Serena Fuart
La terra friulana nei primi anni del novecento, terra povera dove si viveva di agricoltura. Pochi privilegiati possedevano grandi proprietà terriere, in cui potevano lavorare i paesani o come agricoltori o come servitori nelle loro case.
Qui nacque e visse Teresina Boschin.
Una vita al servizio dei padroni senza per questo mai sentirsi serva. Una vita attraversata da due guerre, viste con occhi inesperti ma non ingenui. Questa, in breve, l’esistenza della protagonista realmente vissuta e nata a Saciletto, in Friuli, nei primi anni del novecento e spentasi nel 2003 poco prima di compiere cent’anni. La sua storia è stata raccontata da Adriana Miceu, che conduce ricerche nel campo della storia e delle tradizioni popolari e della memoria orale. Origininaria anche lei di Saciletto ha conosciuto Teresina, è entrata in relazione con lei e ha trascritto nel libro La valigia di Teresa – Memorie di una serva furlana’la sua vita (Centro Isontino di ricerche e documentazione storica e sociale ‘Leopoldo Gasparini’)
Teresina ha conosciuto la miseria vera. Vissuta in una famiglia con numerosi fratelli, a nove anni lascia la scuola per andare a servire. Il suo lavoro, svolto sempre con impegno, l’ha portata lontano da casa fino a Roma e Parigi.
Nel corso della sua lunga vita ha visto il declino delle famiglie ricche e agiate presso cui aveva lavorato, ha visto la sconfitta austroungarica e l’arrivo dell’Italia nei territori friulani.
Ha vissuto a fianco delle SS nel periodo nazi-fascista. Tutto ciò ignorante dei grandi intrighi politici, aderente alla realtà del momento, districandosi dai guai come ha meglio saputo fare.
La sua esistenza però è sempre stata caratterizzata da un senso di libertà del suo vivere. Due storie d’amore andate male, non si è mai sposata, badando a se stessa con una sorprendente tenacia che l’ha portata alla totale indipendenza.
Io l’ho conosciuta. Originaria di quelle terre avevo la nonna paterna che viveva dirimpetto a Teresina. Ancora troppo piccola per capire allora, oggi ho letto la sua storia e ne sono rimasta molto colpita. Teresina è vissuta lontano dagli agi e ne ha viste tante, eppure, prima di spegnersi, fa delle considerazioni sul mondo attuale: si è passati dallo scrivere sulla terra? a comunicare con il mondo grazie a un pc.
Ma tanto progresso porta alla solitudine, dice, e ricorda con malinconia i momenti passati insieme alla sua famiglia, ricchi di relazioni e affetti, seppur nella miseria materiale.
Il Saggiatore, Milano 2008
Lady Slane, dopo la morte del marito pari d’Inghilterra e nella sua brillante carriera Ambasciatore a Parigi, Vicerè delle Indie, Primo Ministro in patria per numerosi anni, rimasta sola sorprende e scandalizza la sua famiglia rifiutandosi di vivere a turno da loro.
Si vuole trasferire in periferia in una minuscola casa a Hamstead con la fedele domestica: proibisce ai numerosi figli di andare a trovarla se non molto raramente e impedisce ai più giovani nipoti e pronipoti ogni visita perché trova che la gioventù è irruente e distoglie da una vita tranquilla e con calmi ricordi.
Lady Slane, che si è sempre caratterizzata come una moglie devota, sempre disponibile a ogni tradizionale dovere materno e alla carriera del marito, rimasta vedova e rifiutando l’aiuto dei figli che conosce come egoisti e arrivisti, riprende in mano il corso della sua esistenza. Anche la sua attuale vita sociale, altro grave imbarazzo per la sua famiglia, si limita a poche persone semplici che non appartengono affatto all’aristocrazia, ma che l’interessano per la loro innata educazione e semplicità. Dalla profondità degli anni ricompare anche una vecchia conoscenza che si rivela essere stato ben più di un compagno mondano di una cena o viaggio passati, e a lui confesserà la sua grande passione per l’arte della pittura, che aveva dovuto tenere lontana per i suoi compiti di moglie e di madre.
La narrazione di questo bellissimo romanzo è una riflessione sul destino delle donne di quel periodo di inizio Novecento e sul loro limitato potere di emanciparsi; nello stile si notano i fermenti di modernità e la grandezza culturale dell’autrice e del milieu culturale nel quale visse e creò le sue opere, il Circolo di Bloomsbury. L’autrice per la stesura di questo libro si ispirò a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, sua grande amica e amante e anch’essa membro di Bloomsbury.
Vita Sackville West (1892-1962) fu una persona molto conosciuta nella sua epoca; nata da una famiglia aristocratica inglese sposò il diplomatico Harold Nicolson. Di lei ci sono noti e pubblicati dal Saggiatore le memorie del suo soggiorno in Iran Passaggio a Teheran, e i romanzi Il diavolo a Westea
di Donata Glori
Una bella domenica delle palme quella di domenica 16 marzo.
Tanta gente, ragazzi, famiglie per lo più, che passeggiava; qualcuno, dopo essere stato a Messa nella propria parrocchia, aveva in mano un piccolo ramo di ulivo, segno di pace, di attenzione, da riporre a casa in un vasetto oppure scambiare negli incontri.
Bella l’ottica dello scambio, concreta e simbolica, come quella della manifestazione Mani nella città che il circolo La Merlettaia, insieme ad artisti, amici e passanti, ha inscenato nella zona pedonale di corso Vittorio Emanuele.
Mani, mani che uscivano da un telone bianco, mani che si scambiavano strette, piccoli oggetti, doni, parole. Mani che dipingevano per esprimere il desiderio e la necessità di amare e fare qualcosa per la nostra città. Quella stessa città da cui, spesso, i nostri ragazzi si allontanano per non farvi ritorno, pensando: “a Foggia? giammai!”
Mi causa sempre tristezza ascoltare queste parole, non tanto per il fatto che i ragazzi operino scelte, per bisogno o desiderio, che li allontanano – il mondo è per fortuna tanto grande da ospitare migranti di ogni genere. Mi intristisce il disprezzo per il proprio luogo d’origine, per gli spazi e le relazioni frequentati, gli stessi che hanno permesso loro di crescere e di essere quel che sono, nel bene e nel male. I luoghi non sono separati dalle persone e le persone sono intessute dei luoghi che li hanno ospitati, è un artificio pensarli separati: lo spazio prende senso e bellezza dalle persone che lo abitano.
Lo spazio e le relazioni prendono colore, insieme
All’interno della performance di domenica, uno spazio era dedicato ai bambini: due grandi piantine della città da sottoporre al loro sguardo incuriosito. Da guardare per imparare a conoscere, per giocarci e intervenire.
Il laboratorio è stato pensato con Gerardo De Feo che si occupa di didattica dell’arte con i più piccoli. Lui ama sostenere che Foggia è una città d’arte e, studiando fuori, ha scoperto quanta ricchezza storica e relazionale possiede la nostra gente e il nostro territorio.
Insieme abbiamo esortato genitori e adulti accompagnatori a tracciare, su fogli da sovrapporre alle piantine il perimetro di un quartiere, di un giardino, di una zona significativa per sé, ma da passare ai figli e ai più piccoli in generale: una zona da salvare, da amare, oppure una zona sgradevole, degradata, da curare e da affidare, da immaginare differente, più a misura di ognuno. Per esempio a misura di bambino.
Sulle vie tracciate dagli adulti i bambini, tanti quelli che si sono alternati, hanno tracciato desideri, possibilità di utilizzo: fiori e alberi, cavalli nello spazio dell’ex-ippodromo, recinti nei giardini per i propri cani e gatti, piste ciclabili e, a dimostrazione che i bambini sanno essere anche molto realistici, la panchina per il nonno che usa il bastone e ha bisogno di fermarsi ogni tanto o per la mamma che “così mi può guardare mentre gioco e riposarsi un po’”, un palazzo per chi casa decente non ha; come la bambina, forse ucraina, che accompagnata dalla mamma, ha voluto disegnare un bel palazzo altissimo con vicino un piccolo albero; e poi hanno disegnato gente, tanta gente, la propria famiglia ma anche il gruppo di amici.
Nuove occasioni per esercitare la vita sotto il segno della creatività e dell’alleanza
La nostra non è certo una città a misura di bambino. I bambini sono al centro della vita di tutte le famiglie, li si riempie di cose, gli si organizza il tempo, le amicizie sono programmate e quindi quelle che gli adulti scelgono per loro perché più adatte o più comode. Gli spazi sono quelli già strutturati, per la danza, lo sport, il divertimento, chiusi.
Insomma percorsi fisici e relazionali già stabiliti. Senza sorprese e senza stupore.
Domenica i bambini erano felici di stare gomito a gomito con altri bambini sconosciuti, felici di stare sdraiati a terra – nello stupore mio e loro: le mamme non se ne lamentavano troppo-; nessun
problema a cedere un po’ di posto, a scambiarsi fogli e colori, a spiegare cosa occorreva fare.
Ad approfittare dell’antico gioco della campana che gli artisti Rosy Daniello e Piero Cimino avevano allestito poco più avanti e che adulti dalla memoria lunga spiegavano ai più piccoli.
Lo spazio delle relazioni
Della serietà dei bambini già so, grazie al mio mestiere di maestra, ma quella degli adulti mi ha stupito moltissimo.
Solo all’ultimo momento io e Gerardo avevamo deciso di far tracciare agli adulti i segni da passare ai più piccoli. È stata un’ottima scelta, si sono aperte delle belle discussioni, tutti coloro che si fermavano erano interessati ed incuriositi, hanno posto domande, “Perché siete qui? Che senso ha?” “Mi spieghi, cosa devo fare?” Tutti si sono messi seriamente a eseguire il compito che gli era stato assegnato: passare ai propri figli una piazza, una strada, un giardino, un quartiere da prendere in carico.
Quello che è venuto fuori in forma più o meno simbolica, più o meno visibile, è una sorta di spazio abitato dalle relazioni. Abbiamo avuto la partecipazione attiva di molti e appeso ad un cespuglio i disegni dei bambini; qualcuno ha procurato delle mollette e ad un cordicella abbiamo fissato altri disegni, nuovi punti di vista offerti allo sguardo dei passanti attenti.
Vivere è rompere un guscio dopo l’altro
Solo un signore anziano si è lamentato dell’occupazione del luogo pubblico, diceva di non poter passare, ha alzato la voce in nome del diritto a passare al centro della zona pedonale; carino un giovane uomo, papà di tre bimbi spalmati a terra a disegnare un mondo nuovo, che lo ha preso per il braccio e, guidandolo, gli ha fatto notare che bastava fare due passi in più, girare intorno ai bambini, per passare tranquillamente. Un bel gesto quello del papà di accompagnare l’altro quasi per mano per fargli notare percorsi che non riusciva a vedere. Deve essere un buon papà.
A volte è così difficile, scegliere percorsi diversi da quelli abitudinari. Occorre lo sguardo di un altro. Si è sempre in tempo per crescere.
