lettera aperta

Alex Zanotelli

Caro Walter, pace e bene!
Oggi (22 marzo, ndr, Giornata mondiale dell’acqua) mi sono sentito ancora più spinto a scriverti questa lettera aperta.
Ho esitato molto a farlo proprio perché siamo in piena campagna elettorale, ma alla fine ho deciso di scriverla mosso dall’enorme grido degli impoveriti che mi ruggisce dentro.
Tu sei venuto a trovarmi a Korogocho, una spaventosa baraccopoli di Nairobi (Kenya ), e hai toccato con mano come «vivono» i baraccati d’Africa.
Davanti a quell’inferno umano,tu hai pianto. Mi avevi promesso, in quella densa conversazione nella mia baracca, che avresti portato quell’immenso grido di sofferenza umana nell’arena politica. Ora che sei il segretario del Partito democratico, sembra che ti sia dimenticato di quel «grido dei poveri». Non ne sento proprio parlare. Non chiedo carità (non serve !), chiedo giustizia, quella distributiva che è il campo specifico della politica. E non parlo solo della fame nel mondo (fa già parte degli 8 obiettivi del Millennio, su cui si è fatto quasi nulla !), ma soprattutto della sete del mondo. (Infatti non è più il petrolio il bene supremo, ma l’acqua che, con i cambiamenti climatici, andrà scarseggiando). Se questo è vero, perché nel tuo programma elettorale appoggi la privatizzazione dell’acqua?
Lo sai che questo significa la morte di milioni di persone per sete? Con questa logica di privatizzazione, se oggi abbiamo cinquanta milioni di morti per fame , domani avremo cento milioni di morti di sete. Sono scelte politiche che si pagano con milioni di morti.
Caro Walter, perché quelle tue lacrime su Korogocho non le puoi trasformare in gocce d’acqua per i poveri? L’acqua è sacra, l’acqua è vita.
Caro Walter, perché non puoi proclamare che l’acqua non è una merce, ma è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minimo costo possibile per l’utente, senza essere Società per azioni?
Solo così potrai asciugare le tue lacrime e quelle degli impoveriti del pianeta, ma anche dei poveri del Nord del mondo come le classi deboli di questa mia Napoli.
Chi dei nostri poveri potrà mai bere l’acqua del rubinetto, con bollette aumentate del 300 per cento, come è avvenuto a Aprilia?
Caro Walter, sull’acqua ci giochiamo tutto, ci giochiamo la nostra stessa democrazia, ci giochiamo il futuro del pianeta.
Caro Walter , non dimenticarti di quelle lacrime di Korogocho!

Franca Fortunato

Uscito con il titotlo Sull’aborto non si faccia inutile “filosofia”

l suicidio del ginecologo genovese, Ermanno Rossi, indagato per aver procurato aborti fuori dalla struttura pubblica, e le indagini dei carabinieri nei confronti delle donne che hanno abortito in violazione della 194, ripropongono, a distanza di quarant’anni, la questione della depenalizzazione dell’aborto. Una questione posta negli anni ’70 da una parte significativa del femminismo italiano, quello della Libreria delle donne di Milano, che, allora, era più favorevole alla semplice depenalizzazione che alla legalizzazione dell’aborto. Il caso drammatico del ginecologo ci dice come l’aborto in Italia non è reato solo se viene attuato negli ospedali pubblici, fuori sì. Questo dimostra che l’approvazione della 194 da parte del Parlamento fu un compromesso tra patriarcato e libertà femminile, fra cultura laica e cultura cattolica, fra de-criminalizzazione e statalizzazione dell’aborto. Da tempo negli ospedali pubblici l’aumento degli obiettori di coscienza (i giovani medici, per carriera o per convinzione, non vogliono praticare aborti) non garantisce più l’applicazione della legge e i suoi nemici aspettano che muoia di morte naturale, ecco perché dicono di non volerla toccare. Molte donne, intanto, sono costrette, se ne hanno la possibilità economica, come quelle di Genova, a rivolgersi a strutture private o andare all’estero. Depenalizzare l’aborto vuol dire, anche, rendere possibile l’interruzione di gravidanza negli ospedali privati convenzionati, garantendone la gratuità e mutualità. Un’altra questione che pone il caso dello sventurato ginecologo genovese è quello della clandestinità degli aborti. La legge 194 è nata per sconfiggere gli aborti clandestini a cui ricorrevano le donne che non avevano i soldi per andare nelle cliniche private o all’estero e, molte di loro, non solo sfidavano il carcere ma morivano dissanguate. Oggi, come ieri, chi ha soldi non rischia di morire ma se interrompere la gravidanza negli ospedali pubblici diventerà sempre più impossibile, come sta avvenendo, è chiaro che chi rischia, ancora una volta, di tornare in mano alle mammane sono le più povere, rappresentate oggi dalle immigrate, che sono quelle che di più, in Italia, ricorrono all’aborto. Altra considerazione. Le donne che si sono rivolte al ginecologo genovese ci confermano quanto è sbagliato pensare che l’aborto sia un diritto. Infatti, dire che l’aborto è un diritto significa dire che una donna lo fa perché c’è una legge che glielo consente e quindi la sua volontà dipende dalla legge stessa. Questo non è vero oggi, come non lo era ieri, perché una donna che decide di non portare a termine una gravidanza lo fa per scelta e non perché qualcuno, lo Stato, una legge, glielo permette o glielo vieta. Nessuno può obbligare una donna a portare avanti una gravidanza non voluta. Questo semplice principio dovrebbe essere riconosciuto da tutti.
Un’altra questione che ripropone il caso di Genova è il fatto che le donne abortiscono soprattutto quando sono sole. Allora mi chiedo, chi c’è dietro ad ogni aborto? C’è sempre un uomo e quasi mai uno che avrebbe voluto diventare padre.
Ma lo sanno o no gli uomini che solo in loro la sessualità procreativa si identifica con il piacere?
Gli uomini, quelli che filosofeggiano sull’inizio della vita, si fermano al feto, a quella fase in cui il bambino è ancora del tutto dipendente da una madre che loro vivono come onnipotente, irresponsabile e crudele. C’è come una fissazione degli uomini all’embrione, al feto per poi, di fatto, disinteressarsi dopo la nascita, visto che nella realtà sono ancora le donne che si fanno carico della crescita della loro creatura. Allora chiedo, gli uomini hanno davvero desiderio di paternità?

 


La Némirovsky nella Kiev benestante
Bossi Fedrigotti Isabella

I cani e i lupi, che esce ora da Adelphi (pagine 270, 18,50) è l’ ultimo romanzo pubblicato in vita di Irène Némirovsky, un attimo prima che le leggi razziali glielo proibissero. E, mentre il suo più famoso, Suite francese, grazie al quale la scrittrice è stata riscoperta tre anni fa, racconta in chiave indirettamente autobiografica le peripezie di un gruppo di persone in fuga attraverso la Francia occupata dai nazisti, questo narra, in chiave altrettanto indirettamente autobiografica, le vicende di una bambina e poi di una ragazza ebrea nata in una città dell’ Ucraina e poi rifugiata a Parigi. È dunque, questo, il romanzo del suo passato, delle radici ebraiche, che hanno segnato la sua esistenza e il suo destino. La famiglia, come del resto, suggerisce il nome, veniva da Nemirov, nel cuore yiddish dell’ Ucraina di antica tradizione chassidica. Lei stessa era nata e aveva trascorso l’ infanzia a Kiev, non nella città bassa dei bottegai e prestasoldi, bensì in quella alta, dove ricchi russi ed ebrei vivevano fianco a fianco, perché suo padre, Leon, dopo essere stato un prospero commerciante, si era trasformato in banchiere, uno dei più potenti e temuti di tutta la Russia, tanto che a un certo punto si trasferì, assieme ai suoi, nella capitale, Pietroburgo. Della madre si sa solo che era mondanissima, poco interessata alla figlia e che arrivava, per potersi abbassare l’ età a suo piacimento, a negarne perfino l’ esistenza. Però si apprendono molti più dettagli su di lei leggendo un altro romanzo indirettamente autobiografico di Irene, Jezabel, tragica storia di una donna forsennatamente impegnata a sembrare giovane, al punto da nascondere l’ identità della figlia facendola passare per una parente accolta per carità in casa. Ada, la protagonista de I cani e i lupi, la madre semplicemente non ce l’ ha, bensì soltanto il padre che, in quanto modesto bottegaio, vive nella parte bassa di una città ucraina, in poche stanze squallide sopra il misero negozietto, dove gli scarafaggi, segno di benessere, vengono lasciati passeggiare indisturbati, e dove le finestre vengono pulite solo una volta all’ anno perché la grassa domestica russa ha ben altro da fare dietro la sporca tenda della cucina, e cioè mormorare preghiere segnandosi ripetutamente alla maniera ortodossa oppure ricevendo i suoi numerosi amanti. Da quelle stanze Ada, assieme al cuginetto Ben, ascolta i rumori sinistri dei pogrom che, periodicamente, sconvolgono il quartiere: le strilla, le fughe in strada, gli schianti dei vetri infranti e delle porte abbattute, il ruggire delle fiamme. Ed è proprio uno di questi pogrom che porterà i due bambinetti, sorpresi in strada dalle violenze, a cercare rifugio nella città alta, tra le sontuose ville, in casa di un famoso banchiere, cugino alla lontana del misero bottegaio. Difficilissimo, poi, tornare giù in basso, alla normalità sporca e fredda, lontano dal lusso caldo e luminoso della dimora dei parenti. Né consola più di tanto il fatto che costoro sono impegnati a far fiorire almeno un poco i commerci dello squattrinato cugino: anche perché arriva presto il tempo della precipitosa partenza del banchiere per la Francia, dove si stabilirà con tutti i suoi soldi. Allo scoppio della rivoluzione russa, toccò emigrare anche alla famiglia Némirovsky, particolarmente invisa ai bolscevichi, prima in Finlandia, poi in Svezia e infine in Francia, a Parigi, dove Irène si iscrisse alla Sorbona e cominciò, diciottenne, a scrivere. Il suo primo romanzo, David Golder, è del 1929, e segnò l’ inizio della sua fortunata carriera letteraria. Fortunata ma breve: undici anni dopo, infatti, quando a suo marito (ebreo e banchiere esattamente come il suocero) fu proibito di andare al lavoro e a lei di pubblicare, i due si nascosero in campagna, a Issy-l’ Eveque, assieme alle figlie. Nel ‘ 42 furono arrestati entrambi e deportati ad Auschwitz dove morirono a pochi mesi di distanza. Si salvarono le bambine, nascoste in casa della domestica che, quando uscivano – ricorda, ormai anziana, la maggiore – sempre si raccomandava di nascondere nello scialle il gran naso di famiglia. Perché due persone colte, abbienti, informate sugli avvenimenti non avevano pensato di scappare, come molti altri avevano fatto, in America per esempio? Perché – è sempre la figlia che ricorda – troppe case Irene era già stata costretta ad abbandonare nella sua non tanto lunga vita. Nel romanzo, i cani e i lupi non stanno tanto a indicare i buoni e i cattivi, perché a turno gli uni e gli altri sono buoni o cattivi, bensì gli inseguiti e gli inseguitori. Cani sono, dunque, i benestanti inquilini della città alta che fuggono, sì, dai rivolgimenti politici ma, ancora di più, dalla miseria che loro stessi in passato avevano ben conosciuto, incarnata, orribilmente visibile e tangibile, da quei cugini magri e laceri e da tutti quelli come loro, la cui povertà risulta notoriamente contagiosa: dalla minaccia, dunque, di potere, un giorno, ricadere indietro nell’ antica condizione di ebrei pezzenti. Inseguitori sono Ada, Ben e un’ ambiziosa zia che, sospinti dall’ illusione di una vita migliore, dalla voglia febbrile di bellezza ed eleganza, si trasformano in lupi gettati sulle tracce dei parenti ricchi, per cui a loro volta espatriano e si sistemano, sia pure in modo più che modesto, in Francia, a Parigi, dove ben presto andranno famelicamente in cerca della bella casa dei parenti banchieri. È Ada la guida del branco, la più ostinata nell’ inseguimento, perché innamorata, fin dai tempi di quel pogrom che l’ aveva costretta a cercare riparo nella città alta, di Harry, figlio del banchiere, che ha i tratti così simili a quelli di lei: gli stessi capelli scuri e ricci, lo stesso viso stretto, la stessa espressione triste e il naso lungo. E sarà lei, assieme al cugino Ben, a sua volta lupo affamato, a portarlo alla rovina. Il romanzo, pieno di passione e di nostalgia, evoca con forza e immediatezza il perduto mondo ebraico russo, nonché quello francese dell’ emigrazione, anche più duro e difficile, perché la comunità vi è considerata più straniera ancora di quanto non lo fosse in Ucraina. A suo tempo venne accusato di antisemitismo, e non è escluso che la scrittrice, peraltro firma importante di due riviste tendenzialmente antisemite, incarnasse una figura peraltro ben presente nella tradizione, quella dell’ ebreo che irride se stesso. Più probabile però – il libro, come tutti i libri, parla del suo autore, in questo caso della sua ansia, dei suoi timori se non della sua disperazione – che Irène Némirovsky, sentendosi braccata assieme al marito e alle figlie, abbia tentato anche la strada dell’ autodisprezzo per ingraziarsi un qualche potente che avrebbe eventualmente potuto intercedere per loro.

