di Alberto Leiss
[…] Oggi le donne reagiscono alla violenza. Denunciano. Si rivolgono ai centri femminili e femministi. Ma molto spesso devono fare i conti con altra violenza che subiscono dalle istituzioni da cui si aspettavano sostegno.
Una delle più odiose riguarda i figli che vengono strappati alle madri e relegati nelle “case-famiglia”, costretti a frequentare padri violenti di cui hanno paura.
Ne parla un libro-inchiesta di cui si è discusso a Roma nella sede del Senato, per iniziativa della senatrice Valeria Valente, già presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Con lei la viceministra per il lavoro e le politiche sociali Maria Teresa Bellucci. E le autrici del volume Senza Madre. Storie di figli sottratti dallo Stato (Edizioni scientifiche Ma.Gi. 2022): Clelia Delponte, Franca Giansoldati, Flavia Landolfi, Silvia Mari, Assunta Morresi, Monica Ricci Sargentini, Nadia Somma, Paola Tavella, Emanuela Valente, Livia Zancaner, interrogate da Flavia Fratello.
Sotto accusa l’uso distorto della legge sugli affidi condivisi e del concetto di “bi-genitorialità”: è la cultura sbagliata di troppi addetti/e alle consulenze (molto costose!) di cui si servono magistrati che si adeguano volentieri a giudizi supposti scientifici.
C’è stata molta polemica contro la PAS, la cosiddetta “sindrome di alienazione parentale” importata dagli Usa: non viene più citata nelle sentenze, ma ne resta la logica. Sarebbe colpa della mamma nevrotica e possessiva se i figli hanno paura del padre violento. Il quale, malgrado maltratti la moglie o compagna, sarebbe capace di essere un “buon padre”. Succede in tantissimi, troppi casi. Ci sono mamme che si vedono strappare i figli che non rivedono per anni. Era presente in sala Laura Massaro, che ha combattuto per un decennio prima di avere giustizia dalla sentenza della Cassazione che l’anno scorso ha anche ribadito la non scientificità dalla PAS.
Il libro, aperto dalla magistrata Francesca Ceroni e chiuso da un commento di Monica Lanfranco, documenta anche il fatto che l’opinione dei minori viene per lo più ignorata. «Sono 23.122 – scrive Alley-oop, blog del Sole 24 ore – i bambini e i ragazzi ospiti delle 3.605 comunità per minorenni in Italia: nel 78% dei casi il collocamento in struttura è stato disposto dall’autorità giudiziaria». Solo nel 12% dei casi è stato disposto con il consenso dei genitori. Il 10% sono «allontanamenti d’urgenza» – cioè con la forza – ex articolo 403 del Codice civile, «ma si tratta di un dato parziale…».
(Il manifesto, 14 febbraio 2023, con il titolo “Amadeus? è un po’ di destra”)
di Viviana D’Aloiso
La prima volta che vede un campo da calcio, Nazira, ha 12 anni. È un giorno di sole a Bamiyan – la provincia rurale dell’Afghanistan famosa per il sito archeologico in cui i taleban nel 2001 hanno distrutto le statue del Buddha – e mamma e papà sono fuori. Suo fratello ha il compito di tenerla con sé, durante la partita. E di là dalla rete, lontano dal gioco, c’è una bambina come lei che tira il pallone contro il muro. «Non ci ho pensato un attimo – racconta con gli occhi ancora pieni di quella prima passione – sono scesa e mi sono messa a giocare con lei». Nazira, però, il pallone ce l’ha scritto nelle gambe e nel destino. E l’allenatore del fratello se ne accorge subito: «Perché non vieni ad allenarti con noi qualche volta?» le chiede a fine partita. Il giorno dopo eccola lì. Quello dopo ancora. «Andavo a dormire e pensavo al campo, mi svegliavo per andare a scuola e volevo solo andare a giocare a pallone». Nazira, che è già una portiera promettente, chiede ai suoi genitori di poter entrare ufficialmente nella squadra, ma la risposta è no: «Come facciamo piccola mia?» le ripete il padre. La famiglia è di etnia hazara, i pashtun li vedono di cattivo occhio, una femmina in pantaloncini sul campo da calcio è una provocazione che potrebbe costare caro a tutti in città. Nazira piange un giorno e una notte, poi si alza e decide che a calcio vuol giocare lo stesso. Di nascosto.
La sua storia di coraggio e di lotta per la libertà comincia così. Senza diritti da rivendicare, se non quello di poter giocare al pallone. Nazira la racconta dalla sede della cooperativa sociale Il Melograno di Milano, che l’accoglie in un progetto di autonomia da settembre scorso, coi lunghi capelli ondulati sciolti sulle spalle e la tuta del Milan da cui non si stacca mai. Perché tra quella bambina di Bamiyan e la portiera della primavera rossonera che è diventata oggi ci sono sei anni di incredibile odissea. In cui Nazira è diventata una campionessa nel suo Paese – tanto da entrare nella nazionale e trasferirsi a vivere a Kabul – e poi una fuorilegge, una ricercata, una profuga, infine una miracolata. «I primi tempi mi coprivo il volto con un foulard per andare a giocare – racconta mentre mostra le sue foto in mezzo ai ragazzi di Bamiyan –. Nessuno mi notava. Saltavo le ore di matematica, la matematica non mi è mai piaciuta. E andavo al campo». Tutto fila liscio finché la squadra vince un torneo e Nazira viene intervistata da un’emittente locale. Sull’onda dell’entusiasmo la ragazza tira giù il foulard, parla liberamente. E i suoi genitori scoprono tutto. Nel quartiere si comincia a parlar male di lei, ma nel frattempo libera di poter giocare Nazira inizia a praticare anche altri sport: corre le maratone (vincendole tutte), scia perfino (arrivando prima alle gare nazionali).
Il suo talento è cristallino e da Kabul presto arriva una telefonata: la nazionale di calcio femminile Juniores vuole farle un provino. Qualche mese dopo Nazira è nella capitale, dove inizia una nuova vita: abita negli appartamenti all’interno dell’università con altre ragazze come lei, si allena tutti i giorni, affronta le altre nazionali, diventa famosa. I taleban intanto, però, si stanno riprendendo il Paese e una sera d’agosto (siamo nel 2021) l’allenatore le chiama: «Dobbiamo nasconderci, i guerriglieri sono alle porte della città». Le atlete prendono in fretta e furia le poche cose che entrano nel borsone della squadra: saranno i primi bersagli dei taleban, simbolo di quella libertà che hanno già in mente di cancellare. Nazira, insieme a due compagne, si nasconde proprio a casa dell’allenatore e da lì cominciano i drammatici tentativi di raggiungere l’aeroporto che abbiamo visto in televisione: provano a raggiungerlo una, due, tre volte. Al quarto viaggio pagano un taleban, che promette loro di farli entrare nello scalo ma poi li tradisce, consegnandoli a un manipolo di uomini armati. Che iniziano a sparare. «Io non avevo mai visto fucili in vita mia, non avevo mai visto morire nessuno». Le ragazze con lei scappano fuori dall’auto, Nazira (che non le vedrà più) sviene, l’allenatore fa marcia indietro rocambolescamente e corre via portandola in salvo. Una settimana dopo, l’uomo e Nazira riescono a tornare all’aeroporto: lei ha un bandana rosso al polso, le dicono che se riuscirà a farlo vedere a un soldato italiano di là dalla rete avrà speranze d’essere portata dentro. E così va a finire: eccola entrare, eccola passare sotto la tutela delle nostre autorità e imbarcarsi su un volo per l’Italia.
È la salvezza del corpo, ma il cuore di Nazira è spezzato: la sua famiglia intanto è dovuta scappare da Bamiyan, perché i taleban hanno anche loro sulla lista nera, soprattutto ora che Nazira è ufficialmente in fuga. Il fratello e la sorella maggiore sono riusciti a rifugiarsi in Pakistan, ma i genitori sono nascosti nelle campagne afghane. La giovane calciatrice, diciassette anni appena compiuti, finisce in un centro di accoglienza per minori a Piacenza. Poi viene trasferita a Ferrara. Sono mesi bui: Nazira non parla l’italiano, non ha amici o parenti con lei, non ha mai desiderato lasciare il suo Paese.
È sola, disperata, incompresa. Finché il calcio, di nuovo, le salva la vita. Un giorno dalla finestra della struttura in cui vive sente urla e fischi: si affaccia e vede un gruppo di ragazzi giocare a pallone. Da una parte c’è la squadra degli “stranieri”, gli ospiti del centro dove vive anche lei. Dall’altra gli italiani, quelli che vivono nel quartiere. Nazira scende le scale di corsa e arriva sul campo: «Posso giocare?». Nel gruppo dei minori soli ci sono alcuni afghani: la guardano male, le dicono che no, non può giocare, che non si addice a una donna. Al gruppo degli italiani, invece, manca proprio un portiere e uno di loro si fa avanti: «Vieni con noi». A Nazira si riempie il cuore, come non le succedeva da mesi ormai. E la partita finisce senza reti, per gli italiani. Nelle settimane successive la giovane scende al campo tutti i giorni: le squadre adesso se la litigano. Finché il passaparola arriva agli adulti e i responsabili del centro capiscono che attraverso il calcio, Nazira, potrebbe trovare la sua strada e il suo futuro fuori dal circuito della prima accoglienza.
«Il resto lo ha fatto il Melograno, con i suoi operatori e mediatori che per me sono diventati una famiglia – racconta Nazira –. E poi il primo provino al Milan, che mi ha permesso di allenarmi con le ragazze della primavera». Nazira, che ora ha compiuto diciott’anni, è entrata in un progetto di autonomia e vive da sola in un piccolo appartamento alle porte di Milano. Studia italiano e si allena tutti i giorni: «Sogno di entrare in prima squadra naturalmente – ammette – e di diventare famosa, di vivere col calcio. Ma più di tutto sogno di riuscire a riabbracciare la mia famiglia, per cui ho chiesto ufficialmente il ricongiungimento». Una missione quasi impossibile, visto che mamma e papà sono riusciti a lasciare il Paese nel frattempo, ma vivono da clandestini in Iran. Lei non smette di sperare: «Non l’ho mai fatto in questi anni». E alle donne, «tutte le donne, non solo quelle afghane, voglio dare un messaggio che magari può sembrare stupido: non rinunciate a fare sport, mai, nemmeno quando qualcuno vi dice che è una cosa da uomini perché gli uomini riescono meglio. Io sono qui, oggi, per il calcio. La mia passione». Nazira, che adesso è libera di giocare a calcio.
(Avvenire.it, 13 febbraio 2023)
di Lorenzo Rosoli
Caritas Ambrosiana: cala la presenza in strada ma crescono i rischi di rapine e violenze, clienti più aggressivi. Somaschi: aumenta in alloggi privati e centri massaggi. E uscirne è più difficile
«La prostituzione sulla strada resiste ma è in calo, già da prima della pandemia. Sono invece in aumento, nel post-pandemia, i rischi di violenza sulle persone prostituite: dalle rapine ai maltrattamenti e alle violenze da parte dei clienti, che si fanno sempre più aggressivi. Intanto: si sono abbassati i prezzi delle prestazioni. E questo costringe a farne di più per accontentare gli sfruttatori. Mentre la pandemia ha esasperato le condizioni di povertà, marginalità e fragilità delle persone prostituite, rendendole ancora più deboli e ricattabili da parte degli sfruttatori come dei clienti, che sempre più spesso pretendono rapporti non protetti, ai quali diventa più difficile dire di no».
Parola di Nadia Folli, dell’Area Tratta di Caritas Ambrosiana, impegnata dal 2002 nell’unità di strada “Avenida”, che dal 1994 esce due volte alla settimana sulle strade di Milano per incontrare donne, uomini e transessuali e aiutarli a rompere le catene dello sfruttamento.
A non calare è invece la prostituzione indoor «che a Milano significa appartamenti privati e centri massaggi», incalza Isabella Escalante, responsabile del Servizio emersione vittime di tratta e sfruttamento di Fondazione Somaschi. «Durante il Covid, mentre i centri chiudevano, gli annunci online di chi si prostituisce in casa non si sono mai interrotti. E dopo il Covid si sono moltiplicati: chi si prostituiva in strada ha iniziato a farlo anche, o solo, indoor, dove sono arrivati molti clienti prima sulla strada – riprende Escalante, che lavora con Fondazione Somaschi dal 2004 –. La pandemia ha aggravato il loro isolamento, ha reso queste persone ancora più invisibili e in balia degli sfruttatori, rendendo più ardui i già difficili percorsi di emersione dallo sfruttamento».
Folli ed Escalante sono due dei relatori al convegno Invisibili. Donne vittime di tratta organizzato da Caritas Ambrosiana e Pime con Ucsi Lombardia, svoltosi mercoledì scorso a Milano nella Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta. A loro Avvenire ha chiesto di comporre il mosaico di una realtà che è “invisibile” anzitutto a causa della nostra indifferenza. Chi si prostituisce sulle strade è sotto i nostri occhi. Appartamenti e centri massaggi stanno in condomini dove non mancano vicini di casa. «E proprio da loro, come dai clienti, vengono a volte segnalazioni di situazioni da contattare», sottolinea Escalante.
«In loro vediamo non solo la vittima, ma la persona in grado di emanciparsi»
«Nel 2018, sulle strade di Milano, abbiamo incontrato 250 persone, l’80% donne, più della metà dell’Est Europa, con 800 contatti, cioè singoli incontri sulla strada – riprende Folli. –. Nel 2019 le persone incontrate sono state 170 e 700 i contatti. Nel 2022, come nel 2021, abbiamo incontrato 120 persone. Le donne sono sempre l’80%, il 60% rumene e il 15% albanesi. È cresciuta la presenza di persone transessuali provenienti dal Sudamerica, in particolare dal Perù. È quasi scomparsa invece la prostituzione nigeriana, e stiamo cercando di capire dove queste donne siano finite.
