Liliana Rampello

“Considerare il feto come un essere umano è un atteggiamento metafisico” affermava Simone de Beauvoir nel 1974, due anni dopo aver accettato la presidenza dell’associazione femminista francese “Choisir”, che lottava per la depenalizzazione dell’aborto, ed essersi autodenunciata al processo di Bobigny fra le 343 salopes, donnacce, che dichiaravano pubblicamente di aver abortito. Anche l’Italia ha visto negli anni migliaia di donne in piazza per la 194, per ottenerla e per difenderla, anche in Italia c’erano donne che non avrebbero voluto una legge, ma piuttosto la depenalizzazione di un reato, con accesso gratuito alle strutture pubbliche di assistenza.
Di nuovo, dopo più di trent’anni? Sembra di ricominciare, ma le cose non tornano mai identiche e oggi l’attacco alla libertà femminile in tutti i suoi aspetti è invasivo, invadente, prepotente. Viene da istituzioni e uomini ormai privi di vera autorità ma grondanti autoritarismo, incapaci di stare al livello di molte parole femminili sensate e pensate, scritte e dette, che molti fanno finta di non conoscere o fraintendono malignamente. Mi sembra di assistere a un misero spettacolo: il grande animale morente, il patriarcato, che dà gli ultimi colpi di coda, violenti e incontrollati. Alcune lo avevano detto anni fa (1996), in un foglio intitolato Sottosopra, il patriarcato è finito, ricordando anche che la donna, secondo Kristeva, “non ha di che ridere quando crolla l’ordine simbolico”.
Parto di qui per parlare di un testo importante, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, che ritorna in libreria nel centenario della nascita della sua autrice e per i cinquant’anni della casa editrice, il Saggiatore, che lo ha fatto conoscere in Italia e lo propone ancora oggi, giustamente, fra i suoi classici. Per questa occasione una nuova introduzione è stata affidata a Julia Kristeva, che in Francia presiede alle celebrazioni in onore dell’autrice, e a me è stata affidata la postfazione, che ho scelto di scrivere come un racconto della ricezione italiana del testo, lasciando parlare le molte protagoniste della nostra storia politica, per capire quanto, come, e se la de Beauvoir avesse inciso nella loro formazione personale e nella loro militanza, in partiti o gruppi. Mi hanno aiutata in molte, con ricordi e riflessioni, e le voglio nominare tutte per dare un’idea della grande maglia di scambi che si possono così leggere come in un palinsensto: Luciana Castellina, Carla Mosca, Miriam Mafai, Marisa Rodano, Margherita Repetto, Rossana Rossanda, Paola Gaiotti de Biase, Luciana Viviani, Letizia Paolozzi, Letizia Bianchi, Daniela Pellegrini, Lia Cigarini, Luisa Boccia, Laura Lepetit, Luisa Muraro, Marisa Forcina, Franca Fossati, Carla Pasquinelli, Mariella Gramaglia, Federica Giardini (ricordo infine, con grande affetto, la disponibilità di Giglia Tedesco, mancata proprio nei giorni in cui scrivevo). Queste voci “vive” mi hanno permesso poi di inserire nell’intarsio altre pensatrici, altri testi, i molti elementi di una discussione appassionante che arriva all’oggi, da Luce Irigaray a Judith Butler.
L’elenco non è inutile, mancano gli uomini, e non a caso o per scelta aprioristica. Fin dal momento della sua uscita in Francia, nel 1949, il libro ha fatto scandalo mentre raggiungeva vere e proprie vette di vendita, e la reazione maschile non si era fatta aspettare, per lo più espressa in ingiurie e sarcasmi di tutti i tipi, virago, nevrotica, repressa, frigida, ninfomane, lesbica, priapica, e per di più misogina. Il libro suscitava le ire dei cattolici e dei marxisti o, quando andava bene, se ne sottolineava la secondarietà dell’autrice rispetto al suo compagno, Sartre. I tre capitoli, “La madre”, “Iniziazione sessuale”, “La lesbica”, pubblicati in anteprima su “Les Temps Modernes”, avevano scatenato un uragano. Sarebbero bastate le prime 15 pagine dedicate alla madre, a scatenarlo, visto che lì sono condensati i pensieri in difesa della libertà dell’aborto, si nega l’esistenza stessa dell’istinto materno, si considera alienante la funzione materna. In Italia Arnoldo Mondadori compra subito i diritti del libro, ma non lo pubblica… Nel 1956 un editto vaticano lo mette all’indice (intervento persino più comprensibile della misera censura sulla scena di un film), il clima culturale non è favorevole e sarà Alberto Mondadori, una volta fondata nel 1958 la sua casa editrice, il Saggiatore, a pubblicarlo nel 1961, nella collana “Cultura”, di fianco a Levi-Strauss e a De Martino, consacrandolo fra i libri di studio. Dopo di che, praticamente, silenzio stampa, dunque avevo ben poco materiale serio per far parlare gli uomini, a parlare mi è sembrato piuttosto il loro silenzio, la loro indifferenza. Né mi pareva interessante seguire le discussioni disciplinari che man mano ovviamente hanno coinvolto gli studi accademici. Ben più importante infatti è un altro dato, ovvero che Il secondo sesso, nonostante la vastità dell’impianto e la sua problematicità filosofica, abbia sempre incontrato un pubblico di donne comuni che lo hanno letto con passione, lo hanno usato per capire e capirsi, se ne sono servite nelle loro lotte private e pubbliche. In questo sicuramente gioca tutta la seconda parte del libro, vero e proprio viaggio tra le esperienze vissute dalle donne, raccontate con limpida e impietosa precisione in una lingua che si piega sulle piccole verità per dire finalmente chi è la donna, per sottrarla a un destino biologico che la inchioda e le nega l’accesso alla storia – la frase più celebre e conosciuta, la più discussa, è “donna non si nasce, lo si diventa”- una lingua che parla diretta al cervello e al cuore femminili. Ovunque nel mondo, a milioni, le donne leggeranno questo testo che si fa capire anche da quelle che non si destreggiano con abilità fra questioni filosofiche quali immanenza e trascendenza. C’è una verità dell’autrice, che si sente a pelle, ovvero che per scrivere questo libro, lei, la grande intellettuale solitaria, ha dovuto chiedersi cosa significa dire: “io sono una donna”, e questo, semplicemente questo, “l’andare scoprendo le sue idee man mano”, apre il suo libro alla lettura di qualsiasi mente. E alla discussione di quante, negli anni a seguire, prendendo coscienza di sé, a lei si sono riferite, con lei consentendo o mettendola radicalmente in discussione. Per un decennio persino mettendola in soffitta. Eppure Simone de Beauvoir ricompare sempre e sempre con una sua specifica vitalità, in ragione di almeno due mosse, il richiamo continuo ad assumersi la responsabilità del proprio destino e del mondo comune, e la coraggiosa libertà con cui ha spaziato tra tutti i saperi per riattraversarli, decostruirli diremmo oggi, e raccontarli alla luce di uno sguardo differente. Affrontare il suo lavoro diventa allora questione di nuove possibili interpretazioni di un libro-monumento del pensiero del Novecento, di farlo reagire di fronte all’irruzione del pensiero della differenza, di metterlo in tensione radicale con l’idea di parità e uguaglianza, di marcarne i limiti, di metterne in luce le contraddizioni, non dimenticando mai che “la separazione dei sessi non è fondata su alcuna natura, su alcuna essenza”, come lei ci ha insegnato.
Celebrarla o liquidarla? si chiedeva Maria Serena Palieri sull”Unità” dell’8 gennaio, sfogliando per noi i giornali italiani nel giorno del centenario. Poche pagine, voli in superficie, a guardar bene. Una forte tentazione alla liquidazione di una pensatrice e di un testo che evidentemente può ancora fare scandalo. E pensare che anni fa Rosi Braidotti con gioia aveva affermato in proposito che “la transizione dal blasfemo al banale dà la misura del progresso compiuto”, e la stessa Simone, molto prima, nella Forza delle cose, aveva rilevato non solo che la verità al suo libro l’avevano conferita le donne, ma che era merito loro se non scandalizzava più. Forse non è così vero, forse è meglio leggere o rileggere Il secondo sesso per capire quanto è davvero scandaloso che qualcuno ancora pensi di poter parlare al posto di una donna.


Costretta a firmare i suoi esordi efferati con uno pseudonimo maschile, l’autrice di “Grotesque”, appena tradotto da Neri Pozza e ispirato a un caso che suscitò scalpore negli anni ’90, attinge sia alle ossessioni del moderno Sol levante per le donne criminali, sia alla tradizione datata all’inizio dell’era Meiji, quando spopolavano racconti tratti dalla realtà ma letterariamente esagerati e abbelliti
Tommaso Pincio

