Amalia Piccinini
Da un po’di tempo avevo una cosa dentro e continuavo a rimandarla, poi finalmente mi decido e prendo il telefono; chiamo casa di Louise Bourgeois, la sua assistente mi dà appuntamento per domenica 16 alle 3 del pomeriggio e mi dice di portare una mia opera.
Da più di 30 anni l’artista francese invita a casa sua i giovani artisti che vengono a NY da tutto il mondo per incontrarla e partecipare al suo ormai leggendario Sunday Salon, la cui regola è di portare un lavoro per la discussione. Due anni fa, un’artista che conosco raccontava a me e ad altri amici di essere andata da lei, e ci consigliava di fare questa esperienza. Quando ho chiesto al telefono se ancora fosse possibile confrontarsi con l’artista, pensavo di non avere questa opportunità, e invece all’età di 96 anni la Bourgeois è ancora curiosa di ascoltare i giovani. Louise Bourgeois ha attraversato le avanguardie a modo suo, ha dichiarato di considerarsi un’artista americana perchè in Francia non si sentiva libera di esprimersi, ha affrontato temi universali attraverso la sua arte e le sue dichiarazioni, ha creato l’installazione The Destruction of the Father e i suoi “Giant Spiders” sono apparsi nelle piazze e nei musei di tutto il mondo a ricordarci che una madre può essere un ragno che ti tiene in trappola per tutta la vita. Ha avuto una retrospettiva al MoMA di New York e proprio in questi mesi una sua retrospettiva sta viaggiando dalla Tate Modern di Londra al Centre Pompidou di Parigi, le leggende sulla sua vita e sulla sua carriera sono molte e quella che mi piace di più è che tutte le notti continua a scrivere diari, e soprattutto a disegnare incessantemente.
Domenica 16 Marzo 2008, NYC
Ore 14.30, esco di casa con la mia tela di 120 x 120 cm ben coperta, e naturalmente mi vengono incontro pioggia e vento e io comincio a preoccuparmi…
Sono sotto casa dell’artista con 10 minuti di anticipo, visto che a NY non ci sono tetti e la pioggia aumenta, metto la tela vicino a un portone rosso dove sembra non si bagni e io cammino qua e là ripassando nella mente il potenziale discorso sul mio quadro.
Nervosa, emozionata, suono il campanello; la porta si apre e l’assistente (artista francese amica di lunga data della Bourgeois) mi fa lasciare la tela in corridoio e mi fa accomodare in una stanza in cui trovo diverse persone. Saluto i presenti e girandomi vedo la Bourgeois seduta con le mani appoggiate al tavolo, indossa un camice grigio macchiato di colore e noto immediatamente che non ha occhiali da vista. Mi siedo su un divano blu, intorno a me conto altri otto giovani più l’assistente e due amici dell’artista, uno dei quali è Robert Storr, direttore dell’ultima Biennale di Venezia che da anni frequenta il Sunday Salon.
Al centro della stanza c’è un tavolino con bottiglie di liquore, vodka, bicchieri, lattine di acqua tonica, dolci e cioccolatini; l’atmosfera è casual e l’ospitalità è grande. Robert Storr dice che ci siamo tutti e che la “seduta” inizia, ci chiede solo di parlare a voce alta e di guardare l’artista negli occhi, di mostrare il lavoro a lei per prima e poi presentarlo agli altri ospiti.
Io sono la prima, appoggio la tela sul tavolo davanti a lei e viene accesa una lampada in più, introduco brevemente la mia storia e spiego che il mio quadro è parte della mia painting installation: Wearing the Silence; lei guarda e ascolta. Storr mi dice che la Bourgeois ha studiato a NY nella mia stessa scuola, io dico di esserne al corrente e aggiungo che ne sono orgogliosa, improvvisamente l’artista mi guarda e mi dice: “Perché sei così triste?”. Premetto che la mia tela è verde scuro, anzi quasi nero, così rispondo che il mio quadro è più uno stato di silenzio che non di tristezza, e lei si gira di scatto verso la sua assistente e chiede di controllare il mio nome sulla lista degli ospiti di oggi e a me questo suo impulso (non so perché) piace tantissimo. L’assistente (tra loro parlano sempre in francese) dice che sono Amalia, italiana, e la Bourgeois dice “ok, ça va”. Storr mi dice che l’artista ha “afferrato” il senso del mio quadro, lo mostro alle altre persone e poi torno al divano.
Dopo di me seguono gli altri ragazzi che vengono da tutta Europa: Londra, Vienna, Parigi, Germania, c’è anche un giovane curatore romano che presenta in francese il lavoro che ha curato recentemente in Francia.
La Bourgeois ascolta tutti attentamente e si lamenta che nessuno parli mentre vediamo un video di tre minuti di un’artista tedesca, segue un giovane francese che ha portato due grandi casse e ci costringe ad ascoltare suoni distorti e voci del passato; guardo la Bourgeois e noto che non è stanca, beve la sua acqua tonica e ascolta attenta. Gli altri artisti presentano disegni e fotografie per progetti di grandi dimensioni, lei guarda, non fa molte domande ma non le sfugge nulla, intanto viene aperta una bottiglia di champagne e la Bourgeois dice di volerne appena un dito, facciamo un brindisi composto, io non smetto di osservarla e pensare che un’icona dell’arte mi ha invitata a casa sua con generosa accoglienza. Guardo le sue mani, dietro le quali ci sono tutti i suoi lavori, le sue sculture, le sue “stanze-prigioni”, le innumerevoli opere in tessuto, ma lei si accorge che la sto fissando e mi lascia fare. Sento un profondo rispetto per la sua persona e per la sua lunga carriera, sono nella sua living room e non so che darei per scendere nel suo studio, ma questo non è possibile.
Arriva una telefonata, la Bourgeois parla in francese con l’interlocutore e sorride, deve essere un caro amico. Quante persone hanno suonato quel campanello prima di me, quasi tutte le domeniche? Mi è chiaro che almeno due cose mancano qui, oggi: la presenza del suo storico assistente che l’ha seguita per più di 25 anni e la telecamera che ha ripreso molti pomeriggi dei Sunday Salons per un documentario; ma non manca lei, Louise Bourgeois, nata nel 1911. La “seduta” si chiude. Sono le 5.30, mi alzo, saluto gli altri poi vado da lei e le stringo la mano: è un grande onore, un immenso privilegio, la ringrazio per avermi invitata, ascoltata e per l’ospitalità.
Grazie Louise.
Lei mi sorride.
Mi ritrovo sulla 20ma strada con la mia tela in mano, e mi accorgo che non piove più.
Amalia Piccinini è una giovane artista italiana che vive a New York. Chiunque voglia scriverle per chiedere consigli e suggerimenti puo’ farlo a questo indirizzo: amaliapiccinini.ny@gmail.com
Barbara casavecchia:
Qual è stata la tua formazione? Non hai frequentato
un’accademia, vero? Quando hai deciso di fare video?
Alice Guareschi:
Niente accademia. Ho studiato filosofia prima a Milano e poi a Bologna, con una tesi in Estetica che parte dall’idea che un certo tipo di cinema non sia altro che una diversa forma di scrittura autografa. Il video non è stata per me una scelta di stile, ma piuttosto l’avvicinarsi spontaneo a un differente formato per mostrare e per raccontare.
BC:
Nel tuo lavoro gli echi cinematografici non sono rari. C’è il tuo incontro con il cineasta Alberto Grifi in Autobiografia di una casa (2002). Durante la mostra al Centre Culturel Français di Milano del 2006, una sera hai fatto proiettare il tuo film preferito, Paris, Texas di Wim Wenders. All’interno del giardino avevi installato una grande tribuna in tubi innocenti (Era già lì, ben prima dell’inizio e dopo la fine, o viceversa), come per una proiezione estiva all’aperto, un concerto, uno spettacolo. Uno spazio d’attesa. Nella saletta “d’essai” mostravi il video del 2005 Local Time At Destination (Tower), mentre nel muro era incastonato un monocolo da cui si poteva leggere, moltiplicata come in un caleidoscopio, la frase: “Yes, one should never stop writing possibile stories”, che sembrava rubata a uno script. E quest’anno, nella tua mostra alla Galleria Sonia Rosso di Torino, c’era una scultura girevole
intitolata Every Day, Every Morning, Every Day, con la scritta “Stand Up / Give Up”, ripresa dalla sequenza finale della casa degli specchi de La signora di Shanghai di Orson Welles. Echi, ribadisco, non citazioni.
AG:
Nel mio lavoro ci sono echi di cinema, così come stralci di discorso spostati dal loro contesto, o di cose intraviste per caso. Il frammento è la dimensione che preferisco, e spesso ciò che mi fa amare un film, un lavoro o un libro è la possibilità che concede di distrarsi, di pensare ad altro. Gli spazi vuoti, i tempi lunghi, i fuori campo sono davvero interessanti: lasciano spazio a chi guarda, sembrano dire che sta accadendo qualcosa lì, nell’immagine, ma senza dubbio anche da qualche altra parte. O che ci sono storie dappertutto. Ti faccio un esempio: i film di Tacita Dean. Se cerchi il “che cosa” succede nelle immagini, non è detto che lo trovi: a volte apparentemente non succede proprio nulla. Non so se esista realmente in matematica un processo di moltiplicazione per sottrazione, ma mi piace pensare di sì.
BC:
In Cronologia (Ed. Postmedia, 2007), Daniel Birnbaum scrive: “Quando non accade niente, si percepisce la temporalità, visceralmente. Il tempo ferisce”, evidenziando come il tempo reale diventi per alcuni artisti uno strumento per giungere a una rappresentazione del sé, alla “struttura della soggettività”. È così anche per te?
AG:
Il tempo è sempre il risultato di una componente oggettiva e di una percezione
soggettiva, e orologi e calendari non bastano da soli a restituirne una forma. Quando ho ritagliato un calendario per disporlo in lunghezza, mi divertiva l’idea che la durata di un anno potesse essere misurata in centimetri (2005). Nella composizione di un testo o di un film, oltre al tempo reale mi piace anche lo scarto improvviso del narratore, che riesce a racchiudere interi anni in una frase sola. Così è stato, ad esempio, in Autobiografia di una casa (2002): il tempo reale lasciava spazio alle parole e ai silenzi di Grifi, dava voce allo spazio, alle stanze piene di lavoro e di memoria del suo archivio; la scrittura invece serviva a me per ricostruire la geometria delle relazioni nel tempo, e dare le coordinate necessarie a comprenderne il disegno.
BC:
Il titolo della mostra da Sonia Rosso, “Passangers To Be Seated During The
Voyage”, che è anche il titolo di uno dei lavori esposti, sembra evocare la stessa tensione o dimensione di sospensione: quella “bolla” – o pausa d’interruzione percettiva (uno dei tuoi lavori non a caso l’hai chiamato Esercizio temporizzato di una pausa bianca) – che separa due tempi presenti o interiori diversi, come ogni viaggio aereo. Ma anche stare seduti nella propria stanza, a leggere o scrivere, Emily Dickinson docet, è un modo incredibilmente efficace per viaggiare da fermi.
AG:
Il viaggio da fermi è una bella immagine. Nessuna pretesa di assolutezza, né di oggettività. Ma un movimento libero che parte dal soggetto in relazione alle cose. A due distinti lavori del 2005 ho dato in parte lo stesso titolo, Local Time At Destination. A pensarci, si tratta di una dimensione surreale: quale tempo? Quale spazio? Saltando le coordinate esterne, tutto ritorna inevitabilmente allo sguardo, all’interpretazione, e al modo in cui si sceglie di organizzare il proprio orizzonte.
BC:
In alcuni lavori, come nel video Racconto d’inverno n. 2. Sleepwalking (2004), la “temperatura” delle immagini si scalda all’improvviso. Così provochi una reazione emotiva immediata, empatica, azzerando il tempo di risposta. Gli oggetti e le tue ultime installazioni, invece, sembrano volutamente più freddi, modulari, sistematici, aperti alla possibilità di molteplici varianti interpretative, quindi a una fruizione più diluita nella durata.
AG:
A volte nei miei video uso il suono in presa diretta, ma più spesso preferisco il silenzio.
Nel caso particolare di Sleepwalking, la traccia musicale, affiancata da poche immagini e da molto rosso, è incastonata al centro di un’atmosfera decisamente diversa, una pianura silenziosa immersa nella nebbia, creando così un forte contrasto. Il suono mi interessa come un altro livello di espressione rispetto alle immagini, non come accompagnamento. In generale potrei dire che il video e la scrittura si collocano su un piano più personale, anedottico, sentimentale, si nutrono di pretesti e di situazioni particolari, mentre gli oggetti riguardano piuttosto questioni linguistiche, architettoniche, l’articolarsi di un alfabeto inteso come riduzione ai minimi termini degli elementi che comporranno un discorso. Così oscillo tra frammenti di presa diretta e strutture matematiche, tra associazioni di pensiero e strumenti per l’orientamento.
BC:
Un altro degli oggetti in mostra a Torino è una pila di libri con i dorsi su entrambi i lati della pagina, quindi illeggibili (The Silent Sound Sense). Sigillati allo sguardo così come lo erano i dieci Quaderni (2002) presentati a “Exit”, alla Fondazione Sandretto. È un modo per evitare di scivolare nella dimensione dell’autobiografia?
AG:
Senz’altro. C’è una profonda differenza tra punto di vista soggettivo e autobiografia, almeno per quanto riguarda i contenuti. Non mi interessa mostrare cosa c’è dentro ai quaderni, perché non è quello il punto: mi interessa piuttosto suggerire un’attitudine, una modalità di scansione del tempo. I quaderni sono come dei testimoni silenziosi, piccoli archivi del quotidiano. I libri invece li ho chiusi perché il senso non va mai in una sola direzione, o forse perché mi piacciono i paradossi.
BC:
In compenso spesso adotti titoli lunghi, narrativi, quasi diaristici.
AG:
Mi piace scrivere, e mi piace vedere le parole scritte. Le parole hanno per me una capacità evocativa incredibile, e anche una grande forza plastica. Rispetto agli oggetti, nel mio lavoro il titolo svolge un ruolo analogo a quello del sonoro per le immagini: accostando due sistemi differenti si crea un terzo piano, invisibile, che è quello del senso. E la lettura a mente permette una sonorizzazione soggettiva, un rapporto personale con quello che si sta guardando. Ti faccio l’esempio di Four Flags Suggesting Four Possible Answers, le quattro piccole bandiere di ferro in mostra a Torino: di fronte a una domanda che rimane volontariamente fuori campo, ho immaginato una reazione interiore simile a uno sbandieramento, ma ho lasciato che il movimento rimanesse però solo una possibilità, che fosse potenziale. Oltre ai titoli lunghi e descrittivi, c’è un altro genere di titoli che amo molto:
quelli classici, tipo Atlante, Veduta, Viaggio in Italia, già usati infinite volte da moltissimi artisti e scrittori, e che proprio per questo chiedono di essere riutilizzati ancora, lontani da qualsiasi ricerca di eccentricità. Mi viene in mente Luigi Ghirri.
