Sono tantissime, e continuano ad arrivare, le adesioni all’appello che abbiamo promosso insieme ad altre organizzazioni nazionali, gruppi locali, personalità, famiglie, cittadini e cittadine.
Invitiamo tutti e tutte a raccogliere l’invito lanciato oggi dalla Tavola della Pace per incontrarsi ad Assisi sabato 17 gennaio.
Iniziamo a costruire nelle nostre città, nelle nostre comunità, nelle scuole, nei luoghi di lavoro una grande partecipazione, per essere in tanti e tante ad Assisi e gridare:
C’è un modo per evitare il massacro di civili. C’è un modo per salvare il popolo palestinese. C’è un modo per garantire la sicurezza di Israele e del suo popolo. C’è un modo per dare una possibilità alla pace in Medio Oriente. C’è un modo per non arrendersi alla legge del più forte e affermare il diritto internazionale.
CESSATE IL FUOCO IN TUTTA L’AREA
RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE ISRAELIANE
FINE DELL’ASSEDIO DI GAZA
PROTEZIONE UMANITARIA INTERNAZIONALE

ACLI, ARCI, LEGAMBIENTE

Appello arrivato via email

Dal 27 dicembre Israele, terza forza aerea al mondo, ha scatenato una violentissima aggressione contro Gaza, una striscia di terra di 378 km2 popolata da un milione e mezzo di palestinesi, uccidendo nei primi sette giorni più di 500 esseri umani indifesi, tra cui moltissimi bambini.

Il tutto con la complicità degli Stati Uniti e dell’Europa, e il sostegno di un’informazione manipolata, conformista e opportunista.

Non è vero che questa carneficina è la risposta ai razzi, artigianali e per fortuna poco pericolosi lanciati da Hamas, che pure forniscono un alibi all’assalto, bensì un’azione premeditata e preparata da molto tempo.

Non è vero che Hamas, movimento integralista di cui condanniamo metodi e obiettivi, ha rotto la tregua di sei mesi, scaduta il 19 dicembre: è Israele che non ha rispettato i patti sottoscritti, uccidendo, dopo la firma dell’accordo, 25 palestinesi (gli ultimi sette nel novembre scorso) e non ha posto fine al blocco di Gaza.

Da un anno e mezzo Gaza è una prigione per tutti i suoi abitanti, ridotti alla fame e strangolati da un embargo selvaggio, un nodo scorsoio alla gola, allentato e ristretto a piacimento da Israele, che ha negato acqua, cibo, medicine, elettricità, carburante, e che ha distrutto ogni risorsa economica. “Un assedio brutale che viola i diritti umani fondamentali e le normative internazionali”, dice Jeff Halper, storico pacifista israeliano.

È vero, invece, che lo scopo di Israele è ridurre allo stremo un intero popolo cui imporre una vita senza dignità e umanità: da quarantuno anni continua l’occupazione di Cisgiordania e Gaza, “un’occupazione brutale che umilia, affama, nega il lavoro, demolisce le case, distrugge i raccolti, ammazza i bambini, incarcera i minori senza processo in condizioni terribili, lascia che i bambini piccoli muoiano ai check-point e diffonde bugie”, come afferma Nurit Peled, scrittrice pacifista israeliana.

Oggi anche la Cisgiordania è diventata una prigione, circondata da un muro di 732 km che l’ha spezzettata in undici cantoni, bloccata da 500 check-point, controllata da 250 insediamenti di coloni che rubano le sorgenti d’acqua e le terre migliori.

È vero che la stessa popolazione del sud di Israele è tenuta in ostaggio dal proprio governo.

È vero che la violenza di oggi rafforzerà l’odio e produrrà solo altra violenza.

È vero che la pace passa solo attraverso un effettivo negoziato politico con l’unione delle forze palestinesi.

Chiediamo alla comunità internazionale di porre immediatamente termine alla strage e all’assedio di Gaza e avviare un vero processo politico che metta fine all’occupazione israeliana.

A ciascuno/a di noi di costruire iniziative di solidarietà con Gaza e con il popolo palestinese, per fermare questo scempio della civiltà.

Donne e uomini per la pace in Palestina
Chioggia

Lettera a il manifesto

Israele ha attaccato Gaza con 100 aerei da combattimento, missili ed elicotteri Apache, uccidendo, all’ora in cui scriviamo, circa 350 persone tra cui un numero elevato di donne e bambini. Prima di questo, da oltre due anni ha strangolato gli abitanti (1 milione e mezzo circa) imponendo il blocco dei rifornimenti di cibo, carburante, energia elettrica. Ha bloccato l’entrata ed uscita degli abitanti compresi i malati gravi,
ridotti alla fame e privi di possibilità di curarsi e lavorare. L’economia della Striscia è stata distrutta dal blocco completo di esportazioni ed importazioni: mancano i materiali (cemento, ecc) per costruire, per
l’industria e l’agricoltura. I prodotti tradizionali del luogo, ortaggi e frutta, marciscono nei magazzini a causa del blocco israeliano. Anche i soccorsi delle Nazioni Unite e di alcuni Paesi europei sono stati
gravemente ostacolati, ed impedita l’attività di associazioni di cooperazione. Gaza ha tutto l’aspetto di una prigione a cielo aperto. La precaria tregua stabilita nel 2008 è stata rotta da Israele con un attacco
che ha ucciso, nel novembre scorso, 7 persone.
Alcuni palestinesi (in realtà non si sa chi siano, ma sembra giusto metterli in conto ad una parte almeno di Hamas, poiché Hamas non li ha sconfessati) hanno reagito lanciando razzi Qassam contro le abitazioni
israeliane al confine con la Striscia, principalmente nella cittadina di Sderot e dintorni. Questi razzi, assolutamente inefficaci dal punto di vista militare, possono essere diretti solo con grossolana
approssimazione, e sono la manifestazione di una volontà di resistenza che si esprime in modo velleitario ed assurdo, e criminale perché rivolto contro civili: essi servono soprattutto ad Israele, come pretesto per
continuare il mai interrotto blocco, ed ora la strage. Abbiamo visto i ministri israeliani parlare della necessità di difendere i loro cittadini dai razzi sparati dal territorio di Gaza, con una cinica ed inverosimile
ripetizione della favola del lupo e l’agnello. La ministra degli esteri è comparsa in tv per dire che ora basta: nonostante il dolore per i bambini colpiti, “è ora di far cessare la minaccia contro Israele”. Questa volta, neppure la stampa dell’Europa occidentale sembra disposta a credere a queste menzogne, salvo una parte consistente di quella italiana, assuefatta alla autoprivazione della libertà di espressione per
opportunismo conformista.
La politica di Israele, con la coraggiosa eccezione di una piccola minoranza a cui va reso merito, la miriade di piccoli gruppi organizzati che esercitano una attivissima opposizione in nome degli ideali di
giustizia e libertà, uguaglianza e pace (vogliamo qui ricordarli tutti con simpatia e solidarietà: ci si permetta anche di additare i giovani e giovanissimi che rifiutano il servizio militare come occupanti ed
oppressori nei territori palestinesi), è tuttora dominata dall’ideale nazionalista del sionismo che vuole, dopo stabilito lo Stato Ebraico, farlo più grande e forte, invincibile rifugio degli Ebrei dispersi nel
mondo. E per questo, invece di cercare amicizia e cooperazione con il popolo palestinese che hanno cacciato dalla sua terra con la violenza e il disprezzo, in modo continuato dal 1948 ad oggi, si affida alla forza delle armi.
L’estrema violenza ed ingiustizia di tutta la politica israeliana, dalla cacciata dei palestinesi ad oggi, è ora culminata nell’eccidio di Gaza, che ricorda altri eccidi che non vogliamo qui citare uno per uno, ma che
gli israeliani e gli ebrei della diaspora dovrebbero aver ben presenti, ed insegnare alle nuove generazioni perché rifiutino la violenza nazionalista e razzista.
Ricordando l’introduzione di Primo Levi al suo esemplare libro “Se questo è un uomo”, affermiamo che quando il disprezzo per lo straniero, il diverso, diventa il fondamento di una società, si arriva al lager. La
strage di Gaza, insieme all’oppressione dei palestinesi nella Cisgiordania, alla loro discriminazione in Israele, è già ben inoltrata su questa strada.

*** Giorgio Forti, Giorgio Canarutto, Paola Canarutto, Marina Del Monte, Miryam Marino, Carla Ortona, Renata Sarfati, Stefano Sarfati Nahmad, Susanna Sinigaglia, Ornella Terracini di Rete-ECO (Rete degli Ebrei contro l’Occupazione)

Rossella Cursio

Forse con il tempo dimenticherò il suo volto ma non dimenticherò mai il suo spirito.
Maman era un concentrato di fierezza e dignità, contrariamente alle altre, che mi
aleggiavano sempre intorno, lei si teneva a distanza sorvegliandomi con lo sguardo, attentissima ad ogni mio gesto ed ad ogni mia parola, non chiedeva mai nulla e non accettava nulla. Si limitava a rimanere in piedi, appoggiata alla mia porta, guardando distrattamente fuori quando le risate delle altre diventavano travolgenti.
Non smisi mai di coinvolgerla sorridendole con lo sguardo ma rimase sempre
indifferente fino al giorno in cui i suoi occhi cominciarono a parlarmi. Già felice del
risultato, ormai quasi insperato, non feci niente per forzarla, ogni tanto le rivolgevo piccole frasi che rimanevano puntualmente senza risposta.
Maman come il resto della famiglia aveva una posizione privilegiata, infatti non viveva in una capanna o in una baracca o in un monoblocco, ma in una palazzina a due piani che racchiudeva all’interno un piccolo giardino.
Al piano terra, affacciate sul giardino, vi erano le stanze della nonna paterna e della nonna materna e un vasto salone destinato sia al ricevimento degli ospiti importanti sia ai rimproveri solenni del capo famiglia ai giovani maschi. Questo rito avveniva sempre a porte chiuse e lontano dagli sguardi delle donne.
Al primo piano si trovava un altro salone destinato ai pasti del capo famiglia, al
ricevimento di familiari e alla televisione. Seguivano una stanza per gli ospiti, la camera dei genitori, con bagno e doccia personale, e tantissime camere. Queste ultime si affacciavano sul cortile interno ed erano occupate da figli e figlie di primi e secondi matrimoni, da cognate e da cugini.
Al secondo piano si trovava un grande terrazzo da cui si dominavano le corti interne delle varie casupole e baracche che sorgevano nel quartiere e dove io, la sera, con il naso all’insù e un po’ di nostalgia, guardavo il passaggio degli aerei che volavano verso l’Europa.
Questo terrazzo era un interessante punto di osservazione: un po’ da per tutto panni coloratissimi sventolavano appesi ad asciugare, nelle corti si vedevano le donne che, sedute, setacciavano il riso in panieri ricavati dal guscio di grandi zucche, nelle stradine i bambini giocavano rincorrendo cerchi di ferro; si poteva udire il suono sordo e ritmato prodotto dalle donne che con energia battevano il miglio in grandi mortai di legno, il loro vociare, gli scoppi di risate, le urla di gioco e i pianti dei bambini.
Per tutto il giorno e spesso anche di notte, ritmi e canzoni s’innalzavano vivaci.
S’intrecciavano fra di loro e, fondendosi con i belati dei montoni ed i ragli degli asini, davano vita ad un unico tema di fondo che accompagnava il dispiegarsi delle giornate.
Un po’ da per tutto era possibile vedere qualcuno che, rapito dal ritmo zairese, danzava con gioia. Agli incroci dei vicoli, al suono coinvolgente del jembe1, gruppi di bimbi saltellavano ritmici battendo le mani.
Gli odori delle varie cucine e di spezie penetranti, aleggiando si spandevano e si
mescolavano a quelli del legno bruciato, del mais abbrustolito, del pesce arrostito A sera veniva dato fuoco ai rifiuti e l’odore acre e penetrante s’insinuava da per tutto.
Spingendo lo sguardo più lontano si poteva scorgere la fitta trama di strade e stradine e l’unica via asfaltata che si srotolava come un serpentone grigio fra le piste di sabbia, i colorati mezzi di trasporto in comune che correvano avanti e indietro, donne che procedevano, ancheggiando lente e regali, con i cesti sulla testa, vendendo
manghi e verdure.
Agli incroci, giovani venditori di cocco, facendo roteare con destrezza la loro
maschette2, decapitavano i frutti per venderli ai passanti. Gruppetti di uomini, seduti all’ombra di un muro o di un albero, gesticolavano seri intenti a discutere.
Su tutto dominava la Moschea che svettava alta e scandiva le giornate diffondendo dall’alba al tramonto il richiamo alla preghiera.
A volte mi fermavo su questa terrazza, rimanevo lì a raccogliere ed a farmi pervadere da tutte queste sensazioni che scavavano nei miei ricordi e facevano riemergere dal fondo della memoria frammenti nascosti.
Mi riportavano agli odori ai suoni ed alle immagini della mia infanzia… di quando mio padre mi portava a vedere la vita nei paesi e nelle campagne del Sud……. l’odore del legno d’olivo bruciato, la fragranza del pane cotto nel forno a legna, il profumo dei ‘torcinelli’3 alla brace, il vociare delle donne che sedute all’ombra dei trulli sgusciavano le mandorle…la musica ad alto volume che usciva dalle case….. il rincorrersi dei bambini in gioco fra i vicoli…. i greggi nei campi…. bianchissime lenzuola stese a finestre e balconi…. le strida di stormi di rondini che sfrecciavano fulminee nelle piazze… fra i tetti e i campanili…… e un misto di malinconia e dolcezza infantile mi riempiva il cuore e, abbracciandomi, mi faceva compagnia.
Nel giardino della casa di Maman vi era un unico albero con tantissima voglia di vivere. Addossato al muro protendeva i pochi rami verso la luce che proveniva dall’alto e, ostinato, resisteva alle bocche di cinque enormi bianchissimi montoni.
Questi animali, segno di distinzione della famiglia, ed ignari protagonisti di future feste rituali, erano i compagni di gioco dei maschi più giovani, venivano portati a passeggio legati con una cordicella ed erano scrupolosamente lavati in un trionfo di schiuma e risate ogni domenica mattina. I loro belati riecheggiavano ad ogni ora del giorno e diventavano struggenti quando le femmine venivano legate al povero albero per renderle più disponibili alle attenzioni amorose del montone.
Ogni sera, ad una certa ora, il portone veniva chiuso a chiave e con gran rumore dal capo famiglia. Questo gesto, che nascondeva qualcosa di rituale, poneva la famiglia di Maman ad un rango superiore nella mentalità della gente del quartiere.
Maman era forse quella che dava più da fare alla famiglia, spesso le scale
riecheggiavano dei suoi no o del suo nome pronunciato ad alta voce dal capo famiglia, qualche volta, purtroppo, riecheggiavano anche dei suoi pianti e dei suoi singhiozzi.
In quel caso, seguendo il filo disperato del suo pianto, la trovavo raggomitolata
nell’angolo di un gradino, con il viso nascosto fra le ginocchia dove cercava di soffocare il pianto, scossa dai singhiozzi, ribelle ed insensibile a qualsiasi tentativo di consolazione.
Maman odiava le treccine di cui adorano adornarsi le donne africane, piccole e grandi, preferiva portare i capelli cortissimi e fuggiva davanti ai tentativi di sua madre di farle un qualsiasi tipo di acconciatura. Ogni tanto rubava il rasoio a qualcuno dei fratelli più grandi e si liberava da quello che lei considerava un ‘derangement’.4 Maman amava molto giocare e si divertiva soprattutto a partecipare ai giochi dei fratelli maschi da cui però veniva regolarmente scacciata appena li vinceva.
Maman era molto generosa, non esitava mai a prendere la difesa dei più piccoli e, se capitava, anche dei più grandi con il risultato di essere poi rimproverata da entrambi i contendenti poiché non rispettava le gerarchie.
Un giorno, finalmente, non si fermo più sulla porta ma fece qualche passo all’interno della stanza prendendo posto accanto alla finestra e spaziando con lo sguardo attento fra i vicoli del quartiere. Dopo qualche giorno smise di guardare fuori e dopo qualche giorno ancora mi si sedette accanto.
Era il periodo del grande caldo, aspettavamo tutti la stagione delle piogge. Speranzosi, spiando l’orizzonte al tramonto, aspettavamo di scorgere in lontananza l’addensarsi delle prime grosse e basse nuvole cariche d’acqua.
Le mie braccia, dopo mattinate intere passate al porto per sorvegliare lo sdoganamento dei container, o meglio per cercare di sottrarli il più rapidamente possibile alle attenzioni della dogana locale, si erano cosi colorite da non poter più distinguere i nei.
Un giorno Miam, sorella di Maman, stava studiando attentamente le mie braccia e, con il dito, tracciava come delle strisce sulla pelle. Guardandomi con espressione contenta e sorridente mi disse: “Se prendi ancora del sole, fra qualche giorno diventi come noi!!”
Fu allora che Maman parlò: “Stupida! non potrà essere mai come noi! Lei non è di pura razza Africana!” Colpita da tanta fierezza sorrisi e poi, visto che le due avevano cominciato a battibeccare, presi le mani di Miam e fermandole nel suo gesticolare le dissi quello che sembrò per lei una grande delusione, le dissi che Maman aveva ragione.
Nel tempo che seguì avevo sempre Maman accanto ed ogni tanto dovevo frenare le sue pretese di esclusività. Spesso mi chiedeva di fare delle passeggiate insieme e non voleva nessun altro con noi. Camminavamo piedi nella sabbia e all’ombra degli alberi di nime5, parlottavamo piano osservando i coloratissimi disegni dei cars rapides6 e sorridendo ai caratteristici urli di richiamo degli autisti.Era piena di curiosità mi faceva domande su tutto e ascoltava attenta le mie risposte,
mi confidava i suoi progetti e mi chiedeva delle abitudini e usanze degli altri paesi che conoscevo.
Lungo i marciapiedi incontravamo file di banchetti dove le donne esponevano le loro merci multicolori, frutti, semi e spezie dall’odore a volte pungente. Maman mi spiegava l’utilizzo degli aromi che non conoscevo e sorrideva felice quando poteva insegnarmi qualcosa Allontanava con fermezza chiunque si avvicinasse a noi con futili richieste.
Mi colpiva per la sua decisione e per come sapesse esigere il rispetto degli altri, anche dai maschi e, se era inevitabile, anche con le mani.
Amava molto passeggiare, questo le permetteva di vedere cosa succedesse fuori casa e di soddisfare la sua curiosità A volte arrivavamo a piedi fino al mare. Restavamo in silenzio a godere del vento e a guardare le onde che sbattevano fragorose contro la scogliera dissolvendosi poi in bianchissima schiuma. A volte piccole gocce arrivavano fino a noi e ridevamo contente per quell’improvvisa frescura. La sua vera passione era il mare…. adorava il mare.
Una domenica mattina non la trovarono più, io lo seppi il pomeriggio, ma non me ne preoccupai molto conoscendo il suo senso di responsabilità e di quanto avesse bisogno di quella libertà che le era sempre negata.
Al tramonto la casa riecheggiò delle sue urla e del sibilo della cinghia che veniva
inesorabilmente battuta sul suo corpo dal padre. I due erano chiusi nel salone delle grandi occasioni…non mi era possibile intervenire e non mi era consentito, aspettai la fine di quello scempio a pugni chiusi, chiudendo gli occhi per il dolore e cercando di far arrivare la mia forza e il mio pensiero fino a lei nell’illusione e nella speranza di poterla aiutare a sopportare quel momento.
Maman era stata a vedere il mare.
Il giorno dopo rabbrividii guardando i segni a strisce rosa sulle sue gambe d’ebano….il cuore mi diventò piccolo piccolo, la strinsi forte a me
“Era bello il mare?” -“Si”-
“Ne valeva la pena ?” -“Si”-
Maman aveva solo dieci anni.

