da il manifesto
Daremo un consiglio allo stato: così, con un brillante ma serissimo gioco di parole, il sindaco di Vicenza, Achille Varianti, ha risposto al Consiglio di stato che ha ordinato di bloccare il referendum sulla realizzazione della nuova base americana presso l’aeroporto «Dal Molin» già indetto dall’amministrazione comunale per domenica prossima. Il «consiglio» consiste nel tenere ugualmente il referendum, facendo votare gli elettori, già tutti in possesso di certificato e ubicazione delle sedi, nei gazebo di fronte ai seggi preclusi dall’organo romano.
E’ una scelta forte, presa l’altra sera di fronte a una piazza gremitissima dopo una mobilitazione immediata e spontanea contro il «niet» del Consiglio di stato. E’ anche un gesto che risponde al pericolo denunciato da Ilvo Diamanti il giorno dopo su Repubblica, quando, commentando la sentenza, sottolineava come questo tipo di decisioni, che escludono la comunità interessata da ogni possibilità di pronunciamento, rischi di rendere «inutile» la democrazia.
In realtà, ormai, questo rischio non riguarda solo Vicenza. Però raramente, come nella vicenda Dal Molin, è stato più tenace e arrogante lo sforzo per tenere un’intera città al di fuori di una scelta che ne segnerà pesantemente il futuro. Aveva cominciato il penultimo governo Berlusconi, ha poi continuato – con ottusità autolesionista – il governo Prodi, accompagnati entrambi dalla giunta comunale precedente (di destra) e dalla giunta regionale guidata da Galan. Ora il nuovo governo Berlusconi vorrebbe procedere imperterrito. Sennonché, nello stesso election day che ha dato la terza vittoria al Cavaliere, c’è stato a Vicenza l’inopinato trionfo dell’ex democristiano, già sindaco stimato e illibato negli anni pre e intra Tangentopoli e poi capogruppo regionale di Ulivo e Partito democratico, su un programma che aveva al suo centro proprio la restituzione alla città del suo diritto a decidere, in particolare sulla nuova base statunitense.
Masticato amaro, la destra si era detta che, comunque, non sarebbero certo stati Variati e il Comitato No Dal Molin, una delle esperienze più autentiche di partecipazione e mobilitazione dal basso, a fermare un progetto sostenuto da tutti i poteri dello stato e in maniera bipartisan (quantomeno a Roma).
Così si è arrivati all’attuale, clamoroso e nevralgico conflitto. Che non è solo sul merito della decisione, questione pur cruciale, perché da essa dipende il futuro della città berica. E’ anche un conflitto sul metodo e sulla sostanza della democrazia. Il presidente Napolitano, a Vicenza qualche giorno fa per celebrare il Palladio, ha espresso l’auspicio di una conciliazione tra interessi generali e istanze locali.
L’atto del Consiglio di stato, l’ultimo di una lunga serie, contraddice questo auspicio, e anche quello di ascoltare la gente, pure espresso dal Presidente. Il voto di domenica è dunque un voto che vale doppio. Vale per Vicenza e vale per tutto il paese. E’ il voto più utile contro chi della democrazia farebbe volentieri a meno.
Cara Luisa,
ieri è stata una giornata lunghissima, iniziata il mattino con l’accoglienza agli europarlamentari, proseguita con la conferenza stampa in comune e poi traumatizzata dalla notizia della sentenza del consiglio di stato… Ma poi la sera in piazza c’è stata un’esplosione di orgoglio e di dignità, eravamo migliaia e migliaia, tutti di Vicenza e dintorni.
La gente ha cominciato ad affluire alle 20.30 e ha continuato, continuato tanto che quando la testa del corteo, con lo striscione, è arrivata in piazza dei Signori, dalla parte opposta si vedevano passare le fiaccole accese di una parte del corteo, e ancora moltissimi erano in corso Palladio.
Mai vista tanta gente così: oltre a noi attivisti e attiviste del presidio, dei comitati, delle famiglie cristiane per la pace ho visto tanti insegnanti, vecchi amici e amiche, i miei studenti, gente comune, tutta l’amministrazione comunale della maggioranza…
È stata una festa. Quando è arrivato, il sindaco ha fatto un discorso netto, fermo, e ha dichiarato ciò che noi tutti e tutte speravamo di sentire: che la consultazione si farà lo stesso, fuori dalle sedi, alla presenza di consiglieri comunali e di pubblici ufficiali che attesteranno la regolarità della votazione.
Penso che la grande partecipazione della città abbia dato forza al sindaco che in questo ultimo periodo ci era parso un po’ oscillante. Ora deve giocarsi il tutto per tutto, e noi lo dobbiamo sostenere.
Credo che ci siano buone possibilità, forse più di quante ne avremmo avute se il consiglio di stato avesse confermato la legittimità della consultazione.
Ora vado a volantinare.
Un caro saluto
Antonella
Franco Vanni
Le ragazze non vogliono fare ginnastica con i maschi: hanno paura di farsi male nel gioco e si imbarazzano per gli esercizi davanti ai compagni. Lo dice un’indagine fatta fra gli studenti al liceo classico Berchet e lo conferma il boom delle assenze delle studentesse all’ora di educazione fisica. Da quest’anno nelle scuole superiori si è passati dalle squadre divise per sesso alle lezioni miste e la coabitazione in palestra crea problemi.
Per frenare le assenze i presidi hanno messo limiti al numero delle giustificazioni “per lieve indisposizione” presentate dalle ragazze. Ma la verità è un’ altra: spesso a tenerle lontane dal campo è la vergogna di allenarsi assieme ai ragazzi.
Giuliana Cassani, professoressa di ginnastica al Vittorini, racconta: “Stiamo attente per evitare che nel contatto fisico con i maschi le ragazze abbiano incidenti. Ma soprattutto dobbiamo spiegare loro che non devono avere vergogna del proprio corpo”. Camilla, studentessa al terzo anno, spiega: “Magari ci farò l’abitudine, ma essere sudata e col fiatone mi imbarazza, non mi piace che mi vedano così”. Il Vittorini è una delle scuole in cui è stata scelta la linea dura: non più di tre assenze a quadrimestre. Carmen Basla, insegnante al Vittorio Veneto, altro scientifico, spiega: “L’imbarazzo porta le studentesse a fare male gli esercizi, evitano i movimenti che potrebbero sembrare sgraziati”. Federica, 15 anni, parla chiaro: “Per me che ho tanto seno, saltare è un problema. Fra ragazze non ci facevo caso, ma adesso mi sento osservata, non mi piace”. Una situazione che in molti istituti tecnici e professionali, dove le femmine sono poche, per alcune diventa insopportabile. Fabio Pesatori, professore al tecnico Pareto, racconta: “L’anno scorso insegnavo al Galvani, in zona Niguarda, abbiamo provato a fare ginnastica mista. C’erano due sole ragazze in una classe di tutti maschi, per loro la lezione era un incubo”.
Altro effetto dell’introduzione della ginnastica mista è l’aumento del numero degli studenti in palestra. “Eravamo abituati a gestire massimo 22 persone alla volta – dice la professoressa Basla – ora si arriva a 28, lavorare è un problema”. Nella prima riunione con i genitori, i professori del Vittorio Veneto sono stati chiari: “Siamo contrari alla ginnastica mista, ma ci dobbiamo adeguare”.
Al classico Berchet in questi giorni è stato chiesto agli studenti di sette classi, divisi per sesso, di compilare una lista delle attività sportive che vorrebbero fare in palestra. Risultato: su venti proposte fatte da ciascuno dei due gruppi, solo quattro sono comuni. Carla Portioli, insegnante di ginnastica, spiega: “Al di là dell’imbarazzo reciproco, che i maschi non confessano, anche la didattica viene compromessa: non esistono libri di testo che propongano un allenamento per entrambi i sessi, soprattutto per quanto riguarda la valutazione delle performance degli esercizi”. Già nel maggio scorso il Berchet aveva chiesto agli studenti che cosa pensavano dell’introduzione dei gruppi misti: il 70% era contrario. E anche i maschi ora si lagnano. Alessandro, al terzo anno, dice: “Nei giochi ora dobbiamo controllare la forza ed evitare i contrasti, anche nella pallavolo”.
Decine di professori di educazione fisica di tutta la città si sono dati appuntamento per fine mese. Nell’ assemblea si discuterà su come adeguare le lezioni alla nuova regola e si organizzerà la protesta contro una riforma che – dicono – svilisce il loro lavoro.
Una battaglia cominciata nello scorso febbraio, quando il ministero fece la circolare che riduceva il numero degli insegnanti, costringendo le scuole a creare i gruppi misti. Contro il provvedimento a marzo i professori hanno anche fatto, e vinto, un ricorso al Tar del Lazio.
da La Non Violenza è In Cammino
“E altro è da veder che tu non vedi”
(Dante, Inf., XXIX, 12)
Chi teme che la gente di Vicenza
faccia valere verità ed amore,
chi teme che virtù d’intelligenza
esprima la pietà che nutre il cuore,
chi teme che vinca la nonviolenza
e fermi il seme di nuovo dolore,
vorrebbe or cancellare la presenza
di una viva città, strappare il fiore
del vivere civile e solidale,
negando libertà e democrazia
vorrebbe che ci si arrendesse al male.
Ma non sarà così, lunga è la via
ma vincerà la scelta naturale
di chi vuol pace e bene. E così sia.
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
da il manifesto
“Vogliono impedire anche il minimo di spazio a questa città”. Cinzia Bottene, consigliera comunale eletta nella lista Vicenza Libera, è ancora allibita. Il sindaco Achille Variati le ha appena letto, al telefono, le motivazioni con cui il Consiglio di stato ha sospeso il referendum di domenica. “Da quello che ho sentito – dice – non ci sono motivazioni giuridiche. Si tratta nei fatti di motivazioni politiche. Del resto il Consiglio di stato si era già pronunciato in passato a favore del governo italiano e del governo degli Stati uniti”.
Una decisione che era nell’aria. Anche perché in tutti i modi si è tentato di impedire a questa città di dire dalla sua. Ci hanno calpestati per anni e adesso ci vogliono muti. Ma questa città reagirà, non si farà mettere la museruola. Il mio telefono è bollente: chiamano decine di cittadini indignati, offesi. Ecco, l’abbiamo ripetuta tante volte questa parola. Vicenza si sente offesa. E per questo reagirà. Già questa sera
(ieri sera, ndr ) alla fiaccolata verso la prefettura, che in città rappresenta il governo, ci saranno migliaia di vicentini che esprimeranno la loro indignazione. Quanto alla sentenza del Consiglio di stato, mi pare di poter dire che evidentemente le pressioni sono state tante. E’ una sentenza inaudita e non so nemmeno quanti precedenti abbia. Si impedisce alla popolazione di esprimere il suo parere su una scelta che andrà a condizionare la vita della città e dei suoi abitanti per anni. A rischio qui c’è la democrazia, questo è
bene ripeterlo. Avevo già avuto modo di dichiarare nelle settimane scorse che la democrazia qui a Vicenza era in pericolo. Questa sentenza conferma purtroppo questa nostra denuncia.
Tu sei anche consigliera comunale. Cosa pensate di fare come comune? Stiamo valutando proprio in queste ore che cosa possiamo fare, quali sono gli strumenti a nostra disposizione. Il sindaco sta verificando le varie opzioni. E’ chiaro che siamo rimasti scioccati quando abbiamo saputo della decisione. Ma ci siamo subito ripresi e siamo più determinati che mai a fare in modo che la città esprima il suo parere. I cittadini sono pronti a uno scatto d’orgoglio e non assisteranno inerti a decisioni che si vorrebbero prese sulla loro testa. Perché sono decisioni che riguardano il futuro di ogni singola persona in questa città.
