Stanchezza e indignazione, sentimenti contrastanti ma saldati assieme di fronte all’attacco alla legge sulla regolamentazione dell’aborto. Stanchezza e indignazione di fronte alla necessità di ricominciare a lottare per quanto ritenevamo acquisito con una legge equilibrata, scritta sul filo della prevenzione, della tutela della salute della donna, del rifiuto degli aborti clandestini, e confermata da un referendum di grande mobilitazione e risultato.
Stanchezza e indignazione di fronte alla manipolazione di uno strumento come la moratoria, che propone una incredibile assimilazione con la straordinaria conquista – tutta di matrice italiana, innegabile successo della diplomazia e della politica estera del nostro Paese – del rifiuto della morte come possibile, massima, sanzione comminata da uno Stato.
[…]
Barbara Mapelli
Dopo la solitudine. Pedagogia narrativa tra donne e uomini
Mimesis Edizioni, Milano 2007, € 14
(…) Specchi in metallo, mascherato specchio
di mogano che sfuma nella bruma
del suo rosso crepuscolo quel volto
che guarda il volto che lo sta guardando, (…)
Jorge Luis Borges
Il testo affronta, attraverso la lettura della figura del Doppio con riferimento alla sua storia antica e mitica, il complesso divenire degli uomini e delle donne che insieme costruiscono relazioni amorose, amicali, sororali. Barbara Mapelli, sa tessere attraverso i racconti dei grandi della letteratura, e delle interpretazioni che ne dà la psicoanalisi, trame assai suggestive che, con pudore, disvelano il dolore e il sacrificio del Doppio: l’immagine del soggetto che si duplica e si rispecchia in se stesso, fuggendo le relazioni reali, come modalità soprattutto maschile.
L’autrice, all’interno di una vasta ricerca letteraria, fa dialogare con scioltezza molti personaggi: da Sofocle a Shakespeare, dalla Woolf a Maria Zambrano, da Paul Ricoeur a Remo Bodei, da Etty Hillesum a Carla Lonzi, per citarne alcuni.
Un ricco saggio, che quasi si tramuta in romanzo per le suggestioni e per le “visioni” attraverso le quali Mapelli conduce le lettrici ed i lettori dentro le stanze dei quattro capitoli: “Il doppio e la negazione dell’amore”; “L’uomo duplicato, il desiderio, la morte e la follia”; “Storie di coppie, sorelle e fratelli, allievi e maestri, mogli e mariti”; “Verso un altro mondo”. Quello che emerge è un quadro composito, denso, emotivamente coinvolgente e ad alta valenza pedagogica per tutti i giovani e le giovani, gli uomini e le donne, impegnati nelle relazioni, nella complessità della vita e, quindi, interessati a ciò che conta davvero. Certo è importante quali occhiali si indossano, perché tutte le luci emanate dalle molteplici sfaccettature che le relazioni possiedono possano riverberarsi, pena l’avanzare ingigantito del Doppio dolente. E Barbara Mapelli ci mette in guardia per rintracciare, dentro di noi, le gesta distruttive del proprio sé e dell’altro, in quell’anelito testardo che cerca, nel ritorno alla propria madre, l’idillio dentro il quale vivere e compiacersi. Ora il Doppio, il desiderio di riflettersi in specchi che rimandano solo rassicurazioni, ingigantendo sempre più narcisisticamente il proprio io, costringe l’uomo ad autoconfinarsi in territori certo sicuri, ma pieni solo di aridità e tristezze. La conoscenza di sé, che solo in rapporto agli altri può disvelarsi, non può avere luogo se all’altro interlocutore è negato il proprio riconoscimento. L’altro, che altera la mia alterità e con il quale devo pur fare i conti, rimane altrimenti su uno sfondo infecondo, arido e piatto. Gli uomini che si circondano di donne, con le quali relazionarsi per rispecchiarsi solo entro i confini delle loro sicurezze, stanno ancora cercando quel rapporto esclusivo materno, un Doppio che rimanda quella che loro considerano la “giusta luce”, una identificazione ed un amore che non si discosta da quell’idillio primigenio. Il rapporto con le donne che “costringono” con la loro alterità a riflettere un’ immagine dell’uomo che non corrisponde a quell’ideale dell’io, nel quale lo stesso si riconosce, mette profondamente in crisi il soggetto, che così rifugge la relazione rifugiandosi in una solitudine emotiva che lo abita, generando insoddisfazione e dolore. E proprio rispetto al Doppio, il femminile ed il maschile ancora si differenziano per quella incapacità che gli uomini hanno di convivere con la mancanza, quella capacità generativa, per ora privilegio femminile. Ma con la conoscenza ed il sapere possiamo, forse, distaccarci da quel “sogno d’amore”, dalle nostre Grandi Madri e pensare nuovi mondi. Si tratta dell’avanzare di “nuove Antigoni” che ancora con coraggio contrastano Creonte per generare insieme agli uomini. Mondi nuovi, oltre le Solitudini, almeno per pronunciare con l’Autrice la frase messa in esergo alla sua introduzione: Todo futuro es fabuloso. Favoloso!
Maria Piacente
Il 19 dicembre sulla prima pagina del Foglio Giuliano Ferrara scriveva a favore di una moratoria internazionale sull’aborto, all’indomani di quella uscita abbiamo preparato un appello che si rivolge a tutte le donne e gli uomini che hanno una sensibilità democratica, per affermare che non accettiamo più di essere oggetto delle battaglie mediatiche che vogliono strumentalizzare le libere decisioni delle donne per fini politici e interessi di parte e che la Legge 194 del 1978, seppure frutto di una mediazione difficile, non deve essere messa in discussione.
Ad oggi abbiamo ricevuto oltre 190 firme e stiamo ancora raccogliendo adesioni all’indirizzo andremonia@genie.it
Le promotrici
Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon
Dead women walking
Il patriarcato da bar è il modo più semplice che ha il simbolico patriarcale e maschilista di fare presa e di riprodursi all’interno del discorso comune, della chiacchiera riportata e non ragionata, dello stereotipo senza argomentazione e logicità. Tutto questo si ritrova nell’ultima idea di Giuliano Ferrara, quella di prendere adesioni per una moratoria sull’aborto. Ma nell’intento di aprire nuovamente questo discorso stantio c’è anche la malafede di coloro che fanno di ogni discorso un’arma politica contro l’avversario per cui, con il PD debole sulla bioetica e di fronte ad una bella figura internazionale del governo ottenuta con il voto all’ONU sulla moratoria per la pena di morte, Ferrara e altri hanno deciso di strumentalizzare l’aborto per aumentare i malumori nel governo e sperare in un cedimento sui nodi scoperti.
Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da discorsi opportunistici e di bottega. Ci appelliamo a Giuliano Ferrara perché rivolga la sua crociata altrove: mai pensato di diventare animalista? La questione della libera scelta della maternità non deve più essere argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico.
Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime decisioni di vita e di coscienza. Già lo Stato italiano si è arrogato diritti di decisione per parte delle donne, ponendo limiti alla libera maternità attraverso le limitazioni imposte dalla 194 e con il diritto all’obiezione di coscienza, e decidendo per noi su quando e come avere dei figli o non averne. Si è raggiunto il paradosso della Legge 40 del 2004 con la quale lo Stato ha preso chiara posizione su come bisogna che noi donne abbassiamo la testa alle decisioni degli altri, a decisioni ideologiche e di principio, perché non possiamo scegliere liberamente di avere dei figli neanche in caso di problemi di sterilità.
ll femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un “diritto universale” a favore di ipotetici nascituri può permettersi di andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e che spetta a ogni donna. Il dibattito dovrebbe essere posto sul versante dell’etica della responsabilità che deve coinvolgere le donne e gli uomini in ogni parte del mondo, per una decisione matura rispetto alla nascita di un figlio che è un progetto di vita, un impegno fondamentale perché questo nuovo nato abbia possibilità di una vita felice e sviluppare tutte le sue potenzialità. E non funziona neppure l’argomentazione che vuole le donne vittime di una selezione delle nascite in paesi considerati meno civili di quelli europei, questa tragica piaga infatti non si vince con un’ipotetica imposizione statale alla nascita ma con il miglioramento delle situazioni economiche delle donne e con i diritti politici effettivi dati alle donne. Solo così e con una cultura dell’autodeterminazione le donne di questi paesi saranno libere di scegliere quanti figli avere, e solo se non saranno costrette a mandare le loro bambine a prostituirsi o a venderle come spose bambine, allora la nascita delle loro figlie sarà una gioia e non un dolore mortale.
Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a queste strumentalizzazioni. Dobbiamo pubblicamente rifiutare il ruolo di “dead women walking” che vogliono appiopparci, perché in questo gioco mediatico siamo noi le sottoposte a pena di morte simbolica.
In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre più messo in pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito, del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la nostra responsabile autodeterminazione.
Ci chiediamo infine come mai lo pseudo-neo-tomista Giuliano Ferrara non abbia invocato gli universalissimi principi della vita e della difesa degli innocenti quando volenterosamente il suo governo appoggiava – quella sì – la silenziosissima strage di innocenti in Afghanistan e Iraq. C’è da chiedersi infatti come mai il realismo politico di certi maschi rimanga tale per quanto riguarda la guerra – ultima e preziosissima ratio della politica di cui solo loro colgono l’essenza – e si trasformi in un melenso idealismo che difende i feti quando si tratta del corpo femminile. Ferrara – e molti uomini con lui – è realista e cinico quando si tratta delle bombe in Iraq, diventa idealista e mistico quando si tratta del corpo delle donne.
Che dire infatti di quei bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco lanciate sull’Iraq dagli aerei americani: innocenti forse non lo erano più per il fatto di essere venuti al mondo dalla parte sbagliata? Perché ci fu il silenzio, allora, su quella vera e propria strage di innocenti – vivi e coscienti – avallata dall’occidente? Quello è sì uno dei tanti crimini contro l’umanità passati sotto silenzio per il quale le madri gemono e continueranno, inascoltate, a gemere.
22 dicembre 2007
Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon
Per aderire inviare una email all’indirizzo andremonia@genie.it
da il manifesto
Siamo partiamo in quattro, sabato, per la manifestazione di Vicenza. E’ venerdì. Questa volta non ci sono treni e pullman organizzati dal Prc. Quelli dei Cobas e di Sinistra critica partiranno all’alba di sabato. Età e stanchezza (siamo reduci da Genova dove Trenitalia ci ha trattate/i da bestie) hanno la meglio e paghiamo i nostri 100 e passa euro per viaggiare su un eurostar. La sera subito al presidio No Dal Molin, dove conosciamo queste splendide persone – tante, tante donne! – che da un anno difendono strenuamente il loro territorio dall’invasione Usa e dal servilismo governativo italiano. Tanta gente, di tutte le età, anche se a un primo sguardo sembra manchino i quarantenni.
Quando ci sentono parlare capiscono che non siamo di casa e ci ringraziano per essere li con loro, dicendoci e ripetendo «siamo stati lasciati soli, ormai ci siete solo voi e i centri sociali che ci danno una mano, i partiti ci hanno abbandonati». L’impatto è commovente: la dignità di queste persone è la cosa più bella che vediamo dai tempi della preparazione di Genova 2001. Vicenza è stata presa in giro. Questa è la sensazione che ci raccontano tutte/i. Ci diranno anche della freddezza con cui metà della sala della Cosa rossa li ha accolti a Roma quando sono venuti a ricordare, a questi sinistri partiti, gli impegni presi un anno fa. E non basterà certo qualche deputato in fondo al corteo a riscattare l’assenza di oggi. Con i No dal Molin nel cuore torniamo a Roma, dove si governa alla faccia della democrazia. Buon lavoro a tutte/i quelle/i rimasti al presidio. Noi non vi dimenticheremo.