Oniyome è giapponese. Vuol dire “moglie demoniaca”, più o meno. L’espressione è diventata assai popolare quando un trentenne della prefettura di Fukuoka ha aperto un blog per raccontare quel che lo attende ogni sera, rientrando dal lavoro. Cose così: non ha neppure varcato la soglia di casa che quel demone della sua dolce mogliettina gli impone di uscire di nuovo per andare a comprare qualcosa in un discount in capo al mondo. Fuori diluvia e lui è bagnato fradicio.
A lei non interessa, deve andare lo stesso. Portata a termine la missione, l’uomo si siede a tavola e il demone del focolare gli sbatte davanti gli avanzi della figlia di due anni. Lui mangia in silenzio, stando pure attento a non starnutire perché se lo sente sua moglie, stanotte gli tocca anche dormire in cucina. Il demone non si vuole certo beccare il raffreddore per causa sua. Tra un boccone e l’altro, salta fuori che è arrivato in città il Cirque du Soleil. La demoniaca metà ha bisogno che domani lui compri tre biglietti. Tre? Sì, uno è per lei, gli altri due per i suoi genitori. Lui resta a casa a badare alla bambina.
Dalla una vena antica
In breve tempo, quel che doveva essere un semplice sfogo si rivela una miniera d’oro. Dopo soli quattro mesi di confessioni, Kazuma – questo il nickname scelto dallo sventurato marito – si vede piovere dal cielo un premio di oltre un milione di yen per l’impressionante quantità di contatti che il blog riceve ogni giorno. In buona parte si tratta di sodali, uomini che si riconoscono in lui. Ma ci sono anche molte rappresentanti del sesso opposto, donne che si esaltano alle gesta della moglie demone. Il successo è tale che il blog diventa prima un libro, poi un serial televisivo, poi un videogioco e naturalmente un manga. Soldi e fama hanno forse cambiato la vita di Kazuma? Neanche per sogno. È sua moglie che gestisce le finanze, per cui di tutti quei soldi non ha finora visto un centesimo. Per giunta, la necessità di trovare nuovi spunti per il blog gli impone di non sottrarsi alle vessazioni domestiche. La vecchia storia del serpente che si morde la coda.
E visto che parliamo di donne e serpenti, tanto vale citare quel che dice in proposito il regista Shinya Tsukamoto: “Quando penso a una donna, la immagino con un serpente che le vive dentro”. Anche questa è una vecchia storia. Le emancipate e spietate eroine che furoreggiano nell’immaginario pop giapponese non sono una novità postmoderna. Da sempre, infatti, il desiderio di una donna dolce e sottomessa si accompagna al suo contrario. L’idea che la bellezza femminile possa assumere connotati demoniaci e soggiogare l’uomo fino ad annientarlo ha ascendenze lontane. In un famoso racconto di Kyoka Izumi datato 1900, un monaco pellegrino si imbatte in una sorta di donna vampiro che trasforma gli uomini in animali succhiandogli il seme anziché il sangue. Non meno celebre è il romanzo breve di Tanizaki Junichiro dove un giovane rimane per sempre stregato dalla vista di una ragazza di straordinaria avvenenza che acconcia il cranio mozzato di un samurai. Ma la cosa più interessante è che queste femmine fatali, benché frutto di morbose fantasie maschili, si rifanno tutte, per un verso o per l’altro, a un personaggio inventato da una donna vissuta mille anni fa, Murasaki Shibuku, dama della Corte imperiale.
Nella sua Storia di Genji, da molti considerato il primo romanzo in assoluto della letteratura mondiale, un ruolo importante è occupato dalla dama di Rokujo. Costei è talmente gelosa e forte di carattere da riuscire a trasformarsi in spirito e prendere possesso del corpo delle rivali per annientarle. Il fascino perverso della sua furia distruttrice ha attraversato i secoli ispirando racconti e drammi teatrali. Per lungo tempo, però, solo agli uomini è stato concesso di dar vita alle epigoni della dama di Rokujo, giacché dopo il XII secolo le donne furono di fatto bandite dalle letteratura. Tornarono a far sentire la propria voce solo agli inizi del Novecento quando un gruppo di attiviste fondò Seito, una rivista letteraria tutta al femminile il cui motto era: “In principio era la donna”. Nell’editoriale, Hiratsuka Raicho scriveva: “Sono una donna nuova. In quanto donne nuove noi insistiamo da sempre sul fatto che anche le donne sono esseri umani”.
Una lampante verità che ha avuto non pochi problemi a essere accettata. Famoso è il caso di Kitagawa Kiyoko che nel 1965 si rifiutò di licenziarsi perché incinta. Il capo l’apostrofò dicendole che persino i cani crescono i loro piccoli. Se avesse lasciato il figlio all’asilo per recarsi al lavoro, si sarebbe dimostrata pertanto inferiore a un cane. Questa impeccabile quanto aberrante logica sopravvive ancora, tant’è che una sentenza emessa nel luglio 2000 dalla corte distrettuale di Osaka per una causa intentata da un gruppo di lavoratrici recita così: “La divisione del lavoro in categorie maschili e femminili viola l’art. 14 della Costituzione ma non è in conflitto con l’usanza comune. Di conseguenza non si vede la necessità di discutere il problema in ambito giuridico”. Una versione sessista del famigerato comma 22, in pratica.
Il blog di Kazuma, senza volerlo, ha messo in discussione il conservatorismo maschile facendo della moglie tirannica e prepotente un’icona da femminismo pop. In seguito al suo successo, molte riviste hanno creato rubriche dove casalinghe demoniache raccontano come riescono ad avere la meglio sul consorte. Il tutto viene presentato sempre in chiave scherzosa, ma tradisce un risentimento profondo e in buona parte giustificato.
C’è poco da ridere, invece, in uno dei romanzi più venduti e discussi degli ultimi anni, Le quattro casalinghe di Tokyo. Tutto prende le mosse nel momento in cui la giovane e graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare, in un impeto di rabbia strozza il marito tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato i risparmi per darsi alla pazza gioia con una ragazza cinese abbordata in un bar. Non sapendo come fare per sbarazzarsi del corpo, Yayoi chiede aiuto a una collega la quale coinvolge a sua volta un’altra amica, anch’essa assai logorata da una situazione famigliare complicata. Le donne scoprono che non è poi così impossibile smaltire un cadavere e pensano bene di ripetere l’impresa a scopo di lucro. Per farla breve, mettono in piedi un’impresa per l’eliminazione di morti ammazzati.
Detta così può sembrare una vicenda ai limiti dell’assurdo. Il romanzo, però, è scritto con crudo realismo e mostra un Giappone lontano anni luce da quella società opulenta e sicura che solitamente si immagina. Le casalinghe demoni che descrive sono operaie costrette a fare il turno di notte in uno stabilimento dove si preparano colazioni preconfezionate. Sono logorate da una sistema che chiede tutto e concede pochissimo, soprattutto alle donne, considerate, a seconda dei casi, macchine da figli, mano d’opera a costo ridotto, carne di cui approfittare alla prima occasione.
Kirino Natsuo, autrice del romanzo, è oggi una best-seller ma ha iniziato la sua carriera con uno pseudonimo maschile per evitare di essere censurata. Può sembrare incredibile ma è così. Invitata alla radio per parlare della sua opera, ha dovuto affrontare le ire del conduttore che trovava assurdamente intollerabile l’idea di una casalinga che uccide il proprio marito. Tanto per dare un’idea del clima con cui la scrittrice ha fatto i conti.
Benché il numero di donne assassine non sia per nulla superiore alla media, i giapponesi sono ossessionati dalla criminalità femminile. Ma anche questa è una vecchia storia. Intorno al 1870, all’inizio della cosiddetta era Meiji, su giornali e riviste cominciarono ad apparire racconti ispirati a fatti di cronaca ma ricchi di esagerazioni e abbellimenti letterari. Protagoniste erano quasi sempre donne di bassa estrazione sociale che, volenti o nolenti, finivano per delinquere. Il profilo di queste eroine criminali era sempre lo stesso: sfrenata lascivia, temperamento violento, grande avidità. Venivano chiamate dokufu, donne velenose, e divennero subito una potente e duratura icona dell’immaginario popolare che ha esercitato un’enorme influenza sulla definizione della sessualità femminile lungo tutto il XX secolo.
Da un fatto di cronaca
La condizione femminile è una spia fondamentale della civiltà di un popolo. Non sorprende dunque che la “donna velenosa” abbia preso forma quando il Giappone si aprì all’Occidente iniziando un periodo di profondi e tormentati cambiamenti. Un analogo discorso può essere fatto per la criminalità. Sovente le trasgressioni di chi è emarginato o discriminato vengono avvertite come una minaccia alla sicurezza generale, assurgendo così a simbolo di paure sociali che riguardano sfere ben più ampie della mera criminalità. Basti pensare a quel sta accadendo oggi in Italia: all’isteria collettiva di cui sono vittime i rom.
Alla maniera dei racconti di donne velenose che spopolavano sui giornali dell’era Meiji, i romanzi di Kirino Natsuo prendono spesso spunto da fatti di cronaca. “Se compito della legge è porre dei limiti alle emozioni umane, quello della letteratura è raccontare ciò che la legge non riesce a contenere” afferma la scrittrice. L’ultimo, Grotesque, (Neri Pozza, bella traduzione di Gianluca Coci, pp. 924, €22) è ispirato a un caso che suscitò molto scalpore nella seconda metà degli anni Novanta: l’omicidio di una trentanovenne dalla doppia vita. Di giorno ricercatrice per un’importante azienda, di notte puttana di strada. Il suo corpo fu trovato in un appartamento abbandonato di Shibuya, a Tokyo. Tutti si domandarono cosa avesse spinto una donna con un buono impiego a degradarsi in quel modo. Nel romanzo, Kirino raddoppia la posta. Le donne diventano due. Non potrebbero essere più diverse tra loro. Una è dotata di una bellezza quasi sovrannaturale che le spiana la strada in ogni situazione, l’altra è bruttina e sgraziata e riesca a spuntarla solo grazie a un’ottusa caparbietà. Ciò nonostante il loro destino si compie alla stessa triste e violenta maniera: si prostituiscono e finiscono per restare uccise in modo feroce.
Nate non solo per servire
Non ci troviamo davanti a donne velenose in senso stretto né a mogli demoniache, bensì a due femmine “grottesche” ovverosia persone che a forza di scontrarsi con le convenzioni sociali scoprono che l’unico modo concesso loro di acquisire un surrogato di libertà è quello di trasformarsi in qualcosa di mostruoso e perverso. Il critico di un quotidiano inglese ha paragonato la tragica caduta di queste donne alla saga dei fratelli Karamazov. L’accostamento potrà apparire eccessivo, ma è un fatto che Grotesque è romanzo ambizioso e di ampio respiro, un libro dalla voce rabbiosa che è al contempo un’indagine meticolosa della psiche femminile e un atto di accusa nei confronti di una società che ancora oggi fatica ad accettare l’idea che le donne non sono nate soltanto per servire.

Ausilia Riggi

Il mistero della singolarità
Ho sempre provato stupore di fronte al puntino quasi invisibile attaccato al gambo di una pianta: pur non vedendo il fiore, è assicurata la sua presenza.
Anche io come persona sono strettamente collegata al bing bang del concepimento, durante il quale è scattato l’inizio del mio essere. Mi rifiuto di pensare che in quel momento ci fosse un pezzo di me; ai minimi termini dell’esistenza c’era un potenziale immenso, tutta l’eredità dell’umanità nella quale mi inserivo da in-dividua, cioè non-divisibile, intera .
Una chiave di lettura che prediligo mi fa risalire a Dio che non poteva comunicarmi una vita frantumata in briciole di materia, sia pure pregnanti di potenzialità: anche Lui non so immaginarlo che “Se stesso”, e non infinitezza indeterminata .
Mistero affascinante la vita singolarizzata, da non desacralizzare.

Il feto è un ente-altro

Emma Fattorini racconta di suo padre quando le spiegava che “quei grumi sarebbero diventati veramente bambini e che, noi donne, non li volevamo vedere per paura. E che la vita è la cosa più importante che l’uomo possiede. Anche per la donna e l’uomo che non credono. Si convertì allora al cristianesimo e divenne poi missionario in Africa”.
Pare che le donne sappiano istintivamente, e “benissimo, che quel grumo di cellule dentro di loro è un figlio degli uomini” . E infatti non c’è donna che non resti sorpresa nell’assistere al fenomeno che si verifica nel suo corpo; l’abbaglia la percezione del mistero di un atto creativo, in cui due mondi (i due semi) sono diventati un nuovo mondo .
Eppure parecchie di loro stentano, non sempre per motivi cogenti, a trarre le giuste conseguenze dell’alterità del feto; presumono che la loro vita si prolunghi in un’altra di cui avrebbero il possesso. Come se nel concepimento si fosse avviato un semplice meccanismo, e non fosse accaduta, invece, la novità inedita di una singolarità vivente.
Ed ecco in termini chiari il corollario di tale atteggiamento: nessuno deve intromettersi tra la donna e il concepito, nemmeno il padre; spetta a lei “scegliere” di assumersi l’onere di una maternità, esplosa forse in un momento e in un modo “sbagliati”, di una gestazione e di un dopo pieni di incognite. In determinate condizioni non si può replicare, ma non si deve nemmeno far finta che i problemi di fondo siano risolti attraverso tamponamenti di ferite, innervate in maniera carsica nel tessuto dell’umanità.
Non basta piegare l’analisi verso l’attenzione a tanti altri tristi fenomeni di carattere più vasto, come la morte per fame di tanti bambini, le guerre, le immigrazioni scomposte, l’egoismo folle dei potenti che tengono in pugno le sorti di miliardi di esseri umani, eccetera. La questione dell’aborto non è una fra tante; è più di fondo, sottesa com’è nello sconquasso di principi orientativi basilari, su cui si regge l’equilibrio armonico all’interno dei singoli e delle società umane.
La modernità che ha lodevolmente permesso la maturazione del concetto di dignità della persona, di cui finalmente le donne si sono ri-appropriate, è giunta ad un bivio da cui si diramano conseguenze sia positive sia negative. E’ ora di chiedersi se sia giusto assolutizzare l’autonomia della donna di fronte ad un’altra vita incapace di svilupparsi da sé, ma tale che contiene in nuce il tutto dell’umano.

Feto e persona
R. Armeni riconosce quanto abbiamo affermato: “Non quindi una semplice escrescenza, non un grumo di materia ma, sia pure in potenza, una seconda vita”. Quindi si affretta a precisare: “Dico “in potenza” non solo perché essa è priva di coscienza e di relazioni ma perché non può esistere senza la prima. Per un lungo periodo fa ancora parte del corpo della madre. L’uno si divide in due, ma la seconda entità è unita alla prima in modo così inscindibile che la donna nel momento in cui decide di eliminarla pensa di eliminare parte di se stessa. Per questo soffre, ma non si sente in colpa. Per questo parla di aborto e non di omicidio, per questo nel momento in cui la stacca da sé e si contrappone all’evento naturale della nascita compie un atto di violenza ma che è rivolto soprattutto al suo corpo che potrebbe diventare altro e non ad un “altro corpo””. Noto la ripetizione del verbo “sentire” (e simili), ben caro anche a me come in genere alle donne; e quindi non mi fermo su questo aspetto. Invece mi contrappongo alla sostanza di simile ragionamento che s’incentra sul concetto di “vita in potenza”: se tutto ciò che è necessario al feto per esistere si trova nel seno materno, bisognerebbe dedurne che egli ha una vita in prestito, appartenente più alla mamma che a sé. E’ così difficile rendersi conto che gli organi la cui funzione è ancora allo stato potenziale hanno un centro focale di riferimento che dà loro unità? Non è cieco l’occhio del bambino che non ha imparato a vedere. Non è senza cuore l’invisibile motore della vita di cui non si percepiscono le pulsazioni. Gli organi aiutati a svilupparsi funzioneranno grazie al nutrimento materno che alimenta l’esserino nella sua totalità, la quale non è in potenza; semplicemente c’é.
Trovo davvero imbarazzanti certe affermazioni di femministe non sprovvedute: Flavia Zucco indugia a chiedersi “se questi feti siano completamente formati ed in grado di vivere una vita autonoma”; e Claudia Mancina distingue tra “vita individuale” che ci sarebbe nel bambino e “individuo” che non c’è ancora. Insomma dovremmo aspettare che acquistino autonomia le funzioni per parlare di individuo.
Lo so: quando un ragionamento diventa serrato, ci si dibatte tra idee antagoniste, e cioè tali che o sarebbe valida l’una o sarebbe valida l’altra. Ne chiedo scusa perché conosco quanta complessità ci sia “dietro” e “nella” questione e non ne riporto i termini perché ormai di pubblico dominio. Ciò di cui non mi scuso è il diritto a rompere gli schemi del pensiero unico, che alberga purtroppo ANCHE nel cosiddetto pensiero di sinistra, tanto peggio se femminista….

L’aborto e la legge

Sarebbe bello che le donne e la società intera affrontassero la questione dell’aborto in territorio etico-spirituale, anziché legale. Parlando di legge, si slitta verso le definizioni, con relative proibizioni e concessioni, eccetera. E non ci avvediamo di cadere nello stesso errore che commettono “i vendicatori…, quelli che minacciano e talvolta uccidono i medici che praticano aborti, come è già successo negli USA” (Mancina); perpetuiamo anche noi lo stesso “clima culturale esasperato” che fa “crescere l’obiezione di coscienza e trasforma le donne da cittadine a mendicanti di un’assistenza che non è più un diritto, ma elemosina”; perché, “volenti o nolenti, questa discussione ha finito per colpevolizzare le donne” (Roccella). Ci troviamo di fronte ad “una discussione fra uomini fatta in perfetto stile maschile” (Tavella), tanto che anche Di Pietro parla di “un dibattito ideologico, sterile e imbarazzante”.
Vorrei dedicare due righe alla frase bellissima di Emma Fattorini, che ha fatto testo in parecchi ambienti: “la vita è un dono, non dovere né diritto”. Ma, come tutte le frasi belle, anche in questa potrebbe annidarsi la trappola dell’enfasi di una verità apodittica, come vorrebbe una dottrina ecclesiastica, ben rinverdita nell’attuale stagione culturale . In ogni problema umano, soprattutto quando sono in gioco il concetto di vita e fattori esistenziali, dovremmo astenerci dalle definizioni; ma anche dagli aggiustamenti retorici nei quali si “confondono” pseudo-definizioni opposte alle prime. Abbiamo un bel dire tutte e tutti: ” nessuno vuole l’aborto, ma la legge che impedisca discriminazioni, frustrazioni e nuove violenze legali a donne già violentate, il terribile “fai-da-te” di ci non può pagarsela clinica all’estero”. Tutto giusto; ma non ci preoccupiamo che la legge possa essere percepita come un lasciapassare facile, che può diventare mentalità abortista: “facciamo l’amore, tanto c’è la pillola del giorno dopo; volevo questo figlio, ma ora non mi sento di affrontare la gravidanza”, e tante, proprio tante espressioni di un’idea di concepimento semplicistica ad uso di soggetti non sempre e non solo ingenui.
La legge che vuole rimediare certi scompensi prodotti dalla modernità, non sfugge alla stessa. Mai come oggi essa divide su due fronte: laicisti ed “ortodossi”. Oscillazione funesta, perché la vera esclusa è una sana laicità, in grado di ricostruire valori prima agganciati ad un credo. A mio modesto parere, è scoraggiante l’odierna mancanza di ricorso a realtà di carattere trascendente, come dovrebbero essere i principi iscritti nella coscienza umana. Quest’ultima vacilla sulla pretesa autosufficienza della ragione ; non riesce a scavare in se stessa, e perciò sono più facili i cedimenti di fronte alla contemporaneità, anziché la volontà di ri-costruzione di principi orientativi forti.

