Carlotta Mismetti Capua
Stop alle multinazionali, sì alla biodiversità dell’agricoltura. L’indiana Vandana Shiva e l’africana Aminata Traoré combattono le stesse battaglie
Vandana Shiva
Vandana Shiva con il sari arrotolato intorno al corpo e il bindi rosso sulla fronte. Aminata Traoré con il copricapo in testa e il boubou colorato fino ai piedi. Vestiti tradizionali e un carisma fuori dall’ordinario: così queste due donne girano il mondo per difendere la loro terra, raccontando altre verità.
L’una, Vandana Shiva, voce autorevole dell’India dei contadini. L’altra, Aminata Traoré, leader radicale dell’Africa di chi non ha voce. Sono due combattenti, volano da un continente all’altro come ambasciatrici contro la globalizzazione. Parlano forte e chiaro, e lo fanno in Paesi dove le donne non parlano affatto. Le loro sono battaglie diverse ma in fondo simili perché combattute con strumenti identici. Il nemico è lo stesso: i governi corrotti, le multinazionali, il Wto, l’Occidente dei monopoli e del capitalismo col turbo. Vandana Shiva è una fisica e una delle scienziate più note del suo Paese: attivista lo è diventata dopo. Si batte per la biodiversità in agricoltura, contro i semi geneticamente modificati che vengono venduti agli agricoltori indiani e che li mandano in rovina. Coordina una comunità che fa il possibile per aiutare i coltivatori dei villaggi a liberarsi dalla schiavitù della multinazionale Monsanto.
Ma lavora con i governi di tanti Paesi, in Italia con la Regione Toscana (al progetto di San Rossore, luogo di elaborazione del pensiero new global). “Il suicidio dei contadini indiani, che hanno seminato i loro campi con gli Ogm venduti dagli americani”, racconta, “è il mio dolore, il mio pensiero quotidiano. Nell’ultimo decennio, in India, più di 40mila agricoltori si sono suicidati – anche se sarebbe più esatto parlare di omicidio, o addirittura di genocidio”, racconta Shiva, che con la sua organizzazione ha salvato cinque villaggi, convincendo i loro abitanti a riconvertirsi ai semi biologici. “La vita dei contadini è diventata molto difficile. Perché le politiche economiche del governo non li aiutano. Vedo le donne che non sanno come sopravvivere, che vedono il proprio lavoro distrutto”.
Aminata Traoré
Per cercare soluzioni a questi problemi macroeconomici Shiva parte dalle piccole cose. Per esempio si preoccupa del compost, il fertilizzante che viene preparato partendo dagli escrementi delle mucche. “Le donne indiane hanno sempre avuto il compito di preparare il compost per nutrire i terreni. Oggi invece le multinazionali vendono veleni: fertilizzanti che promettono miracoli. Ma che come primo risultato di fatto estromettono le donne dal lavoro nei campi. Il loro ruolo viene cancellato dalla chimica. Una chimica guerrafondaia per origine e vocazione: i fertilizzanti furono inventati in campo militare, e usati in Vietnam contro la popolazione. Fanno male alla terra, fanno male alla salute, fanno male alle donne”.
Vandana è convinta che la biodiversità dell’agricoltura, i semi, i sistemi di lavorazione, gli aratri, i trattori, i campi, i vigneti, il granoturco potranno cambiare il mondo. “Certo, non è un risultato al quale si arriva senza lottare”, dice. “Credo che oggi sia in corso una nuova Guerra mondiale: quella del cibo”. Aminata Traoré è un’intellettuale, una scrittrice. Ha la bellezza imponente di molte donne africane: la voce è potente, rotta dalla rabbia spesso, qualche volta dall’emozione. Quando parla è come se stesse arringando le folle, come fosse sempre su un palcoscenico. È stata ministro della Cultura del Mali, il suo Paese natale, poi consulente economica di tantissime organizzazioni internazionali. Ha studiato psicologia a Parigi, ha scritto molti libri denuncia, tutti tradotti nelle varie lingue europee, italiano compreso. Ha anche inventato e creato il Forum sociale africano, ed è stato un successo: si è tenuto, nella prima edizione, a Bamako, prima di sbarcare quest’anno a Nairobi.
Mai come oggi ciò che mangiamo assume una valenza politica. in tutto il mondo c’è una rivoluzione in corso che riguarda la biodiversità.
di Vandana Shiva
Un tempo credevo che cucinare fosse soltanto l’anello di una catena. Adesso mi rendo conto che questo è un atto che induce la meditazione, che nutre lo spirito ed è pacifico nei confronti del mondo. Perché diventi davvero un’azione liberatoria, però, occorre che tutti – uomini e donne – cucinino. Anche i padri devono potersi dedicare a questa pratica con amore. L’industria ha fatto del cibo una gabbia, in grado di nuocere alla salute del mondo e dei corpi. La vera libertà, ormai, è poter decidere cosa piantare, innaffiare, mangiare, vendere. C’è una guerra in atto. Dichiarata contro il pianeta terra. E riguarda proprio il cibo. L’industria, le multinazionali vogliono controllare il modo in cui si alleva il bestiame e si coltivano i campi. La chimica dei diserbanti è nata dagli studi sugli esplosivi. Sostanze create per uccidere le persone, che ci fanno ammalare e continuano a uccidere in altri modi. La questione riguarda soprattutto le donne. Perché gli additivi che assorbiamo abbassano la fertilità, sono legati all’insorgere del cancro, provocano disturbi neurologici. Come se non bastassero queste consequenze, esistono anche gravi risvolti economici: le donne, nelle culture agricole, preparano composti per nutrire in modo naturale il terreno. Gli additivi chimici li eliminano e vanificano il ruolo femminile nell’agricoltura tradizionale, rendendo le donne inutili e mettendole ai margini. La guerra al cibo diventa anche una guerra diretta ai nostri corpi. L’obesità è in aumento in tutto il mondo. Utilizziamo prodotti che non sono nati per essere mangiati, come lo sciroppo di mais o l’olio di soia. Non dobbiamo credere che la globalizzazione sia un percorso naturale, che ci rende tutti fratelli. Al contrario è un progetto pianificato di esclusione, che risucchia risorse ed economie dei più poveri, distruggendo vite e culture dietro il paravento della crescita dell’economia planetaria. Produrre cibo è dunque un’assunzione di responsabilità etica. Si tratta di fabbricare nutrimento. Per tutti. In questa ottica il profitto diventa una voce non necessaria e la rivendicazione del diritto ad avere campi senza organismi geneticamente modificati, produzioni alimentari tradizionali, condizioni ambientali senza la presenza costante dell’inquinamento, risorse rinnovabili e compatibili, potranno diventare realtà. Solo allora la rivoluzione del cibo sarà completata. *fisica, economista e ambientalista, oltre che scrittrice. Tra i leader del Forum Internazionale sulla Globalizzazione, è consulente della Regione Toscana.
Da oltre un anno, uomini e donne della città di Vicenza stanno lottando contro la costruzione di una nuova, immensa struttura militare statunitense, che non vogliamo sia costruita né nella nostra città nè altrove. Una lotta che vede accomunate persone di diversi orientamenti politici, con culture, linguaggi e storie diverse tra loro. Questa battaglia affonda le proprie radici nella difesa della terra e nel no determinato alla guerra, fonte di lutti e tragedie, nella richiesta di pace. La politica “ufficiale” ha mostrato, in tutta questa vicenda, il peggio di sé, tentando d’imporre una scelta del genere ad una comunità fortemente contraria. Senza alcuna differenza, i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno deciso di passare sopra le teste dei cittadini.
Difesa dei beni comuni e del territorio, no alla guerra e nuove forme di democrazia e partecipazione ai processi decisionali, piena autonomia rispetto alla “politica”: questi sono stati, per noi del Presidio Permanente contro il Dal Molin, i punti cardinali per mantenere la rotta dentro questa vicenda. Insieme a molti altri uomini e donne di tutta Italia, abbiamo dato vita a manifestazioni imponenti, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Eravamo partiti dai nostri quartieri, nel silenzio, con poche forze, siamo riusciti a portare la contraddizione sul piano nazionale. Abbiamo appena concluso un festival, a cui hanno partecipato almeno 30.000 persone, per rilanciare la nostra lotta contro questo progetto di guerra. Siamo convinti che si debba però andare oltre, che anche questi stretti confini vadano superati. Abbiamo conosciuto, in questo nostro percorso, realtà in tutta europa molto simili alla nostra. Abbiamo incrociato forme di resistenza e di difesa dei beni comuni, del territorio e delle risorse naturali, così come comitati, associazioni e movimenti che lottano come noi per impedire l’installazione di nuove strutture militari funzionali alla guerra permanente e contro un folle processo di riarmo, e con tutte queste esperienze abbiamo condiviso l’assoluta mancanza di democrazia nei processi decisionali. Come un copione unico, abbiamo sentito le storie di chi, da Venezia con il Mose alla Val di Susa con l’Alta Velocità, da Napoli con i rifiuti a Cameri con la costruzione degli F-35, dalla Repubblica Ceca alla Germania, dall’Olanda a Heathrow, da Varsavia a Londra, ha impattato con un potere che si allontana sempre più dai bisogni e dalle volontà dei cittadini, imponendo dall’alto scelte non condivise.
Ora vogliamo superare nuovi confini. Siamo convinti che oggi sia possibile costruire uno spazio comune dei movimenti che, nelle loro differenze e peculiarità, portano avanti istanze di democrazia reale. Non vogliamo proporre forme di sintesi o semplificazione, non vogliamo costruire un movimento europeo che annulli le specificità di ognuno. Al contrario, vogliamo ragionare sulla costruzione di una rete in grado di far risaltare la ricchezza di questi movimenti. Per quel che ci riguarda abbiamo sempre preferito lavorare per allargare la partecipazione, per costruire spazi d’inclusione.
Siamo convinti che oggi l’Europa possa essere, allo stesso tempo, uno spazio attraversabile da queste istanze e una dimensione praticabile dai movimenti, nella loro autonomia, per produrre risultati effettivi, per misurare nel concreto la forza delle lotte. Abbiamo indetto, come Presidio Permanente contro il Dal Molin, un’iniziativa europea nei giorni 14, 15 e 16 dicembre, a Vicenza, con una grande manifestazione dei cittadini europei sabato 15 dicembre contro il progetto Dal Molin. Vogliamo, in quei giorni, far convivere queste complessità, metterle in relazione, con momenti di discussione e iniziative sul terreno della pace e del no alla guerra, della difesa del territorio e dei beni comuni, per ripensare assieme alle forme di partecipazione di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa, sempre più autoreferenziale e lontana dai bisogni e dalle istanze dei cittadini. La proposta che facciamo è quella di costruire assieme un primo momento di discussione europeo, da tenersi a fine ottobre, per preparare nel migliore dei modi la scadenza di dicembre.
“The Moving Images of Tracey Moffatt” di Catherine Summerhayes (352 pagine, 716 illustrazioni, euro 62), appena pubblicata da Charta e presentata a New York, è la prima monografia che esplora in profondità l’opera filmica dell’artista australiana (con radici aborigene), celebre come fotografa che rivisita gli stereotipi della famiglia o anche dell’immaginario anni 50, che da anni vive nella Grande Mela. Il volume, ricco di immagini disegnate dall’artista stessa, include anche le sue riflessioni, le descrizioni del lavoro e gli storyboards. L’autrice del testo critico scrive sullo sperimentalismo che attraversa i film di Moffatt e poi si inoltra nella poetica dei film non solo dal punto di vista delle arti visive, ma come un particolare genere di arte performativa che la pone accanto all’artista messicana Frida Kahlo e alla regista surrealista americana Maya Deren.
Carlo Formenti
E per la prima volta in un unico volume, i cinque romanzi del ciclo fantasy di Earthsea, creato da Ursula Le Guin, reggono il confronto con Il Signore degli anelli, il capolavoro di Tolkien. Ambientata in un mondo immaginario quasi interamente ricoperto dall’ oceano, da cui emergono centinaia di isole e arcipelaghi, la saga offre gli ingredienti tipici della letteratura fantastica: maghi e streghe, guerrieri e draghi, re e principesse, sortilegi ed imprese eroiche; ma che si elevano da livello medio del genere per lo spessore psicologico dei personaggi, l’ accuratezza con cui vengono descritte le differenze culturali e l’ attenzione per i particolari della vita quotidiana. Come se l’ autrice fosse riuscita a operare una sintesi fra il talento scientifico del padre antropologo e il talento artistico della madre scrittrice. Del resto questo miscuglio di fedeltà ai canoni del genere, sofisticazione culturale e abilità narrativa, è lo stesso che ha decretato il successo della Le Guin in quanto autrice di fantascienza (genere per cui è più conosciuta e che le ha regalato prestigiosi riconoscimenti). Nella versione fantasy, tuttavia, la peculiare impronta ideologica della scrittrice (che si professa femminista, ecologista, anarchica e pacifista) assume una tonalità particolare. Mentre nelle opere di fantascienza lo sforzo di trasmettere determinati valori politici e culturali appesantisce a volte la narrazione, nei romanzi fantastici le stesse idee si «incarnano» in personaggi che assumono un rilievo «archetipico». Quest’ aura mitica, paradossalmente associata alle fin troppo umane emozioni dei personaggi, è probabilmente uno dei motivi che rendono i lavori della scrittrice americana graditi sia agli adolescenti che agli adulti. Alla saga di Earthsea – da cui il regista Goro Miyazaki ha da poco tratto un film d’ animazione – la scrittrice le ha dedicato più di trent’ anni; essa si dipana attorno alle gesta di Ged, un giovane pastore che diventa mago e risale la gerarchia del suo nuovo status fino a divenire l’ uomo più potente del pianeta, per poi vedersi costretto a rientrare nella più assoluta normalità, dopo aver esaurito il proprio talento nella immane impresa di ristabilire l’ equilibrio fra mondo dei vivi e dei morti. Il libro di Ursula Le Guin, «La leggenda di Eearthsea», editrice Nord, pagine 832, 19,90
Grace Paley La struttura profonda di tutto ciò che scriveva era quella ebraica del midrash: un viaggio attraverso i significati Annie Napier Raccontare, per lei, come per Sheherazade, era un modo di lottare contro l’onnipresenza della morte
Alessandro Portelli
A fine agosto, senza che in tanti se ne accorgessero, non solo l’America ma noi tutti abbiamo perso due grandi narratrici: Grace Paley, grande maestra del racconto, dell’ascolto, della voce e dell’interrogarsi, era relativamente famosa, anche se molto meno di quanto avrebbe meritato. L’altra la conoscevano solo la sua famiglia, i suoi vicini e io, che qualche volta l’ho nominata su questo giornale: si chiamava Annie Napier, era di Harlan, Kentucky, manteneva la famiglia guidando lo scuolabus sulle strade contorte di quelle montagne; ascoltava, raccontava, suonava, cantava. Non taceva mai. Un’amica che le ha conosciute entrambe mi diceva: peccato che Grace e Annie non si siano mai incontrate, si sarebbero volute bene. Grace era la città, la strada, i palazzi affollati; ed era la Palestina, il Nicaragua, il Vietnam. Annie era le montagne, gli alberi, le valli strette, la solitudine; il suo corpo era segnato e scavato come la sua terra ferita. E anche lei odiava la guerra. Pochi giorni prima che morisse Grace Paley era uscita una sua intervista sulla Repubblica. Parlava del suo ultimo libro, una raccolta di saggi e articoli messi insieme in tanti anni, tradotta con un intelligente titolo italiano: L’importanza di non capire tutto. Proprio perché era convinta che restasse sempre qualcosa di non ancora capito, Grace Paley non ha mai smesso di provarci, di interrogarsi, di indagare. La struttura profonda sottostante a tutto ciò che scriveva era quella ebraica del midrash: lo svolgersi inesauribile delle implicazioni di ciascuna parola, un viaggio attraverso i significati con destinazione ignota e affascinante. Spiegava il mondo guardando le donne (e di sguincio gli uomini) tanto sulle panchine e nelle cucine dei quartieri popolari di New York quanto nei villaggi del Vietnam e del Nicaragua. In ogni scambio di domande e risposte che comparivano nei suoi testi erano in gioco il quotidiano e l’universale. Pacifista indomabile, femminista ironica, socialista investigativa, ebrea profondamente errante, carica di curiosità e di amori, se tutta la sinistra le somigliasse di più saremmo assai migliori e staremmo assai meglio.
