Lo spettacolo che presentiamo quest’anno si intitola “Le danze delle donne Mossi”. Il gruppo sarà composto da tre musicisti, Hado, Harouna e Hadbila, e tre ballerine, Hortense, MarieRose e Parimyele.

 

Presentazione dello spettacolo
I Mossi sono l’etnia più numerosa del Burkina Faso, la loro lingua si chiama Moré e vivono in un’ampia zona centrale del territorio del paese, circondati da tutte le altre etnie.
Secondo il mito della loro origine discendono dall’unione tra la giovane principessa Yennega, amazzone e ribelle, e un principe cacciatore Mandingo.
Le eredi di questa donna intelligente e coraggiosa presentano le loro danze:
Wed-binde, che vuol dire danza a cavallo, per il ritmo delle zucche e dei vasi che richiama il suono di un cavallo al galoppo. E’ una danza delle giovani donne per mostrarne la bellezza, l’energia e la femminilità in occasioni di festa e gioia.
La danza Warba, ballata soprattutto in occasione di funerali, e ciò nonostante di grande movimento e sensualità. Le danze delle maschere, le danze Mossi, e… molte altre danze ancora!

 

Ecco il programma (ancora incompleto):

 

DOMENICA 13 MAGGIO 07 Buon Compleanno Bloom — grande festa per il ventesimo anniversario del Bloom – banchetto dell’Associazione Watinoma – Bloom, Via Curiel 39 – Mezzago MI – tel 039-623853 – www.bloomnet.org
DOMENICA 20 MAGGIO 07 15ª edizione Festa dei Popoli — banchetto dell’Associazione Watinoma – presso i Missionari Saveriani, Via Don Milani 2, Desio MI

 

VENERDI 25 MAGGIO 07 “Tutta un’altra cosa 2007” Fiera del commercio equo – alle ore 12.00 in collaborazione con Equo Mercato, “Vestiti di mondo” sfilata degli abiti prodotti dagli artigiani dell’associazione Watinoma in Burkina Faso, con accompagnamento musicale degli artisti del gruppo Watinoma. Nel pomeriggio presentazione del progetto Watinoma presso gli stand di Libero Mondo e Equo Mercato – organizzato da Centro Missionario PIME Via Mosè Bianchi 94, Milano – www.tuttaunaltracosa.it

 

SABATO/DOMENICA 26/27 MAGGIO 07 Andersen Festival – Festival di teatro di strada e urbano – esibizione del gruppo Watinoma sabato alle 15.00 e alle 22.30, domenica alle 18.30 e alle 21.30 – Comune di Sestri Levante – organizzato da Associazione Artificio23 – www.andersenfestival.it

 

MERCOLEDI’ 30 MAGGIO 07 Giornata per le scuole del PIME – animazione per ragazzi – a Sotto il Monte BG

 


VENERDI/SABATO/DOMENICA 1/2/3 GIUGNO 07 Artisti in Piazza – Festival Internazionale dell’arte di strada – varie esibizioni del gruppo Watinoma nell’arco delle giornate del Festival – a Pennabilli (Pesaro) – organizzato da
Associazione culturale Ultimo Punto – www.artistiinpiazza.com

 

SABATO 9

 


GIUGNO 07 Festa di fine anno della Scuola – in mattinata: animazione per
bambini – a Merate LC – organizzata da PIME – www.pimemilano.com Festa
Comune di Pavia – ore 18.00 animazione per bambini – ore 21.00 spettacolo
“Watinoma: Le danze delle donne Mossi” – nel cortile del Castello Visconteo di Pavia – organizzato da
DOMENICA 10 GIUGNO 07 Borgis Folk Festival – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” – in Piazza Matteotti, Grugliasco TO – organizzata dall’Associazione La Paranza del Geco – www.paranzadelgeco.it

 

SABATO 16 GIUGNO 07 SUD SUD Festival – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” alla Cascina Monluè ore 21.30 – nel pomeriggio dalle 19.00 alle 20.30 stage di danza tradizionale del Burkina Faso con le ballerine Hortense e Marie Rose del gruppo Watinoma – organizza Arci Metromondo – www.metromondo.it

 


SABATO 23 GIUGNO 07 Veregra Street Festival – La notte bianca della musica popolare – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” alle ore 22.00 a Montegranaro AP – organizzato dall’Assessorato alla Cultura e Turismo del comune di Montegranaro – www.veregrastreet.it

 

DOMENICA 24 GIUGNO 07 Festival Ritmi e Danze dal Mondo – spettacolo
“Watinoma: Le danze delle donne Mossi” presso lo Stadio Comunale di Giavera del Montello TV – organizzato da Associazione Barbapedana – www.ritmiedanzedalmondo.it

 

GIOVEDI’ 28 GIUGNO 07 Apartilha Festival dei Popoli – spettacolo “Watinoma:
Le danze delle donne Mossi” alle ore 21 – a Muggiò MI organizzato dall’Associazione Missionaria dom Helder Camara. Nei giorni successivi, 29 e 30 giugno e 1 luglio saremo presenti con un banchetto dell’associazione – www.apartilha.it

 

MERCOLEDI’ 4 LUGLIO 07 Vignale Danza – 29° Festival internazionale di danza e arti integrate – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” – Vignale TO – organizzato da Teatro Nuovo Torino – www.vignaledanza.com

 

GIOVEDI’ 5 LUGLIO 07 Festa dei Popoli – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” – Comune di Andora SV – organizzato da Arci Macondo – www.arcimacondo.net

 

SABATO 7 LUGLIO 07 Festa patronale SS. Pietro e Paolo – spettacolo
“Watinoma: Le danze delle donne Mossi” alle ore 21.00, a seguire conferenza/dibattito sul Burkina Faso – presso Cine-teatro Fumagalli – Vighizzolo di Cantù.- organizzato dalla Parrocchia di Vighizzolo

 

SABATO 21 LUGLIO 07 Festival dei Girovaghi – spettacolo “Watinoma: Le danze delle donne Mossi” alle ore 22.00 – a Compiano Parma – organizzato da Associazione Culturale Barbara Alpi

 

Vi aspettiamo come sempre numerosi.

 

Attenzione: segnaliamo lo STAGE DI DANZA del 16 giugno: se siete interessati iscrivetevi al più presto! Telefonate a Flora 348-3933216
Per quanto riguarda gli stage di danza: organizzeremo un secondo stage con le ballerine Bebè e Hortense in data da definire, faremo sapere al più presto.
Inoltre è possibile partecipare allo stage di Mamadou Ouattarà domenica 27 maggio a Bollate MI: 4 ore costo euro 40. Per info, orari e iscrizioni: Marzia
349-8635283 e-mail: marziadc@virgilio.it

 

APPELLO: siamo stati invitati a mettere il nostro banchetto in numerose iniziative, ma dato il calendario piuttosto fitto non ce la facciamo. Se qualcuno fosse interessato a collaborare con noi per questa attività si metta in contatto al più presto!

 

Viaggi di turismo solidale in Burkina Faso
Nella seconda metà di aprile, abbiamo realizzato un viaggio di 15 giorni con un gruppo di 6 turisti responsabili. Si è trattato di un gruppo di amici pre-costituito che ci avevano chiesto un programma di viaggio orientato sugli
aspetti culturali e umani. Crediamo di averli soddisfatti!! Nel corso del
viaggio hanno potuto conoscere le abitazioni e le abitudini quotidiane di molte
etnie: i Gourounsi, i Lobi, i Bobo, i Mossi, i Peul, i Touareg. Grazie alla presenza e alla mediazione di Hado hanno assistito a numerose esibizioni di artisti tradizionali, tra cui le danze dei giovani Gourounsi, le danze delle maschere di animali dei Dodo, i rituali delle machere dei Mossi e le danze delle donne; ma soprattutto hanno conosciuto Stone House e il nostro progetto.
Ecco nelle parole di uno dei partecipanti le loro sensazioni: “Quasi tutti,del nostro gruppo, hanno già visitato diversi paesi dell’Africa, anche quella dura, per cui il viaggio è stato interessante non tanto o non solo per quanto abbiamo visto ed apprezzato, ma per il contesto in cui si è svolto. Prima di tutto Stone House (ed i suoi abitanti) che ti abbraccia, ti avvolge con spontanea naturalezza ti fa veramente sentire “a casa” per il calore umano che respiri. La sensazione, inoltre, (complice la presenza piacevole e talvolta istrionica di Hado) di arrivare a vedere e vivere momenti e dimensioni di autenticità e spontaneità di vita comune. …Molto interessanti le danze…” (foto allegata)

 

Per quanto riguarda il viaggio di agosto: se siete interessati, affrettatevi a confermare, il tempo non è molto! Allego nuovamente il volantino e il programma per chi non l’avesse ancora ricevuto.

 

Promozione dell’artigianato Negli ultimi mesi il secondo container che era stato spedito è arrivato e il materiale ricevuto è stato valutato positivamente. Anche un successivo pacco spedito via aerea è arrivato senza problemi.
Come segnalato nel calendario eventi saremo presenti il 25 giugno alla fiera Tuttaunaltracosa, per la sfilata di abiti etnici e nel pomeriggio per la presentazione del ns. progetto presso gli stand di Equo Mercato e Libero Mondo.

 

SOLIDARIETA’ CON LA COMUNITA’ LOCALE

 

Siamo sempre più decisi ad iniziare la costruzione a Stone House di un locale da adibire ad infermeria. Anche in mancanza di un locale, si moltiplicano comunque gli interventi sanitari a sostegno della popolazione di Koubri, in particolare donne bambini. Siamo alla ricerca di personale con competenze mediche (infermiere, pediatri, medici) disposti a venire presso il nostro centro per dei periodi di lavoro volontario e per addestrare personale locale.
Spargete la voce!!

 

I visitatori che abbiamo ricevuto a Stone House il mese di Aprile ci hanno fatto un’importate donazione di medicinali. Stiamo per ricevere anche un nuovo contributo che ci permetterà l’acquisto di un frigorifero a gas per la conservazione di medicinali deperibili, test per la malaria e nuove zanzariere da distribuire alle donne con bambini piccoli.
Stiamo iniziando un progetto in collaborazione con ICEI Ong per la coltivazione in Burkina dell’artemisia a scopo curativo della malaria. Siamo ancora nelle fasi iniziali ma vi terremo aggiornati.

 

Ciao, a presto,
Flora
Ass. culturale ITAL WATINOMA
www.watinoma.info
Cell. 348-3933216
“Il ben fatto non è mai perso”

 


Nota bene: L’Associazione ITAL WATINOMA utilizza la posta elettronica solo per diffondere messaggi di informazioni e comunicazioni sulle proprie attività culturali e di solidarietà sociale nonché di associazioni e/o altre realtà con le quali la stessa collabora, senza fini di lucro. In relazione alle Leggi 675/96, n 196/2003 e successive modifiche di tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento di dati personali, si precisa che gli indirizzi e-mail provengono da nostri soci, da conoscenze personali di amici/che e conoscenti, da contatti avuti in occasione delle nostre attività, dalla rete o da elenchi e servizi di pubblico dominio. Se questo messaggio vi è giunto per errore o non desiderate ricevere altre comunicazioni è sufficiente rispondere alla presente e-mail con la parola “cancella” e provvederemo immediatamente a togliere il vostro indirizzo dall’elenco.