E’ possibile una conclusione?
Il clamore, da ovunque venga, serve solo a stordire. Certamente, se tutto il problema dell’aborto inclina verso l’eugenetica – figli desiderati, sani e senza problemi – restiamo nel guado dell’ideologia. Già l’utopia di un mondo perfetto ci ha fatto intravedere, nella letteratura, lo squallore di una felicità assicurata attraverso programmi elaborati a perfezione. L’aurora di una giornata piena di incertezze e di attese è più stimolante di un’altra che ci consegni alla noia di certezze ripetitive senza sorprese.
Ma non voglio eludere le domande in bianco e nero che la “gente” si aspetta perché vuole tutto semplificato. Affronto dunque questo scoglio con domande secche e risposte crude (ma con un finale migliore):
D. Aborto sì o aborto no?
R. No.
D. Dunque un crimine?
R. Commesso dalla società che lascia sola la donna: costretta a tenersi in pancia il feto, o costretta alla libertà di scegliere ciò che non può scegliere, per mancanza di punti saldi e concreti di appoggio.
D. Aborto terapeutico, aborto condizionato, aborto assistito eccetera, sì o no?
R. Mai.
D. Non c’è altra via di uscita?
R. Una possibilità: de-condizionarsi dai cattivi maestri .
Ben venga una legge con tutta la sua provvisorietà; discussa tra i sì, i no, i ni: è sempre meglio che lasciare incancrenire situazioni sconcertanti. Ma che la legge non basti! Mettiamo in moto una coscienza non addomesticata da parole ambigue; una coscienza carica di responsabilità, e soprattutto permeata di “pietas”, che non sia stucchevole compassione. Che sia in grado di abbracciare il dolore del mondo, senza deturparlo con la spudoratezza di negarlo a tutti i costi; di affrontarlo con fortezza d’animo, con fede, con speranza, con amore.

Ausilia Riggi (donnecosi@virgilio.it)

 

 

i La vita appartiene sempre ad una singolarità. A ragione Heidegger pensava all’esserci (qui ed ora) come la vera realizzazione dell’Essere.

 

ii A volte penso che non rendiamo un bel servizio a Dio chiamandolo infinito, perché in tal modo egli sarebbe uguale al suo contrario, il Nulla. Il suo Essere è vero nella misura un cui è un Esserci nella sua Singolarità, o se vogliamo esprimerci in altro modo, nella sua Totalità. Il che vuol dire: Lui non si identifica negli attributi che gli diamo; è Se stesso.

 


iii “Si invoca il concetto di persona, come termine che identifica la piena dignità umana, e ci si chiede se ogni essere umano sia per ciò stesso anche persona. Nel feto c’è in potenza la razionalità, ma manca l’esercizio della razionalità; eppure ciò vuol dire che l’individuo è in grado, nelle dovute condizioni, di esercitare la razionalità, cioè di parlare, di fare discorsi intelligenti, di capire, di amare, di volere, ecc.” (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi, Casale Monferrato 2005).

 

 

iv Una nuova vita è fin dall’inizio un tutto in cui è iscritto l’intero universo singolarizzato. Secondo la visione olistica la singola cellula nata dalla fusione delle due cellule genitoriali non è pura materia, dal momento che è vita. Che il pensiero scientifico debba andare oltre la semplice materia e tener conto anche della visione spirituale del mondo, lo ha sostenuto anche Albert Einstein, convinto che tutta la materia non è altro che energia vibrante con diversa intensità e frequenze. La visione olistica la troviamo anche nello studio dell’atomo da parte del fisico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945, che riuscì a dimostrare l’esistenza di una reale comunicazione dell’atomo come totalità, come se gli elettroni che lo costituiscono fossero costantemente a conoscenza l’uno della posizione dell’altro o della situazione in cui si trovano (Gabriele Bettoschi).


v Sandro Magister , in “Lobby benedetta, L’espresso 5 febbraio 2008”, afferma che la chiesa “non esige che diventi legge ciò che solo per fede può essere accettato e capito. Si batte a difesa di comandamenti che dice scritti nei cuori di tutti gli uomini, siano essi cattolici e no”; che essa “crede di saper rappresentare il comune sentire di una larghissima parte della popolazione italiana molto più di quanto sappiano fare i partiti, la cultura e i media dominanti”. Io mi permetto una nota nella nota: noi laici dobbiamo saper ascoltare PENSANDO. Diceva il cardinale Martini: “non si tratta di credere o non credere , ma di essere pensanti o non-pensanti”.


vi L’attuale papa, da teologo, vuole ridare vigore al connubio tra ragione e fede. In questo spazio limitato riduco la “vexata quaestio” ad una semplificata sottolineatura: volendo egli contrapporsi ai “mali” della modernità senza negare il valore della razionalità umana, si adopera a riconoscerne l’autonomia nel suo radicamento nella natura umana (dove per “natura” intende la legge divina iscritta nella creazione), sicché ragione e fede non potrebbero mai dissociarsi..


vii Cattivi maestri non sono solo i permessivisti, ma anche gli insensibili e i ciechi osservanti di un credo e/o di una legge, che non sappiano interrogare il cuore e la mente della donna. La donna dovrà emanciparsi dalle schiavitù, e l’uomo dovrà ricostruire la sua umanità sotto il segno della paternità.

 

Novembre 1989

“Fino a quando la legge cercherà di controllare l’aborto in forme mai applicate alle altre pratiche di medicina chirurgica, ci sarà pericolo. Il motivo per cui la parola ‘rifiuto’ compariva in tanti documenti degli anni Sessanta e Settanta è semplice: lo scopo era estromettere il governo dal processo decisionale sulla riproduzione respingendo ogni legge sull’aborto o sulla contraccezione”.
Sono parole di Gloria Steinem, femminista americana. In che cosa consiste il pericolo di cui lei parla? In pericolo sono sia la libertà femminile, sia la riproduzione equilibrata. Fino a quando la legge cercherà di sostituire la donna nella regolazione della sua fecondità, ci sarà pericolo per la libertà di lei singola, come è evidente, ma anche per la libertà delle donne in genere e per la loro capacità di regolare il processo della riproduzione.
In questi mesi di discussione sull’aborto e, ultimamente, sulla pillola abortiva, la cosa per noi più significativa è stata la posizione autocritica di gran parte del movimento femminista nordamericano. (Dal 1973 – dice Ann Sintow a Giovanna Pajetta su il Manifesto – anno in cui la Corte Suprema sancì che abortire era un diritto, abbiamo passato il tempo a difendere ciò che i giudici ci avevano dato.)
Come negli USA, anche in Italia la legge che regola l’interruzione di gravidanza è stata sottoposta a vari attacchi con lo scopo di tornare al vecchio regime. E come negli USA, molte hanno difeso la legge in questione, forse senza rendersi conto di difendere un potere esterno che pretende di regolamentare il rapporto della donna con il suo corpo fecondo.
Certo, la legge 194 e il cosiddetto diritto di abortire vengono attaccati per motivi che nulla hanno a che fare con gli interessi delle donne. Ma questa non è una ragione sufficiente per difendere la 194 e, più in generale, la necessità di legiferare in materia di fecondità femminile.
Noi sosteniamo anzi che l’esistenza di una legge dello Stato in questa materia – legge più o meno repressiva, non è questo il punto – non sia compatibile con la libertà femminile. E che, invece di difendere la legge o cercare di migliorarla, sia meglio pensare alla cosa più giusta e semplice in questa materia: depenalizzare l’aborto, cancellare dal diritto penale la parola ‘aborto’.
Questo nostro testo è stato scritto per aprire la discussione sulla possibile depenalizzazione dell’aborto e sul farne una proposta politica del movimento delle donne.
Siamo interessate al giudizio di quelle con cui siamo in rapporto, ma anche di quelle che, a partire dalla loro competenza ed esperienza (medica, giuridica, parlamentare), vorranno valutare con noi i pro e i contro della nostra proposta.
Per cominciare sottolineiamo due dati di fatto. Primo il fatto che anche con la legge 194 l’aborto resta un reato. È un reato se non viene eseguito nelle strutture pubbliche. Ciò significa attese lunghissime per lo scarso numero di medici non obiettori negli ospedali. Significa inoltre un interrogatorio inutile ma umiliante che rimanda alla donna l’immagine che il legislatore ha di lei: individua di una specie irresponsabile, alla quale si deve far ridire quello che lei ha già deciso, per controllarne la consapevolezza. Nessuna meraviglia se il numero degli aborti clandestini cresce.
Passiamo così al secondo dato di fatto: la legge 194 è applicata poco e male. Il disagio più grave riguarda il Mezzogiorno, dove scarseggiano ospedali e consultori e dove il numero degli obiettori è tale da rendere impossibile l’attuazione del servizio previsto dalla legge.

A noi sembra che la non applicazione della 194 costituisca una invalidazione della legge stessa. Come si può difendere una legge che non viene applicata in metà del paese? Oppure si considera il Mezzogiorno una zona franca? D’altra parte, come possiamo noi donne difendere una legge che crea essa stessa e incrementa il regime dell’aborto clandestino con i suoi rischi e costi?
Alcune concludono, da quei due dati di fatto, che bisogna migliorare la 194, così da renderla più facilmente applicabile e meglio applicata. Questa posizione ha però contro di sé, in maniera insormontabile, l’obiezione della libertà femminile, del pericolo che rappresenta per la libertà delle donne qualsiasi legge in materia di fecondità del corpo femminile.
Non vale, d’altra parte, appellarsi al problema delle donne economicamente svantaggiate o del Mezzogiorno. L’aborto depenalizzato dovrà infatti restare un servizio medico offerto dalla società alle donne che ne hanno bisogno. E dove i servizi medici sono carenti per tutti, come nel Mezzogiorno, possiamo supporre che la depenalizzazione favorirà l’invenzione di soluzioni alternative, come l’apertura di ambulatori autogestiti più sicuri e meno costosi degli attuali sistemi clandestini.
Se ciò sia realistico, si dovrà naturalmente discutere, soprattutto da parte delle donne meridionali.
In ogni caso, difendendo o anche migliorando la 194, comunque si fa dipendere dallo Stato la pratica dell’aborto attribuendogli il potere di legittimarlo. E questo vuole dire, fra l’altro, negare valore giuridico (di diritto consuetudinario) e politico alla realtà di una secolare autonomia femminile che caratterizza la storia demografica dei paesi occidentali. Le donne, infatti, nei paesi europei, con le loro scelte individuali di abortire o non abortire non hanno mai prodotto squilibri demografici. Da questo fatto possono discendere un rapporto con la vita e un sapere preziosi per la società.
L’aborto è sempre stato punito, anche quando la società industrializzata imponeva pochi figli. Sull’ipocrisia di quella punizione il movimento politico delle donne ha detto molto. Ma non si tratta solo di ipocrisia: sull’aborto si è giocato e si gioca un conflitto di potere tra i sessi. Sono le donne a sapere quando è cominciata una gravidanza e a decidere se proseguirla, se informare il compagno, se interromperla, per lo più consultandosi con altre donne. L’autorizzazione eventuale ad abortire viene data all’interno di una cultura e di una società di donne. Legiferare sull’aborto o sulla pillola è un modo per gli uomini di assicurarsi simbolicamente il controllo sul corpo femminile fecondo. In fondo, sia i sostenitori sia i critici della legge 194 sono accomunati dalla volontà di avere quel controllo. Non si riconosce così autorità alle decisioni femminili, né si cerca di trovare strumenti più appropriati (come sarebbe un controllo della sessualità maschile), trincerandosi solo nell’irresponsabilità e nel moralismo.

La questione dell’aborto va affrontata a più livelli. Ne abbiamo individuati tre.

