Lidia Ravera
“Torno a cercare un punto di equilibrio fra due poli: le fredde osservazioni della mente e le dolorose considerazioni del cuore”. Cosí finisce il conciso, malinconico e affascinante romanzo Dolorose considerazioni del cuore (edizioni nottetempo), in cui Sandra Petrignani, giornalista ma soprattutto scrittrice, rivolgendosi a un’amica ritrovata dopo una di quelle separazioni “per futili motivi” che spesso segnano i “rapporti fra donne”, racconta le età della sua vita. Lo stile è quello intenso e lieve, crudelmente sincero, delle confidenze,: quando, a tarda sera, davanti a una persona che senti simile e dalla quale quindi non ti devi difendere, getti la maschera delle tue adulte sicurezze e ti liberi dei tuoi pensieri su te stessa. Parli, e il passato prende forma: l’infanzia, pullulante di adulti spietatamente distratti che non si accorgono mai di niente, né dell’angoscia al primo giorno d’asilo né del desiderio d’essere vista da un padre deduttivo e assente o amata da una madre triste, tutta gelosia e sconfitte (…)
Luisa Cavaliere
Un testo incandescente.
L’autrice è giovanissima, ha un tratto gentile ed è di rara modestia.
Il libro è un racconto che parla di noi, e affida la narrazione a una bambina innocente e adulta insieme; consapevole e ignara come l’infanzia sa essere.
Parla di quanto difficile sia essere meridionale. Di quanto coraggio (e lo dico senza retorica senza, cioè, quella malattia che spesso prende le rappresentazioni del sud che noi meridionali facciamo) ci voglia per non cadere prigionieri di dinamiche che soffocano la libertà, tolgono la gioia, mortificano la vita.
L’impatto con il male assoluto che le organizzazioni criminali rappresentano per la nostra realtà viene descritto con inaudita sapienza e con una tensione (che non esito a definire politica) che lascia senza fiato.
Lo dico per cercare di spiegarmi: altro che Gomorra o, che forse è meglio, oltre Gomorra.
Qui si analizzano i legami, le complicità, i silenzi di una condizione che sembra un destino.
Ed è Laura la madre di Caterina la narratrice, che rompe il gioco indicando nell’esilio, nello sradicamento, la salvezza.
Straordinario è il pezzo che racconta di Salvatore, il padre, che torna al paese per partecipare a un funerale familiare e che è una vera prova del fuoco: da una parte le seduzioni del passato dall’altra le bambine e la moglie che lo aspettano in altitalia per salvarsi.
Non c’è una concessione ai luoghi comuni, non c’è una banalità, non c’è un eccesso, non c’è compiacimento. C’è la grande letteratura.
Parla di lei di noi e lo fa conservando il suo status di giovane donna colta, straordinaria osservatrice grandissima narratrice
Basterebbe saper ascoltare quello che le donne dicono, scrivono, pensano, praticano, per trovare una via di uscita dal grigio che sembra sommergere le nostre giornate.
da Liberazione
I giornalisti israeliani lo hanno ribattezzato “il Grossman palestinese”, paragonandolo al celebre scrittore israeliano che due anni fa, durante la guerra tra Israele ed Hezbollah, perse suo figlio Uri, soldato ucciso al fronte, a poche ore dal cessate-il-fuoco.
Il dr. Ezzeldeen Abu al-Aish è il medico palestinese che parla perfettamente ebraico ed inglese, diventato famoso in tutto il mondo per la “morte in diretta” delle sue tre figlie alla televisione israeliana, che lo intervistava ogni giorno.
A Gaza il dr. Esseldeen Abu al-Aih, è conosciuto e rispettato da tutti.
Aveva partecipato alle elezioni del gennaio 2006 correndo come indipendene. Ginecologo, master ad Harvard in management delle strutture sanitarie pubbliche, ex dipendente dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Ezzeleen Abu al-Aish, vedovo, ha lavorato per diversi ospedali israeliani, con i quali ancora collabora a progetti di ricerca sulla fertilità. “Amo i miei amici israeliani. Amo gli esseri umani e questo insegno ai miei figli”, dice il medico, seduto su una panchina nel cortile dello Sheba Medical Centre, il grande e moderno Ospedale di TelHashomer, dove si trova, tenuto in vita dalle macchine, l’ex premier israeliano Ariel Sharon.
Un celebre medico di Gaza era al telefono con una tv ebraica quando la bomba ha colpito casa sua
“AMO ISRAELE CHE HA UCCISO TRE FIGLIE MIE”
Ha spesso la forza di sorridere, anche se gli trema la voce il dr. Esseldeen Abu al-Aih. E’ circondato da un cordone di amici israeliani, molti sono medici.
Gli amici gli chiedono se se la sente ancora di raccontare.
Dice:”Voglio parlarvi, ma voi avrete poi la responsabilità di dire la verità.
“Ero tornato a Gaza il 25 dicembre. Ero impegnato in Israele con i miei progetti di ricerca. Il sabato è cominciata l’operazione militare israeliana e non ci siamo potuti spostare.
La mia casa si trova a Jabalya, a pochi chilometri dal valico di Eretz. Non potevamo uscire. Avevamo scorte di cibo, ma tutto quello che avevamo nel congelatore era andato a male ed abbiamo usato le scorte di scatolame.
Mia figlia Shana, che ha diciassette anni ed ora è qui all’ospedale, aveva molte batterie, così siamo riusciti a ricaricare i cellulari. Mi ero consultato con i figli prima di decidere di restare quando avremmo potuto andare in una scuola, ma le mie figlie sapevano che nei rifugi non ci si può lavare, non ci sono bagni. E’ umiliante. Anche per questo siamo rimasti, ma soprattutto perchè ci sentivamo sicuri per il fatto che io ero diventato il corrispondente di guerra di radio e televisioni israeliane.
Pensi che due giorni prima della tragedia, si erano avvicinati a casa mia due carri armati. Ci eravamo spaventati. Ho chiamato i miei amici alla televisione e la radio israeliana. Gabi Gabitz è un presentatore molto famoso. Ha interrotto la trasmissione per aiutarmi. Ho chiamato anche un colonnello dell’esercito israeliano che era ad Eretz. Mi hanno detto: non preoccuparti, dacci le coordinate esatte di casa tua, descrivi l’edificio e il colore. Io ho detto: siamo in Salah al-Din, è il palazzo con la pietra bianca come quella di Gerusalemme con portone e finestre rossi.
Dopo poco abbiamo visto i tank indietreggiare ed abbiamo pensato: nessuno ci toccherà mai in questa casa. Mio fratello che avevo convinto a venire da me con la moglie ed i figli, mi ha detto che eravamo salvi.
Poi, il venerdì alle cinque, la tragedia. Quattro delle mie figlie, Bisan di vent’anni, Shan, diciassette, Mayar, quindici, Aya, tredici, e le mie due nipoti, Gaida e Nur, erano nella stessa stanza quando quattro di loro sono state uccise. I carri armati non c’erano, ma sapevamo che era fuoco israeliano. Lo stesso tipo di missili che hanno colpito tante altre case. Il colpo ha centrato la finestra. Sono entrato nella stanza, ho visto le mie figlie fatte a pezzi. Ho urlato, come un pazzo. Sono accorsi quelli che c’erano. Ho chiamato i miei amici alla televisione. Vi prego fate venire le ambulanze a salvarci. Loro mi hano risposto mentre erano in diretta, hanno capito che qualcosa non andava perchè li chiamavo incessantemente.
Così mia figlia Shada, mia nipote Nur e mio fratello Nasser, si sono salvati. Ci sono volute almeno tre ore per l’arrivo delle ambulanze con cui abbiamo raggiunto Israele. I primi soccorsi li abbiamo avuti a Gaza, all’ospedale Kamal Adwan, che non è attrezzato per le emergenze. Quando sono andato via, uno dei miei figli mi ha trattenuto e mi ha detto, ti prego papà, non andare, resta per noi Ti uccideranno. Sono in debito con tutti i miei amici israeliani per la vita di mia figlia, di mio fratello e mia nipote”.
Fa una pausa, il dr. Esseldeen Abu al-Aih. Tira il fiato. Poi ricorda le ore che hanno preceduto la morte tragica delle figlie.
