieme ad altre venute dopo la rivoluzione del femminismo, ci siamo ritrovate – a partire dal numero di Via Dogana Le ereditiere[1] – a discutere sull’eredità del femminismo e della politica delle donne. Il senso di questa eredità non è lo “scambio tra generazioni”, ma un movimento di continuità/discontinuità di esperienze tra noi e le donne che ci hanno precedute. Non si tratta solo di trasmissione culturale, perché per le donne è come se ci fosse un presente dilatato. Pensiamo per esempio a Le tre ghinee di Virginia Woolf: è un testo che esprime verità che anche oggi ci appartengono, non si tratta meramente di un’opera della storia del pensiero femminile che possiamo studiare. Ancora, ci sono alcune conquiste teoriche che le donne della Libreria hanno fatto partendo dalla loro esperienza (il partire da sé e la pratica di relazione, per esempio) che sono strumenti fondamentali anche per la nostra possibilità di comprendere noi stesse, gli altri e il mondo – ossia per fare politica. Tuttavia c’è anche un’esperienza nostra, che ci preme portare nella politica. Di più, vogliamo portare anche quello che non ci torna delle pratiche che altre hanno saputo trovare, perché condividiamo lo stesso presente insieme a quelle che ci hanno precedute, ma è uno spazio  allo stesso tempo differente, in quanto colto ed esperito da prospettive e punti di accesso diversi.

Ragionando su quello che rappresentava per noi questa eredità, abbiamo capito che ci interessava aprire un’ulteriore porta, uno spazio aperto all’altro, all’esterno, all’imprevisto, nel grande universo della rete. Volevamo darci la possibilità di sperimentare il presente in prima persona, per trovare una misura che fosse anche nostra. Così è nato il sito, la cui pratica costante ha portato a una differenziazione con la Libreria: questa è il luogo storico creato e pensato da alcune che hanno pratiche trentennali e una grande esperienza politica, il sito è invece qualcosa che ci appartiene più direttamente, pur essendo legato alla Libreria. Il collettivo del sito è composto anche da alcune donne che hanno fondato la Libreria, ma è indubbio che noi, in prima persona, abbiamo rilanciato il nostro sapere e il nostro desiderio in una sfida tutta nostra. Solo quando abbiamo dato inizio a qualcosa abbiamo guadagnato una competenza sulla nostra esperienza, abbiamo imparato a parlare, a raccontare i nostri bisogni, le nostre priorità, a tentare risposte originali, semplicemente abbiamo imparato a partire da noi. Per noi ha significato guadagnare in prima persona la consapevolezza che l’origine non è l’inizio: l’origine che le donne grandi rappresentano per noi, non è l’inizio della cosa che interpella solo noi, le nostre contraddizioni più intime, le nostre speranze e progettualità, il bisogno di creare a nostra volta. Non è facile entrare in un movimento che esiste già, in una riflessione già creata e strutturata. Il sito ha rappresentato la nostra sfida per la politica. E’ una sfida che riguarda – oltre al desiderio di far politica – anche le nostre relazioni con le donne venute prima, con le quali lavoriamo e ci confrontiamo costantemente nel portare avanti questa impresa. Oggi possiamo dire che, facendo leva principalmente sulla nostra relazione, la geografia dei rapporti in quel contesto si è modificata, e questo ci ha dato più forza e ha permesso maggiore libertà.

Noi siamo convinte che internet e la rete rappresentino una modalità di comunicazione che ha modificato la pratica e il linguaggio della politica, anche la politica delle donne. La rete ha il grande vantaggio che facilita la possibilità di fare politica in prima persona, pensiamo alla grande quantità di siti, mailing list, liste di discussione, blog, comunità di condivisione dei saperi (wiki). La modalità tradizionale dei volantini, riunioni, convegni è stata modificata profondamente da questi nuovi linguaggi, che permettono un’immediatezza e una velocità di scambio delle informazioni che per certi aspetti agevola la comunicazione, specialmente per le più giovani. Il linguaggio che si usa in internet è particolare: sta a mezza via tra il linguaggio parlato e quello scritto, i neologismi abbondano, l’interazione avviene attraverso la scrittura ma è come se si parlasse, perché c’è la percezione della medesima immediatezza. Pensiamo anche alla grafica, utilizzata normalmente nell’interazione in rete: la stessa frase può contenere colori e caratteri differenti, può essere caratterizzata da tratti emotivi con le “faccine” che esprimono gioia, tristezza, disappunto, divertimento. È anche possibile usare spaziature e punteggiatura lontano dalle regole di un testo scritto, dove le connessioni logico-grammaticali sono semplicemente intuite. La maggiore facilità nella comunicazione è data da un tempo di interazione più dilatato rispetto allo scambio di persona, dove si può riflettere maggiormente e ci sono modi differenti per gestire l’emotività, ma allo stesso tempo è uno scambio molto più veloce di quelli epistolari, precedenti l’avvento di Internet.

La possibilità di velocizzare la comunicazione, di trovare velocemente le informazioni più svariate su qualsiasi argomento, quasi senza fatica, può portare a un atteggiamento passivo nei confronti delle informazioni: c’è il rischio di pensare che è possibile far politica schiacciando qualche tasto, ma in questo modo ci si presta facilmente alle strumentalizzazioni. Quando c’è poco pensiero si reagisce meccanicamente rispetto all’ordine simbolico dominante. Proliferano le catene più insensate, come quella sui gatti chiusi in bottiglia, e quelle che fanno leva sui buoni sentimenti. Aderendovi, ci si libera velocemente di sensi di colpa e senso di responsabilità verso il mondo. Ma la scelta alla base di questi appelli è molto ambigua, segue criteri sensazionalistici, che puntano all’emozione immediata. Famose sono le bufale che girano da anni sulle donne in Afghanistan, in cui basta mettere una firma contro le violenze sulle donne mussulmane e ci si sente a posto, oppure quelle in cui si chiedono donazioni di organi per bambini con malattie rarissime. La cosa più preoccupante è la sventura che – diventata merce – circola in un mercato dove la vicenda umana non ha più valore e si pensa di poter saltare le necessarie mediazioni, scavalcando e minimizzando ciò che si fa in contesto.

Un altro rischio, infatti, è la mancanza di fisicità. La sfida – all’inizio della nostra impresa – ci è sembrata molto alta, perché ci stavamo avventurando in un mondo che pare caratterizzato da un linguaggio universale e neutro e da una comunicazione priva di corpo, elementi che avrebbero potuto annullare la differenza sessuale, il nostro essere donne. La riflessione cyberfemminista si è ampiamente interrogata sulle possibilità offerte dallo spazio virtuale e sui suoi tranelli. Le pensatrici cyborg hanno riflettuto sulla  rappresentazione dei sessi nella realtà virtuale e sull’esperienza di identità sessuali multiple, che spesso si realizza nelle comunità virtuali come strumento per mettere in discussione il legame fra sesso, genere e desiderio sessuale. Sono nati molti siti e mailing list di sole donne, una sorta di separatismo messo in atto nella rete per distanziarsi da una falsa universalità. Faith Wilding in Where is Feminism in Cyberfeminism?[2] afferma che è sicuramente un atto radicale far entrare il femminismo nel cyberspazio. Noi facciamo parte della redazione del sito della Libreria e lì giochiamo una scommessa forte, quella di fare politica in rete senza annullare la differenza sessuale, senza rinunciare al senso critico necessario di fronte alla velocità delle informazioni e senza rinunciare alla corporeità. La virtualità non basta. Dal movimento politico delle donne sappiamo che portare il proprio corpo e stare in presenza è fondamentale per la passione politica, e la pratica dei piccoli gruppi o della piazza è arricchita dalla presenza della rete.

La struttura a rete della comunicazione digitale è particolarmente confacente alla politica delle donne, perché non vi prevalgono ruoli istituzionali e di potere e dà la possibilità di entrare in relazione con donne di città diverse. E però, la tentazione della pluralità e dell’uguaglianza fa sì che la proposta politica si sfilacci e si arrivi a un pluralismo forzato, alla velleità di creare un contenitore asettico senza un senso politico laddove la posta in gioco dovrebbe essere la creazione di uno spazio di incontro/conflitto in cui ci si possa mettere in gioco. Riteniamo che la pluralità sia ricchezza, a patto che si presenti con un taglio. In altri termini, la potenziale ricchezza può manifestarsi solo se è possibile un netto confronto tra differenti soggetti politici, e se la posta in gioco è una sfida all’esistente. Nella costruzione del nostro spazio virtuale questa è una faccenda che cerchiamo di tenere all’attenzione, perché sappiamo bene che c’è una grande difficoltà a nominare la cosa che più preme e fare delle scelte radicali sul taglio da dare. Il mito della democrazia paritaria sembra incarnarsi nella rete. Seduce con la promessa che ogni cosa ha diritto di essere nominata, che per ogni diritto bisogna fare battaglia, e fa perdere la capacità di scegliere, cosa che inevitabilmente lascia fuori altro.

Abbiamo verificato negli anni che la scelta della radicalità in ciò che diciamo e mostriamo nel sito attira lettrici e lettori, che a volte si trasformano in ”scrittrici e scrittori”, nonostante il mercato di Internet offra un’infinità di informazioni, siti, blog e portali vari. Abbiamo sperimentato che è fondamentale che ci sia un taglio, il taglio della differenza sessuale: saper guardare il mondo, un mondo anche virtuale, in cui uomini e donne si muovono con le loro curiosità e ambizioni differenti.



[1] Via Dogana, Le ereditiere, n. 44-45, settembre 1999.

[2] F. Wilding, Where is Feminism in Cyberfeminism? http://www.andrew.cmu.edu/user/fwild/faithwilding/wherefem.html

 

Umberto Galimberti

Ogni tanto le case editrici, invece di pubblicare libri per fare fatturato, non si sa per quale incidente, pubblicano cultura. Non quella dei dotti con le note a piè di pagina, ma quella abissale e originaria da cui sono nate le religioni, le opere d’arte, la letteratura che scruta l’anima, sconfinando fin dove è possibile, ai limiti del delirio e dentro il delirio, rendendoci in tutta evidenza tutte quelle immagini e figurazioni che noi abbozziamo nei sogni e al mattino cancelliamo per riprendere la nostra vita ordinaria. Ma cos’è la vita ordinaria se non un sistema di regole messo in atto per tacitare l’anima? Cos’è il nostro affaccendarci quotidiano se non un macchina micidiale che mettiamo in moto per non vedere nulla e non sentire nulla di quanto ci circonda e, circondandoci, ci inquieta? Siamo così estranei alle possibilità espressive della nostra anima, che non appena questa si mette a parlare, in quei momenti di incantamento da cui tutti si affrettano a risvegliarci, subito ci riprendiamo per il terrore di restare prigionieri del delirio? E allora è solo per chi non ha paura di perdersi nei propri deliri ed, entrandovi, vuole incominciare quel dialogo tra sé e le proprie impressioni deformate, sensazioni allucinate, germi di ideazione abortiti sul nascere, e poi, non si sa per quale incantesimo, risorti in forme strane e insospettate, che Marosia Castaldi scrive il suo romanzo di 720 pagine, come oggi non si usa più, con un “Indice” dai titoli quasi tutti uguali, come vogliono i tratti ossessivi della mente quando inutilmente tentano di controllare i deliri, per descrivere quel che succede in una notte, la notte della morte della madre, in un piccolo quartiere dove accadono le cose che accadono in tutti i quartieri, se non si hanno gli occhi di Marosia Castaldi che, da piccoli gesti e abituali situazioni, trae spunti per scandagliare tutti gli abissi dell’anima e le figurazioni che da quegli abissi nascono. Chi legge questo libro può avere l’impressione di entrare nel mondo della follia. E di fatto ci entra. Non la follia nota agli psichiatri che conoscono solo il deragliamento della ragione, ma la follia che “precede” la stessa distinzione che siamo soliti fare tra ragione e follia. Il luogo di questa follia è da rintracciare là dove la coscienza umana si è emancipata da quella condizione animale o divina che l’umanità ha sempre avvertito come suo fondo, e da cui, pur sapendosi in qualche modo uscita, ancora si difende temendone la sempre possibile irruzione. A conoscere questa follia non è la psicologia, la psichiatria o la psicoanalisi, ma la letteratura che, nell’edificare il cosmo della narrazione, il solo che gli uomini possono abitare, sa da quale fondo l’ha liberato e perciò non chiude l’abisso del caos, non ignora la terribile apertura verso la fonte opaca e buia che chiama in causa il fondamento stesso della razionalità, perché sa che è da quel mondo che vengono le parole che poi la narrazione ordina in maniera non oracolare e non enigmatica. L’inquietudine che genera la lettura di questo libro è la stessa che ci ha pervaso quando abbiamo assistito agli ultimi film di Pasolini: Porcile, Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove la dissacrazione era la denuncia della perdita della dimensione tragica dell’uomo colto nel conflitto tra la radice antica del suo abitare e lo sradicamento, di cui non ha neppure consapevolezza. Con il suo romanzo, Marosia Castaldi ci porta in questo luogo, e chiede al lettore, a cui non aveva mai pensato durante la scrittura, di essere con lei nel giorno successivo a quella notte, perché quel giorno, come ogni giorno, sorge dall’insolito. E guai a chi, acquietato tra le solite cose, teme di gettare nell’insolito almeno uno sguardo.