Annie Napier l’avevano operata ai polmoni due anni fa. Ogni volta che ci incontravamo si ripeteva la stessa scena: io seduto sul divano sdrucito di lato sotto la finestra, lei su quello davanti alla televisione che nessuno guardava, con in una mano una tazza di velenoso caffè kentuckiano e nell’altra una sigaretta dopo l’altra. In mezzo a noi, sempre acceso, quasi sempre dimenticato e sempre in ascolto, il registratore. E da lei a me e da me a lei di ritorno, la voce: “Allora, a quei tempi, non avevamo la Tv, né la radio, e la sera quando faceva buio toccava rientrare in casa perché fuori uscivano i serpenti. Così la sera ci chiudevamo in casa e accendevamo il fuoco e mamma e papà si mettevano lì e raccontavano storie di quando erano piccoli. E storie che i loro genitori avevano raccontato di quando erano piccoli loro. È così che è cominciato tutto questo raccontare storie.” Raccontare storie, per Annie come per Grace, era un modo di spiegare il mondo, e di spiegarci quanto fosse inesplicabile.
Il significato di una storia non si esaurisce mai, come il midrash; ogni racconto genera altri racconti, ogni racconto risponde alle domande del precedente e apre domande per quelli che verranno; ed entrare dentro ogni racconto, per semplice che sembri, significa inoltrarsi dentro un infinito di possibilità, in un “giardino dei sentieri che si biforcano” ad ogni parola, ad ogni sillaba. Come per Sheherazade, per Annie raccontare era un modo di lottare contro l’onnipresenza della morte: “Vedi, appena nasce un bambino ha già il mondo intero schierato contro, almeno così era quando sono nata io. Prima di tutto, la casa era tanto fredda che ci voleva fortuna solo per sopravvivere. Quasi tutti erano denutriti e sottopeso. Ma una volta che eri riuscito a fare arrivare fin qui quelle povere creature, le cominciavano a curare coi rimedi casalinghi – tè di cacca di pecora, infuso di erba gattaia – c’è mancato poco che ammazzassero mia sorella Becky. Negli anni ’50, qui girava il tifo, portato dall’inondazione, c’è morto il bambino di mio zio. Ora che arrivavi a due anni, avevi già dovuto superare la scommessa della sopravvivenza.”
Quando arrivavo io piantava tutto e mi guidava ad ascoltare altri narratori: suo zio Plennie, che si portava nella gamba il piombo di una battaglia fra minatori e guardie padronali nel 1941; Will Gent, che raccontava forse con una dose di immaginazione gli orrori del suo Vietnam; James L. Turner, che ricordava ancora i suoi antenati schiavi nella stessa valle dove era cresciuta lei; Lewis Bianchi, imprenditore di pompe funebri con flebili memorie di antenati italiani, che ci spiegava come si fa a rendere presentabili i cadaveri dei minatori morti in miniera o uccisi dalla pneumoconios. Da una tappa all’altra, il suo flusso di racconto non si fermava. Appendevo il microfono allo specchietto, e via. E raccontava di quando anche lei aveva sconfitto, per sé e per la sua bambina, la scommessa della sopravvivenza contro il medico incompetente e ubriaco e contro la sua stessa famiglia, che per motivi religiosi non voleva facesse il cesareo; o quando, agli avvocati delle miniere secondo cui le inondazioni che avevano distrutto le case dei suoi vicini erano un “atto di Dio”, lei aveva risposto “la pioggia sarà pure un atto di Dio, ma non è stato Dio a mandare quei bulldozer a demolire le colline”; o quando il marito era rimasto invalido per un incidente sul lavoro, e lei era andata in fabbrica e al tempo stesso aveva tirato su due figlie, quattro nipoti e adesso cominciava con una bisnipote. Ma era stanca. Raccontava di sopravvivenza e intanto, sempre più pelle e ossa, con quelle incessanti sigarette nei polmoni distrutti, si lasciava ulteriormente distruggere, come se non ce la facesse più.
Triste il paese, triste il mondo, che perde i suoi narratori e soprattutto le sue narratrici. La scommessa per la sopravvivenza oggi, nel fragore incessante della comunicazione, è la scommessa contro il silenzio profondo, il silenzio di chi sente e non ascolta, parla e non dice, dice e non è ascoltato. Grace Paley e Annie Napier erano due prove viventi della fiducia nella possibilità della parola, della propria parola intrisa di parole altrui ascoltate, interiorizzate, restituite in mille forme mutevoli. Credo di essere stato utile ad Annie, perché la stavo a sentire. Anche per Grace Paley, raccontare non era mai un’attività solitaria, un’attività che si riduceva a scrivere chiusi nella propria stanza per lettori lontani e sconosciuti: raccontare voleva dire sempre offrirsi a chi voleva sentire, guardarsi in faccia, muoversi e smuovere. Un suo racconto parla di una bambina ebrea, Shirley Abramowitz, che ha una voce “capace di staccare le etichette”, una voce talmente insopprimibile che le chiedono di fare l’angelo annunciatore nella recita di Natale – e lei, insieme alla sua famiglia, accettano e ne sono orgogliosi, perché non si può imporre a una simile voce di tacere. “Vedi – dice un suo personaggio – per un ebreo ‘chiudi il becco’ è un’espressione terribile, una parolaccia, come un peccato, perché all’inizio, se ricordo correttamente, era la parola.”
Una tipica notte di tregenda nella sua casa isolata in cima alla montagna, Annie mi chiese, “ci credi ai fantasmi?” “No”, dissi io. E lei: “neanch’io. Comunque: ce n’è uno che tutte le sere passeggia dalla veranda alla cucina”. Non ci credo, ma è vero: l’essenza dell’immaginazione. Esiste una relazione fra l’immaterialità e la presenza della voce, e l’immaterialità e la presenza dei fantasmi. Mi viene voglia di immaginarmi Grace e Annie che passeggiano tutte le sere dalla veranda alla cucina, sotto forma di voce – di voci che abbiamo ascoltato, che abbiamo fissato nei libri e nei nastri, e soprattutto voci che continuano a risuonarci nella memoria.
da il manifesto
Movimenti – In Veneto si prepara l’opposizione agli States. E arriva l’autrice di No Logo
Intervista a Naomi Klein, a Venezia per presentare un cortometraggio nato dal suo nuovo libro. “Bisogna riflettere sul perché negli Stati uniti continuano ad appoggiare un governo militarista” La base Usa è un ottimo esempio di shock su cui esercitare una pressione capitalista. Si costruisce uno spazio chiuso, militare, anzi legato alle guerre, che modifica radicalmente la vita degli abitanti di una città
Cristina Piccino
Il film, un cortometraggio, si chiama The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, la prima immagine è presa da un archivio, una donna distesa di forza su un lettino viene sottoposta a elettroshock. Seguono immagini dall’attualità, bombe, guerre, tutte con lo stesso effetto di devastazione. Poi le catastrofi naturali, l’acqua che sommerge New Orleans, case distrutte, ambiente devastato. E di nuovo i disastri “umani”, le Twin Towers. Il corto è stato realizzato da Jonàs e Alfonso Cuaron, padre e figlio, due generazioni del nuovo cinema messicano, all’origine c’è il libro di Naomi Klein, stesso titolo in inglese che in Italia uscirà il 12 come Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri (Rizzoli). L’idea è quella di una “grande crisi” o del “grande shock” che permette al capitalismo di sfruttare in suo favore le risorse di uno stato approfittando del disorientamento dei cittadini. Per questo si deve fare in fretta a rendere la riforma da “momentanea” a “permanente”. All’origine della riflessione di Klein c’è lo studio delle dottrine di Milton Friedman, “guru” dell’economia globale contemporanea, e in particolare l’editoriale che scrisse sul Wall Street Journal dopo l’uragano Katrina. Nel quale proponeva di non ricostruire le scuole pubbliche distrutte, frequentate da bambini le cui case erano state a loro volta distrutte, ma di dare alle famiglie dei buoni a spendere presso istituzioni private. “L’amministrazione Bush si è gettata su questa proposta trasformando dopo l’uragano le scuole di New Orleans in “scuole charter”, che sono scuole pubbliche gestite da privati secondo le loro regole. In questo modo si creano enormi disuguaglianze applicando standard educativi differenziati” spiega Naomi Klein, faccia da ragazzina, determinazione sorridente. Ma è solo uno degli esempi del libro, e anche del cortometraggio: sia guerra in Iraq sia l’uragano Katrina il risultato non cambia. Lo shock della gente è l’utile terreno d’azione per l’agire di multinazionali della ricostruzione. Il cui senso è tutto da stabilire. Friedman, ricorda Klein, è stato il consigliere favorito di Pinochet, dopo il colpo di stato, approfittando del trauma del paese, gli suggerì di applicare radicali tagli a spesa pubblica, istruzione, etc. Tutto questo entra nel corto, misto di animazione e tecniche diverse. Lo shock oggi produce Guantanamo, privazione dei diritti civili trasformata in difesa di civiltà, censura dell’informazione che diventa un modo di proteggere i cittadini.
Ieri sera, dopo la presentazione alla Mostra del corto, insieme a Cuaron Naomi Klein è partita per Vicenza, a sostenere la manifestazione contro la nuova base americana. Al mattino alcuni rappresentanti della protesta erano arrivati al Lido, sulle note dell’accordeon di Oreste Scalzone.
Perché Vicenza? Qual è la ragione che la fa partecipare alla manifestazione di oggi?
Credo che la ragione sia già nel soggetto del libro, lo abbiamo fatto anche ai tempi di No logo, andavamo laddove c’erano situazioni reali di quello che vi veniva teorizzato. E’ molto importante per me lavorare sulla teoria del contemporaneo, sistematizzarne i conflitti e dunque essere laddove si producono, viverli e non solo parlarne. La base di Vicenza è un ottimo esempio di shock su cui esercitare una pressione capitalista. Si costruisce uno spazio chiuso, militare, anzi legato alle guerre, che modifica radicalmente la vita degli abitanti di una città. Non è solo questione del paesaggio, dell’ambiente etc. Tutte queste cose sono importanti ma quello che conta è soprattutto il modo in cui questa scelta andrà a incidere sulle politiche sociali, economiche, emozionali di un luogo. Approfittando del trauma si faranno passare una serie di conseguenze che il progetto della base si porta dietro. Per questo è importante per me esserci, trovo spaventoso che si investa in basi militari calpestando i desideri delle persone.
Nel suo libro, e nel film, viene citato Martin Friedman, che è un po’ il riferimento antagonista di questo suo lavoro.
Nelle sue teorie sull’ascesa del capitalismo Friedman ignora completamente i corpi, le persone. Ci descrive le varie soluzioni del capitalismo come se fossimo in una fiaba, un mondo meraviglioso dove tutti sono liberi, e dal quale la sofferenza reale viene esclusa. Manca il dolore, che cosa significa la catastrofe, lo shock per gli esseri umani che lo subiscono. Ho studiato a lungo per scrivere questo libro, non volevo limitarmi a dire che una cosa è giusta e un’altra sbagliata. Il film è stato il passo successivo, mi sembrava che l’immagine potesse rendere l’esperienza fisica ancora più presente almeno nel sentimento di chi lo guarda.
Cosa l’ha spinta a questa riflessione?