Tania La Tella, Enrica Paccoi, Teresa Gennari, Luca Nencini
Roma
da il manifesto
Olol Jackson, del Presidio No Dal Molin, è raggiante. «E’ andata benissimo», dice anche se ha appena finito una faticosa trattativa con Trenitalia che aveva bloccato i manifestanti in stazione. «L’ennesima dimostrazione – dice Jackson – di come sia incredibilmente difficile ormai muoversi per andare a manifestare». Al presidio permanente è cominciata la festa del dopo manifestazione. Jackson è tra le anime del movimento contro il Dal Molin. Consigliere comunale a Vicenza per i verdi si è autosospeso, ormai un anno fa, proprio sulla questione della costruzione della nuova base Usa. Lui che è per metà americano. Suo padre un veterano della guerra del Vietnam. «Purtroppo – spiega – gli effetti della guerra li ho vissuti sulla mia pelle, nella mia famiglia».
Un’altra giornata importante per il movimento contro il Dal Molin. Un’altra tappa nella battaglia contro la nuova base.
E’ stata una giornata straordinaria. Nonostante il boicottaggio totale dell’informazione nazionale e nonostante le difficoltà per raggiungere e come abbiamo visto anche per lasciare la città, la risposta della gente è stata incredibile. Ottantamila persone. Un successo straordinario, un dato che deve far riflettere e che dimostra che questa lotta è sentita non solo qui a Vicenza ma ovunque. Abbiamo sconfitto il silenzio che ha circondato questa manifestazione. Il silenzio come strategia, nella speranza di scoraggiare la gente a partecipare. Ma per fortuna non ha funzionato.
A riflettere dovrà essere chi c’era ma forse soprattutto chi non c’era…
Questa è stata una grande giornata. Una mobilitazione incredibile. Migliaia e migliaia di persone che hanno voluto sfilare in questa città. Tantissimi i vicentini. Alla faccia di chi diceva che la città era assente e che non è coinvolta in questa battaglia. Ottantamila persone, invece, sono scese in piazza senza l’organizzazione dei partiti e delle organizzazioni, arrivati da tutta Italia. Per quanti, e in queste settimane sono stati tanti, dicevano che il movimento no Dal Molin ormai era finito, ecco la risposta. Non poteva essere migliore.
La città è stata molto presente.
C’è stato qualcosa di straordinario. Siamo di fronte a un grande dato di movimento e francamente credo di poter dire di non aver sentito il peso dell’assenza di quanti non hanno voluto essere al fianco del movimento. Della gente. Un’assenza che conferma la distanza sempre più ampia che c’è tra la società civile, i movimenti e le istituzioni. Del resto lo si era già visto in precedenza. Credo che questa manifestazione abbia sancito ulteriormente quanto già era stato sancito a Genova il 17 novembre scorso e quindi a Roma nella manifestazione autorganizzata delle donne.
E adesso?
Per essere sincero credo che ci prenderemo dieci minuti di respiro. Ma davvero solo dieci. Perché adesso di tratterà di verificare come ripartire. Questa manifestazione ha segnato un nuovo punto di partenza. Una nuova tappa nella lotta contro la costruzione della base americana ma anche un nuovo inizio. Discuteremo insieme come sempre abbiamo fatto di come ripartire. La determinazione della città c’è. Quella del movimento più in generale anche.
[…]
Romanzo d’esordio di Eliana Bouchard, «Louise. Canzone senza pause» è dedicato a una ugonotta francese, morta nel 1620, e dotata di una commovente tempra morale. Il libro, da poco uscito per Bollati Boringhieri, verrà presentato oggi a Roma, alla facoltà di teologia
Massimo Raffaeli
Da tempo un’opera prima non si segnalava per una così nitida compiutezza e per l’originalità delle soluzioni linguistico-stilistiche; da altrettanto tempo non si leggeva un romanzo in italiano dove la specificazione di «storico» fosse davvero pari alle premesse e alla sua ambizione. Lo firma Eliana Bouchard, Louise. Canzone senza pause (Bollati Boringhieri, pp. 230, euro 16.00) che già nel sottotitolo allude alla scansione da poemetto in prosa, il quale tuttavia non presenta le ellissi che ci si aspetterebbero in una conduzione tutta lirica, in soggettiva, dell’argomento, bensì denota un pieno possesso della propria materia dove chi dice «io» trattiene sulla pagina, pari a un delicatissimo filtro, tanto i residui emotivi quanto le terribili ustioni inferte a una biografia femminile, che ebbe il privilegio di accedere alla grande storia nel momento in cui quest’ultima la coinvolgeva nella sua intimità per trascenderla e infine annientarla.
Sulla mirabile corrispondenza di Louise de Coligny, poco meno di duecento lettere, e sulla ammirata testimonianza degli uomini suoi contemporanei, Eliana Bouchard reinventa la voce di una donna il cui lascito, prima che nel rilievo delle azioni individuali, consiste nella tempra morale, nella divisa etica che sa riconoscere il male, che non smette mai di nominarlo per opporvisi, spesso mutamente, a volte levando invece alta la parola. Senza scampo né requie, la Canzone di Louise si consuma al margine, per lo più in penombra, sgorga dal patema ininterrotto di una donna comunque assoggettata al potere, infine manifesta i segni elettivi della dignità e della pietas: le amare vibrazioni (un sentore dolce di sangue, piuttosto che di amaro fiele) che talora ne segnano la voce possono far pensare a certi versi di Agrippa d’Aubigné, fiero ugonotto, il poeta di Le Tragiques, martire della più terribile guerra di religione che abbia insanguinato la cristianità. Di quel lungo conflitto Louise patisce i duri antefatti, i quali aggettano dal fondale del romanzo ma non lo ingombrano, anzi vi si manifestano per via indiretta solo nelle private intermittenze della protagonista: quando muore, nel 1620, la Guerra di Trent’anni è appena scoppiata, ma Louise ha già alle spalle il massacro di Vassy, i torbidi maneggi del Guisa, il dispotismo di Caterina dei Medici, la notte di san Bartolomeo col relativo assassinio di suo padre Ammiraglio di Coligny e, fra gli altri, del suo primo marito Charles de Théligny. Dopo il suo secondo matrimonio con Guglielmo I d’Orange detto il Taciturno, appena pochi mesi di tregua e quasi di insperata felicità precedono la perdita del secondo marito per mano di un fanatico cattolico; restano a Louise de Coligny un lungo esilio e una trafila errabonda, con lo spegnersi degli affetti e l’esproprio del patrimonio, cioè la pura cadenza del dolore e dell’umiliazione che, d’ora in avanti, ne ritma la vita quotidiana.
Almeno virtualmente, Louise inizia a scrivere la sua canzone dalla fine, percependo con nettezza la spoliazione ma cogliendo, nello stesso tempo, il tesoro della sua povertà. Che consiste nel recuperare entro di sé la traccia primordiale dell’essere al mondo, la condizione di precarietà e vulnerabilità che ipoteca gli esseri umani in basso come in alto, in modi magari differenti ma convergenti. La pietas di cui Louise sembra così naturalmente prodiga, la sua vocazione alla cura e al soccorso del prossimo, procedono entrambe da una persuasione che risuona nel profondo del suo credo religioso senza alcun bisogno di parole espresse né, tanto meno, declamate: per gli uomini, il peccato è la condizione di normalità, rappresenta l’annuncio e insieme l’enigma della loro costitutiva mortalità; costoro peccano proprio in quanto sono deboli, per etimologia, e dunque sopraffatti vicendevolmente da una fisicità opaca e pesante, in essa da sempre accecati. (Louise non può certo immaginarlo ma qualcosa del genere avrebbe sottoscritto tanto tempo dopo Simone Weil sfidando, temeraria, un altro secolo di massacri).
Tale è il pensum che trascina con sé fino a morirne, nel cono d’ombra della vecchiaia ormai simile a una convalescenza conclusiva, lei che era stata eletta al privilegio sociale e tuttavia reclusa dentro la condizione di femmina e di orfana, due volte vedova, deprivata di ogni cosa e persino della prole. Le rimane solamente il beneficio del linguaggio, la chiarezza esemplare di scrittura che le presta Eliana Bouchard, in una prosa di andatura classica la cui naturalezza musicale è capace di assorbire e metabolizzare una natura che Jules Michelet, nella Storia di Francia, definì senz’altro «ammirevole, dove la perfezione della virtù brillava nella tragica aureola dei martiri». Ma colei che oggi ne scrive il romanzo rigetta a priori la retorica di Michelet, perché le basta scrutare Louise nei gesti quotidiani di donna alla prese con la storia e la vita, chiusa nel groviglio di emozioni/sentimenti/pensieri cui solo il tempo, col suo passo micidiale, sa retrospettivamente dare un senso e un destino.
E il congedo di Louise, nell’ultima pagina del romanzo, appare struggente come sa esserlo un estremo e gratuito atto di pietà, un credito dovuto alla sola convinzione che gli esseri umani comunque sopravvivono, perpetuando ignari il paradosso di ogni esistenza: «Nel calmo delirio del male mi sembra di scorgere, sul confine del prato, un pastore ansimante che corre verso un agnello affamato e malconcio, nascosto fra i rovi. L’uomo, raggiunta la bestiola, si inginocchia e con le dita robuste districa dai rovi la lana arricciata. L’agnello si calma e riconosce, con la lingua rugosa, la mano del padrone. Il palmo del pastore scorre sul vello, toglie le ultime spine in una lunga, forte, carezza. Alzandosi, afferra con entrambe le mani il corpo tremante, con uno slancio del tronco lo issa sulle spalle e, stringe, con polso fermo, le zampe abbandonate sul petto. Poi, con passo sicuro, si allontana».
È una immagine di forza elementare, una fortuita apparizione, o forse l’allegoria che allude al trapasso imminente da un «io» a un «noi», vale a dire dallo stato di normale egoismo a quello, finalmente, di umana solidarietà: segno ulteriore, questo, del fatto che Eliana Bouchard ha pensato il suo libro (che oggi pomeriggio, alle 18.30, presenterà alla facolta di teologia di Roma, in via Pietro Cossa) soggiacendo a un vincolo interiore, e lo ha scritto per un puro atto di necessità.