In questi giorni sono in città anche dei parlamentari europei. Proprio le donne del presidio permanente, tu in testa, si sono recate nelle scorse settimane a Bruxelles per coinvolgere il parlamento europeo.
I deputati europei hanno immediatamente incontrato il prefetto e chiaramente sono stati testimoni diretti di quella che ormai è evidente a tutti essere una vera e propria emergenza democratica. Del resto l’avevano già notato nelle ore che hanno passato in giro per la città: i cittadini vogliono dire la loro e
questo viene loro impedito.
Riscoperta negli anni ’90 dopo un lungo oblio, l’opera dell’artista francese è ora al centro, in Italia e fuori, di un nuovo lavoro di scavo. Che tenta di ricostruire il senso più profondo di un progetto radicale, indifferente all’ordine di qualsiasi classificazione.
di Antonello Frongia
Di cosa parliamo quando parliamo di Claude Cahun? Fotografa surrealista negli anni ’20 e ’30, riscoperta da Rosalind Krauss e Jane Livingston nell’importante mostra del 1985 L’amour fou. Photography and Surrealism , ha cominciato a essere studiata a fondo all’inizio degli anni ’90, grazie al lavoro di scavo del poeta e storico francese François Leperlier, che ne ha ricostruito le vicende artistiche e biografiche. Da allora Cahun è divenuta un caso dibattuto nella storiografia femminista e nei gender studies , soprattutto in riferimento a quello che appare il tema dominante della sua ricerca: l’autoritratto en travesti come messinscena performativa del corpo, della propria caleidoscopica identità, del limite incerto tra vita e arte. Oggi le sue fotografie fanno parte delle maggiori collezioni museali e sono oggetto di una messe di libri e dissertazioni. E il suo personaggio androgino, con i capelli corti che contraddicono i grandi occhi malinconicamente infantili, è divenuto addirittura un modello per i giovani artisti. Questo slittamento interpretativo – che dal surrealismo ha portato Cahun nell’attualità del gender-bender – è ora utilmente tracciato da Clara Carpanini in Vedermi alla terza persona. La fotografia di Claude Cahun (Editrice Quinlan), il primo studio in italiano interamente dedicato all’artista francese, che fa seguito al recente inquadramento proposto da Federica Muzzarelli nel volume Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra Otto e Novecento (Atlante 2007).
Provocatorie incertezze
Uno dei pregi di Vedermi alla terza persona è quello di suggerire un percorso di lettura dell’opera fotografica di Cahun – dalla new woman degli anni ’20 al Surrealismo negli anni ’30 – senza tentare di costruire un quadro interpretativo totalizzante. Se, come ha scritto Camille Paglia in Sexual Personae , «tutta l’arte, in quanto culto dell’oggetto nella sua autonomia, è una fuga dalla liquidità», il problema posto dall’opera di Cahun è proprio quello di un’arte radicale che rimane indifferente all’ordine (maschile) delle classificazioni. Forse non è un caso che in alcune fotografie conservate nel suo archivio, che documentano una riunione surrealista del ’36, un riquadro a matita sia intervenuto a escludere l’artista dalla rappresentazione ufficiale del consesso, nella quale spicca la figura iconica di Breton. La sostanziale estraneità di Cahun rispetto ai guerreschi schieramenti delle avanguardie si misura a partire dalla sua vicenda biografica. Nata Lucy Schwob nel 1894 a Nantes da una famiglia di intellettuali – lo zio era lo scrittore simbolista Marcel Schwob, amico di Gide, Verlaine, Oscar Wilde e Alfred Jarry, che gli dedicò Ubu Roi – Cahun studiò a Oxford e alla Sorbonne, iniziando giovanissima a occuparsi di letteratura e politica e dando forma, attraverso lo pseudonimo, a un alter ego ambivalente e androgino. A Parigi, dove si trasferì all’inizio degli anni ’20 con la compagna, sorellastra e artista Suzanne Malherbe ( alias Marcel Moore), Cahun prese parte alle controversie artistiche del movimento surrealista. Inizialmente vicina all’Association des écrivains et artistes révolutionnaires, fondata dal Partito Comunista, nel ’34 pubblicò Les paris sont ouverts , un polemico pamphlet trotzkista contro la politica culturale del Partito e la «letteratura proletaria» di Louis Aragon, e si unì nel 1935-36 al gruppo Contre-attaque di Bataille e Breton. Nel ’38, fra i timori per il clima antiebraico instauratosi a Parigi, Claude Cahun e Marcel Moore si trasferirono in una proprietà di famiglia sull’isola inglese di Jersey, nel Canale della Manica. Sotto l’occupazione tedesca, dal ’40 al ’45, Schwob e Malherbe furono al centro della resistenza clandestina, diffondendo fogli antinazisti e dando asilo a un prigioniero ucraino fuggito dai campi di lavoro. Arrestate nel ’44, furono condannate a morte, e in prigionia, in nome di un patto condiviso, tentarono il suicidio. In seguito la sentenza venne sospesa e alla fine del conflitto furono liberate. Continuarono a vivere sull’isola, nella casa restituita dopo la confisca e il saccheggio dei nazisti. Claude Cahun morì nel 1954 in uno stato di debolezza fisica e psichica, circondata dal silenzio; Malherbe nel 1972, dopo aver tentato invano di donare alla Bibliothèque Nationale l’archivio personale della sua compagna. In realtà lo sfondo biografico dell’avventurosa vita di Claude Cahun funziona come i teli stesi in molti suoi autoritratti, che contribuiscono a definire un provvisorio campo d’azione e a inquadrare la fisionomia del personaggio, ma non occupano mai completamente l’immagine. Una delle sfide poste dall’opera di Cahun è proprio la provocatoria incertezza che introduce tra il mondo della vita e quello della rappresentazione. Benché per trent’anni Cahun abbia lavorato insistentemente sulla messinscena teatrale e sulla moltiplicazione delle sue personae , di rado ha reso pubbliche le sue immagini in mostre o pubblicazioni. Nel ’30 un suo autoritratto apparve sulla rivista Bifur , mentre dieci fotomontaggi firmati «Claude Cahun e Marcel Moore» apparvero a corredo di Aveux non avenus , una sorta di antiromanzo della stessa Cahun con una introduzione di Pierre Mac Orlan. Nel ’36 l’artista partecipò con alcune sculture alla Exposition surréaliste d’objets alla galleria Charles Ratton (per la quale Breton la incaricò di scrivere il testo critico). Nel 1937 apparve la sua ultima pubblicazione prima dell’esilio da Parigi: una serie di fotomontaggi a corredo di Le Coeur de Pic , un libro di poesie di Lise Deharmes. L’archivio fotografico di Cahun, praticamente inedito, riemerse fortunosamente solo negli anni ’70, quando un appassionato di surrealismo, John Wakeham, acquistò a un’asta, per poco più di venti sterline, due lotti di fotografie, lettere, libri (con dediche di Breton e Aragon) e un disegno di Michaux.
Un accordo messo in dubbio
Come per Eugène Atget, che in vita accumulò migliaia di fotografie senza pubblicare quasi nulla, anche per Cahun il problema è oggi ricostruire il senso più profondo di un’opera liquida, fatta di indistinzioni e di travasi, che rifiuta di identificarsi nella forma chiusa del singolo oggetto fotografico o nelle parole-chiave delle avanguardie storiche. In questo senso, molto lavoro resta da compiere perché il corpus completo delle ricerche di Cahun possa essere considerato nella complessità che compete a un progetto di vita. Tra i materiali conservati nel Jersey Archive compaiono non solo gli autoritratti, ma anche una quantità di soggetti meno attuali: fiori, paesaggi, composizioni di oggetti e scene di vita quotidiana, come quella di Cahun che conduce al guinzaglio il suo gatto. Dubbi, inoltre, permangono rispetto a una parte dell’archivio, censurato e distrutto dai nazisti al momento del suo arresto.
Ancora controverso, peraltro, rimane il ruolo intellettuale avuto da Suzanne Malherbe/Marcel Moore, che di molte fotografie è l’autrice materiale. Tutti questi elementi contribuiscono a tenere aperta la riflessione su una artista che la critica contemporanea ha spesso teso ad attualizzare entro la contrapposizione tra arte modernista e postmoderna. La riscoperta di Cahun ha coinciso negli anni ’90 con quella di Lady Clementina Hawarden e di Virginia Oldoini (la Contessa di Castiglione), fotografe «private» che come Cindy Sherman, attraverso l’insistente messinscena del (proprio) corpo femminile, hanno minato alla base due stipulazioni consolidate dell’approccio classico: l’autonomia formale del soggetto fotografico e il gentlemen’s agreement che lega l’autore e lo spettatore. Ma forse, al di là delle dispute teoriche, in Cahun c’è stata più consapevole malinconia che militante avanguardia: la sua insistente ripetizione dell’io disegna in sbalzo il riconoscimento del non-io, la ricerca di una soggettività al di là di quelle che lei chiamava «le maschere perfette».
Militant A
Sono un genitore della scuola Iqbal Masih della periferia sud est di Roma, in
mobilitazione permanente dal primo settembre e vi scrivo da queste mura che
sono ormai come una seconda casa. Siamo in emergenza, in allarme rosso e non
c’è un’ora da perdere perché dobbiamo bloccare il Decreto Legge 137 del
ministro Gelmini. Molti capiscono che è una legge dannosa per la scuola
pubblica, ma solo chi è dentro questo mondo può già percepire la violenza che
si sta abbattendo addosso ai nostri figli. Dietro la formula del “maestro
unico” (e la farsa del grembiulino) ci stanno togliendo sotto gli occhi una
delle poche cose che funzionano in Italia: la scuola primaria del tempo
pieno.
Noi siamo angosciati dalle notizie che arrivano dal ministero e dalla
disinformazione in atto, ma anche carichi e determinati a vincere questa
battaglia o a vendere cara la pelle. In questi giorni qui all’Iqbal Masih
succedono cose incredibili: genitori già gravati da cento impegni e maestre e
maestri di tutte le classi si stanno trasformando in leoni che lottano. Il 15
settembre, alla prima campanella, abbiamo deciso di occupare la scuola. E’
stata una decisione presa alla maniera classica con alzata di mano durante
un’affollata assemblea, ma per il resto tutta questa esperienza è nuova,
fresca, totalmente autorganizzata di giorno in giorno. Simonetta Salacone, la
direttrice, la chiama presidio permanente ed è felice di aprire la scuola a
questa esperienza che ci fa crescere tutti e ci permette di comunicare e
spiegare le ragioni della lotta. Nella sala grande del plesso abbiamo fatto la
nostra base e c’è un via vai continuo di gente che viene per restare o solo per
portare un appoggio o prendere contatti o portare una torta per i bimbi. Arriva
il pedagogo Alberto Alberti a raccontare perché fu deciso di introdurre i due
maestri e il tempo pieno e fa un discorso chiaro davanti a trecento persone:
“Chi dice riduciamo il tempo nella scuola non ce l’ha col tempo pieno, ce l’ha
con la scuola! Vogliono che i ragazzi vengano bocciati per mandarli alla scuola
privata, vogliono clienti per la scuola privata”. Quando scende la sera
srotoliamo i sacco a peli e i materassini per dormire tutti insieme, bambini,
maestre e noi genitori in un clima di gioia e eccitazione che è difficile da
contenere. Questa notte a scuola oggi è speciale e vale più di un giorno di
lezione normale. Sono le esperienze formative come queste che fanno la
conoscenza e oggi impariamo a lottare per i nostri diritti. Se ci si addormenta
a mezzanotte, per questa volta non fa niente. Piano piano scende il silenzio e
noi “grandi” facciamo turni di “guardia” ogni due ore, e che sia un’occupazione
nuova si vede anche quando arriva la pattuglia della polizia al cancello: ci
chiedono se abbiamo bisogno di qualcosa e che possono fare per noi, poi si
allontanano dicendo che abbiamo ragione. Sveglia alle 6.30 per pulire tutto,
alle 8 comincia la lezione regolare, arrivano gli altri genitori con i loro
figli. C’è chiaramente anche chi è scocciato dagli striscioni, dalle magliette,
dalle assemblee, dalle foto e gli articoli sui giornali. Mentre volantiniamo si
accendono discussioni. Qualcuno minaccia di togliere i propri figli e
trasferirli dalle suore (contenti loro…). C’è chi è fatalista e già sconfitto
per cui non c’è niente da fare. Chi è confuso e convinto che maestro unico e
tempo pieno sono un aumento della qualità come dice la Gelmini. Buonanotte. La
maggior parte, però, comincia a comprendere meglio i meccanismi della truffa
che ci stanno cucinando. Non c’è nessuna riforma in atto, è Tremonti il
pedagogo di riferimento della Gelmini. Bisogna fare cassa? Tagliamo le spese e
gli stipendi dei militari! E’ venerdì 26 settembre, quando dopo una settimana
di occupazione e una di assemblea quasi permanente, usciamo dal cancello
dell’Iqbal Masih e attraversiamo il quartiere Centocelle con più di duemila
persone. Con 38 scuole al nostro fianco. Dobbiamo resistere. Dobbiamo
intensificare le azioni. In questi giorni il decreto arriva in parlamento per
l’approvazione alla camera. Abbiamo sentito istituti della Puglia e di Milano,
maestri del Veneto, a Bologna la scuola elementare XXI aprile ha occupato e
anche a Quartu S. Elena vicino Cagliari (e si chiama anche lei Iqbal Masih).