Ritratti Esce da Adelphi l’ultimo libro della grande scrittrice
Il rapporto Nel marketing e vendite le manager guadagnano ormai più dei colleghi uomini

L’ indagine Od&M: le meglio pagate? Sono le italiane

Quando una donna riesce ad aprirsi un varco nel “glass ceiling”, il soffitto di vetro che normalmente stoppa la sua carriera, allora la competizione con gli uomini si fa stretta. E sempre meno infrequentemente, diventata dirigente, comincia a guadagnare più del collega maschio. E’ questa la novità che emerge anche in Italia (dopo che diversi sorpassi erano già avvenuti nelle città Usa) da un’ indagine condotta da Od&M, società specializzata nelle tendenze retributive, che ha analizzato più di 200 mila profili salariali. La ricerca, condotta anche in Spagna e Francia, conferma comunque che nella globalità dei casi, sia in Italia che negli altri due paesi latini, gli stipendi medi delle donne stanno ancora seccamente in coda a quelli degli uomini. In Italia la categoria in rosa meno penalizzata è quella delle dirigenti: le donne guadagnano in media il 2,6% in meno degli uomini. Vanno invece nettamente peggio le donne quadro (-6,1%) e le impiegate, le più in difficoltà, che sono sotto dell’ 11,1%. Francia e Spagna, da parte loro, trattano decisamente in modo peggiore le loro dirigenti: nella prima soffrono un gap del 9,9% rispetto agli uomini e nella seconda del 10,6%. La Francia, tuttavia, valorizza maggiormente le sue impiegate, che sono sotto gli uomini solo dello 0,4%, mentre la Spagna si rivela la più maschilista in tutte le categorie, con addirittura un -15,3% per le impiegate. Ma se le donne italiane, soprattutto dirigenti, vanno a vedere le singole posizioni professionali, scoprono alcune belle sorprese. Una direttrice marketing e vendite laureata, infatti, guadagna in media più dell’ omologo maschio: 103.744 euro lordi l’ anno contro 102.837 (per le sole diplomate il vantaggio si verifica anche in Francia). Sempre tra le laureate il sorpasso sugli uomini avviene anche per le “area manager” (54.832 euro contro 53.786), per le “responsabili dei call center” (52.440 euro contro 51.209), per le “human resources and organisation manager” (50.776 euro contro 50.288) e, scendendo di categoria, per le “contabili” (22.128 euro contro 21.741). In Francia, invece, il sorpasso femminile non si ha quasi mai per dirigenti e quadri, mentre avviene spesso per certe figure professionali impiegatizie. Restano infine sempre in coda agli uomini le spagnole, per ogni tipo di professione. Ciò significa che l’ Italia sta diventando il paese del riscatto retributivo per le donne? «Certificare il sorpasso salariale in alcune figure professionali – commenta il presidente di Od&M Mario Vavassori – non vuol certo dire verificare un’ inversione di tendenza generale, perché oggi le donne dirigenti e soprattutto quelle responsabili di funzioni sono ancora una stretta minoranza. Semmai va detto che, quando una donna riesce a superare il purgatorio che la tiene relegata nei ruoli professionali più bassi, allora se è capace emerge. Così la competizione con gli uomini diventa effettiva e spesso vincente, perché una manager che giochi a pieno il suo ruolo frequentemente è più brava, e anche il mercato lo riconosce». * * * L’ indagine L’ indagine Od&M si basa su 209.531 profili salariali raccolti on line. Tante sono infatti le persone in Italia, Francia e Spagna che si sono collegate e hanno fornito i dati. Per l’ Italia i valori sono stati corretti su base Istat: ad ogni profilo retributivo è stato dato lo stesso “peso” che ha effettivamente nel mercato del lavoro. Si sono così evitate distorsioni imputabili a un eventuale numero eccessivo di uomini o donne che hanno fornito dati on line rispetto a quanto essi effettivamente pesano.

Riboni Enzo

 Il cuore del Grande paese Ristampato il libro d’ esordio della McCullers. Era una specie di bambina prodigio e scrisse all’ inizio cose piuttosto stravaganti. La scrittrice (1917- 1967) che adorava i deformi è tutta da riscoprire. La sua apparenza androgina affascinò fotografi come Dahl-Wolfe e Richard Avedon A Brooklyn andò a vivere in una specie di comune e divenne amica di Auden e Britten

Nadia Fusini
Quando scrive Il cuore è un cacciatore solitario (che ora riappare nella collana Stile Libero di Einaudi, traduzione di Irene Brin, introduzione di Goffredo Fofi, pagg. 368, euro 11,80), Carson McCullers ha appena ventitré anni. E da questo punto di vista, puramente anagrafico, il risultato è straordinario. Apre attese di capolavori a venire. Tanto che la promessa della casa editrice Einaudi di iniziare con questo romanzo giovanile la pubblicazione di tutta l’ opera della scrittrice americana, nata nel 1917, morta nel 1967, ci fa molto piacere. Non abbiamo dubbi che McCullers sia una scrittrice notevole; anche se non concordiamo del tutto con l’ affermazione esagerata, strillata in quarta di copertina, che con questo romanzo, e con i romanzi di Flannery O’ Connor, sia cambiato il corso della letteratura americana. Ma se l’ invito è a ragionare della letteratura americana a partire da questo romanzo, volentieri lo accettiamo. Perché non c’ è paese che più dell’ America si identifichi con la propria letteratura. O diciamo meglio, non c’ è paese che la letteratura, e dunque i suoi scrittori abbiano servito meglio, vegliando sulla sua coscienza, criticandolo con spirito libero, e insieme amandolo senza riserve. D’ altra parte, il paese ha ricambiato i suoi scrittori. Ditemi di un altro luogo al mondo dove con le più varie forme di fondazioni si sostenga chi voglia dedicarsi alla letteratura. McCullers stessa godette di lunghi periodi passati a Yaddo, una colonia per scrittori a Saratoga Springs, dove visse e scrisse e riposò e incontrò altri come lei. Amici e nemici importanti. Per Carson McCullers, Yaddo e le varie forme pubbliche di sostegno al suo ruolo furono fondamentali. Non soltanto per ragioni economiche, ma perché le servirono a costruire la propria identità intorno al gesto in cui si manifestava la sua passione. In ogni altro senso, l’ identità di Carson è ambigua; nasce donna, ma non si identifica alla propria identità di genere, le piacciono gli uomini, ma ama soprattutto le donne, e rimane fondamentalmente fino alla fine, se non una bambina, una adolescente. Adora i deformi, i ritardati, gli anormali; insomma, i capricci della natura, quelli che chiama “freaks”. Spiega: la maggior parte della gente passa la vita nel terrore di avere esperienze traumatiche, il freak convive con il trauma fin dalla nascita. Quanto a sé, in molti modi accentua la sua apparenza androgina, che affascinò fotografi come Louise Dahl-Wolfe e Richard Avedon. Sta di fatto che già nel cuore si accampa con ruolo di protagonista e potenza allegorica il sordomuto Jack Singer. Ma vi compare anche il sentimento autentico della fatica e della sofferenza dei poveri e dei diseredati, il marxista bianco Blount, il medico nero Copeland. Dalla casa in cui era nata, a Columbus, in Georgia, che apparteneva alla nonna materna, e affacciava sulla strada che portava alle fabbriche del cotone, fin da bambina Carson vedeva passare mattina e sera gli operai che andavano e tornavano dal lavoro. Fu allora che nacquero in lei certe tendenze diciamo così “operaiste”? O se non altro, una fortissima simpatia proletaria? Il motivo autobiografico è sempre presente, in ogni suo scritto. E se non è autobiografico il motivo, sono ricordi veri il caldo, la fiamma della luce estiva, la noia, la monotonia, la pena delle piccole città meridionali, dove l’ anima imputridisce nella noia. Chi vive lì, sogna incantato la neve – sogno che con lei un altro scrittore sudista condivide (oppure, la copia?) Truman Capote. Lula Carson Smith – così nasce Carson – è un Wunderkind, un prodigio. I genitori l’ assecondano nelle sue fantasie di eccellenza: immagina di diventare una grande pianista e i genitori le comprano il piano. Cambia idea, e il padre subito provvede a comperare una macchina da scrivere. Ora che ha la macchina da scrivere, Carson si lancia nella carriera letteraria senza timori e scrive un racconto, Il fuoco della vita, con due personaggi; uno è Gesù, l’ altro è Nietzsche. E comincia un romanzo, su un musicista di jazz di New York, il quale vende l’ anima al diavolo. Non ha mai visto New York, ma inventa a ruota libera. Inventa, ad esempio, che per la metropolitana si compri un biglietto dal conducente, più o meno come per salire sul bus. L’ agente letterario, a cui l’ ha spedito, meravigliato le rimanda il manoscritto e le fa presente l’ incongruenza, ma lei non si scompone. E si dedica a un secondo romanzo; questa volta imita D.H.Lawrence. Siccome va pazza per Eugenie O’ Neill, scrive tre drammi uno dopo l’ altro, e li inzeppa di tutto quello che le viene in mente: incesto, pazzia, delitti. Situa la prima scena direttamente in un cimitero, nell’ ultima, tra le suppellettili, impone un catafalco. Poi un giorno legge l’ autobiografia di Isadora Duncan. E subito plagiata proclama a chiare lettere in famiglia che lei non si sposerà. Non vuole mariti, ma amanti. E spiega ai genitori adoranti che deve partire: con tutto quello che ha in testa non si può fermare a Columbus, Georgia; deve andare “abroad”. All’ estero. Arriva a New York. E si trova a vivere a Brooklyn in una specie di comune, i cui pilastri fondanti sono per l’ appunto lei e l’ amico George Davis, mondanissimo editor di Harper Bazaar. A questa “vie de Bohème” si aggregano W.H.Auden, Benjamin Britten e Louis MacNiece. E partecipano Leonard Bernstein, Virgil Thomson, Salvador Dalì, Denis de Rougement, Truman Capote, Anais Nin, artiste dello spogliarello ecc.ecc. E’ una fuga? un’ evasione? E’ in realtà il modo concreto in cui Carson sperimenta alive uno dei grandi temi della letteratura americana: flight, escape sono, in effetti, due termini senza i quali non si potrebbe descrivere la civiltà di quel paese. Dalla fuga dall’ Europa dei pilgrim fathers sono nati gli Stati Uniti d’ America; dall’ evasione verso gli spazi sconfinati del West nascono i valori americani della frontiera, che conosciamo grazie ai western. La verità è che l’ azione di fuggire per salvarsi, implicita nei termini flight e escape, riguarda nella sua essenza l’ individuo americano, la sua coscienza puritana. Per tale individuo nell’ orizzonte della fuga si apre la via della salvezza; come a dire, la fuga non è diserzione, è conquista di nuovi spazi e territori, anche interiori. E la salvezza personale si realizza con la testimonianza qui e ora, in questo mondo, della necessità della giustizia. Intesa come il problema dell’ essere giusti. E giustificati nelle proprie opere dalla propria coscienza. Questo vale anche per i personaggi del Cuore, che all’ inizio si chiamava Il muto. Così avrebbe voluto intitolarlo Carson, ma il suo editore fu più bravo e trovò un titolo che è una delle ragioni del successo, nel “cuore” e nella “solitudine” indicando le due realtà a cui la sensibilità della giovanissima scrittrice rimarrà per sempre fedele. Insieme al senso doloroso di una disumana verità, che la ragazzina bianca del romanzo condivide con il mondo degli “schiavi” neri liberati nei fatti, ma ancora perseguitati per antico pregiudizio: non esiste l’ eguaglianza. Carson McCullers è bianca e cresce in uno stato del Sud profondamente tormentato dall’ ingiustizia della schiavitù. E ne patisce la colpa. Richard Wright, lo scrittore nero che ha appena pubblicato il romanzo autobiografico Native Son (da noi tradotto con Paura), le tributò un grande onore, quando le riconobbe che aveva saputo rappresentare la condizione esistenziale e le ragioni dei neri. Parlò di “grande umanità”. Ma del resto, la letteratura americana questo esercizio lo sa fare, quando è davvero grande; si veda la fuga insieme di Huck il bianco e Jim il nero nel più meraviglioso romanzo americano su questo tema, Huckleberry Finn. Quel che colpisce, nel caso di McCullers (come nel caso di Truman Capote, che le fu prima amico, poi nemico), è la piega particolare che tale sensibilità, che potremmo definire sudista, sudista abolizionista, sudista progressista, ma pur sempre sudista, prende. E cioè, come essa tramuti in un’ attitudine queer, in tutte le accezioni del termine, le più antiche e le più moderne. Intendo dire che lo scrittore, in entrambe le incarnazioni offerte da Capote e McCullers, dimostra un feticismo della devianza che lo stringe in morbosa, appassionata empatia con ogni genere di devianza dalla normalità. E’ il lato Dostoevskij della sua personalità. O il lato Arbus dell’ attrazione per l’ irregolare. Nel caso particolare di Carson McCullers coloro che l’ amarono testimoniano come nel corso degli anni si fece smodata la richiesta di attenzione, come crescesse l’ avidità di piaceri, che non sapeva cogliere, se non in modo per l’ appunto smodato. E autodistruttivo. Se amò in modo appassionato il mondo del cinema e del teatro, fu anche per questo aspetto: avrebbe voluto essere una star. Avrebbe voluto essere una queen. E in un certo senso lo fu, queen e queer. Ma fu soprattutto un eroe della scrittura. Che affermò con sicurezza che non c’ è niente di umano, che lo scrittore possa allontanare da sé: se esiste al mondo un uomo umiliato, perseguitato, oltraggiato, ecco, allora ci deve essere uno scrittore che sappia identificarsi con lui, e ricrearlo. E dargli la parola. Anche, soprattutto, quando sia muto. Perché per lo scrittore la parola salva.

