Le organizzatrici della manifestazione di sabato: contestiamo i Pacs dimenticati, il pacchetto sicurezza, la retorica sulla famiglia
Adele Cambria
Com’è il giorno dopo le «sgridate»? Come reagiscono ai rimbrotti più o meno «comprensivi», e con firme femminili autorevoli, le organizzatrici della manifestazione del 24 novembre? Che, riconosciamolo subito, ha riportato in piazza il movimento delle donne tredici anni dopo la splendida camminata attraverso i prati di Villa Borghese, ideata dal Centro Studi-Università delle Donne Virginia Woolf: «Cercavo il mio posto nel mondo, ora so che il mondo è il mio posto», era il bellissimo slogan coniato allora da Alessandra Bocchetti…. Altre parole, altri tempi, forse anche altre élites femminili che nascevano attorno all’elaborazione originale, (e certo privilegiata, non c’era l’assillo della precarietà), di uno sguardo di donna sul mondo.
«Dopo vent’anni che non c’erano le donne in piazza- mi dice infatti Tatiana, del collettivo “Le mele di Eva”- ce le abbiamo riportate in piena autonomia, due mesi di impegno per la preparazione e soldi di tasca nostra, e si meravigliano della contestazione? Ci trattano come “scalmanate”, “ragazzine fuori dal mondo” a cui si deve da spiegare come se fa politica? Ma io la politica la faccio da nove anni! Ne ho 27 e sono una cocoprò… Ma non per colpa dell’immigrato, per colpa della legge Biagi. Dico: ma che t’aspetti? La nostra non era una passeggiata bipartisan dove siamo-tutte-donne. Le donne ministro non ci dovevano aspettare sul palco televisivo in Piazza Navona! Noi non volevamo nessun palco, tanto meno, destinato alle donne politiche, quelle ci volevano mettere il cappello, sulla manifestazione nostra. C’era pure Alessandra Mussolini, non bastava il governo – Pollastrini Melandri Turco- ma anche l’opposizione! Scherziamo?». Prende fiato e continua: «Non ce l’ho con la Turco, di cui non metto in discussione il passato, né con la Melandri né con la Pollastrini, come persone. Ma come donne che mi dovrebbero rappresentare sì! Prendiamo la Pollastrini coi suoi minuetti tra Dico, Cuscus e legge contro la violenza… Che non viene discussa mai, e forse e meglio così, perché l’aggravamento delle pene non serve a nulla, serve un salto culturale».
«Mi spieghino loro che cosa hanno fatto, le donne ministro, da quasi due anni che stanno al governo. Hanno firmato il pacchetto-sicurezza! L’abbiamo detto e ridetto che non vogliamo essere strumentalizzate per salvare chi governa le città dalle responsabilità. Non sono gli immigrati senza casa e senza lavoro che ci uccidono quotidianamente, sono gli uomini, è la mentalità maschile! E le donne che dovrebbero rappresentarci dicono parole in vetrina, non fanno politica».
Ma tu pensi- riesco a chiedere a Tatiana- che il movimento delle donne possa fare politica senza passare dalla mediazione parlamentare? Che si possa fare una legge Zapatero contro la violenza, quell’ottima legge che consente a una donna molestata di cambiare addirittura città con il sostegno delle istituzioni, senza mediazioni parlamentari o di governo?
«E come avete fatto voi, ai vostri tempi?», è la fiduciosa replica. «Il divorzio, l’aborto, la legge contro la violenza sessuale….».
Sì, ma per la legge contro la violenza sessuale ci abbiamo messo diciassette anni.
Monica Pepe, del collettivo Controviolenzadonne, (www.controviolenzadonne.org): che,insieme alla Mela di Eva, e nell’ambito della Casa Internazionale delle Donne, ha organizzato la manifestazione, parla di una «piattaforma» che aveva al primo punto la denuncia della violenza maschile in famiglia. Al secondo, il rifiuto della strumentalizzazione, che affonda nel razzismo, addebitando la violenza contro le donne agli immigrati. Il terzo punto è la denuncia delle «politiche familiste e quindi repressive del corpo della donna». Anche Monica pensa che la legge contro la violenza ha un deficit culturale, perché si limita ad inasprire le pene. «Mettere dentro un marito, e lasciarne fuori cento a che serve?». Tento una battuta: allora non resta che abolire i mariti…. «Magari!».
Ma insomma, le chiedo, come giudichi i rimbrotti che vi siete presi? «Ingiustificati. La piattaforma rimarcava la nostra distanza dalle istituzioni, rivendicando il protagonismo e l’autonomia del movimento delle donne. C’è oggi, di nuovo, un soggetto politico femminile intergenerazionale, e le giovani non si riconoscono nei vecchi modi della politica».
Succedeva anche trent’anni fa , nel movimento, ma allora la distinzione non era generazionale, eravamo tutte abbastanza o quasi-giovani, ma passava tra chi aveva un partito alle spalle e chi no. Poi la sinistra storica cominciò a capire: Lotta Continua, si sciolse sul conflitto innescato dal femminismo… Le donne di Via Dogana, intellighentsia milanese del Movimento, ieri come oggi, non furono mai interessate, e continuano a non esserlo, alle donne che «sono costrette» a disputarsi un posto in Parlamento.
M’arrivano due e-mail: una è firmata da Maria Luisa Gizzio, e si riferisce ad un’assemblea di alcune associazioni che s’è svolta, per preparare il corteo del 24. Sottolinea che è «la debolezza degli uomini ad uccidere le donne», ricorda che «un numero crescente di uomini sta prendendo coscienza» e si augura «che almeno alcuni spezzoni della manifestazione del 24 mostrino che è possibile un altro modo di stare in relazione tra donne e uomini, sfilando insieme, a testimonianza di un amore liberamente condiviso».
Poi c’è la Casa Internazionale delle Donne. Ribadendo «la grande affermazione di autonomia politica delle donne», di fronte alle critiche riafferma che «non di intolleranza si tratta, né tanto meno di violenza verbale», ma troppi «organi di dis-informazione hanno perso l’occasione di esplicitare il senso e la novità dell’autonomia politica delle donne».
Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.
Anche a Catania dopo l’appello nazionale, che un anno fa ha raccolto centinaia d’adesioni, rilanciando una presa di parola pubblica maschile contro la violenza delle donne, è nato un confronto e uno scambio d’esperienze tra gli uomini in relazione con le donne.
Oggi, nella nostra città, contro la violenza sessuata non ci sono più soltanto le donne.
Uomini che provengono da varie esperienze politiche e sociali, prendono finalmente una forte posizione contro la violenza sessuale e per un cambiamento culturale e sociale nei modelli maschili e nei rapporti tra i sessi.
In occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne del 25 novembre, appena trascorsa, anche a Catania torniamo a chiedere agli uomini di assumersi le responsabilità e l’impegno per un cambiamento che riguardi la nostra vita quotidiana, le nostre famiglie, gli ambienti di lavoro e di studio. Questo ci porta ad affermare che non basta essere genericamente contro la violenza: è necessario denunciarne le radici in una cultura condivisa e diffusa. Non solo solidarietà alle donne oggetto di violenza ma messa in discussione della rappresentazione storica del maschile, del patriarcato, frutto di un retaggio culturale stratificato.
Ci mettiamo in discussione, in prima persona, perché siamo entrati in relazione con la politica delle donne. Siamo partiti dall’analisi del simbolico che c’è dentro di noi, rimettendo in discussione i modelli maschili, criticando la gestione maschile del potere, l’istinto dell’uomo al possesso e nel considerare tutto alla stessa stregua della proprietà privata.
Pensiamo alla necessità di costruire una continua relazione tra i sessi, che parte dal riconoscimento della differenza sessuale e che rimetta al centro gli individui, donne e uomini.
La manifestazione delle donne del 24 novembre, a Roma, è uno stimolo a questo nostro percorso, che vuole essere un lavoro di lungo periodo: di un altro maschile, di un’altra esperienza di sé.
Queste esigenze sono, ormai, irrinunciabili, per questo vogliamo iniziare, partendo da noi stessi, a costruire un confronto e una discussione vera, uomini che si relazionano con il pensiero della differenza e con la libertà femminile.
Pierangelo Spadaro e Luca Cangemi
Giovanna Cavalli
ROMA – Ritorna il femminismo duro anni ‘ 70, quello delle «streghe» che facevano tremare? «Questa era una manifestazione modernissima. Io c’ ero. Niente è più attuale della violenza sulle donne», spiega Ritanna Armeni che su La7 conduce «Otto e mezzo» con Giuliano Ferrara. Ancora buoni certi slogan? «Certo funzionava quello che ci ha portate in corteo. Ossia che la violenza contro le donne esiste, aumenta, ed è dentro la famiglia, tra le mura di casa». Giusto cacciare i ministri Melandri e Turco e contestare la Pollastrini? «Non mi è piaciuto per niente. La politicizzazione eccessiva del corteo, intendo. Ce l’ avevano contro il pacchetto sicurezza, che contesto anch’ io. Però non stavamo lì per quello». Buttare fuori Prestigiacomo e Carfagna perché di destra? «Grande errore. C’ erano le rom con i bambini, poi loro con un passo un po’ da indossatrici. Bella una manifestazione dove siamo tutte insieme, ho pensato. E invece sono partite le contestazioni. Peccato. Per i collettivi femministi avere lì donne del centrodestra era una vittoria politica». Gli uomini dovevano restarsene a casa? «Il separatismo aveva senso 30 anni fa, quando le donne stavano prendendo coscienza di sé e il processo non andava contaminato. Oggi è bene che i maschi siano tra noi e di fronte alla proprie responsabilità. Non può che aiutarli a riflettere».
Condividiamo le ragioni che hanno spinto un’Assemblea di donne e di collettivi femminili, femministi e lesbici tenutasi a Roma il 21 ottobre a lanciare una manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne.
Solidarizziamo con tutte le donne vittime di violenza, coscienti che questo non avviene solo nel Paese in cui viviamo ma in tutto il mondo e che assume forme diverse e terribili (come l’aborto selettivo e l’infibulazione). Solidarizzaimo anche con tutte le donne che alla violenza reagiscono e che ci danno quotidianamente lezioni di coraggio.
Condividiamo l’urgenza, la necessità di reagire ad un’emergenza che colpisce tante donne. Sappiamo che il luogo dove avvengono l’80% (dati Istat) delle violenze è il contesto familiare, da parte di padri, fratelli, mariti, ex, conoscenti, amici.
La famiglia, intoccabile istituzione patriarcale difesa strenuamente dalle Istituzioni religiose, dalle destre e da tutti gli schieramenti politici è il luogo principe della violenza fisica, sessuale, psicologica che comporta sofferenza, annichilimento, umiliazione e morte; i dati Onu dimostrano che la violenza maschile è la prima causa di morte delle donne del mondo, prima del cancro e degli incidenti stradali.
Non si tratta di casi isolati o di episodi che riempiono la cronaca nera dei mezzi di informazione, ma di una drammatica quotidianità che riconosciamo come violenza contro il genere femminile e che attraversa trasversalmente le etnie, le condizioni economiche, le religioni e le culture esistenti. Per questo rifiutiamo ogni tipo di strumentalizzazione razzista, o ancora peggio, ogni tipo di vendetta squadrista (come è successo dopo il recente caso di Roma) che sappiamo derivare dalla stessa radice violenta, maschilista ed assassina.