Note:

 

1 Tipico tamburo ricavato dal tronco d’albero e ricoperto di pelle di capra. Questo strumento non ha solo valore musicale ma anche mistico/rituale.
2 Coltello dall’impugnatura di legno e dalla lunga e larga lama (circa 50 ctm). Comunemente usato per quasi tutti i lavori.
3 Involtini d’interiora d’agnello. Specialità pugliese. Nei paesi venivano cotti sui carboni e per strada, all’esterno delle macellerie.
4 Fastidio.
5 Albero molto diffuso in Africa. Ha piccole foglie di un verde tenero e frutticini simili a piccole olive di colore giallo chiaro. Frutti e scorza sono alla base di molti rimedi della farmacopea tradizionale africana. Le svariate proprietà curative di questa pianta sono state riconosciute e confermate da approfonditi studi effettuati dai belgi.
6 Furgoni utilizzati come mezzi di trasporto pubblico. La carrozzeria (in Senegal) viene dipinta con disegni simbolici dai colori vivacissimi (di solito azzurro, arancio e verde) e scritte augurali o di ringraziamento (di solito a Dio o alla mamma). Non hanno vetri per consentire una maggiore aerazione e trasportano un numero di
passeggeri di molto superiore alla capienza del mezzo. Un aiuto autista, solitamente aggrappato alla parte posteriore, gridando a squarciagola e battendo ritmicamente delle monete sulla carrozzeria, indica il quartiere di destinazione, incita i passeggeri a salire e si occupa dell’incasso dei biglietti.

Ai primi posti, e in crescita, negli studi mondiali di valutazione delle competenze
Risultati ottimi in matematica e scienze, i migliori nel Nord-est

Scuola, il primato dei bimbi italiani
figli delle ‘vecchie’ elementari

Salvo Intraiva

La scuola elementare italiana consolida il suo primato internazionale. La conferma arriva dal rapporto Timss 2007 (Trend in international Mathematics and Science study): l’indagine che misura le competenze in Matematica e Scienze degli alunni al quarto e all’ottavo anno di scolarità. L’edizione 2007 del Timss riporta i dati relativi agli alunni di 59 paesi distribuiti nei 5 continenti e, per l’Italia, fa il paio con i confortanti risultati di un’altra indagine internazionale: il Pirls 2006 (Progress in international reading literacy study), che indaga sulla comprensione della Lettura dei bambini al quarto anno di scolarità.

 

I dati sono stati diffusi pochi giorni fa e assumono una particolare importanza nel nostro Paese in vista della soppressione del cosiddetto “modulo” (tre insegnanti su due classi) alla scuola primaria varato dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Infatti, gli importanti risultati conseguiti dalla scuola primaria italiana sembrano proprio essere figli proprio del Modulo che introdotto nel 1990 dal prossimo anno cesserà di esistere lasciando spazio ad un maestro “prevalente” che insegnerà nella stessa classe per 22 ore settimanali lasciando ad un secondo insegnante il completamento dell’orario a 24, 27, 30 o 40 ore settimanali.

 

Rispetto all’edizione del 2003 i bambini italiani migliorano le loro performance, confermandosi ai primi posti in Europa dove si piazzano all’ottavo posto in Matematica (con 507 punti) e al quarto posto in Scienze (con 535 punti). Risultato che assume maggiore importanza se si considera che i nostri alunni di quarta elementare, con una età media di 9,8 anni, sono più piccoli dei corrispondenti compagni degli altri paesi: tutti con età superiore a 10 anni. A livello mondiale la concorrenza dei paesi asiatici (Hong Kong, Cina e Singapore ai primi posti) fa scivolare l’Italia al sedicesimo posto in Matematica e al decimo posto in Scienze, sempre e comunque con un “rendimento significativamente più alto della media internazionale”, a quota 500 punti. I bambini italiani prevalgono su quelli svedesi e norvegesi e, in Scienze, anche sui compagni tedeschi.

 


L’indagine è condotta dall’Iea (International association for the evaluation of educational achievment), la stesso centro studi di Boston nel Massachussets che si occupa del rapporto Pirls, dove i bambini italiani piazzandosi al secondo posto in Europa e all’ottavo il mondo fanno un figurone. Il Timss mostra che gli alunni del Nord-est italiano sono in assoluto i più bravi mentre quelli del Sud-isole arrancano. Trend opposto per i ragazzini all’ottavo anno di scolarità. Gli alunni che frequentano la terza media in Italia rimediano l’ennesima figuraccia. Con 480 punti in Matematica e 495 in Scienze perdono terreno rispetto al 2003 e si collocano al di sotto della media internazionale.

 

Sarà tra le pochissime donne ad avere una personale al Moma di New York. E, mentre apre un centro per insegnare la performance, l’artista parla del dolore: nei suoi lavori, nella sua infanzia severissima, nel suo amore in crisi. Solo l’ultimo atto sarà pieno di humour

di Antonella Barina
I suoi 62 anni sono invisibili: è ancora bella e un torrente in piena. Eppure Marina Abramovic sta progettando il suo funerale. Perché, se uno ha sempre voluto tenere in pugno la propria vita, non sopporta che altri prendano il controllo della sua morte. E le sue disposizioni sono singolari: tre cerimonie contemporanee in tre città – la Belgrado dei suoi esordi, l’Amsterdam del suo successo, la New York della consacrazione – tre orchestre, tre cortei, tre bare, tre sepolture. Ma niente lacrime né canti funebri o colori a lutto: solo rossi, verdi, toni sgargianti e humor, sulle note di My Way (A modo mio) di Sinatra.
Tanto Marina Abramovic ha sempre fatto a modo suo, da quando fu tra i pionieri della performance come arte visiva, negli Anni 70, fino a diventare la più celebre performer internazionale. In una sfida implacabile con se stessa, per esplorare i limiti del corpo e della mente, senza mai risparmiarsi dolore, stanchezza, pericolo. Come quando urlò fino a perdere la voce o mangiò cipolle fino a non aver più lacrime o si frustò fino a non sentire le stilettate. Come quando mise a disposizione del pubblico 72 oggetti – rose e piume, ma anche coltelli e una pistola carica – da usare su di lei a piacimento, per sei ore ininterrotte: una foto la ritae sconvolta, spogliata, ferita, violata nella sua dignità. O quando si sdraiò in una stella a cinque punte (simbolo del comunismo delle sue origini jugoslave), cui aveva dato fuoco, e quasi morì per mancanza d’ossigeno. Oppure rimase sei giorni seduta su una montagna di ossa putride, pulendole una per una, come per lavar via le atrocità delle guerre nei suoi Balcani. E così vinse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del ’97.
Ora esce in Italia una monografia inglese della Phaidon Press, Marina Abramovic, retrospettiva degli ultimi anni di attività dell’artista, con splendide fotografie. E lei è protagonista di due filmati, uno di Babette Mangoste, uno di Chiara Clemente, proiettati a Firenze nella rassegna Lo schermo dell’arte, curata da Silvia Lucchesi.
Non solo: Marina, che in questi giorni è in Germania per fare conferenze, ha in corso mostre in Giappone, Brasile, Svizzera. E in Messico, dove espone video-installazioni realizzate in Laos, in cui denuncia l’inferno dei bambini soldato.
Ancora più impegnativi, i progetti per il futuro: nel 2011 porterà in scena la sua biografia, funerale compreso (che sia ben chiaro come dovrà essere anche nella realtà), firmando insieme a Bob Wilson – genio del teatro – Vita e morte di Marina Abramovic. E nel 2010 il Moma di New York le dedicherà una retrospettiva senza precedenti: non solo giovani artisti a riproporre alcuni suoi pezzi storici, ma lei stessa in azione tutti i giorni per tre mesi, sette ore al giorno e mezzo al giorno. Un tour de force mai visto. “Le performance richiedono un’energia sterminata e, invecchiando, il corpo è in difficoltà” spiega Marina, gli occhi neri che ti uncinano: “Eppure le mie azioni diventano sempre più lunghe e difficili con il passare degli anni. Perché con la forza della mente si può fare qualunque cosa: non serve un allenamento olimpionico, ma volontà e disciplina”.
Donna tosta, l’Abramovic, tostissima, che dando a ogni suo gesto una forza simbolica perduta, è riuscita a trasformare se stessa in opera d’arte. E, man mano che i performer della sua generazione abbandonavano una forma artistica che ormai pareva obsoleta, lei continuava caparbia a vagliarne le possibilità. Facendosi strada dalle cantine della Belgrado studentesca, negli anni 70, fino alle sale dei principali musei del mondo. “Ho atteso questa consacrazione tutta la vita” ride. “Dodici anni solo per riuscire a portare al Guggenheim nel 2005 Seven Easy pieces, rielaborazione delle performance di grandi artisti come Joseph Beuys, Gina Pane, Vito Acconci. Il successo è stato tale che mi ha chiamato il Moma”.
E ora l’ultimo passo, “l’idea che mi sopravviverà dopo la morte” (parole sue). L’artista ha acquistato un teatro degli anni Trenta a Hudson (due ore da Manhattan), per creare il Marina Abramovic Institute, una fondazione non profit che, in duemila metri quadri di auditorium, aule, archivi, si impegnerà a preservare e insegnare arte della performance. “Aprirà nel 2012: commissionerò azioni a grandi artisti come Mattew Barney e farò scuola ad aspiranti performer”. Cosa insegna l’Abramovic ai suoi alunni? “A sviluppare l’autocontrollo, a diventar coriacei: li porto in campagna quando nevica o si muore dal caldo, imponendo giorni di digiuno e silenzio, mentre si eseguono esercizi durissimi”.
E’ vestita di nero, ha un corpo forte, i lineamenti marcati, uno spiccato accento slavo con cui parla un inglese velocissimo. Sa essere inquietante, ma se ne rende conto: “Non è sadomasochismo il mio. ho sempre usato il dolore come un ostacolo necessario da superare”. Per liberarsi della paura. E anch’io nelle performance mi sottopongo ad agonie e pericoli che non affronterei nella vita reale. Perché è dal pubblico che traggo energia, invitandolo a rispecchiarsi nel mio dolore e vincerlo con me”.
Vuol dire che ha paura prima di esibirsi? “Sono terrorizzata. Come di fronte a tutti gli imprevisti della vita. ho avuto attacchi d’ansia per sei mesi prima dell’azione al Guggenheim. Ma che senso di potenza a prova superata. Peccato che quella sensazione di vittoria duri poco e presto senta il bisogno di sfidare di nuovo me stessa”.
Così intrepida in pubblico, Marina trema in privato. Come accadeva quando sua madre, granitico ufficiale dell’esercito di Tito e notabile del Partito comunista, che si vantava di non aver mai pianto in vita sua, le infliggeva una disciplina marziale. O quando suo padre, acclamato eroe di guerra, le insegnava a vivere in modo leggendario (salvo poi abbandonare tutto e tutti per farsi una nuova famiglia). O quando Marina incontrò Ullay, che dal ’76 all’88 fu il suo alter ego nell’arte e nella vita: una sfida dopo l’altra. Cinque anni a vivere in automobile, poveri in canna, e far performance: lei si incide la stella rossa sul ventre con una lametta; lui tende l’arco e le punta una freccia al cuore; l’un l’altro si schiaffeggiano, si urtano, si soffocano fino allo sfinimento. Ci vogliono otto anni per avere da Pechino il permesso di percorrere a piedi la muraglia cinese, partendo dalle due estremità. E intanto il loro rapporto si logora: quando infine si mettono in viaggio, 2500 chilometri in 90 giorni, e si incontrano a metà, è per dirsi addio per sempre.
“Ullay si era innamorato di un’altra donna: ero gelosa, lo odiavo, volevo ucciderlo. Ma non fu mai doloroso come è oggi la separazione da Paolo”. L’artista italiano Paolo Canevari, sposato due anni fa, dopo dieci di convivenza. La voce di Marina si spezza: “In questo caso è tutta colpa mia. So essere faticosissima da sopportare: Paolo mi chiama Duracell, perché non esaurisco mai le mie energie. Ho distrutto il nostro rapporto facendo troppo e sono disperata”. Gli occhi le si riempono di pianto: lacrime che neanche frustarsi a sangue le ha provocato.
Eppure il bisogno di sfidare all’infinito i propri limiti è inesorabile. Mai pensato di smettere? “Lo farò quando non proverò più quello stato d’ansia che mi spinge a impormi la severità di mia madre e l’eroismo di mio padre”.