Sono rimasta molto colpita dal dibattito di sabato 16.2 sull’aborto. Era la prima volta che partecipavo ad un incontro in questa sede ho avuto l’impressione di essere arrivata a discorso già iniziato per qui alcune cose non mi sono risultate chiare e per altre si percepiva che era già parte di un percorso avviato. Comunque mi è sembrato di rivivere una situazione già vista. Premettendo che ho quasi 50 anni, mi sono rivista proiettata in una sequenza di infinite discussioni dove si tentava di essere analitiche e rispettose, di coinvolgere tutto e tutti, di essere corrette (vedi anche il rispetto del dolore provato dal feto!!) ed intanto l’altro ti picchia, ti violenta, ti impedisce di accedere alla cultura, all’indipendenza e se in qualche caso non ci riesce ti fa impazzire con i sensi di colpa. Continuiamo così a farci del male. Per me i piani dell’agire per lo specifico dovrebbero essere due separati ma interdipendenti. Uno è quello culturale-emotivo di agire e spingere per una consapevolezza diversa sulla nostra sessualità e quella maschile. Il secondo e quello della difesa immediata dell’essere “donna”. Mi sembra che il senso di sorellanza, di appartenenza in questi anni si sia un pò perso proprio per aver abbassatoto la guardia e per il cambiamento dei processi sociali. Così come per il mondo del lavoro dove questo ormai si è così articolato e sgretolato che ora si parla come non si faceva più da tempo di “classe operaia” (vedi documentario della Comencini e dibattiti sindacali ecc.) così come l’appartenenza sta riprendendo piede, sta ridiventando un’esigenza, così dovrebbe ridiventarla per noi. Siamo donne non solo lavoratrici, manager, intellettuali, politiche, casalinghe ecc. In oltre penso che abbiamo sbagliato a dare per scontato che certe conquiste siano diventate intoccabili, siano diventate valori etici-morali. Le nuove generazioni sono senza memoria. Come vedere certi documentari su come è cambiata la società, la classe operaia, come è importante avere “il giorno della memoria” per gli eccidi del nazismo, il 25 aprile per la liberazione così dovremmo riprenderci il significato politico della memoria per continuare con le giovani generazioni che tutto ciò non lo hanno vissuto in prima persona. Mi sembra che questi continui attacchi siano come il colpo di coda dello squalo che sta per essere catturato: l’uomo che perde potere in tutti i campi (culturale, politico, economico) perchè si deve confrontare con donne sempre più preparate, autonome e consapevoli e gioca ancora la sua carta più profonda e intima, quella del dominio del nostro corpo sotto tutti gli aspetti, da quelli bassi della violenza fisica a quelli più sofisticati dell’agire sull’inconscio e sui nostri vissuti. Certe volte penso che sia l’invidia del non poter generare che li ha spinti a volerci controllare oppure è il loro senso di potere smisurato che vogliono perpetuare. Comunque chè l’urgenza di trovare molteplici modi per riaprire il dibattito e ridiventare parte attiva sulla scena politica, e dico molteplici perchè per me non basta ritrovarsi tra noi in “circoli protetti” come non basta la piazza, anche se ritengo che questa visibilità sia importantissima. Ma per riaccendere le coscenze serve anche altro: dal volantinaggio alle assemblee pubbliche, all’accettazione, anche se a malincuore, delle quote rosa, al sostegno di donne “illuminate” che facciano da modello, da apripista forse con un po’ più di audacia. Non so, ma so solo che da sole non ce la si fa. Riflessioni sparse ma spero utili e chiare per unirmi a questo confronto. Ciao ALMA

Nonostante la campagna per la moratoria e 400 mila firme raccolte per la legge sulla ripubblicizzazione, il tema non è entrato in nessun programma elettorale. E nessun esponente dei movimenti sarà in parlamento Amministratori di piccoli comuni riuniti a Bassiano (Latina) per organizzare la resistenza alle privatizzazioni

Andrea Palladino

Bassiano (Latina)
Parlare di acqua è parlare, prima di tutto, di democrazia. Se ne stanno accorgendo i sindaci in Italia, gli amministratori di piccoli paesi che si sono visti sottrarre il controllo della risorsa primaria da aziende con sedi lontane, lontanissime. Oggi Vincenzo Avvisati, sindaco di Bassiano, paese di 1000 abitanti arroccato sulle montagne che circondano la pianura pontina, non sa più a chi rivolgersi se l’acquedotto non funziona. E allora ha aperto le porte del Comune agli altri sindaci che come lui hanno deciso di resistere, di indossare la fascia tricolore e di sfilare in prima fila per la battaglia per l’acqua pubblica. Proprio a Bassiano, divenuto simbolo della resistenza alla gestione della società Acqualatina, controllata dalla francese Veolia, si è così aperta la tre giorni voluta dai comitati di Latina e dal Forum nazionale per l’acqua pubblica. Domenica si concluderà con una manifestazione nazionale ad Aprilia, dove i cittadini riuniti in un comitato spontaneo da tre anni contestano la privatizzazione voluta nel 2003 dall’amministrazione di centrodestra.
Vincenzo Avvisati è forse divenuto un simbolo anche per i suoi modi pacati, sornioni. “La vera Europa nasce da noi piccoli comuni, dalla nostra voglia di democrazia, di rappresentare i bisogni quotidiani dei nostri cittadini”, dice con decisione. Bisogni come l’acqua, che un mese fa è stata sottratta d’impero alla gestione comunale. Beni comuni, che riportano l’ago della bilancia politica nel vivere quotidiano, nella difesa dell’essenziale della vita.
La privatizzazione non è solo una questione di tariffe. Il movimento per l’acqua pubblica rilancia la sfida, dopo la moratoria ottenuta dal governo Prodi, fortemente a rischio con l’aria di nuove privatizzazioni che gira. “Se facciamo due conti – racconta Roberto Lessio, di Legambiente Latina – moltiplicando il fatturato di un gestore dell’acqua per i 90 Ato costituiti in Italia, ci rendiamo conto che la cifra in ballo è enorme”. Miliardi di euro quelli dell’acqua che, per la logica del mercato, qualcuno ha voluto togliere ai cittadini e ai municipi per affidare alle multinazionali, ai fondi d’investimento, alle banche d’affari. Proprio il sindaco Avvisati mostra una lettera della Banca d’Italia, arrivata al Comune ieri. Acqualatina ha chiesto un mutuo alla banca irlandese Depfa, senza dire nulla ai Comuni, titolari degli impianti idrici. E loro, i sindaci in rivolta, hanno preso carta e penna ed hanno chiesto spiegazioni. La Banca d’Italia avvierà una procedura per “chiedere chiarimenti all’intermediario”, ricordando al sindaco di Bassiano che “potrà rivolgersi, se del caso, all’autorità giudiziaria per la tutela degli interessi che ritenga lesi”. Una piccola vittoria, ma non basta. Proprio nel giorno del convegno su “Acqua e democrazia” di Bassiano, l’ufficio stampa manda ai giornalisti il documento tecnico di presa in consegna degli impianti. “Rendiamo noto lo stato di completo deterioramento in cui si trovano gli impianti di Bassiano”, scrive l’amministratore delegato Morandi, ritornato al suo posto dopo gli arresti domiciliari e accuse pesanti fatte dalla Procura di Latina. Come a dire che ora con i manager francesi l’acqua del Sindaco sarà più buona.
A colpi di project financing, di mutui, di consigli d’amministrazione lontani migliaia di chilometri dai bisogni della gente, l’Italia rischia di fare un outsorcing della democrazia.
La battaglia per ridare dignità al quotidiano dei cittadini, la battaglia dei sindaci sta però lentamente crescendo. Prima Bassiano, poi il Comune di Formia, che a fine 2007 ha deciso di richiedere indietro le chiavi dell’acquedotto ad Acqualatina, poi Pontinia, poi in Campania la città di Nola, che ha deliberato l’uscita dalla Gori Spa gestita dalla multinazionale romana Acea. Tanti altri sindaci che stanno resistendo alla consegna degli impianti alle società per azioni. Un movimento forse inedito nel panorama politico italiano, che parte dalle piccole città, dove il rapporto tra primo cittadino e abitanti è ancora diretto, e quindi politico nel senso più nobile. Fatto di discussioni nelle piazze, di fiducia che non può essere tradita, lontano dai consigli di amministrazione e dai gettoni di presenza.

L’8 marzo di quest’anno è stato segnato da polemiche particolarmente acute sulla questione dell’aborto: riteniamo utile offrire al confronto pubblico questo testo elaborato da alcuni uomini.

In Italia e nel mondo si allarga e si approfondisce una discussione sul valore della vita, sull’aborto, sul ruolo di donne e uomini nel concepimento??
Ci sembra che il dibattito pubblico aperto possa svilupparsi in due direzioni:
una – per noi negativa e inaccettabile – è quella di un tentativo di autoaffermazione maschile per riconquistare un potere simbolico e normativo perduto sul corpo e sulla libertà delle donne. La seconda è invece l’assunzione di una maggiore consapevolezza maschile, in una ricerca fondata sul riconoscimento della libertà femminile quale condizione di una nuova libertà anche per gli uomini, e di un modo più responsabile di vivere la propria sessualità, le relazioni tra i sessi, le scelte per il concepimento.

 

In Italia la discussione più recente è stata sollecitata anche dalla proposta di cosiddetta “moratoria” sull’aborto.

 

Parlare di “moratoria” – in seguito al successo dell’iniziativa italiana per sconfiggere la pena di morte nel mondo – equipara in modo provocatorio e inaccettabile la scelta personale di una donna di rifiutare una gravidanza a quella degli Stati di togliere la vita al prossimo in nome del diritto.
Introduce inoltre una grave e altrettanto inaccettabile confusione rispetto alla gestione e attuazione delle leggi – come in Italia la 194 – che sono intervenute contro la pratica dell’aborto clandestino.

 

Con una parte degli argomenti sollevati dalla “campagna” sulla “moratoria”
pensiamo sia invece giusto confrontarsi, anche per contribuire a una maggiore chiarezza del discorso pubblico.