Queste cifre, che sono da leggere per difetto date le innumerevoli violenze non denunciate, sono tanto orribili che spesso schiacciano i tentativi di reazione, di ribellione, di cambiamento.
Per questo crediamo sia importante scendere in piazza, per affermare il nostro protagonismo che sappiamo essere (ed essere stato) fondamentale per ciascuna conquista e per una battaglia culturale ed esistenziale che vinca il patriarcato e il maschilismo. Per questo non vogliamo delegare la nostra protezione e la nostra sicurezza ad alcuna legge repressiva.
Crediamo che manifestare contro la violenza significhi iniziare a pensare e a vivere meglio la nostra esistenza e provare a dare coraggio alle tante che subiscono silenziosamente e che ancora non sentono la possibilità di una solidarietà tra donne. Partendo dallo sdegno contro la violenza possiamo costruire ambiti e relazioni dove poter affermare le nostre migliori potenzialità di genere, nutrendoci del meglio della storia delle donne e mettendo in discussione la tragica normalità del patriarcato.
Come Collettivo Femminista della Statale “Cercando la Luna” vogliamo preparare la manifestazione, offrendo un momento di confronto, e condividere spazi di riflessione con le studentesse (e non) che si stanno interrogando su questi temi e che hanno voglia di conoscerci, da qui alla manifestazione e oltre.
Assemblea per preparare la manifestazione Contro la Violenza sulle Donne
Università Statale, via Festa del Perdono, 7, Milano
Per informazioni:
3403656780 o cercandolaluna@gmail.com
f.i.p: via Festa del Perdono, 7
Marco Deriu
Molti uomini hanno cominciato negli ultimi anni a prendere parola sulla questione della violenza maschile, riconoscendo l’importanza di un impegno attivo per il cambiamento, a partire dalla invenzione di nuove relazioni tra uomini e donne nella vita quotidiana.
Ma da dove muovere in questo tentativo? Credo che oggi ci sia un nodo di fondo sul quale occorre focalizzare la nostra attenzione. Questo nodo è la libertà femminile. La violenza maschile contro le donne infatti non comincia e non finisce semplicemente con l’atto di forza fisico o sessuale. Lo sfondo da cui trae origine è quello del disconoscimento della soggettività autonoma delle donne. La violenza, la svalorizzazione possono assumere storicamente via via forme diverse ma esse rimangono in primo luogo modalità maschili di controllo o di cancellazione della libertà femminile, per libertà femminile intendendo la possibilità delle donne di abitare il mondo secondo criteri e misure diversi da quelli maschili.
Come uomini quello che possiamo fare dunque è interrogarci su che cosa significhi per noi confrontarci con questa libertà guadagnata dall’altro sesso. Non c’è infatti aspetto della nostra vita o della società in cui viviamo, si può dire, che non sia oggi attraversato e scompaginato dalla novità di una presenza diversa delle donne: le relazioni d’amore, la famiglia, il lavoro, l’economia, la politica, l’arte, la ricerca – tutto questo oggi viene messo radicalmente in discussione dall’eccedenza della libertà femminile. E per quanto gli uomini cerchino di correre a ripari attraverso forme di cooptazione o di occultamento della differenza, molte donne oggi non definiscono più le loro scelte, i loro percorsi in riferimento alla norma maschile. Lla strada della competizione femminile sullo stesso terreno e con le stesse misure degli uomini non mette in discussione, anzi per certi versi contribuisce a rafforzare le forme di potere e di organizzazione maschili, nel lavoro come nella politica. Ma quando le donne scelgono di differire e di pensare altrimenti, in maniera non conformista, al contrario lascia gli uomini completamente spiazzati. Questa non coincidenza ci obbliga a mettere in discussione le certezze e le abitudini su cui si basa la nostra sicurezza e la nostra presunta indipendenza. Ci decentra.
In che misura siamo preparati a questo decentramento? In che misura sappiamo riportare questa libertà nelle nostre relazioni quotidiane? In che misura sappiamo inventare un nuovo modo di essere presenti nell’amore, nel lavoro, nella politica riconoscendo la nostra parzialità e assumendo la possibilità dell’incontro con uno sguardo e un desiderio differente un’occasione straordinaria e non una minaccia?
E questa rimessa in discussione di linguaggi, pratiche, valori, forme organizzative non apre forse anche alla possibilità di un rapporto diverso con noi stessi, e tra di noi, rimettendo in gioco sensibilità, passioni, emozioni fin’ora rimaste sorde e silenti? Non è in fondo di questa apertura che dobbiamo cominciare a raccontare?
La riflessione maschile sulle relazioni d’amore e di potere può cambiare il segno di un conflitto sanguinoso. L’esperienza del centro antiviolenza di Milano
Marisa Guarneri*
Siamo a novembre e mi sembra l’8 marzo, mi arrivano avvisi di miriadi di iniziative e di richieste di interventi e di presenza da tutta Italia e da tutti gli ambiti. Altri omicidi efferati di donne rendono questo novembre più acceso, la violenza contro le donne pare interessare tutti, il senso di insicurezza e rischio è diffuso. La convocazione a Roma della manifestazione nazionale indetta da gruppi di giovani donne sembra rispondere a questo bisogno di dire basta e di mostrare forza femminile. Ma il fatto che sia stata riservata solo alle donne rende perplessa me e con me molte altre donne di Milano e di altre città.
Nella rete dei centri antiviolenza, rete nazionale forte ed importante, c’è stata discussione e dissenso rispetto a questa scelta, ma prevale il desiderio di far riuscire la manifestazione. Io rispetto questa scelta, ma mi preoccupa il quadro entro cui matura.
Da qualche tempo gruppi di uomini hanno preso parola contro la violenza alle donne, non per spirito solidale o per fare la loro parte, ma perchè la libertà delle donne crea vantaggio e libertà anche per loro. La riflessione sulla relazione d’amore e di potere con le donne aiuta ad allargare la possibilità di azioni contro la violenza. Alla casa delle donne maltrattate di Milano telefonano e vengono sempre più uomini che chiedono informazioni e sostegno per donne a loro care: amiche, fidanzate, sorelle, madri. Vengono senza problemi e vengono ascoltati senza problemi. Il sostegno riguarda le donne in disagio, ma anche la loro rete affettiva ed amicale, figure maschili positive sono importanti per progetti di donne che escono dalla violenza.
Questa scoperta di relazioni possibili cambia il segno di un conflitto sanguinoso, di una guerra diffusa e sempre più cruenta fatta da uomini che non accettano libertà ed autonomia delle donne, che non sopportano di essere lasciati, che rivendicano dominio e controllo su donne che sempre più si allontanano.
Sento il pericolo di un nuovo recinto simbolico che tiene fuori il male ma anche il bene. La violenza è sicuramente violenza di uomini contro donne e questo dato è indiscutibile. Ma sono altri uomini che la debbono sanzionare, isolare, rendere inaccettabile, riportare alla miseria che esprime, combatterla anche solo nel desiderio o nella tentazione, nella fragilità e nella confusione. Violare, maltrattare ricostruisce certezze antiche, ma con il senso dell’oggi, nascondendosi e confondendosi dietro violenze simili o parallele, e facendo un gioco nuovo: la violenza è diagnosticata come un fatto sociale, e questa diagnosi copre la violenza sessuata che si nasconde nel privato e in famiglia.
Ogni giorno la forza femminile si incrocia con il dolore e la sofferenza e spesso nella stessa donna con un intreccio ed una lotta che altre donne riconoscono come propria e contribuiscono a sciogliere.
Presidente della Casa delle donne maltrattate di MilanoSiamo a novembre e mi sembra l’8 marzo, mi arrivano avvisi di miriadi di iniziative e di richieste di interventi e di presenza da tutta Italia e da tutti gli ambiti. Altri omicidi efferati di donne rendono questo novembre più acceso, la violenza contro le donne pare interessare tutti, il senso di insicurezza e rischio è diffuso. La convocazione a Roma della manifestazione nazionale indetta da gruppi di giovani donne sembra rispondere a questo bisogno di dire basta e di mostrare forza femminile. Ma il fatto che sia stata riservata solo alle donne rende perplessa me e con me molte altre donne di Milano e di altre città.
Nella rete dei centri antiviolenza, rete nazionale forte ed importante, c’è stata discussione e dissenso rispetto a questa scelta, ma prevale il desiderio di far riuscire la manifestazione. Io rispetto questa scelta, ma mi preoccupa il quadro entro cui matura.
Da qualche tempo gruppi di uomini hanno preso parola contro la violenza alle donne, non per spirito solidale o per fare la loro parte, ma perchè la libertà delle donne crea vantaggio e libertà anche per loro. La riflessione sulla relazione d’amore e di potere con le donne aiuta ad allargare la possibilità di azioni contro la violenza. Alla casa delle donne maltrattate di Milano telefonano e vengono sempre più uomini che chiedono informazioni e sostegno per donne a loro care: amiche, fidanzate, sorelle, madri. Vengono senza problemi e vengono ascoltati senza problemi. Il sostegno riguarda le donne in disagio, ma anche la loro rete affettiva ed amicale, figure maschili positive sono importanti per progetti di donne che escono dalla violenza.
Questa scoperta di relazioni possibili cambia il segno di un conflitto sanguinoso, di una guerra diffusa e sempre più cruenta fatta da uomini che non accettano libertà ed autonomia delle donne, che non sopportano di essere lasciati, che rivendicano dominio e controllo su donne che sempre più si allontanano.
Sento il pericolo di un nuovo recinto simbolico che tiene fuori il male ma anche il bene. La violenza è sicuramente violenza di uomini contro donne e questo dato è indiscutibile. Ma sono altri uomini che la debbono sanzionare, isolare, rendere inaccettabile, riportare alla miseria che esprime, combatterla anche solo nel desiderio o nella tentazione, nella fragilità e nella confusione. Violare, maltrattare ricostruisce certezze antiche, ma con il senso dell’oggi, nascondendosi e confondendosi dietro violenze simili o parallele, e facendo un gioco nuovo: la violenza è diagnosticata come un fatto sociale, e questa diagnosi copre la violenza sessuata che si nasconde nel privato e in famiglia.
Ogni giorno la forza femminile si incrocia con il dolore e la sofferenza e spesso nella stessa donna con un intreccio ed una lotta che altre donne riconoscono come propria e contribuiscono a sciogliere.
*Presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano
Mya Montero*
Ero una donna ostaggio. Cercavo di non irritare il mio carceriere. Gli ostaggi, se si salvano, diventano eroi. Invece una donna che ha subito per anni violenza in casa è una che ha qualcosa che non va: ti viene appiccicata addosso una lettera scarlatta. Etichettarti come vittima compiacente serve a chi ti sta di fronte a esorcizzare la paura. Un giorno però ho detto basta: quando ho avuto una speranza di salvarmi la vita e ho pensato che lui non potesse più nuocere ai miei figli. Prima, loro piccoli, non avrei potuto: una persona può sparire, più persone no, di lasciarli non se ne parlava. All’ennesima violenza – un pugno in faccia, a freddo – ho capito che non era più questione di farcela o no: era un capolinea, mi poteva ammazzare, i figli si sarebbero trovati senza madre e con il padre in galera. Ho deciso: una città a caso, un treno, i miei risparmi. Non conoscevo nessuno, ma alla stazione c’erano le donne dell’associazione che mi avrebbe sostenuto. Oggi, dopo qualche anno, mi dicono: lei è fuori dalla violenza. Sinceramente non lo so: certo ho potuto dormire una notte intera, senza la paura di girargli le spalle. I primi giorni in questa nuova città avevo il terrore: ogni macchina mi sembrava la sua, eppure quando giravo per le strade, guardavo le vetrine, godevo di una nuova libertà. Ma la sera, nella casa segreta, mi chiedevo: “A cosa stai giocando? A fare la signora che va per negozi?” e tornava il terrore. Adesso non c’è quasi più, ma vivo sempre in clandestinità e ho nuovi problemi: il lavoro, la casa. Dopo l’uscita dalla violenza, non c’è una rete di sostegno: non ci sono affitti agevolati, il lavoro manca. Vivo, io che ho una professione, di lavoretti e dei miei risparmi. E resta la ferita: quant’è profonda lo scopri dopo. Quando ci sei dentro non riesci a vederla. Non sono ancora entrata, durante la psicoterapia, nella stanza oscura. Parlo d’altro. Non ce la faccio. E non ce la faccio, io che amo scrivere, a stare su una pagina più di mezz’ora: lascio perdere, è materia rovente. Gli avevo lasciato uno spazio emotivo grande: ero diventata quasi sua madre, volevo salvarlo. Anche se non ho subìto e mi sono sempre ribellata. Dopo pochi mesi di matrimonio, sono andata alla polizia. Mi hanno detto: “Ha un figlio, torni a casa”. Ecco perché mi fa soffrire essere additata come una donna quasi connivente con la violenza: non sono di una specie diversa dalle altre, ero solo molto giovane e innamorata. E ostaggio. Per i figli. Talvolta ho paura di soccombere proprio adesso che sono fuori, di essere segnata per sempre. Eppure sono gioiosa e grata per questa vita rinata. E fiera dei miei figli: sono sani, umani, di buon carattere. A volte sogno di prenderlo a schiaffi, mi sveglio urlandogli perché… Ma è rabbia, non odio. Non sono ancora del tutto salva: ma se non cado in quei pozzi oscuri riesco a vedere, domani, persino un amore possibile. Anche se, io, della solitudine non ho paura.
*È lo pseudonimo di una donna che è riuscita a uscire di casa e a denunciare le violenze subite. Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
l’appello***
La violenza contro le donne ci riguarda, prendiamo la parola come uomini», così affermava l’appello che un anno fa ha raccolto centinaia di adesioni rilanciando una presa di parola pubblica maschile contro la violenza e dando vita a molte esperienze di scambio e confronto sia tra uomini, sia con le donne.
Oggi, contro la violenza sessuata non ci sono più soltanto le donne. E’ cresciuto nel nostro paese un impegno di uomini, singoli, gruppi e associazioni, contro la violenza sessuale e per un cambiamento culturale e sociale nei modelli maschili e nei rapporti tra i sessi. Una presa di coscienza maschile che però stenta a divenire visibile e a determinare scelte politiche e comportamenti coerenti. Troppo spesso la denuncia della violenza contro le donne da parte della politica e dei mezzi di informazione tende a occultare questa necessità e veicola messaggi e valori ostili alla libertà delle persone di progettare la propria vita oltre gli stereotipi e le rappresentazioni dei ruoli sessuali, gerarchiche e fisse.
In vista della Giornata internazionale contro la violenza alle donne del 25 novembre, torniamo a chiedere agli uomini di assumersi le responsabilità e l’impegno per un cambiamento che riguardi la nostra vita quotidiana, le nostre famiglie, gli ambienti di lavoro e di studio.
Il percorso che abbiamo fatto con altri uomini ci porta a dire che non basta essere genericamente contro la violenza: è necessario denunciarne le radici in una cultura condivisa e diffusa. Sentiamo il rischio che questa giornata si riduca a un rito pacificatore fine a se stesso, nascondendo la necessità di aprire un conflitto esplicito con luoghi comuni, pregiudizi e culture, complici della violenza o quantomeno suo retroterra naturale.
La violenza maschile contro le donne è un dato strutturale della nostra vita sociale, delle relazioni tra donne e uomini nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle nostre città; dello stesso segno è la violenza che si dirige contro tutto ciò che non rientra nel tradizionale stereotipo di maschile/femminile, come la violenza omofoba. Per sradicare queste violenze, è necessario rompere con la cultura diffusa che le produce. Alimentare l’immagine di uno «stato di eccezione» che richieda provvedimenti di emergenza è un modo per allontanare la consapevolezza di questa realtà. Le ricerche e le statistiche evidenziano che nella stragrande maggioranza dei casi gli autori delle violenze sessuali e degli omicidi sono i partner, i familiari, gli ex, o i colleghi; mass media e rappresentanti politici continuano invece a rappresentare la violenza contro le donne come opera di stranieri e sconosciuti. In questo modo si occulta il fatto che la violenza contro le donne è trasversale alle culture e attraversa profondamente la nostra stessa società e gli stessi spazi domestici e familiari. A questo proposito, denunciamo l’uso strumentale di questi episodi per fomentare campagne mediatiche e politiche a sfondo xenofobo, che sottraggono responsabilità ai maschi italiani e aggiungono violenza a violenza, anziché aiutarci a affrontare insieme i nodi di fondo della violenza maschile che attraversano le relazioni quotidiane. La violenza maschile non è un «corpo estraneo» da espellere perché riguarda la nostra stessa cultura: crediamo che la xenofobia, la negazione della differenza, il ricorso alla violenza per imporsi, la difesa virile dell’italianità e l’ergersi muscoloso «a difesa delle proprie donne» siano parte dello stesso universo culturale maschilista in cui cresce anche la violenza contro le donne. La violenza, inoltre, rimanda al rapporto tra potere, libertà e autonomia tra donne e uomini. Spesso le violenze sono la reazione a scelte autonome di determinazione, di crescita personale, di donne che si muovono con diritto da sole. Eppure le campagne contro la violenza tendono a riproporre un’immagine delle donne come soggetti deboli da porre sotto la tutela dello stato. L’autonomia delle donne è per noi non una minaccia a cui reagire con violenza, ma un’opportunità.
Come uomini abbiamo un grande guadagno possibile da un cambio di civiltà: una maggiore ricchezza e intensità nell’esperienza del nostro corpo, della nostra sessualità, del nostro desiderio, delle nostre emozioni; una nuova capacità di cura di sé, dei propri cari, dei propri figli; una qualità migliore delle relazioni, tra noi uomini e con le donne; una vita meno ossessionata dalla competizione, meno segnata dalla violenza; un mondo di donne e uomini più civile e pacifico, più capace di rispondere a una nuova domanda di senso che attraversa la vita di moltissimi uomini. Donne e uomini contro la violenza.
In occasione del 25 novembre si svolgeranno molte iniziative promosse da donne appartenenti a diverse culture politiche e a diversi livelli istituzionali. E’ stata anche indetta una manifestazione nazionale delle donne contro la violenza il 24 novembre a Roma. Il percorso collettivo che come uomini abbiamo vissuto fino a oggi ci porta a non limitarci a solidarizzare con questa mobilitazione delle donne. Molti di noi si sono attivati con iniziative contro la violenza organizzate nelle diverse città italiane. Vogliamo contribuire con la nostra autonoma riflessione e domanda di cambiamento, ma vogliamo anche intrecciare con queste iniziative un dialogo che valorizzi il lavoro comune fatto e che vada oltre la giornata del 25 novembre creando occasioni di cambiamento di sé e delle relazioni sociali tra donne e uomini.
Chiamiamo tutti gli uomini a esprimersi, assumersi con noi la responsabilità di un impegno attivo per un cambiamento culturale che, crediamo, è l’unica condizione per contrastare la violenza ma anche un’occasione di libertà per noi uomini.
*** Stefano Ciccone, Beppe Pavan, Marco Deriu, Alessandro e Gianluca Mereu, Roberto Poggi, Massimo M. Greco, Alessio Miceli, Umberto Varischio, Alberto Leiss, Claudio Vedovati, Orazio Leggiero, Jones Mannino, www.maschileplurale.it
Stefano Ciccone
Il 24 novembre si svolgerà a Roma una manifestazione nazionale contro la violenza e si terranno centinaia di incontri in tutta Italia.
La violenza maschile contro le donne diviene oggetto di una mobilitazione che ne denuncia il carattere sessuato e il nesso con un modello culturale condiviso. Senza questa capacità di vederne le radici la lotta contro la violenza rischia di farsi generica e ambigua. Così la violenza maschile contro le donne rischia di essere strumentalizzata: per alimentare campagne xenofobe, per rimuovere il nodo vero che riguarda il nesso dei rapporti tra i sessi. La volontà dell’assemblea nazionale di Roma delle donne di costruire una manifestazione di sole donne credo intenda rompere questa ipocrisia con un gesto conflittuale con la cultura e il senso comune in cui nasce la violenza .
Credo sarebbe però un arretramento assecondare l’idea che la violenza sessuale, gli abusi in famiglia siano “affare di donne” questioni di cui la Politica o la società non debbano occuparsi se non come questione di ordine pubblico. Non si tratta di una questione femminile ma al contrario dell’emergere di una “questione maschile” che chiede una presa di parola maschile.
Da alcuni anni la lotta contro la violenza sessuata non è oggetto solo di iniziativa delle donne. La prima occasione di un incontro tra uomini, a Roma, circa 20 anni fa nacque proprio dall’invito delle studenti a noi loro compagni a non aggregarci in modo conformista e superficiale al corteo dell’otto marzo ma a costruire una nostra riflessione e iniziativa.
Da allora è cresciuta una pratica maschile, ancora limitata e poco visibile, che parte dal contrasto alla violenza sessuata per una riflessione sulla costruzione sociale della mascolinità e per costruire spazi di libertà anche per gli uomini da un “destino” schiacciato sugli stereotipi della virilità e sul dominio. Un anno fa con l’appello “La violenza contro le donne ci riguarda, prendiamo la parola come uomini” questo impegno ha assunto nuova visibilità ed ha coinvolto singoli e associazioni. Oggi la rete di gruppi di riflessione e iniziativa maschile rilancia questa iniziativa riaffermando che non è possibile contrastare la violenza senza aprire un conflitto con la cultura che la genera.
Un conflitto che, crediamo, vada agito anche da uomini che riconoscono nelle forme delle relazioni tra donne e uomini dominanti e nei modelli di vita assegnati ai due sessi, la fonte di una oppressione che immiserisce anche le proprie vite.
Assumere invece la corrispondenza tra un ordine, un sistema di gerarchie e poteri e l’esperienza umana dei singoli uomini, porta ad affermare che la crisi di quell’ordine rappresenti una minaccia per ogni uomo, che il cambiamento delle relazioni tra i sessi, la crescita della libertà delle donne sia fonte di sofferenza e disagio per ogni singola vita maschile. Noi riteniamo che questa trasformazione rappresenti al contrario un’opportunità.
Scegliamo di aprire su questo un confronto ed un conflitto tra uomini, che, oltre semplici e ipocrite denunce della violenza, ascolti le domande che attraversano le nostre vite e costruisca risposte diverse da quelle della reazione revanchista e della nostalgia identitaria.
Ma le forme tradizionali di conflitto tra uomini, ci appaiono inservibili e ambigue: i figli che detronizzano i padri, la competizione tra maschi, la denuncia da parte degli uomini, civili ed evoluti delle violenze di “culture” altre di cui celiamo il volto maschile.