Isabella Bossi Fedrigotti
Un incantevole, breve racconto russo di Irène Némirovsky, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1931, esce infine in Italia: nemmeno cento pagine, e dispiace, perché si vorrebbe che durasse più a lungo. S’ intitola Come le mosche d’ autunno e riferisce la vicenda di una grande e ricca famiglia costretta dalla rivoluzione bolscevica ad abbandonare i propri possedimenti e l’ ampia, splendida residenza dalle innumerevoli stanze, e a fuggire, con poco o nulla tranne i gioielli cuciti nelle fodere dei vestiti, per riparare in Francia, a Parigi, dove sopravvivrà stentatamente, in un angusto appartamento. Una classica storia, dunque, dell’ emigrazione russa, già narrata e già ascoltata tante volte: ma Irène Némirovsky cambia la prospettiva, non lascia che sia il capofamiglia, Nikolaj Aleksandrovic Karin, a raccontare, e nemmeno sua moglie Elena Vassilievna oppure uno dei tre figli, e dà invece la parola alla vecchia nutrice, alla tata Tatiana Ivanovna, che da cinquant’ anni e da tre generazioni è al servizio nella casa dei Karin. È, dunque, la sua voce che ci accompagna nelle pagine, dal regno incantato dell’ eleganza, della bellezza e del calore allo squallore di un grigio quartiere parigino, dove d’ inverno tristemente piove soltanto e non nevica mai come nella perduta patria; voce accorata che coglie la tragedia di quel repentino e violento mutamento di destino con infinito più struggimento e disperazione che non i suoi padroni. Tuttavia, a pensarci bene, è forse giusto così, perché era Tatiana la custode della casa e delle sue regole, era Tatiana che sapeva quale armadio custodiva le lenzuola di lino per i signori e quale, invece, quelle di flanella per i bambini e la servitù, era Tatiana che meglio di tutti si orientava tra le stanze, le soffitte, le cantine e i segreti ripostigli del grande palazzo, era lei che teneva il conto delle posate e dei piatti, e ancora lei soltanto che conosceva a menadito i gusti di ciascuno dei tre ragazzi in fatto di cibo. Era, insomma l’ anima della casa, in certo senso padrona più legittima dei padroni stessi. Questi ultimi, per parte loro, le avevano in effetti affidato contorno e sfondo della loro vita quotidiana, per cui sono, sì, rammaricati dal violento cambio di stagione, ma con un distacco fatalista e snob che permette loro di sopravvivere abbastanza bene anche nel modesto appartamento parigino. Né il degrado, prima di tutto economico, ma poi, in qualche misura anche morale, li segna più di tanto: sono, insomma, di una stirpe che, adattandosi, riesce a non andare a fondo. Di tutt’ altra stoffa la nutrice, impavida e tenace fin quando si tratta di difendere la «sua» casa e la «sua» famiglia; smarrita, invece, perduta e vulnerabile laddove di lei e della sua forza non sembra esserci più così bisogno. Non è solo una questione di case e di cose, perché a Tatiana erano stati affidati anche i figli, perché li amasse e li curasse come i padroni non avevano il tempo né l’ abitudine: non a caso, è lei che abbraccia e bacia i due fratelli che partono per la guerra, è lei che raccomanda e consola, benedice e si strugge, sapendo che di un addio ben diverso dagli altri soliti si tratta, quando i ragazzi ogni autunno si mettevano in viaggio per raggiungere il collegio. Ed è Tatiana – madre soltanto per delega, ma con pieni diritti – che traccia il segno della croce sopra la slitta che porterà via nella notte gelata i due figli di casa, e figli suoi. Una volta a Parigi niente sarà più come prima. Simili a mosche d’ autunno, i suoi un tempo splendidi padroni girano a vuoto nel piccolo appartamento come anche nel ristretto mondo dell’ emigrazione russa. Soprattutto – forse per non soffrire più del dovuto – non vogliono ricordare il passato né mai parlano del perduto mondo le cui regole sono stare cancellate e dimenticate. Ed è questo l’ inaccettabile per Tatiana che, senza i ricordi, senza la memoria della vita nobile e grandiosa, è soltanto una povera vecchia che si muove tra le stanze di un lugubre appartamento, in una città dove la neve non cade mai, una donnetta smarrita che si affanna per strade che non conosce, tra gente che non sa nulla di lei e che lei non capisce. È maestra, Irène Némirovsky, nel descrivere la Russia che ha conosciuto da bambina e quella più nuova che, anni dopo, ha ritrovato in Francia. Ma, forse, è ancora più maestra nell’ evocare, con tenerezza e struggimento, la figura dell’ anziana nutrice che, grazie alla sua penna, si trasforma in uno di quegli amati personaggi che, a quasi tutti, ricordano qualcuno in carne e ossa. L’ autrice Irène Némirovsky nacque a Kiev da una famiglia ebraica nel 1903. Morì ad Auschwitz, dove era stata deportata, nel 1942. I suoi libri furono pubblicati postumi
da il manifesto – Cinzia Bottene, del presidio permanente accusa: «Ora media e politici tentano di oscurarci, ma sarà un grande corteo. Il governo è avvisato»
Alla vigilia della tre giorni europea Cinzia Bottene del presidio permanente traccia un parallelo tra la vigilia della grande manifestazione del 17 febbraio scorso e questa. «Allora – dice – c’era stata una campagna terroristica, la stampa aveva addirittura ventilato ipotetitici collegamenti tra le nuove Br e il popolo del no Dal Molin». Questa però è una vigilia diversa.
In che senso?
Se prima del 17 febbraio il clima era quello della caccia alle streghe e dei tentativi di disincentivare la partecipazione popolare con la paura, oggi ci troviamo a dover fronteggiare una tattica molto diversa, quella del silenzio. Una tattica per certi versi molto più subdola e pericolosa. Si tace, si punta sul silenzio per disincentivare la partecipazione. E non parlare è molto pericoloso. Nonostante il silenzio le adesioni continuano a moltiplicarsi e la partecipazione alla manifestazione di sabato si prevede molto ampia. I segnali sono questi. Spero davvero che sia così perché sarebbe la più bella dimostrazione di un’altra vittoria della gente. E quindi delle pratiche democratiche.
Come vanno i preparativi?
Ero di turno al presidio l’altra sera e seduta attorno al fuoco mi guardavo intorno. L’allestimento del secondo presidio è quasi completato. Si lavora senza sosta per rendere i due presidi ospitali e attrezzati. Mi è venuto un po’ un nodo alla gola perché ho pensato che come al solito siamo al lavoro fino all’ultimo. Ma penso che anche questa volta ce la faremo. Grazie al lavoro di tanti volontari, uomini e donne di questa città che non hanno intenzione di mollare. Lunedì sera c’è stata la protesta all’inaugurazione del nuovo teatro cittadino. Un’altra tappa nella battaglia contro la costruzione della nuova base. Non a caso lo striscione che è stato esposto, assieme alle cento croci di legno bianche, diceva «un teatro per pochi, una base di guerra per tutti». La protesta è stata una vittoria. Abbiamo costretto ad una prima teatrale blindata. Abbiamo scelto una forma soft per dire la nostra perché non contestavamo l’apertura del teatro, che anzi questa città aspettava da sessant’anni. Credo che se siamo arrivati al punto di trovarci di fronte alla prospettiva della costruzione di una nuova base militare è anche per l’assenza di questo teatro. Voglio dire che per sessant’anni questa città non ha avuto un luogo dove fare cultura. Due generazioni in questa città sono cresciute senza un teatro, quindi senza un luogo dove produrre una cultura altra. L’immagine che più mi ha rattristato, che più ho trovato stonata è stata quella del vescovo di questa città. Un pastore che dovrebbe essere fuori, tra la gente in lotta per la pace e che invece brilla per il suo silenzio totale sulla nuova base al Dal Molin. Si è fatto fotografare non tra la gente che chiede pace ma tra signore in pelliccia e gioielli.
Siete reduci dalla trasferta romana dove avete portato le vostre richieste alla convention della cosa rossa. Qualche risposta?
Anche qui, silenzio totale. Nessuno si è fatto vivo. Non i ministri, non i parlamentari del centro sinistra che pure sul palco a Roma sono saliti. Sono pronti a farsi riprendere sotto le luci dei riflettori ma spariscono appena le luci si spengono. Speriamo almeno di ottenere un risultato sulla questione dei treni che è una questione di democrazia. Finora nemmeno su questo abbiamo avuto garanzie o contatti, ma credo che sia il minimo consentire alla gente di partecipare alla manifestazione di sabato. Come ho detto anche a Roma nel mio intervento, spero davvero che il governo si accorga che questo è l’ultimo momento utile per intervenire sul Dal Molin. Ho chiesto ai parlamentari di rialzare la testa, di ricominciare a battersi per i loro ideali che sono i nostri e quelli di tanta gente in questo paese.
SEGUENDO UN FILO MAI SMARRITO, CHE UNISCE LE DONNE DA SECOLI SUI VALORI DELLA DIGNITA’, DELLA PARITA’, DELLA LIBERTA’ E RISPETTO DELLA PERSONA E DEI DIRITTI, VENIAMO QUI OGGI 8 MARZO 2007 CON UNA RIFLESSIONE IN PIU’, QUELLA SULLA PACE.
DESIDERIAMO SPIEGARE, NOI DONNE VICENTINE A VOI DONNE AMERICANE – RESIDENTI DENTRO UNA BASE MILITARE, LA EDERLE, PERCHE’ SIAMO IMPEGNATE CON TANTA DETERMINAZIONE E PASSIONE IN QUESTA BATTAGLIA DI RIPUDIO ALLE GUERRE E DI ANELITO ALLA PACE.
PERTANTO NOI ESPRIMIAMO CON CONVINZIONE, PACIFICAMENTE, LA NOSTRA CONTRARIETA’ ALL’INSEDIAMENTO DI UN’ALTRA BASE MILITARE AL DAL MOLIN IN VICENZAA, PENSATA NEL BEL MEZZO DEL VERDE DELLA NOSTRA BELLISSIMA CITTA’ PALLADIANA, CHE ANDREBBE AD AGGIUNGERSI ALLA GIA’ ESISTENTE EDERLE, PLUTO A LONGARE, AI TUNNEL ALLA FONTEGA E QUANT’ALTRO. RAPPRESENTIAMO COSI’ IL DISSENSO DEI CITTADINI E DELLE CITTADINE DI VICENZA AD UN PROGETTO DEVASTANTE SUL PIANO URBANISTICO E DI IMPATTO AMBIENTALE, A RISCHIO SUL PIANO STRATEGICO DI SICUREZZA, POICHE’, OSPITANDO LA 173^ BRIGATA D’ATTACCO, INTUIAMO TROVARCI DENTRO UNO SCENARIO INTERNAZIONALE DI GUERRE GIA’ ESISTENTI E FUTURE.
GUERRE CHE, A DETTA DI LARGA PARTE DELL’AMERICA ODIERNA, SONO INGIUSTE, INUTILI, PORTANO SOLO DISTRUZIONE E MORTE.. E’ COMPRENSIBILE PERCIO’ LA NOSTRA GRANDE PREOCCUPAZIONE E SOSTENIAMO CHE NON TROVIAMO RISOLVIBILE IL PROBLEMA NEPPURE CON LA PROPOSTA DELLA RIDUZIONE DEL DANNO.
VOGLIAMO RIBADIRE UN VALORE ASSOLUTO CHE E’ LA VITA DI CIASCUNO DI NOI. SE NOI DONNE SIAMO PORTATICI DI VITA E GARANTI DEI DESTINI DEI NOSTRI FIGLI, COSI’ DOBBIAMO, PER NOSTRA NATURA, GELOSAMENTE CUSTODIRE IL LORO CAMMINO DENTRO SENTIERI DI PACE, CUSTODIRE LA TERRA SU CUI PORTANO I LORO PASSI, COSTRUENDO PER LORO UN MONDO POSSIBILE CON UN PROGETTO DI VITA, DEGNA, SOSTENIBILE, PROSPERA, DURATURA , CHE SIA FATTA DI ALLEANZE LEALI BASATE SUL RISPETTO DELLE RECIPROCHE SOVRANITA’ NAZIONALI , NELLA RICCHEZZA DELLE DIVERSITA’ E DEI DIVERSI SAPERI.
