Maria Teresa Carbone

Per celebrare quello che pomposamente, ma a ragione, viene definito il padre della letteratura africana contemporanea, il nigeriano Chinua Achebe, una grande festa è stata organizzata a New York, in marzo. Sono passati cinquanta anni da quando uscì il suo romanzo-spartiacque, Things Fall Apart (Il crollo, edizioni e/o), e tanti scrittori, da Toni Morrison a Michael Cunningham, hanno voluto rendere omaggio di persona all’anziano narratore. In mezzo a loro, anche due giovani romanzieri nigeriani ormai piuttosto affermati, Chris Abani e Chimamanda Ngozi Adichie, che hanno espresso la loro gratitudine ad Achebe, l’uno confessando “la soggezione che si prova davanti al potere dell’immaginazione umana di intervenire nelle nostre vite”, l’altra ricordando il turbamento che le provocò la prima lettura del Crollo. In quel romanzo, ha notato Adiche, “avvertii un gentile rimprovero: non osare nemmeno pensare, sembrava dirmi Achebe, che il tuo passato non sia complesso”.
Se il ribaltamento dello stereotipo che vede nell’Africa una terra semplice e primitiva ha costituito il principale insegnamento di Achebe alle successive generazioni di autori africani, la presenza del quarantenne Abani e della trentenne Adichie alla festa per l’anniversario di Things Fall Apart è stata la concreta testimonianza di come proprio in Nigeria questa eredità sia stata raccolta da una nuova e nutrita leva di scrittori. In tutto il continente infatti non c’è oggi paese, ad eccezione forse del Sudafrica, che possa vantare una tale quantità di giovani romanzieri, accolti con interesse e a volte con entusiasmo dalla critica e dal pubblico internazionale. “Sembra che gli dei della letteratura abbiano ufficialmente designato il 2007 come anno dello scrittore nigeriano” – scriveva lo scorso agosto sul “Times” un altro esponente di questa nouvelle vague, il quarantenne Helon Habila, il cui romanzo di esordio, Angeli dannati, è uscito tempo fa per Sartorio.
Un fenomeno per nulla recente.
Nell’arco di pochi mesi diversi scrittori nigeriani hanno avuto riconoscimenti importanti – fra l’altro il Booker “internazionale” assegnato proprio ad Achebe per il complesso della sua opera – mentre nelle librerie approdava un nugolo di nuovi libri: da The Virgin of Flames di Chris Abani (tradotto qui da Fanucci con lo sciagurato titolo L’ambigua follia di Mr Black), a Starbook di Ben Okri, da Burma Boy di Biyi Bandele (appena edito da Bompiani come Alì Banana e la guerra) a The Opposite House di Helen Oyéyemi, la giovane e dotata autrice della Bambina Icaro, uscito in Italia prima per Rizzoli e poi misteriosamente trasmigrato, con l’etichetta non del tutto appropriata di libro “per ragazzi”, a Fabbri. In realtà, come anche Habila ricordava, questa fioritura di talenti in Nigeria non è un fenomeno recente: Chinua Achebe (e Amos Tutuola) a parte, il primo Nobel per la letteratura assegnato a un africano è andato, più di vent’anni fa, nel 1985, al drammaturgo e romanziere Wole Soyinka, nato nei pressi di Ibadan, nella Nigeria occidentale. E fra gli autori di una ipotetica “generazione di mezzo” non si può trascurare Ken Saro- Wiwa, noto soprattutto per la sua militanza politica (pagata con la condanna a morte nel 1995), ma anche autore dei bei racconti di Foresta di fiori, uscito nel 2004 per Socrates, e del romanzo Sozaboy, riproposto quest’ anno da Baldini Castoldi Dalai.
Proprio Sozaboy è stato uno dei primi romanzi ad affrontare una guerra dimenticata dall’occidente e per molto tempo rimossa in Nigeria, quella che si combatté fra la stessa Nigeria e il Biafra secessionista (e poi sconfitto) fra il 1967 e il 1970. Ancora questo conflitto è al centro della seconda prova narrativa di Chimamanda Ngozi Adichie dopo l’esordio promettente dell’Ibisco viola (Fusi orari 2006), al cui centro si stagliava la figura inquietante di un facoltoso cristiano convertito, intransigente e violentissimo nel suo tendere a una impossibile, e indesiderabile, perfezione. Uscito per Einaudi nella bella traduzione di Susanna Basso (pp. 450, euro 19,50), Metà di un sole giallo – il titolo del libro allude al mezzo sole che campeggiava sulla bandiera biafrana – conferma il talento della scrittrice che qui rivela una mano sicura nel tessere una trama più complessa, intrecciando le vicende personali di una famiglia con la storia pubblica del suo paese. Anzi, se un difetto ha il libro, è proprio quello di apparire come un congegno fin troppo oliato, quasi che l’autrice avesse già in mente, scrivendolo, di mettere le basi per una sua successiva, inevitabile, trasposizione cinematografica. In una intervista, del resto, Adichie ha dichiarato per scherzo (ma forse non troppo) di avere introdotto fra i protagonisti un personaggio bianco perché ancora adesso Hollywood non ama i film “all black”.
Tre le figure-chiave
E cinematografica è la scansione del romanzo, diviso in quattro parti, la prima e la terza ambientate nei primi anni Sessanta, la seconda e la quarta durante la guerra civile, così che gli intrecci sentimentali dei personaggi si riallineano di continuo in un gioco di flashback e flashforward. Un gioco accentuato dalla scelta dell’ autrice di procedere nella narrazione adottando di volta in volta la prospettiva di tre figure-chiave: un ragazzino, Ugwu, che ha appena lasciato il suo villaggio per andare nella città universitaria di Nsukka (la stessa dove Chimamanda Adichie, figlia di accademici, ha trascorso l’infanzia) a servire in casa di Odenigbo, impegnato e carismatico docente di matematica; la bella Olanna, che dopo gli studi londinesi ha preferito abbandonare una vita privilegiata a Lagos per insegnare a Nsukka accanto a Odenigbo di cui è prima l’orgogliosa amante e poi la moglie; e l’inglese Richard Churchill il quale, giunto in Nigeria per condurre degli studi sull’arte tradizionale Igbo, si è innamorato della l sorella di Olanna, la intelligente e magnetica Kainene, e si divide fra la sua casa di Port Harcourt (da cui la donna conduce con mano salda gli affari di famiglia) e Nsukka, dove può compiere le sue ricerche alle quali vorrebbe affiancare la scrittura d un romanzo.
Queste relazioni, complicate dall’intervento della madre di Odenigbo, contraria al matrimonio del figlio con una donna indipendente come Olanna, passano in secondo piano quando a Nigeria, in seguito a due colpi di stato, fra il gennaio e il luglio del 1966, piomba nell’instabilità. Le tensioni etniche nei confronti degli Igbo portano l’anno dopo alla proclamazione della repubblica indipendente del Biafra e alla guerra civile. Per Olanna e Odenigbo, insieme al fedele Ugwu, così come per Richard e Kainene, cominciano tempi durissimi. Finite le accalorate, e accademiche conversazioni di Nsukka, si apre una fase di spostamenti forzati e di violenza. Qualche speranza di vittoria lascia presto lo spazio alla constatazione che il nuovo paese africano, riconosciuto da pochissimi stati, deve e affrontare un avversario militarmente ben più ne forte: il Biafra è solo e affamato, ma gli articoli di Richard chiamato a raccontare al mondo quanto sta accadendo, non danno risultati. In m questo clima di disfatta, all’interno di un campo profughi dove la morte per fame è una esperienza quotidiana, le due sorelle si ritrovano e condividono di nuovo quella profonda relazione affettiva che precedenti scontri e incomprensioni sentimentali avevano interrotto. Ma la fine della guerra, con il suo peso di amarezza e desolazione, coincide per i protagonisti con una perdita irreparabile. I primo a proiettarsi di nuovo verso il futuro sarà Ugwu che, dato per morto in uno scontro a fuoco, ritorna a casa, assumendo su di sé il compito di testimone che era stato di Richard.
Affidando al semplice ragazzo di campagna, e non al colto espatriato britannico, la scrittura di un libro sull’atrocità della guerra del Biafra (“il mondo taceva mentre noi morivamo” è il titolo, che cadenza gli ultimi capitoli di Metà di un sole giallo), Chimamanda Adichie sembra ricollegarsi al tema di fondo di Things Fall Apart, la riappropriazione del passato africano, remoto e prossimo, da parte degli scrittori del continente. Forse per questo, non pochi critici, soprattutto americani, hanno paragonato la giovane scrittrice appunto ad Achebe il quale, da parte sua, le ha riconosciuto “il talento degli antichi cantastorie”: un complimento per certi versi fondato, visto che il romanzo è scorrevole e avvincente, i personaggi sono credibili, i toni alternano giudiziosamente ironia e dramma.
Political correctness a parte, però, in Metà di un sole giallo, più che una affinità con la maestria stilistica di Achebe (a suo tempo così audace nell’impastare il proprio impeccabile inglese con modi di dire e proverbi igbo), si avverte l’influenza dei corsi di creative writing seguiti negli Stati Uniti dall’ autrice, l’esecuzione diligente e riuscita di una ricetta imparata bene. Che non è poco, ma non basta – almeno per ora – per gridare al capolavoro.
Eppure, affiancando il romanzo di Chimamanda Adichie agli altri che sono usciti negli ultimi tempi, l’impressione di vitalità della nuova narrativa nigeriana resta innegabile. E non tanto perché si delinei una comune linea di tendenza, ma al contrario per le differenze che caratterizzano i diversi autori: alla prosa magmatica e “metropolitana” di Abani, che prima da Lagos e ora da Los Angeles scandaglia gli effetti positivi e negativi della “mitologia dell’imperialismo”, si oppongono le atmosfere misteriose evocate da Helen Oyeyemi, attratta, nella Bambina Icaro come nell’ultimo The Opposite House, dal crinale impalpabile fra realtà e magia, mentre al furore del soldato-bambino protagonista di Bestie senza una patria di Uzodinma Iweala (Einaudi 2006) fanno da contrappunto i personaggi malinconici e estraniati di Segun Afolabi nella raccolta di racconti A Life Elsewhere (Jonathan Cape 2006).


Dai sogni della diaspora
Figlio di diplomatici, Molabi ha lasciato giovanissimo la Nigeria e ha vissuto la maggior parte della sua vita all’estero. Non è quindi sorprendente che la scrittura di Afolabi non prenda come riferimento Achebe o Soyinka e si modelli semmai su quella di Kazuo Ishiguro, un altro autore anglofono che, segnato da un precoce trapianto culturale, ha scelto di scrivere in un inglese per nulla ibridato, tanto all’apparenza reticente quanto chirurgicamente preciso nel descrivere situazioni e stati d’animo attraverso una costante attenzione alle sfumature verbali. Tuttavia nel suo romanzo Goodbye Lucille (Jonathan Cape 2007), anche l’algido Afolabi mette in scena un “ritorno a Casa”, quel ritorno a casa che è forse nei sogni di tutta la diaspora nigeriana. Scriveva ancora Habila sul “Times” che in Nigeria il “gene” dello storytelling è particolarmente sviluppato, perché “la maggior parte delle infrastrutture sociali non funzionano, e la maggior parte dei sogni non si realizzano, per cui il solo modo di trasformare le sconfitte in vittorie o la vergogna in orgoglio è attraverso le storie”. Già un paio di case editrici coraggiose però si sono fatte avanti, portando nelle librerie di Lagos e di Abuja le opere di Adichie, dello stesso Habila e di altri autori, e organizzando addirittura dei tour promozionali. Un primo passo è stato fatto, insomma, e se si pensa che la Nigeria è il paese più popoloso in Africa (l’ottavo in tutto il mondo), un intero vivaio di nuovi scrittori è là che ci aspetta.