Belle le discussioni tra padri, madri e bambini, ascoltate a sprazzi “Perché questa piazza? Che te ne importa? Non ci andiamo mai…” “Già, però ci giocavo da piccola; tua nonna, cioè mia madre, abitava lì” “Perché non mi ci hai mai portato?” “Hai ragione, non ho avuto tempo.” “Mi ci porti?” “Sì, ti ci porto domani.”
Così sono i luoghi della città, occorre amarli, tenervi dei ricordi, raccontarli e mettersi in ascolto, andare a far loro visita ogni tanto perché non intristiscano e muoiano. Guardarli da nuove prospettive: le cose viste dal basso, a volte, possono essere piuttosto interessanti.
A volte, come quando si ama, si vedono cose che sono invisibili agli occhi.
Donata Glori
Regole e libertà convivono nei nostri codici morali e consentono anche alle donne di emanciparsi
I valori tradizionali privilegiano la famiglia e la comunità mentre la nuova middle class è individualista
Domani e dopo a Milano la scrittrice di Bangalore, contesa dagli agenti letterari di mezzo mondo
Gian Paolo Serino
Sari e minigonne, templi indù e grattacieli di vetro, spiritualità discussa via pod cast e matrimoni organizzati su Internet: è questa la nuova India, sospesa tra tradizione e supertecnologia, tra ricchezza ostentata e miseria assoluta, protagonista degli otto racconti riuniti ne Il tappeto rosso di Lavanya Sankaram (Marcos y Marcos). Come recita il sottotitolo sono “Storie di Bangalore”, la città più hi-tech dell´Asia tanto da essere chiamata la Silicon Valley indiana. Un luogo che per la scrittrice indiana rappresenta al meglio un paese che è al centro dell´attenzione internazionale non solo per la forte ascesa economica ma anche nel cinema, nell´arte e nella letteratura. Lavanya Sankaran ne parlerà proprio a Milano in un doppio incontro con i lettori: domani alle 17.30 alla libreria Nuovo Trittico e martedì alle 18 allo Spazio Oberdan in una conferenza sulla “middle class indiana tra consumismo e qualunquismo” nell´ambito della mostra “L´arte contemporanea indiana: fra continuità e trasformazione”.
Nata nel 1968 a Bangalore, dove oggi è tornata ad abitare dopo aver lavorato negli Stati Uniti come consulente finanziaria di una banca d´affari, la Sankaran è tra i casi editoriali dell´anno: cinque agenti letterari americani se la sono contesa quando ha inviato i suoi primi due racconti (ha vinto Lane Zachary, che annovera tra i suoi clienti la famiglia Kennedy), mentre nove tra i maggiori editori statunitensi si sono sfidati all´asta quando ha consegnato la sua raccolta (se l´è aggiudicata Random House, con un´offerta a sei cifre). Oggi Il tappeto rosso è in corso di pubblicazione in quindici paesi. Il segreto del suo successo sta nella piacevolezza della scrittura e nella finezza del racconto ma anche nell´aver saputo fotografare come l´India stia affrontando questo cambiamento epocale. Non senza difficoltà perché “se da una parte i valori tradizionali mettono al primo posto la comunità e la famiglia a discapito dell´individuo, lo stile di vita moderno va nella direzione opposta”.
“Questo”, ammette, “crea tensione nei rapporti tradizionali, anche se ad essere veramente onesti il progresso e il cambiamento economico offrono nuove occasioni di relazione per gli indiani e nuove ragioni per apprezzare il proprio paese. Rapporti, senso comunitario e nuovi interessi nascono sul posto di lavoro: anche questo è progresso sociale”. Quando le accenniamo se questo progresso abbia favorito l´emancipazione femminile, sorride dicendoci che “l´India per tradizione ha stabilito da sempre un codice morale di comportamento per gli uomini e per le donne, ma ha anche offerto la possibilità di essere estremamente emancipati e liberi. Regole e libertà convivono benissimo perché l´India ti permette di essere conservatore o emancipato a seconda dei tuoi desideri, che tu sia donna o uomo”. “Il vero problema”, riflette, anticipandoci il tema dell´incontro all´Oberdan, è che “la middle class indiana rischia di dimenticare che esiste un substrato molto povero che fa da sfondo ai suoi successi e che l´India non risplenderà mai davvero, finché non riusciremo a soddisfare anche i bisogni di queste persone”.
E mentre ci racconta di come Bangalore sia “una strana città in cui convivono straccioni e miliardari, ma dove si prendono le cose con filosofia” le facciamo notare che, a sessant´anni dall´indipendenza dall´Inghilterra, nel suo libro non si parla mai di Europa: gli Stati Uniti sembrano aver sostituito la Gran Bretagna come modello di riferimento. Con un sorriso ci mette a tappeto (non rosso): “Oggi in India si respira un´aria molto diversa rispetto all´Europa. Se un giovane indiano ha la possibilità di lavorare 70 ore alla settimana, si rimbocca le maniche e lo fa, anche se guadagna solo 200 euro al mese”. I precari, tra un Om e un call center, sono avvisati.
Domani alle 17.30 alla Libreria Nuovo Trittico, via San Vittore 3. Martedì alle 18 allo Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2
Graziella Pulce
Mai come di fronte a La vista da Castte Rock (trad. di Susauna Basso, Einaudi “Supercoral-li”, pp. 311, € 18,50) viene naturale ricordarsi che Alice Munro è anche il nome di uno dei personaggi più celebri della letteratura americana. Nell’ Ultimo dei Mohicani di Cooper, Cora e Alice sono le fìglie del capitano Munro, il comandante delle truppe inglesi nella guerra anglo-francese per la conquista del Canada. E, diversamente da quanto appare nella trasposizione cinematografica di Michael Mann del ’92, è la bionda Alice che sopravvive alla bruna Cora, al padre, all’ufficiale Duncan e al mohicano Unkas.
Presentata nel 2006 come libro che chiude la carriera della scrittrice canadese, la raccolta di racconti è montata secondo un criterio sostanzialmente diverso rispetto ai precedenti. Nella prima parte si leggono storie che hanno per protagonisti gli avi della stessa Munro, nata Laidlaw, mentre nella seconda l’autrice rievoca alcuni momenti della propria biografìa.
Più o meno al tempo della battaglia di Waterloo, ]ames Laidlaw concepisce il progetto di trasferirsi in America insieme con la famiglia. Partiti nel giugno del 1818 dalla nativa valle di Ettrick, a sud di Edimburgo, essi raggiungono le acque di Terranova e dunque la Nuova Scozia, il nuovo mondo, dopo settimane di un viaggio che – come è facile immaginare – costituisce già dì per sé un’avventura, se non una prova in fac simile dì quel che avrebbe atteso gli intraprendenti europei. Dunque all’inizio e alla fine di tutta la vicenda c’è la terra, quella lasciata alle spalle da cui non si spera più nulla e quella lontana, oltre l’oceano, sognata, intravista e perduta per giorni e giorni, e infine conquistata e resa produttiva. Ma i Laidlaw non sono esattamente una famiglia come tutte le altre e se la loro illustre discendente ha potuto ricostruire i profili dei suoi trisavoli e dei lori nipoti e seguirli negli spostamenti e nella lotta quotidiana per la vita, ciò è avvenuto perché in ogni generazione di questa famiglia c’è stato qualcuno che ha lasciato dietro di sé ampie lettere e cronache dettagliate. Qualcuno in cui era rimasto ben vivo lo spirito di ]ohn Knox, fondatore della chiesa presbiteriana e fautore dell’alfabetizzazione del popolo cristiano. In questo caso è Walter, figlio di James, che annota con diligenza le fasi del viaggio descrivendone gli episodi più rilevanti. Mentre la maggioranza dei passeggeri è impegnata a vomitare sottocoperta, il giovane Laidlaw se ne sta nascosto con carta e penna in cerca della giusta concentrazione: nulla di quello che vive e di quello che vede deve andare perduto. Come se non si sopportasse un’altra perdita dopo quella della terra d’origine. O come se la memoria del proprio vissuto fosse qualcosa di necessario e non di complementare rispetto alle rudimentali masserizie che gli emigranti riescono a portare con sé in quella che sarebbe diventata la loro seconda vita. La padronanza della scrittura consente di mantenere dunque un contatto con i familiari rimasti nel vecchio continente ed è questo il principale motivo che induce chi parte a imparare a scrivere. Ma scrivere lettere permette a quell’atomo d’Europa scagliato in una terra ruvida e dura anche di mantenersi agganciati con se stessi, con la propria lingua e con quella alla memoria dì un passato che se di fatto resta incancellabile dovrà presto o tardi essere rimosso e sepolto degnamente. Eseguire un tale cerimoniale evita il pericolo della dispersione, della frantumazione del proprio io nell’impatto con il nuovo continente, una frantumazione di identità che non potrebbe non avere ricadute devastanti sui protagonisti del viaggio e forse ancora maggiori sui loro discendenti.
È questo che lettere e cronache hanno scongiurato. Lo sgrammaticato racconto del viaggio contiene già una serie di situazioni-chiave: la dignita con cui i passeggeri affrontano le avversità inevitabili in un tratto tanto lungo, compiuto nell’epoca della navigazione a vapore; curiosità infantile verso tutto ciò che è nuovo (e su quelle navi, per i contadini scozzesi e non, tutto ovviamente era radicalmente nuovo); lì c’è soprattutto la pacatezza nel confrontarsi con forze tanto più
grandi del singolo: l’oceano, le nuove terre, la povertà, la malattia, la morte. La stessa forza d’animo che il lettore riconosce nei Laidlaw futuri e che viene fuori ogni qualvolta essi si trovino a doversi misurare con le asprezze dell’Ontano.
Alice Munro riesce a far arrivare nitide le immagini dei suoi predecessori alle prese con la terra, il ghiaccio e il legno della contea di Huron. Il Canada è un’immensa foresta nella quale questi ex scozzesi si inoltrano con calma, ben intenzionati a farsi strada. Qui tutto sembra avere la consistenza della roccia e tutto va affrontato con l’acciaio: quello delle accette e delle vanghe, e quello dei muscoli. Anche la neve assume la consistenza impenetrabile del solido più tenace e spalarla o non spalarla può fare la differenza tra la vita e la morte.
Dalle vicende di questi personaggi, tanto quelli maschili che quelli femminili, si sprigiona un’idea di
forza e dignità che deriva da un senso religioso del lavoro. Ma anche un senso di gioia puramente terrena. Il Canada sembra non conoscere le astrattezze, ma solo oggetti concreti e ben delimitati nello spazio. Lo steccato, la stalla, la fonderia, il tetto, ogni elemento ha il suo nome preciso e viene descritto con l’attenzione che merita un oggetto unico. Non esiste ancora la serialità della produzione di massa. Anche il vocabolario si infittisce di termini poco usuali. Sono nomi di alberi, di fiori, di strumenti di lavoro (clematide, phlox, speronella, trillium, sommacco, e poi siviere, alzaie). Non ci sono ‘animali’, ma visoni, topi muschiati, volpi argentate. Nella giovinezza di Alice compaiono persone che oggi sarebbero classificate e curate come depresse o violente, ma che allora erano accettate per quello che erano senza discussioni. Insomma l’asse privilegiato non è quello storico, ma quello geografico: sono i luoghi a raccontare le storie nelle quali gli esseri umani mantengono un ruolo piuttosto defilato.