“Il giorno in cui la cannonata ha ammazzato le mie figlie avevamo passato, nonostante tutto, una bella giornata. Avevamo fatto una torta. Io stavo giocando con mio figlio Abdallah quando mia figlia Bassam, la maggiore, è venuta da me e mi ha detto, papà fai le congratulazioni ad Aya (13 anni, morte entrambe nell’attacco israeliano, ndr.), ha avuto il ciclo.
Essendo ginecologo abbiamo riso, le ho chiesto dove se ne fosse accorta, se aveva avvertito dolore. Quello stesso giorno era arrivata, prendendosi un grosso rischio, una delle figlie di mio fatello che nei giorni precedenti era rimasta rifugiata in una moschea. L’abbiamo rimproverata per aver camminato fino a casa. E’ tornata come se fosse stata chiamata al suo destino (la giovane è morta nell’attacco assieme alle figlie del medico, ndr). Quel giorno con le mie figlie avevamo parlato anche del futuro. Dell’offerta pervenutami dalla Toronto University.Anche mia figlia Bassam aveva avuto un’offerta di borsa di studio dalla stessa Università. A Gaza era la prima studentessa universitaria ad aver finito in tre anni la laurea in business management alla Islamic University, che avrebbe conseguito a giugno. Avevamo anche parlato al telefono con l’unica mia figlia che non era a casa, rimasta con la zia dall’inizio della guerra. Ci abbiamo messo almeno 15 minuti per prendere la linea. Le ragazze avevano insistito per parlarle. Come se sapessero che sarebbe stata l’ultima volta. Da quando mia moglie è morta, coi miei ragazzi non siamo solo padre e figli, ma anche amici.
Bisan, avrebbe potuto già trasferirsi in Canada. Era rimasta perchè i miei figli sono molto legati. Mi aveva detto, ci andiamo tutti insieme. Era bravissima. Tutti i miei figli sono bravi, intelligenti. Il più piccolo, Abdallah, è così divertente. Le mie figliei lo coccolano sempre, per non fargli mancare la mamma. Il giorno in cui le mie figlie sono state uccise avevamo parlato anche del cessate-il-fuoco. Ho tirato fuori le foto fatte con Ehud Barak quando era primo Ministro. Venne con sua moglie all’ospedale di Beersheva dove lavoravo. Non avrebbe mai pensato di incontrare un medico palestinese di Gaza tra lo staff.
Disse che il mio lavoro all’ospedale era un bellissimo esempio di convivenza.
Io ci voglio ancora credere, ma per poterlo fare è necessario fare chiarezza su quello che è accaduto a Gaza. I governanti israeliani devono dire la verità. I soldati israeliani hanno detto che da casa mia sparavano dei cecchini. Questa cosa mi fa male, mi fa arrabbiare. Non è vero. Se ci fossero stati cecchini a sparare avrei capito, avrei accettato parte della responsabilità. Ma a casa mia non c’era nessun cecchino. Se pure ci fosse stato perchè non hanno ucciso lui? Non voglio sentire false scuse. Io chiedo che il governo israeliano, in cui ho fiducia, dica: scusate, abbiamo sbagliato. E che si sappia che a Gaza i morti civili di questa guerra sono il 90%. Poi si deve lavorare per tornare a convivere. Altrimenti altri padri, israeliani e palestinesi soffriranno quello che sto soffrendo io. Spero che il sangue versato dalle mie figlie non sia stato versato invano. La morte delle mie fiiglie ha rafforzato in me la convinzione che non c’è altra via che la ricerca della pace. E’ l’unica soluzione. Continuerò a crescere i miei figli insegnandogli questo.
La mia tragedia è entrata in ogni casa. E io mi auguro che questo serva ad aprire il cuore della gente. Lo sa che al funerale delle mie figlie a Jabalya ci sono andate quarantamila persone? E crede siano tutti terroristi? Era gente come noi Gente di Gaza. Io sono medico. Un medico palestinese che lavora in Israele. Qui, dove mia figlia ferita è stata portata e grazie alle cui cure sopravviverà, conosco tutti. Abbiamo un progetto sulla fertilità a cui, io come ginecologo con esperienza internazionale, contribuisco. In questo ospedale ci sono anche tanti bambini palestinesi. Se possiamo convivere qui, perchè non possiamo vivere insieme in altri posti? Per conoscerci, dobbiamo avere rapporti umani. Solo così si costruisce un futuro di vita e non di morte”.
Dalla porta a vetri del reparto esce una collega medico israeliana. Abbraccia il medico palestinese, che si scioglie in un pianto disperato.
di Barbara Nogara
Questo libro racconta la storia di tre sorelle contesse che vivono in un palazzo nobiliare, un tempo tutto loro, nell’antico quartiere Castello di Cagliari. Ciascuna ha il suo appartamento, ma la maggior parte del Castello è stato venduto. La primogenita Noemi si ritiene ormai nubile, sogna gli splendori passati e vuole ricostruirli con un attentissimo risparmio. La secondogenita Maddalena, sposata a Salvatore, sogna un figlio che non vuole nascere e l’ultima, detta contessa di ricotta perché ha le mani e il cuore di ricotta, sogna l’amore, ed è la sola ad avere un figlio, Carlino, evitato da tutti gli altri bambini. Carlino ha bisogno di enormi occhiali e parla in modo incomprensibile, ma si rivela, a un saggio scolastico, geniale pianista e compositore. Le contesse sono tre donne profondamente diverse tra loro: Noemi con la sua visione sistemica delle cose, Maddalena e il suo problema della fertilità; la contessa di ricotta che si dispera quando l’ultimo fidanzato non è come dovrebbe. Da questo nucleo familiare, unitissimo in caso di necessità, nascono gioie e drammi che sono quelle dell’umanità intera: “la vita è tutto un miscuglio di male e bene e una volta ha la meglio l’uno e una volta l’altro e così all’infinito”.
Intorno alla famiglia e alle sue illusioni ci sono personaggi più solidi, ma non meno sfuggenti: la vecchia tata, l’ombroso vicino di casa, il giovane pastore Elias …
Valutare: le parole nel tempo
Maria Cristina Mecenero
Se ripenso a come è andata con l’ultima classe che ho avuto (ora sono temporaneamente distaccata), metto a fuoco che la mia tendenza è ben lontana da ciò che si chiede ora di fare a chi insegna alle scuole primarie, ovvero adottare una pratica valutativa numerica, infatti sono portata più a dare lettere, cioè a stare nella relazione educativa e didattica attraverso le parole. Quell’anno avevo preparato una cassetta della posta in cui imbucavo missive per le bambine e i bambini delle mie due classi prime. E in questa pratica di scrittura, di scambio, di attesa e risposta si trova, per me, il cuore della questione.
Erano lettere in cui dicevo loro cose del tipo: Cara M., che belle cose mi hai dettato venerdì! E mi piace molto quando ti avvicini a raccontarmi qualcosa; Caro E., ho visto che ti piace leggere le frasi alla parete. E sei bravo, le leggi correttamente!; Cara E., come stai imparando in fretta l’italiano. Che bello!; Caro Mc., che piacere scoprire che sei spiritoso!
Si trattava di parole, di frasi, con le quali dicevo qualcosa di più profondo: che ero interessata a conoscerli, a capirli, sempre un po’ di più, che li osservavo.
Io sono nell’atteggiamento per cui tutto il processo è spostato verso l’insegnamento/apprendimento e non verso la valutazione: l’orientamento per me fondamentale è conoscere le bambine e i bambini e coinvolgerli nell’esperienza dell’imparare, tenendoli ancorati e inclusi, intensamente presenti. Per ancorarli ho bisogno il più possibile di sapere chi sono quelle bambine e quei bambini, come vivono, cosa succede a casa loro, cosa li muove che funziona, cosa crea intoppi; per includerli, perché cioè stiano nel gruppo che formiamo con una loro dignità e sapienza e in forte relazione gli uni con gli altri e con me, ho necessità di creare situazioni di contatto, di scambio, di sottili rimandi, di attenzione direi, riprendendo un termine di Simone Weil: Essa (l’attenzione) non ha effetti immediati; di qui le notti oscure e i doni gratuiti. Poiché l’intuizione è immediata non può che essere preceduta da una notte oscura (…). (Quaderni, volume primo, p. 371).