di Adriana Polveroni

Racconta Nancy Spector, curatrice del Guggenheim di New york, che quando nel 1989 entrò nello staff del prestigioso museo si rese conto, con sua grande sorpresa, che questo non possedeva neanche un pezzo di Louise Bourgeois.
“Armata del tipico entusiasmo giovanile”, racconta Spector, “mi recai nella sua casa di Chelsea per chiederle di fare una donazione alla nostra raccolta. Benché allora Louise Bourgeois avesse già settantotto anni, seguiva il mio discorso con estrema attenzione. Mi offrì da bere, chiacchierammo amabilmente, e fu molto gentile. Ma alla fine, con altrettanta cortesia, mi disse che non aveva la minima intenzione di donare alcuna opera ad un museo che nei suoi confronti non aveva mostrato un reale interesse, non avendole mai dedicato una mostra, né avendola inserita nella sua collezione, nonostante lei avesse scelto New York come città elettiva già da sessant’anni.
“Da allora”, conclude Nancy Spector, “l’impegno di inserire Louise Bourgeois nell’esposizione permanente delle opere del Guggenheim è stato uno degli obiettivi del mio lavoro”.
Anche per questo la mostra dedicata alla Bourgeois, in corso fino al 28 settembre nel magnifico edificio newyorchese progettato da Frank L. Wright, è diversa da quelle che l’hanno preceduta in altre capitali dell’arte, dalla Tate Modern di Londra al Centre Pompidou di Parigi, istituzioni che hanno collaborato con il museo americano nel rendere omaggio a una delle più autorevoli artiste della nostra epoca.
Avendo lei scelto di vivere lì, l’antologica ha il sapore del riconoscimento che un’intera città tributa a una delle sue cittadine adottive più illustri: Bourgeois, nata a Parigi nel 1911, nel 1938 si trasferisce a New York.
E poi perché il Guggenheim, che è quell’architettura complicata che è, nel caso di Louise Bourgeois sembra in realtà fatta apposta per raccontare la sua avventura creativa. Nella spirale disegnata da Wright prende corpo un’altra spirale: la fiaba di una vita, a volte un po’ noir, a volte molto smaliziata, che costantemente ritorna sulla personalità dell’autrice, parallela al suo attraversamento di importanti e diverse stagioni dell’arte, come il Surrealismo e l’Espressionismo Astratto, e il continuo andirivieni tra figurazione e astrattismo. Un flusso di temi, immagini, visioni, incubi, che oggi alla veneranda età della protagonista (Bourgeois ha quasi novantasette anni) ammanta di qualcosa di leggendario.
Facendo pensare ad un eterno ritorno: non dell’uguale alla Nietzsche, ma del fedele a se stesso.
“La spirale ha due direzioni”, Afferma Bourgeois, “può tornare su se stessa o può aprirsi dal centro verso l’infinito. La questione è dove ci si colloca. Io, nel mio lavoro, sia emotivamente che da un punto di vista psicologico, oscillo tra le due direzioni. La spirale significa che uno stesso tema può sparire e riapparire vent’anni dopo”.
Questa mostra ne è la prova. Accoglie i visitatori all’ingresso della rotonda il grande Ragno, con cui la scultrice ha incontrato il pubblico anche alla Biennale di Venezia del 1999, un’opera entrata poi nella collezione della Tate, esposta anche per l’apertura del Mori Museum di Tokyo nel 2003. Un’immagine raccapricciante? Neanche per sogno: per lei incarna la “pazienza tessitrice e nutriente della figura materna”.
Dal soffitto pendono poi due sculture che, guarda caso, evocano al forma della spirale, e un’altra delle sue opere più catturanti si chiama Spiral Woman. Ma è seguendo il percorso di Wright, dal primo all’ultimo piano, che si disvela la storia della Bourgeois. I primi quadri degli anni Quaranta, le Femme-maison che già segnalano un’idea della femminilità eccentrica, tendenzialmente fastidiosa, e le prime sculture un po’ brancusiane, enigmatiche, che sembrano volersi allungare chissà dove. Si passa poi alle opere verticali, ispirate, racconta lei, dai “grattacieli di New York”, la cui nettezza si sfalda però in arzigogoli di pietra, come Femme-volage, o in piccoli totem attorcigliati, in precise costruzioni di mattoncini rossi e neri.
Negli anni Sessanta Louise scopre altri materiali: plastica, gomma e lattex. nascono i Soft Landscape, ambigui e antropomorfici, che riscaldano l’anatomia umana in un modo a volte più che disturbante. Ecco un gran numero di mammelle che pendono, rosee e paffute come maialini, e peni marmorei che spuntano ovunque, come se l’immaginario di questa donna, già non più giovanetta, fosse costellato di prati sessuati, dove organi genitali sbocciano e si mischiano a immagini consuete, con naturalezza spiazzante e un’audacia visiva senza uguali. Viene da pensare alla nostra Carol Rama, altra grande vecchia autrice di immagini forti e irriverenti, con la differenza che Bourgeois non è mai drammatica, ma semmai panica, nel senso etimologico della parola.
“Mi auguro che questa mostra aiuti il pubblico a capire che, a differenza di ciò che sembra, ho una visione ottimistica del mondo”, ha detto l’artista rispondendo a una domanda di Spector su cosa si aspetta dalla mostra.
Il sesso che mette in scena, con autorevole disinvoltura, è schiettamente ossessivo, ma alla fine ha un che di ironico, passando attraverso forche caudine di installazioni puntute, forbici, lame e vetri. Poveri genitali maschili, verrebbe da dire, dileggiati e apparentemente nobilitati in un’installazione inutilmente aulica e orientaleggiante, The Distruction of the Father, che riecheggia il trauma per la relazione paterna con la sua bambinaia inglese e il silenzio sofferto della madre.
Ma, insieme a questi temi, ricorrono anche immagini architettoniche verticali, composizioni ambiziose.
Il dramma esce invece prepotentemente allo scopeto nell’evocazione dell’infanzia, della casa materna, di quella che dovrebbe essere la dimora protettiva e lei invece trasforma in tante Celle: sono stanze recintate di fili spinati, con bamboline attonite, letti da incubi, scale che non portano da nessuna parte. E mani e orecchie chiuse in gabbia, vestiti svuotati dei corpi. Un teatro dell’orrore che l’artista non sembra poter dimenticare, nonostante l’avvicinarsi del secolo di vita. Finché alla fine sembra voler esorcizzare tutto in una macabra scena primaria, Couple, una delle opere più recenti (1997).
“Purtroppo la mia immaginazione è di granlunga superiore alla mia coscienza, e sento che ho ancora molto da dire e molto da imparare di me stessa”, risponde Louise Bourgeois a chi le chiede perché continua a fare arte.
E anche a chi, buttandola un po’ sullo scherzo, le dà della “vampira”, come fa l’importante critico d’arte americano Robert Storr. “La mia principale fonte d’ispirazione è il rapporto con la gente”, assicura lei, che non vede grande differenza tra uomo e donna, e non ama particolarmenete sentirsi dare dell’artista “al femminile”: “E’ ovvio che le donne e gli uomini sono diversi, ma le emozioni che io esprimo vengono prima della differenza di genere. Aver paura di essere abbandonati, o di essere violenti o gelosi, non ha genere. E poi tutti siamo sia maschi sia femmine”, conclude.
Ora il Guggenheim di New York possiede sedici sue opere. Così la vecchia signora dell’arte, dimenticando i riconoscimenti tardivi – non sono neanche vent’anni che ha raggiunto il successo internazionale – ha collaborato alla mostra newyorchese, mettendo a disposizione anche buona parte del suo archivio fotografico.
E Nancy Spector può dirsi soddisfatta.
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Così tutti parlano di lei
La mostra “Louise Bourgeois”, in cartellone al Guggenheim, non è solo accompagnata da iniziative che approfondiscono il profilo dell’artista (Robert Storr e Linda Nochlin figurano tra i relatori degli incontri), ma mette in campo un calendario particolarmente attraente di visite guidate, In “Eye to Eye” artisti di fama intrenazionale come Nayland Blake, David Altmejd, Karen Finley, Rachel Harrison e Marina Abramovic conducono alla scoperta della complessa personalità di lei. Queste due ultime effettueranno le loro visite nel mese di settembre (l’8 Harrison e il 17 Abramovic). E c’è dell’altro. Il Sackler Center, adiacente al Guggenheim, ospita “A life in picture: Louise Bourgeois”, esposizione di diari e foto provenienti dagli archivi privati di Louise. Dalle prime immagini parigine degli anni ’30, in cui la giovane artista dallo sguardo mansueto si fa ritrarre da Brassai mentre modella teste in diligente stile accademico, fino alle ultime pose della Bourgeois eccentrica e imprevedibile che conosciamo tutti, nella sua casa di Chelsea a New York, passando per immagini con e di Andy Warhol. Infine c’è The Spider, the Mistress and the Tangerine, un film che racconta, con le parole e le immagini della stessa Bourgeois, la sua vita e carriera lunghissime, Girato tra il 1992 e il 2008 con interventi di critici come Nancy Spector, e di amici della sua stretta cerchia, è considerato il lungometraggio più completo sull’artista. A.P.

Da Io donna del 4 ottobre 2008
Spider Woman
di Susanna Legrenzi
Novantasette anni, Louise Bourgeois è un’ icona dell’arte contemporanea. Per la prima volta in Italia una retrospettiva ne ripercorre il genio. Biglietto da visita: un ragno. Alto nove metri.
Occhi bruni sotto un cappello bianco con visiera, mille rughe che ne scompongono il volto, la minuscola signora che posa imperturbabile sotto le zampe di un giganteso ragno di nome Maman, è la scultrice Louise Bourgeois, 97 anni il prossimo Natale, un’icona di modernità, una che l’arte contemporanea l’ha vista nascere. Ora, sulla scia del successo internazionale della mostra prodotta da Tate-MoMa-Centre Pompidou, è il Museo di Capodimonte di Napoli che ospita dal 18 ottobre, per la prima volta in Italia, una sua retrospettiva . Si tratta di sessanta opere lungo l’intero arco di una vita, accompagnate da due nuove installazioni della celebre serie “Cells”, micro ambienti realizzati con materiale di scarto che lo spettatore è invitato a esplorare attraverso finestre e fessura. Come accade con Cell (Choisy), dove, solo spiandovi all’interno, si scopre una ghigliottina che pende su un modellino della casa natale dell’artista. Figlia di una donna ragno che ti tiene in trappola, accudendoti tutta la vita (“Maman è un inno a mia madre”) e di un padre infedele (“Mi ha tradito prima abbandonandoci per andare in guerra e poi trovando un’altra donna e portandocela in casa”), Louise Bourgeois arriva al successo negli anni Settanta, dopo la morte del padre e del marito, il critico d’arte Robert Goldwater con il quale sbarca a New York nel 1938, Alle spalle si lascia un’amicizia determinante, quella con l’artista e mentore Marcel Duchamp, nonché la scuola di Fernand Léger che le suggerisce di lasciar perdere la pittura per la scultura. Una delle ultime giornaliste che ha tentato di intervistarla è stata Joan Acocella del New Yorker che ha però rimediato, come tanti altri, solo un invito a uno dei suoi Sunday Salon, i famosi pomeriggi domenicali nella casa-studio dell’artista a Chelsea. Per trent’anni Louise Bourgeois vi ha accolto grandi curatori come Robert Storr ma soprattutto giovani artisti in cerca di un parere o semplicementi attratti dal mito.
Tre regole valide per tutti: portare un’opera, parlare a voce alta, guardare dritto negli occhi la scultrice che, con queste sedute di gruppo, ha creato un filo diretto con il mondo, senza risparmiare fendenti. perché, come ha scritto Acocella, “Louise Bourgeois non è una cara vecchia signora”. Da qualche tempo nella sua palazzina in West 20th Street si scorgono solo tendine ingiallite. Poco il via-vai. Parecchi i dinieghi via mail.
Nel cortile centrale della Reggia di Capodimonte Maman accoglierà i visitatori, con la sua inquietanta altezza, rinnovando l’ossessione di un’artista che per tutta la vita ha cercato di esorcizzare le sue paure. Quelle più remote: “La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero, e non ha mai perso il suo dramma. Tutto quello che produco è ispirato ai primi anni di vita. Ogni giorno devi disfarti del tuo passato, oppure accettarlo, e se non riesci diventi scultrice. Che lo si possa fare con vecchi tessuti, gambe di legno, sedie, stivali di camoscio, talco, gesso, rame o bronzo poco importa. “Tempo. Tempo vissuto, tempo dimenticato, tempo condiviso. i miei ricordi mi aiutano a vivere il presente e io desidero che sopravvivano. Devi raccontare la tua storia e poi devi dimenticarla. Dimentichi e perdoni. Questo ti rende libera”. Libera dalle zampe di un aracnide pronto a tessere la sua ragnatela.

da Il sole 24Ore-Domenica-12 ottobre 2008
E la Bourgeois sale in “Cell”

di Gabi Scardi
E’ nata a Parigi nel 1911, ha studiato sotto la guida di artisti come Fernand Leger; nel1938 si è trasferita a New York, dove ancora oggi lavora. Louise Bourgeois ha attraversato il Novecento da protagonista. Nel 1982 il Mo­MA di New York le ha dedicato una retrospettiva, la prima di una artista donna in questo museo. Con tutto ciò, dice lei: «Ho avuto la fortuna di diventare famosa così tardi da non essere distrutta dalla fama».
Fonte della sua opera le memorie private di un’infanzia vissuta tra un padre prepotente e una madre restauratrice di arazzi. Proprio perché terrorizzata dagli strappi e dalle rotture, lei, a differenza della madre, ha sempre teso a
distruggere più che a restaurare: «Rompo le cose perché ne ho paura – dice -e passo il mio tempo a ripararle». L’assunzione di un punto di vista personale si traduce in un lavoro di una femminilità viscerale, ansiosa, traumatica: «Per me la scultura è il mio corpo; il mio corpo è la scultura». Gli oggetti che crea sono espliciti ma ambivalenti, minacciosi, di qualità anatomica e carnale, ma anche fortemente simbolica. Oggetti di un erotismo trasgressivo, emotivo; vi si coagulano desiderio, aggressività, il senso dell’attaccamento e un’incurabile ansia da distacco.
Il Museo di Capodimonte presenta sessanta sue opere, tra cui due inedite installazioni della serie Cell  le sculture­gabbia in dimensioni “abitabili”, alle quali l’artista lavora dagli anni Ottanta: Peaux De Lapins, Chiffons Ferrail­les à Vendre, che racchiude i segni delle dolorose ossessioni che da sempre Bourgeois esorcizza attraverso il lavoro, e The last Climb, che rappresenta lo scorrere del tempo e il percorso della vita.
Qui a Capodimonte le Cell sono collocate all’interno di un’architettura storica potente, a confronto con le due versioni affrescate di Apollo e Marsia di Jusepe de Ribera e Luca Giordano. Ma Louise Bourgeois elude il rapporto con queste sale: «Sento il bisogno di mantenere il controllo sullo spazio in cui i miei oggetti si vengono a trovare. Non voglio che le loro proporzioni e la relazione tra loro vengano alterate. Sono io a definire la relazione che lega il contenuto al contenitore, e voglio fissare questa relazione».
Microcosmi interiori, autonomi, nei quali Bourgeois può dare risoluzione alle sensazioni e far emergere ciò che si agita nelle profondità della psiche, le Cell sono spazi circoscritti, luoghi di isolamento in cui il tempo scorre diversamente che nella realtà. Non palcoscenici, ma luoghi avvolgenti, immersivi. «Tutti i miei lavori hanno a che fare con l’intensità dell’attimo presente, mirano a una comprensione del presente, del perché lo sento nel modo in cui lo sento. Uso qualsiasi cosa possa’ essere utile allo scopo: la memoria e i cinque sensi sono strumenti di cui mi servo. Le Cell vanno sperimentate sia con gli occhi sia con il corpo. Non mi piace il teatro. Io entro nelle Cell e le Cell sono pensate per essere visitate, vissute».
Le opere di Louise Bourgeois non perdono materialità né sensualità. Le sue Cell continuano a esprimere una connotazione intima, uterina, come un’idea di corpi visti dall’interno. Abitate da materiali organici, da oggetti personali carichi di passato, dalle forme elementari di fragili sfere di vetro, si offrono come mise­en-scène della memoria, delle emozioni e delle relazioni, e ci trascinano dentro, tra i frammenti e i tormenti di una vita; tutto, nel suo lavoro, evoca caducità, vulnerabilità: «il mio lavoro riguarda la fragilità del vivere e la difficoltà di amare ed essere amati» dice lei. «Utilizzo un linguaggio simbolico per esprimermi. Bisogna impregnare la materia di sentimenti. Il mio bisogno di utilizzare materiali soffici e stoffe, di far ricorso al cucito e alla bendatura dice la paura della separazione e dell’abbandono». E ancora: «Quello che sento dentro dev’essere proiettato fuori. Le emozioni sono proiettate all’esterno, in una forma e in uno spazio. L’inconscio è portato alla coscienza attraverso l’arte». A novantasette anni il desiderio è ancora inesausto; «Peaux de lapins è un’appello per avere una seconda chance. È un desiderio di non essere rifiutati ed eliminati. L’ansia ci frammenta. Qui c’è il desiderio di restituzione e d’interezza. Questo lavoro riguarda il ristabilimento e la riparazione». E Cell (Last Climb), con la scala a chiocciola che sale verso l’alto tra le sfere azzurre? «La scala rappresenta l’ineludibile viaggio della vita. È un viaggio difficile, ma non abbiamo altra scelta se non continuare ad andare avanti e sperare per il meglio».