In queste persone si intrecciano problemi e fragilità molteplici: molte sono giovani madri, che a volte hanno i bambini qui con sé; a volte, in particolare fra le persone transessuali, coesistono problemi di alcol e di droga. Il turnover è altissimo e rende più difficile incontrarle e costruire relazioni di dialogo e fiducia, indispensabili per aiutarle a riappropriarsi della loro vita e dei loro diritti. In loro vediamo non solo la vittima o la persona con problemi, ma la persona che ha mille risorse per uscire dallo sfruttamento e ricostruirsi una vita». In Lombardia sono due i progetti anti-tratta sostenuti dalla Regione: “Derive e Approdi”, al quale partecipa Avenida, e “Mettiamo le Ali”. «Fra luglio 2021 e settembre 2022 le unità di strada impegnate nei due progetti – ricorda Folli – hanno fatto 796 uscite per un totale di 1.569 persone incontrate».
«Indoor, condizione durissima: così spazio di vita e di sfruttamento coincidono»
Fondazione Somaschi – che ha unità ad hoc sui fronti della prostituzione di strada, dello sfruttamento lavorativo e dell’accattonaggio forzoso – ha un’équipe dedicata al contatto e all’emersione delle vittime di tratta e sfruttamento nella prostituzione indoor a Milano. «Negli appartamenti privati ci sono donne rumene, cinesi, sudamericane, e transessuali peruviane e brasiliane, che contattiamo usando i numeri di telefono pubblicati nei siti di annunci e in quelli di recensioni dei clienti – spiega Escalante –. Chiamiamo e spieghiamo come possiamo offrire loro informazioni di tipo sanitario e legale, aiuto nei documenti o nell’accesso alle cure. Lasciamo il nostro numero per essere ricontattati. Ma perché possa nascere un percorso di uscita dallo sfruttamento serve passare dal contatto telefonico all’incontro di persona, nei loro alloggi o altrove.
La loro condizione è durissima: spazio di vita e luogo dello sfruttamento coincidono, non stacchi mai, l’impatto sul corpo e la psiche fortissimo. Avere la fiducia di persone costrette a vivere nella paura e nell’inganno è molto difficile, e il turnover ancora più alto che sulla strada rende arduo costruire rapporti. Nei centri massaggi, dove il primo contatto è una visita di persona, il 90% sono cinesi e il 10% thailandesi. Ci muoviamo sempre con la presenza di un mediatore linguistico e culturale. Nell’arco di un anno, a Milano, riusciamo a fare 400 contatti, un altro centinaio fra Crema, Lecco e Lodi. Nell’indoor solo l’1% dei contatti riesce a diventare percorso di uscita dallo sfruttamento, col 40% riusciamo almeno a fare attività come accompagnamenti sanitari, visite domiciliari, colloqui. A entrare nei programmi di protezione, sono pochissime. Ma non ci arrendiamo».
(Avvenire.it, sabato 11 febbraio 2023)
di Franca Fortunato
Quello di Rosa Parks non è stato un gesto isolato: c’era una pratica politica relazionale che ha permesso di fare questa battaglia.
La redazione
In una piccola cittadina dell’Alabama il 14 febbraio di 110 anni fa nasceva Rosa Parks, la donna che con un semplice grande gesto ha cambiato la storia della lotta degli afroamericani per i diritti civili. Un gesto politico, il suo, di coraggio, di dignità e forza che ha segnato la società americana fino ai nostri giorni. Tutto accadde la sera del 1° dicembre 1955. Rosa aveva trascorso la giornata lavorando come sarta in un grande magazzino di Montgomery, dove viveva con la madre insegnante e il padre carpentiere, entrambi attivisti del movimento per i diritti civili dei neri. Attivista lo divenne anche lei come il marito, un barbiere, Raymond Parks. Aspettava, come ogni sera, l’autobus per tornare a casa. Faceva molto freddo. Salita sull’autobus, i posti in fondo riservati ai neri, anzi ai “negri”, erano tutti occupati, e così andò a sedersi in uno di quelli riservati a neri e a bianchi, sapendo che, se fosse salito un bianco, avrebbe dovuto alzarsi e cederglielo. L’uomo bianco arrivò e reclamò il suo posto, ne aveva diritto per legge. Ma, lei non si mosse. Il conduttore fermò l’autobus e le ordinò di alzarsi e spostarsi. Lei tranquilla, ma con fermezza, rispose di No. «Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era di subire.» Subire la segregazione razziale, conosciuta sin da bambina quando doveva andare a scuola a piedi, mentre per le bambine e i bambini bianchi c’erano gli scuolabus. La sua maestra, una bianca, le insegnò però che bianchi e neri erano uguali, i suoi genitori, il nonno e la nonna ex schiavi le insegnarono l’orgoglio e la dignità di essere nera. Al No deciso di Rosa, l’autista chiamò gli agenti di polizia che l’arrestarono per “condotta impropria”. «Non ricordo di aver provato un grande sentimento di paura. Ricordo invece di aver avvertito un moto di orgoglio nel momento dell’arresto.» La sera stessa fu liberata grazie a una cauzione pagata da un avvocato bianco antirazzista e amico dei neri. La notizia dell’arresto si sparse in tutta la comunità afroamericana e per il giorno del processo, fissato per il 5 dicembre, una donna, anche lei nera, Jo Ann Robison, presidente di un’associazione femminile, propose un’azione di protesta non violenta. Nella notte fece stampare migliaia di volantini in cui si invitava la popolazione nera a boicottare tutti i mezzi pubblici. Insieme ad altre donne e attiviste li distribuì nelle chiese, nei negozi, nelle scuole, nei bar, ovunque. Il giorno del processo iniziò il boicottaggio, che trovò il sostegno anche di donne e uomini bianchi. Il No di Rosa divenne il grido di tutti gli afroamericani e ovunque dilagarono le proteste. Il boicottaggio durò 381 giorni e la rete di trasporti pubblici, usati soprattutto da neri, venne messa in ginocchio. Un anno dopo la Corte Suprema dichiarò anticostituzionale la segregazione dei neri sugli autobus in Alabama. Rosa aveva vinto, le donne avevano vinto per sé e per tutta la comunità nera, rendendo migliore la società americana. Una vera rivoluzione iniziata col quel No con cui Rosa aprì la strada alla lotta non violenta che continuò a percorrere a fianco di Martin Luther King. Tutte le leggi di segregazione razziale vennero abolite nel 1964, ma non il razzismo che ancora oggi si ripresenta nelle tante uccisioni di neri da parte della polizia. Rosa è morta il 24 ottobre 2005 a Detroit e a noi resta il suo desiderio di voler «essere ricordata come una persona che voleva essere libera […], così anche altre persone potranno essere libere».
(Il Quotidiano del Sud, 11 febbraio 2023)
A quasi un anno dall’invasione dell’esercito russo in Ucraina continua ad aumentare il coinvolgimento armato di altri paesi tra cui l’Italia, nonostante sempre più donne e uomini stiano dicendo basta a questa e alle altre guerre che insanguinano il pianeta. Ci troviamo in una situazione molto difficile e pericolosa. Vogliamo parlarne a partire dalla consapevolezza che ogni guerra è scatenata da uomini e colpisce tutte e tutti, cioè che la guerra fa parte della questione maschile, dei gravi problemi causati alla convivenza civile dal sesso maschile come si esprime nella storia, e che ormai è necessario un cambiamento, prima che sia troppo tardi. Ne discutiamo con Marco Deriu, Alberto Leiss, Alfonso Navarra: uomini impegnati nella riflessione e nell’azione contro la guerra. Introduce Clara Jourdan.
di Riccardo Michelucci
La mostra di opere d’arte di Elena Osipova doveva rimanere aperta nel centro di San Pietroburgo fino al 24 febbraio, primo anniversario dell’attacco russo all’Ucraina. Così avrebbe voluto l’anziana artista che aveva deciso di esporre una trentina di manifesti contro guerra nei locali del partito di opposizione russo Jabloko. Uno di essi mostra il volto di una bambina, i capelli biondi e gli occhi grandi, con la scritta «mamma ho paura della guerra» in lingua russa e ucraina. In un altro spicca invece una gru bianca in cui si legge « La Russia è in lutto. Si pente. La Russia non è Putin». Alcuni giorni fa, durante l’inaugurazione, la settantasettenne Osipova ha spiegato a un piccolo pubblico di giovani che la mostra voleva essere un atto di protesta ma anche di pentimento per quanto sta facendo il Cremlino in nome del popolo russo. Qualcuno, osservando le pareti ricoperte di manifesti, le ha chiesto se aveva paura. «No – ha risposto lei – ormai sono vecchia e non ho più paura di niente. Perché mai mi viene impedito di dire o di fare qualcosa nel mio Paese, nella mia patria, se lo faccio in modo pacifico, senza armi? La Costituzione russa me lo permette ma è stata sospesa». Poi ha aggiunto che il suo sogno più grande sarebbe quello di assistere al pentimento di Putin e vedere finalmente adottato un trattato che vieti l’uso delle armi nucleari in tutto il mondo. L’inaugurazione è filata via senza problemi ma il giorno dopo sono arrivati gli agenti di polizia. Hanno fatto irruzione nel palazzo sostenendo che ci fosse un allarme bomba e, dopo aver transennato l’edificio allontanando tutte le persone presenti al suo interno, hanno messo al lavoro i cani anti-esplosivo. Non hanno trovato alcun ordigno, ma nel corso dell’ispezione hanno requisito una ventina di manifesti dell’anziana artista il cui contenuto configura, secondo loro, un’ipotesi di reato. Il solito reato: diffusione di informazioni «false» sull’operazione militare in Ucraina per screditare l’operato delle forze armate della Federazione russa. Se l’accusa sarà confermata Elena Osipova rischia di finire in carcere nonostante l’età avanzata e le sue precarie condizioni di salute. La mostra di manifesti di qualche giorno fa non era che l’ultima di una lunga serie di azioni di protesta inscenate da questa insegnante d’arte in pensione che col tempo si è guadagnata l’appellativo di «coscienza di San Pietroburgo». Le prime risalgono addirittura agli anni ’90, ai tempi delle guerre in Cecenia. Per aver manifestato pubblicamente il suo dissenso contro il Cremlino è stata arrestata in più occasioni, anche prima dell’invasione dell’Ucraina. In città la conoscono tutti e lei ormai conosce di persona molti agenti di polizia. Spesso quando la fermano chiudono un occhio e preferiscono riaccompagnarla a casa sua, invece che portarla in caserma. Gli anni che passano si fanno sentire e protestare per le strade diventa sempre più faticoso, perché le gambe e le braccia le dolgono e non riesce più a reggere i manifesti a lungo. Ma questa piccola donna dai capelli grigi non demorde e trova ancora la forza per continuare a esprimere il suo dissenso. Stessa sorte anche per Lija Achedžakova, una delle più celebri attrici in Russia: è stata epurata dallo storico teatro di Mosca Sovremmenik dove lavorava da quasi cinquant’anni: era critica nei confronti della guerra.
(Avvenire, 10 febbraio 2023)
di Donatella Di Cesare
Metsola consegna la bandiera europea a Zelensky. Il presidente ucraino ha appena terminato di tenere al Parlamento europeo il suo discorso, come sempre abile ed efficace. Questa volta, però, compie un passo ulteriore: non si limita a dire che gli ucraini stanno combattendo per difendere i valori europei, ma sostiene addirittura che è in gioco “il destino dell’Europa”. Nessuna espressione poteva meglio segnalare quel che ormai è un dato di fatto: il coinvolgimento totale dell’Ue nel conflitto. Non è tanto l’Ucraina a entrare nell’Europa, quanto l’Europa a entrare in guerra. Un unico destino, un’unica lotta, un unico nemico. D’altronde la presidente Metsola, che ha promesso un “processo di rapida annessione”, si è spinta a evocare una “minaccia esistenziale” che incomberebbe sul vecchio continente. Ha terminato con il solito slogan “guerra significa pace” e l’immancabile urlo bellico Slava Ukraïni!
Che dire di fronte a questo spettacolo? Nella guerra siamo già pienamente coinvolti, l’ha ammesso perfino la premier Meloni. C’è da chiedersi quale limite si deve superare per l’entrata formale in guerra. Il continuum dell’escalation sembra inarrestabile e le armi diventano ormai jet e missili a lungo raggio. A partire da quando si deve usare il termine “guerra”? Se c’è chi parla di una vittoria che deve diventare realtà, qui si deve in effetti già constatare una sconfitta annunciata di tutti. La responsabilità dell’attuale dirigenza europea e di chi detiene in questo momento le leve del potere passerà alla storia. E in tutto questo si deve ammettere non solo che l’Europa si è suicidata, ma che il progetto europeo, così come in tanti lo avevamo auspicato, è fallito. E in modo irreversibile. L’Europa ha tradito se stessa e la propria missione, ha deluso e, per certi versi ingannato i propri cittadini. L’Ue avrebbe dovuto stare accanto al popolo ucraino non assecondando la guerra, non inviando armi, ma mantenendo dall’inizio quel ruolo terzo, quella funzione diplomatica, che sarebbe stata indispensabile. A distanza ormai di un anno ne avvertiamo tutta l’assenza e percepiamo sempre più distintamente la subalternità completa agli Stati Uniti. Errori erano stati già commessi prima, quando era stata accettata l’invasione della Crimea, quando erano stati trascurati gli accordi di Minsk. Adesso non si tratta, però, di semplici errori, bensì di una virata completa, un’inversione di rotta. La nuova unione delle armi è la marcia verso la disgregazione delle piccole patrie interne e l’isolamento del Vecchio continente, coinvolto in un conflitto imponderabile con la Russia. Da cittadina e da filosofa ho sempre difeso l’idea di Europa, anche nelle circostanze più abiette e imbarazzanti. Chi può dimenticare lo scempio che è stato perpetrato in Grecia? Quando la Troika ha imposto misure draconiane sarebbe bastata una somma accettabile per salvare vite umane che sono state invece sacrificate sull’altare dell’austerità. Sono morti di stenti e di fame anziani, donne, bambini. Allora non c’erano i soldi per gli aiuti, oggi ci sono per le armi. Sotto i peggiori auspici è cominciato il nuovo secolo per l’Europa. Ma in molti abbiamo creduto che la catastrofe greca fosse un capitolo osceno che avrebbe potuto essere presto chiuso per riprendere il cammino. Poi, però, le cose non sono andate meglio. Il 2015 è stato l’anno della crisi migratoria. La Germania di Merkel ha aperto le porte ai siriani, ma ha insieme firmato un accordo con Erdoğan: miliardi per i grandi campi profughi. Non parliamo poi dell’Italia e dei suoi scellerati accordi con la Libia a firma Minniti. Violazione dei diritti umani, morti in mare, criminalizzazione delle Ong. Anche qui le cose sono peggiorate costantemente. E oggi si annuncia la costruzione di muri in stile americano per impedire l’ingresso dei migranti.