I gruppi maschili hanno così preferito dedicarsi a percorsi di condivisione e consapevolezza, vedendo nella presa di parola e nell’azione politica pubblica il rischio dell’inautenticità, dove il parlare del mondo diventa un modo per non parlare di sé, guardando con sospetto alla stessa gratificazione del partecipare ad una manifestazione contro la violenza degli altri uomini che può rappresentare l’occasione per la rimozione pacificata della necessità di una riflessione su se stessi. La partecipazione di uomini al corteo del 24 è però divenuta occasione di un conflitto tra donne. So che sarebbe un errore far diventare questo elemento il dato centrale che paradossalmente occulta le ragioni di questa giornata. Non potendo partecipare a questo dibattito posso solo non imporre una presenza maschile. La mia idea di politica non si riduce al partecipare a un corteo e dunque proseguirà anche dopo il 24 in dialogo con le donne. Questo dialogo deve però avvenire in reciproca autonomia e in reciproco riconoscimento. Né credo che la scelta della separatezza nel corteo del 24 possa prescindere da una riflessione sulle pratiche nei luoghi misti nei movimenti e nei partiti in cui troppo spesso si conferma la centralità degli uomini di potere e in cui difficilmente si produce una critica visibile verso forme gerarchiche di delega e di appartenenza.
La pratica che abbiamo costruito come maschileplurale e come gruppi di uomini, per quanto limitata, chiede di essere riconosciuta per la sua realtà. Affermiamo che esiste un’articolazione tra uomini non per “porci fuori” da una responsabilità collettiva e da una storia di cui siamo parte. Proprio l’attraversamento di questa storia e il rifiuto di ogni estraneità alla violenza e al potere hanno caratterizzato il nostro percorso. Chiediamo però un’interlocuzione politica non semplificata sulle rappresentanze di genere. Vogliamo marcare lo spazio e la distanza tra la storia di ogni uomo e le rappresentazioni di genere, le istituzioni e le strategie di potere maschili per rendere possibile un cambiamento e una rottura di complicità. Non ci interessa una politica che agisca un conflitto contro qualcosa di astratto ed estraneo incapace di riconoscere che da questi conflitti siamo attraversati e attraversate. Assumere la corrispondenza tra un ordine, un sistema di poteri e l’esperienza umana dei singoli uomini, porta a dire che la crisi di quell’ordine rappresenta una minaccia per ogni uomo, che il cambiamento delle relazioni tra i sessi, la crescita della libertà delle donne è fonte di sofferenza e disagio per ogni singola vita maschile. Noi riteniamo che questa trasformazione rappresenti al contrario un’opportunità.
Se il conflitto è con un Maschile a tutto tondo, i possibili posizionamenti per me uomo sono o l’ipocrita solidarietà, o la superficiale dichiarazione di estraneità o la reazione revanchista o depressa. Io sento invece che questo conflitto che le donne hanno reso visibile nella società è un conflitto che anche io posso agire, dal mio punto di vista, per la mia libertà.
Con il movimento delle donne vogliamo costruire luoghi di relazione che non si fermino alla denuncia dell’arretratezza della politica o della difesa del potere da parte maschile, ma dove la relazione e il conflitto tra donne e uomini faccia parlare le concrete vite e soggettività. Questa scelta richiede di riconoscere questa relazione come potenzialmente trasformatrice da chi la pratica.
La giornata del 24 può essere l’occasione per fare un passo avanti nella relazione politica tra donne e uomini e per produrre quel conflitto necessario che contrasti la violenza e apra nuovi spazi di libertà per tutti e tutte.
Era nata in una famiglia di scrittori e di professori a Dobrecen, una città universitaria: era sempre stata una perfezionista
Vanna Vannucci
Il destino, aveva detto. Scrivere era stato per lei un destino. La letteratura il suo pane quotidiano, leggere scrivere e insegnare le tre attività della sua vita. Dopotutto era nata in una famiglia di scrittori e di professori, in una città universitaria, Dobrecen, famosa per aver dato i natali ad autori famosi. E il destino si è compiuto anche nell’ ora della morte. Magda Szabo si è spenta a novant’ anni con un libro in mano, seduta sulla poltrona sulla quale passava i pomeriggi, nella casa di Budapest, a leggere e pensare. «Alla scrivania mi siedo solo quando ho già tutta la storia in testa», mi disse. «Solo che di tanto in tanto succede che il protagonista in mezzo al racconto cambi idea e voglia qualcos’ altro». Così anche il piano nella sua testa doveva cambiare. Una perfezionista era sempre stata, come le protagoniste dei suoi romanzi: Iza (ne La Ballata di Iza) una donna bella intelligente e generosa il cui tratto dominante è il rigore. Oppure Emerenc (ne La Porta), la donna di servizio alta e ossuta con una capacità di lavoro sovrumana e una dedizione totale agli altri ma allo stesso tempo un acuto senso d’ indipendenza. «L’ eccesso di rigore tradisce in fondo una freddezza del cuore di cui solo tardi ci rendiamo conto». Dobrecen era la città che l’ aveva plasmata, una città dell’ Ungheria orientale diversa dalle altre città ungheresi, una sorta di Vaticano del calvinismo come e più che Ginevra. Lì era nata nel 1917, ancora in un’ Ungheria feudale, poi spezzettata dal Trattato del Trianon, a cui erano seguiti il fascismo e quarant’ anni di comunismo. Infine l’ ingresso nell’ Unione europea. «Potersi esprimere in libertà è una grande conquista, anche se è costata all’ Ungheria uno sconvolgimento economico che ha reso difficile la vita a tanti». A Dobrecen, a soli 15 anni, aveva scoperto il suo talento letterario mentre ancora studiava «in un rigoroso collegio calvinista per ragazze». Aveva studiato tedesco e inglese, poi all’ università aveva preso una laurea in latino e ungherese. Di tutti gli scrittori ungheresi la sua riconoscenza andava soprattutto a Kazynsky Ferenc: «dobbiamo a lui se la nostra lingua è risuscitata dalla morte». I sommovimenti storici avevano fatto sì che in Ungheria non esistesse una lingua letteraria, «capace di dar voce alle sofferenze della nazione». «Gli intellettuali parlavano latino, l’ aristocrazia inglese, i borghesi tedesco, le dame dell’ alta società francese o tedesco. Solo i contadini parlavano ancora ungherese, la lingua dei magiari che nel IX secolo si erano installati tra il Don, il Danubio e il mar Nero». Perché scrive? le chiesi. Non era, ammetto una domanda originale. Lei rispose con un’ altra domanda: perché cantano gli uccelli?
“La violenza contro le donne ci riguarda, prendiamo la parola come uomini”, così affermava l’appello che un anno fa ha raccolto centinaia di adesioni rilanciando una presa di parola pubblica maschile contro la violenza e dando vita a molte esperienze di scambio e confronto sia tra uomini, sia con le donne.
Oggi, contro la violenza sessuata non ci sono più soltanto le donne. E’ cresciuto nel nostro paese un impegno di uomini, singoli, gruppi e associazioni, contro la violenza sessuale e per un cambiamento culturale e sociale nei modelli maschili e nei rapporti tra i sessi. Una presa di coscienza maschile che però stenta a divenire visibile e a determinare scelte politiche e comportamenti coerenti. Troppo spesso la denuncia della violenza contro le donne da parte della politica e dei mezzi di informazione tende ad occultare questa necessità e veicola messaggi e valori ostili alla libertà delle persone di progettare la propria vita oltre gli stereotipi e le rappresentazioni dei ruoli sessuali, gerarchiche e fisse.
In vista della Giornata internazionale contro la violenza alle donne del 25 novembre, torniamo a chiedere agli uomini di assumersi le responsabilità e l’impegno per un cambiamento che riguardi la nostra vita quotidiana, le nostre famiglie, gli ambienti di lavoro e di studio. Il percorso che abbiamo fatto con altri uomini ci porta a dire che non basta essere genericamente contro la violenza: è necessario denunciarne le radici in una cultura condivisa e diffusa. Sentiamo il rischio che questa giornata si riduca a un rito pacificatore fine a se stesso, nascondendo la necessità di aprire un conflitto esplicito con luoghi comuni, pregiudizi e culture, complici della violenza o quantomeno suo retroterra naturale.
La violenza maschile contro le donne è un dato strutturale della nostra vita sociale, delle relazioni tra donne e uomini nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle nostre città; dello stesso segno è la violenza che si dirige contro tutto ciò che non rientra nel tradizionale stereotipo di maschile/femminile, come la violenza omofoba. Per sradicare queste violenze, è necessario rompere con la cultura diffusa che le produce. Alimentare l’immagine di uno “stato di eccezione” che richieda provvedimenti di emergenza è un modo per allontanare la consapevolezza di questa realtà. Le ricerche e le statistiche evidenziano che nella stragrande maggioranza dei casi gli autori delle violenze sessuali e degli omicidi sono i partner, i familiari, gli ex, o i colleghi; mass media e rappresentanti politici continuano invece a rappresentare la violenza contro le donne come opera di stranieri e sconosciuti. In questo modo si occulta il fatto che la violenza contro le donne è trasversale alle culture e attraversa profondamente la nostra stessa società e gli stessi spazi domestici e familiari. A questo proposito, denunciamo l’uso strumentale di questi episodi per fomentare campagne mediatiche e politiche a sfondo xenofobo, che sottraggono responsabilità ai maschi italiani e aggiungono violenza a violenza, anziché aiutarci ad affrontare insieme i nodi di fondo della violenza maschile che attraversano le relazioni quotidiane. La violenza maschile non è un “corpo estraneo” da espellere perché riguarda la nostra stessa cultura: crediamo che la xenofobia, la negazione della differenza, il ricorso alla violenza per imporsi, la difesa virile dell’italianità e l’ergersi muscoloso “a difesa delle proprie donne” siano parte dello stesso universo culturale maschilista in cui cresce anche la violenza contro le donne.
La violenza, inoltre, rimanda al rapporto tra potere, libertà e autonomia tra donne e uomini. Spesso le violenze sono la reazione a scelte autonome di determinazione, di crescita personale, di donne che si muovono con diritto da sole. Eppure le campagne contro la violenza tendono a riproporre un’immagine delle donne come soggetti deboli da porre sotto la tutela dello Stato.
L’autonomia delle donne è per noi non una minaccia a cui reagire con violenza, ma un’opportunità. Come uomini abbiamo un grande guadagno possibile da un cambio di civiltà: una maggiore ricchezza e intensità nell’esperienza del nostro corpo, della nostra sessualità, del nostro desiderio, delle nostre emozioni; una nuova capacità di cura di sé, dei propri cari, dei propri figli; una qualità migliore delle relazioni, tra noi uomini e con le donne; una vita meno ossessionata dalla competizione, meno segnata dalla violenza; un mondo di donne e uomini più civile e pacifico, più capace di rispondere a una nuova domanda di senso che attraversa la vita di moltissimi uomini.
Donne e uomini contro la violenza.
In occasione del 25 novembre si svolgeranno molte iniziative promosse da donne appartenenti a diverse culture politiche e a diversi livelli istituzionali. E’ stata anche indetta una manifestazione nazionale delle donne contro la violenza il 24 novembre a Roma.