Il disorientamento politico che viviamo dall’11 settembre in poi. Sento un grande bisogno di mettere a fuoco le cose, di confrontarmi con me stessa e con gli altri. Non credo che la soluzione oggi possa essere solo liberarci di Bush, anche se naturalmente tutti noi speriamo che i conservatori americani siano finalmente sconfitti alle prossime elezioni. Ma una cosa è il sistema economico, un’altra l’ideologia con cui hanno bombardato gli americani in questi anni. Non voglio che il libro e neppure il film siano considerati antiamericani, ci sono molte identità in America. Credo invece che sia molto più utile riflettere sul perché nel tuo paese si continua a appoggiare un governo complice nell’espansione del militarismo. In questo senso l’informazione è fondamentale. Nel film leggiamo un cartello: informare è resistere, su immagini che ricordano Guantanamo. Alcuni registi americani passati al Lido in questi giorni, come De Palma, ci hanno detto coi loro film che in questo momento negli Stati uniti è molto ristretta. Si parla dei grandi media, stampa e tv. E’ vero, ma si possono costruire delle alternative. Ho molta fiducia nella rete, che permette un processo di democratizzazione delle informazioni. Abbiamo voluto mettere il film in rete, in questo modo può arrivare direttamente a tante persone prima del libro. E’ vero che la rete ha i suoi rischi, si può manipolare, c’e di tutto ma questo vale per il sistema di informazione in genere. Credo che la scommessa pr rendere la rete ancora più solida sia combinare informazione a educazione, discriminando una serie di offerte all’interno della rete stessa. C’è bisogno di profondità, non si può cadere nello stile tabloid o nella teoria della cospirazione. Credo anche che sia importante una profondità nell’analisi, non basta seguire il trend del momento.Adoro persone come Harold Pinter, che lavorano su una visione chiara e corretta delle cose.
di Luciana Tavernini
Care amiche della Redazione,
credo che nelle nostre vite sia nascosto un tesoro da scoprire. Penso che ora sia il tempo-kairòs, l’occasione storica per farlo.
Con l’autocoscienza abbiamo imparato che la nostra esperienza poteva essere narrata, che aveva senso il nostro disagio e che potevamo sperimentare pratiche e rapporti nuovi perché esisteva una società femminile che li accettava. Nelle “relazioni senza fine” con un’altra donna abbiamo trovato la capacità di vedere e inventare strade per realizzare i nostri desideri, abbiamo avuto la forza per creare imprese visibili che hanno trasformato il mondo (ad esempio la famiglia, la scuola, il lavoro). In incontri politici più ampi abbiamo messo in gioco parole che significavano questi cambiamenti. Ne abbiamo parlato, scritto ed è visibile in molte forme artistiche la differenza femminile.
Ma circola il desiderio di andare più a fondo e diversi interventi degli ultimi due numeri lo testimoniano: Marina Terragni, per evitare l’omologazione delle donne ai modelli maschili, sottolineava la necessità di portare alla luce elementi del simbolico femminile attraverso un ritorno a una sorta di pratica dell’inconscio; Emma Schiavon chiedeva di cominciare a diffondere i nostri racconti; Antonietta Lelario, pur infastidita dalle richieste “di dar parola a ciò che noi donne abbiamo fatto in questi anni”, sottolineava poi l’importanza “di chi è consapevole dello iato tra parole e cose e lavora perché le esperienze siano nominabili”.
Credo proprio che vi sia ancora molto da scoprire e da dire su ciò che permette a tante, sempre più, donne di vivere libere e anche su ciò che ci è di ostacolo.
Nella Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica da vent’anni abbiamo sentito la necessità di andare al passato perché riteniamo la storia il controcanto della politica, ciò che può darle profondità e spessore, perché sempre sono esistite donne libere. Dialogando con loro attraverso quello che ci hanno lasciato potevamo da un lato vedere e confrontare le loro pratiche con le nostre e dall’altro rafforzare noi stesse e le giovani donne, creando una genealogia femminile, e sviluppare negli uomini un’attenzione alla differenza, destrutturando la storia dei padri, vero pilastro fallico, piantato nei tempi dei tempi.
Poi Marirì Martinengo, la maestra della nostra Comunità, ha seguito il suo desiderio-bisogno di dar voce alla storia vivente che si annidava in lei e ha trovato la forza per portarla alla luce e, nel farlo, ci ha consegnato un guadagno per il presente. La tormentava da sempre il silenzio che nella sua famiglia circondava la nonna paterna, resa muta, in vita dall’internamento in una casa di cura e poi da morta dal tentativo di cancellarne la memoria. Si riproponeva in lei il dramma di molte donne, ma anche uomini, che, pur non essendo responsabili di violenze, si sentono colpevoli per non riuscire a impedirle, che non vogliono essere complici della congiura del silenzio ma che trovano inadeguata la risposta dell’odio contrapposto verso l’oppressore perché non va alla radice e avvertono quanto non intacchi la possibilità della ripetizione. E allora, a partire dalla carenza, dal vuoto di interpretazioni, Marirì ha scritto La voce del silenzio (ECIG, Genova 2005), indagando la contraddizione e il doloroso conflitto che si apriva in lei e, attraverso il lavoro complesso della costruzione del libro, ha redento se stessa da questo delitto, mostrandoci al contempo una via per riscattarci da episodi storici traumatici, una via dove entra l’amore e la relazione. Lo ha evidenziato María-Milagros Rivera Garretas in due occasioni, a Milano nell’incontro al Circolo della Rosa “Come raccontare vite infinitamente oscure?”, proprio a partire dal libro di Marirì, e successivamente a Roma al XII Symposium Il pensiero dell’esperienza.
Lei faceva l’esempio dell’Olocausto, come di un crimine del passato dal quale vorrebbe assolversi o essere redenta da un’interpretazione storica che faccia simbolico, che non sia ideologica. Rimaneva insoddisfatta, quando ne discuteva nei corsi, nonostante il grande interesse e impegno suscitato, perché sul fondo restava l’odio per il popolo tedesco. E “non c’è redenzione se l’odio prevale. E se non c’è redenzione la storia può ripetersi”. Non aveva saputo “trovare la porta stretta che lasciasse passare l’amore nell’interpretazione della storia” perché non aveva messo in gioco l’esperienza personale di un altro crimine, la Guerra civile spagnola, ereditato concretamente dalla storia di suo padre e sua madre. In Spagna nel 1975 si cercò di sanarlo col “patto dell’oblio” o all’inverso con testi di memorie che seguono schemi interpretativi dati, come quello di vincitori/vinti. Ma dimenticare e ricordare sono operazioni simili, perché non vi è interpretazione libera di sé e non si produce quella modificazione interiore che apre a un altro ordine di relazioni.
Noi stiamo sperimentando una pratica che scavi nei conflitti irrisolti, nei nodi problematici, celati nella storia personale di ciascuno e ciascuna, mostrandoli ad alcune altre a cui ci lega una relazione lunga, forgiata dall’aver realizzato insieme progetti, dall’aver superato conflitti. Non avendo condiviso l’autocoscienza, abbiamo lasciato in ombra il vissuto personale, che ora può essere messo in gioco in modo da far emergere elementi del simbolico che ci guidano. Non si tratta di un’autobiografia e neppure di storia orale perché la garanzia della verità è sentire corrispondenza tra le parole trovate e l’esperienza, in una relazione di affidamento alle altre.
Ci pare che altre si trovino oggi in una situazione simile alla nostra, di donne che si sentono tranquillamente libere, che hanno costruito forti relazioni, che sono per questo in grado di indagare le situazioni che chiedono di essere interpretate in un modo che possa modificarci e quindi modificarle. Il passato, come suggeriva Sandra De Perini nell’incontro di Milano, contrariamente a ciò che si crede comunemente è reversibile in quanto si può cambiare la sua eredità, quell’interpretazione che ci può inchiodare nella ripetizione. Dunque è un invito a cogliere l’occasione presente, suggerendo questa pratica di parola, di relazione, di scavo e significazione.
Luciana Tavernini, a seguito delle discussioni con Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini.
da il manifesto – Sono anti-Bush, anti-guerra e poco indulgenti con i democratici che fanno il gioco dei repubblicani. Sono avvocate, pr, consulenti finanziarie, agiate e di sinistra. Sono le “codepink”, il movimento delle donne in rosa che sta scuotendo i palazzi di Washington. Appuntamento il 17 settembre a Capitol Hill
Al 712 della Quinta strada a Washington c’è una casa con le tendine rosa. Alla finestra, uno striscione, rosa anche quello, lascia pochi dubbi sulle idee degli inquilini: “Basta scuse. Fuori dall’Iraq adesso!”.
Dietro la facciata di mattoni chiari, un gruppo di donne si sta preparando per un appuntamento importante: magliette rosa, cappellini rosa, rosa pure i boa di struzzo delle più frivole. E il pizzo dei guanti con cui, alti sulla propria testa, terranno i grandi cartelli su cui hanno scritto – nero su rosa – i loro slogan: “Don’t buy Bush’s war” e “Troops home now”.
È tutto pronto, o quasi, per la marcia di protesta che il 17 settembre – due giorni dopo l’atteso report del generale David Petraeus davanti al Congresso Usa sui “progressi” nella guerra in Iraq – le porterà ancora una volta davanti al Campidoglio.
Tra il 712 e i palazzi del potere, infatti, la distanza è breve. E, dal 2002, anno della loro nascita, non è passato giorno senza che le Codepink – movimento pacifista al femminile con base a Washington ma con 250 sottogruppi sparsi in tutti gli States – la percorressero per dimostrare, davanti alla Casa bianca o al Congresso, il loro impegno contro la guerra. Avvocatesse, pr, scrittrici, consulenti politiche: donne che hanno in comune l’ottimo curriculum professionale, una solida fede democratica e una vera ossessione per il rosa, le Codepink sono nate – “quasi per gioco” ricorda Medea Benjamin, avvocato per i diritti civili e co-fondatrice del gruppo – alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, con l’intento di “contrastare il delirio securitario di un sistema politico machista e di spostare a sinistra l’asse del dibattito politico”.
Obiettivo non da poco, di fronte ai tamburi di guerra di un sistema mediatico compatto nel sostenere le ragioni dell’aggressione armata ai “nemici” degli Usa e a un governo impegnato a declinare le sfumature della paura in codici colorati. “L’amministrazione Bush si era appena inventata questa assurda gradazione dei livelli di allerta anti-terrorista: il giallo significava calma relativa, l’arancione preoccupazione, il rosso che potevi cominciare a tremare. Noi allora pensammo di rispondere con un “codice rosa”, un codice delle donne per dire che c’è una maniera non violenta per risolvere i conflitti”.
L’incontro-scontro con Rumsfeld
Dalle illuminate chiacchiere da salotto alla militanza attiva, per le Codepink il passo è stato breve. Ma l’impatto non dei più morbidi. “La nostra prima azione fu tentare di infiltrarci in Campidoglio mentre il segretario alla difesa Donald Rumsfeld esponeva le ragioni dell’invasione dell’Iraq. Volevamo porgli alcune semplici domande: è sicuro che non sia il petrolio il vero problema? Ci sa dire quanti civili moriranno in questa guerra? E quanti soldati? Con nostra grande sorpresa, arrivammo a un passo da lui e ci riuscimmo davvero. Ma la polizia ci portò via prima di ottenere una risposta…”. Oltre a una notte in cella, il risultato fu una foto in prima pagina sul Washington post e l’etichetta, appiccicata dai media, di “prime cittadine americane che avevano avuto il coraggio di opporsi al governo dopo l’11 settembre”. Niente male per quello che era cominciato come un gioco tra amiche.
In Italia, contro il Dal Molin
Da allora, in quasi sei anni di battaglie – da quella per l’impeachment di Bush all’ultima, per scongiurare un futuro attacco all’Iran, fino alla recente trasferta italiana per sostenere il comitato “No Dal Molin” nella sua lotta contro la nuova base militare Usa di Vicenza – le Codepink non sono riuscite ad ottenere il ritiro delle truppe dall’Iraq, ma qualche risposta alla fine l’hanno strappata.
Dopo aver bussato invano alle porte di molti senatori, aver trascorso svariati inverni al gelo di Pennsylvania avenue presidiando la Casa bianca ed essere state liquidate dai vari Bush, Condie e Rummie con un’alzata di spalle, le donne in rosa hanno cambiato strategia. “Certo – spiega Benjamin – i nostri avversari restano i repubblicani, ma ci siamo rese conto di avere molta più presa sui democratici: siamo la loro base, non possono dimenticarci. Bush e Cheney potevano voltarsi dall’altra parte, Hillary Clinton e Nancy Pelosi, invece, devono darci ascolto”.
E la dimostrazione sembra venire dal recente cambiamento, in materia di Iraq, della posizione della senatrice Clinton. Una metamorfosi di cui, come ha recentemente sostenuto il New York Times, le Codepink – con la loro campagna “Listen Hillary!” – sarebbero tra le maggiori ispiratrici.
In controtendenza con il voto a sostegno dell’invasione dato nel 2002, Hillary – che nel maggio 2007 ha votato a favore del calendario per il ritiro delle truppe e contro il rifinanziamento della missione in Iraq – ha infatti finalmente espresso, all’inizio di agosto, la sua volontà di porre fine alla guerra “non l’anno prossimo, non il mese prossimo, ma oggi”. Segno che, probabilmente, il pedinamento messo in atto dalle Codepink – che ne hanno seguito con striscioni e picchetti tutto l’itinerario pre-elettorale – ha dato i suoi frutti.
“Hillary resta una conservatrice”
Ma per le attiviste, i conti con la senatrice non sono ancora chiusi. “Le sue ultime dichiarazioni hanno convinto l’opinione pubblica che riporterà i soldati a casa. Ma, per quanto ci riguarda – chiarisce Benjamin – Hillary resta una conservatrice, sotto la sua presidenza l’America continuerà a comportarsi come un impero e probabilmente, centinaia e centinaia di soldati continueranno a restare in Iraq anche molto tempo dopo il suo insediamento. Dovrebbe scusarsi per il suo voto del 2002 come ha fatto John Edwards, ma non credo che lo farà: da donna e da democratica cerca di compensare la sua presunta debolezza dimostrando di essere “dura” su temi come la sicurezza nazionale”.
Lungi dall’abbatterlo, anche le candidate donne sembrano adattarsi alle regole del gioco del “sistema machista”: “Nel nostro paese c’è un ristretto gruppo di persone molto conservatrici che veicolano attraverso i media l’idea che i democratici non siano in grado di provvedere alla sicurezza del paese, spostando l’asse del dibattito politico sempre più a destra. Ormai i democratici hanno più paura di dimostrarsi deboli con i terroristi che dei terroristi stessi. Per questo finiscono col fare dichiarazioni come quelle di Hillary, Obama e Edwards sull’Iran: “in caso di minaccia nessuna opzione è esclusa””.