Il primo è quello sanitario. Oggi rappresenta il livello in cui si crede di poter affrontare la questione dell’aborto in tutta la sua complessità. Non è così. Il dramma, lo scacco, la liberazione che una donna vive in rapporto a questa esperienza non devono essere zone di interesse del servizio sanitario nazionale. Si dice da più parti: l’aborto non è un intervento come tutti gli altri. Ogni donna sa che questo è vero. Ma a livello sanitario l’aborto è un intervento come gli altri, ed è giusto che sia visto così. Altrimenti, oltre a provocare molte disfunzioni, come l’obiezione di coscienza, si favorisce una concezione del servizio medico che esorbita dalla sua funzione propria di aiuto sociale offerto ai singoli, alle singole nella gestione del loro corpo. Si tende invece a dare ai medici il potere di decidere che spetta alla donna. Dietro a questa prevaricazione c’è la volontà dello Stato di far valere il suo controllo e la sua ideologia sulla riproduzione della specie. Da questo punto di vista, il discorso non è diverso se per abortire si usa una pillola, anche se certo lo è dal punto di vista della sofferenza fisica. Su questo punto in particolare ci interessano i giudizi di mediche, ostetriche, ginecologhe, operatrici nel campo della salute.
Considerare l’aborto, limitatamente al livello sanitario, un intervento come gli altri, è il primo effetto della sua depenalizzazione. Si tratterà, naturalmente, di un intervento mutualizzato, che potrà essere eseguito anche in strutture private, a pagamento o convenzionate. Il nostro sistema sanitario prevede la scelta tra pubblico e privato, così come prevede una serie di strumenti assistenziali. Quale che sia il giudizio che diamo su tale sistema, noi donne non abbiamo nessun motivo di fare dell’interruzione di gravidanza una così vistosa eccezione come è attualmente.
Depenalizzare l’interruzione di gravidanza significa non considerarla più un reato. Non è una banalizzazione del problema, bensì una separazione – ecco la ragione dei più livelli – tra la sfera della competenza femminile e quella dell’intervento pubblico.
Contro questa posizione qualcuno fa appello all’etica. Un’etica, notate, di cui la legge dovrebbe farsi strumento penale. Noi crediamo che se di etica si deve parlare, bisognerebbe intanto cominciare dalla deontologia propria degli operatori e operatrici della salute.

Il secondo livello è quello giuridico.
La 194 è un compromesso. Così a suo tempo l’ha definita quella parte del movimento delle donne che pure era per la legalizzazione (e non per la depenalizzazione) dell’aborto. Non tanto, come superficialmente si potrebbe pensare, un compromesso tra destra e sinistra o tra DC e PCI o tra cattolici e laici. C’è stato anche questo, ma, più profondamente, quella legge fu un compromesso rispetto al conflitto tra i sessi.
Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre riconosciute una capacità di decisione responsabile, così come sappiamo che in questo ambito c’è conflitto tra i due sessi. Pertanto, qualsiasi legge, qualsiasi regolazione parlamentare che si sovrapponga o pretenda di sostituire la competenza femminile equivale a voler chiudere la contraddizione a favore degli uomini perché misconosce la competenza e l’autorizzazione di origine femminile.
Da dove viene la richiesta di regolazione statale? Viene, come è noto, da cattolici, sebbene dal loro punto di vista, se fosse rigoroso, sarebbe preferibile il regime di depenalizzazione che toglie allo Stato l’identità di Stato abortista e, più radicalmente, di istituzione che si arroga il potere di legiferare sugli inizi della vita. Viene anche da uomini dell’area laica e questo sarebbe incomprensibile se non si considerasse quella realtà di fondo che è il conflitto tra i sessi.
Anche alcune donne dicono: l’aborto va regolato ulteriormente. La loro voce si fa sentire parecchio, mentre quella delle molte che abortiscono e non sentono il bisogno di regolamentazioni statali, quella è più debole. Ma per capire la posizione femminile autonomamente, dobbiamo passare a un altro livello, quello del significato che ha o non ha l’aborto per la donna, le donne.

Il terzo livello, dunque, è quello simbolico, in cui una donna sperimenta la sua libertà e la sua non libertà sapendo riconoscere fin dove arriva una e dove comincia l’altra.
L’aborto è una necessità, è legato alla costrizione della sessualità maschile che non separa piacere e riproduzione.
Vent’anni di ascolto dell’esperienza femminile insegnano che una donna, quando decide di abortire, sa di aver subìto la regola della sessualità maschile. Qui nasce lo scacco che è per una donna il dover abortire, ma anche la coscienza: si tocca con mano il dato della propria non libertà, gli impedimenti che la propria libertà scontra nel rapporto con quella maschile.
La libertà femminile è venuta al mondo. Si tratta di un avvenimento di natura simbolica. Vuol dire che la libertà si è resa possibile e pensabile dalle donne. E che esse la desiderano. Questo significa che le donne non si rappresentano più essenzialmente come schiacciate, represse o discriminate dagli uomini. Gli uomini, infatti, non hanno nulla di essenziale da togliere o da dare alle donne quanto alla loro libertà.
Libertà significa trarre dallo stato di costrizione gli elementi per superarlo, ma anche, se questo fosse impossibile, per accettarlo lucidamente. Così il senso dell’esistenza femminile non viene da fuori, nasce da dentro. Così si sposta il limite tra non libertà e libertà.
L’aborto ha sempre rappresentato questo limite. A partire da una costrizione, quella imposta dalla sessualità maschile, le donne si sono sempre autorizzate reciprocamente questo gesto. Non però come gesto di dominio sulla vita, come fantasticano quelli che parlano di omicidio, bensì come conclusione necessitata dalle circostanze. Alcune, occorre aggiungere, hanno esercitato ed esercitano sull’aborto e, più in generale, sulla loro capacità di regolare la riproduzione, un potere e il senso di libertà. Questa posizione è pienamente accettabile. Visto che il corpo che fa figli è quello femminile, visto che la funzione materna è femminile, è legittimo che le donne fondino su ciò un loro maggior potere nella riproduzione della specie.
C’è contraddizione tra il dire che l’aborto è una conclusione necessitata da elementi esterni come la costrizione della sessualità maschile, e il registrare un potere femminile legato alle decisioni sulla vita. Tra noi che scriviamo, alcune mettono l’accento sul primo aspetto, altre sul secondo. Siamo però d’accordo nel riconoscere la contraddizione. In fondo, la libertà nasce dalla contraddizione: la necessità infatti è la materia prima della libertà, se da essa si parte per produrre senso, regola e misura di sé.
Il bisogno di regole è legittimo. Indica una volontà di misura e di società femminile. Alle donne che invocano o anche solo ammettono che siano altri (partiti, istituzioni, uomini) a dare loro misura e regole, vogliamo portare la nostra esperienza che dice che le donne possono dare alle donne l’una e le altre. Non lo dimostra solo la storia recente del nostro sesso, l’invenzione di forme politiche per noi vantaggiose, la riflessione teorica, l’agire pratico di molte. Non lo dimostra solo la vita delle moltissime che non si sono mai trovate nelle condizioni di dover abortire. Lo dicono anche le diverse modalità che le donne hanno trovato e trovano per fare fronte alle necessità via via imposte dalla vita, dall’organizzazione sociale, dal dominio maschile.
Crediamo che l’autorizzazione simbolica femminile vada potenziata e lavoriamo a questo. Il potenziamento avviene contemporaneamente all’apertura di vuoti nell’ordine simbolico dato. Qualsiasi intervento legislativo in materia di riproduzione non farebbe invece che accentuare l’eteroregolazione occupando spazi che vanno lasciati alla competenza e all’autorità femminili. Per questo vogliamo che la parola ‘reato’ legata alla parola ‘aborto’ scompaia dal diritto penale.
Questo testo vuole essere uno strumento per il lavoro politico di singole e gruppi. Non domanda pubblicità per sé ma attenzione al tema della depenalizzazione dell’aborto.
Potete migliorarlo o sostituirlo con vostre elaborazioni, in vista di un convegno che potremo tenere fra qualche mese. Quelle che lo condividono così com’è, possono aggiungere la loro firma, riprodurlo e farlo circolare.

Franca Chiaromonte, Grazia Negrini, Luisa Muraro, Rossana Tidei, Raffaella Lamberti, Elena Paciotti, Maria Grazia Campari, Letizia Paolozzi, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi, Maddalena Giardina, Lia Cigarini, Ivana Ceresa, Angela Putino, Giovanna Borrello, Adriana Cavarero…


A cura della Libreria delle donne di Milano, Via Pietro Calvi 29, 20129 Milano, tel. 0270006265, fax 0271093653
C.F. 02227280159 – E-mail info@libreriadelledonne.it – www.libreriadelledonne.it
Stampato in data 22 febbraio 2008

 

Tra principi etici e derive esistenziali

Il mistero della singolarità
Ho sempre provato stupore di fronte al puntino quasi invisibile attaccato al gambo di una pianta: pur non vedendo il fiore, è assicurata la sua presenza.
Anche io come persona sono strettamente collegata al bing bang del concepimento, durante il quale è scattato l’inizio del mio essere. Mi rifiuto di pensare che in quel momento ci fosse un pezzo di me; ai minimi termini dell’esistenza c’era un potenziale immenso, tutta l’eredità dell’umanità nella quale mi inserivo da in-dividua, cioè non-divisibile, intera .
Una chiave di lettura che prediligo mi fa risalire a Dio che non poteva comunicarmi una vita frantumata in briciole di materia, sia pure pregnanti di potenzialità: anche Lui non so immaginarlo che “Se stesso”, e non infinitezza indeterminata .
Mistero affascinante la vita singolarizzata, da non desacralizzare.



Il feto è un ente-altro

Emma Fattorini racconta di suo padre quando le spiegava che “quei grumi sarebbero diventati veramente bambini e che, noi donne, non li volevamo vedere per paura. E che la vita è la cosa più importante che l’uomo possiede. Anche per la donna e l’uomo che non credono. Si convertì allora al cristianesimo e divenne poi missionario in Africa”.
Pare che le donne sappiano istintivamente, e “benissimo, che quel grumo di cellule dentro di loro è un figlio degli uomini” . E infatti non c’è donna che non resti sorpresa nell’assistere al fenomeno che si verifica nel suo corpo; l’abbaglia la percezione del mistero di un atto creativo, in cui due mondi (i due semi) sono diventati un nuovo mondo .
Eppure parecchie di loro stentano, non sempre per motivi cogenti, a trarre le giuste conseguenze dell’alterità del feto; presumono che la loro vita si prolunghi in un’altra di cui avrebbero il possesso. Come se nel concepimento si fosse avviato un semplice meccanismo, e non fosse accaduta, invece, la novità inedita di una singolarità vivente.
Ed ecco in termini chiari il corollario di tale atteggiamento: nessuno deve intromettersi tra la donna e il concepito, nemmeno il padre; spetta a lei “scegliere” di assumersi l’onere di una maternità, esplosa forse in un momento e in un modo “sbagliati”, di una gestazione e di un dopo pieni di incognite. In determinate condizioni non si può replicare, ma non si deve nemmeno far finta che i problemi di fondo siano risolti attraverso tamponamenti di ferite, innervate in maniera carsica nel tessuto dell’umanità.
Non basta piegare l’analisi verso l’attenzione a tanti altri tristi fenomeni di carattere più vasto, come la morte per fame di tanti bambini, le guerre, le immigrazioni scomposte, l’egoismo folle dei potenti che tengono in pugno le sorti di miliardi di esseri umani, eccetera. La questione dell’aborto non è una fra tante; è più di fondo, sottesa com’è nello sconquasso di principi orientativi basilari, su cui si regge l’equilibrio armonico all’interno dei singoli e delle società umane.
La modernità che ha lodevolmente permesso la maturazione del concetto di dignità della persona, di cui finalmente le donne si sono ri-appropriate, è giunta ad un bivio da cui si diramano conseguenze sia positive sia negative. E’ ora di chiedersi se sia giusto assolutizzare l’autonomia della donna di fronte ad un’altra vita incapace di svilupparsi da sé, ma tale che contiene in nuce il tutto dell’umano.

 

Feto e persona
R. Armeni riconosce quanto abbiamo affermato: “Non quindi una semplice escrescenza, non un grumo di materia ma, sia pure in potenza, una seconda vita”. Quindi si affretta a precisare: “Dico “in potenza” non solo perché essa è priva di coscienza e di relazioni ma perché non può esistere senza la prima. Per un lungo periodo fa ancora parte del corpo della madre. L’uno si divide in due, ma la seconda entità è unita alla prima in modo così inscindibile che la donna nel momento in cui decide di eliminarla pensa di eliminare parte di se stessa. Per questo soffre, ma non si sente in colpa. Per questo parla di aborto e non di omicidio, per questo nel momento in cui la stacca da sé e si contrappone all’evento naturale della nascita compie un atto di violenza ma che è rivolto soprattutto al suo corpo che potrebbe diventare altro e non ad un “altro corpo””. Noto la ripetizione del verbo “sentire” (e simili), ben caro anche a me come in genere alle donne; e quindi non mi fermo su questo aspetto. Invece mi contrappongo alla sostanza di simile ragionamento che s’incentra sul concetto di “vita in potenza”: se tutto ciò che è necessario al feto per esistere si trova nel seno materno, bisognerebbe dedurne che egli ha una vita in prestito, appartenente più alla mamma che a sé. E’ così difficile rendersi conto che gli organi la cui funzione è ancora allo stato potenziale hanno un centro focale di riferimento che dà loro unità? Non è cieco l’occhio del bambino che non ha imparato a vedere. Non è senza cuore l’invisibile motore della vita di cui non si percepiscono le pulsazioni. Gli organi aiutati a svilupparsi funzioneranno grazie al nutrimento materno che alimenta l’esserino nella sua totalità, la quale non è in potenza; semplicemente c’é.
Trovo davvero imbarazzanti certe affermazioni di femministe non sprovvedute: Flavia Zucco indugia a chiedersi “se questi feti siano completamente formati ed in grado di vivere una vita autonoma”; e Claudia Mancina distingue tra “vita individuale” che ci sarebbe nel bambino e “individuo” che non c’è ancora. Insomma dovremmo aspettare che acquistino autonomia le funzioni per parlare di individuo.
Lo so: quando un ragionamento diventa serrato, ci si dibatte tra idee antagoniste, e cioè tali che o sarebbe valida l’una o sarebbe valida l’altra. Ne chiedo scusa perché conosco quanta complessità ci sia “dietro” e “nella” questione e non ne riporto i termini perché ormai di pubblico dominio. Ciò di cui non mi scuso è il diritto a rompere gli schemi del pensiero unico, che alberga purtroppo ANCHE nel cosiddetto pensiero di sinistra, tanto peggio se femminista….