Qui pare svelarsi più chiaramente il segreto del raccontare. E il lettore lo intrawede nei momenti in cui fa più fatica a star dietro a tutti i nomi dei personaggi che si susseguono senza che mai uno si arroghi il diritto di primeggiare sugli altri. Nemmeno quando questo personaggio è la stessa autrice ritratta da giovane. Nemmeno quando la seguiamo nelle strade del paese diretta verso la scuola, quando si apparta furtiva con un ragazzetto maldestro, o quando percorre in bicicletta strade secondarie senza incontrare anima viva. Sempre un’orchestra di elementi a fare la musica, mai qualcosa che abbia a che fare con un one man show. Così che a libro chiuso restano nella mente stole di volpi argentate vendute da una donna intraprendente ai turisti americani, pavimenti strofinati con cura da mani arrossate, una ragazzina che legge le Sette storie gotiche della Blixen e si prepara a fare la scrittrice lavorando come cameriera, file di aceri e lecci annosi, casalinghe che leggono Locke, Hume e Carlyle.
Dietro Alice Munro e prima di lei si delinea un mondo impervio e ricco di risorse, l’Ontario, dove si lavora per vivere e -per inaudito che oggi possa sembrare – non per accumulare denaro. Il lavoro, come la virtù, premio per se stesso. Sarà per questo che i debiti qui non fanno paura, visto che si trova comunque il modo di ripianarli. Da questo deriva quell’orgoglio che intride i vari personaggi e da alle loro esistenze l’invidiabile fermezza che mette in condizione di superare il freddo e la povertà, e di guardare senza rassegnazione alle traversie. A dispetto della bassa densità che ha sempre caratterizzato la demografia di questo paese, in Canada nessuno sembra essere più solo di quanto sia necessario per stare bene con se stessi. Sarà forse anche per questo se qui non ci si scompone nemmeno di fronte ai fantasmi e alle lamie che di tanto in tanto si affacciano nei racconti. Hanno tratti decisamente familiari e in definitiva non fanno tanta paura.
Paola Gaiotti de Biase
È con fastidio che si interviene nel dibattito aperto da quest’ultima provocazione di Ferrara, che riesce a dimostrare insieme il suo cinismo e la troppa disponibilità della stampa italiana a prendere sul serio strumentalizzazione e protagonismi che non servono a nessuno e si muovono con spregiudicatezza e insieme superficialità su terreni che meriterebbero ben altro spessore. Cosa hanno in comune la pena di morte e l’aborto tanto da dover collegare la moratoria dell’Onu (fra l’altro si badi bene iniziativa altamente meritoria e politicamente significativa per gli Stati, ma non vincolante per nessuno, non si sa come applicabile a singoli) alla legge sull’aborto. L’accoppiamento di due temi così diversi, nelle logiche e condizioni che ne sono all’origine, nelle pratiche che possono combatterli, nei soggetti che ne sono responsabili, nasce solo dall’evocazione di questa magica parola “vita”, una parola intorno a cui si è andato come coagulando, in una sostanziale fuga dalla politica reale e dagli strumenti che è in grado di usare, il rimando a qualcosa di intangibile e assoluto, che va oltre, e spesso ignora, l’unico assoluto e intangibile che per la politica è la persona reale.
Si tratta, infatti, di una espressione insieme ovvia e generica, politicamente inutilizzabile per la sua vaghezza, usata, proprio per la sua genericità quasi come una fuga dall’analisi approfondita di come e dove la vita umana si difende e garantisce, dei rischi che affronta, degli strumenti cui si può ricorrere. È entro quest’analisi che la laicità della politica è chiamata a trovare risposte coerenti ai diritti non genericamente della vita ma degli esseri umani nella loro concretezza.
Si può e si deve difendere la vita, ma per farlo davvero, in fedeltà alla propria coscienza bisogna maturare ben altra consapevolezza degli strumenti adeguati per farlo. Il primo dilemma che ci troviamo di fronte da questo punto di vista sta, a seconda dei problemi che ci troviamo ad affrontare, nella scelta fra strategie preventive e strategie repressive, in particolare in questo caso in cui siamo di fronte alla verifica oggettiva da secoli del fallimento da una parte e del danno aggiuntivo dall’altra legato alle strategie repressive.
In Italia, checchè se ne dica, la lettera della legge 194 non assume affatto il diritto all’aborto ma fa le scelta della strategia preventiva e la fece, (e vorrei ricordarlo per essermene occupata anche da storica in un saggio di qualche anno fa) con particolare forza grazie agli emendamenti introdotti da due cattolici esemplari, Gozzini e Pratesi. Ritengo che il no democristiano a questa scelta preventiva cui si approdò, abbia bloccato allora anche la possibilità di influire sulla legge riducendone qualche ambiguità. Il referendum che ne seguì fu condotto ignorando totalmente la natura del problema politico reale cioè la scelta politica concreta della strategia preventiva o repressiva, per concentrasi tutto polemicamente sul dilemma astratto e di principio, del si o del no alla vita, assai male riflesso del resto nello stesso dispositivo referendario. Questa scelta, politicamente errata e cieca, non solo favorì ulteriormente la sconfitta, comunque prevista, dell’iniziativa referendaria, non solo radicò nella grande maggioranza degli italiani il si all’aborto attraverso un voto personale, ma accreditò insieme alla vittoria della legge la lettura dell’aborto proprio nella chiave assolutizzante di fatto come un diritto. I colpevoli di quel clamoroso e prevedibilissimo, errore storico non solo non ne risposero mai, ma finirono coll’essere considerati dalla Chiesa come i figli più coerenti e affidabili.
Quest’errore ne portò con sé un altro ancora più grave: la prevalenza di un conflitto di natura ideologica, di principi, anziché di strumenti, fece si che non si affrontò né allora né poi proprio il problema centrale degli strumenti adeguati della prevenzione, salvo qualche tentativo di introdurvi elementi dissuasivi, di fatto repressivi. La scelta preventiva ha dato, come è stata puntualmente ricordato più volte in questi anni, risultati certamente importanti non trascurabili. Ma si tratta pur sempre di una scelta ancora parziale e da integrare nei suoi strumenti decisivi. Ricordiamo i punti centrali: aumentano significativamente i fondi destinati ai consultori, confidando su un loro insediamento sul territorio nazionale, che non ci sarà; si impone una informazione sui contraccettivi che certamente contribuirà a ridurre sempre più, ove praticata, il ricorso all’aborto; ma mancano e mancheranno a lungo le misure di sostegno economico e sociale alla maternità, senza le quali non ha fondamento pratico un’azione dissuasiva dei consultori.
I sostenitori della moratoria non ci stanno proponendo un ritorno alla strategia repressiva: ma che cosa allora? Una predica edificante? Una ripresa della informazione sulla contraccezione? O finalmente una vera politica delle famiglie? Ma se è questo perché chiamarla moratoria?
Qualcuno pensa che proibire gli asili ai figli degli immigrati clandestini possa dissuadere le migranti, che sono sempre i soggetti oggi più esposti, dal ricorrere all’aborto o è il contrario? La lotta contro l’aborto ha una sola via: creare condizioni economiche sociali, culturali, di solidarietà collettiva in cui la maternità possa essere vissuta serenamente e responsabilmente. Il resto è gioco verbale e impotente.
Il Senato delle donne di Como
Caro Presidente Formigoni, abbiamo seguito con attenzione tutto il recente dibattito sulla 194 e come donne ancora una volta abbiamo dovuto prendere atto che si parla di noi, si parla per noi, ma non si parla con noi e, soprattutto, nessuno pensa importante ascoltarci.
Eppure abbiamo tante cose da dire su questo tema, ci creda, perché non abbiamo mai smesso, noi, di occuparci della 194, della sua applicazione e non-applicazione, dei nostri diritti e delle nostre responsabilità ed anche delle responsabilità di tutti, del legislatore, del sistema sanitario, del nostro stato sociale, del nostro sistema scolastico.
Ci lasci dire che ci rattrista e che ancora, nonostante l’assuefazione, ci indigna, osservare come nel dibattito nazionale questo tema venga presentato, ovunque, con tante strumentalizzazioni, con tante manipolazioni, senza un barlume di interesse autentico per ciò che accade veramente nei percorsi applicativi della legge.
Così accade che si parli di restrizione dei tempi per l’aborto terapeutico come di un modo per ridurre il numero delle IVG ( Interruzione Volontaria di Gravidanza ), confondendo fenomeni assolutamente differenti e non connessi, creando nei cittadini una grande confusione e alimentando una discussione tutta ideologica e velleitaria, senza alcuna utilità per affrontare veramente i problemi ed utile , forse, solo ai giochi di reciproco discredito tanto praticati dalla nostra classe politica in questi tristi anni.
Per ricondurre la discussione in un ambito più dignitoso ci sembra necessario, prima di ogni altra considerazione, partire dalla realtà che conosciamo, che più ci riguarda da vicino, e quindi dalla realtà dell’applicazione della 194 in Lombardia.
Già l’esame dei numeri , anche se i dati ufficiali Istat si fermano al 2004, ci segnala alcuni fenomeni importanti: se infatti nel primo decennio di applicazione si assiste ad una costante diminuzione del tasso di abortività per tutte le classi di età ( e crediamo che l’attività dei Consultori pubblici abbia giocato un ruolo primario in tale diminuzione), nel secondo decennio il trend sembra invertirsi e si assiste da una parte ad un incremento di IVG di adolescenti (cresciuta di due punti nel decennio) e dall’altra all’aumento esponenziale di IVG di donne straniere ( più di 1/3 del totale). Per quanto riguarda le donne straniere, la Lombardia sembra avere un triste primato, essendo in assoluto la regione più interessata dal fenomeno, con 8.028 casi nel 2004 , più del doppio dei 3.277 casi del Lazio, al 2° posto.
A fronte di queste realtà appare desolante constatare come i Consultori pubblici, progressivamente svuotati di finanziamenti e di operatori, non abbiano più le risorse per la prevenzione, né per fare educazione sessuale nelle scuole, né per offrire un servizio gratuito ed accessibile agli adolescenti, né per attivare azioni di informazione e educazione sanitaria per le donne straniere.
Ma esistono altri indicatori che riteniamo assai preoccupanti per lo stato di salute della 194 nella nostra Regione: basti pensare all’altissimo (70%) tasso di obiezione di coscienza tra gli operatori sanitari, ginecologi ma anche anestesisti, per il quale si verifica che in ben 12 ospedali lombardi l’IVG sia appannaggio di gettonisti, con le conseguenze di inevitabili liste d’attesa ( e il tempo non è una variabile secondaria per l’IVG) e di sensibile aggravio di costi per il servizio sanitario regionale.
Di fronte a queste “emergenze” , reali e documentate, osserviamo con sorpresa ed anche con un certo sgomento che la nostra Regione Lombardia ” ha altre priorità”: la priorità di garantire la sepoltura agli embrioni, per esempio, oppure la priorità di disporre nuove linee guida sull’aborto terapeutico, oppure ancora la priorità, davvero scandalosa mentre i servizi pubblici muoiono d’inedia, di finanziare gli “amici” del CAV ( Centro d’Aiuto alla Vita ) della Mangiagalli.