Più che gli ideali, ad ispirare la campagna elettorale del partito dell’asinello, sarebbero dunque, secondo le Codepink, alcuni incubi ricorrenti. “I candidati democratici sono preoccupatissimi di un nuovo attacco terroristico prima delle elezioni: temono di essere accusati di non essere stati previdenti, di aver fatto morire altri soldati perché non avevano l’equipaggiamento necessario o di aver provocato un ampliamento della crisi in Medioriente ritirando le truppe. Per questo non hanno il coraggio di votare contro la legge per il controllo della corrispondenza o contro il rifinanziamento della guerra”. Una corsa all’inseguimento delle paranoie stimolate nell’elettorato dalla retorica repubblicana della war-on-terror, per la quale i democratici sarebbero disposti anche a lasciare indietro la loro base.
Gli incubi dell’asinello
“Nel nostro sistema chi vince prende tutto. I democratici sanno che la loro base non basta, quindi la danno per scontata pur di strappare voti a destra. Ma così accrescono la percentuale di elettori che preferiscono votare per persone alternative come ad esempio Ralph Nader, rischiando di consegnare le elezioni ai repubblicani”.
Proprio per questo, dopo aver fatto recapitare a Cheney migliaia di slip rosa con sopra elencati gli articoli della costituzione violati manipolando le informazioni sulle armi di distruzione di massa ed essersi infiltrate in decine di apparizioni pubbliche di Condoleezza Rice gridando “Basta omicidi, basta torture e basta bugie” e chiedendo la chiusura di Guantanamo, le pink ladies hanno rivolto le loro attenzioni agli uomini, e alle donne, del loro partito.
“In cambio dei compromessi sulla guerra, il nuovo Congresso a maggioranza democratica non ha ottenuto niente: sono riusciti a diminuire pochissimo le spese per l’istruzione superiore, hanno esteso in maniera irrisoria i confini dell’assistenza sanitaria pubblica e, in compenso, non sono riusciti a chiudere Guantanamo e hanno contribuito all’ulteriore contrazione delle nostre libertà civili approvando la legge per il controllo della corrispondenza”. Un nuovo fronte di battaglia che è costato alle Codepink qualche tentativo di strumentalizzazione – “ai media repubblicani fa comodo mostrare il dissenso interno alla sinistra” – e un bel ritorno di immagine: “Improvvisamente, abbiamo tutti i riflettori addosso, probabilmente perché la maggior parte dell’opinione pubblica è ormai contro la guerra e molti giornali e tv hanno assunto una posizione più critica”.
Di certo, quando il 17 settembre marceranno compatte sul Campidoglio avvolte nei loro boa rosa confetto, sarà difficile che passino inosservate.
Traduzione a cura di Laura Minguzzi
Indirizzo del soggetto promotore
Associazione Talenti di Donna
06 BP 9293 Ouaga 06
Tel. : 70244232
e-mail : talentsdefemmes@yahoo.fr
Obiettivo generale
Contribuire a far emergere donne scrittrici in Burkina
Obiettivi specifici
– Organizzare la terza edizione del premio letterario Talenti di Donna, Grazia Zerman
– Contribuire alla presa di coscienza da parte delle donne della loro situazione sociale attuale
– Favorire un riconoscimento nazionale e internazionale della produzione letteraria femminile
Luogo del progetto : Burkina Faso
Durata del progetto : Un anno
Costo totale : 22 527 euro
Contributo del soggetto promotore e dei partner del Burkina : 4359 euro
Sovvenzione richiesta : 18 168 euro
Preambolo
Scrivere!
Perché scrivere in un paese in cui la tradizione orale è al cuore della vita di tutti i giorni e dove la parola resta dunque uno dei vettori di comunicazione e di trasmissione?
Questa domanda può essere rivolta a tutto il continente e in modo particolare ai paesi dell’Africa sub-sahariana dove il tasso di alfabetizzazione rimane debole malgrado le campagne di alfabetizzazione.
Si tratta tuttavia di scrittura in questo progetto : Fare scrivere le donne che costituiscono più della metà della popolazione burkinabé.
Però il desiderio forte per la scrittura esiste lo stesso presso le donne del Burkina ma resta soffocato dal contesto socio-culturale, dall’assenza di un orizzonte per un inquadramento adeguato che possa valorizzarlo.
In una società dove la parola è un vettore della comunicazione sociale, di trasmissione di idee e che si trova appannaggio di una certa parte della popolazione, in una tale società, l’apprendimento della scrittura costituisce per le donne una forma originale di fare propria la parola e di fare valere i diritti a comunicare.
E’ in questo contesto e in questa prospettiva che l’associazione Talenti di Donna, fedele ai suoi obiettivi, vuole contribuire a far emergere la parola scritta femminile.
Questo progetto comprende parecchi aspetti e si svilupperà in molte tappe : l’organizzazione del concorso letterario seguito dalla cerimonia di attribuzione dei premi e la formazione poi l’edizione.
1. Presentazione del soggetto promotore : l’Associazione Talenti di Donna (A.T.F.)
Talenti di Donna è una associazione culturale, apolitica, e a scopo non lucrativo. E’ stata concepita nel 1992 da donne appartenenti all’ambiente delle arti dello spettacolo ed è solo nel dicembre del 1995 che fu ufficialmente riconosciuta come testimonia la certificazione N° 95-0358/MA/DGA/DELPAJ.
Ha la propria sede a Ouagadougou e conta una decina di membri provenienti da tutti gli ambienti socio-culturali e professionali del Burkina.
Talenti di Donna si è posta degli obiettivi che sono : Promuovere il talento femminile; Creare un orizzonte di incontro e di espressione delle donne artiste allo scopo di favorire l’espansione delle loro attività incoraggiando la creazione femminile in materia di spettacolo, la scrittura, favorendo la formazione per lo sbocciare di nuovi talenti.
Le attività svolte
Dalla sua esistenza, l’A.T.F. ha realizzato parecchie attività dal 1996 al 2007, di cui le principali sono
:
1996 – L’organizzazione delle “giornate delle arti dello spettacolo”
La creazione dello spettacolo ” Le cospose” di Fatima Gallaire in collaborazione con la NORAD (Norvegia). Opera recitata in Burkina, in Benin (FITHEB) in Costa D’Avorio (MASA) alla presenza di circa un migliaio di spettatori.
– Partecipazione al festival : sotto l’arcobaleno In Danimarca
– Organizzazione di una conferenza-dibattito sul tema : le donne in scena, l’esperienza di quelle che hanno avuto successo
1997 : prima edizione del festival “VOCE DI DONNE” sostenuto finanziarmente soprattutto dall’Ambasciata dei Paesi-Bassi e la cooperazione svizzera. N posto importante era stata accordata ai gruppi di musica, canto, danza in ambiente rurale, una esposizione di colori, del teatro e della formazione. Abbiamo registrato circa un centinaio di partecipanti.
Altre tre edizioni seguiranno dal 1999 al 2005. Nel 2006, la quinta edizione del festival si intitola ” Incontri Internazionali delle Donne Artiste di Ouagadougou” (RIFAO)
2003 – Partecipazione alla notte degli scrittori africani
2004-2006 : Prima e seconda edizione del Premio letterario Talenti di Donna, GraziaZerman sostenuto principalmente dalla Libreria delle donne di Milano.
Quindici scuole di insegnamento secondario hanno partecipato al concorso con due generi letterari a scelta : poesia, novella.
In totale trenta insegnanti sono stati direttamente coinvolti per la preselezione e la selezione finale.
Tredici le migliori opere selezionate e dieci ragazze premiate.
2. Il contesto
Il Burkina Faso è un paese giovane e Ouagadougou la capitale dispone di un potenziale culturale ed artistico molto vario. In effetti è una città cosmopolita dove vivono parecchie etnie del Burkina e numerose altre nazionalità. Questa diversità arricchisce la cultura locale ed ha un impatto positivo sulla vita culturale e artistica della città. L’artigianato è molto sviluppato così come le manifestazioni e si contano parecchie sale per le mostre e una decina di sale per gli spettacoli.
Ouagadougou accoglie anche numerose manifestazioni culturali e artistiche fra cui le più importanti sono :
3 Le FESPACO
4 Le SIAO
5 Le FITMO
6 Le FIDT
7 Le festival Voix de Femmes etc.
In Burkina Faso alcune artiste padroneggiano parecchi campi artistici : arti plastiche, arti dello spettacolo, letteratura. Questo ultimo modulo ci interessa poiché le autrici sono poco numerose.
Il Burkina Faso ha una forte tradizione orale. Conta una sessantina di etnie e 59 lingue recensite e tutte sono radicate nell’oralità.
In un tale contesto la scrittura potrebbe essere vista come un lusso di fronte al tasso di alfabetizzazione che raggiunge faticosamente alla sufficiente. Tuttavia alcune lingue conoscono la forma scritta da decenni. Le campagne di alfabetizzazione hanno permesso ad un’ampia popolazione di scrivere nella loro lingua. Ma la presa di parola sia orale che scritta da parte delle donne resta timida. Le donne in una minima parte prendono la parola con difficoltà per mancanza di fiducia in se stesse e purtuttavia costituiscono più del 50% della popolazione burkinabé. Non andremo ad approfondire in questo momento le ragioni di un tale stato di fatto dato che non rientra nel merito di questo progetto, ma possiamo comunque dire che questa situazione soffoca dei talenti femminili che avrebbero potuto contribuire con il loro genio al patrimonio culturale nazionale. Ben lungi dal peccare di pessimismo, Talents de Femmes vuole credere alla dinamica dell’evoluzione perché se poche donne scrivono in Burkina e se i nomi delle autrici conosciute sono rimasti sempre gli stessi per molto tempo, oggi le cose sono cambiate. In effetti negli ultimi cinque anni sono emersi nuovi talenti fra le donne scrittrici. Ed è in questa nuova creatività che s’inscrive questo progetto letterario.
Contribuire a dare un impulso dinamico alle donne e principalmente alle giovani donne affinché s’interessino di più alla scrittura.
3. Descrizione del progetto
Natura del progetto
Dopo due edizioni del premio letterario organizzato nel 2004 e nel 2006, si tratta ora di organizzare la terza edizione nel corso dell’anno 2007-2008 in collaborazione sempre con i licei e le scuole medie del Burkina.
Per noi la cornice dell’insegnamento è un trampolino per creare il coinvolgimento e mettere in piedi una rete attorno al progetto. Noi partecipiamo in questo modo all’organizzazione del pensiero femminile che si radica nel pensiero nazionale. Questo conferirà una dinamica nuova ai dibattiti. Perché queste donne e queste ragazze provenienti da regioni e da ambienti socio-culturali diversificati sono delle vere testimoni della vita del Burkina e da questo punto di vista, tratteranno delle tematiche che vi fanno riferimento.
Il nostro obiettivo è dunque di contribuire all’emergere di una scrittura femminile in un contesto dove la donna non osa sovente prendere la parola per partecipare alla riflessione. Allora potranno imprimere e trasmettere attraverso le generazioni, dei valori di educazione in quanto prima educatrice nella cellula familiare.
Gli obiettivi
Obiettivo generale
– Contribuire all’emergere delle donne scrittrici in Burkina Faso
Obiettivi specifici
– Organizzare la terza edizione del premio letterario Talents de Femme, GraziaZerman
-Contribuire alla presa di coscienza delle donne della loro situazione sociale attuale
– Favorire un riconoscimento nazionale e internazionale della produzione letteraria femminile
I risultati attesi
A breve termine
– La terza edizione del premio letterario con in media duecento partecipanti
– L’attribuzione dei premi alle vincitrici
– Lo svolgimento della tavola rotonda sul tema : donne d’Africa e scrittura
A medio termine
– Corso di scrittura residenziale : una formazione per una ventina di partecipanti
– Cinque dei migliori testi tradotti nelle due principali lingue parlate del Burkina : mooré e jula
– una raccolta edita in tre esemplari : mooré, francese e jula
A lungo termine
– Lettura e/o drammatizzazione teatrale dei testi
4. Strategie di realizzazione pratica
Per facilitare la messa in pratica del progetto è importante rendere parte attiva in primo luogo la direzione e l’amministrazione di ogni scuola che partecipa. La loro diretta implicazione favorisce la formazione della equipe pedagogica, della cura tecnica del progetto e gli fornisce in egual misura una spinta morale.
Una informativa sarà inviata alle scuole di insegnamento secondario in tutto il paese poi seguirà una missione preparatoria nelle scuole interessate e scelte dall’ATF.
Sono le scuole stesse che avranno a cuore il lancio del progetto presso le studenti e si incaricheranno della preselezione dei cinque migliori testi nella loro scuola. Conoscono le allieve e il loro livello di istruzione, qualsiasi cosa atta a prevenire eventuali frodi, dato che le ragazze scriveranno al di fuori delle lezioni scolastiche. L’insieme degli scritti preselezionati saranno valutati congiuntamente da due insegnanti.
Dieci testi ogni scuola. In totale 50 testi preselezionati saranno inviati a Ouagadougou per la selezione finale.
Talents de Femmes proporrà il premio letterario a livello universitario, al dipartimento delle arti e lettere e agli scrittori per la formazione del jury finale. Questo permette di ampliare la rete, di legittimarla e di radicarla.
L’organizzazione di una tavola rotonda è un mezzo di riunire le protagoniste della scrittura e dell’editoria per discutere alcune questioni spinose : scrittura, lettorato e barriera linguistica, editoria e circolazione delle opere etc.
Talents de Femmes impiegherà tutti i mezzi necessari per realizzare dei supporti di tipo comunicativo per divulgare il progetto fra la gente e promuovere così la partecipazione e la produzione scritta. Questo permetterà di costituire un archivio e dare continuità al progetto.
La formazione è un mezzo per dare gli strumenti tecnici necessari alle vincitrici e ad altre partecipanti per continuare a scrivere e costruirsi un proprio cammino di scrittura.
Si richiederà a questo scopo un esperto di formazione di carattere nazionale.
Lancio del concorso : sarà lanciato in novembre all’apertura dell’anno scolastico 2007-2008 nelle scuole secondarie delle cinque regioni del Burkina.