L’aborto e la legge

Sarebbe bello che le donne e la società intera affrontassero la questione dell’aborto in territorio etico-spirituale, anziché legale. Parlando di legge, si slitta verso le definizioni, con relative proibizioni e concessioni, eccetera. E non ci avvediamo di cadere nello stesso errore che commettono “i vendicatori…, quelli che minacciano e talvolta uccidono i medici che praticano aborti, come è già successo negli USA” (Mancina); perpetuiamo anche noi lo stesso “clima culturale esasperato” che fa “crescere l’obiezione di coscienza e trasforma le donne da cittadine a mendicanti di un’assistenza che non è più un diritto, ma elemosina”; perché, “volenti o nolenti, questa discussione ha finito per colpevolizzare le donne” (Roccella). Ci troviamo di fronte ad “una discussione fra uomini fatta in perfetto stile maschile” (Tavella), tanto che anche Di Pietro parla di “un dibattito ideologico, sterile e imbarazzante”.
Vorrei dedicare due righe alla frase bellissima di Emma Fattorini, che ha fatto testo in parecchi ambienti: “la vita è un dono, non dovere né diritto”. Ma, come tutte le frasi belle, anche in questa potrebbe annidarsi la trappola dell’enfasi di una verità apodittica, come vorrebbe una dottrina ecclesiastica, ben rinverdita nell’attuale stagione culturale . In ogni problema umano, soprattutto quando sono in gioco il concetto di vita e fattori esistenziali, dovremmo astenerci dalle definizioni; ma anche dagli aggiustamenti retorici nei quali si “confondono” pseudo-definizioni opposte alle prime. Abbiamo un bel dire tutte e tutti: ” nessuno vuole l’aborto, ma la legge che impedisca discriminazioni, frustrazioni e nuove violenze legali a donne già violentate, il terribile “fai-da-te” di ci non può pagarsela clinica all’estero”. Tutto giusto; ma non ci preoccupiamo che la legge possa essere percepita come un lasciapassare facile, che può diventare mentalità abortista: “facciamo l’amore, tanto c’è la pillola del giorno dopo; volevo questo figlio, ma ora non mi sento di affrontare la gravidanza”, e tante, proprio tante espressioni di un’idea di concepimento semplicistica ad uso di soggetti non sempre e non solo ingenui.
La legge che vuole rimediare certi scompensi prodotti dalla modernità, non sfugge alla stessa. Mai come oggi essa divide su due fronte: laicisti ed “ortodossi”. Oscillazione funesta, perché la vera esclusa è una sana laicità, in grado di ricostruire valori prima agganciati ad un credo. A mio modesto parere, è scoraggiante l’odierna mancanza di ricorso a realtà di carattere trascendente, come dovrebbero essere i principi iscritti nella coscienza umana. Quest’ultima vacilla sulla pretesa autosufficienza della ragione ; non riesce a scavare in se stessa, e perciò sono più facili i cedimenti di fronte alla contemporaneità, anziché la volontà di ri-costruzione di principi orientativi forti.

 

E’ possibile una conclusione?
Il clamore, da ovunque venga, serve solo a stordire. Certamente, se tutto il problema dell’aborto inclina verso l’eugenetica – figli desiderati, sani e senza problemi – restiamo nel guado dell’ideologia. Già l’utopia di un mondo perfetto ci ha fatto intravedere, nella letteratura, lo squallore di una felicità assicurata attraverso programmi elaborati a perfezione. L’aurora di una giornata piena di incertezze e di attese è più stimolante di un’altra che ci consegni alla noia di certezze ripetitive senza sorprese.
Ma non voglio eludere le domande in bianco e nero che la “gente” si aspetta perché vuole tutto semplificato. Affronto dunque questo scoglio con domande secche e risposte crude (ma con un finale migliore):
D. Aborto sì o aborto no?
R. No.
D. Dunque un crimine?
R. Commesso dalla società che lascia sola la donna: costretta a tenersi in pancia il feto, o costretta alla libertà di scegliere ciò che non può scegliere, per mancanza di punti saldi e concreti di appoggio.
D. Aborto terapeutico, aborto condizionato, aborto assistito eccetera, sì o no?
R. Mai.
D. Non c’è altra via di uscita?
R. Una possibilità: de-condizionarsi dai cattivi maestri .
Ben venga una legge con tutta la sua provvisorietà; discussa tra i sì, i no, i ni: è sempre meglio che lasciare incancrenire situazioni sconcertanti. Ma che la legge non basti! Mettiamo in moto una coscienza non addomesticata da parole ambigue; una coscienza carica di responsabilità, e soprattutto permeata di “pietas”, che non sia stucchevole compassione. Che sia in grado di abbracciare il dolore del mondo, senza deturparlo con la spudoratezza di negarlo a tutti i costi; di affrontarlo con fortezza d’animo, con fede, con speranza, con amore.

 

Ausilia Riggi (donnecosi@virgilio.it)

 

i La vita appartiene sempre ad una singolarità. A ragione Heidegger pensava all’esserci (qui ed ora) come la vera realizzazione dell’Essere.

 

ii A volte penso che non rendiamo un bel servizio a Dio chiamandolo infinito, perché in tal modo egli sarebbe uguale al suo contrario, il Nulla. Il suo Essere è vero nella misura un cui è un Esserci nella sua Singolarità, o se vogliamo esprimerci in altro modo, nella sua Totalità. Il che vuol dire: Lui non si identifica negli attributi che gli diamo; è Se stesso.

 

iii “Si invoca il concetto di persona, come termine che identifica la piena dignità umana, e ci si chiede se ogni essere umano sia per ciò stesso anche persona. Nel feto c’è in potenza la razionalità, ma manca l’esercizio della razionalità; eppure ciò vuol dire che l’individuo è in grado, nelle dovute condizioni, di esercitare la razionalità, cioè di parlare, di fare discorsi intelligenti, di capire, di amare, di volere, ecc.” (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi, Casale Monferrato 2005).

 

iv Una nuova vita è fin dall’inizio un tutto in cui è iscritto l’intero universo singolarizzato. Secondo la visione olistica la singola cellula nata dalla fusione delle due cellule genitoriali non è pura materia, dal momento che è vita. Che il pensiero scientifico debba andare oltre la semplice materia e tener conto anche della visione spirituale del mondo, lo ha sostenuto anche Albert Einstein, convinto che tutta la materia non è altro che energia vibrante con diversa intensità e frequenze. La visione olistica la troviamo anche nello studio dell’atomo da parte del fisico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945, che riuscì a dimostrare l’esistenza di una reale comunicazione dell’atomo come totalità, come se gli elettroni che lo costituiscono fossero costantemente a conoscenza l’uno della posizione dell’altro o della situazione in cui si trovano (Gabriele Bettoschi).

 

v Sandro Magister , in “Lobby benedetta, L’espresso 5 febbraio 2008”, afferma che la chiesa “non esige che diventi legge ciò che solo per fede può essere accettato e capito. Si batte a difesa di comandamenti che dice scritti nei cuori di tutti gli uomini, siano essi cattolici e no”; che essa “crede di saper rappresentare il comune sentire di una larghissima parte della popolazione italiana molto più di quanto sappiano fare i partiti, la cultura e i media dominanti”. Io mi permetto una nota nella nota: noi laici dobbiamo saper ascoltare PENSANDO. Diceva il cardinale Martini: “non si tratta di credere o non credere , ma di essere pensanti o non-pensanti”.

 

vi L’attuale papa, da teologo, vuole ridare vigore al connubio tra ragione e fede. In questo spazio limitato riduco la “vexata quaestio” ad una semplificata sottolineatura: volendo egli contrapporsi ai “mali” della modernità senza negare il valore della razionalità umana, si adopera a riconoscerne l’autonomia nel suo radicamento nella natura umana (dove per “natura” intende la legge divina iscritta nella creazione), sicché ragione e fede non potrebbero mai dissociarsi..

 

I Cattivi maestri non sono solo i permessivisti, ma anche gli insensibili e i ciechi osservanti di un credo e/o di una legge, che non sappiano interrogare il cuore e la mente della donna. La donna dovrà emanciparsi dalle schiavitù, e l’uomo dovrà ricostruire la sua umanità sotto il segno della paternità.

Ida Dominijanni

Un primo risultato la lista per la vita di Giuliano Ferrara l’ha già ottenuto, quello di far dire a Silvio Berlusconi e a Gianfranco Fini che la 194 è una buona legge e loro non intendono toccarla. Buono. Il secondo risultato lo sta ottenendo in queste ore, ed è di far calare la battaglia per la vita dall’empireo delle guerre culturali al sottoscala dello scambio politico: altro che i valori, l’amore e sant’Agostino, il problema è l’apparentamento col Pdl e i sondaggi sul comune di Roma. Ottimo. Un terzo risultato è anch’esso già all’incasso, ed è l’involgarimento sopra le righe del lessico politico, giornalistico e satirico: si veda la prima pagina (e le successive) dell’inserto dell’Unità di domenica, con un Casini in forma di “feto abortito” da reimpiantare nell’utero di un Berlusconi “partoriente”. E poi il Foglio si lamenta se sospettiamo che ci sia qualcosa da mandare in analisi dell’immaginario maschile sulla maternità e l’aborto che si sta scatenando di questi tempi. Pessimo.
Su tutto – guerre culturali, guerriglie di potere, minuetti fra opinion makers (esemplare il dialogo Ferrara-Merlo dei giorni scorsi) – aleggia il fantasma del “diritto all’aborto”. Con una nobile gara – maschile – a prendere le distanze da quello che sarebbe un dissennato e gaudente slogan femminista, anzi “delle femministe”, di ieri e di oggi. E quando mai? Qui non si tratta di un immaginario perverso, ma di una proiezione in piena regola. La traduzione del problema dell’aborto in termini di diritto (da ridurre) è tutta loro oggi, così come fu dei Radicali (per conquistarlo) negli anni 70. Ma sfidiamo i Ferrara, i Merlo e quant’altri, a trovare nella letteratura femminista in materia un solo riferimento all’aborto come diritto. Disgrazia, lapsus, incidente, effetto dello squilibrio fra sessualità maschile e sessualità femminile: l’aborto è da sempre, nel vocabolario femminista, un’eccedenza irriducibile al linguaggio del diritto e dei diritti.Non credere di avere dei diritti si intitola, significativamente, il volume della Libreria delle donne di Milano che ricostruisce questa eccedenza dell’aborto dal linguaggio del diritto e dei diritti. Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso, si intitolava un famoso documento del ’75 che spostava il fuoco dalla richiesta di una legge all’analisi della sessualità e del desiderio (o non desiderio) di maternità sostenendo fra l’altro: “L’aborto di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civiltà perché è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e colpevolizza ulteriormente il corpo della donna”. “Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri, sessualità, maternità, socializzazione dei bambini”, scriveva un altro testo del ’73. E sono di Carla Lonzi le seguenti parole del 1971: “L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire. Ma la donna si chiede: per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?”. Non per caso né per scelta, ma per via di questa eccedenza dell’aborto dal campo della giuridificazione, una parte significativa del femminismo degli anni ’70 era più favorevole alla semplice depenalizzazione che non alla legalizzazione dell’aborto. E la 194, che oggi viene attaccata da un lato come una legge permissiva e difesa dall’altro come una trincea irrinunciabile, fu una legge di compromesso: fra patriarcato e libertà femminile, fra cultura laica e cultura cattolica, fra de-criminalizzazione e statalizzazione dell’aborto. Un compromesso nel quale – e oggi si vede – molto sapere femminista restò fuori dalla codificazione. Ma che ha funzionato – anche questo oggi si vede, dai dati – non come legge abortista, ma come cornice di regolazione e limitazione degli aborti. Come mai questa storia e questa elaborazione restino sistematicamente fuori dal campo della discussione pubblica, tradotte e tradite nello scontro violento e riduttivo “diritto all’aborto sì-diritto all’aborto no”, è questione da interrogare. Di certo essa rivela un’incompetenza maschile pari all’ostinazione con cui gli uomini tentano, in modo ritornante e oggi più violento di altre volte, di reimpadronirsi della parola decisiva sulla procreazione e del potere di colpevolizzazione dell’esperienza femminile. Di certo essa rivela altresì che quel “lavoro politico diverso” sull’aborto è da riprendere da parte delle donne, a lato e oltre la difesa della 194. Le stesse cose ritornano, ma non ritornano mai le stesse. Sessualità, desiderio e non desiderio di maternità, relazione fra i sessi, rapporto fra libertà femminile e legge e fra esperienza femminile e sapere medico-scientifico restano e tornano, in condizioni diverse dagli anni 70, campi da indagare. Con le parole di verità che lo scontro politico non sa pronunciare.

