Avevo conosciuto Cindy Sheehan con internet, era arrivato il suo messaggio di dolore e di rabbia con la velocità della rete. Ne ero stata trafitta come tante nel mondo. Anch’io sono contro la guerra, totalmente. Anch’io sono madre. C’era una differenza, lei il figlio lo aveva perso. La sua protesta e
la sua lotta avevano una marcia in più e quel di più, che aveva significato l’infinita perdita, lo ammetto mi era parso un magico antidoto per sedare quella paura atavica della perdita, della morte.
Per motivi diversi ma sempre dolorosamente uguali nella sottrazione, dal 2001, da Genova dove ho camminato per tre giorni, iniziai quella ricerca negli altri e in me di lotta all’omertà, alla menzogna accomodante e senza sosta ho fatto scelte piccole e grandi di vita, mi sono data e ho preso, conoscenza e memoria, speranza e riflessione, energia ed amarezza. Conobbi nel 2002 a Genova, un anno dopo, a piazza Alimonda la madre di Carlo Giuliani, conobbi nel luglio 2006 la madre di Federico Aldrovandi sempre lì a Genova. Cindy era in mezzo dal 2004, quando perse il figlio Casey, così lontana e così vicina. Sapevo come tutti delle sue lotte estenuanti, della sua capacità e della sua ostinazione, lei, antipolitica per eccellenza, chiara come nessuna, toccante senza nessuna sbavatura. In queste manciate di anni, stasera mi si affolla la mente delle migliaia di donne senza nome che hanno perso la vita, il loro compagno, i figli, le persone più care. Mi si affolla la mente dei ricordi di quelle che ho avuto la fortuna di incontrare, che avevano un volto reale, madri della pace, donne curde, palestinesi, afgane, africane, turche, argentine, filippine, indiane, americane, cubane, venezuelane, israeliane, francesi, inglesi, spagnole, greche, tedesche, italiane e ancora ancora…
Non ho viaggiato per il mondo, sono stata a Parigi e ad Atene per due Social Forum, sono stata a Bruxelles una volta, per manifestare contro la Bolkestein, sono stata in Italia, nel mio paese, ho ascoltato le voci che mi arrivavano per la strada, al mercato, al lavoro, nella vita, ho letto i giornali, ho letto la posta in rete, ho guardato le immagini che oggi neanche arrivano più delle guerre quotidiane. Le emozioni di queste donne sono state come le mareee, alte-basse, flussi e riflussi, fragori di violenze e di sorrisi, silenzi sommessi di calme patte e rantoli di risacca, forza inaudita delle tempeste, carezze di onde che arrivano stanche, ma arrivavano, sempre.
Oggi è arrivata tradotta anche la lettera di addio di Cindy. Se ne va. Esce fuori dal sistema, come lei lo definisce. Si è usata, è stata usata, da tutte e da tutti.
Sembra rimanere tra le righe dei comunicati e delle notizie, solo la sua pazzia, quella folle lucida forza che l’ha spinta alla sfida dei signori della guerra. Ha scoperto di avere tanti amici e tanti nemici, ha scoperto le carte, il trucco di chi pensa possa contenere e mercificare il dolore
di una donna.
Ho saputo della sua decisione da un messaggio di un uomo, che trova nella sua lettera tante questioni comuni all’Italia, sono ore che aspetto un comunicato femminile, femminista, per ora non c’è. Ci sarà magari nella notte, domani, nei prossimi giorni. Per ora ci sono io, che come una
scema, continuo a scrivere e chiedo come far giungere a lei, a Cindy tutta la gratitudine per quello che ha insegnato, per quello che ci ha fatto sognare, per quello che ha reso possibile. Cindy ha messo a nudo tutta la corruzione e la devastazione del sistema globale, del paese mondo dove i nemici sono anche amici, dove si gioca a Mercante in fiera con la pace e la guerra, Cindy ha corso come un uragano, capace di correre e sparire. Ma Cindy, passando, non ha fatto del male a nessuno, è solo stanca e passa il testimone.
Grazie per averci fatto partecipi della tua vita e di non aver avuto paura.
Ti definiranno una pazza, lo sei, sei malata d’amore, come solo una donna sa esserlo.
“L’azione su se stessi, l’azione sugli altri, consiste nel trasformare i significati”
Simone Weil, Quaderni, IV
Da un anno camminiamo insieme e in questo percorso comune siamo cambiate.
Si è modificata la scansione del tempo quotidiano, siamo uscite dalle case e dai luoghi di lavoro e abbiamo cominciato a mobilitarci per difendere il nostro territorio, minacciato dal progetto di costruzione di un’altra base di guerra.
La nuova base militare americana devasterebbe un ambiente ora verde, sconvolgerebbe la fisionomia del paesaggio e il nostro stesso futuro.
Le nostre storie sono diverse, così come le nostre età: siamo lavoratrici e casalinghe, studentesse e insegnanti, precarie e pensionate. Ci muoviamo in contesti molto diversi: fra noi ci sono attrici, impiegate, animatrici, artiste, operaie, donne che vengono da lunga militanza politica e donne nuove a questo tipo di esperienza.
Al nostro interno si incrociano le generazioni, perché ci sono madri, figlie, nonne; ci sono italiane e donne straniere, e vicentine e donne che provengono da altre regioni, portatrici di differenti modelli culturali.
Tutte queste differenze costituiscono la nostra ricchezza.
Infatti all’interno delle differenze, durante il nostro percorso abbiamo scoperto una specificità: la nostra determinazione a resistere si alimenta di una forza che alcune di noi conoscono bene, che appartiene al genere femminile e si consoliderà perché è caratterizzata da un desiderio tenace di perseverare e di espandersi.
La scelta della lotta implica per noi, insieme alla determinazione nel promuovere le azioni insieme a tutto il movimento, anche una disponibilità a prenderci cura dello spazio, il nostro e quello delle altre e degli altri, il luogo fisico in cui sorge il presidio: la tenda e la terra circostante, per noi luogo emblematico, luogo in cui si è generato, si sviluppa e si confronta il pensiero.
La disponibilità a prendersi cura dello spazio comune non è per noi un aspetto riduttivo, un’attività marginale, perché questo lavoro di cura permette poi a tutti e a tutte di sentirsi accolti in uno spazio all’interno del quale si costruiscono i progetti e le azioni di tutto il movimento che qui converge.
Lavorare insieme per un obiettivo comune ci ha rese consapevoli di una forza che avevamo potenzialmente, che si esprime con voce più forte e che cresce nel camminare insieme.
La caratteristica che ci accomuna è il desiderio di riflettere e di lavorare anche su di noi e sulla nostra emotività: di non avere paura, a volte, di dire che si ha paura, perché le nostre paure sono accolte e contenute dalle altre; di parlare anche delle nostra fragilità; di valorizzare le emozioni, dare voce all’entusiasmo, ma anche al dubbio, dare legittimità all’indignazione, alla rabbia… perché tutto questo fa parte della passione che alimenta la ribellione e dà forza alla lotta per il futuro.
Come donne, in quanto generatrici del vivere, guardiamo il mondo con la testa ma anche e soprattutto con il cuore. Con questo atteggiamento siamo riuscite a costruire un agire solidale e a disegnare una prospettiva comune nel segnare/tracciare la strada della pace.
Lo stare insieme ci ha aiutate ad allargare lo sguardo su tutti gli aspetti della realtà, ci ha rese consapevoli della guerra globale, ci ha rese più capaci nell’analisi delle strategie che stanno dentro al progetto di militarizzazione mondiale.
Attraverso il confronto siamo passate dall’intuizione a una migliore comprensione del gioco di potere che si svolge sopra le nostre teste per il controllo delle risorse, alla consapevolezza della lotta feroce che è in atto, mascherata dalla cosiddetta “politica del sorriso”, per l’egemonia degli USA sulla scena mondiale.
Noi non vogliamo essere complici di chi utilizza la guerra come strumento per affermare la propria visione del mondo, per accaparrarsi le risorse del pianeta, di chi porta distruzione e morte nei Paesi più diversi in nome di un modello, per molti astratto, di democrazia.
Con le nostre pentole, le nostre bandiere, con un vaso di terra in mano, abbiamo contribuito a far emergere le contraddizioni dell’amministrazione cittadina e della politica nazionale.
La nostra mobilitazione ha coinvolto altre realtà femminili che difendono i valori che stanno alla base di una diversa qualità della vita, abbiamo messo in primo piano i valori della pace e della salvaguardia del territorio e dell’ambiente, anche altrove.
Noi non vogliamo rimanere fra le persone che dicono che questa vicenda non le riguarda: noi ci sentiamo personalmente coinvolte, ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte, continueremo la lotta per la difesa e l’affermazione dei nostri valori, per impedire che il nostro mondo venga stravolto, e per mettere al mondo, invece, un progetto che si costruisce nel percorso comune.
“Non ha alcuna importanza che li si chiami incontri di testimonianza o di scambio spirituale come è stato nel movimento per i diritti civili; gruppi di autocoscienza come è stato all’esordio del femminismo contemporaneo; circoli di donne o nidi d’ape, come è stato nella storia del movimento delle donne; o infine cellule rivoluzionarie, consigli delle anziane o “gruppi di amarezza” come è stato per movimenti e culture diversi dai nostri.
La cosa che veramente conta è che siano liberi, non più grandi di una famiglia allargata, personali/politici ed estesi ovunque”
Gloria Steinem, Autostima
Il Gruppo Donne del Presidio
Antonella Cunico
Daniela Capraro
Nicoletta Dal Martello
Anna Faggi
Ersilia Filippi
Eufrosine Messina
Paola Morellato
Roberta Munaro
Agnese Priante
Annetta Marie Reams
Paola Rigoni
Nora Rodriguez
Petra Wilmer
Paola Ziche
Grete Weil, Mia sorella Antigone, a cura di Karin Birge Büch, Marco Castellari e Andrea Gilardoni. Traduzione di Marco Castellari, Mimesis Edizioni 2007
Il romanzo “Mia sorella Antigone” della scrittrice tedesca Grete Weil (1906-1999), dopo più di due decenni dalla prima edizione italiana, viene riproposto in una nuova traduzione con testo a fronte. Si tratta di un romanzo con una forte impronta autobiografica, in cui si intrecciano ricordi e la percezione del presente degli anni settanta in Germania Ovest – anni scossi dal terrorismo della Rote Armee Fraktion (RAF).
Chi legge accompagna per un giorno una donna anziana. È un giorno segnato da una perdita recente: il cane è sparito senza lasciare tracce e ha riaperto quello che la narratrice sente come una “ferita” e che lei chiama anche “mein Mordkomplex”, l’idea “che ci sia di mezzo sempre un omicidio”. Perché questi termini forti? La risposta è che non si tratta di una donna anziana qualsiasi, ma di una donna tedesca di origine ebraica sfuggita alla Shoah in un nascondiglio di Amsterdam. Suo marito però (come il marito di Grete Weil) è stato deportato e assassinato dai nazisti a Mauthausen nel 1941. Il dolore del ricordo di quegli anni passati sotto i nazisti si fa acuto proprio a causa dell’inspiegabile scomparsa del cane e prende nel corso della giornata la forma di una resa dei conti con le proprie azioni, e omissioni, di quegli anni.
Emerge allora una domanda urgente e inquietante: perché io, ebrea, non mi sono opposta ai decreti nazisti, perché, al contrario, ho assistito gli assassini lavorando nel Consiglio ebraico di Amsterdam, centro amministrativo e logistico della deportazione degli ebrei olandesi? Viene così riformulato in modo radicale il problema della ‘collaborazione’ delle vittime, un problema che aveva posto per la prima volta Hannah Arendt, nel 1963, con il suo libro “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”. L’interrogazione del passato e la presa di coscienza della responsabilità individuale è inseparabilmente collegata a una variazione sul tema Antigone. Grete Weil rielabora, mettendolo in discussione, il mito di Antigone e propone una Antigone nuova, insolita, portabandiera di un agire autonomo e libero dai tradizionali modelli prefabbricati o stereotipati che pure portano il suo nome.
Karin Birge Büch
da il manifesto – Il movimento per la pace americano perde la sua icona più rappresentativa “Questa è la mia lettera di dimissioni da volto del movimento anti-guerra americano”. Tradita, insultata, malata, divorziata, la “peace mom” Cindy Sheehan scrive al “suo” sito: basta, raccolgo i cocci e torno a casa
Dopo che Casey è stato ucciso ho dovuto sopportare un sacco di calunnie e di odio, soprattutto dal momento in cui sono diventata la cosiddetta faccia del movimento americano contro la guerra. Ma soprattutto da quando ho rinunciato anche ai pochi legami che mi erano rimasti con il partito democratico, altro fango mi è stato gettato addosso da blog “liberal” come Democratic Underground. Essere chiamata “puttanella egocentrica” e sentirmi dire “che liberazione” sono stati tra gli insulti più teneri.
Oggi, il Memory day per i veterani, sono arrivata ad alcune strazianti conclusioni. Non sono il frutto di riflessioni del momento ma di una meditazione che va avanti da almeno un anno. Le conclusioni alle quali sono lentamente e con estrema riluttanza giunta sono davvero strazianti per me.
La prima conclusione è che sono stata la beniamina della sinistra finché mi sono limitata a protestare contro Bush e il partito repubblicano. Certo, sono stata diffamata ed etichettata dalla destra che mi ha definito uno strumento del partito democratico per emarginare me e il mio messaggio. Come potrebbe una donna avere un pensiero originale o lavorare al di fuori del sistema bipartito?
Ma quando ho cominciato a trattare il partito democratico con lo stesso metro di giudizio usato per quello repubblicano, il sostegno alla mia causa ha cominciato ad erodersi e la “sinistra” ha cominciato a gettarmi addosso gli stessi insulti della destra. Suppongo che nessuno mi abbia ascoltato quando ho detto che la questione della pace e di coloro che muoiono senza ragione non è questione di “destra o sinistra” ma di “giusto e sbagliato”.
Mi ritengono una radical perché credo che le politiche partisan dovrebbero essere accantonate quando centinaia di migliaia di persone muoiono a causa di una guerra fondata su bugie, sostenuta allo stesso modo da democratici e repubblicani. Mi meraviglia che persone così acute nelle argomentazioni e precise come un raggio laser quando esaminano le menzogne, i travisamenti e gli espedienti politici di un certo partito, rifiutino di riconoscerle nel loro proprio partito. La cieca lealtà di partito è pericolosa da qualunque parte venga. I popoli del mondo ci considerano, noi americani, come delle caricature perché consentiamo ai nostri leader politici tanta libertà omicida. Se non troviamo alternative a questo corrotto sistema bipartitico la nostra repubblica rappresentativa morirà e sarà sostituita da quello verso cui stiamo rapidamente discendendo senza incontrare resistenza: il deserto fascista delle corporations. Io vengo demonizzata perché quando guardo una persona non ne vedo il partito o la nazionalità ma il cuore. Se qualcuno sembra, veste, agisce, parla e vota come un repubblicano, perché dovrebbe meritare sostegno solo perché si definisce democratico?