Il percorso collettivo che come uomini abbiamo vissuto fino ad oggi ci porta a non limitarci a solidarizzare con questa mobilitazione delle donne. Molti di noi si sono attivati con iniziative contro la violenza organizzate nelle diverse città italiane. Vogliamo contribuire con la nostra autonoma riflessione e domanda di cambiamento, ma vogliamo anche intrecciare con queste iniziative un dialogo che valorizzi il lavoro comune fatto e che vada oltre la giornata del 25 novembre creando occasioni di cambiamento di sé e delle relazioni sociali tra donne e uomini.
Chiamiamo tutti gli uomini a esprimersi, assumersi con noi la responsabilità di un impegno attivo per un cambiamento culturale che, crediamo, è l’unica condizione per contrastare la violenza ma anche un’occasione di libertà per noi uomini.
www.maschileplurale.it
I firmatari di questo documento, che fanno parte di una Rete di uomini che si sono riconosciuti nell’appello”uomini contro la violenza” diffuso l’anno scorso, hanno redatto questo testo per contribuire alla discussione pubblica in vista della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre. Altri contributi, richieste di contatti e possono essere indirizzati a maschileplurale@libero.it
– Stefano Ciccone – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Beppe Pavan – Uomini in Cammino – Pinerolo (TO)
– Marco Deriu – Ass. Naz. MaschilePlurale – Parma
– Alessandro e Gianluca Mereu – Associazione AMANITESE – Cagliari
– Roberto Poggi – Il Cerchio degli uomini – Torino
– Massimo M. Greco – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Alessio Miceli – Associazione Officina – Milano
– Umberto Varischio – Ass. Naz. MaschilePlurale – Milano
– Alberto Leiss – Ass. DeA – www.donnealtri.it
– Claudio Vedovati – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Orazio Leggiero – Ass. Naz. MaschilePlurale – Monopoli (BA)
– Gianguido Palumbo – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Jones Mannino – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Claudio Tognonato – Ass. Naz. MaschilePlurale – Roma
– Gabriele Galbiati – Milano
– Gianni Piffari – gruppo maschileplurale di Bologna
– Sandro Bellassai – gruppo maschileplurale di Bologna
– Marco Cazzaniga – “Identità e Differenza” – Spinea (VE)
– Domenico Matarozzo – Il Cerchio degli uomini – Torino
– Renato Alfieri – Associazione Officina – Milano
– Maurizio Giannangeli – Associazione Officina – Milano
– Stefano Sarfati Nahmad – Milano
Luisa Muraro
Forse c’è qualcosa di altro da dire sull’uccisione di Hina Saleem e sulla condanna del padre e dei cognati di lei, che Manuela Cartosio (il manifesto 14/11) non dice. È sbagliato, secondo me, prendere quel terribile fatto come espressione del patriarcato. Io ci vedrei piuttosto l’espressione estrema di un disordine della civiltà oggi, cui concorrono diversi fattori che bisogna tentare di districare. Uno riguarda indubbiamente la cultura patriarcale, che affida alla condotta pubblica delle donne l’onore degli uomini della famiglia, padri, fratelli, mariti. Le donne che si comportano male, secondo certi codici, disonorano gli uomini e questi hanno il diritto d’intervenire per salvare il loro onore. Come funzioni veramente la cosa là, dove una civiltà patriarcale esiste o esisteva, noi non lo sappiamo e il comportamento di quei tre uomini non ce lo insegna, perché ci mostra solo la loro feroce pretesa di far rivivere quei codici e la grottesca parodia di quella civiltà. Questo ci riconduce ad una delle cause di sofferenza dei migranti, la perdita del contesto che li aiutava a comportarsi civilmente, e la loro dignità minacciata da ogni parte. Quanto a lei, Hina, bisogna dire che il suo grande amore della libertà l’ha spinta ad assumere i comportamenti dominanti delle persone della sua età, non aveva altro modello, ma noi sappiamo che quei comportamenti rispecchiano uno stile adolescenziale in una società piuttosto carente di modelli educativi. In proposito alcuni hanno parlato di una vera e propria frana pedagogica. Diciamo che i giovanissimi crescono in un regime di laissez faire al quale le famiglie e la scuola pongono faticosamente dei ripari, con risultati più o meno buoni. Questo che ho detto sulla vittima e sui suoi uccisori, non giustifica nessuno e non spiega il fondo della cosa, ma bisogna averlo presente perché non capiti che usiamo i fatti ai nostri scopi. L’aspetto più patetico di questa storia è l’entusiasmo di Hina nel voler diventare una ragazza occidentale, da una parte, e dall’altra, la fiducia con cui ha continuato a frequentare la sua famiglia di cui sfidava le regole: è stata tradita da una parte come dall’altra.
Vita Cosentino, Cristina Mecenero, Daniela Ughetta, Manuela Vigorita
Regia
Daniela Ughetta, Manuela Vigorita
Durata
1h 13′
Quattro storie di maestre, quattro classi, quattro realtà scolastiche riprese tra il 2005 e il 2007 in Italia. Nelle scuole primarie il sapere passa attraverso le relazioni in cui quello che davvero viene messo in gioco non è solo un sapere specialistico ma la propria umanità.
Chiara è giovane, figlia di insegnanti, di Bologna. “Entrare con le telecamere in classe è un’invasione”, così, all’inizio del film, racconta il particolare tipo di rapporto che si viene a creare tra bambini e bambine e le maestre. Una realtà invisibile, che nessuno sa bene cos’è, dove quello che le sta a cuore è che i bimbi e le bimbe si sentano a proprio agio, trascorrano cinque anni felici, sviluppando le proprie passioni.
Alice sta per andare in pensione, è originaria di Telaviv, insegna in una delle scuole storiche di Milano. La sua “famiglia” l’ha costruita negli anni attraverso le relazioni con gli alunni, gli ex alunni e i loro genitori. “E’ un gioco serio” dice, “un gioco in cui si gioca a volersi bene”, un gioco che riesce a tessere legami affettivi e di reciproco sostegno e rispetto e che insegna a vivere.
Bardo e Adriana insegnano in una scuola della provincia di Roma, a Campoleone. E’ una scuola fondata negli anni ottanta attorno alla quale si è venuta a costruire l’identità sociale di tutta la campagna circostante. I bimbi della loro classe hanno sette anni, e apprendono la storia a partire da sé, dalle proprie esperienze personali, le mamme vengono a raccontare come erano da piccoli, e prima ancora nella pancia, un ex insegnante gli racconta la storia del boschetto della scuola i cui alberi sono stati piantati dai primi alunni.
Cristina insegna in una quinta. E’ l’anno in cui sia le maestre che i bambini sperimentano l’esperienza del distacco. Cristina li accompagna verso le scuole medie chiedendogli di raccontare il bagaglio che si portano dietro, un bagaglio di ricordi, crescite, emozioni, “amore” che non si scorda… “Non è l’eccezionalità, ci dice, le maestre sono comunemente brave, e sono le maestre che salvano la scuola, la scuola elementare”
Intenti artistici:
Una dichiarazione dalla regia
“L’amore che non scordo” è un racconto appassionato, coinvolgente, che permette di avvicinarsi a una realtà poco conosciuta e spesso invisibile: quella della scuola elementare in Italia.
Quello che si intende mettere in risalto è quanto il sapere che le maestre trasmettono passa attraverso un coinvolgimento emotivo e personale da cui è impossibile prescindere quando ci si relaziona con bambini e bambine così piccoli. Spesso questo è proprio l’invisibile della scuola primaria, quello che non si vede, la ricchezza che non si sa e non si trova nei programmi didattici o nelle aspettative della comunità.
Girato con tre telecamere, rimanendo a contatto diretto con gli alunni e con gli insegnanti di ogni classe per più di una settimana, seguendo il corso di normali giornate scolastiche, il film racconta le difficoltà e la bellezza di un continuo scambio umano così particolare e vivo nella quotidianità.
Si tratta di quattro storie narrate, spesso nel rispetto di tempi reali, con un’alternanza di passaggi veloci, di ritmo e situazioni incalzanti e sorprendenti, e momenti poetici, sottolineati da splendide immagini e musica, che creano la dimensione del ricordo.
Le quattro storie hanno ognuna un carattere e un ritmo proprio, così come nelle quattro realtà documentate si sono trovate caratteristiche e situazioni differenti per il tipo di insegnamento, per l’età dei bambini e delle maestre e per l’unicità delle relazioni umane che si stabiliscono nei diversi contesti tra i protagonisti.
Le uniche voci, fuori delle classi, sono quelle delle maestre che raccontano la propria storia, il proprio vissuto, il proprio “amore”.
Sentenza di primo grado a Brescia Delitto d’onore premeditato: massimo della pena per il padre-padrone della ragazza pakistana uccisa perchè troppo occidentale. La madre si schiera con il marito. 30 anni anche ai cognati di Hina
Manuela Cartosio
Solo mezzora di camera di consiglio, poi la sentenza che ha accolto, salvo un particolare, le richieste del pm Paolo Guidi. Scontate le condanne – 30 anni, il massimo con il rito abbreviato – l’udienza conclusiva del processo di primo grado per l’uccisione di Hina Saleem è stata segnata dalla reazione della madre della giovane pakistana, sgozzata l’11 agosto 2006 a Sarezzo dai maschi del clan familiare, punita perché aveva scelto di vivere all’occidentale.
Bushra Begum ha scelto il marito, si schierata con la legge del padre assassino, con la tradizione. Si è disperata, ha dato in escandescende in hurdu e in uno stentato italiano, si è buttata sul pavimento. In preda a un crisi di nervi è stata portata in ambulanza all’ospedale di Brescia. «Me l’ammazzano», avrebbe gridato Bushra Begum, preoccupata che il marito, Mohammed Saleem, possa essere aggredito in carcere dai due generi coimputati, Zahid e Khalid Mahmoud. Cosa già successa, e infatti la sentenza dispone che i due cognati e il padre di Hina debbano stare in celle separate. L’udienza a porte chiuse e l’hurdu impediscono di stabilire cosa effettivamente abbia detto Bushra Begum. Ma nella sua disperazione è mancata una parola per Hina. Questo la fissa nel ruolo della madre che subisce e si fa tramite del patriarcato, dell’onore da salvaguardare anche a costo dello strazio di una figlia. Dire che questa non è una novità non consola. Suggerire, come fa Souad Sbai, presidente dell’Associazione donne marocchine in Italia, d’affidare Bushra Begum a una psicologa che «le insegni a dire no al marito e a poter piangere per la figlia che ha perso» tradisce un ottimismo illuminista. Lo stesso di chi, subito dopo il delitto di Sarezzo, pensava bastasse convocare una bella assemblea alla Cgil per insegnare ai pakistani bresciani il rispetto dei diritti delle donne.
La gup di Brescia Silvia Milesi ha condannato il padre e i cognati di Hina a 30 anni di carcere per omicidio volontario, con le aggravanti della premeditazione, del vincolo familiare e dei motivi futili e abbietti. Mohammed Tariq, zio materno di Hina, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi per «soppressione» di cadavere, reato più grave dell’occultamento di cadavere, ipotizzato dal pm che per lui aveva chiesto 2 anni. I tabulati del cellulare provano che Tariq arrivò nella casa di Sarezzo quando Hina era stata già uccisa. Collaborò a seppellire il cadavere nel giardino, la testa in direzione della Mecca. Una tomba scoperta due giorni dopo dalla polizia, indirizzata lì dal fosco presentimento del fidanzanto di Hina, Giuseppe Tempini, l’unico costituitosi parte civile al processo.