 

 

Franco Serpa

“Hildesheimer mi portò a un incontro, che si teneva al castello di Berlepsch, vicino a Gottinga, alla fine dell’ottobre 1952, del Gruppo 47. Tra le molte personalità illustri che si erano riunite quel giorno, vi erano quasi esclusivamente uomini […]. Ma era presente anche un essere incantevole, con grandi occhi magnifici, ciglia tremanti e mani splendide, la cui aura emanava sensibilità, la qualità in persona, una creatura di pura grazia e fascino, come se fosse nata da un usignolo” (H.W. Henze, Canti di viaggio. Una vita, li Saggiatore, 2005). “Cara signorina Bachmann – non la rivedrò mai più? Lunedì mattina parto per Colonia, se vuole, la prendo con me. Telefonerò nuovamente. Le Sue poesie sono belle, e tristi, ma gli stupidi, persino quelli che si danno l’aria di “capirle”, non le capiscono. Adieu Suo hwh” (lettera, 1 novembre ’52).
Sono queste righe il ricordo di Henze del suo primo incontro con Ingeborg Bachmann, e poi la sua prima lettera, scritta a lei qualche giorno dopo quello incontro. Il ritratto della Bachmann nel ricordo giovanile di Henze è luminoso e perfetto, come sa chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerla. Detto in breve, lei aveva, e donava subito al primo incontro, grazia e umanità inattese: che era il modo, per lei naturale, di preparare gli altri alla sua geniale intelligenza. Anche Henze, come doveva accadere, ammirò in lei, subito, l’unione di riservata eleganza e di genio, e già in quel primo biglietto avanzò quasi un suo diritto a essere un suo amico scelto “die idioten verstehen nicht; gli stupidi non capiscono”). Come, appunto, avvenne: e meno di un anno dopo Henze e la Bachmann, complici anche l’Italia e Ischia, erano passati al ‘tu’ (lettera di Henze, 24 ottobre ’53).
Si era iniziata in quei giorni di Gottinga e poi nei mesi seguenti un’amicizia alta, che durò ventun anni precisi, un’intesa tra loro di fede esistenziale e di poesia, di convinzioni civili e politiche, un’alleanza di affetti, infine, tra due artisti di primo ordine. I segni della stima, della simpatia, della delicatezza di sentimenti, che Henze e la Bachmann ebbero tra loro reciproche, e soprattutto della loro operosa serietà e anche del fine buonumore – i segni, dicevo, li abbiamo tutti, o meglio, purtroppo, quasi tutti, nelle lettere che si sono scritte quando erano lontani, pubblicate in Germania nel 2004 e ora in italiano dalla torinese EDT: Ingeborg Bachmann-Hans Werner Henze, Lettere da un’amicizia (a cura di Hans Höller, traduzione dal tedesco di F. Maione, pp. 400, € 29,00): le lettere sono ‘ quasi tutte ‘ perché alcune (o molte?) lettere di lei sono state smarrite nei tre o quattro grandi traslochi che Henze ha fatto (come spiega egli stesso con rimpianto nella ‘Premessa’ al libro). Le lettere di Henze sono 219, quelle della Bachmann solo 33. Lo scarto dipende non soltanto dai traslochi, ma anche dalla angelica lentezza di lei, che spesso attendeva, rimandava, si smarriva (e lo dicevano i suoi “grandi occhi magnifici”, terribilmente miopi). Ma era lei la prima a incolparsi di indecisione e di ‘pigrizia’ e Henze, impaziente e, lui, ordinato e laboriosissimo,la spronava a rispondere alle lettere e a concludere le poesie e i romanzi (B. a H., 31 dicembre ’55: “Cerco di sbrigare un sacco di cose, non è davvero molto, ma sono cose che mi costano fatica e i dubbi, quando scrivo, talvolta si ingigantiscono al punto che in certi giorni non riesco quasi ad andare avanti”; B. a H., 23 marzo ’58: “E adesso sono di nuovo qui (a Berlino, dove aveva ascoltato per la prima volta il Re Cervo di Henze, con ammirazione) e medito sulla mia vita con lo sguardo al lavoro, perché mi accorgo sempre di più di quanto poco è stato fatto e il Re Cervo e altro ancora mi hanno dato sempre da pensare e mi sono vergognata, pigra e indolente come sono stata spesso”; oppure H. a B., 26 marzo ’57: “Lavora, lavora, disciplina!” e 18 novembre ’66: “Spero che sei stata brava e hai lavorato diligentemente, nonostante le tempeste. Ho pensato spesso a te e mi sono chiesto se lavori come mi aspetto e desidero, perché desidero e intendo leggere presto un buon libro. Su datti una mossa. Per Natale deve essere pronto e già da Piper. E poi gli altri due volumi. Se no pian piano finisci nel dimenticatoio! Perciò sono molto in ansia e felice al solo pensiero”). E ci sono non solo le tante espressioni di attenzioni, preoccupazioni, sollecitudini private ma anche alcune notizie, da lei e da lui, di incantevoli civetterie e vanità in una donna di tale rango intellettuale: lo stile e l’umanità di entrambi ne hanno ulteriore ricchezza.
Come abbiamo appena visto, Henze e la Bachmann si scrivevano oltre che in tedesco anche in italiano (e quando erano in Italia lo parlavano quasi sempre), in francese, in inglese. È stata, credo, una tacita alleanza tra loro, quella di non voler ‘pensare’ solo in tedesco e di tenersi familiari e propri i modi, i pensieri, i caratteri spirituali di tutti i paesi. Ci fu in ciò anche una certa intesa snobistica, una compiaciuta pratica cosmopolita (e un’insofferenza antitedesca), soprattutto nei primi anni dell’amicizia, ma poi la felice prontezza nel ritrovarsi in ogni lingua divenne in loro perfettamente naturale. Naturale al punto che qualche lettera di contenuto personale, serio, e soprattutto doloroso (i pochi, lacerati riconoscimenti che ei fa del suo amore impossibile sono capolavori di autenticità, che varrebbero già essi soli tutto il libro) è scritta in italiano. Do pochi esempi, che vorrei inducessero a leggere questo libro straordinario.
B. a H., 17 agosto ’56: “Se non sapessi che ti spavento, ti direi ancora una volta che io t’amo. Ma questa volta non debbi sentire un peso o obbligo. Lo dico per darti questo bel niente che posso ancora darti, almeno per distruggere un pensiero come il tuo ultimo”, e un anno dopo, fine aprile ’57: “se avrai questa lettera – così cominciano spesso le lettere prima del suicidio, ma la mia non è di questo genere, magari una di vivere e qualcosa mi dice che sarai tu a comprendermi, questa decisione insolita che mi conduce non so quanti kilometri da qui. […]Non è soltanto passione che mi spinge a questa decisione, ma molto di più, è se vuoi passiossione, ma in se una comprensione del vuoto che ho sofferto qui e che soffro artisticamente.
[…]Ti amo ancora, ma lo farei sempre, ma è un altro amore, quello che non conosce Zweifelssorge [ansia del dubbio], puro e quello del fratello …”. La (probabile) risposta di Henze a una così penosa ammissione è una lettera angosciata e stranamente contorta, stesa in tedesco e in italiano e alla fine in italiano e in inglese, a righe alternate! E dice cose esasperate, dure a stesso, bellissime.
Henze e la Bachmann hanno collaborato per Der Idiot (mimodramma, con un monologo del principe Myshkin scritto da I.B., 1953, poi Paraphrasen Über Dostojewsky 1991), Nachtstücke und Arien (tre Notturni sinfonici e due Arie su poesie di I.B., 1957), Der Prinz von Homburg(adattamento del dramma di Kleist fatto dalla B. per la musica di H., 1960), Der junge Lord (uno squisito libretto della B.,1965), Lieder von einer Insel (cinque Fantasie corali su poesie di I.B., 1967). Della loro collaborazione artistica da questa raccolta si ottiene poco perché in quasi tutti i casi, se ebbero da riflettere e da discutere, lo fecero di persona nei lunghi periodi di vicinanza (la Bachmann abitò a Roma in diverse occasioni, anche per anni) e anche di convivenza (prima a Ischia, poi durante i giorni in cui la Bachmann era ospite nella villa di Marino). Poteva essere un epistolario più magro, certo, di quello tra Strauss e Hofrnannsthal, ma di interesse non troppo minore per le questioni del teatro musicale moderno, almeno per il fatto che Henze e la Bachmann si sono bene intesi e amati, cosa che non fu per quei due sommi.

 

di Franco Toselli



Franco Toselli:

A 86 anni sei una matita da circo: hai la capacità di mettere con le spalle al muro un foglio bianco extrastrong in meno di un minuto, come in un film diTarantino. Il tuo disegno è un eroe di carta.

 


Lisa Ponti:

I disegni mi salvano, mi appaiono nel sonno e al mio risveglio la matita mi prende la mano e io la seguo con fiducia verso una meta benefica, una costellazione, un viaggio ad Abano Terme. Dell’arte riconosco gli strumenti, come gli artigiani: il foglio, la matita, il temperino, il colore, il tavolo, l’arcobaleno… Non uso la gomma che frena la matita, il mio disegno è un eroe casalingo. San Giorgio legge il giornale, il drago è nella cuccia, l’orso suona il violino, se la matita si altera è solo per un duello tra disegno e acquerello; il mio disegno non evolve, è come l’erba di un campo da golf. Nell’arte la protezione dell’infanzia giunge fino a tarda età, pur vivendo i tempi supplementari.

 

FT:

Dai l’impressione di un’eterna primavera, non a caso sei nata il 21 marzo

 

LP: L’infanzia è un tentativo di volo, io ho il brevetto da pilota. Nei miei disegni dichiaro
che le nonne fanno bene, ora che vivo i tempi supplementari guardo con più entusiasmo le
luci della primavera; però la mia matita è sempre giovanissima, gioca con la stampella.

 


FT:

Sei anche un giardino fiorito di ricordi.

 


LP:

È vero, mi ricordo del timido Sironi che temeva i pipistrelli, del gentile De Pisis,
del solenne De Chirico, il tonante Martini, il tenero Germanà, il felice Fontana, i piedini
di Usellini, Nanda Vigo architetto, il musicale Melotti, l’artista cosmico Nicola De Maria, Agnetti profeta poeta, Salvo eroe della pittura, il libero Fabro, Mario e Marisa, il giovane Corrado Levi Prini amatissimo, Paladino sognante e trasparente, il rosa Carmen, Tony Cragg più comico che cosmico, Boetti super attivo, anche se ingessato, e tanti tanti altri…

 

FT:

Sulla tua isola hai trovato frammenti di un angelo fossile.

 


LP:

Sì, manca il naso.

 


FT:

Sei figlia unica con molte sorelle, le sorelle Grimm.

 


LP:

Le mie sorelle sono Pontigrimm, è una fiaba nell’architettura, non si vedono alle riunioni di condominio, ma le ritrovo in giardino sedute sulla superleggera.

 


FT:

Per te il Novecento è un’eredità di Giò Ponti, un architetto-re che amava gli artisti.

 


LP:

Giò Ponti ha disegnato l’anima delle cose e delle case, e come mio padre ho spalancato le mie finestre agli artisti. La casa di via Randaccio è stata una seconda domus.

 


FT:

Con chi stai dialogando?

 


LP:

Con gli artisti di Portofranco, l’effetto Bonomo è importante per me

Franco Toselli è gallerista. Vive e lavora a Milano.
Lisa Ponti è nata nel 1922 a Milano, dove vive e lavora

 

 

Simone Menegoi

“Lost Cinema Lost” è una doppia personale ospitata dalla Galleria Civica di Modena in cui Runa Islam presenta quattro nuovi video e Tobias Putrih due grandi installazioni. Ma è soprattutto un esempio di collaborazione: le installazioni di Tobias sono spazi di proiezione concepiti per ospitare i film di Runa. Di chi è stata l’idea e come è maturata?

 


Runa Islam:

È stata una mia idea, ma la sua realizzazione si deve in gran parte a Milovan [Farronato, il curatore della mostra, ndr]. Mi avevano invitato a fare una presentazione di lavori in un momento in cui stavo già cercando di riconsiderare le modalità di presentare i video e i film. Mi domandavo che senso avesse realizzare un altro spazio grigio o nero a forma di scatola nell’ambito di una forma d’arte che a un certo punto ha radicalizzato o sovvertito essa stessa l’idea di uno spazio espositivo reificato. Quando all’ultima Biennale di Venezia ho visto il cinema costruito da Tobias sull’isola di San Servolo, ho apprezzato il fatto che avesse rinunciatoin parte al controllo (sull’opera) attraverso la decisione di non esercitare alcun condizionamento sui film che presentava all’interno dello spazio di proiezione. A Modena Milovan mi ha permesso di curare la mostra, e io in un certo senso gli ho restituito i compiti del curatore; l’aver dato poi carta bianca a Tobias ha significato permettergli di curare o creare il mio spazio. Mi piace pensare alla mostra come a un punto d’incontro di tre strade in cui confluiscono le idee di tre persone, in grado di dare al modello espositivo un aspetto rinnovato.

 


Tobias Putrih:

In effetti è stata una piacevole sorpresa incontrare un filmmaker non ossessionato dal “black box”. Qualche anno fa, dopo un paio di esperienze negative, avevo quasi rinunciato all’idea di costruire spazi di proiezione per altri artisti. Gli artisti non sopportano l’idea che una persona metta sotto sopra il loro prezioso lavoro. Lo ammetto, la relazione tra opera d’arte e allestimento espositivo non è semplice, soprattutto se l’allestimento pretende di essere esso stesso un’opera d’arte. Ma a Runa è andato bene tutto, quasi non ci credevo! C’è anche da dire che quando installo progetti di questo tipo, l’improvvisazione gioca un ruolo importante, e fino all’ultimo nessuno può realmente sapere quale sarà il risultato finale. C’è stata collaborazione, ma soprattutto molta fiducia.