 

In particolare anche noi riteniamo giusta una battaglia contro la pratica degli infanticidi e gli aborti selettivi delle figlie femmine in vaste parti del mondo. Non è accettabile che uno stato – come avviene in Cina – tenda a obbligare per legge la limitazione delle nascite a un solo figlio. Le discriminazioni e gli infanticidi delle femmine sono però il frutto di pregiudizi maschilisti che vanno sradicati prima di tutto dalla testa degli uomini.

 

In Cina e in altri paesi, come l’India, in cui questi pregiudizi sono diffusi, si allargano anche le proteste delle donne, delle popolazioni e delle forze politiche e culturali più aperte: è nella condivisione di queste reazioni che va misurata la sincerità della denuncia che viene da noi maschi occidentali.
Anche la discussione sulle pratiche eugenetiche e sul rapporto tra scienza e vita va affrontata in uno spirito di apertura, bandendo l’evocazione – anche questa provocatoria e pericolosa – di nuove “crociate” ideologiche o religiose, con i loro effetti oscurantisti.

 

La sincerità di un impegno maschile per la vita va secondo noi messa alla prova dei significati di alcune parole chiave: libertà, sacralità, diritto, sessualità e paternità.

 

La libertà delle donne è la nostra libertà e il riconoscimento della differenza sessuale è il momento fondante di nuove relazioni. Una donna può generare e partorire e un uomo no. E’ una verità che può creare in noi uomini un’invidia difficile da confessare. Un sentimento che dovremmo imparare a elaborare riconoscendo in esso semmai un desiderio di paternità che non dovrebbe mai essere disgiunto dall’amore e dal rispetto per la donna senza la quale questo desiderio non potrebbe mai essere realizzato.

 

Amore e rispetto che deve necessariamente comprendere anche la libertà ultima della donna di accettare o meno la sua gravidanza: un’esperienza che riguarda intimamente il suo corpo, il suo intelletto e i suoi sentimenti.

 

Noi, che parliamo anche a partire da una pratica di relazione e di scambio con altri uomini che sono credenti e non credenti, abbiamo differenti concezioni del significato di sacralità della vita ma ciò non impedisce che concordiamo su alcuni principi. La critica radicale alla pena di morte e alla guerra si basa su un’idea di intoccabilità della vita nell’ambito del diritto. Ma il concepimento, la cura, la crescita della vita nel ventre della madre nel suo duplice e unico corpo non può essere completamente razionalizzata in termini di “diritto”. La pratica medica comunque garantisce che in nessun caso si possa intervenire sul corpo senza un vero consenso. A maggior ragione questo vale per la scelta delle donne sul loro corpo e su quello dei nuovi esseri umani che stanno generando. Noi uomini non possiamo che partecipare a questa nuova generazione di vita consapevoli di poterla condividere solo parzialmente.

 

Siamo rimasti molto sorpresi di fronte alle dichiarazioni di alcuni esponenti della gerarchia cattolica italiana, preoccupati di invocare i risultati della scienza per sottrarre al più presto possibile il destino del feto al corpo, alla volontà e all’amore della madre.

 

Molti uomini, che dimostrano una passione pubblica sul tema dell’aborto, criticano l’idea che questa scelta – vissuta dalle donne quasi sempre con drammatica sofferenza – possa essere equiparata a un “diritto”. Noi facciamo propria la posizione del femminismo che ha sempre rifiutato per l’aborto il termine di “diritto” ma ha teso semmai a vederne un effetto del “disordine incosciente” sessuale maschile, troppo spesso subito dalle stesse donne. Ma è particolarmente intollerabile che molti maschi che criticano il “diritto all’aborto” oppongano poi alla libertà di scelta della donna il “diritto” del nascituro, attraverso una serie di astrazioni e di slittamenti del linguaggio che portano a nominare “bambino” il feto e “persona umana compiuta” l’embrione.
Cioè stadi della vita che possono esistere e evolversi solo grazie all’accettazione del corpo materno che li contiene e li nutre.

 

L’inquietudine maschile sul tema del controllo sulla nascita sembra trovare soddisfazione solo nella produzione formale di nuove norme. E’ indicativo l’uso della dicitura – che si vorrebbe introdurre nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – secondo la quale il “diritto alla vita”, già nominato in quel testo, debba essere inteso “dal concepimento alla morte naturale”. Ci sembra una massima non universale ma frutto di una più o meno consapevole parzialità maschile: infatti vi è completamente rimosso il dato che dal concepimento alla nascita quel “diritto”, quella potenzialità e possibilità di vita, sono interamente affidate alla cura e alla scelta della madre. Se rimuoviamo questo dalle nostre leggi non potremo essere creduti nella buona fede in favore della vita, e tanto meno nelle promesse di rispetto per la libertà femminile.

 

Sessualità e paternità, forse più di ogni altro aspetto, ci riguardano. Il controllo del corpo femminile esercitato dal genere maschile, ha spesso ridotto la nostra sessualità ad un atto di conquista e di possesso che ignora le conseguenze, che si dimentica volentieri dell’asimmetria costituita dal fatto che nell’atto sessuale del maschio è sempre implicita la possibilità di fecondazione, mentre il piacere femminile non è altrettanto meccanicamente legato alla riproduzione. Ma le conseguenze della fecondazione ricadono invece tutte sul corpo femminile.

 

Ciò che non leggiamo in tante prese di posizione maschili – anche in quelle che a parole difendono la libertà di scelta femminile – è una chiara parola sulla presenza o meno del proprio desiderio di paternità e sulla capacità di riconoscerlo nell’assunzione delle proprie responsabilità e di incontrarsi e di misurarsi con l’esistenza o meno del desiderio di maternità femminile. Una posizione indifferente rispetto alle pratiche abortive può nascondere una visione in fondo altrettanto misogina di quella che rifiuta l’aborto in nome della riconquista del potere patriarcale perduto sul controllo del corpo femminile.

 

La cultura maschile esercita qui ancora un potere di fatto violento, anche al di là dello scandalo delle violenze sessuali così diffuse tra le mura domestiche e nelle strade. Esso si riflette non solo in tanti usi pubblici e pubblicitari del corpo delle donne, ma anche nelle pratiche scientifiche e mediche.

 

Esiste la prevenzione, ma c’è una grande disparità fra uomo e donna; il corpo femminile è stato oggetto di ricerca e sperimentazione, non è stato così per il maschio. La ricerca ha ben capito, seguendo la cultura dominante maschile, che i profitti si sarebbero fatti con la pillola e non con il ‘pillolo’ (semmai l’industria farmaceutica prospera sul “pillolo” non per la contraccezione ma per rimediare all’impotenza o alle prestazioni insoddisfacenti)?

 

Per concludere, la nostra domanda è questa: cari uomini, ci preoccupa il problema dell’aborto? Allora dite, diciamo qualcosa della nostra sessualità e del nostro desiderio di paternità.

 

Antonio Canova, Marco Cazzaniga, Riccardo Corrieri, Giuliano Dalle Mura, Franco Fazzini, Massimo Greco, Alberto Leiss, Massimiliano Luppino, Gianfranco Neri, Gianguido Palumbo, Roberto Poggi, Stefano Sarfati Nahmad, Claudio Vedovati.

 

(Gli autori della riflessione fanno anche parte dell’associazione nazionale MaschilePlurale)

 

per comunicare: indirizzo e-mail: adhocve@tin.it

Marina Terragni

Fino a non molto tempo fa gli uomini non parlavano di aborto. Era una cosa di donne, una di quelle cose vicine alla nascita – sangue, parti, concepimenti -, di cui preferivano non impicciarsi. Era il silenzio di chi lasciava fare alla competenza femminile, e non senza qualche ragione di comodo: sbrigatevela voi. Da qualche tempo invece hanno preso a metterci il naso. Ne parlano molto più delle donne, che si sentono costrette a rispondere. Soprattutto i “contro”, i cosiddetti pro life, con toni accesi e accusatori, accostando l’aborto all’omicidio e alla pena di morte.
Le donne non hanno mai posto la questione in termini di pro o contro. L’aborto è sempre stato un fatto della vita, e anche quelle che non abortirebbero mai non hanno mai giudicato e condannato chi l’ha fatto, confidando nelle sue buone ragioni. Dalla notte dei tempi, le donne si sono sempre dimostrate di necessità pro choice.
Un’affollata riunione alla storica Libreria delle Donne di Milano, indetta in mezzo a questo fervoroso dibattito maschile, e in seguito alla presentazione della Lista per la vita concepita da Giuliano Ferrara, mantiene questa impostazione: nessuna posizione reattiva, ma un discorso sull’aborto che riprende il filo delle moltissime cose già dette, vissute e pensate dalle donne, e le fa andare avanti. Nessun rituale “la legge 194 non si tocca”, né tanto meno una difesa del supposto “diritto d’aborto”, diritto che nessuna mai nel femminismo ha rivendicato. L’aborto, come dice Luisa Muraro, tra le fondatrici della Libreria, fa anzi parte di quelle “materie di confine per le quali la lingua dei diritti non aiuta di sicuro a trovare la parola giusta”.
Muraro ipotizza che l’aborto “tocca inconsciamente gli uomini, che sono nati e nascono da donne”. Anche secondo altre l’offensiva maschile può essere letta come capitolo di una generale guerra alle madri, la cui competenza non è più riconosciuta. Le donne sono costrette a negoziare non solo la loro volontà di non avere figli, ma soprattutto quella di averne. Con i datori di lavoro, con chi decide i tempi di vita nelle città, con una società che non aiuta le madri e che vede i bambini solo come un incomodo. Ma soprattutto devono negoziare con gli uomini, per i quali non è mai il momento giusto per diventare padri: “La fine del patriarcato” osserva Lia Cigarini, altra fondatrice della Libreria “si esprime anche in questo disinteresse maschile per il rapporto padre-figlio”. Dietro a ogni aborto c’è sempre un uomo, e quasi mai uno che avrebbe invece voluto diventare padre. Ma se non vogliono diventare padri, perché poi dicono di volere i bambini?
L’interesse maschile si ferma al feto, a quella fase in cui il bambino è ancora totalmente dipendente da una madre fantasticata come onnipotente, irresponsabile e crudele. È una specie di fissazione sull’embrione, un’identificazione con lui contro la madre “nemica”. Poi quando il bambino nasce torna a essere un affare di donne, lasciate sole a svolgere il loro compito. “La filiera” dice qualcuna “si interrompe con il parto”.
Da quando l’embrione è stato separato dal corpo della madre il disordine simbolico è straordinario. Da quando la competenza materna come è data in natura è stata esautorata, irrompendo nella stanza del concepimento e del parto e inondando con la luce della tecnica ciò che è sempre accaduto nel buio e nel silenzio, l’antagonismo tra madre e figlio è definitivamente sancito. Ma più si farà guerra alle madri, meno bambini ci saranno. Non c’è verso: diritto o non diritto, è sempre e solo il sì della madre che dà inizio a ogni nuova vita umana. La sola cosa che si può fare è costruire le condizioni perché il più delle volte questo sì venga.
Dietro questo aggressivo interesse maschile per il feto, Marisa Guarneri della Casa delle Donne Maltrattate di Milano dice di intravedere “un sentimento di controllo e di possesso, quella stessa ossessione, molto diffusa, di essere tagliati fuori dalle donne, che è il brodo di coltura da cui si generano i comportamenti violenti”. Un’altra nota che le donne abortiscono soprattutto quando sono sole.
Nel 1971, sette anni prima dell’approvazione della legge 194, Carla Lonzi, una delle madri del femminismo italiano, scriveva: “L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire. Ma la donna si chiede: per il piacere di chi sono rimasta incinta e (…) sto abortendo?”. È proprio sull’impossibilità di separare il discorso sull’aborto da quello sulla sessualità che molte insistono. “Se c’è un elemento unificante negli aborti – dice Ritanna Armeni, autrice del libro-inchiesta La colpa delle donne – è la soggezione alla sessualità maschile. Per la donna del sud la sessualità del marito non si discute. Al nord è l'”incidente”, la contraccezione che non ha funzionato. Ma questa soggezione c’è per tutte”. Gli uomini che discutono di aborto sono disponibili a parlare anche di questo?
Infine: la parola più strettamente politica che esce dal dibattito è “depenalizzazione”. Per la legge italiana l’aborto è ancora un reato perseguibile, a meno che non venga praticato nella struttura pubblica. Esemplare il caso di Torino, dove il ginecologo Silvio Viale e altri tre medici sono indagati per violazione della legge 194, avendo concesso ad alcune pazienti di tornare a casa in corso di somministrazione della pillola abortiva RU 486, il che secondo gli inquirenti avrebbe comportato la possibilità di abortire fuori dall’ospedale. Depenalizzazione vuole dire che l’aborto non sarebbe più reato, né dentro né fuori dagli ospedali. Quindi che si potrebbe abortire anche nel privato.
40 anni fa, prima dell’approvazione della legge 194, un lungo dibattito contrappose la proposta di depenalizzazione, avanzata da piccoli gruppi di autocoscienza che vedevano l’aborto come una questione che eccedeva il campo del diritto (ipotesi sostenuta dai Radicali), alla proposta di legalizzazione contro l’emergenza degli aborti clandestini, sostenuta della maggioranza delle donne. Alla gran parte l’idea di depenalizzare pareva solo un’interessante posizione teorica e ultralibertaria. Oggi ci sono anche immediate ragioni pratiche per riconsiderarla.
Dall’entrata in vigore della 194 il numero degli aborti si è ridotto di oltre il 40 per cento, la legge sembra aver funzionato. Ma ormai da tempo la sua applicazione non è più garantita a causa del numero crescente di obiettori negli ospedali. La leva delle ginecologhe e dei ginecologi “cresciuti” a fianco del movimento delle donne e sfiniti da anni di prima linea e di progressivo isolamento, viene via via rimpiazzata da giovani medici che di aborti non vogliono più saperne, spesso per ragioni di carriera, ma anche per una diversa sensibilità al problema.
Gridare che “la 194 non si tocca”, quindi, oggi serve a poco: nessuno, neanche la Chiesa, sembra più intenzionato a toccarla. L’auspicio semmai è quello di vederla in breve svuotata dall’interno, estinta per morte naturale. La depenalizzazione consentirebbe anche di “liberare” quei pochi posti in ospedale e nelle cliniche convenzionate – l’intervento resterebbe garantito e mutuabile -, formalizzando una situazione di fatto che oggi vede soprattutto straniere rivolgersi alla struttura pubblica, mentre chi ha la possibilità di sottrarsi alla trafila va ad abortire in Svizzera, in Spagna, a Londra.
E poi sì, certo, meno aborti possibile, e al più presto possibile. Questo resta l’obiettivo primario. “Ma chi vuole davvero vedere nascere più bambini” dice Luisa Muraro, “dovrebbe mostrare il desiderio che ha di loro, di vederne di più, di starci più insieme. E di condividerli con le madri”.