Conosco bene le notti oscure e i giorni illuminati: tutto infatti avviene per me maestra in un lavorio discorsivo che è profondamente valutativo e che sta da un’altra parte rispetto agli atti tecnici delle prove o alla compilazione dei documenti ufficiali. I giorni illuminati sono quelli in cui colloquio con le mamme o i papà delle bambine e dei bambini, a volte casualmente, a volte per scelta: è da un po’ di anni che i colloqui con i genitori vanno sempre più nella direzione di un’interlocuzione da cui io traggo linee e idee che traduco poi in proposte di attività o in una maggiore sensibilità a certi segnali che le piccole e i piccoli mandano. Per esempio, le rivelazioni che i genitori fanno sull’andamento dei rapporti tra compagne e compagni, diventano un’indicazione utile su come proseguire nei lavori in coppia o in gruppo, su come cioè creare combinazioni tra loro per evitare conflitti relazionali o, viceversa, provocare un conflitto cognitivo, utile per imparare.
Piccoli gesti, piccoli spostamenti. E una grande forza, quella del parlarsi, con le madri soprattutto, e anche con i padri. Ricordo di un bambino appena arrivato in Italia da un’altra nazione europea, era molto avanti nei processi di apprendimento della lingua, però si isolava molto, e giocava sempre seduto ai banchi da solo o al massimo con un compagno, spesso faceva strani versi, oppure si incantava con la colla stick che diventava un aeroplano, un ponte e altro ancora. La mamma un giorno ci raccontò che la tendenza a estraniarsi l’aveva anche alla scuola materna, nel suo paese di origine, e che a lei raccontava quasi mai di fatti, ma soprattutto di avventure fantastiche dei personaggi che più gli piacevano, Zorro in primis. Già dal giorno successivo al colloquio, Zorro prese parte a una delle storie inventate collettivamente, dato che per pura coincidenza stavamo lavorando con la s e la z: fu lui a proporlo e io colsi subito la palla al balzo. Da quel momento, quel bambino c’è stato di più nel gruppo, un po’ di più. E Zorro è stato incluso nell’alfabetiere murale.
Ascoltare, interloquire e rimandarci le nostre visioni dei bambini con le mamme e i papà è un’operazione sempre rivedibile, in cui io personalmente scelgo di stare con una grande attenzione al discorso che si svilupperà tra noi. So infatti che ciò che i genitori mi diranno della loro figlia e del loro figlio dipenderà da molti fattori in gioco – preoccupazioni, paure, aspettative, fiducia, ricerca, simpatia o antipatia che circola tra noi adulti – e che dal dialogo con loro io potrò trarre sempre buone informazioni e traiettorie per la mia attività di maestra. Questo circolo di parole e vissuti fa parte di un processo valutativo discorsivo in cui alla base c’è una condivisione di sapere su quel bambino, su quella bambina, e la conoscenza di lei o di lui a volte è l’unica chiave di volta per riuscire a insegnare qualcosa e per uscire dai blocchi o per orientarsi negli scacchi. E’ anche l’unica chiave di volta per avere più il senso di chi siamo insieme e delle reazioni emotive che si attraversano. In effetti i problemi che incontro a essere bilanciata verso certe bambine e bambini a volte sono collegati a genitori che non sanno o non riescono o non vogliono raccontare il loro figlio, la loro figlia.
E qui entriamo già nel campo delle notti oscure, in cui non dormo perché certi accadimenti difficili, o certe incomprensioni, certe disattenzioni da parte mia mi inquietano e ormai so che troverò pace quando sarò riuscita a fare accadere altro. Una notte oscura la ricordo per un bambino, amante del pallone e della matematica, ma non della scrittura: di colpo – verso le quattro della mattina – mi era venuta in mente sua madre che da tre o quattro lunedì mattina mi fermava davanti a scuola per dirmi che suo figlio ogni fine settimana non voleva fare i compiti, era svogliato, si distraeva. Improvvisamente, tra le coperte, il buio e i sogni, mettevo a fuoco che era il momento che io preparassi lavori individualizzati per lui, che in effetti non ce la faceva più a eseguire gli esercizi che davo di compito a tutti. Che fosse in difficoltà l’avevo compreso da un po’, infatti andavo a scuola per lui e un altro compagno un’ora in più alla settimana, gratuitamente, per capire meglio perché non riuscisse a imparare a leggere e a scrivere, ma non avevo ancora differenziato i compiti sistematicamente e solo quando mi sono ritornate in mente le parole della madre, ho fatto anche quel passo.
Immagino che Simone Weil quando parla di attenzione e notti oscure non intenda alla lettera le notti, ma momenti di opacità, in cui non si connettono creativamente i saperi che abbiamo di una data situazione di cui facciamo parte. Per me ci sono anche queste, letteralmente, e so che alcune maestre che conosco e fanno questo mestiere con passione portano le loro creature nei sogni, nei pensieri notturni, in cui si prosegue un dialogo interiore tessendo insieme parole di varia provenienza. E’ un’altra dimensione valutativa per me molto feconda sia sullo stato del processo di apprendimento delle bambine e dei bambini sia su possibili strade da seguire, anche non in relazione a un problema. Idee di lavoro che a volte riporto in classe dicendo “stanotte ho pensato che…” e che hanno preso forma a partire da ciò che mi hanno detto altre, altri che mi ritorna nella mente sottoforma di una pressione interiore a dare un ordine diverso a certi andamenti.
Con questa immagine di notti in bianco, parzialmente in bianco, voglio fare vedere con molta determinazione qualcosa di squilibrato: mentre la tendenza istituzionale e del discorso pedagogico presunto esperto è dare tutta l’importanza agli atti valutativi, per cui bisognerebbe fare solo ciò che è valutabile (e i test Invalsi e il portfolio sono ben rappresentativi di una cultura di questo tipo) – la forza del mio essere maestra mi deriva invece dalla pratica discorsiva e conversativa tra me e la bambina o il bambino, i genitori, le mie colleghe. Vorrei fare vedere l’altra storia della esperienza di valutazione e del suo viaggio che si dipana tra parole, senso e fiducia scambiati da un certo numero di persone (le colleghe, le bambine e i bambini, le mamme e i papà). Io mi prendo la libertà di seguire questa direzione, perché vedo che dà risultati. Faccio anche le cosiddette prove, poche, hanno una funzione, ma non è lì che si giocano le questioni importanti per me in rapporto alla costruzione del sapere.
In una classe che ho lasciato qualche anno fa, presa in terza (ripresa nel film-documentario L’amore che non scordo), la relazione era partita da una lettera che avevo scritto a quei bambini e a quelle bambine dopo poco tempo dall’inizio dell’anno, in cui avevo pensato a loro e li avevo nominati dicendo qualcosa di puntuale per ognuno. In quinta ho chiesto, alla fine dell’anno scolastico, di scrivere ai compagni e alle compagne, scegliendo chi volevano, per chiudere il nostro percorso: c’è chi ha scritto quindici facciate e chi, in particolare tre di loro, ha scritto una lettera in cui salutava uno a uno i compagni e le compagne con ben più di una frase. Quello che è passato tramite le lettere ha spostato la conclusione di quell’esperienza verso un piano che non è traducibile in una frase standardizzata, o comunque da riportare in un documento: era un rendere grazie per ciò che era accaduto tra loro; a volte erano dichiarazioni e affermazioni che cercavano di mettere a posto ferite che si erano procurate/i, a volte, pur mantenendo il filo di tensione conflittuale che viveva tra alcuni, voleva comunque essere un buon saluto perché ci lasciavamo. Il cerchio e quel tipo di scambio sottile iniziato anche con quella prima lettera che avevo scritto con piacere e trasportata dalla tensione ad ancorarmi io a loro in quel caso, ha avuto un grande eco in quella classe: ascoltando la parola scritta dei compagni e delle compagne avevano potuto conoscere aspetti degli altri che incuriosivano molto e intrigavano, per cui stavano per due/tre ore alla volta interamente nell’ascolto senza avere cedimenti, anche per più giorni alla settimana. Ciò che è accaduto al termine di quella quinta, che non aveva più da superare l’esame perché era il primo anno della sua abolizione, è collocabile una dimensione del sapere a cui io tengo molto insegnando italiano: sapere esserci attraverso la parola. Soprattutto di Denis, Bogdan e Ylenia, che hanno scritto volendo salutare tutti, dico che se la sono saputa cavare egregiamente, chiudendo con successo un percorso che era stato in alcuni periodi anche molto problematico con la lingua scritta.