Una lettera da Antonella Cunico, del presidio di Vicenza

La settimana scorsa è stata davvero particolare. Abbiamo dovuto smontare il presidio, per onorare i termini stabiliti dall’ordinanza di sgombero. In pochi giorni il campo è tornato vuoto. Martedì scorso si è tenuta un’assemblea sotto le stelle, sulla nuda terra, davanti a una coltivazione di mais. Per qualche giorno il campo è rimasto spoglio e deserto.
Ma poi ieri abbiamo cominciato a rimontare, in base a una nuova richiesta, approvata, che prevede l’uso dello spazio per “sagra popolare”! Ci consentono di rimanere fino a dicembre.
Ti giro la comunicazione di Enzo, un amico del comitato di Polegge: rispecchia lo spirito che ci animava ieri, sotto il sole. Evoca anche alcune delle parole e delle immagini care alle donne, ci piace sentire che altri le hanno fatte proprie e le fanno circolare.
un caro saluto
Antonella

From: Enzo Ciscato
Quando i semi sono veramente speciali

Che bella giornata !
Madre terra sa ricompensare il duro lavoro delle donne e degli uomini.
Lo abbiamo visto oggi.
La pioggia aveva lavato il terreno per bene.
Il sole splendente ha poi riscaldato e risvegliato i semi.
Proprio quei semi che tutti avevamo saggiamente affidato alla nostra terra.
Questa mattina è tornata la vita.
Sotto un cielo blu intenso sono sbocciati i fiori, sono ricomparse le
travi d’alluminio, i bulloni ed i tiranti. E’ riapparso il popolo No Dal Molin, vivo, allegro, gioioso ed energico più che mai.
Non si poteva stare senza il presidio.
La terra stessa lo voleva.
Si sente più sicura e protetta con i tendoni le persone, il vociare, la musica.
Sono arrivati camions e furgoni con le attrezzature.
Sono arrivati i vigili, è arrivata la stampa per assistere all’alzabandiera onorato dalla tromba di Enrico.
Una delle tante cose belle di oggi è stato il sorriso di tanti “vicini” che salutavano felici.
Negli ultimi giorni si sentivano soli, quasi nudi ed indifesi.
Il presidio è rinato. Dicono sia il presidio della terza generazione,quella vincente.
Noi ci crediamo.

Questo è il messaggio inviatoci da Steve Thornton e dagli amici del Sindacato 1199, USA:
Under the moon, under the sun, we know you will still be there and you will win!
Solidarity forever
Steve Thornton and friends from 1199

E poi dicono che siamo anti-Americani !!!
I veri Americani, quelli con il cuore e l’anima, quelli che credono nella giustizia, SONO CON NOI ! (… ma guarda a chi lo dico !)

Thank you Steve, thank you to all the friends at 1199.

I semi nella terra hanno portato frutto, adesso dobbiamo ripartire a seminare tra i vicentini per il prossimo referendum e tra tutti i cittadini del mondo per quel mondo di pace e solidarietà nel quale noi tutti crediamo.

Felice Piemontese

Il “caso Irène Némirovsky” si arricchisce di sempre nuovi elementi, man mano che la pubblicazione delle sue opere da parte della casa editrice Adelphi va avanti (sono finora apparsi cinque romanzi e un racconto lungo).
Tutto cominciò, come molti ricorderanno, con la pubblicazione della Suite francese (2004), un bellissimo romanzo tragico-picaresco sull’invasione nazista della Francia, best seller mondiale, che riportò all’attualità il nome di questa scrittrice fino a quel momento del tutto dimenticata. Nata a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere rifugiato in Francia allo scoppio della Rivoluzione, la Némirovsky esordì giovanissima nelle lettere, ottenendo subito un vivo successo con romanzi come David Golder. Era ebrea, ma le sue descrizioni del mondo ebraico e dei personaggi che lo popolavano erano talmente crude e impietose da attirarle l’accusa di antisemitismo.
Del resto sembra accertato (come dice la biografia di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt recentemente pubblicata in Francia) che abbia collaborato con vari pseudonimi – durante l’occupazione nazista – a giornali d’estrema destra (ma anche a uno di sinistra). In più, c’è una conversione in extremis al cattolicesimo, fatta solo ed esclusivamente (la Némirovsky era agnostica) per mettere al riparo, se stessa e la sua famiglia dai pericoli incombenti. Per tragica ironia della sorte, tutto questo non le impedirà di essere arrestata dalla polizia francese nel luglio del 1942 ed essere deportata ad Auschwitz, dove morirà dopo qualche mese.
Il testo della Suite francese è rimasto per decenni in un baule, fino a quando le figlie della scrittrice hanno trovato il coraggio di portarlo alla luce e di darlo alle stampe. E ovviamente, dopo il successo mondiale del romanzo, gli editori si sono buttati a pesce sui libri pubblicati in precedenza dalla scrittrice, che negli anni Trenta (dopo l’esordio avvenuto nel ’29) era già considerata molto più di una promessa delle lettere francesi.
Una conferma ulteriore delle sue qualità viene dalla pubblicazione, sempre da parte di Adelphi, di un romanzo intitolato I cani e i lupi, apparso in Francia nel 1940 (la traduzione è di Marina Di Leo, pagine 234, 18,50euro) e che è tra i più significativi tra quelli pubblicati dalla scrittrice.
La prima edizione del libro recava un’avvertenza dell’autrice in cui si sottolineava il fatto che il romanzo non poteva non essere “una storia di ebrei” e che lei, convinta che “in letteratura non ci sono argomenti tabù”, aveva descritto l’ambiente a cui del resto apparteneva “con i suoi pregi e i suoi difetti”. Dichiarazione ineccepibile, e sciocco sarebbe (come pure qualcuno ha fatto) affrontare i cani e i lupi con argomentazioni extra-letterarie. Tutti i romanzi della Némirovsky si svolgono del resto nell’ambiente che volente o meno era il suo, ed hanno protagonisti che sono spesso ricchi (e sordidi) affaristi, spregiudicati banchieri, giovanotti ambiziosi e senza scrupoli, donne fatue e capricciose, preoccupate solo della propria bellezza e dei propri gioielli piuttosto che dei drammi che le circondano e talvolta le sfiorano.
Qui, ne I cani e i lupi, siamo a Kiev negli anni precedenti la Rivoluzione, e gli ebrei che vi risiedono sono suddivisi in tre aree distinte e distanti tra loro anni luce: i ricchi in collina, in grandi e lussuose ville che testimoniano la loro riuscita negli affari, i poveri, anzi “i dannati”, nella città bassa, “tra le tenebre e le fiamme dell’inferno”. Al centro i comuni mortali, piccoli commercianti, mediatori, medici, farmacisti, sempre in bilico tra l’ascesa e la caduta.
Ada, la protagonista del libro, è la bambina, figlia di un modesto intermediario che vive men che modestamente, convinto che la “condizione naturale” dell’uomo è quella di “spargere molto sudore per guadagnarsi un tozzo di pane”. Un giorno Ada vede un bambino della città alta, ricco, ben vestito, riccioli bruni, grandi occhi splendenti, e sa – oscuramente ma con certezza assoluta – che sarà quello l’uomo della sua vita, colui che amerà per sempre di un amore assoluto e pressoché indifferente a ciò che la vita riserverà ad entrambi.
Si rivedranno in circostanze drammatiche – uno dei periodici pogrom di cui gli ebrei erano vittime – e poi, molti anni dopo, a Parigi, dove le rispettive famiglie si sono trasferite. Lui, Harry, erede di una colossale fortuna, sposa la figlia di un banchiere francese, lei, Ada, sposa senza amarlo l’intraprendente cugino. Ma i loro destini sono destinati a incontrarsi, e a fondersi, per un certo periodo.
Poi, le cose si mettono in modo tale, da indurre Ada a rinunciare per sempre al suo amore, talmente assoluto del resto da autoalimentarsi quali che siano le circostanze esterne che lo condizionano.
È uno strano libro, quello della Némirovsky: se la parte iniziale sembra debitrice del romanzo naturalista francese in versione yiddish, il seguito è animato da preoccupazioni del tutto moderne, in cui la psicoanalisi ha un ruolo non secondario. Sta proprio in questo contrasto uno degli elementi di fascino del romanzo, che peraltro dà il meglio di sé nella descrizione, spesso crudele, dell’ambiente alto-borghese parigino che è quello che la scrittrice meglio conosceva, e rispetto al quale era animata da sentimenti decisamente ambivalenti: attrazione e repulsione profonda, fino all’odio (qualcuno ha parlato di “odio di sé” come caratteristica tipica di un certo ebraismo).
E se quella di Harry è una figura tutto sommato scialba, splendido è invece il personaggio di Ada, indifferente alle convenzioni e ad ogni idea di riuscita sociale e di carriera artistica (dipinge).
A caratterizzare inoltre il libro è quel tono febbrile tipico della Némirovsky, di chi teme che il tempo a disposizione sia troppo scarso rispetto all’urgenza delle cose da dire, delle storie da raccontare.

Giorgio Montefoschi

Subito, fin dall’ inizio de Il piccolo hotel, il romanzo di Christina Stead pubblicato da Adelphi, appena un ospite sale le scale della modesta pensione che la signora Bonnard gestisce sulle rive del Lago Lemano, ponendo magari il problema dell’ ascensore che è troppo stretto, ecco che un altro ospite quelle stesse scale, nello stesso momento, le scende: e il problema dell’ ascensore non esiste più, perché adesso l’ argomento da affrontare riguarda il caffè fatto male per esempio, o un biglietto da cento franchi rubato da una mano misteriosa in una borsa lasciata sconsideratamente in una stanza, o il fatto che le pareti delle camere sono così sottili che si sente proprio tutto. Se nella sala da pranzo fa irruzione il sindaco, certamente pazzo, di un fantomatico villaggio del Belgio ossessionato dal prossimo e inevitabile arrivo dei comunisti russi che di sicuro lo metteranno al muro, (perché la Seconda Guerra Mondiale è finita ma un’ altra guerra «fredda» è iniziata ben più terribile), ecco che dagli altri tavoli saliranno immediate valutazioni sulla inconsistenza del popolo svizzero, sulla ottusità dei tedeschi nonché sulla decadenza di quegli spocchiosi tirchi che sono i cittadini della Gran Bretagna. Se l’ ora è quella del tè, o si sta sul lungolago o in giardino, non c’ è personaggio che si azzardi a esprimere vuoi una calibrata opinione, vuoi una considerazione perfettamente inutile, vuoi un semplice pensiero distratto, senza che nel giro di pochissime righe, a quella opinione assennata si risponda con una opinione altrettanto assennata ma che non ha nulla a che vedere con il discorso, alla considerazione perfettamente inutile si risponda con una considerazione ancora più inutile, al pensiero distratto faccia seguito un pensiero ugualmente distratto. Il mondo – sembra volerci dire la più grande scrittrice australiana con questo delizioso, comico e amarissimo romanzo che amò tanto Saul Bellow e per normali motivi cronologici (morì quattro anni prima della sua apparizione nel 1973) avrebbe adorato Ivy Compton-Burnett: un’ altra perfida, appassionata di vicende minime e comuni – è un posto assai confuso, nel quale chiunque può essere scambiato per un altro, tutto conta moltissimo e pochissimo. E, certo, le parole (in particolar modo per chi sa usarle con tanta bravura), sono pietre, però non sveleranno mai alcuna luce al di sopra delle nostre modeste esistenze; potranno al massimo certificare che ogni giorno, da quando ci svegliamo a quando andiamo a letto, siamo un po’ felici e un po’ infelici, un po’ preoccupati e un po’ no a causa di svariate piccole o meno piccole incombenze, e molto, molto disponibili a lasciarci condizionare da una di quelle parole mal dette, dalla nostra malinconia e dal nostro rancore, dal nostro – gelosamente conservato – malumore. Sì, nessuno di noi conta così tanto – pensa l’ autrice del famosissimo Sabba familiare – da aver diritto a più di due battute di seguito in un romanzo; nessuno ha una storia così importante da occuparlo per intero: ognuno di noi ha le sue sofferenze, le sue delusioni, le sue beghe; e anche se i nostri vicini non fanno altro che bussarci continuamente alla parete o alla porta della stanza, invadono la nostra vita con la quotidiana elencazione dei problemi e delle ansie che li tormentano, noi al massimo possiamo ambire ad essere uno di loro, uno dei tanti ospiti sbandati che affollano Il piccolo hotel. Perché, certo, il sindaco del villaggio belga, alla fine, si capirà che è proprio pazzo, al di là dei proclami deliranti, dell’ abitudine di attraversare il parco tutto nudo con sciarpa e cappello, ma non è altrettanto pazza la scheletrica signorina Chillard che ha la valigia piena di soldi e non paga il conto, tratta l’ umile madre come una parente povera o una badante, se ne starà a letto tutto il tempo non toccando cibo, minacciando di lasciarsi morire se non la riporteranno a Zermatt, dove c’ è un medico che ama moltissimo? E che dire della signora Trollope e del signor Wilkins, alloggiati in due camere comunicanti? Loro, alloggiano in due camere comunicanti, perché pur essendo amanti dalla bellezza di ventisette anni, per motivi di bon ton si fanno passare per cugini. Ma nella camera accanto, c’ è Madame Blaise, la moglie di un medico svizzero che vive a Basilea e ogni tanto viene a trovarla, che quanto ad ambiguità coniugale, la coppia Trollope-Wilkins se la mette sotto i tacchi. Laddove, rispetto a costoro, alle eterne diatribe matrimoniali e finanziarie (dal momento che, chi da una parte, chi dall’ altra, i quattrini ce li hanno tutti, e tutti sono avidissimi: «Siamo una sola carne… E un solo patrimonio», sarebbe un po’ la sintesi), nulla è paragonabile alle inquietudini della attempata principessa Bili, col suo gigolò argentino. Mentre, davvero indescrivibili risultano gli affaires del personale:in quanto, talvolta, torbidissimi. Tanto che potrebbe trasformarsi in una specie di moderna Arca di Noè, solo a volerlo, la modesta pensione del Piccolo hotel.

John Sulston ha ricevuto nel 2002 il Nobel per la medicina per i suoi studi sulle “strutture genetiche” preposte al controllo nella divisione cellulare, ma è conosciuto al di fuori dlla comunità scientifica per le sue prese di posizione contro la privatizzazione della ricerca scientica. Ha preso più volte la parola contro la tendenza a brevettare i risultati della mappatura del genoma umano e contro la limitazione dell’accesso alle informazioni scientifiche. Nei giorni scorsi, durante la riunione dell'”Institute for
Science, Ethics and Innovation”, è tornato su questi temi, con un j’accuse contro la tendenza delle industrie farmaceutiche e dei servizi sanitari nazionali a privilegiare la ricerca del profitto invece che la salute dei pazienti. E sempre in quell’occasione, il premio Nobel ha lanciato una campagna mondiale per tenere fuori dalle norme sulla proprietà intellettuale molti
settori della ricerca di base.

