Ida Dominijanni

Passano i giorni, monta l’onda razzista, cresce il delirio identitario, si gonfia il panico securitario, slitta in stato d’eccezione lo stato di diritto, precipita in senso comune fascistoide il senso comune democratico, e nel frattempo svanisce nella nebbia del rimosso il fatto, il dato, l’evento che a tutto questo ha dato origine. Una donna, italiana per caso, aggredita, seviziata e massacrata da un uomo, rumeno per caso.
Per caso, come per caso era inglese Meredith Kergher, massacrata a Perugia da qualcuno di cui non si conosce ancora il certificato etnico. Era italiana Chiara Poggi, massacrata a Garlasco quasi certamente da uno di casa. Era pakistana Hina, massacrata a Brescia nell’estate 2006 da suo padre e dai suoi zii pakistani perché voleva vivere all’italiana. Era italiana la moglie di un intellettuale illuminato di Pescara, massacrata e infilata in un cassonetto dal marito poco prima di Hina. L’elenco, si sa, non ha fine, e sovente non ha nomi. Solo volti senza nome e cifre senza volto, per quell’epidemia che ne uccide in Europa più del cancro e dell’infarto, e alla quale il nostro illuminato governo dedica un illuminato spot preventivo nelle prime serate tv.
C’è un’emergenza di cui occuparsi e preoccuparsi? Sì, c’è e non è quella rumena. Si chiama violenza sulle donne, e non ha né colore né passaporto, è transculturale e globale, e gode, a destra e a manca, di rimozioni e connivenze transculturali e globali. E’ insopportabile la strumentalità con cui l’omicidio efferato di Giovanna Reggiani è stato usato, da nefascisti e neodemocratici, per legittimare il repulisti dei rumeni dalle “nostre” strade. Ma non è bella nemmeno la facilità con cui quell’omicidio efferato scivola negli argomenti sacrosanti di chi i rumeni vuole difenderli e rifiuta di criminalizzarli. La questione sessuale affonda nel razzismo da una parte, nella solidarietà dall’altra. E’ inevitabile?
Non può e non deve. E’ un vecchio tic della razionalità politica (maschile), questo di “trascendere” i fatti e i corpi in “più alti” significati: l’immigrazione, la globalizzazione, l’insicurezza, la sicurezza… ma quel corpo di una donna massacrato da un uomo resta lì, con tutti gli altri corpi di donne massacrati da uomini, a chiedere anche un altro ordine del discorso. Questo ad esempio, che non sono solo i decreti emergenziali, la confusione fra responsabilità individuali e presunti “marchi culturali” collettivi, la sospensione reiterata dei diritti e dello stato di diritto – non sono sole queste le anticamere o le porte spalancate al razzismo, ai pogrom e alle pulizie etniche. C’è da sempre, nella cultura occidentale e non solo in quella occidentale, un indicatore certo dell’imbarbarimento razzista, ed è la riduzione del corpo femminile a cosa, la pretesa di averne piena disponibilità con le buone o con le cattive, l’identificazione del sesso femminile col carattere della preda e col destino della vittima e di quello maschile col carattere del predatore e col destino del carnefice. Sesso e carattere appunto: prima del nazismo venne Weininger.
Barriere di sesso e barriere identitarie crescono assieme, cadono assieme. Non uno degli uomini che hanno a cuore la sicurezza sarà credibile finché alienerà sui rumeni o su altri “altri” un’autocoscienza che non riesce a fare su di sé e sui propri vicini di casa. Non uno degli uomini che hanno a cuore l’accoglienza dei rumeni fra noi sarà credibile finché non si interrogherà sulle violenze di cui troppe donne rumene soffrono nelle proprie case. Ci sarà il 24 novembre una manifestazione di donne contro la violenza sulle donne. Sarebbe stato bello, civile, democratico se a convocarla fossero stati uomini.

Le storie Clara, architetto sottopagato, «magari ti viene il desiderio di un figlio. E come fai?». Giovanna, peruviana, bada ai figli delle italiane: «Il tempo libero? Ma io non ce l’ho»
Cinzia Gubbini
Roma

Il «la» al corteo lo danno loro, poco dopo la partenza, giusto davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore. Un bel cordone di contestazione interna, creato mettendo insieme le loro code, pelose e leopardate, posticce ma sinuose e ammiccanti, un tocco di poesia, un «via di fuga», perché «non si accodano», come dice anche il volantino giallo che distribuiscono ai passanti. Sono le donne del collettivo «amatrix», unica presenza spiccatamente femminista al corteo contro la precarietà, che di donne è pieno, giovani e meno. Un bel pezzo di società che la flessibilità selvaggia sul lavoro la sperimenta tutta, con contraccolpi incontrollabili. «Diventa precarietà della vita, anche per chi come me ha un contratto a tempo indeterminato – dice una delle donne di «amatrix» – E’ precarietà degli affetti, ritorno alle maglie strette della famiglia. Per questo vogliamo sovvertire e contestare anche la composizione del corteo di oggi che non ci rappresenta. Sulle donne pesa ancora quel welfare che non viene pagato da nessuno. Se la donna italiana lavora, ecco che tocca alla “badante” straniera accollarsi la casa. Purtroppo è difficile mettere insieme le femministe, se vogliamo usare questo termine, c’è ancora un incubo da separatismo». Ma qui non c’entra separarsi dal «maschio», piuttosto riconoscere una differenza che c’è.
Prendi Clara, 28 anni, appena laureata in architettura e a metà del guado di un dottorato di tre anni «senza borsa di studio». Cioè gratis, anzi, con 1.500 euro di tasse da pagare. Clara cammina con Barbara, 35 anni, anche lei architetto, già «abilitato», sono tutte e due di un circolo di Rifondazione romano. Clara lo dice apertamente: «Non lo so, magari a un certo punto ti viene in mente: vorrei un figlio. Ma come fai?». Invece si rimane figlie, per anni e anni. «Mi tocca chiedere ancora i soldi a mamma e papà. La loro è una generazione che ha investito su di noi, ci ha fatto studiare, accedere alla cultura. Ma noi ci ritroviamo con niente in mano, e senza reti». Eppure «siamo privilegiate», dicono tutte e due. Perché alle spalle, appunto, «c’è la famiglia». Perché, alla fine, uno la vita se la vive: «Io se ho due lire mi faccio un viaggio all’estero, e non ho nessuna intenzione di smettere», dice Barbara. «Ma scusa – aggiunge – Clara – dovrei anche sentirmi in colpa? Viviamo in un’economia dell’accesso, non della proprietà. Io voglio i miei libri, il mio cinema, desidero avere il mio tempo libero. E magari non me ne frega niente di avere una casa di proprietà. Che poi tanto un mutuo se lo chiedo non me lo danno, dunque, non si pone il problema». Entrambe frequentano, sottopagate, gli studi privati dei grandi architetti, anche se Barbara è in una fase di ribellione e sta cercando di lavorare in proprio, da casa, con un’amica. «Tutti i grandi architetti si servono di pacchi di giovani precari, sono quelli che vincono i mega appalti pubblici – dice Clara – allora dico: almeno mandate i controlli».
Ma di controlli, tra le migliaia di precari in corteo, non ne ha visti mai nessuno. Emanuela, giornalista friulana che riesce a mettere insieme mille euro al mese tra varie collaborazioni, già ha visto un paio di colleghe costrette ad aprire la partita Iva. E lei, nel centro di documentazione per cui lavora, fa la giornalista, ma è inquadrata come una qualsiasi dipendente. Poi c’è Giovanna , peruviana di 26 anni. Fa la baby sitter, al nero, 600 euro più vitto e alloggio. Ma occupa anche una casa con Action «perché vorrei tanto lavorare e poi tornarmene a casa mia». Almeno «avrei più tempo per me. Ora sono libera solo o il giovedì, o la domenica». E poi la famiglia per cui lavora l’ha presa per curare il bambino, ma in realtà «stiro, lavo, pulisco, faccio la spesa. Tutto». La sua libertà «è poter essere lontana dalla mia famiglia, qui guadagno i soldi miei, faccio come dico io». Ma è comunque una vita a metà «l’ultimo ragazzo mi ha mollato, perché non avevo mai tempo. Non puoi stare con uno e vederlo solo il giovedì».

Casa delle donne maltrattate di Milano

Riteniamo che la manifestazione contro la violenza, indetta per il giorno 24.11.2007 a Roma, risponda ad un bisogno diffuso di dire basta alla violenza quotidiana contro le donne ed in particolare alla violenza esercitata in famiglia.
Indignazione e sgomento stanno toccando donne giovani ed adulte e ci sembra sia condivisa una sensazione di rischio collettivo.
Detto questo le risposte della politica tardano a venire e si accentrano sulla questione della sicurezza, mentre noi riteniamo che la libertà femminile più consolidata insieme alla reazione di molte donne che non vogliono più stare in relazioni violente od oppressive, stia creando una forte reazione da parte maschile.
Con questo però non vogliamo fare passi indietro, e vorremmo continuare a dialogare con quegli uomini che prendono parola e costruiscono azioni contro la violenza.
L’esperienza dei nostri centri, attivi da circa 20 anni sul territorio nazionale, ha esplorato il fenomeno della violenza in famiglia e da estranei ed ha posto all’attenzione pubblica la complessità e la vastità di questo fenomeno, rispondendo alle situazioni di violenza con: la pratica della relazione fra donne; la valorizzazione ed il sostegno delle donne in disagio; la costruzione di progetti di contrasto alla violenza a livello nazionale.
La nostra adesione alla mobilitazione è ovviamente scontata, ma non siamo d’accordo con la contrapposizione uomini/donne, senza distinzioni.
Ciò che maggiormente ci interessa è che lo stalking diventi finalmente una fattispecie specifica di reato, anche per poter avere uno strumento giuridico per intervenire nei casi di persecuzioni e molestie che spesso portano agli omicidi di donne.
Riteniamo che sia indispensabile che gli uomini prendano parola e che per tutte le donne la violenza di genere deve diventare una priorità da agire in ogni luogo della politica e della società civile.
La manifestazione di Roma può essere un momento importante, ma certamente non lo scopo, mentre vanno definiti con precisione gli obiettivi da portare avanti anche dopo il 24 novembre e per il futuro.

Casa delle donne maltrattate di Milano

A noi pero’ sembrano tutto meno che invisibili: prendono parola e sono vivi, attivi…. Che la lettura nella chiave dell’invisibilità faccia in qualche modo comodo al ‘Potere’?