Una sentenza «equa e giusta», commenta il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini, «per uomini che in fondo sono loro stessi vittime, ma vittime da condannare». Alla base del delitto, «un intreccio di onore, di cultura, di impostazione religiosa». L’avvocatessa di parte civile preferisce parlare di «vendetta» (Hina aveva accusato il padre di molestie sessuali, poi aveva ritrattato) mascherata da delitto «d’onore» (il che, a suo dire, spiegherebbe i pessimi rapporti in carcere tra il padre e i cognati di Hina).
La ministra per le pari opportunità Barbara Pollastrini apprezza la «serietà» della magistratura e ringrazia «le associazioni delle donne italiane e non» che «hanno tenuto accesi i riflettori su una delle pagine più nere del libro dei diritti calpestati delle donne». Seppur a fin di bene, quella della ministra è una mezza bugia. Le donne italiane, salvo singole eccezioni, non si sono mobilitate per il processo di Brescia. Perchè abbiamo «regalato» Hina a Daniela Santanché, novella portavoce di un partito che si vanta d’avere «la bava alla bocca»? La domanda chiama in cause tutte e, uscendo dalla cronaca, abbozzo una rispota. Per la donne che hanno decretato la fine (in Occidente) del patriarcato Hina è una palla al piede che ci riconsegna al ruolo di vittime. A quelle che – giustamente – riconducono ogni violenza contro le donne al sessimo sfugge la peculiarità culturale del caso di Hina (la paura di dare addosso agli immigrati fa il resto). Abbiamo molto da riflettere anche su di noi e la manifestazione del 24 novembre a Roma può essere un’opportunità.
Un’intervista con la studiosa e avvocato statunitense protagonista dell’esperienza di «Freelancers Union», un’organizzazione dei lavoratori «indipendenti» di New York. L’incontro e l’elaborazione di strategie di mutuo soccorso per resistere al «corporate business» nella Grande Mela
Anna Curcio
Ci sono figure del lavoro che rivelano la portata delle trasformazioni produttive avvenute nel sistema capitalistico; e ci sono esperienze organizzative che stanno sfidando le forme tradizionali della rappresentanza. Il variegato universo del «lavoro autonomo di seconda generazione» – a cui Sergio Bologna ha dedicato una nuova raccolta di scritti, Ceti medi senza futuro?, al centro del seminario «Quale futuro per i lavoratori della conoscenza?» che si terrà domani all’Università La Sapienza di Roma – è appunto tra questi. O almeno è questa la scommessa di Freelancers Union, organizzazione no-profit di New York che si è sviluppata all’interno della costellazione del lavoro «indipendente» statunitense (oltre il 30% della forza lavoro), offrendo a figure disperse nei mille rivoli della metropoli risorse organizzative e strumenti rivendicativi. La union si batte quindi per garantire le protezioni sociali a un «ceto medio» precarizzato e impoverito. Allo stesso tempo, fornisce strumenti di comunicazione e connessione, nonché svolge un ruolo di intermediazione con lo stato e le imprese. La Freelancer Union è dunque espressione dell’irreversibile crisi della rappresentanza. Tema che viene spesso affrontato quando viene svolge una critica agli orientamenti del labor movement e della sinistra americana. Il problema, dunque, è interrogare l’esperienza di chi tenta di andare oltre quella crisi, proponendo forme di autotuela e organizzazione che con la rappresentanza tradizionale hanno poco a che fare per analizzarne la ricchezza e le potenzialità, ma anche per segnalarne i limiti. Ne abbiamo discusso con Sara Horowitz, saggista e avvocata del lavoro, direttrice della union dei freelancers newyorchesi.
Nei decenni passati abbiamo assistito a grandi trasformazioni produttive, processi di individualizzazione e frammentazione della forza lavoro, mentre le organizzazioni tradizionali del labor movement sono in crisi. Può spiegarci come, in tale contesto, nasce l’esperienza di «Freelancers Union?»
Il modello di business che si è affermato negli Stati Uniti scarica la maggior parte degli oneri sui lavoratori. L’obiettivo che ci siamo prefissi è lo sviluppo di tutele per i lavoratori indipendenti e garantire la loro sicurezza economica.
Per dirla in altri termini, state sperimentando una forma organizzativa capace di innovare, o forse superare il sistema della rappresentanza. Quali sono gli strumenti d cui vi siete dotati?
Il primo passo da fare è la presa di coscienza che i lavoratori indipendenti sono una forza lavoro che hanno diritti negati. È un passaggio necessario, visto che la sinistra tradizionale americana continua a proporre un ritorno al sistema fordista per affrontare le sempre più pesanti condizioni di vita e lavoro degli «indipendenti» o di quella forza-lavoro che spesso in Europa chiamate precaria. Il passaggio successivo sta nel promuovere forme organizzative adeguate a figure lavorative con caratteristiche molto diverse da quelle che hanno invece costituito le organizzazioni sindacali tradizionali.
Sono cresciuta in una famiglia di sindacalisti e ho appreso dai miei genitori la difficoltà e l’importanza di «fare sindacato negli Stati Uniti». Oggi, tuttavia, le forme classiche dell’organizzazione sindacale sono superate. Nel vecchio modello produttivo gli uomini e le donne lavoravano in una spazio fisico – la fabbrica o l’ufficio – ben preciso. Il sindacato non doveva fare altro che andare lì e provare a organizzare i lavoratori. Adesso a New York molti lavoratori non vivono questa condizione. La nuova forza lavoro è atomizzata, individualizzata e frammentata. Abbiamo così cominciato a parlare tra di noi perché è meglio ritrovarsi insieme che stare ciascuno per conto proprio. Abbiamo così scoperto che ciò che accadeva a ognuno di noi non era un problema individuale ma rispecchiava una condizione generale. Freelancers Union è quindi da considerare un’associazione di mutuo soccorso, di cooperazione….
In che senso….
L’obiettivo è individuare gli strumenti per raggiungere una condizione di sicurezza e stabilità per i lavoratori. Dopo la fase iniziale in cui abbiamo creato lo strumento per incontrarci e discutere, ci stiamo concentrando sull’allargamento della membership e sui nuovi strumenti di democrazia, orientandoci alla costruzione di uno spazio economico di cooperazione. Dico questo perché ci siamo accorti che senza uno spazio economico comune la base politica sarebbe risultata fregile.
Vuoi dire che Freelancers Union oltre che organizzare i lavoratori è anche una piccola attività economica che fornisce dei servizi ai lavoratori?
Non proprio. Noi abbiamo lavorato allo sviluppo di un forte network informale che si avvalga della dimensione virale della comunicazione. Questo è stato possibile attraverso il web e i blog. Inoltre a New York – dove si trova la maggior parte dei nostri membri – abbiamo iniziato una campagna di promozione nella metropolitana che, agendo sui flussi di attraversamento della metropoli, ci ha permesso di raggiungere ogni giorno migliaia di viaggiatori. È però ovvio che se un lavoratore chiede un servizio noi lo forniamo.
Ha descritto alcuni dei punti di discontinuità rispetto al modello organizzativo del labor movement. Ma come si pone «Freelancers Union» rispetto agli strumenti di mobilitazione classici come lo sciopero, utilizzati anche dagli autori dei programmi televisivi?
I lavoratori indipendenti lavorano in differenti company e l’idea di uno sciopero in una sola azienda in cui lavori per sei ore un giorno a settimana non è una delle nostre principali strategie. Ma la questione non è stabilire come un apriori se lo sciopero in quanto strumento di lotta vada bene o meno. Lo sciopero va bene se è efficace, perché lo sciopero è infatti uno strumento, non l’obiettivo di una lotta. È a partire dalla nostra membership che dobbiamo costruire strumenti di lotta e rivendicazioni.
Chi compone la «membership» di Freelancers Union?
Abbiamo cinquantaseimila iscritti nella città di New York e la fascia di redditi più ampia è quella tra i 25 e i 40.000 dollari all’anno. Lavoriamo in settori produttivi tra loro eterogenei: dall’arte ai media, alla finanza, le tecnologie, il no-profit, la salute ed il lavoro domestico. L’ambito del lavoro creativo è quello più consistente. Benché la composizione sia eterogenea, ciascuno ricava benefici dall’essere parte del gruppo perché c’è l’opportunità di condividere e mettere in comunicazione le esperienze, le informazioni su questa o quell’impresa, su come evolve il mercato del lavoro in un settore. Tra gli iscritti c’è un numero uguale di donne e di uomini, mentre quella della race non è una problema rilevante nella nostra organizzazione. A chi si iscrive alla Freelancers Union non chiediamo il colore della pelle.
Su quale terreno si concentrano le rivendicazioni della union?
Con regolarità emerge il tema della proprietà intellettuale. Il rispetto del diritto d’autore o i limiti delle attuali leggi sono spesso argomento che discutiamo, ma il problema più scottante è senza dubbio quello della disoccupazione. Il nostro obiettivo è individuare un processo di tutele e garanzie per i freelancers. Bisogna aggiornare le protezioni sociali degli anni ’30: se in passato erano legate al lavoro, oggi le cose sono cambiate, non possiamo delegare la risposta allo Stato. Il governo dovrebbe soltanto aiutare a costruire organizzazioni come la nostra.
Negli Stati Uniti ci si focalizza soprattutto sul ruolo dello Stato come garante o meno dei servizi sociali, mentre credo che si dovrebbe puntare a strategie che contrastino anche il modello del business corporation. Guardiamo, ad esempio, con molto interesse all’esperienza delle cooperative di lavoro e di consumo italiane.
Crede cioè che il sistema delle cooperative sia la soluzione? In Italia le cooperative sono state indicate come un espediente per per rendere meno tutelato il lavoro….
Sono stata in estate in Emilia Romagna e ho apprezzato come vengono affrontati alcuni dei problemi che hanno i lavoratori indipendenti negli Stati Uniti. Mi riferisco al pagamento delle tasse, ai contributi pensionistici. È un modello di gestione del «capitale» a cui guardiamo con interesse perché qui da noi esiste solo venture capital o charity capital. Per me, la coalizione tra diverse figure lavorative è indispensabile per per rafforzare le diverse figure lavorative della coalizione in relazione ai continui mutamenti del sistema economico.
Negli Stati Uniti c’è un ampio dibattito sul concetto di «creative class» proposto dallo studioso Richard Florida. In Italia abbiamo invece assistito al rischio di scivolamento del lavoro creativo verso un agire di lobby…
L’aspetto più rilevante nelle tesi di Florida è laddove scrive del ruolo economico del lavoro creativo, un aspetto tradizionalmente sottovalutato dal labour movement. Negli Usa, gli artisti non sono considerati granché, mentre il discorso di Florida permette di far comprendere ai policymakers quanto questi siano un gruppo economico importante. A noi, tuttavia, non interessa separare la forza lavoro in differenti gruppi. Semmai il nodo da sciogliere è come usare la creatività per costruire un’organizzazione dei lavoratori indipendenti o precari. Può sembrare paradossale, ma è importante sottolineare il fatto che la forza lavoro in generale ha cominciato ad avere sempre più cose in comune con gli artisti, alemno nelle forme e nelle condizioni del lavoro: non avere l’assistenza sanitaria, avere dei redditi intermittenti e che non consentono di programmare la tua vita; non poter godere di nessuna delle protezioni create dal governo negli anni ’30. Questo per noi è l’argomento potente del discorso sulla creative class.