BC:
Ti ho sentita citare come esempio, più di una volta, l’haiku, una forma poetica che gioca molto sulla sintesi di pensiero e immagine. In assenza di nessi logici tra i versi, lascia spazio alle suggestioni individuali, e nel verso finale c’è sempre un accenno alla natura, alla stagione in cui viene composta. Tu che relazione hai con la poesia?
AG:
C’è stato un periodo della mia vita in cui leggevo spesso poesie, ora praticamente mai. Ma questo non è sintomo di una distanza. Della poesia mi piace l’intensità e l’essenzialità, la concisione. Il fatto che ogni singola parola abbia valore per se stessa e in quanto legata a tutte le altre. La libertà nell’uso della lingua e la libertà solo apparente dell’uso della lingua, perché in realtà nasconde precise strutture ritmiche e compositive.
In poesia, il significato sfugge alla letteralità del testo, alla didascalia: sta nell’aria.
Al contrario, mi interessa davvero poco la ricerca intenzionale del poetico.
Barbara Casavecchia è critica e giornalista d’arte. Vive e lavora a Milano.
Alice Guareschi è nata a Parma nel 1976. Vive e lavora a Milano.
Principali mostre personali: 2007: Sonia Rosso, Torino; 2006: Centre Culturel Français, Milano; 2005: Alessandro De March, Milano; 2003: Monitor c/o AOC Flaminia, Roma; Museo dell’Arredo contemporaneo, Ravenna.
Principali mostre collettive: 2007: Video Identities, Studio Tommaseo, Trieste; 2006:
Marrakech Derb, Istituto Italiano di Cultura, Rabat (MA); Parti di realtà/Realtà di parte,
Neon>fdv, Milano; 2005: The Final Cut, Palais de Tokyo, Parigi; Aperto per lavori in corso, PAC, Milano; 2004: Assab One 2004, Assab One, Milano; On Air. Video in onda dall’Italia, Galleria Comunale di Monfalcone (GO); 2003: Visioni in viaggio, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Luogo/Non Luogo = Luogo, Fondazione Antonio Ratti, Como; 2002: Exit. Nuove geografie dell’arte in Italia, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino.
Per la prima volta nella storia della partecipazione austriaca alla Biennale di Venezia, due donne – l’artista Valie Export e la curatrice Silvia Eiblmayr – sono state scelte per la curatela del Padiglione nazionale alla prossima edizione della mostra internazionale. È stata il Ministro della Cultura in persona, Claudia Schmied, a prendere questa decisione, affermando che la coppia forma “un team eccellente” per il progetto allestitivo per la 53esima edizione della biennale, diretta da Daniel Birnbaum, in apertura il 7 giugno 2009. Valie Export, conosciuta per le sue opere di stampo femminista, era presente alla scorsa edizione della Biennale nella sezione dell’Arsenale; mentre Silvia Eiblmayr è direttrice della Innsbruck’s Galerie in Taxispalais dal 1999.
di Stefania Ragusa
Dura 14 minuti ed è un concentrato di sorprese, scossoni, poesia. Parliamo di Enraged by a picture il cortometraggio in cui Zanele Muholi, fotografa sudafricana emergente, racconta le reazioni della gente davanti agli scatti che componevano la sua prima personale. Era il 2004, e alla Johannesburg Art Gallery Zanele portava Visual Sexsuality: only half the picture, una mostra che raccontava senza filtri e pruderie la quotidianità delle lesbiche sudafricane, una relatà fatta di tenerezza, ma anche (come è naturale) di sesso, corpo, dolore, piacere. In Sudafrica non si era mai visto niente di simile.
La Costituzione sudafricana è una delle più avanzate e progressiste del mondo (stabilisce l’assoluta uguaglianza tra i cittadini a prescindere dall’orientamento sessuale, il colore della pelle, o l’appartenenza religiosa: il Sudafrica è il primo e unico stato africano ad aver autorizzato i matrimoni gay) ma la mentalità dominante ha un passo completamente diverso. Molti, tra il pubblico, reagirono con un’irritazione e disagio. Alcuni liquidarono le immagini come provocatorie espressioni d’arte, decidendo di ignorare la natura reportagista e di denuncia. Colpita da queste risposte Zanele decise di raccontarle in un documentario. Enraged by a picture (infuriati da un’immagine) ha girato dal 2005 a ora, diversi festival. Tra il 19 e il 22 giungo di quest’anno tornerà ad essere visibile a Cincinnati, alla conferenza annuale della National Women’s Studioes Association, appuntamento importante per il femminismo made in Usa.
Zanele è un’artista e un’attivista lesbica. Ha incominciato a fotografare professionalmente nel 2000, concentrandosi sulla sua comunità. “Era arrivata l’ora di autorappresentarci. Eravamo tante ma quasi invisibili. Non volevo che a parlare di noi fossero gli altri. Bisognava fare qualcosa prima che fosse tardi”. Recentemente alcune sue immagini (selezionate, va detto, fra le più soft) sono state esposte al Palazzo delle Papesse di Siena, in occasione della collettiva .Za, giovane arte del Sudafrica. A “raccomandarla” (la selazione dei giovani artisti era stata affidata a cinque curatori-artisti sudafricani) è stata Sue Williamson che ha apprezzato il contributo di Zanele “alla stesura di una storia dell’omessessualità in Africa più democratica e rappresentativa”, la sua volontà ” di rendere pubblica l’immagine della comunità lesbica di colore, che è non solo avversata dal pregiudizio ma anche minacciata fisicamente da uomini che nelle lesbiche vedono un ostacolo alla loro mascolinità”. Minacciata fisicamente, nel caso specifico, vuol dire esposta ai “correptive rape” gli strupri rieducativi, che a volte culminano con l’uccisione della vittitma. Non esiste un conteggio ufficiale per sapere quanti siano. In Sudafrica, però, secondo le statistiche, ci sono in media due stupri al minuto, oltre 180 all’ora. Almeno uno su dieci dovrebbe rientrare nella categoria “correptive rape”. Un recente rapporto della Commissione Sudafricana per i Diritti Umani ha evidenziato che la violenza contro le lesbiche è estremamente diffusa anche nelle scuole, tra adolescenti. “la stigmatizzazione delle lesbiche di colore, nella maggior parte dei casi, nasce dal fatto che l’omosessualità viene percepita come un fenomeno non Africano”, spiega Zanele.
“Che una donna abbia tanti bambini e procrei accanto a un uomo cui spetta il ruolo di capofamiglia è considerato parte della nostra tradizione. Dal momento che non ci con formiamo a questo modello, veniamo percepite come identità deviate, che necessitano di un abuso sessuale di tipo curativo per tornare sulla buona strada e convertirci in donne vere: femmini, madri, mogli”.
Il paradosso è che la maggior parte degli stupratori ritiene di star agendo per il bene delle donne deviate e della società. Come dimostra, per esempio, la vicenda recente della 18enne Linda Masondo, che vive in una townschip (Nispruit) nella provincia di Mpumalamga. I fatti risalgono allo scroso 23 febbraio. Erano all’incirca le tre di notte e Linda, 18 anni, stava dormendo nella sua casa. Viene svegliata da alcune voci dall’esterno, voci maschili che gridano il suo nome. Linda intuisce che cosa sta accadendo, ma non fa in tempo a chiedere aiuto. La porta si apre e nella stanza irrompono due uomini: uno si allontana quasi subito, l’altro, armato di coltello, le ordina di vestirsi e seguirlo. La trascina sino ad un corso d’acqua poco distante e le spiega che è venuto a farle capire che lei non è il maschio che crede di essere, quindi la violenta, la violenta e la violenta ancora. Lei grida ma nessuno sente o vuole sentire. A stupro concluso, l’uomo la invita a seguirlo a casa sua: per darle degli abiti femminili (più adatti al suo nuovo stato). Linda non accetta la generosa profferta. Torna alla townschip. Chiama una zia, le spiega cosa è accaduto e si fa accompagnare in un ospedale, dove riceve assistenza fisica e psicologica e le viene data la pillola del giorno dopo. Quindi si rivolge a un’associazione di sostegno alle donne vittime di violenza e denuncia l’accaduto.
La polizia avrebbe già individuato il maggior responsabile dello stupro e del suo complice. La vicenda di Linda è esemplare, ma, al tempo stesso, eccezionale. Perchè è stata seguita da una denuncia e da un’indagine che dovrebbe portare al processo (mentre scriviamo c’è già stata la prima udienza). Altre donne, nelle sue condizioni, avrebbero taciuto: per vergogna, solitudine, sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine. Se questo non è accaduto, il merito va in parte alle associazioni che si stanno battendo per supportare le vittime e cambiare la mentalità.
Zanele fa parte del Forum for the Empowerment of Women, un’organizzazione che negli ultimi anni ha lanciato diverse campagne. La principale è, probabilmente, Rosa Has Thorns (le rose hanno spine) del 2003 e si rivolge espressamente alle donne della township. “Essere lesbiche in Sudafrica è sempre pericoloso, ma ovviamente lo è molto di più se sei povera, poco istruita e non hai una famiglia o una rete amicale su cui contare. I principali nemici di molte lesbiche sono spesso le donne delle loro stesse famiglie.
Zanele Muholi è impiegata in un master in Documentary Media Studies alla Ryerson University di Toronto. Finirà nel 2009 e conta di rientrare nel Sudafrica e continuare la sua mappatura di vite queer. Lesbiche ma non solo. Tra i suoi lavori più recenti e più apprezzati c’è la serie di immagini dedicata alla camaleontica drag queen Miss D’vine.
L’educazione letteraria e il mestiere dell’insegnante
Di Guido Armellini
UNICOPLI, Milano 2008. 12,00 euro
“L’educazione non dovrebbe sottolineare e accentuare le differenze, invece delle somiglianze?”
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé)
Goffredo Fofi mi invita a difendere gli insegnanti dalle critiche di Vittorio Giacopini.1 Temo di non essere all’altezza del compito: l’intento di “difendere gli insegnanti” mi sembra incongruo, almeno quanto quello di “attaccare gli insegnanti” (sport molto praticato, peraltro, dalle più svariate categorie sociali, inclusa quella dei maîtres à penser mediatici del nostro tempo). Mi pare che la questione sia un’altra, e che riguardi prima di tutto lo sguardo col quale ci si accosta alla scuola. Giacopini afferma a più riprese che “per capire la scuola bisogna guardarla da lontano”. Può darsi, caro Vittorio. Ma, nel guardare la scuola da una distanza eccessiva, rischi di vedere solo quello che già pensi e immagini: preconcetti, fantasie, idiosincrasie, suggestioni letterarie, stati d’animo più o meno apocalittici, che finiscono per occultare l’oggetto che credi di osservare. Da modesto artigiano dell’insegnamento, non riesco a confutare le vertiginose generalizzazioni e i perentori anatemi disseminati nel tuo saggio; mi sembra però che uno sguardo più ravvicinato e quotidiano consenta di vedere della scuola cose che tu non vedi.
La scuola è oggi l’unico luogo, esclusa la famiglia, in cui si incontrano generazioni diverse, l’unico in cui bambini e bambine entrano in relazione con adulti che non sono i loro genitori; l’unico, anche, in cui una generazione di figli unici si mescola con coetanei, provenienti da diversi ceti sociali, e, ora e sempre più nel futuro, da paesi, lingue e culture lontanissime. Il modo in cui questo numero sterminato di esseri umani costruisce le forme della propria convivenza è estremamente difficile da controllare, da ridurre a un disegno unico. Può avvenire il peggio come il meglio. Grazie al carattere spurio, artigianale, corporeo, sessuato, che fa insieme la miseria e la nobiltà del mestiere dell’insegnante, l’esperienza scolastica può configurarsi come una inerte subordinazione ai modelli di vita e di pensiero dominanti o come un’occasione di sperimentare aperture culturali, relazioni e comportamenti alternativi. Ostentare sufficienza e disinteresse per quanto avviene in questo spazio di vita, coinvolgendo nello stesso disprezzo tutto ciò che vi si svolge, significa assumere un atteggiamento aristocratico e sostanzialmente rinunciatario, che non a caso nell’articolo sfocia in un’improbabile e molto estetizzante elogio “dei falliti e degli spostati”, figure isolate, incontaminate e ribelli, non meno melense e illusorie dei miti della pedagogia di sinistra che Giacopini prende giustamente di mira.
La rappresentazione di una scuola e una società inesorabilmente rimbecillite, che accomuna in un’indifferenziata condanna il ministro, i suoi pedagogisti aziendalisti, comportamentisti e multimediali, e gli insegnanti che perseguono un’idea radicalmente diversa dell’educazione, mette in ombra il fatto che la scuola, come ogni angolo della società dove gli esseri umani intessono relazioni e confronti, è un luogo di potenziale o reale conflitto. Non mi riferisco a “lotte” rivendicative o sindacali, ma alla battaglia culturale contro una concezione della scuola tutta modellata sul mercato, basata sulla trasmissione di saperi e valori precostituiti, misurata attraverso punteggi che arrivano a frugare nella vita privata delle ragazze e dei ragazzi per verificarne la convergenza con i modelli di vita dominanti, e propinata attraverso una didattica di stato che individua nei test e nei quiz il suo massimo ideale docimologico. Il tutto inserito in una visione organizzativistica e funzionalistica dei rapporti umani, che, sotto l’insegna della Qualità Totale e della Costumer Satisfaction, sta cercando di imporsi nei più diversi ambiti della società: dal mondo produttivo alla sanità, dal volontariato alla formazione. Il suo vessillo ideologico è la “trasparenza”, la sua idea-guida è la riduzione dei problemi sociali a una questione di managerialità e di efficienza organizzativa, il suo scopo è l’abolizione del conflitto. E’ la forma postmoderna di quella “mitologia dell’ordine (…) presente nell’utopia di una società trasparente, senza conflitto e senza disordine”,2 in cui Edgar Morin individua la matrice di ogni totalitarismo.