Esce a Parigi una vasta indagine sulle nuove popolazioni pauperizzate: sfollati, disoccupati, «reddito minimo», clandestini, senza tetto, indebitati, ecc. Danni collaterali per il sistema. In realtà «inesistenti»
Anna Maria Merlo – Parigi

A sei mesi dalle presidenziali, le élites politiche sono inquiete. Difatti, i francesi hanno riservato negli ultimi tempi molte brutte sorprese alle classi dominanti, che sembrano non capire più quello che succede nella società : 21 aprile 2002, con Le Pen al ballottaggio e la sinistra espulsa dal secondo turno, «no» alla Costituzione europea nel 2005, rivolte delle banlieues, grandi manifestazioni contro il Cpe, il contratto precario per i giovani, che il governo ha dovuto cancellare nella primavera del 2006. L’imponente volume La France invisible (La Découverte, 647 pag., 26 €), a cura di Stéphane Beaud, Joseph Confavreux e Jade Lindgaard, con il contributo di 28 ricercatori, cerca di fotografare questi « invisibili », attraverso una trentina di categorie messe per oridine alfabetico. Ogni inchiesta è seguita da un’intervista con uno specialista. La seconda parte del libro è costituita da interventi più analitici, relativi alla critica dei modi di conoscenza del mondo sociale, alle sue rappresentazioni fuorvianti e alle trasformazioni della questione sociale, che via via scivola nella «gestione sociale».
Tutti questi «invisibili» non rappresentano una sola categoria sociale, vivono isolati uno dall’altro, possono avere interessi contrastanti. Se c’è però un elemento che li accomuna può essere riassunto in un concetto: precariato. Della casa, del lavoro, del reddito, delle prospettive di avvenire.
Non sono solo più le vecchie classi popolari, che si erano costruite un’identità propria, ad essere travolte dalla precarizzazione della vita del XXI secolo, ma anche le classi medie ne sono investite. Sentimenti di vergogna, di disprezzo da parte degli altri e da parte di se stessi, ne sono delle caratteristiche. Solitudine per la fine delle vecchie solidarietà, la debolezza degli strumenti di difesa del passato, come i sindacati. Un’immagine rivela il posto degli invisibili: gli stagisti, che nessuno voleva vedere, si sono fatti notare quando hanno manifestato nel 2005 con il vosto coperto da una maschera bianca. La France invisible fa discutere. Gli autori sperano che rappresenti un elettrochoc, come era stato nel ’52 il libro Uomo invisibile, per chi canti? dello statunitense Ralph Ellison, il cui eroe – un giovane nero nel sud segregazionista – era diventato un simbolo, che aveva risvegliato le coscienze, eroe emblematico del movimento per i civil rights. «Sono invisibile, capite bene, semplicemente perché la gente rifiuta di vedermi (…) Questa invisibilità di cui parlo è dovuta a una disposizione particolare degli occhi della gente che incontro».

Valore di aggiustamento
Ci sono «delle popolazioni, più o meno pauperizzate, che sembrano solo più esistere nello spazio pubblico sotto forma di statistiche e di flussi». Si parla di loro come degli oggetti : «crescono», «calano». Si tratta dei disoccupati, dei rom, dei beneficiari dell’Rmi (reddito minimo), degli sfollati, dei clandestini espulsi o che rischiano di esserlo, dei senza tetto, di coloro che sono sovra-indebitati. «I poteri pubblici organizzano nei loro confronti un sistema di trasferimenti sociali che comporta pero’ un numero crescente di buchi. Non sono materialmente abbandonati, ma sono diventati dei danni collaterali accettabili di un sistema economico che a volte ne trae anche guadagno». Le espulsioni di clandestini sono in aumento (un raddoppio tra il 2002 e il 2005, da 10mila a 20mila), ma chi si chiede cosa avviene di questi «espulsi» una volta che hanno varcato il confine nazionale? 400mila nomadi vivino in Francia, e la maggioranza ha la nazionalità francese, ma sono trattati come stranieri dell’interno.
Per i disoccupati, le statistiche dissimulano platealmente la realtà: la disoccupazione diminuisce, dice il governo. Ma i senza lavoro in Francia sono stati divisi in varie categorie, e le statistiche prendono in considerazione solo la categoria 1: ma da dieci anni a questa parte le altre categozie di senza lavoro sono aumentate del 40%, si tratta di persone, soprattutto donne, scoraggiate che non si iscrivono più agli uffici di collocamento, di persone che lavorano meno di 78 ore al mese, di assunti con contratti a termine o di solidarietà, pagati poco e male. Al punto che i sociologi propongono di farla finita con il termine «disoccupato», troppo generico, per sostituirlo con «privato di lavoro stabile e pagato decentemente».

Quelli «senza qualità»
Non si tratta dell’Ulrich di Musil, ma di persone che vivono drammi personali che non rientrano in nessuna politica dell’aiuto sociale. Né sans papiers, né senza tetto, né senza famiglia, «non corrispondono ai nuovi volti della grande precarietà e non si sono organizzati come minoranze». Si tratta dei lavoratori declassati, delle casalinghe per forza, delle persone che per ragioni di reddito e di percezione della sicurezza scelgono di vivere nelle zone di villette lontane da tutto, dei giovani rurali che non interessano nessuno e si annoiano come i banlieusards, degli intermittenti del lavoro, dei precari del settore pubblico (che sono più numerosi in Francia che nel settore privato) che lavorano a fianco dei «garantiti», dei lavoratori a cui viene chiesto sempre di più, che subiscono pressioni continue sotto la minaccia di perdere il lavoro ecc. C’è un’inchiesta sulle operaie della Levi Strauss de La Bassée, nella regione Nord, vittime di una delocalizzazione mai riconosciuta come tale, le storie di quadri di Neuf Telecom o di Ibm che hanno subito un’intensificazione del lavoro che ha portato alla demovitazione, quella di una libraia appassionata che ha perso ogni piacere quando la libreria dove era impiegata è stata assorbita da un grande gruppo della distrbuzione, che vuole solo «fare cifra». Le lettere di dimissioni non datate che devono firmare gli impiegati dei McDonald’s, i nuovi concetti di management che diventano umilianti per il lavoratore ecc.

Le vittime delle nuove violenze
Ci sono persone che hanno perso la Sécurité sociale, altri che vivono costantemente nel terrore di essere controllati dalla polizia, anche se non hanno nulla da rimproversarsi, i giovani che non riescono ad entrare nel mercato del lavoro e che accumulano stages e contratti a termine, i lavoratori dell’ombra che stanno dietro le quinte, invisibili a tutti, dalla ristorazione agli stagionali dell’agricoltura. L’ineguaglianza delle generazioni di fronte al lavoro è plateale, poiché le imprese utilizzano ormai i debuttanti come variabili di aggiustamento del mercato del lavoro. Nell’83, dicono le statistiche, l’80% dei giovani avevano un impiego stabile un anno dopo l’entrata nella vita attiva, mentre oggi sono meno di uno su due. Una generazione low cost, che, a salario eguale, puo’ permettersi di affittare metà dei metri quadrati di vent’anni fa, che spesso è obbligata a tornare a vivere dai genitori.
«Lavoro, casa e persino salute, le nuove generazioni non hanno più le stesse prospettive delle generazioni precedenti alla stessa età» dice il sociologo Luis Chauvel. La salute è diventata oggetto di discriminazione: la mortalità degli uomini di 45-59 anni che svolgono un lavoro manuale è del 71% più alta di quelli della stessa fascia di età che svolgono un lavoro non manuale. Le ineguaglianze della salute sono strettamente legate a quelle sociali.
Sono dei «discriminati» di cui la società parla, a favore dei quali vengono fatte delle leggi. Ma che poi vivono nel quotidiano un’altra realtà rispetto a quella caricaturata sul palcoscenico delle mediatizzazione. Sono i tossicodipendenti, gli handicappati, le prostitute, i banlieusards, gli stagisti ecc. «Gli invisibili – scrive l’introduzione – non sono quindi dei “nuovi proletari” : sovente non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri e per questo motivo sono difficili da percepire.

Sentimento di disprezzo sociale
Non formano una classe sociale omogenea e neppure delle categorie sociali stagne. Tuttavia, nel corso dell’inchiesta, molte delle persone incontrate si sono riconosciute nella nozione di invisibilità, intesa non tanto come categoria sociologica, né come uno status che darebbe dei diritti particolari, ma come una situazione e un insieme di processi che inducono un sentimento di non rinoscimento e di disprezzo sociale».
In realtà, i motivi dell’invisibilità sono cumulabili : essere contemporaneamente, «sotto controllo», «banlieusard», «rinnovati » (cioè sloggiati in nome del miglioramento dell’habitat) e «precari del settore pubblico, «intermittente del lavoro », «giovane occupato», e «allontananto», cioè obbligato per ragioni economiche e anche di scelta condizionata a vivere lontano dal centro. «Allo stesso modo, non si è “sotto pressione” a vita, o “in subappalto” per il resto dei propri giorni».
Ma moltissimi passano per queste esperienze, che diventano «banali»: «banalità che rende a priori la storia di vita meno emozionante e quindi meno ricercata». Invisibile, appunto.

Il “Movimento Uomini Casalinghi” e il gruppo di “Vivere con Cura” non sono stati presenti alla manifestazione di sabato a Roma in quanto le organizzatrici di diverse associazioni hanno espresso il desiderio che fossero presenti solo donne, quindi per rispetto e coerenza ci siamo astenuti dal partecipare.
Invio come contributo sul tema questo mio articolo invitando a scrivermi le proprie riflessioni al seguente indirizzo: barchettaebbra@tin.it
Cari saluti Antonio

Nell’Età del Rame dell’Europa centro-orientale, la Dea Gravida è di solito raffigurata seduta su uno sgabello. È decorata con una spirale doppia sulla vulva e losanghe su glutei e cosce. Karanovo VI. Pazardžik, Bulgaria; metà V millennio a.C. circa.

 

Sono state trovate migliaia di statuette femminili raffiguranti la Grande Dea nuda e con i seni, le natiche o la vulva in evidenza, quasi un’ostentazione (vedi immagine, tratta da “Il linguaggio della Dea” di Marija Gimbutas, ed. Longanesi), questo perché erano considerate sacre la nascita e il corpo femminili, e la sessualità era vissuta sia come piacere che come fonte di conoscenza, sapienza, stato di coscienza superiore e trasformazione.
Invece nelle società patriarcali la sessualità diventa esercizio e strumento di dominio, relegandola a un mero e veloce piacere senza che l’uomo patriarcale si interrogasse sulla diversità del corpo e del piacere femminile: una volta rese le donne schiave, tutto ciò che le riguardava era reso negativo, secondario o banalizzato.
Per esempio abbiamo fatto ricerche sul sangue mestruale (rivista-dossier di “Donne e Ragazzi Casalinghi” n°3, “Fermiamo le guerre”): mentre nelle antiche società era sacro così come erano sacri i cicli e gli animali che li simboleggiavano, diventerà in seguito immondo.
Succede che il modello non è più quello del maschio-compagno attento e delicato verso le donne, ma è imposto quello del maschio guerriero comandante e padrone, in cui l’uso della violenza è un segno di autostima, e il potere di dare la morte viene vissuto come identità maschile da contrapporre a quello di dare la vita delle donne, e anche la maternità sarà decisa dal marito.
Da questo ne ho dedotto che l’inconscio del maschio adulto, anche in questa società odierna, è un inconscio di morte. Dietro mille episodi di violenza sessuale emerge la vita di maschi fino al giorno prima normali, che conducevano una vita normale, un po’ come è successo sotto il nazismo: in particolare mi viene in mente l’esempio del processo Eichmann, studiato e seguito da Hannah Arendt, in cui lui era una persona normale addirittura con buoni sentimenti! La banalità del male per la Arendt era non pensare e la violenza si scatenava senza un perché.
Per cui la violenza sessuale è insita in tutta la società e le sue istituzioni, e l’educazione, o meglio, mal-educazione maschile – fondamentale e voluta in questa società mercificata – è il frutto del concorso di più idee-forza che vengono bombardate al bambino maschio fin dalla nascita, e il simbolo per eccellenza di tutto questo è lo sport inteso come modello-scuola di virilità (vedi “Donne e Ragazzi Casalinghi” dedicate allo sport, “Calci al mondo”).
Per esempio il mito del genio, cioè del maschio che si realizza nell’opera, anche a fin di bene (per il progresso, il benessere o l’equità sociale), il quale per realizzare l’opera e l’impresa tutto strumentalizza – il famoso ‘fine che giustifica i mezzi’ – in particolare il rapporto con la donna, sia essa madre, moglie o altro.
Questa ideologia porta a mettere al primo punto le opere, cioè i prodotti della mente a discapito del corpo e delle relazioni, che vengono così misconosciuti e votati all’auto-annientamento e/o resi strumentali appunto all’opera, e tutta l’educazione e la cultura di cui siamo imbevuti si riducono a un celebrare continuo le opere, anche artistiche (per esempio le strade e i monumenti intitolati ai geni, gli studi che si fanno a scuola, ecc.), mentre tutto quanto riguarda invece la sfera del corpo e la differenza tra il corpo maschile e femminile, le pratiche di cura, benessere, tenerezza, ecc., viene ignorato o banalizzato, per non parlare dell’amore che viene finalizzato al matrimonio e ai figli, invece di farne un tema-problema che nel corso della storia ha avuto tante risposte e tanti sbocchi (su questi temi invito a leggere i libri di Carla Lonzi).