Una scuola di Torre in Pietra ci dice che sono pronti a entrare in occupazione.
La situazione è bollente. Dopo un veloce consulto collettivo lanciamo per
giovedì 2 ottobre prossimo in tutta Italia un “No Gelmini Day”. E’ un modo per
far parlare insieme queste scuole e le università, per produrre uno sciame di
azioni diffuse. Chi può presidiare oltre l’orario scolastico è il momento di
farlo. Anche chi si sente isolato può fare qualcosa. E che sia il giorno prima
o quello dopo va bene uguale. Attacchiamo striscioni ovunque perchè sia chiaro
e visibile il nostro NO! Ricordate le bandiere dell’arcobaleno appese alle
finestre? Che ogni scuola abbia il suo striscione. Sarebbe bello che ognuno
faccia una foto scrivendo il nome della scuola e la città e la invii a questa
mail: nonrubatecilfuturo @ gmail.com . Poi chiederemo a trasmissioni “amiche”
come Blob o Striscia o le Jene o la Dandini se possono mandarle tutte con la
musica di sottofondo dell’intervallo di un tempo (quando appunto c’era il
maestro unico) a rappresentare una rete di scuole in lotta e degne che sono la
nostra Repubblica. Come uno spot contro il decreto. Mettiamo sotto pressione la
Gelmini. Noi amiamo e difendiamo la nostra scuola.
Caro manifesto , a me non dispiace che si dia ascolto alle ragioni di chi è distante dalle posizioni di sinistra, ma l’intervista a Marco Rossi Doria “Sì al maestro unico” di domenica è l’esempio sbagliato di quello che ho in mente. L’intervistato dice e non dice, un colpo alla botte e uno al cerchio, nessun taglio netto, solo luoghi comuni (tipo: più risorse alla scuola). Quanto agli argomenti che porta, li trovo scarsi. Due sono gli argomenti forti che io ho ascoltato contro la pseudoriforma Gelmini sul punto del maestro unico: 1. la didattica dell’insegnamento elementare non è elementare e domanda una preparazione che conviene affidare a più insegnanti; 2. è stupido e sbagliato voler cambiare le cose che stanno andando bene, com’è il caso della scuola elementare. Rossi Doria conosce gli argomenti e sembra d’accordo con essi. Allora, che cosa lo inclina verso la posizione dell’inesperta quanto invadente ministra della scuola? Questo è l’argomento di Rossi Doria: “ritengo più rassicurante per un bambino una figura unica”. Per quello che io so e che innumerevoli altre persone sanno, dai comuni genitori ai migliori pedagogisti, questa tesi, nel suo semplicismo, è sbagliata: quello di cui una bambina, o un bambino, ha bisogno è la continuità, non l’unicità; quello che chiede soprattutto è che le persone adulte che si occupano di lei/lui vadano fra loro d’accordo; quello che può utilmente imparare, dall’età di sei anni, è una certa pluralità di riferimenti. Restano tante altre cose da dire: io mi fermo per chiedere alle maestre di prendere loro la parola, come hanno già cominciato a fare. Senza scoraggiarsi, si facciano sentire, nella maniera più semplice, scrivendo lettere ai giornali con i loro argomenti, le loro esperienze, le loro prese di posizioni. E per chiedere, in generale, di non lasciar sole le maestre, che hanno il merito grandissimo di tenere alta la qualità della scuola pubblica elementare
Luisa Muraro
Proprio mentre insegnanti, bambini, genitori, si rincontrano e rinnovano propositi e domande sulla scommessa delicata e bellissima di formare al meglio bambini e bambine, arriva a scompigliare le buone pratiche il decreto della ministra dell’istruzione Gelmini, la quale dopo averci offerto durante l’estate argomenti di discutibile valore: grembiulino sì-grembiulino no, mentre la stragrande maggioranza delle scuole d’Italia già da lunga pezza li fa indossare ai suoi scolari, inviti ad utilizzare il voto in condotta per essere duri contro i duri oggi detti bulli, ora ci allieta con la retorica del “quanto era bello il maestro unico”.
Le scuole stanno rispondendo con varie forme di protesta.
Per fortuna anche a Foggia qualcosa si muove: nascono domande, desiderio di confrontarsi; insieme si pensa e si agisce meglio; forse il ministro della (d)istruzione dovrebbe anche lei confrontarsi con coloro che alla scuola partecipano con apprensione e affetto.
La riforma introduce cambiamenti che stravolgono un bene pubblico quale la scuola.primaria, quella stessa scuola che salva in parte l’Italia dalla figuraccia che continua a fare in materia di formazione e istruzione dei giovani nel confronto con l’Europa e oltre.
Scenario attuale
Attualmente, gli alunni frequentano per 30 ore settimanali, 40 con il tempo pieno; tre insegnanti gestiscono un modulo di due 2 classi e si suddividono 3 aree formative: linguistico-espressiva, logico-matematica e antropologica, più inglese, informatica, motoria…e per 2 ore a settimana si confrontano su mille cose per armonizzare i loro interventi.
Scenario prevedibile
La riforma prevede un maestro unico su ogni classe e un tempo scuola di 24 ore settimanali (da 990 a 2640 ore in meno per i 5 anni della scuola primaria), alle 12,30 i bambini tutti fuori dalla scuola o prevedibilmente affidati a personale non-docente, non qualificato e sottopagato. Quindi, a partire dall’anno prossimo, una mutazione genetica porterà alla formazione di maestri, in realtà soprattutto maestre, Sotuttoio, che si occuperanno di tutto e si confronteranno solo con se stessi.
Così combinati gli orribili maestri Sotuttoio si guarderanno bene dal condurre fuori dalla scuola la terribili classi che nel frattempo potranno tranquillamente essere composte di 33 alunni i quali beatamente se ne infischieranno del 7 in condotta.
Addio attività didattiche da svolgere in stretta relazione con il territorio: visite a musei, biblioteche, cinema, tutto quello che rende concreto e vivo il sapere e addio allo sguardo plurale su un mondo di bambini sempre più plurale.
Mille altre le ragioni del profondo dissenso che mi trovo costretta a semplificare.
Un fiocco giallo per esprimere il nostro dissenso
Il personale della scuola San G.Bosco di Foggia propone forme di visibilità e condivisione del NO netto al Decreto Legge n.137 del 01 settembre 2008 che introduce il maestro unico e la riduzione dell’orario scolastico.
Il Collegio dei docenti ha approvato una mozione contro la riforma e si accinge a discuterla anche nei Consigli di interclasse e di Circolo.
Venerdì 19 e sabato 20, durante la prima ora di lezione, le insegnanti svolgeranno assemblee con genitori e bambini che già stanno manifestando curiosità e ponendo domande; ci interessa l’opinione di tutti, inviteremo gli adulti a firmare l’appello contro la riforma Gelmini e discuteremo dell’opportunità di far indossare anche ai bambini un segno di riconoscimento del dissenso, un fiocco giallo che come maestre già indossiamo e che per la nostra scuola sta a significare che crediamo nel confronto e nello scambio. Lanciamo l’idea di uno scuola day, giornata di festa e sensibilizzazione aperta a tutti, da concordare con le altre comunità educative del territorio e con tutti coloro che hanno a cuore la scuola come bene pubblico.
Per adesioni e informazioni inviare mail al 0881663611@iol.it Donata Glori
Tea Misto
ROMA – Occupazione già dal primo giorno di scuola contro il maestro unico. Si chiama scuola elementare Iqbal Masih e si trova in zona Casilina, nella periferia est della Capitale: è l’istituto capofila del coordinamento “Non rubateci il futuro” che conta circa 70 scuole a Roma e provincia, che dall’inizio di settembre ha visto genitori e insegnanti uniti contro la riforma Gelmini. La Iqbal Masih, l’istituto intitolato al bimbo pakistano simbolo della rivolta contro il lavoro minorile, infatti, è stata la prima scuola romana a riunirsi in comitato contro la riforma Gelmini, ha poi organizzato un’ assemblea aperta con genitori e rappresentanti di altre elementari. Da qui la nascita del coordinamento che ieri ha visto istituti in tutta Roma protestare con raccolte firme, assemblee e striscioni. E ieri nella scuola del Casilino genitori e insegnanti indossavano magliette con su scritto “Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini” . Lo stesso slogan dello striscione affisso sulla facciata della scuola. Alcune maestre portavano al braccio anche il nastro nero in segno di lutto. E così hanno iniziato il nuovo anno scolastico: assemblea la prima ora, poi lezioni regolari e infine l’occupazione con riunioni, dibattiti e iniziative con bambini.
La scuola, dove ieri pomeriggio erano riunite più di 100 persone, ha in programma per i prossimi giorni riunioni e una fiaccolata per le vie del quartiere. E di notte resteranno mamme, papà, alunni e maestre. “Andremo avanti fino a quando ce la faremo – ha spiegato la maestra Paola Arduini – La protesta contro il maestro unico è troppo importante per tutti noi”. “L’eliminazione del maestro unico – aggiunge la collega Silvia Zangrilli, nastro nero al braccio – ha permesso l’inserimento dei bambini con handicap e degli stranieri”. Del resto, la Iqbal Masih ha da anni programmi di integrazione per i bambini rom (ce ne sono circa 40), ha un responsabile peri progetti interculturali (sono rappresentate 23 nazionalità diverse) ed è anche un punto di riferimento per i diversi abili (è il 6 per cento della popolazione scolastica). Inoltre ha un coro multietnico composto di bambini della scuola. “il maestro unico è fuori tempo e fuori luogo-spiega un’altra maestra, Nadia Ferretti – La società è cambiata: ci sono più messaggi da decodificare. Le stesse discipline sono diverse e sono diversi i mezzi che comunicano queste cose. Il maestro unico da solo e con la riduzione a 24 ore riuscirebbe a insegnare ben poco. E sarebbe in questo caso una scuola selettiva, non avendo a disposizione un numero di ore sufficiente a spiegare tutto rispettando i tempi di apprendimento di ciascun bambino”.
Sulle dichiarazioni del ministro dell’istruzione – “Trovo vergognoso che si strumentalizzino i bambini per cavalcare proteste che sono solo politiche” – i genitori del coordinamento chiamati in causa hanno preso carta e penna e hanno scritto alla Gelmini: “Abbiamo letto con dispiacere le parole delle sue dichiarazioni. Noi genitori non saremmo mai capaci di strumentalizzare i nostri figli.