Silvana Mazzocchi

Un giallo magistralmente costruito, un linguaggio ricco e sofisticato e uno scenario storico ricostruito con abilità e rigore. La donna del Père Lachaise, il secondo romanzo firmato da Claude Izner, nom de plume dietro al quale si celano due sorelle, Liliane Korb e Laurence Lefèvre, ambedue libraie a Parigi (una bouquiniste sul lungo Senna e l’ altra titolare di un locale sulla rive gauche), conferma il talento già dimostrato con Il mistero du Rue des Saints-Pères, storia d’ esordio per le autrici e per il loro personaggio chiave, l’ investigatore Victor Legris, anche lui libraio, evocata in ogni dettaglio in una cornice suggestiva e ricca di trasformazioni sociali e di fermenti culturali. Parigi 1890: da poco più di un anno la Tour Eiffel, simbolo ardito di resurrezione, calamita su di sé entusiasmi e critiche, specchio di una società divisa tra progresso e tradizione. Nella sua libreria di Rue des Saints Pèrese, Victor Legris viene a sapere dalla cameriera Denise che la sua ex amante, Odette, è scomparsa mentre si trovava nel cimitero di Père Lachaise accanto alla tomba del marito. La donna, dedita alle pratiche esoteriche e allo spiritismo secondo una tendenza all’ epoca molto in voga , ha lasciato come traccia solo un foulard di seta rossa. Chi può aver fatto sparire la donna? L’ investigatore libraio non crede alle chiacchiere da salotto su improbabili fantasmi e cerca la soluzione del giallo tra i vicoli della città. Incontra nobili vecchio stampo e intellettuali senza reddito e finisce a suo rischio e pericolo coinvolto in una catena di morti misteriose. La donna del Père Lachaise è un romanzo elegante, colto e raffinato e Victor Legris è un investigatore intelligente e ironico. Mentre la Parigi di fine secolo, città fascinosa, brillante e contraddittoria, regala a chi legge atmosfere di qualità. La donna del Père Lachaise di Claude Izner Nord Traduzione di Chiara Salina Pagg. 322 euro 16,60

 

Una mostra al museo di Los Angeles, l’apertura di un centro al Brooklyn museum, un convegno sold out al MoMa di New York.
La critica e le istituzioni si accorgono delle artiste e di un lavoro che prosegue dagli anni 70. Ma i dubbi sull’operazione
Miriam Tola

Il 2007 potrebbe essere ricordato come l’anno della scoperta dell’arte femminista da parte delle maggiori istituzioni artistiche statunitensi. Improvvisamente, sembra che giganti del calibro del Museum of modern art di New York si siano svegliati da un lungo sonno e abbiano finalmente aperto le porte alle artiste coinvolte in uno dei più importanti movimenti del ventesimo (e ventunesimo) secolo.
Tre eventi potrebbero far pensare che sia così. Numero uno: a fine gennaio il MoMa, storicamente piuttosto ostile al femminismo, ospita una conferenza dal titolo promettente: The feminist future: theory and practice in the visual arts . La due giorni è animata da storiche dell’arte, curatrici e artiste tra cui Marina Abramovic, Coco Fusco e alcune Guerrilla Girls. Già a fine novembre 2006 il simposio registrava il tutto esaurito, segno inequivocabile di un vuoto, o meglio, una voragine culturale, scavata da trenta anni di scarso interesse. La spinta per riempirla è venuta, pare, dalla facoltosa Sarah Peter che ha messo sul piatto generose donazioni a sostegno dell’arte delle donne.
Evento numero due: il 4 marzo il Museum of contemporary art di Los Angeles (Moca) inaugura Wack! Art and the feminist revolution . Frutto del lavoro quasi decennale della curatrice Connie Butler, la mostra include le opere di 120 artiste realizzate tra fine anni Sessanta e anni Settanta, durante il boom del movimento delle donne americano. La lista di nomi comprende pioniere come Judy Chicago, Valie Export, Carolee Scheemann e Chantal Akerman e, ancora una volta, Marina Abramovic che ha sempre rifiutato l’etichetta di “artista femminista”: “Quando vedo mostre femministe – mi dispiace dirlo – penso sempre che le opere non sono buone. L’arte è buona o cattiva, non importa chi la fa. Le politiche femministe sono molto più interessanti”.
“Il movimento dell’arte femminista è simile all’arte gotica, è qualcosa che nominiamo guardando al passato ma non era un movimento omogeneo” sostiene la storica dell’arte Gail Levin. Così le quattordici sezioni tematiche di Wack! coprono orientamenti femministi in stridente contrasto, da “Goddess”, raccolta di lavori ispirati all’associazione tra femminile e materno, a “Gender performance” che ammicca alla decostruzione di sesso e genere teorizzata da Judith Butler. Wack! rimarrà a Los Angeles fino al 16 luglio. Poi partità per un tour che toccherà Washington e, a inizio 2008, il P.S.1 di Long Island City, New York.
L’evento numero tre è l’apertura del Center for feminist art presso il Brooklyn museum, ambizioso progetto reso possibile dal finanziamento di Elizabeth A. Sackler da cui prende il nome. Il Sackler Center è la casa di una delle opere chiave dell’arte femminista, “The Dinner Party”, creato nell’arco di quattro anni (1975/1979) da centinaia di volontarie supervisionate da Judy Chicago. “Fu creato – spiega – per mettere fine al ciclo di omissioni che hanno escluso le donne dalla storia”. Il cuore dell’opera, ricchissimo ensemble di ceramiche, ricami e arazzi, è un tavolo – un enorme triangolo equilatero – formato da trentanove posti con teli ricamati e piatti dalle forme vaginali, ognuno intitolato a figure femminili immensamente influenti, da Saffo a Virginia Woolf, passando per l’abolizionista afro-americana Sojourner Truth.
Come ha scritto la critica Phoebe Hoban su ArtNews , “per Chicago l’installazione permanente di “The Dinner Party” è una saga arrivata alla fine. E in qualche modo è anche un paradigma della riconsiderazione dell’importanza dell’arte femminista”. Nel 1979, quando l’opera fu messa in mostra per la prima volta a San Francisco, ebbe un impatto culturale considerevole. Poi, lentamente, mentre l’America degli anni Ottanta diventava teatro del backlash contro il femminismo, fu dimenticata fino a finire in soffitta.
Nelle stanze accanto, Maura Reilly e Linda Nochlin hanno curato l’allestimento di “Global feminisms”, panorama sui femminismi contemporanei che presenta ottanta artiste under 40 provenienti da cinquanta paesi. “Lo stesso termine “femminismo” si è espanso, trasformato e aperto a nuove espressioni. Non è un dogma ma una pratica flessibile e legata al contesto”, spiega Linda Nochlin che nel 1976 fece da apripista organizzando a Los Angeles la mostra Women artists: 1550-1950 .
Al Brooklyn museum, oltre ai nomi più quotati sul mercato (l’immancabile Pipilotti Rist, tanto per citarne uno), spiccano le silhouette di scene di tortura disegnate su carta da parati dall’iraniana Parastou Forouhar, e “Looking for a husband with a E.U. passport” della serba Tanja Ostojic, esplorazione in prima persona del mercato delle spose per corrispondenza. Il video della palestinese Emily Jacir, immagini rubate del percorso quotidiano attraverso un checkpoint, si lega a quello dell’israeliana Sigalit Landau che, sullo sfondo di una spiaggia, riprende un corpo nudo, ferito da un hula hoop fatto di filo spinato. L’artista lesbica americana Catherine Opie è ritratta mentre allatta suo figlio, mentre Michèle Magema della Repubblica democratica del Congo accosta simboli nazionali a immagini di gruppi di donne impegnate in danze tradizionali di fronte al dittatore Mobutu Sese Seko.
Nella selezione, dominata da fotografia e video, si nota l’assenza di performance e nuovi media. A parte rare eccezioni, la mostra raramente spiazza o sorprende. Sembra che molte artiste si accontentino di giocare con codici e temi immediatamente riconoscibili come femministi o femminili senza troppo affondare i denti nella contemporaneità. Nonostante buona parte delle opere siano state realizzate dopo il 2001, poche o nessuna offrono prospettive radicali sul mondo nell’era della guerra globale. In una mostra chiamata “Global feminisms”, mancano i nuovi femminismi impegnati nel cambiamento sociale. Sfugge quel senso di connessione, di scambio e networking implicato nel termine “global”.
Alcune sono convinte che il tris di eventi sia accaduto non per caso. Phoebe Hoban scrive: “La generazione di donne politicizzate degli anni Settanta ora sono 40/50enni e molte di loro, come Reilly, occupano posizioni di potere in grandi istituzioni culturali”. Maura Reilly conferma: “Finalmente ci stiamo infiltrando, per usare un termine militare, nelle istituzioni più importanti. Il fatto che qualcosa sia successo al MoMa è un colpo grosso. E il Sackler, nel suo genere, è il primo spazio al mondo dedicato al femminismo. Tutto ciò merita grande attenzione”. Vero. Tuttavia se si guarda alla presenza delle donne nel mondo (e nel mercato) dell’arte sembra quasi che il femminismo sia ancora di là da venire. Nel 1989 le Guerrilla Girls calcolarono che meno del 5% dei lavori in mostra al Metropolitan museum erano firmati da donne, ma l’85% dei nudi in mostra ritraevano corpi femminili. Queste cifre diventarono il tema di un celebre manifesto del gruppo, lanciato con lo slogan: “Le donne devono essere nude per entrare al Met?”. Sedici anni dopo il gruppo ha scoperto che le donne al Metropolitan sono diminuite a meno del 3%. Nel settembre 2006 Jerry Saltz notava sul Village Voice che solo il 23% dei 297 show personali in programma per l’autunno nelle gallerie di New York, l’epicentro del mercato, erano dedicati ad artiste.
Di fronte alle celebrazioni per la “rinascita” o la “riscoperta” del femminismo nell’arte, Coco Fusco, performer e docente di visual art alla Columbia University, è caustica: “Ci sono due mostre che si tengono nello stesso momento e due importanti donatrici che con il loro denaro hanno costretto i musei ad organizzare degli eventi. Credo, che in realtà ci sia poco sostegno per l’arte femminista. Pochi collezionisti la comprano. La mia idea è che le mostre e le conferenze di quest’anno hanno più a che fare con l’istituzionalizzazione dell’arte degli anni Settanta che con un cambiamento radicale. La discussione sull’arte e politiche femministe dovranno essere sviluppate altrove”. Nei prossimi mesi, e anni, vedremo se istituzioni come il Sackler Center sapranno e vorranno ritagliarsi un ruolo in questa discussione.


Arianna Di Genova

«Non posso udire la parola fuga/senza un balzo del sangue,/una improvvisa attesa, una disposizione al volo!» (Emily Dickinson).
La «piccola favola» sulla liberazione e la possibilità di sganciarsi dalla pesantezza del corpo per attraversare un’infilata di stanze (della propria infanzia, della memoria collettiva e dei sogni futuri) l’artista Valentina Berardinone ha scelto di raccontarla – quasi sottovoce – prendendo in prestito le parole della poetessa americana. Così, con una grafia, leggera tracciata a matita, «segna» sulle pagine/pareti una serie di indicazioni utili all’«escape», regalando a chi sfoglia il suo libro, alcuni passaggi segreti, porte socchiuse, squarci di spazio dove si intuisce un giardino di rose che attende chi esce all’aperto, lasciandosi coraggiosamente dietro le spalle il labirinto di passioni claustrofobiche. Il raffinato libro d’artista A flying attitude accompagna la mostra di Berardinone alla Galleria Milano (via Manin 13) dove alcune canne in bambù sostengono lembi di stoffa colorata e teli trasparenti, frammenti di un percorso dell’anima in cerca di libertà. Quelle pareti appena toccate dalla pittura sembrano interrompere la loro recinzione domestica dissolvendosi in un ritmo armonico di pieni e vuoti, assecondando il volo nomadico di un uccello che l’artista immagina preso al laccio e messo in gabbia ma poi liberato grazie all’incantesimo di uno spartito musicale, contrappunto sonoro, visivo e tattile, che «cuce» insieme un nuovo racconto.

 

Intervista e dialogo con Anna di Salvo
A cura di Loredana Aldegheri e Alvise Pettoello


“Città Felice” è il nome dell’Associazione che hai fondato. Qual è la sua origine?
Sono attiva nel pensiero e nella pratica politica della donne sin dagli anni ’70. Nel 1993 ho fondato a Catania insieme ad altre donne “Città Felice”, un’associazione che sin dall’inizio ha messo al centro dei propri desideri, della propria cura e della propria creatività la città in quasi tutti i suoi aspetti: relazioni, convivenze, architetture, arte, spazi, viabilità, economia, spiritualità, salute, istruzione, legalità ecc. La città è stata così letta e segnata attraverso il pensiero e le pratiche politiche della differenza sessuale con iniziative e interventi che nel corso degli anni hanno modificato il modo tradizionale di guardare la città e il suo governo in direzione di nuova idea di Catania e in direzione di una nuova visione della civiltà ripensata alla luce delle relazioni messe in atto con donne e tra donne e uomini.

 


La Città Felice ha fatto nascere il movimento della rete delle “Città Vicine”. Quale ne è stato il contesto?
Nell’aprile del ’98 abbiamo organizzato a Catania un convegno intitolato “Oltre Catania” al quale abbiamo invitato Clara Jourdan della Libreria delle donne di Milano perché ci desse dei consigli sul modo più giusto di procedere, Franca Fortunato di Catanzaro, donne del gruppo Kore di Messina e della biblioteca delle donne U.D.I. di Palermo con le quali volevamo ragionare in merito alla possibilità di creare, sulla base delle relazioni già esistenti, una rete di scambi e di elaborazioni tra città rese simbolicamente vicine dall’amore condiviso per i luoghi nel loro divenire e per la politica delle relazioni. Da allora i rapporti si sono infittiti, e nell’estate del 2000 a Scoglitti in Sicilia, durante l’incontro stanziale “Politica con vista”, è nata la rete delle Città Vicine che annovera tra le sue fondatrici anche donne di Roma e alcune donne del gruppo “La Merlettaia” di Foggia. In seguito anche Bologna, Verona, Firenze, Mestre, Spinea, Chioggia e altre città sono entrate a far parte della rete. La scommessa politica delle Città Vicine è stata ed è quella che sempre più città facciano crescere la rete e sviluppino tra loro analisi e progetti, superando quel senso di appartenenza che a volte ci tiene ancorate/i esclusivamente a quel che accade nelle rispettive realtà e che provoca un senso di estraneità e disinteresse per quel che avviene nelle altre città. Si è così creato un intreccio di relazioni tra donne e uomini di luoghi diversi che ha dato maggiore spazio, visibilità e respiro alla politica e ha fatto sì che si promuovessero scambi d’esperienze, approfondimenti, elaborazioni e convegni. Molte le questioni sulle quali le Città Vicine hanno voluto mettersi in gioco in questi anni, lo hanno fatto ad esempio in merito alla bellezza delle relazioni e della convivenza, alla partecipazione e al governo della città, alla riqualificazione di architetture, spazi e arredi urbani, al nesso tra arte e politica, al lavoro di cura e accoglienza dei nuovi migranti, alle relazioni di differenza nel contesto urbano, alle esperienze e alle idee per una nuova economia, ecc. Nel corso delle vacanze-politiche organizzate per molte estati di seguito dalle Città Vicine ora in Sicilia ora in Calabria sono state realizzate, tenendo conto dello spirito e dei materiali del luogo, delle performance e installazioni artistiche. Queste opere hanno preso vita grazie al coinvolgimento di ogni partecipante e agli stimoli che giungevano da parte di quelle che da tempo ci eravamo messe in gioco nella politica esperendo pratiche creative e adoperando di frequente il linguaggio visivo, come a parte me, Donatella Franchi, Luciana Talozzi, Katia Ricci e altre/i.