L’esempio delle società matrilineari

In particolare abbiamo ricercato e scoperto quello che veniva chiamato ‘l’amore itinerante’, in cui era quasi impensabile che per amore si potesse vivere costantemente insieme, anzi ciascuno viveva vicino al gruppo materno con incontri più o meno saltuari con l’amante. Questo portava ad avere una personalità autonoma, senza cadere in quelle tristemente frequenti morbosità e dipendenze tipiche del modello matrimoniale coniugale.
Ma non solo: tutta la struttura psichica del maschio patriarca è rivolto al sociale, alla competizione e alla lotta, altro modello devastante in cui invece di considerare gli altri e le altre amiche e collaboratrici, diventano sottosotto nemiche-concorrenti da sopraffare ed eliminare in modo più o meno corretto.
Il dover essere sempre vincitori-vincenti, il modello dell’uomo di successo, la concorrenza e la competizione scaturite diventano il risultato del modello amico-nemico che richiede una tensione e diffidenza continue e un corpo e una mente educati, o meglio, mal-educati perennemente alla lotta, e la guerra e lo spirito guerriero diventano il naturale approdo di questo meccanismo vizioso.
Invece tutto ciò che riguarda le dinamiche di relazioni profonde, amicali, vengono banalizzate e ignorate e tutta una cultura delle epoche antiche, quando c’era la sapienza delle donne nell’arte del relazionarsi, viene banalizzata, ignorata o considerata “cose da donne”.
Altro elemento negativo è che il modello del fare l’amore è il coito, la penetrazione a tutti i costi, poiché dal momento in cui la religione sarà gestita dai maschi, anche la sessualità seguirà un’impostazione a misura di maschio patriarcale, ovvero sarà finalizzata alla procreazione, mentre durante le società matriarcali il sacro era gestito dalle donne, che erano al contempo soggetto e oggetto religioso, e si metteva al mondo un figlio per amore, senza altri fini.
Storicamente la Chiesa non è dalla parte delle donne, che saranno relegate a strumento sessuale e non potranno più parlare e praticare in modo libero la sessualità. In particolare nel cattolicesimo si vede come la maternità di Maria fosse stata decisa dal Padreterno che per salvare e redimere il mondo vuole sacrificare il figlio costringendola a una maternità strumentale.
Il frutto di tutta questa mal-educazione è un corpo sempre potenzialmente aggressivo, come una mina vagante, e basta tante volte la classica goccia che fa traboccare il vaso per far emergere quell’inconscio di morte che si dispiega con una violenza incredibile verso l’ex amante, la moglie, ecc.
È stato riscontrato come gli stupratori o uccisori avessero una mente devastata da ossessioni e fissazioni: spesso erano anni che covavano rabbia, rancore o desiderio di vendetta e violenza estrema. Ebbene, invece di educare ad affrontare, discutere ed elaborare i lati negativi di sé, le frustrazioni e le “sconfitte”, di fatto avviene che celebrando la banalità della felicità, che si raggiunge attraverso il possesso e il consumo di un oggetto e/o del corpo femminile (considerato l’oggetto per eccellenza), invece di smaltire e superare queste fissazioni, si amplificano fino al doverle realizzare a tutti i costi.
Inoltre mentre in quelle antiche società matrilineari c’erano mille simboli che invitavano alla trasformazione e alla presa di coscienza, simboli anche a carattere sessuale – per cui l’inconscio e la mente di allora erano in trasformazione e crescita continua – oggi ci troviamo in realtà privati di quelle simbologie e ritualità di vita-morte-rinascita, relegate invece solo alla Pasqua cristiana, e invece siamo inondati di riti di sopraffazione e forza (in particolare con lo spettacolo spor- tivo), e il maschio alla fine rimane un eterno “bamboccione”.
Tutto questo nasce soprattutto dal fatto che le donne e tutto il mondo femminile della cura, delle relazioni, e tutta la sapienza del corpo non vengono riconosciute, e quindi ci si trova con la problematica del maschio patriarca solo con la sua opera, e questo genera potenzialmente uno squilibrio interiore che lo rende un potenziale criminale.
Anche verso la natura accade lo stesso atteggiamento involutivo e oggettuale che hanno subito le donne: mentre prima la natura era fonte di ringraziamento e di meraviglia, col tempo si è imposta l’ideologia che ciò che crea l’uomo – sia in campo materiale che spirituale-artistico – è superiore alla natura, che invece è da sottomettere, sfruttare per ottenere benessere e svago, e il risultato è che invece di avere un uomo riconoscente e amante della natura, che vuole amarla, conoscerla e istruirsi con e attraverso di essa, prevale l’ignoranza considerandola al proprio servizio, e questo contribuisce a generare squilibri e macroproblemi a tutti i livelli.

Inviti e proposte concrete

Da questo breve quadro invito ad approfondire questi temi leggendo le numerose riviste “Donne e Ragazzi Casalinghi” (in particolare la collana “Maschi alla ricerca di sé”) uscite negli ultimi anni, e di seguito faccio partire alcune proposte da vivere – a partire da me stesso – che metto a disposizione di gruppi, associazioni e singole donne e maschi.

– Corsi-laboratori permanenti di educazione sessuale. Da organizzare autonomamente dalle istituzioni, in modo che ognuna/o abbia la possibilità di conoscere sia tutto quanto è stato ricercato e teorizzato nel passato, da quello remoto a quello recente, sia aggiornarsi sulle mille scuole di pensiero e pratica esistenti. Ciascuna/o poi ne trarrà le conseguenze e farà le sue scelte. In questi corsi, accanto alle proiezioni di film-cineforum, mostre, diapositive, narrazioni, gruppi di auto-coscienza, ecc., occorre per esempio chiamare ad esporre sia chi vive il credo religioso, sia gli eterosessuali, sia gli omosessuali e le lesbiche, per avere un quadro complessivo e sempre in crescita della consapevolezza della sessualità (“Uomini e sesso” di “Donne e Ragazzi Casalinghi”).

– Corsi-laboratori permanenti di educazione sentimentale e all’amore. Idem come sopra, chiaramente uniti a una visione storica – penso ai tanti libri usciti in materia. Sia approfondire tramite i romanzi, le lettere d’amore e di amicizia, i film, tutte le problematiche legate ai sentimenti e all’amore, sia tra eterosessuali che omosessuali, e le possibili forme di convivenza o meno: amore coniugale, amore itinerante, ecc.
Vorrei ricordare che il gruppo di Vivere con Cura si è ispirato al Tiaso di Saffo, dove si praticava una vita pacifica e conviviale, in armonia con la natura. Il Tiaso era dedicato alla dea Venere e l’amore, chiamato da Saffo “la bestia dolce-amara”, era ritenuto una condizione particolare che se gestita da una persona non preparata a viverlo poteva diventare distruttivo e autodistruttivo – in particolare accade che le donne implodono, mentre i maschi esplodono, con le conseguenze che conosciamo: ecco perché ritengo fonda- mentale questo corso, in modo tale che si sia preparati quando accade (v. “Il gioco dell’amore” di “Donne e Ragazzi Casalinghi”).

– Corsi-laboratori di conoscenza, espressione, cura e benessere del corpo. Tramite la conoscenza e la pratica delle tante tecniche di rilassamento e ginnastiche dolci elaborate in oriente e occidente: yoga, massaggi, ecc.

– Per questi tre corsi-laboratori sopra citati (sessualità, sentimenti e corpo), propongo che nascano comitati o circoli permanenti per la loro promozione, dedicati a due o più donne uccise da maschi violenti.

– Mi viene in mente che durante la Rivoluzione Russa le donne bolsceviche erano solite parlare liberamente di sessualità e amore con i giovani, ma Lenin proibì questa pratica dicendo che erano discorsi da “lupanare borghese”. La proposta è che questa pratica invece torni ad essere prioritaria e che non siano più considerati discorsi ‘di costume’, bensì essenziali.

– Corsi di cultura delle donne. Perché quello che è stato prodotto dalle donne è stato cancellato, banalizzato o travisato. E quindi occorre che ciascuna/o sappia quanto invece è stato realizzato, in particolare per ciò che riguarda le società gilaniche dell’antica Europa Neolitica, in cui il corpo, la materia e la sessualità erano sacre come il corpo femminile, e c’era una sapienza nel viverla. Lo stesso si può dire del sapere delle streghe e delle donne negli ultimi trent’anni. Per approfondire invito a leggere l’articolo inserito nelle pagine seguenti sulla simbologia di maiali, scrofe e gorgoni in relazione alla guerra e alla violenza sessuale, che ho distribuito in occasione della manifestazione di Vicenza contro l’ampliamento della base militare.

– Contestazione dei miti patriarcali. In particolare il mito del genio e della realizzazione nelle opere: per questa impostazione infatti vengono strumentalizzati corpi, rela- zioni e l’amore. Lo strumento più radicale ed efficace è che ciascun maschio agisca solo o sempre più nell’ambito della cura, facendo il casalingo ad una o più donne.
Inoltre la contestazione pacifica, fantasiosa e auto-ironica dei piccoli e soprattutto dei grandi eventi del genio, per esempio contro alcuni simboli: la Ferrari e le corse automobilistiche, gli sport, i saloni delle auto e delle moto, le mostre degli artisti, i concorsi di bellezza, ma anche i matrimoni dei “vip”… Uno dei modi di contestazione deve avvenire portando i lavori domestici da fare in piazza e in tutti i posti di riunioni, intellettuali e non.