Gabriella Bracco

La scuola è una barca che fa ormai acqua da tutte le parti: la lasciamo affondare? Sono in crisi gli insegnanti ai quali vengono affidati incarichi di cui non hanno competenza, gli operatori scolastici sottopagati e spesso precari, sono in crisi i dirigenti nel loro ruolo di capi d’azienda, oberati di responsabilità e unico canale di sbocco di ogni lamentela, è in crisi il personale di segreteria, invaso dall’onda della burocrazia. In crisi anche i sindacati: alcuni accusati di non interventismo, altri di posizioni estremistiche e quella dei servizi sociali, ai quali sono stati tagliati i fondi e presso i quali si rivolgono sempre più casi disperati. Si aggiunga, per altro, che fra tutti gli enti sopracitati, non vi è comunicazione alcuna e tutti questi settori risentono, secondo me, di un unico comun denominatore: la paura.
Sono solita dare ai miei bambini questo tema da svolgere e mentre, fino a poco tempo fa, le paure principali dei piccoli alunni erano quella del buio e dei mostri delle fiabe, oggi sono quelle sentite dagli adulti: avere pochi soldi, prima di tutto, ammalarsi, essere licenziati, perdere i genitori, non raggiungere un ruolo sociale.
La mancanza diffusa di un contatto empatico madre-bambino, crea molti problemi sulla conoscenza del sé, del proprio corpo e quindi delle proprie capacità relazionali e di autostima. Non solo la tv e il computer, invece di avere ruoli didattici, sostituiscono i genitori, ma anche la scuola spesso diventa luogo di delega rispetto a funzioni familiari insostituibili. La maestra è costretta a assumere quel ruolo di maternage che oggi, però, non ha più senso d’essere e che, per altro, i genitori non accettano, perché anch’essi disorientati, oberati dal lavoro e dai sensi di colpa di non potersi occupare di più dei figli.
Tutti, insomma, abbiamo paura: paura di non piacere, del diverso, di non riscuotere consensi, di non reggere la competizione. Ci sentiamo in colpa quando ci ammaliamo o quando invecchiamo perché temiano di essere un peso per la famiglia o per lo stato. C’è una comune tendenza a separare e mai a unire, perché la paura porta verso l’individualismo esasperato.
La paura genera violenza e la violenza genera paura. Dove c’è paura non c’è responsabilità, dove non c’è responsabilità, non può esserci benessere e la scuola, per funzionare, deve creare benessere e accoglienza. Il sistema scolastico è in genere contesto ideale per la promozione della salute, dato che sul piano delle possibilità permette di raggiungere la totalità delle persone in un periodo della vita in cui si può prevenire lo sviluppo di abitudini dannose, ma se ciò non avviene può essere il luogo dove hanno inizio le paure. Si parla sempre di violenza e questa è diventata la protagonista delle scuole, dei parchi, dei cortili, dei giornali quotidiani: ci stiamo abituando alla violenza, è diventata un linguaggio a cui non riusciamo a sottrarci, come la vittima al suo carnefice. I bulli sono i veri protagonisti di tv e giornali e in questo modo vivono il loro momento di gloria perché in fondo apparire è ciò che conta, le piccole fatiche quotidiane, il volontariato di molti, non vengono sottolineati mai, i gesti generosi delle “piccole pedine” rimangono nell’ombra.
Si parla di violenza e di regole per sedare la violenza. Ma quali regole? Anche loro basate sulla paura? Dove c’è paura, c’è un ritorno alle regole repressive. La punizione o il rimprovero devono avere finalità di recupero per aiutare il ragazzo a cambiare comportamento. Una società che non ascolta i giovani e il disagio dell’infanzia è una società sorda e non può che soccombere.
Un tempo si diceva ai ragazzi “le persone sensibili devono fare gli insegnanti, i medici, gli psicologi…”. Oggi a queste categorie viene detto: “pensa alla tua salute, non puoi salvare il mondo!”. Agli intellettuali, agli artisti, ai giornalisti veniva chiesto di denunciare, oggi si impone loro addirittura di tacere. Dietro lo spauracchio della privacy si nasconde spesso l’omertà. Non diciamo che i giovani sono violenti quando proprio noi abbiamo trasmesso loro la paura di essere abbandonati, di innamorarsi, di sostenere i più deboli, di non essere belli, forti e ricchi.
La nostra identità viene costruita sul nemico che abbiamo davanti, ma c’è di più nella vita: la poesia, la musica, l’arte.
Anch’io ho molta paura, ma ho scritto questa lettera per i miei figli, per i bambini delle mie classi e per tutte quelle persone che, stando accanto a me, mi hanno aiutata a averne un po’ meno.

PROVINCIA DI CREMONA
GRUPPO CONSIGLIARE VERDE

AL PRESIDENTE
DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI CREMONA

Oggetto: Mozione del consigliere Andrea Ladina (Verdi) per la realizzazione a Vicenza di un Parco internazionale “Foresta di pace” in alternativa all’ampliamento dell’attuale base militare USA e come simbolica riparazione umanitaria ed ambientale alla dissennata guerra in Iraq decisa dal Presidente George Bush.

Vicenza, città italiana di grandi tradizioni civili, di arte, di storia e di ambiente merita di essere valorizzata a livello internazionale proprio in un momento storico come questo che la vede, suo malgrado, coinvolta in un progetto di mastodontica cementificazione con l’obiettivo di sottrarre al suo territorio aree per 450.000 metri quadrati di superficie per far posto all’allargamento dell’attuale base militare USA.
La natura di questa grande base militare è evidentemente offensiva e Vicenza dovrebbe diventare una base d’attacco per operazioni distruttive su scenari internazionali.
Non crediamo che la bella città del Palladio meriti un così catastrofico destino diventando, inevitabilmente, bersaglio militare di una qualsiasi controffensiva aerea.
Come ci ricorda Gregory Bateson in “Verso un’ecologia della mente”, la prima pulizia che si deve mettere in atto è quella di disinquinare la nostra mente dalle menzogne e dal ribaltamento della realtà che le strutture di potere, specie economico, diffondono e che vengono fatte poi passare come verità indiscutibili.
Ed il primo ribaltamento della realtà è stato quello di aver fatto credere al mondo che la guerra avviata in Iraq da Stati Uniti e Gran Bretagna rappresentasse una inevitabile tappa per battere il terrorismo internazionale mentre invece, demistificata questa propaganda, orami tutti sanno che si è trattato di una guerra criminale per il controllo strategico delle fonti di energia ( petrolio innanzitutto) e che ha causato una imponente e tragica distruzione di risorse soprattutto in termini di vite umane.
Non manifestiamo sentimenti anti-americani, anzi il popolo americano come tutti i popoli è nostro amico e lo stesso senatore John Kerry già candidato democratico nella corsa presidenziale per la Casa Bianca ha affermato di recente che senza il consenso dei cittadini del posto le basi militari USA all’estero non debbono essere realizzate. La maggioranza dell’opinione pubblica degli Stati Uniti, inoltre, ritiene che la guerra in Iraq sia stato un grave errore del Presidente George Bush fondata sulla certezza “fasulla” della presenza su suolo iracheno di armi di distruzioni di massa.
Tutto ciò premesso e considerato che, tra i compiti istituzionali della Provincia c’è anche quello di promuovere la pace

di chiedere, tramite l’Ambasciatore USA in Italia a Roma, al Presidente degli Stati Uniti d’America che il Governo americano realizzi nella città di Vicenza un Parco internazionale “Foresta di pace” con la piantumazione, nell’area dell’aeroporto Dal Molin, di centomila alberi destinando in tal modo le risorse economiche previste per l’ampliamento della base militare in opere per l’ambiente, la cultura, la pace e come campus internazionale di incontro per i giovani.

Andrea Ladina capogruppo dei Verdi nel Consiglio provinciale di Cremona

 

Cara Silvia,
sono a Charlotte, in North Carolina, ospite di mia sorella che vive qui da alcuni anni.
Ho ripensato al nostro bell’incontro a Milano, desidero ringraziarti ancora per l’accoglienza e per l’opportunità che ci avete dato. Mi piacerebbe avere la registrazione degli interventi, Luisa Muraro ci ha valorizzate molto, le sue parole e le vostre ci hanno incoraggiate.
Non ho avuto il tempo per commentare con le altre di parlarti della risonanza che l’incontro ha avuto per me, lo farò in seguito.
Io continuo anche qui ad impegnarmi per la causa delle donne del presidio.
Ieri ho avuto la fortuna di incontrare Cindy Sheehan, che è venuta a Charlotte per vedere un membro del congresso, un rappresentante democratico del North Carolina e chiedere l’impeachment di Bush e Cheeney. Raccoglie firme da consegnare a Nancy Pelosi per avviare la richiesta di impeachment. Sembra che questa iniziativa in realtà non abbia molte possibilità di successo, il giornale locale titola “Sheehan’s anti-war crusade picks the wrong target” … tuttavia si tratta di un’iniziativa che serve a unire le persone in un gesto dal valore simbolico, non è poco qui, in Carolina ci sono gruppi ben organizzati di conservatori filobush in favore della guerra.
Ho conosciuto la responsabile locale delle women CodePink e partecipato a una manifestazione per la pace con il veterans for peace e le donne del CodePink, così ho potuto parlare alla TV locale del NO Dal Molin.
Tutti e tutte si sono dimostrati interessati e gli operatori mi hanno ripresa con la bandiera.
Cindy ha detto che conosce il problema di Vicenza ed è solidale con noi. Ha fatto una foto reggendo la bandiera del NO DAL MOLIN con me, appena posso ve la invio.
Come va alla Libreria? Mi piacerebbe avere la ricetta dell’ottima pasta che hai fatto in occasione del nostro incontro a Milano, la riproporrei volentieri alle amiche di qui.
Saluti a tutte!
un abbraccio
Antonella

Il 4 luglio festeggeremo, per la prima volta, l’indipendenza della nostra terra dalle servitù militari; lo faremo in anticipo, perché siamo convinti di vincere la lotta in difesa del nostro futuro, della nostra salute, della nostra sicurezza.

Il 4 luglio, per gli statunitensi, è una data molto importante; essi, infatti, festeggiano la loro indipendenza dal peso di un altro Paese nella loro vita quotidiana. Vogliamo che, anche per noi, il 4 luglio diventi una data importante: la giornata in cui festeggiare l’indipendenza del nostro territorio dal peso delle servitù militari.

La presenza di installazioni militari, infatti, condiziona pesantemente la nostra quotidianità; lo fa sottraendo e inquinando le risorse naturali, imponendo restrizioni ai cittadini e alla loro mobilità, costringendoci ad abituarci al clima della guerra. Noi, da più di un anno, ci battiamo per costruire una città diversa, che sappia costruire il proprio futuro non sulla militarizzazione del proprio territorio, ma sulla valorizzazione delle proprie risorse e della propria creatività.

Saremo in Piazza dei Signori a partire dalle 19.30. La serata vedrà esibirsi il gruppo donne del Presidio, con il loro spettacolo teatrale “Alla fiera del nord-est”, ed alcuni gruppi musicali. E’ previsto, inoltre, un omaggio a Luigi Meneghello con la presenza di Vitaliano Trevisan ed altri ospiti. Per tutti i presenti, inoltre, pastasciutta, anguria e bibite. Per i più piccoli, animazioni e giochi.

Vogliamo una città libera dal peso ingombrante degli eserciti e delle armi; il 4 luglio festeggeremo la città che verrà.

Presidio Permanente, Vicenza, 30 giugno 2007


Presidio Permanente No Dal Molin
Via Ponte Marchese – Vicenza

www.nodalmolin.it

IL FUTURO è NELLE NOSTRE MANI
Difendiamo la terra per un domani senza basi di guerra