Noi genitori siamo scesi in campo per continuare a garantire a tutti i bambini il diritto ad avere una scuola elementare importante per loro e per tutta la società italiana. E’ questo che i nostri figli hanno capito ed è per questo che i nostri figli stanno, sempre di più, insieme a noi: per affetto e per orgoglio”. Di qui la richiesta: “Noi genitori di Roma domani (oggi per chi legge, ndr) ci incontreremo dalle 10 alle 20 a piazza Montecitorio; sarebbe bello, seppure utopico, poterla incontrare per presentarle le nostre ragioni”.
Piero Colaprico e Franco Vanni
Il sussurro della “salat el mout”, la preghiera islamica della morte, si propaga sin nelle scale di questo palazzone di Cernusco sul Naviglio. La fede aiuta, anche se le lacrime non se ne vanno: “Speriamo che qualcuno ci aiuti davvero a capire”, ripetono gli amici, anche se capire questa Milano insanguinata non è facile.
Abdoul detto Abba non aveva neanche diciannove anni ed è morto a bastonate, sotto il cielo grigio e piovoso di ieri mattina, al termine di una notte passata a sentire hip hop, e a muoversi in tram, in un lungo sabato senza ansie, con gli amici al fianco e la musica in testa.
Poi quel bar aperto e deserto. L’idea di prendere una scatola di biscotti chissà di chi è stata, ma è lui che la paga cara. I baristi, padre e figlio, scaricavano un furgone. L’hanno inseguito e raggiunto, avevano le spranghe. Hanno lasciato sull’asfalto lo “sporco negro” che sanguina dalla testa. Lo vedono là rannicchiato sull’ asfalto e girano le spalle. Chiudono la saracinesca. E se ne vanno a casa.
“Sì, siamo stati noi”, diranno nel pomeriggio di ieri, quando vengono rintracciati dai poliziotti della squadra Volante. Hanno avuto i loro nomi grazie ai vicini del bar, persone che si sono svegliate per le grida, gli insulti, le botte, le sirene. Per quei due baristi, con qualche piccolo problema giudiziario alle spalle, che alle 6.30 si sono trasformati in assassini.
Via Zuretti non è l’Alabama degli anni Sessanta, Milano non è una metropoli con i quartieri ghetto dove la polizia non entra e Abdoul, detto Abba, tutto era, meno che un criminale. Non lo dicono gli amici, lo raccontano le cose e le persone che si vedono là dove abitava questo ragazzo dall’ “eterno sorriso”. A cominciare dal padre, un operaio corpulento, in tuta blu anche di domenica, mentre la casa – stanno all’ultimo e ottavo piano – si riempie di gente, con le donne in cucina, gli uomini in salotto, dove campeggiano gli arazzi dorati con la Mecca. Invece, dove dormiva il ragazzo, ci sono i poster: quello grande di “50 cent”, il rapper nero, scoperto e lanciato da Eminem, il rapper bianco, e poi ecco la foto del neo-milanista, il Ronaldinho con le treccine.
Religione e sport, tradizione e vita moderna, tutto si fonde guardando la mano callosa del padre, il signor Assane Guiebre, 53 anni, dalla quale scivola via la manina di un bimbo di cinque anni, l’ultimo nato in questa famiglia con cinque figli. Un bimbo che amava quel fratello maggiore estroverso, mai stanco quando c’ era da giocare. Se il piccolo è senza parole, il padre ne è prodigo: “Chiedo al sindaco Letizia Moratti di organizzare i funerali di mio figlio, di trasformarli in una manifestazione sulla sicurezza, perché Milano non è una città sicura se dei ragazzi di diciannove anni vengono abbattuti come animali. Bianchi o neri non importa, quello che importa è che in questa città si possa vivere. Chiedo allo Stato, a Berlusconi, a Bossi di spiegare agli italiani che gli stranieri non sono delinquenti, perché qualcuno fa presto a prendersela con noi”. Tiene i nervi saldi, questo padre: “Mio figlio – ripete – era bravo, lo dico io, ma chiedete in giro, a chiunque. Anche l’ultimo mio bambino sarà educato come ho educato gli altri, come ho fatto con Abba. Gli dicevo di non avere paura. “Non farti spaventare, sei italiano”, ma bisogna rispettare per primi se si vuole essere rispettati, anche al piccolo dirò lo stesso”.
Forse qualche milanese vedendo la foto di Abba lo riconoscerà. Se ne stava talvolta al “muretto del Duomo”, nella zona pedonale di corso Vittorio Emanuele dove si concentrano alcuni rapper nostrani. Scuola media, due anni al Cfp comunale di Gorgonzola, poi l’iscrizione a un’agenzia di lavoro interinale, tanti lavori e lavoretti, le difficoltà di tantissimi ragazzi: ” Io ero un uomo-macchina, andavo al lavoro tornavo a casa, anni e anni sempre così, è stata questa la mia vita. Sono da trenta anni in Italia, sono tra i primi ad essere arrivato, lavoro in una fabbrica di ascensori, la Siag qua a Cernusco e il 23 luglio mi sono fatto male.
Sono del Burkina Faso, di un posto chiamato Gnagho, ma mio figlio – dice papà Assane – è italiano. Ed era giovane, qualche volta usciva, ma non fumava, non beveva, aveva una ragazza. E sapete – chiede scuotendo la testa – di che cosa abbiamo parlato alle 23, l’ultima volta che l’ho visto? Di lavoro. Di che cosa avrebbe dovuto combinare… “,in un mondo confuso, che per questa famiglia, e anche per gli assassini di un ragazzo nero che amava il rap, non sarà mai più quello di prima: “Per la prima volta – dice una sorella – ci siamo accorti di essere negri”.
da il manifesto
Ieri ancora una volta hanno aperto il corteo contro la nuova base militare Usa. Instancabili protagoniste del movimento che da due anni si oppone alla nuova base di guerra, sono sempre in attività. Le donne del presidio permanente sono andate perfino negli Stati uniti, al congresso americano, per spiegare le ragioni del no. Hanno incontrato Nancy Pelosi, hanno partecipato a incontri e dibattiti pubblici negli Usa. E adesso, dopo la manifestazione di ieri, eccole nuovamente in partenza. Questa volta la meta è d’eccellenza, come dicono loro: il parlamento europeo a Bruxelles. Le donne saranno ospiti della vice-presidente del parlamento, Luisa Morgantini, per tre giorni intensi di incontri formali ed informali, come spiega bene Paola, del gruppo donne del Presidio. “Avremo appuntamenti ufficiali, – dice – come la visita al parlamento europeo di martedì 16 e l’incontro con gli europarlamentari del gruppo confederale “Sinistra unitaria europea – Sinistra verde nordica”, ma anche importanti appuntamenti informali, di confronto e scambio con altri gruppi di donne ceche, polacche ed inglesi”. La giornata di mercoledì 17 vedrà le donne impegnate in un’audizione con l’intergruppo per la pace del parlamento europeo e in una conferenza internazionale sul tema degli armamenti nucleari. Partiranno in 29, dall’Italia, per raggiungere Bruxelles: insieme alle 19 donne del Presidio ci saranno altre dieci donne della rete internazionale delle “Donne in nero”, da Bologna, Napoli e l’Aquila. Ma tutte riunite sotto la bandiera No Dal Molin. L’attività delle donne del presidio è stata da subito centrale per tutto il movimento. Le donne, come ha sempre detto anche Cinzia Bottene, consigliera comunale, “hanno una sensibilità diversa nei confronti della terra e della vita. Per questo l’idea di una base militare costruita nel nostro territorio non può che spaventarci”. In occasione degli attentati alle Twin Towers, Bottene ha scritto al sindaco Variati una lettera toccante. “Anch’io – si legge – voglio ricordare le vittime dell’11 settembre con la mia comunità, senza spettacolarizzazioni o, peggio, strumentalizzazioni. Come ama ripetermi sempre un mio amico citando un proverbio africano “quando due elefanti litigano, chi ci rimette è sempre l’erba ai loro piedi”. Non posso non pensare – ha scritto ancora Bottene – che, come quegli innocenti morti nel crollo delle Torri Gemelle, tanti altri innocenti sono morti in giro per il mondo, a causa di quell’evento. Morti che, per quel che mi riguarda, non sono di livello inferiore. Civili innocenti, fili d’erba strappati. Allora, se ricordo deve essere, voglio poter ricordare chi ha trovato la morte a New York come a Kabul o a Baghdad. La pietas non conosce distinzioni di sorta, non chiede conto dell’identità, del colore della pelle, della provenienza. Come diceva Livio, ” Bellum se ipsum alet “, la guerra nutre se stessa. Per questo tanti uomini e donne, tanti suoi concittadini, sono mobilitati per creare una speranza di pace”.
E’ vero che la scrittura femminile ha una sua specificità? Di certo era così nel Giappone di mille anni fa. Il “Racconto di Genji”, capolavoro della letteratura nipponica è opera di una dama di corte, e fu copiato e illustrato da una donna.
Gian Carlo Calza
A distanza di mille anni dalla stesura è impossibile pensare al Racconto di Genji (Genji monogatari) senza sentire di entrare in un mondo dove eleganza, bellezza e stile regnano sovrani sulle vicende descritte. Che dico? Senza percepirli come la sostanza stessa che informa di sé tutta l’opera. E questo sia che ci si riferisca al capolavoro indiscusso della letteratura giapponese, sia alla sua più antica illustrazione rimasta: i Rotoli dipinti del racconto di Genji di circa un secolo posteriori e a loro volta capolavoro della pittura giapponese d’ogni tempo.
Il romanzo fu scritto nella capitale imperiale di Heian, l’attuale Kyoto, da una dama di corte ricordata con l’appellativo di Murasaki Shikibu, in un ambiente raffinato, ricco di suggestioni di struggente bellezza, frutto di una perfetta fusione tra l’approccio più speculativo sino-indiano del buddhismo, con la struttura politico-sociale, d’origine cinese, del confucianesimo, ma soprattutto la religiosità shintoista, quindi autoctona e primigenia, della natura.
Kyoto era stata fondata nel 794 a immagine di Chang’an la cosmopolita capitale dei Tang (618 al 907), e attuale Xi’an, e rimase sede del governo imperiale per più di mille anni. Per due secoli, quello prima e quello dopo la stesura del Genji, si sviluppò un ambiente sociale di livello altissimo per l’impronta estetica e nazionale. Esso caratterizzò la società e l’epoca di Heian (794-1185) come espressione del più alto momento culturale della tradizione nipponica, la sua classicità. Suo fulcro, anzi unico centro polarizzatore fu la capitale imperiale stessa.
La cultura, la letteratura, l’arte, la concezione dello spazio, quello naturale come quelli architettonico e urbanistico, ma soprattutto il canone dei comportamenti, lo stile della vita concepita come un costante, festivo cerimoniale, costituirono il modello imprescindibile, una sorta di Stella Polare dello spirito, per la società giapponese di allora e di tutte le epoche successive anche nei momenti di massima depressione civile. La città di Heian divenne il simbolo dell’eleganza e la bellezza per antonomasia.
Vivere nella Kyoto dell’epoca Fujiwara, dal nome della famiglia che detenne il potere politico dall’894 al 1185, equivaleva a vivere nella civiltà e nella cultura – creare e respirare bellezza ed eleganza, fondare uno stile imperituro – così come esserne lontani significava trovarsi immersi nella barbarie.