Carlo Flamigni

I ginecologici romani – ma sarebbe più giusto dire “una parte dei ginecologi romani” – hanno firmato un documento, che con rara tempestività è stato reso noto proprio in concomitanza con l’ennesima giornata cattolica in favore della vita, documento nel quale stabiliscono alcuni principi di grande rilevanza per il nostro povero paese: il primo di questi principi riguarda la rianimazione dei feti che, deve essere tentata in qualsiasi epoca di gravidanza e quale che sia il peso del neonato. Il secondo principio (che ho dovuto rileggere più volte, non riuscendo a credere che si potesse arrivare a tanto) afferma che la rianimazione deve essere eseguita anche se la madre è contraria. Questa dichiarazione si inserisce in un dibattito molto acceso che i cattolici, medici e non medici, hanno ritenuto di dovere aprire e che riguarda le interruzione delle gravidanze dopo il 90° giorno di gestazione, che secondo i nemici della legge 194 dovrebbero essere eseguite non più tardi della 23ma settimana e per le quali dovrebbe essere comunque prevista la rianimazione dei feti nati vivi (di miracoli, per ora, non si parla).
La prima obiezione è che le rianimazioni dei feti nati prematuramente devono essere fatte solo dopo aver valutato attentamente ogni singolo caso: inutile, ad esempio, farla alla 22ma settimana quando non c’è speranza concreta di sopravvivenza; molto discutibile alla 23ma quando inizia qualche pallida chance, ma con rischi di gravi handicap spaventosi; non vedo molto senso nel tentare di rianimare un feto anencefalico, privo di cervello, o affetto da agenesia renale.
La seconda obiezione la muovo alla scelta di dar fiato alle trombe dopo aver approvato un documento assolutamente inutile, almeno per la sua parte predominante. La legge 194 chiarisce già senza ombra di dubbio le stesse identiche cose e le dice anche un po’ meglio: “Quando l’interruzione della gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna l’intervento può essere praticato anche al di fuori delle procedure previste…. Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 ( cioè quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna) e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”.
In queste circostanze non si può chiedere di interrompere una gravidanza perché il feto è portatore di una malformazione o perché la donna ha un problema psicologico, valgono solo le minacce più gravi per la sua salute fisica, quelle che mettono a rischio la sua vita, cioè si configura uno stato di necessità. E’ logico che in una circostanza come questa la prima persona a implorare che si faccia di tutto per salvare il bambino sarà sua madre, così come è logico che il medico cercherà di dilazionare l’intervento in modo da offrire al feto le migliori possibilità di sopravvivenza. Stando così le cose, mi permetto di definire questa parte del documento in questione pura aria fritta.
Purtroppo è la seconda parte del documento a meritare le critiche più severe. Per i ginecologi romani, la madre, i genitori, coloro che persino il senso comune più trito ci fanno considerare come i protagonisti veri di queste drammatiche vicende, non debbono essere neppure ascoltati, debbono restare fuori dalla stanza nella quale si prendono le decisioni che riguardano il loro bambino. Il documento assume a questo proposito toni di ipocrisia molto sgradevoli, perché allude ai tentativi obbligatori di rianimazione come a passaggi necessari per prendere tempo, per chiarirsi le idee, per poter portare al padre e alla madre un elaborato più verosimile e consentire loro scelte più razionali. In realtà, chiunque abbia un minimo di esperienza ospedaliera sa bene che gran parte di queste tragedie sono annunciate, perché riguardano donne portatrici di malattie croniche, di malformazioni uterine, di problemi clinici la cui conclusione prevalente è proprio quella del parto prematuro.
Vorrei che i ginecologi romani ragionassero su alcune semplici cose: sbattere fuori dall’uscio i genitori non è solo crudele e immorale, è anche stupido. La maggior parte delle terapie che vengono attuate dai rianimatori di questi feti sono sperimentali, anche perché non è possibile considerare un feto nato alla 24ma settimana come un ometto piccolo piccolo, per il quale valgono le stesse regole applicabili agli adulti. Immagino che tutti sappiano che le cure sperimentali debbono essere accettate dopo un consenso informato particolarmente scrupoloso e spero che nessuno pensi che possa essere lo stesso feto ad accettarle. Dunque sono i genitori i protagonisti di queste decisioni, e sono gli stessi genitori a dover dire la loro opinione sull’opportunità di rifiutare le cure, visto che è la nostra Costituzione a stabilire insieme il diritto di ogni cittadino a essere curato e a rifiutare le cure che gli vengono proposte.
In genere l’aria fritta è priva di effetti collaterali, ma questa volta qualche preoccupazione me la procura. Accade infatti che il primo intervento utile quando si voglia migliorare la prognosi di un feto che ha cessato di crescere in utero e che dà segni evidenti di sofferenza, è quello di intervenire con un taglio cesareo. Mi chiedo cosa potrà mai accadere se la madre rifiuterà di sottoporsi all’intervento e mi chiedo in che termini il cesareo le sarà proposto. Mi chiedo che senso abbia imporre a una famiglia un nuovo figlio portatore di gravissimi handicap, una pianta che esige attenzioni e cure come se fosse un essere umano ma che di umano ha ben poco. Mi chiedo se la contrapposizione tra il principio della sacralità della vita e l’attenzione alla qualità della vita non sia giunto a una fine traumatica e non abbia vinto fraudolentemente il primo.
Molti colleghi mi hanno chiesto di interpretare le ragioni di questa iniziativa dei ginecologi romani. Ho risposto che non può essere un caso che si tratti di medici universitari romani: le Università romane hanno sempre guardato con attenzione alla direzione del vento, e non è un caso che il vento spiri oggi, con forza, da capo Vaticano.

Ida Dominijanni

Era solo pochi mesi fa, quando il coro transatlantico teodem predicava che la civiltà di un popolo si misura dal rapporto con le donne: si trattava di combattere l’Islam fingendosi femministissimi paladini delle donne velate. Non ci avevamo creduto, e a buon vedere. Oggi, Ratzinger intona e il coro teodem esegue: “La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita”. Anche contro o a prescindere dalle donne? Sì, perché le donne sono, in atto o in potenza, delle assassine. Era solo pochi mesi fa, e anche pochi giorni, quando papa Ratzinger, all’università di Ratisbona come nel discorso mancato alla Sapienza di Roma, accusava la ragione illuminista moderna di avere perso la luce della fede, e di avere spalancato le porte all’irrazionalismo relativista postmoderno, abitato, fra gli altri, dalle femministe che distinguono la sessualità dalla procreazione e talvolta perfino dal genere. Oggi il refrain cambia, e pur di riunificare sesso, procreazione e matrimonio il coro teodem (si veda l’intervista del Foglio di domenica al cardinal Caffarra) invoca la ragione illuminista moderna contro il “collasso ontologico” postmoderno che ha spalancato le porte alla cultura abortista. E agita il diritto individualista moderno, che dovrebbe riconoscere al feto lo stesso statuto di un individuo adulto, contro l’etica relazionale femminista che vede nella gestazione un rapporto inscindibile fra il feto e la madre e lascia a quest’ultima la parola decisiva sulla sua prosecuzione.
Era solo pochi anni fa, quando il coro vaticano, teocon e teodem passò come un carrarmato sui desideri procreativi femminili e maschili, picchettandoli di divieti nel nome della salvaguardia della vita dell’embrione e alla faccia della salvaguardia della salute della donna: c’è vita e vita evidentemente, e quando a gerarchizzarla è il Vaticano non si rischia alcun collasso ontologico. Si rischia in compenso il collasso giuridico, com’è chiaro dalle ultime sparate congiunte di alcuni ginecologi romani e di papa Ratzinger, volte a fare rumorosamente nebbia dove la 194 faceva sobriamente luce (si veda l’articolo di Carlo Flamigni che pubblichiamo oggi), pur di continuare a battere dove il dente duole: la parola decisiva della madre (nonché del padre) sulla vita in potenza del feto.
Potremmo continuare con le contraddizioni in seno ai teodem. Ci fermiamo. C’è in questa loro campagna di appropriazione violenta della parola sulla procreazione e delle norme di classificazione della vita qualcosa di osceno e di macabro, che più che l’ingaggio della risposta colpo su colpo domanda l’intervallo silenzioso della presa di distanza. Qui la contraddizione è dei media (si veda il Corsera di ieri), che ogni volta cascano nella trappola e aggiungono al danno la beffa, prendendosela con le donne che oggi non parlano mentre negli anni Settanta sì che si facevano sentire. Come se altra parola femminile non potesse essere conosciuta e riconosciuta, se non quella che ai tempi del dibattito sulla 194 si esprimeva in cortei, manifestazioni, rivendicazioni.
Anche allora non c’era solo quella: dietro c’era il lavoro dell’autocoscienza, che seppe fare dell’esperienza una fonte di sapere, del personale una questione politica, del rapporto sessuale un continente da esplorare, delle verità scientifiche un campo da interrogare, di un primato naturale – quello sulla maternità e la messa al mondo della vita – un oggetto di ragione, di una relazione primaria – quella fra madre e feto – una base di diritto. Fra critica della ragione moderna e critica dei collassi postmoderni, quella parola femminile è stata seminale, ha fatto cultura, governa la vita con maggiore saggezza della governance biopolitica che semina dappertutto guerra e distruzione. E’ contro la sua pacifica forza, non contro la sua debolezza, contro il suo dire, non contro il suo tacere, che il coro teodem si accanisce e si dibatte, a costo di stonature che sfiorano il ridicolo dietro i paludamenti sacri e profani che ostentano.
La campagna elettorale che si apre, anzi s’è già aperta o non s’è mai chiusa, non farà che aumentare i decibel: è quando la politica ha poco o niente da dire che la parola passa ai proclami etici improvvisati, ai catechismi morali comandati, alle verità scientifiche usate come clave. Sta alla politica decidere se è in queste parole, o nella parola femminile, che vuole trovare una risorsa di senso.

Con il contributo di amiche e amici della Libreria abbiamo potuto mandare all’Associazione Talents de femmes euro 5.500 per sostenere la terza edizione del concorso letterario Voix de Femme-Grazia Zerman, rivolto alle ragazze delle scuole superiori di diverse zone del Burkina Faso.

 

L’associazione Talents de femmes è stata fondata nel ’92 da Odile Sankara assieme alle sue compagne Marceline Compaoré e Léontine Ouédrago, ha sede a Ouagadougou, capitale del Burkina, e attualmente raggruppa una ventina tra insegnanti, letterate, coreografe, attrici, formatori e assistenti culturali. Vogliono promuovere il talento femminile in ogni ambito delle arti e dello spettacolo e far emergere la parola femminile come apporto delle donne alla cultura burkinabé. Quando abbiamo conosciuto Odile ci ha parlato del suo Progetto per sostenere la formazione letteraria delle ragazze delle scuole superiori: l’intento è di far emergere giovani scrittrici nel Burkina Faso, dove una letteratura di donne manca ed è sentita come preziosa per l’intero paese. Questo progetto ha appassionato anche noi.

 

Un sentito grazie a tutte e tutti

 

Hanno sostenuto la terza edizione del concorso letterario Voix de Femme-Grazia Zerman:

 

Scuola di scrittura di Luisa Muraro e Clara Jourdan,
Corrado Levi, Luisa Muraro, Bice Mauri, Vita Cosentino, Giairo Daghini, Alberto Magnaghi, Giannina Longobardi, Letizia Bianchi, Marianella Sclavi, Loredana Aldegheri e Maria Teresa Giacomazzi (MAG Verona), La Comunità Diotima (Verona), Bozzola Antonietta, Clara Jourdan, Luciana Tavernini, Silvio Sarfati, Lia Cigarini, Silvia Baratella, Assunta Lunardi, Giuliana Borgonovo, Laura Modini, Nilde Vinci, Silvana Ferrari, Zina Borgini, Cristina Mecenero, Marirì Martinengo Anna Maria Verga, Renata Dionigi, Delfina Luisiardi e amici di Brescia, Ivana Trevisani e amiche di Brescia.
Un ringraziamento particolare va a Fiorella Cagnoni e al Trust Nel Nome della Donna.

 
Puoi sottoscrivere anche tu versando il tuo contributo sul

 

Conto Corrente Postale n. 58609603
intestato a Cosentino Vita e Rinaldi Maria
causale Per il Burkina.