Cronos ha paura delle donne
Carla Casalini

C’è una storia, una delle tante vicende perigliose dei lavoratori dei call center, di cui appaltanti e appaltatori usano a piene mani le competenze comunicative senza riconoscerne il valore, che però si distingue, in questo caso, per una sua peculiarità. Si tratta della Cronos srl, ultima definizione di una società prima dettasi Opera servizi informatici Scarl, poi Opera Roma Scarl, ma l’accidente nominativo non ne ha mai cambiato la sostanza: si è sempre trattato della stessa «attività», nella stessa sede a Pomezia, degli stessi lavoratori nel trascorrere del tempo, dello stesso personale che li controllava e li dirigeva, degli stessi «mezzi aziendali utilizzati dai lavoratori», così come delle stesse prestazioni per il medesimo committente: Telecom.
Questo si legge nella causa in corso di una fra le lavoratrici fin dall’inizio «socie di cooperativa» e dipendenti con «contratto a tempo indeterminato». E fin qui nulla di nuovo, perché i cambi di nome sono stratagemma ricorrente di molte aziende e società per lucrare su margini di guadagno, solitamente a danno dei dipendenti, che siano o meno anche «soci». Il primo problema nasce – anche qui evento non rarissimo – dalla condiscendenza dei sindacati a questo tipo di operazioni.
Che succede infatti nel momento in cui la medesima azienda cambia il proprio nome in «Cronos»? Succede che le segreterie regionali del Lazio di Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom Uil, nel febbraio del 2005 firmano un accordo in cui consentono alla società la finzione di stare dando vita a una «nuova unità produttiva», e dunque gratificano Cronos nella sua dichiarazione di essere «disposta a offrire una valida opportunità di occupazione agli ex soci della cooperativa», ossia i 257 lavoratori della Opera Roma Scarl. Questo implica che il sindacato, con quell’accordo, accetta che «per la prosecuzione del rapporto di lavoro» tutti i 257 donne e uomini, che da tempo erano operavano con un contratto a tempo indeterminato, debbano piegarsi a essere considerati manodopera di nuovo impiego, piegarsi a una «riassunzione ex nunc».
Così, improvvisamente trasformati in lavoratori di primo impiego,grazie all’accordo coi sindacati Cronos decide che 126 di loro si troveranno con «rapporti di lavoro a tempo indeterminato» ma con «esclusione del periodo di prova»; mentre altri 131, dopo anni di lavoro stabile, devono accettare di ritrovarsi come addetti di primo pelo, a ricominciare la trafila inquadrati con «contratti di inserimento». Come si vede, le violazioni di legge e codice di cui i sindacati si rendono complici sono molteplici, ma a quanto pare sperano nel futuro, grazie alla scrittura che nell’accordo prevede che per loro ci sarà «comunque l’assunzione a tempo indeterminato entro 18 mesi», ovvero «nel settembre 2006».
Molte di simili tappe deprimenti si sono già viste in altri percorsi delle società di servizi, coadiuvate da accordi sindacali, ma per la Cronos c’è, come dicevamo, una peculiarità in più. Infatti, i «126 rapporti di lavoro a tempo indeterminato» riguardano esclusivamente lavoratori di sesso maschile, mentre i «131 contratti di inserimento» sono dedicati esclusivamente alla parte femminile degli «ex soci» dipendenti.
Manco a dirsi, Cronos poi non rispetterà neppure i termini di quel deprimente accordo sindacale. Eppure nel frattempo assumerà altre persone, a tempo sia indeterminato, che determinato, e anche in affitto.
Ma non succede nulla. Sulla incredibile violazione della dignità femminile, nella forma di discriminazione sul lavoro, non interverranno i sindacati (che già ne avevano accettato l’assunto d’origine). Ma non si smuoveranno neanche le famose «consigliere per la parità», di qualsivoglia livello istituzionale. Alle donne offese da questa anacronistica pretesa maschile – aziendale e sindacale – non resta che il ricorso individuale alle cause in tribunale. Che inizieranno a metà luglio.

Felice Cavallaro

Assolta perché il fatto non sussiste. Perché era motivata esclusivamente da «una volontà rieducativa» quella tiritera di «sono deficiente» fatta scrivere cento volte all’ alunno lanciatosi con arroganza contro un coetaneo di 12 anni per sbarrargli il passo nel bagno dei maschietti e sputargli addosso il marchio di «gay e femminuccia». Ed è felice di aver trovato «un giudice a Palermo» la professoressa Giuseppa Valido, 56 anni, 32 di servizio, due figli, incriminata dalla Procura che voleva farla condannare a due messi di reclusione per abuso di mezzi di correzione e lesioni. Felice anche perché la sentenza letta e motivata in 35 minuti dal gup Piergiorgio Morosini ha come punto di forza proprio il temino di un altro suo alunno, Giorgio, autore di una semplice constatazione ripresa nel verdetto. È il richiamo al candore di un piccolo testimone chiamato, come tutti gli altri allievi della stessa classe, a discutere dell’ evento e della punizione: «La professoressa non ha detto deficiente al nostro compagno. Gliel’ ha fatto scrivere per farlo ragionare». Come ripete lei da Padova, in cura per un problemino alle corde vocali, a sua volta offesa dal padre che su quel quaderno le scrisse «lei è una cogliona»: «Io ho cercato di dialogare con il ragazzo punito. No, non gli farei più scrivere “Sono un deficiente”. Utilizzerei altri metodi. Ma se quel padre che voleva pure un risarcimento di 25 mila euro avesse recepito l’ appello a lavorare insieme tutto sarebbe stato diverso. E spero che si capisca quanto bisogno ci sia nella scuola di recuperare un po’ di autorevolezza». Proprio un appello ai genitori: «Restituiteci prestigio agli occhi dei vostri figli. Perché se non lavoriamo insieme a nulla valgono le note sul registro. E io non ne scrissi allora perché a volte l’ effetto è opposto a quello sperato. Più note hanno, più s’ atteggiano a bulli. Le mostrano fieri. Le conteggiano. Diventano medaglie. E noi professori ci troviamo con l’ arma spuntata». Capta questo disagio la sentenza firmata da Morosini, un esperto scelto come braccio destro di Giuliano Pisapia nella commissione che ha appena esitato la bozza del nuovo codice penale, un romagnolo da 14 anni a Palermo, in partenza per la Cassazione, convinto che la punizione «non ha causato alcun danno psicologico all’ alunno» e che bisognava proteggere «il ragazzino schernito in un ambiente sociale caratterizzato dalla cultura della prevaricazione». Una posizione ben diversa da quella del pm Ambrogio Cartosio che aveva minimizzato la vicenda con sorpresa dei tanti osservatori presenti in tribunale: «Se non vogliamo ridurre la scuola a un ambiente sordo e grigio, privo di creatività, non possiamo impedire quelli che possono sembrare degli scherzi». Una frase ascoltata con stupore dagli esponenti di associazioni gay presenti con cartelli ironici, il pensiero al sedicenne di Torino suicidatosi per le stesse ragioni. Un evento richiamato da Morosini e dall’ avvocato Sergio Visconti, autore di un colpo di scena ripreso dalla sentenza. Ha infatti smontato l’ idea di quel padre massiccio presente in aula e deciso a insistere sulle «turbe psicologiche» del figlio, visto che aveva presentato certificati medici a partire dal 24 gennaio dell’ anno scorso. Ma con quattro giorni d’ anticipo sul fatto contestato. Un errore evidenziato da Visconti che adesso rassicura centinaia di docenti da settimane mobilitati a difesa: «I professori corretti sappiano che hanno le spalle coperte». Manifestazione di sostegno nei confronti dell’ insegnante finita sotto processo e ieri assolta «perché il fatto non sussiste».

Alessandro Ziniti

Lei si definisce una «classica» e in questa accezione intendeva la parola “deficiente”: mancante di…, nella fattispecie della sensibilità nei confronti di quel compagnetto così pesantemente apostrofato. E ora che, in vacanza all´estero con marito e figli, ha appreso il lieto fine dal suo avvocato Sergio Visconti, la professoressa sul banco degli imputati risponde così alla più classica delle domande.
Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«Bè, visto che questa espressione non è stata compresa come io l´avevo intesa e spiegata a tutta la classe, forse no, non la userei più. Ci starei più attenta. Ma tutto era tranne che un´espressione offensiva nei confronti di quell´alunno».
E a lui, oggi, cosa si sente di dire dopo che il giudice le ha dato ragione?
«Spero che dimentichi presto anche lui, ma mi auguro che quello che è successo lo abbia portato a riflettere. In fondo era solo questo che volevo ottenere con quella paginetta. Io non gli ho mai fatto pesare questa punizione, bastava solo che lui capisse, che chiedesse scusa, che si rendesse conto, perché possiamo sbagliare tutti, anche noi insegnanti, ma bisogna riflettere perché nella vita, prima o poi, si paga tutto».
Il giudice ha sottolineato il suo intervento a tutela dell´altro ragazzino, la vittima.
«E mi fa molto piacere perché alla fine di lui non si è occupato più nessuno. Quando il caso è finito sui giornali la scuola era praticamente finita, ma io l´ho avuto con me e lo avrò l´anno prossimo e vi posso assicurare che dopo il mio intervento quel ragazzino è rimasto sereno e tranquillo a fare gruppo con i suoi compagni. E questa per me è la sentenza che vale di più».
È vero che il sistema scuola non vi fornisce gli strumenti adeguati per far fronte a queste situazioni?
«Assolutamente sì. Che mezzi abbiamo noi? La maggiore parte dei miei colleghi, quando si rivolge ai presidi per chiedere che fare, si vede allargare le braccia. Riempire i registri di note a che serve se restano solo parole? Basta pensare che, nonostante le note messe sul registro a questo ragazzo da altri colleghi, io non avevo mai visto i suoi genitori. Ma noi insegnanti non possiamo far finta di nulla, io mi sento prima di tutto un´educatrice».
Adesso che è tutto finito cosa le resta di questa esperienza?
«Innanzitutto la soddisfazione di essere stata compresa da questo giudice che ha capito realmente quello che ho fatto. La mia preoccupazione era che tutto questo clamore mediatico potesse condizionarlo e invece non è stato così. E poi la tanta solidarietà dei miei colleghi, che sono stati sempre al mio fianco, e del ministro Fioroni. Ammetto che non me lo aspettavo».
Ai suoi studenti che ritroverà a settembre sui banchi di una scuola che il giudice ha definito difficile che messaggio vuole lanciare?
«Loro lo sanno già perché ne abbiamo parlato tante volte. Ho sempre insegnato loro a dire quello che pensano ma con educazione, altrimenti che uomini saranno? In vita mia non sono mai stata contro qualcuno. Se sbaglio sono abituata a chiedere scusa, come sono abituata a mettermi, da madre, nei panni dei genitori».

Gli fece scrivere cento volte: sono deficiente. Il giudice: voleva rieducarlo
Alessandra Ziniti

In una scuola, come quella italiana, «inadeguata» a far fronte ai tanti episodi di violenza tra i banchi, anche far scrivere cento volte “Sono deficiente” al bullo di turno è un modo legittimo per intervenire a tutela del più debole e dell´intera classe e con finalità esclusivamente educative nei confronti dei ragazzi che ritengono, con la prevaricazione, di guadagnarsi la leadership del gruppo.
«Un´azione a fin di bene». Con questa motivazione, il giudice Piergiorgio Morosini ha assolto perché il fatto non sussiste l´insegnante di lettere di una scuola media della città per la quale il pm Ambrogio Cartosio aveva chiesto la condanna a due mesi di carcere per abuso di mezzi di correzione, dopo la denuncia del padre del ragazzino punito per aver impedito ad un compagno di entrare nel bagno dei maschi apostrofandolo così davanti ad altri ragazzi: «Qui tu non puoi entrare, sei una femminuccia, sei un gay». Tre e ore e mezza di camera di consiglio per emettere una sentenza che il giudice ha voluto contestualmente spiegare leggendo in aula le 13 pagine di motivazione redatte dopo aver consultato anche i più moderni e condivisi studi di psicopedagogia. In aula, assente la prof imputata e il padre dell´alunno punito che le aveva chiesto un risarcimento danni di 25 mila euro, una variopinta delegazione di omosessuali, arrivati a sostegno dell´insegnante.
«Uno stile comunicativo superato» è stata l´unica critica che il giudice si è sentito di rivolgere all´operato della professoressa finita sul banco degli imputati. Per il resto il gup Morosini ha ritenuto che l´iniziativa dell´insegnante sia stata «improntata all´esigenza di rieducare il giovane alunno stigmatizzando la sua condotta lesiva della sensibilità del compagno onde evitare che la convinzione di agire impunemente in quel modo lo portasse, nell´evoluzione della sua personalità, ad una progressiva assunzione di comportamenti antisociali». E dunque lo scrivere cento volte sul quaderno “Sono deficiente” al giudice è apparso uno «strumento né improprio né sproporzionato». Anche perché, da tutelare, c´era innanzitutto la vittima di quell´atto di bullismo, un altro ragazzino che da tempo subiva le angherie di un gruppetto di compagni. «Le conseguenze per la vittima di certi atti consumati in contesti scolastici in età adolescenziale – scrive il giudice – sono la tendenza a chiudersi in atteggiamenti ansiosi ed insicuri. Poiché la vita in classe viene resa loro molto difficile, possono provare il desiderio di non andare più a scuola. Addirittura subire comportamenti prepotenti e intimidatori può mettere in serio pericolo di vita portando a gesti gravi di autolesionismo e anche a tentativi di suicidio».
Un passaggio salutato con un applauso dei gay presenti in aula che il giudice ha immediatamente stoppato così come, con queste motivazioni, ha voluto stoppare sul nascere ogni polemica. La necessità dell´intervento dell´insegnante innanzitutto perché «la prepotenza, se non tempestivamente stigmatizzata e contrastata, può arrivare sino al punto di pervadere le relazioni tra compagni di classe e di essere accettata come condizione normale dei rapporti interpersonali e sociali». Soprattutto in un contesto difficile come quello della scuola media in questione che «non ha elaborato un programma di prevenzione e repressione degli atti di bullismo e non ha mai coinvolto i genitori». Ma è tutto il sistema scuola a finire sotto accusa in una sentenza destinata a fare giurisprudenza: «Non esiste una regola generale per i docenti che si trovano davanti ad atti di bullismo – scrive il gup Morosini – e certamente appaiono inadeguati e ormai desueti gli strumenti di correzione indicati tassativamente dai regolamenti». Ovvero ammonimenti, censure, sospensioni, espulsione. E allora, conclude il giudice, «l´unico avamposto per la tutela delle vittime è rappresentato proprio dai singoli docenti». Ognuno con i metodi che ritiene tenendo salva la finalità educativa e la proporzione con l´obiettivo. Dunque anche cento volte “sono deficiente”.