 


Che valore date alle pratiche espressive e creative per favorire una migliore convivenza in città?
Io sono una “figlia d’arte”. Mia madre era pittrice e anche mio nonno e il mio bisnonno lo erano. Mi sono accostata quindi sin dall’inizio della mia vita all’arte e al “pensiero creativo” in maniera fluida e naturale e ho appreso e amato il linguaggio dell’arte per trasmissione materna. In seguito ho raffinato questa vocazione con studi a indirizzo artistico conseguendo vari titoli, ma soprattutto insegnando arte applicata e storia dell’arte per oltre 40 anni a ragazze e ragazzi. Sin dagli inizi della mia pratica femminista, ho trovato naturale intrecciare e fare coincidere l’espressione politica con quella artistica, dando vita a opere, analisi, mostre e iniziative che mi hanno fatto capire come la politica possa essere resa fertile dalla creatività e viceversa. Da oltre 20 anni porto avanti una ricerca sulla vita e sull’operato di alcune artiste che va dal medioevo sino ai nostri giorni, soffermandomi e approfondendo soprattutto due aspetti della loro espressione. Il primo riferito al senso dell’importanza che queste artiste hanno voluto dare e riconoscere alla presenza e alla relazione con altre donne per la loro vita e per la loro produzione artistica (madri, sorelle, maestre, amiche), il secondo riferito alla ricaduta che il senso di civiltà esperita e tramandata per secoli da queste artiste attraverso il loro modo di esprimersi ha avuto sulle città. Le città figurativamente sono state scelte di frequente dalle artiste come scene nelle quali ambientare le loro opere e dalle quali ricavare ispirazione grazie alla complessità dei tanti volti che le compongono. Per fare un esempio, basti osservare l’opera medioevale che nella propria iconografia comprende la badessa Hitda nel gesto di donare il libro dei vangeli a S. Valpurga mentre la città si staglia sullo sfondo con le sue belle torri merlate (quanto detto si trova da me espresso con parole e immagini nel libro “cambia il mondo cambia la storia” a cura di Marirì Martinengo e Marina Santini, e nel CD-Rom “Tra memoria e progetto” realizzato dalla storica dell’arte Mariella Pasinati). Credo che l’aver praticato da sempre il linguaggio dell’arte abbia contribuito a farmi acquisire chiavi di lettura, angolazioni e prospettive nuove per vedere le cose che mi stanno intorno in maniera multiforme e abbiano dato maggiore intensità al mio intuito e alla mia sensibilità. Mi capita spesso infatti di tradurre mentalmente in immagini (non sempre figurative), il senso delle cose che accadono, per lo più sono le dinamiche relazionali che stimolano e sollecitano la mia fantasia che vive grazie alla vita delle relazioni. Questa produzione di immagini che a volte rimangono depositate in forma di pensiero nella mia mente, non sono una posposizione visiva di un fatto o di un ragionamento, a volte mi sono suggerite da sensazioni o intuizioni che anticipano quello che poi diventerà pensiero razionale. Quando qualcosa sollecita la mia sfera percettiva, vuol dire che la realizzazione concreta dell’opera sta iniziando a prendere corpo; la sua evoluzione reale avverrà però man mano che l’idea primigenia sarà arricchita dagli apporti di altre/i con cui mi trovo in relazione, condivido progetti e scambio esperienze.
Catania, la città in cui vivo, è una città tristemente segnata dall’arroganza e dal potere, dalla violenza e dalla mafia, è una città però molto bella che io amo, contornata da un magnifico paesaggio, ricca di memorie storiche e artistiche di incredibile prestigio. Camminando per il suo centro storico o per i suoi dintorni non è difficile imbattersi in vestigia del passato che fanno riferimento al periodo preistorico, siculo, greco, romano, bizantino, romanico, gotico, barocco, neoclassico, liberty ecc. Sono certa che tutta questa bellezza di cui le/i cittadini fruiscono, non può che orientare spiritualmente verso il bene e che parli alle donne e agli uomini di Catania infondendo loro pace e armonia.

 


Come ti hanno parlato le opere e le immagini artistiche della tua città?
Da ragazza percorrendo per motivi di studio le zone più artistiche di Catania, mi capitava spesso di fermarmi per disegnare le statue di sante, dee e figure allegoriche femminili che adornano in gran numero le facciate delle chiese, dei teatri, dei palazzi e che connotano con immagini di donne anche le fontane e gli ingressi dei parchi e dei luoghi pubblici. Nel corso degli anni mi sono chiesta come fare per dare risalto al senso profondo che secondo me queste figure emanavano, avvolgendo la città con un alone di spiritualità e compostezza. Ho chiesto a mia figlia Pamela, che è una brava fotografa, di realizzare una mostra che comunicasse attraverso le immagini la positività che quelle statue esprimevano attraverso le posizioni dei loro corpi, i gesti delle loro mani e l’ espressione dei loro volti. Quella manifestazione artistica, in tutto il suo iter, ha avuto come conseguenza positiva quella di infondere in me una consapevolezza nuova che ha dato l’avvio alla messa in essere della pratica visiva dell’ “arte di città”, durante la quale ho compreso che si può intervenire sulle opere del passato individuando in queste, significati diversi da quelli dati precedentemente (di questo ho parlato nel quaderno di Via Dogana “Matrice” a cura di Donatella Franchi).
Frequentemente noi di Città Felice affermiamo a Catania i nostri desideri e le nostre idee in merito alla città, come quando ad esempio qualche tempo fa ci siamo espresse con analisi, documenti, studi, incontri, installazioni e performance insieme a donne e uomini impegnate/i politicamente in altre associazioni, comitati e gruppi cittadini, disapprovando il tentativo da parte dell’amministrazione comunale di abbattere oltre 40 palazzi in stile neoclassico e liberty a causa del raddoppio del binario della linea ferroviaria Catania-Siracusa che avrebbe dovuto attraversare sotto terra il centro storico della città. O quando abbiamo riflettuto insieme agli abitanti di alcune delle piazze più belle e centrali di Catania, dove avrebbero dovuto avere luogo delle operazioni di sventramento del suolo pubblico da parte di privati per costruire dei parcheggi sotterranei, in merito agli effetti devastanti che quei progetti insensati avrebbero potuto provocare. In tutto questo lavorio, quello che cerchiamo maggiormente di significare è che le iniziative di Città Felice non sono solamente interventi di carattere sociale, ma azioni che hanno alle spalle una lunga pratica di relazioni e di scambi con altre/i che vogliono il bene della città e che si impegnano a dare nuovo senso alla qualità all’abitare e nuove definizioni al concetto di pubblico, intendendo questo come “pubblico-domestico”, cioè lo spazio di tutti segnato dall’esperienza e dalla competenza femminile. Altro aspetto di grande rilevanza è a nostro avviso l’aver cercato di fare capire con le nostre elaborazioni e le nostre pratiche artistiche che le opere e i luoghi di riferimento storico, artistico, culturale della città sono componenti importanti per mantenere salda la memoria e il senso di affezione e di radicamento ai luoghi da parte di chi li abita. Non si può stravolgere la città, svilire e offendere architetture e spazi prestigiosi per favorire l’interesse di pochi e certe speculazioni economiche che spesso, oltre a cambiare in peggio il volto della città, minano anche la stabilità e la serenità delle e dei cittadini. Chi si pone al governo delle città, crede il più delle volte di essere entrato in possesso dei beni comuni e pensa di poterne fare ciò che vuole, senza ascoltare il desiderio delle e degli abitanti che sono i veri depositari del patrimonio cittadino e mostrano quasi sempre di essere gli unici a voler salvare dalla barbarie il luogo dove vivono.

 


Ci fai qualche esempio di “espressioni artistiche” che hanno provocato presa di coscienza nel tuo territorio?

Penso sia fondamentale imparare a vedere, riconoscere e preservare la bellezza più o meno manifesta dei rispettivi contesti in cui si vive perché da questo si può trarre la forza per affrontare il negativo che spesso ci circonda. La ricerca della bellezza nelle relazioni e nelle forme estetiche intorno a noi crea e determina bellezza interiore e stimola gesti e pensieri positivi. Faccio qualche esempio del modo di procedere in maniera artistico-politica che metto in essere insieme ad altre/i con Città Felice in città. L’installazione “Segni di un discorso amorevole”, realizzata in piazza Federico di Svevia durante una delle tante iniziative promosse in quel contesto (in cui si trova peraltro la nostra sede politica), è stata creata in occasione della paventata distruzione dei palazzi antichi. Era composta da parti murarie di case abbattute che avevamo raccolto nei cassonetti dove si gettano i materiali di risulta. La maggior parte di questi brandelli di muri mostravano le tracce dei vecchi materiali e delle veccie tecniche di costruzione adoperate un tempo e i decori scelti da chi aveva abitato case che ora non c’erano più. Ciò che volevamo esprimere e significare con quell’operazione era che anche quando vengono abbattuti, i palazzi e le case mantengono nelle loro parti la storia, la memoria e lo spirito di ciò che li ha pervasi prima di venire distrutti. Case e palazzi sono stati quindi guardati da noi con rispetto e amore rinnovati, in quanto strutture architettoniche che oltre a mostrarsi nella loro dimensione estetica, rappresentano spazi accoglienti segnati da storie di donne, di uomini e di creature piccole. Sono state soprattutto le donne quelle che lavorando, gioendo e soffrendo nelle case hanno messo in forma secolo dopo secolo una civiltà di segno femminile scandita dal tempo domestico. Con Città Felice di solito allestiamo performance e installazioni in spazi aperti cittadini quali piazze, strade e luoghi pubblici affinché chiunque possa partecipare alla loro realizzazione e al contempo viverle anche come frutto delle propria creatività. L’incontro con l’esperienza artistica regala alla donna o all’uomo che ne prendono parte, un bagaglio di emozioni e di sensazioni che il più delle volte non sono traducibili in parole, non sono similmente riscontrabili nell’una o nell’altro ma sono invece facilmente interscambiabili. Ritengo che proprio in questo risieda il di più della scommessa politica e artistica che pratichiamo in città, cioè nel sentire o esprimere nuovi sensi e nuove percezioni in merito alla comprensione e alla visione delle cose che riguardano l’essere e il divenire della città.

 


Sui problemi impellenti del presente i linguaggi artistici come arrivano?
Ci tengo a dire che quasi mai una performance o un’istallazione possono essere riproposte in maniera analoga. Esiste infatti un’unicità del tutto particolare che caratterizza ogni opera nelle diverse fasi del suo divenire sino alla completa realizzazione. E’ difficile infatti ricreare le stesse condizioni materiali e spirituali e far rivivere lo stesso contesto. C’è un dato ineluttabile nell’impossibilità di riprodurre questo tipo di opere, quello cioè che le installazioni e le performance non si propongono quasi mai come oggetti effimeri e mercificabili ma si prestano ad essere fruite come creazioni dal forte impatto visivo e dal grande potenziale trasformativo. Persino le riproduzioni fotografiche, se non riescono a testimoniare l’intera essenza dell’opera nelle sue componenti d’arte e di politica, rischiano di testimoniare soltanto la realizzazione di un oggetto senz’anima oppure di un feticcio. Aggiungo inoltre che le opere significative continueranno a esprimere e perpetuare bellezza nel tempo se la loro essenza continuerà a vivere nell’anima di chi ne ha saputo trarre arricchimento per il suo modo di essere e di pensare. Un’altra installazione che ha avuto come tema il valore dell’acqua per la vita del mondo, è stata realizzata da noi nella piazza del duomo di Catania in occasione di una delle tante manifestazioni che hanno avuto luogo nel dicembre 2006 in tutt’Italia per affermare che l’acqua è un bene di tutti e che non può essere sprecata né privatizzata. Abbiamo pensato un’istallazione composta da un telo di plastica leggerissimo posto davanti alla cascata d’acqua che cade come un lenzuolo nel contesto di una fontana barocca della piazza alimentata dal fiume Amenano, che diversi secoli fa ha subito la costrizione da parte degli architetti dell’epoca a scorrere sotto terra e a essere utilizzato solo per alcune funzioni civiche. Mi è sembrato di vedere un’analogia tra la privatizzazione dell’acqua che oggi sta accadendo e quella costrizione avvenuta nel ‘700 ai danni del fiume Amenano. Il telo di plastica posto davanti alla cascata d’acqua avrebbe dovuto allertare le/i cittadini che qualcosa di grave ci stava capitando in merito alla mercificazione e allo spreco del bene comune più prezioso. Così abbiamo chiamato l’installazione “Acqua come miraggio” ottenendo riscontri interessanti, anche imprevisti, sia dal punto di vista del coinvolgimento di altre e di altri che dal punto di vista artistico. Molte donne e uomini venivano a chiederci infatti perché avevamo nascosto ai loro occhi l’acqua della fontana, così noi potevamo dialogare con loro in merito al problema. Dal punto di vista artistico è accaduto che la luce, col passare delle ore si spostava e diveniva più intensa, regalando all’acqua che cadeva dietro lo strato di plastica dei bagliori diversi. L’installazione che inizialmente poteva apparire come un’opera statica, ha acquistato un sapore dinamico, facendo sì che la luce e l’acqua in trasparenza e in movimento, divenissero le vere protagoniste di tutta l’operazione artistica.

 


Racconta, racconta…
Una performance a me molto cara e penso ricca di significato, è quella che abbiamo chiamata “Il tessuto colorato delle relazioni”. Con Città Felice organizziamo ogni primavera una manifestazione nella piazza dove sorge il castello progettato da Federico secondo di Svevia insieme all’architetto Riccardo Da Lentini e finito di realizzare nel 1223. La manifestazione non ha mai avuto un carattere rivendicativo ma si è distinta nel tempo come un occasione felice d’incontro e di scambi d’esperienze durante la quale dare corpo e visibilità alle relazioni tessute da noi con le donne e gli uomini che abitano il quartiere e con altre/i di associazioni, comitati spontanei, sindacati, ecc. come noi amanti della città. Per significare i rapporti che ci uniscono da tempo, ci siamo legati insieme donne e uomini, fino a formare una rete, con delle fasce di stoffa di colori diversi. Mentre ognuna/o si legava con un’altra/o spiegava ad alta voce perché lo stava facendo e cosa si aspettava da quel legame. Quello è stato veramente un evento emozionante e intenso di cui tutte quelle e quelli che c’eravamo conserviamo ancora dentro di noi il senso profondo. Altro rilevante momento artistico è stato costituito dall’aver pensata e realizzata “La montagna di sale e di memoria”, un’installazione creata inserendo in una montagnola di sale degli oggetti che testimoniavano le attività artigianali che un tempo si svolgevano nel territorio adiacente alla piazza Federico di Svevia. Gli oggetti che si facevano spazio tra i grani di sale (un tempo nella zona si lavorava il sale marino che veniva poi confezionato in sacchetti), erano remi per le barche, pezzi di ferro e di legno forgiati artisticamente, antichi telai, matasse di seta, attrezzi da calzolaio, sacchi di juta. L’opera voleva avere il compito di ridare vita e riportare alla memoria tutta una costellazione di antichi mestieri che lì oggi nessuno pratica più. Questa cultura al presente è scomparsa e attività più remunerative hanno preso il posto di quelle artigianali. Nella zona si sono moltiplicati come funghi degli esercizi commerciali (spesso si assiste anche a iniziative spontanee organizzate da ambulanti) dove si consumano cibi caratteristici come ad esempio carni o altre pietanze arrostite che oltre a involgarire quello storico contesto (alla corte di Federico secondo di Svevia partecipavano artisti, matematici e poeti come Cielo D’Alcamo che contribuirono alla nascita della lingua “vulgaris”), ne mettono a rischio la sicurezza e l’integrità.