Tutte priorità ideologiche, per non dire “confessionali”, esibite per nascondere una colpevole ed ipocrita indifferenza nei confronti delle emergenze vere.
Ci creda, i principi ispiratori dei codici di auto-regolamentazione per gli aborti terapeutici adottati dai sanitari dei due ospedali milanesi ci appaiono molto ragionevoli ed in linea con quanto la legge dispone all’art.7 ( non a caso non è previsto un termine per legge e la decisione viene lasciata alla scienza e coscienza dei sanitari, sulla base dell’evoluzione del loro sapere e del loro saper-fare) : il punto è che non c’è nessun bisogno, e quindi nessuna urgenza, di Linee Guida Regionali che tentino ( senza peraltro poterlo fare) di restringere l’ambito della responsabilità professionale e personale dei medici.
C’è invece un grande bisogno di investire in prevenzione vera ( non nella caritatevole ma illusoria pseudo-assistenza offerta dai CAV): per questo le proponiamo di aprire un bando per l’assegnazione dei 500.000€ di nostre tasse lombarde, affinchè accanto al CAV possa partecipare e concorrere anche il privato sociale “altro”, e perché soprattutto i nostri soldi vengano impiegati per obiettivi chiari, con progetti e programmi circostanziati, con preventivi e rendicontazioni trasparenti.
C’è, ancora, un grande bisogno di investire in qualità dell’assistenza ( sanitaria, psicologica e sociale) per accogliere senza demonizzare, per prevenire le recidive, per sostenere e dare spazio a scelte davvero libere e consapevoli, per ridurre i crudeli tempi di attesa : per questo Le proponiamo di mettere a punto Linee Guida Regionali non per introdurre inutili termini temporali ma per garantire in ogni ospedale lombardo la presenza di almeno un ginecologo ed un anestesista e personale infermieristico non obiettore e rendere più stabile e strutturale la connessione tra i servizi ospedalieri e i Consultori e i servizi sociali territoriali.
Ci auguriamo anche che con la recente introduzione della possibilità di ricorrere all’IVG farmacologica i costi globali per il sistema sanitario possano contrarsi e liberare risorse economiche e che la Regione Lombardia voglia decidere di reinvestirle per attività di prevenzione efficaci, per esempio ripristinando la gratuità ( da anni ormai perduta) per l’accesso alla contraccezione delle adolescenti.
Queste sono solo alcune delle molte proposte che potremmo presentarLe se Lei vorrà decidere di confrontarsi con noi, con le donne della Lombardia rappresentate dalle loro associazioni.
E’ un confronto che espressamente Le chiediamo e che riteniamo doveroso in un ambito come quello della legge 194: prima di decidere di noi e per noi, per favore parli anche con noi.
Dipartimento Politiche della Salute Camera del Lavoro Milano
CONSULTORI FAMILIARI: BOOM DEL PRIVATO
Dalla relazione annuale (2005/6) sull’IVG (interruzione volontaria della gravidanza) del Ministro della Salute Livia Turco:
- forte calo del ricorso all’aborto tra le donne italiane (-60% rispetto al 1982)
- cresce invece la % di cittadine straniere (10,1% dal 1996 al 29,6% nel 2005, +66%)
- il 97,3% entro i primi 90 giorni, mentre solo 0,7% dopo 21 settimane
Secondo un’indagine ISTAT (“Interruzione di gravidanza in Italia (anno 2004)” pubblicata il 7 dicembre 2007) i dati relativi alle IVG per 1000 donne in età feconda (15-49 anni) sono i seguenti:
| dati Istat | 1985 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 |
| Italia | 14,75 | 9,36 | 9,13 | 9,22 | 9,10 | 9,43 |
| Lombardia | 14,34 | 9,17 | 9,42 | 9,26 | 9,80 | 10,9 |
Come si vede, la Lombardia, pur calando, è progressivamente passata sopra la media nazionale, così come altre regioni a forte tasso di immigrazione.
Il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 1998 stabilisce: 1 consultorio ogni 20.000 abitanti.
Ministero della Salute
| Regioni | Consultori ogni 20.000 abitanti |
| Lombardia | 0,5 |
| Piemonte | 0,8 |
| Emilia Romagna | 1,1 |
| Liguria | 1,1 |
| Toscana | 1,1 |
Media Italia à 0,7
Dal rapporto sull’attività dei consultori familiari accreditati 2003/2006
-Assessorato Famiglia e Solidarietà Sociale, Regione Lombardia-
REGIONE LOMBARDIA
|
SEDI |
2003 | 2006 |
| CF PUBBLICI |
189
223
(di cui 154 principali
e 72 distaccati ) à +18%
CF PRIVATI
38
58
(54 principali, 4 distaccati )à + 53%
|
OPERATORI |
2003 | 2006 | |
| CF PUBBLICI | |||
2.232
2.042 (- 8,5%)
CF PRIVATI
1.004
1.407 (+ 40%)
Assistiamo così ad un dato sensazionale. A fronte dell’aumento del 18% del numero di sedi principali e distaccate dei consultori pubblici corrisponde una diminuzione di operatori del – 8,5%, mentre nel privato assistiamo ad un aumento del +40% degli operatori.
SEGUE à
La riduzione di operatori nei C.F. pubblici ha comportato come conseguenza la limitazione degli orari di apertura del servizio o la chiusura totale. Molti C.F. non hanno equipe mediche complete.
|
LOMBARDIA |
2003 |
2006 |
VARIAZIONE % 2003/2006 |
||
|
CF PUBBLICO |
N° prestazioni |
782.579 |
765.414 |
-2,2 |
|
|
Incassi |
16.544.043 |
14.803.223 |
-10,5% |
||
|
CF PRIVATO |
N° prestazioni |
60.031 |
157.910 |
+163,0% |
|
|
Incassi |
1.875.657 |
4.355.776 |
+132,2% |
||
|
LOMBARDIA |
UTENZA DIRETTA (*) |
2003 |
2006 |
VARIAZIONE % 2003/2006 |
|
|
CF PUBBLICO |
Utenza diretta |
345.900 |
324.372 |
– 6,2% |
|
|
CF PRIVATO |
Utenza diretta |
26.667 |
51.351 |
+92,6% |
|
Come si può notare, in soli tre anni, si registra, nei consultori privati, un enorme aumento del numero di prestazioni (+163%) e di incassi (+132,2%).
(*) Utenza non italiana 62.876 (16,7%) – Emerge il dato del forte incremento dell’utenza nel privato +92,6%.
A Milano, il numero di CF pubblici è di 18 (**) mentre quelli privati sono 14.
(**) Dal 1/01/08 è stato chiuso il CF di via Poma, nonostante la contrarietà del Sindacato.
Comune e l’ex direttore generale dell’ASL, dott. Mobilia, non hanno fatto niente per evitare la chiusura.
|
MILANO CITTA’ |
2003 |
2006 |
||||||
|
N°operatori
N°prestazioni
N° Utenti
introiti |
N°operatori
N°prestazioni
N° Utenti
introiti |
|||||||
|
CF PUBBLICO |
335 |
89.241 |
46.616 |
1.743.142 |
224 (-4,7%) |
89.618 (+0,4%) |
44844 (-3,8%) |
1.811.086 (-3,9%) |
|
CF PRIVATO |
45 |
19.950 |
573.270 |
67 (+48,9%) |
46.872 (+135%) |
14.186 |
1.294.051 (+125,7%) |
|
Mentre nel pubblico si registra un arretramento, nel privato, il numero di prestazioni, gli incassi sono ben oltre il raddoppio.
Così come si registra nella sanità, ad un arretramento della sanità pubblica corrisponde un incremento molto forte della sanità privata: anche nei consultori familiari si verifica la stessa tendenza con incrementi vertiginosi.
SEGUE à
Se a tutto ciò aggiungiamo il fenomeno di una forte presenza di medici obiettori (IVG), ci accorgiamo che scelte integraliste sul piano etico si accompagnano troppo spesso ad aspetti organizzativi e di materialità che poco hanno a che fare con la libera scelta delle donne.
Questo quadro e questa tendenza dimostrano quanto siano strumentali le scelte politiche della Regione Lombardia e del Comune di Milano in questi ultimi anni su una maternità libera e consapevole a tutela dei diritti del bambino/a e della donna.
Di seguito vengono riportate le conclusioni di Fulvia Colombini contenute nel
1° numero dell’Osservatorio Sanità Milano della CdLM, poichè ancora attuali (marzo 2006).
CONCLUSIONI
Sulla base dell’analisi analitica dei dati emergono, in modo chiaro, alcune indicazioni di percorso che, come Camera del lavoro Metropolitana di Milano, proporremo sia alla Direzione Generale della ASL Città di Milano come ente preposto alla programmazione, controllo e gestione delle politiche sanitarie e socio sanitarie sul territorio, sia al futuro Sindaco e Giunta Comunale di Milano per il loro ruolo di garanti della salute delle cittadine e dei cittadini.
[…]
-I consultori sono le strutture idonee a svolgere il compito di prevenzione.
Politiche di prevenzione mirata per le donne straniere
L’analisi dei dati ci dice che le donne straniere fanno ricorso in maniera evidente alla interruzione volontaria di gravidanza e che sono carenti di informazioni. Diviene indispensabile, soprattutto a Milano, avviare una campagna mirata alla popolazione femminile straniera, in età fertile per una diffusione delle informazioni su: funzionamento del servizio sanitario nazionale e delle sue strutture, funzionamento dei
consultori, campagne per l’utilizzo dei metodi contraccettivi e per la maternità consapevole, gravidanza assistita, preparazione al parto e cura del bambino nei primi anni di vita. E’ del tutto evidente che innescando processi virtuosi di questo tipo, non solo si fa prevenzione e politica sanitaria, ma si avvia un’importante azione di politica di integrazione.
I consultori diventano il luogo centrale di queste azioni. Si chiede pertanto:
– il potenziamento in termini di organici qualificati ( ginecologhe/i, ostetriche, assistenti sociali, psicologi, infermiere, supporto amministrativo),
– il miglioramento delle strutture fisiche e della strumentazione e alcune nuove aperture di sedi , soprattutto nei quartieri periferici dove si sta costruendo e si prevede un aumento della popolazione residente (ad esempio, zona Rogoredo).
La legge istitutiva dei consultori prevede un consultorio ogni 20.000 abitanti e a Milano questo rapporto è molto lontano dall’essere raggiunto, perché sono funzionanti 19 consultori pubblici e 12 privati accreditati).
– l’ inserimento in ogni consultorio della figura della mediatrice sociale, come figura indispensabile dell’integrazione sociale. Le mediatrici culturali oggi sono presenti solo in alcune strutture e vengono assunte con contratto a tempo determinato solo per singoli progetti. Bisogna prevedere anche una formalizzazione contrattuale di queste nuove professionalità.
SEGUE à
Obiezione di coscienza dei ginecologi
Il problema dell’obiezione di coscienza dei ginecologi, sia consultoriali che ospedalieri si sta aggravando sempre di più tanto da mettere a repentaglio l’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, compresa la parte di prevenzione.