Una lettera di Forum Droghe di Henri Margaron dimessosi dalla Commissione consultiva sulle tossicodipendenze istituita presso il Ministero della Salute a seguito delle recenti “esternazioni” della ministra Turco sulle droghe.

Quando l’associazione Forum Droghe mi ha fatto l’onore di chiedermi di rappresentarla all’interno della Commissione Consultativa in materia di dipendenze patologiche, istituita dal Ministero della Salute, ho accettato con entusiasmo. Le premesse lasciavano sperare in un cambiamento di stagione nel modo di affrontare le dipendenze patologiche, speranze rinforzate dalla lettera inviataci dalla Ministra.
Purtroppo i miei entusiasmi iniziali si sono tramutati, negli ultimi giorni, in un imbarazzo riguardo al mio ruolo in seno a tale commissione, nonché in forti preoccupazioni sulle politiche che il Ministero della Salute intende realmente perseguire. Le affermazioni reiterate dalla Ministra della Salute sull’opportunità di inviare i Nas con i cani antidroga nelle scuole, così come il suo appoggio all’iniziativa del sindaco di Milano, signora Letizia Moratti, di offrire a tutti i genitori milanesi una “kit antidroga” per controllare se i figli si drogano, mi preoccupano e mi sconcertano.
Il motivo avanzato dalla Ministra a sostegno di tali iniziative è il sacrosanto dovere di rispetto nei confronti della legalità, tuttavia rivolgendosi ad adolescenti, occorrerebbe soprattutto tener conto del dovere dell’educazione alla legalità da parte degli adulti. Sappiamo che purtroppo i giovi si drogano, non abbiamo bisogno del Kit della signora Moratti e, se lo fanno, non è perché le droghe “spengono la vita”, come recita lo spot della campagna di prevenzione del Ministero della Salute, bensì perché “la illuminano” anche se purtroppo si tratta di luce artificiale. La nostra curiosità, il nostro impegno dovrebbero essere rivolti a comprendere perché così tanti giovani hanno bisogno di questo tipo di luce.
La luce naturale, di cui evidentemente mancano e che dobbiamo ridare loro, può provenire solamente dall’affetto che possono ricevere dagli altri, dalla famiglia in primis. Purtroppo la società moderna non sa tener conto di questo tipo di bisogno, così come non è disposta a rispettare i tempi di maturazione dei suoi figli. Le espressioni di sofferenza e di disagio rappresentate dal consumo di droga, anche quando essa sembra assunta per puro scopo ricreativo, richiedono rispetto ed ascolto, e non la violenza di indagine a sorpresa. Ma che tipo di relazione vogliamo stabilire con i nostri figli?
Con questa lettera ho voluto comunicare le mie preoccupazioni, pregando di renderla nota a tutti i membri della Commissione Consultativa, poiché credo che molti la condivideranno, e di farla recapitare alla signora Ministra, per poter ricevere dei chiarimenti: Nell’attesa e con rammarico non posso che autosospendermi.
Cordialmente, Henri Margaron


Gianfranco Capitta

Pensa con i sensi, senti con la mente. La suggestiva epigrafe dell’esposizione della Biennale arte potrebbe felicemente sposarsi con la performance presentata da Marina Abramovic al festival della danza, ma fuori da superati confini di genere artistico. In realtà il lavoro, quasi un’installazione, è costruito e messo in opera da una dozzina di allievi dell’artista di Belgrado, riuniti sotto la sigla di Indipendent performance group. Giovani e di paesi diversi, si esibiscono in contemporanea nello stesso luogo, secondo una modalità sperimentata anche altrove, ad esempio un paio d’anni fa a Avignone. Diversi anche per approcci estetici, sotto il comune denominatore di un titolo, The erotic body, ingannatore. Generosa come la si conosce, Abramovic si è riservata un ruolo di concertatore dell’evento.
L’ingresso mette subito alla prova. Una ragazzona prosperosa attende immobile dentro una garitta vetrata, porgendo le labbra da un foro per un bacio. E viene in mente naturalmente un’altra indimenticabile prova di ingresso, in una lontana performance dell’Abramovic anni 70, con gli spettatori costretti a varcare la soglia delimitata dai corpi nudi di Marina e Ulaj. Qui tutto è più raddolcito, più disincantato, lo spirito del tempo è meno crudo. Ma anche più opaco. Si batte il proprio nome su una vecchia macchina da scrivere, verrà utile più avanti. Ci si comincia a aggirare nei vasti spazi del teatro alle Tese, in fondo all’Arsenale, non lontano dalle sale in cui Giuseppe Penone mette in mostra le sue «sculture di linfa», tronchi centenari di larici rivestiti di pelli animali, travi scavate e riempite di resina – c’è quasi un rispecchiamento fra questi due diversi modi di guardare al vivente. Ecco una giovane donna incerta in mezzo a una distesa ordinata di scarpe di ogni tipo, prima di sceglierne un paio troppo grande per lei, con cui inscena la gelida passerella dei suoi «passi d’amore». Ecco un’impari coppia che si scambia strani baci su un letto, lui mingherlino, lei decisamente più florida. Un corpo che nella distanza sembra ridotto al solo torso, come una frammentaria statua dell’antichità classica. Un ragazzo fa un training di sopravvivenza su un materassino gonfiabile dall’inequivoca forma fallica. Una ragazza orientale porta in giro con un moto lentissimo una attonita nudità. Un’altra fa una sorta di danza del ventre con una lama fissata al bacino che taglia le pareti di carta del cubo in cui agisce. Un’altra ancora scrive con la parte bassa del corpo il nome degli spettatori, lettera per lettera. Non ci sono percorsi prestabiliti. Non c’è un tempo, perché non c’è rappresentazione. Ci si può muovere o fermare a guardare. Lasciarsi conquistare dai momenti in cui con più forza l’azione investe il pubblico con l’intensità della presenza fisica dei performer. Come quella che incessantemente sbuccia barbabietole, con le mani che si vanno colorando del colore del sangue.
Quel che manca, ed è assenza troppo fragorosa per non essere pensata, è proprio il corpo erotico. Lo dice già la staticità della situazione, inconciliabile con i moti del sentimento erotico. C’è piuttosto in gioco una decostruzione dell’eros che ne lascia scoperte le facce giocosa e funerea. Non è un caso che l’immagine finale, usciti da lì, sia quella di una Ofelia che dondola immobile sull’acqua nel bacino delle Gaggiandre, circondata dai fiori. Corpo sottratto al desiderio.

All’Auditorium il recital della performer Usa che non risparmia critiche alla guerra in Iraq e all’ipod
Mario Gamba

Come voce recitante, come lettrice poetica, pochi la battono in musicalità. Lo si nota all’inizio del suo nuovo spettacolo, Homeland, nel quasi-buio della Sala Sinopoli dell’Auditorium romano. Laurie Anderson ancora sola con la sua voce e la tastiera appena sfiorata per creare un ambiente sonoro evocativo e struggente. Conosce il segreto di far balenare quietamente appena una nota nella parte vocale del “recitato con musica”: una nota che sembra prolungarsi, lasciare un ricordo, dare un carattere. Oggi in questa particolare arte è più matura, meno manierata (se mai lo è stata), meno conciliante. Pur sempre lirica.
Quando questa lettura diventa recitativo vero e proprio e immediatamente canto, il passaggio è lieve e fascinoso. E intanto l’hanno raggiunta sul palco i tre musicisti che collaborano con lei alla realizzazione di questo poema-concerto per una volta senza video, tutto giocato sul testo e sulla musica. Sono Okkyung Lee, grandiosa violoncellista al centro delle più importanti avventure di musica “sperimentale”, con Butch Morris, con Assif Tsahar, qui, diciamolo, abbastanza sprecata. Poi, Skuli Sverrisson al basso elettrico e Peter Scherer alle tastiere.
Deliziosa “antiamericana” questa Laurie Anderson. Subito dopo un “preludio” che accenna agli Uccelli di Aristofane per raccontare l’inizio della memoria nella storia dell’umanità – e c’è già tutto il suo pensiero austero: viviamo in tempi bui perché non ricordiamo le cose importanti, fondative, la Costituzione per esempio, che forse qualcuno “ha scritto con inchiostro invisibile” -, il suo testo raffinato parla di uomini “vestiti per uccidere” che dicono di sé “di sicuro abbiamo ragione” e c’è chi grida “benvenuti benvenuti” e c’è la voce di qualche coscienza critica che aggiunge “benvenuti nella notte americana”. Sono senza dubbio i soldati Usa mandati in Iraq che viaggiano in lungo e in largo al suono di un inno che fa più o meno così: “Dammi un ipod/voglio ascoltare un rap… perché sono un tipo cattivo/lascia che ti spedisca dritto all’inferno”.
Dalla critica dell’ipod alla critica della civiltà dell’immagine, per cui “le cose non sono più le cose”, il passo è breve. Non si poteva sperare che Anderson si fermasse per una volta a osservare la tragedia di un presente assai vicino: lei ha come sempre nella testa che tutto il male venga da un mondo di consumi e di agi e che ci dev’essere stato un tempo, da rimpiangere, in cui la naturalezza del vivere non generasse mostri. Una vera apocalittica adorniana, rimpianti a parte (il maestro francofortese non si dilettava in ciò). Lo spettacolo si snoda attraverso le “stazioni” dell’orrore della vita americana non solo di oggi, non solo per le guerre e il folle progetto di dominio mondiale. L’Anderson di sempre, insomma.
Ma il testo, che ha una continuità anche se lascia campo alle canzoni (con relative parole) a loro modo “chiuse”, è davvero garbato e inventivo. Polemico e persino predicatorio: “Non c’è posto per la libertà quando la guerra non accenna a finire”. Dal punto di vista musicale c’è un’altra bellissima prerogativa di Laurie Anderson vocalista da mettere in rilievo. È quando prende l’avvio di un’aria partendo da un suono basso, ma sembra un suono naturale corporeo non una nota, non dura nemmeno un secondo, e poi l’aria è tutta cantata nel registro acuto. Sensuale. L’orchestrazione stavolta è più ambiziosa ma anche più pesante: quando gli “ostinati” gentili di tutti quanti lasciano il posto a certi unisoni enfatici violino-violoncello-tastiera. E invece le nenie intellettuali e politiche di Laurie non andrebbero disturbate.

 

Un’intervista con la studiosa americana Griselda Pollock, a Roma per una conferenza che si terrà oggi presso la Casa internazionale delle donne. «Ogni artista lavora su un doppio asse di posizionamento, geopolitico e storico-famigliare. In tale intersezione si trova la specificità della sua opera»
Arianna Di Genova

Griselda Pollock è giunta a Roma dall’università di Leeds per tenere una conferenza presso la Casa internazionale delle donne. Autrice di testi ormai classici (tra cui, Old Mistresses, Framing Femminism: Art and the Women’s Movements 1970-1985, Vision and Difference) e di monografie su Modigliani, Berthe Morisot, Bracha Ettinger, Eva Hesse, incentrerà oggi la sua «lecture» sull’opera della pittrice berlinese Charlotte Salomon (morta ad Auschwitz a 26 anni, nel 1943), analizzandola in parallelo con Van Gogh. L’incontro con Pollock è stato organizzato da Paola Di Cori (tra i relatori, Patrizia Veroli, coordina Francesca Koch) nel contesto di un progetto di ricerca sulla vita quotidiana voluto dall’università della Sapienza e Clotilde Pontecorvo. «Lavoro sulla storia, il trauma, la trasformazione – spiega Griselda Pollock – Non voglio produrre giudizi ma resistere alla creazione di star e celebrities, anche in arte».