Non mi è mai stato richiesto fino a ora di dare i numeri per valutare, ma mi è capitato di darli quando ho lavorato come maestra di italiano in due classi, che vuol dire in due gruppi molto diversi e con la metà del tempo rispetto a chi, in una scuola a tempo pieno, si occupa solo di una classe: ero letteralmente messa alla prova del limite della mia tenuta emotiva e fisica, per il carico e la complessità del lavoro. In tutto infatti mi dovevo occupare di 40 bambini, di cui 18 stranieri e due con disturbi importanti del comportamento, uno per ogni classe.
Non ambisco a dare i numeri, né per sfinimento, né per valutare. Ambisco a fare bene il mio mestiere: per questo continuerò a praticare l’uso della valutazione discorsiva.
Dell’imperatrice e altre faccende
di Vita Cosentino
Tutto capita nella “normalità” del fare scuola. Tutto ci attraversa. Nel bene e nel male, nel vecchio e nel nuovo, si tratta sempre di noi. Per questo racconto una storia che può sembrare minimalista, come la correzione di un compito in classe.
Ore 8,30 di un mercoledì di novembre. Una prima media: ragazzine e ragazzini di 11 anni. Entro con un pacco di fotocopie, che distribuisco. Su ognuna è riportata la poesia “Rio Bo” di Aldo Palazzeschi e una nota biografica dell’autore. Abbiamo lavorato un mese sul testo poetico e, come verifica, chiedo di fare un commento della poesia a cui aggiungere qualche notizia sull’autore. Si mettono subito a lavorare alacremente con vocabolario e foglietti vari.
Rio Bo
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però
C’è sempre di sopra una stella
che a un dipresso
occhieggia colla punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città
Quel giorno tornai a casa con il mio pacco di compiti piena di curiosità, morivo dalla voglia di leggerli subito, avevano lavorato così concentrati/e e in silenzio. Non sapevo che mi attendeva una sorpresa, un lungo attraversamento di fasi interiori, la ricerca di una via d’uscita, insomma una vera prova, anche per me, l’insegnante. Seduta alla scrivania leggevo quei fogli, decifravo quelle calligrafie incerte, sempre più sgomenta pensavo che non avevano capito niente. Ma proprio niente! Di impulso afferrai la matita rossa e blu, (se ne trovano ancora) con l’intenzione di scrivere su più della metà dei compiti “interpretazione errata, gravemente insufficiente”. Non era forse questo il mio dovere di insegnante? Un compito in classe ha la sua importanza, anche nei confronti dei genitori.
Stavo attraversando la prima fase che poi ho chiamato “L’imperatrice”. L’insegnante -imperatrice unica e indiscussa proprietaria del sapere – conosce il testo, conosce anche l’apparato critico sul testo, è depositaria dell’interpretazione e tutto quello che si discosta dall’interpretazione “giusta” è errato, quindi va cancellato e non se ne tiene conto. La fase dell’imperatrice è quella che viene naturale per la concezione dell’insegnamento da cui proveniamo, inteso come trasmissione di nozioni dalla cattedra verso i banchi. La fase dell’imperatrice corrisponde all’essenza della valutazione classificatoria, che procede esattamente nel modo che ho descritto. Nel caso specifico però questa fase durò pochissimo, perché anche le più brave e i più bravi della classe, erano finiti nel mucchio del “gravemente insufficiente”. Ripensavo alle loro facce assorte, al sorriso che mi rivolgevano mentre mettevano il loro lavoro nelle mie mani… e io? Potevo non tener conto di tutto questo? No, non potevo correggere il compito come l’imperatrice.
Cominciò così la seconda fase, per me tormentatissima, che ho chiamato “Le concessioni dell’imperatrice”. I testi rimanevano totalmente errati, ai miei occhi apparivano irrimendiabili, niente poteva migliorarli, però l’imperatrice si piegava a prendere in considerazione quanto potesse concedere. Mi applicai allora a usare bilancini più convenienti, dilatando all’infinito la scala valutativa.
Questa fase, di solito, finisce con quei capolavori enigmatici, tipo “sufficiente meno meno meno meno”, “quasi mediocre”, “molto scarso” (che poi non si sa mai se “scarso” è sotto all’insufficiente oppure se è intermedio). Procede ugualmente con i voti, tipo 6 – – – -; 4++; ecc. Anche la fase delle concessioni dell’imperatrice si rivelava un disastro. Passarono dieci giorni, i compiti restavano ammonticchiati sulla scrivania. Ogni tanto li guardavo, ma non sapevo più come correggerli. Quel modello di valutazione classificatoria che permaneva nella mia testa, mi bloccava. Sapevo che non potevo usarlo, avrei combinato guasti profondi, pure non era facile uscirne: avevo bisogno di un criterio, di una misura condivisibile. Cosa fare di fronte a interpretazioni totalmente divergenti dal testo? In più all’inizio della prima media, con tre anni da passare insieme, nel loro primo avvicinamento a un testo poetico? Altre domande mi tormentavano. Provenivano dalla mia stessa vita, dal ricordo di quello che avevo desiderato per me, che avevo ostinatamente cercato per me. Potevo pretendere l'”interpretazione giusta” proprio io che avevo passato metà della vita a cercare di dare un’interpretazione libera ai testi, a cercare per me un pensiero libero? Ricordavo come alla loro età venissi indotta a compiacere la professoressa o il professore, e non a esprimere me stessa; come mi fosse chiesto di adattarmi a un linguaggio, a un mondo che non mi prevedeva. Fatica tremenda, che non riusciva mai, perché qualcosa dentro di me resisteva tenacemente. Potevo forse dimenticare la mia storia collettiva di donne nel femminismo, alla ricerca di una parola mia, che rimanesse vicina alla mia esperienza, fuori dalla trappola delle analisi totalizzanti? E cancellare anche la mia ricerca presente, per cui considero il lavoro intellettuale come dire qualcosa, scambiandola con altri, produrre un mezzo pensiero, senza più la pretesa di spiegare l’intera realtà?
Tutto questo aveva sì la forza di trattenermi e escludere sia la fase dell’imperatrice che quella delle concessioni dell’imperatrice, ma ancora non mi apriva strade. Quei compiti andavano pur corretti. Non volevo cavarmela con una scorciatoia tipo “sei politico”, cioè una sufficienza uguale per tutti. Si aspettavano da me un giudizio, qualcosa che li aiutasse ad andare avanti. Qual era il problema che sbarrava la strada? A loro? A me?
I compiti rimanevano sulla scrivania e erano diventati un’ossessione. Continuavo a chiedere a chiunque consigli su come comportarmi e una sera a cena l’idea arrivò. Un’amica mi disse: “Nella poesia, se esiste la licenza poetica, può esserci anche la licenza di interpretazione. Accetta tutto.”. Mi sembrò un ottimo consiglio, perché rimanere attaccata alla “giusta interpretazione” mi aveva portato in un vicolo cieco.
Ritrovai il coraggio di prendere in mano quei compiti e questa volta mi misi a leggerli con uno sguardo più libero, secondo il nuovo punto di vista per cui avrei accettato qualsiasi interpretazione, in nome della libertà di interpretazione.
Entrai così nella terza fase, che ho chiamato “L’altro è un soggetto”. Non guardando più i compiti dal punto di vista “del giusto e dello sbagliato”, vennero fuori cose molto interessanti: i testi finalmente incominciarono a parlarmi. In controluce emergevano profili di preadolescenti con tutto ciò che appassionava la loro vita presente. Capii finalmente il problema: avevano letto e apprezzato la poesia di Palazzeschi, filtrandola completamente attraverso la loro soggettività, senza riuscire a porre nessuna distanza fra sé e l’autore. Ero felice come può esserlo chi fa una grande scoperta. “La distanza” era un punto preciso su cui avremmo potuto lavorare nei giorni, nei mesi successivi, per trasformare il loro approccio a un testo poetico. Quelle loro frasi, che in un primo momento per me erano solo errori di interpretazione da sottolineare con la matita blu, in realtà, in questo ritorno di intelligenza, erano diventate un’esuberante, fin troppo esuberante, espressione di sé. E in questo modo assumevano senso compiuto. Riporto qualche esempio.