Nella scuola la battaglia contro questa utopia del controllo e della normalizzazione trova il suo fondamento nel carattere soggettivo, imprevedibile, non addomesticabile, dell’incontro fra persone adulte e bambine. La ricerca di modi di convivenza che consentano di individuare e assaporare gli aspetti positivi dei conflitti e di affrontarli creativamente, il riconoscimento e la valorizzazione di quei campi della conoscenza e dell’esperienza che ci fanno diversi e diverse, e che per definizione non sono riconducibili a standard o competenze certificabili, la guerriglia linguistica contro il lessico buro-finanziario-aziendalistico imperante, in nome di un uso ecologico, pertinente, sobrio delle parole: sono cose che non possono essere imposte per legge o incentivate con aumenti salariali, né possono diventare il programma di un partito o di un ordine professionale. Si fanno semplicemente per il desiderio di farle: proprio quel “desiderio di insegnare”3 di cui parla Luisa Muraro, e che Vittorio Giacopini considera infetto da “troppa (ma immotivata) fiducia nel presente”. Per quel che mi riguarda, ho una certa idiosincrasia per le visioni onnicomprensive e totalizzanti del nostro tempo, apocalittiche o integrate che siano: confesso di non avere le idee chiare sui destini complessivi dell’umanità, ma, da vecchio boy scout, resto convinto che il mondo sia una costruzione cooperativa, e che valga la pena di fare un buon lavoro lì dove si è, specie se il lavoro che si fa consiste nell’incontrarsi e scontrarsi con altri esseri umani.
D’altra parte l’idea che la scuola sia un luogo squalificato, dove non si può combinare nulla di veramente utile, e che la figura dell’insegnante sia intrinsecamente patetica e poco dignitosa, è molto antica. Nella lettera Al grammatico fiorentino Zenobio, per esortarlo a rinunciare alla scuola di grammatica e ad aspirare a traguardi più nobili Francesco Petrarca scriveva:
Insegnino ai ragazzi coloro che non sono capaci di fare cose più importanti, coloro che hanno diligenza scrupolosa, mente troppo tarda, cervello molle, intelligenza senza voli, sangue gelido, corpo capace di sopportare la fatica, animo che disprezza la gloria, che desidera scarso guadagno, che non si preoccupa del disprezzo; (…) si devono occupare dei minori coloro che si vergognano di stare tra uomini, non riescono a vivere tra uguali.4
Forse la radice più profonda del diffuso disprezzo per il mestiere dell’insegnante ha la sua radice qui: nel pregiudizio maschilista che sia indegno di un uomo, e per di più di un intellettuale, abbassarsi a un’occupazione tradizionalmente femminile come l'”occuparsi dei minori”. La mia esperienza mi porta a pensare esattamente il contrario: che l’avere a che fare quotidianamente con ragazze e ragazzi sia una fonte di esperienza e di conoscenza assai più istruttiva della lettura di molti libri. Non c’è dubbio che la scuola sia un contenitore polveroso ed anchilosato, ma continuo a pensare che la posta che vi si gioca non sia di poco conto. Lo aveva ben presente Primo Levi, quando concludeva I sommersi e i salvati ponendo l’accento sulla centralità dell’educazione nella formazione dell’uomo nazista:
Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri “aguzzini”. Il termine allude ai nostri ex-custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti (…). Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori.5
Una scuola che educa alla gregarietà e alla subordinazione può produrre deformazioni e patologie catastrofiche. Anche per questo non mi sembra il caso di guardare dall’alto in basso chi rema in direzione opposta, e si adopera, se non altro, per limitare i danni.
1 Questo breve intervento è tratto da “Lo straniero”, II, 8,1999. Lo stesso numero della rivista ospitava un ampio articolo di Vittorio Giacopini, intitolato Una falsa partenza. Critica sociale, critica della scuola (pp. 51-69), che prendeva di mira, oltre alle politiche scolastiche e alla corporazione dei pedagogisti, gli insegnanti e gli educatori nel loro complesso.
2 E. Morin, Scienza con coscienza, Angeli, Milano, 1989, p. 94.
3 “(…) nel Sessantotto si è lottato nella scuola per salvare, tenere vivo e liberare il desiderio di imparare, mentre oggi lottiamo per dare (ridare) vita all’antico desiderio di insegnare “, Un’eccellenza contagiosa e alla mano, in A. Lelario, V. Cosentino, G. Armellini (a c. di), Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, Pratiche Editrice, Milano, 1998, pp. 15-20; la cit. alla p. 16.
4 Ad Zenobium gramaticum florentinum, consilium ut, scholis gramaticae dimissis, altius adspiret, da Familiarium rerum libri, Utet, 1978. La traduzione è mia.
5 P. Levi, I sommersi e i salvati, in Opere I, Einaudi, Torino, 1987, pp. 821-822.
Cari uomini italiani,
ho un gran peso sul cuore, e capisco il silenzio che da ogni parte si sente su ciò che sta accadendo in Italia.
Le mie amiche mi scrivono facendo battute sulla ragazza romena stuprata da un italiano, molto vicino a lei naturalmente…il convivente della datrice di lavoro.
Se non si trattasse di corpo e di anima, ci sarebbe quasi da dire: meno male.
Pubblicamente emerge la verità e cioè che lo stupro appartiene agli uomini ed è contro le donne ed a volte anche contro altri uomini.
Il braccialetto di Rutelli ci consegnava ad un destino di vittime predestinate, la campagna della destra ci riduceva ad un mero possesso, stuprobile solo dagli italiani caso mai : le nostre donne!
Ma ora il salto è veramente epocale, scordato il pretesto – lo stupro – si passa direttamente alla punizione etnica.
Sono abituata a vedere giovani donne diventare capro espiatorio dei problemi della propria famiglia, ed abusate in silenzio,.
Ma le nostre braccia non bastano per accogliere migliaia di donne e bambini assaltati, resi responsabili di tutti i disastri del nostro paese.
Si parla di esercito nelle città: niente in contrario se questo esercito mettesse alla gogna tutti gli uomini che stuprano indipendentemente dalla loro nazionalità e tutti gli uomini che picchiano, terrorizzano, perseguitano, ammazzano donne colpevoli di cercare la propria libertà.
Punizione si, ma soprattutto morale, ostracismo, isolamento, vergogna per questi uomini.
Solo il disprezzo degli altri uomini potrà fermare tutto questo.
Non bastano gli eserciti per combattere il disprezzo conscio e inconscio che c’è nel cuore e nella mente di moltissimi uomini e donne per le vittime di violenza.
Meglio fuochi e assalti di ronde che guardare la verità e cioè che l’origine dello stupro e della violenza sta negli occhi che gli uomini e le donne chiudono sollevati dal fatto che non stia capitando a loro.
E’ buio sopra la mia testa e nel mio cuore. Temo per tutti e per me: temo il trascinamento delle soluzioni facili, temo la concordia in parlamento, temo le donne che non lottano pur essendo in posizione di poterlo fare e le leggi necessarie non vengono approvate.
Da cosa vi deve deifendere uomini il Decreto Sicurezza? Dalla consapevolezza che la violenza è dentro ognuno di voi e che quando pietà muore siamo tutti morti?
Non si tratta più di riparare dentro ai centri antiviolenza alle sofferenze di donne private della loro dignità e speranza, si tratta di contrastare la violenza con il coraggio di parlare e distinguersi da questa barbarie, che da almeno venti anni vedo compiersi ogni giorno.
Uomini contro la violenza dove siete?
Il testo si divide in tre parti. La prima inquadra storicamente la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, approvata dal Parlamento italiano trent’anni fa, e termina notando che gli Stati cambiano la loro posizione giuridica, mentre la Chiesa non ha mai mutato la sua, che è di condanna.
La seconda parte evidenzia un problema che si è creato con i progressi scientifici che permettono di diagnosticare precocemente malattie e malformazioni del feto.
La terza parte collega la legislazione liberale sull’aborto all’istaurarsi dei regimi totalitari, la mediazione essendo offerta da alcune affermazioni di Romano Guardini.
La prima parte è molto sommaria, ma, considerato lo spazio limitato, la trovo accettabile. È innegabile che la legislazione statuale rispecchia la storicità della condizione umana, secondo la storicità che caratterizza lo Stato stesso. Questo vale anche per la Chiesa cattolica, ovviamente, ma con alcune notevoli differenze, in primis che la Chiesa non ha (più) un potere temporale per cui la sua condanna dell’aborto non equivale a mettere in prigione la persona colpevole. Lo Stato, non avendo l’istituto della “misericordia verso coloro che si pentono”, deve decidere la sua condotta legiferando in un modo o nell’altro. Nel confronto, bisognava tener conto di questo aspetto.
La terza parte, oltre che sommaria, mi pare molto discutibile. Esiste un legame diretto fra la legislazione liberale sull’aborto e i regimi totalitari? Devo dire che a me non risulta. Se l’argomento sono le parole di Guardini, c’è da dire che è un argomento debole: a parte altre considerazioni, il senso premoderno dell’intangibilità della vita umana, che lui vanta, era perfettamente compatibile con il ricorso frequentissimo alla pena di morte e con la pratica delle più atroci torture, offerte al pubblico come uno spettacolo.
Trovo che la seconda parte, quella che prende meno posto nel testo di Lucetta Scaraffia, sollevi un problema che domanda attenzione. Al di fuori di ogni intenzione delle singole persone e, a suo tempo, del legislatore, oggi la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza agisce come un mezzo per impedire la nascita di persone malate e malformate. Parlare di “prassi di selezione eugenetica” non mi pare giusto, perché non c’è un programma né un’intenzione in questo senso. Ma il problema si pone. In che termini? Fa problema, per me, che una donna, dopo aver accettato di diventare madre, non si comporti come tale verso il nascituro che dovesse presentare qualche malformazione. Siamo davanti a una dolorosa contraddizione, perché è noto quanto sia sconfortante e talvolta al di sopra delle forze di una donna, il mettere al mondo una creatura menomata. È possibile portare avanti una buona gravidanza in un caso del genere? Io credo che si debba guardare in faccia il problema, resistendo alla tentazione di cercare risposte in direzione della legge: l’invadenza della tecnoscienza da una parte, della legge dall’altra, secondo me contribuisce a distruggere il senso di responsabilità materna e genitoriale.
Un’ultima osservazione. Molte donne hanno l’impressione non infondata che la Chiesa cattolica italiana spinga perché si torni alla repressione penale dell’aborto, e questo impedisce loro, ci impedisce, di ascoltare l’insegnamento cristiano con l’attenzione che merita. Purtroppo, il testo di Lucetta Scaraffia sorvola su questo punto. Le femministe e molte altre persone, donne e uomini, senza sottovalutare il problema morale, si oppongono al ritorno alle pratiche abortive clandestine, unicamente, ed è su questo che una che si dice femminista deve prendere posizione.
In questi giorni la legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza in Italia, compie trent’anni, fra polemiche che ricordano, per molti versi, quelle che hanno preceduto e seguito la sua approvazione. Con questa legge, l’Italia si è allineata agli altri paesi occidentali che, a cominciare dalla Gran Bretagna nel 1967 (Stati Uniti nel 1970, Germania 1974, Francia 1975) avevano legalizzato l’interruzione di gravidanza entro i primi 90 giorni. Si chiudeva così un ciclo legislativo aperto dalla Rivoluzione francese, che aveva introdotto nella legislazione francese prima, dei paesi occupati poi, una severa legge per punire l’aborto in base ad una concezione molto larga dei diritti del cittadino: anche il feto veniva considerato un cittadino. Ma questo atteggiamento anti-abortista non era certo motivato da ragioni umanitarie, o dal rispetto della dignità del concepito: la ragione di fondo era la nascita del nuovo stato nazionale, dove le tasse venivano pagate individualmente, e non più per nucleo familiare, e dove gli eserciti erano formati dalla coscrizione obbligatoria. Questi interessi, ribaditi dopo la grande strage della prima guerra mondiale, che aveva spinto molti paesi europei ad irrigidire la normativa che proibiva l’aborto, vengono meno nel secondo dopoguerra: la meccanizzazione delle forze armate, che sostituiscono i soldati con carri armati e bombardieri, e le innovazioni tecnologiche del lavoro industriale, che diminuiscono la necessità di manodopera, rendono i governi occidentali più disponibili ad accettare le richieste libertarie delle femministe. Mentre gli stati – come abbiamo visto – cambiano radicalmente la loro posizione giuridica nei confronti dell’aborto, spinti dalla trasformazione delle esigenze demografiche, la Chiesa cattolica non ha mai mutato la sua condanna verso l’interruzione della vita umana, temperata però dalla misericordia verso coloro che si pentono per l’atto compiuto.
I progressi medici realizzati in questi trent’anni, soprattutto riguardo alla possibilità di individuare malattie o malformazioni nel feto, hanno cambiato profondamente la pratica della legge, trasformando l’aborto terapeutico in una prassi di selezione eugenetica. Quindi è certo opportuno ripensare a scrivere linee guida per questa legge, e riflettere sugli effetti che ha portato nella coscienza morale del paese, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la liberalizzazione dell’aborto è strettamente legata all’instaurarsi di due nefasti sistemi totalitari come quello sovietico prima, e quello nazista poi, e che quindi, come ha scritto Romano Guardini, questa evidenza storica fa ricordare come “ogni violazione della persona, specialmente quando s’effettua sotto l’egida della legge, prepara lo Stato totalitario”. Per il filosofo la questione dell’aborto è centrale per ogni società, la qualifica, perché “riguarda l’intero rapporto del singolo con la società, investendo il carattere fondamentale dell’esistenza umana”. E conclude contrapponendo la moderna “concezione dell’uomo quale unico responsabile e padrone della propria esistenza” con “il senso prima vivissimo della fondamentale intangibilità della vita umana”.
Cristina Mecenero
Ciò che scrivo di seguito ha come cornice questo secondo convegno
organizzato dal Cesp, un tempo di riflessione e di confronto che si
propone non come parentesi tra le lotte, ma come parte di esse, e
naturalmente il grande movimento che ha preso forma in questi ultimi
mesi a partire dalle scuole elementari, per cui mi sento ora ancora
più orgogliosa di essere una maestra.
L’argomento del convegno, Non abbiamo tempo pieno da perdere, invita a
pensare in più direzioni – per esempio quella del rapporto tra tempo e
crescita, tra bambini e bambine e tempi di esperienza, tra noi adulti
che ci occupiamo di loro e ciò che possiamo fare accadere nelle
classi; io scelgo di seguirne una, e cioè di dare voce agli intrecci
tra le maestre che siamo e la scuola che abbiamo fatto finora.