 

da la Repubblica

Il ruolo delle donne nella promozione della pace e della sicurezza è sempre più riconosciuto, dopo la risoluzione 1325 dell’ Onu su “Donne, Pace e la Sicurezza”: un punto di riferimento essenziale, anche se rimane molto da fare, a tutti i livelli, per la sua concreta attuazione. Alla vigilia della Giornata mondiale della donna, più di 50 dirigenti internazionali riunite a Bruxelles discuteranno del ruolo della donna per dare stabilità a un mondo insicuro. In questa primavera del 2008, nel momento in cui scriviamo, è difficile immaginare un mondo senza guerre. Ogni giorno ci giungono notizie di nuovi conflitti, crescenti tensioni e violenze. E in ogni situazione di insicurezza – che si tratti di guerre, di minacce alla salute o del cambiamento climatico – spesso le donne sono colpite in maniera sproporzionata, a motivo della loro posizione sociale tradizionalmente più vulnerabile. A livello mondiale, l’ 80% dei profughi sono donne o bambini. La violenza sessuale e lo stupro imperversano sia nei campi profughi che nelle zone di guerra. Non possiamo parlare del ruolo delle donne nella risoluzione dei conflitti senza prendere atto di questa terribile realtà; ma al tempo stesso dobbiamo ricordare che le donne svolgono un ruolo attivo di importanza cruciale per la promozione della stabilità e della pace. Nessuna discussione valida è possibile, nessun risultato può essere conseguito senza il coinvolgimento delle donne. La loro partecipazione non solo è cruciale nella sfera più tradizionale delle misure di sicurezza dirette – l’ intervento armato, le misure antiterrorismo, l’ impegno di peacebuilding e di ricostruzione dopo i conflitti – ma anche per far fronte ad altri tipi di minacce meno eclatanti per la sicurezza umana quali le epidemie globali, i traumi psicologici nelle fasi post-belliche e i rischi crescenti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Il 6 marzo, su invito del Commissario europeo Benita Ferrero-Waldner, più di 50 donne leader di tutti i continenti si sono incontrate a Bruxelles per discutere sul tema “Donne: dare stabilità a un mondo insicuro”. Ad affrontare in questa sede le tematiche parallele della sicurezza e di un maggior potere alle donne si sono ritrovate insieme capi di Stato, ministre, responsabili di organizzazioni internazionali, dirigenti del mondo economico, attiviste della società civile. Quest’ incontro è di fatto il seguito di una serie di iniziative recenti, quali il convegno promosso dal Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice il 1° settembre 2007 a New York, o il Vertice internazionale delle donne leader sulla sicurezza globale, organizzato nel novembre scorso dal Council of Women World Leaders (Consiglio mondiale delle donne leader) e dalla vicepresidente della Commissione Margot Wallstrom, responsabile della Cmi (Council ministerial initiative). A nostro parere, la chiave di volta della stabilità mondiale è lo sviluppo sostenibile. Si tratta, in altri termini, di dare stabilità a un mondo oggi insicuro attraverso una giusta convergenza tra crescita economica e progresso sociale, avendo riguardo al tempo stesso alla tutela del nostro pianeta. L’ istruzione è la condizione indispensabile per la stabilità sociale. Ma a tutt’ oggi ben 100 milioni di minori – di cui 70 milioni sono bambine – non frequentano scuole di nessun tipo. è questo che dobbiamo cambiare Un altro strumento importante per stabilizzare il mondo è la già citata Risoluzione 1325 nell’ Onu sul ruolo della donna nella costruzione della pace e nella sicurezza, poiché vi si riconosce il rapporto tra sicurezza globale e parità di genere, così come l’ importanza del contributo delle donne nella costruzione di una pace durevole. è una pietra miliare sulla via verso un processo di pace e una maggiore apertura a questo aspetto del problema nelle politiche per la pace e la sicurezza. Se l’ attuazione pratica della Risoluzione 1325 è di fatto un processo politico a lungo termine, questo tema deve però essere oggetto di maggior attenzione nell’ ambito dell’ Ue e in tutti i suoi Stati membri, e in particolare da parte dei responsabili di settori quali la politica estera e di sicurezza, le politiche di sviluppo e la difesa. Dall’ epoca dell’ adozione di questa Risoluzione (approvata nel 2000) si fa strada una maggior consapevolezza di quanto sia importante coinvolgere le donne nei processi di pace e di ricostruzione; ma l’ attuazione concreta dei contenuti di quel documento rimane occasionale e sporadica. Se le donne fanno la differenza, è perché hanno un concetto più articolato della sicurezza, e tengono conto di molti aspetti sociali ed economici cruciali, che senza di loro sono spesso ignorati. Negli accordi di pace e nell’ impegno post-bellico – anche, ma non soltanto attraverso la partecipazione alle trattative – sono le donne a dimostrarsi più efficienti e a conseguire i migliori risultati pratici, attraverso tutta una gamma di azioni e di interventi che vanno dalla riabilitazione dei bambini soldato all’ organizzazione di incontri, travalicando le divisioni tra schieramenti per discutere temi comuni, quali l’ accesso all’ acqua potabile; o l’ impegno a sostenere la priorità dei servizi sociali sulle spese militari nell’ assegnazione dei fondi di bilancio. Le donne possono dare inoltre un grande contributo alla pianificazione e alla messa in atto di operazioni di smobilitazione e di ritiro delle armi, così come ai programmi di reintegrazione. In tutte queste attività le organizzazioni femminili svolgono un ruolo cruciale a livello delle comunità, che si tratti di persuadere gli ex combattenti a consegnare le armi, di convogliarle nei centri di raccolta o di fornire un’ assistenza psicosociale a chi ne ha bisogno. Nell’ ambito della società civile, gruppi di donne quali ProPaz nel Mozambico o Dushirehamwe nel Burundi stanno tentando di contrastare la proliferazione delle armi leggere, e di farsi carico delle esigenze dei combattenti smobilitati. Ma nonostante il consenso generale sulla tutela e sul protagonismo delle donne, sul piano decisionale e nei processi di peacebuilding e peacekeeping la loro emarginazione è tutt’ altro che superata. Nell’ ambito politico sono tuttora scarsamente rappresentate: a livello mondiale, Europa compresa, solo il 6% dei ministri e il 10% dei parlamentari sono donne. E sappiamo tutti che il famoso “glass ceiling” (la barriera invisibile che sbarra la strada alle donne, ndt) esiste tuttora, sia in politica che nel mondo economico. Il fatto che alle donne si continui a negare una partecipazione piena a livello decisionale rappresenta un significativo ostacolo al conseguimento degli obiettivi della Risoluzione 1325. Infine, un problema molto diffuso è la tendenza a vedere le donne esclusivamente come vittime, risconoscendo il loro potenziale di partecipazione attiva al processo di costruzione di un mondo più stabile e sicuro. Benita Ferrero Waldner è Commissario Ue per le relazioni interne e la politica europea di vicinato Margot Wallstrom è vicepresidente della Commissione Ue, responsabile per le relazioni istituzionali e la comunicazione