CHIEDIAMO A VOI MADRI, MOGLI, FIGLIE, SORELLE, AMICHE E COMPAGNE CHE IN QUESTE GUERRE INGIUSTE AVETE GIA’ PERSO IL VOSTRO SOLDATO, SE POTRA’ MAI ESSERE COLMATO IL VUOTO CHE LASCIA LA SUA ASSENZA. PER L’AMORE PERSO , NEL CUORE DI UNA DONNA NON CI SONO EROI O MEDAGLIE, SOLO RICORDI E LACRIME. NON VOGLIAMO ENTRARE NELLE LOGICHE DI POLITICHE E STRATEGIE, VOLUTAMENTE VI CHIEDIAMO DI VOLARE ALTO CON NOI, AL DI SOPRA DI ALAMBICCHI TRA STATI, PER SEMINARE NELLE ZOLLE DEL SAPERE, DELLA SCIENZA, DELL’ARTE, DELLA TECNOLOGIA, DELLA RICERCA E PORRE LE “BASI”, QUESTE SI, PER UN MODELLO DI SVILUPPO GLOBALE EQUOSOSTENIBILE, PER L’UTILIZZO DI ENERGIE RINNOVABILI, AL FINE DI SALVARE QUESTO NOSTRO PIANETA CHE STA SOFFOCANDO NELL’INQUINAMENTO, NELL’EFFETTO SERRA, NELLA CEMENTIFICAZIONE E ANNUNCIA L’INCUBO FUTURO DI POVERTA’ ENERGETICA E D’ACQUA. ATTIVARCI CIOE’ CON LA SAGGEZZA , L’UMILTA’, IL BUON SENSO, MEDIANDO SITUAZIONI ANCHE DIFFICILI COME FACCIAMO QUOTIDIANAMENTE NEL NOSTRO RUOLO DENTRO LE NOSTRE FAMIGLIE. A QUELLE TRA NOI CHE CREDONO NEL DIALOGO, NELLO SCAMBIO DI CONOSCENZE E CULTURE.
A QUELLE CHE SENTONO CHE I CONFLITTI SI POSSONO SUPERARE SENZA L’USO DELLE ARMI, VA QUESTO APPELLO DI ADESIONE PER PORTARE AVANTI UN SFIDA AMBIZIOSA , IN SALITA, FATICOSA, MA CHE ACCETTIAMO PER VINCERE.
LE DONNE DEL NO AL DAL MOLIN
Throughout the ages women have always been united by the common threads of freedom, dignity, equality and respect for people’s rights.
We are here, today, on the 8th of March 2007, to add a new common thread: peace.
As women citizens of Vicenza, we wish to explain to you, American women living inside the American military base of Camp Ederle, why we are so determined and passionate in our fight against war (as declared in the art. 11 of the Italian Constitution) and in our longing for peace.
We want to express firmly, but peacefully, our opposition to the settlement of a new military base at the airport Dal Molin, a green area right in the middle of our beautiful town, architecturally enriched by Andrea Palladio’s genius.
The project of a new base would be the umpteenth military installation after the already existing Ederle, Pluto in Longare, the tunnel in Fontega and we don’t know what else…
Therefore, in the expression of our opposition, we give voice to the disagreement of the entire population of our town against a project which could be really devastating as for town planning and environment impact on Vicenza.
Last, but not least, this still hypothetical base could be a serious risk from the point of view of a security strategical plan since it would accommodate the 173° Brigade, a military forc e already operating in the major battlefields.
In accepting this, we could be a party to an international war scenery that we consider unfair, unnecessary and destructive for it brings pain, poverty and death. And we know that a major part of the American population shares this opinion.
Therefore, we think that our concern is all the more justified, to the point that we cannot consider as feasible the so-called ‘damage reduction’, a proposal that someone has tried to present as the ‘solution’ to the problem.
We want once more to assert life as the absolute and fundamental human value. Since we, as women, are the creators of our children’s life and since during all their life we are responsible for their destiny, how couldn’t we show them the way without believing in peace, without building for them the best possible world, without laying the bases for a worthy and sustainable life, made of fair alliances in the respect of one another’s sovereignty and cultural differences?
We want to ask you, who are mothers, sisters, daughters, friends, like us, To you, that in these unfair wars might have lost your partner, Could you tell us if the gap of his absence will ever be filled again? Once she has lost her love, In a woman’s heart there’s no place for heroes nor for medals, but only for memories and tears.
We’re here to ask you to fly high with us over and beyond politics and strategies between states in order to sow new seeds in the fields of knowledge, science, art, technology and scientific research and laying the bases (and only this kind of bases!) for a pattern of fair and sustainable global development and for the use of alternative energy sources in order to preserve our world from dying for pollution, greenhouse effect, overbuilding and lack of water and energy.
We’re here to ask you to engage yourselves in a role of a gobetween, like we are doing, since this is our innate role in life. Every day we’re asked to play this role inside our families, even in the most difficult situations, and we play it with modesty, common sense and wisdom.
We address our appeal to those among you who believe in the possibility of communicating and exchanging culture and knowledge, to those who are certain that conflicts can be solved without physically fighting and destroying other people, to those who want to accept this difficult challenge but only in order to win.
Women for NO DAL MOLIN
Pietro Bianchi*
Da uomo, penso che la questione posta dalla manifestazione del 24 novembre contro la violenza sulle donne non stia tanto, per noi uomini, nel dilemma partecipare-non partecipare. Quanto piuttosto nella povertà della parola maschile quando si arriva sulla soglia dell’inestricabile intreccio che lega politica e sessualità. Diceva Lacan che l’Altro rimanda al mittente il suo messaggio in forma invertita. Ecco, un articolo come quello di Tamar Pitch sul manifesto del 24/11, o la scelta «separatista» delle organizzatrici della manifestazione, rimandano al mittente la figura di una parola maschile assente, muta, incapace di esprimere qualcosa di più che solidarietà verso un Altro da sé separato e vittimizzato. E quindi comprensibilmente esclusa e relegata nel fondo del corteo. Dalla scelta separatista personalmente dissento (il dibattito a riguardo su siti e mailing list è stato significativo), tuttavia poche volte mi è capitato di vedere nella configurazione di una manifestazione un’allegoria così carica di senso. La parola maschile sulla violenza maschile – e più in generale sulla relazione tra i sessi, perchè è di questo che si parla – non c’è. E’ un problema politico e soggettivo enorme, che è sempre più urgente affrontare.
Concordo con Ida Dominijanni (24/11) che nelle forme contemporanee di violenza e appropriazione del corpo della donna non ci sono solo persistenze patriarcali. Né penso che si tratti solo del backlash di un dispositivo culturale messo in crisi dalla libertà femminile. Il fenomeno ha una sua specifica pregnanza contemporanea. Qual è precisamente il problema? L’altra faccia della libertà? O la crisi del rapporto tra i sessi?
Lo stato del rapporto tra i sessi parla di un’asimmetria strutturale e di una crisi del dispositivo di soggettivazione, non solo della competizione tra due identità di genere bell’e fatte, o delle velleità narcisistiche dell’uomo che stentano a morire. Nel suo contributo al volume Si può sulla legge 40 pubblicato da manifestolibri, Stefania Giorgi analizzava le tecnologie riproduttive come figura del desiderio mancante che sempre più spesso tormenta il rapporto tra i sessi: «La coppia generativa è sempre meno generativa e le tecnologie riproduttive possono essere interpretate come una necessaria ‘stampella’ per rendere fecondo un incontro altrimenti sterile, mancato. Riparo e copertura di una ‘incompatibilità’ non solo fisiologica fra maschi e femmine, di un desiderio sfasato, non coincidente, o inesistente e dunque da surrogare, di conflitti sul terreno della libertà…. in una economia di coppia dove sempre più spesso la sessualità resta un tassello mancante». Bisognerebbe cominciare ad indagare perchè nella relazione fra uomini e donne la sessualità sia sempre più un tassello mancante o mancato, che più viene mancato e più si esprime inversamente con la violenza appropriativa.
Se però confrontiamo questo «mancamento» della sessualità nella relazione tra i sessi con il dispositivo sessuale che abita l’immaginario contemporaneo, i conti non tornano del tutto. La coppia desessualizzata vive infatti in un mondo che invece è totalmente sessualizzato, dove la pornografia non è più una trasgressione marginale ma è il veicolo per eccellenza dello scambio di merci. C’è una strana coincidenza degli opposti tra deseussalizzazione e nudità, tra l’esposizione del sesso e il suo ritrarsi. La psicoanalisi ci dice (e il boom delle relazioni su portali come MySpace lo confermano) che viviamo in un tempo sempre più caratterizzato dalla sconnessione tra desiderio e godimento, dove il secondo è sempre più esposto e onnipresente ma non è più mediato dal primo. E cosa succede quando il godimento si separa dal desiderio, e il desiderio non incontra la parola dell’Altro? La pulsione si fa acefala, si chiude in se stessa, non trova parole per dirsi, si blocca in un nodo che non riesce a iscriversi in una storia e in un progetto soggettivi.
Le mille forme in cui la sessualità oggi si mercifica e si esprime la rendono dunque al contempo muta, pura ripetizione di un godimento pulsionale. La «libertà» sessuale ci riconsegna dunque una sessualità deprivata del desiderio, una sessualità da incubo dove il corpo è «solo corpo» e non si fa segno di nessuna relazione intersoggettiva, dove il desiderio dell’Altro non ha bisogno di essere attraversato, perchè la soddisfazione del godimento è a portata di mano. E’ in questo senso che dobbiamo leggere la proliferazione della miriade di identità/comunità sessual/perverse che popolano l’immaginario sessuale collettivo: come un modo per evitare di interrogare il desiderio, che con le sue aporie e impossibilità ci espone al baratro dell’incontro con un’Alterità irriducibile, e per questo inquietante. Scriveva Ilaria Bussoni su DeriveApprodi più di dieci anni fa: «Ecco l’oscenità del sesso, che non ha l’esempio più alto nelle riviste porno, ma in quell’esposizione senza sosta di nudi corpi senza più nulla di erotico né sensuale, che rimandano come segni del potere alle misere esistenze che li abitano. L’ars erotica è lasciata ai giornali femminili che insegnano come far godere il partner toccando le zone erogene come fossero pulsanti di una lavatrice».
Il desiderio è ciò che viene sacrificato nelle forme contemporanee delle relazioni sessuali deprivate dalla mediazione dell’Altro, e quindi strutturalmente masturbatorie e in definitiva solitarie, e forse abitate perfino da una vena di disperazione. Forse c’è molto di questo nel fantasma di appropriazione del corpo femminile che sta dietro le violenze sessuate. E c’è molto di un immaginario affollato dal boom dei rapporti con le prostitute di maschi di ogni dove, dei matrimoni fatti per procura in Tailandia, a Cuba, nell’Europa dell’Est: tutte manifestazioni di un desiderio che ha paura di aprirsi all’Altro e trova la scorciatoia nella mediazione del denaro o nelle relazioni telematiche.
Quanto ha di propriamente «maschile» questa forma della soggettività, e quanto invece è sempre più trasversale, disincarnata come la sessualità che la connota? Ogni movimento che voglia mettere a tema il desiderio (e tutti i movimenti lo fanno, esplicitamente o no) non può non focalizzare innanzitutto la soggettività sessuale. Partendo ciascuno da sè, se questa formula non significa la rinuncia a ogni universale ma l’ implicazione soggettiva nell’oggetto del proprio discorso. Di che forma di soggettività vogliamo farci portatori come uomini e donne che incarnano la strutturale asimmetria della differenza sessuale? Forse, per ri-pensare politicamente queste domande, dovremmo farci aiutare dalla psicoanalisi, gettandola nei sentieri tortuosi dell’immaginario collettivo.