Scelgo di parlare al femminile, le maestre, perché le maestre sono il
novantacinque per cento della scuola elementare, senza nulla togliere
a Gianluca, Gabriele, Andrea e Franco, maestri che ho conosciuto e che
stimo, e agli altri che fanno questo mestiere con grande impegno e
investimento emotivo e intellettuale. E dovendo più a loro che a noi
l’essere qui in un contesto pubblico a parlare di scuola elementare,
perché come maestre non abbiamo mai amato dialogare con la scena
pubblica. Ma voglio che la lingua esprima quello che è, sapendo che
ciò è importante sempre e soprattutto quando si vuole riflettere.
La prima vera preoccupazione che io abbia mai avuto da che ho iniziato
a insegnare – una sorta di sentimento di incertezza, precarietà, non
corrispondenza, e di lutto, per la scuola come è stata e come io l’ho
fatta finora – l’ho provata alcuni mesi fa, quando mi sono resa conto
che la nuova proposta di riforma scardinava alcune di quelle
condizioni che negli ultimi trent’anni hanno fatto sì che noi maestre
elementari abbiamo potuto fare una buona scuola. Tutor, frantumazione
dei tempi e forse anche del gruppo classe, anticipo, abrogazione del
tempo pieno: ciò che portano con sé queste “novità” sono un’atmosfera
di fondo, un’idea di base, una prospettiva che taglia con ciò che
abbiamo fatto fino a ora. Taglia senza indugi, come se niente fosse,
come se non ci fosse nessuno veramente nelle scuole elementari, non
veramente donne per la maggior parte, e uomini, che spendono la loro
vita dedicandosi a questo mestiere, non veramente bambini e bambine
che ancora oggi sono quello che sono e cioè appartenenti a quella fase
della vita che ha delle caratteristiche tutte e sue e non si può
ridurre ad altro, se non a costi umani altissimi.
Il tempo pieno è lo strumento che abbiamo accordato in questi
trent’anni per fare una buona scuola e per vivere bene a scuola. Così
è, molto semplicemente.
A me ha permesso di attraversare un periodo storico, quello degli anni
Ottanta e Novanta, esercitando un mestiere che non presupponeva grandi
fratture con la mia vita personale, non presupponeva una scissione
problematica tra il mio desiderio di lavorare bene, di fare cose con
senso, di partecipare alla vita della società contribuendo al bene
comune, nonostante la tornata cognitivista e gli “attacchi” a
un’organizzazione sensata, per esempio il dimezzamento delle ore di
contemporaneità. Mi ha permesso di stare nell’eredità delle grande
sperimentazioni degli anni Sessanta e Settanta da cui deriva il
modello di scuola del tempo pieno, di starci imparando il senso della
condivisione, della collegialità, del fare pratico, del fare
immaginativo, del lasciare spazio al corpo.
A partire da quell’eredità negli anni ho visto le maestre che siamo
continuare nella scelta della condivisione, della collaborazione, di
grandi eventi culturali, legati all’interculturalità, alla pace, alla
presa di consapevolezza di chi si è e chi sono gli altri e cosa
possiamo fare insieme, insieme ai nonni e alle nonne, agli anziani del
paese, agli extracomunitari, ai nostri vicini compagni delle scuole
materne e delle medie. Tutti eventi organizzati coinvolgendo decine e
decine di bambini e genitori, non più io credo per adesione a una
visione del mondo che aveva una traduzione in un movimento politico,
ma per risonanza.
Risonanza a che cosa? Io credo che abbiamo sentito risonanza con il
nostro compito di stare vicino all’inizio.
Se lo dico così il mio mestiere, e quello di chi lavora nella scuola
materna-d’infanzia, prende la forma che io sento che ha, di un
mestiere di grande respiro, un mestiere che porta con sé un profondo
significato simbolico sociale e culturale.
Stare vicino all’inizio sembra facile, ma non lo è. Perché? Perché
presuppone di rimanere in contatto con le cose essenziali, di base.
Significa accompagnare le bambine ei bambini in un percorso in cui si
giocano cose elementari, ma che appartengono all’ordine delle
fondamenta, cose intorno alle quali tutto si ordina, prende senso e
progredisce. Cose da poco? Chi ha il coraggio di dirlo… eppure per la
nostra società sapere stare vicino all’inizio è tutto fuorché
interessante.
Stare vicino all’inizio significa stare nel contatto, è dal contatto
col corpo culturale dei bambini che le maestre sanno, sanno cosa fare,
se di mattina o di pomeriggio, sanno quando aspettare perché qualcuno
è assente, sanno quando è necessario dare una mano, o chiedere
consiglio quando le vicende si complicano. Sanno dialogare con le loro
passioni legandole alla didattica, che è un oggetto duro, in mezzo a
tutto quel ben di dio che è l’intelligenza morbida, sfumata,
sfrontata, leggera e spietata dell’infanzia, quella didattica che a
volte sfugge, e sfugge via anche dai corpi bambini.
Saper stare vicino all’inizio: all’inizio c’è affetto e conoscenza,
affetto e sentimento, affetto e emozioni. Stare nel movimento che si
produce nella vicinanza a tante piccole creature e al loro esserci
affettivo, quell’esserci nel sentimento della conoscenza, è questo che
ha imparato chi fa bene la maestra. Per stare lì, stai in contatto con
la tua vita, con te stessa, prima e di più che con le competenze
tecniche.
Noi maestre e maestri ora siamo scesi in piazza, abbiamo invaso la
Rete, penso qui a quello che sta succedendo nel sito di Rete Scuole,
abbiamo tenuto assemblee, per dire no a questa riforma e insieme alle
bambine e ai bambini e ai loro genitori stiamo dicendo pubblicamente
in varie situazioni perché la scuola elementare funziona.
Io lo dico così: la scuola elementare funziona perché le maestre non
praticano il mestiere ad arte, lo praticano con arte .
Le maestre non c’entrano quasi niente coll’essere professioniste. Le
maestre sono molto di più. E molto di meno. Ed è attraverso questo più
e questo meno che le maestre lasciano passare gli entusiasmi, i
coinvolgimenti e l’esserci che distingue l’essenza del nostro lavoro
da quello di chi insegna negli altri ordini di scuola. Le maestre sono
donne che vanno e vengono da corsi, letture e partecipazioni a eventi
sociali e culturali: vanno – ricevono, prendono, si infervorano – e
vengono-tornano a scuola filtrando tecniche e approcci e specialismi
attraverso l’intelligenza dello stare in presenza dell’infanzia.
Ma per praticare un mestiere come il nostro con arte abbiamo bisogno
di uno spazio simbolico e concreto. Lo spazio che ha tutte e due
queste caratteristiche è quello che si crea intorno all’essere in due,
alla collegialità, alla collaborazione, alla corresponsabilità,
all’avere un tempo generoso a disposizione. Quello spazio ora è messo
completamente in discussione dalla nuova Riforma.
Ma i bambini non chiedono a noi un portfolio, o attività opzionali, o
di essere tutorati: chiedono a noi di esserci, prima di tutto, stando
lì al loro fianco, presenti con tutto il carico e la leggerezza della
nostra e della loro storia. Quell’esserci è un elemento strutturale
della relazione a scuola con i bambini e le bambine. Sentirsi chiamate
in causa: è questo che per noi ne consegue, e di questa chiamata a
esserci fa parte anche la fatica del fare la maestra. Per esserci a
fianco dell’infanzia, abbiamo fatto scuola finora sporcandoci le mani,
nei laboratori, nelle attività teatrali, nelle invenzioni del momento,
nei pasticci dei bambini.
Le maestre sono donne che si sporcano le mani. Si sporcano le mani per
il sapere. Per accompagnare le creature piccole a padroneggiare alcuni
strumenti della nostra cultura. È indispensabile sporcarsi le mani se
si è maestre, perché la materialità, la corporeità, la fisicità –
della materia, in senso lato e duplice, della voce, del contatto,
dello sguardo – sono la dimensione delle bambine e dei bambini con cui
stiamo per quattro o sei ore al giorno per cinque anni. Il pensiero si
muove dentro di noi e circola fuori di noi molto diversamente se la
partenza è la mente, il ragionare, l’intellettualizzare, o se si parte
dal corpo, e quindi dall’esserci affettivo, emotivo, con sentimenti e
intuizioni e sensibilità…. Con le mani manteniamo un contatto
intelligente con l’esperienza, e ciò che guadagniamo dall’esperienza
lo manipoliamo subito dopo per farlo diventare di nuovo materia, come
quando si cucina. Ed è di questa pasta che è fatto il nostro sapere.
Le nostre voci ora stanno contribuendo al passaggio che si può avere
dall’esperienza diretta al sapere, e cioè al passaggio dall’esperienza
di stare vicino all’inizio (all’inizio dei percorsi, all’inizio della
vita, all’esperienza più che alla teoria) al sapere che può derivarne
e di cui potrebbe fare tesoro la società, una società interessata al
rapporto tra generazioni, non dimentica che il mondo è fatto ogni
giorno da noi bambini-adolescenti-adulti, che siamo un po’ tutto, un
po’ tutto assieme.
Gregory Bateson conclude uno dei suoi libri con una domanda: come
insegnanti siamo saggi?
Io dico che sì, come maestre siamo sagge.
Cara Ministra, cara società, per dare una buona nuova forma alla
scuola, non avete che da ascoltarci.
Per diagnosticare l’eventuale patologia l’unico strumento secondo il Ccdu è il questionario con domande
L’Europa obbliga al consenso informato per la somministrazione di teste di medicine
Daniela Pesce
Bambini e adolescenti, iperattività e deficit di attenzione: gli psicofarmaci sono la risposta? Questo è il titolo di un ciclo di conferenze informative promosso dal Comitato dei Cittadini per i diritti Umani, nell’ambito dell’iniziativa “Perché non accada” patrocinata anche da Regione Piemonte e Provincia di Torino.
Se ne è discusso nei giorni scorsi e se ne parlerà ancora il prossimo 16 maggio, alle 20.45 nella biblioteca comunale di Pianezza. Gli incontri hanno lo scopo di informare i cittadini, sull’iperattività e sul deficit di attenzione dei bambini ed in modo particolare sull’esistenza della Legge Regionale 21, la prima in Europa, che vieta l’applicazione dei così detti “test diagnostici Adhd” nelle scuole ed introduce l’obbligo del consenso informato per la somministrazione di psicofarmaci sui minori.
NELLA NOSTRA CULTURA tradizionale, di un bambino vivace, si diceva: Ha l’argento vivo addosso”. Ma la situazione si è modificata e oggi alcuni affermano che questi comportamenti sarebbero di fattouna specifica malattia. Se un bambino distratto, se non segue le direttive e si agita, oggi può essere etichettatocome malato mentale ediconseguenza “trattato” con potenti psicofarmaci che ricadono nella categoria degli stupefacenti, assieme ad oppio, morfina, eroina ecocaina. Molti bambini, nelle nazioni dove questa pratica èstata seguita, sono deceduti aseguito di tali “cure”. «L’Adhd indica solo un insieme di sintomi, di comportamenti -spiegano dal Ccdu -. Gli unici strumenti per fare “diagnosi”diAdhd,sonolistedi domandine.Nonne esistono altri.Il bambino viene osservatore si risponde alle domande di un questionario, mettendo una crocettasul sì osul no. Cosa ci dicono questi test? Confermano, in modo grossolano e soggettivo, se un bambino è distratto o iperattivo:identificano semplicemente dei sintomi e continuano – non vi è nessuna prova scientifica che dimostri che l’Adhd sia una specifica malattia. Non esistono prove biologiche, né organiche di alcun tipo. Sicuramente certi comportamenti nascondono dei disagi, ma non si tratta di malattia». Con l’approvazione da parte del Consiglio Regionale del Piemonte della Legge Regionale n.21 “Norme in materia di uso di sostanze psicotrope su bambini ed adolescenti” avvenuta il 30 ottobre 2007 è stato fatto un passo importante nella direzione della tutela dei bambini dagli abusi psichiatrici causati la somministrazione di psicofarmaci: «Questo provvedimento legislativo, senza precedenti in Europa, rappresenta un grande passo avanti per la protezione dell’infanzia e delle famiglie a fronte di una campagna di marketing che cerca di vendere nuove malattie senza alcun fondamento scientifico » afferma il dott.Roberto Cestari, medico e Presidente nazionale del CCDU, e aggiunge «Non si tratta di negare aiuto a chi soffre, ma ogni bambino ha diritto alle soluzioni appropriate. Qui ci confrontiamo con diagnosi ove si confondono sintomi con malattie. Il tutto in assenza di un fondamento scientifico adeguato.Se a questo aggiungiamo la conseguente somministrazione di psicofarmaci, il quadro è persino grottesco. Non dimentichiamo che la diffusione della somministrazione di psicofarmaci ha raggiunto negli USAben11milionidibambini e adolescenti, alcuni dei quali si sono successivamente resi responsabili delle stragi in diverse scuole americane. Noi non vogliamo che ciò accada anche in Italia»
Magda Indiveri
Lunedì 12 maggio alle 20,30 presso la Sala Cervi di Via Riva Reno 72 della Cineteca ci sarà a Bologna l’occasione di assistere alla proiezione gratuita del film documentario “L’amore che non scordo. Storie di comuni maestre”. L’iniziativa è stata fortemente voluta dalla Fondazione Istituto Gramsci e dal gruppo di insegnanti che fa capo al sito “Voci del verbo insegnare”. Ad aprire il dibattito, dopo la proiezione, ci saranno Guido Armellini, docente di didattica della letteratura, Letizia Bianchi, che ha tenuto la cattedra di sociologia della famiglia, primi entusiasti promotori del film, l’Assessore alla scuola, formazione e politiche delle differenze del Comune di Bologna Maria Virgilio e una delle insegnanti coinvolte, Silvana Turci (con Chiara Nerozzi nella quarta C dell’anno scorso della primaria XXV aprile di Casalecchio).