 


Sono stranieri i nuovi ambulanti?
Per lo più si tratta degli stessi catanesi che allestiscono col consenso dell’amministrazione comunale dei barbecue in luoghi angusti o in alcuni gazebo che spuntano improvvisamente lungo le strade adiacenti alla piazza. Chi ha consentito e favorito il fiorire di queste attività la cui origine risulta poco chiara, lo ha fatto in base a precedenti accordi elettorali stipulati con una certa fascia di cittadini, in barba al mantenimento della cultura e della civiltà dei rapporti virtuosi già esistenti in quel luogo. Questa uniformità di esercizi sorti improvvisamente nella piazza Federico di Svevia e dintorni mi ha fatto pensare a quanto detto dall’economista americana Jane Jacobs negli anni’60 nel suo libro” Vita e morte delle grandi città” in riferimento alla necessità che affinchè un quartiere o un luogo si mantengano vitali, occorre che in essi si sviluppino attività lavorative diversificate, perché così facendo si verranno sempre più a creare dinamismo e fertilità di idee. Un’unica tipologia di presenze che vivono gli spazi o di attività che vi si sviluppano, impedisce il formarsi di un tessuto connettivo fantasioso e anticipa il declino di quel luogo. In merito a queste analisi, quale destino è riservato allora alla piazza Federico di Svevia e ai suoi abitanti, se proprio accanto al museo civico e in ogni suo più piccolo spazio, sono state impiantate attività commerciali finalizzate alla vendita e al consumo di carni arrostite?

 


Le vostre pratiche si ispirano ad artisti/e significativi?
Come ho già detto, sin dal 2000 ogni anno in primavera organizziamo una festa in questa piazza all’interno della quale allestiamo un’edicola del baratto dove ognuna/a porta qualcosa da scambiare: cibi, oggetti, vestiti, libri, ecc. Attorno all’edicola del baratto prendono vita di solito narrazioni spontanee, dibattiti, mostre e spettacoli. Un’altra installazione che ha preso forma recentemente in piazza in riferimento al nostro cresciuto interesse per forme nuove d’economia è stata chiamata “Portiamo al mercato i nostri sentimenti”. L’interesse per l’economia ci è stato sollecitato grazie alla relazione con Loredana Aldegheri e Maria Teresa Giacomazzi e ai rapporti istaurati con giovani donne e uomini della M.A.G. di Verona che ci hanno fatto capire che l’economia attraversa trasversalmente molte delle cose che facciamo e che è una materia facile da approcciare e non una disciplina complicatissima che riguarda solo i pochi addetti ai lavori. Per costruire quell’installazione abbiamo procurato delle strutture metalliche simili a quelle che vengono adoperate dai fruttivendoli per esporre i loro prodotti. Ma dentro alle cassette di legno non c’erano frutta o verdure ma oggetti, immagini, produzioni, libri, foto, simboli, cose care facenti parte della memoria personale di tutte/i coloro che avevamo contribuito alla realizzazione di quell’opera. Io ad esempio ho portato riproduzioni e immagini delle opere delle mie artiste predilette, libri di Virginia Woolf, Carla Lonzi, Luce Irigaray, e di altre pensatrici che nel corso della mia vita hanno costituito l’alimento fertile che mi ha consentito di procedere nel mio percorso politico e creativo. Il significato che l’installazione voleva esprimere era quello che le donne amiamo conservare l’interezza della nostra vita che mettiamo in gioco sempre, in ogni cosa che facciamo, senza separare, parcellizzare o lasciare a casa una parte della nostra esperienza. Portiamo con noi e facciamo agire le competenze acquisite giorno dopo giorno sia quando operiamo nei posti di lavoro, sia quando portiamo a termine le nostre attività quotidiane e domestiche.
Nel corso dei miei studi ho individuato alcune artiste che guardano con interesse “la città” in merito ai suoi molteplici aspetti e che da questa traggono ispirazione per le loro opere. Queste sono attente soprattutto a quanto avviene nelle grandi città, nelle megalopoli dove per molti versi la dimensione della cura, della convivenza, dello scambio tra culture diverse e degli spazi condivisi, tanto cara alle donne, rischia di dissolversi nel nulla. Per portare qualche esempio in merito a questo modo di creare che da un senso maggiore all’operato artistico da parte di donne, voglio riferirmi all’opera dell’artista inglese Lucy Orta, dell’iraniana Shirin Neshat, della coreana Kim Sooja e della spagnola Elena Del Rivero, le quali pur essendo andate a vivere lontano dai loro paesi d’origine, non hanno mai tralasciato di significare nelle loro opere la cultura dalla quale provengono. Grazie alle connotazioni etniche che le opere di queste artiste recano in sé, è avvenuto uno scambio tra culture diverse che potremmo definire “l’arte delle donne viaggianti”. Basti pensare ai fagotti di seta orientale contenenti gli oggetti necessari a chi sta per affrontare un lungo viaggio, i cosiddetti “bottari” che Kim Sooja ammassa l’uno sull’altro su dei camioncini che percorreranno chilometri e chilometri. O gli originali “paludamenti” creati da Lucy Horta, gli strani abiti che al bisogno si trasformano ora in tende da campeggio, ora in sacchi a pelo oppure in rifugi momentanei dove ripararsi la notte quando in città non si trova da dormire. Elena Del Rivero, nota per le sue installazioni che riproducono nidi d’uccello capaci di contenere corpi umani, ha saputo trovare dopo l’attacco alle torri gemelle di New York (città dove ha sede la sua casa-studio semidistrutta dall’attentato), schegge di bellezza anche in mezzo a tutto quel disastro. Ha infatto sparso, fotografandole, un numero infinito di perle in mezzo ai calcinacci del suo studio devastato dall’attentato, per significare che l’opera dell’artista avrebbe avuto seguito e con essa la speranza di costruire giorno dopo giorno la pace e la civiltà.
Shirin Neshat realizza in Iran dei video molto interessanti che hanno fatto il giro del mondo; in essi hanno grande risalto le immagini di donne iraniane che indossano abiti tradizionali e realizzano delle composizioni di grande effetto attraverso il modo di disporre i loro corpi. I volti, le mani e i corpi delle donne inoltre nelle opere della Neshat rappresentano molto spesso le superfici giuste dove tracciare in lingua iraniana la storia e il segno di un popolo.

 


Dialogo

 


Damiano Formaggio:

Secondo me Verona ha bisogno di questo tipo di approcci, anche per svelare lati nascosti, Verona è una città molto bella, artistica, ma in maniera molto convenzionale, si tende sempre a vedere le stesse cose. Avrebbe bisogno di installazioni che la facciano riflettere anche su altri luoghi e altri quartieri.
Anna di Salvo. Occorre capire qual è l’ordine simbolico di riferimento tramite il quale vengono regolate le cose in città. Molte volte si tratta di un ordine rigoroso che non lascia spazio alla libertà e alla creatività, imponendo dei dictat uguali per tutti. L’eccessivo controllo per il mantenimento dei sistemi predefiniti non sempre dà la possibilità di mettersi in ascolto delle proprie emozioni e dei propri desideri. Quando l’autenticità, la spontaneità e l’affettività vengono represse, l’infelicità e l’apatia prendono il sopravvento.

 


Maria Teresa Giacomazzi:

Mi è piaciuto il tuo incipit, prima l’immagine e poi il pensiero. Pensando anche al nostro giornale che è pensiero che viene dalla narrazione, capisco che essa rimanda più all’immagine che al pensiero astratto. E’ un’affermazione che sento vera e molto forte,anche rispetto alla mia cultura che mi porta a esprimermi più per pensieri che per immagini. Io non ho cultura in questo senso e nonostante questo le cose che ci hai raccontato mi hanno colpito. Pensando al nostro giornale, proporre immagini credo sia un passaggio molto forte.

 


Anna di Salvo.

Per dare maggiore senso alle immagini occorre avere delle chiavi di lettura diverse della realtà. Molto conta la percezione del contesto in cui ci si muove e le relazioni istaurate con le e gli abitanti di quel contesto.
Ad esempio nel vecchio quartiere di S. Berillo di Catania devastato dalla speculazione edilizia negli anni ’50 e adibito per quel poco che ne è rimasto allo sfruttamento della prostituzione e allo spaccio di droghe, abbiamo cercato di cambiare l’immagine negativa che si aveva del quartiere, lavorando nel territorio insieme con il comitato “Babilonia”. Sono state organizzate in quel contesto insieme alle poche donne e agli uomini che lo abitano, delle serate di poesia e sono state installate delle opere pittoriche realizzate da artiste sulle porte murate di antiche case dove si praticava la prostituzione, per significare come la ricerca della bellezza è possibile in ogni luogo soprattutto quando il senso della bellezza alberga dentro di noi.

 

Elena Mariuz:

E’ bello parlare di immagini, però quando guardiamo un posto, la cosa che mi piace di più, che è poi quella che vivo e che mi attraversa, come dicevi tu, è l’atmosfera in genere fatta di immagini ma anche di odori, per me l’odore è l’aria propria. Pensavo al discorso del telo che hai fatto, probabilmente dando sempre più parola a quest’opera, si entra nello specifico dell’acqua dispersa di qua e di là. Penso anche a chi ha visto questo telo e ha voluto strapparlo, deve aver vissuto un impatto emotivo e forte. Dopo ci sarà stata una riflessione, e quindi mi piacerebbe, dal momento che abbiamo fatto un numero sul pensiero che andava a problemizzare anche l’evento sul Mantegna che è diventato un discorso consumistico e non più introspettivo e di vita … Ma sarebbe bello dedicare, magari in linea con il giornale, uno spazio alla poesia che dà voce alle emozioni. Per voi a Catania avere quegli odori è un elemento negativo. Però in una città come Verona che è una città così patinata, un discorso del genere mi darebbe un’emozione positiva per la diversità.

 


Anna di Salvo:

Quando voi venite nelle nostre città vi innamorate del colore e della spontaneità che trovate, noi donne di Città Felice invece, pur riconoscendo il valore della nostra tradizione ci preoccupiamo che gli atteggiamenti incivili possano aumentare a causa della povertà, dell’ignoranza e dell’esercizio del potere da parte di pochi. E’ per questo che cerchiamo di rendere agente il più possibile in città l’opera e il sapere femminile.

Fuma troppo, parla poco e non perde mai tempo. Rosita Ciotti, insegnante in pensione, è la signora No Tav. Per difendere Venaus, non ha perso un presidio. Pensare che per due anni non era uscita di casa.
Andrea Rottini

Rosita Ciotti è una donna minuta, gracile solo all’apparenza. La sua forza traspare dagli occhi che sbucano sotto i capelli corti e bianchi come la sua vecchia 500, che si inerpica fiera sui tornanti della val Susa. “La natura di questa zona è molto particolare -spiega-: accanto alla flora alpina crescono fiori della steppa e dell’arenile mediterraneo. Ci sono anche specie particolari di farfalle e cavallette, che qui riescono a sopravvivere”. Creature ostinate, un po’ come gli abitanti di questo fazzoletto di montagna appeso tra i 2100 metri del Moncenisio e gli oltre 3500 del Rocciamelone. “Qui la resistenza continua, ora e sempre”, grida la scritta sul muretto di una curva. “Vedi? Questo è il punto dove i poliziotti hanno tentato di forzare il blocco dell’8 dicembre 2005”, dice Rosita. Quel giorno i No Tav erano arrivati in 30mila per entrare a Venaus, presidiata dalle forze dell’ordine, e cercare di impedire il carotaggio della montagna, il prelievo cioè di campioni di roccia, dove è in progetto la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità (vedi servizio a lato, ndr).
La macchina si ferma in un punto panoramico da cui si domina la Val Cenischia, breve corridoio che unisce Susa a Venaus: il nastro dell’autostrada è in primo piano, cinquanta metri più sotto è stato progettato lo scavo per la Tav. Un’opera di cui si parla dagli anni ’90: indispensabile per Roma e Bruxelles, dannosa per la montagna e i suoi abitanti secondo la combattiva comunità valsusina, preoccupata dalla prospettiva di vent’anni di lavori con quotidiani cortei di camion a intasare la strada della valle. “Senti che vento? -chiede Rosita, 62 anni, insegnante di Lettere in pensione. Da queste parti è così due giorni alla settimana: e loro con una teleferica vorrebbero trasportare i detriti della montagna, fatti di roccia, amianto e uranio”. Valsusina doc, autrice di libri di poesia ed esperta di erbe alpine, Rosita sa di cosa parla: “Dai tempi degli scavi per l’autostrada, l’incidenza di morti per mesotelioma (cancro favorito dall’esposizione all’amianto, ndr) è molto alta in questi paesini”. Un’eventualità che potrebbe ripetersi con gli scavi per realizzare il tunnel della Tav, insieme alla perdita di numerose sorgenti d’acqua, che costringerebbero sette frazioni della valle a ricorrere alle autocisterne. Come forma di protesta, la scorsa estate Rosita si è messa in cammino con altri 23 valligiani, direzione Roma. Un viaggio che in auto richiederebbe più di sette ore, realizzato “a bassa velocità”: ogni giorno 20 km a piedi sotto il sole, il resto in treno, per portare in giro l’entusiasmo e le istanze dei No Tav.
“L’idea è nata quell’8 dicembre, quando è arrivata gente da mezza Italia ad aiutarci a tornare a Venaus -racconta Rosita, mentre accende una sigaretta nel salotto di casa-. Non conoscevamo né questa gente né i loro problemi, molto simili al nostro: il terzo valico dei Giovi, il Mose, il ponte sullo Stretto, il progetto di discarica nucleare a Scanzano Jonico, la variante di Valico. Così abbiamo voluto metterci in viaggio per conoscere da vicino alcune di queste situazioni”. Una carovana di pensionati, giovani e famiglie non passa certo inosservata. “Ci fermavano ovunque per sapere cosa stavamo facendo: alle Cinque Terre un muratore ci ha chiesto come fare per bloccare l’ampliamento di una costruzione sulla spiaggia, autorizzato dal suo Comune”. Marcia di giorno, incontri pubblici di sera: non proprio una vacanza, con l’aggravante di una fastidiosa raucedine. “Dorme sempre all’aperto e fuma troppo -ricordano i compagni di viaggio di Rosita-: non perde mai tempo e parla poco, ma è un sicuro punto di riferimento per tutti”. Una dimostrazione di carattere e dedizione per lei, che dopo aver perso il marito si era barricata in casa per due anni. Un letargo interrotto il 31 ottobre di due anni fa, per la gioia dei suoi figli: “Quando le imprese salirono fin qui per trivellare la montagna, decisi di impegnarmi anch’io -dice-. Per tutta la vita io e Paolo avevamo fatto certe battaglie e lui sarebbe stato d’accordo con me: dobbiamo impedire che il mondo venga continuamente aggredito, lo stiamo utilizzando come una risorsa di denaro e non come un posto dove vivere”.