Mario Baudino

Lo ha scritto in un breve saggio, anni fa: “Un racconto non e’ una strada che ci si mette a percorrere, e’ una casa. Ci entri e ci rimani per un po’, andando avanti e indietro e sistemandoti dove ti pare, scoprendo i rapporti tra camere e corridoio, e come il mondo esterno viene alterato se lo si guarda da queste finestre”. E’ un’immagine perfetta del suo modo di lavorare, e anche del suo pensarsi in quanto scrittrice. ALICE MUNRO e’ la regina della short story, del racconto magari anche lungo, ma pur sempre di quel genere letterario piuttosto difficile che in Italia pare avere poca cittadinanza. Sara’ per questo che finora non aveva mai varcato i confini del nostro Paese, dove sono passati tutti, ma proprio tutti tra festival, premi e vacanze private gli scrittori internazionali? Non proprio. Einaudi ha tradotto i suoi libri piu’ importanti, da Il sogno di mia madre al recente Segreti svelati, storie di donne soprattutto, donne alle prese con svolte decisive. Lei, che di svolte ne ha avute, e’ persona schiva, molto legata a Clinton, paese di tremila anime nell’Ontario dove trascorre sei mesi all’anno. Semplicemente, aveva sempre declinato gli inviti. E’ venuta invece a Pescara, per il premio Flaiano vinto con Alberto Arbasino e Ismail Kadare’ ( la giuria dei lettori le ha conferito poi il “Superflaiano”) cogliendo di sorpresa i suoi editori e l’agente londinese, ma tenendo fede alla sua estrema riservatezza. Niente interviste, solo un incontro col pubblico; e un vago, cortese sorriso. Settantasette anni domani (auguri), alta e appena un po’ incurvata dall’eta’, ALICE MUNRO e’ da tempo una autorevole cadidata al Nobel, gode di un vasto consenso critico, pubblica sulle riviste piu’ intellettuali del mondo anglosassone come il New Yorker, l’Atlantic Monthly o la Paris Review, rifugge dai media per quanto e’ possibile. E distilla i suoi racconti, spesso dalla forte componente autobiografica – il genere in cui eccelle e’ il “memoir” -, con una secchezza e una precisione che sono figlie del severo mondo protestante dei presbiteriani scozzesi in cui e’ cresciuta. Nel libro con cui ha vinto il Flaiano, La vista da Castle Rock, lo racconta attraverso la storia della sua famiglia, i Laidlaw (MUNRO e’ il cognome del primo marito), venuti in Canada dalla Scozia nell’Ottocento: contadini poveri e austeri, ma grandi lettori della Bibbia, tormentati e “filosofi” a modo loro, permeati da quella cultura che puo’ apparire soffocante ma che ha prodotto, per dire, un filosofo come David Hume. Lei non filosofeggia. Racconta. “E’ un libro un po’ particolare – ci spiega – perche’ mischia la realta’ documentale, ricostruita anche grazie al fatto che nelle varie generazioni della mia famiglia qualcuno ha sempre scritto quel che gli accadeva. Mio padre ha addirittura lasciato un romanzo sull’epopea deli ”pionieri” in Canada. Su questo materiale sono intervenuta con la fiction, l’immaginazione”. Lo ha fatto soprattutto quando parla di se’ bambina, adolescente e poi giovane donna alle prese con un mondo durissimo, che non smette di amare. C’e’ un rapporto ambiguo con i valori contadini? “I valori, anche quelli contadini, anche quelli delle generazioni di immigrati che si sono avvicendate nell’Ontario, cambiano. Tutto cambia. Ma il cuore degli uomini e’ rimasto lo stesso. Per una donna della mia eta’ resta profondo il senso di responsabilita’. Il dovere direi di salvare certe cose”. In questo, la fiction, che poi e’ una “menzogna” letteraria, diventa un problema in una letteratura che ha un cosi’ forte senso etico. E’ un po’ come se affrontando i durissimi antenati, la scrittrice chiedesse loro il permesso di raccontare bugie, come osserva il professor Luigi Sampietro, uno dei critici italiani che piu’ si sono occupati di lei. “In realta’ non e’ un problema di menzogna. Piuttosto non bisogna dimenticare che per lungo tempo in quella societa’ essere ”solo” uno scrittore non era sufficiente. Non sembrava abbastanza, come ruolo. Per una donna, poi: bisognava badare alla casa, innanzi tutto. La scrittura non era ”utile”, e quindi in un certo senso non importante”. In Castle Rock, sulla nave che porta gli emigranti in America, un commerciante scopre che il giovane Walter, uno dei tanti antenati in cerca di fortuna, sta tenendo una sorta di diario di bordo e gli chiede perche’. Lui risponde: “Io scrivo solo quello che capita”. Quel che annota gli serve solo, dice, per mandare poi una lettera a casa. Scrive cose “utili”. “Ed e’ molto protestante – commenta la scrittrice – questo insistere sull’utilita’”. E’ successo anche a lei? “All’inizio non mi ponevo questi problemi. Ma andando avanti con gli anni l’ho sentito come un impegno”. Essere “solo” uno scrittore forse non basta ancora, non basta mai. E’ questo il motore della sue storie “perfette”? Cynthia Ozick, un’altra importante scrittrice canadese, l’ha definita “il nostro Cechov”. Lei Cechov lo ha riletto, ma si schermisce. Scrive racconti perche’ desidera che il lettore “percepisca qualcosa come stupefacente, e non perche’ succede, ma per il modo in cui tutto succede”. Su questo, i suoi severi antenati non avrebbero trovato da ridire.

 

Appunti tratti dalla sbobinatura dell’incontro presentato da Sara Gandini con ospite François Fleury.

 


Sara Gandini: “Questo e’ il quarto incontro del ciclo “Il posto del padre”, che Laura Colombo, Elisabetta Marano ed io, abbiamo proposto e curato. Con questo ciclo ci chiediamo che posto vogliamo dare al padre. Perche’ pensiamo che le nostre domande sul padre abbiano a che fare con il nostro desiderio di relazione con gli uomini. Oggi ne discutiamo con Francois Fleury etnoterapeuta di Losanna.
Inizio mettendo un po’ di carne sul fuoco e poi facendo a Fleury alcune domande, frutto principalmente degli incontri scorsi e dello scambio con Laura ed Elisabetta.
Un film negli ultimi tempi mi ha molto colpito: “Non e’ un paese per vecchi” dei fratelli Coen.

 

Un uomo solo domina tutto il film, portando violenza e distruzione ovunque. Uccide senza alcuno scrupolo con uno strumento che non lascia nulla di se’ nell’altro. Anche il simbolo fallico della pistola, che lascia la pallottola, o del coltello, che penetra, sono sostituiti con uno strumento sterile che spara aria compressa, e permette di evitare il contatto con l’altro.

 

In questo film c’e’ solo il caso e l’individuo, nella sua solitudine. Lui, il cattivo per eccellenza, e’ il vincente. Si affida alla sorte, al lancio di una monetina, e il caso lo favorisce sempre. Anche gli anziani poliziotti rimangono senza parole e non comprendono cosa origini una violenza cosi’ insensata. Non rispetta nessuna legge ne’ sistema di poteri. Non c’e’ piu’ un simbolico patriarcale che faccia ordine, e tanto meno relazioni possibili tra uomo e donna che possano orientare in modo differente.
Il film, nonostante il clima da Western, finisce stranamente con il racconto di due sogni da parte di un anziano poliziotto che va in pensione. Il racconto viene fatto ad una donna a cui si chiede di ascoltare e di accogliere le parole, senza commentare.
Nel primo sogno il vecchio si danna per avere perso i soldi che il padre gli lascia, rappresentando l’inquietudine degli uomini in crisi perche’ non piu’ in grado di raccogliere cio’ che i padri potevano lasciare in eredita’.

 

Nel secondo sogno lui segue il padre a cavallo in una valle fredda, tempestosa. Il padre ha una lanterna, va veloce e lo supera. Ma lui sa che piu’ avanti lo ritrovera’ in un luogo al caldo.
Il poliziotto si stupisce di rappresentarsi, anche da anziano, come figlio. Un figlio alla ricerca del padre. Nel sogno emerge chiaramente il desiderio del ritorno di un padre che porti luce, chiarezza, sicurezza, che sappia la strada. E’ il sogno di un anziano che va in pensione senza essere riuscito nella sua impresa, e che si sente inutile, disorientato, senza uno scopo.

 

Si tratta di un film di due registi, due fratelli americani, che ci raccontano un mondo di uomini soli. Ci raccontano le loro paure: un mondo in cui gli uomini sentono la mancanza dei padri, ma non c’e’ desiderio di divenire padri (l’arma sterile, l’anziano che si vede solo come figlio); e si chiedono se questo puo’ portare solo a disordine e sofferenza. Se il simbolico patriarcale non e’ piu’ ereditabile e gli uomini non vogliono diventare padri, se non ci sono relazioni tra uomini e donne che sappiano orientare, c’e’ il rischio di una violenza cieca incomprensibile?

 

Lia Cigarini in un articolo dal titolo “ma cos’e’ questa crisi”, pubblicato sul Via dogana scorso, commenta un altro film: “La valle di Elah” di Paul Haggins. Scrive: “Un padre, ex combattente del Vietnam con la certezza dell’onore dell’esercito, scopre che il figlio in licenza dall’Irak e’ un soldato sbandato, drogato e irresponsabile. L’interesse del film sta nel fatto che man mano che il padre scopre di non avere trasmesso niente di se’ al figlio, neppure un po’ di onore, la sua identita’ di soldato e cittadino si sgretola, insieme a quella degli Stati Uniti. Lia parla di una irrisolta questione maschile e si chiede perche’ le donne non si fanno avanti.
Io invece mi chiedo dove sono finite le relazioni fra i sessi. Certo e’ difficile anche solo pensare a relazioni di differenza, relazioni in cui sia possibile un conflitto fecondo fra i sessi, se gli uomini sono cosi’ svantaggiati, cosi’ disorientati. E mi chiedo se questi film non siano un appello disperato dato dal desiderio di ricostruire una genealogia maschile, costruire relazioni sensate fra uomini, necessarie per poter pensare a uno scambio fecondo anche con le donne.

 

Francesco ragazzi, nel secondo incontro su “Il posto del padre”, diceva che per riuscire a stare qui con noi, alla Libreria delle donne di Milano, in una relazione che definiva un po’ scomoda, aveva bisogno di un padre, di suo padre. Diceva che il padre è costruito dal desiderio. E’ il desiderio del figlio di avere un padre che lo crea, in un certo senso fonda il padre anche se questo latita. Lui raccontava che nella relazione con suo padre e di suo padre con il nonno, vedeva scorrere un desiderio che ha, pian piano, creato una realtà diversa.

 

Nel quaderno di Via Dogana “E cosi’ via in un circolo di potenza illimitata”, viene riportato un tuo intervento, Francois, che hai fatto all’incontro dedicato al numero di Via Dogana “Parla con lui”. In quell’occasione fai cenno all’importanza di aver incontrato tuo padre, in un certo momento della tua e della sua vita, e della possibilita’ di ripartire da li’.

 

Cosi’ ti chiediamo che posto tu, Francois, dài al padre?

 

Come anche Marco Deriu nel primo incontro sottolineava, la riflessione sul padre non puo’ che partire dal forte cambiamento in atto, ossia la crisi di un ordine simbolico – il patriarcato – in cui la figura del padre era molto forte. L’ordine patriarcale è stato messo in discussione dai movimenti antiautoritari degli anni sessanta e settanta ma il “colpo di grazia” è stato dato dalle donne, che hanno saputo mettere al mondo la libertà femminile. La liberta’ femminile e’ solo un elemento che puo’ mettere in crisi o puo’ essere anche leva di liberta’ per gli uomini? Questa liberta’ maschile nasce sulle ceneri del padre o si puo’ fare a meno del parricidio per fondare una nuova liberta’?

 

Marina Terragni nel Via Dogana intitolato “Lo svantaggio maschile” affermava che lo svantaggio maschile non corrisponde affatto ad un vantaggio femminile.
In un sogno di qualche tempo fa, dormivo nel letto con mio padre e ad un certo punto scoppia una bottiglia ed esce un fumo bianco irrespirabile. Io devo alzarmi dal letto e precipitarmi ad una finestra per riuscire a riprendere fiato. Mio padre continua a dormire e non si accorge di nulla. Io ai piedi del letto, sempre nel sogno, mi chiedo come puo’ acccadere tutto cio’ e mi dico che questo accade quando le donne corrono piu’ veloci degli uomini. In una situazione di svantaggio maschile, se io, l’unica che si sveglia, non so stare al passo rischio anch’io di soffocare.
Nelle danze del sud, le tammurriate e le pizziche, diversamente da molte altre danze del nord Italia e nord Europa, le donne ballano prendendo l’iniziativa, cambiando il ritmo della danza, determinando le distanze dal ballerino… pero’ devono sempre tenere d’occhio dove sta il loro compagno di ballo. Non si balla da sole, la danza acquista in bellezza quando si sa dove sta l’altro e ci si muove di conseguenza. Ma soprattutto quando si sa comunicare dove si desidera l’altro che stia.
Secondo te Francois, cosa ha a che fare il posto che diamo al padre con le relazioni di differenza fra uomini e donne?

 

Annamaria Rigoni, una formatrice che per lavoro è contatto con giovani donne e uomini, ci raccontava che i giovani senza una figura paterna, nell’immaginare il proprio futuro lavorativo, sembra facciano fatica a trovare un equilibro tra onnipotenza e impotenza, cioè passano da una posizione in cui pare possibile fare tutto alla posizione opposta. Chi invece può contare su una figura paterna equilibrata sembra possedere un senso del limite. Marco Deriu, un sociologo che ha svolto diversi lavori di ricerca con adolescenti e giovani padri, ipotizzava che le difficoltà dei giovani uomini siano dovute a una comunicazione interrotta tra generazioni diverse di uomini, al fatto che i giovani uomini non hanno un’autorevole figura paterna cui fare riferimento.
Cosa ci puoi dire tu, Francois, a partire dalla tua esperienza?
Partendo dalla tua esperienza con gli adolescenti maschi immigrati che incontri col tuo lavoro, pensi che lo svantaggio maschile degli uomini possa dipendere dalla mancanza di nuovi padri?”