Gli obiettori totali infatti non prescrivono, alle donne che si rivolgono a loro, neppure contraccettivi quali la pillola del giorno dopo e si rifiutano di inserire la spirale, causando disagi, rimandi ad altri medici e ritardi molto pericolosi per la salute psicofisica delle donne.
Per quanto riguarda l’interruzione volontaria della gravidanza, che ovviamente non viene praticata dagli obiettori, si registra una situazione per cui i medici non obiettori si trovano, a lungo andare, a dover sopperire con grave disagio personale e professionale a tutte le richieste che pervengono all’ospedale. Tale situazione mette a rischio il servizio per le cittadine, sia per quanto riguarda la qualità dell’assistenza, sia per la celerità dell’intervento.
Tutto ciò è aggravato anche dalla mancata sperimentazione a Milano della pillola RU-486 che potrebbe, oltre che rappresentare un passo avanti per la salute delle donne con un intervento meno invasivo sul loro corpo, risolvere almeno in parte la difficile situazione descritta.
Dipartimento Politiche della Salute
Camera del Lavoro Milano
Milano, 14 gennaio 2008
CONSULTORI FAMILIARI: BOOM DEL PRIVATO
Dalla relazione annuale (2005/6) sull’IVG (interruzione volontaria della gravidanza) del Ministro della Salute Livia Turco:
-
forte calo del ricorso all’aborto tra le donne italiane (-60% rispetto al 1982)
-
cresce invece la % di cittadine straniere (10,1% dal 1996 al 29,6% nel 2005, +66%)
-
il 97,3% entro i primi 90 giorni, mentre solo 0,7% dopo 21 settimane
Secondo un’indagine ISTAT (“Interruzione di gravidanza in Italia (anno 2004)” pubblicata il 7 dicembre 2007) i dati relativi alle IVG per 1000 donne in età feconda (15-49 anni) sono i seguenti:
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dati Istat |
1985 |
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
2004 |
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Italia |
14,75 |
9,36 |
9,13 |
9,22 |
9,10 |
9,43 |
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Lombardia |
14,34 |
9,17 |
9,42 |
9,26 |
9,80 |
10,9 |
Come si vede, la Lombardia, pur calando, è progressivamente passata sopra la media nazionale, così come altre regioni a forte tasso di immigrazione.
Il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 1998 stabilisce: 1 consultorio ogni 20.000 abitanti.
Ministero della Salute
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Regioni |
Consultori ogni 20.000 abitanti |
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Lombardia |
0,5 |
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Piemonte |
0,8 |
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Emilia Romagna |
1,1 |
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Liguria |
1,1 |
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Toscana |
1,1 |
Media Italia 0,7
Dal rapporto sull’attività dei consultori familiari accreditati 2003/2006
-Assessorato Famiglia e Solidarietà Sociale, Regione Lombardia-
REGIONE LOMBARDIA
-
SEDI
2003
2006
CF PUBBLICI
189
223
(di cui 154 principali e 72 distaccati ) +18%
CF PRIVATI
38
58
(54 principali, 4 distaccati )+ 53%
-
OPERATORI
2003
2006
CF PUBBLICI
2.232
2.042 (- 8,5%)
CF PRIVATI
1.004
1.407 (+ 40%)
Assistiamo così ad un dato sensazionale. A fronte dell’aumento del 18% del numero di sedi principali e distaccate dei consultori pubblici corrisponde una diminuzione di operatori del – 8,5%, mentre nel privato assistiamo ad un aumento del +40% degli operatori.
La riduzione di operatori nei C.F. pubblici ha comportato come conseguenza la limitazione degli orari di apertura del servizio o la chiusura totale. Molti C.F. non hanno equipe mediche complete.
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LOMBARDIA |
2003 |
2006 |
VARIAZIONE % 2003/2006 |
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CF PUBBLICO |
N° prestazioni |
782.579 |
765.414 |
-2,2 |
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Incassi |
16.544.043 |
14.803.223 |
-10,5% |
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CF PRIVATO |
N° prestazioni |
60.031 |
157.910 |
+163,0% |
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Incassi |
1.875.657 |
4.355.776 |
+132,2% |
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LOMBARDIA |
UTENZA DIRETTA (*) |
2003 |
2006 |
VARIAZIONE % 2003/2006 |
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CF PUBBLICO |
Utenza diretta |
345.900 |
324.372 |
– 6,2% |
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CF PRIVATO |
Utenza diretta |
26.667 |
51.351 |
+92,6% |
Come si può notare, in soli tre anni, si registra, nei consultori privati, un enorme aumento del numero di prestazioni (+163%) e di incassi (+132,2%).
(*) Utenza non italiana 62.876 (16,7%) – Emerge il dato del forte incremento dell’utenza nel privato +92,6%.
A Milano, il numero di CF pubblici è di 18 (**) mentre quelli privati sono 14.
(**) Dal 1/01/08 è stato chiuso il CF di via Poma, nonostante la contrarietà del Sindacato.
Comune e l’ex direttore generale dell’ASL, dott. Mobilia, non hanno fatto niente per evitarela chiusura.
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MILANO CITTA’ |
2003 |
2006 |
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N°operatori
N°prestazioni
N° Utenti
introiti |
N°operatori
N°prestazioni
N° Utenti
introiti |
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CF PUBBLICO |
335 |
89.241 |
46.616 |
1.743.142 |
224 (-4,7%) |
89.618 (+0,4%) |
44844 (-3,8%) |
1.811.086 (-3,9%) |
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CF PRIVATO |
45 |
19.950 |
573.270 |
67 (+48,9%) |
46.872 (+135%) |
14.186 |
1.294.051 (+125,7%) |
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Mentre nel pubblico si registra un arretramento, nel privato, il numero di prestazioni, gli incassi sono ben oltre il raddoppio.
Così come si registra nella sanità, ad un arretramento della sanità pubblica corrisponde un incremento molto forte della sanità privata: anche nei consultori familiari si verifica la stessa tendenza con incrementi vertiginosi.
Se a tutto ciò aggiungiamo il fenomeno di una forte presenza di medici obiettori (IVG), ci accorgiamo che scelte integraliste sul piano etico si accompagnano troppo spesso ad aspetti organizzativi e di materialità che poco hanno a che fare con la libera scelta delle donne.
Questo quadro e questa tendenza dimostrano quanto siano strumentali le scelte politiche della Regione Lombardia e del Comune di Milano in questi ultimi anni su una maternità libera e consapevole a tutela dei diritti del bambino/a e della donna.
Di seguito vengono riportate le conclusioni di Fulvia Colombini contenute nel
1° numero dell’Osservatorio Sanità Milano della CdLM, poichè ancora attuali (marzo 2006).
CONCLUSIONI
Sulla base dell’analisi analitica dei dati emergono, in modo chiaro, alcune indicazioni di percorso che, come Camera del lavoro Metropolitana di Milano, proporremo sia alla Direzione Generale della ASL Città di Milano come ente preposto alla programmazione, controllo e gestione delle politiche sanitarie e socio sanitarie sul territorio, sia al futuro Sindaco e Giunta Comunale di Milano per il loro ruolo di garanti della salute delle cittadine e dei cittadini.
[…]
-I consultori sono le strutture idonee a svolgere il compito di prevenzione.
Politiche di prevenzione mirata per le donne straniere
L’analisi dei dati ci dice che le donne straniere fanno ricorso in maniera evidente alla interruzione volontaria di gravidanza e che sono carenti di informazioni. Diviene indispensabile, soprattutto a Milano, avviare una campagna mirata alla popolazione femminile straniera, in età fertile per una diffusione delle informazioni su: funzionamento del servizio sanitario nazionale e delle sue strutture, funzionamento dei consultori, campagne per l’utilizzo dei metodi contraccettivi e per la maternità consapevole, gravidanza assistita, preparazione al parto e cura del bambino nei primi anni di vita. E’ del tutto evidente che innescando processi virtuosi di questo tipo, non solo si fa prevenzione e politica sanitaria, ma si avvia un’importante azione di politica di integrazione.
I consultori diventano il luogo centrale di queste azioni. Si chiede pertanto:
-
il potenziamento in termini di organici qualificati ( ginecologhe/i, ostetriche, assistenti sociali, psicologi, infermiere, supporto amministrativo),
-
il miglioramento delle strutture fisiche e della strumentazione e alcune nuove aperture di sedi , soprattutto nei quartieri periferici dove si sta costruendo e si prevede un aumento della popolazione residente (ad esempio, zona Rogoredo).
La legge istitutiva dei consultori prevede un consultorio ogni 20.000 abitanti e a Milano questo rapporto è molto lontano dall’essere raggiunto, perché sono funzionanti 19 consultori pubblici e 12 privati accreditati).
– l’ inserimento in ogni consultorio della figura della mediatrice sociale, come figura indispensabile dell’integrazione sociale. Le mediatrici culturali oggi sono presenti solo in alcune strutture e vengono assunte con contratto a tempo determinato solo per singoli progetti. Bisogna prevedere anche una formalizzazione contrattuale di queste nuove professionalità.
Obiezione di coscienza dei ginecologi
Il problema dell’obiezione di coscienza dei ginecologi, sia consultoriali che ospedalieri si sta aggravando sempre di più tanto da mettere a repentaglio l’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, compresa la parte di prevenzione.
Gli obiettori totali infatti non prescrivono, alle donne che si rivolgono a loro, neppure contraccettivi quali la pillola del giorno dopo e si rifiutano di inserire la spirale, causando disagi, rimandi ad altri medici e ritardi molto pericolosi per la salute psicofisica delle donne.
Per quanto riguarda l’interruzione volontaria della gravidanza, che ovviamente non viene praticata dagli obiettori, si registra una situazione per cui i medici non obiettori si trovano, a lungo andare, a dover sopperire con grave disagio personale e professionale a tutte le richieste che pervengono all’ospedale. Tale situazione mette a rischio il servizio per le cittadine, sia per quanto riguarda la qualità dell’assistenza, sia per la celerità dell’intervento.
Tutto ciò è aggravato anche dalla mancata sperimentazione a Milano della pillola RU-486 che potrebbe, oltre che rappresentare un passo avanti per la salute delle donne con un intervento meno invasivo sul loro corpo, risolvere almeno in parte la difficile situazione descritta.
Dipartimento Politiche della Salute
Camera del Lavoro Milano
Milano, 14 gennaio 2008
17 marzo ore 21.
Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2. MM rossa Porta Venezia
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Per informazioni provincia di Milano

da il manifesto
Poco più di due ore ma sono bastate per vedere la distruzione e la desolazione della gente di Gaza. Con 8 parlamentari europei e un senatore del Pd, siamo stati gli unici rappresentanti politici ad essere entrati nella Striscia da quando è iniziato l’attacco israeliano.
Siamo entrati attraverso il valico di Rafah grazie alla indispensabile collaborazione dell’Unrwa e delle autorità egiziane e forzando la volontà di quelle israeliane che hanno respinto la nostra richiesta. Colpi di cannone e bombe sono cadute vicino la sede dell’Onu in cui ci trovavamo, malgrado ci fosse una tregua di tre ore. Non rispettata.
Così come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, respinto da Israele e da Hamas.