L. è una ragazzina (che ho soprannominato “l’ecologa”) e scrive: “Questa poesia può avere molte interpretazioni: potrebbe essere un bosco, una città caotica a notte fonda, un piccolo paesino in cima alla montagna, ma – secondo me- è un bosco, per il semplice fatto che c’è un piccolo ruscello, un praticello verde e un vigile cipresso, cioè un cipresso che vigila, che sta attento a cosa succede nel bosco. Penso che sia un bosco perché – come è scritto negli ultimi quattro versi- una stella innamorata una grande città non ce l’ha, ma ce l’ha un bosco di notte. Questa poesia vuole comunicare di tenerci stretto il bosco perché è un luogo prezioso di serenità e tranquillità”.
S. è una ragazzina (che ho soprannominato “la cittadina”) e scrive: “Questa poesia parla di una città dove esistono tre case piccole dai tetti aguzzi, un prato verde e un piccolo ruscello. Rio Bo è un cipresso. Anche se è una piccolissima città, nel cielo c’è sempre una stella vicina che manda occhiate d’amore alla punta del cipresso. Che sia innamorata? Ma tutti si chiedono se nemmeno lei ha una grande città”.
D. è un ragazzo (che ho soprannominato “l’innamorato”) e scrive: “Secondo me, l’autore vuole, con questa poesia, rappresentare un piccolo paese con tre case dai tetti aguzzi, un praticello, un esiguo ruscello, un cipresso a cui una stella occhieggia. Perciò Rio Bo pensa che si sia innamorata di lui e allora si chiede se non abbia una casa la stella. La stella e il cipresso potrebbero essere paragonati a due persone”.
Più o meno i loro lavori procedevano in questo modo: dicevano molto di chi li aveva scritti e quasi niente dell’intento dell’autore. Ho potuto cominciare a correggere il compito quando ho accettato di confrontarmi con la loro soggettività, cioè con quello che avevano trovato, visto, sentito, apprezzato nella poesia. A pensarci bene, c’è qualcosa che a me piace nel rapporto con le nuove generazioni. A differenza di me alla loro età, non cercano di nascondersi, di mimetizzarsi nelle parole altrui. Sono orientati a esserci nel discorso, anche in maniera eccessiva come in questo caso, oppure a starne fuori.
Il senso della scuola è cambiato. Oggi è diventata centrale la soggettività: di chi insegna, di chi impara. La soggettività non sopporta metodi standardizzati di valutazione. É una per una. É un essere umano in carne ed ossa che sta percorrendo una strada di conoscenza che è anche una strada per precisare il senso di sé, per conquistare l’umanità e elementi di civiltà condivisa. É un ragazzo o una ragazza che vuole indicazioni, consigli, confronti, insomma vuole un giudizio che aiuti a pensare con la propria testa, a tentare letture del mondo in relazione con altri/e.
Io stessa, per arrivare alla fase “L’altro è un soggetto”, ho avuto bisogno che qualcuna mi dicesse: “Vai avanti!”, “Fai pure!”. Nell’Autoriforma della scuola da tempo pensiamo che l’unico vero cambiamento può partire da noi, ma che autorizzarsi a ridurre il peso e gli ambiti della valutazione classificatoria, per intraprendere una direzione radicalmente diversa, ma necessaria, nell’insegnamento e nella valutazione, non può essere un processo solitario. Solo se si condivide in relazioni forti, di fiducia e di stima, solo se si fa circolare pensiero e racconto di esperienze, ci si autorizza a praticare strade radicalmente nuove.
Forse a questo punto a chi legge è rimasta la curiosità di sapere come ho corretto quei compiti. In effetti di volta in volta c’è una soluzione da trovare. In quel caso sui loro fogli ho scritto un commento al loro commento: accettavo la loro interpretazione, ma la riferivo a loro stessi/e, e ponevo quella distanza che non erano riusciti/e a trovare. Quando ho restituito i compiti – e non c’è stato bisogno di valutarli gravemente insufficienti, perché nella valutazione è entrato anche quello che avevano sentito risuonare in loro della poesia -, insieme abbiamo cercato frasi, giri di frasi che tenessero conto di entrambe le soggettività: di sé e dell’autore.
Quella classe mi è rimasta nel cuore. Da quei primi incerti passi, nel corso dei tre anni di scuola media spiccò il volo a ali spiegate. Sì, insegnare si può.
Come valutare “cose” complesse
di Guido Armellini
Aggiungerei un piccolo episodio che mi sembra mettere in luce un aspetto importante della valutazione nella scuola: il rapporto tra l’aspetto burocratico-disciplinare-certificativo e quello relazionale. Qualche anno fa, dopo anni di insegnamento nel triennio, mi fu assegnata una seconda classe di biennio, tutta maschile. Era una classe estremamente movimentata ed esuberante, come spesso avviene nelle classi di soli adolescenti maschi, ma priva di qualsiasi interesse per lo studio e abituata a considerare le ore di italiano e storia come una piacevole pausa di relax tra una lezione e l’altra. Naturalmente mi sono prodigato con tutte le mie forze per coinvolgerli negli argomenti di studio e qualche piccolo risultato l’ho ottenuto: la battaglia era stimolante e divertente, i risultati sul piano scolastico assai scarsi.
Dopo alcuni mesi, il capoclasse (un ragazzone grosso, rubicondo ed estroverso) al mio arrivo in classe mi affronta dicendo: “Le devo dire una cosa: non siamo contenti di come lei lavora con noi, perché ci dà troppi compiti, ci dà voti troppo bassi: bisogna che cambi sistema!”. Era la prima volta che ricevevo dagli studenti un rilievo del genere, e rimasi stupito. Perciò, per cercare di capire, gli chiesi di farmi qualche esempio, ma, per quanto si sforzassero, gli studenti non riuscivano a mettere in campo nessun caso concreto. A un certo punto, nel mezzo della discussione, mi scappa detto: “… Del resto io con voi lavoro volentieri, in questa classe mi trovo bene”.
A questo punto scatta un’obiezione inattesa: “Ma come! Lei ha detto alla prof. tale che con noi si trova malissimo e che siamo una classe di somari”.
La prof. tale era una insegnante da loro odiata, e che li odiava. Io, alla tale, avevo effettivamente parlato, confermando che la classe era scolasticamente assai problematica, senza far cenno a questioni psicologiche e soggettive. Allora ho precisato: “Alla tale ho detto semplicemente che siete dei sommi lavativi, e lo penso veramente. Questo non toglie che con voi lavoro volentieri, mi siete molto simpatici e mi piace questa lotta quotidiana per cercare di farvi studiare almeno ogni tanto”.
Dopo questa precisazione, le obiezioni sui compiti e sui voti si sono dileguate, e abbiamo ripreso a combattere allegramente, come prima e meglio di prima.
Proporrei tre conclusioni.
La prima, ovvia, è che in una classe la valutazione è sempre reciproca: gli studenti valutano l’insegnante che li sta valutando. In entrambe le direzioni entrano in ballo molte variabili complesse: non solo la maggiore o minore competenza nelle discipline o nelle tecniche, ma tutto ciò che fa di un essere umano un essere umano. E la valutazione dell’insegnante sulla classe e sugli studenti è condizionata dalla valutazione della classe e degli studenti su di lui, e viceversa.
La seconda conclusione verte su quella diversità di presupposti che fa della relazione tra insegnanti e studenti un’avventura accidentata e sorprendente. Può accadere, e accade spesso, che la stessa frase possa avere significati diversi per chi la pronuncia e per chi la ascolta. Ne possono nascere gravi fraintendimenti, ma anche imprevisti che danno informazioni importanti su ciascuno degli interlocutori. In questo caso in partenza io credevo davvero che gli studenti mi parlassero di compiti e di voti, ma i realtà loro volevano esprimere rabbia e dispiacere per un mio atteggiamento nei loro confronti. Quando il fraintendimento si è sciolto, siamo stati tutti più allegri e più fiduciosi.