Le scuole partecipanti : riguarda qualsiasi scuola di insegnamento secondario privata o pubblica che desideri prendervi parte. Noi limiteremo il numero a dieci scuole.
Le partecipanti : allieve di qualsiasi nazionalità iscritte e che frequentano la classe quarta o la classe quinta.
Genere : poesia
5. I mezzi
Risorse umane
Il comitato organizzatore
Un comitato organizzatore costituito dai membri dell’ATF che hanno acquisito una competenza in materia di organizzazione insieme ad altre competenze.
Talents de Femme si occuperà di :
– Formazione del comitato
– Lavoro preliminare
Si tratterà di fare spostamenti in tutto il paese per incontrare i capi di istituto ed i professori di francese dei suddetti istituti al fine di fare conoscere e promuovere il concorso.
– Formazione della giuria
Ci saranno due giurie : la giuria della preselezione e la giuria finale
– Promozione
Si tratterà di operare alla promozione dell’attività in materia di comunicazione, pubblicità, incontro con la stampa.
– Bilancio
Un bilancio sarà inviato ai partner
Una equipe pedagogica e tecnica qualificata
La giuria
– Venti (20) insegnanti per la giuria di preselezione
– Tre (3) insegnanti e scrittori per la giuria finale
Tavola rotonda e attribuzione di premi
– Tre (3) comunicatori per la tavola rotonda e un facilitatore
– Due (2) compagnie culturali di animazione
– Un animatore per la serata dell’attribuzione dei premi
La formazione
– Un (1) formatore
– Venti (20) ragazze stagiste
Traduzione ed edizione
– Traduzione affidata all’Istituto Nazionale di Alfabetizzazione (INA)
– Edizione affidata ad una casa editrice
L’ATF ha sempre al suo fianco dei collaboratori del :
– Ministero dell’educazione nazionale
– Ministero delle Arti della Cultura e del Turismo
– Ufficio nazionale dei genitori di allievi
I mezzi materiali
Materiali da affittare
– Un mini-bus da quindici posti per la serata di attribuzione dei premi per due giorni
– Una sala di correzione per la giuria finale per due giorni
– Una sala per la tavola rotonda
– Una sala per lo spettacolo della serata di attribuzione dei premi
– Un centro di accoglienza per la formazione con albergo e sala di lavoro per due settimane
Materiale da acquistare
– Materiali di consumo
– Materiale didattico per le iscritte
– Materiale audio-visuale : videocamera, macchina fotografica
Mezzi finanziari
14 646 500 franchi CFA cioè 22 527 euro
6. Calendario
Da settembre 2007 a ottobre 2008
Settembre : organizzazione del comitato organizzativo
Ottobre : lavoro preliminare
Novembre : selezione delle scuole e lancio del concorso
Dicembre-febbraio : produzione dei testi
Marzo : preselezione
Aprile : selezione finale
Maggio : tavola rotonda : donna e scrittura
Cerimonia di attribuzione di premi
Bilancio parziale
Luglio : formazione
Ottobre : traduzione e stampa
Richiesta
Noi ci auguriamo di stabilire un rapporto di collaborazione continuativo per potere sviluppare il progetto e radicarlo presso la popolazione che ci interessa e coinvolgere anche le donne delle campagne alfabetizzate.
Vorremmo rivolgerci anche al mondo universitario.
E’ importante anche poter arrivare a un investimento tale che ci permetta in futuro di autofinanziare il progetto.
Fiorella Minervino
Una rosa candida che ingentilisce la capigliatura a riccioli e suggerisce il nome (Rosalba), il volto dall’incarnato chiaro, i grandi occhi che guardano diritti l’osservatore, la bocca serrata, una fossetta nel mento, l’abbigliamento con giubbone da artista, la mano che punta il pennello sopra un dipinto raffigurante un’altra giovane donna: è il primo dei numerosi autoritratti che Rosalba Carriera dipinse a pastello, in questo caso su commissione del principe Ferdinando de’ Medici. Si tratta in realtà d’una sorta di manifesto programmatico, un biglietto da visita, per illustrare la professione di donna pittrice nonché miniaturista nel ‘700, a Venezia, mentre ritrae la sorella Giovanna, sua collaboratrice.
La mostra luminosa e stimolante, che viene inaugurata oggi, si snoda attraverso 40 pastelli e 15 miniature, celebrando alla Fondazione Giorgio Cini, per le cure di Giuseppe Pavanello, i 250 anni dalla scomparsa di quella che il titolo dell’esposizione definisce «prima pittrice de l’Europa». Tale fu e venne riconosciuta già nel 1705 da Christian Cole, inglese appassionato d’arte, per l’eccellenza e la perspicacia nel cogliere l’anima del modello, con un’immediatezza che solo l’uso magistrale d’una tecnica veloce e capace di regalare sorprendenti effetti e sfumature come il pastello poteva garantire: tanto che la sua fama attraversò le maggiori corti europee e ogni personaggio di rango di passaggio a Venezia richiedeva una sua opera.
Ma già la Serenissima le offrì dame e gentiluomini in quantità, e la prima parte dell’esposizione è una galleria di squisite dame dai gioielli fiabeschi, perle a profusione, diamanti, stupefacenti mazzi di fiori nelle generose scollature, intriche di pizzi e trine, mantelli multicolori orlati di visone per nobildonne fiere e autorevoli come la splendida Elisabetta Algarotti Dandolo, sicura della propria avvenenza e del proprio ruolo nella società veneta. Meno altere appaiono altre dame tuttora anonime, mentre vera punta di diamante è il Ritratto di Henry Fiennes Clinton, nono conte di Lincoln e secondo duca di Newcastle, splendido giovane dagli incredibili virtuosismi nei ricami, nel volto superbo, che di passaggio a Venezia – pare con Horace Walpole – venne immortalato con efficacia e naturalezza.
Lord inglesi e principi dell’Impero si contendevano le opere della Carriera; esemplare il Ritratto di Clemente Augusto di Baviera, Principe elettore di Colonia (prestato dal torinese Palazzo Madama), con cappamagna e un gioco di luce sulla pelliccia che rende mobile l’intera superficie. Prelati, uomini in armature, il mirabile Ritratto di Gentiluomo del Poldi Pezzoli di Milano fanno a gara con le immagini delle Principesse d’Este, colte nella loro magnificenza.
Se le corti europee reclamavano la presenza di Rosalba, lei preferiva Venezia, si spinse a Modena, Vienna, Parigi. Nella patria di Watteau rimase un anno, dal 1720, dipingendo diverse opere. Con il pittore francese fu un rapporto di dare e avere: per quanto sia riconosciuto che Watteau debba non poco alla Carriera, è però chiaro che i pastelli creati dalla pittrice dopo la sosta in Francia sono più vaporosi, delicati, graziosi, quasi sfatti nelle forme, «alla Watteau». Né mancano l’attività religiosa, con la graziosa Madonna, e l’allegorica, con effigi di Diana, raffigurazioni delle stagioni e dei quattro elementi.
Prima rassegna a livello europeo dedicata alla Carriera, la mostra per la prima volta pone a confronto l’attività della miniatura, da cui prese le mosse l’artista, con la stesura e la tecnica del pastello. Sicché è possibile verificare quanto la grandezza dell’artista trovi l’origine pure nei minuscoli ritratti in miniatura prediletti da taluni, in quella società dell’Ancien Régime che dei bei modi, del conversare, del viaggiare nei Grand Tour faceva una civiltà e un ideale.
Da oggi alla Fondazione Cini
55 opere di Rosalba Carriera (tra pastellie miniature) della pittrice, inmostra da oggi al 28 ottobre aVenezia, Palazzo Cini.
Orario: tutti i giorni 10-13,15-18, chiuso il lunedì.
La rassegna, curata da Giuseppe Pavanello, è corre data da un catalogo edito da Marsilio.
Per informazioni: 041-2710230 arte@cini.it
Rosalba Carriera nacque il 7 ottobre 1675 a Venezia, dove morì il 15 aprile1757.
Susanna Legrenzi
La nonna che corre in moto con il boyfriend, il rito del bagno turco, l’incontro tra madri e figlie. Negli Stati Uniti il binomio arte e femminismo va in mostra da New York a Los Angeles. Obiettivo: sovvertire le regole di un gioco che relega sotto il 5 per cento la presenza delle donne nei musei.
La geometria dei tavoli – evidente, il rimando – è quello di un triangolo equilatero. In tessuto bianco, apparecchiato per trentanove con piatti in ceramica dall’altrettanto evidente ispirazione anatomica, rende omaggio a quelle donne che hanno lasciato un segno nella storia, da Saffo a Isabella d’Este, a Emily Dickinson.
A realizzarlo con l’aiuto di quattrocento volontarie è stata Judy Chicago, una delle artiste più celebri e impegnate degli anni Settanta. Quando The Dinner party, titolo dell’opera, fu esposto per la prima volta al Moma di San Francisco era il 1979. All’epoca – nonostante la folla di curiosi – i critici lo bollarono come pura pornografia, mentre (i più puritani) membri del Congresso lo considerarono un affronto alla modestia e alle virtù delle americane. Oggi, a circa 30 anni di distanza, la grande abbuffata femminista – che il settimanale Newsweek ha classificato fra le non molte altre opere che hanno avuto effetti sconvolgenti nella storia dell’arte – è tornata in mostra a New York.
A ospitarla è il Brooklyn Museum, dove è stata inaugurato uno spazio di 8 mila metri quadri, dedicato alla consacrazione del potere rosa: l’Elisabeth Sackler Center for Feminist Art, che prende il nome da Elisabeth Sackler, prodiga collestionista d’arte, nonché figlia di Arthur, uno dei maggiori “benefattori” del Metropolitan Museum. L’evento ha registrato grande successo.
Alla vicenda, il mensile statunitense Art news ha dedicato una copertina, sottolineando il grande ritorno del femminismo, quanto meno quello applicato all’arte. Ma non è solo il Brooklyn Museum a viaggiare in questa direzione. Da New York a Los Angeles, il nuovo corso ha coinvolto molte altre importanti istituzioni artistiche, dal Moca al Moma, dove una due giorni in rosa ha riunito questa primavera centinaia di incanutite pantere nere.
Tra loro, la nota curatrice Maura Reilly: “Finalmente ci stiamo infiltrando, per usare un termine militare, anche nelle stanze del comando”.
La sfida? Ridiscutere le regole di un gioco reputato ancora sessista. Lo confermano i numeri denunciati dallo storico movimento delle Guerrilla Girl che anni addietro – lanciando lo slogan “Le donne devono essere nude per entrare al Met?” – calcolò che la percentuale di artiste esposte al Metropolitan Museum non superava il 5 per cento, mentre l’85 per cento dei nudi in mostra ritraeva corpi femminili. Era il 1989. Col tempo poco nulla è cambiato. Sempre al Met, la presenza delle artiste si è inbissata al 3 per cento, mentre lo scorso autunno il Village Voice notava che solo il 26 per cento delle grandi mostre mewyorkesi di stagione era dedicato alle donne.
Basterà, adesso, un calendario capitanato nei prossimi mesi dal tour di due grandi mostre al femminile come Global Feminisms e Wack! Art and the Feminist Revolution a rimettere in discussione i recinti stretti di un ghetto? Quando Judy Chicago mise in scena The Dinner Party spiegò: “Con quest’opera abbiamo voluto mettere fine al ciclo di omissioni che hanno escluso le donne dalla storia”. Oggi Marina Abramovic dice: “Quando vedo mostre femministe – mi spiace dirlo – penso sempre che le opere non siano buone. L’arte è buona o cattiva, non importa chi al fa”. Tesi sposata dalla gallerista Barbara Gladstone che, senza lasciarsi sfiorare da logiche di parte, ha in scuderia artiste di punta come Shirin Neshat e Sharon Lockhart. Ma anche mostre come Documenta dove – senza dover ricorrere alle quote rosa – tra gli artisti più acclamati ci sono due signore: Zoe Leonard e Louise Lawler, due voci impegnate. Nel mondo dell’arte.
Nel suo ultimo romanzo, «Più forte di me», da poco uscito per Feltrinelli, Rossana Campo mette in scena un’eroina che cerca di placare nell’alcol il suo desiderio di felicità sullo sfondo di una città ostile
Anna Grazia D’Oria
Che Rossana Campo non sia una scrittrice di metafore, lo conferma anche il suo ultimo romanzo, Più forte di me, uscito di recente per Feltrinelli (pp. 276, euro 16), ancora una volta pienamente calato nella realtà delle situazioni e scritto in una ossessiva presa diretta. Referente privilegiata è sempre la donna, l’io narrante che sotto nomi diversi, con identità di volta in volta differenti ma sempre in qualche modo affini, il lettore ha imparato a conoscere nei libri precedenti della scrittrice genovese dal fortunato esordio di In principio erano le mutande, uscito nell’ormai lontano 1992, ai più recenti Duro come l’amore e L’uomo che non ho sposato.
Qui tuttavia il discorso si presenta più ampio, non più solo un monologo interiore, lo specchio di una situazione femminile che si dilata all’inverosimile. Se pure il romanzo ruota intorno all’assunto secondo cui «dentro ogni ragazza vive una zingara», costante delle altre opere di Rossana Campo, in Più forte di me il coinvolgimento sociale è più ampio, quasi a delineare uno squarcio nascosto della metropoli contemporanea. Così attuale e concreta nella descrizione delle vie, dei quartieri, dell’atmosfera, Parigi potrebbe in realtà essere Roma, o un’altra grande città dell’occidente. Chi sta ai margini vive la stessa storia, sente gli stessi problemi; angosce, sofferenze, miserie, scandite da una domanda fissa, semplice e dura, ricorrente nelle pagine: «vivere per cosa? per chi?».
Più o meno grandi, ma comunque totalizzanti, i disagi vengono esorcizzati nell’alcol. La protagonista infatti affronta il tradimento del marito rifugiandosi nel bere e automaticamente si ritrova a vivere dentro una dimensione diversa: suoi compagni di strada diventano gli emarginati e i senzatetto, la casa è l’ospedale per non morire e la clinica per disintossicarsi, di qui passa il cammino faticoso per riemergere.