“L’amore che non scordo” è un film-documentario che racconta quattro storie di maestre e un maestro, in quattro classi tra il 2005 e il 2007 a Milano, Roma, Bologna. Una settimana per classe a seguire la vita scolastica (classi piene di vita) filmandola senza sovrapporsi, con la pretesa di mettere in risalto quella parte invisibile dei programmi didattici e quello scambio umano così vivo nella quotidianità che fanno l’effettiva qualità di una scuola primaria. Maestre comuni: non è l’eccezionalità che si vuole trasmettere, sia pur in chiave finalmente positiva, ma la capacità comune e quotidiana di tutte le maestre (mestiere al femminile per il 95% dei casi, e si dovrà riflettere su questo), di far valere le relazioni profonde, lo stare bene insieme, l’espressione dell’affettività. Bambini che in piena libertà di postazione scrivono i loro testi, che in cerchio se li leggono vicendevolmente, che si commuovono e si abbracciano, che intervengono costruendo discorsi collettivi pezzetto per pezzetto, che vengono ascoltati (bellissima la sequenza di Matteo che vuole spiegare alla maestra cosa ha in testa, bellissima perché in nessun altro luogo – e men che meno all’interno della affannate famiglie di oggi- un bambino otterrà un paziente, attento ascolto dei suoi progetti). Scolari di seconda che imparano che l’aritmetica è ritmo, o che attraverso un grande disegno ripercorrono il cerchio della nascita (e anche questo è ritmo!) e si sentono raccontare dalle loro mamme. Altri che studiano una geografia “democratica” o discutono davanti ai quadri di una mostra, oppure si salutano (l’antico, salutare rito del congedo!) nell’ultimo anno di scuola elementare rinominando le persone – maestra e compagni – che sono state con loro.
C’è una corrente calda che scorre dietro le immagini di questo piccolo film, insieme alla scoperta/conferma di una scuola-semenzaio che si è assunta il compito di trasmettere non solo “buone pratiche”, come in ambito didattico si dice, ma anche quel “lavoro di cura” che è educazione al crescere bene.
Il DVD, corredato da un ottimo libretto a molte voci, sarà venduto in loco, a 17 euro, a cura della Libreria delle Donne.
di Assia Baudi di Selve
Nel giorno del suo funerale nessuno potrà vestirsi di nero. Ci saranno tre cerimonie che si svolgeranno contemporaneamente a Belgrado, Amsterdam e New York. E se qualcuno sarà tentato di commuoversi, sulle note di My Way di Frank Sinatra, dovrà trattenersi. Sissignore, niente lacrime. E’ una richiesta che ha l’arroganza di un ordine, accettabile solo perché a farla è lei, una che gli ordini li ha dati per tutta la vita prima di tutto a se stessa. Marina Abramovic ha ordinato a Marina Abromovic di gettarsi tra le fiamme e rimanerci sino a soffocare, di ballare al ritmo di tamburo fino allo svenimento, di incidersi una stella a cinque punte sulla pancia e sanguinare, le ha ordinato di rimanere per dieci ore al giorno su una montagna di ossa bovine sporche di residui di carne e sangue, per pulirle una alla volta, e guadagnarsi il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1977. Marina Abramovic ha ordinato a Marina Abramovic di resistere per dodici giorni e dodici notti nella galleria Sean Kelly di New York nel 2002, senza mangiare, con gli occhi fissi in quelli del pubblico, affinché ognuno potesse vedere riflessa in lei la propria vulnerabilità, ma anche la propria capacità di resistenza. Le ha ordinato di pensare sempre alla situazione più pericolosa e realizzarla. Durante le sue performance ha spesso rischiato la vita. E dopo trentacinque anni di arte estrema è ancora qui. Il titolo della sua retrospettiva prevista al Moma nel 2010 parla chiaro: The Marina Abramovic foundation for preservation o: The artist in present. E lo sarà anche dopo: Perché se ha già deciso tutto del suo funerale, ha già deciso anche quel che lascerà in eredità f performance art.
Quasi duemila metri quadrati in ristrutturazione a Hudston, a due ore da Manhattan, che saranno pronti nel 2010 dopo la mostra del Moma. Io donna è andata a trovarla a New York, per farsi raccontare in anteprima “il progetto della sua vita”. E scoprire quale è, se esiste, il confine trea coraggio e follia.
Quando arrivo all’appuntamento, la trovo in piedi, davanti Al computer. Gira la testa, mi saluta e guarda l’orologio. <<Sei in anticipo>>. Sì. Di cinque minuti. Il suo Ufficio di Mildtown è un oper space grane quanto basta per due scrivanie, due computer bianchi ultrasottili, un tavolo da riunioni. Luminoso, ordinatissimo. Lei è vestita di nero, con ballerine a scacchi, capelli corvino, sessantuno anni invisibili sulla pelle bianca. Ha il corpo forte, i tratti marcati, e un’inaspettata morbidezza nei gesti e nella voce. Quando le chiedo di raccontarmi la sua storia dall’inizio e spiegarmi come l’essere cresciuta nella Belgrado socialista abbia determinato la sua vita e il suo lavoro, indica il ritratto di Tito alle sue spalle.
E parla del padre: <<Un Eroe>>. Un ero della resistenza che ha combattuto contro i tedeschi quando la Serbia era diventata un satellite della Germania nazista. <<Da lui ho imparato che puoi realizzare qualunque cosa: E mi ha trasmesso l’idea che la vita che la vita va vissuta in modo leggendario. Da mia madre invece, ho imparato la disciplina: se devi fare una cosa la fai, anche a costo del dolore fisico>> . Ha gli occhi concentrati, con qualche traccia di sofferenza sul fondo. Le chiedo se le piacerebbe essere definita un’artista soldato. Risponde di no, abbassa lo sguardo e quando sembra che stia pensando ad altro corregge: <<Sono un’artista guerriero>>.
Oggi l’artista guerriero marcia in fretta, come si marcia in fretta a New York. La sua missione è quella di trovare 10 milioni di dollari per portare a termine il suo progetto entro settembre del 2010, determinata ad adempiere l’altro comandamento: diventare leggenda. O per lo meno, cercare di passare alla storia, consacrandosi con una fondazione a suo nome. Ha venduto la sua casa di Amsterdam, dove ha vissuto per ventisei anni dopo aver lasciato Belgrado nel 1967, e con 950.000 dollari della vecchia ha comprato il palazzo degli anni Trenta dove nascerà la Fondazione. Il progetto dell’architetto Tennis Wedlick prevede due auditorium, di cui uno immenso con 1.700 posti, una libreria con archivi video e un caffè. <<Sarà il luogo dove voglio che venga dimenticato il tempo, dove si assisterà solo a performance che dureranno ore>>. Parola d’ordine: resistenza. Quella dei performer, e quella del pubblico. Ha previsto di invitare cinque artisti residenti l’anno, di esibirsi lei stessa e insegnare.
Una delle sue lezioni consiste nel rimanere cinque giorni nei boschi senza mangiare né parlare.
Il suo credo <<L’arte deve essere una deviazione dalla normalità. Un rischio mentale. Perché solo confrontandosi con l’imprevisto e la paura ci si può evolvere>> Ha mai avuto paura di spingersi troppo oltre, di perdere il controllo, d’impazzire? La parola follia sembra non fare eco in nessuna parte di lei. Con la matita rafforza le lettre di alcune parole scritte sul foglio davanti a sé. <<Nelle mie performance sono qui e ora. Incredibilmente presente>> Poi con la piccola matita traccia un cerchio, e un punto al centro. Lei è il punto. La perdita del suo centro, l’unica cosa che forse può essere chiamata follia. Marina Abramovic l’ha sperimentata solo una volta, nella performance più lunga della sua vita: la relazione di dodici anni con Ulay, suo alter ego nell’arte e nella vita. <<Avevo messo il mio centro nel suo: E quando mi ha lasciata ho perso me stessa>>.
A dimostrazione che il tallone di Achille degli eroi è sempre e comunque l’amore. La disperazione però, se l’è concessa solo dopo aver realizzato con lui l’azione più drammatica della sua vita, nel 1988: lui è partito da un’estremità della Muraglia cinese, lei dall’altra. Hanno camminato per tre mesi per raggiungersi a metà strada e dirsi addio. Sotto gli occhi di una telecamera, naturalmente. Riprende la matita e disegna un altro centro accanto al suo e con voce sempre più calma spiega: <<In una storia d’amore i centri devono rimanere separati. E’ una lezione importante, io l’ho imparata a caro prezzo>>. Per poi metterla in pratica con l’artista Paolo Canevari.
Stanno insieme da undici anni. Vivono tra il loro loft di Soho e una splendida casa non lontano da Hudson, tutta grandi vetrate e legno, a forma di stella. Frequenta la New York di Francesco Clemente, Matthev Barney e Lou Reed. Ma quando lui due anni fa le ha chiesto di sposarlo, erano <<davanti al supermercato, sotto la pioggia, con le buste della spesa>>. Come due comuni mortali: Poco prima della fine dell’intervista chiede a Davide Balliano, il suo efficientissimo assistente, di mostrarmi delle fotografie sul computer: lei con un vestito azzurro di Givenchy in un fiume del Laos. Vorrebbe che Io Donna le pubblicasse, <<perché in queste fotografie mi trovo bella>>: Poi me ne fa vedere un’altra, scattata da suo marito. La ritrae avvolta in un telo di raso stropicciato seduta a terra in modo regale, con un neonato nudo sul ginocchio. Lo indica. Madonna contemporanea forte e fiera. Le chiedo perché non ha mai avuto figli. Risponde. <<Ho deciso che non ne avevo bisogno>>: Sulla fotografia Gesù è femmina: E allora capisco. Marina Abramovic, generata, non creata, da Marina Abramovic.
di Alessandra MammÌ
Si chiama Nathalie Djurberg. È il nome di punta dell’arte svedese. Ora avrà la consacrazione alla Fondazione Prada
Fa davvero bene non vedere la televisione da piccoli. Nathalie Djurberg per esempio, quasi non sapeva che cosa fosse fino a otto anni. Forse è proprio per questo che a 30 è diventata una star della giovane arte svedese, tanto da meritarsi una enorme mostra personale alla Fondazione Prada (dal 19 aprile), di quelle tanto imponenti da lanciare un artista nell’Olimpo. O magari il merito va alla mamma maestra che la sera leggeva favole nordiche e che comprava ai suoi piccini cupi e misteriosi libri di illustratori russi.
Dunque il digiuno dalla tv e dalla zuccherosa tribù Disney sviluppano un potente immaginario. Almeno a giudicare dai risultati di Nathalie, che nonostante gli studi all’Accademia di Göteborg, capisce da sola che come pittrice non sarebbe stata un granché e s’impegna per trovare il mezzo espressivo adatto a quell’affollamento di immagini che le ruota continuamente in testa. Lo trova scavando appunto nei ricordi d’infanzia e riprendendo in mano la vecchia plastilina colorata e appiccicosa che lascia unte le dita e s’infila nelle unghie.
Con quella, fa miracoli. Costruisce interi set: esterni e interni. E interi cast: personaggi gotici, animali umanizzati, vecchi borghesi grassi e laidi alla Grosz, mostri che si nascondono nelle piastrelle e sotto le poltrone, opulente e nude signore, paesaggi fallici e esplicite scene di sesso sia pur oniriche e surreali. Il tutto in un tripudio di carte da parati allucinate, tendine a fiori, tappezzerie spesse e cariche, degne del più soffocante interno nordico. E non basta, perché tutto questo armamentario serve a raccontare inquietanti storie in film animati con la tecnica della stop motion. Quella dei pupazzi di Tim Burton o dei mitici Wallace&Gromit, per intenderci.
“Io non mi sono mai ispirata a modelli tanto alti e perfetti. A esser sincera
l’animazione hollywoodiana non mi interessa molto. Preferisco quella ungherese, che è più inquietante e abitata da personaggi sorprendenti tipo grosse vacche rosse o animaletti brutti. Perché io amo le favole per bambini che turbano gli adulti”, spiega la sorridente Nathalie, vera principessa degli elfi, dai biondi capelli lisci e occhi da gatto, seduta accanto al suo fidanzato e co-autore Hans Berg, anche lui giovane e svedesissimo, ma compositore che commenta le storie di Nathalie con valzerini stressati al computer o ossessive versioni techno delle musiche thriller alla Bernard Hermann (il prediletto di Hitchcock). Si sono conosciuti a Berlino dove ora vivono. E subito riconosciuti.
Anche Hans non ha visto la tv da piccolo perché abitava nel Nord, giocava tutto il tempo nelle foreste, si nutriva di favole con trolls e fate e viveva in una famiglia così svedese che cenava in silenzio bevendo latte, circondata di animali domestici (e non solo). Per cui i due si intendono alla perfezione, capaci come sono, ognuno nel suo campo, di traghettare il loro universo di gioco e allucinazione nella contemporaneità, capaci di costruire questo Paese delle straniate Meraviglie che a Milano prenderà forma monumentale. E per la prima volta non sarà solo un piccolo film, ma un mondo intero ovattato dal feltro che ricopre tutto il pavimento della Fondazione, abitato da gigantesche sculture-creature che arrivano da mondi animali, vegetali e minerali, scosso da improvvise metamorfosi e sogni. Per sfidarci a vivere e immaginare un mondo senza la tv.
Alle nostre figlie e figli
Agli uomini che ci stanno vicino
In trent’anni con molte donne abbiamo dato vita a una politica differente, spesso chiamata femminismo. Lo abbiamo fatto per guadagnare un’esistenza sensata, per non essere costrette ad omologarci a un modello maschile. Trovare corrispondenza tra parole e vita è ancora la ricerca di oggi.
La cronaca quotidiana ci mette di fronte a episodi di violenza, che oltre ad essere violazioni dello stato di diritto, sono attacchi, in vario modo, all’autodeterminazione delle donne; è così che vanno intesi: le ripetute aggressioni omicide, il vergognoso blitz all’ospedale di Napoli e anche il costituirsi – a Pesaro – del comitato scolastico di docenti per la moratoria dell’aborto.
Per alcuni i corpi delle donne sono tornati ad essere cose: crediamo che questo non riguardi solo noi, ma che su questo gli uomini debbano interrogarsi a fondo. Cosa muove gli uomini a tanta aggressività, tanto da ridurre le donne ad oggetti sui quali esercitare potere?
La constatazione che tutta la cultura occidentale si è costruita sulla negazione della soggettività femminile è stata una scoperta dolorosa nella nostra crescita, che ha provocato rabbia e frustrazione, ma anche (nella riflessione collettiva sulla nostra esperienza) attenzione alla possibilità di sviluppare una diversa qualità di rapporti tra uomini e donne.
Ne è nata una riflessione innovativa sulla sessualità e sulla maternità, che è andata oltre il linguaggio dei diritti, il quale non può rappresentare con verità situazioni che sono intrinsecamente relazionali. La nascita è una di queste.