La terza conclusione riguarda la natura stessa della valutazione. Quando se ne parla nella scuola, in genere si parla di dare dei voti, cioè di una valutazione classificatoria, che è una cosa molto diversa da quello che è successo quel giorno in quella classe. Questo tipo di valutazione ha alcune caratteristiche ben precise: istituisce una gerarchia, che è sanzionata da un premio o da una punizione, connessa all’idea di avere qualcosa se si è più bravi e di non averla se si è meno bravi; si basa su standard, cioè misura la convergenza verso qualcosa di prefissato; e ha la pretesa dell’oggettività.
Non credo che questo tipo di procedure sia da scartare, da bandire del tutto, ma è solo un aspetto della valutazione, e sicuramente non il più importante. Può essere valido per un tipo di valutazione molto tecnica, su conoscenze e competenze molto elementari. Per esempio: “Pierino non riconosce gli aggettivi”. Ma se procedo verso un livello più elevato, per esempio: “Pierino è abituato ad usare il metodo scientifico nell’affrontare un problema”, questo tipo di valutazione diventa assolutamente inadeguato. Se poi prendo in considerazione cose ancora più complesse e importanti, Cioè le relazioni, la valutazione che come essere umano do di un altro essere umano, su cose come il suo collaborare coi compagni e con me, sul suo essermi simpatico o antipatico, sul mio apprezzare o non apprezzare il suo modo di essere, il suo modo di muoversi, di vestire, di parlare, è chiaro che un procedimento di tipo classificatorio non solo è inutilizzabile, ma risulta inevitabilmente dannoso. Quanto più si va verso competenze, atteggiamenti, relazioni complesse e profonde, tanto meno vale l’oggettività, cioè la presunzione che il valutatore sia esterno a ciò che sta valutando.
Insomma se identifichiamo la valutazione con la classificazione andiamo incontro a due grossi guai: il primo è che si rischia di classificare tutto, e quindi di produrre guasti gravissimi sugli esseri umani valutati; il secondo è che non si lascia spazio all’altro tipo di valutazione, che invece è importantissimo. Solo se dedico una grande cura agli aspetti relazionali della valutazione posso dire: “Per questo compito ti do 5”, e non succede nulla di negativo.
Se mia moglie mi dice: “Le tue polpette non sono buone”, ma me lo dice con un certo tono e so che per il resto la mia persona le è gradita, questo giudizio mi dispiace ma sono in grado di tollerarlo, anzi, la prossima volta cercherò di cucinare meglio. Ma se con quelle parole lei mi significa indirettamente: “Tu non mi vai!”, la cosa rischia di rivelarsi irrimediabile. E’ chiaro che in ogni valutazione siamo totalmente implicati e responsabili (anche quando mia moglie mi dice: “Le tue polpette non mi piacciono” c’è dietro tutto l’essere umano), ma è diverso se ci limitiamo al campo ristretto della mia abilità culinaria o se spaziamo nel campo ampio e profondo delle nostre relazioni.
Da quello che ho detto credo che derivino conseguenze rispetto a questioni molto specifiche. Per esempio, non ci dovrebbero essere valutazioni classificatorie su aspetti ludici, etici, estetici della vita dei ragazzi e delle ragazze: quindi il credito formativo negli esami di stato andrebbe essere abolito; sono aspetti della vita che hanno il loro valore nell’essere gratuiti e non è giusto farli invadere dalla logica del mercato. In termini più generali non credo che, se si vogliono valutare competenze complesse, le si possano misurare con semplici somme aritmetiche di punteggi.
Trovate qui tre racconti, uno per ogni ordine di scuola: elementari, medie e superiori. Cominciano a dire qualcosa di ciò che capita quando la valutazione incontra davvero i corpi, i vissuti, i desideri di chi insegna e di chi impara. Aspettiamo le vostre storie, quelle che volete mettere a disposizione di tutti e di tutte, per delineare assieme una diversa concezione della valutazione.
gioconda.pietra@tin.it
mariacristina.mecenero@gmail.com
vitacos@tele2.it
dal Corriere della Sera
Yonit Levy presenta ogni sera il telegiornale più seguito del Paese. In questi giorni di guerra, è circondata da generali e analisti militari, politici e soldati della riserva. È accusata di mostrare troppa compassione per le vittime palestinesi e troppo poca per i connazionali bersagliati dai Qassam. «Perché nessuno le tappa la bocca – attacca il manifesto che circola online -, quando si domanda in diretta com’ è possibile che noi abbiamo un solo morto e loro trecento? È inaccettabile che una giornalista televisiva esprima un eccesso di pietà per il nemico e sostenga le sue idee estremiste davanti a tutti. Boicottatela, non guardate il Canale 2». Levy, 32 anni, è criticata anche da parte della sua redazione. Qualche giorno fa sarebbe scoppiata a piangere dopo la diretta, per una discussione con i produttori. «È il simbolo delle news in Israele – la difende Guy Soderi -. Fa le domande che vanno fatte». «La gente le crede, ha fiducia in lei», commenta Ilana Dayan, una delle più famose giornaliste investigative. «Sta pagando il prezzo di essere una donna che parla con voce gentile. È equilibrata, in uno studio dove niente sembra abbastanza nazionalistico», scrive Yehuda Nuriel, critico televisivo del quotidiano Yedioth Ahronoth. Nuriel denuncia la «caccia alle streghe». Che ha colpito anche il poeta Yonatan Geffen. Maariv, il giornale per cui scrive da quarant’ anni, ha accettato di pubblicare un annuncio a pagamento per dirgli «siamo stufi di te» e invitarlo «ad andare a farsi…». Firmato e pagato da Oded Tirah, fino al 2005 presidente della Confindustria israeliana. «Prima di essere sionista, e lo sono, io sono un umanista – replica Geffen, che ha ricevuto minacce di morte -. È giusto partecipare al dramma della popolazione israeliana colpita dai razzi palestinesi, non possiamo certo dimenticare i cadaveri delle vittime civili a Gaza». Il Paese (e i suoi media) avvolti nella bandiera preoccupano un veterano delle guerre e del giornalismo come Nahum Barnea, prima firma di Yedioth. «L’ armonia nazionalista è ammissibile nella gente, non nella stampa, la televisione o i politici. Amira Haas, giornalista di Haaretz, ha detto di essere contenta che i suoi genitori siano morti, perché così non devono assistere ai crimini israeliani nella Striscia. A differenza di lei, io sono dispiaciuto che i miei non ci siano più e a differenza di lei, non credo che Tsahal sia un esercito di criminali di guerra. Ma le immagini da Gaza sono inquietanti. Non c’ è niente di patriottico in un bambino ucciso dall’ artiglieria o in una famiglia seppellita sotto le macerie. Hamas non si preoccupa per loro, noi dovremmo». Gideon Levy, giornalista di Haaretz come Amira Haas, in passato è stato accusato dal ministero degli Esteri di danneggiare l’ immagine di Israele. Nell’ email riceve messaggi come questo: «Va istituito l’ esilio interno, alla russa. Ti devono spedire a Sderot, senza passaporto». Scrive Levy: «Uno spirito malvagio è calato sulla nazione. Un editorialista, cosiddetto illuminato, descrive il fumo nero che si alza da Gaza come uno spettacolo. Questo non è il mio patriottismo. Il mio patriottismo è criticare, fare le domande fondamentali. Questo non è solo il momento dell’ uniforme e della fanfara, ma dell’ umanità e della compassione».
Nota redazionale: Il metodo uasto dalla scuola italiana per integrare i bambini funziona meglio e ci assicura un futuro.
Elisabeth Jankowski
Parlando con Staffan Mossenmark, l’artista performer e compositore svedese che dirige il SoundArtVerona, gli ho detto che l’ultima volta che ero passata dalla Svezia tutti i cittadini avevano ancora i capelli biondi. Era tanto tempo fa, quando a Verona si parlava ancora il dialetto veneto o qualche dialetto meridionale. Sono da sempre un’ammiratrice della politica svedese e gli ho chiesto se siano ancora oggi un modello per quel che riguarda l’immigrazione. Improvvisamente la sua faccia si è fatta buia. “No, per niente, le gang di giovani immigrati di seconda generazione mettono a soqquadro la città, rubano, si accoltellano e mettono dell’esplosivo sotto le macchine. Sono vissuti nei quartieri periferici senza che nessuno ci abbia fatto caso, ma ora il disastro sta diventando innegabile.” “Forse”, chiedo io, “non ci sono state relazioni significative fra la gente del luogo e loro?” Lui pensieroso e arrabbiato ha fatto cenno di sì con la testa.