C’erano molte cose che legavano gli europei: il ribrezzo per una violenza sfrenata, una certa idea di cura e sostegno dell’altro, quel senso di umanità che viene dalla cultura, ma anche da una storia tragica. Tutto questo era la nostra preziosa, impareggiabile, Europa, che sembra perduta. Non è stata seguita la politica della solidarietà e della cura reciproca, ma solo quella delle sanzioni e delle armi sulla pelle dei più deboli. Forse la retriva Polonia sarà guida e traino di un continente subalterno e allo sbando. Certo gli equilibri sono cambiati in modo definitivo e preoccupante. L’Italia, sempre più isolata, anche a causa del governo postfascista, guarda a possibili alleanze mediterranee, mentre la Germania oscilla riluttante e divisa. E malgrado tutto i panzer tedeschi saranno simbolicamente inviati al fronte orientale. Difficile immaginare uno scenario peggiore: il “fato dell’Europa” che si compie nel tradimento e nell’autodistruzione.
(Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2023)
di Ombretta De Biase
Un’ottima performance d’attrice/autrice: Le parole di Drina, monologo scritto e interpretato da Laura Laterza, regia di Claudio Orlandini e Cinzia Brogliato, andato in scena il 27 gennaio al Teatro Litta
Un’ottima performance d’attrice oltre che di autrice quella di Laura Laterza che la pone fra i nostri più validi talenti teatrali, anche se ancora poco noti. In uno spettacolo coinvolgente fin dalle prime battute: Io sono Drina e ho quindici anni, l’attrice/autrice propone un teatro di narrazione anomalo, cioè non ingessato entro i consueti canoni di una rappresentazione accorata ma distaccata, e li travalica inscenando, grazie all’Io-narrante, l’arco di vita di una quindicenne che ha subito una tragedia e che infine approda alla maturità di una donna ormai integrata nel Paese che la ospita.
La storia è quella vissuta e scritta da Drina Bavestrello, cilena d’origine, in cui lei stessa racconta ciò che ha vissuto a partire dai suoi quindici anni durante il colpo di stato in Cile nel 1973 di Pinochet, e poi continua con il suo approdo, insieme alla famiglia finalmente salva, in Italia, patria dei suoi avi.
Ed ecco che sul palco vediamo materializzarsi una ragazzina, il personaggio di Drina, che, attonita e terrorizzata, scopre di essere precipitata in una tragedia di orrori e terrori che colpirà man mano amici e parenti e che la sua mente immagina agìta da un orrendo scorpione sempre pronto a colpire, uno scorpione che, purtroppo, dopo la fuga dal Cile, lei vedrà ri-materializzarsi anche in un’Italia degli anni feroci del terrorismo double-face nostrano. Ma Drina combatte, resiste alla durezza di una vita d’adolescente che, dal benessere in Cile, è precipitata nella miseria e in una società tutt’altro che accogliente. Ma tutto è bene quel che finisce bene, come si dice, perché grazie anche al suo bambino, Drina, ormai adulta, può far pace con il mondo a dispetto degli scorpioni che purtroppo lei ha ben conosciuto e che ancora, lo sappiamo tutti, sono all’opera nel mondo di oggi.
E dunque Laura Laterza grazie anche ad un sapiente e ben addestrato uso della tecnica del linguaggio del corpo, che per certi versi rimanda ad Emma Dante, propone uno spettacolo originale, dal ritmo impeccabile e quindi da non perdere.
(www.libreriadelledonne.it, 9 febbraio 2023)
di Roberta De Monticelli
«Temo che il mondo non stia camminando come un sonnambulo verso una guerra più ampia, temo che lo stia facendo con occhi bene aperti». È l’ultimo monito del segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, che evoca la minaccia atomica.
Il mondo? Chissà qual è il riferimento esatto di questa espressione. Mai come oggi decisioni di portata globale sembrano in mano ad alcuni leader che, per quanto potenti siano le forze cui rispondono, non ne sono certo privati del libero arbitrio che li definisce persone umane.
Esattamente come ciascuno di noi, compresi quelli che contribuiscono a formare l’opinione pubblica, a scrivere le leggi, ad approvarle.
Consta ai più che lo stesso Guterres, e con lui tutti i decisori effettivi dell’Onu, non abbiano prestato ascolto né alle voci del diritto internazionale che suggerivano l’esistenza di clausole, nello statuto delle Nazioni unite, per aggirare i veto «in caso di stallo nel Consiglio di sicurezza» in funzione di iniziative di peacekeeping, né agli appelli di centinaia di associazioni riunite sotto la bandiera di Europe for Peace, ultima la lettera allo stesso Guterres e alle altre autorità responsabili che cita l’Agenda politica per il Disarmo lanciata dall’Onu nel 2018.
E questi appelli, come le voci che salgono dagli esponenti della grande tradizione diplomatica italiana dei costruttori di pace, citate a più riprese da Mario Giro su queste pagine, salgono dal cuore stesso di quello che fu il progetto fondativo dell’Unione europea, nato dalla cognizione del dolore e volto a costruire nell’area europea un modello di democrazia sovranazionale in grado di prevenire, gestire e risolvere per le vie del diritto internazionale i conflitti tra stati e tra individui. Eppure l’attuale leadership dell’Ue pare non se ne ricordi affatto.
Ma allora, vi prego, non parlate del “mondo”. Non parlate a suo nome, soprattutto: che nome proprio non ha, e volto e mani.
Vorrei che nascesse un segretariato mondiale della precisione a multare gravemente tutte le voci pubbliche che ignorano la responsabilità nell’uso delle parole, azzerandone il peso di verità. Perché una sola è la radice di logica ed etica: del rispetto tanto del peso di verità delle parole quanto della responsabilità personale degli atti, che è il peso della libertà.
La scoperta di quest’unica radice si chiama filosofia, che o si rinnova ogni giorno o degenera in sofistica. E con lei degenera in vuota retorica quell’idea di Europa – o addirittura di Occidente – che ha provato a incarnare etica e logica nelle istituzioni dei diritti umani universali.
Che sciagura, allora, se «carico di filosofia» viene detto «questo scontro». Se è un filosofo – Biagio De Giovanni sul Corriere della Sera – ad azzerare il peso logico delle parole descrivendo la guerra in atto come uno scontro fra «potere orientale», questa «forza tellurica che non può incontrare la libertà» e «potere occidentale», questo «continente della libertà» che da troppo tempo vive il suo tramonto (copyright Oswald Spengler, mediocre best-seller del secolo scorso che nutre ancora i teorici dello «scontro di civiltà», i neocon e purtroppo la politica estera americana corrente). Alle armi, Occidente!
Discutiamone: io lancio un solo guanto. Che cosa può intendersi per «libertà» se come andrà la storia non dipende da noi, ma dalle mistiche potenze della geopolitica?
È nullo il peso della libertà nel «continente della libertà»? Se è nullo, allora è nullo anche il peso di verità delle parole che questa libertà conclamano. Quod erat demonstrandum.
(Domani, 8 febbraio 2023)
di Paola Mammani
Vi sono state sfide difficili da affrontare negli ultimi anni. Avvenimenti dirompenti sui quali, come c’era da aspettarsi, ci siamo divise, ma alcune sono state prese alla sprovvista e io tra loro. Da sempre diciamo che le donne non sono un gruppo sociale omogeneo e per questo hanno saperi, desideri e visioni della vita differenti, perciò la sfida è stata ed è: se, con chi e come metterci in relazione su temi quali l’epidemia di Covid, la guerra in Ucraina o il dilagare dell’ideologia del gender. Da parte mia potrei aggiungere il tema della prostituzione ma ciascuna avrà i suoi punti dolenti, quelli più difficili da affrontare con le altre, quando sa che incontrerà dissenso.
In una rete di donne che si tenevano in contatto con mail durante il lockdown, una che si era dichiarata contro le vaccinazioni, le proibizioni del governo etc., ha citato Shoshana Zuboff e Il capitalismo della sorveglianza per dire che a suo parere l’autrice già prefigurava una posizione di rifiuto e critica ad interventi simili. Proprio in quei giorni Zuboff dichiarava di essere a favore dell’obbligo di vaccinazione a difesa della salute di tutti, e io in quella rete l’ho scritto. Una donna ben più competente e saggia di me in fatto di politica, mi ha chiesto: era necessario che tu intervenissi?
Questo aneddoto per dire che dobbiamo cercare la via, non facile, per confrontarci sui temi che questi tempi ci impongono, mantenendo vive le relazioni, per quanto possa essere stato doloroso o addirittura stupefacente non sentirsi comprese o appoggiate da quelle che credevamo di avere al nostro fianco in questi frangenti.
In concreto, se una ha ritenuto che il meglio per sé fosse non vaccinarsi e che la politica dei governi sul Covid sia stata una gigantesca operazione autoritaria e un grandissimo affare a spese di tutta l’umanità, può provare a parlare alle proprie simili più efficacemente di quanto non le sia riuscito nel passato. Deve tenere conto però che, nella stragrande maggioranza, noi donne abbiamo deciso di vaccinarci, anche quelle cui nessuno avrebbe sospeso salario o stipendio in assenza di green pass. E che non possiamo per questo essere ritenute delle imbelli spaventate, in balia di uno stato autoritario.
Insomma, quali strumenti abbiamo per parlarci, se non lo facciamo ognuna a partire da sé? Ritorno sull’aneddoto: perché svilivo pubblicamente un’altra donna? Se volevo dire che non ero d’accordo con la sua scelta, non si trattava di darle un’informazione esatta, ma dovevo offrirle il mio punto di vista soggettivamente vero. Commette il mio stesso errore, credo, quella che mi dice che sono stata passivamente acquiescente alla violenza delle vaccinazioni, che non mi sono ribellata quanto avrei dovuto e che di questo si stupisce. Il fatto c’è, ho accettato di vaccinarmi, ma la sua verità soggettiva dov’è? Della sua soggettiva difficoltà non ha nulla da dirmi?
A torto o a ragione, io ero tra quelle che sin dai primi giorni del febbraio 2020, ritenevano che l’OMS ritardasse colpevolmente la dichiarazione dello stato di pandemia. Mi ha preso un vero scoramento quando donne importanti per me hanno dato per buone le parole del sindaco Sala – Milano non si ferma – o hanno tardato a adottare le misure di prevenzione prescritte. Per questo sono grata a quelle amiche che hanno voluto raccontarmi le ragioni del loro disagio di fronte agli obblighi imposti durante la pandemia, primo fra tutti quello vaccinale.
Negli ultimi tempi ho visto altre mosse, nel dibattito politico tra donne, che giudico sbagliate. Le annoto, sperando così di evitarle io stessa. Per esempio, in una discussione che ogni tanto ricorre, quella di adottare il cosiddetto modello nordico, perseguendo penalmente i clienti delle donne prostituite, una che ha argomentato contro la proposta è stata invitata a lasciar parlare quelle che hanno competenza a farlo, e questa pretesa contraddice un’altra pratica posta a garanzia di relazioni proficue, e cioè che tutte sono abilitate ad esprimere un giudizio, purché consapevoli della propria parzialità, anche di sapere e competenza.
Ho trovato forse maggiore consapevolezza della difficoltà del momento, su una mailing list in cui si discuteva dell’invasione dell’Ucraina. Ho argomentato come ho potuto la mia posizione di critica netta al modo in cui tutto l’Occidente ha trattato e continua a trattare il conflitto, ma quando mi sono accorta che le mie parole non risultavano convincenti, ho deciso di tacere e lo stesso hanno fatto le mie interlocutrici favorevoli alla politica del nostro paese e dell’Europa. Loro conoscono di certo le critiche mosse ai governi europei e alla NATO, mi sono detta, ma se sono convinte che l’invio di armi all’Ucraina sia un’inevitabile necessità, allora sono io che devo pensare di più e di meglio, che devo trovare parole nuove se voglio riaprire efficacemente il confronto. E anche loro, confido, si sono date lo stesso compito.
(www.libreriadelledonne.it, 8 febbraio 2023)
di Antonella Nappi
La prima ministra neozelandese Jacinda Ardern non sente più l’energia sufficiente per fare il mestiere che ha condotto benissimo fino ad ora e vuole avere il tempo di essere presente alla figlia che inizia la scuola. Si è ritirata dal ruolo e in questo modo mette in evidenza un fatto che riguarda tutte le donne e tutti gli uomini, tutti i governi, tutta la società.