 


Lei ha esplorato i confini dello spazio pubblico e la dimensione del «privato». Alcune artiste contemporanee hanno spostato l’accento su quest’ultimo per raccontare il mondo. Cosa ne pensa?
Gli antropologi hanno sostenuto che la separazione fra cultura e natura è stata ridisegnata nelle simboliche divisioni uomo/donna. Nella Grecia antica oikos (casa) veniva distinta dalla polis e solo chi era fuori dalla casa, libero di costruirsi una vita e di sostenere la quotidianità attraverso il lavoro, poteva avere diritto a una cittadinanza. Nei periodi successivi, molto è cambiato e gli spazi privati della regalità e dell’aristocrazia – le corti – sono diventati i veri centri del potere. Le rivoluzioni moderne hanno rovesciato l’ancient régime delle monarchie assolute e reclamato una sfera pubblica per il potere borghese.
Si è così creata una nuova sfera pubblica, soggetta a una divisione costruita dalla borghesia, attraverso il concetto di gender. Le donne furono confinate negli spazi domestici mentre gli uomini vennero identificati con la politica, economica e, dunque, con il potere. Durante l’Impressionismo, ci fu ancora un cambiamento: l’intimità venne rivalutata dagli artisti, sia uomini che donne. Tuttavia, furono solo i primi a potersi muovere nella città e a sperimentare la libertà dello sguardo e la sessualità. Ho così teorizzato l’esperienza urbana ottocentesca in termini di uno scambio sessuale interclassista che escludeva le donne borghesi dai luoghi chiave della modernità, come i bordelli o i templi del divertimento. L’idea della donna pubblica era associata ad una trasgressione e ad una mancanza di rispettabilità. Poi, i processi di modernizzazione le hanno inserite negli spazi pubblici come lavoratrici e le pressioni dell’ideologia, attraverso altri tipi di visibilità della donna in pubblicità e nei media, hanno alterato le pratiche di genere e il rapporto con la città. Ma l’ideologia non è crollata. Quando le donne esplorano le condizioni che hanno determinato le loro vite e identità, finiscono per esaminare le divisioni dello spazio fra pubblico e privato. Continuano a studiare il significato di intimità che può declinarsi in sessualità, relazioni parentali, violenza domestica e, naturalmente, nel corpo. L’analisi femminista identifica le strutture e le ideologie di «gender» in cui – e contro cui – il pensiero di intellettuali e artiste pratica le sue teorie critiche.

 


Esiste un’arte post-femminista?
Come dice una splendida cartolina di Jackie Fleming: «Sarò post-femminista in un post-patriarcato». Il post-femminismo è una delusione creata dai media per licenziare il femminismo stesso e il suo lavoro critico, suggerendo che non c’è più bisogno di una lotta politica contro l’oppressione delle donne. La delusione si attua con la compiacenza di molte intellettuali occidentali che scambiano le loro piccole vittorie per un reale cambiamento delle strutture profonde del potere e dell’ineguaglianza. C’è ancora molto da fare. Nei nostri paesi, ora che i traffici sessuali sono una delle più orribili cicatrici dell’Europa occidentale nell’era postcomunista, nessuno deve essere compiacente. È un equivoco credere che l’obiettivo del pensiero femminista sia soltanto la liberazione sessuale. Molte artiste si comportano come ragazzacce e questo fenomeno viene definito post-femminismo. È infantile e non prende in considerazione le ragioni complesse delle teorie visuali e culturali femministe, così come il lavoro di molte artiste che riconoscono il corpo come un territorio, fortemente contestato, di potere e desiderio. Ciò che in arte viene etichettato come post-femminismo non ha capito la posta in gioco del pensiero critico di rappresentazione e sessualità.

 


Quale impatto ha avuto la globalizzazione sulla cultura femminista e le sue rappresentazioni artistiche?
Il femminismo è un fenomeno internazionale fin dal XIX secolo. I movimenti femministi sono apparsi nel mondo non grazie alla globalizzazione ma come risultato delle culture dei singoli paesi nel momento in cui si sono incontrate con la modernità e si sono liberate dai sistemi oppressivi. Abbiamo visto la nascita di vibranti comunità femministe nell’Europa dell’est dopo il 1989, ma anche in Giappone, Corea, Filippine e Thailandia. Nei paesi africani ci sono movimenti molto forti che seguono strade differenti da quelle euroamericane. Globalizzazione, però, può significare che il mondo euroamericano acquisisca una consapevolezza rispetto ai tanti femminismi che si possono produrre, anche nel campo artistico. Non amo l’idea di mostre collettive dove i curatori prendono esempi da diverse parti del mondo senza capirne il contesto. Così, ho proposto un modello basato su generazioni e geografie per poter scrivere una storia dell’arte post-coloniale. Ogni artista donna lavora su un doppio asse di posizionamento, quello geopolitico e quello storico-famigliare. In questa intersezione di tratti personali e culturali si trova la specificità della sua produzione.

 


Lei afferma che ci sono molte storie dell’arte…
L’idea delle storie dell’arte è anticonvenzionale. Suggerisce che esistono molte storie, qualcuna non scritta. Diversi sono i centri e i punti di vista. Non possiamo creare una «master narrative» ma dobbiamo renderci conto che siamo costantemente impegnati a ripensare il passato, a rivederlo mentre siamo modificati dal nostro presente, dalle nostre storie e dallo sviluppo di nuovi pensieri che queste storie producono.
La sua conferenza è incentrata su Charlotte Salomon, uccisa giovanissima dai nazisti.

 

Fra le artiste che ha studiato più a fondo c’è anche Eva Hesse, altra individualità con una storia tragica…
Già nel mio libro Old Mistresses: Women, Art and Ideology (1981), parlavo della sua produzione. Nel 2002 il mio centro di ricerca venne ospitato ad una conferenza dalla Tate, in concomitanza con la retrospettiva londinese dell’artista. A noi interessava affrontare la questione della sua esperienza storica, il trauma dell’olocausto e del post-olocausto. E superare la dicotomia fra la biografia di una personalità sofferente, morta tragicamente e un nuovo formalismo che esclude ogni riferimento al suo essere ebrea e donna. L’opera di Hesse, invece, cresce proprio sulla questione del sopravvivere al trauma, l’arte come mezzo per vivere e non morire.

 Roberto Silvestri

Vado al cinema per vedere cose mai viste. Parola di Man Ray. Ottimo consiglio. E farebbe sensazione vedere, da stasera in tv, qualche film di Sembene Ousmane, lo scrittore e cineasta senegalese d’origine operaia, pioniere di un’arte africana indipendente, critica, saporita e di ricerca, morto sabato 9 giugno a 84 anni.
Susciterebbe salutari strepiti. Per i temi affrontati, per i set e gli sfondi inediti (l’«interno qualunque di una casa africana d’oggi» è l’invisibile per eccellenza, il tabù estremo nei canali tv intossicati d’esotismo), per il punto di vista appassionato, per la libertà con la quale, non senza humor sferzante, Sembene Ousmane fabbrica piaceri schermici e sgretola divieti e pregiudizi (religiosi, sessuali, politici).
I suoi film, per lo più cucinati (metafora che usava spesso) secondo collaudate tradizioni popolari (cioé mai noiosi, e, se realisti, «all’americana», alla Claude McKay) e in lingua wolof o diola, perché l’85% del suo pubblico è analfabeta, altro che francofono, sono interrogazioni complesse, senza risposte né proclami («denuncio i mali dei peggiori»), che rovesciavano astutamente i rapporti di potere bianco/nero; comunità/individuo; vecchio/giovane; uomo/donna, ricco/povero… Vediamole, queste sue interrogazioni: l’ipocrisia colposa dei cooperanti bianchi? Le noire de… (’66), primo lungo a soggetto subsahariano della storia e già premio Vigo. La corruzione nelle società postcoloniali? Le Mandat (’68). L’orrore aberrante delle tradizioni, quanto più ancestrali tanto più reazionarie? Emitai (’71). L’impotenza sessuale e politica della nuova élite al potere, al guinzaglio dell’Europa? Xala (’75). I crimini del fondamentalismo animista, islamista e cristiano nel continente nero? Ceddo (’77), il più censurato. Il perfido trattamento dei soldati africani usati prima come carne da macello e, vinto Hitler, massacrati se rivendicavano l’eguaglianza? Camp de Thiaroye (’87). L’Islam spiegato, da un ateo, ai neo-guerrafondai cristiani? Guelwaar (’92). Come le donne sfibrano il machismo e rifiutano le mutilazioni genitali (tollerate in 38 dei 54 stati del continente)? Faat Kiné – omaggio esplicito a Billy Wilder e Jerry Rawlings – e Moolaadè (2000 e 2004). Pensare a sinistra, per lui, come per Rossellini, è uno scavare continuo sotto la superficie della storia vincente, un’autopsia dallo sguardo plurale (Autopsia d’un cinema è il titolo dell’ultimo saggio). Con Sankara vivo il progetto della vita, la saga anticoloniale su Samory Touré che guidò la resistenza armata antifrancese si sarebbe realizzata. Ma con la Francia che controlla ormai il cinema del continente? Come Chaplin, come l’adorato von Stroheim, il pur omaggiato (dai transalpini) Sembene Ousmane (l’intera collezione in dvd è appena uscita), fu via via messo in condizione di non nuocere.
Se il nostro servizio pubblico tv (Fuori Orario escluso), ignaro delle responsabilità che ha, continuerà a rimuovere giocondamente tutto questo, come anche altri ricchi giacimenti culturali e il terzo cinema di cui il padre del cinema africano Sembene fu esponente radicale («né con Hollywood né col cinema borghese d’autore»), molto più grave è l’indifferenza euro-progressista verso la «nuova sinistra» del sud (si vedano i necrologi sbrigativi dei quotidiani «democratici» di ieri). Sembene, «soldato di De Gaulle», fu iscritto al Pcf dalla «guerra fredda» fino al 1960. Le posizioni razziste e neocoloniali del partito (e di Mosca) in Algeria lo costrinsero all’esodo, a inventare, prima di Berkeley e del ’68, con Franz Fanon e i panafricanisti al lavoro, W.E.B. Dubois (che incontra nel ’58), N’Krumah, Lumumba, Sankara, altri tragitti rivoluzionari più che comunisti (istantaneamente repressi) mentre la macchina di Thorez/Marchais imboccava il moderato viale del tramonto che conosciamo.
Nato l’1 gennaio 1923, Sembene è allevato da uno zio religioso, scrittore dilettante, Abdu Raxman Joop, che gli insegna l’arabo, il francese: «e a non farmi mai toubabizzare (colonizzare dall’uomo bianco), però non sono credente, credo soltanto nell’uomo». Autodidatta, «il mio training – diceva – l’ho fatto nell’università della strada», fa 36 mestieri, è pescatore a 15 anni, sarà metalmeccanico Citroen. Si trasferisce a Dakar, è tirailleur dal ’42 al ’45, leader sindacale, prima in patria poi a Marsiglia (dove arriva clandestino e per 10 anni è portuale). Partecipa negli anni ’50 ai cortei per Vietnam e Algeria liberi e ripudia la politica dell’assimilazione. Entra nel gruppo di Presence Africaine e, resosi conto che «in Africa, con i libri, si raggiungono poche persone», su consiglio di Sartre e Rouch studia cinema al Vgik di Mosca, e negli studi Gorki, maestri Donskoi e Gherassimov. Viaggia molto (Danimarca, Cina, Cuba…). Esordisce col corto Borom Sarret, ’62; seguono L’Empire Songhay (’63, mai distribuito), Niaye (’64), Polygamie e Problème de l’emploi (’69), Taw (un giovane diplomato, disoccupato a Dakar…) e i «lunghi» di cui abbiamo parlato. Premiato immediatamente nei festival internazionali, la sua celebre pipa non si perderà più un’edizione di Tunisi e Ouagadougou. «L’artista deve essere la bocca e le orecchie del popolo. Siamo i moderni griot, lo specchio che riflette e sintetizza i problemi, le lotte e le speranze del nostro popolo». Al «patriarca del cinema africano» fu conferito nel gennaio 2007 il premio Nonino (in giuria anche Ermanno Olmi e Morando Morandini), ma il cineasta era già malato e non venne.
Non amava i critici («non leggo mai cosa scrivono»), non amava le interviste («io parlo, loro pubblicano il libro e incassano i diritti»), non amava i giovani cineasti impertinenti (nel caso di Camp de Thiaroye) che lo rimproveravano di scippato un copione altrui. Ma le sue restano le fruste brechtiane messe più a segno contro lo sfruttamento e le ingiustizie di un continente che sa farsi molto male anche da solo. Opere più che realiste che aprirono la storia del cinema africano postcoloniale, ricominciando dallo stile fertile nouvelle vague, vivisezionando e combattendo con ogni mezzo necessario i mali dell’Africa «a sovranità limitata» che sono anche i nostri.