Per essere vivi, pensa la donna, «non basta poter respirare». Continuamente inseguita e affannosamente rincorsa, ma di rado vissuta, la felicità è una «gran puttana». E tuttavia, a costo di cercarla in fondo a una bottiglia o nel corpo che vibra nel rapporto sessuale, vivere desiderando la felicità, e anzi proclamando «il coraggio di essere felici», è una costante delle eroine di Rossana Campo e anche dei personaggi che ruotano intorno alla protagonista di questo suo utimo libro, personaggi che hanno alle spalle storie diverse, e però convergenti nell’annullamento di sé attraverso l’alcol.
Così, quando la disperazione aumenta, il desiderio di amare (che coincide con l’amore stesso) appare ancora più forte, sembra tutto nella vita. Non a caso i vari personaggi che affollano le pagine di Più forte di me e che sono tutti, senza eccezioni, figure «eccentriche», discoste dalla «normalità» (tanto che le pagine più intense del libro sono ambientate nella clinica dell’Olivier dove l’ottica consueta si capovolge e una banda di matti disperati ubriaconi finalmente trova la volontà di vivere), esprimono un desiderio comune: «Vogliamo un po’ d’attenzione, vogliamo essere amati e sentire un po’ di calore. Per sopravvivere abbiamo bisogno di questo».
Questo calore, questa solidarietà, questa amicizia, si riveleranno più forti del sesso (che è precario), più forti dell’alcol (che è ingannatore). In questo libro sconsolato, l’autrice può dunque avanzare una ricetta, un messaggio: per salvarsi in una società dura che annulla tutto, il segreto è il dialogo, la solidarietà, la condivisione. Solo questa deve essere la vera felicità, dice alla fine Rossana Campo con serietà, rinunciando all’ironia che traspare invece in tutte le pagine e che non risparmia né le donne né tanto meno gli uomini, descritti quasi tutti come imbelli, manichini, egoisti (con qualche eccezione: Fred, l’amico gay, spiritoso, equilibrato, disponibile; il medico Alain che cura bruscamente anche l’anima, Thierry, l’edicolante generoso).
Un’ironia che l’autrice sembra rivolgere anche a se stessa e perfino alla sua scrittura: «Libri e libri, parole e parole, ah quanto le disprezzo tutte le palle inventate che riempiono la maggior parte dei libri che stanno ammucchiati sui banconi delle librerie. Libri e libri su tutti gli scaffali e i tavoli puliti e spolverati, tutti lì in fila come soldatini a cercare di farsi leggere le loro cazzate che non fanno troppo male a nessuno, né a chi le scrive né a chi le legge, tutta quella roba che non c’entra niente con la mia vita». Sono parole che Rossana Campo mette in bocca alla sua protagonista che – guarda caso, in un gioco di specchi fra finzione e autobiografia – fa la scrittrice di mestiere. Proprio come l’autrice che, facendo mostra di non prendere sul serio il proprio lavoro, fa dire ancora alla protagonista: «Scrivo per ridurre un po’ la mia pazzia sul tavolo dove taglio le cipolle».
Le cipolle fanno piangere, ma questo non è per fortuna un libro strappalacrime. È anzi un libro molto serio, come lo è la scrittura – e Rossana Campo lo sa bene – quando si fa testimonianza.
È uscito on-line il nuovo numero della rivista di Diotima: RELAZIONI PERICOLOSE
Al suo interno troverete il forum “insegnare filosofia”
RELAZIONI PERICOLOSE
estate 2007
INSEGNARE FILOSOFIA: Forum
Presentazione
Luisa Muraro – Una questione male impostata. Che fare?
Delfina Lusiardi – La camicia di forza della trasmissione manualistica
Wanda Tommasi – Il segno della differenza nella storia della filosofia
Francesca Doria – Approfittare dei manuali?
Vita Cosentino, Elisabeth Jankowski – Punti fermi sul linguaggio sessuato
Diana Sartori – Il volto della filosofia
Maddalena Spagnoli – Dire ciò che è
Marina Terragni
Una donna che lavora sodo, dopo tanto salire in carriera chiede al suo capo di spostarsi a lato, cioè di “flessibilizzarsi” un po’. Risposta di lui: “Il lavoro è questo, cara. O così, o a casa con i bambini”. Ma no! Niente affatto! Il lavoro non è questo. Questo è il modo in cui lavorano gli uomini (tempi, modi, regole maschili). Adesso che in quei posti di uomini ci lavorano tante donne, e spesso più donne che uomini, il lavoro non può più essere questo. Le donne poi hanno sempre lavorato, e lavorano molto più degli uomini. Sapranno bene come si fa, anche senza riunioni alle otto di sera.
Un’altra, un’importante giornalista, mi dice che per metà della giornata lei lavora in casa, magari anche sfaccendando, perché lo zen delle faccende domestiche libera la mente come poco altro al mondo, e nella sua testa fluiscono le idee. L’altra metà della giornata poi sta in redazione, dove però arriva carica di se stessa, salda nei pensieri che ha accumulato, capace di resistere alla forza del “già pensato” maschile. La capisco perfettamente.
Il fatto è che le donne lavorano meno bene quando il loro cosiddetto “privato” è tenuto fuori dalla porta dell’ufficio, quando lì non riescono a portarci anche un po’ della loro casa, e cioè in definitiva se stesse. Quanto alla scrittura per esempio, di cui io sono pratica: non puoi farcela a scrivere cose più di tanto sensate se non ti è permesso di dire qualche “io”, o se stai chiusa in una brutta stanza con l’aria condizionata e le foto dei bambini appese in bacheca a perdere il tuo tempo – il tuo senso del tempo soprattutto-, giocando ai videogiochi tra una riunione e l’altra. Si scrive molto bene, invece, quando si riesce a stare prossime alla materia della vita, e le cose che vogliono essere dette vengono spontaneamente, come piccole creature che chiedono di passare attraverso di te. Io per esempio questa rubrica la sto scrivendo dopo aver lavato un pesante tappeto che ora sta sgocciolando al sole sul terrazzo.
La cara amica Lia Cigarini dice che nei prossimi anni le cose politicamente importanti per le donne capiteranno nei posti di lavoro. Credo che abbia ragione.
Mariangela Mianiti
Non era mai successo che una donna ospite di una casa protetta accettasse di parlare e di farsi fotografare. Non era mai successo che una donna maltrattata per vent’anni dal marito aprisse la scatola del suo dolore per dire pubblicamente: <Io sono viva perchè sono scappata. Io ho ricominciato a vivere perché altre donne mi hanno aiutato. Io ora sono io e non più la vittima di mio marito>.
L’appartamento dove ha sede la Casa delle donne maltrattate a Milano (Cadm) è al quarto piano ed è pieno di luce: un rododendro, un ficus, qualche geranio alla finestra, classificatori colorati nelle librerie, un manifesto con belle facce di maschi che dice “I veri uomini non picchiano”, un lungo tavolo bianco per le riunioni e donne, solo donne che entrano, escono e rispondono al telefono. Questa casa che aiuta e protegge le donne in difficoltà è stata la prima del genere in Italia ed è nata nel 1986, quando di violenza in famiglia parlavano in pochi. Ma il problema esisteva, esiste, ed era così capillare e sentito che nel giro di vent’anni i centri di aiuto come questo si sono moltiplicati e ora costituiscono una rete importante che ha ottenuto un numero telefonico unico, l'”Antiviolenza donna”1522. Se ora Rita è davanti a me a raccontare come e perché ha subito quel che ha subito e come se ne è liberata, è perché si è rivolta a uno di questi centri che l’ha accolta, nascosta e mandata lontano, a Milano, dove la Casa delle donne maltrattate l’ha ospitata per un anno in un alloggio protetto, un appartamento dove si rifugiano le mogli con mariti violenti e pericolosi. Il Cadm ha una sede (via Piacenza 14), un numero di telefono (02-55015519) a cui chiamano in media 800 donne l’anno, un sito (www.cadmi.org), gestisce un centro di accoglienza, quattro appartamenti protetti, dà informazioni, assistenza psicologica, offre consulenza legale ed economica, orientamento allo studio e al lavoro, mediazione culturale, promuove progetti di prevenzione nelle scuole sulla violenza sessuale in famiglia.
Per Rita la Casa delle donne è come una seconda famiglia, anzi è una comunità allargata di donne che l’ha accolta e protetta al di là dei legami di sangue e di parentela che contano, ma a volte si rivoltano contro i suoi stessi componenti come una malattia autoimmune. Rita avrebbe potuto morire di famiglia. Secondo i dati Eures, nel 2004 un marito o ex coniuge ha ucciso una moglie ogni sei giorni, nel 2005 ogni quattro: 50 volte al nord, 17 al sud, 15 nel centro Italia. Si può dire che di donne che muoiono come Barbara Cicioni ce n’è una a settimana. Se non fosse scappata, Rita avrebbe potuto essere fra queste.
Per incontrarci Rita ha scelto jeans e una maglietta bianca con disegni neri e qualche strass, un piccolo tocco di civetteteria. Non porta anelli, tanto meno la fede. Ha gli occhi mobili e vividi, un viso morbido che si incupisce quando ricorda fatti che le fanno male. L’unico momento in cui compare un sorriso aperto da fanciulla è quando parla dei piatti che cucina: lasagne, polpette, pasta al forno, verdure. <Ma sbaglio sempre le quantità>, dice <Prima ero abituata a cucinare per sette, otto persone. Ora sono da sola>. Quando comincia a raccontare, il flusso dei suoi ricordi salta, si ferma, torna indietro, si spezza di nuovo in un nodo di lacrime, si fa forza, specifica, si rianima. Anche il ritmo del suo racconto parla del suo dolore e della sua rinascita.
<Ho quarant’anni, sono laureata, vivevo al sud e lavoravo all’università. Sono qui da due anni. Quando sono arrivata non conoscevo nessuno. Però prima rischiavo la vita tutti i giorni >.
Pausa.
<Mi sono sposata giovanissima. La mia famiglia era contraria, ma io mi sono intestardita. Lui era più grande di me e ai miei occhi era affascinante. Mia madre mi diceva: “Non è come lo vedi, ha due facce, stai attenta, mi hanno detto che è violento”. Non le ho creduto. Ho voluto fare di testa mia, ho obbligato i miei genitori a dare il consenso, ma il giorno delle nozze non ero felice. Mi dicevo che lo avrei salvato, che con me non sarebbe stato cattivo. E poi da fidanzato era molto appassionato, diceva: “Io senza di te non vivo”. Mi fidavo. Il giorno dopo il matrimonio cambiò: era diventato cupo, ombroso, prepotente, non parlava e gli è venuto quello sguardo, quello sguardo…>
Pausa. La voce si spezza.
<…Quello sguardo cattivo, feroce, di odio. Non era mai contento di nulla, mi controllava, mi impediva di uscire. Tornati dal viaggio di nozze andai da mia madre, ero in lacrime, ma non le dissi nulla. Mi vergognavo. E poi pensavo: “Sua madre non lo abbandonerebbe, io gli farò da madre. Che errore!>.
Pausa.
<Lasciai la scuola e mi diplomai da privatista. Rimasi subito incinta e lui cominciò a picchiarmi. La prima volta mi prese a schiaffi, non so perché lo fece, non c’era un motivo…>
Silenzio. Le parole si perdono in un singhiozzo.
<Scappai da mia madre, ma non le dissi nulla. La mattina dopo lui mi venne a prendere, facemmo pace. Ho pensato che non sarebbe più successo, invece….>.
Pausa.
<Invece la situazione è rimasta così per anni. Vent’anni sono rimasta con lui nonostante tutto. Ero legata manie piedi. Avevo dei figli. Se me ne fossi andata con loro ci avrebbe ammazzato tutti. Io cercavo di capire perché faceva così, mi sono messa a studiare psicologia, gli dicevo: “Dimmi se c’è qualcosa che non ti va di me” e lui rispondeva: “Di te mi va tutto, sei la donna migliore del mondo”. >.
La voce di Rita diventa più dura.
<La violenza la respiravano anche i muri a casa nostra, giorno e notte e poi all’improvviso scoppiava, senza un motivo, sorda, fredda. Lui aveva quello sguardo folle e non chiedeva mai scusa, minimizzava tutto. Mi spaccava la testa e diceva: “Che vuoi che sia?”. Una volta mi ha dovuto portare al pronto soccorso, mi accompagnava e diceva: “Dì che ti è caduto un mobile in testa”. A freddo mi spaccò la testa, dieci punti mi hanno dato. Io a casa gli dicevo: “Ti prego portami all’ospedale. Non voglio morire”. E lui: “No, non ti porto”>.
Pausa. La voce si abbassa.
<Io non potevo lasciarlo. Non c’erano associazioni, allora. E poi come facevo a sparire con tutti quei figli? Dove scappavo senza un lavoro, senza conoscere nessuno? Una volta sono andata da un avvocato, volevo fuggire portandomi via il bambino più piccolo, il quarto. Gli dissi: “Vado nel terzo mondo, almeno lì non mi trova”. Lui mi rispose: “Non ha diritto di farlo. Pensi a suo figlio. Che futuro gli dà?”. Ma anche prima avevo provato ad andarmene, quando avevo solo la prima figlia. Andai dalla polizia a dire: “Mio marito mi picchia”. Loro risposero: “Ma su signora. Sono cose fra voi, riappacificatevi, pensi alla bambina”. Ora è tutto cambiato. Anche le forze dell’ordine sono più sensibili e collaborano>.
Pausa.
<Ma allora nono c’era nulla, nulla. Ero sola. Poi anche nella città dove abitavo è nato un centro di antiviolenza e io lo conoscevo, addirittura collaboravo con loro perché lavoravo in una struttura pubblica, avevo una faccia pubblica. Sì, avevo una faccia pubblica da difendere, e poi ne avevo anche una privata che nessuno conosceva e che ho tenuto nascosta anche ai figli fino a che ho potuto. E questo è sbagliato, è un errore che molte donne anche acculturate fanno. Non si rivolgono ai servizi sociali per preservare l’immagine. Prima di chiedere aiuto al centro ho aspettato dieci anni perché i figli erano cresciuti e io come facevo a toglierli dalla loro città, dagli amici, dalle loro abitudini? Dovevo resistere, aspettare che fossero grandi, autonomi, proteggerli dal padre e nascondere anche a loro la verità perché non volevo che sapessero che uomo era il padre. Ci sono riuscita finché lui mi ha picchiato anche in loro presenza. Loro sono umani, sensibili, hanno studiato. Mi chiedevano: “Perché papà è così?” E’ stanco, dicevo, lasciate perdere. Non vi preoccupate per me. E mi costringevo a restare, mediavo>.