È la pittrice più quotata al mondo, ama ritrarre il lato oscuro dell’eros e porta un cognome, Dumas, che rievoca un romanzesco talento per le passioni forti. Ora New York la celebra con una grande mostra

di Adriana Polveroni

Un qualunque psicoanalista non avrebbe difficoltà a intravedere un profilo narcisistico in chi fantastica del proprio funerale e che magari si immagina anche la propria tomba. Dunque, Marlene Dumas, artista olandese di origine sudafricana, rientrerebbe nella folta famiglia dei narcisisti: “Fin da bambina mi piaceva immaginare il luogo della mia sepoltura”, dice spiegando il titolo della mostra che sta per aprirsi al MoMA di New York, Measuring Your Own Grave (Misurando la propria tomba, 14 dicembre-16 febbraio), dopo aver riscosso un notevole successo al MOCA di Los Angeles. Nel suo caso però il narcisismo si alimenta di un acceso immaginario, oggi esibito attraverso 70 pitture e 35 opere su carta, che nessun algido museo può stemperare e che ha fatto di questa donna nata 55 anni fa da una famiglia di contadini sudafricani (il padre viticoltore, la mamma casalinga e il fratello sacerdote) l’artista donna vivente più quotata al mondo: a luglio scorso un suo quadro è stato battuto per oltre 6 milioni di dollari surclassando l’eterna rivale Louise Bougeois, senza però intaccare il primato di 33 milioni di dollari che Lucien Freud detiene saldamente. Psicanalisi fiamminga Guarda caso, tra gli artisti più pagati al mondo figurano due pittori: Marlene Dumas è infatti una pittrice pura, poco prolifica, e questo spiega in parte la sua netta affermazione sul mercato. Arrivata in Olanda dal Sudafrica a 23 anni per studiare pittura, ha poi scelto il Paese come “casa”, preferendolo – come hanno fatto molti artisti un po’ esuli e un po’ nomadi, da Marina Abramovic fino a Lawrence Weiner e Sisley Xhafa – a New York o a un’altra destinazione europea per via della libertà che l’Olanda garantiva: “Qui ho scoperto la tolleranza che nel mio Paese mancava del tutto, ma ho vissuto anche un grande conflitto. Ero spinta a tornare a casa e avevo voglia di rimanere qui. L’Olanda è stata il mio psichiatra”, racconta oggi Dumas. Sesso in blu Eppure l’Olanda, fino in fondo, non le è entrata nel sangue. È sì una ritrattista squisita, come è nella tradizione iconografica di questo Paese, ma, per lei, lo sfondo e il paesaggio sono ininfluenti, non sono affatto elementi fondanti della pittura, come è stato invece nella scuola fiamminga. I ritratti di Marlene Dumas, che siano donne, bambine, terroristi o cadaveri, sono sempre e solo presenze drammaticamente sole e mute. Violentemente perturbanti. È come se emergesse una figuratività radicale, che fa a meno di tutto il resto, ma che, per paradosso, si scioglie in pennellate apparentemente incerte, che più appaiono diluite e più si caricano di drammaticità o di eros. Ecco uno dei temi dominanti del suo lavoro: l’eros, il sesso, spesso sfrontato, strappato dalle pagine di giornali pornografici e rielaborato con quelle pennellate quasi svagate, ma densissime. “Mi piace fare un’arte sensuale, l’erotismo dà forza. Nella nostra società c’è molto sesso, ma non abbiamo più la capacità di comunicare la carica erotica”, spiega lei. E giù quindi non solo a virare in blu immagini hard, ma anche a rifare le icone della moda, silhouette pubblicitarie patinate e asettiche – perché altra caratteristica del suo lavoro è che non ritrae mai persone in carne e ossa, ma figure che hanno posato per altri – come quella di Naomi Campbell, ridisegnata innumerevoli volte: “Quando uso e stravolgo le immagini delle modelle, cerco di alterarne la freddezza. Voglio tirare fuori il lato oscuro dell’erotismo. Questo forse nasce dalle mie origini africane e contadine, penso abbia a che fare con un’esperienza della natura molto forte, primitiva”, racconta. A letto con Rossellini Forse è per questa fiducia che ripone nella pittura – nonostante la definisca “anacronistica e oscena per il modo in cui rende bello ogni orrore”, e malgrado il fatto che nelle sue mani l’immagine non si edulcori mai, come invece accade in alcune artiste che a volte rivelano una fragilità molto femminile – che è possibile leggere nella sua opera una visione ottimista. È quanto fa Ilaria Bonacossa, che a Marlene Dumas ha dedicato una monografia (Electa) e che sta lavorando a un volume che l’editore Phaidon manderà in libreria il prossimo anno, quando scrive che “nonostante l’impietosa rappresentazione dell’inadeguatezza umana, il suo lavoro manifesta comprensione ed empatia e fa emergere la dignità universale delle persone”. Ottimismo che, nel caso di Marlene Dumas, si unisce a un temperamento eccentrico che ne fa una specie di forza della natura: tono alto della voce, risata e battuta pronte, sguardo magnetico che non perde mai d’occhio l’interlocutore, e anche uno studio tappezzato di disegni e quadri spesso buttati per terra, occasionalmente premiati con un chiodo che li fissa al muro, salvo poi essere declassati di nuovo sul pavimento se Marlene nel frattempo ne ha prodotti altri che ama di più. Tutti segni, questi, di un carattere volitivo e ingovernabile: Marlene lavora su un materasso anch’esso buttato a terra (ha trovato in Roberto Rossellini un maestro quando ha scoperto che lavorava a letto), odia l’ordine (cultura olandese compresa), odia fare sport, non ha mai imparato ad andare in bicicletta né a guidare la macchina. La sua pigrizia straordinariamente vitale l’ha aiutata, anni fa, a creare delle icone della nostra epoca, le “Magdalene”: bianche e nere, cariche di un’irruenza erotica femminile che esprimeva una scelta antirazzista, con la postura delle statue classiche e i volti da pin-up, la tenerezza delle figurine in terracotta della “Grande Madre” e la gestualità delle prostitute. “L’ambiguità fa parte della nostra vita, i miei lavori migliori sono erotici e mostrano la confusione mentale (con l’intrusione di alcune irrilevanti informazioni)”, rispondeva a quanti all’epoca – l’inizio degli anni Novanta – gridavano allo scandalo. La fine in primo piano Ora sei Magdalene sono in collezione alla Tate Modern di Londra e altre sono custodite in altri prestigiosi musei del mondo, MoMA compreso. Ma, guardando gli ultimi ritratti entrati in collezione nel museo londinese, si nota un cambiamento del lavoro di Marlene Dumas. A dare spunto alla sua fantasia sono sempre state le figure femminili: “Le disegnavo fin da piccola”, racconta. “Come Francis Bacon, non amo l’Astrattismo perché non lo trovo sufficientemente crudele”. Le sue sono dunque figure reali, sia pure di “seconda mano”, passate cioè per il filtro di una fotografia, o appartenenti a un’altra epoca, come nel caso della poetessa americana Emily Dickinson. In virtù di questa fedeltà alla figura femminile, è riuscita a utilizzare creativamente il suo stesso corpo, trasformato per esempio dalla gravidanza, e quello “in erba” della figlia Helena, prototipo per tanti spiazzanti ritratti di bambine. Da qualche anno, però, questa potente artefice di neofiguratività, sia pure dolente e complicata (anni fa una mostra fatta a Castello di Rivoli mise a confronto la sua pittura proprio con quella di Francis Bacon), sembra aver abbandonato la figura per concentrarsi sui volti. Sono nati enormi primi piani, che a volte evocano esplicitamente la morte, rappresentando il volto di un cadavere: come quello dedicato a Marilyn, per esempio, che rivela una sensibilità quasi animalesca per il dramma del suicidio, o i molti altri che sembrano ritrarre volti dormienti ma a un passo dalla morte, sprofondati in quella che la pittrice chiama la “banalità del male” (titolo, questo, di un celebre libro di Hanna Arendt e di una serie di suoi quadri, compreso un autoritratto per niente autoindulgente). Chi guarda queste opere si trova a fare i conti con il mistero della morte, che Dumas scardina con forza dalla protezione della sfera privata proponendolo in dimensioni più che pubbliche: prepotentemente giganti. Arroganti, quasi. Il disagio, davanti a una pittura del genere, può essere insostenibile. Eppure, quei volti rimangono fastidiosamente catturanti. Perché, alla fine, non si tratta altro che dell’ennesima prova di una grande artista.

Irene Bignardi

Dopo La vista da Castle Rock aveva giurato che non avrebbe scritto più. E il suo editore italiano, per consolarci di non poter più contare sull’ atteso periodico appuntamento con i bellissimi racconti di Alice Munro, la signora della short story, una delle grandi scrittrici di questi due secoli, ha pensato bene di pubblicare una intensa, freschissima raccolta del 1991, Le lune di Giove (Einaudi, pagg. 300, euro 19,00, traduzione sempre impeccabile di Susanna Basso). Racconti acuti, dolorosi, su gente vera e normale, su frammenti di vita impeccabilmente ricreati. Ma, dice ora maliziosa e rilassata la bella signora con i capelli bianchi, “che non avrei più scritto era una grossa bugia”. E perché ha mentito, signora? “Pensavo che fosse una buona idea. Pensavo che la gente mi potesse essere grata per questo”. E Alice Munro, canadese, anni settantasette portati con grazia estrema (“ma se mi penso mi penso a quaranta, quando sei ancora capace di esercitare un’ attrazione sessuale e hai tempo davanti a te”), autrice di un corpus relativamente piccolo e molto acclamato di opere, sorride, beve vino bianco e ricorda. “Sono nata nel 1931, durante la depressione. Non so come sia stata in Europa, ma nel Nord America è stata disastrosa. Non eravamo disperatamente poveri. Eravamo mentalmente poveri. Coltivavamo il nostro cibo, le nostre verdure. E nostro padre allevava volpi argentate. Allora erano molto alla moda. Se lei guarda le fotografie di Eleanor Roosevelt aveva sempre una stola di volpe attorno al collo. Mio padre aveva sognato di diventare ricco con questa attività, ma non ha avuto mai abbastanza soldi per investire, e non ci è riuscito. Poi, durante la guerra, quel tipo di pellicce è passato di moda. Ed è stato costretto ad andare a lavorare in una fabbrica, in una fonderia. Mia madre si è ammalata molto gravemente di Parkinson ed è vissuta per quasi vent’ anni in questa condizione disperata. E io, io ero la figlia più grande. E immagino che se fossi stata una brava figlia una volta finito il liceo sarei rimasta a casa, con mia madre e mio fratello e mia sorella più piccoli. Invece ho vinto una borsa di studio e me ne sono andata. All’ università. Per la verità non avevo abbastanza denaro. Avevo soldi per tre anni e non per quattro. Dovevo trovare qualche forma di lavoro. Ho avuto dei premi, ma non bastavano. Così ho deciso che la cosa migliore da fare di fare era sposarmi”. Scherza? Sposarsi per sopravvivere? “No, ero anche innamorata. Sa, ai ragazzi della mia città non piacevo affatto, perché ero così strana, una che leggeva sempre. Ma è successo che all’ università ho incontrato un ragazzo capace di accettare il mio modo di essere. Molti ragazzi ai miei tempi non potevano sopportare che le loro donne si impegnassero seriamente in un lavoro. Lui invece, Jim Munro, ne era felicissimo, era deliziato da me, era molto bello, molto carino. Ho preso il suo nome e me lo sono tenuto perché è meglio del mio. Abbiamo avuto una bambina Sheila, poi una seconda bambina Catherine, che è morta subito, poi una terza, Jeannie, poi Andrea, che è nata nove anni dopo. Vivevamo a Vancouver, nei sobborghi. C’ erano all’ epoca in Canada delle piccole riviste e una radio che promuoveva la letteratura nazionale. Ho cominciato a vendere qualche racconto, ad essere conosciuta nei giri che si occupavano di letteratura…”. La leggenda di Alice Munro vuole che per le short stories si sia ispirata alla Sirenetta di Andersen e per i romanzi a Cime tempestose. “Non oserei mai di scrivere sul modello di Cime tempestose, è un libro unico. Ma è vero che La sirenetta ha avuto un influsso molto profondo su di me. Si è condannata per amore, ha dato la sua anima per amore. E’ la donna ideale. Ed è vero, a me piace la tragedia. In genere si pensa che una scrittrice donna debba scrivere come Jane Austen. E Jane Austen è bravissima. Ma per qualcuna della mia classe sociale non è interessante come le Bronte. Io non sono mai stata interessata alla società ben educata. Volevo che la gente avesse dei destini tragici e grandi emozioni. Quando i bambini erano piccoli ho letto come una disperata, tutto, ma non sono mai stata influenzata dai classici del ventesimo secolo come Proust, Mann, la letteratura nobile, sa, perché non capivo quel tipo di società. No, gli autori che mi hanno spinta a scrivere sono Flannery O’ Connor, Carson McCullers, Eudora Welthy, scrittrici che raccontano le piccole città, la povera gente. Il mio territorio. Perché non solo ho avuto la fortuna di nascere povera, ma di vivere in un paese che tratta i poveri con dignità”. Ci sono state anche altre influenze. “Quando avevo sedici anni, ho avuto un lavoro come cameriera, presso una famiglia, durante le vacanze su un lago. Eravamo in un posto molto isolato. Il padrone di casa mi ha dato da leggere le Sette storie gotiche di Karen Blixen. E le ho amate moltissimo, anche se poi più tardi ho pensato che non mi piaceva il suo punto di vista – quello di un’ aristocratica, e non solo, una che pensava che all’ aristocrazia vanno riservati trattamenti speciali. Quando leggo una scrittrice così penso sempre che nei suoi racconti io sarei la ragazza che sta in cucina. Ma è anche grazie a lei se ho scoperto la bellezza della forma racconto – senza tuttavia mai cercare di imitare quella prosa. E’ così facile il rischio di fare la parodia del bello stile”. Ma lei fa dello stile: la lingua che usa è ricca, precisa, a volte persino preziosa nella scelta lessicale. “E’ un fatto canadese. La lingua è rimasta protetta in una capsula che non è tanto cambiata”. Difficile, per una donna, scrivere nel suo paese? “Non difficile, quasi impossibile. Ero una giovane moglie e madre. Gli uomini non mi prendevano sul serio. Be’ , veramente, alcuni sì. Per esempio Robert Weaver, l’ uomo a cui devo quasi tutto, e che ora non c’ è più. Dirigeva una rivista, e non ha mai smesso di incoraggiarmi. Ma quando andavo agli incontri con gli altri scrittori. era un club maschile. E poi c’ erano le loro mogli che non mi sopportavano”. Perché era troppo bella? “Non mi sono mai considerata bella. No. Perché ero donna e facevo il mestiere dei loro mariti. Le donne, allora, erano o mogli o ornamenti. Nessuno mi prendeva sul serio come scrittrice. Ero lontana da tutto. Vivevo ai margini. Scrivevo sulle cose sbagliate, non scrivevo di guerra, di politica – ed era ancora l’ epoca Hemingway”. Ed è uno stupendo contrappasso che lei oggi sia il nome più grande della letteratura canadese. “Sì. Una stupenda vendetta”. Perché si è esercitata soprattutto la forma della short story? “Per via del mio lavoro da casalinga. Non ho mai avuto un anno in cui lavorare alla stessa cosa. Il mio lavoro era sempre interrotto. Non potevo nemmeno lontanamente pensare a un romanzo”. Cinque racconti di Le lune di Giove sono in prima persona. Siamo autorizzati a pensare che sono molto personali? “Molto. Le lune di Giove è stato il quarto o quinto libro che ho scritto, ed era molto autobiografico: cose che ho vissuto, perché non puoi scrivere d’ amore senza aver avuto una certa quantità di esperienze d’ amore. O di sofferenza”. O, come in L’ incidente, dell’ azione del caso, del suo potere di sconvolgere e ridisegnare le vite. “Non ho mai avuto un’ esperienza del genere, ma era importante scrivere quella storia. E se in passato ho capitalizzato sulla mia vita, ora mi guardo maggiormente in giro. Per esempio, sto lavorando adesso su una vecchia signora che ho visto andare a farsi tingere i capelli di viola e di blu, ma che non ha neanche un filo di trucco. Mi sono chiesta: che cosa sta cercando, che cosa vuol provare? E la mia fantasia si mette in moto. E poi parlo molto con la gente. Ascolto le storie della comunità in cui vivo. Da qualche anno sono tornata a vivere con il mio secondo marito in una piccola città, a trenta miglia da quella in cui sono cresciuta. Non scrivo direttamente sulla vita dei miei concittadini, ma mi incuriosisce come la organizzano – e la vita è sempre molto difficile, è difficile attraversarla ed essere felici”. Accetterebbe la definizione di pietas per il suo modo di guardare ai personaggi dei suoi racconti? “O di comprensione. O di capacità di perdonare i torti degli altri. Sì, se è pietas sapermi identificare nella condizione degli altri, nei loro comportamenti. Non scrivo così perché io sia particolarmente buona. Ma perché posso immaginare che io stessa, in certe condizioni, potrei comportarmi in maniera disonorevole”. Lei è molto amata e letta, ma i suoi racconti non sono certo consolatori o tranquillizzanti, scavano, fanno soffrire. “Credo che la gente legga le mie storie per le stesse ragioni per cui io le scrivo. Perché non cerco lo happy ending, perché scrivo per un momento di choc, di stupore, di rivelazione – ciò che rende la vita appassionante per me. E se riesco a suscitare negli altri questo effetto, è meraviglioso. Lo so, parlo di cose difficili, di sofferenza, di come si sopravvive alla sofferenza”. Di Le lune di Giove, il racconto che dà il titolo alla raccolta e che ha al centro la figura di suo padre, colpisce il suo rapporto con la vecchiaia. “Non ho mai avuto paura della vecchiaia, ma ora, a settantasette anni, sento che il tempo si sta chiudendo. E ho un po’ paura delle cose che possono succedere. Di quello che ho visto succedere agli altri. Non c’ è che una cosa da fare. Stare più attenta che in passato a come uso il tempo che mi è concesso. Voglio usarlo al meglio. Magari – sorride – per scrivere”.