 

Francois fleury: “Per me è stato importante ripensare l’incontro con mio padre quando lui è morto. In quel momento ho capito la questione della figura dell’orfano, che di solito è una figura della letteratura dei bambini. Mi sono chiesto perchè non si parla mai di questa figura. Partendo da questo rievoco l’immagine dei bambini orfani che vivono nella strada, per esempio a Instanbul, che chiedono la carità e io, come signore di potenza che viene dall’occidente, mi sento in colpa quando non do nulla. Questi bambini rimangono soli. Sparisce con i genitori la sicurezza, sicurezza molto profonda che è quella che ho vissuto come bambino rispetto mio padre. Questo sentimento legato al padre riguarda il film citato: la figura centrale è un uomo che è di una potenza tale da decidere che cos’è la vita e la morte. Mi sono chiesto come mai i Coen hanno deciso di presentare la morte nella figura del maschile. Di solito, nel mondo occidentale la morte è femminile. Quello che mi ha toccato in questo film è che la morte è completamente legata al maschile. Questo film mi ha toccato perchè mi sono chiesto se dobbiamo andare a cercare all’inizio dell’uccisione. Cos’è questa figura dell’uccisione? Che cos’è la capacità di mettere a morte, che cos’è la capacità di decostruire il destino? Nella figura maschile c’è il cacciatore e questa immagine è importante perchè se guardiamo la storia umana, i cacciatori nel ciclo del cibo sono quelli che ammazzano e credo che in questo film, questa figura centrale è quello che ammazza. Ma perchè? Dall’inizio della vita ammazziamo per mangiare, per sopravvivere e questo è il grande ciclo del cibo dove l’uomo ha l’importanza maggiore. L’uomo è quello che fa la caccia. Invece in questo film c’è uno che ammazza senza scrupolo e c’è l’altro, che è la figura più vicino all’uomo, in sè maschile, che gli dà la caccia. C’è una storia di cadaveri e di mafia, di soldi e di droga. Il centro di questo film sono i soldi sporchi. Per far mangiare una famiglia bisogna avere soldi. Siamo usciti dal ciclo naturale dei cibi che si mangiano, che si controllano, adesso siamo in un ciclo pazzo che si costruisce e si disfa, siamo sotto un controllo fatto da attività maschile.
Bisognerebbe capire il cambiamento di questi ultimi secoli partendo dalle società che cercano di controllare la realtà ideologica contro quelle società che stanno cercando di modificare la realtà come decidono. Bisogna capire la differenza tra un indios dell’Ammazzonia che controlla il numero di puma uccisi perchè altrimenti la specie di estingue e un bancario svizzero che investe soldi in case. Il padre porta in sè l’immagine della sicurezza ma come mai stiamo arrivando in una situazione di perdita di sicurezza? Nel film quello che mi ha toccato è che si vede il protagonista che decide con la moneta quello da fare nella vita. Il destino è molto più complesso e non si può controllare. Il nucleo fondamentale di questo film alla fine ci porta davanti a questi due sogni che sono quelli di un vecchio poliziotto. In questo film non è chiaro neanche se lui abbia sognato tutto questo. Mi sembra importante che i Coen abbiano preso questa figura maschile che attraversa la famosa figura eroica e forse questo ha a che fare con l’immagine del padre. L’immagine eroica è l’immagine del cacciatore contro l’immagine del vincitore, ovvero quello che si procura il cibo e fa la guerra per averne prendendolo dal territorio altrui. Dobbiamo sofferemarci sull’immagine dell’eroe. Da molti anni sto cercando il perchè parlo di me attraverso quest’immagine, questo immaginario eroico che è un immaginario che costruisce il narrativo perchè nel narrativo, quando si parla di sè, si usano delle favole che sono il racconto della mia storia. Questo racconto attraversa tutta una serie di immagini abbastanza fedeli, descritte da Cambell, filosofo francesce che sostiene che attraverso questo ciclo dell’eroe si parla di nascita speciale. L’eroe è sempre una nascita speciale. La parola padre non può essere usata senza che ci sia un figlio o una figlia. Il nome padre viene fatta dai bambini non da altri. La nascita del bambino dà il nome del padre altrimenti non esiste questa figura. Un eroe, parliamo di maschi, nasce da una circostanza, da una serie di causalità. Il ragazzo porta in sè tutto il valore eroico dell’uomo: quello che andrà a difendere la città, la madre, contro il nemico e questa posizione sarà quella di portare del cibo o difendere la città dal nemico. E’ una figura molto complessa e non si può scappare da questa costruzione.
Come mai una donna che soffre questa posizione patriarcale di potere dà a suo figlio in questo ciclo dell’eroe? Come mai attribuisce a questo bambino delle risorse per affrontare qualsiasi causalità? Il ciclo dell’eroe continua quando è nato in maniera spettacolare: il bambino porta in sè il futuro di questa vita di eroe che dovrà attraversare delle prove. Nell’immaginario c’è la figura del militare: il passaggio a un uomo che è capace di difendere la comunità in sè oppure di divenire un uomo nel senso che passa dalla natura di bambino alla natura di uomo attraverso delle prove che sono molto potenti e molto forti. La comunità costruisce dei sistemi per attraversare queste prove che sono legate alla cultura di dove è nato il bambino. Si tratta di un momento molto profondo dove il bimbo viene affiliato a suo padre. Finchè non ha fatto queste prova non è affiliato e questa affiliazione è un’affiliazione complessa perchè di solito questo ciclo di prove porta in sè gente che ripresenta la cultura. Queste persone sono altri padri che cercano di dominare il bambino, la sua capacità di essere attento alla realtà.
Una prova che riguarda gli adolescenti è l’esame di maturità: l’esercitazione alla maturità è una prova per diventare un uomo ma la maniera di svolgerla è una grande menzogna perchè di fatto se questo ragazzo è stato seguito a scuola sappiamo se può attraversare o no questa prova. Invece il gioco di portarlo davanti al consiglio di professori è una maniera di affrontare la paura del ragazzo e di portarlo a fare delle prove che sono potenti. In pratica è un addomesticamento per diventare un uomo. Questo addomesticamento porta all’interno il futuro padre. Nelle altre civiltà, per esempio in Africa, questi riti di passaggio si affrontano anche con una sofferenza costruita dove il bambino si trova in situazioni di aver paura della morte. Questo è importantissimo: per attraversare questa prova bisogna attraversare la morte simbolica costruita dagli anziani. E’ la morte della libertà di pensiero. Il pensiero non è più libero: bisogna pensare come gli antenati. Si tratta di un’acculturazione del bambino in modo di costruire una capacità di accogliere l’autorità di gente più potenti di lui, che decidono per lui e lo portano a fare delle cose che non rientrano nella sua volontà. Trovo interessante l’immaginario dell’eroe del film western. L’uomo eroico del film che può essere quello che manda la moglie con il bambino fuori dicendo che il progetto sarà un paradiso. Manda poi il figlio alle prove dato che lui sta morendo. Lui non è capace di sfuggire alla realtà. Ai maschi si chiede di affrontare la morte attraverso diversi momenti di realtà.
Da un po’ di tempo le donne stanno pensando che stiamo andando verso la fine della capacità di costruire la famiglia. Per costruire la famiglia bisogna avere un po’ di sicurezza e la capacità di sopravvivenza. Se muore la famiglia il primo che muore è il padre e oggi come oggi si può sopravvivere anche senza padre. Ma questa figura della sicurezza, è un po’ complessa. La figura della sicurezza oggi è nelle mani di un vecchio poliziotto. Oggi c’è sempre più paura, la paura è aumentata. Oggi chi dà la sicurezza? Si parla di polizia privata, militari, aiutare la guerra in Iraq con dei militari che io sono capace di pagare. Si tratta di una guerra costruita dai soldi. Ogni giorno sono si vive in questa insicurezza: si esce di casa e si pensa “forse mi salta la macchina”. Per quanto riguarda l’Iraq attraverso lo schermo della televisione vedo solo morte. In Italia del resto si discute tanto di questi poveri rumeni che generernao insicurezza. A Ginevra è stata fatta una grande discussione su cosa fare dei rumeni. Abbiamo accettato la Romania nell’Europa e dobbiamo essere precisi. Quando si accetta un paese si deveno vedere le carte. Io sono andato in Romania, a Bucarest e ho visto metà che della città è di origine rom. Ci si chiede, dove sono i politici? Sembra che siamo persi in un’insicurezza fortissima che si manipola ed è manipolazione. Si crea la paura per mantenere il potere: ho paura allora voto e non ho più un’immagine politica.
Non so più cosa io sono. Cerco di essere sottomesso e questa sottomissione mi sembra importante perchè quello che stiamo dicendo in questi ultimi tempi che siamo sottomessi a tutto quello che dicono…e molte volte dicono cose sbagliate.
Con gli immigrati lavoro da anni: abbiamo raccolto gente dai balcani abbiamo, bambini che sono arrivati in Svizzera. Ci abbiamo messo tre o quattro anni per avere dei corsi in lingua materna, dopo otto anni questi bambini devono tornare a casa loro. Per fare un programma di accoglienza bisogna essere capaci di capire quali sono le cose più importanti. Questi bambini sono arrivati trauamitizzati e di loro non se ne è occupato nessuno. Quando parlavano i genitori dicevano di averli protetti. I bambini vivono la loro vita che non è quella dei genitori. Nessuno si è messo a lavorare con questi bambini. Ora hanno sedici anni e hanno problemi grossi. Li abbiamo lasciati con il loro trauma. In questo caso è il fallimento del padre, della sicurezza, della realtà sicura. Si chiede agli esperti se il trauma che è sempre più grande, in caso non venga curato se, porta per i prossimi vent’anni a chi lo ha subito sempre più paura e incapacità di gestire la realtà. Dietro il trauma c’è la paura della morte e la mancanza di sicurezza. Questi bambini di 16-18 anni stanno vivendo la loro rabbia contro i sistemi che li hanno portati a diventare adulti perchè manca l’infanzia, manca un pezzo enorme dell’infanzia ed è chiaro che quando questi giovani hanno problematiche chiedono ancora aiuto. Non siamo stati capaci di aiutarli perchè non si tratta di un trauma diretto, ma della difficoltà di integrarsi in una civiltà che non ha mai accettato stranieri. Questi ragazzi in Svizzera hanno fatto le scuole medie, sono ragazzi che non hanno prospettive. Questo porta a un sentimento di insicurezza. A fare la guerra sono i padri, i maschi. Si tratta di una costruzione che dobbiamo decostruire.

Donne in nero, Napoli

Noi Donne in Nero contro la Guerra, da anni impegnate per la risoluzione
pacifica dei conflitti, quando abbiamo visto la nostra terra, le nostre città,
periferie e campagne invase da cumuli di immondizia, le strade impraticabili, l´
aria irrespirabile, abbiamo avvertito che anche questa è una guerra contro la
terra che ci alimenta, contro le persone che qui vivono. Abbiamo, così, deciso
di unirci a gruppi di cittadine/i, a comitati civici e associazioni che
lavorano, a porre delle premesse, per una soluzione concreta del problema, nel
breve e nel lungo periodo.

 

Per decenni da varie regioni d´Italia e di Europa sono stati riversati in
Campania rifiuti tossici che hanno avvelenato le nostre campagne, sono state
aperte centinaia di discariche abusive, dove sono stati scaricati materiali
diversi non selezionati;: tutti conosciamo lo scandalo delle “ecoballe”, balle
di rifiuti che ci si appresta ad incenerire, pur sapendo che il loro contenuto,
non essendo differenziato, inquina l´aria e la stessa terra con i fanghi di
risulta.

 

Il traffico dei rifiuti è stato ed è un grande affare per la camorra ed a
queste attività criminali i nostri amministratori, a livello locale e
nazionale, non hanno saputo e voluto tener fronte. Non è possibile che nessuno
sapesse, che nessuno vedesse i carichi di rifiuti tossici che per anni hanno
attraversato l´Italia da nord a sud. Anche I cittadini di questa regione hanno
la loro parte di responsabilità con il loro lasciar correre, o addirittura, per
alcuni è stato il partecipare agli affari loschi.

 

Il problema “rifiuti” è una questione globale e in tutta Italia non è
affrontato adeguatamente.
È stata proposta come soluzione, una non soluzione, gli inceneritori che
bruciando rifiuti 24 ore su 24, emettono sostanze nocive e ben un 30% residuo
di ceneri tossiche e scorie da avviare a discariche speciali. Inoltre, gli
stesi termovalorizzatori dalla Comunità Europea sono stati dichiarati non
impianti generativi di energia alternativa.

 

NOI NON DESIDERIAMO VIVERE NELLE DISCARICHE D´EUROPA, NON VOGLIAMO ASSISTERE ALLA IMPOVERIMENTO DELLA TERRA. RIPENSIAMO ALLA VITA STESSA SOSTENENDO UN’ALTRA MODALITA´ DI APPROCCIO AI CONSUMI E CREDIAMO NEL COINVOLGIMENTO DI OGNI SINGOLA PERSONA NEL CICLO DI PRODUZIONE DEI RIFIUTI CHE,
SE REINVESTITI, POSSONO DIVENTARE UN BENE COMUNE.

 

Ridurre i consumi
Ridurre l´uso di merci con grandi quantità di imballaggi
Riciclare quanto più è possibile (quello che non ci serve più può ancora
servire ad altri)
Trasparenza dell´intero ciclo dei rifiuti (dove vanno,come vengono trattati,
ecc…)
Raccolta differenziata controllata (come il porta a porta)

 

Già nella nostra Regione ci sono esempi virtuosi sulle esperienze del
corretto riciclaggio e sono ben 170 i comuni che arrivano a riciclare il 70%
dei rifiuti, Nocera Superiore (SA), che potrebbe essere il primo comune sul
territorio nazionale a raggiungere RIFIUTI ZERO, oggi già si attesta alla
percentuale dell´85%. Un esempio di cittadinanza responsabile, che oltre a
lottare contro l´apertura dell´inceneritore, ha iniziato in maniera autogestita
– in collaborazione con l´istituzione comunale – la raccolta differenziata
nelle piazze del paese è il Comitato civico di Acerra; questo ha contribuito ad
una partecipazione attiva di cittadini con una forte presenza di donne.
Nelle municipalità cittadine e in tanti comuni della Regione continuano a
nascere comitati per affrontare dalla base il problema “rifiuti”, tanto da
organizzarsi attraverso un coordinamento.

 

RENDERSI RESPONSABILI DEI PROPRI CONSUMI E DEI PROPRI COMPORTAMENTI OFFRE UN RINNOVO VIRTUOSO DEI BENI DELLA TERRA E UNA DIFFERENTE RELAZIONE TRA OGNI ESSERE UMANO.