Pausa. Rita sa già qual è la domanda sospesa.
<No. A loro non li ha mai toccati. Se solo avessi avuto il dubbio lo avrei ammazzato. Poi è arrivato quel pugno, a freddo, dato in un momento di totale tranquillità. Gli avevo preparato la colazione, gliela avevo servita come sempre. E lui mi ha dato quel pugno, durissimo. Sono andata all’ospedale. Mi sono resa conto che rischiavo la vita. Ho detto basta. Ho pensato: “I figli ora non me li può più ammazzare. Sono grandi, lui un po’ di bene gliene vuole, sono autonomi, lo conoscono, sanno difendersi, possono vivere da soli. E poi, se resto che modello di donna gli do? Una donna perdente, che si fa picchiare e tace, che non reagisce, che subisce. Non va bene. Anche i figli erano stanchi. Non si riusciva nemmeno a dormire tranquilli. Io mi stendevo rigida perché avevo paura. Stavo in un angolo del letto e gli giravo le spalle perché non potevo vederlo. Avevo paura di sentire le sue mani sul collo all’improvviso. Ho deciso anche spinta dai figli. Sono andata al centro, mi hanno subito allontanato da casa. Mi hanno nascosto per tre giorni da amici, hanno cercato una casa disponibile, lontano. E’ venuto fuori un posto a Milano e uno a Merano. Io non sapevo nemmeno dove fosse Merano. Ho scelto Milano. Lì è cominciata la mia vita da clandestina, nella casa protetta perché lui avrebbe potuto cercarmi, trovarmi ed era pericoloso. Sono arrivata a Milano in una sera d’inverno. Avevo solo una valigia piena di carte, quante carte…>.
La voce si spezza. Pausa.
<I figli li sentivo e li vedevo di nascosto. Non chiamavo mai a casa, non scrivevo mai. Ora invece è tutto diverso. Ora torno nella mia città e non ho più la paura di prima, anche se prendo mille precauzioni e mi faccio accompagnare solo in auto per evitare di incontrarlo. L’ho anche rivisto davanti al giudice perché c’è stata la separazione. L’ho guardato e gli ho detto: “Sei una faccia di merda”. Il potere l’ha perso. Però all’inizio non è stato così, non mi sentivo sicura nemmeno a Milano. Avevo paura di incontrarlo per caso, se vedevo un’auto come la sua scappavo. La vita da clandestina è dura ed è piena di cose semplici che non puoi fare. Chiamavo i figli da schede telefoniche sempre diverse e secretavo i numeri. Se uscivo con qualcuno non potevo farmi riaccompagnare fino a casa perché dovevo tenere nascosto l’indirizzo. Loro non capivano perché ed era difficile raccontare la verità. Quando dici “Sono stata una donna maltrattata” la gente cambia atteggiamento, si imbarazza. La mia vita era piena di strategie: niente lettere, né pacchi. E’ durata un anno la mia vita di clandestina totale…>.
Pausa.
<Quando sono arrivata nella casa protetta il cuore mi impazziva. Mi dicevo che io non ero maltrattata, mi chiedevo com’erano le altre. C’era una donna con sua figlia, la mattina dopo mi ha svegliato il profumo di un minestrone buonissimo. La bambina è venuta a dirmi: “Mangi con noi?”. Poi ho scoperto che quella donna non amava cucinare, lo fece apposta per me quel minestrone. Nella casa non si parlava mai fra di noi dei maltrattamenti, ci saremmo schiacciate sotto i nostri dolori. Solo la bambina un giorno mi ha detto: “Sai, papà si arrabbiava sempre con la mamma. Lei stirava e papà urlava, urlava”>.
Pausa.
<Alle donne che sono come sono stata io direi: non sottovalutate il pericolo. Una donna sente se quello con cui vive è un potenziale uxoricida. Però loro, quando ti picchiano, ti tolgono tutte le sicurezze e anche la capacità di difenderti. Chi non è dentro questa cosa fatica a capire. Lui ha preso paura quando l’ho denunciato la prima volta, tredici o quattordici anni fa. Gliene ho fatte tre di denunce e ora è stato allontanato dai figli>.
Pausa.
<Io sono fuori pericolo, sto meglio, ma non sono una donna integra. Ho fatto un lungo percorso psicologico per arrivare fin qui, ma mi vedo segnata dall’aver lasciato lontano gli affetti. Però per la prima volta sono tranquilla anche se per dormire devo prendere una pillola. E’ come essere stata agli arresti domiciliari per vent’anni e solo da poco sono tornata a vivere quasi come una persona normale. La sera posso uscire senza avere paura, lavoro per la Casa, mi sento protetta anche se Milano è difficile da vivere. Però laggiù non tornerò più. Le strade, i muri, tutta la città è impregnata della sua violenza>.
Per completezza di cronaca è corretto informare che la Casa delle donne maltrattate di Milano paga un affitto a prezzo di mercato, percepisce dal Comune 50 euro al giorno di retta per ogni ospite della casa protetta e niente più, non ha nessun finanziamento certo da nessuna delle istituzioni milanesi o lombarde, dal 2002 al 2006 ha ospitato 87 donne di cui 29 esclusivamente a carico dell’associazione, più 16 giovani finanziate da privati. In sintesi, dal 2002 al 2006 il Cadm e le sue socie hanno speso 57.363 euro di tasca loro. Ogni regione ha numerosi centri di accoglienza per le donne tranne la Calabria, che ne ha solo uno. La politica di prevenzione alla violenza in famiglia in Italia l’hanno fatta soprattutto le donne, spesso gratis.
Stefano Chiodi
«Proteggimi da ciò che voglio». Ecco una massima veramente adeguata all’epoca dell’impero pubblicitario e del godimento obbligato. Lampeggiante da un grande billboard elettronico su Times Square a New York, mimetizzata tra miriadi di altri messaggi, l’aveva scritta vent’anni fa con lungimiranza profetica Jenny Holzer, l’artista che con più rigore ha esplorato negli ultimi trent’anni gli usi e le perversioni del linguaggio nel mondo contemporaneo. Le sue serie più famose, come Truisms (1977-79), Survival (1983-85), Laments (1989), si presentano invariabilmente sotto forma di proliferanti collezioni di frasi contraddittorie, di affermazioni definitive, perentorie quanto immotivate, che passano in rassegna luoghi comuni della quotidianità, passioni convenzionali («Gli uomini non ti proteggono più»), collezionano affermazioni ambigue o arbitrarie («Le parole tendono a essere inadeguate», «La decadenza può essere un fine in se stessa»), e si inoltrano nei sotterranei della frustrazione, della solitudine, dell’odio.
Per presentarle, Holzer impiega mezzi molto diversi e spesso sorprendenti, dalle insegne elettroniche che l’hanno resa famosa, alle lastre di pietra incisa, alle affissioni stradali, sino alle proiezioni di diapositive scorrevoli che il pubblico italiano ha potuto conoscere negli scorsi mesi in due diverse installazioni a scala urbana presentate a Napoli e Milano. Come un poema composto di frammenti, il lavoro di Jenny Holzer riflette entropicamente la contraddittorietà, l’opacità dell’esperienza contemporanea, con il suo carico di ingiunzioni e morbidi obblighi, di torpore morale e sovreccitazione autoritaria. All’indomani dell’11 settembre 2001 il lavoro dell’artista si è fatto più apertamente politico, come testimoniano i lavori presentati alla Biennale di Venezia, una serie di grandi tele su cui sono riprodotti documenti e mappe relative all’invasione del Iraq e alle politiche adottate dagli Stati Uniti nei confronti dei «nemici combattenti». A fine maggio, a Roma, Jenny Holzer ha presentato in quattro diverse location altrettante proiezioni basate su poesie di autori contemporanei, tra cui gli italiani Antonella Anedda, Paolo Bertolani, Patrizia Cavalli, Franca Grisoni, Rosanna Guerrini, Jolanda Insana, oltre a Yehuda Amichai, Elizabeth Bishop, Henri Cole, Mahmoud Darwish e Wislawa Szymborska.
Nei suoi testi si ritrovano spesso strategie di manipolazione tipiche del linguaggio dei media: sensazionalismo, sfruttamento delle emozioni, offuscamento delle responsabilità, come accade ad esempio in una delle sue serie più note, gli «Inflammatory Essays». Possiamo dire che la strumentalizzazione del linguaggio sia una delle preoccupazioni centrali nel suo percorso?
Per preparare quel lavoro avevo letto cose diversissime, da testi di denuncia a esempi di propaganda di varie epoche, cercando di guardare all’intero spettro di possibilità, dai manifesti utopici ai peggiori esempi di manipolazione. Mettere insieme esempi così conflittuali è necessario per mostrare come il linguaggio possa essere impiegato indifferentemente per fini giusti e spaventosi, e come sia difficile orientarsi tra una molteplicità di punti di vista in competizione. Vorrei anche che gli spettatori siano portati a riflettere sul rapporto tra intenzioni e conseguenze reali, ai bagni di sangue inevitabili quando le parole vengono riversate nel laboratorio umano.
Un elemento ricorrente nelle sue opere degli ultimi anni sono i testi poetici proiettati a grande scala in spazi urbani, come è avvenuto nel centro di Roma e prima a Milano e Napoli. È una scelta in controtendenza rispetto ai suoi lavori precedenti, dove il valore letterario aveva poca o nessuna importanza?
Anzitutto mi interessa che il pubblico osservi liberamente i materiali che propongo: non mi piacciono le prediche e i testi che scelgo non spiegano il senso della vita, non risolvono problemi. Credo poi che la scelta delle poesia sia la conseguenza di aver incontrato Henri Cole qualche anno fa a Berlino; è a lui che debbo la mia tardiva educazione poetica.
C’è stato in questo senso un cambio di direzione da opere come «Truisms» e «Survival», composte di slogan e affermazioni che sembravano dettate da una voce anonima, plurale, a quelle più recenti che utilizzano la poesia? Proiettare dei versi ha contribuito a modificare la sua visione, il modo con cui pensa e realizza il suo lavoro?
Per un certo numero di anni ho scritto tutti i testi delle mie opere; potevano sembrare di mani diverse, ma in effetti mi appartenevano interamente. Poi ho iniziato a usare scritti di altri autori, ad esempio quando per ricordare persone uccise o esiliate ho usato i loro testi piuttosto che scriverli al loro posto. Ho pensato fosse giusto che persone ridotte al silenzio fossero ricordate dalle loro stesse parole. Più di recente ho introdotto la poesia nelle mie proiezioni a scala urbana perché mi sembra particolarmente appropriata per quest’uso.
Che differenza esiste tra lavorare nello spazio pubblico rispetto a esporre in un museo? Quali sono le conseguenze sulla scelta dei testi e sulla presentazione del lavoro?
Dipende. A Milano, pochi mesi fa, ho proiettato all’interno dell’Hangar Bicocca una serie di documenti appena desecretati sulle politiche statunitensi nel Medioriente, sul trattamento dei detenuti a Guantánamo, gli stessi che avevo proiettato in precedenza sulle facciate di due biblioteche universitarie a New York e Washington così che gli studenti potessero leggerli. In altre parole è spesso il contesto a decidere. In generale preferisco proiettare la poesia all’esterno, come a piazza del Plebiscito a Napoli, perché è più immediatamente suggestiva e riesce a catturare i passanti che altrimenti non si fermerebbero a leggere. All’interno, dove i visitatori sono meno distratti, tendo a esporre i documenti, che ovviamente richiedono maggiore impegno per essere decifrati.
Quando un testo poetico è proiettato su una facciata larga cinquanta metri non cambiano ovviamente solo le condizioni di lettura ma anche il modo con cui i versi vengono intesi. È del resto una lezione, questa della fisicità della lettera, che la poesia da Mallarmé a oggi ha venuto ben presente. In che modo l’aspetto tangibile del testo influisce sulla lettura, sull’interpretazione del suo lavoro?
Quando una poesia viene proiettata molti fattori entrano in gioco, dall’atmosfera notturna, se c’è pioggia o bel tempo ad esempio, allo stesso edificio su cui avviene la proiezione. La storia, la forma dell’architettura contribuisce a creare una certa atmosfera, un certo tipo di risposta. Posso immaginare in anticipo l’effetto che otterrò da un certo edificio o da una certa città, ma è un po’ come per il teatro, non si può mai sapere finché non si va in scena. La grande scala crea una straordinaria differenza così come i materiali, il luogo, il pubblico, e quindi il colore, il tipo di carattere e il ritmo della proiezione. Sono tutte variabili che vanno prese in considerazione. Ho imparato che le proiezioni devono essere piuttosto lente, non solo perché così è più facile leggere i testi, ma per creare un effetto solenne, un ritmo processionale che trasmette la serietà appropriata per gli argomenti spesso tragici che vengono affrontati nei testi.
In alcune sue installazioni che utilizzano insegne elettroniche – penso in particolare alla mostra al Guggenheim di New York nel 1990 – a tratti il flusso di parole cessava del tutto. Poi, improvvisamente, i testi cominciavano di nuovo a rincorrersi nello spazio. Il ritmo e la velocità del testo sono gli altri elementi che lei utilizza per connettersi all’architettura e al movimento casuale dello spettatore?
Sì. A volte cerco di calibrare il ritmo e la presentazione sul contenuto, in altre cerco esattamente il contrario, in modo da ottenere dei ritmi interessanti per il pubblico. Alla Dia Foundation di New York, molti anni fa, dopo aver lavorato per giorni su un lavoro mi resi conto che l’ambiente sarebbe dovuto a un certo momento diventare completamente buio, così da creare un effetto di sperdimento e anche un po’ di timore a causa dell’oscurità. Quindi tutti le luci si sarebbero riaccese e il testo avrebbe ricominciato a scorrere. In altre occasioni, come al Guggenheim, c’era una varietà di ritmi in modo tale il pubblico non si addormentasse. In altre ancora, come alla National Galerie di Berlino, avevo cercato un effetto di compressione e espansione dello spazio lavorando sul ritmo e la dimensione dei Led applicati alle travi del soffitto.