* Associazione «Millepiani» di Bergamo
Pietro Bianchi*
Da uomo, penso che la questione posta dalla manifestazione del 24 novembre contro la violenza sulle donne non stia tanto, per noi uomini, nel dilemma partecipare-non partecipare. Quanto piuttosto nella povertà della parola maschile quando si arriva sulla soglia dell’inestricabile intreccio che lega politica e sessualità. Diceva Lacan che l’Altro rimanda al mittente il suo messaggio in forma invertita. Ecco, un articolo come quello di Tamar Pitch sul manifesto del 24/11, o la scelta «separatista» delle organizzatrici della manifestazione, rimandano al mittente la figura di una parola maschile assente, muta, incapace di esprimere qualcosa di più che solidarietà verso un Altro da sé separato e vittimizzato. E quindi comprensibilmente esclusa e relegata nel fondo del corteo. Dalla scelta separatista personalmente dissento (il dibattito a riguardo su siti e mailing list è stato significativo), tuttavia poche volte mi è capitato di vedere nella configurazione di una manifestazione un’allegoria così carica di senso. La parola maschile sulla violenza maschile – e più in generale sulla relazione tra i sessi, perchè è di questo che si parla – non c’è. E’ un problema politico e soggettivo enorme, che è sempre più urgente affrontare.
Concordo con Ida Dominijanni (24/11) che nelle forme contemporanee di violenza e appropriazione del corpo della donna non ci sono solo persistenze patriarcali. Né penso che si tratti solo del backlash di un dispositivo culturale messo in crisi dalla libertà femminile. Il fenomeno ha una sua specifica pregnanza contemporanea. Qual è precisamente il problema? L’altra faccia della libertà? O la crisi del rapporto tra i sessi?
Lo stato del rapporto tra i sessi parla di un’asimmetria strutturale e di una crisi del dispositivo di soggettivazione, non solo della competizione tra due identità di genere bell’e fatte, o delle velleità narcisistiche dell’uomo che stentano a morire. Nel suo contributo al volume Si può sulla legge 40 pubblicato da manifestolibri, Stefania Giorgi analizzava le tecnologie riproduttive come figura del desiderio mancante che sempre più spesso tormenta il rapporto tra i sessi: «La coppia generativa è sempre meno generativa e le tecnologie riproduttive possono essere interpretate come una necessaria ‘stampella’ per rendere fecondo un incontro altrimenti sterile, mancato. Riparo e copertura di una ‘incompatibilità’ non solo fisiologica fra maschi e femmine, di un desiderio sfasato, non coincidente, o inesistente e dunque da surrogare, di conflitti sul terreno della libertà…. in una economia di coppia dove sempre più spesso la sessualità resta un tassello mancante». Bisognerebbe cominciare ad indagare perchè nella relazione fra uomini e donne la sessualità sia sempre più un tassello mancante o mancato, che più viene mancato e più si esprime inversamente con la violenza appropriativa.
Se però confrontiamo questo «mancamento» della sessualità nella relazione tra i sessi con il dispositivo sessuale che abita l’immaginario contemporaneo, i conti non tornano del tutto. La coppia desessualizzata vive infatti in un mondo che invece è totalmente sessualizzato, dove la pornografia non è più una trasgressione marginale ma è il veicolo per eccellenza dello scambio di merci. C’è una strana coincidenza degli opposti tra deseussalizzazione e nudità, tra l’esposizione del sesso e il suo ritrarsi. La psicoanalisi ci dice (e il boom delle relazioni su portali come MySpace lo confermano) che viviamo in un tempo sempre più caratterizzato dalla sconnessione tra desiderio e godimento, dove il secondo è sempre più esposto e onnipresente ma non è più mediato dal primo. E cosa succede quando il godimento si separa dal desiderio, e il desiderio non incontra la parola dell’Altro? La pulsione si fa acefala, si chiude in se stessa, non trova parole per dirsi, si blocca in un nodo che non riesce a iscriversi in una storia e in un progetto soggettivi.
Le mille forme in cui la sessualità oggi si mercifica e si esprime la rendono dunque al contempo muta, pura ripetizione di un godimento pulsionale. La «libertà» sessuale ci riconsegna dunque una sessualità deprivata del desiderio, una sessualità da incubo dove il corpo è «solo corpo» e non si fa segno di nessuna relazione intersoggettiva, dove il desiderio dell’Altro non ha bisogno di essere attraversato, perchè la soddisfazione del godimento è a portata di mano. E’ in questo senso che dobbiamo leggere la proliferazione della miriade di identità/comunità sessual/perverse che popolano l’immaginario sessuale collettivo: come un modo per evitare di interrogare il desiderio, che con le sue aporie e impossibilità ci espone al baratro dell’incontro con un’Alterità irriducibile, e per questo inquietante. Scriveva Ilaria Bussoni su DeriveApprodi più di dieci anni fa: «Ecco l’oscenità del sesso, che non ha l’esempio più alto nelle riviste porno, ma in quell’esposizione senza sosta di nudi corpi senza più nulla di erotico né sensuale, che rimandano come segni del potere alle misere esistenze che li abitano. L’ars erotica è lasciata ai giornali femminili che insegnano come far godere il partner toccando le zone erogene come fossero pulsanti di una lavatrice».
Il desiderio è ciò che viene sacrificato nelle forme contemporanee delle relazioni sessuali deprivate dalla mediazione dell’Altro, e quindi strutturalmente masturbatorie e in definitiva solitarie, e forse abitate perfino da una vena di disperazione. Forse c’è molto di questo nel fantasma di appropriazione del corpo femminile che sta dietro le violenze sessuate. E c’è molto di un immaginario affollato dal boom dei rapporti con le prostitute di maschi di ogni dove, dei matrimoni fatti per procura in Tailandia, a Cuba, nell’Europa dell’Est: tutte manifestazioni di un desiderio che ha paura di aprirsi all’Altro e trova la scorciatoia nella mediazione del denaro o nelle relazioni telematiche.
Quanto ha di propriamente «maschile» questa forma della soggettività, e quanto invece è sempre più trasversale, disincarnata come la sessualità che la connota? Ogni movimento che voglia mettere a tema il desiderio (e tutti i movimenti lo fanno, esplicitamente o no) non può non focalizzare innanzitutto la soggettività sessuale. Partendo ciascuno da sè, se questa formula non significa la rinuncia a ogni universale ma l’ implicazione soggettiva nell’oggetto del proprio discorso. Di che forma di soggettività vogliamo farci portatori come uomini e donne che incarnano la strutturale asimmetria della differenza sessuale? Forse, per ri-pensare politicamente queste domande, dovremmo farci aiutare dalla psicoanalisi, gettandola nei sentieri tortuosi dell’immaginario collettivo.
* Associazione «Millepiani» di Bergamo
Cara Silvia,
ti scriviamo per invitarti alla manifestazione che stiamo organizzando per il 15 dicembre. Per la verità si sta lavorando per la costruzione di più iniziative, che dovrebbero tenersi nelle giornate del 14, 15, 16 dicembre, ma il calendario ancora non è pronto.
Il periodo appena trascorso è stato tumultuoso. Come forse avrai sentito a Vicenza nella seconda settimana di novembre il presidio ha attuato il blocco dei due ingressi dell’aeroporto per tre giorni e tre notti per protestare contro i lavori di bonifica dell’area che erano iniziati in sordina, facendo entrare i mezzi nottetempo.
La bonifica consiste nella rilevazione e disinnesco delle bombe che gli USA stessi lanciarono nel novembre del 1944 su questo territorio, operazione prelimilare all’avvio dei lavori per la costruizione della base che avrà poi il compito di portare
bombe su altri Paesi.
Ci siamo avvicendati/e, dal 6 al 9 novembre, sera, giorno e notte – un freddo! – per
impedire che entrassero gli addetti alla bonifica; si è temuto lo sgombero, specie durante la prima notte e all’alba del secondo giorno.
La prima sera era iniziata con un grave incidente: un militare italiano ha deliberatamente investito un manifestante, Francesco Pavin, che si stava dirigendo all’ingresso destinato ai militari ed è poi fuggito dentro l’aeroporto. Questo incidente, di cui si stanno accertando le responsabilità, ha causato problemi al questore e probabilmente ha pesato sulla decisione di non procedere allo sgombero così come era stato richiesto dal sindaco e dall’assessore Sorrentino di AN. Infatti non sarebbero stati sgomberati solo i disobbedienti, ma anche gente comune, tante donne, uomini, pensionati che sono convenuti ai due ingressi dandosi il cambio: non sarebbe stata una bella immagine da mandare in onda e noi eravamo decisi alla
resistenza non violenta.
La ditta ABC di Firenze ha sospeso per qualche giorno i lavori. C’è stata una fiaccolata il 18 novembre per ricordare le vittime civili dei bombardamenti del 1944. Una parte del gruppo donne è andata venerdì scorso a Firenze per manfestare davanti ai cancelli della ditta e ha impedito ai dipendenti di entrare. Ti alleghiamo il volantino con le motivazioni dell’iniziativa. E’ stata una bella avventura, anche se non è arrivata alla stampa nazionale. Il Giornale di Vicenza, una testata locale, ha pubblicato l’articolo che ti mandiamo per conoscenza, mettendo in evidenza la denucia – in realtà non è chiaro se sia stata effettivamente presentata – piuttosto che il significato dell’azione.
Ora stiamo lavorando per preparare le iniziative di dicembre. Ci piacerebbe che partecipassi, magari con altre amiche della Libreria che ospiteremmo volentieri.
…Insomma, venite?
Nell’attesa, un caro saluto da parte di tutto il gruppo e un abbraccio!