Le donne non accettano, generalmente, di rinunciare alle responsabilità affettive e di investimento nelle cure relazionali, nella manutenzione dei corpi e delle cose, conducendo così una vita molto dispendiosa in energie per gestire assieme il lavoro remunerato – che hanno a più riprese nella storia riconquistato – e tutte le altre attività indispensabili all’esistenza. Gli uomini invece, generalmente, hanno concentrato la loro attenzione sul lavoro retribuito e sui legami tra loro. Questa coesione tra maschi per mantenere il primato economico e non compromettersi affettivamente con le donne è documentata da Marzio Barbagli in Sotto lo stesso tetto (Il Mulino, 1984, riedito nel 2013): è una abitudine storica lo strappare gli uomini dalle case la sera, perché dopo il lavoro conducano lo svago tra loro, senza familiarizzare con donne e bambini.
Anche gli uomini si esauriscono se invece di demandare ad altri una parte delle loro responsabilità, in particolare proprio quelle che li legano al corpo e al mondo degli affetti e delle cure relazionali, finiscono con il perdere del tutto questi legami e questi piaceri emotivi.
L’esercizio di affacciarsi al mondo del lavoro e della competizione, alle relazioni pubbliche e assieme alle attività di cura verso cose e persone gestendone l’intimità, i possibili dissidi, attenuando le pretese – anche quelle personali – restituisce una formazione mentale ricca di saperi su sé stesse e gli altri, sulla disgiunzione che c’è tra vita pubblica e privata e sulla somiglianza invece delle competenze relazionali necessarie nei due ambiti. Questa doppia presenza permetterebbe anche agli uomini di desiderare una armonizzazione dei tempi e darebbe loro l’acquisizione di maggiori competenze.
È il piacere sensoriale e sentimentale a dare valore a quello che di già si ha: la salute del corpo e dell’ambiente, la ricchezza sociale che si è costruita nel tempo nel contesto in cui viviamo. Sono cose queste che contano nella capacità di pensare le scelte sociali. Anche in assenza di lavoro extra-domestico queste qualità le “casalinghe” le conoscono e sono essenziali nella capacità di pensare le scelte sociali.
È indispensabile per la società permettere alle donne di non ritirarsi dal confronto politico con gli uomini sul lavoro e in ogni istituzione, dimensionando i tempi del lavoro e della politica per tutti, così da permettere a ciascuno una esistenza piena e indipendente, un impegno pubblico che non disprezza le necessità personali. Sollecitare gli uomini, esplicitamente, a prendere a modello le donne nel lavoro e nel pensiero, educandoli a partecipare a tutti i lavori indispensabili all’esistenza li indurrebbe a collaborare di più anche tra loro, invece di competere. È un esercizio indispensabile per concepire un’organizzazione sociale collaborativa.
L’attenzione alla vita affettiva forma a conoscere anche il valore della pace, che conserva le ricchezze sociali e crea un equilibrio possibile tra le cause di conflitti. L’esercizio relazionale quotidiano del contenere i dissidi e le pretese, l’indifferenza alle ingiustizie, serve a creare dirigenti politici che sappiano evitare l’esplodere delle violenze e delle distruzioni. Le energie spese dalle donne perché la società resti umanamente fondata e solidale devono trovare reciprocità negli uomini in modo che il relazionarsi agli altri e a sé stessi con intimità, diventi una capacità diffusa.
L’esperienza delle molte responsabilità quotidiane che ci permettono di realizzare la società nel suo complesso renderebbe gli uomini meno alieni agli equilibri ambientali, alle ricchezze offerte dalla natura, a quelle che nei secoli sono state create con il lavoro. Non troverebbero ragione la distruzione dei corpi, della natura e delle fabbriche, delle città, come avviene con la disputa armata, in nome di interessi che possono essere messi in parola e trovare ascolto, e su cui si possono cercare accordi che tengano in considerazione i comuni valori.
La violenza che ci viene richiesta per vincere, vincere in tutto e per tutto sui nemici, è frutto di una pratica basata su una logica astratta dalla materialità dell’esistenza. La competenza complessiva è nella popolazione e in particolare nelle donne, al contrario siamo costretti e costrette a lasciare tutto in mano a chi ragiona soltanto sulla base di competizione e di forza economica e militare. Il valore delle scelte va cercato nella valorizzazione dell’egoismo di ogni soggetto, che ragionato e condiviso trova una misura nella comune consapevolezza; è il sale della terra, così lo si è spesso chiamato.
Non avremmo desiderio di distruggere tutto quanto già esiste per affermare un principio di potenza su altri popoli, una volontà di giustizia astratta, come quella che si richiama ai principi, ai confini legali, ai poteri giuridici, cose private della considerazione del piacere di vivere. Il piacere di conservare la salute, di apprezzare la compagnia degli altri intimamente in tutte le relazioni, deve avere la precedenza.
Ci vuole una società organizzata da uomini e donne perché entrambi acquisiscano la capacità di unire i sentimenti alla ragione.
(www.libreriadelledonne.it, 7 febbraio 2023)
di Dino Piovan
«La guerra è affare di uomini». Quante volte l’abbiamo sentita e risentita, questa frase? Non abbiamo constatato il suo inveramento ancora una volta, per l’ennesima volta, nell’interminabile conflitto in Ucraina, con le donne lasciate libere di fuggire dal paese a differenza di quasi tutta la popolazione maschile? Una frase che pare una constatazione più che una ingiunzione, la semplice descrizione di un dato di realtà più che una prescrizione a cui la realtà deve uniformarsi. Una frase di sempre, buona per tutte le epoche; una frase senza storia.
E tuttavia, una storia ce l’ha. C’è un testo in cui appare per la prima volta, almeno in forma scritta: l’Iliade di Omero, uno degli archetipi della nostra tradizione letteraria (copyright Franco Ferrucci). In uno dei passi più celebri del poema, nel canto VI, Ettore, capo dell’esercito troiano, incontra sua moglie Andromaca, in ansia per la sorte del marito che sta per tornare in battaglia, e dopo averla rassicurata la rimanda a casa a lavorare al telaio perché, appunto, alla guerra devono pensare gli uomini.
In effetti, quando si pensa all’Iliade, sono soprattutto i guerrieri che balzano alla mente, Achille, Ettore, ecc. Tuttavia, per quanto stretto sia il ruolo loro assegnato, la presenza delle donne è tutt’altro che marginale nell’epica e nella ricchissima tradizione letteraria che riprende, continua o riscrive quegli episodi, come documenta adesso Il grido di Andromaca – Voci di donne contro la guerra, a cura di Alberto Camerotto, Katia Barbaresco e Valeria Melis (De Bastiani Editore, pp. 252, euro 15,00).
Il libro raccoglie ben diciotto contributi, tutti di autrici salvo l’epilogo, ed è il frutto di una inedita collaborazione tra giovani studiose che operano nel laboratorio Aletheia dell’Università di Venezia e studiose di letteratura greca e latina affermate da tempo. La ricerca coinvolge autori distribuiti in un amplissimo arco di tempo, dall’VIII secolo a.C. al IV secolo d.C., da Omero a Virgilio al poco noto Quinto Smirneo, senza trascurare né i grandi tragici del V secolo (Eschilo, Sofocle, Euripide) né la commedia di Aristofane, e privilegia aspetti meno indagati di testi perlopiù molto noti grazie alla loro presenza nel canone scolastico. Come ad esempio il pianto delle donne troiane, di Andromaca come della regina Ecuba, che si configura «come narrazione della guerra alternativa a quella proposta dalle retoriche eroiche maschili» (Federica Leandro) che finisce per mettere in crisi i criteri di valore consolidati. O come Tecmessa, la schiava concubina dell’eroe greco Aiace, figura non menzionata nell’Iliade ma che nella tragedia sofoclea esce dall’ombra per «smontare le argomentazioni con cui Aiace giustifica la scelta del suicidio» (Chiara Mingotti), in polemica con l’ideologia eroico-aristocratica che giustifica, anzi richiede quel suicidio. O le giovani donne che formano il coro dei Sette a Tebe di Eschilo, che il re Eteocle vorrebbe zittire per il timore che i loro foschi presagi sulle disumane conseguenze del conflitto imminente possano intaccare la fermezza dei cittadini-soldati; un coro che non solo dà voce a un punto di vista femminile ma che rende la tragedia «uno strumento di indagine e di costruzione del reale, che mira a mostrare non già l’assenza di una verità, ma il suo carattere plurale» (Manuela Giordano). O le conseguenze linguistiche di quell’attacco comico al dominio maschile da parte delle donne stanche della guerra, messo in scena nella Lisistrata aristofanea, in cui «morfologia, lessico e sintassi riflettono un unico grande significato: le donne sono un insieme, e quindi agiscono insieme» (Elisabetta Biondini).
Ma non c’è il rischio, per questa via, di rimanere ancorati a una visione essenzialista, quella per cui il legame tra le donne e la pace sarebbe ‘naturale’ e che anche per questa via rafforza l’idea che le donne siano ‘naturalmente’ predisposte alla cura? Una visione riproposta anche in tempi recenti e recentissimi. Una visione tuttavia non così scontata nel mondo antico, se è vero che sia il mito sia la letteratura pullulano di donne incapaci di controllarsi, violente fino all’omicidio di figli e mariti (Medea, Clitennestra e tante altre), in patente contraddizione con l’esaltazione della moglie ideale, fedele e devota alle cure domestiche (la donna-ape di una celebre tirata misogina del poeta arcaico Semonide). Una rappresentazione contraddittoria la cui radice va rintracciata nel proposito di «relegare le donne al ruolo materno, escludendole allo stesso tempo dalla guerra e dal governo, sia in quanto pericolose sia, al contrario, in quanto imbelli» (Marcella Farioli).
Se Lisistrata vuole la pace al punto da proclamare il primo «sciopero del sesso» della storia, insomma, non è tanto per un ‘naturale’ pacifismo ma per la sua appartenenza a una categoria oppressa; è per una questione di diseguaglianza di potere tra chi decide e chi subisce. Ieri come oggi.
(Alias – Il Manifesto, 5 febbraio 2023)
di Guido Caldiron
Nel mondo anglosassone, e ormai non più solo in quello, con il termine whistleblower, derivato dall’espressione «blow the whistle» (soffiare nel fischietto) che indica l’azione di un arbitro in una competizione sportiva che vuole fermare un comportamento irregolare o pericoloso, si identifica un «lanciatore di allerta»: chi, in base alle proprie ricerche o analisi è in grado di individuare la china pericolosa che stanno prendendo determinate vicende, processi tecnologici, scientifici o economici o, per estensione, gli esiti catastrofici verso cui possono condurre le scelte di questo o quel leader. Una categoria che sembra essere stata inventata per descrivere la traiettoria di Anna Politkóvskaja, la giornalista russa che di allarmi e ammonimenti ne aveva lanciati molti attraverso il proprio lavoro, senza essere davvero ascoltata né in patria né all’estero, ma tanto da finire ammazzata a 48 anni il 7 ottobre del 2006 a Mosca. Perché, come ricorda Francesca Mannocchi nella prefazione agli scritti di Politkóvskaja dedicati alla seconda guerra cecena (1999-2009) e al modo in cui quel conflitto ha plasmato la società russa e il sistema di potere al cui vertice siede Vladimir Putin, che tornano oggi in libreria per Bur, (Un piccolo angolo d’inferno, postfazione di Geórgi M. Derluguián, pp. 274, euro 15), di fronte all’invasione dell’Ucraina e all’ulteriore svolta nazionalista e repressiva del regime di Mosca, quelle pagine rappresentano «la cronaca di un avvertimento inascoltato».
Figlia di due diplomatici sovietici di stanza all’Onu a New York, Anna Politkóvskaja arriva alla Nóvaja Gazéta, il giornale che nel 1993 aveva avuto tra i suoi cofondatori Gorbačëv e che era contraddistinto da una linea di indagine rigorosa e lontana da ogni soggezione verso il potere, alla fine degli anni Novanta dopo un decennio di lavoro da cronista in varie testate moscovite. L’ex funzionario del Kgb Vladímir Putin e al debutto della propria carriera politica nazionale, nel 1999 è stato nominato primo ministro da Eltsin e un anno più tardi sarà eletto, per la prima volta, presidente della Federazione russa. Per poco più di sei anni Politkóvskaja segue il conflitto sanguinoso che ha luogo nel Caucaso – le stime più attendibili parlano di circa 200mila vittime lungo un ventennio, senza contare la distruzione pressoché totale della città di Grozny, rasa al suolo dai bombardamenti – recandosi decine di volte nei luoghi dove infuria la battaglia e dove hanno luogo reciproche e crudeli rappresaglie fatte di prigionieri decapitati e torture sistematiche, e che fa sentire la sua tragica eco anche nelle grandi città russe con le azioni del terrorismo e le campagne e le violenze xenofobe che si abbattono sui rifugiati.