Sono anche arrivata alla conclusione che se faccio quel che faccio perché sono “una puttanella egiocentrica” allora c’è davvero bisogno che mi impegni di più. Ho investito tutto quel che avevo nel tentativo di portare pace e giustizia a un paese che non vuole né l’una né l’altra. Se una persona vuole entrambe, normalmente non fa niente di più che passeggiare in una marcia di protesta o sedere al computer criticando gli altri. Io ho speso ogni centesimo che avevo, quel denaro che un paese “grato” mi ha dato quando hanno ucciso mio figlio, e ogni penny guadagnato da allora con conferenze o vendita di libri. Ho sacrificato un matrimonio durato 29 anni e viaggiato a lungo dalle sorelle e dal fratello di Casey. La mia salute ne ha risentito e sono in arretrato con i conti dell’ospedale dall’estate scorsa (stavo quasi per morire), perché ho usato tutte le mie energie per cercare di fermare il massacro di innocenti compiuto da questo paese. Sono stata chiamata con ogni nome spregevole che una mente miserabile può pensare e sono stata più volte minacciata di morte.
La conclusione più devastante raggiunta questa mattina, tuttavia, è che Casey è davvero morto per nulla. Il suo prezioso sangue versato in un paese lontano dalla sua famiglia che lo amava, ucciso dal suo stesso paese che è legato e guidato da una macchina da guerra che controlla anche quel che pensiamo. Da quando è morto ho tentato di tutto per dare un senso al suo sacrificio. Casey è morto per un paese che si preoccupa più di chi sarà il prossimo american idol che di quante persone saranno uccise nei prossimi mesi mentre democratici e repubblicani giocano alla politica con le vite umane. E’ davvero doloroso rendermi conto di aver creduto a questo sistema per tanti anni, e Casey ha pagato il prezzo di quella obbedienza. Ho ingannato il mio ragazzo, ed è ciò che mi fa più male.
Ho anche cercato di lavorare all’interno di un movimento pacifista che spesso pone gli ego al di sopra della pace e degli esseri umani. Questo gruppo non lavorerà con quell’altro; lui non parteciperà se ci sarà anche lei; e perché Cindy Sheehan ottiene tutta quell’attenzione? Difficile lavorare per la pace quando il movimento che a questa si richiama è così diviso.
I nostri coraggiosi giovani uomini e donne in Iraq sono stati abbandonati lì indefinitamente da leader codardi che li muovono come pedine su una scacchiera di distruzione, e il popolo iracheno è destinato alla morte e a un destino peggiore della morte da gente a cui stanno più a cuore le elezioni che le persone. Tuttavia in cinque, dieci, quindici anni le nostre truppe torneranno a casa zoppicando dopo un’altra abietta sconfitta e dieci, venti anni dopo i figli dei nostri figli capiranno che i loro cari sono morti per nulla, perché anche i loro nonni avevano creduto in questo sistema corrotto. George Bush non sarà mai sottoposto a impeachment perché se i democratici scavano troppo, potrebbero dissotterrare anche i propri scheletri. E il sistema si perpetuerà all’infinito.
Io riprenderò tutto ciò ho lasciato e tornerò a casa. Tornerò a casa per fare da madre ai figli sopravvissuti e cercare di riguadagnare qualcosa di ciò che ho perduto. Cercherò di mantenere e alimentare alcuni rapporti positivi trovati nel corso del viaggio al quale sono stata costretta dalla morte di Casey, e tenterò di ripararne alcuni altri tra quelli che sono andati in pezzi da quando ho iniziato questa solitaria crociata per cercare di cambiare un paradigma che ora, temo, è scolpito in inamovibile, inflessibile e menzognero marmo.
Camp Casey è servito allo scopo. Ora è in vendita. C’è nessuno che vuole cinque splendidi acri a Crawford, Texas? Esaminerò ogni ragionevole offerta. Sento dire che anche George Bush traslocherà presto… il che incrementa il valore della proprietà.
Questa è la mia lettera di dimissioni da “faccia” del movimento americano contro la guerra. Questo non è il giorno della mia sconfitta, perché non rinuncerò mai a tentare di aiutare i popoli del mondo danneggiati dall’impero dei buoni, vecchi Stati uniti d’America. Ma ho finito di lavorare dentro, o fuori, questo sistema. Questo sistema resiste con forza a ogni aiuto e divora chi cerca di aiutarlo. Io ne esco prima che consumi totalmente me o ogni altra persona che amo, e quel che resta delle mie risorse.
Good-bye America. Non sei il paese che io amo, e alla fine ho capito che per quanto mi sacrifichi non posso fare di te quel paese, a meno che non lo voglia anche tu.
Ora, tocca a te.
Vita Cosentino
Cani antidroga sguinzagliati davanti alle scuole, umilianti controlli di zainetti e di corpi di studenti e studentesse: questa la proposta della ministra Turco, a seguito della morte di un ragazzo in una scuola di Paderno Dugnano. Senza neppure aspettare i risultati dell’autopsia, senza nessuna cautela, un certo tipo di giornalismo sensazionalista ha trovato fin dal primo momento la risposta: si era fatto uno spinello.
Se la morte di una persona anziana ci addolora, ma sentiamo che fa parte dell’andamento naturale delle cose, quella di un ragazzo no. Interrompe quel corso naturale, ci sconvolge e ci interroga. Sempre e comunque. Proprio per questo penso che la risposta istituzionale sia misera e sbagliata: sembrano provvedimenti ispirati più a non lasciare alla destra il tema della sicurezza che a una effettiva politica scolastica. Sappiamo bene che da tempo nelle scuole americane hanno inserito metal detector e armamentari simili e questo non ha fermato la periodica esplosione di violenza.
Invece proprio in quella scuola di Paderno si è pensata una risposta diversa: con coraggio l’intero istituto ha scelto di fare una riflessione pubblica e aperta. Sabato 26 maggio a ragionare assieme c’erano studenti e studentesse, insegnanti, personale ATA, esponenti del comune e alcuni, donne e uomini, che in vario modo di problemi della scuola e del disagio si occupano. Anch’io ho scelto di rispondere alla loro chiamata. Volevo essere lì con loro. Vicino alla scuola che i giornali non raccontano.
Temevo di trovarmi in un clima di accuse reciproche o di pesanti silenzi. Invece ho visto un’intera comunità scolastica, che davvero ha cercato di parlarsi e di affrontare insieme i problemi che ci sono in quella scuola – una buona scuola che lavora con impegno – che sta in questo mondo e in questo tempo di cambiamento e di contraddizioni spesso laceranti.
L’istituto Gadda non ha voluto chiudersi in una difesa amara. Anche se non erano accertate le cause della morte di Dario, non ha voluto glissare sul problema che quella morte ha sollevato. Come qualcuno ha detto in assemblea: si sa da anni che nelle scuole e negli oratori circolano gli spinelli. E forse anche altro. Negli interventi che si sono susseguiti numerosissimi c’era la consapevolezza che si era a un bivio: imboccare la strada di più controlli richiesti alle istituzioni, oppure coinvolgersi di persona e riferire a sé le cose. Questa seconda strada è stata quella più percorsa. Una ragazza per esempio diceva “non parliamo di ‘uso della droga’, siamo noi che la compriamo”. Ancora, un padre richiamava il fatto che se le cose non vengono dall’interno non risolvono nulla e che ognuno ha delle responsabilità. Con franchezza sono state sollevate questioni spinose come il clima di omertà che esiste tra gli studenti o l’eccessiva difesa che i genitori fanno dei figli, assieme a tanto altro su cui cominciare a riflettere.
Ho avuto l’impressione di una comunità che non voleva stare nel solito gioco della ricerca di un capro espiatorio, che individuava anche responsabilità precise, ma non per fermarsi lì. Per andare avanti. E nella conclusione la vicepreside proprio questa indicazione ha raccolto. Un genitore alla fine ha commentato: “E’ stato entusiasmante. Di questo dovrebbero parlare i giornali.”
Uno degli interventi più apprezzati (era continuamente interrotto da applausi) è stato quello di una bidella che ha raccontato che era lì da molti anni, come una mamma che li aiuta a crescere. Ha colpito anche me, perché quella donna ha tirato fuori la sua umanità. Dalle sue parole si sentiva che voleva bene a questi ragazzi e ragazze che affrontano la loro adolescenza spesso difficile. Ho sentito che ha orientato anche altri e altre a parlare con una maggiore verità soggettiva.
Tanti giovani hanno preso la parola ed erano quasi tutte ragazze. Una di queste ha ricordato Dario come un ragazzo che non riusciva a esprimere a parole i suoi sentimenti, le sue emozioni. Solo il suo sguardo parlava per lui. Anche i giovani maschi presenti non hanno trovato parole, tranne uno. In quella assemblea si sono viste ragazze davvero protagoniste e giovani maschi più in difficoltà. Se pensiamo anche all’uso di sostanze, sono i maschi che vi ricorrono più frequentemente.
Essere donne e essere uomini in un tempo così cambiato, con tutti i nuovi problemi che pone, sono dati di base che offrono al pensiero la materia prima da cui partire per ritrovare un senso vivo alla cultura. Rimettendo in moto la lettura della realtà e di quello che ci capita, la cultura – che spesso resta insegnamento inerte – ci dà invece parole per esprimere il rapporto tra sé e sé e tra sé e le trasformazioni del mondo. E questo ci aiuta a vivere.
Paola Mastrocola
Ma come, questa non era la scuola dell’accoglienza e del dialogo? La scuola che istituisce sportelli di aiuto, ore di ascolto, percorsi di recupero?
Quella che organizza educati convegni sull’educazione eventualmente da impartire ai giovani? Che crede nell’inclusione totale, nella comprensione reciproca, nella tolleranza? Che non punisce, non seleziona e non sanziona? Sì, era lei, me la ricordo benissimo perché fino a ieri era così. E adesso, cosa succede? Di colpo, ci svegliamo al mattino, raggiungiamo ancor pieni di sonno l’edificio scolastico e… troviamo ad attenderci i cani!
Squadre di cani ringhiosi e addestrati, al guinzaglio dei carabinieri – come accaduto alcuni giorni fa in un liceo di Torino -, fermi al cancello che aspettano al varco poveri studenti ignari per sottoporli a un accurato e umiliante esame olfattivo. Cani invadenti e inopportuni che, al fine di scovare anche quel milligrammo di droga sul quale fino a ieri eravamo pronti a chiudere un occhio, si permettono di rovistare col muso negli zaini e mordicchiare libri di testo, nonché, nei casi fortunati, buoni panini al prosciutto e maionese confezionati all’alba da mamme premurose.
Mi riaffiora un ricordo: ma la ministra Turco non è quella stessa che qualche mese addietro, per l’esattezza il novembre scorso, propose di raddoppiare la dose personale consentita di sostanze stupefacenti? Com’è possibile?
Tento di darmi qualche risposta: una cosa è l’autunno, una cosa è la primavera inoltrata, e non è detto che ciò che si pensa in novembre si pensi ancora a maggio. Inoltre, cos’è questo amore per le tesi coerenti e non contraddittorie? Ben vengano le aperture ossimoriche, per cui la proposta di mandare i carabinieri nelle scuole potrebbe essere definita: «antiproibizionismo con cani», ovvero: cari ragazzi, noi continuiamo a chiudere un occhio sulle droghe leggere, a interrogarci pensosi e benevoli sul «disagio giovanile», a non demonizzare gli stupefacenti, però vi sguinzagliamo contro i cani che ve li scovino addosso. Vi lasciamo tranquillamente comprare le vostre dosi giornaliere, che vi avevamo appena aumentato, però vi chiediamo semplicemente di volercele consegnare all’entrata.
Non so come chiamarla: inversione a U, folgorazione mistica, sindrome schizofrenica. Non so cosa stia succedendo, ma la sinistra cambia strada, volta pagina, inverte la rotta. Credo per due ragioni: primo, forse si è improvvisamente accorta che la droga nuoce fortemente alla salute, e inoltre non è – come dire? – del tutto consona all’ambiente scolastico: non sta bene che un ragazzo vada a scuola, luogo deputato allo studio e alla serietà dell’impegno in vista del suo futuro, e poi spinelli bel bello nei cortili, bagni o corridoi; secondo, la sinistra ha fiutato il vento e vuole «sarcosizzarsi» un po’. A pochi giorni dalle elezioni francesi, sta subendo un effetto Sarkozy istantaneo: improvvisamente prende atto che va di moda la disciplina, l’autorevolezza, la briglia stretta, il controllo, le regole, la legalità. Chissà, forse di questo passo arriverà anche a imporre il grembiulino nero alle elementari, e chiederà agli insegnanti di prendere a ceffoni i ragazzi che non fanno i compiti. Intanto, meno male che ci sono i cani.
Perché loro non si fanno tante domande sul bene e il male, severitàe tolleranza, cultura dei diritti e cultura dei doveri. Loro hanno l’olfatto! E riusciranno, a colpi di naso, a eliminare le droghe dalla scuola.
Peccato che noi, usando le armi che ci sono proprie come educatori (per esempio inculcando l’amore per la cultura, il rispetto delle regole e il sentimento di una personale dignità), non ci siamo riusciti.
Il disegno dell’emancipazione si è realizzato: e adesso che cosa ci aspetta? La definitiva omologazione al modello maschile ‘globale’ o la ricerca di una civiltà femminile?
Questa la presentazione dell’incontro di mercoledì 23 maggio alla Libreria delle Donne – Circolo della Rosa.
Liliana Rampello ne ha discusso con l’autrice a partire dal libro La scomparsa delle donne di Marina Terragni (Mondadori 2007). Riportiamo l’introduzione di Liliana Rampello all’incontro.
Liliana Rampello ringrazia Marina Terragni, autrice de La scomparsa delle donne (Mondadori 2007), la ringrazia anche per aver scelto la Libreria come il primo luogo in cui converserà sul libro.