Gruppo donne No Dal Molin
P.S. Se guardi in www.altravicenza.it trovi altre notizie degli eventi
Esce ‘La vista da Castle Rock’, una storia dal sapore arcaico ma scritta con tecnica modernissima Fragile e impavida l’ autrice ha una straordinaria fiducia nella realtà anche se tremenda Parla di mucche e di campagna come se per tutta la vita avesse fatto la contadina Il 9 giugno 1818 la famiglia Laidlaw partì dal porto di Leith e approdò a Toronto Il paese era immenso e fu un’ estasi conoscerne la magnifica natura
Pietro Citati
La vista da Castle Rock è un libro bellissimo: forse il più bello che abbia immaginato Alice Munro – uno degli ultimi scrittori che, oggi, fanno splendere dentro di noi la vasta e disperata luce della letteratura (Einaudi, traduzione di Susanna Basso, pagg. 312 euro 18,50). Non saprei come descriverlo: potrei affermare che La vista da Castle Rock sia una storia di famiglia lunga tre secoli: o una cronaca della Scozia e del Canada: o la leggenda della Scozia e del Canada: o la storia della società dell’ Ontario dal 1850 al 1950: o una serie di racconti che fingono di essere un romanzo: o un romanzo nascosto da racconti; o il ritratto che Alice Munro disegna di sé e della sua vita – ma, dicendo questo, direi troppo poco. Mai la Munro è stata così ruvida ed arcaica, come se volesse emulare Walter Scott e Robert Stevenson; e mai, specie nella tecnica narrativa, così moderna. Il libro gronda ferite: ma subito esse si rimarginano davanti ai nostri occhi, e la Munro comincia a raccontare, perché raccontare è l’ unica cosa che ami e la diverta. Fragile e impavida, la Munro ha una straordinaria fiducia nella realtà, per quanto tremenda possa essere; e verso i suoi lettori, che si introducono nel libro, diventano compagni dei suoi personaggi, complici delle sue astuzie; e nutrono una tale simpatia per lei che il loro unico sogno è quello di diventare personaggi di Alice Munro. Questo rapporto con le cose e i lettori suscita in lei una gioia che, come un fiume sotterraneo, corre dietro le pagine: una felicità che non aveva mai conosciuto. Sebbene sia una spudorata bugiarda, è verissima: cosa ormai rara in una letteratura che alla verità di ogni specie, celeste e terrena, ha voltato le spalle. I personaggi sono veri: veri i sentimenti: vere le battute pronunciate durante i party: vero il vestito premaman o i minuscoli fiori rosa, ricamati negli angoli dei tovaglioli; vero il peso, il colore, il volume di ogni mobile e il rapporto che esso intrattiene con ogni personaggio; veri i matrimoni, le famiglie, i rapporti dei genitori coi figli, dei parenti fra loro, il profumo inconfondibile di ogni casa. Credo che il mistero sia lei, Alice Munro, questa signora di 76 anni, che è cresciuta nell’ Ontario e oggi vive nell’ Ontario. Immagino che abbia gli occhi color nocciola, come quelli di sua nonna: in uno dei due occhi, c’ è una finestra, una chiazza d’ azzurro assolutamente compatto, un celeste reso più luminoso dal color bruno-dorato che lo avvolge, «come capita ai cieli estivi, illuminati da meringhe di nuvole». Ama il duro lavoro e la dignità personale: è insieme astuta e innocente, meravigliata e fredda, ruvida e squisita, gremita di sottilissime sensazioni che brulicano come in un’ arnia; o, perduta in una specie di trance contemplativa, aspetta che la luce del mattino strisci tra i cedri del parco. Parla di campagna con la competenza di una contadina: discorre di mucche come se, per tutta la vita, avesse fatto la stalliera; e di caccia, come se ogni mattina inseguisse lupi e volpi argentate. Alla fine, capisce di essere composta di «molte personalità incoerenti e diverse»; e attende in silenzio la coerenza e la liberazione dalla scrittura. L’ architettura di ogni parte o racconto è liberissima, come una tela traforata e senza contorni: perché la realtà è andata in frantumi, e raccontare, nel 2007, è quasi impossibile. Non segue mai la linea retta: procede a balzi, a salti, con schegge, rotture, strane corrispondenze. Vagabonda, cambia argomento, si dimentica, parla sempre (in apparenza) d’ altro. Lascia immense omissioni nella trama, come se una parte del mondo fosse sparita. Noi attendiamo la fine del racconto: la fine non giunge mai, eppure è molto più evidente che se fosse pronunciata a piena voce. Sembra schernire ogni pathos: ma spesso i suoi racconti sono strazianti. Quando parla dei suoi libri, sostiene di «non costruire storie» ma di «acciuffare con la mano qualcosa nell’ aria»; e poi ci accorgiamo che pochi, oggi, posseggono come lei l’ arte della costruzione. *** Il libro comincia in Scozia, al principio del Settecento. La Munro insegue le imprese dei Laidlaw, un ramo della sua famiglia, che abitava nella valle di Ettrick. Allora la Scozia era poverissima. Il terreno muscoso non produceva nulla: l’ aria era umidissima: il mercato più vicino stava a quindici miglia, attraverso strade a stento percorribili e senza ponti: per nove mesi la neve impediva qualsiasi rapporto col resto del genere umano; quando scoppiavano le bufere, le pecore congelavano nei recinti, gli uomini morivano assiderati. Chiusi in casa durante l’ inverno, gli abitanti (celti, anglosassoni del sud, norreni e forse pitti) bevevano whisky, leggevano la Bibbia, parlavano di poesia. Le donne venivano sottoposte a una castità rigidissima. Gli anziani del paese andavano di casa in casa strizzando con forza i seni d’ ogni donna, sospettata di aver dato alla luce bambini illegittimi. Quando giungeva la primavera, William Laidlaw, che faceva il contrabbandiere di cognac, usciva di casa e vedeva una colonna di fairies, che appaiono anche nel folclore irlandese. Sentiva il cinguettio di donne alte come bambini di due anni: qualcuna cuoceva il pane, qualcuna mesceva un liquido misterioso da piccoli barili in fiaschi di vetro, qualcuna acconciava i capelli, senza smettere mai di canticchiare e farfugliare parole. Tutte camminavano pianissimo: ma William Laidlaw, che era un eroe della corsa, non riusciva mai a raggiungerle e a scorgerle in viso. Egli viveva sui sottilissimi limiti del nostro mondo: le creature di là, elfi o fairies o demoni o santi, invadevano e possedevano tutte le cose. Il 9 giugno 1818, la famiglia Laidlaw partì dal porto di Leith, e qualche tempo dopo scese a Toronto, in Canada. Era una terra fraterna: molto più simile alla Scozia che agli Stati Uniti. Il profumo della religione continuava ad avvolgerli: il peccato, la redenzione, il paradiso, l’ inferno, la dannazione erano presenze quotidiane nella loro vita. I fairies scomparvero. Questo era, finalmente, il mondo reale. Ogni famiglia si costruì prima una baracca, e poi una casa: viveva nella solitudine e nel silenzio, a quindici chilometri dalla famiglia vicina; quasi un’ esistenza monastica, che non conosceva né le visitazioni della grazia né quelle dei demoni. Lavoravano duramente: parlavano del lavoro: l’ amore fraterno era più intenso dell’ amore coniugale; e tutto avveniva come era accaduto nel passato, senza mutare un gesto o un’ abitudine. Poi qualcuno lasciava la casa. Faceva escursioni in canoa nei fiumi dell’ estremo Nord: oppure cacciava – topi muschiati, visoni, martore, linci rosse, lontre, donnole, volpi selvatiche – ; e allevava volpi argentate, vendendo le pelli ai turisti americani. Così i Laidlaw cominciarono a conoscere l’ immenso paese. Fu un’ estasi. Prima gli uccelli: i rigoli, i cardinali, gli itteri alirosse. Nella pianura il sommacco metteva fuori le sue parrucche color crema: le colombine erano in fiore, il verbasco innalzava le spighe fiorite, ritte come soldati; e il capelvenere cresceva così fitto da formare un tappeto soffice come le chiome delle ragazze. Le sponde dei torrenti erano fiorite di trillium sotto alberi di gemme rosa. E poi i ciliegi selvatici della Virginia e della Pennsylvania, su cui si schiudeva qualche gemma tenera prima che comparisse una sola foglia. E i ginepri e i biancospini e le querce bianche e rosse e i pini e i larici e i cedri e i noci e i mirtilli rossi a stelo alto, e i fiori rossi chiamati «pennelli del diavolo», e i rampicanti che avvolgevano i tronchi con un groviglio verde; e nugoli di farfalle piccolissime, di un verde così pallido che sembrava riflettere la luce delle foglie. I ragazzi si sdraiavano sotto i rami degli alberi, con la testa appoggiata al tronco, per vedere l’ albero salire sempre più in alto, fino a perdersi «in un lago capovolto di fiori». **** Sessanta anni fa, quando Alice Munro era ragazza, nel Canada trionfava la civiltà contadina. La sua vita era modestissima, quasi povera: ma lei sentiva di doverla difendere dal disprezzo dei ricchi. In quel tempo gli oggetti di casa non si cambiavano ogni mese, come oggi, ma si cercava di conservarli il più a lungo possibile, in condizioni decorose, e poi ancora un poco e poi ancora un poco, fino a quando andavano a pezzi. Il padre e la madre erano, in primo luogo, dei custodi: custodi della casa, della legge, della terra, degli animali, dei figli. Nessuno interveniva nella vita degli altri. Nessuno leggeva. Nessuno desiderava qualcosa che non producesse immediati risultati pratici. Se uno stravagante leggeva libri, pensava o escogitava progetti, gli altri dicevano che lo faceva per mettersi in mostra. Alla fine della giovinezza, la Munro fuggì quella vita ristretta: non la odiava, ma la difendeva dal presente che, con violenza ed arroganza, la distruggeva ogni giorno. Quand’ era lontana dall’ Ontario, a migliaia di miglia di distanza, sentiva un rimpianto acutissimo per il passato, e pensava alla sua vecchia casa – la cucina costruita nel 1860, le poltrone, le pareti mal tinteggiate, gli immensi pranzi famigliari – con un dolore sordo. Poi, quasi all’ improvviso, il rimpianto si consumò. I vecchi segreti sparirono. Le cose di una volta morirono per sempre. Dove c’ erano le aiuole di fiori e il pascolo e il prato e il cespuglio di boule-de-neige, ora si estendeva un sinistro cimitero moderno, con pezzi d’ auto, carrozzerie sventrate, fanali rotti, vetri infranti; e i fili spinati. Di tutto quello che Alice Munro aveva amato, restava soltanto un cespuglio di lillà. Quando diventò anziana, cominciò a cercare le tracce del trisnonno, il primo Laidlaw che aveva posato il piede sul suolo del Canada. Cercò invano negli archivi, tra le lapidi e i cimiteri, coperti di edera velenosa. Non trovò tracce, come se William Laidlaw non fosse mai esistito. Ma i nomi degli altri avi la assalirono: Mary Scott con la figlia Jane, Neil Armour e Margaret Armour, e Thomas Laidlaw e John Armour e James Armour, e Jimmy Armour… «Ora – queste sono le ultime parole del libro – questi nomi che ho registrato si uniscono ai vivi nella mia mente, e alle cucine perdute, al lustro bordo di nichel delle vaste e maestose stufe nere, agli scolapiatti di legno fradicio, alla luce gialla della lanterna a olio. Il bricco del latte in veranda, le mele in cantina, i tubi della stufa che uscivano dai buchi nel soffitto, la stalla intiepidita d’ inverno dai corpi e dai fiati delle mucche – quelle mucche che noi incitavamo ancora con i richiami del tempo di Troia…» «E in una di queste case – non ricordo di chi – c’ era una grossa conchiglia di madreperla che riconoscevo come messaggera di luoghi vicini e lontani, perché potevo portarla all’ orecchio, quando in giro non c’ era nessuno a impedirmelo, e sentire il battito formidabile del mio cuore, e del mare».
Clara Jourdan
[…]
I puntuali e ripetuti interventi delle gerarchie cattoliche su testamento biologico, eutanasia, staminali, procreazione assistita, aborto, vengono spesso contestati in nome della laicità, intendendolo quindi come un conflitto tra poteri, e in nome dei diritti individuali. È questo che secondo me fa problema oggi, più problema delle stesse pretese normative della Chiesa: la discussione pubblica sui delicati temi dell’inizio e della fine della vita si è di fatto appiattita sul linguaggio dei diritti e va a parare sempre nella legge, come se tutti condividessero il medesimo ordine simbolico, maschile, individualista, giuridicista.