– Feste tutte le settimane (per esempio il sabato sera) per ricordare ogni volta una donna vittima della violenza. Tracciarne il profilo, ricordare il suo desiderio di vivere (e dedicarle appunto una festa), unito al profilo della vita del carnefice per cercare di capire sempre più cosa accade nella testa e nella vita di un maschio apparentemente normale. Propongo anche di fare un calendario alternativo di queste moderne fate-streghe, torturate dall’ideologia patriarcale del disprezzo e dominio.
– Manifestazioni con cortei in tutte le città e paesi su questi temi. Possibilmente con una camminata-maratona che a piedi tocchi tutti gli angoli d’Italia e del pianeta, e all’arrivo in ogni città o paese si facciano incontri, massaggi (con lo slogan: “Facciamoci i massaggi, non la guerra!”) e festa con balli e danze (mi piace l’idea che un gruppo in Lombardia si chiami Balldanza, mettendo insieme i balli e le danze, chiaramente a partire da quelli delle popolazioni e culture più pacifiche, come ad esempio la Polinesia), costruendo in concreto una vita conviviale. Hannah Arendt diceva che il problema principale della società attuale è lo sradicamento, tanto che troviamo spesso single in crisi e famiglie allo sbando, mentre costruendo una rete di relazioni, partendo dalla piazza, dall’incontrarsi, come avveniva durante il matriarcato, può essere un modo per ovviare a situazioni di individualismo estremo o di legami familiari soffocanti.

– Come ho detto prima, questa società spinge o ad avere una sessualità strumentalizzata all’avere dei figli, come impone la Chiesa, oppure come diceva Pasolini, al consumismo sessuale; per contrastare questi comportamenti estremi, mi chiedo se non sia il caso di lanciare una proposta provocatoria, ovvero la parola d’ordine dello “sciopero del coito”? Un po’ come accadde negli anni ’70 a Napoli con il gruppo delle femministe Nemesiache, che proposero lo “sciopero della maternità”, al quale risposero molte donne che si sentivano ossessionate dall’idea comune che si era complete e realizzate solo se madri.
Se vogliamo considerare l’imparare a gestire le relazioni un po’ come imparare a guidare un’auto, propongo che ci sia una sorta di “patentino” che venga rilasciato a un maschio da una donna, che certifichi il suo percorso di consapevolezza e l’avvenuta sapienza-conoscenza.

– Come avveniva nelle antiche società matriarcali, ripristinare la pratica del “Re di un anno”, in cui una volta all’anno si ricontratta il rapporto d’amore, che possibilmente non andrebbe vissuto sotto lo stesso tetto; oppure fare come avviene tutt’oggi in alcune zone dell’Africa, dove sono due donne a sposarsi e convivere, ma non perché lesbiche, bensì per sostenersi a vicenda.

– Infine propongo di istituire una sorta di “Tribunali dell’amore”, su modello della società medioevale, dove se c’era un problema di carattere personale se ne discuteva in piazza pubblicamente – basti ricordare le Trovatore che nel XIV sec. andavano tra la gente a cantare storie d’amore. Oggi invece accade che si vivano queste problematiche in isolamento oppure le si subisce in modo passivo guardandole in televisione.

Antonio, Gennaio 2007

* Preferisco scrivere ‘ginocidio’ anziché ‘femminicidio’ perché il termine ‘femmina’ ha un connotato negativo in quanto deriva da ‘foe minus’, ovvero ‘qualcosa di meno’.

Nota dell’autore: questo testo è la trascrizione di una conferenza da me tenuta a Triora, pertanto mi scuso per eventuali errori e ripetizioni, che ho preferito lasciare.

Riteniamo che la manifestazione contro la violenza, indetta per il giorno 24.11.2007 a Roma, risponda ad un bisogno diffuso di dire basta alla violenza quotidiana contro le donne ed in particolare alla violenza esercitata in famiglia.
Indignazione e sgomento stanno toccando donne giovani ed adulte e ci sembra sia condivisa una sensazione di rischio collettivo.
Detto questo le risposte della politica tardano a venire e si accentrano sulla questione della sicurezza, mentre noi riteniamo che la libertà femminile più consolidata insieme alla reazione di molte donne che non vogliono più stare in relazioni violente od oppressive, stia creando una forte reazione da parte maschile.
Con questo però non vogliamo fare passi indietro, e vorremmo continuare a dialogare con quegli uomini che prendono parola e costruiscono azioni contro la violenza.
L’esperienza dei nostri centri, attivi da circa 20 anni sul territorio nazionale, ha esplorato il fenomeno della violenza in famiglia e da estranei ed ha posto all’attenzione pubblica la complessità e la vastità di questo fenomeno, rispondendo alle situazioni di violenza con: la pratica della relazione fra donne; la valorizzazione ed il sostegno delle donne in disagio; la costruzione di progetti di contrasto alla violenza a livello nazionale.
La nostra adesione alla mobilitazione è ovviamente scontata, ma non siamo d’accordo con la contrapposizione uomini/donne, senza distinzioni.
Ciò che maggiormente ci interessa è che lo stalking diventi finalmente una fattispecie specifica di reato, anche per poter avere uno strumento giuridico per intervenire nei casi di persecuzioni e molestie che spesso portano agli omicidi di donne.
Riteniamo che sia indispensabile che gli uomini prendano parola e che per tutte le donne la violenza di genere deve diventare una priorità da agire in ogni luogo della politica e della società civile.
La manifestazione di Roma può essere un momento importante, ma certamente non lo scopo, mentre vanno definiti con precisione gli obiettivi da portare avanti anche dopo il 24 novembre e per il futuro.

Casa delle donne maltrattate di Milano

CONVOCAZIONE

MANIFESTAZIONE NAZIONALE
CONTRO LA VIOLENZA
MASCHILE SULLE DONNE

L’assemblea di singole donne e di realtà associative femminili, femministe e
lesbiche, provenienti da tutta Italia, che si sono riunite in assemblea
pubblica domenica 21 ottobre a Roma presso la Casa Internazionale delle
Donne sulla base dell’appello diffuso dal sito www.controviolenzadonne.org

In occasione della
Giornata Internazionale
contro la violenza sulle Donne

convoca una

MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA
SABATO 24 NOVEMBRE 2007 – ORE 14

Le donne denunciano le continue violenze e gli assassinii che avvengono in
contesti familiari da parte di padri, fidanzati, mariti, ex e conoscenti.
E’ una storia senza fine che continua a passare come devianza di singoli,
mentre la violenza contro le donne avviene principalmente all’interno del
nucleo familiare dove si strutturano i rapporti di potere e di dipendenza.
Ricordiamo che l’aggressività maschile è stata riconosciuta (dati Onu) come
la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il
mondo.
Il tema, soprattutto in Italia, continua a essere trattato dai mezzi di
informazione come cronaca pura avallando la tesi che sia qualcosa di
ineluttabile, mentre si tratta di un grave arretramento della relazione uomo
donna.
La violenza contro le donne non deve essere ricondotta, come si sostiene da
più parti, a un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. La
violenza maschile non conosce differenze di classe, etnia, cultura e
religione.
Non vogliamo scorciatoie legislative e provvedimenti solo di stampo
repressivo.
Senza un reale cambiamento culturale e politico che sconfigga una volta per
tutte patriarcato e maschilismo non può esserci salto di civiltà.
Scendiamo in piazza e prendiamo la parola per affermare, non come vittime ma
come protagoniste, la libertà di decidere delle nostre vite nel pubblico e
nel privato. Scendiamo in piazza per ribadire l’autodeterminazione e la
forza delle nostre pratiche politiche.

www.controviolenzadonne.org

Prossima assemblea organizzativa sabato 27 ottobre ore 12.00, Casa
Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, Roma

«Ceti medi senza futuro?», un libro che raccoglie saggi e interviste di Sergio Bologna. Dalla deindustrializzazione al «divenire rendita del profitto», analisi e proposte di coalizione per il lavoro autonomo di seconda generazione
Christian Marazzi

In questo libro, che raccoglie saggi, interviste e articoli scritti nel corso degli ultimi dieci anni, c’è tutta l’intelligenza e la lucidità di Sergio Bologna (Ceti medi senza futuro?, DeriveApprodi, pp. 282, euro, 19). Bologna è giustamente conosciuto, non solo in Italia, per essere stato il primo a prendere molto sul serio l’emergenza socio-professionale della figura del lavoratore autonomo di seconda generazione, espressione del passaggio dal fordismo al postfordismo, effetto dei processi di riorganizzazione dei modi di produrre a mezzo di esternalizzazione (outsourcing), di flessibilizzazione del mercato del lavoro, di digitalizzazione e globalizzazione, ma anche di esodo dal lavoro dipendente, cioè di scelta soggettiva, di rifiuto del lavoro subordinato.
L’individuazione di un soggetto emergente al di fuori della griglia cognitiva di gran parte della sociologia del lavoro accademica, secondo la quale il lavoro autonomo o atipico va interpretato dal punto di vista del lavoro dipendente, ha posto Bologna in una posizione critica – per così dire – nei confronti sia della baronia universitaria e delle organizzazioni sindacali, sia, anche, della sinistra radicale che nella trasformazione del lavoro ha voluto vedere soprattutto la dimensione precaria. E Bologna, senza peli sulla lingua, non si è mai sottratto alla polemica contro questo modo di interpretare le trasformazioni in atto con lo sguardo rivolto al passato, come se le nuove forme del lavoro «atipico», ma ormai tipico, fossero una sottrazione, un non-ancora del lavoro a tempo indeterminato.

Organizzazione cercasi
Per evitare i soliti equivoci, è bene citare un passaggio tratto dal saggio dal titolo «Il senso della coalizione»: «operaio massa e lavoratore autonomo di seconda generazione vorrebbero essere termini nei quali si racchiude da un lato il carattere coercitivo di una determinata organizzazione del capitale, dall’altro il potenziale di emancipazione, di liberazione che è intrinseco a certi valori di cui quelle figure sono portatrici. Non ho mai inteso dire che l’operaio massa fosse l’intera classe operaia del fordismo, né che il lavoratore autonomo di seconda generazione sia la maggioranza della forza lavoro postfordista. Intendevo dire che sono figure portatrici di determinati valori, per l’operaio massa l’egualitarismo, per il lavoratore autonomo di seconda generazione l’autodeterminazione». A partire da questa figura produttiva in cui management, capitale costante e lavoro salariato si fondono in un’unica persona (per cui risulta assurdo parlare di «impresa individuale», dato che l’impresa presuppone una precisa separazione tra questi ruoli), occorre intercettare i percorsi di autodeterminazione, le forme di vita, le pratiche relazionali e comunicative che permettono di autonomizzarsi dalle forme della regolazione capitalistica odierna: «Ieri era il cronometrista a starti dietro, oggi è una qualsiasi delle figure gerarchiche dell’azienda che è esperta dei mille sotterfugi con cui si gestisce la flessibilità, sostituendo un lavoratore a tempo indeterminato con un contratto a termine e questo con un interinale e l’interinale con un co.co.pro. e il co.co.pro. con una Partita Iva e via dicendo». In altri termini, Bologna è interessato ad evidenziare la trasversalità della riorganizzazione postfordista del lavoro, tanto che il titolo del libro, volutamente, tira in ballo il ceto medio, quella categoria bistrattata dalla sinistra che, rincorrendo i neoliberisti, la interpretano esclusivamente in termini di bacino elettorale, salvo poi trovarsi di fronte, allibita, il mostro dell’antipolitica.