Il corpo femminile non è un contenitore vuoto da riempire (anche se così lo pensava Aristotele), ma una culla di parole, un abbraccio di carne per chi viene al mondo. La vita è accoglienza; il sì della donna non si può saltare – anche Dio ha chiesto permesso a Maria.
L’autodeterminazione a decidere se e quando diventare madre è un valore non negoziabile.
La madre e la sua creatura sono la base di ogni relazione umana, la coppia originaria, che ha lasciato tracce ancora visibili in qualche lingua (per esempio nella forma duale).
Questo legame con la madre, gli uomini l’ hanno molto celebrato, ma soprattutto rimosso, cosi che rimane occultato e fonte non riconosciuta di paura e di risentimento. Nascere da donna è una verità fattuale semplice e aperta, ma letteratura, filosofia, religioni, traboccano di tentativi di esproprio della capacità materna femminile e anche l’utilizzo delle nuove tecnologie riproduttive può essere letto in questa chiave .
La dipendenza originaria dalla madre esiste anche per noi: non è stata un’ acquisizione facile, perché il contesto di svalorizzazione del femminile in cui siamo cresciute ci portava a negarla. Sappiamo ormai che l’ interdipendenza è costituiva dell’essere e della soggettività di ciascuno e che non limita la propria libertà, sgretola solo le fantasie prometeiche di onnipotenza. L’approccio relazionale ha in sé la capacità di aprire continuamente ad altro, è invece il tentativo di negare la dipendenza che alimenta, in un rovesciamento, violenza e volontà di dominio.
Crediamo sia necessaria una riflessione sulla sessualità maschile e sulla paternità, ma solo gli uomini possono dire di sé.
Noi sappiamo che un uomo può essere partecipe della maternità solo se una donna lo ammette a condividere questa esperienza con lei; un padre è grande in una collaborazione amorosa, senza usurpazione, né rivalità, né assenza. La figura di Giuseppe ne illustra bene il senso. Questo agli uomini fa problema? Ne risulta un senso di esclusione, di superfluità, non tollerabile? Sono interrogativi cui invitiamo al confronto.
Oggi la relazione amorosa tra un uomo e una donna non è ancora incontro di due soggettività ciascuna consapevole della sua sessualità; non è ancora sessualità senza appropriazione, né consumo, senza rapporto di dominio, ma questo può essere l’orizzonte di incontro da costruire.
Finora ha prevalso il non ascolto delle donne: accettate – più o meno a malincuore, robusto ricostituente per una politica maschile invecchiata e sterile – solo finché considerate compatibili; tale sordità mette però a rischio anche ciò che consideriamo irrinunciabile e pensiamo troppo spesso come garantito. L’esperienza ci mostra continue erosioni di quelli che vengono chiamati diritti, dal lavoro di uomini e donne, all’autodeterminazione femminile.
Se vogliamo realizzare una convivenza più umana e una politica che prenda le mosse dalla nostra comune vulnerabilità, è necessario che ciascuna e ciascuno si assuma la responsabilità di sé e del mondo in cui viviamo.
CASA DELLE DONNE DI PESARO
DONNE IN NERO – FANO
A.H.: “Non è un ‘film di Hitchcock’…Era una storia di vecchio tipo, piuttosto demodé….una storia che manca di umorismo” – F.T.: “In ogni caso ha il pregio della semplicità. Una giovane donna (Joan Fontaine) sposa un bellissimo Lord (Laurence Olivier), tormentato dal ricordo della prima moglie Rebecca, morta in circostanze misteriose. Nella grande dimora di Manderley, la nuova sposa non si sente all’altezza della situazione e teme di sfigurare nel suo nuovo ruolo; si lascia dominare, poi atterrire dalla governante, la signora Danvers, legata al ricordo di Rebecca. Un’inchiesta tardiva sulla morte di Rebecca, l’incendio di Manderley e la morte dell’incendiaria, la signora Danvers, porranno fine ai tormenti della protagonista”. Sono battute tratte da Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, libro mille volte ristampato tanto è bello, in cui leggiamo la facile trama di un racconto cosiddetto demodé… Rebecca la prima moglie.
L’autrice del romanzo, appena uscito dal Saggiatore con una nuova traduzione, è l’inglese Daphne Du Maurier, scrittrice prolifica, nata a Londra nel 1907 da una nobile famiglia di origine francese, morta nel 1989, e vissuta, lontana dalla mondanità, quasi sempre nell’amata Cornovaglia, dove inventava e spesso ambientava storie di ogni genere, storico, gotico, biografico, suspence. Una penna dai molti registri e dall’indubitabile talento (non è un caso che ben nove dei suoi numerosi testi abbiano conosciuto la trasposizione cinematografica, e proprio di recente una fiction televisiva – Rebecca, appunto), troppo spesso catalogata fra le minori, graziosamente dette “popolari”. In realtà la Du Maurier arriva al grande pubblico perché è capace di raccontare una storia, di delineare con precisione psicologica i personaggi, di creare un’atmosfera che radica il suo naturalismo nel perturbante, di tenere con avido fiato in gola il suo lettore fino all’ultima riga. Se prendiamo proprio Rebecca la prima moglie, pubblicato nel 1938, dimenticando sia il bel film, del 1940, sia la mediocre fiction di poche settimane fa, ci troviamo tra le mani pagine che sulla semplicità della fabula costruiscono un intreccio di lenti ma continui e imprevedibili colpi di scena, basato tecnicamente sull’inversione della temporalità (si comincia dalla fine della storia, con un sogno-incubo, e la storia finisce con un altro sogno-incubo), su una voce narrante unica, quella della protagonista, che non ha mai un nome proprio (è sempre e solo “la seconda signora de Winter”), su una scena affollata da molti protagonisti, tra cui indubitabilmente la grande dimora, Manderley, che da ambiente-sfondo diventa vero e proprio personaggio con un’anima sempre mutevole, gioiosa, carezzevole, bellissima, ma anche spettrale, immobile, piena di ombre, avvolgente come un’oscura ragnatela viva e parlante. Specchio e riflesso di un’altra specularità, quella tra la nuova signora, che era in precedenza una giovanissima dama di compagnia, e la vecchia governante, che ferocemente venera la sua prima e unica signora, Rebecca, ed è una vera, perfida antagonista, in un libro che racconta l’amore tra un uomo e una donna, ma anche, sebbene in via allusiva, quello tra due donne. E ancora racconta la paura, il terrore che il sentimento di una donna può incutere al sentimento di un’altra, la distruzione che ne può seguire.
Lo sguardo dell’autrice sulle relazioni umane è dunque affilatissimo, mai possiamo decidere tra personaggi a tutto tondo, semplicemente buoni o cattivi: è buono il signor de Winter, che, non amato, insultato nel suo onore, diventa un assassino? È buona la seconda signora de Winter che per amore del principe azzurro accetta fatalmente la sua confessione e se ne fa complice? E’ cattiva la signora Danvers, vittima di un amore che non può dire nemmeno a se stessa, e può sopravvivere, si anima, solo e sempre girando attorno alla propria ossessione, a una stanza, un letto, una camicia da notte, una spazzola per capelli irrigidite dal soffio sinistro della morte? Sì e no, ed è questa la grandezza di un’invenzione capace di vedere con occhio distante e lucido gli esseri umani nella loro complessità, di non idealizzare le donne “buone” né immiserire per banale misoginia i comportamenti di quelle “cattive”, e facendo valere questa sua postura mentale anche nei confronti degli uomini, complici e avversari, mantenendo e rappresentando una differenza fra i sessi che non li impicca mai a un unico chiodo, il già detto e pensato. In questo sguardo si rinnova con la Du Maurier un filone inglese di lunga tradizione, quello delle governanti, alla Jane Eyre della Brönte, degli amori che portano incendi che parlano il silenzio della follia o l’amore lesbico, di uomini che alla fine non possono che scendere da cavallo. Una mescolanza di sentimenti e azioni che riguardano i sessi e le classi sociali, in cui la venatura “rosa”, spesso attribuita alla scrittrice, si rivela del tutto fuorviante, perché lei sa mettere in scena, piuttosto, rapporti crudeli ma veri, con la forza di una teatralità appresa forse dai suoi genitori, entrambi attori.
Questa tonalità di scrittura della Du Maurier è ancora più eclatante nei suoi racconti, ad esempio in quelli raccolti sotto il titolo Gli uccelli e altri racconti (il Saggiatore 2008), notevoli tutti per ragioni diverse, la prima delle quali può essere riassunta dalle parole con cui, in una recente intervista, Nadine Gordimer definisce l’essenza stessa di questa forma rispetto al romanzo, il suo essere completa come “un uovo”, senza tappe e passaggi dunque, tanto da poter essere tenuta “completamente in una mano”. Se il primo, Gli uccelli, è di nuovo forse il più famoso – per essere diventato un altro film di Hitchcock nel 1963 -, è indubbio che la grande sfida vinta dalla Du Maurier è quella di aver raccontato in 35 scarne paginette la massima concitazione in un quadro perfettamente immobile: una piccola fattoria abitata da una normale famigliola in una penisola qualunque, la vita di una piccola comunità sconvolta da un evento inspiegabile e inspiegato, l’attacco di migliaia di uccelli, tanto imprevedibile da diventare l’architrave di un perfetto meccanismo a suspence. E’ la rivolta della natura contro l’uomo che, immaginata già nel 1953, fa di questa autrice, non a caso così abile nell’osservazione attenta e precisa della realtà, un’anticipatrice di temi e problemi attuali dispiegati con innegabile maestria. La stessa che leggiamo ne Il vecchio, dieci sole pagine di un’inquietudine affilata che nascono da un’altra forma di inversione, l’attribuzione a una coppia di cigni di sentimenti che fino all’ultimo pensiamo appartenere a una coppia di umani. Alle donne, poi, nulla viene perdonato, la superficiale marchesa de Il piccolo fotografo pagherà la sua sventata e vanesia avventura con l’ometto storpio, l’amante passeggero e adorante, non con qualche soldo, come pensava, ma con la presenza persecutrice della sorella di lui, per sempre; la vita dell’appagato vedovo de Il melo sarà sopraffatta e perduta dal persistere della presenza insopportabile della moglie morta in quell’albero che gli toglie la vista serena del giardino, dei suoi frutti che sembrano volerlo seppellire per bruttezza e quantità, e che una volta abbattuto, lo farà sprofondare nella neve e nell’oscurità, per sempre. Questa temporalità algida e portatrice di morte torna di nuovo in Baciami ancora, sconosciuto, la cui sensuale e silenziosa protagonista, che promette amore e avventura, uccide invece senza pietà né spiegazioni.
A me pare che questo basti per ricominciare a leggere Daphne Du Maurier, appassionandoci alle sue atmosfere vertiginose, alla magia della sua immaginazione, in cui tutto può all’improvviso trascorrere dalla normalità apparente all’angoscia più minacciosa, basti insomma a rimetterla, finita la lettura, nello scaffale degno di lei, quello delle grandi scrittrici.
Intorno a una serie di lunghi monologhi l’autrice e criminologa svizzera imbastisce il suo romanzo d’esordio uscito per Nottetempo nella nuova collana “il pesanervi” che, sotto il segno di Antonin Artaud, riprende il nome di una storica serie degli anni Sessanta
Edda Melon
A lungo il perturbante, l’inquietante familiarità che sorprende e terrorizza, e che tutti conosciamo per esperienza, è stato associato ai racconti del genere cosiddetto fantastico, dove, sulle orme di Freud, lo si poteva osservare e interpretare quasi in vitro. In seguito, letterati, filosofi, psicoanalisti, studiose femministe, hanno cominciato a interrogarsi sulla sostanza di quello che potremmo chiamare il perturbante contemporaneo, di ciò che non ha nome, per dirla con Giorgio Rimondi, che insieme ad Annarosa Buttarelli ha dato vita a un variegato gruppo di lavoro (Rimondi, Lo straniero che è in noi. Sulle tracce dell'”Unheimliche”, Cuec 2006; Buttarelli – Rimondi, Dove non c’è nome. Nuovi contributi sul perturbante, Scuola di cultura contemporanea 2007).
In questo orizzonte si può leggere il primo romanzo di Catherine Lovey (nata in Svizzera nel 1967), giornalista e criminologa, che ha per titolo L’interdetto (nottetempo, traduzione di Lucia Regola, pp. 124, euro 9). La struttura è di una pulizia abbagliante: una serie di lunghi monologhi – come verbali di sedute registrate – rivolti a uno psicoanalista totalmente silenzioso da parte di un uomo sospettato di aver ucciso la moglie. Raggiunto sei mesi prima dalla notizia della sparizione della donna mentre è in viaggio d’affari a Londra, per non perdere la firma di un contratto importante da cui fa dipendere la sua carriera, non anticipa il rientro né telefona alla vicina che, nell’emergenza, ha preso in custodia i suoi tre bambini. Il suo eloquio è monocorde, ossessivo. Non una parola sulla moglie, ma solo timore di perdere il lavoro e autocommiserazione per la fatica di doversi occupare dei figli (bambini, bambine, chi lo sa? strano rapporto con il femminile). Nessun sentimento, nessuna emozione, ma un’angoscia crescente che l’uomo sembra provare di fronte allo “straniero” che è in lui. Che sia colpevole o vittima, è difficile per il lettore stare dalla sua parte. La sua stessa esistenza – che ci ricorda altri personaggi della letteratura oltre che delle cronache, quelli di Dürrenmatt per esempio, o di Carrère (L’avversario, La settimana bianca) – è per noi fonte di un malessere che le pagine del breve romanzo portano a livelli insostenibili, senza remissione.
Non a caso il libro della Lovey ha inaugurato, nelle edizioni nottetempo di Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi, una collana che riprende nel nome, “Il pesanervi”, una storica collana degli anni Sessanta. All’insegna della parola inventata da Antonin Artaud nel 1925 – il pesanervi appunto – e adottata da una giovanissima Bompiani nella casa editrice del padre, la pubblicazione in controtendenza di questi “Capolavori della letteratura fantastica”, durò all’incirca quattro anni, per un totale di diciassette titoli, con una grafica di copertina firmata da Franco Ricci, ottime traduzioni e prefazioni illuminanti. Dal Golem di Meyrink all’Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam, dal Monaco di M. G. Lewis raccontato da Artaud all’Invenzione di Morel di Bioy Casares, si trattò per i lettori italiani di un rapido corso di aggiornamento su un’intera zona letteraria della modernità. Siamo situati esattamente tra la pubblicazione del saggio di Roger Caillois Nel cuore del fantastico (1965), e l’Introduzione alla letteratura fantastica di Tzvetan Todorov (1970), quando questa letteratura di avventure, di fantasmi, di fantascienza, nera o gotica, stava per diventare popolare ma anche per varcare le soglie dell’università e fornire materia per la teoria.