In questa situazione, una cosa che colpisce è che è la Chiesa a essersi adeguata ai principi della modernità, sposandone in particolare la concezione dei diritti individuali secondo la visione giusnaturalistica: i diritti fondamentali sono diritti naturali (la parola gius vuol dire diritto), cioè appartengono a tutti gli esseri umani indipendentemente dal tempo e dal luogo e dalle leggi in vigore, e sono le leggi e gli stati a doversi modificare qualora gli ordinamenti non riconoscano e non tutelino tali diritti. È ormai risaputo che i teorici dei diritti naturali avevano in mente l’uomo adulto e come modello di uomo il proprietario inglese, ma nonostante le difficoltà a includervi tutte le altre forme di vita umana e di realtà storiche la teoria ha avuto enorme successo. È uno dei pilastri della cultura occidentale, si trova scritta nelle costituzioni e negli accordi internazionali, ed è sostenuta ancor oggi, esplicitamente, da molti di coloro che lottano contro le violenze e le ingiustizie dicendo che si battono per i diritti umani nel mondo. Anche la Chiesa cattolica ha adottato in pieno questo linguaggio, per lo meno nei suoi documenti ufficiali e nei suoi organi di stampa: “La Chiesa proclama senza riserve il diritto primordiale alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale, il diritto a nascere, a formare e a vivere in famiglia”. “Essi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità” (Benedetto XVI, in “Il Papa su famiglia, matrimonio e pacs”, La Civiltà Cattolica, 15 luglio 2006, pp. 170-179). Ma questo venire della Chiesa alla modernità dei diritti non è percepito, nella cultura laica e di sinistra, come una vittoria, sia pure conflittuale (su quali siano i diritti); al contrario, è sentito per lo più solo come una ingerenza. Ricordo le polemiche quando due anni fa il papa disse che i diritti fondamentali vengono da Dio e non dalle costituzioni. Eppure che ci sia un fondamento superiore alle leggi e alle costituzioni è proprio ciò che sostengono quelli che vogliono che gli ordinamenti positivi riconoscano i diritti umani. Costituzioni come quella italiana fanno propria tale concezione, e cioè che tali diritti preesistono allo stato, che come non li ha dati neanche li può togliere. Allora, che un papa dica che i diritti fondamentali vengono da Dio mi pare un di più, non un di meno, e certamente fa gioco a chi nel mondo lotta per il rispetto dei diritti umani.
Quindi c’è uno stare della Chiesa cattolica sul terreno della modernità, che non viene colto nella sua portata da coloro che condividono quel terreno. Un terreno che però non è il mio. Io che apprezzo l’aiuto che la Chiesa dà contro le violenze nel mondo, quando lo dà, non ritengo un guadagno l’adozione e l’estensione del linguaggio dei diritti e del regno della legge. Perché l’individualismo non può rappresentare con verità situazioni che sono intrinsecamente relazionali, come gli inizi della vita (sempre) e la fine della vita (spesso). In questo appropriarsi del linguaggio dei diritti da parte della Chiesa vengono infatti estremizzati i limiti e le aberrazioni di tale linguaggio già evidenziati proprio sul piano giuridico da Elizabeth Wolgast come “diritti sbagliati” (La grammatica della giustizia, Editori Riuniti, Roma 1991). Basta riflettere su cosa significhi, per esempio, il “diritto a nascere”, per coglierne l’insensatezza. Chi sarebbe il titolare di tale diritto? L’anima dell’ovulo fecondato che apparirebbe in sogno al pubblico ministero affinché chiami in giudizio la donna nel cui corpo si trova per obbligarla a fargli da madre? Andiamo! Caso mai apparirebbe alla donna stessa per chiederglielo con buone maniere.
Tra donne e tra femministe si è lavorato ed elaborato molto, negli anni, per tirar via dal terreno dei diritti esperienze umane femminili, bisogni primi, desideri, ma sempre troviamo a trattenerveli saldamente dentro, alleate tra loro, gerarchie religiose e sinistre laiche. C’è però anche lì qualche segno di movimento, importante, come il gesto di Amnesty International Italia, il cui presidente ha scritto al presidente della Conferenza episcopale italiana dicendo di non aver mai affermato che l’aborto è un diritto umano, ma se una donna decide di interrompere la gravidanza, “vogliamo che non sia obbligata a rischiare la propria vita né che finisca in prigione per la decisione che ha preso” (il manifesto, 19 settembre 2007). È una presa di posizione che ritengo molto significativa perché la polemica intercorsa durante l’estate tra Vaticano e Amnesty International riguardava appunto la nominazione dell’aborto come diritto, e significa uno spostamento nel linguaggio di una associazione che ha sempre ritenuto indispensabile per la sua azione il riferimento all’esistenza di diritti umani.
E dunque, a chi dice che l’aborto non è un diritto umano, intendendo implicitamente che debba essere proibito dalla legge, si può rispondere uscendo dall’alternativa diritto o divieto. Si può dire: “È vero, l’aborto non è un diritto, ma il sì della donna non si può saltare”. È una risposta che ha origine nel movimento delle donne, e che negli anni Settanta in Italia ha trovato espressione giuridica nella proposta di depenalizzazione dell’aborto. Ed è una risposta condivisa da molte femministe che pure hanno partecipato a mobilitazioni pubbliche in cui veniva usato il linguaggio dei diritti. Persino in America: Grace Paley racconta che lei e le sue amiche andavano alle manifestazioni ma erano a disagio per slogan come “aborto a richiesta”, che sentivano come una banalizzazione di quell’esperienza (L’importanza di non capire tutto, Einaudi 2007, p. 27). È ascoltando questo disagio infatti che si è sviluppata quella riflessione tra donne sulla sessualità e sulla maternità che ha preso le distanze dai diritti. Una riflessione che fino a pochi anni fa ha avuto echi ed elaborazioni anche tra giuristi e giuriste – ricordo negli anni Novanta i numeri della rivista Democrazia e diritto, “Diritto sessuato?” e “La legge e il corpo” – ma che sembra essersi fermata.
Domenica ho letto l’articolo di Daniela Preziosi sulla manifestazione delle donne a Roma e condivido la sua lettura dei fatti. Anch’io c’ero e anch’io condividevo l’idea delle organizzatrici che per un giorno, purtroppo solo per un giorno, dovevano avere voce solo i soggetti che quotidianamente non ce l’hanno. Le ministre e le parlamentari hanno mille occasioni di far sentire la loro voce, in «luoghi» più o meno «nobili», e lo fanno, certe volte anche troppo,forse vorrei vedere più «atti», politici e istituzionali a favore delle donne. Ho trovato molto brutto e abbastanza strumentale, che invitate a parlare dalla 7, e da altri organi di informazione, non abbiano saputo/voluto dire semplicemente: scusate oggi noi non parliamo, perché siamo presenti solo come donne, ma la parola va data alle donne che sono in piazza e a chi questa manifestazione l’ha organizzata, che mai hanno la possibilità di far sentire la loro voce attraverso questi mezzi di comunicazione. Se vogliono rappresentarci che prima imparino a ascoltarci.Un saluto a tutte/i quelle/i che sabato c’erano.
Lorenza Favaro, Padova
Ida Dominijanni
«Poche, arrabbiate, violente, sciagurate, cretine». Anzi: «cretinamente e assurdamente violente». Spero che Giovanna Melandri, ministra della Repubblica, si sia riletta su Repubblica di domenica e sia rinsavita, o almeno si sia accorta di aver passato il segno. Le rispondo in quanto sciagurata e cretina a mia volta, non ritenendo di dovermi distinguere dalle poche o molte che l’hanno fatta scendere con Livia Turco e Barbara Pollastrini da quel palchetto televisivo di Piazza Navona sabato pomeriggio. Non ero tra loro, ma se ci fossi stata avrei provato a farle scendere anch’io. Ci avrei provato con le buone invece che con le cattive ma ci avrei provato. Senza riuscirci, perché tutta l’intelligenza di cui Giovanna Melandri è dotata non le è bastata per capire che si stava infilando in una brutta gaffe. E nemmeno le era servita, stando alla sua intervista, per capire che quella manifestazione era contro la violenza maschile, e altrettanto contro quelli e quelle che pretestuosamente infilano le norme contro la violenza maschile nei pacchetti sicurezza di sapore razzista. Troppo complicato? Non so dove fosse Giovanna Melandri negli anni in cui il femminismo ha costruito la sua cultura in materia di rapporti fra norma e violenza: limpidamente del resto, ai tempi della svolta del Pci, sosteneva che dal feminismo era ora di «sdoganarsi». Livia Turco e Barbara Pollastrini però qualche vago – molto vago, o molto estemporaneo – rapporto con il femminismo in passato l’hanno intrattenuto, e quantomeno dovrebbero sapere che in fatto di rappresentanza e di rappresentazione le femministe, storiche e non, sono particolarmente sensibili. Neanche loro hanno visto la gaffe in cui si stavano infilando piazzandosi su quel palchetto televisivo?
Però non scomoderei gli aggettivi di Melandri. Non è questione di Q.I., ma di un virus che da qualche tempo attacca invariabilmente i politici di professione, uomini e donne. Il virus consiste nel ritenere di avere il monopolio della politica. La politica sono loro, il resto o è contorno consenziente e compiacente o è antipolitica (sciagurata e violenta). Nel caso di una manifestazione di donne poi, mica vale la pena di spaccare il capello in quattro come quando si commenta l’ultima dichiarazione di Willer Bordon: o è «un raduno allegro e festoso», cioè una cosa cretina per definizione, o se ci scappa dentro qualche contenuto politico, e relativo conflitto, diventa una cosa cretina per deduzione.
Naturalmente le nostre monopoliste della politica sono in buona compagnia. Alla grande stampa, che in materia di femminismo ci ha sempre preso pochino, non è parso vero domenica di potersi attaccare alla contestazione delle ministre per appiccicare la chiave dell’antipolitica alla manifestazione di sabato. Sul punto rinvìo all’editoriale di Paolo Franchi sul Riformista di ieri (www.ilriformista.it: niente da aggiungere). Rinvìo anche a Carla Lonzi, che del ritrovarsi fra donne scriveva «è già politica» in tempi in cui il femminismo era tacciato di essere non antipolitico ma, più semplicemente, impolitico: il contenzioso sui confini della politica non è cominciato con Beppe Grillo.
Da ultimo. Personalmente non ho approvato la scelta separatista della manifestazione di sabato: mi sarebbe parso più forte coinvolgere esplicitamente non gli uomini in generale, ma quegli uomini che negli ultimi anni hanno preso posizione pubblicamente contro la violenza maschile. Senonché domenica, dopo aver visto sui giornali svariate smorfie femminili per quel segno separatista così demodé, e letto opinioni maschili come la seguente: «è il concetto stesso del femminismo che distrugge l’essenza dell’essere femmina e le potenzialità dell’intelletto femminile», quasi quasi ho cambiato idea: meglio separate.
Intervento che sarà pubblicato su Noi donne di gennaio 2008
Giovana Providenti
Osare amare se stesse e pronunciarsi ‘per’ invece che ‘contro’ sono le prime regole di un efficace decalogo di autodifesa contro la violenza alle donne, come dimostra il personaggio di Modesta.
l 25 novembre è stata la “giornata internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne”: nel 1999 l’ONU, accogliendo una richiesta dei movimenti femministi, ha deliberato questa data in memoria di tre attiviste politiche della Repubblica Dominicana, le sorelle Mirabal, che nel 1960 sono state seviziate e assassinate dai militari mentre si recavano a far visita ai loro mariti, in carcere per motivi politici.