 

di Mariella Pasinati

“La nostra natura è nel movimento” diceva Pascal e, in effetti, erranze e nomadismo sono inscritti nella stessa condizione umana – individuale e collettiva – e la pratica del viaggio è sempre stata una metafora dell’esistenza, per esprimere la morte(trapasso), la vita (cammino), i cambiamenti sociali ed esistenziali (riti di passaggio), o per indicare circostanze o scacchi dell’esperienza e del pensiero: “essere in vicolo cieco”, “finire fuori strada”, “giungere ad un bivio”: “Sono convinta che la vita sia, in effetti, un viaggio con uno scopo e che la compassione sia più importante della passione” sono parole di Kimsooja, un’artista in viaggio, che attraversa il tempo per vagare fra luoghi e memorie per poi tornare al mondo della singolarità e della differenza, quella di essere donna. Artista coreana ma formatasi fra Francia e Stati Uniti dove risiede, Kimsooja attinge, per il suo lavoro, alla propria esperienza personale, segnata dalle culture e dai luoghi in cui ha vissuto: della sua cultura di origine ha recuperato pratiche artigianali di matrice femminile (il cucito)e oggetti (lo ybulbo, il raffinato copriletto matrimoniale coreano, colorato e ricamato, luogo dell’amore, della nascita, della morte e i bottari, tradizionali fagotti utilizzati per trasportare oggetti e indumenti personali, assumendoli e trasformandone il significato dall’interno, per farne espressione di una condizione universale. Il cucire e l’ago, tessuti quotidiani e stoffe pregiate sono divenuti, così, elementi centrali di una grammatica e di un vocabolario formale tramite cui Kimsooja, connette frammenti di varie, disparate realtà. Elemento costante di questo linguaggio è l’uso di stoffe usate – copriletto o vestiti di gente anonima – che diventano segno materiale di corpi invisibili di cui il tessuto “trattiene” ancora l’odore, la storia:oggetti sospesi tra passato e futuro. Questa costante ha segnato sia le opere bidimensionali, in cui l’artista usava pezzi di stoffe cuciti insieme, sia la fase tridimensionale – di maggiore libertà espressiva – la fase dei bottari che evocano la condizione “nomadica” e che annunceranno il passaggio al video e alle performance. In Cities on the Move – 2727 Kilometer Bottari Truck, una performance del 1997, Kimsooja riempe un camion di bottari (fantasmi del passato) e su questi siede immobile, bottari lei stessa per percorrere la Corea attraverso luoghi per lei carichi di memoria. E il suo corpo diviene tramite, presente, tra passato e futuro: “sebbene abbia usato me stessa, ho cercato di determinare un punto universale dove tempo e spazio coincidono” dice Kimsooja. Così, il suo lavoro traduce e significa la natura insieme spirituale e corporea della stoffa in una nuova esplorazione/interpretazione della dimensione spazio-tempo. Ma il lavoro rimanda anche a più letture: è la stessa artista a ricordare che questo video è dedicato ai rifugiato del Kossovo “voglio affrontare questa urgenza del nostro tempo, in cui è difficile districare l’aspetto personale da quello pubblico”. La sua narrazione, pertanto, anche se si fonda sulla sua cultura originaria, ci parla della dimensione del profugo e non solo in termini politici ma più genericamente esistenziali, culturali e sociali: una questione centrale per noi, oggi. Con i primi otto video della serie A Needle Woman (1999-2001) proiettati contemporaneamente, l’artista diventa una donna ago, non più per cucire frammenti di tessuto, ma per connettere col suo stesso corpo luoghi (fisici e simbolici), stati di coscienza. I video mostrano Kimsooja, per le strade di alcune metropoli, immobile e di spalle, lo sguardo fisso avanti, fra passanti che reagiscono in modi differenti alla suo essere lì, presente ed estranea al tempo stesso. Il suo corpo si fa elemento di mediazione fra la gente per strada e noi che osserviamo il video e che con lei condividiamo la stessa visione e sperimentiamo la medesima dimensione temporale. Il suo corpo funge da “ago che lega insieme persone di tempi e spazi diversi”e, questa volta, si rovescia l’operazione fatta con le stoffe: non più involucri reali che coprono corpi invisibili, bensì un corpo reale (il suo) avvolto in modo immateriale. Negli ultimi video del 2005, pur mantenendo la stessa scelta espressiva, Kimsooja ha variato il contesto della performance, visitando luoghi emblematici delle ferite del colonialismo e di conflitti attuali, una prova non priva di pericoli nel suo farsi. Ne è risultata un opera di grande valenza etica e politica: la condizione di ago è la forma specifica del suo essere nel mondo, quel mondo che apre davanti a noi ed ha, per lei, il senso vero del coinvolgimento in prima persona, di un’autentica, fisica esperienza di spazio e tempo.


di Katia Ricci


Charlotte Salomon nacque a Berlino il 16 aprile del 1917 da Franziska Grünewald, musicista, e Albert, medico chirurgo. Figlia unica, trascorse un’infanzia serena fino a nove anni, quando la madre si suicidò, gettandosi da una finestra. Le fu raccontato che la causa della morte era stata un’influenza. Soltanto dopo il suicidio della nonna, molti anni più tardi, il nonno le rivelò che anche la madre e altre quattro donne della famiglia si erano tolte la vita. Nel 1930 il padre si risposò con Paula Levi, nota cantante lirica, con la quale Charlotte ebbe un intenso rapporto affettivo. All’avvento del nazismo con l’emanazione delle Leggi di Norimberga contro gli ebrei, dovette abbandonare il liceo, il Fürstin-Bismarck. Viaggiò in Italia con i nonni, rimanendo affascinata dalle opere di Michelangelo. Anche per questo volle dedicarsi all’arte e nel ’36 fu ammessa all’Accademia, poiché, pur di religione ebraica, il padre si era distinto nella I Guerra Mondiale. Nel ’38 abbandonò la scuola per paura delle persecuzioni, quando il padre fu rinchiuso per qualche tempo nel campo di Sachsenhausen. Il pogrom della “notte dei cristalli” consigliò alla famiglia di mandarla a Nizza, dove già si erano rifugiati i nonni. Li raggiunse a Villefranche nella villa di Ottilie Moore, che le offrì assistenza e amicizia e comprò molti dei suoi dipinti. Nel ‘40 dopo la morte della nonna e l’internamento per tre settimane nel campo di lavoro di Gurs nei Pirenei, Charlotte, per superare una grave crisi nervosa, riprese il lavoro artistico. In soli due anni dipinse i 1325 fogli di Vita? o Teatro?, che affidò all’amico, dottor Moridis, dicendogli: “ Ne abbia cura. Le affido tutta la mia vita.” Nel ’43 il nonno ebbe un infarto per strada, in seguito al quale morì in febbraio. Charlotte si sposò con Alexander Nagler, ebreo austriaco, il quale dichiarò di essere ebreo, pur avendo un passaporto falso, poiché i matrimoni misti erano vietati. La polizia, messa così sulle loro tracce, li arrestò in settembre. Internati ad Auschwitz, Charlotte, incinta di quattro mesi, non passò la selezione e il 10 ottobre fu uccisa nella camera a gas. Stessa sorte toccò il 1 gennaio del ’44 ad Alexander Nagler. Le sue opere sono al Museo Giudaico di Amsterdam, a cui Albert Salomon le donò.
Leben? Oder Theater? (Vita? o Teatro?) è un’autobiografia per immagini; divisa, secondo la classica struttura teatrale, in tre parti, prologo, parte centrale e epilogo, è definita dalla stessa Salomon, ein singspiel, melodramma. Gli attori sono personaggi reali indicati con uno pseudonimo, che ne mette in evidenza il carattere.
Ciascuna gouache -colori mescolati con acqua, colla e biacca-, ottenuta con i tre colori primari (dalla cui mescolanza ricava tutti gli altri) più il bianco, è formata da figure, musica e testi scritti, che contengono sia i dialoghi dei personaggi, sia i commenti dell’artista come voce narrante. L’accompagnamento musicale varia, da una sinfonia a una canzone popolare, dall’aria di un’opera lirica alla colonna sonora di film. Charlotte fa della sua vita un’opera d’arte e nell’opera raffigura il senso della vita. Ne rievoca i nodi fondamentali: l’infanzia, la ricerca della bellezza, a cui la madre aspirava, il suicidio della madre, quel lugubre 30 gennaio del ’33. E poi l’assalto ai negozi degli ebrei, l’internamento del padre, la contestazione antisemita al concerto di Paula, sua seconda madre, la bocciatura agli esami dell’Accademia, la tanto sospirata ammissione, il complesso rapporto di amore e gelosia con Paula, l’amore per Alfred Wolfsohn (Amadeus Daberlohn), le appassionate discussioni sull’arte, fino all’amaro distacco dell’esilio.
Ella non si presenta come vittima, non oppone odio a odio, non esprime solo la necessità di uscire dall’orrore che la circonda, ma il desiderio di diventare la donna che vuole essere. Crea un linguaggio originale, in cui sono evidenti influenze degli Espressionisti e di Chagall, del linguaggio cinematografico, dei fumetti e dell’espressione grafica infantile, rivisitata dalle avanguardie. Gli episodi della persecuzione si mescolano con le scene di affettività e di amore per la vita in tutte le sue forme. La presa di potere di Hitler è rappresentata da un compatto drappello di nazisti, tutti uguali, minacciosi nella loro divisa rossa, simbolo di pericolo, come la bandiera con la svastica, che agitano. Su quelle teste, quasi del tutto prive di connotati umani, è stampigliata quella data sinistra, 30 -I -1933. Il commento suona come una satira della propaganda: “La svastica- un simbolo luminoso di speranza- ora spunta il giorno della libertà e del pane.”
Nella gouache in cui rievoca le vacanze sulle montagne bavaresi, l’azzurro, secondo Kandinskji il più spirituale dei colori, e il verde richiamano sensazioni di serenità e di agio. Inquadrata in alto e in basso da due treni, che vanno in direzioni diverse per indicare l’arrivo e la partenza, tra prati, mucche, laghetti e cime montuose, la piccola Charlotte vestita di azzurro corre e salta con il padre e la madre, rappresentata un trentina di volte nella sua gonnella rossa. Nel racconto dei momenti immediatamente successivi alla morte della madre, usa, invece, colori scuri: Charlotte corre a precipizio in un buio corridoio per cercare di sfuggire al dolore, rifugiandosi infine nel bagno.
L’arte per lei non è certo evasione e fuga dal reale, ma unica possibilità di sopravvivenza, fluisce direttamente dalla vita, dalla necessità di trovare alternative possibili. Questo la salvò dalla depressione e dal sentirsi vittima e l’aiutò a interrogare e elaborare fino in fondo le proprie emozioni. Il suo scopo non era solo “salvare se stessa”, come disse Etty Hillesum in quegli stessi anni, ma costruire una testimonianza di come poter uscire da un destino che si presentava ineluttabile e dare un senso universale alla sua vicenda. Per raccontare questo singolare percorso, ha inventato una nuova forma narrativa e un linguaggio artistico composito. Con vari mezzi sottolinea la distanza tra l’essere protagonista degli avvenimenti e l’esserne narratrice: il commento è in terza persona, la realtà si mescola alla fantasia, lo stesso titolo pone un legame, ma anche un’ambiguità, tra vita e teatro, vale a dire tra realtà e finzione. Il tono è vario, a volte ironico, i testi talvolta in rima, come in qualche gouache in cui rappresenta Daberlhon, il maestro di canto. Con lui Charlotte polemizza, pur amandolo, e mette in scena il conflitto tra uomo e donna nella visione dell’artista, non genio solitario, ma legato alla vita. Inoltre da narcisista qual è, egli si sente un pigmalione. Mortificato dalla reazione di Paula, tutt’altro che propensa a farsi condizionare nella sua libertà espressiva di cantante, seduto al tavolino del caffè, davanti a un boccale di birra, sfoga la sua delusione. La nota ironica consiste nel fatto che le parole pronunciate da Daberlhon, in rima, “lascia che io ti plasmi, lascia che io ti plasmi. Questo è tutto ciò che chiedo, tutto ciò che chiedo”, siano scritte sopra il boccale, come se fossero la continuazione delle bollicine di schiuma che trabocca dal bicchiere.
Riflettendo sui motivi per cui le donne della famiglia si erano tolte la vita e rielaborando il dolore, Charlotte comprende che esse, cercando la propria libertà, con il suicidio riuscirono solo a sottrarsi all’oppressione patriarcale, che per lei è la matrice del nazismo. Lavorando freneticamente, riempiva i fogli con una gestualità, che, quanto più procedeva nel racconto e si avvicinava al tempo presente, tanto più diventava ampia e veloce, ottenendo un tratto più essenziale e un colore più puro. Man mano l’opera diventava la sua vita e la vita l’opera, al punto tale che nell’immagine di chiusura si ritrae di spalle, in ginocchio di fronte al mare, con la mano sinistra che regge il foglio, il braccio destro libero di muovere il pennello sulla carta, che in realtà non c’è, perché al posto del foglio c’è il mare stesso. Sulla schiena è dipinto il titolo Leben oder Theater, Vita o Teatro, senza il punto interrogativo, come se non solo la sua vita, ma il suo stesso corpo fosse diventato l’opera. La ricerca di Salomon va dal figurativo all’informale, frutto del passaggio da uno sguardo all’indietro verso le vicende vissute, pur trasfigurate dal ricordo, ad uno sguardo rivolto dentro di sè, perché, come afferma in una delle ultime pagine, bisogna entrare in se stessi per poterne uscire. Se confrontiamo le gouache del prologo con quelle dell’epilogo, notiamo come le prime siano più descrittive e dense di segni, colori, parole e elementi narrativi.
Quelle dell’epilogo, invece, rifuggendo dai particolari, acquistano tratti quasi informali per rappresentare non tanto gli eventi quanto il loro senso, come quando cerca di confortare la nonna in preda alla disperazione, ricordandole i motivi per cui la vita vale la pena di essere vissuta.
Molto tenere sono alcune pagine, in cui Charlotte racconta i giorni della sua infanzia popolati di figure amorevoli, il padre, la tata, ma soprattutto la madre, mentre l’allatta, l’abbraccia, la porta in giro in carrozzina. Non c’è nessun riferimento ai luoghi in cui si svolgono le azioni, perché per una bambina gli spazi significativi sono quelli affettivi, che sono tutto il suo mondo. In una scena Charlotte saluta dal suo recinto i genitori che escono, agitando una mano assai grande, come se la bambina volesse colmare la distanza che la separa da loro. Il ritmo veloce, la disposizione in cerchio delle figure intorno a Charlotte suggeriscono quasi il suono delle voci che spesso nel ricordo accompagna le immagini. La memoria dell’abbandono fiducioso, del rapporto pulsionale e carnale con il corpo materno costituisce l’humus della sua lingua poetica, musicale e visiva. E’ da lì che Charlotte è venuta al mondo, quelle sono le sue radici; averle riconosciute e aver trovato un linguaggio così originale per raccontarle le ha dato la possibilità di riuscre a vedere altre strade oltre a quella della disperazione e della sventura. Ha ritrovato la sua libertà di donna, restituendo vita e senso alla figura tragica della madre, e consegnando un luminoso esempio alle generazioni future.

Simonetta Pagnotti

Ouagadougou, Burkina Faso

I lavatoi in pietra della discarica di Polesgo ricordano quelli delle nostre nonne, il sole è quello dell’Africa. Attorno, riparate dalle tettoie, giovani donne armate di spazzole strofinano brandelli di plastica tenuti a bagno in grandi bacili, per non sprecare l’acqua. Indossano il grembiule, ma sfoggiano capigliature ricercate e la loro pelle è di velluto, anche se molte vengono da lontano e hanno percorso chilometri di questa strada di polvere rossa per arrivare al lavoro, puntuali, alle 7.30 del mattino. Le più fortunate in motorino, le altre in bicicletta o a piedi.

 

Siamo nel centro di riciclaggio della plastica della discarica di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Qui lavorano 30 donne e con quello che guadagnano, circa 45 euro al mese, riescono a tirare avanti la famiglia e a mandare i bambini a scuola. “Il centro è una fortuna”, spiega la presidente, Margherite Kaborè, 34 anni, tre figli e un marito. Si è portata al lavoro l’ultimo nato, di 27 giorni, e lo dà in braccio a Cristina. Per queste donne lei è molto di più di un’amica bianca. Parla come loro, è andata ai loro matrimoni e ai loro battesimi, spesso le frequenta anche la domenica e nel tempo libero. Soprattutto, devono a lei questo lavoro.