L’intreccio del romanzo ruota per 54 capitoli intorno alla figura del principe Genji, in realtà il nome di una casata, ai suoi amori, ai suoi successi politici, mondani, letterari, architettonici, pittorici, ma anche intorno alle sofferenze, incomprensioni, gelosie, invidie, tradimenti che l’Autrice ritenne necessario di fargli attraversare perché potesse rappresentare il “Principe splendente”, l’immagine dell’uomo ideale rappresentante la cultura di Heian. Una cultura però che in parte Murasaki medesima contribuì a formare diffondendone quella immagine, spesso sublimata rispetto alla realtà corrente anche quella della corte. Certo, come nel Rinascimento italiano, il mondo meraviglioso di eleganza e qualità, di giardini e di architetture finissime, di religione fideistica dalle dolci immagini narrato da Murasaki era anche contornato da gente rozza e volgare, immerso in passioni di forza terribile e devastante, pari a quelle descritte nell’inferno dantesco. Ma il fatto rimane che l’arte di Murasaki trasformò, come appunto l’inferno dantesco o le opere d’arte e di cultura del Rinascimento, queste passioni grezze e violente in veicoli di conoscenza e perfino di bellezza. Il romanzo venne copiato e illustrato in maniera sontuosa, circa un secolo dopo essere stato scritto, in quella che è a tutto oggi l’opera più antica giunta a noi che ne contenga immagini e calligrafia: i Rotoli dipinti del racconto di Genji (Genji monogatari emaki).
Purtroppo sono rimaste solo diciannove tavole illustrative e ventotto di testo dalla squisita calligrafia della serie di forse venti rotoli con oltre cento illustrazioni intervallanti l’intera narrazione di circa trecentosettanta fogli: un quindicesimo dell’opera originaria. L’autore dei Rotoli di Genji è sconosciuto, ma è stato ipotizzato che l’opera sia stata realizzata da quattro gruppi di pittori che lavoravano sotto la direzione di un coordinatore, artista o no, di grande capacità estetica. Lo stesso vale per il testo calligrafato: nei ventotto frammenti rimasti sono state individuate cinque mani diverse. Lo stile è quello elegante e fluido in “caratteri di mano femminile” (onnade no kana) detto anche “a caratteri d’erba” (sogana) con riferimento all’uso in forte corsivo sia dei caratteri fonetici di recente invenzione sia di quelli cinesi.
Il testo scorre elegante e veloce su una carta decorata di bellezza senza pari e sembra cadere nel foglio con l’effetto di fiori che si stacchino dagli alberi. La bellezza ne risalta sulla carta impreziosita da ispessimenti, coloriture, inserzioni di scaglie e polvere d’oro e d’argento, sortendo l’effetto di paesaggi collinari avvolti nelle nubi. I fogli venivano così accuratamente preparati per ricevere il testo usando vari colori sulla carta spruzzata di foglia d’oro e d’argento in varie forme e dimensioni con motivi di foglie con spruzzate di polvere d’oro e d’argento per produrre una fantasia cromatica e di forme straordinaria. Il Genji, sia nella sua stesura letteraria, sia nei rotoli dipinti, ha condizionato la sensibilità estetica e la vita emozionale dei giapponesi per l’ultimo millennio. Esso emerge sulle altre opere coeve e successive e influenzò e continua a influenzare una lista interminabile di scrittori, letterati, artisti. Solo nel Novecento è stato più volte tradotto in lingua moderna da romanzieri eminenti come Tanizaki Jun’ichiro, Ishikawa Jun, Harumi Setouchi e anche dalla poetessa Yosano Akiko. La sua contemporaneità è sempre stata rinnovata con interpretazioni attraverso i secoli. Inoltre l’immaginario derivatone all’arte figurativa è pari a quello in letteratura. La massima parte della pittura della corte imperiale si sviluppò per dieci secoli sull’iconografia del Racconto di Genji e dei suoi rotoli dipinti con pitture, paraventi, libri e album di illustrazioni e oggi con film e manga. Il Genji rivela un mondo che ruota intorno alla polarità maschile, ma dove quella femminile sembra essere il motore di ogni cosa. In quella epoca la letteratura giapponese e soprattutto la narrativa erano dominate dall’aristocrazia femminile. Gli uomini sembravano disdegnare il racconto in lingua giapponese come forma espressiva non abbastanza elevata. Così, come Dante fece per il nostro, anche per Murasaki si può dire che “mostrò ciò che potea” il proprio di volgare in tutta consapevolezza, e dichiarandolo nel famoso passaggio sull’arte del romanzo. In quei secoli straordinari, pittura, letteratura e lingua nazionale fiorirono insieme influenzandosi reciprocamente e dando luogo a una trasformazione culturale di portata pari all’assorbimento della civiltà cinese nel sesto secolo o di quella occidentale nel ventesimo, ma senza manifestazione di violenza e con effetti ancora vivi e attivi a distanza di mille anni.
Andrea Gangemi
All’indomani del doppio colpo di mano del governo sulla riforma scolastica (prima il ricorso d’urgenza al decreto, poi l’introduzione del maestro unico alle elementari nel testo pubblicato sulla gazzetta ufficiale) le prime a muoversi sono proprio le scuole primarie, per le quali la misura significa il taglio di centomila posti di lavoro e la fine del tempo pieno. A Trieste il comitato contro la restaurazione del maestro unico ha indetto un sit-in alle 18 in piazza Borsa, mentre a Roma un’assemblea aperta di insegnanti e genitori è prevista alle 9 presso l’istituto “Iqbal Masih”. Il centro studi per la scuola pubblica (Cesp) di Bologna ha lanciato invece, insieme al coordinamento nazionale in difesa del tempo libero e prolungato, una campagna nazionale con una raccolta di firme da inviare al ministero dell’Istruzione. Sempre il Cesp sta preparando un ingresso “in ritardo” per l’apertura dell’anno scolastico, il 15 settembre, e una manifestazione il 27 a piazza Maggiore a Bologna. E una mobilitazione unitaria delle principali sigle sindacali è prevista per il 10 settembre ad Ancona. In questa prima fase, secondo Volfango Pirelli, della Flc-Cgil “occorre estendere le informazioni sulla discussione, o c’è il rischio di isolare le elementari dalle altre scuole”. “Non cerchi il ministro improbabili legittimazioni pseudopedagogiche” dice invece Francesco Scrima, segretario generale Cisl scuola. “E’ chiaro – spiega – che questo provvedimento ha una sola fonte “pedagogica”: il ministero dell’Economia”. E per il leader della Uil scuola, Massimo Di Menna “gli interventi vanno fatti con il bisturi, non con l’accetta, razionalizzando dove necessario ma senza strattonare la scuola pubblica italiana come prevede questa misura”. In Calabria, dove i tagli delle cattedre superano abbondantemente le seicento unità, si schiera contro il decreto Gelmini anche il vicepresidente della Regione con delega alla pubblica istruzione, Domenico Cersosimo. “Dietro c’è solo la necessità di risparmiare – dice – a prescindere dai contenuti”. E pure i vescovi bocciano la ministra: “Il lavoro d’equipe può garantire maggiore apprendimento per i bambini – afferma l’esperto di scuola della Cei Alberto Campoleoni – allora perché cambiare?”.
Eleonora Martini
“Squadra vincente non si cambia”. Sceglie una metafora sportiva Vita Cosentino, della Libreria delle donne di Milano, insegnante di scuola media per 35 anni, dato che “anche alle Olimpiadi si è visto di cosa sono capaci le donne”. Sì, perché “parlare, come si sta facendo, di ritorno al maestro unico significa ignorare la realtà: il 98% delle insegnanti delle scuole elementari italiane sono maestre. Donne”. Un punto, questo, al quale Vita Cosentino, assieme a Cristina Mecenero e a due registe romane, Manuela Vigorita e Daniela Ughetta, ha dedicato un film-documentario dal titolo ” L’amore che non scordo “. Storie di comuni maestre raccolte tra il 2005 e il 2007 in diverse realtà scolastiche italiane.
E allora, cosa pensa del ritorno alla maestra unica?
Non c’è alcuna necessità di cambiare l’assetto della scuola elementare italiana che è riconosciuta tra le migliori del mondo. Bisognerebbe intervenire sulle scuole superiori ma ciò che ci fa onore non si deve toccare. La scuola elementare così com’è, è quasi un’invenzione delle donne che ci hanno lavorato dentro. Purtroppo però la società italiana non lo registra. La riforma della ministra Gelmini è un’operazione ideologica, ammantata di belle parole tratte dalla pedagogia, che invece distrugge la scuola pubblica e un modo di insegnare che funziona bene proprio perché si regge sulla relazione tra due o più maestre. È la copresenza delle docenti che permette le attività di laboratorio, l’insegnamento circolare, la cura anche individuale per chi è più indietro. La scuola di base è un momento di convivenza civile. E se una società non dà importanza a questi elementi vuol dire che ha dimenticato tutto, tranne il potere.
La ministra Gelmini sostiene che il bambino non ha bisogno di discipline specifiche ma di un punto di riferimento…
Il sapere che si passa alle elementari non è specialistico ma è tutto intriso di emozioni e gesti. Per questo è così importante la compresenza di almeno due maestre che collaborano. È come nella famiglia allargata e nella realtà dei rapporti umani: non c’è mai solo una figura di riferimento. La figura singola e eroica del maestro unico che risolve tutto da solo è una rappresentazione molto maschile. Il contrario di ciò che, dagli anni ’70, le donne hanno creato nelle scuole elementari.
Con la fine della docenza modulare si tornerà alle 24 ore di insegnamento settimanali…
Certo, ma ricordiamoci che una controriforma del genere l’aveva già tentata nel 2004 l’allora ministro Letizia Moratti, ma le maestre per protesta portarono in piazza qui a Milano 40 mila genitori e bambini. Spero che anche stavolta i genitori si rendano conto di cosa sta succedendo e aprano un conflitto sociale che costringa questo governo a fermarsi.
Lo spettro della privatizzazione del sistema statale d’istruzione
Maria Mantello
Le riforme proposte dalla Ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca Gelmini creano in alcune persone ingenue simpatie, distogliendo però l’attenzione dall’obbiettivo di fondo di questo Governo di destra: la privatizzazione del sistema statale d’istruzione.
A ridosso d’inizio anno scolastico, la Ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, propone e a volte realizza, qualche isolata variazione nel sistema scolastico: dal grembiulino per tutti (anche per le ragazze delle superiori, come era una volta?), insufficienza in condotta = bocciatura (ma prendere 7 non era già abbastanza negativo?), insegnamento dell’educazione civica (ma «Storia ed educazione civica» non erano già curricolari?); voto al posto del giudizio (ma cambia la sostanza?), maestro unico (Ma! Qualche nostalgia di ritorno guasta?).
Piccole cose, che a volte creano anche ingenue simpatie, distogliendo però l’attenzione dall’obbiettivo di fondo di questo Governo di destra: la privatizzazione del sistema statale d’istruzione. Un obbiettivo che il Ministro Gelmini non tralascia mai di ribadire menzionando sempre le tre direttive della sua Riforma a venire: Sussidiarietà dello Stato, Fondazioni scolastiche autonome, Merito dei docenti.
Proviamo a correlarle.
Ogni Istituto Statale dovrebbe trasformarsi in Fondazione per gestire autonomamente i suoi progetti educativi col denaro erogato da uno Stato: sussidiario economico. Un’idea di capitalismo all’italiana dove la gestione è privata, ma il denaro di tutti i cittadini.
Con le Fondazioni, lobby ideologico-politico-economiche gestiranno la politica scolastica come in un sistema aziendalistico, dove le realtà locali avranno un peso determinante nel definire piani e programmi di ogni singola scuola. Libertà d’insegnamento e d’apprendimento saranno pesantemente condizionate, mettendo in riga i docenti con la valutazione del merito (adesione all’ideologia della fondazione privata? I contratti delle scuole private già lo prevedono.).
Stiano attenti, allora, i fastidiosi docenti delle Statali che pretendono di avere libertà d’insegnamento ed autonomia professionale, di assumersi (individualmente e collegialmente) la responsabilità della progettazione didattica, di dare valore fondamentale alla cultura, e per giunta di insegnarlo mentre tutta la società di contorno sembra in gara per svilirla.