«Tutti e due si dichiareranno vincitori ma siamo noi a morire»: è un uomo accasciato nel centro di raccolta degli sfollati dell’Onu, che ci parla. Responsabilità di Hamas, ma l’asimmetria, è innegabile. Israele continua da più di 40 anni ad occupare e colonizzare terra e popolo palestinese, con la forza militare e la violazione del diritto umanitario e internazionale: a Rafah ho visto esseri umani logorati dal terrore sfiniti dall’insonnia per due settimane di duri bombardamenti, di ricerche disperate di cadaveri tra le macerie e una fame antica quanto l’embargo che anche prima dell’operazione «Piombo fuso» soffocava e costringeva in una punizione collettiva i civili di Gaza. Sono attaccati dal cielo, dalla terra, dal mare, nessuno e niente può dirsi al sicuro.
Ed è la prima volta che persone bombardate non hanno dove fuggire, le frontiere sono chiuse, aspettano di morire. È ciò che mi ha detto Raed: «Ogni volta prima di cercare di dormire, bacio mia moglie sperando di ritrovarla il giorno dopo e di non morire sotto le bombe». Orrore e impunità: la scuola dell’Unrwa di Jabalia è stata centrata in pieno da un missile da dove non sparavano i miliziani di Hamas e lì sono morti 45 civili. Gli obitori sono stracolmi di cadaveri come le corsie di feriti con ustioni gravi provocate dal fosforo bianco e dalle armi Dime (sperimentali), usate in Libano – l’ammissione è di parte israeliana. Un medico ci dice che i malati cronici non vengono più curati: non ci sono medicine. A Gaza le madri assiepate a decine con i loro bambini in una piccola stanza ci guardavano disperate, con gli occhi persi nel vuoto, ci mostravano i figli ancora feriti e ci chiedevano «Perché?». L’Unrwa denuncia la mancanza di beni base necessari.
Israele non permette il flusso necessario di aiuti. Ma nulla e nessuno è al riparo dalla scelta di Israele di continuare nell’illegalità. Mentre si bombarda Gaza aumentano i coloni illegali in Cisgiordania e cresce il Muro che confisca terre e divide palestinesi da palestinesi. Continuare a tenere viva la speranza per il diritto ad uno Stato, sui confini del ’67 con Gerusalemme capitale condivisa, è sempre più difficile. Come far assumere alla Comunità Internazionale le proprie responsabilità? Come far cessar il fuoco subito? Come convincere Israele che non può continuare a violare la legalità internazionale ma che deve iniziare ad ascoltare al suo interno le voci che chiedono pace, diritti e dignità per il popolo palestinese, unica via per la propria sicurezza? L’Unione Europea deve avere il coraggio e la coerenza di fermare il potenziamento delle relazioni e cooperazione con Israele, sopratutto quella militare.
Noi parlamentari europei lo chiederemo ancora una volta, insieme al cessate il fuoco da tutte e due le parti e a forze internazionali per proteggere i civili non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. E mi auguro che in Italia i movimenti sappiano capire che essere uniti è importante e che non si è per Israele o per la Palestina, ma per il diritto e la giustizia. Io continuo a stare con quei palestinesi ed israeliani che dicono «ci rifiutiamo di essere nemici – fermate il massacro – basta con l’occupazione».
Eugenio Scalfari
[…]
Post scriptum. Molti lettori mi chiedono di intervenire a proposito della campagna per una moratoria sull’ aborto. L’ ho già fatto nei miei due ultimi articoli domenicali e non mi sembra di dover aggiungere altro. Mi chiedono anche un’ opinione sulla disponibilità di Veltroni a dialogare su questi temi con Giuliano Ferrara, l’ ateo devoto che ha promosso quella moratoria. Non ho opinioni in proposito. Anche a me capita talvolta di dialogare con il conduttore di «Otto e mezzo» in qualcuna delle sue trasmissioni. Certo Veltroni è un capo partito, ma questo non cambia molto le cose. Mi permetto semmai di incitare Veltroni a discuterne con le donne che sono le vere protagoniste, anzi le vere vittime di questa campagna di stampa regressiva. Il corpo delle donne, dal momento in cui è stato fecondato dal seme maschile e quali che siano le circostanze di quella fecondazione, dovrebbe diventare di proprietà della legge, cioè dello Stato? Questo sarebbe l’ illuminismo cristiano di cui si scrive sul «Foglio»? Se questo è il tema, credo e spero che Veltroni avrà usi più utili per impiegare il suo tempo.
Paola Meneganti
Torna la questione aborto e legge 194, secondo cicli che poco hanno a che vedere con la realtà a cui tale questione rimanda, ma molto con la polemica tra partiti, dentro i partiti, dentro il governo, tra governo ed opposizione, nell’ennesimo teatrino parapolitico. Si parla di aborto: quindi di vita, di morte, del corpo a corpo tra madre e figlio, di sessualità e di desiderio. Si parla di aborto e si legge della “trasversalità” degli schieramenti in campo: Tizio sta con Caia, con B si schiera A. Che vergogna.
Proviamo a ragionare. Nell’ordinamento giuridico italiano, la legge 194/1978, all’art. 1, afferma che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite.
I guardiani della morale pubblica e privata fingono di ignorare che, dal 1978 a oggi, il ricorso all’aborto è sceso del 45%. Grazie alla crescita di consapevolezza e di conoscenza della propria sessualità, favorita anche dalla legge che dedica molto del suo contenuto agli strumenti di prevenzione, in primis il ruolo dei consultori (ecco un terreno su cui una pratica politica ed amministrativa seria potrebbe impegnarsi di più).
Non c’è da stupirsi delle posizioni del cardinal Ruini, non nuovo ad accostamenti assai discutibili, come quando mesi fa mise insieme l’aborto e la “pratica di selezione genetica diventata ormai una routine”. Non dimentichiamo poi le furibonde prese di posizione durante la campagna referendaria sulla procreazione medicalmente assistita.
Esponenti dei vari partiti che si erigono a censori, a giudici delle scelte altrui: è assolutamente sconsiderato e assolutamente poco caritatevole utilizzare drammi umani per sostenere posizioni ideologiche.
Ma soprattutto, ancora una volta, secondo un punto di vista che non muta, almeno nelle gerarchie cattoliche e nelle loro espressioni politiche – i distinguo sono necessari, la chiesa cattolica non è certo un monolite – ciò che si nega è la soggettività delle donne nel suo declinarsi in libertà femminile. Quella soggettività che sostanzia il principio regolatore della responsabilità verso il proprio corpo, il corpo dell’altro ed il mondo.
È stata la ministra Pollastrini a ricordare, in questi giorni, l’autonomia e la responsabilità delle donne.
In un testo del 1975, in pieno dibattito sulla legge, Letizia Comba scriveva “tra il concepimento biologico e la maternità ci sono tante e tali mediazioni che non possiamo permetterci facili arrangiamenti decisionali”. Pochi anni dopo, Maria Luisa Boccia parlava del discorso sulla maternità non solo come funzione riproduttiva ma come orientamento alla nutrizione e alla realizzazione di sé attraverso l’altro, come radice del rapporto che la donna ha con se stessa e con il mondo.
Si tratta di punti di vista complessi, che danno conto di un dibattito che fu altrettanto complesso, acceso, doloroso e ricco. Parliamo del necessario grembo psichico, accompagnato al grembo corporeo, che una donna si costruisce man mano che la grande avventura del dar vita ad una creatura nuova cresce nella sua mente e nel suo desiderio – “nella stagione che illumina il viso”, cantava Fabrizio De Andrè – oltre che nel suo corpo. Se, per i motivi di cui solo lei può giudicare, il grembo psichico non può formarsi, una legge civile, nel nostro paese, le consente l’aborto, in modo protetto e sicuro. Le donne si assumono probabilmente da sempre questa responsabilità. Non è cosa nuova, per loro. La stessa chiesa che ha raccolto per anni le loro confessioni dovrebbe saperlo molto bene: è incredibile questa pervicace negazione.
Altri sarebbero i motivi di scandalo: ne nomino alcuni, ovviamente per me. A partire dai sette operai morti atrocemente alla Thyssen Krupp di Torino, in un vero e proprio omicidio sul lavoro, simbolo di tutte le morti sul lavoro, alle situazioni di miseria e degrado che vediamo intorno a noi e a cui non facciamo caso, fino a quando non muoiono quattro bambini rom in un incendio, alla notizia per cui tra i 2,5 e i 4,5 miliardi di euro provenienti dal programma di aiuti alle aree disagiate del paese (legge 488/92) sono finti ad imprenditori disonesti ed alle organizzazioni criminali, prima la mafia.
Inoltre, non si affermerebbe la cultura della vita combattendo l’inquinamento, il traffico impazzito, l’uso dissennato del territorio che porta ad incendi e ad alluvioni, la solitudine, spesso mortale, di poveri, vecchi ed emarginati?
Ritengo che un tentativo di costruire un’etica nuova dovrebbe partire da qui, e non dall’ossessivo interesse per il corpo, la sessualità e le sue libere declinazioni.
Le Comunità cristiane di base italiane
La vita è un valore troppo grande per essere ancora rinchiusa nella gabbia della cultura patriarcale che continua a imporre il proprio autoritario paternalismo amministrando e strumentalizzando le paure che l’uomo e la donna hanno di fronte alle pulsioni della vita e alla finitezza della esistenza. Riteniamo distruttivo e opposto alla cultura della vita colpevolizzare le donne che vivono il dramma dell’aborto, definirle «assassine», accostare l’aborto stesso alla pena di morte, accusare la legge 194 di «genocidio» dei feti.
Non è deprimendo la soggettività femminile e il senso di responsabilità della donna che si difende la vita. Quando il potere ecclesiastico avrà compiuto una riparazione storica facendo finalmente spazio alla maternità che non è solo dare vita in senso biologico ma è cultura, è visione femminile di Dio, della Bibbia, di Cristo, della fede e dell’etica, allora potrà intervenire credibilmente sull’etica della vita. Ma in quel momento si sarà dissolto come «potere». Sarà un bel giorno. Merita lavorare perché si avvicini.
Patrizia Dogliani
Gerta Pohorylle, in arte più conosciuta come Gerda Taro, giovane donna, fotografa antifascista, morta in Spagna, sul fronte di Brunete, a soli 27 anni, il 25 luglio 1937. Ma soprattutto, per i più, la compagna, la moglie, l’amante di Robert Capa. Ovvero di André Friedmann, in arte e per tutta la vita Robert Capa, considerato uno, se non il più importante fotoreporter di guerra della metà del XX secolo. Per quasi sessant’anni l’opera di Gerda è stata oscurata, o forse ancor peggio confusa, con quella di Capa. Finalmente la ricerca di una studiosa tedesca, Irme Schaber, rende giustizia a Gerda, prima con una biografia apparsa in Germania nel 1995 e poi con la cura di una mostra fotografica, e del relativo catalogo, che si è chiusa il 6 gennaio all’International Center of Phography di New York. La biografia ha avuto una traduzione francese e più recentemente una bella edizione italiana, voluta con determinatezza e con passione da un gruppo romano di fotografe e di storiche della fotografia, riunitosi nell’associazione «Gerdaphoto» (Irme Schber, Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola, traduzione di Elena Doria e prefazione di Elisabetta Bini, DeriveApprodi, pp. 263 e ricco inserto fotografico, euro 18).