I luoghi che hanno ospitato i suoi lavori a Roma si trovano tutti nel centro storico della città. Perché li ha scelti? A causa della loro visibilità, del loro prestigio? Perché erano quelli più facilmente disponibili?
A Roma ho scelto quattro diversi luoghi e come sempre in ogni scelta c’è una combinazione tra ciò che si desidera e ciò che è possibile ottenere. Tutti sono stati scelti perché dotati di una facile visibilità e accessibilità. Mi piace che le mie proiezioni avvengano in luoghi dove c’è un pubblico occasionale, non informato in precedenza. E quindi aver scelto il centro della città risponde a questa logica.
Sono senz’altro luoghi straordinari. Ma forse sarebbe stato interessante anche allontanarsi dal centro storico, dalla sua stratificazione, dalla sua bellezza in qualche modo.
A volte però è interessante osservare il contrasto tra l’intensità drammatica delle poesie e la bellezza formale dell’architettura.
Qual è il suo rapporto con la traduzione? Come reagisce quando vede un testo su cui ha lavorato in inglese proiettato in italiano, francese o tedesco?
La traduzione è obbligatoria se si lavora nello spazio pubblico, una sua mancanza sarebbe stupida e poco rispettosa degli spettatori. Ma la traduzione è anche qualcosa di misterioso che ha il potere di cambiare le cose. E non solo a causa delle parole diverse, ma perché fa apparire le differenze tra le culture.
Tra i suoi lavori «storici» con le insegne elettroniche e le proiezioni più recenti avverto non solo un cambiamento visivo, ma soprattutto un mutamento di tono. Mentre le prime risultano dirette, aggressive, a volte sembrano intimazioni espresse ad alta voce, le proiezioni posseggono una tonalità più intima, un’inflessione affettivamente carica, quasi quella di una voce materna che bisbiglia nell’orecchio dello spettatore. È una sensazione giustificata?
Le insegne elettroniche sono certamente aggressive, anche se viste in mezzo a molte altre non posseggono probabilmente un carattere così pungente. La mia intenzione era fornire informazioni in conflitto tra loro così che gli spettatori potessero sceglierne alcune e tralasciarne altre, a loro piacimento. Ma d’altro canto lei ha ragione, le proiezioni comunicano una sensazione del tutto diversa. E questo perché si tratta di luce bianca che scorre lentamente, una soluzione molto adatta alla poesia e forse anche a quanto volevo realizzare, anche con le insegne, e cioè porgere, offrire qualcosa dicendo «ecco, fatene ciò che volete».
Rispetto al passato in che direzione si muove il suo lavoro attuale?
I temi sono sempre gli stessi ma sono interessata a sperimentare altri modi di presentazione, come le proiezioni. Mi piace avere oggi a disposizione un’intera gamma di voci da utilizzare. Quanto cerco di affrontare il tema della guerra posso mostrare ciò che pensa un poeta israeliano, quel che prova un palestinese riguardo alla perdita della sua casa o cosa ha pensato e sentito Wislawa Szymborska nella Polonia all’indomani della seconda guerra mondiale. È qualcosa di inestimabile.
E in termini più strettamente espressivi come si è manifestato questo mutamento?
Gli aspetti formali sono importanti perché è attraverso di essi che i materiali si rendono accessibili; oggi ho più fiducia nella mia abilità di presentare e ordinare le cose, di individuare il medium più adeguato, di trovare il luogo giusto, di quanto ne abbia in quella di scrivere testi. Usando gli scritti di altri autori sono libera di fare ciò che mi riesce più naturale.
La definirebbe la conquista di una diversa maturità?
Sono sempre meno interessata a sapere chi sono e sempre più curiosa degli altri.
Marina Terragni
E’ stata una donna, il ministro per il Commercio estero Emma Bonino, a lanciare il sasso: anche le donne in pensione a 65 anni. Basta con quel “bonus” di cinque anni -unico privilegio femminile in un mondo del lavoro caparbiamente maschile- che nel resto d’Europa non esiste.
Come la prenderebbero le lavoratrici? E’ la prima cosa che ci chiediamo con Marina Piazza, sociologa di Gender, società di consulenza, formazione e ricerca ed ex presidente della Commissione per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio.
“Mi pare esemplare la lettera che ho visto su un quotidiano” dice Piazza. “Una che diceva: ho 60 anni, ho sempre lavorato, ho tirato su tre figli. In pensione riesco a godermi i nipoti, a leggermi un libro… Se dovete fare questa riforma, fatela. Ma non venite a dirmi che è per il bene delle donne”.
M.T. Di sicuro è per il bene del sistema pensionistico.
M.P. Il problema c’è, le cose sono cambiate, si comincia a lavorare a trent’anni, si vive di più. Il tema del lavoro va ripensato. Ma perché si comincia dalla fine, e togliendo alle donne?
M.T. Per le donne lavorare è molto più faticoso, più usurante. E non solo per il doppio ruolo, cioè per il fatto che per tutta la vita fai anche un altro lavoro. La questione è che i modi e i tempi del lavoro restano fortemente maschili. E poi c’è il gender pay gap, il fatto che guadagni il 20-30 per cento meno degli uomini. E quindi prendi anche pensioni più basse: oggi l’importo medio per una donna è quasi la metà di quello di un uomo. Che si metta mano a queste cose cominciando dall’età pensionabile è un po’ sospetto.
M.P. E’ legittimo pensare a una parità nell’uscita. Ma si dovrebbe ripensare tutto fin dall’entrata: più servizi e orari flessibili, in modo che le donne siano meno sopraffatte. Gli ultimi dati dell’Unione europea dicono che una donna part time lavora più di un uomo full time. Le donne tengono in piedi il welfare
M.T. E comunque non ci sono servizi che tengano: il lavoro di cura ti tocca sempre, non si può certo pensare di scrollarselo definitivamente di dosso. Si tratta semmai si riconoscerlo nella sua centralità.
M.P. Credo che si debba agire su tre livelli. Primo: più servizi. Secondo: l’organizzazione del lavoro, che da noi resta rigidissima. In questi giorni in provincia di Milano 1700 donne si sono dimesse dopo il primo anno di vita del bambino perché non hanno nidi, i nonni stanno lontano, le aziende non concedono part time. Terzo livello: la condivisione del lavoro di cura nella coppia. In tutti i paesi d’Europa si fanno campagne di sensibilizzazione. In Olanda hanno martellato per un anno, e qualche cambiamento si è visto.
M.T. A questo credo meno. Mi sembra altro tempo perso. Quanto al part time, invece: come mai in Italia non decolla?
M.P. Non è mai piaciuto né al movimento delle donne né al sindacato perché faceva pensare alla marginalità e al lavoro nero. E invece sarebbe una buona soluzione per tanti. Non solo per le donne, ma anche per quegli uomini che desiderano organizzarsi la vita in modo diverso.
M.T. Perché poi qui si parla ancora di entrata e di uscita dal lavoro come se il posto fisso non fosse in via di estinzione.
M.P. Servirebbe una riflessione seria, soprattutto da parte del sindacato…
M.T. Non per dare ragione a Montezemolo: ma il sindacato è fermo conservativamente all’operaio-massa e al cartellino…
M.P. Le donne del sindacato il problema se lo pongono. Ma poi nelle delegazioni che trattano ci vanno solo uomini, i quali di complessità delle vite, di personalizzazione del lavoro, di flessibilità sembrano non capire nulla. E’ come se al sindacato, alla politica e alle aziende sfuggisse la portata della trasformazione delle nostre vite. E non solo la vita delle donne, ma anche quella dei giovani uomini, che non hanno più la certezza granitica del posto fisso.
M.T. …e forse nemmeno la voglia.
M.P. Tutto viene basato sull’unità “uomo”, rigida e immutabile. Ma anche il singolo lavoratore non è lo stesso a trent’anni, a quaranta e a cinquanta. Si deve tenere conto di come cambia il ruolo del lavoro nell’arco della vita, invece di riferirci sempre a un unico modello in cui siamo costretti a infilarci, come in un vestito stretto.
M.T. Oltre che a un lavoro flessibile si potrebbe quindi pensare anche a un pensionamento flessibile.
M.P. In Germania negli ultimi cinque anni si può fare part time, senza grandi penalizzazioni sulla pensione.
M.T. Tornando all’idea di Bonino: questa differenza nell’età pensionabile è forse una cosa imbarazzante, ma parla della differenza reale tra le esistenze femminili e quelle maschili. Parificare non occulterebbe questa differenza, lasciando comunque alle donne la doppia fatica?
M.P. Bonino dice però che se una donna esce a 60 anni, si dà per scontato che sia lei a pensare ai nipoti o alla vecchia madre, quando invece magari le piacerebbe vivere un po’. Se non lavori sei soggetta all’obbligo di curare, perché siamo in un paese familistico, che non ha mai avuto politiche sociali e familiari. E curare da sola una madre inferma non è meglio che lavorare.
M.T. Anche se non mi piace che il lavoro di cura, che è preziosissimo, continuiamo a pensarlo come una cosa scadente, da cui si deve scappare. Mentre quello in un’azienda, dove spesso perdi il tuo tempo, è un lavoro che vale perché è monetizzato.
M.P. La cura è il cuore pulsante. Se le donne smettessero di prestarla cadrebbe qualunque società. Ma resto convinta che per una donna è meglio avere più teatri di azione, il lavoro in casa e quello fuori casa…
M.T. Oggi almeno è così.
M.P. Ci dovrebbe essere una flessibilità di vita per cui il lavoro può essere importantissimo in certe fasi e meno in altre. E senza penalizzazioni.
M.T. Se si ripensa a queste cose bisogna avere il coraggio di porsi le questioni fino in fondo. Per esempio: il progresso sembrava poter lavorare di meno. Qui invece si propone di lavorare di più.
M.P. Io parlerei di lavorare meglio. Verso la fine della vita lavorativa potrebbe essere interessante provare a fare qualcos’altro, magari part time. Sarebbe una possibilità di libertà.
M.T. L’altra questione è che restando di più al lavoro, il tempo di vita soggetto a logiche di profitto aumenterebbe, a scapito di un tempo extramercantile in cui si svolgono attività sottratte a queste logiche. A volte perfino gratuite, ma molto arricchenti. Il che costituirebbe un impoverimento per la società.
M.P. Su questi temi serve senz’altro una riflessione ampia e complessa, mentre la politica si comporta in modo miope ed emergenziale. Non c’è pensiero. Si mira al risparmio qui e ora.
M.T. Un risparmio che poi, se si volesse farlo fruttare, dovrebbe essere reinvestito in servizi e welfare. Bisognerebbe poter dire: bene, fateci vedere i conti, vediamo come spenderli, questi soldi che risparmiamo. Ma le donne non vengono sentite mai, anche se di queste faccende parlano tutti i giorni. Non si tiene in alcun conto del loro sapere e dell’esperienza che hanno accumulato in decenni di doppio ruolo.
M.P. Doppio ruolo che poi non è solo fatica. Questa capacità femminile di muoversi su tanti piani è un valore per tutti, contro l’omologazione e la reductio ad unum.
M.T. In definitiva: pensione a 65 anni, sì o no?
M.P. Lo vedrei come un diritto, non come un obbligo. Ma come abbiamo detto, conta anche quello che viene prima.
L’associazione teatrale TEATRO DELLE DONNE
Invitiamo tutte le scuole ad inserire all’interno del programma di lettere, accanto agli scrittori uomini, le scrittrici donne, inserimento finalizzato ad arricchire il mondo letterario.
Come ben sa chi insegna le autrici che fanno parte del programma scolastico sono realmente poche, questo nel 2007 ci sembra un paradosso ed ingiustificabile.
L’inserimento delle PAROLE DELLE DONNE è non solo doveroso nei confronti delle tanti autrici azzittite nei secoli passati ma anche doveroso nei confronti delle allieve di oggi. Avere consapevolezza delle capacità artistiche, in molti casi elevate, delle donne favorirebbe l’avvicinamento delle giovani donne all’Arte, non solo in veste di musa ma anche in veste di creatrice.
Invitiamo le Scuole ad ospitare il seguente progetto elaborato dal TEATRO DELLE DONNE
3000 ANNI DI POESIA DA SAFFO A WISLAWA SZYMBORSKA
Lettrici Maria Dilucia e Antonella Addea
La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e
taglia in due il cuore.
(Virginia Woolf)
La letteratura delle donne è stata sempre considerata minore solo perché non copiosa e divulgata come quella degli uomini, effettivamente il numero delle scrittrici è stato inferiore a quello degli scrittori, ma soltanto perché alle donne sono stati impediti la piena espressione e l’accesso alla cultura, ciò non sarebbe successo se l’accesso ai saperi fosse stato consentito anche alle bambine. Ugualmente, nonostante l’esclusione, voci autorevoli si sono affermate con energia nei secoli, trasformandosi da “oggetti” letterari a soggetti, da muse ispiratrici ad autrici.
1) Incontro:
Saffo (secolo VII a.C)
Erinna ( secolo IV)
Anite (secolo III a.C)
Nosside (secolo III a.C)
2) Incontro:
Maria Di Francia (secolo XII)
Beatrice contessa di Dia (secolo XII)
Christine De Pizan (1365ca.-1430ca.)
Veronica Gàmbara (1485-1550)
Isabella Morra (1520-1546)
3) Incontro
Louise Labé (1524?-1566)
Olympe de Gouges (1748-1793)
Eleonora De Fonseca Pimentel (1752-1799) Mary Wollstonecraft ( 1759-1797)
Emily Dickinson (1830-1886)
4) Incontro
Sibilla Aleramo (1876-1960)
Virginia Woolf (1882-1941)
Sylvia Plath (1932-1963)
Wislawa Szymborska 1996 NOBEL
Il progetto è stato ospitato il 18 giugno nell’Università Bicocca durante la consegna dei diplomi al corso di DONNA E POLITICA.