Per comprendere meglio il Gelmini-pensiero, forse è opportuno andare a rileggere un Disegno di Legge che l’onorevole ha presentato alla Camera il 5 febbraio 2008, qualche mese prima di diventare Ministro dell’Istruzione del nuovo Governo Berlusconi.
Questo «Disegno Gelmini» (lo chiamiamo così per brevità e riportiamo tra virgolette i passi che ne citiamo) è tutto incentrato sulla connessione: merito – mercato, che organismi appositi valutano e giudicano sulla base di “risultati superiori a quelli mediamente conseguiti”.
Il che significa indurre aprioristicamente il sospetto maligno che ogni pubblico dipendente non fa abbastanza. Come invece avrebbe fatto in un sistema competitivo e concorrenziale. Un sistema di mercato dominato dall’efficienza produttiva.
Rapportato alla scuola, dove centrali sono docenti e studenti, significa equiparare il delicatissimo processo dell’interrelazione insegnamento-apprendimento ad una catena di montaggio.
Ignorare che conoscenze – competenze – capacità sono il risultato di una crescita culturale, e non un mercato dove tutto si acquista e si consuma tramite mercanti-docenti e studenti -clienti.
Un mercato con tanto di controllori appositi, secondo il «Disegno Gelmini»: “Direzione di Valutazione e monitoraggio del merito dell’autorità garante della concorrenza e del mercato”. Chissà quali scuole dovranno aver frequentato? E che preparazione e meriti superiori dovranno avere? I nostri interrogativi diventano angosciosi, se si pensa che il «Disegno Gelmini» prevedeva il “progressivo ampliamento per i dirigenti con ruoli apicali dell’istituto della chiamata nominale su base fiduciaria e di relativi contratti di tipo privatistico a tempo determinato”.
Insomma dirigenti al di fuori di ogni controllo, «unti» dai politici e da questi messi e dismessi. Un sistema di stampo feudale dove ognuno, per usare le parole dello storico M. Bloch, è uomo di un altro uomo.
Le conseguenze nefaste sono facilmente immaginabili: tutti i non conformi al merito predefinito e controllato, avranno la riduzione dello stipendio, fino al licenziamento senza possibilità di reintegro. Per fronteggiare le sentenze contro i licenziamenti illegittimi, “un meccanismo di natura esclusivamente risarcitoria”.
Inoltre, per migliorare l’efficienza produttiva nel mercato – scuola, ogni Istituto è in gara con se stesso e con tutti gli altri, attraverso “la promozione di una piena concorrenza tra le istituzioni scolastiche, mediante l’adozione di meccanismi di ripartizione delle risorse pubbliche in proporzione dei risultati formativi rilevati da un organismo terzo” (un altro appalto a privati?).
Sempre in nome dell’efficienza produttiva, poi, il «Disegno Gelmini» proponeva la “progressiva liberalizzazione della professione, da attuare attraverso la chiamata nominativa da parte delle autonomie scolastiche su liste di idonei.”
Una perla che può solleticare magari qualche Preside, ma che nelle nuove scuole trasformate in Fondazioni private, significa cancellare in un sol colpo il sistema di accesso alla docenza per concorsi pubblici, nonché le graduatorie per titoli di studio, culturali, professionali ecc., dando la stura al più becero clientelismo.
In attesa di sbarazzarsi definitivamente di questi criteri oggettivi (graduatorie statali) che fanno così poco mercato, il «Disegno Gelmini» pensava, oltre alle «liste di idonei» (una lista non fa graduatoria) alla “possibilità di stipulare contratti integrativi di tipo privatistico«servendosi di non meglio precisati»mediatori professionali pubblici o privati”.
Per l’Università e la Ricerca, la “progressiva abolizione dei contratti a tempo indeterminato dei docenti«e la»privatizzazione di tutti gli istituti pubblici di ricerca”.
Come tutto questo produca merito e qualità nella scuola rimane un mistero insolubile. L’unica cosa certa è che una rete di clientele politiche gestirà con i soldi della collettività tutta l’istruzione.
Una vera infeudalizzazione della scuola, dove ognuno avrà un padrone che lo comanda, in uno Stato espropriato di una funzione fondamentale affidatagli dalla Costituzione: l’istituzione di scuole statale per tutti gli ordini e gradi (art. 33).
Occorre allora meditare seriamente su quanto sta accadendo, e mobilitarsi per impedire la morte della Scuola Statale. Dell’unica scuola libera che educa alla democrazia puntando allo sviluppo di capacità di giudizio autonomo degli studenti.
Una scuola statale, che per gli scenari che si stanno prospettando, è forse l’ultimo baluardo del pluralismo e della coscienza critica. Cose assai scomode per chi vorrebbe una società tutta asservita ad un pensiero unico, celebrante e celebrato nei rituali della virtualità mass-mediatica monopolizzata, con cui si forma l’opinione pubblica. Quest’ultima, alfine, si convincerà che una scuola statale al collasso (sarà stata privata dei fondi a vantaggio delle private, i docenti saranno sempre più espropriati della indispensabile autonomia didattica e sottopagati) la cosa migliore è privatizzare. Così finalmente anche la cultura finirà di infastidire quel familismo e rampantismo italico, non disposto spesso a fare i conti col fatto che non basta aver pagato le rette per essere promossi! Perché nella scuola statale, il merito, quello vero, conta e come!
Giulio Ferroni
Il personaggio, dal nome esemplare di Vincenzo Malinconico, tiene banco tra fatti, misfatti, malintesi, deviazioni, sorprese: gestisce il racconto in prima persona, ma come “un narratore incoerente”, che, più che seguire uno sviluppo di eventi, giostra tra diverse situazioni, che suscitano il suo estro di filosofo “minimo”, dispensatore di riflessioni paradossali sulle contraddizioni infinite dell’esistenza, sull’assurdità di gesti e comportamenti propri ed altrui. È come uno Zeno Cosini in sedicesimo, che in fondo, a forza di non sapere, di equivocare sul proprio rapporto con gli altri, di prendere lucciole per lanterne, arriva ad una sua inaspettata felicità: e l’autore sa far valere questo collaudatissimo schema navigando tra oggetti, luoghi comuni, consuetudini ben note ai lettori, che fanno da spunto per battute “simpatiche” e talvolta prevedibili (e questo può offrire certo occasioni di piacevole lettura). Ammiro la bravura di De Silva, la sua versatilità (anche pensando ai caratteri molto diversi di sue prove precedenti): ma non riesco a ridere per le evoluzioni di questo ennesimo giocoliere, che a tratti arriva anche ad annoiarmi. Leggo invece “tutto d’un fiato” (come si dice) il libro di Lidia Ravera, Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo), che ha anch’esso al centro (ma con narrazione in terza persona) un personaggio maschile che vive solo, da tempo separato dalla moglie: si tratta di un funzionario editoriale sulla cinquantina, conosciuto per il suo carattere freddo, “cuore invernale”, che, pur avendo avuto varie donne, non ha mai provato un vero amore per nessuna, e tanto meno per la moglie da tempo lasciata. Nella calda estate romana, per uno strano intreccio che si svelerà solo verso la fine, la sua casa viene “visitata” da una strana domestica, di cui finisce per innamorarsi, ma che poi improvvisamente sparisce. La scrittrice gioca con grande sottigliezza sul mistero rappresentato da questa domestica che mette in subbuglio la vita del protagonista, con una crescita progressiva, e non senza momenti di deformazione ironica, di sorpresa, esitazione, desiderio, passione. Il ritmo rapido e leggero, quasi svolazzante, della vicenda fa pensare ad intrecci sentimentali ed erotici settecenteschi, aerei, inafferrabili, giocati in superficie, eppure “pericolosi”: gioco dell’amore e del caso, della sorpresa, della finzione e della maschera,dello svelarsi e del ritrarsi; costruzione “teatrale” di una vendetta femminile nei confronti di quella “invernale” aridità maschile (in cui si affaccia anche la situazione del gioco d’azzardo). Insomma un piccolo gioiello, così essenziale e a suo modo perfetto: nell’ eccitazione che lo percorre si affaccia peraltro qualche tratto di perplessa malinconia, come nella presa d’atto del carattere illusorio dell’amore, dell’obliquità dei rapporti, dell’indeterminatezza della comunicazione.
Mi colpisce d’altra parte il fatto, sempre più frequente del resto, che una scrittrice abbia qui scelto di mettere al centro, come protagonista, un personaggio maschile (anche se, come ho detto, e come risulta chiaro dall’esito della vicenda che evito di rivelare, vi si può scorgere anche una sorta di femminile “vendetta”). A un personaggio maschile è affidata la narrazione in prima persona dell’altro romanzo della cinquina, L’illusione del bene (Feltrinelli) di Cristina Comencini: qui la voce narrante è quella di un cinquantottenne, anche lui marito separato, giornalista della Rai, con un passato di comunista, come quello di tanti intellettuali della sua generazione, che incontra Sonja, una bella immigrata russa e, turbato dalle sparse notizie che ella dà della sua famiglia e della persecuzione della madre dissidente negli ultimi anni del comunismo, va alla ricerca di testimonianze agli Open Society Archives di Budapest, e poi in Russia. Al di là dell’ esito di questa ricerca, lo sviluppo del libro, che si appoggia su una coscienziosa documentazione, vuol offrire un’assorta meditazione sulle contraddizioni del comunismo, sull’equivoco con cui tanti intellettuali vi si sono accostati ignorandone i misfatti, sul male prodotto da quel “sogno di una cosa”, sugli orrori usciti da quella “illusione del bene”. A parte il linguaggio un po’ neutro ed inerte, nel romanzo si può certamente riconoscere un possibile soggetto cinematografico, forse insidiato da un certo “buonismo” sentimentale (sempre troppo “cuore” nella Comencini), da certa troppo stretta chiusura nel punto di vista di quella borghesia intellettuale che non riesce a guardare fino in fondo agli errori e agli equivoci del passato e alla loro continuità con i disastri del presente, finendo per affidarsi ancora a qualche sua privata illusione.