Strategie di libertà
Il problema posto da Sergio Bologna è dunque quello della lotta di classe, della ricomposizione sociale e politica di una classe produttiva fatta di «individui sociali» isolati, despazializzati, di cui si possono conoscere le soggettività, le aspirazioni, le domande di identità navigando con attenzione nella blogsfera, una webclass, così la chiama Bologna, che già ha dimostrato di sapersi muovere a partire dalla mobilitazione degli intermittenti dello spettacolo in Francia, ai «devoti» di San Precario in Italia, alle forme organizzative in rete dei freelance newyorchesi. La «classe virtuale» per la quale occorrono nuove forme di coalizione non è, per Bologna, priva di differenze interne. Anzi, è proprio a partire dalla differenza di genere, dalle esperienze di lotta delle donne, che bisogna organizzarsi: «Se il lavoro femminile oggi è il lavoro tout court, le azioni di autotutela, le strategie di libertà, i modi di convivere con la precarizzazione, insomma il modo per non restare schiacciati dall’organizzazione del mercato del lavoro è quello delle pratiche femminili, quello – e non altri – è il modo di coalizione con valenza generale, con cui gli uomini debbono confrontarsi».
Le forme della ricomposizione, della coalizione politica, insomma della produzione di un’organizzazione all’altezza del pluriverso soggettivo del lavoro, scontano, devono scontare, una marcata autonomia. Quando Bologna afferma che «la rendita prevale sul profitto» si potrebbe aggiungere che, in realtà, vi è «un divenire rendita del profitto» perché gli odierni dispositivi di estrazione del plusvalore sono conficcati nel cuore stesso di questa composizione sociale del lavoro. Le forme di vita messe oggi al lavoro dal capitale sono l’equivalente della terra nel Tableau économique del fisiocratico Quesnay. La rendita, meglio del profitto, rappresenta l’esternalità dell’appropriazione di un valore prodotto fuori dai cancelli delle fabbriche, per cui non c’è nulla di particolarmente anomalo o scandaloso nella finanziarizzazione dell’economia postfordista, semmai è interessante capire come la finanziarizzazione, per il suo stesso modo di funzionare, produce un corpo sociale sempre più ingovernabile. La rendita-come-profitto è l’altra faccia di questa nuova composizione socio-professionale del lavoro, è il risultato della ricerca di nuovo plusvalore a partire dalla crisi del fordismo degli anni ’70, a partire cioè dall’impossibilità di succhiare plusvalore sulla base della composizione fordista del capitale.

La democrazia che verrà
Per saper ascoltare i «rumori della notte», come faceva il compositore ungherese Bartòk, di cui Bologna ci offre un bellissimo ritratto proprio in questo libro (che c’entra? C’entra molto, se si vuole capire Bologna!), bisogna adottare un nuovo metodo, una nuova cornice cognitiva, bisogna cioè guardare alle forme di vita di questa nuova classe fatta di singolarità multiple, di moltitudine. Il lavoro come vita oggi non ha rappresentanza, ma sta già producendo innovazione sociale, relazioni, scambi di esperienze, centri di ricerca autonomi, modalità di autoformazione, un vero e proprio prologo in terra di una democrazia a venire. Bologna fa suo il pensiero del giovane Karl Polanyi secondo il quale «Democrazia per noi non è un sistema di governo, è una forma ideale di vita».

L’impiego piace a una donna su tre Il 63,1% si sente «potente»

Serena Uccello

Donne soddisfatte del proprio lavoro ma soprattutto dei risultati ottenuti nel corso della carriera. Certe delle competenze acquisite, per nulla disposte a tirarsi indietro ma altrettanto certe di giocare una partita non ad armi pari rispetto ai colleghi uomini. Le donne che lavorano sono così, le racconta una ricerca realizzata da Euromedia Research per la Fondazione Bellisario e che sarà presentata oggi nel corso del seminario Donna Economia & Potere, in programma a Torino. Mille donne, scelte in modo proporzia-le per territorio e per età, a rappresentare un spaccato fedele del lavoro al femminile. Ne emerge un quadro del tutto confortante rispetto ai risultati ottenuti ma con la consapevolezza che l’enorme nodo da sciogliere resta la conciliazione tra realizzazione professionale e realizzazione personale. Nonostante infatti i molti passi avanti, e nonostante i tentativi di realizzare anche attraverso strumenti di legge una minima rete di sostegno, la maternità resta un ostacolo (per le più giovani) o una rinuncia (per le over 45).
Il dato di partenza è che comunque il 35,5% delle donne è pienamente soddisfatto di sè e del proprio ruolo, e ben il 63,1% si sente in qualche modo “potente” nella propria professione. Una sensazione ben presente soprattutto nelle donne tra i 56-65 anni, con un buon livello di carriera, residenti nel Nord ovest, e soprattutto con figli. Molto più problematica risulta essere la percezione delle più giovani in particolare nelle regioni del Sud. Per quanto in salita, tuttavia, la maggior parte della donne (78,8%) è convinta che il lavoro non si declini al maschile e che la gran parte di loro (lo pensa il 64,5% del campione) ricopra posizioni e ruoli commisurati alla propria preparazione.
Il punto dolente resta però la scelta tra lavoro e maternità, un momento fortemente critico rispetto al quale non esiste una facile conciliazione: il 62,8% delle donne intervistate dichiara come quella tra lavoro e maternità sia una scelta obbligata. Ecco perché quasi otto donne su dieci sono convinte che in Italia ci sia bisogno di programmi e iniziative per sostenere l’occupazione femminile. Come ad esempio un’organizzazione strutturale del lavoro in azienda più flessibile (35,6%) o la possibilità di scegliere orari personalizzati (13,7%). «Le donne – spiega Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario – cercano una flessibilità che non sia occasione ma che rientri in un percorso di lavoro e di carriera. È cresciuta cioè la consapevolezza che in qualche modo bisogna cambiare e che è possibile ritagliare uno spazio solo cambiando le regole». Insomma manca un welfare concreto: colpa della scarsa informazione sulle leggi attuali (39,8%), ma colpa anche- è il sospetto –del disinteresse delle aziende ad applicare (18,5%) norme che le aziende stesse ritengono scarsamente convenienti (26,9%).

Erano trent’ anni che l’ aspettavo
Doris non ne sapeva nulla. Era fuori a fare la spesa’, dice il suo agente
Enrico Franceschini

LONDRA – In una stradina alberata di Hampstead, il quartiere dello «champagne socialism», versione londinese del radical-chic, popolato di artisti, scrittori, intellettuali di sinistra, arriva un panciuto taxi nero. Ne discende, con qualche disagio reso comprensibile dai suoi 87 anni, una vecchietta in giacca indiana, gonna di jeans, immancabile sciarpa rossa, sandali senza calze e in mano la sporta della spesa, da cui spunta un mazzo di carciofi. Ad aspettarla al suo rientro dallo shopping, davanti alla porta di casa, trova un’ orda di giornalisti, fotografi, cameramen: teoricamente dovrebbe essere un indizio sufficiente, visto il giorno in cui succede, a farle capire di cosa si tratta. Ma lei sembra genuinamente sorpresa. Signora Lessing, le dice uno dei cronisti, ha sentito la notizia? «No». Ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura. «Cristo», si lascia scappar detto la neolaureata. E come si sente? «Non potrei essere più contenta». Pausa. «Erano trent’ anni che lo aspettavo. La gente che non ha sentito parlare di me, adesso, andrà a comprare i miei libri. È una bella cosa, guadagnerò un po’ di soldi». Altra pausa, durante la quale è raggiunta dal figlio, sceso anche lui dal taxi. «Dev’ essere morto quell’ accademico», scherza il figlio. I giornalisti si fanno più vicini. «Una volta, a una cena molto, molto formale in Svezia», spiega divertita la scrittrice, «venne al mio tavolo un alto dignitario collegato al Nobel e mi disse che il premio, io, non l’ avrei mai vinto. Cosa avrei dovuto rispondergli? “Oh, caro, mi dispiace così tanto, perché non vi piaccio?” Potete immaginarvi la sfacciataggine? Spero che le loro maniere, da allora, siano migliorate». Le chiedono di Alfred and Emily, il suo ultimo romanzo: «È un libro contro la guerra, dedicato ai miei genitori, alle loro vite rovinate dalla prima guerra mondiale», risponde. «Spero che qualcosa possa cambiare nella testa di chi ci governa, qualcosa che impedisca tutte le guerre, ovunque, perché noi anziani, che le abbiamo vissute, sappiamo cosa sono, e voi no». Le domandano se il Nobel è il premio più ambito: «Ho vinto ogni premio che c’ è in Europa, ogni dannato premio. E con questo sono deliziata di averli vinti davvero tutti, l’ intera collezione. Ho fatto scala reale». L’ ultima domanda è se lei, paladina della sinistra e del pacifismo, rifiuterebbe il Nobel per ragioni politiche: «Non ci avevo pensato. Credete che dovrei? Ci penserò seriamente, ora, va bene?», dopodiché la vincitrice s’ infila nella porta e scompare all’ interno, seguita dal figlio, per cominciare a rispondere alle telefonate di congratulazioni che le arrivano da tutto il mondo. «Quando è arrivato l’ annuncio da Stoccolma», conferma più tardi la sua agenzia letteraria, Jonathan Clowes, «Doris non ne sapeva niente, era fuori a fare la spesa». E non era raggiungibile sul telefonino, che preferisce non utilizzare. «È un riconoscimento assolutamente meritato, ne siamo felici», aggiunge l’ agenzia. «Doris è stata un’ icona delle donne e del femminismo per tutta la vita», esulta Jane Friedman, presidente esecutivo di HarperCollins, la sua casa editrice, ricordando che la Lessing è l’ undicesima scrittrice a vincere il Nobel dalla creazione del premio nel 1901. Felice, per lei e con lei, è un po’ tutto il mondo delle lettere britannico, che celebra la seconda assegnazione del Nobel a uno scrittore del Regno Unito in tre anni, dopo la vittoria del commediografo Harold Pinter nel 2005. E, con i suoi 87 anni, notano i critici inglesi, Doris Lessing è anche l’ autore più anziano insignito del Nobel per letteratura nella storia del premio. Molte ragioni per festeggiare, ieri sera, ad Hampstead. Magari con una cena ai carciofi.