Il novecento differente di Maria Rosa Cutrufelli

Ida Dominijanni

C’è un’estraneità femminile dalla Storia che la generazione femminista degli anni settanta ha sfidato, rileggendola e reinterpretandola. Non esclusione o marginalità o minorità, ma presenza differenziale: differente modo di abitarla, giudicarla, raccontarla. Non sempre abbiamo vinto la sfida: spesso la Storia torna a sfilarcisi di mano, le parole mancano, il giudizio recalcitra, la lateralità ci seduce. Talvolta invece la differenza gioca e vince. In D’amore e d’odio, l’ultimo suo romanzo (Frassinelli, pp. 465, € 18,00), Maria Rosa Cutrufelli accetta la sfida più alta per una scrittrice, quella del romanzo storico, gioca e vince. Non è la prima volta: già nel romanzo precedente, La donna che visse per un sogno, ricostruendo la vita di Olympe de Gouges l’autrice si era misurata con l’impronta femminile nella Storia. Stavolta però la prova è più ardua, la storia essendo quella che noi e le nostre madri, nonne, figlie, abbiamo direttamente vissuto, o che direttamente ci è stata raccontata: il nostro Novecento, in sette quadri, sette tempi, sette protagoniste, sette voci narranti. Voci femminili e maschili, perché non c’è separatezza femminile – anche se spesso tocca alle donne separarsi, dagli amanti, dalle radici, dalle illusioni politiche, mai per ripiegare però, bensì per prendere il largo, quasi a ribaltare il mito di Ulisse e Penelope, e rilanciare la scommessa con la vita. Il Novecento, scrisse una volta Angelo Putino, si aprì con una mutazione della specie: donne dappertutto, nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole, dove prima non erano; cambia il panorama, comincia, appunto, un’altra Storia.
Non ci sarà più riparo dagli eventi mainstream: le donne li abitano e li muovono, e il loro sguardo non è più corto ma più lungo, penetra la Storia con le storie, la politica con la quotidianità, le ideologie con i sentimenti, l’utopia con la trasformazione di sé. Cutrufelli rilegge il secolo con questo stesso sguardo, si mette sulle tracce di questa mutazione.
Sette tempi: 1917, la Grande guerra; 1922, il fascismo; 1946, la Repubblica e la ricostruzione; 1972, la rivoluzione senza la Rivoluzione; 1989, il nuovo ritmo del mondo senza Muro; 1994, le disillusioni del Progresso; 1999, l’addio al secolo che non smetterà di non passare. Sette protagoniste: Nora ed Elvira, due sorelle nella Torino operaia e socialista degli anni dieci e venti, e poi le loro figlie, nipoti e pronipoti, Isa, Leni, Carolina, Sara, Delina. Non si pensi però a un romanzo familiare: nulla di più lontano. Non è il sangue ma la Storia a decidere le continuità e gli strappi, gli incontri e le separazioni, i trasferimenti e i ritrovamenti. La guerra decide il destino di Nora, il fascismo quello di Elvira, il ’68 e il ’77 quello di Leni e della sua amica Miriam, l’89 quello di Carolina; ma niente è automatico, e mai un personaggio scade nel prototipo o nell’idealtipo. C’è la Storia infatti, e c’è il caso, o per meglio dire non c’è Storia senza il caso, e non c’è azione soggettiva se non a questo incrocio fra Storia e caso. “Tutte le cose – si legge a un certo punto in uno dei brevi intermezzi tra i sette quadri – sono depositi di infinite possibilità.
Ogni cosa contiene il fantasma di ciò che non è e invece poteva essere, la fantasia di ciò che forse sarà o al contrario non sarà mai e che non dimeno lascia una traccia luminosa di sé”: le eroine del romanzo danno forma alla loro esistenza muovendosi fra queste eventualità e prendendosi il rischio della libertà, negli anni venti sotto il fascismo come negli anni settanta in democrazia. Sostenuta da una mole evidente di lavoro d’archivio, la narrazione corre non solo nel tempo ma anche nello spazio: la genealogia di Cutrufelli si distende lungo tutta la penisola, da Torino a Siracusa e da Roma a Bologna, non senza qualche incursione in quella America di cui solo chi viene dal Sud, come l’autrice che è siciliana conosce la familiarità costruita nel corso del tempo dalla rotta dell’ emigrazione transoceanica. Fatti e luoghi sono narrati con la stessa precisa ed evocativa puntualità: i corpi massacrati che arrivano dal fronte all’ospedale di Borca di Cadore come i corpi che si dispongono al consumo nella Roma povera ma bella del secondo dopoguerra; le mosse circospette della clandestinità sotto il regime come l’autoreclusione dei militanti “duri” degli anni settanta. Talvolta infatti le stesse cose ritornano, diverse, di generazione in generazione: il libro è anche una genealogia politica della sinistra italiana, della sua grandezza e dei suoi tic, della sua centralità in un paese che senza di essa non sarebbe mai diventato un paese e tuttora rischia di perdere se stesso.
Ritorna anche e si trasforma, di generazione in generazione, l’amicizia fra donne, che salda ciascuna delle storie raccontate e tesse come un filo invisibile e tenace la trama della Storia più grande. All’origine della genealogia c’è una coppia di sorelle, la prima voce narrante è di un’amica a un’amica e racconta di un’altra amica; il quarto tempo, Bologna 1972, è la storia di un’amicizia fra due donne; il quinto, Berlino 1989, quella di un amore fra due donne. Le figure maschili sono molte e di rilievo, ma di decennio in decennio si allenta il legame con loro delle protagoniste, dall’amore coniugale eternizzato all’amore disilluso di chi scopre che tutto si è condiviso “tranne il senso della vita”, allo spostamento del desiderio dall’altro all’altra che avviene senza traumi, come un impercettibile scivolamento perfino autorizzato dalle madri. Siamo alla fine degli anni ottanta, il secolo delle donne ha macinato molta libertà. Ma di nuovo, sbaglierebbe chi pensasse a un romanzo agiografico, o a uno spostamento dalle magnifiche sorti e progressive della sinistra a quelle femministe: la lezione del Novecento sta nell’averle dichiarate chiuse per tutti e per tutte, e l’autrice lo sa. Nella chiusa, magistrale, del romanzo, di nuovo le stesse cose ritornano: nell’odore del naufragio di una nave di immigrati, Delina rivive l’odore dell’internamento nel campo di concentramento di Ferramonti (una perla storica del libro, con pagine di rara pregnanza). “D’un tratto era dentro il mio naso, acre come allora: sapeva di fatica e di rabbia, di speranza e umiliazione, di pazzia, di vita che sbatte contro un filo spinato. E adesso arrivava a folate da ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste dell’Africa, dai Balcani, dalle rotte asiatiche.. . Non ci lascerà in pace, l’odore del vecchio secolo”. Non ci lascerà in pace, no. Ma ci ha lasciato molti doni.

Di Francesca Avanzini e Daniela Rossi

 

Abbiamo pensato chi potevano essere le madri del noir in tutte le sue forme, se nel noir vogliamo far rientrare, come pare questo concorso voglia, racconto horror, thriller con sfumature psicologiche, splatter, fantasy a tinte forti o anche umorismo nero. Assodato il debito di questa forma alla letteratura inglese, abbiamo cercato le scrittrici che fin dal remoto passato l’hanno trattata, facendo scoperto interessanti, che dimostrano, ce ne fosse bisogno, come le donne siano particolarmente adatte a trattare il lato oscuro dell’animo umano, quello dove si annidano i mostri. Sarebbe una forzatura far risalire il genere addirittura a una scrittrice del ‘600, Aphra Behn, che a scopi umanitari e antischivistici ante litteram descrive con particolare realismo nel suo romanzo Orooonoko il crudele trattamento degli schiavi africani.
Ma la prima nella quale si possono rintracciare elementi davvero horror è Ann Radcliffe, che nel 1794 pubblica “”The Mysteries of Udolpho”, una novella gotica che è un po’ l’equivalente dello splatter odierno. Molto sangue, teste mozzate, gente che ritorna dall’oltretomba, apparizioni e sparizioni, vecchi manieri e chiese abbandonate: gli elementi di certi film B di oggi ci sono tutti. Naturalmente non sono solo le donne a scrivere Gothic novel, la voga è venuta sull’onda del concetto del sublime che è tipicamente preromantico e anticipa la sensibilità romantica.
La grande Jane Austen si è cimentata con la parodia del genere. In Northanger Abbey (1818) si fa gioco degli eccessi gotici nella persona dell’ipersuggestionabile Catherine Morland, che immagina ovunque orrori alla Radcliffe mentre probabilmente il vero orrore è la routine quotidiana con la sua ripetizione. Ma poco prima di Jane Austen, nel 1816, Mary Shelley aveva scritto Frankenstein. Non c’è bisogno di ricordare la vicenda, ma anche qui si vedrà come a buon diritto le donne possano rientrare tra le inventrici del genere horror. Sono note le circostanze da cui ebbe origine il libro. Dopo una notte passata sul lago di Ginevra coi poeti Byron, Shelley il loro amico Polidori, ognuno doveva scrivere qualcosa di soprannaturale. Polidori scrisse “Il Vampiro” che fissa un’altra figura del genere horror e dà origine a tutte le storie di vampiri inglesi.
Quest’elenco non è ovviamente esaustivo né ha la minima pretesa di esserlo. Erano molte le scrittrici inglesi che si occupavano del genere, e alcune di esse che ebbero successo ai loro tempi sono ora completamente scordate.
Moltissimi elementi soprannaturali si ritrovano nelle sorelle Brontë. Basti pensare a “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, con la moglie pazza di Rochester chiusa nella soffitta, l’incendio, le spettrali case nobiliari. “Wuthering Heights”, di Emily Brontë con i fantasmi di Catherine e Heathcliff che vagano nella brughiera, e quello di Catherine che bussa alla finestra sono il trionfo del soprannaturale. Alta letteratura, ovviamente, non banali storie, ma pur sempre di fantasmi si tratta.
La novella vittoriana riprende temi soprannaturali. Tra le scrittrici che li trattano Elizabeth Gaskell, che situa nella campagna inglese storie di fantasmi. Una bellissima edizione di racconti soprannaturali è rintracciabile nella Giunti col titolo “Storie, di donne, di bimbe, di streghe”, non ricordo in quale ordine. La detective story, che ha origine in America con Allan Poe, trova una delle sue espressioni più alte in Wilkie Collins . La detective story riprende il motivo vittoriano del segreto nascosto nel passato-e allora ne ritroviamo elementi anche in Middlemarch di George Eliot-ma scioglie il mistero nel presente. Le novelle di Wilkie Collins, “The Moonstone” e “La signora in bianco” consacrano la figura del detective così come la conosciamo e ci è stata tramandata. Figura che, manco a dirlo, è ripresa nel ‘900 da Agatha Christie col suo Hercule Poirot e Miss Marple e anche qui è inutile citare tanto note sono le opere di Agatha Christie. Le moderniste hanno espresso elementi propri del noir Leonora Carrington, Djuna Barnes e Jean Rhys, pur non trattando propriamente l’horror, nel Grande Mar dei Sargassi rinarra la storia dal punto di vista della moglie di Rochester riprendendo Jane Eyre.
Tra le moderne l’elenco è lunghissimo: dalle corrosive novelle di Ivy Compton-Burnett, che rivelano l’anima nera della società tardo vittoriana ed edoardiana, allo humour nero di Muriel Spark, ad Antonia Byatt con “Possession” e il suo elemento soprannaturale, a Fay Weldon con le sue diavolesse e l’irrompere dell’irrazionale e dell’elemento sessuale. E poi Hilary Mantel, Ruth Rendell/Barbara Vine, P.D James con la sua detective in gonnella, e questo naturalmente solo per limitarsi alle inglesi. Fra le contemporanee sono note Joyce Carol Oates, la grande Patricia Highsmith, la Cornwell , la russa Alexandra Marinina, e le bravissime Fred Vargas, Anne Holt, Natsuo Kirino. Grazia Verasani , Danila Comastri Montanari fra le italiane e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo per dire che abbiamo più che il diritto di occuparci di noir. La progenitura è gloriosa.

Marinella Correggia

Presidente “a vita” del Burkina Faso dal 1987, dopo il colpo di stato in cui
fu assassinato Thomas Sankara, Blaise Compaoré ieri avrebbe dovuto ricevere a
Firenze il Premio Galileo 2000 con la seguente motivazione: “Per l’impegno
nella mediazione dei conflitti etnici e sociali”. Il Galileo è nato come
riconoscimento per meriti musicali e artistici ma, leggiamo dal sito, “siccome
chi ama la musica non può non amare la pace, il Premio è riconosciuto anche a
una figura di fama internazionale che è stata capace di aiutare con le proprie
azioni, impegno personale e morale la costruzione della pace nel mondo”.
Il nome di Compaoré fra i premiati 2008 ha suscitato stupore e sdegno da
parte dei Comitati Sankara XX, del Comitato Sankara di Firenze, di gruppi di
africani residenti in Italia che hanno preparato una manifestazione davanti
all’Istituto d’arte statale di Porta Romana. Ed ecco che all’improvviso ogni
riferimento al presidente burkinabè sparisce dal sito e gli organizzatori
confermano senza spiegazioni: Compaoré non riceverà il premio e non è in alcun
modo prevista la sua presenza alla cerimonia.
Mettiamola così: forse agli organizzatori del premio mancavano giusto un po’
di informazioni storiche e i Comitati Sankara gliele hanno fornite. A partire
dal fatto che il governo di Compaoré si è sempre rifiutato di condurre
un’inchiesta sulla morte di Thomas Sankara, ucciso da un commando nella polvere
di Ouagadougou, quel 15 ottobre 1987. Per questa ragione – e per un atto di
morte in cui c’era scritto “deceduto per cause naturali” – la famiglia Sankara
si era rivolta al Comitato per i diritti umani dell’Onu il quale nel 2006 aveva
di conseguenza accusato il governo burkinabè di violazione del Patto relativo
ai diritti civili e politici. Salvo dichiararsi quest’anno soddisfatto della
risposta del Burkina…che non aveva risposto.
I Comitati Sankara ricordano anche che “in un rapporto dell’Onu del 2004 a
carico di Blaise Compaoré è stata riconosciuta l’implicazione
nell’organizzazione di traffici con l’Unita nella guerra civile in Angola, con
Charles Taylor nella guerra civile in Liberia e in Sierra Leone”. E lo storico
burkinabè Joseph Ki-Zerbo riferì anni fa che Compaoré “riceve armi provenienti
dall’Europa centrale e da trafficanti francesi o americani. Armi che poi
vengono convogliate in Liberia e in Sierra Leone e in cambio si ottengono
diamanti”. Come mediatore di pace non c’è male.
L’assessore all’ambiente della provincia di Livorno, Marco della Pina,
protestando a sua volta per il premio, ha aggiunto altri pezzi di informazione.
Il rapporto 2008 di Transparency International sullo stato di corruzione dei
paesi del mondo declassa ulteriormente il Burkina che ora si trova nel gruppone
dei peggiori. Nel paese saheliano cresce il Pil, ma aumenta anche il numero di
poverissimi, che sono adesso il 65 per cento della popolazione. L’analfabetismo
è rimasto lo stesso di 20 anni fa, alla morte di Sankara: 70 per cento gli
uomini, 86 per cento le donne. Indice di sviluppo umano: il terzultimo del
mondo. Dal 2000 sono emigrati 3 milioni di burkinabè, il 25 per cento della
popolazione. Ingente lo schiavismo di bambini avviati al lavoro in altri paesi
da caporali.
Completa il quadro del “pacifista mediatore” Compaoré una denuncia del Comité
Catholique contro “la faim et pour le développement” che nel suo rapporto del
2007 elencava la fortuna personale del presidente di uno dei paesi più poveri
del mondo. Un Boeing, palazzi e ville in Burkina e a Parigi… Non potrebbe
essere maggiore la distanza rispetto a Sankara l’incorruttibile, il “presidente
più povero del mondo”. Che non ebbe nessun premio occidentale, ci risulta.
Comunque, niente paura: Compaoré avrà lustro dal primo vertice mondiale delle
star per la Terra, organizzato a Ouagadougou per il novembre 2008 dall’Alleanza
francofona. Blaise futuro premio Nobel?