 

Cristina Daniele, 29 anni, è la volontaria di Lvia (associazione internazionale di volontariato laico, collegata a Focsiv), che ha fatto partire il progetto nel 2005, e ha ricevuto il premio Volontari nel mondo-Focsiv. “Per un anno ho lavorato con queste donne”, racconta.

 

Una politica “ambientalista”

 

Nel giugno scorso, Cristina è tornata a Ouagadougou. E ha ritrovato una realtà che ha spazzato via gli ultimi dubbi. “Le donne del centro si erano riunite in associazione ed erano diventate autonome”, spiega. Molte hanno alle spalle esperienze difficili. “I rifiuti ci salvano”, scherza la vicepresidente Marie Claire Koussubé, 45 anni e 5 figli, orgogliosa di aver fatto diplomare il figlio più piccolo, 16 anni. “È molto difficile per una donna trovare lavoro qui. C’è il commerce, che non dà sicurezza, c’è chi fa la sarta o la coiffeuse, ma sono mestieri che danno lavoro solo durante le feste”.

 

Il Burkina Faso è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma il Comune di Ouagadougou è capofila di una politica “ambientalista” che ha portato all’apertura, due anni fa, di questa megadiscarica a Polesgo, a 10 chilometri dal centro, per una capacità di stoccaggio di circa 6 milioni di metri cubi di rifiuti.

 

A Polesgo lavorano circa 60 persone, tra cui le 30 donne del centro della plastica. E vengono delegazioni dagli altri Paesi africani, per imparare. Ouaga, come la chiamano i suoi abitanti, sta diventando la capitale del riciclaggio, oltre che la Bollywood d’Africa, grazie al Fespaco, la mostra biennale del cinema che attira le migliori energie del continente. Le contraddizioni di una città che a suo modo è diventata caotica, brulicante di traffico e di mercati attorno al nucleo centrale dominato dalla piazza della Rivoluzione, voluta dall’ex presidente Thomas Sankarà, l’eroe dell’indipendenza africana assassinato nel 1987, oggi recintata e spettrale.

 

Abiti colorati ed eleganti

 

Burkina Faso significa “terra degli uomini integri”, ma l’impressione è che in questa città lavorino solo le donne. Che sono ovunque. Nelle “boutiques” che vendono le mercanzie ai lati delle carreggiate, nei mercati, negli orti lungo i barrage, coi carretti per raccogliere i rifiuti a domicilio, con le anfore dell’acqua portate sulla testa come una corona. Sono abituate a questa fatica fin da bambine, in compenso ne hanno ricavato corpi allungati e movenze da modelle. Si cuciono da sole abiti colorati ed eleganti, fasciati sui fianchi. Lavorano anche per qualche sacco di riso o di miglio. Come le volontarie che arrivano alla discarica in pullman e che, sotto i nostri occhi, passano la mattina a diserbare la spianata, per evitare gli incendi, coi bambini legati dietro la schiena.

 

“Le condizioni della donna sono ancora molto difficili in Burkina”, ci spiega Cristina. Nelle famiglie di cultura tradizionale, vivono separate dagli uomini e si addossano tutte le incombenze più pesanti, fin da piccole. Il parto è ancora uno dei primi fattori di mortalità. “Le spese per un cesareo possono portare alla rovina economica una famiglia”, spiega Gigi Pietra, di Medicus Mundi, che lavora nelle strutture sanitarie dei Camilliani, a Ouaga e a Nanoro, a 100 chilometri dalla capitale. Anche la diocesi gestisce un ospedale, e una rete di assistenza che coinvolge le parrocchie di base. “A Ouaga si può morire di fame senza che nessuno se ne accorga, non c’è la solidarietà dei villaggi”, spiega il vicario, Nikiema Pascal. Per fortuna, al momento, non ci sono conflitti religiosi. “I musulmani vengono alle nostre funzioni e spesso, nella stessa famiglia, ci sono musulmani e cristiani”.

 

È mezzogiorno. Prima del pranzo, a base di polenta di miglio, le donne del centro pregano insieme, cristiane e musulmane. “Dobbiamo andare d’accordo, facciamo tutte la stessa vita, quando andiamo a casa abbiamo il peso della famiglia sulle spalle”, spiega Marie Claire. Dopo pranzo arrivano i bambini della scuola privata di Azimut, per una lezione di educazione ambientale. Ricevono in dono i kit prodotti con la plastica riciclata nel centro di formazione professionale di Saaba, gestito dai Fratelli della Santa Famiglia. Non è una cosa da poco, perché la scolarità in Burkina è molto bassa, anche a causa dei costi sia della scuola pubblica sia privata. Molti bambini la interrompono per essere usati nel commercio, le femmine non vengono fatte studiare.

 

Ma ci dicono che ad Azimut la metà sono femmine, anche alle superiori, e sono molto brave, un segnale che nei ceti meno poveri la sensibilità sta cambiando. Cristina fa parte di questa realtà. Si è fatta fare i mobili e le tende dalla gente del posto, la frequenta “per non vivere da espatriata”. È contenta di andare a casa sua, a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, solo tre settimane a Natale.

 

Forse crede che il futuro dell’Africa sia legato proprio a queste donne. “Quando vado a casa gli amici mi dicono: “La gente in Africa muore di fame e tu ti preoccupi di riciclare i rifiuti”. Se venissero qui, capirebbero qualcosa di più”.

Massimiliano Panarari

“E’ un libro molto curioso, costruito come una classica detective story, ma che ricostruisce un caso realmente accaduto nell’ Inghilterra vittoriana del 1860, prima del debutto del mitico Sherlock Holmes. In Omicidio a Road Hill House di Kate Summerscale (Einaudi, pagg. 382, euro 19,50; trad. di Luigi Civalleri), l’ investigatore, componente di una squadra speciale di Scotland Yard, procedendo per intuizioni e deduzioni, individua il colpevole di un orrendo infanticidio, ma non riesce a incastrarlo immediatamente e finisce sotto accusa da parte della stampa e dell’ opinione pubblica, perché la verità è troppo scomoda. Il libro è al tempo stesso un saggio storico, una bella narrazione che ti prende alla gola e anche una riflessione epistemologica; l’ autrice ci fa rivivere un’ epoca, e ci immerge in un problema di criminologia e di logica. L’ indagine poliziesca e la scoperta scientifica, come notava Charles Dickens, hanno molti elementi in comune e gli investigatori migliori, proprio come gli scienziati, imparano dai loro errori. I grandi protagonisti del romanzo poliziesco, di cui sono un lettore appassionato (da Conan Doyle ad Agatha Christie e John Dixon Carr), sono infatti degli autentici eroi del fallibilismo, nella migliore tradizione filosofica di Peirce e Popper”.

Silvana Mazzocchi

Già con “Donne che corrono coi lupi”, libro straordinario tessuto di poesia, spiritualità e psicanalisi, Clarissa Pinkola Estés aveva regalato a tutte le donne una sferzata di energia e ribellione, viatico per l’autostima femminile. E, tramite il mito della “donna selvaggia”, già in quel libro che ha accompagnato una generazione, la psicoterapeuta junghiana ne aveva evocato le origini con un linguaggio immaginifico e straordinario. Un essere istintuale, potente e fortissimo era in principio la donna. Intelligente, indomita e dalle inesauribili risorse, ma in seguito sottomessa e vinta da secoli di cultura avversa, fino a ritrovarsi subordinata e ingabbiata nello stereotipo del sesso debole. Ora, a vent’anni di distanza da quel clamoroso caso editoriale, Pinkola Estés torna con un’antologia, Storie di donne selvagge, che arricchisce ulteriormente il percorso allora intrapreso. E, a parte le sempre suggestive “tre favole senza tempo” che aprono il volume e già note al pubblico, sono soprattutto due testi inediti, I maghi della pioggia e Care anime coraggiose… non perdetevi d’animo a gettare nuova luce sull’interpretazione di sé e dei rapporti interpersonali. Il messaggio è ancora una volta rivolto alle donne (ma anche agli uomini che vogliono stare al passo con le compagne “che corrono”). A loro è diretto un monito chiaro e come sempre fondante: le donne devono saper individuare e fare emergere la forza che hanno dentro di sé e la devono saper nutrire. Non è necessario andare in fretta; si può anche fare un passo alla volta, l’importante è scoprire nella propria anima la speranza e la potenza irriducibile della vita. Clarissa Pinkola Estés, insegnante e di professione analista, dall’11 settembre 2001 si occupa di dare sostegno psicologico a coloro che hanno subito le conseguenze dell’attentato alle Torri Gemelle.

Benedetta Craveri

Nel corso di una serata musicale, una giovane vedova del bel mondo parigino osserva inquieta l’amante corteggiare un’altra signora e partire con lei in carrozza. Tornata a casa, la dama aspetta inutilmente di essere raggiunta dall’uomo amato e, in preda alla “confusione e al turbamento”, gli scrive per avere una spiegazione. Ma anche l’indomani egli non dà notizie di sé e a quel primo biglietto seguiranno, il giorno successivo, altre quarantatré missive che registreranno come un sismografo il crescendo di ansia, di gelosia, di follia della donna che si crede abbandonata e che non riesce a capacitarsene. Pubblicato nel 1824, Ventiquattr’ore di una donna sensibile di Constance de Salm si inscrive nella lunga tradizione del romanzo epistolare, riprendendo la formula monodica messa in voga dalle Lettere di una monaca portoghese(1669), modello archetipico del genere. Eppure lo stesso virtuosismo tecnico della narrazione, che si attiene rigorosamente alla regola delle 24 ore del teatro classico, accentua il timbro moderno di una confessione privata assai vicina all’intonazione del diario intimo. E se pure questo lungo e coinvolgente monologo riserva un inatteso lieto fine, il suo ansimare angoscioso ci ricorda quello dell’eroina della Voce umana di Cocteau. Originale e romanzesca è anche la personalità dell’autrice di questo breve romanzo ingiustamente dimenticato. Bella, spregiudicata e anticonformista, Constance Marie de Théis, principessa di Salm (1767-1845) condusse, come ci informa Claude Shopp nella sua postfazione, una esistenza avventurosa e fu una poetessa ammirata e una femminista convinta. Eppure – è lei stessa a dichiararlo – questo suo “studio del cuore di una donna” intendeva essere in primo luogo “una lezione” sui pericoli propri alla “sensibilità” femminile.

Circolo della Rosa

 

A partire dal romanzo di Valentina Francolino, Il ventre della terra (Gingko edizioni), la sociologa Antonella Nappi ha discusso con l’autrice sui mutamenti operati dalla società occidentale negli equilibri naturali e sulle conseguenze che comportano per la vita sul pianeta. La pratica politica delle donne ha molto da dirci nell’affrontare i problemi ambientali con le nostre azioni quotidiane.

 

Si è parlato di ambiente, del rapporto delle persone con questo, rapporto carattarizzato da un atteggiamento di indifferenza soprattutto negli uomini, storicamente abituati a spadroneggiare.
Si è affrontato anche il tema del rapporto tra macrocosmo e microcosmo. La discussione è partita dal libro ‘Il ventre della Terra’ di Valentina Francolino. Ha introdotto la discussione Antonella Nappi.

 

Antonella Nappi: “Valentina Francolino ha scritto un romanzo che mi è piaciuto e mi ha colpito, io in genere non leggo romanzi. Si tratta di un romanzo di cultura giovanile anche un po’ fantascientifico. Mi ha colpito perché narra di come abbiamo lasciato che le cose finissero in catastrofe sul pianeta e come si vive durante una catastrofe ormai accertata, ancora facendo finta di niente. Questa è una grande invenzione, secondo me, è molto responsabilizzante. La cosa più grave che ho notato io in quello che lei descrive, pur divertendo e ben raccontando, è che si vive coperti di mantelline per non prendere mai il sole, cosa che ad alcuni di noi succede già adesso. Uno delle realtà più gravi da qualche anno è che il sole è diventato nocivo, seriamente nocivo. In Australia da dieci anni i bambini hanno il vestito con le maniche lunghe per fare il bagno e la mezza gamba. Valentina poi farà un intervento dove racconterà perché si è interessata a questi argomenti e com’è il suo libro. Invece io vorrei affrontare alcune contraddizioni. In genere parlo sempre di politica delle donne e poi di ambiente invece oggi voglio proprio parlare del nostro atteggiamento verso l’ambiente perché si tende comunqe a far finta di niente. Come dice Giorgio Rufolo, catastrofismi sono i fatti. L’uso delle risorse naturali per il formidabile profitto di pochi in questi decenni è stato intenso e ha portato alla rottura di equilibri naturali. Queste cose sono vere e sono terribili: se ci si interessa a leggerle si scopre l’impoverimento del pianeta per il profitto di alcune multinazionali di pochi, ci si appassiona nel vedere come le cose funzionavano e anche come vengono rovinate, perché è una descrizione di realtà fantasmagorica. Ci si arrabbia e anche si capisce un po’ meglio che siamo turlopinati da modi di dire. Leggete la Shiva: i suoi libri sono bellissimi e raccontano queste cose. Volevo anche citare un po’ di libri. Peccei ha scritto ‘Limiti dello sviluppo’, ricerca internazionale del ’72 e che ora Mondadori ha a disposizione che è straordinario. Laura Conti la si trova nelle biblioteche e nel suo libro ‘Questo pianeta’ raccontava già vent’anni fa questioni fondamentali che oggi si cominciano a sapere. Ci sono molte ‘balle’ che circolano, che trasmettiamo noi stessi perché ci hanno dato delle interpretazioni della realtà talmente ribadite che ci viene comodo ripetere. Ad esempio si dice che la scienza ci ha salvato, ci salva, ci salverà. La scienza da qualche decennio crea solamente oggetti nocivi, molto nocivi, come cellulari, campi elettromagnetici, hi fi ecc. Queste cose sono da sapere. E’ cambiata la situazione. Ad esempio in una puntata di Report, che trovate anche in Internet e su Youtube, Milena Gabanelli ha mostrato come l’antenna per cui Internet si può prendere dal cortile dell’università o della scuola è stata addirittura tolta dalle scuole in alcuni paesi perché crea dei campi elettromagnetici che permettono il diffondersi dell’elettrosensibilità come malattia riconosciuta e mutuata da due paesi europei credo siano Svezia e Norvegia. Ci sentiamo poi come appagate da un po’ di libertà come donne e però anche oppresse da un’organizzazione sociale che però ci appare immutabile, l’unica possibile. C’è questo atteggiamento nelle donne e negli uomini, un atteggiamento che infondo tutto sommato è questa la società in cui si vive. La Shiva lo dice bene che è un problema di ignoranza. Non sapendo di altre economie, di altri sistemi, non conoscendo i problemi profondamente perché sono difficili, i problemi che toccano gli equilibri ecosistemici, problemi da sapere soprattutto se tendono a censurarli, si finisce col pensare che tutto sommato bisogna accontentarsi di questa libertà e che la nostra società è l’unica. La Shiva dice bene: non è assolutamente vero che non si può progettare e pensare diversamente. Siamo infatti abituate a vivere con qualche comfort tecnologico non dobbiamo però pensare che l’alternativa sarebbe l’essere sperdute nelle campagne gelate, nella povertà. L’alternativa può essere invece l’organizzazione che vogliamo collettivamente creare che è più attenta alla nostra vita fisica, in un ambiente più sano con tempi che ci permettano la manutenzione di tutte le cose senza essere emarginate economicamente come oggi ci pare. Sono contenta che ci sia qui Silvia Motta che mi aveva fatto una battuta: si dice che gli ambientalisti o i verdi rispondano sempre no. Non è vero che si dice sempre no oppure è vero come per il femminismo. Si dice che le femministe dicono di no a tutto, certo se ci propongono solo l’omologazione alla cultura maschile è difficile non dire no. Gli ambientalisti hanno molte cose alternative, radicalmente alternative da proporre. Non ce le dicono, ce le nascondono dicendo soltanto no. Io credo che bisogna rivendicare e valorizzare di studiare, reimpostare le cose con sentimento e ragione, pensando di avere molto più potere di quello che continuiamo a pensare di non avere. Per reimpostare tutto in un altro modo ci sono piccole migliorie che sono utili e sono geniali perché sono strategiche. Ad esempio la possibilità di creare energia dal sole e organizzarsi per usarla sia personalmente che collettivamente. Molti comuni, molte scuole d’Italia oggi hanno una produzione di energia che serve il comune intero.Questa battaglia vinta per cui l’Enel deve acquistare energia prodotta dal sole, ma ancora di più, organizzarsi per produrre energia che non inquina, sono cose che risvegliano anche le capacità dei singoli di riorganizzarsi e di reagire alle imposizioni. Certo bisogna tener presente che la cosa importante è usare meno energia produrre meno inquinanti.
Lia Cigarini ha ben detto a me, che leggo poco i romanzi, che invece sono molto più efficaci dei saggi o dei discorsi politici. Allora ascoltiamo Valentina che ci racconta come ha fatto lei a pensare queste cose fondamentali con un’esperienza di gioventù e farne un bel libro.