Quella che è nata dalla volontà di indipendenza di un popolo al momento del crollo dell’Urss si trasforma in un conflitto sanguinoso che conosce ogni sorta di deriva, «estremismo islamico e lotta allo stesso sono un’unica e sola tragedia», scriverà la giornalista nei suoi appunti. Politkóvskaja racconta i crimini dei signori della guerra locali, l’emergere del fondamentalismo islamico, ma anche il modo in cui il Cremlino e i vertici delle forze armate, e una parte almeno della società russa, considerano normali le atrocità che i soldati di Mosca compiono ogni giorno contro la popolazione civile: emblematica la vicenda del colonnello Júrij Budánov responsabile di un battaglione corazzato i cui uomini rapirono, stuprarono e fecero a pezzi una giovane cecena e che diventerà, una volta sotto processo a Mosca, un simbolo dei nazionalisti russi. Una storia terribile che Politkóvskaja racconta in La Russia di Putin (Adelphi, 2005), uno dei molti libri dedicati al modo in cui quel conflitto ha segnato la realtà russa di oggi, spiegando come, «offuscata dalla propaganda, la Russia ha pensato che quanto successo fosse giusto: Budánov aveva strangolato la ragazza vendicandosi su di lei, magari ingiustamente, dei guerriglieri ceceni». Sul fondo, per la giornalista, emergeva il modo in cui il Cremlino stesse conducendo «dei giochi estremamente pericolosi», sfruttando la paura, il razzismo e la richiesta di sicurezza per rafforzare il proprio potere e mettere a tacere di volta in volta oppositori, giornalisti scomodi e proteste di piazza. E senza arretrare di fronte a niente: oltre a Politkóvskaja nella sola redazione di Nóvaja Gazéta si sono contati cinque reporter uccisi e il giornale è stato chiuso definitivamente dalle autorità lo scorso settembre per aver voluto raccontare la verità sull’invasione dell’Ucraina».
Il lavoro della coraggiosa cronista non si limitava però solo al turbine violento della guerra del Caucaso, nei suoi articoli dava voce ogni giorno alle proteste contro gli abusi delle forze dell’ordine, alla denuncia dei casi di corruzione che lambivano i vertici stessi del Paese o del ruolo crescente dell’intelligence del Fsb, l’ex Kgb, nel limitare le libertà civili. Nel 2005 avrebbe raccontato la protesta delle «restituenti»: «Le madri dei soldati caduti in Cecenia (che), private dei sussidi, hanno rispedito a Putin i 150 rubli (4,50 euro) della compensazione in denaro: l’equivalente di venti biglietti dell’autobus». In altre occasioni avrebbe descritto le mobilitazioni per l’aumento di stipendi e pensioni o la crisi sociale derivante dalla diffusione dell’alcolismo. Eppure, si legge al termine del suo Diario russo (Adelphi, 2007), «il potere rimane sordo a ogni “segnale d’allarme” che viene dall’esterno, dalla gente. Vive solo per sé stesso. Con stampato in faccia il marchio dell’avidità e del fastidio che qualcuno possa ostacolare la sua voglia di arricchirsi. Lo scopo è far sì che nessuno glielo impedisca: la società civile va calpestata e la gente convinta giorno dopo giorno che opposizione e opinione pubblica si nutrono al piatto della Cia, dello spionaggio inglese, israeliano e finanche marziano».
Ma, in quella stagione, Politkóvskaja coglie un altro elemento destinato a illuminare di nuova luce anche il presente. Siamo all’indomani della rivolta di Maidan a Kiev e la giornalista annota: «Quanto accaduto in Ucraina ha segnato la fine della Grande Depressione politica russa: è storia. L’opinione pubblica si è svegliata dal torpore e ha invidiato con tutte le forze la piazza di Kiev. “Perché non facciamo come loro, accidenti?” ci si ripeteva l’un l’altro. “Siamo così simili, eppure…”». E anche se la passione politica ucraina non ha contagiato Mosca, aggiungeva Politkóvskaja, «ci è servita comunque da sprone per un Rinascimento di protesta, ha buttato giù i russi dal divano e li ha costretti a guardare per strada». Molto più di una semplice sottolineatura: quella rivolta parlava anche ai russi. Forse in pochi se ne sarebbero accorti a livello internazionale, ma c’è da credere che qualcuno al Cremlino stava cominciando a preoccuparsi di una possibile diffusione di quei fermenti.
Non a caso, scrive oggi Francesca Mannocchi, «molti hanno paragonato l’invasione russa dell’Ucraina alla seconda guerra cecena e in effetti le guerre in Cecenia raccontate da Politkóvskaja possono essere lette come l’avvertimento di quello che sarebbe accaduto altrove, l’allarme inascoltato di una Cassandra che tanto più denunciava e descriveva gli orrori che si consumavano nella piccola repubblica, quanto più si sentiva allontanata, messa ai margini da una società che rifiutava di vedere». Se quelle guerre hanno definito «la strategia della terra bruciata» che il Cremlino ha poi messo in atto in ogni scenario nel quale le sue forze sono state impegnate, sono tali vicende ad aver «cominciato a modellare la Russia moderna per come la conosciamo ora, un Paese che ha spento la libertà d’opinione, che punisce i dissidenti, incarcera gli oppositori politici, vieta le manifestazioni di dissenso, che ha ucciso e continua a uccidere giornalisti leali alla verità».
Dopo aver subito ogni sorta di minaccia, un tentativo di avvelenamento, più d’un arresto, e aver trascorso nel 2001 alcuni mesi «al sicuro» a Vienna, Anna Politkóvskaja fu uccisa nel pomeriggio del 7 ottobre del 2006 mentre rientrava con le borse della spesa. Il suo assassino, che conosceva il codice per aprire il portone le ha sparato alla testa con una pistola silenziata mentre apriva la porta dell’ascensore. Per quel crimine, a otto anni dai fatti, sarebbero stati condannati alcuni malavitosi ceceni, già informatori del Fsb, e un ex poliziotto, senza che sia fatta mai luce sul motivo e i mandanti dell’omicidio. La giornalista fu uccisa il giorno del 54esimo compleanno di Putin, nessun rappresentante del governo russo prese parte ai suoi funerali.
Del resto, il suo lavoro l’aveva resa oggetto di un odio sordo e determinato negli ambienti del potere moscovita come presso i signori della guerra del Caucaso, di volta in volta avversari, complici o subalterni al Cremlino. Eppure, al di là della difesa di qualunque «causa», ciò che rivendicava era la possibilità di svolgere, e bene, il proprio lavoro. «Ma, alla fine, che cosa avrei combinato? – spiega in uno dei testi raccolti in Per questo (Adelphi, 2009) dopo la sua scomparsa – Ho scritto ciò di cui sono stata testimone. E basta. L’importante è avere l’opportunità di fare qualcosa di necessario. Descrivere la vita, parlare con chi ogni giorno viene a cercarmi in redazione e che non saprebbe a chi altri rivolgersi. Dalle autorità ricevono solo porte in faccia: per l’ideologia al potere le loro disgrazie non esistono, di conseguenza neanche la storia delle loro sventure può trovare spazio sulle pagine dei giornali. Solo sulla Nóvaja Gazéta». L’articolo che conteneva questo brano fu pubblicato il 26 ottobre 2006, Anna Politkóvskaja era già morta da qualche giorno.
(Il manifesto, 5 febbraio 2023)
di Franca Fortunato
Il 6 gennaio 1923 moriva Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese poco conosciuta e poco ricordata. Per il centenario della sua morte Nadia Fusini ha ripubblicato il suo libro La figlia del sole. Vita ardente di Katherine Mansfield edito da Feltrinelli, dove racconta di lei attraverso il dialogo tra un fratello e una sorella. Una vita breve, la sua, ma intensa, dedicata alla scrittura e al desiderio di amare e di essere amata fuori da ogni conformismo. Nasce il 14 ottobre 1888. Il padre è l’uomo più ricco del paese ma anche il più avaro, tirannico e autoritario. La madre, donna bellissima, costretta come tante della sua generazione a continue gravidanze, si ammala di cuore e affida la cura delle figlie e del figlio a sua madre, che vive con lei. Katherine di sua madre scrive: «È a pezzi, indebolita, il suo coraggio se n’era andato a cause delle gravidanze […] lei i bambini non li amava […] anche se ne avesse avuto la forza, non avrebbe allattato le bambine, non avrebbe mai giocato con loro». Non vuole diventare come lei, si ribella al modello di donna che la società del tempo le impone, diventa una bambina scontrosa, stizzosa, criticona, poi una donna originale, sfrontata, sfacciata che gioca con il suo essere bisessuale. Legge tutto quello che le capita sottomano, pubblica il suo primo racconto a nove anni. Va al College a Londra dove incontra l’amica fedele di una vita, Ida Baker. Torna in Nuova Zelanda ma, dopo qualche anno, va via per sempre. Ha bisogno di vivere la sua vita, di viaggiare, di girare l’Europa, di allontanarsi dal provincialismo soffocante del suo paese, da suo padre di cui ha sempre avuto paura. Va via e lui «per ripicca le passa un assegno che non le basta per vivere». Katherine è però una donna coraggiosa, determinata, piena di talento, intraprendente e non si lascia abbattere. Per guadagnare qualche soldo si arrangia a fare la comparsa al cinema o a teatro. Lei ama il teatro, da ragazzina pensava di diventare un’attrice. Poi cambia idea, diventerà una musicista. Infine decide: farò la pittrice. No, anzi la scrittrice. Scrive, scrive notte e giorno i suoi racconti e dopo aver vagabondato tra molti pseudonimi, sceglie di firmarli Katherine Mansfield come l’amatissima nonna. Quando a ventitré anni incontra l’uomo che diventerà il suo compagno, John Middleton Murry, ha alle spalle esperienze di amore e di sesso con donne e uomini, due aborti, un marito che abbandona il giorno delle nozze. È una ragazza avida di incontri, impulsiva, confusa e autodistruttiva. È spaventata. Ha paura, paura della solitudine. Corre, corre di esperienza in esperienza come se sapesse che la sua vita sarà breve. Cerca l’amore, perché crede che il perfetto amore scacci la paura. Ma neanche con Murry smette di avere paura. Si separano di continuo e ogni volta giurano che sarà l’ultima. Incontra Virginia Woolf che le pubblica il libro Preludio definendolo “un’opera d’arte”. È ancora giovanissima quando si ammala di tubercolosi. Non vuole, non può, andare a curarsi in un sanatorio, lì non potrebbe mai scrivere, mentre scrivere è l’unica cosa al mondo che desidera. Scrive notte e giorno, scrive sempre, in una specie di gara col tempo. Ha paura di morire senza aver finito di scrivere un racconto e subito ne comincia un altro. Scrive racconti bellissimi dei luoghi della sua isola, di cui ha nostalgia, della sua infanzia dove ritorna col ricordo del fratello morto, della nonna, della madre e così «smette di sentirsi esule, randagia». Scopre di non aver mai abbandonato quei luoghi perché vivono dentro di lei. Quando muore ha solo 34 anni. Ha lottato fino alla fine. A noi ha lasciato i suoi bellissimi racconti da leggere o rileggere.
(Il Quotidiano del Sud, 5 febbraio 2023)
di Maria Castiglioni
Il libro di Silvia Di Francia, “La medicina delle differenze”, Neos edizioni 2020, è un testo molto ricco e articolato, organizzato in diverse sezioni tematiche:
* La sezione storica (a cura di Cinzia Ballesio)
* La medicina di genere, le sue declinazioni nella farmacologia e nelle diverse patologie (S.de Francia)e la sua applicazione nel servizio pubblico (Sergio Foà).
* Di grande interesse gli atti del Workshop internazionale di Medicina di Genere tenutosi a Ferrara il 6/7 dicembre 2019, così come la rassegna, a cura dell’autrice e di Cinzia Ballesio, delle donne protagoniste della storia della medicina, della sua applicazione e dei diritti ad essa connessi.
* Il testo si chiude con una bella e significativa galleria di immagini dal mito alla storia, dalla maga Circe e da Trotula a Tina Anselmi, Barbara McClintock, Rita Levi Montalcini, fino alle premio Nobel e a tutte le altre donne che, superando stereotipi, condizionamenti e ostacoli di ogni genere hanno dimostrato, contrariamente a quanto si è sempre pensato e affermato, che la medicina è anche “cosa da donne e per le donne”.
Mi soffermerò in particolare su due di queste sezioni: quella storica e quella della Medicina di genere, che dà il titolo al testo.
Il testo si apre con una utilissima introduzione di Cinzia Ballesio (anche curatrice del testo) che compie un excursus storico, dalle civiltà preromane fino ai nostri giorni, per illustrare il ruolo della donna nel campo della cura e della salute con tutti i relativi pregiudizi, esclusioni, persecuzioni. Per darvi solo un’idea di questa esclusione della donna dal mondo medico basti pensare che il termine latino medicus aveva la declinazione femminile, medica, termine che ancor oggi si fa fatica a pronunciare (forse più ancora di ministra o sindaca). La trattazione parte da una considerazione tanto elementare quanto rimossa dalla nostra cultura patriarcale: la prima creatrice/curatrice è la Terra/Natura, rappresentata da Gea, la dea madre nell’area mediterranea, simbolo del ciclo eterno morte/rinascita. Vengono ricordate (e non possiamo qui citarle tutte- si trovano nella sezione Protagoniste) le donne che sono state appunto protagoniste della storia della medicina e i cui apporti sono stati per lo più censurati e misconosciuti. Le nobili romane Fabiola e Metrodora, la prima fondatrice del primo ospedale (nosocomio), la seconda autrice del primo trattato sulla salute e la cosmesi delle donne, la scuola di Salerno, del IX sec. con la famosa Trotula de Ruggiero, autrice dell’opera Sulle malattie delle donne, Dorotea Bocchi, la prima docente di Medicina all’Università di Bologna, Costanza Calenda, la prima dottora in Medicina nel 1422. Questi primi successi delle donne, come sappiamo, vengono stroncati dalla caccia alle streghe (fine 1400 con il Malleus Maleficarum, il martello delle malefiche dei domenicani Sprenger e Kramer– sotto il papato di Innocenzo VIII), identificate soprattutto nelle levatrici e guaritrici (spesso donne singole, vedove o prostitute).