Lasciato finalmente lo Strega, il recente ricordo mi conduce ad un altro libro già letto, scritto anch’esso da una donna con voce narrante : un libro che un terribile caso ha portato in libreria in due giorni dopo la morte dell’ autrice, La via di Fabrizia Ramondino (Einaudi), facendone così un amaro suggello, punto d’arrivo di una esperienza tra le più appartate e singolari della letteratura degli ultimi anni: proprio sollecitato da quella tragica combinazione del destino e parola finale, lo avevo proprio in quella stessa settimana, all’inizio dell’estate, e ora lo riprendo in mano, pensando allo sguardo lontano e doloroso della scrittrice, l’effetto di altrove e di silenzio che dava la sua presenza, la tensione che animava la fragile figura. Proprio in quella condizione conclusiva assegnata dalla crudeltà del caso, La via erompe con uno scatto essenziale e perentorio che poi si svolge e si frantuma in mille rivoli, quasi ad indicare, nonostante tutto, l’incompiutezza dell’esperienza della scrittrice, una sua resistente e insoddisfatta volontà di apertura, di affidamento al mondo. A parlare è qui un uomo di mare che si è trovato a soggiornare per un periodo piuttosto ampio in un immaginario paese del Sud, Acraia, che in realtà fa pensare a qualche cittadina tra il Sud del Lazio e il Nord della Campania, tra Terracina, Cassino, Sessa Aurunca, nella zona in cui la scrittrice era approdata negli ultimi anni. La vecchia Via consolare che percorre il Borgo del paese reca in sé il segno delle trasformazioni che si sono succedute dal tempo della guerra allo sviluppo caotico degli ultimi decenni; nella frenetica vita che la anima, tra il sorgere di nuove attività commerciali e il traffico dei camion che continuamente l’attraversano, si dà come una metafora reale dello sfaldarsi dello spazio e del tempo, dell’impossibilità di mantenere un equilibrio umano, di qualcosa che si oppone alla felicità delle vite che pure lì si affacciano e si cercano. Ancora una volta la Ramondino mostra qui la sua eccezionale capacità di ascoltare la vita dei luoghi, di sentire il loro respiro interno, la loro animazione pulsante, i loro tendere verso un possibile bene e il loro sfaldarsi e corrompersi, le minacce interne ed esterne che li corrodono. La via è aperta come un mare in cui arrivano i detriti del mondo, gli echi attutiti e persistenti degli orrori e delle guerre che agitano il pianeta, gli scampoli e gli scarti di ciò che ne mette sempre più in pericolo l’equilibrio vitale, che allontanano per sempre quelle ipotesi di luce, di pace e conciliazione che si sono affacciate nelle utopie e nelle speranze di una storia lontana e vicina. L’ospite di Acraia segue le molteplici vite che si affollano in quel periferico crocevia del mondo, ascolta i racconti slegati e frammentari dei vari personaggi che frequenta o che casualmente incontra: lacerti di vita autentica, “frammenti sparsi di un mosaico” che tarda a ricomporsi, un susseguirsi di divagazioni, di contatti imprevisti, uno sminuzzarsi di fatti e di fatterelli, un costituirsi di rapporti che lasciano margini di non comunicazione; e tante curiosità che non vengono completamente
soddisfatte, come se l’essere delle persone, anche di quelle più semplici e disponibili, covasse sempre dentro di sé qualche segreto, nascosto e insondabile anche quando forse non ha nulla di traumatico o sconvolgente. Resta qualche sconcerto per il fatto che, nel susseguirsi di voci diverse, nel vario incalzare di divagazioni (fino a nuovi dati che si aggiungono quando il narratore ha lasciato per sempre Acraia), viene come a slabbrarsi e a perdersi l’intensità di quello ascolto del pulsare della via, che in tutta la parte iniziale nel libro offre uno scordo davvero essenziale della lacerata Italia di oggi.
Ancora un protagonista maschile è al centro del libro di Francesca Sanvitale, L’inizio è in autunno (Einaudi): allo psichiatra Michele viene qui affidato il punto di vista di una narrazione che comunque è in terza persona e che è concentrata in gran parte su vicende dell’autunno in cui Michele sospende l’attività terapeutica per portare a termine un lavoro destinato ad un concorso universitario. Una scrittura che sa pazientemente e delicatamente avvolgersi intorno allo scorrere della vita, alle luci, ai colori, alle ombre che la abitano, ai turbamenti psichici e alle contraddizioni del sentimento, ai vuoti e alle incertezze della riflessione su di sé e
sul mondo, segue i pochi ma essenziali incontri che vengono a turbare e ad arricchire l’esperienza del quasi solitario psichiatra che, prossimo alla quarantina, credeva ormai che la sua vita fosse per sempre limitata agli incontri e agli scambi problematici con i pazienti, seguiti con vigile attenzione. Nel breve spazio delle strade dei quartieri intorno a San Pietro, tra il lento variare atmosferico della Roma autunnale, Michele si lascia catturare entro una vicenda legata al restauro ormai concluso del grande affresco del Giudizio universale nella Cappella Sistina, in un nesso di ossessioni che coinvolgono anche una donna condannata da un cancro alla testa e che in particolare chiamano in causa il restauro della testa del Cristo michelangiolesco. il romanzo viene così a sovrapporre le esistenze di fragili esseri umani, il loro ridotto mondo privato, alla formidabile suggestione tragica, alla potenza smisurata di quel capolavoro assoluto; e se le vicende private possono apparire a tratti troppo dimesse, se desideri e sentimenti dei personaggi si dispongono in misure troppo ridotte (non senza qualche leggera incongruenza), il continuo disegnarsi delle immagini del Giudizio, con gli sguardi di Michele alle illustrazioni di libri dedicati al restauro e le sue visite alla cappella Sistina, fa aleggiare su quella esistenza, su questo mondo di “dopo”, sulla così marginale realtà contemporanea, il “vento della fine”, l’assoluta negatività e distruttività di quel capolavoro che sembra condurre tutta la storia dell’umanità non certo verso una quiete finale, verso il rasserenante trionfo del piano religioso del cosmo, ma verso il nulla più radicale ed implacabile. Bellissime sono le pagine dedicate all’osservazione delle figure del Giudizio; e davvero suggestivo e carico di significati è il corto circuito costruito tra quella arte inarrivabile e l’eco che ella lascia sul presente da lei così lontano. Nella vicenda di ossessione che si costruisce intorno al Cristo del Giudizio si rivela del resto immediatamente un legame simbolico tra restauro artistico e psichiatria: le incertezze e i dubbi relativi al restauro (il restauratore Hiroshi è dominato dalla convinzione paranoica che l’originale della testa del Cristo sia andato misteriosamente distrutto nel corso del lavoro e che a lui ne sia stata affidata la ricostruzione, fatta passare per l’originale) rivelano uno stretto rapporto con quelli della terapia, con i processi che in essa , hanno luogo, con la necessità e il rischio di trarre alla luce traumi nascosti, con l’incertezza e l’imprevedibilità della guarigione. Libro serio e severo, a tratti anche dolce, in cui l’effetto di inizio affidato allo stesso titolo si specchia ansiosamente con quello di fine che sprigiona sulla rovinosa potenza delle immagini di Michelangelo.
Sono un’insegnante di scuola media e sono andata alla manifestazione di venerdì 17 con un cartello tipo sandwich; sul retro c’era scritto “nessuno è straniero nella mia scuola” e, sul davanti, “W le maestre, – W la scuola elementare a tempo pieno – parola di prof delle medie.
Mi sembrava giusto essere lì soprattutto per loro, per stare vicino e dare voce alle protagoniste di quel settore della scuola italiana la cui attuale eccellenza è indispensabile al cammino formativo delle giovani generazioni. Se la scuola perde la battaglia per la qualità alle elementari non si salverà nessun settore successivo, dalle medie alle superiori. Credo che tutta la scuola italiana post-elementare, si appoggi, nel proporre i suoi percorsi educativi didattici sulle “fondamenta” del sapere e del saper fare costruito dalle maestre.
Le/gli studenti arrivano alle medie con una valigia di competenze e conoscenze senza le quali non sapremmo da che parte iniziare il nostro insegnamento. Certamente, c’è chi arriva con la valigia piena e chi arriva con una più leggera, ma comunque mai vuota. Con onestà, possiamo anche dire che, a volte, ci mettiamo del nostro nell’alleggerire la valigia per far posto ai nostri contenuti, rompendo quel legame indispensabile al cammino del sapere.
Le maestre, a bimbi e bimbe che provengono da esperienze differenti (c’è chi ha fatto la scuola dell’infanzia, chi è affidato ai nonni, chi è stato con la mamma) e che non sono abituati a stare nei banchi e insieme, insegnano ad ascoltare, comprendere, comunicare e ordinare le informazioni; introducono man mano libri e linguaggi specifici; danno insomma quella formazione e quelle conoscenze senza le quali il cammino dell’apprendere sarebbe impossibile da percorrere.
Eppure questa loro maestria, più che non riconosciuta, è sconosciuta nel sapere comune: è un’ignoranza che percorre trasversalmente i ceti sociali da destra a sinistra.
In una assemblea cittadina a Sesto San Giovanni, quando la mia collega maestra Morena ha fatto vedere delle slide, che illustravano l’attività didattica delle due maestre in classe, molti genitori hanno affermato che non immaginavano che i loro figli “facessero tutte quelle cose”. Parlando con amici o con la gente al mercato, quando raccogliamo le firme in difesa della scuola, senti molta superficialità e ignoranza sul lavoro delle maestre. Sembra quasi che, per troppi, questo mestiere non sia proprio un mestiere. Forse perché un mestiere di donne?
L’onda sotterranea di un pensiero vecchio che fa l’equazione: lavoro di donne = non effettivo lavoro, percorre ancora il mare del sentire comune, nascosto sotto le ondine dei cambiamenti avvenuti nella società. Quando è stata proprio la magistralità femminile, applicando la cura, l’attenzione e la relazione all’insegnamento ai piccoli e alle piccole, che ha reso la scuola elementare il luogo d’eccellenza che il mondo ci riconosce.
Poi c’è un’altra ignoranza e superficialità diffusa: il pensare che la facilità del mestiere d’insegnare sia inversamente proporzionale all’età a cui è rivolto l’insegnamento. Senza sapere che il periodo che va dai 6 ai 10 anni è la stagione più delicata e bisognosa di attenzione, quella che determinerà l’andamento di tutto il processo formativo.
Per questo, se abbiamo veramente a cuore la scuola pubblica statale, dobbiamo sostenere e dare voce alle maestre, come hanno fatto studenti medi e universitari venerdì scorso quando con noi gridavano “no al taglio della scuola elementare”. L’avvocata Gelmini, nei commenti dopo la manifestazione, non riusciva a capacitarsi del fatto che anche i “…bidelli dell’università hanno manifestato contro il maestro unico”. Forse le nuove generazioni sono già portatrici di un sentire nuovo?
Allora, care maestre, continuate a raccontare il vostro quotidiano, a raccontarvi, come le due maestre ne La Lettera del Corriere del 18 ottobre, come Cristina Mecenero in “Voci maestre”, come le protagoniste del film documentario “L’amore che non scordo” perché la scuola, oggi più che mai, ha bisogno della vostra voce.
Gioconda Pietra
Appello dal GUS (gruppo Genitori Uniti a Studenti e Insegnanti) e dal Coordinamento “Non rubateci il futuro”.
Si chiede di far circolare il più possibile e di RISPONDERE al piu’ presto
AL SEGUENTE APPELLO
Cari genitori, docenti e cittadini, siamo tutti interessati alla “questione scuola” e
SIAMO ARRIVATI AD UN MOMENTO DECISIVO.
Tra pochi giorni il decreto Gelmini diventerà legge dello stato.
MA PER RIFORMARE DAVVERO LA SCUOLA
E’ INDISPENSABILE UN CONFRONTO
TRA IL GOVERNO E TUTTE LE PARTI INTERESSATE
(genitori, insegnanti, studenti, anche quelli che non si sentono abbastanza rappresentati da nessun sindacato)
LO ABBIAMO CHIESTO + e + VOLTE .
Ma non siamo stati ascoltati
DOPO AVER MANIFESTATO IL DISSENSO IN TUTTA ITALIA
CHIEDIAMO LA SOSPENSIONE IMMEDIATA DI TUTTI I LAVORI PARLAMENTARI
SUL DECRETO DEL MINISTRO GELMINI
CHIEDIAMO UN CONFRONTO DIRETTO CON IL MINISTRO
E se non lo ottenessimo?
Per cortesia RISPONDETE A QUESTO SONDAGGIO:
SIAMO IN GRADO DI COORDINARCI TUTTI e di OCCUPARE,
questa volta TUTTI insieme e in + scuole possibili in tutta Italia lo stesso giorno: IL 31 OTTOBRE?
quagu.rima@tiscalinet.it
simonettasalacone@libero.it
riccardo@cartadamusica.it
demeo@libero.itbarbarab.yem
guds.i©libero.it
Alberto Ghidini
“Per un quarto di secolo ho cercato di evitare di usare il microfono… Mi rifiuto di trasformarmi in un altoparlante” disse Ivan Illich nel corso di un incontro pubblico nel 1990: era persuaso del fatto che fosse quanto mai necessario salvaguardare il “luogo del parlare” dall’offensiva di una pratica amorfa e standardizzante della comunicazione di massa, alla quale si sentiva specialmente ostile per quella sua sciagurata capacità di sequestrare, codificare e normalizzare il discorso, compromettendo qualunque abbozzo di ricerca. Per questo, due anni prima, non aveva accolto di buon grado il progetto di un ostinato giornalista della Canadian Broadcasting Corporation di nome David Cayley, suo grande estimatore sin dalla fine degli anni ’60, che si era messo in testa di “analizzare” il suo pensiero attraverso uno schema di interviste destinate alla radio. Interviste che, del tutto imprevedibilmente e improvvisamente, Illich arrivò ad accordargli con un “atto di obbedienza” che – per quanto “refrattario” -lasciava intendere un nascente senso di amicizia.