Da Lipsia a Parigi
Sino al libro di Schaber, sapevano poco di Gerda anche coloro che avevano studiato la storia della fotografia negli anni dei Fronti popolari e della Guerra civile spagnole. Gerda Taro era conosciuta essenzialmente attraverso alcune sue foto pubblicate sui primi grandi rotocalchi degli anni Trenta: i francesi «Vu» e «Regards», il nascente americano «Life». Si sapeva di lei grazie alle cronache del tempo che avevano giudicato le esequie parigine e le successive commemorazioni pubbliche della Taro sino al 1938 come tra le più forti e toccanti cerimonie politiche del Fronte popolare. I più informati la credevano una esule tedesca di origini ebraiche, analogamente a Capa, d’origine ebraico-ungherese. Era sì nata sì a Stoccarda nell’agosto 1910, ed era vissuta a Lipsia, ma in realtà la sua famiglia proveniva da quell’area della Galizia che era passata dopo la Grande guerra alla Polonia dando alla famiglia Pohorylle una cittadinanza polacca.
La prima grande qualità del libro è di ricostruire la vita ma soprattutto la complessa epoca di Gerda in quattro grandi affreschi. Il primo è composto dalle origini e dalla rete familiare ebraico mitteleuropea dei Pohorylle, la loro cultura cosmopolita e nel contempo piccolo-borghese, e l’adozione della Germania weimariana come società moderna, ricca di opportunità per tutti coloro dediti al commercio e agli affari. Secondo affresco, la scoperta dell’impegno politico a Lipsia tra circoli giovanili filocomunisti negli anni chiave 1932-33. Terzo grande affresco, la Parigi tra il 1933 e il 1936. Gerta vi arriva nell’autunno 1933, fuggendo alla Germania oramai nazificata, non solo per motivi politici e razziali ma anche alla ricerca di nuove opportunità ed esperienze, con un bagaglio povero ma essenziale per chi come giovane e soprattutto come donna si muoveva in quei tempi: conoscenze linguistiche e una rete di contatti che si allarga nei mesi successivi ai circoli dell’emigrazione antifascista soprattutto tedesca nella capitale francese.
Gerda non fu mai una militante professionista, al servizio di un partito, la politica era da lei vissuta con passione insieme ad amori, incontri, letture, viaggi, in una situazione di grande precarietà e spesso di fame sofferta con la leggerezza di chi aveva vent’anni. La sua vita cambiò nel settembre 1934 quando incontrò André. Irme Schaber mostra con chiarezza che Friedmann-Capa non fu il solo amore e forse neanche il «grande amore» di Gerda, anche se successivamente Capa dichiarò che Gerda era stata il grande amore della sua vita e quindi di riflesso si fa di lui l’«assoluto amore» di lei. Nacque però un sodalizio amoroso, amicale e soprattutto professionale. Gerta diventa Gerda, André si trasforma in Robert. Quest’ultimo trasmette a Gerda le sue conoscenze professionali di fotografo e Gerda mette al servizio di Capa le sue capacità imprenditoriali e le sue conoscenze linguistiche e diviene ben presto anch’essa una fotoreporter.
Gli scatti dal fronte spagnolo
Vivono insieme la Parigi del Fronte popolare trionfante alle elezioni del maggio 36. Ma soprattutto, insieme ad altri giovani fotografi fuggiti al fascismo, come Chim, Namuth e Reisner, vivono la guerra di Spagna.
La Spagna incide profondamente sulla loro esperienza umana e soprattutto modifica la loro professione, perché il mercato delle immagini cambia radicalmente dal luglio 1936. La guerra civile spagnola proietta l’immagine cinematografica e fotografica in una dimensione nuova, politica, propagandistica, di mercato internazionale dominata oramai da grandi testate giornalistiche e da agenzie di stampa. Basta una foto, l’essere sul luogo e al momento giusto, avere coraggio, per fare la fortuna di un fotografo, come accade a Capa con il Miliziano che cade.
Perché Gerda fu dimenticata nel secondo dopoguerra? Nell’ultima parte del volume l’autrice cerca di dare una risposta. Il ricordo familiare scompare: la famiglia Pohorylle, rifugiatasi in Serbia, viene sterminata all’inizio della guerra, la tomba di Gerda creata da Alberto Giacometti al cimitero di Père-Lachaise distrutta durante l’occupazione tedesca. Ma soprattutto diviene difficile l’individuazione di molte foto scattate da Taro: «Per scarsa conoscenza e burocratismo, interessi commerciali e ignoranza, le fotografie che inequivocabilmente portavano il timbro Photo Taro divennero foto di Capa», scrive Schaber, a causa di interventi successivi da parte di agenzie di stampa e persino dell’indipendente Magnum. La sua vita poi fu mitizzata con errori biografici grossolani nella Repubblica democratica tedesca nel tentativo di crearne un modello eroico di combattente comunista per la gioventù comunista.
Il libro di Schaber che viene presentato in questi giorni a Roma e a Bologna è quindi importante perché ci restituisce un profilo di donna e di artista; a volte le indagine introspettive e psicologiche dell’autrice sono un po’ ingenue e forzate, ma il suo tentativo di individuare i soggetti, la messa a fuoco, lo stile, i luoghi delle immagini, l’occhio in definitiva di Gerda, è apprezzabile e rende il volume un bel libro di storia e di fotografia, e in definita rende giustizia alla Taro, e ad altre fotogiornaliste di guerra che l’hanno seguita, come l’associazione «Gerdaphoto» ha fortemente voluto in questi mesi.
uivocabilmente portavano il timbro Photo Taro divennero foto di Capa», scrive Schaber, a causa di interventi successivi da parte di agenzie di stampa e persino dell’indipendente Magnum. La sua vita poi fu mitizzata con errori biografici grossolani nella Repubblica democratica tedesca nel tentativo di crearne un modello eroico di combattente comunista per la gioventù comunista.
Il libro di Schaber che viene presentato in questi giorni a Roma e a Bologna è quindi importante perché ci restituisce un profilo di donna e di artista; a volte le indagine introspettive e psicologiche dell’autrice sono un po’ ingenue e forzate, ma il suo tentativo di individuare i soggetti, la messa a fuoco, lo stile, i luoghi delle immagini, l’occhio in definitiva di Gerda, è apprezzabile e rende il volume un bel libro di storia e di fotografia, e in definita rende giustizia alla Taro, e ad altre fotogiornaliste di guerra che l’hanno seguita, come l’associazione «Gerdaphoto» ha fortemente voluto in questi mesi.
Ida Dominijanni
Quanto sia sacra la vita umana, ultimativa la decisione di metterne o non metterne una al mondo (e abissalmente diversa da quella di sopprimerne un’altra per punirla di un delitto), impegnativa la cura per inserirla nell’umano consorzio, sono verità che ciascuna donna del pianeta, in qualunque latitudine, sotto qualunque dio e qualsivoglia regime, conosce assai meglio di qualunque papa, qualunque principe e qualsivoglia consigliere di papa e di principe. Papi, principi, aspiranti principi e zelanti consiglieri lo sanno benissimo, come sanno benissimo che una legge può riconoscere questa sapienza femminile e il potere sulla vita che ne deriva, ma nessuna legge può revocarli. Punto.
A capo. Che cosa muove dunque la mobilitazione permanente sulla questione dell’aborto che agita le democrazie occidentali, i loro angeli teodem e la cupola vaticana sopra di loro? Non certo il tentativo, perso in partenza, di sottrarre alle donne questo primato. Bensì quello di colpevolizzarlo, privatizzarlo, ricondurlo nell’ombra di quella dimensione «naturale» da cui la parola femminile lo strappò alcuni decenni fa per portarlo alla luce del sole, della politica, del diritto. Non è un conflitto sulla sacralità della vita. È un conflitto, nient’affatto sacro e tutto mondano, per il potere di parola sulla vita, un conflitto nel quale alcuni uomini si allineano al Dio creatore che dicono di adorare per alimentare il proprio desiderio di onnipotenza e rimuovere il limite imposto a questo desiderio dalla parola dell’Altra.
È un conflitto antico e ritornante, e non ci sarebbe niente di nuovo se la strumentalità del momento non ci mettesse, di volta in volta, il sale e il pepe di qualche macabra aggravante. Non si tratta solo dell’osceno paragone – più osceno nell’implicita versione papalina che in quella esplicita del direttore del Foglio – fra l’aborto e la pena di morte. C’è sotto un altrettanto torbido rimestio fra religione, scienza, politica, morale e diritto che confonde, piuttosto che rilanciare, il dibattito pubblico, e non solo in Italia. Anche negli Stati uniti, dove l’aborto è come sempre una delle issues centrali della competizione elettorale, la richiesta pressante di una «ridefinizione» morale, giuridica e politica della questione (e di altre, come l’omosessualità) passa – si veda il New York Times di domenica – attraverso il cambiamento dei paradigmi scientifici e dei protocolli medici e farmacologici. In una sequenza neo-deterministica in cui biologia, genetica, morale e religione si alleano a produrre un nuovo ordine «oggettivo» del discorso che fa fuori la soggettività delle donne e degli uomini in carne e ossa. L’unica tutt’ora in grado di avere la meglio su una politica laica balbettante, e su un’autorità religiosa evidentemente così incerta da appoggiarsi alle protesi che trova.
Un confronto tra passato e presente
Eleonora Martini
Esiste ancora in Italia l’aborto clandestino? La risposta, inaspettata forse, è sì. Non si muore più, per fortuna, perché si ricorre più ai farmaci che alla chirurgia, e le mammane rimangono solo un brutto ricordo del mondo precivilizzato. Ma il problema esiste ancora e riguarda sempre più donne immigrate e anche giovanissime italiane. Dati certi, ovviamente, non ce ne sono ma le ultime stime ottenute con differenti metodologie parlano di circa 15 mila casi l’anno, troppo pochi per essere presi in considerazione dalla relazione annuale dell’Iss. Nel 1998 erano invece circa 27 mila.