Luisa Muraro

Il testo si divide in tre parti. La prima inquadra storicamente la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, approvata dal Parlamento italiano trent’anni fa, e termina notando che gli Stati cambiano la loro posizione giuridica, mentre la Chiesa non ha mai mutato la sua, che è di condanna.
La seconda parte evidenzia un problema che si è creato con i progressi scientifici che permettono di diagnosticare precocemente malattie e malformazioni del feto.
La terza parte collega la legislazione liberale sull’aborto all’istaurarsi dei regimi totalitari, la mediazione essendo offerta da alcune affermazioni di Romano Guardini.

La prima parte è molto sommaria, ma, considerato lo spazio limitato, la trovo accettabile. È innegabile che la legislazione statuale rispecchia la storicità della condizione umana, secondo la storicità che caratterizza lo Stato stesso. Questo vale anche per la Chiesa cattolica, ovviamente, ma con alcune notevoli differenze, in primis che la Chiesa non ha (più) un potere temporale per cui la sua condanna dell’aborto non equivale a mettere in prigione la persona colpevole. Lo Stato, non avendo l’istituto della “misericordia verso coloro che si pentono”, deve decidere la sua condotta legiferando in un modo o nell’altro. Nel confronto, bisognava tener conto di questo aspetto.

La terza parte, oltre che sommaria, mi pare molto discutibile. Esiste un legame diretto fra la legislazione liberale sull’aborto e i regimi totalitari? Devo dire che a me non risulta. Se l’argomento sono le parole di Guardini, c’è da dire che è un argomento debole: a parte altre considerazioni, il senso premoderno dell’intangibilità della vita umana, che lui vanta, era perfettamente compatibile con il ricorso frequentissimo alla pena di morte e con la pratica delle più atroci torture, offerte al pubblico come uno spettacolo.

Trovo che la seconda parte, quella che prende meno posto nel testo di Lucetta Scaraffia, sollevi un problema che domanda attenzione. Al di fuori di ogni intenzione delle singole persone e, a suo tempo, del legislatore, oggi la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza agisce come un mezzo per impedire la nascita di persone malate e malformate. Parlare di “prassi di selezione eugenetica” non mi pare giusto, perché non c’è un programma né un’intenzione in questo senso. Ma il problema si pone. In che termini? Fa problema, per me, che una donna, dopo aver accettato di diventare madre, non si comporti come tale verso il nascituro che dovesse presentare qualche malformazione. Siamo davanti a una dolorosa contraddizione, perché è noto quanto sia sconfortante e talvolta al di sopra delle forze di una donna, il mettere al mondo una creatura menomata. È possibile portare avanti una buona gravidanza in un caso del genere? Io credo che si debba guardare in faccia il problema, resistendo alla tentazione di cercare risposte in direzione della legge: l’invadenza della tecnoscienza da una parte, della legge dall’altra, secondo me contribuisce a distruggere il senso di responsabilità materna e genitoriale.

Un’ultima osservazione. Molte donne hanno l’impressione non infondata che la Chiesa cattolica italiana spinga perché si torni alla repressione penale dell’aborto, e questo impedisce loro, ci impedisce, di ascoltare l’insegnamento cristiano con l’attenzione che merita. Purtroppo, il testo di Lucetta Scaraffia sorvola su questo punto. Le femministe e molte altre persone, donne e uomini, senza sottovalutare il problema morale, si oppongono al ritorno alle pratiche abortive clandestine, unicamente, ed è su questo che una che si dice femminista deve prendere posizione.

María Milagros Rivera Garretas

Chiedo agli uomini che hanno conosciuto qualche volta l’amore – e sono molti perché senza amore non sarebbero vivi – di pensare tra loro un uomo nuovo: un uomo non violento, un modo di essere uomo che riconosceranno tra quelli che già ci sono e decideranno come sarà. Solo questo può rendere impensabile la violenza contro le donne: impensabile come è impensabile oggi il cannibalismo. Perché l’accumularsi di omicidi in Spagna nei primi due mesi dell’anno – diciassette alla fine di febbraio oltre a un numero indeterminato di donne gravemente ferite – mostra decisamente che gli uomini sono responsabili come sesso e come cultura. La cultura, storicamente maschile, di risolvere mediante una legge sta fallendo. La legge attuale vale perché ha preso nota che la differenza sessuale esiste e perché, indubbiamente, aiuta a lenire alcune delle conseguenze della violenza. Ma non la evita. È questo il suo fallimento.
Se sono uomini gli aggressori, sono loro quelli che possono pensare come smettere di esserlo. So che, in confronto alle donne, gli uomini hanno poca esperienza di mettersi in discussione, anche quelli che ne sanno molto di mettere tutto in discussione. Ma so anche che si trovano in un momento storico critico perché, non essendosi quasi interrogati sul loro essere uomini durante gli ultimi quarant’anni, la maniera di esserlo della maggior parte di loro è rimasta indietro rispetto al presente. Lia Cigarini ha recentemente scritto su una rivista di politica di Milano (Via Dogana) che la crisi della democrazia rappresentativa è molto legata all’assenza di pratica politica e di pensiero maschile libero sul modo di essere uomo oggi, quando il successo della rivoluzione del femminismo è visibile in tutti gli ambiti della vita sociale. È evidente che se noi donne siamo cambiate profondamente grazie all’autocoscienza, e gli uomini sono rimasti dove stavano tempo fa, senza elaborare il loro senso della mascolinità in un mondo ormai trasformato, la convivenza di donne e uomini in casa non può non essere insostenibile.
Essendo una donna, io non so cosa sia essere un uomo. Però posso dire che vedo le loro vite imprigionate dalla dialettica. Sono dialettici nel loro lavoro, definito dalla lotta e dalla competitività, sono dialettici nel loro ozio, definito da sport dedicati a eliminare avversari, sono dialettici nella loro politica, definita dalla contrapposizione di forze e ragioni. Ma succede che oltre la dialettica – non contro – ci sia la vita. E questo noi donne lo sappiamo. Qui – penso – è il nodo del mancato incontro tra i sessi. Un mancato incontro che è di coppia e di civiltà.

 

Nota: María-Milagros Rivera Garretas è ricercatrice di Duoda Centre de Recerca de Dones e cattedratica dell’Università di Barcellona. L’articolo, scritto per una rivista spagnola che non l’ha pubblicato, si trova nel sito www.ub.es/duoda
Traduzione di Clara Jourdan.

Maria Cristina Mecenero

Il film documentario L’amore che non scordo delle registe Manuela Vigorita e Daniela Ughetta è un frutto maturato dopo anni di politica delle donne e del movimento dell’Autoriforma. Credo che apra una stagione nuova e che Vita Cosentino l’abbia inaugurata avendo l’idea, quel giorno felice in cui ha messo insieme un’intuizione politica – fare un film sulle maestre e le bambine e i bambini – e le persone che potevano partecipare alla realizzazione.
Di scuola parliamo da anni, ma la potenza delle immagini, si sa, è tanta, e soprattutto lo è lo sguardo con cui sono entrate le registe nelle aule e quel titolo, trovato da una di loro, che rilancia a partire dall’amore e dal ricordo che ne abbiamo. Abbiamo ricordo di innumerevoli cose dentro di noi, e il simbolico ci insegna che molte possono rimanere nell’ombra, per vari motivi; poi può succedere, per altri motivi, che se ne riattivino alcune e che tutto dentro di noi prenda un’altra piega. E questa volta, attraverso un film-documentario, che entra nello spazio pubblico agendo di suo, l’altra piega si è propagata subito anche allo spazio collettivo. Eravamo in un momento in cui facevamo fatica a portare avanti riflessioni e pratica politica sulla scuola, per le fatiche derivate dai continui tentativi di riforma degli ultimi decenni e per la crisi del senso dell’agire politico. E poi arriva il film, coi giornali che ne parlano e le tante richieste che sia proiettato, visto, discusso, usato da associazioni, università, gruppi, singoli.
A chi viene a vederlo – e non si tratta solo di gente del settore – il film sembra restituire qualcosa di ciò che è stato quel periodo della vita, nelle biografie personali di ognuno, e di ciò che è oggi un’esperienza primaria, un’esperienza elementare. Un’esperienza infantile e di relazione – quella di tanti bambine e bambini delle scuole primarie – che ai più risulta invisibile, e che ha tutti i connotati per essere valutata come un’alta esperienza umana e di conoscenza. Il film sembra riattivare la curiosità verso ciò che si fa e si dice, ci si scambia dietro le quinte, di elaborato, complesso, profondo e sincero. Più che dietro le quinte, dietro la porta, a fianco di grandi uffici, istituzionali e non – banche, società dove tutto capita, nel disordine di un potere che non efficientizza, come vorrebbe, il tempo, le risorse, umane e non umane, che provoca scontentezze, paga chi sta al gioco, non chi mette senso umano e relazionale – a fianco di tutto questo qualcosa di un altro ordine si concretizza. E l’invito che se ne ricava è a saper vedere e riconoscere questo ordine, dentro di noi e fuori di noi, a ritornare a sapere quello che già sappiamo, perché lo abbiamo vissuto nella nostra infanzia e se siamo stati fortunati anche dopo; e ad andare avanti, a mostrare altri luoghi, le scuole medie per esempio – questo è l’invito che viene dal pubblico – cogliendo tutta la ricchezza che in essi c’è.
Sbendare i propri occhi, dare valore a ciò che ce l’ha, esserne capaci, perché sappiamo che è urgente per tutti ritrovare un filo, e farlo a partire da chi siamo e da ciò che abbiamo intorno. Fare in modo che le esperienze di senso, di qualità esistenziale, a portata di mano, vicine a noi ma rese invisibili, siano viste, riconosciute, sostenute. Prese ad esempio: ciò che le bambine e i bambini sono capaci di fare, insieme alle loro maestre e ai loro maestri, è stare con i piedi per terra e sapere anche volare alto, seguire piano piano una strada e avere fiducia, stare nell’amore del linguaggio, che è amore per la vita, cura di noi e degli altri. Ma per scorgere ciò che c’è, come hanno saputo fare le registe, è necessario uno sguardo pronto a cogliere il bello, che è poi il buono. Perché la bellezza non sta (solo) nella realtà che si presenta davanti a noi, ma (anche) negli occhi di chi la vede.
Quella che si vede nel film-documentario è la scuola di cui sono capaci bambine e bambini in Italia, quelle che si vedono sono esperienze molto concrete che abbiamo intorno a noi, e altre di quello stampo possiamo crearne, ad altre di quell’ordine – non solo nella scuola – magari già stiamo partecipando, ma non lo sapevamo. Scriveva George Eliot: “Il bene a venire del mondo dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose, per voi e per me, non vanno così male come sarebbe stato possibile, lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta…” (Middlemarch, Epilogo). Il film-documentario l’abbiamo voluto per questo: per dire la grandezza del quotidiano stare vicino all’infanzia, per raccontare di un ordine che esiste nella nostra società, è dentro quelle aule, un ordine delle relazioni, un ordine in cui è possibile che avvengano cambiamenti che hanno del miracoloso, evoluzioni che sono viaggi stellari, per poi tornare giù al centro della terra, nelle viscere delle cose che si imparano all’inizio, qualche volta anche tra fatiche e pianti e tra molti rilanci. Credo che nell’immersione nel quotidiano, nell’affettività, nella relazione a cui i bambini e le bambine ci chiamano, stia una delle caratteristiche dell’esperienza delle maestre, dei maestri, che determina grandi ricchezze dello scambio, attraverso mediazioni umane, che ogni giorno le bambine e i bambini riattualizzano, creano e ricreano, nell’incontro con i saperi e le discipline. Ma credo anche che quell’immersione complichi, da un certo punto di vista, il nostro rapporto con l’esperienza, nel senso che questo sprofondare, sorta di risucchio, di cattura, nell’intensità relazionale con i più piccoli non faccia comprendere prima di tutto a noi cosa c’è in gioco, cosa si guadagna, quali sono i risultati a cui si giunge. Una donna che ha visto il film mi ha detto: ma tu lo sapevi che i tuoi bambini scrivevano così bene. E io le ho risposto di no, ed è vero, io non lo sapevo, perché c’era anche tutto il resto, tutta la mia fatica a correggere le parti dei loro testi non venute così bene, tante altre cose che accadevano simultaneamente, e non c’era lo sguardo amoroso di altre, altri a cogliere.
Luisa Muraro, durante una delle proiezioni del film ha detto che fare civiltà oggi significa anche questo: “Quando troviamo qualcosa di prezioso, salvaguardiamolo. Questa cosa ha a che fare con lo splendore dell’infanzia. Nella scuola i bambini trovano quello che gli neghiamo da altre parti. Teniamo compagnia alle maestre e facciamo che nella società si parli di loro”. E ha invitato tutti a dedicare quel poco di tempo libero che si ha alla scuola: più collaborazione hanno le maestre, più hanno tempo da dedicare ai bambini. La vicinanza dà energia, dà forza.
C’è una parte della società italiana che continua a ben funzionare, a dedicare e a rigiocare amore e vita e a concretizzare un andamento delle cose in cui il presente e la crescita hanno un posto di valore. E c’è bellezza nei nostri occhi. Ne siamo ancora capaci, sì. Quello che le bambine e i bambini danno, moltiplicato e arricchito, fa parte di un agire relazionale che ha profondamente a che vedere con la nostra capacità di azione politica nel mondo, nella direzione della maturità umana. Lasciare essere l’altro, l’altra, fare un passo indietro per far fare un passo in avanti all’infanzia: noi che insegniamo siamo impegnati in questo, corpo e anima. E i bambini e le bambine siete voi, siamo tutti. Vale la pena di non dimenticarsene.

Nella confusione del presente, di Lia Cigarini

sta covando un qualche sconvolgimento

Chi vuol parlare ancora di soffitto di cristallo?, di Giordana Masotto

controscenario:La pensione delle donne,di Anna Soru

Crisi del sindacato o crisi degli uomini?, di gm

a colloquio con Chiara Eusebio, segretaria generale uscente della Cgil funzione pubblica di       Pescara

Detassare gli straordinari. A chi giova, di gm

ci ha scritto:L’esperienza femminile mi ha “travolto”,di Massimo Cerini