I due, per la verità, diventarono amici proprio a partire da quella non facile “sperimentazione filosofica”, cui seguì la messa in onda sulla Cbc Radio di cinque puntate della serie “ldeas”, sotto il titolo, ispirato da un verso del poeta cileno Vicente Huidobro, Un po’ luna, un po’ commesso viaggiatore. Conversazioni con Ivan Illich, e, poco più tardi, l’uscita di Ivan Illich in Conversation, un libro magistralmente “assemblato” da Cayley utilizzando la trascrizione delle registrazioni del programma, apparso in Italia da Elèuthera nel 1994 e da poco riproposto dalla stessa editrice milanese (Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, a cura di Franco La Cecla, traduzione di Stefano Stogl, nuova ed. 2008, pagine 220, euro 18).
Dietro una spinta patologica
Da allora, il legame tra Ivan Illich e David Cayley divenne sempre più stretto e “conviviale”, tanto da portare Illich – che nel frattempo non aveva superato la sua avversione per i microfoni – ad accettare di registrare, tra il 1997 e il 1999, una nuova serie di interviste, anche queste trasmesse nei primi giorni del 2000 sulle frequenze della radio pubblica canadese, e la cui trascrizione viene ora pubblicata da Quodlibet nella collana “Verbarium”, inaugurata nel 2007 per volontà di Michele Ranchetti, che prima della scomparsa predispose l’allestimento del volume intitolandolo Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità (a cura di Fabio Milana, traduzione di Aldo Serafini, pagine 155, euro 18). Già dal titolo si intuisce la radicalità della lettura proposta, che illustra l’idea secondo cui le società moderne tradiscono l’annuncio evangelico nella sua essenza.
Anche in questo caso il “montaggio” di Cayley è impeccabile e getta una luce nuova sui temi più “classici” della ricerca di Illich, che qui vengono integrati dalla indagine sul nucleo religioso “perverso” delle istituzioni moderne: istituzioni che, applicando scrupolosamente il messaggio cristiano “distorto”, non fanno che aumentare e aggravare, nella dimensione sociale, quella “spinta patologica” osservata anche da Gregory Bateson in un suo saggio del 1978 intitolato Sintomi, sindromi, sistemi (pubblicato nella raccolta Una sacra unità, trad. di Giuseppe Longo, Adelphi, 1997). Una spinta patologica che dovrebbe portarci, più che ad “accusare il sistema”, a esaminare e discuterne i presupposti epistemologici.
Del resto Illich lo aveva già denunciato nei suoi precedenti lavori: la scuola invece di educare blocca l’apprendimento, gli ospedali invece di guarire fanno ammalare, la prigione e le misure repressive aggravano la criminalità, e così via. Nulla di più vicino alla realtà che ci riguarda, con il prepotente ritorno di tutte quelle idolatrie legate all'”istruzione”, al “potere medico”, alla “sicurezza”. Un esempio cruciale dello “snaturamento” della virtù cristiana Illich lo individua nel millenario fraintendimento della parabola del buon Samaritano. La vicenda, narrata nel Vangelo di Luca, descrive perfettamente gli orizzonti imprevisti che Gesù sperava di schiudere ai suoi ascoltatori. “Chi è il mio prossimo?”, viene chiesto a Gesù. E lui risponde raccontando la storia di un uomo che nel tragitto da Gerusalemme a Gerico viene spogliato, picchiato dai briganti, dunque lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. Un sacerdote passa di li, lo vede e tira dritto senza soccorrerlo, così anche un altro funzionario del tempio. A fermarsi per prestargli aiuto sarà uno straniero, un Samaritano, nemico del popolo d’Israele, che lo medica e lo trasporta in una locanda per farlo curare a sue spese. È un racconto, questo, capace – secondo Illich – di annunciare una libertà senza precedenti nel mondo antico, dove la morale si applicava soltanto all’interno di un ethnos, e cioè entro i confini di un determinato popolo, di un “noi”, storicamente dato, in un determinato luogo, nell’ambito di una determinata tradizione.
Tuttavia, e “tragicamente” secondo Illich, le interpretazioni di questo passo sono andate nella direzione di mostrare come ci si dovrebbe comportare nei confronti del prossimo, ribaltando il messaggio che Gesù intendeva trasmettere raccontando quella storia: che l'”altro”, il “prossimo”, non è determinato dai nostri “confini etnici”, ma da noi stessi. Un concetto che si corrompe, dice Illich, quando viene definito come qualcosa che può essere “fatto molto meglio” da “istituzioni preposte” – in primis dalla Chiesa dei moderni “preti-funzionari”, o “preti-manager” – anziché da gruppi di cristiani, movimenti e comunità di base fedeli a quello che Enzo Mazzi ha reso, in un bel libro appena pubblicato da manifestolibri, come il “carattere ribelle del primo cristianesimo” (Cristianesimo ribelle, pp. 190, euro 20).
Corruptio optimi pessima, recita un antico detto che Illich era solito ripetere. Il “meglio” è l’incontro tra due uomini, un Samaritano e un giudeo, che cambia entrambi in profondità, facendoli uscire dal loro “io”, plasmato dall’orientamento antropologico al quale ciascuno dei due, almeno fino a quel momento, prende parte. Il “peggio” è il risultato del processo di istituzionalizzazione di questo incontro, che attecchisce nel senso comune occidentale l’idea che gli esseri umani siano costituiti da bisogni e, di conseguenza, che sia necessario organizzare la società al fine di soddisfarli attraverso lo sviluppo di forme di potere che dovrebbero “gestire”, “assicurare”, “garantire” l’amore per il prossimo. In questa ottica, il giudeo abbandonato nel fosso rappresenta un “problema per la società”; che soltanto una risposta programmata e pianificata “minuziosamente” da un’ingegneria sociale concepita per soddisfare “meccanicamente” il “bisogno dei bisognosi” dell’uomo occidentale moderno, può risolvere. Si potrebbe dire – estremizzando – che, iniquamente, nella modernità, quel moribondo abbandonato sulla strada è stato “commutato” in un Tamagochi, il giocattolo digitale giapponese fino a poco tempo fa molto popolare (non solo) tra i bambini che, come ha acutamente osservato il filosofo sloveno Slavoj Zizek, ci dice molto di più di tanti trattati accademici sullo “stato dell’amore per il prossimo” al giorno d’oggi. Del resto anche Illich, in un fulminante intervento (circolante in rete col titolo Il prossimo non è un’istituzione) tenuto a San Rossore il 18 luglio del 2001 durante un seminario promosso dalla Regione Toscana sui temi della globalizzazione e convocato in occasione di quel triste, per molti motivi, “supermarket di propostine” che fu il G8 di Genova, proprio riferendosi al meeting genovese, dichiarò: “là sono convinti, dentro e fuori – globofili e globofobi – che il mondo resta un mondo di bisognosi”.
In un certo senso Pervertimento del cristianesimo, autorevolmente definito da Cayley come il “testamento” di Illich, permette una rilettura dell’autore attraverso “muovi occhiali”, costituiti dai temi fondamentali che attraversano tutta la sua opera, offrendo una base molto solida da cui cominciare per contestare le aberrazioni delle istituzioni totali, ma anche le idee di “Stato”, di “democrazia”, lo “sviluppo” nei paesi terzi e le proposte di “rinnovamento sociale” in Occidente, il potere economico-politico delle corporations, fino al tentativo capitalista di rifare il mondo sulla base del principio edonista dell’infinita soddisfazione dei bisogni (falsi e artificiali) dei consumatori, “i nuovi fedeli” della “nuova religione”, il capitalismo (lo sostiene Peter Sloterdijk, e probabilmente lllich sarebbe d’accordo).
“Fuori moda” – come ha fatto presente La Ceda nella sua prefazione alle Conversazioni – rispetto ad alcune delle più grandi figure a lui parallele (da Foucault a Baudrillard a Debord), lllich ha saputo rintracciare l’archeologia delle nostre dipendenze attraverso una raffinatissima indagine della “struttura” delle istituzioni moderne, delle loro architravi, rappresentate dai concetti di “cittadinanza”, “responsabilità”, “potere”, “bisogni-rivendicazioni-diritti” eccetera. Aveva intravisto il declino di questi ideali, suggerendo di intenderlo non come una minaccia per la sopravvivenza dell’ “ordine democratico”, ma come la “fine di un’ epoca” che apre un’inedita possibilità di accesso a un nuovo spazio, che lui definì il “mondo della conspiratio” o dell'”amore powerless”, senza il potere. Un mondo che Illich scelse in prima persona come progetto di “pedagogia politica”, non mettendosi al servizio degli ultimi, ma – scrive Milana nella sua densa postfazione al Pervertimento – “in fila tra loro”, cercando di adottarne sempre il punto di vista e assumendo un atteggiamento powerlessness, manifestamente anti-istituzionale, sin dai primi anni di sacerdozio attivo, trascorsi tra una parrocchia portoricana di Manhattan, a New York, e il Centro lntercultural de Formación, poi divenuto de Documentación, da lui fondato a Cuernavaca, in Messico, sacerdozio al quale rinunciò definitivamente nel 1969, dopo un aspro confronto con l’autorità ecclesiastica della Congregazione per la Dottrina della Fede (erede moderna dell’Inquisizione).
Un Intellettuale extra-vagante
Aveva settantasei anni, Illich, quando morì a Brema, nel suo studio in Kreftlingstrasse, il 2 dicembre 2002: stava preparando – come testimoniato da Barbara Duden e Silja Samerski – il seminario sulla corruptio optimi, che si era deciso a tenere, nonostante le incertezze e i dolori invalidanti della malattia che da anni sopportava stoicamente e che gli aveva sfigurato il volto, a ragione definito “uno dei più belli del pianeta”.
Mai come oggi ci manca un intellettuale di questo tipo, “extra-vagante”, in continuo movimento fuori dalle piste battute, “programmaticamente” staccato da schemi di pensiero e riferimenti dati.
Al convegno in memoriam, che si svolse a Lucca nel giugno del 2003 Samar Farage ha ricordato Illich raccontando come una volta – lui che negli anni giovanili studiò mineralogia e cristallografia a Firenze – si descrisse come uno “xenocristallo”, un cristallo di natura estranea rispetto alla roccia nella quale è incorporato. La “roccia” nella quale era incluso fu il suo tempo (il nostro tempo), con cui Illich mantenne un dialogo costante e al quale guardò sempre con “partecipazione”, ma anche con quel “distacco necessario” per coglierlo e interrogarlo nella sua realtà storica.
Se, come pare abbia detto una volta Karl Wallenda, leggendario funambolo statunitense di origini tedesche, “stare sul filo è vivere”, prima di morire lvan Illich – che a Los Angeles, nel marzo del 1996, davanti a una platea di filosofi cattolici, affermò di essere stato costretto, nella sua esperienza di docente, a fare “molti numeri di equilibrismo” – avrebbe certamente potuto “confessare di aver vissuto”. E la sua vita, come pure la sua opera sono corse “sul filo”, prendendosi tutti i rischi del caso, e evitando di finire nello scatolone politically correct del “pensiero ecologico” o, peggio ancora, in quello degli “stili di vita new age” – come, invece, purtroppo, è toccato, totalmente o almeno in parte, ad altri “equilibristi”.