Maria Teresa Carbone

Rileggendo a distanza di qualche settimana, e a Nobel assegnato, l’intervista rilasciata alla rivista francese «Lire» da Horace Engdahl, segretario perpetuo dell’Accademia svedese, sui criteri che governano l’assegnazione del più celebre fra i premi letterari, non si può fare a meno di notare come il ferreo precetto di segretezza cui i giurati si devono attenere, sia stato – nel caso di Doris Lessing – pienamente rispettato. Nulla è sfuggito all’esterno di quei «dibattiti del giovedì, focosi e argomentati», di cui parla Engdahl: il nome dell’autrice del Taccuino d’oro non compare in nessuna delle liste che come ogni anno, in un gioco rituale, agenzie di stampa, siti di scommesse e blog di tutto il mondo hanno pubblicato nella speranza di indovinare chi sarebbe stato il prescelto. E mentre di certo gli accademici di Stoccolma esultano, contenti di essere riusciti ancora una volta a mettere in scacco i vari profeti del Nobel, è interessante analizzare il riconoscimento a Doris Lessing – e in genere i meccanismi del premio svedese – anche alla luce di questo «effetto sorpresa». Che di sorprendente, per la verità, non ha molto, come ha implicitamente ammesso Elfriede Jelinek, Nobel per la letteratura nel 2004 la quale, dopo essersi rallegrata per il premio alla collega, si è dichiarata a sua volta stupita: «Avrei pensato che lo avesse ricevuto da un pezzo» ha detto la scrittrice austriaca, aggiungendo – candida o perfida? – di non avere più letto niente della Lessing dopo Il taccuino d’oro («una delle opere femministe più importanti della letteratura») ma di essere pronta adesso a riparare. Se davvero Jelinek deciderà di recuperare il tempo, e i libri, perduti, e si prenderà la briga di consultare, magari sul sito stesso del Nobel, la bibliografia di Doris Lessing, scoprirà che l’impresa che la attende è impegnativa: dal lontano 1962, l’anno in cui uscì appunto l’opera che sarebbe stata il livre de chevet di una intera generazione di lettori e soprattutto di lettrici, Lessing ha pubblicato una cinquantina di titoli, più di un libro l’anno – ancora romanzi realistici (spesso di notevole successo internazionale) come La buona terrorista, ma anche saghe di fantascienza, racconti, saggi, drammi, e soprattutto i due testi autobiografici, Sotto la pelle e Camminando nell’ombra, in cui – già molto anziana – ha ripercorso i primi decenni di una vita per tanti versi davvero «spericolata». Non solo per la decisione, inusuale per una donna nata all’indomani della prima guerra mondiale, di lasciare marito e figli per dedicarsi alla scrittura, ma per la consuetudine radicata, e fieramente mantenuta ancora oggi, di puntare lo sguardo sulla «esperienza femminile» (come recita la motivazione del Nobel), quella propria e quella altrui, sottraendosi a pregiudizi e a stereotipi. Assegnandole il premio con anni, o decenni, di ritardo rispetto al periodo in cui i suoi libri più celebri hanno saputo restituire l’atmosfera di un’epoca – il Sessantotto, le lotte femministe – che oggi sembra lontana, gli accademici svedesi hanno probabilmente voluto sottolineare il valore di quella «letteratura di testimonianza» di cui Engdahl parlava nell’intervista a «Lire». Ancora una volta, si potrebbe commentare, un premio politically correct, e poco attento alla scrittura e allo stile. Un commento al quale Lessing, che ha reagito alla notizia del Nobel con il suo solito ironico pragmatismo («la gente che non ha mai sentito parlare di me adesso andrà a comprare i miei libri: è una bella cosa, guadagnerò un po’ di soldi»), resterebbe con ogni probabilità del tutto indifferente.

Ancora un Nobel politically correct. Premiando l’autrice del «Taccuino d’oro», l’Accademia di Svezia ha voluto riconoscere «lo scetticismo e la passione» con cui Doris Lessing ha raccontato l’epopea dell’esperienza femminile. Nell’arco di oltre mezzo secolo ha scritto diverse decine di opere tra narrativa e saggistica
Maria Antonietta Saracino

In esergo, sulla pagina bianca che precede l’inizio del suo primo romanzo, una frase anonima recita: «È dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze». Era il 1949. Con il manoscritto di quel romanzo, L’erba canta, sotto il braccio, studi da autodidatta, una esperienza di lavoro come centralinista, due matrimoni falliti e tre figli alle spalle, Doris Lessing – nata Tyler in Persia, nel 1919 – lasciava la Rhodesia del sud, oggi Zimbabwe, nella quale aveva trascorso trent’anni, per approdare a Londra dove tuttora vive. Si lasciava dietro i due figli avuti dal primo marito (il terzo figlio lo avrebbe portato con sé) e i ricordi della famiglia di origine – emigrata in quella parte di mondo dopo la prima guerra mondiale – impoverita e sconfitta: il padre mutilato di una gamba per colpa di una mina, la madre delusa da una vita che non aveva scelto.

Scetticismo e passione
Insieme agli anni trascorsi in una fattoria nel veld, Lessing lasciava anche la fase dell’impegno politico, cui proprio in Rhodesia si era intensamente dedicata. Dell’Africa, osservatorio privilegiato di alcune delle più grandi follie dei nostri tempi (colonialismo, razzismo, violenza, guerre), dirà che è stata il più grande dono che la vita le abbia fatto, a quel mondo insistentemente tornando in tanti suoi romanzi. Con lo stesso sguardo lucido e attento, che da allora costantemente la accompagna e che proprio in quel contesto aveva preso forma, osserverà la vita delle donne, raccontata fin dal primo romanzo, e nei molti che sarebbero seguiti, senza enfasi o retorica. Sarà questo sguardo, grazie al quale intere generazioni si sono riconosciute nei suoi libri, a fornire la motivazione di questo Nobel per la letteratura, che in Lessing vede «l’autrice di un’epopea dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e forza visionaria ha sottoposto una civiltà divisa a un attento scrutinio».
Da L’erba canta (La Tartaruga), apparso a Londra nel 1950, a oggi, Doris Lessing ha presentato pressoché ogni anno un’opera di narrativa. Alla sua prosa lineare e solida, che richiama quella dei grandi narratori ottocenteschi, ha consegnato una ininterrotta serie di romanzi, ma anche di racconti brevi e novelle, tre opere teatrali e numerosi saggi e scritti di viaggio, tutti con un preciso taglio politico. È ad esempio a seguito della pubblicazione di uno di questi, Going Home, nel 1957, che verrà dichiarata persona non grata in Rhodesia, dove tornerà solo dopo l’indipendenza, nel 1981, esperienza questa riportata nel volume Sorriso africano. Quattro visite nello Zimbabwe, del 1992. E sarà tra i primi a scrivere con occhio fortemente critico della presenza occidentale in Afghanistan, dove si recò al seguito di un programma umanitario, in un prezioso libretto intitolato non a caso The Wind Blows Away Our Words, «Il vento soffia via le nostre parole», del 1987. Di politica e follia umana parlerà ancora nelle Massey Lectures, che tenne in Canada nel 1985, pubblicate con il titolo di Prisons We Choose To Live Inside (Le prigioni che abbiamo dentro. Cinque lezioni sulla libertà, Minimum Fax).
Ma soprattutto ha scritto di donne, guadagnandosi la mai accettata quanto superficiale etichetta di «scrittrice femminista», dando voce lungo un arco di oltre cinquant’anni ai più importanti momenti dell’esperienza femminile: dalla Mary Turner dell’Erba canta, nella quale traspone il personaggio di sua madre, sopraffatta da un’Africa che non capisce e che le fa paura, alla figura di Anna Wulf del Taccuino d’oro (1962), libro-culto di una generazione, dalle figure femminili che affollano i cinque corposi volumi della serie I figli della violenza, apparsi tra il 1966 e il ’75, a quelle, forse più inquietanti, del ciclo di fantascienza Canopus in Argos cui approda dopo un avvicinamento alla filosofia sufi. Ma anche la Harriet del Quinto figlio, del 1988, quintessenza della sposa felice, la cui vita viene sconvolta dalla nascita di un figlio difficile, un diverso, la cui esistenza ricadrà interamente sulle spalle della madre. O il personaggio della «brava terrorista», che dà il titolo all’omonimo romanzo e che si interroga sulla doppia vita di chi, dietro una esistenza apparentemente «normale», aveva scelto la militanza armata.
A Lessing si deve il merito di averci saputo rimandare lo sguardo sul mondo di una bambina di tre anni, lei stessa, nello struggente Sotto la pelle, primo di due volumi di una autobiografia che Lessing diede alle stampe nel 1994, a settantatré anni, rivendicando il diritto di raccontare la propria storia per impedire ad altri di farlo per lei. Il racconto è durissimo: il mondo non capisce i bambini e li condanna a un dolore che li accompagnerà nella vita adulta. Così è stato per lei, che – con la memoria di allora, vivida e impietosa – rivela il suo nocciolo di rancore verso la famiglia. Verso la madre, innanzitutto, tutta presa da se stessa, descritta con immutato risentimento a decenni dalla sua morte: a lei Lessing dedica nel 1986 una biografia dal titolo Impertinent Daughters. My Mother’s life, apparsa in italiano con il titolo Mia madre (Bollati Boringhieri). Di lei parla estesamente e ancora con acredine nei volumi della sua autobiografia, Sotto la pelle appunto e Camminando nell’ombra. Ma è dura anche nei confronti del padre, ritratto nella figura di Dick Turner, il colonizzatore povero e perdente dell’Erba canta, travolto dal sogno di una realizzazione economica che non arriverà mai.

Il valore della vecchiaia
Impietosa nei confronti della retorica della maternità, la smaschera parlando delle maternità sue, mai del tutto accettate. Che le hanno insegnato, dice, come l’affetto verso i bambini nulla abbia a che vedere, nella donna, con l’esperienza fisica dell’essere madre. Così è stato per lei che, non ancora trentenne, in Rhodesia, si fece sterilizzare. All’altro estremo della parabola umana, a Lessing si devono straordinari personaggi di donne anziane, come la indomita barbona del Diario di Jane Somers che non si lascia accudire per non consentire agli altri di sentirsi con la coscienza a posto. Un personaggio di grande forza che Judith Malina del Living Theatre ha portato sulle scene teatrali in un celebre monologo.
Le sue donne anziane rivendicano il diritto all’amore e all’erotismo, come accade alla protagonista sessantacinquenne di Amare, ancora, del 1996, turbata e incredula davanti a una ondata di emozioni che, per la prima volta dopo tanto tempo, ricomincia a provare quando si scopre innamorata di un uomo assai più giovane di lei. Sul tema dell’amore tra una donna anziana e un ragazzo poco più che adolescente, Doris Lessing torna, nel 2003, con il lungo racconto Le nonne, che dà il titolo all’omonimo volume (Feltrinelli), presentato dalla scrittrice al Festivaletteratura di Mantova del 2004.

Ideologie inaffidabili
Fragile nel fisico ma estremamente lucida, Doris Lessing si è presentata in quella occasione pronta a ragionare sul presente e sul passato, sulla stupidità degli uomini e sulla inaffidabilità delle ideologie, il suo costante pensiero di questi anni. Perché «in my extreme old age», ha detto, «mi rendo conto di aver vissuto momenti della storia che sembravano immortali. Ho visto il nazismo di Hitler e il fascismo di Mussolini, che sembravano destinati a durare mille anni. E il comunismo dell’Unione Sovietica, che si credeva non sarebbe finito mai. Ebbene tutto questo oggi non esiste più. E allora perché mi dovrei fidare delle ideologie?». Si è detta stanca, Doris Lessing, di vivere in un mondo che sembra avere perduto ogni centro di gravità; dove le donne di molti paesi occidentali non vogliono più fare figli, i giovani non trovano lavoro né casa, dove vecchi e bambini vivono una insostenibile condizione di incertezza.
Ma oggi, e ormai da tempo, è il pensiero della guerra a tormentarla, anzi delle molte guerre che il mondo si ostina a ignorare. Ne ha viste davvero tante, lei, nata nel 1919, prima fra tutte la Grande Guerra, il cui ricordo ha ossessionato la sua giovinezza. «La stupidità degli uomini è tale che nonostante tutto quello che abbiamo vissuto, non siamo riusciti a imparare dall’esperienza. La guerra porta solo distruzione e morte, e sono i più indifesi a pagarne il prezzo». Su questa mostruosità, aveva concluso la scrittrice in quella occasione, tutti dovremmo riflettere, se vogliamo che davvero le cose comincino a cambiare.