“Marina Terragni è una giornalista – la presenta Liliana -, opinionista, editorialista del Corriere della Sera, su Io Donna ha una rubrica fissa Maschile Femminile, scrive anche per il Foglio, collabora scrivendo e pensando con noi, alla nostra rivista che è Via Dogana. Ci aiuta a pensare quella che è la nostra politica, ci aiuta a pensare alla differenza femminile e lo fa partecipando, scrivendo. Lo ha fatto in modo molto intelligente e rivelando un grandissimo talento con questo libro in cui, se mi si passa la parola, traduce pensieri e pratiche della nostra politica in quella che è, da noi, chiamata lingua corrente. La traduzione non è cosa semplice, significa che alcuni dei nostri pensieri, delle nostre pratiche a volte sono davvero considerate, da alcune, astruse. Da altre sono maliziosamente valutate incomprensibili, incomprensibili perché con questi pensieri e pratiche non ci si vuole confrontare. Marina con questo testo attraversa tutta l’attualità rileggendola con uno sguardo molto vicino al nostro, non voglio dire interno perché lei poi ha una sua libertà e passione molto travolgenti, ed è riuscita a far sì che tutta una serie di questioni possano essere riproposte e in qualche misura messe alla portata di tutte e di tutti senza che nessuno possa definire questo pensiero difficile, astruso, astratto, troppo intellettuale. Anzi la chiave della sua scrittura è fortemente anti- intellettualistica e il libro offre delle questioni a chiunque abbia voglia di leggere e occuparsi di politica. Questo, per me, è un libro di politica che ci parla di lei, Marina è molto presente nel testo, ci parla di noi, è un libro che parla delle donne alle donne, degli uomini agli uomini. Chiede una parola non di risposta ma di interlocuzione sia alle donne che agli uomini. Non necessariamente risposte perché lei fa a tutte noi, e a se stessa, moltissime domande. Chiede una parola che tenti di stare il più possibile all’autenticità della propria esperienza, esperienza che uomini e donne fanno di questo mondo. Per questo basterebbe guardare l’indice. Lo sviluppo dei suoi quindici capitoli indica la sua attenzione alla contemporaneità, all’attualità, a quello chesta succedendo intorno, costantemente. Ci sono moltissime discipline che intevengono: sociologia, psicologia, psicoanalisi, demografia, statistica…Marina ci dà conto nelle sue note di conoscere moltissimi di questi testi.
L’importanza del suo libro è che lei legge con un taglio politico molto chiaro la realtà che la circonda e ha dei bei chiari obiettivi polemici. Io ne ho individuati alcuni: il primo è un’emancipazione che annulla la differenza, la annulla perché la ritraduce in parità e uguaglianza. Il secondo obiettivo polemico è il linguaggio dei diritti e dei doveri che invade e occlude ogni spazio di intimità del soggetto con se stesso e nel rapporto con gli altri; e con questa invadenza ne tocca in qualche misura lo statuto di singolarità e integrità. Il terzo obiettivo polemico a me sono sembrati gli studi di genere: i cultures studies e queer studies, tutti quei lavori indirizzati alla sottolineatura del politically correct. Tutti questi studi sono in qualche modo, anche con eleganza, grazia, a volte, presi in giro da Marina perché mi sembra che l’idea stessa di decostruzione non le interessi, non le piaccia in quanto questa ha tentato di sfondare l’idea stessa di soggettività concreta e reale, quel nostro essere al mondo con il nostro corpo così come siamo. Ora, perché non si fraintenda, non si intenda che questi obiettivi polemici sono in qualche modo una sorta di fantasma della sua mente, ma sono reali, torno proprio alla lingua che ha saputo usare per dirci tutto questo che è la lingua politica dell’esperienza. Quell’esperienza che, toccando tutti e tutte, si fa capire e la lingua che si fa capire è la lingua dello scambio, la lingua della relazione, la lingua della seduzione del corpo, del bisogno, del bisogno di distanza, di fare vuoto, la lingua della separazione ma è soprattutto, declinata in tutti i quindici capitoli, la lingua dell’amore secondo modalità molto diverse. Una lingua di questo genere si può dire che porti in sé, dentro di sé, come una necessità, l’altra e l’altro. Mi veniva in mente uno studioso russo, Bachtin, che parlando del romanzo diceva che la lingua del romanzo è una lingua internamente dialogica intentendo che sa tenere al proprio interno l’eco della parola altrui. Mi sembra che in una chiave diversa, nella sua lingua, Marina scriva con l’eco della parola altrui dentro la propria, quindi in una sorta di dialogo interno alle parole stesse che lei usa, che sanno, che hanno una storia e che rideclina a modo suo. Una lingua di questo genere è una lingua che non vuole farsi sistema, che non esclude anche quando giudica, perché il libro ha anche dei giudizi precisi su tutta una serie di faccende e vicende che stanno succedendo intorno a noi, ma nemmeno include nel senso semplice di chiamare a sé solo ciò che è simile a sé. Quindi da un lato non esclude, dall’altro non include nel senso di includere solo ciò che mi è prossimo, vicino, facile. Si tratta di una lingua che apre uno spazio dell’intelocuzione che sappia partire da sé. Da questo punto di vista rispetto al lavoro che lei, noi, facciamo, in questo testo ci sono tematiche che sono decisamente spostate in avanti e altre che sono spostate in parte a lato come una mossa del cavallo negli scacchi ovvero come una mossa che disorienta chiunque.
Voglio farvi degli esempi, ricordando che ogni capitolo è una domanda proposta con libertà. Le citazioni vengono da ogni pensiero che le sia sembrato interessante, indipendentemente dalla collocazione di questo pensiero e appunto dalla passione che per lei è imprescindibile.
Primo esempio è la questione dell’emancipazione e il rapporto fra questa e la libertà femminile. Io ho preso come punto mio di riferimento mentale, per capire il ragionamento di Marina, il Sottosopra Rosso La fine fine del patriarcato. In quel documento la Libreria affermava che il patriarcato finisce quando una donna toglie il proprio credito all’uomo. Una frase semplicissima che ha trovato subito obiezioni: ma il patriarcato non è morto, c’è violenza, gli uomini dominano dappertutto, le donne sono vittime…In quella frase importantissima si indicava qualcosa di diverso, qualcosa che anche Marina sa usare nel testo, ovvero una mossa simbolica, un taglio al presente che, per ognuna che lo fa, spezza la linearità positiva del tempo, quella linearità per cui dentro il patriarcato per non essere più vittime bisogna seguire una serie di passaggi: prima bisogna emanciparsi economicamente poi liberarsi eventuamente culturalmente e poi e poi e poi senza che ci sia una fine possibile, una uscita possibile dalla progressione del tempo. Naturalmente lo ha insegnato Luisa Muraro a tutte noi, il simbolico non ha bisogno di tempo, la mossa simbolica avviene al presente. Questa questione che toglie credito all’uomo e quindi fa crollare il patriarcato toglie però anche alla donna un’altra cosa cui probabilmente era affezionata. Le toglie l’identità di vittima, perché anche essere una vittima è un ruolo identitario per quanto doloroso possa essere. Mi pare che su questo elemento Marina apre il proprio problema. Se non siamo più vittime non abbiamo come alternativa solo quella di infilarci nei vestiti nei panni dell’uomo, di trasformarci in ometti. Se noi non più vittime emancipate ci infiliamo nei panni degli uomini riduciamo di nuovo il mondo all’uno quindi percorriamo la strada di un diverso esilio, ma pur sempre di un esilio, offriamo una nuova complicità a quel mondo che non ci aveva previsto. Ed è quì che Marina si chiede che cosa sta succedendo e che cosa può sembrare che stia succedendo e farò la prima citazione “Non c’è quasi più nessuna che voglia prendersi la briga di essere una donna. Siamo diventate tutte vere uomini. Uomini, come dice la femminista americana Gloria Steinem, che avremmo sognato di sposare, tutte veri uomini senza aver saputo come sarebbe stato essere vere donne”.
Subito dopo dice: “Le ragazze nascono belle pari, si comportanto socialmente, sessualmente come maschi vanno allo stadio e fanno carriera. La maternità è under attack prima o poi un utero di plastica ci dispenserà del tutto dall’incomodo. Abbiamo le nostre soldatesse sadiche, ad Abu Ghraib ci abbiamo lasciato la pelle, e c’è una presidente degli Stati Uniti all’orizzonte. Questo per farci intendere da subito come le mani entrino in pasta. E’ questo il risultato dell’emancipazione? E’ questa la libertà delle donne? E come si fa a non scomparire come donne, per arrivare a quello che per lei è il momento dell’oggi, un momento in cui tutto è a rischio perché possiamo scomparire?” Ancora dice: “Il momento è oggi, siamo sul crinale, l’emancipazione è al suo climax e a questo punto ci tocca scegliere, non si tratta di andare avanti o tornare indietro, non è questione, come molti credono, di invertire la marcia: di tornare a casa o di far tornare il patriarcato. La questione è se rilegarsi a sé per salvare la propria differenza femminile o slegarsene definitivamente”
E questo è il cuore del suo ragionamento. Ora, per non scomparire come donne, il terzo atto, l’unico atto possibile che può attenderci che è lì, di fronte a noi all’orizzonte, è secondo un’intuizione, di Luce Irigaray, il terzo atto, il tempo delle nozze, ma perché avvengano delle nozze bisogna esser in due e due diversi. Allora già a partire dall’introduzione il tema è cosa significa essere semplicemente una donna. Cosa significa lo dirà più avanti: liberamente essere, restando donne. E qui si aprono alcuni pericoli perché si possono banalizzare molto due affermazioni di questo genere. Indico le banalizzazioni che a me paiono più semplici: la prima pensare che si tratti di un rilancio essenzialistico ovvero una nuova ontologia femminile, l’essere donna in forma astorica, e in questo caso eterosessuale in primis. Il secondo pericolo è che la frase se non viene radicata nel testo possa indurre a credere che Marina stia pensando al ritorno al materno biologico. Il terzo pericolo è che si possa intendere questo restare donna, essere una donna secondo un’antica identità femminile che fa da specchio a quella maschile che ti fa vedere di fatto il vero uomo, la vera donna uno di fronte all’altro ma lascinado l’uomo nel suo ruolo di patriarca. Questi tre pericoli secondo me sono reali proprio perché la lingua esprime così semplicemente la propria essenza, (“significa essere semplicemente una donna”), e vanno combattuti perché questo libro non dice nessuna di queste tre cose, allora dove si sposta? Prendiamo una delle questioni che lei tratta ovvero il rapporto tra il lavoro e la maternità, rapporto che troviamo costantemente sui giornali e si discute spesso banalizzando. La banalizzazione è che la donna deve scegliere tra carriera e figli. MaMarina ci spiega , anche sulla scorta di un lungo lavoro fatto qui in Libreria con due Quaderni dedicati al lavoro, questa specie di bivio che le giovani donne si trovano di fronte. Siamo a fronte di una libertà femminile maggiore, non è o questa scelta o quella, o questa o quella significa che spesso rinviano, posticipano, rifiutano, sono confuse rispetto al loro stesso desiderio di maternità. La proposta è piuttostola sostituzione dell’ o o con e e, e questo e quello,:una donna può desiderare e il lavoro e la maternità. Per questo ci vuole una lotta. Carriera e maternità sono in opposizione o in ragione della regola aurea del mercato, la produttività, o per la capacità del mercato di inglobare nei suoi bisogni tutto quel lavoro femminile di cura relazionale che non viene più rivolto al figlio. Su questo campo il debito di Marina verso il gruppo della Libreria è notevole ma lei se lo gioca anche in prima persona dicendoci quando come e perché ha fatto le proprie scelte. Fra l’altro lo dice in modo divertente e appassionante. Mi viene in mente quello che Margaret Mead ha detto alla figlia sua e di Gregory Bateson:”Se vuoi essere una grande studiosa, al mattino quando ti svegli metti su una bella carota e una patata a bollire, perché a un uomo piace sentire il profumo del minestrone e tu nel frattempo ti fai i fatti tuoi”. Questo per dire che questa opposizione così violentemente e quotidianamente sotto i nostri occhi ha conosciuto strategie di evitamento ed elusività femminili molto ricche e che oggi si possono riprorporre come una scelta e una lotta per volere entrambe le cose e cercare di coniugarle, ci dice Marina, intanto sottraendosi a una sorta di etero comando, comando che viene dall’esterno di noi. Marina sottoliena molto bene, porta tutti i numeri, quante volte si comanda alla donne di fare e non fare figli, quante volte si dice che il figlio è un dovere, altre che è un diritto ecc. Mette in questione una lingua imbrogliona, una lingua che su questa questione imbroglia e confonde le donne. E risponde a questo aut aut che viene sempre ripresentato. Lei dice che c’è la possiblità di scardinare questo problema con la pratica d’amore, pratica della relazione come spazio politico che è già pubblico sui due temi: il lavoro è già spazio pubblico e la maternità è sottratta al disciplinamento del privato se noi in prima persona facciamo della maternità reale e simbolica, non della maternità biologica, l’esercizio di una pratica politica per cui tra la madre e il figlio mettiamo un’altra donna. Senza questa pratica poltica pubblica della maternità, che è semplice, come ammirare la madre, fare in modo che la socetà riconosca il valore dell’essere madre, perché non riemerga il materno diviso tra la natura e la cultura, quella divisione che ci inchioda senza possibilità di mediazione. La natura ci inchioda a una nuova biologia perché sul corpo della donna c’è un esercizio fortissimo della scienza della medicina, la procreazione assistita e non solo, e qui Marina ragione e riflette su ciò che avviene attorno al corpo di una donna quando su questo corpo si affanna di nuovo una scienza medicapensata dall’uomo, e vede anche come la risposta femminile può essere disorientata di frronte al proprio desiderio. La cultura ci include invece nel già pensato, e quindi in quella astrazione maschile che Marina attribuisce anche ad alcune menti femminili ad esempio a quelle che hanno pensato il corpo cyborg, come Donna Haraway una cultura che tenta di fare a meno di un corpo, di essere senza corpo. Allora se la libertà viene prima dell’emancipazione, di cui questi sono gli esiti tanto negativi, c’una questione da capire: ovvero che esiste un’altra strada che qualcuna chiama pratica delle differenza femminile. Ad esempio il poter stare liberamente e piacevolmente al mondo senza passare attraverso la competizione con gli uomini. Dopo questa affermazione nei capitoli che seguono c’è un invito.Ci invita a fermarci e riflettere perché si possa fare un buon uso di questa libertà e un buon uso, ad esempio, è quello di contrastare la mascolinizzazione della casa, contrastare l’ipotesi di un ritorno a casa da casalinghe disperate o felici e contrastare la lingua invasiva dei diritti e dei doveri. Si tratta di imparare a convivere con la differenza, con quella differenza non solo fra sé e l’altro ma anche fra sé e sé, e imparare, tornando al quel Sottosopra Rosso, che nell’essere umano di sesso femminile e maschile sono sempre insieme e in circolo differenti identità, e questo essere in circolo è quanto fa fuori l’uguaglianza: salvaguarda la differenza prima tra uomini e donne ma salvaguarda anche le differenze tra donne ed è un’apertura non identitaria dell’amore fra uomini e donne, tra donne e donne e tra uomini e uomini. Questo è un libro scritto da una donna apertamente eterosessuale e che apertamente parla anche anche agli uomini e non disegna confini verso altri o verso altre.
C’è un capitolo, Madri, in cui richiama quell’ammirazione a suo avviso fondamentale perché la maternità venga sottratta al privato e in cui dice chiaramente che la società deve inchinarsi a ciò che è femminile. E questa riconoscenza, questo inchinarsi a ciò che è femminile, che è la madre ma è anche la madre intesa in senso simbolico e dunque l’altra donna, viene poi virata nuovamente nel capitolo Bellissime dove si parla di quello che ognuna di noi fa o può aver voglia di fare o vorrebbe fare o si trova nell’angoscia di decidere se fare o non fare del proprio corpo e questo riguarda l’invecchiamento e c’è poi un capitolo rivolto alle più giovani, Il grande bordello, in cui ci parla di una sessualità femminile che deve ancora liberarsi da una sorta di travestitismo maschile, di un eccesso di maschile. In questo movimento da Madri a Bellissime c’è un punto che ha a che vedere con quello che lei prende da Julia Kristeva, ovvero lo sguardo della madre verso la propria creatura, quasi un archetipo. (Ne parla anche Luisa Muraro). Il bisogno della creatura della madre diventa un punto di vista, un elemento che orienta anche i capitoli sull’attualità del farsi e rifarsi del corpo, sulla bulimia sull’anoressia, li riorientra perché è l’archetipo dell’attrazione, del bisogno che abbiamo di attirare lo sguardo degli altri su di noi.