 

Valentina

 

“Il ventre della Terra” è ambientato nel 2181 – e quindi nel futuro – e lo sfondo su cui si svolge la vicenda è un po’ apocalittico, nel senso che quello che ho ipotizzato è uno dei peggiori futuri possibili (anche se – lo riconosco – per molti versi inverosimile) a cui potremmo andare incontro.
I protagonisti del racconto vivono, infatti, negli anni che seguono la “Grande Crisi”, un periodo in cui si è verificata una crisi ambientale di enorme portata, che ha totalmente stravolto il mondo che noi conosciamo: ad eccezione dell’uomo, animali e piante si sono completamente estinti; l’ossigeno dell’aria e gli alimenti sono prodotti artificialmente e la popolazione mondiale è stata decimata da carestie e malattie. In seguito alla Crisi, soprattutto nei paesi più ricchi, con il tempo la situazione si è stabilizzata, anche se la qualità della vita è notevolmente peggiorata e le prospettive future sono cupe.
Ed è su questo scenario che si dipana la storia o, meglio, il viaggio della protagonista del libro, Mira, una ragazza inglese di 20 anni. È una ragazza molto simile a tante altre sue coetanee, e all’inizio del racconto la incontriamo, infatti, all’università, dove si annoia alle lezioni e vagheggia sul suo ragazzo, su cosa indosserà per il prossimo appuntamento con lui, su quello che si diranno…poco importa che viva in un mondo devastato e pieno di problemi; un mondo che si trova in un equilibrio precario e che questo equilibrio stia per spezzarsi.
Poi accade un fatto traumatico e la protagonista, che fino a quel momento ha vissuto in una sorta di bambagia rassicurante, per la prima volta in vita sua si ritrova a dover prendere decisioni importanti ed ad affrontare la vita da sola, con le sue sole forze.
È costretta a partire ed è proprio questo suo lungo viaggio che stravolgerà il suo modo di concepire la vita e il mondo che la circonda, costringendola a mettere in discussione i suoi valori e le sue false sicurezze e facendole acquisire una nuova consapevolezza di se stessa in rapporto al “tutto” di cui è parte integrante.
L’inizio del libro forse è un po’ autobiografico nel senso che io stessa, in questi ultimi anni, entrando nell’età adulta, ho iniziato a liberarmi da quel sano egoismo che caratterizza un po’ la fase adolescenziale della vita, quando si vede il mondo un po’ come se fossimo in una grande bolla trasparente che contiene la famiglia, i nostri amici, le nostre certezze, e tutto ciò che sta nella bolla è importante, ciò che sta fuori non lo è, non ci riguarda.
Me ne liberavo e al tempo stesso iniziavo per la prima volta a interessarmi a problemi di grossa portata ma anche a quelli più modesti, come il trovarmi un lavoro o il confrontarmi con persone diverse da me. Iniziavo ad aprirmi, ad essere meno superficiale.
Subito dopo la maturità mi ero iscritta alla Facoltà di Scienze Politiche, ma per quanto trovassi interessanti le materie che studiavo, mi sentivo insoddisfatta: la sensazione era di avere a che fare con materie troppo astratte e teoriche, mentre io, forse perché ho sempre vissuto in campagna e sono sempre stata in mezzo al verde e a contatto con gli animali, sentivo il bisogno di qualcosa di diverso, di studiare i meccanismi della “vita”.
Fu per caso che scoprii che a Milano tenevano un corso di Naturopatia, corso in cui si affrontano le tematiche relative alle diverse “terapie alternative”, a cui mi iscrissi subito. In seguito, per approfondire gli argomenti che mi stavano più a cuore, lasciai Scienze Politiche per la Facoltà di Tecniche Erboristiche.
Gli studi che ho seguito hanno modificato in modo radicale la mia visione del mondo e di me stessa, introducendomi ad una visione olistica dell’esistenza, una visione – cioè – in cui non c’è una separazione netta tra mente e corpo, tra l’uomo e il mondo che lo circonda, tra microcosmo e macrocosmo.
Il libro è, in un certo senso, il frutto di questo mio piccolo percorso.
I temi conduttori del romanzo fondamentalmente sono due e su questi oggi vorrei porre maggiore attenzione, perché credo che aiutino meglio a comprendere il senso di questo libro.
Il primo è il tema del viaggio e il secondo è quello del rapporto uomo-ambiente. Si tratta certo di argomenti che, all’apparenza, possono sembrare diversi ed estranei l’uno all’altro, ma io trovo che siano indissolubilmente legati tra di loro.
Come dicevo all’inizio, la protagonista, Mira, è costretta a mettersi in viaggio e dopo essersi recata prima in Francia e poi in Grecia, arriva in India.
Eppure non è tanto il viaggio materiale di cui qui mi interessa parlare (certamente anche quel tipo di viaggio è importante, perché vedere e toccare con mano realtà diverse dalla nostra ci rende più obiettivi e ridimensiona la nostra visione delle cose).
Quello che più conta, sono le esperienze cui va incontro durante il suo percorso. Mira, infatti, incontra diversi personaggi che la guidano e la fanno depositaria della loro saggezza e si ritrova in situazioni che mai avrebbe pensato di affrontare. E, via via che muta lo scenario esterno, anche lei si trasforma.
Quando parlo di “viaggio”, quindi, mi riferisco ad un percorso interiore, psichico e spirituale ad un tempo. È un viaggio lungo, faticoso e spesso doloroso quello che lei compie dentro di sè, ma è anche un viaggio che la trasforma, la rende migliore, più consapevole e attenta a ciò che la circonda.
La protagonista del racconto si trova, naturalmente, a fare i conti con la paura e l’ansia, i dubbi, e spesso anche con lo scetticismo e l’incredulità, ma si tratta di emozioni che inevitabilmente accompagnano un processo di crescita e una più ampia visione delle cose.
E quindi, sarebbe più corretto dire che nel libro ho affrontato, più che il tema del viaggio, quello del cambiamento, della trasformazione, ma mi piace di più pensare al viaggio perché è correlato all’idea di movimento, del “panta rei”, ovvero del “tutto scorre”. Usare il termine “cambiamento” mi dà l’idea di qualcosa di statico, che poi, tutto a un tratto, muta. Invece la vita per me è sempre dinamica, non si ferma mai, va sempre avanti, è sempre in trasformazione.
Certo, se ci fermiamo ad osservare le nostre azioni esteriori, abbiamo l’impressione che tutto sia fermo, ripetitivo, ci sembra, alla fine, di fare sempre le stesse cose: ci svegliamo, andiamo a lavorare oppure studiamo, mangiamo, dormiamo…, ma in realtà pian piano, dentro di noi, qualcosa si muove sempre, è in eterno movimento, è, appunto, in “viaggio”, e ci sono avvenimenti, stili di vita, modi di pensare, che ne possono rallentare o accelerare il processo.
Per cui, tornando al libro, Mira compie un lungo viaggio che la trasforma completamente: parte cercando qualcosa e poi, pur continuando a cercarla, capisce che c’è altro da cercare, forse anche di più importante. Qualcosa da cui potrebbe dipendere il futuro dell’umanità intera.
Impara che ci sono delle volte in cui bisogna mettere il bene comune davanti a tutto, e delle altre in cui bisogna lasciarsi andare e seguire il flusso della vita anche se ci porta lontano da quelli che ci sembrano dei bisogni irrinunciabili.
Penso che il percorso di Mira è quello che poi dovremmo fare tutti crescendo, diventando adulti, maturando: ampliare la mente, andare alla ricerca del nostro vero io, cercare di vedere anche nei problemi un’opportunità di crescita. Nel suo caso lei, attraverso questa grande avventura che si trova a vivere, riesce a comprendere per la prima volta, e non più con gli occhi di una ragazzina ma con quelli di una donna, il periodo storico che si trova a vivere, gli errori e le grandi responsabilità umane nei confronti, in questo caso, dell’ambiente, della natura.
E qui mi riallaccio al secondo grande tema di cui vorrei parlare: il rapporto tra l’uomo e la natura. Credo che il rapporto che ognuno di noi ha con il mondo naturale rispecchi fondamentalmente il nostro rapporto con quella parte di noi stessi più profonda, più istintiva, più selvaggia, e non plasmata che abbiamo.
Jung, uno psicanalista che si è occupato molto e a lungo dei simboli, ha detto: ” Il bosco perché oscuro e impenetrabile è, come le acque profonde e il mare, ricettacolo dell’inconscio e del misterioso: gli alberi come i pesci nell’acqua, sono i contenuti vivi dell’inconscio.”
Non a caso si usa l’espressione “linfa vitale” ad indicare quella forza creatrice e generatrice che tutti abbiamo dentro e che ci dà la vita. Il fatto che l’uomo si curi poco, o non si curi affatto, di coltivare, di proteggere, di sviluppare ciò che c’è nel suo profondo, e che, anzi, si dia da fare in senso opposto soffocando e distruggendo la sua natura autentica, si riflette all’esterno con i nostri comportamenti verso il mondo vegetale e animale.
Stiamo facendo uno scempio delle risorse del pianeta e gli appelli degli scienziati e degli ecologisti sono allarmanti, ma per quanto questi possano generare in ciascuno di noi sgomento e angoscia, finisce col prevalere l’indifferenza, preferiamo pensare ad altro come se tutto questo non riguardasse personalmente ciascuno di noi.
Il nostro atteggiamento mentale nei confronti dei problemi ambientali è identico a quello che assumiamo nei confronti della nostra interiorità: preferiamo pensare ad altro. Tutte le nostre energie sono utilizzate per raggiungere obiettivi esterni a noi ed è anche giusto, in parte, visto che viviamo in una società in cui la soddisfazione di certi bisogni è indispensabile, tuttavia ritengo che non dovremmo mai perdere di vista che comunque l’uomo è pur sempre un animale e, come tale, è strettamente dipendente dall’ambiente in cui vive. L’organismo umano è un sistema aperto. Un sistema chiuso è un sistema che non scambia energia con l’esterno come, ad esempio, un sasso. Intorno al sasso, faccio per dire, potrebbe accadere qualsiasi cosa, potrebbe esplodere una bomba atomica, potrebbe esserci un’inondazione, potrebbe sparire l’ossigeno dall’atmosfera, ma lui resterà sempre lì, indifferente a tutto ciò. Una persona invece, così come un animale o un vegetale, effettua degli scambi con l’esterno: ha bisogno di assumere energia da fuori, sottoforma di calore, di cibo, di acqua, la elabora; in parte la usa per tutte le sue funzioni e in parte la conserva, e produce sostanze di scarto che riversa nell’ambiente, come ad esempio l’anidride carbonica, che poi viene utilizzata da altri organismi, e così via. Gli esseri viventi fanno tutti parte di questo enorme ciclo che è l’ecosistema, che andrebbe immaginato come un essere vivente esso stesso, un essere vivente molto resistente perché è capace di adattarsi parecchio ai cambiamenti (ad esempio quando una specie si estingue), ma al tempo stesso fragile perché oltre un certo punto rischia il collasso, e se collassa c’è pericolo per tutte le creature che ne fanno parte. L’uomo forse non si rende abbastanza conto che fa parte di questo ecosistema esattamente come gli altri esseri di questo pianeta.
L’avidità di potere, di denaro, di “benessere” materiale si accompagnano ad una sorta di arroganza, di senso di superiorità, che fa pensare all’uomo di essere padrone del mondo, che gli fa credere di aver domato la natura, di poter disporre di tutto e di tutti in modo indiscriminato e distruttivo. Anche se forse ora si inizia ad intravedere un cambiamento in questo senso, per lo meno ora si iniziano a capire quali siano i nostri limiti. Paradossalmente, in questo sistema, anche l’uomo viene sfruttato, violentato, “modificato” da questa logica dell’usa e getta. Siamo bombardati continuamente da messaggi mediatici che invitano all’avere, al possedere sempre più cose, e ci convincono che il significato delle nostre esistenze si possa misurare dai beni accumulati, piuttosto che da quello che siamo veramente. E la vita che conduciamo, un po’ tutti in modo nevrotico, non fa che amplificare questo stato di cose, questo distacco uomo-ambiente. Le nostre vite sono diventate asettiche, anche noi siamo asettici nel senso letterale del termine, cioè disinfettati.
A volte mi capita di andare in un parco e di vedere magari un bambino che mette le mani nella terra. Generalmente arriva subito la madre che lo sgrida perché sporca i pantaloni da settanta euro…tutto questo per dire che quasi rifiutiamo il contatto con la natura perché è “sporca”. Produciamo spazzatura a tonnellate, inquiniamo l’acqua e l’aria con scarichi e veleni di ogni tipo, ma paradossalmente – o forse proprio per questo – siamo ossessionati dalla sporcizia: facciamo docce in continuazione, copriamo l’odore naturale del nostro corpo con profumi e deodoranti, usiamo disinfettanti sempre più potenti. Facciamo di tutto per inseguire un ideale irraggiungibile, per cui dobbiamo essere asettici; dobbiamo essere perfetti; dobbiamo dare il massimo, senza mai mostrare le nostre debolezze e i nostri difetti, anzi, sarebbe preferibile non averne proprio. La società ci impone di essere puliti, in tutti i sensi del termine, compreso il “senza peccati”, e per peccato intendo anche solo mangiare un dolce di troppo, avere un chilo di troppo. E proprio perché questo ideale ci impone di essere a tutti i costi in un certo modo, e dal nostro mondo interiore ci arrivano tutt’altri segnali, siamo in lotta perenne con noi stessi, e siccome di solito quello che facciamo vincere è l’esterno, ecco che allora si crea il distacco. Distacco con noi stessi, che si riflette poi con un distacco anche all’esterno. Gli animali fanno paura, la natura è qualcosa da dominare. Ma questo modo di vivere sta mostrando sempre maggiori pecche. La gente, soprattutto in Occidente, nonostante tutti i nostri bisogni primari siano soddisfatti, non è felice. Le persone, povere o ricche, sane o malate, belle o brutte che siano, avvertono un profondo vuoto dentro di sè e sentono la mancanza di qualcosa che a volte neanche la fede riesce a colmare. E, sempre di più, si rivolgono alle antiche saggezze dell’Oriente: al Buddismo: il cui fine è il “Risveglio”, l’illuminazione, il Nirvana, uno stato in cui non esiste più un sé separato da tutto il resto, che è un’illusione. Allo Yoga: vocabolo che in sanscrito significa Unione, l’unione di mente, corpo e spirito, l’unione degli opposti, dell’individuo con ciò che lo circonda. Non ci sono limiti, non c’è separazione, tutto è unito. Insomma si rivolge alla cultura di Paesi – da notare – cosiddetti “sottosviluppati” e che – guarda caso – basano la loro visione del mondo sull’integralità dell’essere umano quale parte del Tutto, e ridimensionano l’Uomo a un ruolo non di padrone della Terra ma di un essere soggetto alle stesse leggi che governano tutto l’universo. Per questo ritengo che il “viaggio” nel profondo di noi stessi sia fondamentale per ritrovare il contatto con la natura e rispettarne il delicato equilibrio. Ritrovare un rapporto con la nostra parte più antica e autentica, ritrovare e seguire i nostri cicli, ritrovare la sacralità in ognuno di noi sono tutte condizioni necessarie per ritrovare la sacralità nel mondo che ci circonda. Alla fine è tutto qui il senso del libro, proviamo a scoprire davvero come siamo fatti, cosa ci rende davvero felici e cosa invece è solo un’illusione, di cosa abbiamo realmente bisogno. E, a questo proposito vorrei concludere con un’ultima citazione in cui ho cercato di racchiudere in poche righe questo grande concetto. È un breve passo, in cui uno dei personaggi del libro sta spiegando alla protagonista come bisognerebbe “rapportarsi” con noi stessi:
“E si fermò riconquistando il fiato. Mi prese per mano e io pensai che ormai poco importava il modo in cui sarebbe finita quella notte. Stavo assistendo a qualcosa di miracoloso, dovevo essere grata a quell’uomo che mi stava portando a conoscere il luogo più sacro sulla Terra. Quante cose avevo imparato da lui! Eppure chi era realmente? Le mie gambe erano molto stanche. Riprendemmo a camminare. Disse: – il modo giusto di vivere, di utilizzare la nostra anima senza mortificarla, esaltandola, donandole beneficio, non esercitando su di essa alcuna coercizione, è quello di cercare incessantemente il luogo silenzioso dentro di noi che è permeato di conoscenza, e che è lì per farci capire qual’è il nostro posto al mondo. Così facendo, Mira, riusciremo a liberarci delle gabbie che la vita ci impone, ad insegnarci la compassione verso le creature che insieme a noi si trovano in questa spirale di infinito che è la creazione.”
Intervento: “Io avevo letto la presentazione e mi era piaciuta molto. Viaggio e costruzione di sé sono cose che abbiamo conosciuto un po’ tutti”.
Valentina: “Riguardo la mia generazione credo che ci sia un po’ di indifferenza riguardo certi temi. Vedo più attenzione in quelli più giovani.”
Luisa Muraro: “Nelle cose che hai detto, Valentina, ho trovato troppo poco la tua soggettività. C’è a grandi linee, parzialmente il tuo intervento è autobiografico ed è la parte che mi interessa. Infatti hai sempre parlato al maschile. Le cose che hai detto sono di una verità così generale che il nostro tempo non è capace di farla sua. Abbiamo rifiutato le grandi religioni, si sono disfatte le grandi visioni e adesso si ha la necessità di trovare dei percorsi molto legati alla nostra soggettività e singolarità con tutto quello che ha di contraddittorio. Mi sono ricordata che Benedetto XVI ha parlato contro gli scienziati dicendo che per brama di ricchezza fanno un sacco di sbagli e mi sono chiesta se Antonella si trovasse d’accordo con Benedetto XVI. Sono queste questioni che irrompono nei paesaggi già confezionati cioè che Antonella Nappi si trovi d’accordo con Benedetto XVI. Bisogna camminare per quello che io ho chiamato ‘il territorio del diavolo’ e invito anche te, Valentina, a camminarci. Non aver paura di andare fuori dal seminato. Se no, non abbiamo scampo, Le questioni le abbiamo sentite tutte, le sappiamo ma c’è quella dell’indifferenza: a sedici anni ci credono, dieci anni dopo già c’è l’indifferenza. Questo incombe e ci minaccia. Antonella aveva anticipato che avrebbe detto che cosa non la convinceva riguardo politica delle donne e ambientalismo. Lei dice che le due cose possono anche urtarsi e in lei c’è la voglia di farlo vedere. Volevo ricordare che nel numero di Via Dogana che accoglie questo tipo di posizione (Questo femminismo non ci basta) c’è anche un articolo di Antonella Nappi che espone molto bene alcune sue idee che prima aveva detto cioè: questo femminismo non ci basta. In questo senso di dirompenza. Dirompenza è lei che va d’accordo con Benedetto XVI.
Valentina: “Non si tratta magari di un’indifferenza generale. Io penso che chiunque di noi, a qualsiasi età, sente il problema ambientale ma poi l’indifferenza nasce, appena si ha un problema più grande che poi non è un problema più grande in assoluto ma più grande nel senso che riguarda la nostra vita. Allora tutto il resto passa in secondo piano. Siamo talmente presi da noi stessi, dalla nostra quotidianità che non riusciamo a vedere quali sono i reali problemi che esistono nel mondo perché li mettiamo in secondo piano. Posso interessarmi al discorso ambientale ma se ho tra pochi giorni l’esame, tutto passa dopo, alla fine la quotidianità porta a non pensare più a determinate cose e a occuparsi dei propri piccoli problemi quotidiani. Non penso che sia un’indifferenza nel senso che non siamo capaci di cogliere qual è la realtà, è proprio dovuto al fatto che mettiamo tutto in secondo piano perché alla fine la cosa che ci interessa di più è il nostro orticello.
Antonella Nappi: “Secondo me l’orticello è importante. Il problema è come si pensa a questo orticello, con cultura, profondità e relazioni oppure nell’isolamento e nella fretta”.
Donatella (ospite): “Mi sono occupata di scienza tutta la vita, sono una chimica, mi sono occupata di chimica che vista come il fumo negli occhi dalla maggior parte delle persone. Mi ricollego alle ultime cose che avete detto. Io mi occupo delle cose grandi, veramente grandi, che passano in seconda linea rispetto ai problemi quotidiani. Tu hai citato l’esame che prende un giorno o due, ma ci sono i problemi un po’ più terra a terra che riguardano cose sempre terra a terra ma un pochino più costose: l’energia solare a cui si accennava è una legge ora. Quando si ristruttura una casa bisogna mettere il cappotto, le celle solari, i pannelli solari cioè le fotovoltaiche e isolare. Quando in un’assemblea condominiale viene posto questo problema vorrei sapere quanti ambientalisti si scoprono un po’ più egoisti. I pannelli solari, le celle solari per il momento non sono in grado di far circolare i tram i trasporti pubblici. Io mi sono occupata di chimica applicata all’ambiente. C’è uno scontro tra quello che vorremmo raggiungere e quello che vogliamo. Quanti rinunciano al telefonino che è veramente inquinante? Le celle fotovoltaiche sono fatte di materiali tossici, nel momento di smaltirli c’è un problema. Quindi sull’ambiente ci sono molte cose molto belle dal punto di vista teorico ma dal punto di vista pratico sono difficili da conciliare”.
Luisa Muraro: “Aggiungo solo che ho molto molto apprezzato, Valentina, nella tua esposizione quell’accostamento che fai per due o tre volte tra l’interiorità e il pianeta. Vedo che lì c’è un punto forte di pensiero.
Laura Minguzzi: “Anch’io ho sentito molto forte questa questione nominata da Luisa.L’ho sentita forte perché quando c’è questo passaggio, quando si comincia ad amare la ricerca di sé, a volere sentire e sentirsi in modo profondo, c’è un occhio, uno sguardo più acuto, un’empatia un amore anche per quello che è l’altro, che è l’essere umano diverso, il corpo diverso, la pianta, il mondo, tutto quello che è altro. Questa cosa però è molto difficile perché c’è questo essere come trascinati da una forza magnetica verso gli obiettivi esterni, verso tutto ciò che è esterno e che è solido, materializzabile e che si vede, che è visibile. E l’interiorità è invisibile, quindi l’amore per l’invisibile è l’amore per la vita perché ci sia una vita migliore. Questa cosa io la sento molto spesso insegnando quando discuto con i miei studenti sul valore delle cose, su quello che stiamo facendo. Sono le discussioni più forti, conflitti più profondi perché cerco di andare oltre l’obiettivo, oltre il presente, oltre il quotidiano e su questo c’è la fatica più grande: far vedere qualcosa al di là di quello che si sta facendo.
Antonella Nappi: Io volevo dire qualche cosa a proposito del mio rapporto con il Papa. La scienza la si trova nei siti di Wwf, di Legambiente e di Greenpeace. I più grandi studiosi dei problemi ambientali io li ho conosciuti da queste organizzazioni e dai loro convegni. Diffondevano gli studi sulle verifiche di cosa producono le biotecnologie alimentari. Ecco dunque che usare la scienza per capire e sapere l’hanno fatto anche le popolazioni in passato con i loro strumenti e oggi, lo sottoscrivo, è divertente saperne di più, capire meglio. Il fatto è che la scienza, da alcuni decenni, viene finanziata soltanto da chi vuole trarne dei beni, vuole venderli e vuole nascondere gli effetti negativi, non vuole cercarli, vuole prima guadagnare. Tomatis, ormai morto, ha scritto dei libri su questo. Si tratta di un fatto accertato e i cittadini e le persone non lo pensano automaticamente, perché per pensare alle crudeltà mentali bisogna essere dei crudeli mentali, siamo più portati a pensare che tutto sommato non ci sia tanto odio in giro.