Che la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza abbia funzionato in maniera eccellente, è, come ha ricordato ieri il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, un dato «ampiamente noto e incontrovertibilmente dimostrato, avendo ridotto il numero di aborti di circa il 56%» dal 1980 ad oggi. Il sottosegretario si riferisce a quelli legali, secondo il ginecologo Silvio Viale del Sant’Anna di Torino: «La 194 ha ridotto dell’80% gli aborti clandestini che nel 1982 erano circa 130 mila». Una pratica non debellata, dunque, e anzi a quanto pare perfino un po’ in ripresa negli ultimi anni soprattutto tra le donne immigrate. Le quali, come ha sottolineato Manconi ricorrono all’aborto volontario e legale 3-4 volte di più delle italiane, arrivando a incidere per il 29,6% del totale nazionale. «La metà delle richieste di aborto da parte delle donne straniere – spiega il professor Mario Buscaglia, primario del San Carlo di Milano che ha studiato a lungo il tasso di abortività delle immigrate – avviene nel primo anno di permanenza in Italia e nel 25% dei casi nei primi tre mesi». Sono soprattutto le donne sudamericane e dei paesi dell’est europeo a ricorrere più facilmente all’aborto: «Dipende – aggiunge Buscaglia – dalla non conoscenza dei metodi contraccettivi e dalle gravi difficoltà economiche e di solitudine in cui spesso si trovano». A volte poi si aggiunge la paura, la mancanza di conoscenza e di fiducia nei servizi italiani, e così le donne preferiscono risolvere da sé. Il metodo più usato è l’assunzione di Citotec, un farmaco gastroprotettore per le ulcere e quindi prescrivibile dal medico (anche se con alcune restrizioni, introdotte ultimamente dell’Iss proprio per combattere questo tipo di utilizzo) ma che, come tutte le prostaglandine, viene venduto in molti paesi del mondo come farmaco abortivo. «L’Oms lo promuove al secondo posto dopo la Ru486», spiega il radicale Silvio Viale. «I cinesi invece, che usano la Ru486 dal 1988, spesso se la portano dietro clandestinamente – aggiunge Viale – Ma il fatto che sia illegale non vuol dire che questo tipo di aborto è anche insicuro, come è invece quello chirurgico a cui ancora alcune donne, soprattutto al sud, continuano a ricorrere clandestinamente. Il problema è che usano questi farmaci in modo errato». Viale racconta poi anche di donne italiane che «hanno vergogna e rifuggono il lungo iter stabilito dalla legge che le costringe a venire a contatto con decine di persone sconosciute». Oppure donne che si rivolgono al medico sbagliato: fanno la trafila, attendono l’appuntamento e solo dopo molti giorni, magari quando è troppo tardi, scoprono che si tratta di un obiettore di coscienza. «Provengono soprattutto dal sud Italia o da feudi del movimento per la vita come Pavia dove i medici sono praticamente tutti obiettori, ma abbiamo avuto notizie anche da donne incappate nel medico sbagliato perfino alla Mangiagalli di Milano». Viale ricorda che l’obiezione viene scelta ormai dai medici «solo per convenienza, o per stanchezza: non siamo tutelati dal sistema, per noi non ci sono indennità e abbiamo invece la responsabilità della vita della donna, al contrario di quanto avviene per chi lavora con le tossicodipendenze».
«Il problema è che in Italia esistono almeno due sistemi sanitari diversi: – aggiunge Carlo Flamigni, ordinario di Ginecologia di Bologna – quello del sud è pieno di medici obiettori e con poche strutture, mentre bisognerebbe investire sui consultori, agevolarne l’accesso, e far crescere la cultura del controllo della fertilità, come si faceva negli anni ’70 quando si andava nelle fabbriche, nelle scuole, e le donne del movimento parlavano con i medici». La chiesa, conclude Flamigni, «allora era molto più invadente e aggressiva di oggi». «Negli anni ’60 era proibito perfino parlare di anticoncezionali. Oggi è solo in difesa, munita non di un potere vero, personale, ma di un potere concesso dai politici».
M. Antonietta Calabrò
ROMA – Sul tema dell’ aborto, i cattolici «debbono farsi un esame di coscienza». Parola del ministro della Famiglia, Rosy Bindi. «Se la legge 194 è stata applicata solo limitatamente agli articoli sull’ interruzione della gravidanza e non anche, come dovrebbe essere, a quelli sulla tutela della maternità – ha detto il ministro – è perché quella legge è stata combattuta e chi lo ha fatto è stato principalmente il mondo cattolico». Parlando durante una manifestazione del Pd a Jesi, Bindi ha ribadito che «bisogna dire no a un nuovo iter legislativo per la 194», anche perché «non so se ci sono oggi nel Parlamento le condizioni per una legge così equilibrata». In ogni caso secondo la Bindi, dal punto di vista scientifico «non ci sono stati cambiamenti talmente grandi da giustificare la riapertura di un iter legislativo», anche perché il «Paese non è pronto per un’ altra lacerazione così profonda». C’ è stato, però, ha aggiunto, «un cambiamento positivo nel clima culturale». «Non ho mai sentito parlare dell’ aborto come di una conquista – ha detto ancora – ma come qualcosa che bisogna fare di tutto per evitare. Su questo bisogna lavorare, creando le condizioni perché la donna sia davvero aiutata a scegliere liberamente». «Sono confortata dalle parole di Rosy Bindi. Mai le donne hanno inteso l’ aborto come una conquista» ha commentato Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdci a Palazzo Madama. Anche per Walter Veltroni la 194 «è una legge importante che va difesa». Ma il leader del Partito democratico, in un’ intervista, tiene a precisare che «non mi spaventa una discussione di merito che tenda a rafforzare gli aspetti di prevenzione perché l’ aborto non è un diritto assoluto ma è sempre un dramma da contrastare». Quanto all’ iniziativa del direttore del Foglio, Ferrara, il ministro Bindi si è chiesta che «senso ha usare il termine moratoria per l’ aborto, appropriandosi così di un risultato importante ottenuto dall’ Italia per le esecuzioni capitali» dal momento che l’ aborto «non è uno strumento usato dagli Stati» ma è la conseguenza dell’ «applicazione di leggi che regolano l’ esercizio di una decisione individuale». All’ appello per la moratoria invece ha aderito Bologna Sette, inserto domenicale di Avvenire e voce dell’ Arcidiocesi del cardinale Carlo Caffarra. «È un’ esigenza di coerenza con la risoluzione dell’ Assemblea generale dell’ Onu sulla pena capitale – si legge – richiedere che gli Stati facciano ogni sforzo perché si giunga a una sospensione della pratica dell’ aborto: la più abominevole e ingiusta tra le pene di morte perché comminata a una vita umana innocente».
Nadia Fusini
A scuola abbiamo studiato la retorica e la dialettica, e dunque già di primo acchito di un titolo così, che ci affascina, riconosciamo l´ambivalenza. Disobbedienza è la prova d´esordio senz´altro notevole di Naomi Alderman, appena pubblicata per Nottetempo (traduzione Maria Baiocchi, pagg. 373, euro 18). È una figlia che racconta la propria fuga (per sempre) e ritorno (temporaneo) alla casa e alla comunità in cui è nata. Il padre è rabbino di una comunità ortodossa a Londra; da lì Ronit è fuggita a New York in cerca di un´esistenza libera; ma ora la morte del padre la obbliga al viaggio di ritorno. Non può non tornare: è in gioco un´eredità che, essendo il padre in vita, è vero, aveva rifiutato; ma ora che il padre è morto il rifiuto si fa impossibile. A conferma che il padre è la potenza del nome, l´insistenza di un fantasma. L´esperienza stessa della scrittura per la giovane scrittrice non a caso si radica nel grembo familiare. Siamo in pieno romanzo famigliare, direbbe Freud. La protagonista è orfana. In prima battuta è orfana di madre; il matricidio è in effetti il primo atto. Che rende il vincolo col padre ancora più esclusivo. Il secondo atto è la fuga. Il terzo è il ritorno, ma per tradire ancora.
È un romanzo di formazione, questo; dove al posto di Wilhelm Meister, disobbediente, in aperto conflitto edipico con l´ingombro paterno, troviamo una giovane donna. Chissà, mi sono detta, se la lettura di questo romanzo svelerà il mistero dei misteri; e cioè, se per la figlia femmina del padre è diverso fare i conti con la sua presenza e con la sua assenza. È la questione centrale della “differenza” sessuale. Non che sia necessariamente tema di questo romanzo. Ma senz´altro è uno dei suoi contenuti. Se il contenuto di idee di un romanzo è interessante, tanto meglio: un romanzo perché non dovrebbe avere un contenuto, oltre che una bella forma? Se un romanzo, oltre che piacevole, è anche intelligente, perché no? Anzi, confesserò che sono i romanzi che preferisco, rispetto ai romanzi artificiosi, magari ben congegnati dal punto di vista della cucina, ma inerti. E quando dico inerti, intendo dire che la lettura è anche un´esperienza intellettuale, della mente. E se non la si impegna in qualcosa, che abbia almeno la parvenza di un´esperienza nuova, la mente si annoia. Noi che ci identifichiamo con le “genti del Libro” siamo coinvolti nella lettura in modo profondo. E ci fa piacere essere scossi. Anche per questo leggiamo, per provare altre emozioni, per allargare le nostre esperienze, per delirare, per allucinare, addirittura. Non vogliamo affatto essere confermati nelle nostre convinzioni, siamo aperti alle scosse del nuovo.
È per questo motivo, credo, che i romanzi di formazione ebbero e hanno un enorme fascino. Raccontano l´esperienza della vita, sottolineano come certi atti della vita quotidiana vadano letti. O meglio, tradotti. In fondo, uno scrittore, una scrittrice fanno questo: traducono. Trasportano al senso quell´esperienza muta di altri “indifferent children of the world” per dirla con l´Amleto – di tutti gli anonimi, tutti i “nessuno” di cui è composta la popolazione del mondo. Ora, come si fa a essere qualcuno? Un modo è “disobbedire”. L´atto di disobbedienza è il gesto che segna una differenza. “Fa” differenza. “No” – la parola più bella del vocabolario, la parola “ablativa”, come la chiamò Emily Dickinson, suprema fra le disobbedienti – dà gusto. Tutte noi (e parlo al femminile pour cause) lo sappiamo bene: dis-identificarsi è il primo gesto della ricerca di sé. Distinguersi dalle attese, le prime fra tutte quelle parentali, è necessità ineludibile per chi voglia individuarsi.
Nel romanzo Disobbedienza la protagonista lo fa. Una prima volta grazie alla fuga. La seconda volta al ritorno, quando rompe l´omertà e dichiara di essere lesbica. Non è neppure vero del tutto. Ma Ronit ha bisogno di rompere. Ha bisogno di tradire. Non sopporta quella gente, la sua gente. È sua l´intolleranza. Lei attacca, aggredisce per aperta insofferenza. Lo fa per colpire chi si adagia soddisfatto in un sentimento di comunità secondo lei fasullo. Perché la verità, secondo lei, è che il popolo ebraico “è un popolo ostinato, testardo e disobbediente”. E proprio per questi carismi lei sente di potersene fare la rappresentante più autentica; molto più dei repressivi, rigidi, ipocriti, farisaici custodi della tradizione. Accanto alla voce della protagonista, che dice io, in un efficace e regolare schema di alternanza, c´è un altro locutore che parla in terza persona: naturalmente l´autrice: la quale però sente la necessità di disporre questo doppio registro linguistico. Comprendere questa necessità è arrivare al cuore del romanzo, che in tale modo e forma esprime l´incomponibile conflitto tra il singolo e la comunità. Si badi bene: di ogni comunità. O perlomeno, di ogni comunità monoteista – sia ebraica, cristiana, islamica. Dove c´è il padre che comanda.
Ecco l´intelligenza del romanzo: la sua urticante verità consiste nel rappresentare l´irresolubile, l´intransitabile aporia del romanzo di formazione. Non c´è disobbedienza che conti; il figlio, la figlia non saranno mai liberi. Anzi, nel disobbedire non è detto che non si leghino ancora più stretti nel debito simbolico che li stringe al nome del padre in una reazione coatta.