La classe medica che si costituisce, dopo il Concilio di Trento (1545-1546), escluderà le donne e gli ebrei: la parola “medico” venne sempre più declinata al maschile e come “modello anatomico” si afferma il corpo maschile. Andrea Vesalio, celebre anatomista, nel 1543 pubblica De humanis corporis fabrica (come è fatto il corpo umano) fortemente innovativo, per un lato, ma altrettanto esemplificativo della mentalità dell’epoca: «È sufficiente studiare, a eccezion fatta per l’apparato riproduttivo, il corpo maschile, forma neutra universale, per capire anche il corpo femminile».
Dopo un paio di secoli, pur espropriate dell’arte medica, le donne vengono riammesse ad occuparsi di medicina, ma solo di madre e neonato (ostetricia, pediatria, puericultura), e qui svolgeranno un importantissimo ruolo di mediazione tra il popolo e l’istituzione (io sono nata in casa grazie alla sciura Carolina della Ripa Ticinese).
È del 1757 la fondazione a Bologna della prima Scuola di Ostetricia italiana e del 1804 quella per levatrici. Ma di diventare medici non se ne parla proprio: emblematico e paradossale il caso del dr. James, medico militare britannico, in realtà una donna, costretta al camuffamento, la cui identità fu scoperta solo da morta, ricomponendone il corpo per le esequie (solo la tenacia di una storica portò alla luce la sua vera storia solo negli anni ’50!).
Negli USA la situazione fu un po’ più favorevole alle donne: già nel 1847 vi è la prima donna laureata in Medicina, Elisabeth Blackwell.
E come dimenticare la mitica Florence Nightingale, la fondatrice dell’infermieristica moderna a metà Ottocento?
Ma neppure gli avanzamenti culturali più arditi (pensiamo al clima dell’avanguardia culturale dei primi del ’900) riescono a spostare la mentalità corrente circa la supposta inadeguatezza femminile a ricoprire certe professioni. Cesare Lombroso, medico esponente di spicco del positivismo scientifico, alla fine dell’800, dichiarava che la donna era «meno coraggiosa e meno vigorosa dell’uomo, sia a livello fisico che di intelligenza». Peccato che pochi anni dopo, nel 1913, Maria Montessori, laureata in Medicina e Pedagogia, viene presentata dal New York Tribune come la donna più interessante d’Europa!
E dobbiamo a Margaret Sander, infermiera americana, la divulgazione di pratiche contraccettive, per cui fu più volte arrestata e condannata.
Nel 1947 abbiamo il primo Nobel per la Medicina assegnato ad una donna, Gerty Theresa Radnitz Cori a cui seguiranno altre undici, tra cui Rita Levi Montalcini.
E una per tutte quelle scienziate oscurate dagli uomini, che delle loro scoperte si sono appropriati, menzioniamo Rosalind Franklin, la prima a fotografare ai raggi X la struttura del DNA, scoperta scippatale da Watson, Crick e Wilkins che ottennero nel 1962 il premio Nobel per la Medicina, me che mai la nominarono.
Nei decenni successivi il Movimento femminista porta alla ribalta i temi della salute, del controllo delle nascite, della sessualità, insieme a quelli della disparità, delle diseguaglianze, delle discriminazioni culturali.
È del 1970 il testo rivoluzionario Noi e il nostro corpo del Boston Women’s Health Book Collective e da lì è un susseguirsi di testi scritti da donne per le donne e un generale svilupparsi della sensibilità su questi temi.
Nel 1985 il NIH (National Institutes of Health) statunitense rende pubblico il primo rapporto sulla salute delle donne: ci si accorge che fino a quel momento la medicina aveva fatto riferimento a un soggetto giovane, adulto, maschio, bianco (Vesalio ancora vivo dopo oltre quattro secoli!) che condizionava non solo la cura e la diagnosi delle patologie, ma anche la sperimentazione di nuovi farmaci. Va anche citato il forte condizionamento, specie in Italia, esercitato dalla cultura cattolica in materia di sessualità, contraccezione ed aborto.
Perfino nella legge 40/2004 che regolamenta le tecniche di procreazione medica assistita (di cui si occupa Tullia Penna nel suo articolo) ha agito questa cultura. Nella sua formulazione originale, infatti, prevaleva l’interesse dell’embrione rispetto a quello della donna, con conseguenti parti plurigemellari (legge fortunatamente modificata grazie al prevalere del concetto di “tutela della salute della donna”, che ha superato l’obbligo dell’impianto di tutti gli embrioni fecondati a favore del congelamento degli embrioni “in eccesso”).
Nel 1991, grazie anche a questa nuova sensibilità, Bernadine P. Healy, primaria dell’unità coronarica dell’Ospedale John Hopkins di Baltimora, pubblica un articolo che riporta le sue puntuali osservazioni circa le differenze di trattamento e di cura tra pazienti uomini e pazienti donne.
Gli anni Novanta registrano il sorpasso, in Italia, delle iscrizioni femminili rispetto a quelle maschili, nelle facoltà di Medicina.
Nel 1997 la UE pubblica Lo stato di salute delle donne e nel 1998 l’OMS inserisce la medicina di genere nel suo Equity Act. Le iniziative in questo ambito si moltiplicano ed in Italia con la legge del 2019 viene istituito il “Piano per la diffusione della Medicina di genere sul territorio nazionale” (art. di Sergio Foà).
Nel corso dei secoli la storia della medicina ha quindi visto la presenza femminile passare dalla sua iniziale centralità, nelle società matriarcali del Mediterraneo, alla sua progressiva emarginazione, anche con la terrificante caccia alle streghe (50.000 morte/i in tre secoli, circa 170 femminicidi all’anno in Europa 1421, 4 al giorno) e fino alla sua riammissione in ambito clinico, sia come presenza che come questione teorica che interroga il carattere androcentrico della scienza medica.
Ed è proprio da questa constatazione, la medicina a misura d’uomo (letteralmente!), che si sviluppa la parte centrale del testo dedicata alla Medicina di genere, che dà conto sia della cornice normativa attuale, sia degli approfondimenti fin qui avvenuti a livello di patologie e di farmacoterapia.
E qui mi piace ricordare un’affermazione di Ipazia, il collettivo femminista che si occupò a lungo di scienza negli anni ’80-’90, secondo cui una medicina modulata sul corpo di metà dell’umanità presenta quantomeno un “difetto di scientificità”, soprattutto dal momento che il suo oggetto d’indagine è proprio lo studio dei corpi in carne e ossa. Il che dà conto dei livelli di estraneità/astrazione dai corpi sessuati raggiunti dalla cultura patriarcale, che considera l’uomo il soggetto unico, e come tale neutro e universale, misura di tutti i fenomeni fisici, nonché possessore del logos, vale a dire del linguaggio e dei grandi sistemi di interpretazione della realtà. Sul concetto di “neutralità scientifica” e i suoi risvolti, soprattutto rispetto alla pandemia, si soffermerà l’intervento di Sara Gandini.
Il testo chiarisce lo svilupparsi storico del termine (e della specialità) “Medicina di genere” che, storicamente, è nata sulla considerazione del sesso femminile, mentre la medicina sessuospecifica o medicina delle differenze o generespecifica si riferisce ad ambedue i sessi, ed è conseguenza della presa d’atto, anche in medicina, che ci sono due sessi (sembra paradossale!).
Giustamente il testo si sofferma ad esplicitare la differenza tra sesso e genere (pag. 29). Infatti attorno a questa terminologia sussiste una grossa questione di carattere culturale, scientifico, politico (come ha dimostrato l’acceso dibattito sul ddl Zan, approvato alla Camera e poi arenatosi al Senato). Il genere non è un modo meno “diretto”, più elegante di evocare il sesso.
Sesso indica la condizione biologica dell’uomo e della donna, genere indica invece la percezione interiore della propria identità, ossia come ci si sente in rapporto al sesso di nascita e ai condizionamenti culturali legati ai ruoli sessuali. Non è da confondere con l’orientamento sessuale, vale a dire con l’oggetto del proprio desiderio sessuale: si può desiderare una persona del proprio sesso pur continuando a sentirsi del sesso originario. Il sesso indica come siamo, il cosiddetto genotipo, il genere ciò che diventiamo, il cosiddetto fenotipo (dal gr. phainein, apparire e typos, impronta, cioè l’insieme delle caratteristiche manifestate da un essere vivente: morfologia, sviluppo, proprietà biochimiche e fisiologiche, comportamento).
Come è facilmente intuibile, risulta impossibile separare, nell’essere umano, il sesso dal genere, la biologia dalla cultura: si tratta della stessa coperta. E come tutte le coperte c’è chi la tira da una parte e chi dall’altra. C’è chi sta dalla parte della natura e afferma la prevalenza del sesso sul genere (determinismo biologico), chi dalla parte della cultura e ribadisce quella del genere sul sesso (costruzionismo sociale).
E qui faccio un primo appunto: se questo è il significato che viene attribuito ai termini genere e sesso ho rilevato nel testo un sovrautilizzo, quasi inflazionistico, del termine genere, anche laddove il discorso è prettamente fisiologico. Ad es.(pag.59) «Il farmaco Zolpidem è ora in commercio con una dose massima consigliata per genere: 1,75 mg per la donna, 3,5 mg per l’uomo», oppure «È del 1993 il documento della FDA che indica di reclutare entrambi i generi nelle fasi di sviluppo dei farmaci» (pag. 61). E ancora si afferma: «La conoscenza delle influenze correlate al sesso e al genere consente di confezionare su misura le terapie per ciascun paziente» (pag. 59). E qui oltre al sovrautilizzo c’è anche l’intercambiabilità dei due termini, o la loro sommatoria… E tornando alla medicina di genere, qual è il suo scopo?
Dal Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere (2019) si evince che: «il suo obiettivo è comprendere i meccanismi attraverso i quali le differenze legate al genere agiscono sullo stato di salute e sull’insorgenza e il decorso di molte malattie» (p. 26 ).
Infatti, come viene ampiamente evidenziato in più punti del testo, le donne e gli uomini differiscono per peso, percentuale di tessuto adiposo, enzimi epatici, ormoni sessuali. Le donne hanno polmoni più piccoli, minore velocità di filtrazione a livello renale, tossicità, maggiore esposizione alle malattie autoimmuni, maggiore risposta immunitaria ai vaccini. Quindi le dosi dovrebbero essere modulate secondo tutti questi fattori che differenziano un corpo femminile da uno maschile.
Il discorso è dunque prettamente fisiologico: la variabile in campo è quella legata al sesso (maschi, femmine).
E qui faccio un secondo appunto, a partire da una considerazione generale. Abbiamo visto che negli ultimi anni si sta dando sempre più importanza a questa variabile, che però non è l’unica che influenza malattie e processi di cura. Ad esempio vi sono quelle culturali, quelle legate all’età, al contesto, all’ambiente, alla condizione economica, alle ragioni del mercato (anche il DSM 5, Manuale diagnostico delle malattie mentali – 2013 – ne tiene ampiamente in conto, salvo quelle del mercato…).
Capisco che questo non era il focus del libro, ma neppure vi ho ritrovato un accenno, specie al mercato dei farmaci, che sappiamo quanto condizioni le linee guida terapeutiche e conseguentemente anche i trattamenti, vale a dire i protocolli proposti.
Il vaccino anticovid ne è stato l’esempio più eclatante: abbiamo constatato che, con la motivazione dell’urgenza, sono entrati in commercio farmaci senza una adeguata sperimentazione, alcuni dei quali prontamente ritirati dopo qualche mese per via dei pesanti effetti collaterali (Astra Zeneca, Johnson and Johnson ad es.). Valga per tutti il discorso della giovane eurodeputata Manon Aubry, pronunciato nel febbraio 2021 a proposito della totale mancanza di chiarezza dei contratti stipulati dalla UE con le case farmaceutiche (riportato in Il dio vaccino di Tiziana Alterio, 2021), per non parlare della totale mancanza di vigilanza dell’AIFA sugli effetti avversi dei vaccini)…
Qui faccio un terzo appunto che nei testi di Metis, il gruppo di lavoro di donne sui temi della salute di cui faccio parte, viene ampiamente dibattuta.
Sappiamo tutti che i cosiddetti protocolli esistono per cautelarci dalla sperimentazione e garantirci un’adeguata sicurezza nell’uso del farmaco e della metodica terapeutica. Ma sappiamo anche che un eventuale scostamento soggettivo dai protocolli produce nei curanti, fortunatamente non sempre, ma molto spesso, una reazione che va dall’incredulità, al fastidio, all’intolleranza, addirittura censura e riprovazione, con effetti di emarginazione verso il/la paziente. Il risultato è che questo/a paziente, uscendo dai protocolli, non porterà nuove conoscenze che nascono dalla sua esperienza personale (più o meno fortunata, in ogni caso, originale) e alla scienza medica verrà a mancare questo contributo “eterodosso”, ma pur sempre fondamentale per una scienza che si vuole aperta, empirica e libera da pregiudizi. A questo proposito Ipazia sottolineava che la medicina «ha la possibilità di essere veramente una scienza perché entrano in campo due competenze, quella di chi cura e quella di chi chiede di essere curato» (Due per sapere, due per guarire, Quaderni di via Dogana, 1997)
Mi chiedo quindi se la medicina di genere, coi suoi nuovi approcci declinati su uomini e donne, non corra il rischio di essere tradotta in un nuovo “protocollo”, certamente preciso e puntuale, ma sempre all’interno di una concezione della medicina e della clinica che non tiene conto dell’esperienza e dei vissuti del/la paziente, con tutte le altre variabili che ho prima citato.