Nadia Fusini e Liliana Rampello

Autrici di due libri che, in modi diversi, fanno i conti con la difficoltà
di raccontare Virginia Woolf, non semplici biografie ma testi
che si misurano con la scrittura della vita come avventura dell’anima.
A Mantova, nel corso del Festivaletteratura 2006, Nadia Fusini e Liliana Rampello hanno dialogato tra di loro mettendo a confronto i loro percorsi. Abbiamo trascritto questo scambio che vi proponiamo come inusuale testo critico ma anche come testimonianza
della relazione tra due appassionate lettrici.

 

LILIANA RAMPELLO – Nadia Fusini è anche una traduttrice di Virginia Woolf, della Woolf ci ha restituito finalmente la lingua dei suoi romanzi. Entrambe siamo state sicuramente molto colpite dalla capacità e possibilità che i suoi testi ci davano di entrare in viva relazione con una donna che non abbiamo considerato alle nostre spalle ma in qualche modo capace di camminare ancora accanto a noi, e noi di fianco a lei. Io ho incontrato i testi della Woolf in un percorso stravagante rispetto a quelli tradizionali perché stavo studiando Walter Benjamin quando mi sono imbattuta nei suoi testi. Poi l’ho incontrata ovviamente tra le donne. Nel movimento delle donne la sua presenza – soprattutto per i testi dichiaratamente politici, cioè Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee – erano stati ripresi e riletti come momento inaugurale di un pensiero che, più che della differenza femminile, definirei della libertà femminile. Ero molto incuriosita da questi testi ma la lettura dei suoi romanzi, soprattutto nelle traduzione allora esistenti, mi annoiava mortalmente e non capivo come mai si parlasse tanto della scrittrice. In realtà, mi sono appassionata molto prima della Woolf delle lettere, dei diari, dei saggi. Solo dopo aver fatto questo passaggio nella sua opera non narrativa sono riuscita a capire che cosa diavolo aveva fatto nei suoi romanzi. Ovvero come avesse una posizione di libertà che non veniva semplicemente tematizzata nel suo lavoro ma fosse proprio una postura della sua esistenza ed un coraggio, un incredibile coraggio proprio nella capacità di porsi rispetto alla grande tradizione della letteratura inglese che conosceva molto bene. Ho capito che rispetto alla grande avventura del pensiero maschile, che lei ammirava, esprimeva la capacità di “scappare”, deviare, scartare. Con una libertà che, a mio avviso, le ha permesso di inventare un pensiero che non aveva trovato fino a quel momento una voce. In lei c’è la una posizione decisissima e consapevole – ma anche dolorosa – la capacità di essere libera, di rendere se stessa libera. La seconda cosa che mi aveva incuriosito moltissimo – perché è un altro grande tema per chiunque si occupi di letteratura – è il fatto che il suo programma di poetica, il suo programma di lavoro artistico, si poteva riassumere in pochissime frasi da lei spesso ripetute però assolutamente difficili da afferrare. Vale a dire: l’affermazione esplicita di voler “scrivere la vita” e “pensare le cose come sono”. Se noi riflettiamo su queste due frasi, su queste due affermazioni, la questione può apparire quasi banale. In realtà “scrivere la vita” diventa un programma di enorme difficoltà formale perché il problema grande, essendo lei una grande scrittrice, è come si fa ad acchiappare la vita quotidiana, come si fa a tradurre in forma, rendere esattamente e precisamente quella cosa che sfugge, cioè quello che ci sta attraversando e in ogni momento stiamo vivendo e che afferrare è particolarmente ed estremamente complesso. Questo mi ha interessato molto perché non solo è appassionante vedere come lei ha risolto questo problema, ma anche perché implica una fortissima e importante meditazione che in qualche modo la pone in una posizione diversa dalla sua epoca e anche dagli autori della sua epoca. Questo “scrivere la vita” a mio parere attraversa l’intera opera di Virginia Woolf. Non solo il suo diario, apparentemente il registro più facile per scrivere la vita. Non solo le biografie – come si fa a scrivere la vita di un altro, di un’altra? – certamente le lettere. Le lettere sono squarci di vita continuamente riportati attraverso una delle cose che lei adorava, la conversazione. Le sue lettere sono vibranti di conversazione, sono divertentissime, recuperano un’intera epoca, restituiscono il piacere che lei aveva avuto nelle sue giornate, nella sua vita quotidiana. Ancora, ovviamente, “scrivere la vita” è un problema che riguarda i suoi romanzi quindi l’invenzione di una forma e di un linguaggio. Anche “pensare le cose come sono” implica un enorme coraggio, è un’enorme sfida. Che cosa vuol dire “pensare le cose come sono”, visto che il lavoro che fa Virginia Woolf, sia artisticamente sia come grande pensatrice e saggista, non è a mio parere la decostruzione del pensiero degli altri? Negli ultimi anni siamo stati subissati dalle decostruzioni. Lei non decostruisce assolutamente niente, lei si sposta e parla dal luogo in cui ha deciso di mettersi. Ed è in questo gesto che c’è un movimento di libertà, qualcosa attraverso il quale una donna ci fa vedere che c’è bisogno di conoscere e anche di ammirare la cultura, le tradizioni e le loro grandi invenzioni, ma che, per trovare la propria voce, non si può stare chiusi dentro una cultura e una tradizione. Bisogna operare un grande spostamento, uno spostamento che fa sì che lei veda qualcosa che prima non era stato visto. Questo significa allora “pensare le cose come sono”, pensarle a partire da ciò che io sono e non da ciò che gli altri dicono che io posso essere o devo essere. Infine, non mi piaceva, mi muovevo con poco agio, nelle interpretazioni di Virginia Woolf che in gran parte il Novecento ci ha consegnato: una donna malinconica, depressa, con una malinconia che, alla luce del suo suicidio, in qualche modo oscurava l’intera grandezza della sua opera. Opera che io invece avevo letto come quella di un donna che amava la vita e che per questo voleva scriverne. L’opera di una donna che era riuscita comunque a trasformare tutto ciò che le capitava nella forza di una risata, nella forza di uno sberleffo, nella forza di una gioia di vivere continuamente ritrovata. Il mio incontro con Virginia Woolf è stato questo, e nel percorso ovviamente ho incontrato Nadia Fusini, cui sono grata per il regalo che ci ha fatto con le sue traduzioni, e anche con un’interpretazione con cui non sempre concordo. Ma questo fa parte della lettura che liberamente si vuol dare di una grandissima scrittrice.

 

NADIA FUSINI – Incontro qui per la prima volta Liliana Rampello, ma l’ ho sentita subito amica proprio perché condivideva con me la passione, l’ascolto, l’attenzione e un certo modo dell’attenzione nei confronti appunto di questa scrittrice che anche io amo molto e a cui riconosco delle qualità che sono qualità letterarie. La Woolf certamente non l’abbiamo scoperta noi, sta nel Pantheon dei grandi scrittori del Novecento, però mi pare che anche nel modo in cui la guarda Liliana ci sia un valore in più, c’è un valore aggiunto che è lo stesso che io le riconosco. Siccome insegno letteratura inglese è chiaro che non potevo non incontrare questa scrittrice. Però il mio modo di ascoltarla non è certamente di tipo universitario o accademico: lei mi ha imposto un modo più intimo, non tanto valutativo – di una tecnica, di una capacità, di una abilità. A mio avviso, se si legge con attenzione Virginia Woolf, è lei ad imporre il modo in cui noi dobbiamo ascoltarla. Anche per me l’incontro risale a molto tempo fa ed è continuato nel tempo. Sono stata lettrice fin da ragazzina perché m’erano stati regalati i suoi libri, poi la lettura mi ha in qualche modo chiesto di risponderle ed io non potevo che risponderle scrivendo. In un certo senso è lei che mi ha fatto scrittrice, per rispondere alla sua parola non potevo che ampliare quella risonanza e cercare attraverso la parola, la parola scritta, di mettermi in sintonia con lei. E’ una scrittura quella della Woolf fortemente evocativa e con dei tratti anche profondamente simbolici, nel senso che richiede che a simbolo risponda simbolo, cioè che ci si intoni a lei in una stessa ricerca. Poi forse l’incontro più intimo, più profondo è stato quello di tradurla. Avevo già tradotto altri scrittori e altri poeti, ma tradurre la Woolf è stata davvero un’esperienza di grande intimità. Perché tradurre è entrare un po’ nella testa dell’autore, nel meccanismo creativo della lingua. Non basta conoscere l’inglese per tradurre la Woolf, occorre entrare in quella lingua che lei ha creato. E lei l’ha creata a partire da una lingua che esiste ma scavandoci dentro, facendo accadere in questa lingua qualcosa che non tutti sanno fare accadere. E poi l’ho insegnata, la insegno e davvero ho capito quanto lei possa farsi tramite di una scoperta. Per dei giovani ragazzi e giovani ragazze che l’avvicinano quello che lei scrive, l’esperienza che ci racconta possano diventare modi di pensare a se stessi, alla vita stessa. La Woolf ha una strana capacità di offrirsi come medium per una interrogazione anche sul sé e a mio avviso questo è uno dei motivi profondi per cui è stata una scrittrice così amata dalle donne. Naturalmente per me restano indimenticabili i seminari su di lei che facevamo negli anni Settanta nel “Centro culturale V.Woolf ” di Roma: in quel centro di cultura femminista la Woolf è stata per me veramente un tramite di incontri molto importanti. Ha ragione Liliana di ricordare che c’è un certo volto canonizzato dalla definizione letteraria della Woolf che ho cercato di sfatare: traducendo ho cercato di recuperare tutto l’aspetto sperimentale della sua scrittura, elemento che veniva opacizzato nelle precedenti traduzioni. Non perché fossero fatte male – non è questo il punto – ma c’era un’idea della scrittrice donna, cui si attribuiva una carattere sensibile, sognante, che poi agiva come filtro. Faccio un esempio: se la Woolf in quel meraviglioso romanzo che è Al faro scrive che la signora Ramsey sta con i suoi “children”, veniva tradotto i suoi “piccini”, ma tradurre “figli” è meglio. Ci sono tanti casi di questo genere dove chiaramente una certa idea della scrittura di una donna faceva velo su quello che lei stava facendo sulla lingua, quello che stava inventando. Quindi tradurla per me è stato importante. Una tappa nel mio rapporto con la Woolf è stato certamente questo ultimo libro che ho scritto Possiedo la mia anima, che non definirei una biografia romanzata perché io non invento nulla, è una biografia narrata. Anche qui, ho fatto la scelta di non scrivere una di quelle biografie che vanno bene per gli statisti, per gli uomini d’azione, persone la cui vita si è realizzata in grandi fatti. Per lo più la biografia di uno scrittore, ma in particolare la biografia della Woolf, non registra grandi azioni, gesta clamorose. Quindi quella che racconto è più una vita, intanto che si fa continuamente parola – e anche questo un problema in un certo senso per il biografo – e in più, appunto, una vita interiore. Giustamente, lo ricordava anche Liliana, i Diari sono una miniera fantastica per chi voglia avvicinare la Woolf, non sono scritti in una chiave confessionale o sentimentale: sono la registrazione quotidiana di tutto quello che le passa per il cervello, per il cuore. Come qualcuno che sia sempre sveglio e vigile a registrare la vita. Virginia Woolf è una donna che fa della propria vita, di se stessa, una cavia perché le interessa analizzare l’atto del vivere. Vivere è un verbo, vita è un sostantivo. In realtà lei sente molto più l’aspetto del verbo, cioè dell’azione.