Dunque, secondo Marina, c’è fame di questa differenza femminile e nel capitolo che lie chiama Politica, polemizza con il fatto che siamo quasi costrette a vedere il sistema dei partiti e delle istituzioni come il centro della politica. Lei non lo vede come centro ma come uno dei centri, quindi parla del potere e parla del potere anche quando esercitato da donne, riprendendo qui una posizione che aveva già preso sul numero 80 di Via Dogana e ci ricorda qualcosa che tutti sanno, anche gli uomini, ovvero che le donne fanno accadere le cose. In effetti molto è già accaduto. Il problema è qui e il libro ci chiama a spingerci più avanti, a fare il passo più forte, più deciso: per capire che di questo molti si sono accorti, cioè che le donne fanno accadere le cose, basta vedere, ad esempio, l’ultima mossa di Sarkozy: Marina dice sta a noi, a nessun altro trarne le conseguenze, mostrare il vantaggio, sedurre a partire da quello che abbiamo guadagnato contrattare da una posizione di forza e non di inimizicia femminile, ricordandosi anche come lei ricorda attraverso un vecchio articolo di Lia Cigarini che bisogna evitare che le donne sentano il bisogno e il desiderio di stravincere. Questo riferimento al testo di Lia Cigarini compare in Violente. Non c’è solo un capitolo intitolato Violenti che sono gli uomini ma anche uno intitolato Violente. Per arrivare agli uomini farei questo passaggio: se non siamo convinte noi del guadagno, del di più, di quello che abbiamo già fatto accadere, se non ne siamo convinte noi sarà molto difficile che riusciamo a convincere gli uomini. Questo è il capitolo Politica.
I passaggi che da qui si dipanano, un po’ li ho indicati un po’ ho indicato il fatto che quello che interessa a Marina è che l’uomo e la donna siano uno di fronte all’altro nella loro verità, nella loro autenticità, ma per quel che riguarda gli aspetti chei vede presenti e prevalenti negli uomini direi che posso indicarene tre: ci sono gli uomini che in casa tentano di rimettere in scena il patriarcato, in casa fanno quello che nello spazio pubblico abitato da donne non riescono più a fare; ci sono uomini che parlano, anche se ancora troppo pochi, e il riferimento è a quegli uomini che hanno scritto il manifesto del 2006 in cui si assumevano in prima persona il problema dello stupro e della violenza del corpo dell’uomo sul corpo della donna e poi ci sono gli uomini violenti tout court, che le donne le ammazzano, le stuprano. E qui la visione non è néottimistica né pessimistica, semplicemente apre una strada diversa a partire da un’esperienza diversa che lei ricorda nel capitolo Violenti, l’esperienza che sta facendo la Casa delle Donne Maltrattate di Milano che ha cominciato a rispondere anche agli uomini violenti che chiedono di capire il perché della loro violenza, che chiedono di capire qual è il problema, che denunciano di avere un problema. Marina indica come lieta novella il fatto che un uomo capisca che ha un problema se stupra o uccide una donna , e parlare di una buona notizia significa non imparare a non sottovalutare, occorre essere le prime a prendere in mano il filo delle relazione perché non si spezzi.
Uomini dunque che lei vorrebbe non femminilizzati, uomini che vorrebbe capaci di distinguere la propria virilità dal desiderio di dominio, di possedere il corpo di una donna. Questi uomini veri, non sono veri perché sono gli antichi patriarchi, perché stuprano, ma sono veri perché sanno fare questa distinzione. E qui Marina ha un’idea molto bella: ci propone la figura del tango dove ci sono in carne ed ossa rapresentati da un uomo e da una donna forza e debolezza; c’è il guidare e l’abbandonarsi. Lei dice quando entrambe le posizione saranno liberamente imparate da entrambi i sessi questo sarà il tempo del due. Questo significa che le donne che hanno elaborato la trasformazione di sé non devono affatto scomparire, non sono scomparse se le intendiamo così, e che gli uomini devono trovare certezze fuori dal patriarcato.
Il libro ha attraversato con grande talento tutte le problematiche che costantemente compaiono sui giornali in quell’attualità di cui in parte ci si dimentica, e che in parte viene sempre riproposta con violenza. C’è un unica cosa su cui non sono d’accordo – conclude Liliana Rampello -, ma devo scrivere un libro per ripondere: che Jane Austen non fosse una donna.
Cinzia Sasso
Quello che adesso si chiama direttore delle risorse umane, una volta era il direttore del personale e in ogni azienda rappresentava il terrore: naturalmente era un uomo, vestito in giacca e cravatta, serio fino a essere lugubre. Ora i tempi sono talmente cambiati che alla San Pellegrino, gruppo Nestlé, il capo dei duemila dipendenti ha le sembianze di una diafana signora che per principio in ufficio non va con la giacca, che adora indossare vestiti colorati e che non vuole affatto nascondere quello che è, una donna. Chiara Bisconti, 40 anni, ha reso meno formale il clima in un’ azienda dove tutti si davano del lei e porta avanti con determinazione le sue convinzioni: «Crediamo nella meritocrazia, ma crediamo anche che sia il risultato di un clima aziendale positivo, fatto di fiducia reciproca e rispetto». Lei per prima applica la flessibilità dell’ orario e due pomeriggi la settimana esce presto per andare a prendere i figli all’ uscita di scuola. Un principio che naturalmente vale per tutti: «Gli impiegati di qualsiasi livello devono garantire un monteore mensile che però organizzano come vogliono. Questo significa che se devi andare dal medico o alla recita dei tuoi bambini puoi farlo con serenità e poi recuperi il tempo perduto». Vuol dire anche, per il personale femminile, superare quello che è l’ handicap più ostico: la rigida gestione degli orari. E vuol dire, per l’ azienda, poter sfruttare al meglio la capacità delle donne di far fruttare al massimo il tempo. Chiara è nata a Novara, cresciuta a Milano, il papà faceva il manager e la mamma la professoressa, ha una sorella più grande che disegna le collane colorate che lei porta sempre. Ha avuto un’ infanzia e un’ adolescenza dorate: le elementari in mezzo alla natura, il liceo linguistico alla scuola femminile «Collegio delle fanciulle». «Ed è lì dice in un ghetto di donne, che ho imparato il valore della diversità». Aveva voluto studiare lingue, ma fin da quando aveva 16 anni sapeva che il suo futuro sarebbe stato una carriera in azienda e quindi, all’ università, ha scelto Economia aziendale in Bocconi dove si è laureata con lode. Dopo un anno da consulente, il primo impiego in Nestlé, con passaggio dal marketing alle vendite. Che ricorda come il periodo più bello: «Stavo a Bologna, avevo la mia prima casa da sola, mi sentivo padrona di me, del mio tempo, dei miei risultati, l’ artefice del mio successo». Chiara dice che per lei la vita è fatta di tre parti: se stessa, i figli, il lavoro. E che stare bene vuol dire raggiungere l’ equilibrio fra queste: «Se uno dei tre aspetti sovrasta troppo gli altri, l’ equilibrio si spezza». Il lavoro, per lei, è molto importante: «Il ruolo è qualcosa che dà identità». Timida nel privato, in ufficio diventa padrona assoluta, determinata, sicura, energica, grintosa. E però, quando aveva 30 anni e ha voluto avere un figlio, ha deciso che la maternità sarebbe diventata la priorità del momento. Senza rimpianti, proprio quando era diventata responsabile di un gruppo di venditori e la difficoltà maggiore era fare i conti con il suo essere un capo giovane, ha chiesto di lasciare la prima linea e di passare al settore, meno pressante, della formazione. Due anni dopo Federico, nato nel ‘ 96, è arrivato Sebastiano e per stare con i suoi figli Chiara ha voluto maternità lunghe, lontano dallo stress di un ruolo importante e dall’ ansia della carriera. Ma nel ‘ 99 una serie di eventi negativi che ne hanno fatto il suo annus horribilis, spezza questo equilibrio. Continuare a fare il controller che era diventato il suo ruolo era diventato impossibile. Di nuovo, in quelle tre parti della sua vita, ha messo da parte il lavoro e ha scelto di fare la consulente. A Poliedros, del gruppo Tesi, ha cominciato ad affiancare le aziende nel settore delle risorse umane e da lì, quando la sua vita privata ha ritrovato un nuovo punto di mediazione, non è stato difficile rientrare in un’ impresa. E quell’ impresa è stata di nuovo il gruppo Nestlè, nella San Pellegrino. «Avevo perso tre anni, ma in quel momento ero pronta a ricominciare ed è stato come dirigente, in attesa di sostituire il capo del personale che sarebbe andato in pensione». «La nostra dice Chiara è stata la prima generazione di donne che hanno voluto tutto: i figli e il lavoro. Per questo le donne di oggi hanno una marcia in più. Io non sono mai stata ambiziosa, non ho mai puntato ad avere un posto di potere. Mi fa fatica dirlo, perché le donne fanno fatica a parlare bene di se stesse, ma vedo che in azienda sono vissuta come un agente positivo del cambiamento».
da l’Unità
Maggy Barankitse è una donna straordinaria. Sorridente, solare, vestita con coloratissimi abiti burundesi, raffigura un’Africa carica di speranze, che non si arrende davanti alle tragedie. Quando si è trovata dentro la “guerra dei machete” è stata tra i pochi che hanno rifiutato la violenza etnica. Maggy non solo non si è schierata, ma ha scelto di abbattere gli steccati ed ha teso la mano alle piccole vittime dell’odio. Più di 10mila bambini di tutte le etnie sono passati dal 1994 nella “casa Shalom”, la struttura di accoglienza creata da Maggy in Burundi. Questo il suo racconto.
“Quando il presidente Ndadaye venne assassinato abitavo nel mio villaggio natale, sono tutsi come l’80% della popolazione di quella parte del Burundi. Subito, fin da giovane, mi ribellai alle ingiustizie sociali. Ero una privilegiata, ho potuto studiare. Quando diventai insegnante mi accorsi che gli alunni erano in maggioranza tutsi, denunciai questa ingiustizia e mi cacciarono dalla scuola. Quando sono tornata dalla Svizzera dove avevo studiato, ho iniziato a lavorare nei servizi sociali della Chiesa a Ruyigi, presi con me dei bambini, sia hutu che tutsi, non li avevo adottati ufficialmente, pagavo i loro studi. Iniziò la repressione (dei militari Nrd) andai all’arcivescovado, incontrai intellettuali hutu che vivevano nel terrore. Allora non capivo la profondità dell’odio che mi circondava. Ho nascosto degli hutu all’arcivescovado. Tutti fuggivano, il terrore si diffondeva anche a Ruyigi. Ho detto agli hutu di nascondersi. Una mattina sono venuti per uccidere, dapprima hanno lanciato le pietre, poi sono entrati. Mi hanno legato ed hanno versato benzina ovunque. Ho detto loro: “Il fatto che abbiano ucciso dei tutsi non giustifica la vostra vendetta. La vita è sacra”. Davanti a me hanno assassinato 72 persone. Erano quasi tutti hutu, ma tra loro c’erano due donne tutsi. Una era una mia amica. Era sposata con un hutu, gridò: “non uccidete mio marito”. Le dissero: “Morirai anche tu”. In braccio aveva Lidya, una bimba di tre anni, me l’ha gettata tra tra le braccia. Poi è stata decapitata”.
Maggy si alza, cerca il telefonino, mostra la foto di una bella ragazza sorridente: “Ora vive con me”. Poi riprende il suo racconto: “Ho nascosto altri 25 bambini nella sacrestia del vescovado. In quella ore tragiche ho capito che avevo una missione da compiere, noi, hutu e tutsi dobbiamo vivere assieme; in Burundi si deve affermare una nuova generazione, la protezione reciproca deve prevalere sulla separazione. Quel 24 ottobre sono fuggita come gli altri, sono andata da alcuni cooperanti tedeschi per chiedere aiuto. All’indomani sono arrivati alcuni bambini, anche tutsi, feriti con i machete. I cooperanti tedeschi ci aiutavano: la gente sapeva che mi avrebbe trovata da loro, il governo della Germania ha inviato un elicottero in soccorso. Con me c’era ormai 100 bambini, il vescovo mi ha dato una scuola abbandonata, noi l’abbiamo restaurata con l’aiuto di molti, anche italiani. Poi ho aperto la “casa della pace”: i volontari italiani che partivano mi hanno lasciato le loro abitazioni. Ho creato altri piccoli centri dove accoglievo bambini hutu e tutsi. La prima casa l’abbiamo chiamata “maison Shalom”, la seconda “casa della pace”, la terza “oasi della pace””.
“Successivamente abbiamo aperto un centro nella capitale Bujumbura e in altre città. Nelle nostre strutture i bambini trovano un’occasione per recuperare un’identità, apprendono un messaggio di riconciliazione, vengono educati alla pace. Noi non vogliamo creare nè ghetti nè orfanotrofi. Ora – prosegue Maggy mostrando alcune foto che riprendono una struttura in costruzione – vogliamo realizzare un grande ospedale per dare alle donne la possibilità di vivere, di non morire, di salvare i loro bambini. Noi cerchiamo di creare una “colonna vertebrale” della società civile, di ridare dignità a chi ne è stato privato, il nostro obiettivo è la riconciliazione, alcuni bambini sono andati dai loro genitori ed hanno detto loro: perdonate. Nel film che abbiamo realizzato gli “attori” sono Gandhi, Mandela, Martin Luther King. Gli aiuti che riceviamo servono solo ed esclusivamente per far sì che i bambini possano vivere dignitosamente, diventino i protagonisti della riconciliazione. Noi dobbiamo voltare pagina, avere speranza. In Burundi abbiamo 800mila orfani della guerra e dell’Aids, su una popolazione di 7 milioni”.
Qual è – chiediamo – l’origine dell’odio? “La cattiva gestione politica, io sono tutsi, ma mi sono sempre opposta all’umiliazione degli hutu. In un Paese nel quale l’80% della popolazione è hutu, per 40 anni vi sono stati presidenti imparentati tra loro”.