A quarant’anni di distanza, quale potrebbe essere allora la posta in gioco dei nuovi Pesanervi? Per intanto, la collana sembra voler saggiare diverse direzioni, aggiungendo opportunamente, al fantastico, il poliziesco e il noir. I primi quattro libri hanno un aspetto allegro e invitante, un formato maneggevole, un’illustrazione sempre diversa firmata da Jean Blanchaert, nome celebre nell’arte contemporanea, e una cura impeccabile. A differenza della prima serie che metteva in catalogo unicamente grandi nomi di autori al maschile, qui la proporzione è di tre autrici contro uno. Vero è che la maestria femminile nell’arte della detection psicologica è assodata, e viceversa nel campo del racconto fantastico il canone è piuttosto avaro di scritti di donne. Ma anche qui, vanno citati i lavori di alcune studiose italiane che hanno avanzato l’ipotesi di modelli differenti, meno inquietanti, dell’immaginario femminile (Eleonora Chiti, Monica Farnetti, Ute Treder, La perturbante, Morlacchi 2003).
In attesa di saperne di più, possiamo apprezzare due gialli pesanervi di stampo classico. Miss Pym, di Josephine Tey, tradotto da Rosanna Pelà, era già circolato vent’anni fa nella Tartaruga Nera, ed è un gradito ritorno. L’ambiente dove la Tey immerge la sua deliziosa Lucy Pym, signorina di mezza età esperta (ma non troppo) di psicologia, è un college femminile di Educazione fisica, immerso nella campagna inglese, frequentato da uno stuolo di fanciulle fresche ed esuberanti, che si preparano sia a una vita lavorativa sia, in alternativa, a una carriera di moglie. Quando la morte farà irruzione nell’atmosfera festosa di fine anno, Miss Pym sarà costretta a rivedere molte delle sue prime impressioni su allieve e insegnanti. Là dove un detective sarebbe soddisfatto di aver risolto il caso, la lettrice continuerà a rimuginare sui misteri del cuore.
Più recente e complesso il libro di Batya Gur, Un delitto letterario (traduzione di Elisa Carandina), ambientato nel dipartimento di Letteratura dell’Università di Gerusalemme. L’autrice, già nota in Italia, è stata docente di letteratura e articolista sul quotidiano Ha’aretz. Gli ingredienti del giallo universitario ci sono tutti, dalle piccole vanità alle rivalità professionali all’adulterio, ma la prolungata ricerca del colpevole non annoia mai e svela alla fine risvolti abbastanza sorprendenti, che affondano nelle vicende europee del secolo scorso. Oltre che agli appassionati del giallo e dei comportamenti accademici, può piacere ai veri studiosi di poesia, con pagine e pagine di abilissime analisi testuali.
Marina Terragni
Un problema da risolvere. Le donne che lavorano sono sempre di più, ma per la politica e per buona parte del sindacato il lavoro femminile continua a essere una grana, una rogna, forse con la residua speranza che un’onda di coming back home venga a spazzarla via, anche se il double income fa molto comodo al mercato.
Una risorsa? Un fattore di crescita? Per gli economisti, forse. Le donne al lavoro sono una “minoranza” ingombrante che porta guai: hanno il privatissimo vizio di fare figli, sono insofferenti agli orari, non hanno il culto del “posto”, entrano ed escono in un anarchico andirivieni. In più hanno molta fiducia nel merito, chiedono nuove regole e una diversa organizzazione, non separano ermeticamente lavoro e vita, vogliono vivere anche in ufficio, non riescono a sopportare che il lavoro sia una non-vita e la vita tutta fuori di lì. Per questo danno tanta importanza alle relazioni, che secondo il Rapporto Eurispes sull’Italia 2006 sono il fattore più importante nel lavoro femminile (60.2 per cento), mentre le retribuzioni sono decisive solo per il 32.8 per cento, e la carriera per il 10.8 per cento.
Tutte novità che mettono in grave imbarazzo la politica, che continua a pensare al lavoro femminile come a posti di uomini occasionalmente occupati dalle donne, tipo tempo di guerra, e al massimo progetta (senza mai farlo) di “conciliare i tempi”. Ma la stanchezza delle donne, più che nel dover correre tutto il giorno, sta nel dover passare la giornata “esiliate” in un mondo del lavoro calibrato sugli uomini, nel non poter portare sul lavoro l’aria di casa, il loro modo di lavorare: perché le donne hanno sempre lavorato, e molto più di tutti.
Scorrendo i programmi elettorali dei due maggiori schieramenti, per le donne si trova poco, e soprattutto poco di nuovo. Il PD le definisce l'”asso” nella partita dello sviluppo (anche se poi non dà il buon esempio, giocando molto timidamente l’atout al proprio interno). La proposta è di aumentare l’occupazione femminile con incentivi fiscali sia alle aziende sia alle lavoratrici: un credito d’imposta come contributo alle spese di cura. Incentivi anche per la flessibilizzazione dell’orario di lavoro. “Quando in un nucleo entrano due stipendi” spiega Barbara Pollastrini, ministra uscente alle Pari Opportunità “ci sono più consumi, più lavoro indotto, più sicurezza. E quindi anche più figli”. Per ogni nato, una “dote fiscale”, a partire da 2500 € per il primogenito. Sui tempi: congedi parentali pagati al cento per cento, e un congedo di paternità interamente retribuito. Più asili nido pubblici, per coprire il 25 per cento della necessità: oggi siamo al 6. Orari lunghi e flessibili in asili, scuole e servizi pubblici e misure contro la burocrazia nella pubblica amministrazione. Per finire, liberalizzazione degli orari del commercio, da definirsi a livello locale.
Quanto al Pdl, il programma fa esplicito riferimento alle donne solo parlando di violenza e di aborto, con impostazione pro life: “Personalmente sono contraria anche alla pillola Ru486” dice Mara Carfagna, responsabile di Azzurro Donna. Le idee sul lavoro (“stabilizzare” i contratti precari attuando pienamente la legge Biagi, creare un sistema di sicurezza sociale fra un’occupazione e l’altra, con un reddito certo in attesa di un nuovo lavoro), valgono per ambo i sessi. A sostegno del lavoro di cura, che secondo stime recenti vale 432 miliardi di euro l’anno, il 33 per cento del PIL, e senza la cui erogazione gratuita l’economia crollerebbe come un castello di carte: bonus bebè, 1000 € per ogni nato o adottato, più asili aziendali e sociali, libri scolastici gratis per i meno abbienti. Nessun cenno agli orari della pubblica amministrazione e dei negozi. La scommessa è sulla tenuta della famiglia, coppie di fatto escluse: “Per noi la famiglia è l’unione di un uomo e una donna fondata sul matrimonio” dice Carfagna “Nessuna discriminazione, ma la priorità è questa cellula primaria”.
Si tratta forse della principale differenza tra i due programmi. A un’idea tradizionale di famiglia, messa al centro dal Pdl, il Pd risponde con un investimento sulla persona, come spiega Pollastrini: “Una sorta di welfare esistenziale, che tiene conto del fatto che i nuclei sono sempre più piccoli”.
Ha ancora senso puntare sulla conciliazione? Di quale welfare oggi ci sarebbe realmente bisogno? “Finora il welfare ha fatto uscire dalla famiglia tutto ciò che è cura, relazione e amore, non regolabile in orari, sostituendolo con servizi erogati dallo stato e scanditi con gli stessi orari del lavoro e del mercato” dice Sandra Bonfiglioli, Urbanista temporale, docente al Politecnico di Milano. “Bisognerebbe invece pensare a un welfare più centrato sulla relazione. Le giovani donne chiedono libertà e flessibilità. Spesso sono loro lasciare il lavoro perché non rinunciano alla cura, non accettano che i tempi di vita siano solo residuali, strategia che esprime intelligenza e capacità di autoregolarsi. Questa intelligenza va ascoltata, o il rischio è che oltre a doversi organizzare secondo la rigidità degli orari d’ufficio, alle donne tocchi subire anche gli orari di un welfare che risente ancora di una mentalità industriale, fordista. Ma la realtà è già da un’altra parte”.
Paola Meneganti
“Il sì della donna non si può saltare”: sulla base di un documento aperto da questa frase, di Clara Jourdan, il 18 marzo si è svolto un incontro, organizzato dall’Associazione Centrodonna Evelina De Magistris, che, a partire dal dibattito su aborto e 194, recentemente sviluppatosi, ha voluto ampliarne l’orizzonte politico.
Perché, quando ci sono momenti di crisi, momenti di snodo della vita pubblica, si finisce con il parlare di aborto, di sessualità femminile, del corpo delle donne, spesso in modo assolutamente scomposto ed ipocrita, quando non violento?
Ho introdotto i lavori io, e ho tentato questa risposta: perché, nei momenti di crisi, la società ancora fortemente segnata dal patriarcato tenta di serrarsi in difesa dell’autoconservazione , e la libertà femminile è un grande inciampo su questa strada. La libertà femminile fa problema e produce conflitto.
In un bellissimo articolo sul “Manifesto” dello stesso giorno, Ida Dominijanni commenta quanto scritto nel numero precedente da Giorgio Agamben e Giacomo Marramao su due questioni cruciali nel dibattito di oggi.
Dal modello della sovranità si è passati a quello della “governamentalità”: gestione, amministrazione, management della vita e della dimensione pubblica, con la progressiva sparizione dello spazio della politica – quindi del conflitto, insomma delle forme classiche della democrazia, da una parte, e, dall’altra, nei/nelle “resistenti”, si registra la presenza di una logica politica “legata alla chiusura dell’identità più che all’apertura e al divenire della differenza”.
Anche se – ed è un altro inciampo – non dobbiamo dimenticare, ha giustamente osservato Maria Pia Lessi, citando Tamar Pitch, che le donne non hanno habeas corpus, perché non hanno sovranità sul proprio corpo, non è loro riconosciuta la piena disponibilità e responsabilità sul proprio corpo.
Il divenire della differenza genera conflitto, come lo fanno tutte le “rivoluzioni profonde della soggettività” (I.D.), una per tutte il femminismo.
È partendo da qui, da questa “profonda rivoluzione della soggettività”, che abbiamo detto: la prima parola e l’ultima è della donna, il sì della donna non si può saltare. Questo se si parla di aborto, di sessualità, di relazione con l’altro, di vita.
Non è in questione la dimensione del diritto – “non credere di avere dei diritti” – ma il rapporto tra materiale e simbolico. Il simbolico materno, per es., è stato indagato in profondità dalle donne, anche a partire dall'”ambiguo materno”, luci ed ombre, chiaroscuri. Ma pensiamo al simbolico costruito nei secoli dal patriarcato: la madre che nutre, la madre dolorosa, la madre che opprime, la madre santa, la madre che uccide …
In una vecchia, preziosissima pubblicazione, “Il vuoto e il pieno”, ho ritrovato, nella introduzione di Nadia Fusini, questa frase di Emily Dickinson: “i miei sono religiosi, e vanno tutte le mattine ad adorare una Eclissi che chiamano Padre”. Il patriarcato è molte cose, ma soprattutto il fatto che le donne sono definite dallo sguardo del padre.
Abbiamo affrontato l’eclissi del padre e della sua onnipotenza e abbiamo guadagnato la piena responsabilità, con le sue gioie ed il suo peso.
Ci ricorda ancora Ida che il corpo femminile, nell’intreccio tra materiale e simbolico che avvenne nella rivoluzione soggettiva del femminismo, divenne corpo politico – protagonista di una libertà duramente guadagnata. Ed è ancora l’unica barriera possibile: corpo politico, corpo che si frappone, nel discorso pubblico, a tutte le beghe partitiche, alle ideologizzazioni possibili, alle voglie confessionali. Corpo politico che ci fa dire che la prima parola e l’ultima è della donna e che il suo “sì”, rispetto all’aborto, non si può saltare.
Il dibattito si è sviluppato in modo molto puntuale. Letizia Del Bubba ha detto che la legge 194 e quella sulla fecondazione assistita, la legge 40, non sono circoscrivibili in una cornice di legge e di diritto, ma hanno a che fare con la soggettività e con il corpo simbolico delle donne. Come fa una legge a dar conto della gestione del proprio corpo e del proprio desidero, per es. di maternità?
Perché la soluzione migliore è quella del femminismo degli anni ’70, dice Claudia Nocchi: depenalizzare, non normare. Per Maria Pia Lessi, non si possono consegnare temi di questa portata alla politica tradizionale, istituzionale, alla “politica seconda”, e al diritto. Contengono un tale “di più” che lei, per es., trova difficoltà a parlarne in quegli ambiti. Rispetto alla sovranità del soggetto, libero di articolare la libertà del suo desiderio, un soggetto che è comunque in relazione, il diritto dovrebbe fare un passo indietro. La norma non dovrebbe essere prescrittiva, ma a salvaguardia della salute, delle garanzie sanitarie, e qui limitarsi.
Anna Maria Bernieri rileva che è vero, la questione del corpo delle donne torna sempre in ballo nei momenti di crisi, e questo è sintomatico, e rende ancora più difficile la possibilità di parlare delle questioni in modo argomentato e sereno, perché dietro c’è “altro”.
Mi chiedo perché, ha detto Lori Chiti, le gerarchie ecclesiastiche non parlino mai del corpo delle donne, ma della vita. Il cattolicesimo impone la castità ai sacerdoti, ma loro dovrebbero porsi il problema dell’integrità del corpo femminile, no? Eppure sono questioni che fanno ancora molto problema: figurarsi ad inizio ‘900, quando le donne che ne parlavano, Sibilla Aleramo (“Una donna”), Annie Vivanti (“Vae victis!”) furono emarginate, estromesse.