 

Donatella Massara: “anch’io ringrazio Valentina, Luisa e Laura che hanno messo in evidenza questo rapporto tra il sé e il microcosmo e il macrocosmo, tra il sé interiore e la natura perché mi spiega il mio entusiasmo nel cercare di essere in un buon rapporto con la natura. Io sono vegetariana da tanti anni, seguo un’alimentazione macrobiotica e anche per una questione di cura cerco di seguire i dettami ecologici: mi lavo con pochissima acqua ecc. Però è come se questo microcosmo, che poi è il mio orticello, mi bastasse, non riesco a entusiasmarmi per le teorie, mentre mi hanno entusiasmato altre teorie ecologiche forse perché mi spaventano. E’ come se l’idea che ci siano dei problemi che vanno molto oltre la mia situazione personale mi mette poi in uno stato di grande passività e di ansia per non poter modificare nulla. Questo nodo, che è così interessante, mette in parola l’entusiasmo che ha probabilmente ognuna di noi e c’è da chiedersi come mai non ce l’abbiano tutti, questo è quello che stupisce, questa maledizione che imperversa nella maggioranza dell’umanità o, forse no, è una minoranza. Qual è il legame allora tra il piccolo e il grande. Io non riesco ad entusiasmarmi per le teorie neanche per l’ecofemminismo, seguo molto volentieri Antonella ogni volta che fa un’uscita pubblica perché mi permette di mettermi in relazione con qualcosa che mi manca probabilmente, che desidero, mi permette di avere un’informazione più generale. Però bisogna dire che questa informazione più generale arriva come un fulmine a ciel sereno. Io mi aspettavo che voi parlaste della questione del clima che mi ha veramente annichilita cioè scoprire che siamo tornati ai tempi della Democrazia Cristiana, mi sembra di essere negli anni Cinquanta. Io ho semplicemente letto i giornali su questa questione che l’Italia è l’unico paese in tutta Europa che non riesce a capire che ci possono essere delle grosse modificazioni adeguandosi a questi dettami della Comunità Europea. Forse non ho capito bene, forse non è poi così semplice magari lei che è una scienziata ha visto qualcosa che io semplicemente non sono riuscita a vedere. Però mi è arrivato come un fulmine a ciel sereno ridandomi la sensazione di non essere adeguata con le mie piccole pratiche se non appunto perché tutto ciò mi entusiasma mi fa sentire meglio, essere così più attenta, avere un rapporto più attento con la natura rispettandola, andando alla ricerca del cibo meno inquinato ad esempio o tante altre piccole cose”.

 

Intervento: “Io volevo parlare per le ragazze della mia generazione: ho trent’anni e sono egoista, ho il cellulare, le scarpe di pelle, ho la macchina, motorino, non me ne è mai importato niente di queste cose. Però quando ho conosciuto Valentina, lei mi ha un po’ sensibilizzato su questi temi, ho iniziato un po’ a interessarmi di più di queste cose magari in piccoli gesti quotidiani, ad esempio quando mi lavo i denti non lascio l’acqua aperta, spengo la luce se non serve, o non compro scarpe di pelle o borse di pelle, acquisto prodotti cosmetici naturali. Non è una cosa così grandiosa però è comunque qualcosa. Mi sento meno egoista in tutto, non è che tutto mi è dovuto, che posso sprecare l’acqua perché comunque prima o poi finirà e questo mi ha dato un po’ di consapevolezza magari poi è vero che quando i problemi arrivano le cose passano in secondo piano però almeno qualcosina si cerca di fare.”

 

Pinuccia Barbieri: “A me è interessato molto questo discorso sull’indifferenza anche perché io sono una che ama aggregare, fare le cose insieme. Dal pensiero mi piace estrapolare e trovare qualcosa da far insieme alle altre. Vivo spesso delle esperienze non gratificanti e abbastanza depressive. Nel mio quartiere, andando in giro e vedendo i parchi tutti rovinati, ho cercato di mettere insieme donne del mio caseggiato per portare alla luce queste cose. Io mi accorgo che fintanto che io ho questa ‘passione di trascinare’ la cosa funziona. Nel momento in cui sono attratta da altre cose da fare mi accorgo che anche l’aggregazione fatta non va più avanti da sola, cade tutto è come pensare che sempre ci sia bisogno di qualcuno che mandi avanti. Allora mi dico non si è creata abbastanza coscienza perché altrimenti…”

 

Intervento: “Se in piazzale Maciachini ci sono gli alberi modestamente è merito mio. Sono io che per sette anni ho scritto, mandato fotografie e continuato a ‘rompere l’anima’ a tutti quanti. Tante volte lavoro individualmente perché non ho chi mi segue. Certe volte sono riuscita a tirarmi dietro le persone e a fare la raccolta firme che fa perdere sempre un sacco di tempo, perchè mentre raccogli le firme bisogna spiegare, far capire il motivo e cercare di coinvolgere. Quando le persone firmano però hanno come l’idea di aver fatto un grande sforzo per cui si fermano lì.
Nel parco, creato dagli abitanti, è stato chiesto al Comune di fare un’azione quasi evangelica. Ho cercato di far capire alla gente che devono partecipare, che devono aiutarci, ho persino detto siamo vecchi noi che abbiamo tanto lavorato per questo parco perché c’è da trent’anni e abbiamo bisogno di giovani. Mi sono rivolta a coloro che hanno figli o che portano i cani, chiedendo di dare una mano anche finanziaria perché abbiamo speso tanti soldi per i ricorsi. Una volta ho fatto una predica che non finiva più alla fine è venuto un tizio a darmi il suo indirizzo di posta elettronica che poi è risultato inesistente. Questo perché si vede che si sentiva in obbligo di farsi vedere a venire lì e prometterci che ci aiutava a portare in giro i volantini. E’ un lavoro faticosissimo solo se uno ha una forza da leone può portarlo avanti perché vedo che anche le persone che sono vicino a me non sono mai riuscita a coinvolgerle. Nel mio caseggiato, pur vedendo che mi do da fare da trent’anni a questa parte, non si sono coinvolti. E’una cosa che disarma anche le persone più piene di volontà. Poi volevo dire una cosa sull’inquinamento dei telefonini: in una casa del nostro quartiere abbiamo messo un’antenna. L’istallazione di quest’antenna andava a beneficio di chi abitava nel caseggiato perché non pagavano più le spese di amministrazione o ne pagavano poche, c’era infatti un contributo da parte di quello che ha messo l’antenna. Quelli del caseggiato hanno protestato dicendo che avrebbero subito le conseguenze. E’ stato risposto loro che potevano stare tranquilli in quanto erano sotto l’effetto fungo. La scuola che era lì a due passi ha protestato ma è stato risposto che non doveva temere nulla perché era in basso. Allora noi che siamo alti che siamo tutti intorno? Io avrei potuto mettermi di nuovo a raccogliere le firme, ma se poi continuano a venir fuori cose nuove uno non può continuare tutta la vita a raccogliere firme. Sembra che le persone anche se il proprio orticello verrà bruciato dall’inquinamento sono contente di stare lì col telefonino col televisore ecc.

 

Valentina: Il fatto è che si pensa ‘tanto faranno gli altri’ o qualcuno risolverà il problema. Mi viene in mente mio fratello perché lui è una persona che spreca molto. I miei genitori hanno un bar e lui la raccolta differenziata non sa neanche cosa sia. Ha 24 anni, addirittura anche quando proviamo a spiegargli la cosa non gliene importa niente. Tanto prima o poi, dice, inventeranno qualcosa, la scienza risolverà tutto. Come lui tante persone la pensano così e secondo me con questo atteggiamento si rischia di anticipare il momento in cui non si potrà più tornare indietro.

 

Vita Cosentino: Mi ha colpito che hai citato tuo fratello. Bisogna tirare fuori questa questione e farla uscire in grande: il fatto che siano più i maschi che hanno l’atteggiamento di dominio sul mondo. L’hanno avuto storicamente e tutto ciò le scienziate lo hanno detto. Essere donne, generare la vita, mette in un’altra posizione. E poi c’è la questione che c’è una competenza femminile sul mondo che però non viene mai giocata davvero. Ed è uno degli inciampi. Il conflitto non è aperto sempre e dovunque anche in questi termini per cui continuaiamo a raccogliere firme, cerchiamo di risparmiare un po’ di acqua, però tutto ciò viene vanificato da questo spadroneggiare. Il problema è di fare un conflitto anche a quel livello. Gli uomini non possono più pensarla in questo modo che ha portato le cose ad andare malissimo, siamo a questo punto sull’orlo del baratro. Forse dobbiamo prendere più coraggio di mettere in questi termini lì la questione.

 

Antonella Nappi: Ora c’è di nuovo un cambiamento di educazione: il riposo non c’è più, gli orari non ci sono più, i cantieri possono aprire alle sette, cosa che fino dieci anni fa non era possibile, si poteva aprire non prima delle nove. Tutta la cultura è improntata sul concetto:l’individuo non esiste, le sue necessità non contano niente, conta solo il far soldi, far girare soldi, comprare merce, far spendere soldi. Ora di nuovo per forza tutto cambia e tra l’altro anche è una bella dimostrazione che erano tutte ‘balle’ il fatto che si debba tornare indietro sull’educazione, una vittoria della riflessione a dire che l’ideologia dello sviluppo era una cavolata.

 

Intervento: “Hai ragione a dire che è un fatto di comunicazione. La comunicazione è cambiata per cui tu dici ‘è pigro non legge magari neanche il cartello’. Proviamo a mettere sopra i contenitori un video secondo me funziona. A questo punto bisogna poi trovare un sistema per comunicare. Se si mette un cartello è chiaro che non viene letto. In questo fatto c’è proprio l’incoltura, bisogna trovare il modo di comunicare la cosa, perchè la comunicazione più semplice e antica non funziona.