 

Piccola cronaca di una valle ribelle
“Si mettano il cuore in pace, l’opera si farà”. Così parlava l’ex ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi, ai manifestanti No Tav durante i “giorni della resistenza” a Venaus e dintorni. Giorni caldi quelli dell’autunno 2005. 16 novembre, sciopero generale della Val Susa. Secondo gli organizzatori, 80mila persone sfilano lungo gli 8,5 km che dividono Bussoleno da Susa.
6 dicembre, l’intervento delle Forze dell’ordine. La polizia sgombera il presidio del movimento No Tav che impediva l’ingresso a Venaus delle ditte incaricate di effettuare i carotaggi della montagna in vista della realizzazione del tunnel. Gli scontri provocano una ventina di feriti tra i manifestanti. Per due giorni tutta la Val Susa è bloccata: ponti, strade e ferrovia sono invase dalla protesta dei valligiani. Intanto la protesta arriva a Torino, dove nel corso di una manifestazione un gruppo di anarchici ferisce con una bottigliata alla testa un agente della polizia e compie atti vandalici nel centro città, come forma di protesta contro l’intervento notturno degli agenti.
8 dicembre, la giornata della “liberazione” di Venaus. Cinquantamila persone salgono al cantiere dell’Alta velocità. Le Forze dell’ordine si ritirano.
Da gennaio 2006, in concomitanza delle Olimpiadi di Torino, militari e manifestanti osservano una sorta di tregua che continua fino ad oggi. Un armistizio che non ha fermato gli incontri di sensibilizzazione e i cortei di protesta (l’ultimo in ordine di tempo, sabato 31 marzo, da Trana ad Avigliana), che potrebbero intensificarsi all’avvicinarsi delle scadenze che riguardano il futuro della Tav. A giugno 2007 si chiuderanno i lavori dell’Osservatorio regionale per monitorare l’avanzamento dell’opera e gli effetti sulla salute, per settembre è invece attesa la decisione definitiva sulla costruzione del tunnel o, in alternativa, del raddoppio della linea Bardonecchia-Lione. Solo allora si saprà se Lunardi aveva ragione.

 

Info: www.spintadalbass.org

Marco d’Eramo

Alla fine ce l’hanno fatta George W. Bush e Dick Cheney a rimettere le lancette indietro di 80 anni e riportare la geografia sociale dell’America a prima della Grande Depressione. È quanto emerge dai redditi statunitensi nel 2005 (l’ultimo disponibile): in quell’anno i 300.000 americani più ricchi hanno dichiarato un reddito pari a quello cumulato dai 150 milioni di statunitensi più poveri: e cioè lo 0,1% (l’un per mille) in cima alla scala dei redditi ha incassato quanto il 50% che sta in basso; detto in altri termini: in media ogni persona del gruppo di testa ha incassato 440 volte in più di ogni membro del gruppo di coda: una disparità che non si vedeva dal 1928, da prima appunto della Grande Depressione. Una tale concentrazione della ricchezza non la si vedeva forse dai tempi dell’antico Egitto. Almeno dal punto dei vista dei redditi, i repubblicani sono così riusciti a cancellare il New Deal di Franklin D. Roosevelt. Altro che Iraq! Eccola la reale «Missione compiuta» di Bush. Vero Robin Hood al contrario, ha scippato i disagiati e arricchito i miliardari. Questa razzia da parte dei più ricchi è partita nel 1970, ma si è accelerata con Ronald Reagan negli anni ’80 ed è precipitata negli ultimi sei anni: dal 1998 al 2005 lo 0,1% più ricco ha aumentato del 50% la propria fetta del totale. Le bastonate le hanno prese non solo i poveracci, ma anche la mitica «middle class»: nel 2005 il reddito globale degli statunitensi è cresciuto di un fantastico 9%, ma quello del 90% (cioè la quasi totalità) degli americani è sceso dello 0,9%: e questo in un anno di vacche straordinariamente grasse, anzi di mucche obese! Vuol dire che tutta la crescita (e la compensazione del reddito perso dalla maggioranza) è andata al restante 10% che da solo si pappa quasi la metà della torta (il 48,5%). È un vero cannibalismo sociale: nel 1970 il decimo più ricco degli americani si appropriava solo (sic!) di un terzo del reddito totale, non della metà. La perversione più raffinata di questo meccanismo è che non solo scava un baratro tra ricchi e poveri, ma apre una voragine tra ricchi e super-ricchi: l’aumento del reddito dell’1% più ricco è stato dieci volte maggiore di quello del 10% più agiato. Oggi l’1% più ricco si mette in tasca più di un quinto di tutto il reddito americano (21,8%), il 2% in più dell’anno prima e più del doppio del 1980. E ancora meglio fa l’un per mille più ricco: nel 2005 il reddito medio annuo dell’1% più ricco è stato di 5,6 milioni di dollari (+908.000), mentre quello dell’un per mille è stato di 25,7 milioni di dollari (+ 4,4 milioni). Queste cifre sono così astronomiche che è difficile coglierne il significato. Allora mettiamola in questi termini: i 30.000 americani più ricchi dispongono di un reddito annuo che è superiore al Prodotto nazionale lordo di Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Perù messi insieme (che contano più di 270 milioni di persone). E 30.000 persone sono contenute in una cittadina come Oristano. L’ironia non è finita qui: l’ufficio delle entrate ammette che i redditi delle classi più agiate sono sottostimati, perché mentre il 98% dei redditi da lavoro dipendente passa al vaglio del fisco, si stima che sia dichiarato solo il 70% dei redditi di affari e commercio. In queste nude cifre sta tutta la portata della «rivoluzione reazionaria» compiuta dai repubblicani Usa (assai flebilmente contrastati dai democratici). Se fosse vivo, il Marchese di Sade correggerebbe la sua celebre incitazione in «George, ancora uno sforzo!»

 

Viola Papetti

Le numerose signore della fiction in lingua inglese, mostri d’invenzione e di stile, vantano in genere biografie di scarna semplicità. Scrivono in tinello con Jane Austen, e in genere hanno evitato l’università e solo casualmente letto i Grandi Classici: In gioventù hanno fatto le commesse, le modelle, le giornaliste, le reporter di guerra: In tarda età, quasi tutte vivono a lungo con il terzo o quarto marito, corteggiate dalle case editricie da una schiera di affettuosi eredi, hanno accumulato una panoplia di premi e magari scrivono il loro capolavoro.
Al momento la più sorprendente è Paula Fox, che esce da Fazi, dopo già tre romanzi tradotti, con l’autobiografia Il vestito della festa (“Le strade” prefazione di Melania G: Mazzucco, traduzione di Gioia Guerzoni, pp. 247, Euro 13,00). Borrowed Finery, titolo originale ben diverso dea quello italiano, significa “Bei vestiti in prestito” o “Lusso in prestito”. Paula è nata a New York nel 1923, unica figlia della fascinosa Elsie De Sola, attrice , e Paul Fox, attore e sceneggiatore. La madre aveva imposto l’adozione immediata della piccola, in una specie di follia narcisistica che l’accompagnò per tutta la vita. Il padre, bello e inerme di fronte alla moglie, compare a tratti nei ricordi della figlia, una figura fuggevole ma anche affettuosa, non temuta come invece erano le ostili e rare comparse di Elsie. C’era materia a sufficienza per un’autobiografia romanzata o un romanzo autobiografico. Ma verità e memoria non si trovano come
minerali puri negli anfratti della psiche. La Paula di oggi si curva materna sulla bambina abbandonata di allora, in continua trasferta da un rifugio provvisorio all’altro, con la smunta borsa che vaga con lei, il terrore profondo che cementa la sua esistenza, la rassegnazione agli altri e ai luoghi diversi freddamente subiti, da New York a Cuba, al convitto di Montreal, a San Francisco. L’imponenza dell’infanzia dilaga e copre il presente della signora Fox: Quel presente della bambina era “un momento senza fine” di contro al suo presente attuale “che non ha futuro”. Gli affetti e il vuoto di affetti ingannano la narratrice, giocano sulle sue proiezioni; il controllo degli e venti è difficile e ci vuole la fermezza di una lunga esperienza. “Qualche ora richiede un tremendo sforzo di comprensione, le persone sono mutate
dalle circostanze, non dal tempo. Un periodo più lungo mi fa impazzire. È potere! Procede per trenta anni, come in questo caso!
Le prime novanta pagine sono il cuore di questa autobiografia che, come spesso le autobiografie femminili, nasce dalla nostalgia e dalla disperazione di un grande amore scomparso. La Paula bambina e la Paula ottuagenaria raccontano, contaminandosi a vicenda, il primo amore: lo zio Elwood. Quei momenti unici di allora tornano nella scrittura di oggi: la mano di lei nella mano di lui, l’anellino che le regala “sùbito” appena trovato, le dolci abitudini comuni, la premura coniugale che la bambina adotta nei confronti dell’uomo solitario nella casa che è abitata quasi esclusivamente da loro due. “Mi sentivo come la protagonista di una fiaba”. E come in una fiaba la strega compare nella duplice forma della nonna e della madre: L’idillio è spezzato. “Il distacco fu l’amputazione”.
Se la nonna impersona la squallida necessità familiare, priva di eros, l’esotica madre è incombente minaccia, una luna nera, la maledizione dell’odio madre-figlia, misterioso e violento. “D’un tratto mia madre mi lanciò addosso il bicchiere e quello che conteneva. Acqua e pezzi di ghiaccio mi scivolarono sul vestito”: Era la bellezza che quella bambina le rubava? L’amore del padre? L’unicità indispensabile all’implacabile Narciso che la possedeva? La figlia adulta non se lo chiede, ma annota l’effetto che quel rifiuto totale della madre aveva avuto su di lei, ” ..tra le altre conseguenze mia madre non mi sembrava né maschio né femmina, solo una presenza neutra da ingraziarsi, sempre invano”. Un dio, la cui presenza negativa si propaga per contagio. La foto di Paula in copertina, a tre anni, una bambolina sorridente passivamente in posa sul quel prato, fa pensare a una segreta volontà di emulazione, come quando davanti allo specchio provò a truccarsi come la madre. L’emulazione era forse il danno che Elsie temeva di più e che occorreva frenare tagliando con ferocia il cordone ombelicale, rinnegando la continuità del materno, anzi l’essenza del materno stesso.
Dopo una giovinezza di incontri brevi e speziati alla Altman, la giovane Paula partorisce in solitudine una bambinae la dà immediatamente in adozione. Si pente quasi subito, ma è troppo tardi. Dopo la morte di Elsie, quella bambina diventa Linda Carroll, psicoterapista con accesso agli archivi, scrive a Paula e finalmente si incontrano: “Andammo in un hotel dove trascorremmo quattro giorni insieme, sempre in albergo come amanti”. E così, con una storia d’amore appena incominciata si chiude l’autobiografia di Paula.
Da un’intervista sappiamo che anche Linda, risposata più volte, ha avuto una figlia data in affidamento, la ben nota Courtney Love. La ragazzaccia Courtney, ha avuto una bambina, Frances. Non sappiamo se il contagio della maternità negatab continua. “È disturbata, è fantasiosa. Ha qualcosa di mia madre”- chiude nonna Paula.

Roma

Contributo di Clara Jourdan al progetto “La vita segreta delle parole” (20 febbraio-25 maggio 2007) promosso da Biblioteche di Roma (a cura di Pia Mazziotti), per l’incontro: Parla con lui. La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
con Stefano Ciccone, Clara Jourdan, Claudio Vedovati
Università Roma Tre – Facoltà Lettere e Filosofia. Nell’ambito dell’iniziativa: l’Università della notte

 