Crede – chiediamo – che il colonialismo porti responsabilità per quanto è accaduto nel suo paese? “Sì, quaranta anni dopo abbiamo finalmente capito di essere stati ingannati, i colonialisti hanno considerato noi tutsi la “razza eletta”, dicevano che sono belli ed intelligenti e che dunque non meritavano di essere neri. I tutsi si sono convinti che ciò era vero, gli hutu hanno maturato un complesso di inferiorità, dunque alla base di tutto vi è una gestione politica errata che ha puntato sulla appartenenza etnica. In Ruanda il presidente (hutu ndr) Habyrimana ha osato dire, prima del genocidio, che i tutsi non potevano tornare perchè il Paese era troppo piccolo. In Burundi, 13 dei 15 governatori delle province provenivano dalla stessa regione. E poi, ma non da ultimo, ci sono le ingiustizie profonde che permangono nel nostro Paese. Se la gente ha di che vivere, se può mandare i figli a scuola e può permettersi le cure negli ospedali non pensa ad uccidere il proprio vicino. Nelle nostre strutture ci sono bambini hutu ruandesi, bambini tutsi ruandesi, bambini congolesi. Alla ripresa delle scuole, in settembre, noi manderemo più di 15mila bambini, permetteremo ai bambini poveri di frequentare le lezioni, abbiamo sviluppato piccole attività, una panetteria, un atelier per parrucchiera”.
Carla Casalini
Parole care, “partire da sè, dal proprio corpo, dalla propria vita”, che introducono la nascita di un’esperienza straordinaria degli anni ’70, che si chiamò “Intercategoriale donne Cgil, Cisl, Uil” di Torino: una vicenda di femminismo innestata dentro il sindacato di quegli anni, in un dire e fare comune con il movimento delle donne. Vicenda non isolata, allora, basti pensare non solo a esperienze simili in altri territori – per la verità non sempre e ovunque con analogo “partire” e intento progettuale – ma all’avventura del ‘femminismo sindacale’ dentro i metalmeccanici, categoria per definizione ‘maschile’, dove con i “coordinamenti Flm” le donne introdussero la pratica della separazione/separatezza per ripensarsi fra sè e sé.
Oggi l’esperienza dell'”Intercategoriale donne” torinese rivive in un libro, “Fare la differenza” (edizioni Angelo Manzoni), e a ripercorrerla è una delle protagoniste, Nicoletta Giorda, con un lavoro sagace e intelligente: dal recupero di quella storia – significata dal suo nascere, per poi distanziarsene, nella “stagione dei movimenti” -; all’interrogazione sul senso di un’esperienza vissuta, in interviste fatte oggi alle protagoniste, e ai protagonisti.
Una delle scelte interessanti del libro è infatti il contrappunto, il confronto serrato sia per il passato, che nel presente, ai “dirigenti sindacali maschi” su come “vissero” l’agire femminile. Da “quel 1° maggio 1977” in cui le donne occuparono, non ‘autorizzate’, il palco della manifestazione, parlando e insieme formando con le mani il simbolo femminista, fino alle iconografie ‘creative’ nei volantini, nei manifesti – disegnati da Laura Fiori – a partire dall’ormai celebre ridisegno provocatorio della tela di Pelizza da Volpedo: dove nella rappresentazione del popolo che avanza ‘verso l’avvenire’ il détournement femminile introdusse una mano dell’operaio in prima fila che palpa il sedere della donna che gli marcia accanto.
Furono infatti i “dirigenti maschi” a voler chiudere con violenza l’esperienza dell'”Intercategoriale” a metà anni ’80 – quando ci fu la rottura fra Cgil, Cisl e Uil e le donne furono stranamente accusate di pratica “anti-unitaria”. Paradossale, ma non tanto nella logica maschile: le donne di Cgil, Cisl, Uil, infatti, nel difendere la loro pratica comune, disdicevano la comune decisione di separarsi dei vertici sindacali.
La lettura più emozionante del libro “Fare la differenza” è forse però nelle testimonianze di allora di impiegate e operaie sulla propria ‘presa di coscienza’. Vivissima nei racconti sulle lotte per il collocamento del lavoro, per il diverso sguardo – e vertenze – sulla salute in fabbrica e nel territorio, sul corso di “150 ore” che vide 1300 iscritte discutere di salute e sessualità.
A promuovere la ricostruzione della vicenda torinese sono oggi ancora donne dirigenti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, riunite nel “progetto Mnemosine” (la dea greca della memoria), che intendono riportare questa storia dentro il sindacato, nei corsi di formazione, con un occhio particolare alle “nuove generazioni” di ragazze e ragazzi: per “incuriosirli” su una storia che può testimoniare come “ogni diritto acquisito è frutto di un forte impegno intellettuale e di lotta, di coraggio nel rompere l’ordine costituito” – come scrivono nell’introduzione Vanna Lorenzoni, Adriana Celotto, Ivana Dessanay. Ma questa storia è anche un tassello di quell’evento rivoluzionario che irruppe negli anni ’70: il movimento femminista. Singolarmente tralasciato in troppe ricostruzioni dell’epoca – come insiste anche Nicoletta Giorda – che amano riassumerla negli “anni di piombo”.
Ma questa vicenda come interroga oggi le protagoniste di allora sullla loro esperienza ‘personale” e politica? Se ne è discusso, sulla scorta del libro, alla Casa internazionale delle donne a Roma. Ma non c’è stata una risposta a “partire da sé”. Solo molta emozione nel ritrovarsi insieme, e per il resto grande confusione – certo appropriata, e dunque forse fertile – nel leggere il presente.
Incontro con Lara Baladi, artista di confine che nelle sue opere mette al centro figure femminili. Libanese, vive oggi al Cairo. “Il mio lavoro è strettamente connesso alla mia esperienza personale. Mi interessa la mitologia, la spiritualità, tutto quanto unisce le culture invece di separarle”
Manuela De Leonardis
Le sue eroine si chiamano Bambarella (giocosa interpretazione della creatura di Roger Vadim), Super Arossa, Zobirak, Sirena, Maria, Teta, ma anche Mario (per via del doppio che è in ognuno, come insegna Jung)… Donne di ogni ambiente e cultura che esplorano il complesso universo femminile: seduzione, coraggio, aggressività, intelligenza, conoscenza, accondiscendenza. Per Lara Baladi (Beirut 1969, vive al Cairo) tutto parte dal fascino della mitologia. Oriente e occidente perdono i confini nelle sue opere fotografiche, installazioni e video, dove evocazioni fiabesche e oniriche non perdono mai di vista le contraddizioni del reale. Emblematiche, in particolare, due opere in mostra alla Galleria Brancolini Grimaldi di Roma, che ospita la prima personale italiana dell’artista (alcuni suoi lavori fotografici erano stati esposti in questa stessa sede circa un anno fa, in occasione della collettiva Personae & Scenarios). In una stanza – occupa due pareti- il grande arazzo Oum el Dounia (“madre della terra”), fatto realizzare in Belgio sul modello dell’omonima opera fotografica commissionata dalla Fondation Cartier Pour l’Art Contemporain di Parigi nel 2000. Nella location senza tempo del deserto (quello libico nella realtà) si colloca questa sintesi suprema di visione positiva popolata di personaggi stravaganti, dove l’azzurro del cielo non esita a diventare mare. “È una specie di racconto morale su come il mondo occidentale vede il deserto”, spiega Baladi. L’ispirazione è Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, reinterpretata in chiave orientalista. Presenti anche gli stereotipi della cultura egiziana (perché Oum el Dounia è anche l’appellativo per eccellenza dell’Egitto). La sfinge, prima di tutto – insieme alla Croce del Nilo- fotografata dalle riproduzioni approssimative su papiro, ghiotto souvenir per turisti. Come pure una cartolina originale degli anni Venti dei fotografi viaggiatori Lehnert & Landrock, che al Cairo aprirono quella libreria che ancora esiste in Sherif Street. Poi c’è la dama dei Cuori che qui è un beduino, la sirena, l’uomo-conchiglia con il fez che fuma la shisha, il coniglio che – come nella favola- simboleggia la fertilità, ma anche il tempo… “Parecchi personaggi sono colti nel sonno, come la stessa Alice sotto le palme: c’è l’ambivalenza del non sapere esattamente se si è vissuto un sogno o la realtà. Un altro riferimento presente nel lavoro è la creazione del mondo, quando il terzo giorno acqua e terra vengono separate. Ecco perché ci sono i pesci nel cielo”.
Piuttosto sovraffollata la foto di Sandouk el Dounia (la scatola del mondo), un grande collage del 2001 in cui volti e corpi femminili sono presi qui e là da tutti i media, dai cartoon alla televisione, passando per il cinema e i videogames. Immagini avvolte nell’oscurità che riflettono lo stato d’animo di un momento difficile, vissuto in prima persona dall’autrice. Una sorta di caos individuale e allo stesso tempo metropolitano, perché si tratta di personaggi che vivono tra Parigi, Cairo, Londra e New York. Tutti questi incastri femminili – aspetti conflittuali con cui ogni donna si deve confrontare nella ricerca di se stessa- vanno però a convogliare in un punto focale, rappresentato iconograficamente da un’anziana signora – il personaggio Teti (in arabo vuol dire nonna e, anche nella realtà, si tratta della nonna di Lara Baladi)- che fa la linguaccia. Teti è vestita in maniera eccentrica e ha il sorriso sulle labbra, rappresenta il raggiungimento della serenità, il placarsi di ogni confitto interno, la forza dell’ironia.
Ti sei laureata a Londra, nel 1990, in economia internazionale, quando hai capito che avresti voluto fare l’artista?
Penso di aver sempre avuto un interesse per l’arte fin da bambina. Un interesse che manifestavo suonando il pianoforte o nel modo di costruire i miei giochi, non certo in maniera più formale. È stato a New York, durante una vacanza nel periodo in cui ero studentessa universitaria, che ho iniziato a fotografare in modo del tutto casuale. La madre di un mio amico, fotografa, mi ha dato i primi rudimenti e mi ha portata anche a vedere una mostra fotografica di Mappethorpe. Fu un vero shock, è così che ho scoperto la fotografia. A New York ho fotografato molto, perché ero attratta dalla città. Tornata a Londra, parallelamente al mio corso universitario ne ho seguito uno di fotografia. Il mio interesse per l’economia è calato mentre è aumentato quello per la fotografia, finché una volta conseguita la laurea sapevo che non non sarei mai stata economista.
Lavori da sempre sul tema della donna…
Sono una donna alla ricerca di me stessa. Penso che il mio lavoro sia strettamente connesso con l’esperienza personale. Non mi considero una femminista, esploro semplicemente il mondo delle donne. Certo, non è facile la mia posizione di artista donna in una società maschilista come quella egiziana, ma il mio intento non è quello di denuncia. Sono più interessata alla spiritualità, alla mitologia, a tutto ciò che unisce le culture più che separarle, come in Caleidoscopio, un’opera che è un mix di mondo occidentale e mondo arabo, cristianesimo, islam, buddismo.
A proposito di esperienza personale, sei nata a Beirut e vivi al Cairo, ma hai vissuto anche a Parigi e Londra…
La mia famiglia è siriano-libanese. Emigrarono in Egitto alla fine del XIX secolo, ma dopo la rivoluzione di Nasser del 1952, si trasferirono prima in Iraq poi in Libano, dove sono nata. Con lo scoppio della guerra ci siamo nuovamente trasferiti al Cairo, dove nel frattempo, morto Nasser, nel 1970 era stato eletto Sadat presidente dell’Egitto. Ma a quell’epoca il paese era ancora molto chiuso, non offriva molte possibilità e miei genitori decisero di trasferirsi a Parigi. Avevo otto anni, perciò a Parigi ho fatto le scuole secondarie, per continuare gli studi a Londra, alla Richmond University. Da lì sono tornata a Parigi, dove ho vissuto per altri sette anni, sentendo però sempre il bisogno di tornare al Cairo. Ci tornavo ogni tre mesi per fotografare, finché nel 1997 ho deciso di viverci stabilmente. Erano vent’anni che avevo smesso di parlare arabo. A Parigi, pur avendoci vissuto parecchio non mi sono mai sentita integrata, né tanto meno a Londra. Avevo bisogno di tornare alle origini.
In questi ultimi dieci anni l’Egitto è cambiato molto. Prima era tra i paesi più aperti all’occidente, ora è sempre più coinvolto nell’integralismo…
Penso che, attualmente, sia una tendenza generale un pò ovunque nel mondo il fatto che ci siano molti più governi di destra che nel passato. Tanto più che l’Egitto è un paese povero e sovrappopolato in cui la vita è già di per sé difficile. La religione è l’ultima speranza.
Accennavi al fatto che essere artista donna in una società maschilista come quella egiziana non sia affatto facile…
È difficile comunque, sia per un uomo che per una donna, ma certo per una donna lo è ancora di più. In teoria ho la libertà di fare quello che voglio, nel contempo però ci sono molte pressioni. Parecchi artisti uomini, poi, sono gelosi del mio lavoro, del mio successo. Vivere al Cairo richiede molte energie, quello che mi disturba di più è l’inquinamento, però è una città incredibile, unica, un vero mix di realtà che è impossibile trovare altrove. Ha qualcosa di magico, la storia, la gente, i colori… In questo momento però sono un pò stanca di viverci, dieci anni sono abbastanza. Chissà…
Il tuo linguaggio artistico si esprime prevalentemente attraverso il racconto onirico, tra fiaba e incubo. Non hai mai pensato ad altri modi?
Non uso solo questo linguaggio. La mia provenienza è la fotografia documentaria, ma per me il reportage è limitato, non c’è spazio per l’immaginazione. La realtà è molteplice, spesso infatti ricorro proprio al collage, perché una sola immagine non mi basta per rendere un’idea. Il collage implica qualcosa di infinito. Ultimamente, in Pakistan, ho iniziato un lavoro di reportage sui camion coloratissimi che ho visto sulla strada Karachi-Lahore. È molto pericoloso viaggiare in Pakistan, perciò per allontanare la sfortuna e avere la protezione divina tutti i camion vengono dipinti con motivi iconografici del paradiso. Mi hanno incuriosito soprattutto per come viene interpretato il tema del paradiso nella tradizione popolare, gli archetipi simbolici e mitologici. Da queste immagini penso di trarre spunto per successive elaborazioni.
I tuoi lavori sembrano essere work in progress, da quello precedente trai sempre spunto per qualcosa di nuovo…
Sì, sono tutti collegati tra loro. È un pò come le matrioske, in ognuna ne trovi sempre un’altra. Ho iniziato, infatti, a fare un archivio fotografico, perché ho tantissime immagini che poi riutilizzo per nuovi lavori. È come un alfabeto dove le lettere sono sempre quelle, ma vengono rimescolare e combinate fra loro in modo diverso.
Sono note le vicende legate al ” Dal Molin” di Vicenza, ma bisogna sapere che il programma in merito all’ espansione dei siti bellici in Italia, prevede un’analoga misura anche nei riguardi di Sigonella, la base militare americana installata sin dagli anni ’50 alle porte di Catania, dotata di armamenti ed attrezzature da guerra tra le più sofisticate d’Europa. Sigonella quindi, per una serie di commistioni e contraddizioni che hanno avuto luogo a causa della sua presenza in Sicilia, stende un’ombra di dolore e di morte sulla nostra città e rappresenta uno dei rimossi più grossi della coscienza dei/delle catanesi e degli abitanti dell’intero territorio.