Gustavo Zagrebelsky

In una concezione non dogmatica ma (auto)critica della democrazia, quale è propria di ogni spirito laico, nessuna decisione presa è, per ciò stesso, indiscutibile. Il rifiuto della ri-discussione è per ciò stesso una posizione dogmatica, che può nascondere un eccesso o un difetto di sicurezza circa le proprie buone ragioni. Questo, in linea di principio, riguarda dunque anche la legge sull´interruzione volontaria della gravidanza, “la 194”, che pur ha dalla sua due sentenze della Corte costituzionale e un referendum popolare.
Ma una discussione costruttiva e, mi sia permesso dire, onesta è il contrario delle parole d´ordine a effetto, che fanno confusione, servono per “crociate” che finiscono per mettere le persone le une contro le altre. Lo slogan “moratoria dell´aborto”, stabilendo una “stringente analogia” (cardinal Bagnasco alla Cei, il 21 gennaio) tra pena di morte e aborto, accomunati come assassinii legali, ha sì riaperto il problema, ma in modo tale da riaprire anche uno scontro sociale e culturale che vedrebbe, nientemeno, schierati i fautori della vita contro i fautori della morte: i primi, paladini dei valori cristiani; i secondi, intossicati dal famigerato relativismo etico. Insomma, alle solite, un nuovo fronte di quello “scontro di civiltà” che, molti insofferenti della difficile tolleranza, mentre dicono di paventarlo, lo auspicano.
Siamo di fronte, come si è detto, a una “iniziativa amica delle donne”? Vediamo. La questione aborto è un intreccio di violenze. Innanzitutto, indubitabilmente, la violenza sull´essere umano in formazione, privato del diritto alla vita.
Ma, in numerose circostanze, ci può essere violenza nella gravidanza stessa, questa volta contro la donna, quando la salute ne sia minacciata, non solo nel corpo ma anche nella mente, da sentimenti di colpa o di sopraffazione, solitudine, indigenza, abbandono. La donna incinta, nelle condizioni normali, è l´orgoglio, onorato e protetto, della società di cui è parte; ma, nelle situazioni anormali, può diventarne la vergogna, il peso o la pietra dello scandalo, scartata e male o punto tollerata. D´altra parte, non solo la gravidanza, ma l´aborto stesso, percepito come via d´uscita da situazioni di necessità senza altro sbocco, si traduce in violenza anche verso la donna, costretta a privarsi del suo diritto alla maternità. C´è poi un potenziale di somma violenza nella capacità limitata delle società umane ad accogliere nuovi nati. La naturale finitezza della terra e delle sue risorse sta contro la pressione demografica crescente e la durata della vita umana. L´iniqua ripartizione dei beni della terra tra i popoli, poi, induce soprattutto le nazioni più povere a politiche pubbliche di limitazione della natalità che si avvalgono, come loro mezzo, dell´aborto.
Violenze su violenze d´ogni origine, dunque: violenza della natura sulle società; delle società sulla donna; della donna su se stessa e sull´essere indifeso ch´essa porta in sé. E´ certamente una tragica condizione quella in cui il concepimento di un essere umano porta con sé un tale potenziale di violenza. Noi forse comprendiamo così il senso profondo della maledizione di Dio: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze» (Gen. 3, 22). Si potrebbe dire che l´aborto, nella maggior parte dei casi, è violenza di deboli su più deboli, provocata da una violenza anteriore. Ma questa è la condizione umana, fino a quando essa patisce la crudeltà della natura e l´ingiustizia della società; una condizione che nessuna minaccia di pene anche severissime, con riguardo all´ultimo anello della catena, quello che unisce la donna al concepito, ha mai potuto cambiare, ma ha sempre e solo sospinto nella clandestinità, con un ulteriore carico di umiliazione e violenza, fisica e morale.
In questo quadro, che molte donne conoscono bene, che cosa significa la parola moratoria? Dove si inserirebbe, in questa catena di violenza? La domanda è capitale per capire di che cosa parliamo.
Una cosa è chiedere alle Nazioni Unite di condannare i Paesi che usano l´aborto come strumento di controllo demografico e di selezione “di genere”. Un celebre scritto del premio Nobel Amartya Sen, pubblicato sulla New York Review of Books del 1991, ha richiamato l´attenzione sul fatto che «più di 100 milioni di donne mancano all´appello». Si mostrava lo squilibrio esistente e crescente tra maschi e femmine in Paesi come l´India e la Cina (ma la questione riguarda tutto l´estremo Oriente: quasi la metà degli abitanti del pianeta). Si prevede, ad esempio, che in Cina, nel 2030, l´eccesso di uomini sul “mercato matrimoniale” potrebbe raggiungere il 20%, con drammatiche conseguenze sociali. Le ragioni sono economiche, sociali e culturali molto profonde, radicate e differenziate. Le cause immediate, però, sono l´aborto selettivo e l´infanticidio a danno delle bambine, oltre che l´abbandono nei primi anni di vita. In quanto, però, vi siano politiche pubbliche di incentivazione o, addirittura, di imposizione, la richiesta di “moratoria” ha certamente un senso. Si interromperebbe la catena della violenza al livello della cosiddetta bio-politica, con effetti liberatori.
E diverso, in riferimento alle società dove l´aborto non è imposto, ma è, sotto certe condizioni, ammesso. “Moratoria” non può significare che divieto. Per noi, sarebbe un tornare a prima del 1975, quando la donna che abortiva lo faceva illegalmente, e dunque clandestinamente, rischiando severe sanzioni. Questo esito, per ora, non è dichiarato. I tempi paiono non consentirlo. Ci si limita a chiedere la “revisione” della legge che “regola” l´aborto. Ma l´obbiettivo è quello, come la “stringente analogia” con l´abolizione della pena di morte mostra e come del resto dice il card. Bagnasco: «Non ci può mai essere alcuna legge giusta che regoli l´aborto».
Qual è il punto della catena di violenza che la “moratoria” mira a colpire? E´ l´ultimo: quello che drammaticamente mette a tu per tu la donna e il concepito. Isolando il dramma dal contesto di tutte le altre violenze, è facile dire: l´inerme, il fragile, l´incolpevole deve essere protetto dalla legge, contro l´arbitrio del più forte. Ma la donna, a sua volta, è soggetto debole rispetto a tante altre violenze psicofisiche, morali, sociali, economiche, incombenti su di lei. La legge che vietasse l´aborto finirebbe per caricarla integralmente dell´intero peso della violenza di cui la società è intrisa: un peso in molti casi schiacciante, giustificabile solo agli occhi di chi concepisce la maternità come preminente funzione biologico-sociale che ha nell´apparato riproduttivo della donna il suo organo: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze», appunto. Si comprende, così, che la questione dell´aborto ha sullo sfondo la concezione primaria delle donne come persone oppure come strumenti di riproduzione. E si comprende altresì la ribellione femminile a questa visione della loro sessualità come ufficio sociale.
«La condizione della donna gestante è del tutto particolare» e non è giusto gravarla di tanto peso, ha detto la Corte costituzionale in una sua sentenza del 1975, la n. 27. Convivono due soggetti, l´uno dipendente dall´altro, entrambi titolari di diritti, potenzialmente in contraddizione: tragicamente, la donna può diventare nemica del concepito; il concepito, della donna. Da un lato, sta la tutela del concepito fondata sul riconoscimento costituzionale dei diritti inviolabili dell´uomo, «sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie», trattandosi di chi «persona deve ancora diventare». Dall´altro, sta il diritto all´esistenza e alla salute della donna, che «è già persona». Il riconoscimento pieno del diritto di uno si traduce necessariamente nella negazione del diritto dell´altro. Per questo, è incostituzionale l´obbligo giuridico di portare a termine la gravidanza, “costi quel che costi”; ma, per il verso opposto, è incostituzionale anche la pura e semplice volontà della donna, cioè il suo “diritto potestativo” sul concepito (sent. n. 35 del 1997). Si sono cercate soluzioni, per così dire, intermedie, ed è ciò che ha fatto “la 194”, prevedendo assistenza sanitaria, limiti di tempo, ipotesi specifiche (stupro o malformazioni) e procedure presso centri ad hoc che accompagnano la donna nella sua decisione: una decisione che, a parte casi particolari (ragazze minorenni), è sua. La donna, dunque, alla fine, è sola di fronte al concepito e, secondo le circostanze, può essere tragicamente contro di lui. Qui, una mediazione tra i due diritti in conflitto (della donna e del concepito) non è più possibile: aut aut.
Le posizioni di principio sono incompatibili, oggi si dice “non negoziabili”: l´autodeterminazione della donna contro l´imposizione dello Stato; la procreazione come evento di rilevanza principalmente privata o principalmente pubblica; la concezione del feto come soggetto non ancora formato o come persona umana in formazione; la legge come strumento di mitigazione dei disastri sociali (l´aborto clandestino) o come testimonianza di una visione morale della vita. Alla fine, il vero contrasto è tra una concezione della società incentrata sui suoi componenti, i loro diritti e le loro responsabilità, e un´altra concezione incentrata sull´organismo sociale, i cui componenti sono organi gravati di doveri, anche estremi. Si vede il dissidio, per così dire, allo stato puro nel caso della scelta tra la vita della madre e quella del feto, quando non possibile salvare e l´una e l´altra: la sensibilità non cattolica più diffusa dice: prevalga la vita della donna, persona in atto; la morale cattolica dice: prevalga la vita del nascituro, persona solo in potenza.
Secondo le circostanze. Sul terreno delle circostanze, a differenza di quello dei principi, è possibile lavorare pragmaticamente per ridurre, nei limiti del possibile, le violenze generatrici di aborto. Educazione sessuale, per prevenire le gravidanze che non si potranno poi sostenere; giustizia sociale, per assicurare alle giovani coppie la tranquillità verso un avvenire in cui la nascita d´un figlio non sia un dramma; occupazione e stabilità nel lavoro, per evitare alla donna il ricatto del licenziamento; servizi sociali e sostegni economici a favore della libertà dei genitori indigenti. Dalla mancanza di tutto questo dipende l´aborto “di necessità”, che – si dirà – è però una parte soltanto del problema. Ma l´altra parte, l´aborto “per leggerezza”, troverà comunque le sue vie di fatto per chi ha i mezzi di procurarselo, indipendentemente dalla legge. In ogni caso, non è accettabile che di necessità e leggerezza si faccia un unico fascio a danno dei più deboli, spinti dalla necessità, e li si metta sotto la cappa inquisitoriale della criminalizzazione e delle intimidazioni morali, come l´equiparazione dell´aborto all´omicidio e della donna all´omicida. La sorte dei concepiti non voluti si consumerà ugualmente, nel confort delle cliniche private o nella solitudine, nell´umiliazione e nel rischio per l´incolumità. L´esito del referendum del 1981 che, a grande maggioranza (il 68 %) ha confermato “la 194”, dipese di certo dal ricordo ancora vivo di ciò che era stato l´aborto clandestino. Ci si può augurare che non se ne debba rifare l´esperienza, per ravvivare il ricordo.

 

 

Sul cartello la scritta: NELLA MIA CITTA’ NESSUNA BAMBINA E’ STRANIERA

Oscar Guisoni

L’aborto sembrava un tema già risolto per la società spagnola. Ma l’offensiva di certi settori della destra con un forte peso nella magistratura e della gerarchia ecclesiastica più conservatrice è riuscita a reintrodurlo nel dibattito politico. Mentre il Partido Popular all’opposizione pretende che l’attuale legge non si tocchi, il Partito socialista si ritrova in un forte dibattito interno sull’opportunità di ampliare l’ambito della disposizione in vigore, tirando via l’aborto dal Codice penale e incorporando il cosiddetto «quarto presupposto» che permetterebbe alla donna di allegare anche le ragioni economiche fra quelle previste per l’interruzione legale della maternità. La legislazione spagnola prevede, dal 1985, tre presupposti per l’aborto legale: che la vita della madre sia in pericolo, che la gravidanza sia l’effetto di uno stupro o che si presumano gravi malformazioni fisiche del feto. Nel programma elettorale del 2004 il Psoe, vincitore a sorpresa delle elezioni del 14 marzo, s’impegnava ad ampliare la legge incorporando un quarto presupposto e tirando via l’aborto dal Codice penale e a onorare così una rivendicazione storica del movimento femminista. Però il premier José Luis Rodriguez Zapatero ha ritenuto che si fosse già sfidato abbastanza la chiesa cattolica con la legge sul matrimonio omosessuale e ha deciso di lasciare nel cassetto la sua promessa. Adesso le femministe esigono dal Psoe che torni a incorporare la proposta nel suo programma elettorale in vista del voto fissato per il 9 marzo prossimo.
«Il movimento delle donne – ci spiega Consuelo Catalá, deputata socialista e portavoce alle Cortes della Comunità valenciana della politica per l’eguaglianza di genere – era sicuro che il tema dell’aborto fosse già risolto una volta per tutte e non l’ha considerato quindi prioritario». Però negli ultimi anni i settori più conservatori delle giustizia spagnola hanno cominciato una lenta però costante persecuzione delle cliniche private che praticano l’interruzione della gravidanza, ciò che ha finito per provocare un inedito sciopero di quelle case di cura terminato la settimana scorsa. La situazione si è fatta tanto critica da obbligare l’attuale ministro della sanità, Bernat Soria, a riunirsi con le cliniche per tranquillizzarle e dar loro garanzie di poter portare avanti il loro lavoro senza essere perseguite. «La destra si conferma molto crudele – spiega Catalá – perché non si può andare con la Guardia Civile a interrogare donne che hanno abortito, non importa per quale motivo».
La chiesa cattolica, come c’era da aspettarsi, con il pontificato conservatore di Benedetto XVI ha avviato un’offensiva conservatrice anche sul terreno dell’aborto e si è scatenata quando i socialisti hanno menzionato la possibilità di ampliare la legge in vigore includendovi il «quarto presupposto». Di fronte alla virulenza dell’attacco, le femministe hanno deciso di reagire. Al grido di «saquen los rosarios de nuestros ovarios», «via i rosari dalle nostre ovaie», le donne hanno manifestato mercoledì scorso per le strade di Madrid, Barcellona e altre undici capitali di provincia nella prima mobilitazione in difesa dell’aborto dopo molto tempo.
Intanto il Partito socialista ha concluso venerdì a Madrid il dibattito nella commissione incaricata di preparare il programma con cui il Psoe cercherà di vincere di nuovo le elezioni. «Noi donne spingeremo perché il partito torni a includere la proposta di togliere l’aborto dal Codice penale e di ampliare i casi previsti – afferma Consuelo Catalá – nell’ambito di un programma integrale di salute riproduttiva che dia al tema una cornice legale adeguata». Zapatero ha lasciato fredde, giorni fa, le donne vicine al movimento femminista quando ha suggerito che il tema sarebbe stato trattato nella prossima legislatura e che non sarà parte integrante del programma elettorale socialista. «Dobbiamo cercare il consenso» in vista dell’appuntamento decisivo di marzo, ha detto il primo ministro. Parole che all’orecchio di molte donne sono suonate come «non faremo niente che molesti ancor di più la chiesa».
Però se Zapatero si è mostrato tiepido, il Partido Popular fa molta più paura al movimento femminista. Mariano Rajoy, il candidato presidenziale del Pp, ha affermato di essere contrario all’ampliazione dell’attuale legge e questo significa lasciare l’aborto nel Codice penale consentendo ai giudici conservatori di tenere aperta l’offensiva in corso contro le cliniche e le loro pazienti. «Noi femministe ci eravamo smobilitate di fronte a questo tema – spiega Catalá – perché sembrava che ci fosse una sorta di normalizzazione sociale rispetto all’aborto». Ora questa smobilitazione sta finendo. Nelle manifestazioni si chiede un impegno chiaro del governo per riformare la legge, aprendo le porte anche della sanità pubblica all’aborto e per evitare che le donne e i medici si ritrovino in balìa delle crepe lasciate dalla legge in vigore.