Lo straordinario film di Isabel Coixet che è stato scelto come filo conduttore per questo ciclo di incontri, La vita segreta delle parole, mi ha fatto riflettere su Via Dogana come rivista, oltre che sul tema del numero 79, “Parla con lui”. Rispetto al parlare con lui, non voglio entrare nei dettagli del film, dato che verrà proiettato al termine della serata, richiamo solo l’attenzione di chi lo vedrà sulla relazione tra una donna e un uomo che il film presenta. Qui desidero dire la chiave di lettura che il film mi ha offerto per la rivista, collegandomi al titolo, La vita segreta delle parole, a quello che suggerisce e che viene richiamato all’inizio: “Ci sono ben poche cose: il silenzio e le parole”, dice la voce di bambina che apre il film. È proprio sui passaggi tra silenzio e parole che lavora Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano, che ha ripreso le pubblicazioni nel 1991 precisamente per “offrire uno specchio adeguato della realtà che cambia per l’amore femminile della libertà”.
Il cambiare della realtà, infatti, avviene molto nel silenzio – “rivoluzione silenziosa” è stata chiamata quelle delle donne del Novecento – ma ha bisogno di parole per non essere frainteso o cancellato, e perdersi. Per fare un esempio che non è solo un esempio: ciò che è accaduto negli ultimi quarant’anni, che ha rivoluzionato i rapporti tra i sessi, viene spesso inteso dai mass media e dal senso comune come raggiungimento della parità delle donne con gli uomini, mentre nell’esperienza mia e di moltissime donne è stato ed è ricerca e pratica di possibilità di esistenza libera, attraverso la presa di coscienza e le relazioni tra donne. Nominare la realtà in un modo o in un altro non è senza conseguenze, anzi, lo sperimentiamo ogni giorno con l’effetto che ci provoca ciò che ascoltiamo e ciò che pensiamo: ne va del senso del nostro stare al mondo, ne va del nostro modo di agire e di metterci in relazione. Perciò le parole sono tanto importanti.
Per sapere cosa è capitato di grande e di vivo, le parole vengono più dal silenzio che dal già detto. È questo il legame delle parole con il silenzio. Il silenzio non è solo non parola, “silenzio” è una parola che rimanda alla vita segreta delle altre parole, e ci ricorda che le parole hanno una vita che che segue suoi percorsi, a volte necessariamente lontani dalle nostre orecchie prima di arrivare a farsi sentire. Lo si vede con grande emozione nel film di Isabel Coixet, dove il silenzio è molto importante, è una presenza, e la presenza del silenzio è necessaria anche quando si trovano le parole. Questa è per me una chiave importante per Via Dogana: una rivista che parla facendo attenzione a che la parola non perda il suo legame con il silenzio.
Nel fare una rivista, il silenzio è forse la cosa più difficile da accettare della vita segreta della parola. Più del balbettio, più degli errori. Perciò quando viene meno si sente un sollievo, una gioia, una voglia di saltare… “Salti di gioia” hanno accompagnato infatti su Via Dogana, nel 1995, l’annuncio della fine del patriarcato. E qualcosa del genere ho provato, abbiamo provato nel 2006, leggendo l’appello firmato da alcuni uomini italiani La violenza contro le donne ci riguarda: finalmente! Finalmente una risposta maschile pubblica che permette di rilanciare la proposta di relazione tra donne e uomini che Via Dogana intenta da tempo. Così è nato il numero “Parla con lui” (Via Dogana n. 79, dicembre 2006), dedicato all’ascolto di uomini che dicono di sé e degli altri uomini: un dire che parte dalle loro relazioni con donne, con le donne, con la differenza femminile, diverso dunque dal tradizionale e assordante parlare maschile-universale dei millenni di storia umana conosciuta e tramandata. Si può pensare allora che ci sia stato bisogno di silenzio maschile durante i decenni di movimento delle donne, perché gli uomini potessero dire qualcosa di nuovo.
Questo silenzio non è stato totale, è importante precisarlo, anche perché due autori (primi firmatari) dell’appello qui presenti sono uomini che da anni riflettono e parlano sulla propria differenza, sulle relazioni tra uomini e tra uomini e donne. Io avevo letto nel 1993 (in un numero della rivista Democrazia e diritto intitolato Diritto sessuato?) uno scritto di Renato Sebastiani e Claudio Vedovati, alla cui elaborazione aveva collaborato Stefano Ciccone, che rendeva conto del percorso del loro gruppo di uomini (Maschile plurale), un percorso cominciato nel 1985 proprio a partire dall’assumersi come uomini il problema della violenza sessuale e che aveva portato a una presa di posizione pubblica nel 1988 con una “Lettera aperta”, ristampata poi anche su Noi Donne. Ricordo questo per chiarire in che senso io e altre di Via Dogana abbiamo accolto come una novità importante l’appello del 2006. Non come se fosse il primo gesto pubblico, ma perché vi abbiamo avvertito un passaggio importante, un cambio simbolico, dato sia dalla presa di posizione pubblica di una cerchia più allargata di uomini, sia dall’eco che questo ha avuto sulla stampa e gli altri mass media. Un po’ come era successo in Spagna l’anno prima, con l’appello firmato da un migliaio di intellettuali e pubblicato dal più importante quotidiano, “El País”. Un segno di cambiamento culturale.
Un cambiamento a cui ha lavorato Via Dogana, sia cercando di “offrire uno specchio adeguato della realtà che cambia per l’amore femminile della libertà” (come ho ricordato prima), sia proponendo e praticando tale cambiamento. Per quanto riguarda i rapporti tra i sessi, Via Dogana ha nominato e esplorato le possibilità di “relazioni di differenza” tra donne e uomini. Questo numero, Parla con lui, è dunque il risultato attuale di un percorso della rivista che sin dall’inizio ha “fatto parlare” uomini – ricordo in particolare Alberto Leiss e Dino Leon, tra i primi – e ha dedicato alcuni numeri a uno scambio, anche polemico, con uomini: Adamo ed Eva la strana coppia (n. 7, 1992), La questione maschile (n. 21/22, 1995), E gli uomini? (n. 56/57, 2001), Fanno le guerre e non sanno confliggere (n. 58/59, 2001), Sessi e generazioni (n. 75, 2005).
In che cosa Parla con lui segna una discontinuità con i numeri precedenti? Intanto, nel fatto che qui parlano più uomini che donne, e poi che abbiamo accettato e anzi richiesto di ascoltare anche l’esperienza maschile di risentimento o di critica verso le donne.
La necessità di scambio e di relazione con uomini può avere motivi e ragioni diverse in ciascuna donna, e può anche non essere sentita. Per quel che mi riguarda, è una necessità che si pone oggi perché l’enorme cambiamento avvenuto con la libertà femminile non trova riscontro in un credito alla politica delle donne, alla sua efficacia. La politica purtroppo sembra essere sempre quella della tradizione maschile, ma diventata ormai ripetitiva e screditata avendo perso la sua forza trasformatrice (e qui a Roma, che ne è il centro italiano, lo sapete meglio di me). Allora, in un numero precedente di Via Dogana (n. 77, giugno 2006) intitolato Sfera pubblica, veniva avanzata l’idea che forse occorre che gli uomini si avvicinino alla politica delle donne, che “non si tratta di includere singole donne ma la politica delle donne” (Marina Terragni, p. 5). “La tensione tra la politica rappresentativa, che è piccola anche se sovrarappresentata dai media, e tutta l’enormità sottorappresentata del resto del mondo, un mondo di donne ma anche di uomini che in quella politica non si ritrovano più, si è fatta quasi insostenibile. Il momento di rottura può essere un fatto occasionale, un qualunque imprevisto che faccia accadere il nuovo. Luisa – scrive Marina Terragni – dice che questo nuovo potrebbe venire dall’incontro tra soggettività maschili e femminili, da una sospensione del conflitto tra i sessi come quella che storicamente si è verificata al principio di alcune grandi rivoluzioni: tregua ben rappresentata dal dialogo tra Gesù e la Samaritana agli inizi del Cristianesimo” (ivi). Che ci sia uno scarto tra presenza femminile sempre maggiore anche ai vertici della politica (in particolare a Milano) e poco corso di autorità femminile, è tema dell’ultimo numero di Via Dogana, uscito all’inizio del mese e intitolato Questo femminismo non ci basta (n. 80, marzo 2007): “Noi stesse siamo in difficoltà, una parte della difficoltà viene dalle femministe – scrivono Lia Cigarini e Luisa Muraro -. Siamo (state) testimoni e, in una certa misura, protagoniste di un cambiamento nei rapporti fra i sessi che sta schiodando l’intera umanità femminile dall’aver sopportato e interiorizzato per secoli e millenni, ruoli subordinati e stereotipi limitanti. È una cosa enorme che ha già cominciato a cambiare la faccia del mondo. Sembra che la cosa ci faccia paura e la tentazione sarebbe di seguire il senso comune che tende a ridurla nei termini di una raggiunta parità. Sappiamo che non è così, ma protestare non serve né serve mostrare come sono andate esattamente le cose, l’abbiamo riscontrato, c’è solo da assumere la grandezza di quello che è avvenuto” (p. 4).
Assumere la grandezza di quello che è avvenuto, per me significa (anche) parlare con lui, sentire la necessità e cogliere l’opportunità di scambio con uomini. In questo numero di Via Dogana ci sono vari aspetti di questo dialogo; qui vorrei segnalare tre cose che emergono dai contributi apparsi sulla rivista:
1) La differenza sessuale come differenza riguardante la sessualità. Sembrerebbe ovvio ma raramente viene esplicitato, perché è un argomento delicato ed è difficile parlarne con la misura giusta. In questo numero, Stefano Sarfati Nahmad riesce a parlarne in una maniera ascoltabile da una donna, e questo mi pare molto importante.
2) In Parla con lui ci sono diverse interviste a uomini da parte di donne, donne legate all’intervistato da varie forme di relazione, dalla relazione terapeutica alla relazione coniugale. Ho notato che in queste conversazioni c’è una fiducia nella relazione che permette di andare un po’ più in là, di dire un po’ di più di quanto gli uomini intervistati hanno potuto dire finora su di sé e sui loro rapporti con le donne. In particolare, nelle interviste di Pasqua Teora c’è un lavoro per esprimere quello che Marina Terragni chiama “doloroso segreto”, cioè “quello che gli uomini pensano veramente” (e che secondo Marina ha a che vedere con il bisogno che si ha delle donne, p. 13, che mi fa venire in mente un articolo di Alberto Leiss sul n. 21-22, 1995 che diceva proprio questo). Inoltre, un marito intervistato dalla moglie arriva ad avanzare un interessante pensiero sulla differenza femminile, quando dice: “rispetto al lavoro, le donne sono più interessate al dominio, cioè a riuscire a far fare all’altro quello che vogliono, mentre gli uomini sono più interessati al potere, cioè a voler arrivare a occupare una determinata posizione” (p. 9). Quindi questo numero di Via Dogana mi fa davvero sperimentare che si è aperto uno spazio di scambio tra i sessi, da cui può nascere pensiero nuovo.
3) Infine – e veniamo al tema che ci accomuna con il documento La violenza contro le donne ci riguarda – la questione maschile più sentita, quella della violenza, specialmente contro le donne, è il tema più trattato negli articoli di uomini. C’è il resoconto di Marco Deriu sull’incontro del 14 ottobre scorso promosso dai firmatari del documento (“Dopo il 14 ottobre per un cambio di civiltà”, p. 19). C’è anche un articolo (di Claudio Muraro), che racconta frammenti di vita politica di un uomo degli anni Settanta, quando “la violenza non era nulla di strano” (p. 16). E l’articolo di Gian Piero Bernard tenta un’analisi della “contiguità tra desiderio maschile e violenza” nei ragazzi che incontra a scuola come insegnante. E c’è un testo di François Fleury, etnoterapeuta svizzero che lavora con uomini provenienti da guerre, come quelle dei Balcani di cui sono stati “vittime-soldati” (p. 15), dove viene fuori anche la difficoltà, il peso, il dolore di ascoltare, di aprire il suo cuore a questa “mala vita”.
Io penso che sul tema della violenza il passo avanti sia stato di riconoscere, sia da parte di donne (Via Dogana), sia da parte di uomini (Appello), la competenza maschile sulla questione (v. p. 5). Con questo non voglio dire che tutti gli uomini accettano e si assumono questa competenza simbolica (ad esempio il marito di M. B. no, e lo dice chiaramente. Alla domanda: “Di fronte alla violenza maschile nei confronti delle donne, cosa pensi?”, risponde: “È una categoria che mi è del tutto estranea, non riesco proprio a raffigurarmela”, p. 8). Nemmeno ritengo che non sia più necessaria una parola di donne sulla questione. Al contrario, c’è molto bisogno di competenza femminile sulla violenza, sia come esercizio di autorità femminile – penso alle donne impegnate nelle case per le donne maltrattate che riescono a coinvolgere magistrati e forze dell’ordine -, sia come riflessione sul tema – penso ad esempio al libro di María Milagros Rivera Garretas appena pubblicato in italiano, Donne in relazione (Liguori, 2007), che dà una lettura non scontata delle vittime di violenza domestica.
Quello che voglio dire è che si è finalmente creato lo spazio pubblico per l’assunzione anche da parte degli uomini, di ciascun uomo, della propria personale competenza del mondo, quella competenza che prima era delegata al patriarcato.

 

Contributo al progetto “La vita segreta delle parole” (20 febbraio-25 maggio 2007) promosso da Biblioteche di Roma (a cura di Pia Mazziotti), per l’incontro:
Parla con lui. La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
con Stefano Ciccone, Clara Jourdan, Claudio Vedovati
Università Roma Tre – Facoltà Lettere e Filosofia. Nell’ambito dell’iniziativa: l’Università della notte
Roma, sabato 24 marzo 2007

da il manifesto

Daniele è libero! Finalmente. Le ultime ore d’attesa sembrano una eternità, per tutti, ma soprattutto per chi deve essere liberato e sa benissimo che si avvicina un momento estremamente delicato: speranze e timori si sovrappongono fino all’ultimo. Sono le sensazioni che ho rivissuto in queste ore. Mentre giravo per gli Stati uniti sfasata negli orari con l’Italia e con Kabul, cercavo di comunicare ai miei accompagnatori la mia inusuale ossessione per gli sms. Poi finalmente il risveglio con la buona notizia. Così ieri ho potuto raccontare nella conferenza ai pacifisti di Los Angeles che il collega rapito in Afghanistan era libero e gli amici di Emergency, che si sono organizzati anche qui, potranno essere orgogliosi che Gino Strada e la sua organizzazione hanno potuto contribuire a questa liberazione. Daniele è libero, anche se questa esperienza sarà dura da superare, ma il nostro mestiere è sempre piu pericoloso. Occorrerebbe una riflessione sulla informazione nei luoghi di guerra: ieri l’Istituto per la sicurezza dell’informazione internazionale ha reso noto che dall’inizio della guerra in Iraq sono stati uccisi 187 giornalisti e collaboratori (di questi 157 erano iracheni). Non si puo rinunciare ad informare, in modo indipendente, sui conflitti che insanguinano questa terra. Ma come, se non si può lavorare sul terreno? Daniele, io e molti altri che sono stati rapiti, e purtroppo non tutti sono sopravvissuti, stavamo semplicemente facendo il nosto lavoro, come deve essere fatto. La mancanza di informazione o una informazione surrogata dai giornalisti embedded dovrebbe essere un problema di tutta l’opinione pubblica che vuole essere informata.
E’ un problema che si discute molto anche qui negli Stati uniti, almeno negli ambienti dove presento il libro «Friendly fire» (Fuoco amico). Nel paese ritenuto un esempio di libertà di informazione ci si accorge che la censura è invece molto forte sui temi cruciali come la guerra e l’Iraq. Ma anche l’Afghanistan emerge ormai con forza. E la manifestazione del 17 marzo a Washington partendo dalla necessita di ritirare le truppe Usa dall’Iraq, rivendicava la fine di tutte le occupazioni: dall’Afghanistan fino alla Palestina. Questo movimento è tuttavia fragile, anche se suscita molte speranze anche dalla nostra parte dell’oceano ben sapendo che solo gli Usa potranno cambiare veramente la situazione visto che la macchina da guerra piu potente e quella di Bush. Nel momento in cui la maggioranza della popolazione statunitense sembra aver preso coscienza della necessita del ritiro dall’Iraq e che il numero dei veterani impegnati contro la guerra aumenta, si acuiscono anche le divisioni: l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali paradossalmente sembra ridurre la mobilitazione. C’è chi spera in un cambiamento con l’elezione alla presidenza di un democratico e chi ritiene che questo cambiamento non ci sarà, o comunque non sarà tale da realizzare gli obiettivi del movimento no-war. Del resto le dichiarazioni sia di Hillay Clinton che di Obama sull’Iraq non sono certo confortanti. E il movimento sembra per molti versi poco incline alla mediazione politica. Quindi si assiste da un lato alla radicalizzazione e dall’altra a una attesa che rasenta la smobilitazione. Le manifestazioni del quarto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq lo hanno dimostrato.