Il progetto per l’ulteriore allargamento della base, prevede la costruzione su una superficie di 93 ettari, di oltre 1500 strutture abitative e servizi vari, destinati ai e alle militari e alle loro famiglie. L’amministrazione comunale di Lentini e buona parte degli abitanti delle contrade di Xirumi, Tiritò e Cappellina, nel cui territorio dovrebbe estendersi la base, storditi dal miraggio dei guadagni in vista dell’arrivo degli e delle americane, hanno dato il loro assenso e vorrebbero che al più presto i lavori avessero inizio. Non sono dello stesso avviso il resto degli abitanti, il popolo della pace, donne e uomini che pratichiamo con “Città Felice” la politica delle relazioni a Catania, sindacati e piccoli partiti che oltre ad affermare il loro diniego ad ogni logica di guerra, hanno messo in evidenza le speculazioni in atto ad opera di alcuni ben noti imprenditori e costruttori. Nella storia di Sigonella si è verificato, infatti, che l’acquisizione dei terreni adibiti alla realizzazione della base e l’attribuzione degli appalti sia stata portata avanti secondo logiche illegali e mafiose. Ci sono altre motivazioni sicuramente non di minore importanza, per cui le pacifiste e i pacifisti stanno lottando affinché il dissennato progetto che oggi si prospetta non coincida con la violazione estrema del territorio. La prima è che sotto buona parte di quelle terre sono sepolte le antiche mura della città greca di “Leontinoi” che rischierebbe di scomparire definitivamente se vi venisse costruita sopra un’altra cittadina. La seconda è che nei rimanenti terreni sono presenti degli agrumeti, coltivazioni molto care ai siciliani, anche se al momento scarsamente produttive, a causa delle politiche agricole che hanno vanificato la fatica e l’amore investiti in questo genere di produzione. Sottolineo questo perché se il lavoro di cura e la memoria che sta alla base dell’esistenza degli aranceti dovesse essere sradicato, non rimarrebbe nemmeno la speranza di poter pensare un diverso impiego per i frutti che caratterizzano l’eccellenza della nostra terra.
Riflettendo sugli scritti apparsi di recente su questo sito in merito alle vicende del Dal Molin, vorrei poter cominciare a condividere motivazioni e pratiche politiche con le donne e gli uomini di Vicenza che tanto bene hanno saputo affrontare la questione, scambiando con loro presenza, analisi e coraggio. Vorrei inoltre riuscire a comunicare con qualcuna delle donne americane che all’ombra dei missili, dei bombardieri e del filo spinato cucinano, accudiscono i figli e ammirano la stupenda natura che circonda Sigonella, per esplorare insieme le contraddizioni e far decantare le reciproche tensioni.
di Marirì Martinengo
- Storia vivente è confrontare mentalmente ed emotivamente un fatto che succede nel presente, adesso, con un altro (per
analogia o dissonanza) che sta “dentro”, nel ricordo, nel vissuto interiore - Storia vivente è considerarsi documento vivo, da far parlare e da ascoltare; questa pratica porta alla conoscenza e alla valorizzazione di sé
- L’interiorità si presenta come un paesaggio fatto di immagini e di colori: fare storia è metterlo in parole
- La storia documentale può integrare, accrescere, aggiungere, la storia vivente che resta però il fondamento della storia
- La storia vivente è un via vai fra dentro e fuori, l’immagine è quella di un ponte affollato di viandanti che procedono in direzioni contrarie e si fermano a parlarsi
- Dentro ciascuna di noi c’è il mondo intero, la dote della nostra cultura, il pezzo di storia che abbiamo vissuto e che ci ha fatte come siamo: la soggezione femminile, le guerre, il comunismo, gli amori, la sessualità, il dolore, le malattie, la morte, gli affetti, le amiche, la mamma, la caduta del patriarcato, la politica delle donne, i libri, il mare, l’analisi, il presente e il passato
- La storia vivente non assume come priorità la cronologia: quello che sta dentro, fluente, in perpetuo movimento, senza tempi determinati né regole fisse, esce mosso da sollecitazioni a volte interne a volte esterne; l’immagine è quella dell’acqua o della sorgente o della pioggia
- La storia vivente non accantona, non nasconde il soggetto pensante/narrante, ne fa misura: l’immagine è quella del pendolo che muovendo dal centro crea un proprio spazio
- La storia vivente pone al centro l’essere umano, donna o uomo: l’immagine è quella di un nobile albero che ha radici profonde e ramificate immerse nella terra, giganteggia elevandosi con il tronco, si stende al cielo, allargandosi con i rami, i fiori e le foglie, con cui si mette in contatto e in rapporto con l’aria, la luce, il buio della notte.
Antonio Monda
NEW YORK – Il libro del sale, di Monique Truong, è un romanzo raffinato e appassionante che esce ora da Giunti (pagg. 325, euro 14,50) a quattro anni dalla pubblicazione americana, con un successo sorprendente per una autrice che sino a quel momento si era distinta come abile avvocato presso uno dei più prestigiosi studi legali di New York. La Truong, nata a Saigon nel pieno della guerra del Viet-Nam, si è trasferita negli Stati Uniti nel 1975, a sette anni, e da allora si è interrogata sul senso di appartenenza rispetto al suo paese di origine e alla terra di adozione nella quale ha trovato l’ amore (è sposata con un disegnatore di animazione dalle origini slovene e siciliane). Il romanzo, che racconta le vicende di un cuoco vietnamita al servizio di Gertrude Stein ed Alice Toklas nella Parigi della Festa mobile, affronta in maniera indiretta proprio il tema dell’ identità culturale, e pone al centro della storia il dilemma di Binh, il giovane cuoco di ventisei anni, il quale, dopo essere stato ripudiato dal padre, e quindi espulso dal proprio paese con l’ accusa di omosessualità, è indeciso se partire per gli Stati Uniti o rimanere nella vitalissima Parigi di quegli anni, dove ha instaurato un rapporto controverso, ma certamente intenso, con due donne assolutamente fuori dal comune. La vicenda, raccontata come se fosse un diario, si svolge andando avanti e indietro nel tempo, con lunghe divagazioni sulla preparazione di piatti raffinati. L’ attaccamento della Truong alla Francia e al cibo francese è evidente anche dal luogo in cui ha scelto di incontrarmi, il ristorante Balthazar di Soho, una replica esatta di un bistro parigino. “Mi chiedo ogni giorno cosa sarei diventata se fossi rimasta in Viet-Nam” racconta “e mi chiedo quanto sia giusto continuare a pensare al passato. Ritengo che la grande conquista di ogni esistenza sia quella di non perdere mai le proprie radici ed essere pronti ad abbracciare quello che offre il futuro”. E’ mai tornata in Viet-Nam? “Pochi giorni fa sono tornata dal primo viaggio che ho fatto nel mio paese da quando ci siamo trasferiti in America. Sono voluta andare per tre settimane insieme a mia madre, ed è stata un’ esperienza estremamente forte”. Quando lei è andata via dal Viet-Nam, la città in cui viveva si chiamava Saigon. Ora si chiama Ho Chi Minh City. “Le posso dire che mi ha colpito il fatto che gli abitanti continuano a chiamarla con il vecchio nome, e persino il codice dell’ areoporto è ancora SGN. Ma ovviamente i cambiamenti sono enormi, anche se devo dirle che sono arrivata con ricordi molto frammentari, legati soprattutto alla casa in cui vivevamo, nella quale non siamo andate”. Cosa ricorda dell’ arrivo negli Stati Uniti? “Arrivammo come rifugiati, mio padre riuscì a trovare lavoro presso la compagnia petrolifera Shell, per cui lavorava anche in Viet-Nam. I compagni di classe mi consideravano una nemica, o quantomeno figlia di nemici. E ricordo che con una buona dose di ignoranza mi chiamavano la giapponese”. Il suo romanzo affronta il tema della appartenenza. “E della scelta. Ogni momento di ogni esistenza pone una questione che rimanda alla consapevolezza di chi siamo, come cambiamo, cosa perdiamo… L’ idea iniziale nasce dalla lettura, del tutto casuale, del libro di ricette di Alice Toklas. Stavo cercando di imparare il modo di cucinare un brownie di cui sono molto golosa, e qualcuno mi aveva detto che la ricetta originale era proprio della Toklas. Il libro fu una rivelazione: estremamente divertente, pieno di aneddoti, soprattutto, c’ è un intero capitolo dedicato alla servitù in Francia. Si parla esplicitamente di due donne di servizio indocinesi che lavoravano nell’ appartamento in cui vivevano la Toklas e la Stein al 27 di rue de Fleurus. In quel momento dentro di me è scattato qualcosa”. Lei è un’ ammiratrice di Gertrude Stein e Alice Toklas? “Devo confessarle che non sono particolarmente legata al loro mondo né alle loro opere, e mi piace essere arrivata al loro universo creativo in modo così anomalo, dalla cucina”. Quali sono gli elementi autobiografici del suo romanzo? “La difficoltà nell’ esprimermi in un linguaggio non mio. Il fatto di essere silenziosa e timida come il protagonista, e di sentirmi al servizio”. Cosa intende? “E’ quello che provavo quando lavoravo come avvocato: avevo raggiunto una posizione di una certa autorevolezza, ma mi sentivo sempre precaria, e alle dipendenze di una società interessata ai risultati”. Il passaggio dalla giurisprudenza alla scrittura è anomalo, specie per chi non scrive legal thriller… “Ho praticato la legge per trovarmi tra le mani un lavoro sicuro. Ma ho capito in breve tempo che non ero affatto felice, e il lavoro non era sicuro. A quel punto ho deciso di seguire la mia passione”. E’ vero che all’ inizio Il libro del sale era un racconto? “Si, e il racconto è diventato, con qualche piccola variante, il secondo capitolo del romanzo. Dopo averlo scritto ho avuto la sensazione che avesse le potenzialità per qualcosa di più grande. Devo ringraziare la mia sconsideratezza: se solo mi fossi soffermata a pensare che mi avventuravo in un romanzo storico, ambientato a Parigi, con protagonisti dei personaggi realmente esistiti, probabilmente la paura mi avrebbe paralizzato. Il titolo del libro è molto evocativo: come mai parla di sale? “L’ ho scelto con l’ augurio che suggerisca una lettura a due diversi livelli: il sale è un elemento fondamentale della cucina, presente in ogni cultura. Ma è soprattutto un riferimento alla Bibbia. Penso al sale della terra, e all’ episodio di Lot, trasformata in una statua di sale nel momento in cui si volta indietro. Mi ha sempre colpito la condanna della nostalgia operata dalla cultura giudaico-cristiana, e la tentazione di Lot è qualcosa che provo perennemente”.
Antonella Fiori
Il mondo salvato dalle donne? Forse. Almeno da quelle che non si sottomettono e, pur pagando prezzi altissimi, fanno saltare un sistema di potere che si regge proprio sul loro annientamento: fisico e psicologico. Silvana La Spina, catanese trapiantata a Milano, accantona la ricchezza barocca della sua scrittura (da L’amante del Paradiso a La creata Antonia) per narrare con una veemenza che sa di urgenza la storia dello “sbirro femmina”: Maria Laura, ispettrice di polizia, ex alcolista, ex moglie sadizzata con figlio in coma all’ospedale dopo un incidente, che deve scoprire cosa sta dietro l’omicidio di un prete accusato di pedofilia a Catania. Una storia che potrebbe avere un seguito e che in questo primo episodio fila via veloce raccontando la “rise and fall”, la caduta e risalita di una donna che, mentre scopre i motivi di un delitto, svela il volto di una città retta da un sistema medievale dove l’alfa e l’omega della violenza sono i rapporti tra uomo e donna. Chi è lo sbirro femmina? Una donna che guarda, osserva e quindi giudica, in una società dove le donne non devono guardare e osservare. E dove domina il detto: comandare è meglio di fottere. Il marito di Maria Laura, ma anche altri uomini che lei descrive, dietro la galanteria disprezzano le donne. Quanto c’è di reale, oggi? Tutto. In certi quartieri la vita è quella. Come accade nel romanzo, l’incesto non si deve sapere. L’impotenza è una vergogna. Catania, dominata da arabi e spagnoli, è la città sessuata per eccellenza. C’è il tema del macho e specularmente la paura del fallimento raccontata benissimo da Brancati nel Bell’Antonio. Il prete che viene ucciso è accusato di essere “iarruso”, un pedofilo che va coi ragazzini. L’omosessualità è l’altra ossessione. Il maschio ha il problema di sapere fino a che punto è maschio. E come può saperlo? Solo violentando le donne. L’impianto del romanzo è sull'”inaudito” disamore di una femmina che si emancipa dal marito che l’ha umiliata e tradita… Il disamore a cui approda Maria Laura è una presa d’atto che la fa diventare adulta e libera. Anche se questo vuol dire restare soli. Il giallo è un pretesto. Nel suo caso per raccontare un potere mafioso tutt’uno con quello maschile. E la responsabilità delle donne? Si dice che Catania sia nata come bordello. Una città con donne schiave, distrutta dalla prepotenza che loro stesse alimentano. Il problema delle donne, non solo in Sicilia, è che vogliono sentirsi vive. Vogliono la loro soap opera personale e sono disposte a subire tutto. Il figlio di Maria Laura e il rampollo della famiglia mafiosa, che nel libro sono amici e vittime, lasciano intravedere una speranza? Almeno nel romanzo volevo aprire uno spiraglio. In realtà l’unica soluzione per farcela, e lo dice una che l’ha fatto, è andarsene via.
Silvana La Spina, Uno sbirro femmina, Mondadori, 16,50 euro, esce il 2 maggio
Oggi e domani a Siena un convegno dedicato alla scrittrice canadese, nota per le sue storie, dotate di grande raffinatezza stilistica, le cui proporzioni non raggiungono mai quelle di un romanzo. Qui accanto anticipiamo la premessa scritta da Alice Munro per il suo ultimo libro, che la Einaudi pubblicherà in novembre con il titolo “La vista da Castle Rock” per la traduzione di Susanna Basso Due giornate all’Università di Siena, introdotte
Carlo Pagetti
Molti considerano Alice Munro la maggior autrice vivente di racconti, degna di essere paragonata a Cecov, a Flaubert, e anche, per rimanere nella tradizione novecentesca delle grandi scrittrici anglofone, a Katherine Mansfield e a Elizabeth Bowen. All’interno di una cultura qual è quella del Canada, che fa del multiculturalismo la sua bandiera, e in cui artisti anglo-canadesi e franco-canadesi sono in grado di raggiungere esiti letterari assai diversi, spesso di prim’ordine, Alice Munro si presenta in modo quasi dimesso, con l’aspetto mite e pacato di una ormai anziana signora, nata nel 1931 e a lungo vissuta in una delle zone rurali dell’Ontario, sul Lago Huron, a sud-ovest della grande metropoli di Toronto. In realtà, come insegnano anche i suoi racconti, non bisogna mai fidarsi delle apparenze.