Il dimezzare le dosi di un farmaco significa considerare la soggettività del paziente? Se vengono dosati meglio farmaci chemioterapici e vaccini sono certamente più contenta, ma se io non volessi fare né chemioterapici né vaccini? In che considerazione viene presa questa mia posizione soggettiva? Va allora portata al centro, prosegue il testo di Ipazia, «la relazione terapeutica, che è il momento e il luogo in cui avviene la mediazione tra le conoscenze disciplinari, basate sui grandi numeri (anche legati al sesso) e la persona particolare, con il suo corpo e la sua storia, unica e irripetibile, tenendo sempre presente che questa mediazione non avviene in un rapporto asettico tra teoria e pratica, ma in un rapporto diretto e dispari tra persone» .
Nel gruppo di Metis abbiamo definito questa pratica di mediazione “protocollo sensibile”, in quanto tiene conto della soggettività di entrambi – curante e paziente – e prevede una contrattazione ragionata (Metis: Corpi sensibili nelle relazioni di cura, 2019).
Sensibilizzare i protocolli è importante affinché, come afferma Gemma Martino, la medicina diventi “relativa e relazionale” e fuoriesca dalle dimensione di “universalità e neutralità” che presenta un grosso difetto di scientificità nell’orientarsi sempre di più al tecnicismo, alla standardizzazione, omogeneizzazione e ripetibilità. L’unica vera misura scientifica, ricordava il gruppo di Ipazia, altro non può essere che “la misura del vivente”.
(www.libreriadelledonne.it, 4 febbraio 2023)
di Riccarda Zezza
Ci aspettavamo che succedesse già con i Millennial, ma la spallata finale sembra essere arrivata con la generazione Zeta: i giovani stanno mettendo in discussione il “senso” del lavoro. E, mentre in Francia il dibattito avviene nelle piazze, coinvolgendo anche generazioni più anziane che non ne vogliono sapere di lavorare due anni in più (fino a 64 anni), in Italia il tema appartiene ancora ai corridoi.
L’ansia cresce quando vi si associa il crollo delle nascite, meno di 400mila nati nel 2022 equivalgono a sempre meno energia immessa nel mondo del lavoro: chi sosterrà il peso dell’ottava economia mondiale?
Se lo sono domandato gli amministratori delegati di alcune tra le principali aziende italiane durante un incontro del Consorzio Elis dal titolo “I giovani e il lavoro”, e la campanella di allarme era chiara: i giovani stanno scegliendo di andare a fare altro, lasciando promesse di carriera che un tempo avrebbero inorgoglito mamma e papà, e lo fanno perché, semplicemente, sembrano avere valori – e quindi desideri – diversi. Vanno via perché non si riconoscono nell’identità lavorativa che viene loro proposta: se da remoto manca l’immersione emotiva che nutre il senso di appartenenza, in presenza non convincono le logiche di senso, l’accelerazione, le dinamiche relazionali, la sensazione, insomma, di dover scegliere tra il proprio lavoro e “il resto”, un resto in cui i giovani hanno chiara la percezione che vi sia molto di loro.
«Il lavoro è un solo tassello delle molte cose che ognuno è: famiglia, hobby, interessi…» dice in apertura dell’incontro Nicola Lanzetta, Direttore Italia del Gruppo Enel, ed è evidente che non sta parlando solo “dei giovani”, ma che questo concetto riguarda tutti, portandosi dietro una diversa aspirazione ad essere e a dimostrarlo (anche) col proprio lavoro.
Lavorare per avere (anche) senso
Il paradosso è che, proprio mentre diventa finalmente possibile il sogno del ragionier Fantozzi – lavorare senza dover andare ogni giorno in ufficio – la possibilità di lavorare da remoto lancia la sfida definitiva alla capacità che il lavoro ha di arricchire il senso di una vita composita.
Se questo fosse solo economico, nessuno si lamenterebbe sentendosi un criceto nella ruota (in qualche modo bisogna pur mangiare), ma sappiamo fin troppo bene che, sia che si parli di lavoro e preghiera, secondo la regola benedettina, o di lavoro e amore, come insegnava Freud, il lavoro è per l’essere umano molto di più di un mero “fare”. Questa dimensione ideale di un lavoro che dà un senso all’essere è tanto più possibile oggi, che la parte bassa della Piramide dei bisogni di Maslow viene presidiata in modo sempre più automatizzato e quindi le professioni “umane” possono permettersi di spostarsi verso la parte alta. Ancora più della specializzazione, sono l’intelligenza, l’energia, la proattività delle persone a fare la differenza, soprattutto in settori come quello Informatico e Digitale (che ha registrato il 32% delle dimissioni di giovani nel Nord Italia nel 2021, secondo AIDP – Associazione Italiana Direzione Personale) o del Marketing e Commerciale (27%).
Non sembra strano quindi anche quel desiderio di “attivismo” – collegato all’autorealizzazione – da parte delle nuove leve, che vorrebbero poter mettere il cuore in ciò che fanno; come hanno sempre detto di voler fare anche le donne, per cui il “purpose” (bisogno di senso) è sempre stato in cima alla lista delle motivazioni per la scelta di un posto di lavoro.
E infatti, mentre dalle parole dei relatori i giovani emergono come “sentimentali”, appassionati e idealisti, a chi come me studia da un decennio le dinamiche del lavoro femminile scappa un sorriso: dove le abbiamo già sentite queste cose?
Dai “sentimenti” al desiderio di un maggiore equilibrio vita-lavoro, dal bisogno di senso a scelte che mettono il ritorno economico al secondo o terzo posto, dopo l’aspirazione ad avere un impatto: i giovani che arrivano oggi ingrossano e rianimano le fila, ormai esauste, delle donne che da decenni presentano istanze molto simili.
Dissonanze necessarie per migliorare il sistema
È una buona notizia – non solo per le donne: per tutti, perché una massa critica maggiore (giovani più donne) ha più chance di trasformare un sistema che si è rivelato estremamente rigido – ma è una notizia che contiene anche un elemento di allarme: negli anni, per le donne e sulle donne, sulla loro diversità e bisogni, sulla loro fuga silenziosa (che sembrava più che altro una “cacciata”) si sono tenuti convegni e fatte ricerche, in molti casi evidenziando con dati incontrovertibili la perdita che la loro rinuncia comportava per l’economia. Ma questo non ha cambiato molto, o almeno non in modo visibile, a giudicare dai dati sull’occupazione femminile – per esempio, nel 2022 l’occupazione femminile è cresciuta di 152mila unità contro le 230mila di quella maschile, e a dicembre si è registrato un record negativo: zero “attivazioni nette” femminili.
Si sa da tempo “perché” l’occupazione femminile non cresce, si sa perché le donne lasciano il lavoro e si sa che tipo di perdita questo comporta per tutto il sistema (i famosi 7 punti di PIL in più che secondo la Banca d’Italia avremmo se l’occupazione femminile arrivasse al 60%), ma tutta questa sapienza ha avuto un impatto molto limitato. È importante evitare di ripetere con i giovani lo stesso errore: riempirsi di informazioni, tesi, dibattiti e dati il cui scopo ultimo è una situazione di sostenibilità che cambi il meno possibile.
Come le donne, anche i giovani (Millennials, Zeta e, in riscaldamento sui banchi di scuola, Alpha) sono necessari al sistema perché la diversità può e deve metterlo in discussione e così renderlo migliore, riattivare al suo interno uno scorrere del tempo che logiche efficientistiche tendono a considerare una minaccia. È proprio dove “duole” che il sistema può individuare quel che non funziona: nelle ragioni per cui donne e giovani lasciano c’è la chiave per un nuovo modo di disegnare il lavoro, migliore per tutti.
(Alley Oop – Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2023)
di firmatarie
Per un otto marzo memorabile facciamo parlare la lingua-ragione, la lingua madre, fonte della vita, contro le non-ragioni di tutte le guerre. Da anni scriviamo e ripetiamo che gli uomini “non sanno confliggere e fanno la guerra”. Assistiamo in Ucraina a una guerra sanguinosa e temeraria. A farla non è più il patriarcato come l’hanno conosciuto le nostre madri e le nostre nonne. Il mondo è cambiato, grazie alle donne, ma non abbastanza: oggi il patriarcato non c’è più, ma gli è subentrata la fratria, fatta di confraternite maschili che possono includere anche sorelle. La fratria fa la guerra e non ascolta la lingua-ragione, e popoli che parlano la stessa lingua si scannano col contributo delle armi di tutti i governi aderenti alla Nato. Diciamo basta all’invio di armi di qualsiasi tipo. Basta alla guerra per procura. Basta alla devastazione dell’Ucraina. Basta col nichilismo distruttivo che prende a bersaglio i corpi delle donne e dei loro figli in tutto il mondo. Basta coi vecchi potenti che mandano al macello giovani vite, in nome dell’identità, della “democrazia” e della sicurezza dei confini.
Noi non staremo nel coro degli uomini incolti e delle donne che li seguono e li imitano. È tempo di dire addio alle armi, a tutte le armi e a tutte le guerre. In tempo di autentica pace si confligge con le armi della parola e l’intelligenza d’amore. È tempo di gridare il nostro desiderio di vita e libertà.
Libertà dalla guerra, sì, ma non solo: anche in luoghi apparentemente in pace, la fratria nella sua ricerca di nuovi orizzonti di profitto e nel suo disprezzo per la fonte della vita vuole cancellare tutte le differenze e rendere il mondo un deserto asessuato di surrogati e robot che sostituiscano la ricchezza delle relazioni di corpi sessuati. Noi che amiamo la vita diciamo no alla mercificazione dei corpi con le più sofisticate tecnologie. Poniamo fine alla pulsione mortifera dell’ultraliberismo.
Ci piace ricordare le parole che Rosa Luxemburg scrisse in una lettera dal carcere nel 1918:
C’è ancora molto da vivere e tanto di grande da affrontare. Stiamo assistendo all’affondare del vecchio mondo, ogni giorno ne scompare un pezzo. È un crollo gigantesco, e molti non se ne accorgono, pensano di essere ancora sulla terraferma.
Facciamo in modo che dal crollo del vecchio mondo, retto dai paradigmi della forza, del dominio, della violenza, nasca una nuova convivenza che abbia a fondamento l’attenzione, la cura, l’amore del vivente.
Diamo vita in questo 8 marzo 2023 a iniziative che vadano in questa direzione.
A Milano ne discutiamo sabato 11 marzo alle 11,00 in un’assemblea pubblica di donne alla Casa Rossa, v. Monte Lungo 2 (MM1 Turro)
Per contatti: addioallearmi2023@gmail.com
Laura Minguzzi, Silvia Baratella, Cristina Gramolini, Stella Zaltieri Pirola, Lucia Giansiracusa, Daniela Dioguardi, Roberta Trucco, Daniela Danna, Paola Mammani, Flavia Franceschini, Marilena Zirotti, Danila Giardina, Rosi Castellese, Mariella Pasinati, Anna La Mattina, Agata Schiera, Fausta Ferruzza, Virginia Dessy, Daniela Musumeci, Anna De Filippi, Stefania Macaluso, Mimma Glorioso, Eliana Romano, Bice Grillo, Ida La Porta, Francesca Traina, Anna Marrone, Mimma Grillo, Luciana Tavernini, Pina Mandolfo, Nunziatina Spatafora, Maria Castiglioni, Giovanna Minardi, Rita Calabrese, Concetta Pizzurro, Giovanna Camertoni, Roberta Vannucci, Adele Longo, Katia Ricci, Anna Potito, Rosy Daniello, Isa Solimando, Franca Fortunato, Nadia Schavecher
(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2023)
di Katia Ricci
«“No professoré, basta con la Shoah”, questa è stata la reazione della classe alla mia proposta fatta al ritorno dalle vacanze di Natale di organizzare la Giornata della Memoria». Così mi dice un’insegnante del Liceo artistico Sacro Cuore di Cerignola, Stefania Creatura, invitandomi a parlare alle e agli studenti del mio libro Lupini violetti dietro il filo spinato: Artiste e poete a Ravensbrück, Tufani editrice.
«Ho scelto il tuo libro – mi aveva detto – perché tratta l’argomento in maniera diversa, da un altro punto di vista, che non è quello di raccontare le vessazioni, le violenze fino alla morte delle donne rinchiuse nel campo femminile, ma il modo in cui alcune o tante hanno reagito con creatività, conservando il senso di sé e della propria femminilità e dare delle donne l’immagine di forza».
E così in una piovosissima e fredda giornata siamo arrivate da Foggia a Cerignola. Durante il non lungo viaggio mi aveva avvisato che avrei trovato molti problemi perché la scuola era completamente allagata in tutte le stanze, laboratori e corridoi. E non per la rottura improvvisa e inaspettata di qualche tubo, come avevo subito sospettato, ma perché questo succede ogni volta che piove e l’acqua cade dal soffitto dell’edificio costruito abbastanza recentemente.
– E voi insegnanti che fate, e le/gli studenti, i genitori?
«Sono dieci anni – mi racconta – che facciamo scioperi, manifestazioni davanti agli uffici provinciali e regionali, scriviamo esposti e denunce, ma non succede niente, molte promesse, ma stiamo sempre nelle stesse condizioni. Oggi rischiavamo o di rimandare l’incontro in attesa di una giornata di sole o di farlo con i piedi nell’acqua, ma poi – aggiunge mentre la guardo sempre più perplessa – abbiamo deciso di allestire l’incontro nella palestra, che è l’unico spazio in cui non piove».
La palestra era già piena di giovani seduti a terra e di insegnanti, il tempo di aspettare che arrivi la preside Giuliana Colucci che saluta i presenti e cominciamo.