 

Antonella Nappi: “Anche l’università è diventata più facile almento quella che vedo io, Scienze Politiche. Ritornare a fare fatica, io la trovo anche così bella la fatica del capirsi, di spiegarsi, riempie più di senso la vita e le azioni fare fatica”

 

Silvia Motta: “Io volevo solo aggiungere che trovo molto bello avere scelto la forma del romanzo per comunicare questo argomento.”

Circolo della Rosa

 

 

Nell’introduzione al documentario non vi dirò nulla della trama per lasciarvi intatta la sorpresa della visione, ma voglio indicarvi quello che, secondo me, ha permesso alla regista di realizzarlo, quelle pratiche che ne hanno determinato l’originalità e vi indicherò, dato che ci troviamo in una libreria, anche i libri che hanno contribuito a queste riflessioni.
Innanzi tutto ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla STORIA VIVENTE, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. E’ una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro “La voce del silenzio” , ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume “Il pensiero dell’esperienza” che presenteremo al Circolo il 7 febbraio.
E’ una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.
Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.
Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro, non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste” per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” .
Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro. Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli . Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro” , senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella , che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.
Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce esperienza che ci mostra. E’ molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora fa’ in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.
Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”. Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.
Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi

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Un’accurata recensione del film, redatta da Donatella Massara, si trova sul sito http://www.donneconoscenzastorica.it

 

Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005

 

Del libro di Marirì Martinengo si è discusso anche con María Milagros Rivera Garretas a Milano al Circolo della Rosa – Libreria delle Donne il 17 giugno 2006 nell’incontro dal titolo Come raccontare ‘ vite infinitamente oscure ‘? i cui atti si possono leggere in http://www.donneconoscenzastorica.it/incontri/incontrogiugno06.htm

 

María Milagros Rivera Garretas, “Riscattare e redimere il presente” in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, Milano 2008, pp.343-357

 

María Zambrano, Delirio e destino, Raffaello Cortina, Milano 2000, p.65

 

Federica Dragoni, María Zambrano: la donna e la Storia, in DWF/ Femminismi d’Europa, 2008,2 (78),p. 61.

 

Annarosa Buttarelli, Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti, Bruno Mondatori, Milano 2004.

 

María Zambiano, L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001, p.185.

 

Laura Boella, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Cortina, Milano 2006.

 

Luisa Muraro, “In realtà” in in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, Milano 2008, p.24.

Ieri sul web è stato occupato il sito del ministero dell’Istruzione un sito clone dove dellascuolasi occupaun personaggio collettivo
Antonio Caronia

Allora forse adesso sappiamo qualcosa di più su questa misteriosa signora che da poco più di una settimana circola per i cortei degli studenti e su Internet, dai blog a Facebook: Anna Adamolo non è solo l’anagramma di “onda anomala”, un personaggio virtuale di cui molti però hanno sospettato un’esistenza più concreta (tanto da chiedere a Milano, qualche giorno fa, che fosse lei a contrattare un treno a prezzo speciale per gli studenti che andavano a Roma).
No, è nientemeno che un “ministro-onda” della Pubblica Istruzione,Università eRicerca, e ha occupato (virtualmente, pacificamente e allegramente) il ministero. Ieri infatti, intorno a mezzogiorno, è comparso sul web un nuovo sito,www.ministeroistruzione.net,
che a prima visita si presentamolto simile (se non proprio uguale) a quello ufficiale (www.miur.it).
Dopo pochi secondi, però, parte un video sorprendente: sulle immagini di un mare tranquillo e di unamarea di teste inmanifestazione si sente una voce pacatama ferma che ripete “Sono Anna Adamolo…” e racconta frammenti di storie di studentesse,madri, insegnanti, lavoratrici (si potranno leggere tutte, a video finito, sulle pagine del sito), ma soprattutto dichiara: “Voglio portare tutte queste voci dentro questo palazzo.
Dentro a tutti i palazzi. La politica, adesso, la facciamo noi”.
Anna Adamolo rappresenta quindi la voce plurale del movimento, la sua articolazione in componenti diverse ma convergenti, quella spinta alla “autoriforma” della scuola dell’università e della ricerca che è la parola d’ordine più difficilema piùmatura cresciuta in questo mese e mezzo di lotte.
La stessa che verrà discussa oggi e domani nelle università romane che ospitano le assemblee nazionali del movimento.
Anna Adamolo è dunque l’ultima tappa di un’offensiva dell’Onda Anomala su Internet, iniziata la settimana scorsa con l’oscuramento temporaneo del sito diTremonti e il “net strike” dell’altroieri contro il sito ufficiale del ministero.
Impossibile sapere chi abbia costruito un’operazione così raffinata e complessa, che certo si ispira ad altre esperienze di “nomi collettivi” già sviluppate negli ambienti dell’underground e dei movimenti, da Luther Blissett a San Precario a Serpica Naro: ma pare certo che accanto ai collettivi studenteschi che l’hanno promossa (in prima fila quello Aut Art dell’Accademia di Brera) ci siano altri apporti, per così dire più “professionali”. Una cosa è certa: Anna Adamolo è l’ennesima dimostrazione che queste lotte studentesche non sono solo “muscolari” e urlate, ma sono una straordinaria fucina di intelligenza e creatività collettive.

di Assia Baudi di Selve


La chiamavano Pipilotti come la protagonista del romanzo di Astrid Lindgren, quella ragazzina indipendente e sognatrice con le trecce arancioni.
Elisabeth Charlotte Rist era lei: libera. Oggi ha 46 anni e, da quando con Ever Is Over All ha vinto al Biennale di Venezia del 1997, è una regina della video arte. Io donna l’ha incontrata per scoprire cos’è, se esiste, la perfezione, vist da un’artista che ama la scienza e crede “siamo Uno, anche senza Dio”.
L’occasione è la sua consacrazione al Moma, dove sta preparando quella che si annuncia come la più monumentale installazione realizzata per il tempio dell’arte newyorkese: Pour Your Body Out ( 7.354 Cubic Meters), un video inedito che sarà proiettato dal 19 novembre al 2 febbraio 2009 su schermi giganteschi, superficie totale otto metri per sessantuno. Un evento che rappresenta l’ultima tappa di un viaggio con destinazione l’infinito. Da sempre il mondo di immagini per Pipilotti sconfina, oltre i limiti dell’ occhio, su schermi che sembrano immensi quanto il cielo, da guardare sdraiati, come nella chiesa barocca di San Stae per la Biennale di Venezia nel 2005 , dove ha presentato Homo Sapiens Sapiens, un Giardino dell’Eden senza senso di colpa. Nel video Pickelporo entra nel respiro, tra i peli e i pori della pelle restituendole le sue imperfezioni. «Siamo strutture caotiche». Entra perfino nel suono, che sembra fatto di stelle, nell’ opera presentata per i trent’anni del Beaubourg di Parigi. E su schermi giganteschi e speculari, crea caleidoscopi, con immagini che si sdoppiano, si fondono e cambiano, perché nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, come nel più bello dei suoi video Sip My Ocean, sensuale come il suo titolo.
Per la copertina di lo donna Pipilotti ha scelto un’uniforme: stoffa da tovaglie a scacchi rossi che ha fatto cucire come la divisa di un soldato del Kerala. Colleziona uniformi di ogni tipo e ogni parte del mondo. E si veste sempre con sotto e sopra che combaciano: «Per tenere la parte superiore del mio corpo attaccata a quella sotto». Sedute sulla moquette di casa sua, dopo un take
away asiatico, si chiacchiera oltre la mezzanotte. Se si dovesse descrivere chi è Pipilotti Rist attraverso uno solo dei suoi video, sarebbe Ever 1s Over All, ora nella collezione permanente del Moma: una donna che rompe i vetri delle macchine con un fiore. Nell’ arte come nella vita lei rompe le convenzioni, con una poetica che si ispira alla natura, dove anche la convenzione originaria, il tempo, viene rimessa in discussione: «Nelle cellule, la più piccola particella esistente può trovarsi allo stesso tempo, nello stesso identico momento, in due punti diversi della sua orbita». Vuole entrare dentro le cose, è per questo che ama la scienza. Vuole vedere sotto la pelle, «dove c’è il sangue che scorre». Dice che le capita di non guardarsi allo specchio per giorni. Non sa perché. Ma ascoltandola parlare, cosÌ presente in quello che dice, sembra di capire che le capiti perché vive cosÌ dentro alle cose da dimenticarsi di sé. Per guardarsi allo specchio è necessaria una distanza tra sé e il mondo, lei invece quella distanza l’azzera. Sarà che è completamente miope. Vede tutto da vicinissimo, niente da lontano. E quando racconta che tutto, colori, forme e suoni, sono «onde elettromagnetiche che hanno ciascuna la propria vibrazione e velocità», muovendo le mani piccole e delicate, sembra quasi che lei quelle onde invisibili le riesca a vedere. Nel 2010 sarà pronto il suo primo film per il cinema: Pepperminta. La storia di una bambina che si chiama come un altro personaggio di Astrid Lindgren, che custodisce un occhio della nonna in una mela d’argento, raccoglie il proprio sangue in un calice e ha il compito di libe rare il mondo dalle paure, trovando il colore perfetto. È la regista e la sceneggiatrice del film, e con l’esperienza di chi per sei anni, dal 1988, ha fatto parte del gruppo musicale Les Reines Prochaines, ha composto anche la musica, assieme ad Anders Guggisberg. Quando canta ha una voce alta e chiara, quando parla quasi sussurra.
Racconta che vive in una casa lontana dal centro di Zurigo, con un giardino quasi sempre ricoperto di neve. Una grande casa, dove vivono quattro famiglie di amici, con le porte sempre aperte. All’improvviso qualcuno spalanca la porta, qui a New York, entrano due specie di Elvis in tuta bianca. Pipilotti ride, si alza divertita: «Ecco il mio team». Lui la affianca nel montaggio, lei è la sua assistente. Va in camera da letto e ricompare con due vestiti: «Scegline uno, andiamo a una festa: è la notte di Halloween!». Prendo una tuta verde da operaio che ha comprato a Marugame, in Giappone. Mi presta anche un passamontagna. Lei infila un completo arancione, si copre la testa con un foulard di seta con simboli comunisti ma bellissimo di Fabric Frontline, un paio di occhiali da sole e siamo pronte. Partiamo all’ attacco dello storico Chelsea Hotel, dove sul terrazzo incontriamo uno dei curatori del Moma, Klaus Biesenbach, in mutande da femmina e giacca da calciatore americano. Pipilotti, anzi Pipi, parla del figlio di sette anni, Himalaya Yugi. Poi si distrae un attimo, guarda New York dall’ alto e commenta: “Bellissima”. Poi guarda meglio: “Sembra Chicago”. E scoppia a ridere. “Quando mostro a Yugi la sua piccola macchina giocattolo, lui alza la gamba e cerca di entrarci dentro. I bambini non conoscono le dimensioni e le distanze. Solo quando cresci impari che certe cose non sono possibili. Altrimenti, diventi un artista» .

Consonanze tra storia vivente e il documentario Reynalda del Carmen, my madre y Yo di Lorena Giachino Torréns (85’,Cile, 2006) presentato al Festival Internazionale della regia femminile Esperienze di libertà femminile, ed.2008 organizzato da Trust. Nel Nome della Donna.

Presentazione per la serata di Immagine – Storia al Circolo della rosa – 15 novembre 2008

di Luciana Tavernini

Ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla storia vivente, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. È una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro La voce del silenzio, ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume Il pensiero dell’esperienza (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008)

È una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro, non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste”per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” .

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro. Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”, senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella, che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce l’esperienza che ci mostra. È molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora fa in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”. Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

 

di Valeria Ronzati
Erano donne, potenti, erano straniere. Caterina e Maria de’ Medici vissero da protagoniste una delle epoche più travagliate e sanguinose della storia di Francia. A loro, fiorentine sul trono transalpino, dedica una mostra la Fondazione Palazzo Strozzi. «Caterina e Maria de’ Medici donne al potere» ha come fulcro simbolico un’imponente (quasi cinque metri di altezza cadauno) serie di quindici arazzi che celebrano il mito di Artemisia. Una simbologia ideata per Caterina (il progetto fu proposto a lei, vedova di Enrico II, e reggente di Francia) e fatta realizzare da Enrico IV alla fine delle guerre di religione per la moglie Maria de’ Medici, sposata per procura a Firenze nel 1600 dopo l’annullamento del matrimonio con la prima moglie, Margherita di Valois (la reine Margot), figlia di Caterina. Senza prevedere che anche lui sarebbe prematuramente morto, lasciando Maria reggente nel 1610. Così l’iconografia del ciclo di arazzi muta ancora in corso d’opera.
Attraverso un allestimento evocativo delle cupezze e della fascinazione esoterica di quel periodo, i monumentali arazzi emergono dall’ombra, sontuosi nella loro opulenza di un’antichità ridondante, quasi archeologica, certamente celebrativa, accompagnati dall’esposizione di dipinti e manufatti, a cominciare dai due quadri di Jacopo da Empoli che nel 1600 immortalano le nozze di Caterina con Enrico di Valois, avvenute nel 1533, quando entrambi gli sposi erano quattordicenni, e quelle, a cui le prime fungono iconograficamente da illustre prologo, del matrimonio per procura, proprio allo svoltare del secolo, di Maria con Enrico IV. A conclusione del percorso espositivo, una sezione è dedicata a «La restituzione di Artemisia al mito». Otto dipinti di artisti italiani del sec. XVII illustrano uno dei momenti più intimi e drammatici del mito di Artemisia, quello in cui la regina dell’antichità beve la coppa con le ceneri del marito Mausoleo.
Delle due Medici, una grande Caterina è in via di rivalutazione dagli storici, vittima di una vulgata che la dipingeva fosca avvelenatrice, sanguinaria mandante della strage degli ugonotti (1572), nella Notte di San Bartolomeo. Lei che invece mirava ad un cristianesimo superiore, illudendosi su una possibile fusione fra scismatici protestanti e cattolici. Divenuta regina nel 1547, quando il marito (causa serie di lutti lungo l’asse ereditario) sale sorprendentemente sul trono di Francia nel 1547 col nome di Enrico II, sarà reggente dal 1560. Enrico II era morto in un torneo nel 1559, il figlio Francesco II, marito di Maria Stuarda, l’anno dopo. Carlo IX ha solo 10 anni, Caterina è nominata reggente e guiderà la Francia per tre decenni, attraverso la sottomissione devota dei figli. Sognando una pacificazione, ma dovendo affrontare ben tre guerre di religione. Circondata fin da subito da una corte piena di nemici, come aveva già sperimentato nella corte fiorentina della sua infanzia. Da cui porta in Francia l’universo intellettuale rinascimentale, la cultura del neoplatonesimo ermetico di Marsilio Ficino e della cabala cristiana di Pico della Mirandola. In mostra anche il suo talismano, un bronzetto conservato presso la Biblioteca nazionale di Parigi, testimone, fra l’altro, dei suoi rapporti con Nostradamus. Oltre a dipinti, documenti e manufatti preziosi, compresa la cosiddetta, splendida, «Coppa di Diana di Poiters», celebre favorita di Enrico II e grande rivale di Caterina.
Diversa la figura e la vicenda storica di Maria, sposa di Enrico IV di Navarra, quello di «Parigi val bene una messa», salito al trono di Francia all’estinguersi della dinastia dei Valois. Nel 1610 Enrico viene ucciso da un fanatico, il primogenito Luigi XIII ha solo nove anni, la madre Maria de’ Medici è reggente. Continuando a governare anche dopo la piena sovranità di Luigi, che la esautorerà definitivamente nel 1617. Dal ’19 divampa la Guerra dei trent’anni. Maria l’anno successivo scatena la prima di una serie di guerre contro suo figlio. Intanto aveva nominato capo del suo consiglio un tale Richelieu. Grande protettrice delle arti, fu amica personale di Rubens, da cui si rifugiò nei suoi ultimi pellegrinaggi da esule e che aveva dipinto per la regina un ciclo di 24 capolavori illustranti la sua vita, conservati al Louvre. Il 1642 è l’anno che chiude un’epoca, con la morte a Colonia di Maria, e quella, pochi mesi dopo, di Richelieu, mentre l’anno successivo verrà a mancare anche Luigi XIII. Sale sul trono di Francia Luigi XIV, il “Re sole”; inizia un’altra storia.
Caterina e Maria de’ Medici, donne al potere.
Firenze celebra il mito di due regine di Francia
Firenze, Palazzo Strozzi, 24 ottobre 2008-8 febbraio 2009