Per Daniela Bertelli, c’è una grande angoscia nelle donne che oggi rimangono incinte. Sono continuamente monitorate, con amniocentesi, ecografie etc… spesso superflue: è un vero e proprio processo di espropriazione, e anche simbolicamente, questo feto che viene continuamente portato “fuori” dal grembo materno è come se avesse esistenza autonoma … si crea una scissione, una separazione tra feto e madre. Aumenta l’ansia e aumenta il senso di inadeguatezza rispetto a chi nascerà. E questo processo di controllo delle scelte delle donne, del corpo delle donne, del loro dare la vita è tutto maschile. È un fondamentalismo a cui a volte si risponde con un fondamentalismo di segno opposto … C’è poi questa cosa terribile che viaggia sui mass media, l’immagine della madre cattiva. È un disconoscimento della libertà femminile in cui si fanno strada delle componenti che, al di là del dibattito politico, diventano senso comune. Quanto al patriarcato … sì, esiste ancora, ma non dimentichiamo l’analisi del fratriarcato che sviluppa Ida Dominijanni (e qui merita citare: è uno spazio “in cui gli uomini si combattono e competono (ma si danno valore) fra loro in una sorta di recinto autoreferenziale che chiamano spazio pubblico”). E l’assuefazione a questo cattivo modo di stare nel mondo coinvolge anche molte donne … due parole anche su questa assurdità, questa cattiveria del dibattito sul momento in cui davvero si può parlare di vita: ma scherziamo?
Aggiungo io: se un feto nasce a 21 settimane qui in Europa ha delle possibilità di salvarsi, non sappiamo con quali conseguenze sulla qualità della sua vita, ma se nasce in Africa? Allora l’inizio della vita è uguale per entrambi?
Per Marco Mazzi, la cultura dell’indisponibilità del proprio corpo è profonda, è di matrice giudaico-cristiana. È la comunità a disporre del corpo, non l’individuo. In guerra sono punite le automutilazioni – si attacca il corpo di cui deve poter disporre la patria-, ed è nella socialdemocrazia svedese si che si inventa il trattamento sanitario obbligatorio. La Chiesa porta questa questione fino al rifiuto verso l’eutanasia: non si può disporre del proprio corpo anche nella sofferenza, nella prospettiva della morte. Con la legge 194 – e con la legge 180 – si esplica un filone di pensiero libertario degli anni ’70: si mette in discussione l’unicità del punto di vista. È stata una visione perdente: la prima vittima degli “anni di piombo”. Oggi c’è un forte ritorno alla medicalizzazione, addirittura alla prevalenza della eugenetica, che prefigura quasi una predestinazione. Ma la libertà e l’ultima parola sono certamente della donna.
Maresa Conforti porta la sua esperienza di donna cattolica che votò nel referendum del 1981 per confermare la legge 194, ma che si chiede se effettivamente la legge è stata attuata anche nelle parti a sostegno del desiderio di maternità. Si dovrebbe fare di più in questa direzione., perché per lei non è così scontata l’assenza di problema rispetto alla questione dell’inizio della vita. Apprezza però molto quanto è scritto nel documento di “Evelina”, e cioè che per il femminismo l’aborto non è mai stato un “diritto”. No, confermo io in chiusura: è un fatto, una scelta: e possiamo stare sicure che le donne hanno sempre saputo portarne la responsabilità in prima persona, fino in fondo.
Ugo Mattei
I brevetti legittimano le “enclosures” del sapere operate dalle multinazionali. Allo stesso tempo favoriscono la biopirateria delle virtù nutrizionali e terapeutiche di alcune piante L’appropriazione della conoscenza è giustificata attraverso le opere di John Locke, laddove il filosofo britannico parla del beneficio generale derivato dall’occupazione della “terra nullius”. Oggi come allora il privato è si
Una delle idee più radicate nella cultura occidentale è quella per cui la proprietà privata sia un “diritto naturale”, qualcosa di tanto spontaneo da motivare perfino un bambino: “Questo gioco è mio!”. Se da molto tempo ormai abbiamo smesso di interrogarci sulle ragioni per cui certi individui “hanno” mentre altri “non hanno”, ciò è dovuto principalmente al fatto che abbiamo interiorizzato l’ideologia sui caratteri “naturali” e virtuosi del diritto di proprietà private indipente dalla sua distribuzione. In questo siamo oggi tutti un po’ lockiani, perchè abbiamo “risolto” il problema di una società divisa fra possidenti e non possidenti voltandoci all’indietro, con una semplice teoria fondata sulle origini remote della proprietà privata e sulla catena dei trasferimenti fondata su una nozione di “giusto titolo” originario, che prescinde quindi dall’analisi della distribuzione odierna.
Come noto, il filosofo britannico John Locke fondava la propria giustificazione della proprietà privata individuale sulla naturale attività di occupazione di risorse comuni non ancora privatizzate e legittimava il fatto che il governo civile tutelasse (con risorse di tutti, quali la polizia o le corti di giustizia) tale occupazione individuale per due ordini di ragioni: da un lato, sostenendo che l’occupante immette il proprio lavoro, e quindi in parte se stesso, nella cosa bruta, rendendola così fruttifera e quindi benefica per tutti. D’altra parte, il filosofo considerava la naturale occupazione individuale legittima soltanto nella misura in cui rimanessero comuni (e quindi libere per l’occupazione altrui) altre risorse di simile natura e qualità. Con il tempo e l’affollarsi della società, questa seconda specificazione è stata dimenticata e fa oggi quasi sorridere se applicata agli immobili. Essa tuttavia mantieneun immutato potere legittimante criptico. Certo, non esiste (quasi) più terra nullius da occupare, almeno in Occidente, e gli esempi di scuola sull’acquisto della proprietà privata per occupazione sono ormai limitati alle conchiglie sul lido del mare.
Economia dell’innovazione
Nondimeno, gran parte dell'”economia dell’innovazione” ci ha quasi ipnotizzati convincendoci che grazie al progresso tecnologico, la “crescita” possa continuare in eterno sicchè le dimensioni della torta (Pil, il prodotto interno lordo) siano la sola cosa di cui valga la pena di preoccuparsi: “Finirà il petrolio? Inventeremo la fusione fredda!”. La presente generazione continui felice a bruciarlo alla guida dei suoi Suv perchè continuando a crescere l’economia, le prossime generazioni inventeranno nuove “risorse comuni” da privatizzare. Della distribuzione non vale la pena di preoccuparsi. Il benessere di tutti seguirà, automatico, alla diffusione geografica dello sviluppo e della tecnologia occidentale.
La teoria “naturalistica” dell’occupazione che lega la proprietà private al lavoro, all’ innovazione e alla stessa identità dell’individuo, non giustifica quindi oggi soltanto attività bucoliche e economicamente marginali quali la raccolta delle conchiglie, dei funghi, o magari la caccia e la pesca. Essa continua a offrire una potente legittimazione ideologica a favore del privato rispetto al pubblico, descrivendo soltanto il primo come luogo virtuoso in cui l’individuo mette in gioco se stesso, lavora, rischia, investe, crea, innova. In questa luce, il pubblico è il luogo della pigrizia, della scarsa o nulla produzione di valore aggiunto, delle risorse abbandonate a se stesse e non “messe in valore” perchè nessun individuo, se la privatizzazione non è consentita, vi introduce lavoro ed investimento identitario. L’imagine è suggestiva e profondamente legata all’idea forte, protoilluminista, per cui sia un bene che l’uomo domi la natura, in particolare la terra. La virtù della terra privatizzata è simboleggiata dalle campagne inglesi, successive alle enclosures ben arate e con confini perfettamente tracciati. La terra non domata dalla proprietà private sarà invece selvatica, boscosa, piena di sterpaglia, “inutile”.
Tale ideologia, oltre ad essere primitiva ed etnocentrica, risulta infantile nel suo individualismo di fondo, perchè si basa su irreealistiche premesse filosofiche, quale quelle del Robinson Crosue discusso dal teorico libertario Robert Nozick (la verità è invece che un uomo solo, in natura, lungi dall’occupare, muore perchè soltanto la cooperazione di specie ha consentito la sopravvivenza originaria e quindi la proprietàin origine non poteva che essere del gruppo).
Lo spettacolo della ricchezza
L’ideologia della proprietà privata si basa su una concezione riduttiva e semplificata del rapporto fra individuo proprietario (il soggetto) e l’oggetto del suo possesso. Essa, già poco adatta a cogliere la complessità del rapporto fra un individuo ed un bene materiale e tangibile (la terra, un libro, un piatto di spaghetti) mostra i suoi limiti teorici di fondo, ma al contempo la sua potenza suggestive ed ideologica nel momento in cui viene utilizzata per descrivere e gestire rapporti sociali del mondo che stiamo vivendo. Oggi infatti la forma della ricchezza appropriabile è sempre meno quella di beni tangibili e sempre più quella delle immagini, dell’informazione, degli strumenti finanziari complessi, delle idee innovative, in una parola della “ricchezza spettacolo” piuttosto che di quella tangibile. Ma la retorica e gli strumenti intellettuali che ne giustificano il controllo esclusivo in capo ad alcuni privati piuttosto che il loro godimento in commune non sono mutati affatto.
A chi appartiene la mitica foto scattata il 16 ottobre del 1968 a Città del Messico e ritraente Tommie Smith e John Carlos con il pugno guantato delle black panthers dopo il trionfo nei 200 piani? al fotografo? agli atleti? al nostro immaginario collettivo? Chi ha “inventato” l’uso igienico della pianta di neem considerate da generazioni di indiani la “farmacia del villaggio”? I ricchi proventi che le multinazionali del dentifricio derivano dal suo brevetto in Florida a chi dovrebbero appartenere? Alla comunità che utilizzava la pianta per igiene orale e che oggi non può più permettersela perchè i prezzi sono saliti alle stelle? O ai ricercatori che hanno “scoperto” questo antico uso? E che dire della pianta di Maca, da secoli utilizzata delle popolazioni andine e che oggi contende (appositamente brevettato) una fetta del ricco mercato dei prodotti erettili maschili vantando la propria naturalezza? Chi ha inventato la tradizione di ricerca matematica di base, indispensabile radice di tanti miracoli dell’informatica moderna che, brevettati, riempiono le tasche di Bill Gates? E che dire delle nuove frontiere di Internet, quei domain names che si possono “naturalmente” occupare pagando “appena” venti dollari (lo stipendio mensile di qualche miliardo di persone) e connettendosi in rete (un privilegio di un’infima minoranza degli umani)?
Aborigeni e Wto
Sono, queste, domande ormai assai semplici per il mainstream giuridico economico e politico del mondo globale che, grazie alla vecchia ideologia individualistica, fondata su una nozione apparentemente naturale, minima e virtuosa di proprietà privata, come fonte della creatività e laboriosità individuale, trova nelle regole della “proprietà intellettuale” codificate negli accordi Trips (“Trade Related Aspects of Intellectual Property”) collegati all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) la risposta ad ogni dubbio su chi sia o debba essere il “proprietario” dotato del potere di escludere tutti gli altri. Colpisce l’uso della medesima retorica del progresso, che legittimò giuridicamente il saccheggio delle terre nullius, che gli Amerindiani sfruttavano collettivamente ed in modo ecologicamente compatibile, non conoscendo l’idea che la terra possa appartenere all’uomo. Gli Amerindiani, infatti, credevano infatti che, insieme a tutte le altre specie animali e vegetali, appartenevano alla terra, così come ad essa ancor oggi appartengono i vari lignaggi africani in cui i viventi ricevono dagli avi il mandato a mantenere la terra nell’interesse delle generazioni future. Il rapporto fra soggetto ed oggetto può presentarsi capovolto e non è affatto detto che capovolto non debba essere anche il rapporto fra privato e publico, se soltanto si sposasse una logica un po’ più attenta al lungo periodo e non una dettata dalle scadenze elettorali o dal rendiconto trimestrale con cui le corporations comunicano con gli azionisti.
Proprio come allora i conquistadores consideravano prova della natura selvaggia delle popolazioni aborigine il non conoscere la proprietà privata, oggi la comunità internazionale esercita pressioni poderose a favore dell’appropriabilità privata della terra in Africa e delle idee in Cina. La retorica utilizzata dagli apparati politici ed ideologici dell’Occidente dominante è anche oggi, come allora, quella dell’innovazione, del progresso e dello sviluppo. Molti africani tradizionali resistono o cercano di resistere alla vendita dei loro campi alla Monsanto, che corrompe il sistema per acquistarli e sperimentare l’innovazione “creativa” degli Ogm, che le consentirà di escludere pratiche collettive antichissime quali la selezione e lo scambio delle sementi. Similmente, molti cinesi sembrano ancora credere nella massima confuciana per cui “rubare un libro è una violazione elegante”, non concependo l’idea che la cultura, prodotta da tutti, possa essere racchiusa in uno strumento accessibile soltanto a chi possa pagare per possederlo.
Saccheggio oligopolistico
Tali concezioni culturali, diverse dal “naturale” e virtuoso appetito acquisitivo lockiano che fonda l’intera scienza economica dominante, (inclusa la sua teoria della proprietà intellettuale come “monopolio virtuoso”) secondo cui nessun individuo creerebbe se non incentivato dalla speranza di una compensazione materiale per il proprio sforzo di creatività, sono ben documente dalla letteratura antropologica. Etnie recessive ma assai sagge quali i Kayapo dell’Amazzonia, non credono che la conoscenza sia il prodotto dell’uomo ma della natura. Inoltre, secondo loro, la conoscenza è sempre intergenerazionale non potendo mai appartenere soltanto alla generazione presente. Essa è sempre ricevuta liberamente e va liberamente tramandata di generazione in generazione. Certo non può esser proprietà privata di un individuo che, anche qualora intelligentissimo ed intuitivo, deve al gruppo la sua intelligenza e a beneficio di questo devono ricaderne i frutti che del resto non sarebbe esistiti se qualcuno non gli avesse insegnato le basi.
Ma il rozzo semplicismo delle teoriche dominanti sulla proprietà intellettuale viene smascherato anche dalle frontiere della conoscenza tecnologica, dove prodotti come l’enciclopedia Wikipedia o il software Linux confutano senza appello le basi motivazionali della teoria lockiana della proprietà.
Una domanda sorge spontanea: se è stato così facile trasferire la retorica della proprietà privata dal mondo materiale a quello delle idee, non dovrebbe essere altrettanto facile tornare indietro, facendo tesoro delle contraddizioni teoriche che l’individualismo proprietario mostra quando esteso al mondo delle idee al fine di travolgerne la funzione di legittimazione della proprietà privata mal distribuita in tutte le sue forme?
Forse allora si capirebbe che la privatizzazione, lungi dal garantire creatività, virtù ed ordine giuridico altro non è che una forma, assai poco sofisticata di saccheggio oligopolistico degli spazi pubblici, per la semplice ragione che un mercato competitivo fra pari non esiste, nè potrà mai esistere, se non nella retorica incolta di qualche promessa elettorale