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Alba Sasso

Fuoco incrociato sulla scuola, pubblica naturalmente. Purtroppo sulla scuola in questi ultimi anni – e la campagna elettorale spinge a accentuare le semplificazioni – si è soliti intervenire con troppa leggerezza, con un deficit di cultura istituzionale e di conoscenza dei processi reali. Nel chiacchiericcio mediatico spuntano come funghi ricette e soluzioni. Ne cito alcune.
«Apriamo le scuole alla concorrenza», secondo l’idea che il sapere è qualcosa che ognuno si compra a seconda del denaro e del potere che ha. E ci sarebbe poi da chiedersi, se ci fossero delle scuole nettamente «migliori» delle altre – ma quali i parametri di questa misurazione? – chi avrebbe la possibilità di frequentarle? «Azioni di questo tipo» – ci dice un rapporto Ocse del 2003 – «si sono rilevate inefficaci». Né qualcuno è riuscito a dimostrare che la competizione tra scuole, anche in paesi di tradizione liberista, riesca a migliorare la qualità degli apprendimenti per tutti. Valga l’esempio del sistema statunitense, che ha prodotto e produce un alto grado di analfabetismo di ritorno o di illetteratismo.
Un’altra proposta che va in giro e vi prego di credere che non è uno scherzo (cfr. Andrea Ichino, Il Sole24ore, 22febbraio) è quella di multare con 50 euro al giorno gli insegnanti (definiti tout court assenteisti), anche in caso di assenza per malattia. E con quei soldi, data la pessima abitudine degli insegnanti di ammalarsi o addirittura di avere dei figli, pagare di più i «più bravi».
Buon ultimo Walter Veltroni. Che parla di svecchiare una scuola di tipo ottocentesco, arretrata, non al passo con i tempi, e fa l’esempio del tema in classe. Niente a che fare, pare, con una visione moderna e efficientista della scuola. Il dibattito sul tema ci riporta agli anni Settanta, a un percorso avviato da Tullio De Mauro, che ha sollecitato profondi cambiamenti nella didattica. Da tempo per esempio le tracce degli esami di maturità prevedono diversi strumenti di verifica della capacità di scrittura: dal saggio breve, all’interpretazioni del testo, etc. Oltretutto, se il tema servisse in alcune situazioni a imparare meglio a scrivere, che significa imparare a pensare e a documentarsi andrebbe bene anche quell’esercizio. Oppure dobbiamo chiamarlo report?
Nella scuola italiana, insieme a tante difficoltà, ci sono esperienze straordinarie, c’è capacità di ricerca, voglia di cambiare e di sperimentare. Semmai, è pericolosamente arretrato il livello dei finanziamenti nella formazione e nella ricerca. Il volume degli investimenti che il nostro paese fa in questo settore ci colloca saldamente ai livelli più bassi delle classifiche internazionali. Investire nella conoscenza vuol dire lavorare al futuro del paese, il più produttivo degli investimenti: solo ai sostenitori delle privatizzazioni questo non è chiaro.
I sistemi scolastici sono in difficoltà un po’ in tutto il mondo, ma il tema non è la misurazione di un presunto tasso di modernità. Questa è una discussione provinciale e senza respiro. Il dibattito internazionale è un altro, e cioè se il sapere è bene comune da garantire a tutti, come diritto alla crescita culturale e civile dei singoli o è un bene di consumo, dove è la domanda del cliente a decidere e a definire appunto l’offerta.
Sono convinta che i sistemi scolastici e non solo quello italiano, sono di fronte all’esigenza di costruire le condizioni per un miglioramento qualitativo dell’intero sistema e di aumentare il numero dei laureati e diplomati. Per rendere l’istruzione strumento di mobilità sociale, senza arrendersi all’idea di certificare percorsi di vita già decisi, già precostituiti. Per riconoscere davvero il merito in qualsiasi famiglia, in qualsiasi territorio si nasca. Il recente rapporto di Alma laurea – consorzio interuniversitario che fornisce la più ampia banca dati dei laureati in Italia – rileva proprio questo. Che i figli dei farmacisti fanno i farmacisti, i figli degli avvocati gli avvocati, i figli dei docenti universitari i professori, e così via, mentre i figli degli operai difficilmente prendono la laurea e – se la conseguono – guadagnano meno degli altri. Tutta questa propaganda su privatizzazioni, efficientismi, concorrenza, svalorizzazione della scuola pubblica è una resa a tutto questo. Si salva chi può. Come diceva Don Milani, si vorrebbe tornare a fare della scuola un ospedale che cura i sani e espelle i malati. Ecco, penso che l’istruzione nelle società moderne non possa essere solo un servizio a domanda individuale, ma un diritto e un bene da garantire a tutti, se non vogliamo – come diceva Paolo Sylos Labini – precipitare a rotoloni lungo la china di un paese a civiltà sempre più limitata. E che nel nostro sistema scolastico, dove il 93 per cento degli studenti frequenta una scuola statale, e dove i risultati delle paritarie (come ci ha documentato l’ultimo rapporto Ocse sono peggiori persino di quelli non brillanti delle altre scuole) questo sia il compito della scuola pubblica.
Per fare un vero passo avanti, bisognerebbe lasciarsi alle spalle questo chiacchiericcio, che punta a importare ricette che hanno avuto esiti fallimentari lì dove sono state sperimentate, e scegliere – innanzitutto – di prestare maggiore attenzione sociale alla scuola. Poi, di modificare conseguentemente la sua collocazione nelle scelte di investimento del paese, destinando alla formazione e alla ricerca almeno le stesse risorse (in percentuale sul bilancio pubblico), che vengono impegnate mediamente in Europa. Infine, scegliere di espandere la scolarità, a partire dalla scuola dell’infanzia, consolidare l’obbligo d’istruzione a scuola e non in percorsi di formazione professionale, e dotare il paese di un efficace e questo sì «moderno» sistema di educazione degli adulti. Solo se in modo visibile si rilancia la sua funzione strategica, sarà possibile infatti raccogliere le migliori energie culturali presenti nella scuola, ma non solo in essa, e affrontare il nodo di una riforma del sistema, ineludibile, che sappia affrontare il problema irrisolto di una crescita qualitatitiva della «scuola di tutti».

Una donna che abortisce è sempre una donna sola.
Sola nella decisione perché, anche se frutto della mediazione con altri, in primo luogo l’uomo con cui ha concepito, è una scelta che alla fine compie in solitudine secondo un processo individuale e irripetibile, diverso da quello di ogni altra donna che è giunta o giungerà alla stessa conclusione. Una risoluzione presa, dopo una contrattazione tra sé e sé, in un difficile lavoro di mediazione tra convinzioni religiose o morali, desideri, progetti per il futuro, possibilità o difficoltà materiali.
Rimane sola nell’ambulatorio, quando l’embrione le viene tolto dall’utero.
Sola nella rielaborazione di ciò che ha voluto, in un percorso di accettazione spesso lungo e doloroso.
Poche decisioni nella vita turbano così radicalmente e insinuano un dubbio nelle certezze e nell’integrità morale della persona. In rare occasioni si migra così lontano dalla collettività per ragionare di sé, di ciò che si è e di ciò che si vuole. Poche altre volte si deve decidere di qualcosa che sta dentro di sé, di un altro da sé che si confonde con la propria carne.
L’aborto è, però, anche un fatto pubblico, perché se si può partorire da sole non si può abortire da sole, senza mettere in pericolo la propria vita.
Come riuscire a conciliare tempi, parole, modi di un evento così privato con le ragioni della opinione pubblica? Difficilmente la complessità e l’unicità della sfera intima si salvano, dopo l’impatto contro la genericità delle norme sociali. Bisogna quindi trovare la giusta distanza. Definire un limite invalicabile. Istituire una riserva protetta di quello che siamo. Una riserva naturale per l’intimità.
Fanno bene i capi dei due principali schieramenti a tenere la questione dell’aborto fuori dalla campagna elettorale che, per quanto mantenga ancora la ragionevolezza dei toni moderati, è per sua natura fatta di slogan, iperboli, promesse difficilmente mantenibili e forzate semplificazioni.
Ora sappiamo che i due leader vogliono evitare di dire sciocchezze almeno su questo problema.

Maria Cristina Mecenero

Se qualcuno vi chiedesse di credere in un governo futuro, senza che possiate conoscere alcune sue posizioni su temi da voi ritenuti essenziali, gli accordereste fiducia? Se qualcuno vi chiedesse di votare per lui, senza che vi dica come il suo schieramento politico intende procedere politicamente, riguardo la vostra libertà individuale, lo votereste o vorreste sapere, prima, come intende la libertà e che disegno ha in mente che vi riguarda e che riguarda milioni di donne e uomini?
È un gioco subdolo quello dei nostri politici che hanno scelto – a una prima valutazione, sembrerebbe, per non esporsi e scontentare chi i cattolici, chi le donne – di non fare entrare nella campagna elettorale la loro parola sulla legge 194. Che vuol dire non portare nello spazio pubblico di discussione preelettorale la loro posizione e il loro pensiero sulla libertà femminile, in un momento così delicato, in cui è proprio questo uno dei temi di confronto più forti. Un gioco a nascondino. A cui ci invitano. Tutti. Anche noi donne. Elettrici. E da elettrice declino l’invito e dichiaro che non voterò chi non mi dice da che parte intende stare. Se dalla mia, e cioè dalla parte della libertà di scelta, o se contro di me, e cioè dalla parte del disordine e del controllo. E della manipolazione più raffinata che possa esistere: quella di chi agisce in malafede, e lo sa, ma racconta di essere super partes e di non volere recare danno alla questione, attraverso l’uso strumentale di essa.
Faccio un passo oltre e insinuo che gli uomini come Veltroni e Berlusconi siano dello stesso partito per quanto riguarda il rapporto tra i sessi: il partito degli uomini furbi, il partito degli uomini che vivono in un momento storico in cui, chiamati a confrontarsi con il fatto che le donne sono cambiate, e con loro sta cambiando la posizione maschile nel mondo, sornioni fanno buon viso e cattivo gioco. Perché la libertà delle donne li interpella. Tutti, di destra e di sinistra. Tutti e più profondamente di quanto si possa intravvedere in mezzo a questa confusione e miseria politica, in cui dietro a ciò che sembra l’oggetto di contesa – il governo di un paese – in realtà c’è altro. Il governo di un cambiamento interiore e relazionale. Un’altra possibilità di umanità, a partire da questo semplice e concreto assunto: la legge non può niente di fronte a una donna che non vuole diventare madre.

Donata Gottardi

Stanchezza e indignazione, sentimenti contrastanti ma saldati assieme di fronte all’attacco alla legge sulla regolamentazione dell’aborto. Stanchezza e indignazione di fronte alla necessità di ricominciare a lottare per quanto ritenevamo acquisito con una legge equilibrata, scritta sul filo della prevenzione, della tutela della salute della donna, del rifiuto degli aborti clandestini, e confermata da un referendum di grande mobilitazione e risultato.
Stanchezza e indignazione di fronte alla manipolazione di uno strumento come la moratoria, che propone una incredibile assimilazione con la straordinaria conquista – tutta di matrice italiana, innegabile successo della diplomazia e della politica estera del nostro Paese – del rifiuto della morte come possibile, massima, sanzione comminata da uno Stato.
[…]

http://www.donatagottardi.net

 

SABATO 15 MARZO 08 Cena di solidarietà per finanziare i progetti dell’Associazione Watinoma e spettacolo “Incontriamo un Griot” con Hado Ima dal Burkina Faso

 

Arci La Locomotiva di Osnago c/o Stazione FS, Via Trieste, Osnago LC

 

Ore 22.00 spettacolo “Incontriamo un Griot” con Hado Ima dal Burkina Faso
Conferenza musicale: la cultura africana, l’animismo, i canti, la musica degli strumenti tradizionali, la vita nei villaggi. Un griot è uno “scrigno di parole”, un documento parlante, che insegna la saggezza e la storia, affinché la vita degli antenati serva da esempio, perché il mondo è vecchio ma l’avvenire viene dal passato.

 

Presenteremo brevemente i progetti dell’associazione Watinoma e il campo di lavoro che si terrà la prossima estate e saremo presenti con il nostro banchetto – www.arcilocomotiva.it – iniziative@arcilocomotiva.it

 

DOMENICA 16 MARZO 08 Spettacolo “Incontriamo un Griot”con Hado Ima dal Burkina Faso al Centro Sociale 28 Maggio a Rovato BS – mattina mercatino biologico, a seguire pranzo solidale e nel pomeriggio ore 15.00 spettacolo/dibattito interculturale, con Hado Ima, dal Burkina Faso, che ci intratterrà con la sua magia musicale di griot cantastorie africano – Centro Sociale 28 Maggio – Viale Europa 52 – Rovato BS – www.28maggio.org

 

SABATO 22 MARZO 08 V Rassegna di Teatro e Cinema per bambini Fabulosa – “Incontriamo un Griot”con Hado Ima dal Burkina Faso – spettacolo di animazione musicale interculturale – ore 15.30 – Cinema Roma – Seregno MI, Via Umberto I,
14 – ingresso ? 4,00 – www.controluce.com

 

MARTEDI 25 MARZO 08 Presentazione progetto Bangre, educazione alla mondialità nelle scuole italiane e adozioni scolastiche a distanza nei villaggi di Koubri e di Boulsa, Burkina Faso – Il progetto realizzato in collaborazione tra Centro interculturale La Mongolfiera, l’Ass. Watinoma e l’Ass. Oltre. sarà presentato alla cittadinanza e agli insegnanti – ore 18.00 – centro interculturale La
Mongolfiera, Via Volta 31, Pavia www.progettocontatto.it 0382-399614 oppure
Alberto 347-4606835

 

SABATO 29 MARZO 08 Cena di solidarietà per finanziare i progetti dell’Associazione Watinoma e spettacolo “Incontriamo un Griot” con Hado Ima dal Burkina Faso

 

Casa dei Popoli di Villasanta, Via Garibaldi, 6, Villasanta MI

 

Ore 19.30 cena – Menù di Mustapha (Senegal)
Stuzzichini africani
Yassa (riso con pollo e verdure alle spezie africane e zafferano)
Lah (dolce a base di miglio e yogurt)
Bissap e gingembre (bevande)
Vino e acqua
Prezzo Euro 16,00
Prenotazioni entro giovedì 27 marzo 2008 al numero 039-2052117 oppure Flora
348-3933216 (dopo le 12.30)

 

Ore 22.00 spettacolo “Incontriamo un Griot” con Hado Ima dal Burkina Faso Entrata libera
Conferenza musicale: la cultura africana, l’animismo, i canti, la musica degli strumenti tradizionali, la vita nei villaggi. Un griot è uno “scrigno di parole”, un documento parlante, che insegna la saggezza e la storia, affinché la vita degli antenati serva da esempio, perché il mondo è vecchio ma l’avvenire viene dal passato.