«Abbiamo scoperto – dice la collega che mi ha invitata – tutto un mondo di bellezza nascosta dietro quel senso di orrore e di dolore che avvertiamo quando si parla di Giornata della Memoria. Abbiamo cercato di dare valore alle cose belle che sono state realizzate persino nel buio più totale a cui le donne erano state condannate da chi voleva fiaccare la loro anima insieme al corpo. È stato davvero illuminante scoprire la resistenza di donne che riuscivano addirittura ad avere senso dell’umorismo, a fare ironia dissacrante, a disegnare, a comporre operette di cabaret, a raccontarsi ricette, barzellette e a scrivere poesie, tutto a rischio della propria vita, sarebbero state, infatti, uccise immediatamente se fossero state scoperte».
Il mio racconto e la proiezione di diapositive sono stati intervallati da danze di cerchio ebraiche, canti, accompagnati dal suono di chitarre, eseguiti dalle ragazze, un pezzo di cabaret di un giovane, un bel monologo recitato con commozione da una giovane studente e un videomessaggio del maestro Francesco Lotoro, compositore, pianista e direttore d’orchestra, studioso della musica concentrazionaria. Mi ha fatto particolarmente piacere vedere con quanto impegno ed entusiasmo abbiano lavorato le studenti sotto la guida di un nutrito gruppo di professoresse, di cui voglio riportare i nomi: Stefania Creatura, Maddalena Albanese, Mary Lastella, Anna Bracco, Concetta Frontino, Antonia Guerra, Emanuela Gigantiello, Barbara Vetrarte, Maria Teresa Sorbaro, Grazia Bizzoca e Stefania Matrella.
C’erano naturalmente anche insegnanti uomini che hanno collaborato alla buona riuscita della mattinata, come Paolo Ricci, che ha fatto rispettare la scaletta degli interventi dando la parola a turno e il tecnico del suono, Luigi Manduano, e altri.
È stato inevitabile accostare la forza delle donne rinchiuse a Ravensbrück con il coraggio indomito di quelle che nel mondo lottano per la libertà come le iraniane, perché, conclude Stefania Creatura, «finché esisterà anche solo in una parte del mondo l’ingiustizia di tatuare un numero sugli esseri umani, di imprigionarli in un’identità, di dare etichette, non ci lasceremo mai alle spalle gli orrori della storia e se le donne in condizioni difficili ieri come oggi riescono a mettere in campo tanta forza e bellezza, che cosa potrete fare voi giovani che vivete in una situazione tutto sommato di agio?»
L’intero evento mi è apparso come una grande metafora molto efficace: il vecchio sistema culturale sta collassando, simboleggiato dallo sgretolamento dell’edificio che non regge la pioggia, come fosse un ombrello bucato mentre sono già operanti la forza, l’entusiasmo e l’abilità delle donne giovani e delle ragazze, coadiuvate e sostenute dai loro compagni e colleghi, pronte a cambiare radicalmente il sistema con gioia e allegria e a porsi alla sua guida.
(L’Attacco – Foggia, 1° febbraio 2023)
di Filippo Ortona
«Io sono in collera sempre, ma questa volta tutto in questo progetto di legge mi fa imbestialire», dice Marion al manifesto, in mezzo al corteo parigino contro la riforma delle pensioni voluta da Macron. Marion, 37 anni, lavora alla Fnac dentro alla stazione Saint Lazare a Parigi, «e uno non direbbe, ma è un lavoro molto faticoso, spostare cartoni pieni di libri tutta la giornata». L’anno scorso, assieme alle colleghe, hanno scioperato per tre mesi, chiedendo aumenti di salario e riduzione dei ritmi. Ora, dice, si ricomincia: perché «questa riforma penalizza le donne come mai prima. Le donne che hanno i part-time, che hanno i lavori precari, che sono già meno pagate degli uomini, sono loro le prime a perderci».
La constatazione di Marion non è sfuggita ai sindacati, che sin dalla presentazione del progetto di riforma l’hanno definito «una riforma anti-donne». Secondo la Cgt, «già oggi le donne vanno in pensione più tardi e con delle pensioni inferiori agli uomini; con la riforma, dovranno lavorare più a lungo degli uomini». L’accusa dei sindacati ha trovato un’insperata conferma per voce del ministro per le relazioni col parlamento Franck Riester, che il 24 gennaio ha dichiarato in diretta tv che le donne «sono un po’ penalizzate dall’aumento dell’età pensionabile, giacché i trimestri considerati per i figli non saranno presi in conto». Risultato, come ammesso dal deputato macronista Stanislas Guérini: «Le donne dovranno versare contributi un po’ più a lungo degli uomini».
«Tutte le riforme che aumentano l’età pensionabile danneggiano le donne», ha scritto dal canto suo la Cgt. «Già oggi, il 40% delle donne va in pensione con una carriera incompleta». Effettivamente, le donne sono più vulnerabili alle «carriere spezzatino», dice Titiane, 24 anni, studentessa in apprendistato in una ditta d’informatica. «Siamo già penalizzate sui salari, ma soprattutto, tendiamo a essere più precarie per tutta una serie di ragioni. Con questa riforma, ovviamente, subiamo più che gli uomini», dice, mentre distribuisce dei volantini del Nouveau Parti Anticapitaliste.
Secondo le simulazioni del governo, con l’aumento dell’età pensionabile a 64 anni e il nuovo sistema di contributi, le donne nate nel 1966 lavoreranno in media 7 mesi in più rispetto allo status quo, a fronte di cinque mesi supplementari per gli uomini. Quelle nate nel 1972 andranno in pensione 9 mesi più tardi, contro 5 per gli uomini, e quelle del 1980 partiranno 8 mesi più tardi, mentre i colleghi maschi solo 4.
Uno scenario da incubo per Catherine, infermiera in un ospedale parigino. A 56 anni, dopo trent’anni di corsia, dice che la sola idea di dover lavorare ancora quasi un decennio la fa infuriare. «Lavoro in psichiatria, è un lavoro pesantissimo, tanto sul piano fisico che mentale. Siamo meno pagate dei nostri colleghi maschi, ma facciamo un lavoro pesante come il loro» ed ecco che il governo non solo vuole che lavoriamo di più «ma che lavoriamo più degli uomini. È uno scandalo», dice, mentre segue le colleghe col camice bianco.
(Il Manifesto, 1° febbraio 2023)
Il bestseller di Nancy Friday, Il mio giardino segreto, negli anni ’70 ha fatto conoscere i desideri più profondi delle donne. Ora la star di Sex Education vuole esplorare dove ci sta portando oggi la nostra immaginazione.
di Gillian Anderson
Nel 1973 avevo appena cinque anni quando il libro-culto di Nancy Friday Il mio giardino segreto: le fantasie erotiche femminili riempì gli scaffali e le borse delle donne negli Stati Uniti; ne avevo solo sette quando raggiunse l’Inghilterra centrale. Il mio giardino segreto rendeva conto delle fantasie erotiche delle donne, ricche e variegate quanto quelle degli uomini. Finalmente un libro in cui donne e ragazze comuni – “tu, io e la nostra vicina di casa” – parlavano sinceramente di eccitazione, masturbazione, sogni e desideri sessuali. Nelle loro menti niente era vietato, nemmeno il cane alsaziano del vicino.
Il libro di Friday ha rivelato che, per alcune di noi, il sesso immaginato può essere più stimolante di un rapporto sessuale effettivo, non importa quanto “piccante”. Liberate dai vincoli sociali interiorizzati, dall’autocoscienza o forse dalla paura di spaventare il nostro partner, nella nostra immaginazione possiamo assecondare i nostri desideri più profondi e “sporchi”. È stato rivoluzionario, persino provocatorio all’inizio, poi è diventato una lettura obbligatoria per tutte, un bestseller globale multimilionario, un classico.
Non so se mia madre Rosemary, analista di computer, possedesse il libro di Nancy Friday. Certamente la mia non era una famiglia puritana in cui una lettura del genere sarebbe stata disapprovata, ma per quanto liberale fosse la mia infanzia, non sarebbe stato un libro che mia madre avrebbe lasciato sul tavolino in salotto. Quando ero un adolescente, una volta ho trovato una copia di Histoire d‘O nascosta dietro un cuscino del divano nella casa dei nostri vicini e ho sicuramente dato un’occhiata a quel libro. Ricordo anche quando, molto più piccola, entrai in soggiorno dove qualcuno aveva lasciato la TV accesa e rimasi catturata dall’immagine dello schermo, dove una coppia si dedicava ad attività piuttosto caste ma chiaramente illecite. Ricordo ancora oggi le sensazioni che mi ha lasciato. Idubbiamente, anche se inconsapevolmente, da giovane ho beneficiato di questa nuova alba del movimento femminista, che era positivo verso il sesso. Le donne, a quanto pare, avevano iniziato a parlare in modo più aperto e sincero di ciò che volevano davvero. Beh, alcune l’avevano fatto.
Però avrei dovuto aspettare quasi 50 anni per scoprire di persona questa raccolta di fantasie erotiche di donne anonime. All’inizio del 2018 sono stata scritturata nella serie Netflix Sex Education come Jean Milburn, la terapista sessuale favolosamente liberata e schietta. Avevo sempre sentito parlare del libro Il mio giardino segreto, e così l’ho letto per la prima volta per prepararmi alla serie. La sua sincerità dolorosa e senza filtri mi ha scosso. Queste lettere e interviste sono incredibilmente intime e molto crude. Non pretendono di essere raffinate o letterarie, sembrano provenire direttamente dal cuore misterioso del desiderio più intimo delle donne.
Ciò che mi ha tristemente colpito è stata la forte frustrazione sessuale che molte di queste donne esprimevano negli anni ’70 (nonostante la rivoluzione!). L’esperienza delle donne era ancora tale che i loro desideri erano distanti da ciò che potevano avere. Molte non avevano mai avuto un orgasmo. Alcune non sapevano cosa fosse una fantasia sessuale; altre non potevano riconoscere di averne. Per la maggior parte c’era l’ammissione di profonda vergogna e senso di colpa, c’era ancora molto pudore e imbarazzo riguardo al sesso e alle fantasie erotiche. Molto spesso queste donne hanno confessato la paura di avere tali fantasie e hanno tirato uno straziante sospiro di sollievo quando finalmente sono state in grado di esprimerle. Come ha scritto una donna: “Non ho mai confidato a un’anima viva le mie fantasie sessuali, ma sento di doverne parlare a qualcuno, e quindi accolgo con favore l’opportunità di sfogarmi. Mi sono sempre vergognata di averne, perché sento che le altre persone le considererebbero innaturali e mi considererebbero una ninfomane o qualcosa di simile”. E un’altra ha scherzato: “Penso davvero che il tuo libro sia una buona idea, dal momento che le fantasie e le esperienze sessuali femminili raramente sono discusse in modo aperto. Di solito sono nelle opere di narrativa scritte da uomini”. Finalmente le donne avevano iniziato a sentirsi in grado di aprirsi un po’. Si sentivano meno sole.
Oggi, grazie a Dio, viviamo in un mondo diverso. Possiamo parlare di queste cose. Penso che sia uno degli elementi liberatori che la gente trova nella serie Sex Education, dove mostriamo personaggi che fanno i conti con le loro relazioni sessuali, e sono abbastanza coraggiosi da parlarne con i loro amanti e partner, per ottenere ciò che desiderano sessualmente. Lo spettacolo mette tutto sul tavolo e rende legittimo parlarne.
Eppure, anche se programmi come il mio e altri come Naked Attraction o Planet Sex di Cara Delevingne vengono passati in televisione, sono curiosa di sapere se le donne, riguardo al sesso, si sentono a proprio agio nella vita reale. Da quando è stata trasmessa Sex Education, amici e giornalisti hanno iniziato a chiedermi se qualche volta le donne si sono sentite obbligate a condividere con me i loro problemi o le loro fantasie sessuali. Beh, no. Questo alla fine mi ha dato l’idea di fare un libro – un Il mio giardino segreto per il 21° secolo, per così dire – che vorrebbe essere rivelatore, profondo e inclusivo su tutta la linea. Vorrei che donne da tutto il mondo e tutte voi che ora vi identificate internamente come donne – queer, eterosessuali e bisessuali, non binarie, transgender, poliamorose – tutte voi, vecchie e giovani, qualunque sia la vostra religione, sposate, single o altro, vorrei che mi scriveste per dirmi cosa pensate quando pensate al sesso. Sia quando lo fate da sole o con un partner, o con più di un partner. Raccontatemi fantasie, frustrazioni, esplorazioni, cose proibite, infanzia, suoni, feticci, sensi di colpa, insaziabilità. Cinquant’anni dopo Nancy Friday i confini sono stati cancellati, non più che nella nostra stessa sessualità: BDSM, il significato moderno di genere ecc., tutto è in ballo. Le donne sono ancora il sesso silenzioso? Suppongo che sia una delle cose che scopriremo. Spero che le vostre voci, provenienti da diverse nazionalità e background, facciano luce su quanta strada abbiamo fatto dal 1973.
Come ha scritto Friday nella sua introduzione originale, “Nel cercare di capire cosa significhi essere una donna, non sono la nazionalità o la classe sociale che ci aiutano a definirci, è piuttosto la sincerità rispetto ai sentimenti e desideri che proviamo”. Creiamo un testo che vada dritto al cuore di ciò che significa essere una donna oggi. Un libro che spero sia d’ispirazione per le donne, per le generazioni a venire. Per ora, chiamiamolo semplicemente Dear Gillian. Sarà pubblicato da Bloomsbury Publishing e abbiamo impostato un indirizzo email sicuro per ricevere le testimonianze: tutte le identità saranno protette, anonime. Ovviamente includerò la mia lettera anonima. Non vedo l’ora di leggere la tua. Invia le tue fantasie su Deargillian.com fino a mezzanotte del 28 febbraio.
(The Guardian, 1 febbraio 2023 – articolo in lingua originale)