Performance d’ artista Opera collettiva Quando Sophie Call riceve un’ e-mail d’ addio che termina con quella frase, sceglie di elaborare il suo lutto d’ amore coinvolgendo altre 107 donne Ne sono nati un libro euna mostra Ciascuna analizza la lettera in base alla sua professione: la campionessa di tiro a segno ne fa un bersaglio da colpire Quando l’ artista francese Sophie Calle riceve una e-mail d’ addio che termina con la frase ‘abbi cura di te’, sceglie di elaborare il suo lutto sentimentale coinvolgendo altre 107 donne Ne sono nati un libro e una mostra
Concita de Gregorio
La lettera è una qualunque lettera d’ addio, se si può dire qualunque di un congedo. Breve, una paginetta. Accendi il computer un giorno e lei è lì. Sta tutta intera davanti a te nel primo foglio dello schermo. Premi il cursore per scendere, ne cerchi ancora ma non serve: è finita. Lui è garbato, formalmente ineccepibile, apparentemente addolorato. è colto, inoltre. Un uomo che sa usare le pause e gli a capo. Sa toccare le corde dell’ altrui colpa sfiorandole appena, sa attribuirne un poco a sé come un difetto congenito, piccolo male non imputabile. Uno scrittore, forse. Di certo uno che lavora con le parole. Il repertorio è classico, si direbbe un’ antologia. «Avrei preferito parlarti a voce, infine ti scrivo». «Ho creduto che avrei potuto darti il bene» «che il tuo amore fosse benefico per me». «Non ti ho mai mentito e non comincerò a farlo oggi». «Mi dicesti che quando avremmo cessato di amarci non avremmo più potuto vederci: una regola che mi pare dolorosa e ingiusta. Tuttavia: non potrò diventare per te un amico». Alcune specifiche di questa storia, poi l’ inevitabile «ti ho amata nel mio modo e continuerò a farlo, non cesserò di portarti con me». La chiusura, infine. «Avrei preferito che le cose andassero diversamente». Le ultime quattro parole. «Abbi cura di te». Take care of yourself, prenez soin de vous, cuidate mucho. è qui, è sull’ incongruenza emotiva di una frase che ha le sembianze di una premura – non si può respingere un invito così, eppure non si può accettare se allegato al dolore dell’ addio – che Sophie Calle costruisce la sua opera d’ arte. Il suo libro ha la copertina rosa, lucida come una carta di caramella. Se fosse tradotto in italiano (non lo è, per qualche misteriosa ragione non è tradotto nella nostra lingua nessuno dei suoi libri, nel resto del mondo oggetti di culto) s’ intitolerebbe Abbi cura di te. Seduce fuori e tormenta dentro. Fa ridere e fa piangere, ammala e guarisce. Non si può lasciare senza averlo attraversato fino in fondo. Ci sono tutte le domande, tutte le risposte: c’ è soprattutto un’ ironia formidabile, una malinconica saggia ironia venata di amarezza, la medicina di ogni male. Calle è un’ artista tra le più amate del nostro tempo. Un’ icona della modernità, una Louise Bourgeois del nuovo secolo. Il Centre Pompidou le ha dedicato per i suoi cinquant’ anni una retrospettiva. La Francia le ha affidato il padiglione di quest’ ultima Biennale di Venezia: lei lo ha dedicato a raccontare come finisce un amore. Ha proiettato i video di molte delle 107 donne che leggono la mail di addio del suo amante: celebri e sconosciute, Jeanne Moreau e una studentessa di scuola media, Luciana Littizzetto e una cartomante, Victoria Abril e una stella dell’ Opera. Un avvocato, una psicanalista, Laurie Anderson, una scrittrice di parole crociate, una campionessa di tiro con la carabina, una esegeta di talmud, Maria de Medeiros, la figlia «segreta» di Mitterand, una giocatrice di scacchi. A ciascuna ha chiesto cosa significa abbi cura di te, come si fa ad averne, come si affronta e come si supera il vuoto spaventoso dell’ assenza? Ciascuna ha risposto nel suo modo: con un referto, con una canzone, con un gioco. La mostra, a Venezia – Take care of yourself – è stata visitata da migliaia di persone, è ancora lì fino a fine novembre. Il tam tam sotterraneo (dei visitatori, delle visitatrici) ne ha fatto una meta di pellegrinaggio. Di seguito è venuto il libro, ormai introvabile. Più di quello del 1981, L’ Hotel: Calle si fece assumere a Venezia come cameriera in un albergo, fotografò le stanze appena lasciate dai clienti, i letti sfatti i loro oggetti abbandonati. Più di The adress book, 1983: trovò un’ agenda per strada, chiamò tutti i numeri chiedendo a chi rispondeva di parlarle del proprietario, pubblicò tutti i giorni su Liberatiòn i resoconti delle interviste infine un volume col ritratto collettivo di un uomo mai visto. Più ancora di Double game scritto a quattro mani con Paul Auster: lui si ispira a lei per il personaggio di Maria nel romanzo Leviathan, lei si immedesima in Maria e ne veste i panni. Torniamo all’ amore, però. Alla lettera. Al libro e al cammino che si attraversa per prendersi cura di sé. In principio la ragione: che il testo passi all’ esame dell’ intelletto, i freddi strumenti del raziocinio. La e-mail è tradotta in codice morse, in linguaggio esadecimale, in braille, in stenografico e in codice a barre. In trascrizione fonetica, in sms. Poi l’ analisi del testo come fosse un canto della Divina Commedia. Aspetto tipografico, paratesto, genere, enunciato, vocabolario, analisi logica e grammaticale. Lunghezza (con istogrammi in blu) delle ventidue frasi. Evidenza delle forme verbali: quanti gerundi, quanti imperativi, quanti condizionali. Frequenza del soggetto: io il triplo di tu. Riferimenti letterari. I Fratelli Karamazov, Resurrezione, La Repubblica di Platone. Per «abbi cura di te» senz’ altro Emma di Jane Austen. Ora che è stata sezionata come un corpo sul tavolo dell’ anatomo patologo rivediamola da viva, questa lettera. Passi pure l’ esame degli altri: le altre donne. Nelle mani di una cartoonist diventa una striscia comica, la giornalista di agenzia ne fa un lancio, il giudice una sentenza. La sessuologa risponde con una ricetta su carta intestata dell’ ospedale: «No, non posso prescriverle antidepressivi. Lei è solo triste. Un evento doloroso fa male ma la soluzione non può essere chimica». La psicanalista si sofferma sulla «brutalità della vacuità della frase omicida finale»: un «banale take care al posto di un addio. Come dire abbi cura di te stessa perché non sarò io a farlo». L’ avvocato suggerisce due anni di carcere e trentasettemila euro di ammenda per il soggetto, colpevole di truffa e contraffazione. Florence Aubenas (giornalista lungamente sequestrata in Iraq) le scrive che la sua lettera non sarà pubblicata: troppo personale. La criminologa analizza il soggetto mittente: «Un uomo intelligente, colto, di buon livello socioculturale, elegante, seducente, orgoglioso narcisista ed egoista». «Psicologicamente pericoloso o/e grande scrittore». L’ esegeta di talmud affronta sul testo una disputa rabbinica. Ne ragionano una filosofa, un’ antropologa, un’ esperta di diritti delle donne all’ Onu, una docente di fisica. Marie Dasplechine, scrittrice, ne fa una novella per bambini. La maestra elementare in bella calligrafia la propone come compito agli alunni con cinque consegne: «Dai un titolo a questo racconto, chi è il protagonista? qual è il problema? In che modo il protagonista lo risolve? Trova un altro finale alla storia». Ambra, nove anni e mezzo, lo svolge: «Sembra che lui l’ ami. Se l’ ama non capisco perché la lascia. è una storia triste». La paroliera la trasforma nel testo di una canzone, la compositrice classica in un brano per pianoforte. L’ esperta di bon ton la boccia categoricamente e propone un nuovo testo: sette righe scritte con penna stilografica su carta velina, impeccabili per assenza di vanità. La cartomante fa i tarocchi: l’ eremita, il matto, l’ imperatrice, la luna, l’ impiccato. Un’ agente dei servizi segreti la critta usando la parola chiave «rottura». La redattrice di parole crociate ne fa un fenomenale cruciverba: memorabili le definizioni di «benefico», «irrimediabile», «amante». Per centinaia di pagine si avvicendano l’ esperta di letteratura comparata e la sociologa (ne fa un saggio: «L’ esacerbarsi dell’ amore eterosessuale in Occidente»), la storica e la giocatrice di scacchi («Il re nero perde: analisi della partita»). La latinista traduce: «Ego quidem voluissem res alio vertere. Cura ut valeas». Dunque in latino la frase omicida si dice così: cura ut valeas. L’ architetto di interni ne fa mille copie da distribuire agli ospiti in visita, le impila in un contenitore, la contabile la trasforma in un bilancio economico del dare e dell’ avere in amore. La maestra di ikebana due composizioni floreali, la madre una lettera alla figlia: «Amore mio, si lascia e si è lasciati, è questo il nome del gioco. Sono sicura che anche questo sarà per te fonte d’ ispirazione artistica. Mi sbaglio?». Già arrivati fin qui, a due terzi del libro, va meglio. Si è molto riso, si è molto ascoltato il rumore del mondo. Ecco dunque il momento di sedersi a godere lo spettacolo. Dei quattro cd rom allegati (la seduta dal consulente familiare, la conversazione con la speaker della radio, il film realizzato dalla regista Letitia Masson) l’ ultimo contiene le immagini di chi ha risposto con la voce e coi gesti. Una clown. Una stella della danza all’ Opera di Parigi. Jeanne Moreau che legge nella penombra di una stanza, commenta con voce roca, si ferma, riprende, si emoziona. La tiratrice di carabina che del foglio con la mail fa un bersaglio, prende la mira e spara. Luciana Littizzetto che la legge nella cucina di casa sua, a Torino, mentre affetta una cipolla: sarcasmo e lacrime. Victoria Abril ancora nel letto di Legami che dalle lenzuola sfatte rimprovera Sophie: «Gli hai dato troppe condizioni, gli hai detto che dopo la fine dell’ amore non avresti voluto vederlo più, gli hai chiesto di non essere l’ altra, la quarta delle sue donne. Ma, Sophie, in amore non si dettano regole. Hai sbagliato». Un’ attrice giapponese con la maschera di gesso, una ballerina indiana che danza, una cantante di tango. Un pupo di cartapesta (femmina), una rapper. Un’ interprete di fado portoghese, una soprano lirica, una cantautrice berlinese. Alla fine resta Brenda, maestoso pappagallo bianco con cresta dorata (femmina): col becco fa a pezzi la lettera, la assaggia, ne mangia un po’ , non gli piace, la butta. Chiude l’ autrice: una frase in caratteri minuscoli, ultima pagina. «Questo è tutto riguardo alla lettera. Non riguardo all’ uomo che l’ ha scritta…». Il libro, naturalmente, è dedicato a lui.