 

Presenteremo brevemente i progetti dell’associazione Watinoma e il campo di lavoro che si terrà la prossima estate e saremo presenti con il nostro banchetto – www.metacoop.org

 

DOMENICA 30 MARZO 08 Amigdala Theatre – ore 16.00 spettacolo “Incontriamo un Griot”con Hado Ima dal Burkina Faso, a seguire aperitivo etnico – Vi invitiamo a conoscere questo nuovo locale che coinvolge la vista e l’udito in moto totale. Un grandissimo spazio di 140 mq video proiettati, come un’immersione in una piscina di immagini che scorrono e fluttuano intorno a noi. Saranno proiettate le foto del Burkina Faso e sarà presente il banchetto dell’associazione Watinoma. — Viale Lombardia 31/33 (ingresso da Via Santi – posteggio vicino distributore Total, zona industriale), Trezzo sull’Adda MI – ingresso Euro 5,00 – www.amigdalatheatre.com

 

SABATO 5 APRILE 08 Planet World – Identità sonore – incontri di musica acustica e tradizionale – Hado Ima dal Burkina Faso – musica, favole e vita quotidiana di un Griot – spettacolo adatto sia ad un pubblico adulto che ai bambini – ore 17.00 – Teatro di Romagnano (Trento) – organizzato da Ass, Tandem e Centro servizi culturali Santa Chiara

 

DOMENICA 6 APRILE 08 Bloom “Il viaggiatore. Burkina Faso” a Mezzago MI, Via Curiel 39 – www.bloomnet.org

 

Ore 17.00 incontro per parlare di desertificazione e tecniche per combatterla, di prevenzione della malaria e di progetti in Burkina Faso. Intervengono: Hado Ima – griot del Burkina Faso che racconterà la sua esperienza e intratterrà con musica e canti tradizionali, Davide Losa – esperto di agricoltura naturale che spiegherà la tecnica delle palline d’argilla, Flora Tognoli, presidente associazione Watinoma. Saranno proiettate foto e sarà presente il banchetto di artigianato tipico del Burkina Faso.

 

Ore 19.30 cena di solidarietà – Menù di Mariam (Senegal)
Fataya (ravioli fritti con carne)
Ceeb-ujen (riso con pesce e verdure)
Chacry (dolce di yogurt e cous-cous)
Alternative per vegetariani
Acqua, vino e the
Prezzo Euro 15,00
Prenotazioni entro giovedì 3 aprile 2008 al numero 039-623853 oppure Flora
348-3933216 (dopo le 12.30)

 

VEN-SAB-DOM 11-12-13 APRILE 08 Fa la Cosa Giusta – tavolo dell’associazione
Watinoma – Fieramilanocity, Porta Eginardo, Viale Eginardo Milano –
www.falacosagiusta.org

 

Abbiamo molte novità sui nuovi progetti e le prossime iniziative.

 

YANGRE – GERMOGLI NEL DESERTO Lotta alla desertificazione nei villaggi di Koubri e di Boulsa
Iniziamo quest’anno un progetto di riforestazione per combattere la desertificazione. Ci sarà un forte coinvolgimento delle comunità locali e una valorizzazione delle loro conoscenze agricole. Ad esempio Yangre è il nome in Morè per identificare una tecnica tradizionale per piantare gli alberi. Molti interventi saranno realizzati dalla popolazione dei villaggi, sulla base di quello spirito di solidarietà e cooperazione all’interno della comunità che contraddistingue le società rurali africane. Il progetto si svolgerà nel villaggio di Koubri, dove sorge il nostro centro e nel villaggio di Boulsa, in una zona molto arida del nord-est del Burkina. A Koubri, dato che i terreni sono già lottizzati e quindi proprietà private, pianteremo alberi lungo i percorsi previsti per le strade, in modo da formare dei viali alberati che costituiscono la forma più efficace di lotta all’erosione eolica del terreno. A Boulsa invece, utilizzeremo dei terreni messi a disposizione dalla comunità locale. Le specie che abbiamo individuato, sono piante che oltre a svolgere un effetto benefico contro l’erosione del terreno eolica e idrica, danno frutti e prodotti utili per la sussistenza delle popolazioni locali, nella speranza che se il progetto avrà successo, potrà contribuire a creare nuove fonti di reddito. Affronteremo il problema degli animali vaganti che potrebbero mettere in pericolo le giovani piante, attraverso tecniche di siepi e con delle reti. A queste attività di riforestazione, abbineremo come da tradizioni locali, delle attività artistiche. Infatti, originariamente, la musica in Africa non era pensata come puro divertimento, bensì come necessario completamento delle attività agricole e rurali in generale. Quindi inviteremo dei gruppi di musicisti e danzatori per festeggiare con tutto il villaggio nella cerimonia finale a conclusione dei lavori.

 

riparazione pompe per l’acqua La riforestazione sarà abbinata alla riparazione di pozzi. Stiamo realizzando un censimento di tutte le pompe rotte che si potrebbero aggiustare nei villaggi di Koubri e Boulsa, migliorando notevolmente le possibilità di accesso all’acqua per le popolazioni rurali, con dei costi molto più bassi in confronto a quanto richiesto per la costruzione di nuovi pozzi. Le cene e gli spettacoli organizzati nei prossimi mesi serviranno anche per raccogliere fondi per questo progetto.

 

campo di lavoro e scambio culturale in Burkina Faso – AGOSTO 2008 Dal 10 al
26 Agosto di quest’anno organizziamo un campo di lavoro e scambio culturale di
16 giorni a Koubri e Boulsa. Questo campo di lavoro sarà strettamente correlato al progetto “Germogli nel Deserto”.
I settori di intervento saranno: educazione con bambini della scuola primaria, lotta alla desertificazione e attività di riforestazione attraverso varie tecniche, da svolgere in due villaggi, prevenzione della malaria attraverso la distribuzione di zanzariere, conoscenza della cultura locale: stage di danza e musica tradizionale africana, spettacoli di artisti tradizionali, partecipazione alla vita quotidiana del centro culturale dell’associazione in Burkina Faso, visita a luoghi di interesse (facoltativa).
Il contributo richiesto per la partecipazione sarà di euro 580 euro, comprensivo di vitto e alloggio, spostamenti, stage di danza, spettacoli di gruppi tradizionali di musica e danza, contributo al progetto. Se riusciremo a raggiungere o superare i 15 partecipanti il costo sarà ridotto a 550 euro Non
comprende: volo aereo, visto, assicurazione, escursioni facoltative.
Consigliamo vivamente tutti gli interessati di mettersi in contatto al più presto con noi. I particolari di questo campo di lavoro e del progetto “Germogli nel deserto” saranno presentati durante le iniziative di marzo e aprile.

 

Ricordiamo inoltre che il Centro culturale di Watinoma è aperto in qualsiasi periodo dell’anno, per ospitare
sia visitatori di passaggio, che alla ricerca di soggiorni di scambio culturale e collaborazione con le attività del centro.

 

segnalazioni

 

spettacolo gruppo watinoma 2008 Abbiamo iniziato la promozione del nuovo spettacolo del gruppo Watinoma per realizzare una tournè nei mesi di giugno
luglio settembre. Segnalateci feste, manifestazioni, festival o iniziative
dove vi piacerebbe incontrarci. Sul sito trovate il volantino di
presentazione. VOLONTARI CERCASI !! Siamo sempre alla ricerca di
volontari… Forza!!
Ci potreste aiutare per:
¨ banchetti di promozione e raccolta fondi, cene di solidarietà
¨ invio newsletter e gestione contact list
¨ elaborazione materiale video e foto , volantini
¨ aggiornamenti e promozione catalogo artigianato dei produttori
africani
¨ traduzione in francese di documentazione dell’associazione

 

Ass. culturale ITAL WATINOMA
www.watinoma.info
Cell. 348-3933216
“Il ben fatto non è mai perso”

Quattro realtà, quattro storie di maestre e un maestro, diversi per età e per impatto emotivo, l’immagine è comune: sono scuole, come ce ne sono tante, con i banchi a volte azzurri a volte marroni, con i cartelloni alle pareti, i bambini con le maglie delle squadre di calcio e i quaderni con i personaggi dei cartoni animati, ma è proprio in questa normalità che si trova lo speciale che c’è in ognuno di loro…
Michela Brugali*