LILIANA RAMPELLO – Hai detto che nel proporre ai tuoi studenti la Woolf trovi una risposta positiva perché in qualche modo i suoi testi permettono a una persona giovane di pensare a se stessa: io penso che questo sia vero perché il suo pensare differentemente da un uomo implica che lei capovolge la gerarchia del verbo stesso “pensare”. Per lei pensare non significa che ci deve essere in prima battuta un “Io” in senso filosofico forte, il Logos, la ragione. Lei mette sempre al primo posto le emozioni e quindi mettendo le emozioni al centro della possibilità di pensare, in un’altra forma, in un altro modo, ci permette di capire che il sentire, questa cosa così grande che è il sentire, non è un po’ di più o un po’ di meno del pensare. E’ un altro modo di pensare, un’altra forma del pensiero. Questo probabilmente nel rapporto vivo tra una persona giovane e il testo permette l’emergere della questione dell’emozione e credo sia una questione centrale.

 

NADIA FUSINI – Assolutamente, e devo dire che a me personalmente piace molto questo pensiero, a me piace il “pensiero sensibile”, forse perché sono una donna. Sì, penso che questo c’entri. A me che piace anche molto insegnare, insegnare a leggere, intendo, e leggere la Woolf è comprendere come nei suoi romanzi passi l’aspetto del pensiero. Io amo i libri, amo la letteratura non come intrattenimento. Leggere non mi serve a divertirmi, mi serve a svegliarmi. Devo trovare uno scrittore che sia capace di accendere quel tipo di attenzione, quel tipo di sguardo sulla realtà e ho potuto verificare che, quando lo trovo, anche i miei studenti capiscono e seguono. In fondo io penso che tutti, uomini e donne, bambini e vecchi, ricchi e poveri, vogliamo un’esperienza significativa, vogliamo tutti che la nostra vita non sia banale, stupida, ripetitiva, oziosa. E chi ci sollecita in qualche modo a cogliere questo aspetto dell’esperienza, beh! ci fa davvero piacere incontrarlo. Per me è stato sicuramente l’incontro con con Woolf è stato di questo tipo.

 

LILIANA RAMPELLO – Vorrei fare un altro esempio: nella Signora Dalloway la Woolf mette in scena una donna comune. Si tratta di una signora che dà una festa, come si può cercare lì la famosa avventura dell’ Io?Pensate a come Balzac chiude meravigliosamente Papà Goriot: Rastignac guarda Parigi e dice “e ora, a noi due”. Per quanto ne so, questo si trova difficilmente in un romanzo scritto da una donna: non c’è nessun eroismo, nessuna protagonista che si fa eroe della propria vita. Ci sono piuttosto protagoniste che conoscono l’etica della vita quotidiana. Il fatto che siano donne, e che siano donne comuni che fanno cose comuni, consente loro, per via, appunto, di quella centralità del sentire come forma diversa del pensiero, di farci accedere all’idea che il miracolo della vita sta nella sua quotidianità, che non è da cercare altrove. Non è che la Woolf ignori che c’è sempre un altro e un oltre, ma questo lei lo riporta, lo lega, ne fa carne dei suoi personaggi. Allora, di nuovo: non è un caso che sia una donna a dirlo, a farlo, e a proporlo come arte.

 

NADIA FUSINI – Pensate a uno scrittore sperimentale come Joyce: anche lui fa quest’operazione di raccontarci la vita assolutamente quotidiana di un personaggio che lui chiama l’uomo medio sensuale cioè Bloom. E poi c’è Stephen, cioè l’intellettuale: due personaggi, le due metà dell’uomo “intero”. Si incontrano, passeggiano per Dublino. Cosa deve fare Joyce per costruire il senso che pensa di dover dare a tutto questo? Ci mette dietro Ulisse, in modo che l’insignificanza venga per così dire elevata e inserita in un codice di significati altissimo: allora noi dobbiamo capire a un certo che Stephen è Telemaco, Bloom è Ulisse: così tutta la struttura acquista significato. Perché, come disse T.S. Elliot, c’è l’ordine del mito che lo sostiene. La Woolf ci da una donna comune, una donna che fa una festa, anche qui le unità di luogo di tempo e di azione sono perfettamente rispettate – e non è che non ci siano all’interno del testo dei forti richiami mitici, anche se bisogna veramente cercarli tanto sono nascosti. Se lei non si serve di un richiamo esplicito al mito è perché in fondo non ha un’idea gerarchica dei significati. Lei davvero si apre alla vita come se fosse una grande avventura anonima, che riguarda tutti. Ora, questo è un grande tema letterario, molti scrittori in qualche modo sentono che il grande compito, il dovere di uno scrittore è dare vita, è dare parola a chi non ce l’ha. Ecco, Virginia Woolf lo fa, tenta di farlo veramente: dare parola a chi non ha parola, a chi non ha lasciato tracce e in particolare a chi non ha lasciato tracce di parola.

 

Nadia Fusini
Possiedo la mia anima
Il segreto di Virginia Woolf
Mondatori, 2006
347 pagine, 17 euro

 


Liliana Rampello
Il canto del mondo reale
Virginia Woolf, la vita
nella scrittura
Il saggiatore, 2005
224 pagine, 16,50 euro

 Il demone della quantità ha portato la scrittrice americana a produrre dodici romanzi solo in questo secolo: sul set dell’ultimo tradotto da Mondadori, «La madre che mi manca», una famiglia convenzionale turbata dall’omicidio di un balordo
Caterina Ricciardi

«Controllo imposto sulla passione»: così Joyce Carol Oates descrive il suo metodo di scrittura. Una prima stesura di getto e poi la revisione, fino a raggiungere il risultato immaginato. Di solito l’opera, così completata, resterà chiusa in un cassetto per diversi mesi, persino un anno, in attesa che lieviti per l’ultimo ritocco prima della pubblicazione. Molto prolifica – dal 1963 ha al suo attivo un centinaio di titoli fra romanzi, racconti, saggi – Oates lavora dunque contemporaneamente su più fronti (inclusi l’insegnamento a Princeton, e le consulenze sul pugilato, sport del quale è esperta e a cui ha dedicato un libro), muovendosi su un territorio ormai familiare ai suoi lettori.
L’ambientazione è in genere perimetrata – e di recente in modo più sistematico – nella zona settentrionale dello Stato di New York, fra Rochester, Buffalo e Niagara Falls, sulle rive del Lago Ontario, al confine col Canada, luoghi che conosce dalla nascita (a Lockport nel 1938, da famiglia modesta di origini irlandesi), densi di memorie di storia coloniale, su cui va sovrapponendo una sua saga ossessiva intesa a scavare, spesso impietosamente, negli ultimi quattro decenni del secolo scorso.
Momenti e situazioni ordinari o cruciali di quella che allora si mostrava come una ormai non più perfetta famiglia-società americana prendono corpo nelle sue pagine offrendo un panorama sofferto, poco edificante nell’esposizione delle fenomenologie grottesche che l’America sembra avere coltivato inconsapevolmente nel profondo delle proprie viscere.
Alla narrativa di Joyce Carol Oates non è estraneo un elemento «gotico», rielaborato da una tradizione che viene dal sud degli Stati Uniti e ha come suoi rappresentanti principali Poe, Faulkner, Flannery O’Connor; ma la scrittrice la situa in un’area del paese e in un tempo molto diversi. E diversa è anche l’elaborazione della materia che il mondo offre all’artista: la crisi dell’individuo di fronte alle complessità della fine del secolo, la dialettica fra una sorta di nuovo determinismo, riconosciuto ai livelli più elementari dell’esistenza, e gli spazi della libertà e della volontà umana, secondo temi propri all’etica calvinista. Si apre così, alla Oates, il sipario appropriato per una lettura tragica della vita americana in un’era che, a partire dagli anni ’50, scivola via via nelle maglie di allucinati scompensi. Sono elementi, questi, ricercati nelle variegate mediocrità della provincia, nei conflitti di razza e di religione, nel proletariato urbano (come nel celebre Them, sulla Detroit del 1968), nei clan del potere e della politica, (descritti in Acqua nera, dove si parla del pantano in cui nel 1969 finì Ted Kennedy), o del cinema (come in Blonde), nel mondo accademico, nei residui di una cultura rurale, nei paradisi artificiali dei ricchi, nello sconquasso doloso del sistema ecologico. In questi contesti prende a dominare una precisa metafisica di attrazione-repulsione verso la violenza, sia privata – quella che si consuma all’interno delle famiglie – sia del corpo sociale e istituzionale.
L’importante, per Joyce Carol Oates è obbedire all’impulso, a quella sorta di chiamata che impone di scrivere, descrivere, rappresentare la realtà così come le circola con prepotenza nelle vene, nella testa, nei sogni, fino a che quel vissuto pubblico pretende di tornare alla luce ricomposto nelle pagine di un libro o di una rivista (si contano circa settecento suoi racconti, alcuni memorabili). Così, una operazione di scrematura si rende indispensabile: lo ammette persino la stessa scrittrice che, però, pur correndo per il Nobel, guarda serenamente al busillis quantità-qualità. In Italia la Oates è una scoperta relativamente recente per il mercato editoriale, forse anche sulla spinta di Blonde, quel romanzo-documento fiume su Marilyn Monroe, pubblicato da Bompiani nel 2000. Negli anni ’90 e/o (con Un’educazione sentimentale, Marya, Notturno) e Tropea (Zombie, Perché sono uomini) avevano cominciato a pescare in un canone già trentennale, mentre ora è la Mondadori e essersi impegnata nel tenere il passo con gli appuntamenti orditi dalla mano esperta e veloce della scrittrice americana. Ecco dunque apparire con ritmo più serrato: Bruttona e la lingua lunga (2002), L’età di mezzo (2003), Mike Tyson (2003), Un giorno ti porterò laggiù (2004), Tu non mi conosci (2006, racconti), il piccolo capolavoro Bestie (2002), e quello che possiede lo slancio per essere un libro ben più grande, Le cascate (2006). Mentre negli Stati Uniti esce il dodicesimo romanzo che la Oates ha scritto in questo secolo, The Gravedigger’s Daughter, in Italia si pubblica l’ottavo, La madre che mi manca (traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani, Mondadori, pp. 454, euro 19,00), romanzo non privo di cedimenti e dedicato a Caroline Oates. Ambientato nel 2004 a Mt. Ephraim, già sfondo del più solido Una famiglia americana (Tropea 2003), il libro mette in scena il ritratto di una famiglia qualsiasi, nella quale si rispecchia quella facciata tranquilla e pulita del tessuto culturale americano che pare appena ritoccata – nell’era di Bush – sul ricordo dell’immagine che quella facciata mostrava nei lontani anni di metà secolo. Assieme a un contorno di figure stereotipe, qui entrano in scena una figlia un po’ punk e ribelle, un’altra, la maggiore, più posata e borghesemente integrata nei resti del benessere della «Grande Società», un padre introverso, difficile, destinato a morire, e una madre – il cuore del racconto – cresciuta nei caldi anni ’60 senza stranamente percepirne gli smottamenti. È su questo contesto che si proietta il gesto abnorme di un’altra America: il ruolo della vittima è giocato da Gwen, la madre che poi mancherà, oggetto di un omicidio barbaramente perpetrato da un balordo, un senza casa, in un paese in cui il terrore sembra endogeno e non viene solo dagli aerei kamikaze in cielo. È forse questo che Joyce Carol Oates voleva lasciare intendere?
Abile nell’abbandonare subito l’andamento da romanzo giallo (un genere che peraltro pratica sotto gli pseudonimi di Rosamond Smith e Lauren Kelly), Oates piega la narrazione verso due direzioni distinte: quella del romance, la più debole, e quella della ricerca da parte di Nikki, la figlia punk, del vero volto di Gwen, una ricerca che va a compensare il senso della grave perdita subìta. Anche Nikki, alla quale viene cancellato il vacuo trucco del gusto proprio del nuovo secolo, conquista in questa ricerca una precisazione della sua identità, per quanto convenzionale.
Che Oates voglia consegnarci così anche il volto di una America un po’ retró? Quella, per esempio, delle case a schiera, del buon pane fatto in casa, della luna di miele in Florida, della «country music» e della collezione di libri di sacra storia patria in casa? In verità, questa America, così come compare nella Madre che mi manca, è un po’ vecchia, e anche i giovani vi appaiono datati: è una America che non sembra sapere più come ricorrere alla sua grande, eterna risorsa: rinnovare stagionalmente la sua pelle di serpente, come sosteneva D. H. Lawrence negli anni ’20 del ‘900. Ed è forse questa, allora, la «madre» che viene a mancare. A meno che Joyce Carol Oates, come talora accade, trascinata dalla «passione», o dalla nostalgia autobiografica, questa volta non si smarrisca nella sua stessa topografia.