Il sociologo francese, a Roma per un convegno alla Terza Università, affronta il problema del bullismo nelle aule. «La violenza non viene dall’esterno – afferma -, bisogna avere il coraggio di dire che fa parte del sistema scolastico, oggi profondamente in crisi»
Cinzia Gubbini

Il sociologo francese Alain Touraine si trova a Roma per il trentaseiesimo convegno nazionale «Scommettere sulla scuola per una scuola di tutti e di qualità», del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti (Cidi). Una tre giorni alla Terza università che si concluderà domani. Touraine che ha sempre individuato nella scuola repubblicana, pubblica e laica, un potente strumento di integrazione oggi non nasconde la profonda crisi del sistema scolastico, e parla esplicitamente di un contesto di «forte disintegrazione e regresso». Ma mette sul tavolo anche proposte concrete: educazione individualizzata, valutazione delle scuole, formazione degli insegnanti e la sperimentazione di vere e proprie «discriminazioni positive».
Professore, il fenomeno del «bullismo» ha occupato anche il dibattito francese. Lei cosa ne pensa?
Bisogna essere onesti, in qualsiasi comunità ci sono dei problemi e delle riflessioni da fare. In Francia, nelle nostre banlieues, dove si vivono situazioni di segregazione e discriminazione, ci sono studenti che si dedicano a traffici illegali, che hanno comportamenti molto violenti. Io credo che la scuola debba farsi carico di questi problemi, anche se a volte le cause sono esterne. Non ha senso pensare che tutto possa essere risolto con l’intervento della polizia, per intenderci. Contemporaneamente non si deve far finta che non esista un aumento della violenza: è un atteggiamento che non ha nulla di progressita, è soltanto un atteggiamento laissez faire che ha effetti negativi sui più deboli.
Il nostro ministro dell’Istruzione pensa di sanzionare chi ha comportamenti violenti. E’ d’accordo?
Io credo che non si debba punire o escludere. Piuttosto, se uno studente non lavora, non frequenta, insomma si pone su un piano di rottura, la scuola dovrebbe rapportarsi in un altro modo, studiando nuovi metodi didattici, creando corsi e progetti che possano rispondere alle esigenze della persona. Insomma, io credo che la scuola dovrebbe sentirsi interamente responsabile. Cominciare ad ammettere che le cause della violenza non vengono tutte da fuori – come si è a lungo sostenuto – ma hanno radici anche nella scuola. Nei rapporti tra compagni e, anche se meno di frequente, nella relazione tra insegnante e studente. Una relazione che attualmente è negativa.
Perché?
La scuola è stata concepita come uno strumento di integrazione sociale e di formazione del cittadino, soprattutto in Francia, ma in realtà in tutti i paesi europei. Per molto tempo è stato un modello positivo: non si può negare che, rispetto a prima della seconda guerra mondiale, tutti hanno potuto accedere a un qualche livello di istruzione. Ma la verità è che è servito a ben poco. Per cui, oggi, i ragazzi che provengono dagli strati sociali più bassi si sentono, di fatto, prigionieri della scuola. Sia chiaro, ci sono sempre stati studi che hanno denunciato la trasmissione delle differenze sociali anche all’interno del sistema scolastico. Ma se questo era vero in passato, oggi lo è molto di più.. E’ come se la scuola si fosse chiusa in un atteggiamento orgoglioso, che rifiuta tutto ciò che viene da fuori. Per esempio nei confronti dei ragazzi di origine straniera. Potrei citare episodi molto concreti: l’insegnante che dice «non capisco bene quello che stai dicendo», «sei lento», «dai fastidio ai tuoi compagni, perché non esci dalla classe?». Allora la grande scoperta della sociologia dell’educazione è che la relazione tra insegnante e alunno cambia tutto.
Ha ancora senso oggi parlare di classi sociali?
L’origine sociale è sempre importante, ma ovviamente aumenta quella dell’origine etnica. Che, banalmente, ha un’influenza maggiore sul sistema di comunicazione. Fosse anche solo per la competenza linguistica. E allora l’unico modo per superare queste differenze è puntare sull’individualizzazione: occorre guardare il ragazzo, e la ragazza, nella sua realtà. Diciamo così: il sistema scolastico è tanto più democratico quanto più riesce a farsi carico della maggior parte degli aspetti dello studente. E’ questo l’unico modo per superare le differenze culturali. Ma c’è bisogno che gli insegnanti siano informati sul contesto culturale dal quale provengono i loro alunni. E avere ben chiaro che siamo in un contesto di regressione, non di progresso.
E’ solo una questione di metodo?
Ci sono certamente anche interventi nuovi, sperimentazioni da mettere in campo. Negli Stati uniti si parla molto di «discriminazioni positive». Ora, diversi tentativi sono stati un vero e proprio fallimento. Il discorso è complesso, ma in Francia ci sono sperimentazioni interessanti. Ad esempio quello dell’università di Scienze politiche di Parigi, una scuola pubblica ma di livello sociale piuttosto elevato e relativamente cara. Da tre anni inserisce, gratuitamente, studenti provienienti da licei malfamati – e quelli malfamati sono semplicemente quelli dove ci sono molti arabi – ottenendo così un doppio risultato: permettere a studenti capaci di accedere a una scuola di qualità e contemporaneamente dare nuovo lustro a quei licei discriminati per la loro composizione sociale. E’ soltanto un tentativo, ma sembra che vada piuttosto bene.
Cosa ne pensa della proposta di pagare di più gli insegnanti più impegnati?
Non mi sembra la forma migliore ma ci sono cose che possono essere fatte senza grande sforzo. La prima è che bisognerebbe concepire in modo diverso il tempo di lavoro, in modo da permettere la costruzione di percorsi individualizzati. In secondo luogo, ed è una cosa molto buona, in Francia si stanno valutando le scuole, crecando di individuare chi riesce a ottenere un valore aggiunto. In terzo luogo sarebbe giusto garantire avanzamenti di carriera agli insegnanti che gestiscono bene situazioni difficili. Io ho fatto parte di un’istituzione caricaturale: all’inizio, quando ero all’Ecole des hautes etudes i professori delle università ci trattavano come dei giovani inferiori e ci avrebbero lasciato a livello più basso per tutta la nostra vita. C’è stato un anno in cui i peggiori professori di Francia, cioè quelli che erano a livello più basso, eravamo io e il mio amico Le Goff (il medievalista, ndr), solamente perché l’unico criterio era l’anzianità. E’ assurdo. I metodi per scegliere possono essere molti. Ma bisogna finirla con questo egualitarismo stupido.

da la Repubblica – Esistono ancora enormi disuguaglianze ma le categorie sociali non esistono più ‘Le reazioni delle musulmane sono molto simili a quelle delle occidentali’

Le donne del terzo millennio. Le loro rivincite, le emozioni, il conflitto di genere con gli uomini che hanno accanto. Tre dei tanti binari lungo i quali corre “Il mondo delle donne”, la nuova ricerca dello scrittore e sociologo Alain Touraine (alla quale hanno collaborato due dottorande francesi, una coreana e l’ altra araba), circoscritta al territorio francese e presentata ieri pomeriggio in un incontro per la rassegna “Donne di marzo”, a Palazzo Armieri, ospite dell’ assessorato regionale alle Pari Opportunità. Nel titolo, lo studioso riassume ogni sfumatura della femminilità moderna ma ci tiene a spiegare che la sorgente della sua indagine rimane la soggettività: «Specialmente nel mondo occidentale esistono ancora enormi disuguaglianze ma per ragionare delle donne, oggi, bisogna partire dai singoli casi. Tuttavia ci sono tratti comuni». E ne elenca qualcuno. «Dopo le azioni femministe nate in seguito al ’68», dice Touraine, «dove regnava una frase scioccante come “Un figlio. Quando voglio, se voglio”, e in cui però si sono ottenute tante vittorie come la legge sull’ aborto, adesso parlare di donne è diventato complicato. è tutto ridotto in frammenti perché è diverso il clima mondiale. Si percepisce un indebolimento di quell’ atteggiamento militante, che è conseguenza di una fase di arretramento generale in cui i ruoli femminili sono sempre più lontani dal potere. Per tre anni ho diretto un seminario a Parigi – continua il sociologo – poi a New York. A un certo punto ho sentito di non poterne più di analizzare la donna dal punto di vista della “vittima”, vuoi per via delle violenze che è costretta a subire o anche per le disparità cui è sottoposta nelle selezioni professionali. Ho smesso di studiare e ho iniziato a fare interviste in giro, dedicando anche uno dei capitoli del libro alle donne musulmane immigrate, e scoprendo felicemente che queste non cercano affatto uno scontro culturale con le donne europee, quanto una fiera convivenza. Dalle decine di conversazioni è emerso che le donne che ho incontrato a differenza degli uomini – dei quali parlano molto poco perché preferiscono preoccuparsi della maternità – si ritengono capaci tutte di “fare due cose” contemporaneamente: mantenere un ruolo privato all’ interno della famiglia e affiancare a questo una missione pubblica. E nessuna di esse, dalla cassiera alla manager, ha detto di sentirsi vittima. Insomma, sanno di poter essere corpo e mente». Una rivelazione alla quale Touraine oppone una nuova prospettiva: «Tutto ciò dimostra che le categorie sociali quasi non valgono più. Io che in passato ho avuto il culto della lotta di classe e del progresso, per un attimo ero tentato perfino dall’ intitolare questo volume “Antisociologia”, ma sarei stato sicuramente frainteso. Una volta – aggiunge – il mondo veniva osservato con gli studi della scuola di Francoforte, poi con quelli del post-modernismo. Oggi sento di poter dire che l’ unica categoria è quella dell’ individuo, che sa resistere anche all’ ingerenza dello Stato. Certo, è una situazione che a qualcuno provoca un po’ di confusione, ma la trasformazione non può essere arrestata».

L’osservazione della Manhattan anni ’50 e i viaggi mentali nella Dublino senza tempo costituiscono lo sfondo al quale si alimenta la vena solitaria di Maeve Brennan. I suoi racconti, originariamente scritti per il “New Yorker”, escono ora dalla Rizzoli con il titolo “Il principio dell’amore”
Caterina Ricciardi