In Italia questa giornata è stata ricordata con molte iniziative. Peccato però che in molti casi, già dal titolo, si sia trascurato il “per” e il “tutte le forme di violenza”, limitandosi a dichiararsi “contro la violenza alle donne”, talvolta specificando “contro la violenza maschile”, come nel caso della manifestazione di Roma. Anche io mi sento impegnata in prima persona nella battaglia culturale rivolta a “un nuovo patto di convivenza tra uomini e donne che tanto gioverebbe alla parola civiltà” (cito dall’appello), e credo che alla base di molta violenza vi siano misoginismo e maschilismo. Ma non condivido alcun tipo di semplificazione e non definirei il grave dramma di tante donne un “conflitto di genere” attribuibile solo all’aggressività e alla “violenza maschile”.
A chi si rivolge e verso quale direzione ci porta proporre la violenza contro le donne in questi termini? È così che vogliamo contribuire a diminuire la rabbia e la paura alla base della maggior parte dei conflitti domestici (e non) causa di molte morti femminili?
La rappresentazione della donna indifesa e vittima di un uomo dominatore, o arrabbiata contro il maschio cattivo, rischia di diventare un facile strumento nelle mani del simbolico patriarcale sempre pronto a rinnovarsi. Eccola la debole, la pazza che reagisce alle torture subite in maniera inconsulta! Un secolo fa era internata in manicomi o sottoposta ad elettroshock, e oggi mette in piazza la rabbia!
E se invece di cercare colpevoli provassimo a comprendere più profondamente le ragioni della violenza? Se smettessimo di attribuire a qualcun altro il tracciato della nostre vite? Se ci assumessimo la nostra parte di responsabilità? Se provassimo ad essere libere?
La libertà femminile non parte da una reazione istintiva, ma da una profonda ricerca che alla critica della società patriarcale accosta una personale e radicale indagine interiore. Per Carla Lonzi la prima oppressione da sconfiggere è quella radicata in ogni singola donna. Virginia Woolf in “Le tre ghinee” invita a “pensare e pensare” e a scoprire le nostre “oscure emozioni”: “perché quella paura e quella rabbia impediscono una vera libertà tra le pareti domestiche… e possono impedire una vera libertà nel mondo della vita pubbica: possono contribuire concretamente a provocare le guerre”.
La causa della violenza contro le donne non è l’aggressività maschile, ma una serie di concause secolari (da sempre le donne muoiono per la disgrazia di stare dalla parte “sbagliata”, la novità è che finalmente se ne parla) di cui anche le donne sono state complici; ma oggi possono non esserlo più. Mancanza di autentica libertà, condizionamenti sociali, privazioni (materiali, culturali e spirituali), complessi processi psichici, e molta sofferenza, sia femminile che maschile, sono le cause della violenza, che scatta perché non si è in grado di gestire il conflitto, né di assumersene la responsabilità.
La violenza è una relazione, non ha un responsabile soltanto: e questa è una buona notizia perché significa che ciascuna di noi può fare qualcosa ‘per’ eliminare la violenza contro le donne.
Anche io che scrivo e racconto di donne, scegliendo di rappresentarle in un modo o nell’altro, posso contribuire a fermarla, comunicando fiducia e potenzialità piuttosto che rabbia e paura.
Noi siamo fatte di ciò con cui ci nutriamo: se non vogliamo finire schiacciate dalle oscure emozioni suscitate da descrizioni di stupri e assassini vari, anche particolareggiate, propostici da trasmissioni televisive e pagine di giornali, serve un contrappasso. Oltre a denunciare ciò che le donne subiscono a causa del perpetuarsi del patriarcato, è necessario documentare storie di donne che, avendo scelto di prendere in mano la propria vita, riescono ad emergere da terribili storie di oppressione e a gestire complessi conflitti, divenendo protagoniste di trasformazione culturale.
Regalando un libro ad un’amica posso contribuire a fermare la violenza contro le donne. Scegliere, ad esempio, il recente libro in cui Lilli Gruber testimonia “la rivoluzione pacifica delle donne musulmane”, invece delle molte autobiografie (talvolta pilotate) di donne prima vittime della società patriarcale in cui sono nate e poi “liberate” in quest’altra parte del mondo. Oppure di nuovo vittime della nostra doppia morale o della nostra finta libertà.
Se provassimo a spostare l’ottica riduzionista patriarcale, nutrendoci di simbolici meno opprimenti? Se provassimo ad attraversare paradossi e contraddizioni, cercando saperi più articolati, sia maschili che femminili, a partire dalle “narrazioni” di cui ci nutriamo?
La storia di Modesta, la protagonista del romanzo L’Arte della gioia di Goliarda Sapienza, è l’esempio di un tipo di narrazione che, osando attraversare in profondità la “disgrazia delle donne”, va in tutt’altra direzione rispetto al simbolico femminile della cultura patriarcale.
Modesta conosce bene il “destino coatto” delle donne: il loro cadere vittime della propria dipendenza affettiva, del senso di vergogna, della depressione, della paura di rimanere sola, come da quella di essere “squartata” dalla violenza maschile. Quando viene violentata dal padre sa capire che il proprio corpo sessuato e il proprio piacere erano tutt’altra cosa da “quella lama fra le cosce tremanti” che “affondava nel sangue per dividere, separare”. Per questo non rimane “lì sulle tavole del letto, a pezzi”, come pure “sarebbe rimasta”. Non va nemmeno a rifugiarsi nello stanzino dove sono nascoste la madre e la sorella, pur subendo l’attrazione di questo tipo di destino. Preso il lume con cui non riesce a svegliare le due donne addormentate lascia che tutto bruci, senza più desiderare l’aiuto del suo uomo: “questa volta lui non era lì, e io anche a costo di morire dalla paura per quelle fiamme per quel fumo che quasi mi strozzava, non avrei chiamato aiuto, né gridato”.
Salvatasi dalla violenza maschile Modesta però finisce nella brace della violenza femminile, l’oppessione psicologica che la donna si autoinfligge, rappresentata simbolicamente dalle cure premurose di una madre-badessa, che, pur aiutandola ad elevarsi culturalmente, la spinge a trascendere il corpo e ad abnegarsi in nome di un ideale-dio, rubandole la gioia di essere viva.
Ma lei è una bambina curiosa che fa molte domande e studia le persone come si studia la matematica, la musica e la grammatica, e impara sulla propria pelle a liberarsi anche da questa subdola forma di oppressione, e a non ricadere in alcun tipo di riduzionismo e/o dogma che “nasconde la paura della ricerca, della sperimentazione, della scoperta, della fluidità della vita”.
Modesta, nata in una famiglia poverissima e in un contesto sociale molto degradato, finisce col trovare in se stessa le risorse ‘per’ non subire più violenza. Già donna matura, e in crisi per le continue delusioni-contraddizioni che la vita le pone, succede che un uomo la aggredisce per gelosia. Lei, guardando allo specchio la sua ferita, si accorge di avere “cercato la morte affrontando Mattia quella notte”, e capisce che è sua la responsabilità di abbandonare le pulsioni autodistruttive e di amare se stessa: “Rinasce Modesta partorita dal suo corpo, sradicata da quella di prima che tutto voleva, e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere. Rinasce nella coscienza d’essere sola”.
Paolo Franchi
Sabato c’è stata, a Roma, una grande manifestazione, tantissime donne, anche anziane, tantissime ragazze, anche giovanissime. Tv e giornali se ne sono occupati soprattutto per due aspetti. Il primo: la contestazione nei confronti delle ministre del centrosinistra e l’allontanamento dal corteo di alcune esponenti di Forza Italia (o come si chiama adesso). Il secondo: un certo qual risorgente “separatismo” femminista nel cui nome i maschietti sono stati emarginati un po’ come capitava negli anni Settanta. È evidente che l’intolleranza non va mai né sottovalutata né giustificata, e che il “separatismo” (ma di maschietti risalendo per il corteo, se ne trovavano molti, e Armando Cossutta, che ha sfilato a braccetto della moglie, non risulta sia stato svillaneggiare) suona vagamente retro. Ma chiamare in causa, come in molti (molte) hanno fatto, il “vento dell’antipolitica”, che avrebbe soffiato impetuoso anche sabato pomeriggio, mi sembra onestamente fuori luogo.
Anzitutto perché bisogna mettersi d’accordo su che cosa sia, questa benedetta “antipolitica”. Io non riesco a vedere niente di “antipolitico” nel fatto che per motivi politici si contestino (poco importa qui se a torto o ragione) degli uomini politici o, come nel nostro caso, delle donne politiche. La manifestazione di sabato – una manifestazione senza simboli di partito e senza bandiere è stata una manifestazione carica di significati politici. E dunque non sarebbe male, anzi, sarebbe un buon esercizio riformista, cercare di coglierne il senso, invece di limitarsi ad esecrare qualche slogan estremista e qualche urlaccio di troppo. I raffronti con il femminismo di un tempo aiutano poco. Non sono tornate le streghe. Decine di migliaia di donne e di ragazze, nella giornata contro la violenza sulle donne, sono scese in piazza certo per protestare con forza (come è giusto, anzi, sacrosanto, ma pure un po’ scontato) contro la violenza in questione, ma anche e soprattutto per evidenziare, con altrettanta e forse ancor maggiore forza, che nell’ottanta per cento dei casi chi la pratica qui è un italiano, e che per le donne il luogo meno sicuro non è una strada buia ma la propria casa. Perché gli aggressori sono in grandissima misura loro familiari o persone con i quali hanno relazioni anche significative, nonni, padri, zii, mariti, conviventi, fidanzati,
amici. L'”antipolitica” non c’entra niente. Perché già sottolineare questo dato di fatto significa esprimere un punto di vista politico. Molto parziale, e anche molto radicale, se volete, come quasi per definizione succede ai movimenti collettivi
che, come è noto, non rappresentano e non debbono rappresentare l’interesse generale e non hanno e non devono avere funzioni di governo. Ma, insisto, politico. Molto politico. Tanto più in un paese, come l’Italia, in cui si fanno ben poche
politiche per la famiglia ma in compenso, e non soltanto nel Family day, ci si abbandona volentieri a celebrazioni retoriche e sin troppo rassicuranti, almeno nelle intenzioni, della famiglia medesima, quasi che questa, immune dal male, rappresentasse di per sé il rifugio più sicuro e l’antidoto più efficace agli orrori del tempo. Tanto più in un paese, come l’Italia, in cui, sull’onda dell’emozione suscitata da un orribile fatto di violenza e di sangue perpetrato da un clandestino rom e romeno contro una donna, prende corpo non solo e non tanto un pacchetto di misure, ma una filosofia della sicurezza che individua nell’altro (nell’altro povero, nell’altro clandestino, nell’altro che giunge da torbide lande a turbare la nostra vita sin lì serena) il pericolo principale e il nemico pubblico numero uno. Tanto più in un Paese, come l’Italia, in cui la tendenza a governare sull’onda di “emergenze” vere o presunte, e dell’allarme sociale che queste determinano, è antica e perennemente si rinnova.
Io non credo che i partiti (e parlo qui dei partiti del centrosinistra, e in primo luogo del nascente Partito democratico) debbano far proprio, e tanto meno far proprio acriticamente, senza mediazioni, quel che ha mandato loro a dire, anche contestandone le rappresentanti, il corteo di sabato. Ma sono convinto, da riformista, che debbano ascoltarlo con attenzione, perché qualche ragione riformista con tutto il suo estremismo al femminile quel corteo ce l’ha, non fare spallucce prendendosela con l'”antipolitica” dilagante e con l’estremismo risorgente. Alcune mie autorevoli amiche sabato non hanno potuto dire la loro in tv, a proposito della manifestazione, sul palco approntato all’uopo da La7. Me ne dispiace, ma non ne farei un dramma. Chissà perché ho l’impressione che i drammi siano altri.