Come ripensare il concetto e la pratica della trasformazione nel pieno della “rivoluzione passiva” del capitalismo globale. Con lo sguardo rivolto non a Lenin ma a Gramsci. Un seminario internazionale organizzato dalla rete “Transform”
Ida Dominijanni
“La globalizzazione è la possente rivoluzione passiva del capitale della nostra epoca, capace di inglobare elementi di socialità, di mondo simbolico e di valori. A questa trasformazione non è sufficiente opporsi solo sul terreno del controllo dello Stato e della gestione del potere. Il riformismo si propone come una forma temperata di questo processo. La riforma della rivoluzione aspira a trascendere questo orizzonte”. Concisa ma chiara “piattaforma” del convegno su “la riforma della rivoluzione” che si chiude oggi a Roma, organizzato da Transform, una rete europea di gruppi di movimento, associazioni culturali, riviste, intellettuali, prossima a (ma non coincidente con) la Sinistra europea. Il punto è rimettere a fuoco “cosa è per il nostro tempo la questione della trasformazione”, passando però obbligatoriamente attraverso la riformulazione del concetto e della pratica di quella parola, “rivoluzione”, tanto cruciale per la sinistra di ogni tempo e paese quanto carica della zavorra di esperienze fallimentari. E non inganni la coincidenza delle date del convegno con il novantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre: se indietro guarda Transform, non è a Lenin ma semmai a Gramsci. Non solo perché, genericamente, si tratta oggi di pensare la forma della rivoluzione nel capitalismo globale come Gramsci pensò ai suoi tempi la forma della rivoluzione in Occidente. Ma anche, specificamente, perché di Gramsci può tornare oggi attuale la contrapposizione della “riforma morale e intellettuale” alla “rivoluzione passiva” di cui il capitalismo si avvale per rinverdire continuamente i propri consensi.
Questa almeno è l’ipotesi, in apertura del convegno, di Giuseppe Prestipino, che di Gramsci enfatizza “la concezione ‘revisionista’ della rivoluzione”, ovvero il passaggio da una visione della trsformazione incentrata sulla presa del potere (pur da Gramsci non disdegnata) a un’altra incentrata sulla lotta per l’egemonia: “tras-formare il mondo è meglio che ri-voltarlo, mettendolo sottosopra per lasciarlo, nella sostanza, qual era prima”, sintetizza Prestipino. Che legge la globalizzazione nella chiave di una rivoluzione passiva particolarmente efficace, in quanto fa leva su una spoliticizzazione delle masse aiutata e supportata dai grandi apparati massmediatici, il che rende la “riforma intellettuale e morale” più che mai prioritaria. Non solo. Tornare a Gramsci è cruciale, secondo Prestipino, anche per affrontare la questione del rapporto fra “il conflitto originario” capitale-lavoro e i conflitti che oggi si danno attorno all’ambiente, al sesso, all’identità culturale: l’antitesi gramsciana fra dominio e subalternità è in grado di comprenderli tutti (da cui la fortuna odierna di Gramsci nei cultural e post-colonial studies), sì da “congiungere”, e non semplicemente sommare o giustapporre, diverse soggettività nel progetto comunista.
Il che però non si dà nella pratica, com’è noto dalla cronaca che non smette di mostrarci le contraddizioni, più che i congiungimenti, fra soggetti e soggettività differenti. Ne offre una prova del resto la sezione del convegno dedicata all’analisi del lavoro, anzi del rapporto fra lavoro e vita. Qui la fenomologia di partenza è la stessa, ma la sua interpretazione diverge considerevolmente non appena entra all’opera un’ottica sessuata. Per Mimmo Porcaro, l’intreccio sempre più compenetrato di lavoro e vita nel capitalismo di oggi va tutto e solo a detrimento della vita: il lavoro la invade e tende a “formalizzare” tutto ciò che in essa alla formalizzazione resiste; in particolare, “quando la vita ‘entra’ nel lavoro, non sono le capacità relazionali a trasformare positivamente il lavoro, ma è quest’ultimo a imporre le sue logiche alle prime”. A tutt’altre conclusione arriva però Lia Cigarini, a partire dall’analisi del lavoro femminile. “Il parziale superamento della divisione tra sfera produttiva e sfera riproduttiva non ha annullato lo specifico legame che le donne hanno con la vita e il lavoro di cura”, sottolinea Cigarini, e questo legame, e relative capacità relazionali, le donne lo portano nel lavoro, modificandolo. Di più, le donne non si consegnano in toto alla misura dei soldi e della competizione, e questo può fare barriera contro l’alienazione. Non più segmento marginale ma ormai protagoniste centrali nel mondo del lavoro (ma Antonella Picchio dà a sua volta una lettura diversa e meno ottimista del mercato del lavoro femminile), le donne obbligano a ripensare l’organizzazione del lavoro per tutti, e la pratica femminista del partire da sé può funzionare da precedente per la necessità oggi pressante di incoraggiare la narrazione dell’esperienza di lavoro, passaggio ineludibile – ma complicato, secondo Marco Berlinguer, dalla difficoltà di mettere in contatto narrazioni diverse – per una nuova stagione di conflitto.
La cui immaginazione continua a dover fare i conti con l’osso duro della crisi delle forme politiche moderne, la rappresentanza in particolare, e con l’impermeabilità delle sedi politiche tradizionali al portato dei movimenti e delle culture di movimento: Hilary Wainwright chiude oggi il convegno ragionando di questo. Potere, autonomia, conoscenza, network sono le parole chiave elaborate, o rideclinate, dai movimenti nell’arco lungo di tempo che va dagli anni Sessanta del Novecento a oggi. Scollare il potere dal dominio e abbandonare la tradizionale visione di un’azione politica che cala dall’alto della leadership su una società oggettivata e passiva a favore di una pratica della trasformazione in cui il soggetto del cambiamento mette in gioco e cambia se stesso nel cambiare la realtà, resta “il” punto su cui la “riforma della rivoluzione” deve misurarsi. Pena il capovolgersi della rivoluzione nel suo contrario, di cui la storia ci fornisce troppi esempi.
Una ragazza dopo essere salita sull’autobus sbagliato ed essere scesa al capolinea di Baggio, è stata stuprata in pieno giorno in un cascinale abbandonato. E’ l’ennesima violenza contro le donne ma in questo caso la vittima ha scelto di reagire e di fare il possibile per fare arrestare lo stupratore.
Sappiamo che le violenze contro le donne sono molto diffuse e possono essere anche differenti tra loro. Il maggior numero di violenze avviene all’interno della famiglia da parte di mariti, parenti o da parte di ex e amici. Anche per questo ci leviamo contro chi addita gli immigrati come un pericolo ed ha come unico fine lo scatenare e diffondere il razzismo nella società.
Pensiamo che la violenza sia trasversale, e venga esercitata da uomini indigeni o di differenti provenienze e riguarda tutte le donne; incluso le donne immigrate.
Siamo un gruppo di donne che vivono nel quartiere e che vogliono reagire alla violenza partendo dal coraggio di molte donne incluso quello della ragazza che ha scelto di far arrestare lo stupratore. Pensiamo che per fermare la violenza sia necessario costruire, insieme a tutte le donne che lo vogliono, un quartiere ed una città più sicura e questo possa passare attraverso l’accoglienza, la solidarietà e l’autodifesa.
Pensiamo che sia importante iniziare a discuterne assieme per iniziare a rompere l’isolamento con il quale gli episodi di violenza vengono vissuti, avendo il coraggio di non chiudersi e di reagire assieme.
E’ per questo che ci vogliamo trovare nei prossimi giorni e costruire un momento di dialogo nel quartiere insieme a tutte le donne.
ci siamo date un 2° appuntamento
martedì 13 Novembre ore 20.30
presso la Biblioteca Baggio- via Pistoia 10
alcune donne del quartiere e di sr- La comune di Baggio
Per informazioni: 348/9167682 bastaviolenzecontroledonne@hotmail.it
COMUNICATO STAMPA
Se ricominciano le bonifica, nuovi blocchi
Se i lavoratori dell’aziende incaricate della bonifica torneranno al Dal Molin, noi torneremo a presidiare gli ingressi dell’aeroporto e a impedir loro l’ingresso.
I primi tre giorni di blocco sono stati molto positivi; la bonifica è stata sospesa e i lavoratori sono stati richiamati dall’azienda che ora dichiara di non voler continuare il lavoro in quando non vi sono le condizioni necessarie. Noi non siamo contrari alla bonifica in sé, bensì alla nuova base militare che si vuole realizzare e per la quale è in corso la bonifica.
Abbiamo scritto una lettera aperta al titolare dell’ABC di Firenze, azienda che stava svolgendo le bonifiche, per spiegare le nostre ragioni e motivare le nostre iniziative. Ci auguriamo che il titolare dell’azienda specializzata voglia confermare la propria determinazione a non proseguire nei lavori di bonifica per non rendersi complice della costruzione di un’opera devastante imposta alla comunità locale.
Alleghiamo di seguito il testo della lettera.
Presidio Permanente, Vicenza, 9 novembre 2007
Alla c.a. sig.
MELA GIANFRANCO
Abc S.a.s
Piazza Donatello 4
50132
Firenze
Egregio Signor Mela,
siamo le donne e gli uomini del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza.
Come sa, in questi giorni abbiamo presidiato gli ingressi dell’aeroporto Dal Molin per impedire ai lavoratori della Sua azienda di accedere e proseguire nel lavoro di bonifica iniziato lo scorso 17 ottobre. Con queste righe vogliamo spiegarle le ragioni della nostra iniziativa.
Naturalmente noi non abbiamo nulla in contrario allo svolgimento di una bonifica bellica; purtroppo, come lei sottolinea nella Sua intervista a Il Sole 24 Ore, il mondo è pieno di ordigni, tra cui le mine antiuomo, che quotidianamente mietono decine di vittime.
La bonifica in corso all’interno dell’aeroporto della nostra città , però, ha uno scopo ben preciso: quello di permettere l’edificazione di una nuova installazione militare statunitense per ospitare la 173° Brigata Aerotrasportata. Da più di un anno ci battiamo per impedire la realizzazione di questo progetto che farebbe di Vicenza un avamposto di guerra e che sarebbe devastante dal punto di vista ambientale ed urbanistico.
Non vogliamo che la nostra città diventi il punto di partenza delle future guerre che porteranno morte e distruzione nel mondo, così come non vogliamo che l’equilibrio idrogeologico del nostro territorio venga compromesso irrimediabilmente. Lei certamente sa che, sotto l’aeroporto Dal Molin, c’è la più grande falda acquifera del nord Italia e che l’area è l’ultimo grande polmone verde della città; d’altra parte, è sicuramente a conoscenza del fatto che la nuova base sarebbe edificata ad appena 1.500 m in linea d’aria dal centro cittadino di Vicenza, patrimonio Unesco, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Non avremmo mai pensato di interrompere una bonifica bellica se ciò fosse stato il preludio per un utilizzo a soli scopi civili del territorio; ma la bonifica che la Sua azienda sta svolgendo è funzionale alla realizzazione del progetto statunitense di militarizzazione della nostra città.
Noi continueremo a batterci perché la nuova base Usa non venga realizzata; abbiamo apprezzato le Sue parole su Il Sole 24 Ore e ci auguriamo che Lei voglia confermare la determinazione a non proseguire i lavori per non rendersi complice della realizzazione di un’opera che è stata imposta alla comunità locale.
D’altra parte, pur portando grande rispetto per coloro che lavorano, vogliamo ribadirle la nostra intenzione di continuare a mettere in campo iniziative di blocco e boicottaggio dei lavori di bonifica, fino a quando questi saranno utili alla realizzazione di un’installazione militare. Continueremo, inoltre, a sensibilizzare le tante realtà che, in tutta Italia, ci sostengono e che in questi giorni hanno organizzato iniziative di solidarietà e appoggio.
Vicenza, 9 novembre 2007
Cordiali saluti,
Il Presidio Permanente No Dal Molin
Per informazioni e comunicazioni: comunicazione@nodalmolin.it