Personaggi più volte ripresi
Nel corso degli anni (la sua prima raccolta risale al 1968) Munro ha portato a un livello di straordinaria raffinatezza stilistica il suo discorso narrativo, che non raggiunge mai le proporzioni di un romanzo corposo, ma si ramifica in racconti non privi di una robusta intelaiatura e talvolta collegati tra loro. Così, nella raccolta In fuga (Runaway 2004), recentemente pubblicata da Einaudi, almeno tre racconti ruotano attorno al personaggio di Juliet, ragazza di belle speranze in viaggio verso la costa del Pacifico, alla ricerca di un saldo legame sentimentale, che poi rincontriamo nei panni di una giovane donna, già disillusa e incapace di ristabilire un legame profondo con i genitori ormai anziani, e poi ancora madre di una ragazza che diventa, a sua volta adulta, e preferisce evitarla per “scomparire” nella vastità del Canada, condannandola alla solitudine.
Poiché quest’ultima storia, che è intitolata “Silenzio”, è raccontata dal punto di vista di Juliet, tormentata dai dubbi e dai sensi di colpa, i lettori non sapranno mai le motivazioni autentiche che hanno spinto la figlia ad andarsene. “Quello che mi interessa riguardo a una storia è sempre ciò che non è semplice”, ha commentato l’autrice in un’intervista del 2005.
Tradotta in Italia solo a partire dal 1994, quando La Tartaruga diede alle stampe La danza delle ombre felici con la postfazione di Oriana Palusci, Alice Munro è stata valorizzata negli ultimi anni da alcune belle edizioni einaudiane delle sue raccolte di racconti, ma rimane una scrittrice difficile da cogliere nella complessità del suo linguaggio, fortemente allusivo e a tratti ironico, certamente carico di temi “universali” (la solitudine dell’esistenza e la casualità talvolta crudele degli eventi, l’incertezza dei legami familiari e l’incombere della malattia e della morte), ma anche ricco di riferimenti al paesaggio e alla cultura canadesi.
Certamente nei racconti di Munro non troviamo i vasti orizzonti o le sperimentazioni romanzesche della quasi coetanea Margaret Atwood, che spazia dalla ricostruzione storica alla distopia avveniristica, dal tema della condizione urbana a quello della wilderness; oppure le proiezioni verso l’alterità etnica e geografica di Michael Ondaatje, che può ambientare tutto un romanzo (Lo spettro di Anil) nello Sri Lanka lacerato dalla guerra civile. È pur vero che l’ultima raccolta, The View from Castle Rock (che la Einaudi pubblicherà a fine anno) intende scavare nel territorio a metà tra finzione e storia familiare della Scozia rurale, e che proprio le radici scozzesi del passato di Munro contribuiscono a spiegare la voluta ambiguità di certe situazioni narrative, in cui, ad esempio, le figure femminili che popolano le sue vicende appaiono vittime, ma talvolta vittime consenzienti o perfino complici, di un mondo ancora sostanzialmente patriarcale. Non a caso, le ondate dei coloni europei, massicce fin dall’Ottocento, portavano oltre Atlantico anche gruppi di contadini scozzesi poveri e maltrattati nel loro paese a causa della supremazia inglese, pronti a trasformarsi nelle avanguardie dell’Impero britannico e a scontrarsi con le popolazioni locali per il possesso della terra, come successe nella seconda metà del XIX secolo nel Manitoba. Su questi eventi fondativi della nazione canadese (la lotta tra gli scozzesi e i Métis cattolici e francofoni, nati dall’unione degli esploratori francesi con le donne native) si è soffermata in diverse occasioni Margaret Laurence, un’altra grande romanziera anglo-canadese, morta prematuramente nel 1987, ma assai poco ha da dire Alice Munro, che di solito introduce personaggi di origine anglosassone e situazioni collocate nel secondo dopoguerra. Piuttosto, i suoi racconti vivono dell’atmosfera rarefatta dei piccoli incidenti quotidiani, associati alla vita monotona della provincia, mentre i protagonisti più consapevoli – soprattutto figure femminili – socchiudono appena una porta, intravedendo nello spiraglio che si è aperto, l’orrore del vuoto e l’angoscia delle occasioni fallite.
Spesso i racconti di Munro hanno inizio nel passato e rimangono in bilico tra un tempo ancora più lontano e l’irregolare procedere verso un incerto presente, che è anche quello dell’autrice e dei suoi lettori. La discontinuità temporale è forte come quella spaziale: non a caso, Munro ha sottolineato che le sue figure femminili “invecchiano” assieme a lei, ricordando alla maniera di Virginia Woolf anche alcune situazioni autobiografiche non del tutto gradevoli: avendo cominciato a scrivere verso i vent’anni nel periodo in cui stava per sposarsi, ha dovuto fare a lungo i conti con obblighi familiari e sociali che intralciavano la sua creatività, ed è riuscita a pubblicare la prima raccolta di racconti solo a trentasette anni.
D’altra parte, il “femminismo” di Munro non è militante, essendo piuttosto basato sulla rivendicazione di una energia intellettuale che permette alle donne di sopravvivere in un universo ostile e insidioso. I personaggi femminili più intensi della Munro hanno una capacità di riflettere e di meditare sulla loro sorte da cui non ricaveranno certo la felicità o la pace interiore, bensì la forza di strappare dal caos della vita un brandello di verità, di provare un momento illuminante di epifania. Forse, più che a Joyce, bisognerebbe pensare ai moments of being di Virginia Woolf, o comunque a un’ispirazione profondamente meta-narrativa, dal momento che le figure femminili di Munro si rispecchiano nella loro creatrice, come lei – un po’ ironicamente – si riflette nella loro condizione subalterna. La stessa Alice Munro ha insistito sul fatto che un racconto nasce dentro di lei da un accumulo progressivo di dettagli, in modo tale che la struttura narrativa si complica e viene resa più arbitraria e impalpabile. Così, nella short story “In fuga”, che dà il titolo alla omonima raccolta, ci troviamo in un primo tempo di fronte a una coppia di giovani sposi, Carla e Clark, che accudiscono ai cavalli in una malandata fattoria dell’Ontario, ed è subito chiaro che il legame tra i due non è affatto paritario, poi la vicenda si complica con l’entrata in scena di una donna più anziana ed esperta, Sylvia, che è forse attratta da Carla e vorrebbe aiutarla a fuggire a Toronto, mentre un ulteriore elemento di disturbo, apparentemente marginale, è dato dalla scomparsa della capretta Flora, a cui Carla è affezionata. Il seguito di “In fuga” suggerisce – più che mostrare – il fallimento dell'”alleanza” tra le due figure femminili e la minaccia di una violenza maschile che sembra aleggiare sulla conclusione del racconto, senza materializzarsi.
Esclusa qualsiasi tonalità patetica o melodrammatica, il linguaggio terso e raffinato della scrittrice canadese si fissa su figure, paesaggi, oggetti, bagnandoli di una luce quasi spettrale (ghost è un termine che torna spesso in Munro), eppure nitida e, per così dire, “naturale”.
Varianti sul tema del mistero
A questo effetto a metà tra lo straniamento e la quotidianità contribuisce il senso dello spazio canadese, fatto soprattutto di territori disabitati o scarsamente popolati, privo di una identità rigida e circoscritta, essendo esso stesso modellato, nella sua estensione, per conferire identità a chi è come costretto – o costretta – a spostarsi continuamente (“in fuga”, appunto), senza mai potersi riconoscere in un centro solido, istituzionale, affettivo. Anzi, un paradossale, seppure evanescente equilibrio narrativo viene raggiunto quando il centro e il vuoto (a livello geografico, ma anche interiore, emotivo) finiscono per identificarsi, talvolta – come succede a Juliet, la Giulietta senza il suo Romeo, che abbiamo incontrato nella trama di “In fuga” – nel ricordo lancinante di un percorso personale in cui i fallimenti sono stati superiori agli attimi di felicità, senza perciò annullare questi ultimi.
“Sento che le cose sono molto misteriose – ha detto Munro – anche in quelle che noi chiamiamo esistenze del tutto normali, e che esse non possono essere spiegate facilmente; tuttavia è proprio questa qualità della vita a essere straordinaria.”



Il 4 maggio è stata inaugurata la nuova vetrina del Circolo della rosa, con la mostra di Donatella Chiarenza “Grafike. Libretti magliette fumetti”.
Donatella lavora intensamente da oltre 20 anni come grafica, illustratrice, pittrice, e vive tra Genova e Piacenza con una colonia di gatti siamesi.
Il suo segno artistico è affascinante e inconfondibile: nei fumetti come nelle invenzioni grafiche, crea un mondo ricco di vita, dove le contraddizioni diventano giochi e la malinconia si trasforma in un colorato caleidoscopio.
La vetrina presenta le divertenti e pensierose creature di “Mondo pollastro” pubblicate su “Aspirina”, “Il corriere dei piccoli” e i libri per l’infanzia; le leggere tele realizzate con tecniche miste, dalla fotografia al computer; le magliette con fumetti e illustrazioni; le grandi stampe a colori.
La mostra prosegue fino a luglio.




Per la pace in medio oriente
Brenda Gazzar (trad. M.G. Di Rienzo), giornalista indipendente, corrispondente per We News, vive a Gerusalemme.
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo [per contatti: sheela59@libero.it] per averci messo a disposizione questa sua traduzione.
ABU DIS, West Bank. “La libertà è femmina”. Questo il messaggio che Nida Awine ha scelto di dipingere, in caratteri arabi, sulla struttura che gli ufficiali israeliani chiamano “cinta di separazione” o “cinta di sicurezza”, e che i palestinesi chiamano “il muro dell’apartheid”. Il messaggio di Awine appare sulla sezione della struttura collocata in questo villaggio della West Bank che confina con Gerusalemme. L’imponente torre di cemento era bianca, prima che Awine ed altre donne la dipingessero con disegni politici, inclusa una porta che reca la scritta: “Da aprire”, ed una sfera di giallo splendente che recita: “Il sole un giorno sorgerà”.
Nida Awine, studentessa universitaria, è una delle 350 donne provenienti da 30 diversi paesi che si sono unite per il pellegrinaggio femminile in bicicletta che si ripete da tre anni, e che tocca Siria, Giordania, Libano e la West Bank. Lo scopo delle organizzatrici è mantenere alta l’attenzione sul conflitto israelo-palestinese e promuovere pace e libertà nella regione. Persino la first lady siriana Asma al-Assad si è unita a loro, percorrendo in bicicletta il proprio paese.
Quest’anno l’iniziativa, che si chiama “Seguite le donne”, è durata 12 giorni ed è terminata il 18 aprile, giusto pochi giorni prima che la nota attivista pacifista Mairead Corrigan, che ha condiviso il premio Nobel per la pace nel 1976 per il suo impegno contro il conflitto nel Nord Irlanda, attirasse ancora maggior attenzione sulla barriera che divide israeliani e palestinesi.
Corrigan è stata infatti ferita da una pallottola di gomma il 20 aprile, assieme ad altri attivisti, mentre protestava contro il muro di separazione nei pressi di Ramallah nella West Bank. Due poliziotti di confine israeliani sono rimasti invece feriti da pietre lanciate dai dimostranti. Gli organizzatori hanno dichiarato nonviolente queste dimostrazioni, che si tengono settimanalmente, ma pare che ci siano quasi sempre dei manifestanti che lanciano pietre con le fionde o tentano di abbattere la barriera, e quasi sempre le forze israeliane rispondono con gas lacrimogeno, granate da stordimento e pallottole di gomma.
“Lo stato del conflitto, attualmente, è ai massimi livelli.”, dice Naomi Chazan, membro della Commissione Internazionale delle Donne per una pace giusta e sostenibile fra Israele e Palestina, “Persino coloro che lottano per la pace risentono di questa situazione.”
Iniziative della società civile e delle donne, in tutto il mondo, stanno diventando sempre più direttamente coinvolte negli sforzi per risolvere il conflitto, mentre lo stato di Israele celebra il 59° anno dalla sua nascita il 24 aprile, e i palestinesi commemorano il “naqba”, o “disastro”, in cui circa mezzo milioni di profughi palestinesi fuggì dalla guerra arabo-israeliana del 1948.
“Non faccio conto sui politici, uomini o donne che siano, per la libertà della Palestina, il mio paese.”, dice la ventenne Nida Awine, la cui sola arma è un pennello e che sogna di diventare scrittrice, “Conto sugli esseri umani, sulle persone, perché le persone hanno il potere, hanno la volontà, e conoscono il valore di vivere come liberi esseri umani.
Dall’inizio della seconda intifada palestinese, nel settembre 2000, circa 4.040 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, principalmente nei territori occupati, mentre 705 civili e 316 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi da palestinesi: i dati coprono sino al marzo 2007 e provengono da B’Tselem, il Centro di Informazione per i diritti umani che ha base in Gerusalemme.
Più uomini che donne vengono uccisi nel conflitto, ma le donne soffrono in numerosi modi indiretti che possono essere ulteriormente complicati dai costumi culturali, dice Fabrizia Falcione, funzionaria per i diritti umani delle donne di Unifem, il Fondo di sviluppo delle NU per le donne. Per esempio, una donna palestinese che ha perso terra e lavoro a causa del muro di separazione, dei checkpoint dell’esercito o del diniego dei permessi, avrà più difficoltà a trovare un altro impiego rispetto ad un uomo. “Spesso, non avendo lo stesso spettro di opportunità ne’ la stessa libertà di movimento degli uomini, finiscono per lavorare sulle terre di questi ultimi. E’ l’unica possibilità che viene loro offerta.” Falcione aggiunge che la violenza contro le donne sta aumentando nei territori occupati. Il conflitto ha indebolito la forza delle leggi e la capacità delle donne di chiedere e ricevere giustizia, un giudizio che richiama quello del rapporto 2006 di Amnesy International sullo stato delle donne palestinesi.
Sin dall’ottobre 2006, l’ong israeliana “Isha L’Isha – Centro femminista di Haifa” ha tenuto seminari e conferenze per incoraggiare dialoghi sulle donne, sulla pace e la sicurezza, sui costi economici ed emotivi del conflitto. Il gruppo ha anche istruito donne a divenire negoziatrici e mediatrici, rifacendosi alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle NU 1325, che chiede con urgenza agli stati membri di includere donne a tutti i livelli decisionali relativi alla prevenzione, il maneggio e la risoluzione dei conflitti.
Usando un’altra tecnica, la Commissione Internazionale delle Donne, un gruppo composto da prominenti donne israeliane, palestinesi e di altri paesi, tutte impegnate per la costruzione di pace, ha di recente chiamato Israele e la comunità internazionale a normalizzare le relazioni con il governo palestinese.
Quando Hamas, formazione politica islamista, vinse la maggioranza al Consiglio legislativo palestinese nel 2006, e rifiutò di riconoscere lo stato di Israele o di rinunciare alla violenza, gli Usa e molti stati europei tagliarono tutti i fondi all’Autorità nazionale palestinese. In marzo, Hamas e la formazione laica Fatah, che precedentemente era stato il partito di maggioranza per 12 anni, hanno dato vita ad un governo di unità nazionale nello sforzo di far ritirare le sanzioni internazionali. Il Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert, ha boicottato il nuovo governo adducendo le stesse ragioni per il rigetto di quello precedente, ma almeno ha accettato una nuova serie di incontri con il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e la speranza è che questo possa dar vita ad un processo di pace.