 

 

Sono rimasta molto colpita dal dibattito di sabato 16.2 sull’aborto. Era la prima volta che partecipavo ad un incontro in questa sede ho avuto l’impressione di essere arrivata a discorso già iniziato per qui alcune cose non mi sono risultate chiare e per altre si percepiva che era già parte di un percorso avviato. Comunque mi è sembrato di rivivere una situazione già vista. Premettendo che ho quasi 50 anni, mi sono rivista proiettata in una sequenza di infinite discussioni dove si tentava di essere analitiche e rispettose, di coinvolgere tutto e tutti, di essere corrette (vedi anche il rispetto del dolore provato dal feto!!) ed intanto l’altro ti picchia, ti violenta, ti impedisce di accedere alla cultura, all’indipendenza e se in qualche caso non ci riesce ti fa impazzire con i sensi di colpa. Continuiamo così a farci del male. Per me i piani dell’agire per lo specifico dovrebbero essere due separati ma interdipendenti. Uno è quello culturale-emotivo di agire e spingere per una consapevolezza diversa sulla nostra sessualità e quella maschile. Il secondo e quello della difesa immediata dell’essere “donna”. Mi sembra che il senso di sorellanza, di appartenenza in questi anni si sia un pò perso proprio per aver abbassatoto la guardia e per il cambiamento dei processi sociali. Così come per il mondo del lavoro dove questo ormai si è così articolato e sgretolato che ora si parla come non si faceva più da tempo di “classe operaia” (vedi documentario della Comencini e dibattiti sindacali ecc.) così come l’appartenenza sta riprendendo piede, sta ridiventando un’esigenza, così dovrebbe ridiventarla per noi. Siamo donne non solo lavoratrici, manager, intellettuali, politiche, casalinghe ecc. In oltre penso che abbiamo sbagliato a dare per scontato che certe conquiste siano diventate intoccabili, siano diventate valori etici-morali. Le nuove generazioni sono senza memoria. Come vedere certi documentari su come è cambiata la società, la classe operaia, come è importante avere “il giorno della memoria” per gli eccidi del nazismo, il 25 aprile per la liberazione così dovremmo riprenderci il significato politico della memoria per continuare con le giovani generazioni che tutto ciò non lo hanno vissuto in prima persona. Mi sembra che questi continui attacchi siano come il colpo di coda dello squalo che sta per essere catturato: l’uomo che perde potere in tutti i campi (culturale, politico, economico) perchè si deve confrontare con donne sempre più preparate, autonome e consapevoli e gioca ancora la sua carta più profonda e intima, quella del dominio del nostro corpo sotto tutti gli aspetti, da quelli bassi della violenza fisica a quelli più sofisticati dell’agire sull’inconscio e sui nostri vissuti. Certe volte penso che sia l’invidia del non poter generare che li ha spinti a volerci controllare oppure è il loro senso di potere smisurato che vogliono perpetuare. Comunque chè l’urgenza di trovare molteplici modi per riaprire il dibattito e ridiventare parte attiva sulla scena politica, e dico molteplici perchè per me non basta ritrovarsi tra noi in “circoli protetti” come non basta la piazza, anche se ritengo che questa visibilità sia importantissima. Ma per riaccendere le coscenze serve anche altro: dal volantinaggio alle assemblee pubbliche, all’accettazione, anche se a malincuore, delle quote rosa, al sostegno di donne “illuminate” che facciano da modello, da apripista forse con un po’ più di audacia. Non so, ma so solo che da sole non ce la si fa. Riflessioni sparse ma spero utili e chiare per unirmi a questo confronto. Ciao ALMA

Davide Casati

Mentre la Lombardia riduce a 22 settimane e 3 giorni il limite per l’aborto terapeutico, il primario di Ginecologia del San Carlo di Milano parla dei 5mila aborti praticati. “Ogni volta è un peso. Ineludibile”.
Mario Ramondini, unico ginecologo del S.Martino di Genova che compie aborti, dice di essere soprannominato “Erode” in corsia.
Lei si sente “Erode”?
No. E rifiuto la definizione di abortista. Io sono un medico che per motivi personali, storici, culturali ha scelto di praticare questa attività in favore delle donne. Consapevole che questo sia un dramma, per tutti.
Come ha cominciato?
Fui assunto alla clinica Mangiagalli di Milano nei primi anni ’70. Il mio primo studio fu un’indagine
sulla mortalità materna: fu così che scoprii che le migliaia di aborti clandestini erano la terza causa di morte.
Perché?
Le mammane, e i medici, li effettuavano con scarsissimo rispetto per sterilità e buone procedure. In clinica arrivavano donne con gli intestini devastati, o infezioni gravissime. Nel Paese il dibattito fu durissimo. E nel ’78 venne varata la 194.
La considera una buona legge?
Un approdo positivo, per quanto lo si possa dire di una realtà di fondo distruttiva. E che resta un peso sulla coscienza.
Da primario potrebbe smettere di praticare aborti. Perché continua?
La mia attività diretta è molto diminuita, ma se occorre partecipo tuttora. Credo sia giusto nei confronti degli altri medici non obiettori, che sono sempre meno. Si dice che sia perché si finisce a fare solo aborti, e non si fa carriera. Qui non è così, e posso solo sperare sia lo stesso altrove. Certo, non è una pratica gratificante. Inoltre, gli specializzandi sono in maggioranza donne: e per una donna praticare un aborto è ancor più problematico. Infine, i giovani non hanno vissuto la situazione pre-194. Che, in parte, c’è ancora.
In che senso?
Il 60% degli aborti, al San Carlo, riguardano le nuove povere, le donne straniere. E nel 2006, in Italia, ci sono stari 20mila aborti clandestini. Specie tra le immigrate, con le mammane o i farmaci antiulcera, il cui potere abortivo è più noto aloro che a molti medici…
Quali ragioni portano, oggi, ad abortire?
Per le straniere, soprattutto ragioni economiche. Per le italiane, il fatto che una gravidanza giunge in un momento in cui viene vista come ostacolo sul lavoro.
La nostra civiltà penalizza tanto le donne da far vedere un bimbo come ostacolo…
La 194, nella parte dedicata alla prevenzione, non è applicata a fondo. Anche per motivi economici: si dovrebbero far funzionare i consultori, educare alla contraccezione, fornire informazioni sulle associazioni di aiuto alla maternità difficile. Investire nella mediazione culturale, perché l’approccio delle donne straniere a questo dramma è diverso: le sudamericane, di cultura cattolica, ricorrono all’aborto come extrema ratio, mentre le donne dei Paesi dell’ateismo di Stato lo vivono in ben altro modo. Ma soprattutto servono politiche reali di sostegno alla famiglia. Escludere, ad esempio, i figli dei “clandestini” dagli asili (come deciso a Milano, ndr.) non va certo in questa direzione… Si discute anche sulla pillola abortiva, accusata di rendere “semplice e irresponsabile” l’aborto. Non credo. La si può usare solo nelle primissime settimane, stanno emergendo controindicazioni, e la procedura non è affetto semplice. È una tecnica relativamente nuova, da valutare. Mal’aborto resta, sempre, un’esperienza lacerante.
Si parla anche del rischio di deriva eugenetica: l’uso, cioè, delle diagnosi prenatali per “rifiutare” bimbi con problemi…
Le diagnosi prenatali si effettuano alla fine del terzo mese, e gli aborti del secondo trimestre sono meno del 3%. Siamo lontani dal rischio eugenetico, in Italia.
Per lei che cos’è un aborto? Ciò che toglie dall’utero è vita umana o cellule?
Dal momento del concepimento si forma una vita: e quella che si interrompe è una vita. Non lo dico da credente: non ho -purtroppo – una fede. Lo dico da medico. Ma non si parli di omicidio: non c’è volontà di far del male, ma la necessità di rispondere a una richiesta drammatica.
Ci sono per lei aborti giusti, o giustificati?
Nella misura in cui una donna arriva a sceglierlo, ogni aborto è giustificato. Perché arriva al termine di un percorso, previsto dalla legge, non breve, nel quale – lo vediamo spesso con gioia – capita che vi siano ripensamenti, Un percorso sempre doloroso. Al termine del quale a decidere deve sempre essere la donna.
Esiste però anche un soggetto terzo, l’embrione. Il filosofo laico Norberto Bobbio parlò di “diritto di nascere”.
È un discorso valido, da approfondire. Ma nel frattempo dobbiamo far fronte a drammi concreti. Che si fa davanti a chi, in lacrime, chiede un’interruzione nel 2° trimestre, per una grave malformazione, quando altri ospedali hanno detto no? Di fronte a queste richieste il medico è solo. Col suo, personale, dramma, ma col dovere di offrire risposte a quell’altro, ben maggiore. Perciò dico: è bene discutere, senza preconcetti. Ma non possiamo accettare che le donne siano ricacciate nella condizione degli anni ’70…

 

La coreografa tedesca aggiunge un nuovo tassello al suo «atlante» con l’ultimo spettacolo presentato a New Delhi, Mumbai e Calcutta. Un laboratorio aperto di concetti, riferimenti, visioni, eros e pensieri
Gianfranco Capitta
New Delhi

Da più di vent’anni Pina Bausch, una dei pochi artisti che davvero hanno reinventato nella seconda metà del novecento la scena mondiale, va disegnando del mondo un proprio personale «atlante». Ogni suo spettacolo è dedicato a una città, o a un paese, di cui lei traduce nel linguaggio del teatro e della danza le suggestioni ricevute durante gli scrupolosi sopralluoghi e gli impertinenti e personalissimi affondi. Dall’ormai storico Viktor dedicato a metà degli anni ottanta a Roma (unica città ad aver meritato due di queste «dediche», perché a cavallo del secolo c’è stato poi Oh Dido) fino all’ultimo e appena presentato Bamboo blues (dopo un’anteprima assai riservata a Wuppertal la primavera scorsa) incentrato sull’India e mostrato in queste settimane, dopo New Delhi, anche a Mumbai e Calcutta. Una produzione cui la repubblica tedesca ha partecipato direttamente attraverso il Goethe Institut.
Aver avuto la fortuna di assistervi nella capitale indiana (per quanto il Siri Fort Auditorium non possedesse le «sicurezze» tecniche dei teatri d’opera occidentali) dona un valore aggiunto alla performance dell’artista e dei suoi danzatori: non solo il pubblico era strabocchevole e festoso (anche se per certi versi «sorpreso» dell’avvenimento), ma certo la cultura indiana ha una tradizione spettacolare così specifica, antica e formalizzata, e tutta basata sul corpo, da rendere Bamboo Blues una sorta di questionario pulsante, di sfida continua, di esperienza tanto aperta quanto necessaria di puntelli e di garanzie. Proprio sul piano fisico, che assomma qui su di sé concettualità e riferimenti, visioni e pensieri.
Del resto, se l’India è una sorta di grande e complesso laboratorio continentale, che ora si misura (con una grazia che non riesce a dissimulare la minaccia) con l’intera economia planetaria, anche l’artista tedesca sembra assecondare quel metodo laboratoriale. Le sue immagini, i suoi movimenti, le sue scintille ottenute dall’attrito tra parola e gesto, hanno un andamento piano e interrogativo, da far partecipare e condividere a un pubblico che pure già la conosce fin dal 1979, ma che nessuno poteva sapere, prima, cosa davvero si aspettasse da lei.

[…]

Liliana Rampello

Libro di straordinaria ironia, temevo che l’autrice non riuscisse a reggere fino alla fine il tono spassoso della sua stessa invenzione e invece vince con magnifica leggerezza la scommessa. Sally è una giovinetta di inusuale bellezza, chiunque la vede resta a bocca aperta e definitivamente rapito da lei, ma ha il difetto di una mente semplice, così semplice da sfiorare l’idiozia e i suoi pensieri non possono esprimere altro che questo limite. Che fare di una donna così? Prima i genitori, poi il padre rimasto vedovo, poi il marito che la sposa appena la vede, in due settimane, hanno un unico sogno e incubo: tenerla nascosta, per gelosia e insieme vergogna. Attorno a lei, che appare sempre come una visione di ineffabile beatitudine, scoppiettano così mille piccole avventure che la vedono inerme di fronte alla volontà altrui, inesperta e disponibile, buona d’animo ma anche cocciuta, devota agli insegnamenti della Bibbia e stralunata di fronte al desiderio maschile che si accende in sua presenza, sostanzialmente scocciandola. Come si fa a convivere e insieme nascondere una pietra che brilla di una luce così rara? La von Arnim la mette nel cuore di un racconto esilarante e nei nostri cuori, perché alla fine la più semplice, la più “idiota” dei possibili protagonisti, la facile preda di tutti gli altri personaggi, disegnati con altrettanta abilità, avrà la meglio, avrà la vita così come può e sa immaginarla, a scapito di un mondo, con le sue diverse classi sociali, che al solo guardarla va del tutto sottosopra e perde la bussola.
Ma intanto, in sua compagnia noi passiamo ore divertentissime.

Liliana Rampello

Piccole cose importanti, perché riguardano le relazioni e il linguaggio. Gloria Origgi si è andata cercando attraverso un lessico famigliare che disegna un universo borghese, figure di un interno milanese, attraverso le parole che si usavano in casa. Non ha trovato solo qualcosa per sé, padre, madre, sorella e tanti altri, che fioriscono in immagini delicate, ironiche e autoironiche, ma qualcosa che funziona come un piccolo detonatore anche per la memoria nostra. La si ascolta e si può fare lo stesso esercizio, per analogie e differenze, e quella sua personale lingua, che definisce, scopre, si inarca verso il passato e ritorna nel suo presente, accende anche il nostro ricordo. Ho sorriso spesso, leggendola, insinuandomi in una distanza che da lei è passata a me. E’ un libro che riposa, nel senso buono del termine, risveglia l’addormentato, i fou rire più nascosti e che ogni tanto per fortuna riesplodono inaspettati, tra noi “trombone” e “sciabalente”, fra le nostre cose “sgangherate” e “velleitarie”. Nel linguaggio ci sono i sogni, e Gloria Origgi lo sa.