da la Repubblica

La signora dai capelli rossi è Cinzia Bottene, una tranquilla casalinga moglie di un dirigente d’azienda, che fino all’anno scorso si dedicava a tirar su i figli, e adesso tiene testa al ministro Parisi in tv o sale sul palco a Trento a cantarle a Prodi: «Io l’ho votata, sono tra quelle che l’ha votata. E mi sono sentita tradita. Non ci è stato concesso neppure di esprimere il nostro parere con un referendum. Ci stanno trattando in maniera ignobile. Chiediamo solo correttezza, il rispetto di un programma che parlava di riduzione delle servitù militari e democrazia partecipativa. Dove sono finite quelle parole? Non siamo antiamericani; non vogliamo che venga costruita una base a 15 metri dalle case e a 1.400 metri dalla Basilica Palladiana». Ha concluso il minuto che le era stato concesso, ma accanto in sala ci sono altri del comitato “Dal Molin”. Quell’altra signora un po’ in carne è Patrizia Balbo, dirigente di una cooperativa: era iscritta alla Margherita, ma la tessera l’ha bruciata da mesi. Il tipo con la pelle scura è Olol Jackson, figlio di un reduce dal Vietnam e di una signora somala, consigliere regionale dei Verdi, autosospeso dal partito. I ragazzi un po’ scalmanati fanno riferimento ai centri sociali del Nord Est, quelli di Luca Casarini, mentre la signora con i capelli arruffati e la voce tonante, Franca Equizi, sta in consiglio comunale a Vicenza per la Lega, che l’ha sconfessata, ed era la loro più acerrima nemica. Ora sono uniti nel gran cartello che dice no al raddoppio della base Usa, continuano a pensarla ognuno a modo suo, ma quando c’è da muoversi per l’obbiettivo comune, non mancano mai.
Hanno fondato un mensile, un foglio settimanale e una radio. Organizzano «pignattade», e cioè manifestazioni dove suonano le pentole con gran frastuono, e a tre mesi e mezzo dalla manifestazione dei 100mila che, con grande allarme del ministero degli Interni ma nessuna violenza, attraversò Vicenza portando in piazza genitori e bambini, no-global e dissidenti leghisti, sinistra radicale e cattolici di base, i «quattro gatti», come li ebbe a definire il sindaco Hullwech, Fi, sono ancora lì, e graffiano. Attorno a loro, si sono aggregate tante altre realtà, primi fra tutti i «fratelli» della No-Tav, con cui hanno stretto un patto di mutuo soccorso. C’è stata l’occupazione simbolica della basilica del Palladio e persino una delegazione negli Stati Uniti, per prendere contatto con i movimenti pacifisti. Alle elezioni per la Provincia, hanno pagato lo scotto soprattutto i partiti del centro-sinistra, che invano avevano tentato di mettere in lista qualche leader della protesta. Tra schede bianche, nulle e astensioni, il 51 per cento dei vicentini non ha espresso il proprio voto: un vero record negativo. Quelli del «No Dal Molin» non hanno cantato vittoria («Il centro-destra, se possibile, è ancora peggio») ma continuano sulla propria strada. E se c’è da contestare Prodi, ci vanno in 200.

Intervento al Convegno di Identità e Differenza

Sara Gandini

Nell’invito di “Identità e differenza” c’è scritto: “Il luogo privilegiato per acquisire, riconoscere e significare la nuova autorità che fa ordine nel mondo resta la relazione di differenza, dove si sperimenta la capacità di essere se stessi mediando il conflitto con la diversità dell’altra.”

 

Ma come si sperimenta la capacità di essere sé stessi in questo tipo di relazione? Come si significa la nuova autorita’?

 

Ho comiciato ad immaginare questa fantomatica relazione di differenza e nella mia mente si sono materializzate bellissime fantasie di relazioni tra donne e uomini in cui in modo eroico ci si giocava se stessi, con grande sincerità e coraggio. Mi dicevo che bisognava puntare alto e che solo questa tensione verso l’alto avrebbe potuto modificare la politica e il mondo in cui vivo.

 

Ma queste belle fantasie si sono scontrate con l’esperienza concreta. In realtà’ io non ho grandi esempi di pratica di relazione fra donne e uomini in cui si riesca davvero a giocare la propria verità, la propria differenza, senza appiattirsi sulle posizioni altrui, in cui ci siano conflitti fecondi…
I confronti immediati che mi venivano con le relazioni complesse, ma vive con le donne, questi scambi intensi e gli spostamenti di prospettiva che avevo vissuto con il femminsimo della differenza, mi portavano ad una posizione depressiva. E’ possibile una relazione altrettanto densa di senso con gli uomini?

 

Io conosco il desiderio di sporgersi sull’altro, un’attrazione legata al piacere nello scambio con gli uomini. Però si tratta più che altro di istanti, di intuizioni. Non ho esperienza di una pratica di relazione.

 

D’altra parte gli uomini come si dice anche nell’ultimo Via dogana sono in larga parte in una crisi paralizzante.
Mi è capitato di rileggere la leggenda di Orfeo ed Euridice. Orfeo è un poeta, maestro nell’usare le parole, tanto che commuoveva coi suoi canti persino alberi e animali. Orfeo aveva perduto la sua amante, Euridice, e gli dèi, turbati dal suo dolore, gli avevano concesso di discendere nel regno dei morti per ricondurla sulla terra.
La condizione era che l’accompagnasse senza mai guardarla e che attendesse di essere fra i viventi per rivedere il suo volto.
Ma Orfeo si girò e fu privato della sua amata e finì divorato dalle Baccanti.
E così io mi chiedo: perché un poeta, non riesce a trovare le parole per entrare in contatto con la sua amata senza voltarsi, ma ha sentito invece il bisogno di vederla?
Non può rinunciare a vederla, quasi non si fidasse del piano simbolico, della parola, per entrare in contatto con lei, tanto da aggrapparsi al piano immaginario come unico possibile.
O forse era esitante a riprendere con sé una donna sulla quale per un periodo non aveva avuto il controllo, una donna che aveva perso di vista? Forse non poteva credere che qualcosa di più di un corpo di donna potesse seguirlo.
Rainer Maria Rilke nella poesia di Orfeo Euridice Ermes dice:
Ella era in una verginità nuova
ed intangibile. Il suo sesso chiuso
come un giovane fiore sulla sera,
[…]
E non era più lei la bionda donna
che echeggiava talvolta nei canti del poeta,
isola profumata in mezzo all’ampio letto;
né più gli apparteneva.
[…]
E quando il dio bruscamente
fermatala, con voce di dolore
esclamò: Si è voltato -,
lei non capì e in un soffio chiese: Chi?
La nuova verginità di Euridice, che si riscopre non più appartenente ad Orfeo, mi pare una bella metafora della forza simbolica che le donne hanno acquisito e della morte del patriarcato. Forse lui, di fronte a questa indipendenza simbolica, si spaventa e rinuncia.
Ma come stiamo noi di fronte a questa crisi?

 

Parlando con un’amica che spesso sa spostare il mio sguardo, mi sono resa conto che lo sporgersi verso l’altro paradossalmente può consistere nel fare un passo indietro, che i confronti con la relazione ricca a viva con le donne fanno un tutto pieno che non lascia spazio per i tempi altrui, per far accadere qualcosa di nuovo. Avevo, o forse dovrei dire ho, nei cofronti degli uomini pretese che non fanno i conti con la differenza. Però io sono in difficoltà. Mi mancano le loro parole.

 

Ho trovato riflessioni illuminanti sulle relazioni fra i sessi in un romanzo di Camille Laurens di cui si è parlato sul VD ‘Parla con lui’.

 

Ecco uno stralcio. La personaggia principale parla con il suo analista di tutti gli uomini della sua vita:

 

“Ciò che voglio dire è che la nozione stessa di coppia è incurabile. In “coniugale” c’è “giogo”. E mettere insieme, sotto il giogo, come buoi all’aratro, un uomo e una donna, è come tentare di accoppiare un topo e una tigre, anzi, no, niente differenze di misura, un topo e una lucertola – le lascio indovinare chi dei due sia la lucertola.
Insomma, non c’è relazione, non vedo la relazione. Faccia finta allora di essere il primo a saperlo: nessuna relazione.
Tutt’al più c’è la speranza di stabilire degli avvicinamenti. Avvicinarmi all’uomo, ecco l’obiettivo. Ma non al punto di sperare di afferrarlo o di raggiungerlo. Al massimo un ballo. Un giro di valzer, lasciando un po’ di luce tra i corpi. Un topo e una lucertola nello stesso raggio di sole, per un istante.”

 

Ecco, questo forse è possibile: un giro di valzer.
Forse bisogna fare i conti con questo: l’incontro dei corpi che si affidano l’un l’altro per un istante.
Una dimensione che appartiene più all’immaginario che al simbolico.
Forse in questo momento il linguaggio, le parole, il simbolico non aiutano. Forse lo scambio tra uomini e donne è possibile così. Due corpi che si incontrano e si affidano l’un l’altro. Tenere nella mente il piacere di questo incontro e dargli delle possibilità.

 

Al momento a me rimane questo, il ricordo di un valzer e la capacità di dare valore a questi istanti.

Cari amici e care amiche,
sabato 23 e domenica 24 giugno la CasaLaboratorio dell’Asinara di Casaltone ospiterà il laboratorio di teatro residenziale “Sulla scena del mondo” condotto dall’attrice burkinabé Odile Sankara.

 

Quest’artista di cinema e teatro – sorella di Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso ucciso nel 1984 – si è specializzata nel raccogliere e raccontare storie popolari. Nel 1992 ha creato insieme ad altre donne l’Associazione “Talents de femmes” attraverso la quale si impegna nel coniugare il cambiamento creativo, la tradizione e un alto senso della libertà femminile.

 

Il laboratorio comincerà sabato 23 alle 9,30 e terminerà domenica 24 alle ore 16, con pernottamento presso la CasaLaboratorio. La quota di partecipazione è di 50 euro, comprensive di vitto e alloggio (portare lenzuola e coperte o sacco a pelo).

 

Per informazioni e prenotazioni contattare: Luca 329/6047007 o Chiara 349/7726495.

Tutti gli appuntamenti

L’artista di cinema e teatro, Odile Sankara, sorella del Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara ucciso nel 1987, torna a Parma ospite dell’associazione Cibopertutti per una serie di iniziative.
E’ possibile incontrarla domenica 24 giugno alle ore 21 nella sede di Legambiente in vicolo S.Maria a Parma, all’iniziativa “Visioni sul futuro dell’Africa”, un dibattito aperto con le associazioni africane sulle modalità di collaborazione con i movimenti e la società civile che sta attivandosi sulla sovranità alimentare. Sarà proiettato anche un video su alcune attività che si stanno svolgendo in Camerun a questo proposito. L’iniziativa è organizzata dall’associazione Cibopertutti con Le Reseau nell’ambito dei progetti Kuminda 2007 e Semi di futuro con il sostegno di Forum Solidarietà e Fondazione Cariparma.

 

Inoltre l’artista metterà in scena lo spettacolo “Nous verrons bien-secondo il discorso di addio di Re Behanzin” durante l’iniziativa “Parole di una donna per cantare il destino di un continente offeso” organizzato dall’associazione Le Reseau e Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, lunedì 25 giugno alle ore 21.30 presso il Cortile della Biblioteca Civica in vicolo S. Maria.

 

Mentre da sabato 23 giugno alle ore 9.30 a domenica 24 giugno alle ore 16 è possibile partecipare a “Sulla scena del mondo”, un percorso teatrale con l’artista che si svolgerà nella Casa Laboratorio dell’Asinara in via del Traglione 221 a Casaltone, Parma. L’iniziativa è organizzata dall’associazione Cibopertutti, Le Reseau, Kwa Dunia e Vagamonde.
Vi aspettiamo numerosi.