L’amore che non scordo – Storie di comuni maestre è un film-documentario che
racconta diverse realtà scolastiche riprese tra il 2005 e il 2007 tra Milano, Roma e
Bologna, da un’idea di Vita Cosentino, Maria Cristina Mecenero; Daniela Ughetto
e Manuela Vigorita… Detta così sembra la storia più ordinaria che si possa raccontare, se non fosse che a muovere queste quattro donne è un grande desiderio: “far conoscere qualcosa di questo tesoro anche fuori”; e il tesoro di cui parlano è quell’esperienza umana piena di vitalità e amore che fa sì che la scuola statale italiana sia considerata una delle migliori al mondo. Aggiungete la voglia di rilanciare e allargare il dibattito sulla scuola a chi già insegna, ma anche a coloro, mamme e papà di oggi e di domani, che hanno a cuore la scuola pubblica come elemento essenziale di una società civile, guardate questo film e avrete molto materiale su cui riflettere.
La storia inizia una sera, nel 2004, alla Libreria delle donne di Milano. Manuela
conosce Vita che vuole fare un film sulla scuola, per provare a raccontare ciò che succede, quell’energia che passa tra una maestra e i bambini, quella relazione in cui non puoi fare a meno di mettere in gioco tutto, non solo il tuo sapere, ma anche le tue convinzioni, le tue paure, le incertezze e le esperienze. All’iniziativa collaboreranno Daniela e Maria Cristina, insegnante, che aveva da poco finito di scrivere il libro Voci maestre, nel quale intervista alcune colleghe; completa la troupe Angelo Ferranti, il produttore di TV Days.
Nasce così questo progetto, che è il racconto di un viaggio, è entrare in punta di
piedi in un luogo definito pubblico, ma che pubblico non è, se non per il fatto di
averci tutti visti passare. Uno spazio privilegiato per i bambini e quasi negato agli
adulti, se non a coloro, le maestre, che sono lì per indicare la strada, per ascoltare, per incoraggiare, per insegnare, non solo nozioni, ma molto di più; e questo lo sanno bene Vita, Cristina, Manuela e Daniela.
Quattro realtà, quattro storie di maestre e un maestro, diversi per età e per
impatto emotivo, l’immagine è comune: sono scuole, come ce ne sono tante, con i
banchi a volte azzurri a volte marroni, con i cartelloni alle pareti, i bambini con le
maglie delle squadre di calcio e i quaderni con i personaggi dei cartoni animati, ma
è proprio in questa normalità che si trova lo speciale che c’è in ognuno di loro. La
prima insegnante che si racconta è Chiara, insegna nella scuola di Casalecchio sul Reno in provincia di Bologna. Mi colpisce per i suoi occhi, chiari, la sua capacità di
aspettare i tempi dei bambini, trovare la giusta attesa, fare in modo che il pensiero si costruisca dentro la testa e arrivi alla parola; lascia i bambini sdraiarsi per terra, e questi scrivono sui loro quaderni in uno spazio d’intimità ed alla fine si ritrovano in cerchio a condividere e raccontarsi. E’ l’importanza del linguaggio, della parola, come espressione di sentimenti, di vissuti, non solo dei bambini ma anche degli insegnanti. Lei, Chiara, li racconta nell’intimità della sua casa, preparando un caffé e comunicando a noi tutta l’esperienza, condita da perplessità e stupore che fa dell’insegnamento una pratica difficile e responsabile, ma vera ed emozionante.
Ci ritroviamo poi a Campoleone provincia di Roma, dove Adriana e Bardo
insegnano, preparano con i bambini un grande cartellone, che raffigura una spirale sulla quale i bambini camminano, in una sorta di viaggio a ritroso fino alla nascita.
In questa scuola si dà importanza alla memoria personale e storica, in un intreccio umano e di condivisione; i compleanni non si festeggiano individualmente, ma raggruppandoli e legandoli alle stagioni; nel corso dell’anno scolastico le mamme sono state invitate ad andare a scuola per raccontare la storia di ogni bambino, di quando sono nati, attraverso le foto, gli oggetti e le emozioni: la storia individuale diventa ricchezza da condividere. La scuola è divenuta, dagli anni Ottanta ad oggi, luogo aggregante per la comunità, spazio attorno al quale si è venuto a creare il tessuto sociale, “un racconto corale, fatto di intersezioni e microstorie”.
Poi c’è Alice: è un’insegnante di Milano, sta per andare in pensione, si presenta
come una donna forte, esuberante, eccentrica; istintivamente mi porta alla mente l’immagine di una grande quercia alla quale ci si può sempre appoggiare, disponibile a farti ritrovare sotto le sue grandi fronde la tua parte di bimbo, anche se non lo sei più. La scuola è la sua famiglia allargata, nei tanti anni d’insegnamento la maestra ha coltivato relazioni con i suoi allievi e le loro famiglie, che ancora oggi sono i suoi migliori amici: vanno a trovarla, le presentano le fidanzate e i fidanzati, organizzano insieme incontri e momenti di svago.
L’ultima storia è girata in una scuola di Settimo Milanese. La maestra si chiama
Cristina, insegna in una quinta, i bambini sono alla fine dell’anno, ma soprattutto
al termine di un ciclo, hanno passato insieme 5 anni e, se ci si pensa, sono la metà di quelli che hanno oggi! Con lei sperimentano l’esperienza del distacco, e si scopre che i bambini, qui come nelle altre scuole, sanno scrivere, amano leggere e vogliono raccontarsi; e nel rimando tra parole dette e parole scritte si apre un mondo di emozioni e di vissuti, tamponati alla fine a colpi di scottex.
È così, stando vicino ai protagonisti dell’infanzia, nella quotidianità dell’insegnamento, che L’amore che non scordo racconta il microcosmo che è dentro a queste aule. Parte invisibile nei programmi didattici, lontana da quell’immagine di scuola come un enorme pachiderma, lento e indolente troppo spesso descritta. Ciò che ne viene fuori, senza forzature e con naturalezza, è una realtà fatta di affetti, di sguardi complici, di risate e impegno, in particolare delle maestre che ogni giorno accolgono i bambini per poi inventare, sperimentare metodologie nuove, ma sempre legate al concreto, all’esperienza personale e verso la costruzione della conoscenza. Non vuole essere un’analisi, è un contributo di forte impatto che trasmette emozioni, ribadisce l’importanza di riconoscere, rispettare e custodire quello che già esiste, “per traghettare verso il futuro quelle cose che sono fatte bene, vanno bene e ci fanno onore”, perché ci sono tante donne e uomini che hanno voglia di parlare di bambini, di condividere ciò che fanno e ripartire per ragionare insieme.
Quella che ci vuole mostrare è la scuola come un luogo nel quale si costruiscono
legami che hanno origine dal fare insieme, dal piacere di fare insieme, in forme
di collaborazione, gioco, lavoro; dove ad imparare non sono solo i bambini, ma
anche le maestre e i maestri che, delle relazioni intime che vivono in questi piccoli
universi e della consapevolezza quotidiana, possono fare tesoro.
Il DVD è corredato da un libro diviso in due sezioni: la prima in cui le registe
raccontano la loro esperienza vissuta entrando nelle aule. Le descrizioni sono accompagnate da un bel testo di Francesca Comencini nel quale definisce L’amore che non scordo come “un documentario che a passi di colomba ci parla di cose immense” ed aggiunge “E’ tempo di scoprire e di raccontare l’altra faccia di questo paese, la faccia positiva, propositiva, operosa, creativa, quella di queste maestre e di questi maestri, la faccia di tutti coloro che non fanno notizia, ma fanno miracoli”; nella seconda sezione si dà spazio alla riflessione, guidati dalle parole delle autrici, delle maestre, e da coloro che in questo progetto ci hanno creduto e partecipato, in una sorta di un dialogo aperto, tra narrazione e riferimenti bibliografici, ci invitano a nuove considerazioni e forme di approfondimento. Nell’ultima parte si parla in particolare di autoriforma, un percorso iniziato nel 1995 e che continua ancora oggi, cercando di dare voce a chi lavora nelle scuole, mettendo a confronto le diverse realtà con il desiderio di attuare un cambiamento che venga dall’interno.
Il film-documentario realizzato con il patrocinio della Provincia di Milano e del
Ministero dell’Ambiente è stato presentato per la prima volta a Milano il 28 febbraio di quest’anno presso il cinema Gnomo, in una quattro giorni di proiezioni e dibattiti. Ulteriori proiezioni (presso lo Spazio Oberdan e la Sala Cervi di Bologna; per esempio) e promozioni (Commissione delle Pari Opportunità di Grosseto e Unione Femminile Nazionale) si sono susseguite nei mesi immediatamente successivi.
Ma l’aspetto che colpisce di più sono i molti messaggi e commenti che si
trovano nella rete, nei forum degli insegnanti, in quel mondo sommerso a cui il
film vuole dare voce. Forse emozionarsi negli sguardi dei bambini simili ai loro,
forse un po’ per ritrovarsi con le colleghe, per uscire dalla routine del lavoro o per
trovare la voglia di raccontarsi… Ci sono molti motivi per cui un gruppo d’insegnanti dovrebbe vedere questo documentario; e quello che, soprattutto, se ne può ricavare è la scoperta di nuove opportunità, nuovi spunti che restituiscano la volontà di considerare la scuola come un fondamentale momento sociale e civile, che va al di là della didattica, che è affare di tutti: dei bambini, che la scuola devono imparare ad amarla, dei genitori che, troppo spesso affaccendati, delegano momenti educativi importanti e di quelli che ormai lontani dall’istituzione scolastica, riuscirebbero comunque ad esserne risorsa, colma di sapere, che avrebbe valore custodire e condividere. Le maestre possono essere il tramite per far capire che molti passi si sono fatti e si stanno facendo nelle scuole e che probabilmente questo è il momento per dire che le cose possono un po’ cambiare se a conoscerle e ad occuparcene siamo in tanti.

*Coordinatrice pedagogica Servizi minori Nerviano (MI),
Stripes Cooperativa Sociale ONLUS

Il lavoro, come e perché, di Giordana Masotto

Ri-prendere la parola, di Lia Cigarini

l’aumento dell’occupazione femminile cambia le teorie sul lavoro

Carriera. Ma come piace a noi, di Oriella Savoldi

Una casalinga è una casalinga è una casalinga, di Lorenza Zanuso

come cambiano i nomi di un lavoro “indicibile”

Di convegno in convegno, di Pinuccia Barbieri

finalmente si è chiuso l’anno delle pari opportunità

parliamone:Bamboccioni e bamboccione,di Silvia Motta

controscenario:Nuove professioni autonome,di Anna Soru

Mi riallaccio alla discussione “stiamo tornando al vittimismo?” perché vorrei esprimere una cosa a cui tengo, il concetto di pudore.
Ci sono donne che “usano” il loro corpo per lavorare.

Questa espressione non mi piace ma l’ho sentita da una mia amica di qualche anno più giovane di me, io ho 47 anni.
L’ha usata per descrivere i vari interventi di chirurgia plastica a cui si sottopone periodicamente una sua amica, che fa di professione la modella, proprio in funzione del suo lavoro.

**********
Non parlo della prostituzione ma di donne dello spettacolo: cinema, teatro, cabaret, moda, pubblicità etc…… che fanno un lavoro il cui presupposto è l’uso del corpo, della mimica, oltre che del cervello.
Tempo fa era stata pubblicata una discussione, su Repubblica, che metteva in evidenza come in Italia le donne si sottopongono, vengono sottoposte ad un uso “eccessivo” ed avvilente uso del loro corpo nelle campagne pubblicitarie.
Condivido in parte le ragioni una discussione del genere, ma, per quello che ne so io:

1) la pubblicità esiste in tutto il mondo
2) la modella è un lavoro
3) se sei una dipendente, modella o operaia o impiegata non decidi tu le modalità del lavoro, ma ti vengono imposte, nei migliore dei casi firmi un contratto di lavoro.

 

Mi riallaccio quindi all’introduzione di Luisa Muraro al dibattito perchè forse manca un tassello.
Io come ho detto ho 47 anni, e sono sempre vissuta a Milano, mi è capitato, quando era ragazzina (negli anni 70) di ricevere una proposta da un pittore (o presunto tale) di fare da modella per lui.
Io sono scappata via spaventata, ma devo dire che ho provato anche un certo turbamento.
Forse questo discorso, queste parole, pudore, turbamenti, possono apparire un po’ ridicole e antiche, ma per me sono le parole giuste per descrivere quello che ho provato.
Alla luce dei fatti penso che sia un modo di autoconservazione.
Penso anche a chi, modelle e attrici, con audacia e coraggio si espongono/esibiscono fisicamente e anche emozionalmente al pubblico e oltretutto vengono ingiustamente catalogate con disprezzo per le loro esibizioni non sempre pudiche o politically correct o “intellettualmente non interessanti”.
Il disprezzo per le donne non nasce quindi solo dall’essere vittime perché una modella non è una vittima ma una lavoratrice.
Diverso invece è il discorso della pornografia che io associo alla prostituzione.
Penso inoltre alle donne che vivono in altri paesi dove le culture sono diverse dalle nostre.
Non sono mai stata in Medioriente in Africa o nei paesi dell’Est ma posso immaginare che la pubblicità in quei paesi utilizzi un simbolismo diverso da quello utilizzato in Italia o in Europa o in America.
Ma sappiamo anche che, per esempio in alcuni paesi Mediorientali le donne devono usare lo chador o altri indumenti.

 

Marina Civardi

Da oggi allo Gnomo ‘L’ amore che non scordo’. Ne parla l’ autrice Cosentino L’ insegnamento elementare è connesso alla questione femminile Dietro la cattedra soprattutto donne Vogliamo raccontare la magia e la semplicità del lavoro quotidiano con i bambini attraverso storie vere

Franco Vanni

Quattro storie di normale vita in classe. Quattro episodi che hanno per protagoniste maestre e studenti della scuola elementare, raccolti in un film documentario che sarà presentato questa sera al cinema Gnomo. «Vogliamo mostrare al pubblico la magia e la semplicità del lavoro quotidiano con i bambini, e lo facciamo attraverso piccole storie vere», dice l’ autrice Vita Cosentino, insegnante di scuola media a Sesto San Giovanni, saggista, attiva alla Libreria delle Donne di via Calvi. Dei quattro episodi, due sono girati a Milano. Quello che dà il titolo al film, L’ amore che non scordo, racconta la storia di Alice, insegnante alle elementari di via Crocefisso. Prossima alla pensione, la maestra riceve in classe la visita di un ex studente, che la invita ad assistere alla sua laurea. «è stato girato tutto fra il 2005 e il 2007 – spiega Vita – per cinque giorni abbiamo portato una troupe nelle classi e abbiamo filmato quello che succedeva, senza fiction e forzature». In un altro episodio si documenta l’ ultima settimana di scuola in una quinta elementare a Settimo Milanese. La maestra è Cristina Mecenero, anche coautrice del film la cui regia è di Daniela Ughetta e Manuela Vigorita. «Ho chiesto ai bambini di leggere un testo scritto da loro sui cinque anni passati insieme – racconta Cristina – Il risultato è commovente: piangono, ridono, si dicono fra loro, e dicono a me, parole bellissime. Il nostro mestiere è uno scambio continuo, noi aiutiamo i bambini a crescere e loro ci insegnano a ridere anche delle cose serie e a giocare. Dopo un quarto di secolo passato a insegnare sono più bambina di quando avevo 20 anni». Negli altri due filmati si raccontano l’ impegno di una maestra a Bologna nel trasmettere ai bimbi la sua passione per la scrittura e lo sforzo di un maestro romano di fare capire agli studenti cosa significhi “memoria”. è l’ unico uomo che compare nel video. «L’ insegnamento elementare e la questione femminile sono indissolubilmente legati – dice Vita Cosentino – oggi il 95% degli insegnanti sono donne, e già nell’ Ottocento l’ essere maestre era un potente mezzo di emancipazione. La cattedra delle elementari è il luogo da cui le donne hanno insegnato l’ italiano agli italiani». Alla proiezione di oggi seguiranno repliche ogni giorno fino a domenica. Sabato alle 15, sempre allo Gnomo, si terrà il convegno “Ragioni e qualità della scuola pubblica” con la filosofa Luisa Mauro e ricercatrici di pedagogia all’ università Bicocca. Il video del film, prodotto dalla Tv Days, è venduto a 17 euro in abbinata a un fascicolo che raccoglie scritti e riflessioni di maestre raccolti egli anni. Cinema Gnomo, via Lanzone 30/A, tel. 0288462451. Orario: oggi ore 20, domani 19.30 e 21, sab 16.30 e 20, dom 15 e 20. Ingr. 4,10 euro.