Il film di Ozon è ispirato alla vita di Marie Correlli autrice di fine ´800 poi dimenticata
Jane Austen diventa un personaggio privo delle doti per cui è diventata famosa
Mariolina Venezia

In questi giorni escono nelle sale a distanza di una settimana due film incentrati sul personaggio di due scrittrici: Angel, di François Ozon, ispirato all´inglese Marie Correlli, e Becoming Jane-Una donna contro, di Julian Jarrod, su Jane Austen, nei cinema da domani.
Raccontano entrambi gli inizi, le scelte esistenziali, le occasioni, che portano due ragazze qualunque, alla fine del Settecento Jane Austen, agli inizi del Novecento la Correlli, alias Angel, a diventare una un monumento della letteratura, l´altra una scrittrice molto famosa in vita, ma presto dimenticata.
Due donne molto diverse, schiva e riservata una, sfrontata l´altra, ma con qualcosa in comune: la letteratura, per entrambe, supplisce alla vita. La rimpiazza, la completa e a volte la fagocita. In un´epoca di realtà virtuale l´argomento è, se non nuovo, attuale. I due film lo trattano con diversa sensibilità.
“Qualora una donna sia dotata di fine intelletto, di spirito e di arguzia, dovrà custodire queste doti come un segreto”, viene detto alla giovane Jane Austen nel film di Jarrold. Ma a far tesoro dell´avvertimento sembra soprattutto il film, nel quale il personaggio della scrittrice è descritto senza che si ritrovi molto delle doti suddette, della leggiadra ironia e dell´allegra impertinenza di cui brillano i suoi romanzi. Sembrerebbe che il cinema, arte della superficie, sia poco adatto a descrivere i “paesaggi interiori misteriosi”, cui pure nel film si fa accenno, e se in The Hours la raffinata Virginia Woolf viene descritta come una sciattona col nasone, qui, per mostrare sullo schermo la libertà mentale di Jane Austen, si sente il bisogno di farle maneggiare come un maschio il bastone da cricket, o prendere l´iniziativa di baciare un uomo, chiedendogli poi per giunta se è stata brava. Proprio la scrittrice di “Orgoglio e pregiudizio” che nei suoi romanzi ha esplorato le superfici con elusiva grandezza, qui rischia di essere banalizzata nella sua scelta esistenziale. Non volendo scendere a patti con la vita, e accettare che “l´affetto è desiderabile, i soldi indispensabili”, votandosi allo zitellaggio, sintetizza così la sua nascente filosofia: “E´ la verità, ma va presa con un sorriso”.
Alla verità la scrittrice Angel, raccontata da Ozon, non è interessata. Preferisce ciò che è bello. “Odio Norley” – dice, riferendosi al suo paese – La gente lì è tutta cattiva e stupida”. E poi, parlando di sé: “Niente di quanto dico mi sembra reale, e forse un giorno smetterò io stessa di crederci”. Realizza, scrivendo, tutti i suoi sogni, e alla fine si rende conto di non aver vissuto. Ma l´affettuosa perfidia in technicolor con cui Ozon descrive il suo personaggio odioso e tenero, furbo e ingenuo, arrivista e puro, carnefice ma soprattutto vittima, con la sua sfacciata fragilità, mi sembra avere molto più a che fare con i paradossali e crudeli territori della letteratura, dove le cose si rovesciano e non sono mai come sembrano. “Non è forte come crediamo noi”, dice il marito Esmé nell´affidare Angel alla sorella prima di partire per la guerra. Quel marito pittore che forse non l´ha amata, ma l´ha capita più di chiunque, e sa darle l´unica verità di un amplesso anche brutale, che si contrappone alle sue romanticherie.
Angel diventa scandalosa, non perché prende anche lei l´iniziativa di baciare un uomo, ma perché ha il coraggio di dire che è fiera del suo romanzo, di credere caparbiamente nei suoi sogni e in ciò che scrive, a torto o a ragione, di spiattellare il suo sentimentalismo, ma anche il suo pacifismo. Niente è meno controllabile di una donna che ha il coraggio di sbagliare.
Che sia una libertine come Colette, o una grande zitella come Jane Austen, Emily Bronte, Emily Dickinson, capaci nel chiuso delle loro stanze di infinite audacie stilistiche e sentimentali, di fondamentalismi e libertà, ci sono state in tutte le epoche donne irriducibili, forse proprio perché abituate ad avere a che fare col materiale illimitato dell´immaginazione. La letteratura è territorio del diavolo, diceva Flannery O´Connor. Capace di consolare, di compensare, di ammortizzare l´attrito con la vita, ma anche di comprenderla meglio, a patto di non allontanarsene troppo, per poi scoprire di non aver vissuto. Questo lo sa, e se non lo sa lo scopre, chiunque ci abbia a che fare.

Thomas Sankara Vent’anni fa moriva assassinato il «presidente ribelle» del Burkina Faso

In anticipo sulla politica dell’ambiente, ormai al centro dell’attenzione internazionale, il leader della rivoluzione burkinabè parlò nel 1986 della necessità di coniugare ecologia e sviluppo per salvare dal disastro l’Africa e «gli abitanti della Terra» Il colonialismo ha saccheggiato le nostre foreste. E continua impunita nel mondo la distruzione della biosfera con attacchi selvaggi alla terra e all’aria
Thomas Sankara

 

Pubblichiamo il discorso pronunciato a Parigi il 5 febbraio 1986 dal capitano Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, per la «Prima conferenza internazionale sull’albero e la foresta».

 

La mia patria, il mio Burkina Faso, senza dubbio ha il diritto di definirsi un concentrato di calamità naturali. Otto milioni di burkinabè hanno interiorizzato questa realtà in 23 terribili anni. Hanno visto morire le madri, i padri, i figli e le figlie, decimati da fame, carestia, malattie e ignoranza. Hanno guardato prosciugarsi stagni e fiumi. Dal 1973 hanno visto il loro ambiente deteriorarsi, gli alberi morire e il deserto invaderli a passi da gigante, sette chilometri all’anno.
Solo questa realtà permette di comprendere la genesi della legittima rivolta che, maturata per lunghi anni, è finalmente esplosa in forma organizzata nella notte del 4 agosto 1983, sotto forma di rivoluzione democratica e popolare del Burkina Faso. Qui non sono altro che l’umile portavoce di un popolo che rifiuta di guardarsi morire per aver assistito passivamente alla morte del proprio ambiente naturale. Dal 4 agosto 1983, l’acqua, gli alberi e la vita dell’ambiente sono ritenuti fondamentali e sacri in tutte le azioni del Consiglio nazionale della rivoluzione che guida il Burkina Faso.
Da circa tre anni il popolo del mio paese combatte la sua guerra contro la desertificazione. Da circa tre anni in Burkina Faso ogni avvenimento felice viene celebrato piantando alberi. Nell’anno scolastico 1986 tutti gli studenti della nostra capitale, Ouagadougou, hanno costruito con le proprie mani più di 3.500 stufe migliorate (a basso consumo) per le proprie madri, che si vanno ad aggiungere alle circa 80.000 costruite dalle stesse donne negli ultimi due anni. Questo è il loro contributo allo sforzo nazionale di ridurre il consumo di legna da ardere e proteggere gli alberi e la vita. Il diritto di acquistare o prendere in affitto uno delle centinaia di alloggi pubblici costruiti dopo il 4 agosto 1983 è strettamente condizionato dall’impegno dei beneficiari di piantare un numero minimo di alberi e curarli come la pupilla dei propri occhi.
Dopo aver realizzato più di 150 perforazioni di pozzi che garantiscono l’approvvigionamento di acqua potabile alla ventina di settori della nostra capitale fin qui privati di questo bisogno essenziale; dopo aver portato in due anni il tasso di alfabetizzazione dal 12 per cento al 22 per cento, il popolo burkinabè continua la sua lotta per un Burkina verde. In 15 mesi sono stati piantati 10 milioni di alberi nel quadro del Programma popolare di sviluppo. Nei villaggi situati lungo le valli dei fiumi ogni famiglia deve piantare e curare 100 alberi l’anno.
Il taglio e la vendita della legna da ardere sono stati completamente riorganizzati e regolamentati con severità. Tra queste regole c’è l’obbligo di avere un patentino per fare il commerciante di legname, di rispettare le zone designate per il taglio del legno, fino all’obbligo di assicurare il rimboschimento delle aree disboscate. Ogni città e villaggio del Burkina hanno oggi un bosco avendo ripristinato così una tradizione antica. Tutti i criminali atti di piromania che distruggono le foreste sono giudicati e sanzionati dai tribunali popolari di conciliazione di ogni villaggio. Una delle punizioni previste da tali tribunali è l’obbligo di piantare e curare un certo numero di alberi. Dal 15 gennaio è in corso un’ampia operazione chiamata «Promozione popolare dei vivai», per creare 7.000 vivai di villaggio. Riassumiamo queste tre azioni sotto il vessillo delle «tre lotte».
Vorrei farvi partecipi della nascita e dello sviluppo di un amore profondo e sincero tra i burkinabé e gli alberi nella mia patria.Ci sembra in tal modo di applicare i nostri concetti teorici agli specifici modi e mezzi della realtà saheliana, nella ricerca di soluzioni ai pericoli presenti e futuri che aggrediscono gli alberi in tutto il mondo.
Vogliamo affermare che la lotta contro l’avanzata del deserto è una lotta per la ricerca di un equilibrio fra esseri umani, natura e società. Sono venuto qui per denunciare quegli uomini che con il loro egoismo sono la causa della sfortuna del prossimo. Il colonialismo ha saccheggiato le nostre foreste senza nemmeno lontanamente pensare a lasciarle o a ripristinarle per il nostro domani. Continua impunita nel mondo la distruzione della biosfera con attacchi selvaggi e assassini alla terra e all’aria. E non lo diremo mai abbastanza fino a che punto spargano morte tutti questi veicoli che vomitano fumi. Chi ha i mezzi tecnologici per trovare i colpevoli non ha interesse a farlo, e chi ha quest’interesse manca dei necessari mezzi tecnologici.
La creazione in Burkina di un Ministero dell’acqua è segno della nostra volontà di porre chiaramente sul tavolo i problemi, per trovarne soluzioni. Dobbiamo lottare per trovare i mezzi finanziari necessari ad utilizzare le risorse idriche esistenti, per costruire pozzi, serbatoi e dighe. Noi denunciamo gli accordi unilaterali e le condizioni draconiane posti dalle banche e da altre istituzioni finanziarie che ci impediscono di realizzare molti nostri progetti. Sono condizioni proibitive che provocano un indebitamento traumatico dei nostri paesi privandoci della necessaria libertà di azione.
Il Burkina ha proposto e continua a proporre che almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca di forme di vita su altri pianeti sia destinato a finanziare la lotta per salvare gli alberi e la vita. Non abbandoniamo la speranza che il dialogo con i «marziani» possa farci riconquistare l’Eden; ma riteniamo nel frattempo, come abitanti della terra, di avere il diritto di rifiutare un’alternativa limitata alla sola scelta fra inferno e purgatorio.
Così formulata, la nostra lotta in difesa degli alberi e delle foreste è in primo luogo una lotta popolare e democratica. Una quantità di forum ed istituzioni non rinverdiranno il Sahel, se non abbiamo fondi per scavare pozzi di acqua potabile profondi cento metri, mentre c’è tutto il denaro necessario a scavare pozzi di petrolio profondi 3.000 metri! Crediamo nel potere della rivoluzione per bloccare la morte del Burkina Faso e per aprirgli un nuovo luminoso futuro.