“Tutto ciò che dobbiamo affrontare nel futuro è ciò che è accaduto in passato. È insopportabile”. Così scrisse una volta Maeve Brennan a William Maxwell, noto redattore del “New Yorker”. Purtroppo, non sappiamo molto di quanto è accaduto nel passato, quello più intimo e famigliare, di Maeve, sappiamo però del suo futuro. Era nata nel 1917 a Dublino. Il padre, Robert, aveva partecipato alla rivolta della Pasqua “di sangue” 1916, oggetto di un’accorata elegia di W. B. Yeats: è l’ora in cui in Irlanda nasce “una terribile bellezza”. In quell’occasione Brennan fu fra coloro che non pagarono con la morte la causa dell’irredentismo. Visse fuori e dentro la galera, mentre nasceva e muoveva i primi passi la figlia Maeve, che il padre patriota volle battezzare col nome di una grande regina dell’Irlanda celtica: la guerriera che gareggia con Cuchulain, celebrata, ancora da Yeats, nella gloriosa giovinezza (come Maud Gonne “bella e terribile”) e nella vecchiaia, quando lei si vede spogliata della sua straordinaria bellezza. Strano destino per quella nuova figlia Brennan dell’Irlanda quasi libera, una figlia che, come talora accade, forse avrebbe in qualche modo tradito la terra natale.
Giunto a Washington nel 1934 come primo ambasciatore della Repubblica d’Irlanda, Brennan e la famiglia sarebbero tornati in patria una decina di anni dopo. Maeve e un fratello restarono invece in America, l’ottocentesca sponda d’esilio politico o di diaspore dell’affamato popolo dell’Isola di Smeraldo. Pare che lei si sia recata qualche volta in visita alla casa abbandonata: lo confermano le opere che ha lasciato, oggi riscoperte con ammirazione. Ma per saperne di più su quei ritorni, sarà opportuno leggere la biografia di Angela Bourke: Maeve Brennan. Homesick at the New Yorker (2004). È, infatti, sulle pagine del “New Yorker” che, bellissima (si pensi a una triste Audrey Hepburn) colta, inquieta, eccentrica, sagace, dotata di scrittura limpida, asciutta, quasi lirica, Maeve cominciò a raccontare la sua visione del mondo lungo due vene precise: l’osservazione arguta e disinvolta della Manhattan degli anni ’50 (nella rubrica “The Talk of the Town”), e quei suoi viaggi mentali, esperiti sotto forma di racconti, nella Dublino di tempi indefiniti (come se nulla mutasse mai da quelle parti: l’atavica “paralisi” constatata da Joyce). E sono alcune di queste storie che oggi riaffiorano anche in italiano in una fluida traduzione di Ada Arduini: Il principio dell’amore (Rizzoli, 2006, pp. 245, Euro 9,80) poco dopo l’uscita di un romanzo breve, tremendo, chiamato La visitatrice (Rizzoli, 2005, pp. 109, Euro 7,20).
In vita (è scomparsa nel 1993), Brennan pubblicò pochi volumi: The Long-Winded Lady, i pezzi su New York, e i racconti di In and Out of Never-Never Land, e Christmas Eve. Sono questi gli anni del suo tirare un po’ le fila della sua esistenza, mentre ancora, ormai alcolizzata e depressa (anche a causa di un matrimonio sbagliato), offriva qualcosa di tanto in tanto alle pagine del “New Yorker”. Accadde fino al 1981. Poi il buio: stanze d’alberghetti, l’allucinato vagabondaggio cittadino, labirinti di New York/Dublino, l’ospedale/ospizio della fine. Una vita smarrita, sciupata, nell’inconsapevole (cieca) ricerca di una casa, o non casa. Il dattiloscritto La visitatrice, rinvenuto nel 1997 negli archivi di una università dell’Indiana, è pubblicato nel 2000. Sembra doversi affidare agli anni ’40, quando Maeve è sulla soglia dei trent’anni, e di una scelta di vita. E forse quella datazione filologica spiegherebbe molte cose di lei e dei suoi ritratti irlandesi.
Poche scrittrici, pur penetranti, raggiungono l’acuto di dolore e di mistero che trasmette al lettore la mano di questo talento sotterraneo, vissuto decorativamente nello sfondo della patinatura molto visibile e rispettata di un’influente rivista. Vengono in mente Djuna Barnes, Viginia Woolf. Nessun grido nelle sue pagine, nessun lamento da parte delle sue creature, solo silenzi, rassegnazione, incomprensioni, mute ribellioni, eloquenti pentimenti.
I sei racconti del Principio dell’amore ruotano – in uno scorrere ampio del tempo ma distillato a puntate fra Wexford (la città del padre) e Dublino – su due matrimoni infelici. Tuttavia, le sorgenti dell’infelicità si perdono nel mistero dell’anima, mentre l’occhio preferisce volgersi a piccoli insignificanti particolari, quasi “metafisici”: le pietre scure di case di periferia in vicoli ciechi, i tappeti e le porcellane dei salotti, il linoleum, le cucine, camere da letto ambiguamente inviolate, troppo ordinate, le finestre, i giardinetti di lei (donna/moglie/madre/nutrice spenta) dove, nella chiusura di mura e recinti, regna sempre un giallo laburno, albero rigoglioso, allegro, ma dai semi velenosi; e le strade dublinesi di lui (Grafton Street, St. Stephen’s Green), il marito ambizioso e deluso (per nulla moyen sensuel), padre assente, morto dentro, come lei, cui sempre sopravvive rimpiangendo l’occasione (la vita) di un amore non consumato. Rose e Delia, le protagoniste, scompaiono nel nulla di una pietra tombale, respinte dal mondo, da se stesse, dai matriarcali contesti originari, bigottamente cattolici, possessivi, gelosi, sempre padroni dei figli/fratelli maschi che vanno sventati a nozze, e che le “madri” pretendono indietro dalla forca liberatrice e giustiziera della morte.
Più sottilmente personale, forse, il percorso della Visitatrice. Anastasia che, sedicenne ha seguito la madre vilipesa a Parigi, lasciando il marito (unica aperta ribellione nel piccolo mondo di Brennan), torna a Dublino, a casa, dalla nonna, sei anni dopo e dopo la scomparsa di Mary. Non ha altro rifugio, desidera ritrovarsi – non più esule – solo nell’affetto della casa dell’infanzia e della nonna, la quale però ora non la vuole più. La figlia prodiga è solo un’ospite, deve rimpatriare altrove. La signora King non ha perdono. Non le perdona il tradimento, l’abbandono del padre, la sua perdita del figlio cui rimprovera ancora, dopo la morte di crepacuore (o di contrizione?), il matrimonio sbagliato, il taglio ombelicale, l’offesa a lei, madre/nonna, unica donna eletta nella vita di un uomo. E così l’amata casa di una Dublino più alta (nel quartiere Ranelagh degli stessi Brennan), con le sue ossessive finestre sul fuori, resta una mappa studiata nei dettagli (compreso il perenne giardino), ripercorsa con passi minuti di bambina, casa impossibile da riconquistare perché è Anastasia che se n’è una volta espulsa. Nessuna assoluzione è prescrittibile, nessun appello o ritorno, solo il fuori, e il primo albergo di Maeve Brennan in questo testo degli anni ’40. Resta il cancello chiuso della casa, soglia e chiusura, dal quale, infine, Anastasia, spettralmente discinta, intonando una nenia, rivendica, alla matriarca di gelo, la sua esistenza e resistenza dublinese. Ogni nuova lettura, ogni nuova voce, fa sprofondare nei misteri di un alfabeto (materno/paterno) che bisogna imparare poco a poco a declinare. Finché mette le giuste radici.
Maeve Brennan era così minuta, così piccola, che – scrive lei da qualche parte – se si fosse suicidata con un colpo in una strada di New York la si sarebbe potuta infilare in una “cassetta per le elemosine”. Così minuta, come le sue opere, eppure, in quel qualcosa che ha voluto sussurrare, così grande, così terribile.

da la Repubblica – Quasi un quarto delle famiglie italiane non desidera bambini. Un “modello” in crescita mentre calano le coppie con figli

Fare futuro. Anni fa parlando ai ragazzi di un liceo romano con un linguaggio, dunque, per nulla dottorale la sociologa Chiara Saraceno rispose ad una studentessa che le chiedeva “ma perché esista una famiglia sono necessari i figli?”. In un certo senso sì, disse Saraceno. “Non si può negare che quando una coppia rinuncia ai figli rinuncia a fare futuro”.
La realtà dell’Italia, quindi, ci apparecchia una tavola da cui sta scomparendo il futuro. Se ci contiamo troviamo un bambino ogni sette abitanti: una delle medie più basse d’Europa. Il saldo fra nati e morti, nella popolazione non immigrata, è negativo: i morti sono 13 mila di più. Ventidue famiglie su cento in Italia sono composte da coppie senza figli: ventidue su cento, quasi una su quattro. Sposate o non sposate, è lo stesso: il punto non è il tipo di vincolo. La questione è, piuttosto, che quasi un quarto delle famiglie italiane non desidera avere figli: preferisce di no. Si può ormai molto spesso dire che “preferisce” dal momento che i casi di impossibilità oggettiva di averne – non tutti, certo – sono stati da tempo soccorsi dai progressi della medicina, l’aumento delle adozioni ha fatto il resto. Volendo avere un figlio oggi molto più spesso di prima si può: a costo anche di aggirare le nostre leggi andando in paesi dove è più facile farne, od ottenerne. Ciononostante quel 22 su cento cresce ancora: del 19,6 in due anni. Diminuiscono, anche se molto meno, le coppie con figli.
Bruno Melappione, 56 anni, ascolta tutto questo mentre la moglie quarantenne prepara un caffè: “Mi sembra chiaro che l’istinto di conservazione della nostra specie decrepita, dopo millenni, si è consumato”, ride. La moglie arriva con le tazze: “A me i bambini non piacciono, quelli degli altri sì, intendiamoci: i miei nipoti sono meravigliosi ma per me non ne ho mai desiderati. Sto bene così, stiamo molto bene così”. Quando ha conosciuto suo marito aveva 31 anni, ora ne ha 42: undici anni di cene con gli amici, pomeriggi al cinema, viaggi. Non è stata una questione economica, dicono: non è che i figli non siano arrivati perché costano e non c’erano soldi, perché mancava la casa o il lavoro. Ci sono state difficoltà, certamente, ma non è a causa di quelle che hanno rinunciato. E’ facile capire che davvero è quasi sempre così. C’è il buon senso, c’è l’esperienza e ci sono studi che lo certificano: specialmente quando si tratta del primo figlio il conto dei soldi è secondario. Sono altre le ragioni che spingono a farlo, le difficoltà si superano. Semmai è al secondo e al terzo figlio che si rinuncia per non aggiungere spese e rinunce, non al primo: quasi mai al primo. “Certo che avremmo potuto farlo, semplicemente non abbiamo voluto”.
Bruno Melappione e Maricetta Lombardo sono nati in famiglie numerose.
Lui romano, settimo di nove fratelli. Artigiano specializzato, costruisce scenografie per il cinema. Scrive racconti, vorrebbe sceneggiare un film. Primo matrimonio a 24 anni: due figli di 34 ed 32, è già nonno di un bimbo di 4. Lei agrigentina, terza di sei figli. E’ arrivata a roma 16 anni fa per frequentare il centro sperimentale di cinematografia, fa il tecnico del suono. Per passione fotografa. In salotto alle pareti ci sono sono foto sue: un incontro di boxe, un autoritratto con Alberto Granado quello che ha fatto col Che il viaggio della motocicletta, “un vecchio bellissimo l’ho conosciuto a Berlino”. Vivono in una casa di 70 metri quadri, “una casa dei preti”: l’affitto è basso, mille euro al mese. Non fumano, non bevono. Il giornale ogni tanto, “ci sono quelli gratuiti”. Libri molti, “cinema tutti i giorni”. Tutti i giorni? “Sì, in un cinema di San Lorenzo al primo spettacolo il biglietto per le prime visioni è di due euro. Ci andiamo tutti i pomeriggi. Se si può, certo. Ogni giorno un film diverso”. E’ la loro spesa principale. Niente macchina (“c’è, ma solo per i viaggi in Sicilia”, quando vanno in estate a casa di lei), tessera dei mezzi pubblici. Maricetta: “Per il mangiare sì che si spende. Io adoro cucinare, si vede no?, guardi che taglia abbiamo raggiunto fra tutti e due… Ecco, questo sì: invitiamo molto spesso amici a cena”.
Si sono conosciuti undici anni fa, sette anni dopo si sono sposati. Perché il matrimonio? Bruno: “Io prima convivevo con una ragazza finlandese ma non avevo mai preso l’impegno di sposarla, non ho mai pensato fino in fondo che avrei voluto stare per sempre con lei”. Il matrimonio perché è un impegno. “Sì è così. Convivi se stai bene in quel momento, ti sposi se ti prendi un impegno per la vita. È anche un regalo che fai all’altra persona: per me non ci dobbiamo lasciare mei più, le dici. Delle volte mi dispiace averla sposata perché non la posso risposare”. La moglie gli sorride. E perché niente figli? Maricetta: “Non ho pazienza. Non ne ho voluti. Lui aveva i suoi già grandi, io lavoravo molto viaggiavo. C’è stato un momento, forse, ma poi ho preferito di no. Mi piace stare con i miei nipoti ma non torno mai a casa pensando vorrei un figlio anch’io. E poi vede quante storie infelici ci sono, che inferno può essere la famiglia, quei poveri figli… abbiamo visto un film proprio ieri no Bruno?. “Ieri. La riproduzione è un istinto animale, lo fanno le bestie senza essere famiglia. Fra uomini si può stare insieme anche in modi diversi, si decide cosa è meglio, cosa è possibile, cosa si desidera davvero”. Loro desiderano principalmente stare insieme: “Siamo felici così, col cinema al pomeriggio, le cene con gli amici la sera, il nostro computer, qualcosa da leggere e da scrivere, la macchina fotografica che ci accompagna nei viaggi”. Bruno progetta di scrivere un libro sui templari, la sua passione. “E’ chiaro che il tesoro se l’è magnato Filippo il Bello e che il papa era d’accordo”, questa la trama. Maricetta ha lavorato a un film di Pasquale Scimeca sullo sfruttamento dei bambini “e ora spero che esca, poi spero di avere presto un altro lavoro perché al momento non ce n’è”. Cosa servirebbe per stare meglio? Lei: “Qualche soldo in più ma non per essere ricchi, la ricchezza porta problemi. Per andare a teatro, fuori a vedere una mostra, per viaggiare un po’ di più. Prima avevo delle manie, gli occhiali gli orologi, poi sono stata in Africa e mi sono passate tutte. Bisognerebbe che fosse obbligatorio per tutti passare almeno una settimana in africa nella vita, così uno si rende conto del mondo dove viviamo”. Il futuro com’è? “Il futuro siamo noi, i nostri amici. Le serate a base di piatti siciliani e greci, brasiliani. Abbasso le diete, per carità, non sopporto il velinismo. Sono contro la taglia 38 a favore della 46”. Il futuro, Bruno? “Il mio futuro è lei, Maricetta. Forse un libro, forse un film: se vengono, chissà. Di certo ci siamo noi. La nostra famiglia cioè noi, la nostra casa cioè qui: il nostro futuro è questo, ce l’ho davanti agli occhi”.

Giuliana Bruno

I luoghi sono come le persone: è l’emozione a farceli incontrare. Si desidera un luogo così come si desidera un essere amato. Quando ci avviciniamo a un paesaggio sconosciuto col desiderio di farlo nostro, proviamo lo stesso sciame di emozioni che scopriamo di fronte a chi ci cattura con l’intelligenza dei sensi. Di un luogo ci si può letteralmente innamorare. E poiché i luoghi raccolgono le nostre memorie e i nostri desideri profondi, potremmo dire che si viaggia per scoprire la propria geografia interiore. Fu così, con amorosa trepidazione, che, lasciando giovanissima Napoli con una Fulbright, mi avvicinai a New York. Nella metropoli cosmopolita, una vera e propria isola sulle coste degli Stati Uniti, mi sentii stranamente subito a casa. Era come se l’avessi riconosciuta pur senza averla mai vista. La riconoscevo, questa cosmopoli marittima, perché quel suo paesaggio liquido, di movimenti e migrazioni, di connessioni e commistioni, ce l’avevo in me. Non poteva che nascere lì la mia idea di geografia emozionale, un’idea che mi portavo dentro e che mi spingeva intimamente, nella vita come nella ricerca, a legare movimento ed emozione. Il sorprendente viaggio di scoperta di una città di flussi e quell’itinerario di riscoperta che è il reinventarsi scrittrice in una lingua straniera mi hanno letteralmente trascinata nell’impresa. La lingua inglese evidenziava questo mio “trasporto”, ricordandomi la matrice latina del nodo tra motion e emotion. Avevo studiato molto latino a Napoli, ma solo riguardando con gli occhi di chi se ne è andato, ho potuto riconoscere che l’emovere latino, da cui deriva la nostra “emozione”, indicava esso stesso un andarsene: un vero e proprio “uscire da sé”. Questa emozione mi ha spinta a guardare a fondo negli scritti di viaggio. Continuavo a trovare sul mio ibrido cammino antiche “lady traveler”, che avevano perlustrato l’universo per portare nel mondo qualcosa di sé. Scoprivo che era capitato a tanti viaggiatori (dell’anima) prima di me di sentire la spinta interna, la trasformazione intima, il trasporto dell’emozione. Ciò che si muove smuove. L’ho imparato soprattutto da Madeleine de Scudéry, la letterata parigina che nel lontano 1654 disegnò la Carte du pays de Tendre, la mappa del tenero, dando forma tangibile alle atmosfere dell’animo. Il mondo esterno esprime un paesaggio interiore e le emozioni implicano un vero e proprio moto. Sono una topografia ricca di imprevedibili itinerari. Uscire da sé significa immergersi nel flusso e riflusso di questa psicogeografia personale e tuttavia sociale. Così il mio Atlante delle emozioni, scritto in inglese come diario di bordo di un viaggio interiore en plein air, ha preso esso stesso a viaggiare nel mondo (destino di un atlante!) ed è ritornato in Italia facendomi riscoprire aspetti molto teneri della mia personale geografia emozionale. Nell’andare lontano succede infatti di ritrovarsi. E di riavvicinarsi.*docente a Harvard. Ha scritto Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, architettura e cinema (Bruno Mondadori Editore, Milano 2006)