“Noi crediamo che senza negoziati, senza parlare con il governo palestinese, non si muoverà nulla.”, dice Aida Touma-Suleiman, palestinese-israeliana, membro della Commissione Internazione delle Donne. La Commissione, fondata con gli auspici di Unifem per implementare la Risoluzione 1325, terrà la sua prima conferenza locale a Gerusalemme il 13/14 maggio prossimi. La conferenza, spiega Touma-Suleiman, intende trattare due punti chiave: rimettere in moto le negoziazioni di pace ed integrare le donne in tali negoziazioni.
Cara Vita e cara Federica,
ho letto le news della libreria delle donne e discuendo con Katia ed Antonietta riflettevamo sul fatto che davvero qualcosa sta cambiando. Un’esperienza analoga alla vostra l’abbiamo vissuta qui a Foggia il 23 marzo 2007 in occasione di un Convegno organizzato dal Centro Studi di Genere dell’Università degli Studi di Foggia. Negli incontri preparatori cui partecipavano oltre a La Merlettaia varie Associazioni femminili, tutte proiettate sulle pari opportunità, la discussione spesso è stata vivace: emancipazione, genere, parità sembravano capisaldi ineludibili. Pian piano nel corso degli incontri, facendo riferimento alla comunità di Diotima, alle riflessioni, anche pubbliche, che nel corso degli anni abbiamo fatto sulla lingua fino a quella più recente su Lingua bene comune, alla rivoluzione incruenta ma sostanziale che le donne hanno compiuto in questi anni, alla nuova consapevolezza anche di alcuni uomini, è avvenuto uno spostamento. In particolare in occasione dell’incontro definitivo, quando bisognava decidere l’adesione con il logo dell’associazione, ho pensato di definire per iscritto, via e-mail, quei punti che ritenevamo pregiudiziali per la nostra partecipazione indicandoli così:
“Osservazioni riguardo al progetto Casa Internazionale delle donne
Ricorre frequentemente l’espressione ” cultura di genere”.
In merito rilevo che la definizione, che apparentemente sembra voler accogliere la specificità femminile per esaltarla, in realtà è monca della differenza maschile. Infatti i generi sono due: maschio e femmina, uomo e donna.
Parlare solo di un genere finisce per relegare le donne in una categoria aggiuntiva rispetto alla cultura egemone, quindi, maschile. Se si mette in campo una differenza immediatamente si mette in campo anche l’altra. Se riflettiamo, quando si ha a che fare con gli uomini nelle relazioni d’amore, di convivenza, di maternità/paternità c’è necessità di ragionare in termini di differenza, ma quando si passa ad ambiti cognitivi ed operativi i paradigmi diventano neutri, ovvero maschili. Le riflessioni maturate dalle pensatrici, specie nel secondo novecento, da Irigaray a Muraro, hanno messo in luce come non è più sufficiente aggiungere una lista di donne letterate, artiste, professioniste etc. al canone maschile, occorre invece rivedere l’intera struttura del sapere alla luce della ritrovata consapevolezza di essere donne e di essere uomini.
Questa riformulazione è già una rielaborazione culturale. In questa luce sarebbe opportuno un confronto più approfondito e serrato di quello fin qui fatto.
Conseguentemente a quanto detto appare inadeguata l’espressione ” cultura della parità” La parola Parità è espressione dell’ordine simbolico patriarcale e fa riferimento ad un livello superiore da raggiungere. Pensare la differenza femminile significa invece far riferimento ad un ordine simbolico femminile, quello della madre, che è basato sulla relazione, sullo scambio ed è fluida ed aperta all’imprevisto. La cultura della parità deve, pertanto, divenire cultura della differenza per superare le diseguaglianze tra donne ed uomini esaltando la differenza tra essere donna ed essere uomini per il contributo che uomini e donne danno per il sapere e per lo sviluppo della società. Un esempio del cambiamento in atto nella società ci viene dalle recenti riflessioni sulla violenza sulle donne, inaugurate quando alcuni uomini, giornalisti e scrittori, hanno inviato una lettera aperta ad un quotidiano sentendosi coinvolti in quanto uomini, avvertendo il bisogno di riflettere su di sé, sentendosi pur se non personalmente colpevoli, coinvolti dal loro essere maschi, invitando gli altri a riflettere su piccoli comportamenti, gesti, modi di dire e di pensare che progressivamente conducono ad una mentalità della sopraffazione ed all’estremo dello stupro.”
Tutte ed in particolare le rappresentanti dell’università, hanno accolto le nostre riflessioni sulla differenza proponendo di lavorare insieme a progetti, sul lavoro femminile, sulla costituzione di una casa internazionale delle donne avviando un cambiamento a partire dal linguaggio. Riconoscimento concreto a questo processo è stato dato pubblicamente nel giorno del Convegno proprio dalla professoressa Franca Pinto Minerva, Preside della facoltà di lettere, pedagogista e coordinatrice degli studi di genere, che ha modulato tutti i suoi interventi sulla possibilità-necessità di aprirsi all’altro/a portando la propria differenza per lavorare insieme a costruire un mondo di donne e uomini mutuali. Un risultato insperato. So bene che non mancheranno difficoltà ma questo inizio apre uno squarcio.
Ho voluto dirvelo perché è un riscontro di quello che ho letto nella vostra lettera e non potrà non farvi piacere.
All’Itsos, istituto tecnico «speciale» della periferia milanese, i fondi per supplenze e laboratori sono sempre meno, ma i ragazzi studiano cinema, fotografia e informatica. E imparano a parlare con le immagini.
Sara Farolfi
Studenti che maneggiano macchine fotografiche e telecamere. Professori che girano tra i corridoi, sotto le braccia una mazzetta di dvd. «Matrix», «Les amants diaboliques», «Umberto D», impilati sulla cattedra. Milano sembra lontana, a guardarla da qui. Corvetto, estremo sud, qui si trova l’Itsos, istituto tecnico statale con specializzazione in tecniche multimediali. A guardarlo sulla cartina geografica, in quello spazio limite, dove le linee geometriche della città iniziano a diradarsi, dilatandosi in spazi più ampi. Dove il verde e marrone dei campi prende spazio tra il grigio delle costruzioni. Oltre 800 studenti, e più di 100 professori, uno stabile enorme. Anche «la scuola» sembra lontana da qui. Quella scuola di cui oggi si fa un gran parlare, tra «bulli» in classe e «fannulloni» in cattedra. Al termine di una giornata trascorsa con loro, viene il dubbio di non averci capito un bel nulla. E «la scuola», più si avvicina nelle conversazioni con professori e studenti, più sembra lontana dalla rappresentazione con cui il discorso pubblico la ritrae.
Una scuola «speciale»
I ragazzi non leggono, e sono ossessionati dai problemi di identità sessuale, qui come altrove. Nelle prime capita di vedere immigrati, sempre più frequenti come presenza in classe, che fanno il saluto romano: del fascismo sanno poco o, più spesso, nulla. «Vivono male la scuola, ma non protestano» dice Luigi Fagioli, generazione ’68, che all’Itsos insegna psicologia. Anche qui, i professori si ammalano e le professoresse vanno in maternità. Assenteismo? «Usufruiscono semplicemente dei loro diritti» risponde secco il preside della scuola, Salvatore Simone.
E i fondi scarseggiano, anche qui come in tutte le scuole pubbliche del paese. C’è il problema delle supplenze, del mantenimento di tutti i laboratori attivati, e via dicendo. Anche qui, dove la retta scolastica non è obbligatoria, i genitori, quando possono, danno una mano. Solo formalmente ormai l’Itsos è una scuola «a ordinamento speciale», partorita all’inizio degli anni Settanta con decreto del Presidente della Repubblica. Scuola sperimentale, nata insieme ad altre per elaborare quella riforma nazionale delle scuole medie superiori mai applicata, e che da sempre ha potuto usufruire di fondi pubblici superiori alla media. Ma i tempi di vacche grasse, come si dice, sono finiti. E oggi l’Itsos è, come tutte le scuole, un agglomerato fitto di problemi, tra tentativi di soluzione, qualche successo e «clamorosi fallimenti». Un mondo di relazioni complesse, a cui le semplificazioni non possono che fare torto. «Lo specchio della società» si diceva in tempi non lontani.
Mi piace…non mi piace
«Il favoloso mondo di Amélie» ha avuto in classe un successo strepitoso. In quarta ne è nato, nelle ore di cinema, «A me piace…non mi piace», laboratorio in cui i ragazzi realizzano piccoli documentari di pochi minuti, raccontando di sè o di amici. Linda, che da grande vuole fare la giornalista, ha filmato la sorella ventiduenne, che adora stare sul divano davanti alla Tv a mangiare (da vedere). E ha già messo il suo piccolo lavoro su Internet. All’Itsos, come in generale negli istituti tecnici, l’aspetto laboratoriale è molto forte. Alle classiche lezioni frontali, si aggiungono quelle pratiche di cinema e Tv, fotografia e grafica, informatica, e informatica digitale. Gli studenti, con il numero di stranieri che aumenta di anno in anno, provengono un po’ da tutta Milano, ma anche da fuori, perché se vuoi studiare cinema, grafica o fotografia, non ci sono molte alternative.
La biblioteca, vicina all’ingresso della scuola, è «stranamente» piena di studenti. «I ragazzi non leggono, persino il fumetto è difficile per loro» rettifica subito Michele Corsi, professore di Cinema e attivista di Retescuole. Dalla biblioteca scelgono invece dvd da guardare a casa e di cui poi devono scrivere una scheda. «Allenano il cervello al piacere del film – continua Michele – E così facendo, imparano anche a cogliere dati nel flusso di informazioni».
Gli studenti dell’Itsos conoscono alla perfezione l’ormai famigerato You Tube. Come tutti i giovani, quello dell’immagine e del video è il linguaggio che consumano di più. «Usano sempre meno parole – dice Michele – Sono voraci di televisione anche se poi la disprezzano». Gli chiedi del Grande Fratello. E forse in tanti lo guardano, ma nessuno di loro, alla domanda, alza la mano. Dicono invece di guardare Studio Aperto, per poi aggiungere che «fa schifo, ma il Tg1 è troppo palloso».
Quattro conti
«Tagliare i fondi, significa mettere in crisi questo tipo di didattica – dice Luigi – E se ci tagliano i laboratori, che dall’anno scorso sono stati estesi anche agli studenti di prima e seconda, non è che improvvisamente facciamo un liceo». L’Itsos è stata una delle scuole in prima fila nella battaglia contro la riforma Moratti degli istituti tecnici (che prevedeva una polarizzazione tra la «licealizzazione» e il «professionale spinto», poi congelata). «Scuole ponte, per una maggioranza di studenti entrata in conflitto con il sistema scolastico» le definiscono Luigi e Michele. Quelli che escono dalla terza media marchiati «non hanno tanta voglia di studiare», poi magari, dopo la maturità, vanno all’Università. Negli anni, i fondi pubblici sono andati progressivamente diminuendo. «Soltanto per l’anno scorso la riduzione è stata pari circa al 40%, e quest’anno abbiamo il problema delle supplenze», dice il preside Simone. Anche perchè, da quest’anno, i supplenti potranno essere chiamati soltanto se l’assenza del professore o della professoressa è superiore agli 11 giorni. +I conti li facciamo con Giovanna Avanzo, dirigente amministrativa facente funzione. «Solo per le supplenze, l’anno scorso la scuola ha speso 115 mila euro netti, anticipati e poi rimborsati dallo Stato», spiega. Da quest’anno, i fondi arriveranno direttamente alle scuole a scadenza quadrimestrale, senza transitare per l’Ufficio scolastico regionale. La scuola anticipa, ma non c’è certezza del rimborso statale. Complessivamente, la cifra a disposizione della scuola ammonta quest’anno a 241 mila euro. Comprensiva di tutto: 170 mila euro, che sono vincolati come Fondo di istituto (per le spese cioè del personale docente e per tutte quelle attività extra insegnamento). Il resto, 70 mila euro, dovrebbe servire a coprire le spese per gli esami di maturità, la revisione contabile della scuola e, infine, le supplenze. «Per le quali – continua Avanzo – dovremmo disporre di circa 15 mila euro, poi possiamo anche spenderne di più ma non è sicuro che ci vengano rimborsati». Tutto il resto resta fuori, e a pesare, all’Itsos, sono soprattutto le spese per il rinnovamento delle attrezzature. Le quote di iscrizione all’Istituto, da quest’anno sono aumentate: 100 euro all’anno per gli alunni del biennio, e 175 per quelli del triennio. «Fermo restando però che, se per reddito una famiglia non può permetterseli, le quote non sono obbligatorie» conclude Avanzo.
Non è solo questione di soldi
«La poesia è di chi la scrive», è un altro laboratorio in cui i ragazzi dell’Itsos si cimentano: scelgono una poesia a piacere, e poi devono trovare musica e immagini da accostarle. Le classi sono di 27 studenti, ma la Direzione scolastica di Milano parla, da quest’anno, di classi di 31 o 32 studenti. «Già con 27 alunni è difficile – commentano quasi all’unisono Luigi e Michele – Con 32, come si fa a insegnare?». I tagli economici sono comunque solo il sintomo – sono convinti i due professori – La malattia è l’abbattimento completo di un progetto sociale condiviso. «Negli ultimi anni – dicono – la situazione è diventata ingovernabile, e parte del problema è che anche gli adulti sono cambiati: le famiglie saltano perchè pagano costi altissimi di ristrutturazione sociale e questo non può non avere conseguenze sui ragazzi».
«E poi – domandano – che cos’è un insegnante?». «Da sempre c’è il problema della formazione del corpo docente, e la scuola è sempre meno il luogo della formazione del sè, e sempre più, maldestra trasmissione di techne, che sia greco o cinema». Non tirano in ballo i magri stipendi, Luigi e Michele, «tanto a questo ormai siamo abituati». Preferiscono parlare degli studenti, che vedono e ascoltano ogni giorno. «I ragazzi stanno sempre peggio, ma il loro è un disagio spoliticizzato. Il mondo degli adulti a loro fa orrore, gli è estraneo, gli è difficile proiettarsi». «Vivono in uno stato di rimozione permanente, consumano tutto in fretta, ma senza possibilità di identificazione, e lo sforzo che facciamo noi è quello di provare a costruire una qualità della relazione, che consenta lo scambio dell’esperienza». Tentativi, sperimentazioni. Tra qualche successo e clamorosi fallimenti. All’Itsos i ragazzi non leggono libri, ma producono filmati. Un’isola felice, nella giungla di questa nuova generazione che sembra spaventare tutti con la sua interattività? Più probabilmente, una scuola che fa «la scuola», e con il linguaggio per immagini dei ragazzi ci fa i conti e lo valorizza. Una scuola che, come tante, deve farsi carico di tutto. Consapevole di essere «specchio della società».