Giacomo Mambriani

Ti guardo dritto negli occhi, seguendo il mio movimento che si specchia nel tuo. I nostri corpi si allacciano, poi si separano, le braccia domandano, i fianchi rispondono. Stiamo eseguendo passi che ci sono stati insegnati, ma non siamo mai stati così liberi.
È una gioia che non esplode, non si consuma, riceve senza chiedere. La gioia che si pensava impossibile, che si rimandava a un futuro indefinito, su cui si scherzava con disincanto. La libertà si appoggia su quello che esiste già, e noi danziamo come le nostre madri e i nostri padri, e ad ogni passo cambiamo la storia dell’amore. La musica ci conduce, noi conduciamo la musica; ci adattiamo al ritmo, il ritmo si adatta a noi. Con sollievo abbandoniamo ogni volontà di potere e di controllo.
Niente, se non l’amore, poteva portarci davanti a questa soglia. Stasera la stiamo attraversando, e non ho la minima idea di ciò che succederà a partire da questo momento. Forse qualcosa che conosciamo bene, ma che avevamo dimenticato. Guardandoti vedo che sei incommensurabilmente diversa da me e che mi ami, e mi fido. La notte si muove con noi.

Giacomo Mambriani

Qui.
Abbondanza di acqua.
Quiete.
L’alta quota.
Regno di aquile e aquiloni senza filo.
Una diversa qualità del cielo, geniale acquerello.
Luogo ideale per studiare gli equinozi.
Chiesa sconfinata, senza inquisizione né questua.
Il cellulare non prende; tranquillità è distanza dagli squilli.
Acquattato sulle rocce bevo cristallo che si liquefa. Giù nella pianura, sotto di me, acquisti aliquote e quisquilie. Resto fermo, i sensi acuiti, senza nulla chiedere. Guardo le cime arcuate, ignare dell’inquinamento.
E visioni si squadernano: quindici uomini scendono ridendo da una cassa da morto; quarantaquattro gatti rompono le righe e vanno a caccia di quaglie; qui quo e qua si qualificano ai quarti di finale di un torneo di squash; un uomo qualunque viene condannato per qualunquismo; il Quebec dichiara la sua acquiescenza al Canada.
Poi mi domando: ho scarpinato fin qui per trovare un equilibrio o mi sono messo in quarantena? Sono fuggito dall’iniquità del mondo oppure ho risalito i prati seguendo un’intuizione equina? Mi esasperava di più il rimbombo continuo dei quiz o lo squallore delle periferie?
Quintali di domande e qualche milligrammo di risposte.
Comunque ho smesso di pretendere la quintessenza di tutto. E di perquisire l’anima della gente, alla ricerca dei giusti requisiti. Ogni cosa è squisita così com’è: un quadro, un’equazione, un ritmo in quattro quarti, perfino lo sciacquone.
Se ora qualcuno mi chiedesse di scegliere tra quantità e qualità (noiosa querelle, squinternata questione!), io sceglierei di squagliarmi come neve al sole, o sotto un terribile acquazzone.
Prima di arrivare in questo luogo, quasi dimenticavo che in ogni singolo istante, ovunque io mi trovi, qualsiasi cosa accada, quotidianamente (comprese le ore pasti), sono qui! Manodopera non qualificata, incerto portatore del misterioso quid.
Il quid è qui. Il qui è il nucleo più segreto del là. Ora chiudo gli occhi e mi schiudo al qui. Se qualcuno mi cerca sarò lì.

Presidenti della Camera e del Senato,
Parlamentari e Senatori tutti,
Sindaco Hullweck,
Ahimé, nonostante siano trascorsi diversi mesi, ancora una volta mi trovo nella condizione di dovervi scrivere. Alcuni di voi già in passato hanno ricevuto e-mail da me firmate, per alcuni questa sarà la prima che v’invio……nulla toglie però che non v’abbia pensato prima.
Sapete, è molto difficile per una cittadina che ha dato a voi (non a voi nello specifico ma a voi che attualmente siete al governo come unione) il proprio voto, che ha posto in voi la propria fiducia ritenendo che le parole, le tante parole che avete detto prima, anche molto prima delle elezioni, mentre eravate all’opposizione e prima ancora…..una cittadina che ha creduto alla parole che voi avete speso pur di arrivare al governo si debba ora avvalere di internet per potervi volgere la sua indignazione.
Sì, avete detto molto durante le vostre campagne elettorali, avete speso migliaia di parole per tutti; per i giovani contro il precariato, per gli anziani in merito alle pensioni, per i precari in merito a nuovi posto di lavoro, per gli impiegati e gli operai in merito alle migliorie nelle buste paga, per gli infermi in merito alla sanità, per i sani in merito ad una migliore sanità, per le mamme in merito alle scuole, per i papà in merito a delle scuole ancora migliori, per le persone libere che avrebbero goduto di una migliore libertà, per le persone in carcere che sarebbe stata data loro una giustizia migliore…avete speso così tante parole che nemmeno il vento le poteva più contenere….tanto erano rassicuranti, tanto sembravano le parole che molti di noi aspettavano di sentire……e tra queste parole…..una in particolare…..PACE!
Ora, se avete sostenuto le vostre campagne elettorali parlando e scrivendo anche di PACE, come mai noi a Vicenza non ne abbiamo ancora conosciuto il significato? Come mai, nonostante anche il mio personale viaggio a Washington soltanto qualche mese fa per cercare la PACE attraverso il colloqui ed i dialoghi sostenuti al Congresso là…..come mai qui in Italia voi invece non lottate per questa nostra libertà? Come mai il nostro governo, il governo che ahimé, anch’io ho votato, non sa sostenere questa battaglia?
Ricordo alcuni di voi, prima, prima di arrivare a Roma…com’eravate. Le vostre battaglie, le cause che avevate sostenuto, le cause per le quali avevate lottato…alcuni di voi sono anche stati in carcere per non voltare le spalle ai propri principi di etica, per non voltare le spalle ai fratelli ed alle sorelle che condividevano un percorso di giustizia…ed ora invece? Dove siete? Dov’è quella fiamma di libertà che bruciava nei vostri cuori? Dov’è quel principio di libertà per il quale vi siete fatti arrestare? Dove sono tutte quelle parole che avete speso per poterci governare, per poterci rappresentare? Dov’è quella dignità? L’etica nell’essere coerenti? Dove sono tutte le parole spese per la PACE?
Domenica prossima alcuni di voi parteciperanno alla Marcia Perugia-Assisi…..un tempo si chiamava Marcia per la Pace…oggi come la potremo chiamare? Un tempo ci andavo anch’io perchè ritenevo fosse giusto, ritenevo fosse etico, ritenevo di fare la cosa migliore….non solo per me ma anche per tutti i miei fratelli e le mie sorelle nel mondo…coloro che la pace non l’hanno forse mai conosciuta, coloro che sono nati sotto ai bombardamenti, che vi crescono e che forse vi moriranno. Anche per loro ho marciato, con la testa alta e sicura di ogni passo che facevo.
Oggi invece, sopratutto a causa della vostra ipocrisia…io ad Assisi non ci andrò. Non voglio marciare assieme a delle persone che hanno tradito la mia fiducia. Non intendo marciare assieme a persone che non solo non han saputo proteggere Vicenza bensì che l’hanno volutamente messa in mano altrui. Ai figli vicentini che nasceranno cosa andremo a raccontare quando gli aerei militari sorvoleranno le loro teste? Cosa racconteremo loro sulle destinazioni di quegli aeroplani? Cosa racconteremo loro? Che le immagini del telegiornale sono anche causa nostra? Che non abbiamo saputo rispettare le nostre stesse parole o che le nostre eran solo parole?
Io resto a Vicenza, e la MIA marcia per la PACE la conseguo ogni giorno, vivendo nella consapevolezza di stare al fianco di chi, come me, crede in un futuro migliore e lotta per esso.
Cordialmente, Thea Valentina Gardellin

“La non violenza dei forti non può essere una mera politica. Deve essere un credo, o una passione… Un uomo che ha una passione la esprime fin nel più piccolo atto. Perciò chi è posseduto dalla non violenza la esprimerà nella sua cerchia familiare, nel trattare con i vicini, nel lavoro…e nei suoi rapporti con gli avversari
[Poiché nella loro vita i membri del Congresso non diedero affatto prova di questo, se ne concluse giustamente che non erano pronti per la non violenza]. Gandhi.

 

Mai come oggi ciò che mangiamo assume una valenza politica. in tutto il mondo c’è una rivoluzione in corso che riguarda la biodiversità.
Vandana Shiva

Un tempo credevo che cucinare fosse soltanto l’anello di una catena. Adesso mi rendo conto che questo è un atto che induce la meditazione, che nutre lo spirito ed è pacifico nei confronti del mondo. Perché diventi davvero un’azione liberatoria, però, occorre che tutti – uomini e donne – cucinino. Anche i padri devono potersi dedicare a questa pratica con amore. L’industria ha fatto del cibo una gabbia, in grado di nuocere alla salute del mondo e dei corpi. La vera libertà, ormai, è poter decidere cosa piantare, innaffiare, mangiare, vendere. C’è una guerra in atto. Dichiarata contro il pianeta terra. E riguarda proprio il cibo. L’industria, le multinazionali vogliono controllare il modo in cui si alleva il bestiame e si coltivano i campi. La chimica dei diserbanti è nata dagli studi sugli esplosivi. Sostanze create per uccidere le persone, che ci fanno ammalare e continuano a uccidere in altri modi. La questione riguarda soprattutto le donne. Perché gli additivi che assorbiamo abbassano la fertilità, sono legati all’insorgere del cancro, provocano disturbi neurologici. Come se non bastassero queste consequenze, esistono anche gravi risvolti economici: le donne, nelle culture agricole, preparano composti per nutrire in modo naturale il terreno. Gli additivi chimici li eliminano e vanificano il ruolo femminile nell’agricoltura tradizionale, rendendo le donne inutili e mettendole ai margini. La guerra al cibo diventa anche una guerra diretta ai nostri corpi. L’obesità è in aumento in tutto il mondo. Utilizziamo prodotti che non sono nati per essere mangiati, come lo sciroppo di mais o l’olio di soia. Non dobbiamo credere che la globalizzazione sia un percorso naturale, che ci rende tutti fratelli. Al contrario è un progetto pianificato di esclusione, che risucchia risorse ed economie dei più poveri, distruggendo vite e culture dietro il paravento della crescita dell’economia planetaria. Produrre cibo è dunque un’assunzione di responsabilità etica. Si tratta di fabbricare nutrimento. Per tutti. In questa ottica il profitto diventa una voce non necessaria e la rivendicazione del diritto ad avere campi senza organismi geneticamente modificati, produzioni alimentari tradizionali, condizioni ambientali senza la presenza costante dell’inquinamento, risorse rinnovabili e compatibili, potranno diventare realtà. Solo allora la rivoluzione del cibo sarà completata. *fisica, economista e ambientalista, oltre che scrittrice. Tra i leader del Forum Internazionale sulla Globalizzazione, è consulente della Regione Toscana.