Qualche mese fa sono stata invitata a una cena da una mia amica del Ghana. Dopo aver assaggiato le specialità e chiacchierato un po’, ci siamo messi a cantare e la mia amica, mamma del piccolo Liroy, ha cercato di coinvolgere anche lui nel canto. Cantavamo canzoni in inglese. Poi, la mamma ha proposto al bambino di cantare qualcosa, in italiano, per la compagnia. Così ho potuto assistere a un momento singolare dell’Italia multietnica, un momento che mi è apparso profetico ed emozionante: Liroy con la sua voce da bambino di 4 anni ha cominciato a intonare con l’aiuto della mamma “Fratelli d’Italia”. Alto come il tavolo, mi guardava serio con i suoi occhi neri e i suoi riccioli cortissimi mentre regalava un omaggio musicale al paese che stava diventando la sua terra. Liroy è un bambino fortunato, con una mamma, una zia ed altri parenti adorabili; frequenta la scuola materna dove impara un italiano da piccolo principe e dove è molto amato dalle educatrici. Sembra uno dei re Magi che si sono recati fin qui per portare un dono dall’Africa.
Quest’anno, all’Università dove insegno, tra le matricole ho sei studenti stranieri su trenta complessivi: vengono dalla Colombia, dal Perù, dalla Romania e dal Marocco, quasi tutte ragazze. Ciò che le distingue non è solo il loro aspetto fisico ma soprattutto l’attenzione che leggo nei loro visi e la passione per quello che stanno facendo. C’è chi suggerisce che sono ancora molto ambiziose negli studi perché non sanno che con quelle lauree non possono raggiungere nessuna promozione sociale mentre gli studenti italiani lo sanno già e si comportano di conseguenza. Così queste studentesse mangiano già un po’ di quella nuvola di grigio che sta avanzando nelle aule e che rende l’insegnamento pesante come un macigno.
Sono anche felice che l’immigrazione abbia prodotto in così poco tempo un numero già abbastanza alto di studenti universitari. Si tratta di un merito dell’Italia, non solo delle famiglie straniere che hanno curato e motivato i propri figli. L’Italia da sempre ha fama di avere un eccellente sistema scolastico, ma soprattutto di dedicare estrema attenzione e un grande amore alla prima infanzia. Quando mio figlio ha frequentato la scuola materna e la scuola elementare mi è capitato spesso di andare dalle maestre e dalle educatrici per complimentarmi con loro per il loro prezioso lavoro e per il sincero affetto nei confronti del piccolo gruppo e di mio figlio.
Grazie al movimento delle donne italiane e a quello delle donne immigrate che fanno riferimento a “Casa di Ramia” -Verona, dove è la Comunità di filosofe Diotima, è un centro importante di grande impegno politico – ho conosciuto molte maestre che ammiro tantissimo per la loro cultura e la loro dedizione al lavoro. Non basta un intero giornale per elencare i progetti molto interessanti che stanno svolgendo. Quando vedo passare delle classi elementari per strada mi fermo sempre perché quelle bambine e quei bambini in fila per due così colorati che si tengono per mano mi fanno un enorme piacere e mi sembrano come un salto nel futuro. Dopo essermi turbata con la mia dose quotidiana di articoli sulla nostra società multietnica catastrofica e altamente conflittuale, in quei momenti, quando vedo quei bambini chiacchierare allegramente e sbaciucchiarsi, mi torna l’anima di nuovo in pace.
Certo le maestre fanno un lavoro del quale sui giornali non si parla quasi mai, un lavoro di cura che viene registrato solo quando manca. Il lavoro relazionale che ci è necessario e che costruisce tutto il nostro vivere non si lascia facilmente portare in un testo, sfugge spesso alla visibilità e alla concettualizzazione. Anzi l’organizzazione del lavoro tiene sempre meno in conto il fondamentale lavoro di relazione probabilmente perché sfugge agli incasellamenti proposti in questo mondo di tecnocrati. La relazione non potrà altro che essere imprevedibile, alle volte caotica, un luogo magmatico che forgia il nuovo realmente: produce una politica che nasce dall’amore per l’altro e per un mondo più vivibile.
In Svezia e in altri paesi dove questo sforzo è mancato i cattivi risultati si vedono e non basta una buona politica di Welfare, ma occorre imparare a coinvolgersi nelle relazioni in prima persona. Certo alle scuole servono dei soldi e la politica non fa altro che introdurre delle riforme, ma noi sappiamo oggi che da qualche anno la parola “riforma” ha cambiato il suo significato. Mentre trenta anni fa significava più scuole, più università, più stipendio etc, oggi significa quasi esclusivamente “tagli del welfare”, e non solo in Italia. Mi auguro perciò meno riforme per il futuro.
Certo nelle scuole, si dice, regna il caos: i genitori italiani si lamentano del servizio insufficiente, le maestre sono stremate e i genitori stranieri desiderano che ci si occupi del loro figlio con un curriculum scolastico spesso molto particolare. Non si può fare altro che dare ragione a tutti quanti. Dalle ricerche nel campo delle scienze della formazione si sa che più del 20 % di stranieri in classe non può essere integrato. Se fossi mamma di una bambina piccola pretenderei anch’io che mia figlia frequentasse una classe con non più di 5 bambini stranieri su una classe di 25 complessivamente. Ma siccome gli stranieri non hanno superato il 20 % della popolazione, non dovrebbe costituire problema garantire questa percentuale. Certo non si dovrebbe confinare gli stranieri tutti insieme nella scuola di un quartiere povero ma fare in modo che siano suddivisi sul territorio. In questo modo si potrebbero evitare le classi “ponte” perché sappiamo che l’apprendimento spontaneo, che è quello più efficace, avviene solo a contatto con le persone di madrelingua, cioè gli altri ragazzi e le maestre.
Un altro problema sono anche gli arrivi continui di bambini che comunque non potrebbero essere inseriti nella classe “ponte” perché di età diversa e con percorsi di vita completamente distinti. Uno degli errori più gravi che stiamo commettendo è quello di credere tutti gli stranieri uguali: loro sono meno simili fra di loro che al confronto con gli italiani. Non ci rendiamo conto che un bambino che viene dal Marocco non condivide nulla con un bambino cinese tranne il fatto di trovarsi nello stesso luogo.
L’Italia in tutto questo ha una grande fortuna storica rispetto alla Germania, dove, per esempio, in certe scuole di Berlino la maggioranza è di origine turca e si è dovuto arrivare a una decisione collettiva per introdurre la lingua tedesca in una scuola che è frequentata dal 85 % di bambini di origine turca e che naturalmente parlavano a scuola fra di loro solo la loro lingua madre. In Italia invece gli studenti di un’unica scuola possono anche avere cinquanta origini diverse, fatto che promuove decisamente l’italiano come lingua comune.
Al di là dei fatti organizzativi comunque non dobbiamo dimenticare che l’unica cosa importante per la crescita di un bambino straniero è la relazione con altre bambine e bambini e con le maestre che a loro volta devono valorizzare la loro provenienza. Quando una maestra accoglie il bambino con gioia, ammira ed apprezza la sua lingua e cultura di provenienza, il processo di apprendimento sarà velocissimo perché sappiamo che circa fino alle scuole medie, bambini e bambine hanno un enorme potenziale di apprendimento naturale. Quando invece per indifferenza o per rifiuto l’economia emozionale di un bambino si blocca ogni parola nuova entra come un chiodo nello stomaco.
Noi tutti e tutte veniamo da un paese di principi e principesse e anche a scuola desideriamo essere trattati come tali. Soprattutto perché la scuola è un occasione d’incontro favoloso. Quando si accompagnano i propri figli piccoli in quel luogo che promette amore, relazione più ampia e istruzione per un futuro più vivibile i genitori sono particolarmente disponibili ed aperti. Quale altro luogo potrebbe esser migliore per incontrare l’altro in carne ed ossa? Si tratta in primis di un luogo di donne, mamme e maestre, che come sappiamo da una recente ricerca sono le protagoniste dell’integrazione, perno sul quale ruota tutta la vita relazionale di immigranti e locali.
Anche se nelle elementari e nelle materne si sprecassero dei soldi non mi preoccuperei, sono soldi investiti bene per evitare di costruire più carceri e più ospedali. La seconda generazione degli emigranti sarà meno pacifica della prima e potrebbe far pagare un conto che non ci si aspetta.
da il manifesto
Hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame. A distanza di una generazione in nome di ciò che hai subito, hai fatto lo stesso ad altri: li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera.
Ascolta Israele!
Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia, che è passata dalla Shoah. Però rinnego te, lo Stato di Israele, perché hai creduto di poter far valere il credito della Shoah per liberarti del popolo palestinese e occupare la sua terra. Ma non è così che vanno le cose, non è così la vita. Il popolo di Israele deve vivere di vita propria e non vivere della morte altrui.
Ascolta Israele!
Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia che è passata dalla Shoah, ma io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Io sto con l’eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione.
Ascolta Israele!
Non ci sarà Israele senza Palestina ma potrà esserci Palestina senza Israele, perché il tuo credito, ormai completamente prosciugato dalla tua folle e suicida politica, non era nei confronti del popolo palestinese che contro di te non aveva alzato un dito, ma era nei confronti del popolo tedesco, italiano, polacco, francese, ungherese e in generale europeo; ed è colpevole la sua inazione.
Asolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele.
Carissimi tutti,
ieri mi hanno telefonato dall’attacco pieni di entusiasmo perchè sembrava
che il maestro unico fosse rientrato, ho subito chiarito che non era vero.
L’intervista a me e ad altri è passata oggi sul giornale ed è
sufficentemente fedele a una piccola parte di quello che avevo detto. Ma
sono ancora ancora carica e vi scrivo per esprimere meglio la mia rabbia.
Ho dovuto spegnere diversi entusiasmi, ho dovuto dire a colleghe e amici,
che in fretta si erano entusiasmati per il passo indietro della gelmini, che
bisognava andarci più che cauti e che ciò che viene distrutto e su cui non
torneranno indietro è proprio il modulo che tanto abbiamo difeso in questi
anni nella nostra scuola e nelle scuole sopratutto del sud.
Scusate la franchezza ma resta chiaro che l’intenzione è quella di
distruggere la scuola pubblica, fare sì che il sapere diventi piccola cosa,
propinabile in pacchetti, sufficienti 24 ore settimanali. Ricordo che sono
una menzogna anche le 24 ore perché in esse sono da considerare le 2 ore di
religione obbligatorie a settimana e probabilmente l’ora di inglese. Cosa
resta?
Si vuole distruggere il modulo, la fucina di confronto, di relazione per
eccellenza, la parità tra insegnanti, la condivisione e la corresponsabilità
nei confronti degli alunni e della valutazione degli apprendimenti. La
gelmini lo dice chiaramente nell’intervista allla stampa, non è abolito
l’insegnante unico, vale a dire colui o meglio colei che ha la
responsabilità della classe, altri insegnanti sono satelliti che ruotano
intorno, anche quando l’orario è superiore alle 24, anche fino alle 40 del
tempo pieno, abolite del tutto le ore di compresenza e di confronto, che già
ridotte al minimo, attualmente equivalgono ad un’ora a classe per
insegnante.
Un’ora preziosissima in cui ti dai da fare a colmare vuoti, per stare vicino
a chi ha bisogno di più tempo,a chi, per capacità piuttosto elevate, cerchi
di presentare problemi più complessi per non farlo annoiare; un’ora per
parlare con la collega della bambina che senti strana da qualche giorno e
che forse lei ha saputo interpretare meglio di te, per preparare un
passaggio di apprendimento in forma laboratoriale perché le intelligenze
sono multiple e per alcuni non basta la parola per comprendere, per
organizzare un lavoro più complesso, per aiutare la collega in alcuni
passaggi, spesso per sostituire i colleghi assenti e offrire ad alunni di
classi non tue una presenza comunque qualificata, per non scioglire il
gruppo classe e mandare i bambini sparpagliati in altre classi per tante
ore.
Un’ora per tamponare tutte le emergenze, le fotocopie che devi farti da sola
perché magari manca il bidello; organizzare un’uscita, parlare con i
genitori, scambiare una poesia, suggerire un libro a una collega.
Parlare con i colleghi che come te hanno attraversato tante stagioni e tante
riforme, con cui continui ad adattare e piegare le teorie alle difficoltà di
ogni giorno, alla vita nel suo pulsare e sorprendere, per passione, solo per
passione. Passione verso una scuola che ha tenuto perché gli insegnanti
hanno continuamente adottato il modo di programmare, di organizzare il
lavoro, di affrontare modelli di valutazione a volte veramente assurdi,
perchè non mortificassero i corpi e le menti degli studenti.
Scusate lo sfogo!!! Ma mi è sembrato che in giro ci fosse voglia di non
occuparsi più di scuola!!!Un oscillare tra “a che serve lottare, i giochi
sono fatti!” e l’attuale “va bene, è tutto rientrato!”
Non è il momento di tirare sospiri di sollievo anche se è più comodo, anche
se dobbiamo pensare positivo perché è Natale e magari se ci deprimiamo
consumiamo meno e questo non fa bene al paese.
Buon Natale povera scuola pubblica,
Buon Natale a tutti.
Donata
da il manifesto
Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite. Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabiliya, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l’ospedale di Al Auda a Jabiliya ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell’Ism, una bomba è caduta sull’ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con lui, comunista, davanti a un caffè, ascoltavo le eroiche gesta dei leader del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat.
Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse l’immensa tragedia della Palestina mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani davvero rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma nell’ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.
Verso mezzanotte ho ricevuto un’altra chiamata, questa volta da Eva, l’edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi “strategici” attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l’avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing, con rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati.
Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabaliya, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa una “pacifista” israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all’inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati.
Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Naqba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Naqba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.
Fino a qualche istante fa si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l’esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L’ultima, quella di Al Fakhura, a Jabiliya, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell’Onu. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c’è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell’Onu riuscirà questa volta a pronunciare un’unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l’alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci.
Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l’ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest’ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L’ho ringraziato per la sua offerta, ma da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato. Restiamo umani.
da il manifesto
Non una parola, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro I care, come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana. I palestinesi tutti pagano il prezzo dell’incapacità della Comunità internazionale di far rispettare a Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politica coloniale. Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce e è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali e criminali, da condannare. Bisogna fermarli. Ma basta con l’impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.
Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo ulivo mentre un bulldozer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’ospedale (…). Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da palestinesi, che annette territorio fertile e acqua a Israele, un muro considerato illegale dalla Corte internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicurezza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Physician for human rights garantissero per loro. (…)
Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano: dal 2002 a oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia di case e uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi.
Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dall’Onu del 1947. Avrei voluto sentire la vostra indignazione per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: cessate l’assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni dell’Onu, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minacce contro Israele. Lo hanno detto migliaia di israeliani a Tel Aviv: ci rifiutiamo di essere nemici, basta con l’occupazione, fermate il massacro. Dio mio in che mondo terribile viviamo!
di Michele Fumagallo
Partita a metà dicembre la quarta edizione di Intramoenia Extra Art, la manifestazione d’arte che sta attraversando da alcuni anni la terra di Puglia alla valorizzazione dei suoi monumenti. Dopo Castel del Monte, i palazzi e castelli della Daunia, quelli del Salento e di Lecce, è la volta del Castello Svevo di Bari. Qui è installato, in versione pugliese, il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto accoppiato alla scultura sonora Mama di Gianna Nannini, un work in progress che si riempie di contenuti nuovi ad ogni tappa del suo percorso per il mondo (il prossimo appuntamento è a Tallin). E va subito detto che l’innesto pugliese è uno dei più interessanti. Il Terzo Paradiso di Pistoletto è immaginato come un percorso nuovo dopo il primo in cui Adamo ed Eva, cioè il maschile e il femminile, coabitavano al ritmo della natura, e un secondo dominato da un progresso di contrapposizione alla natura che ha reso l’uomo quasi protesi della macchina. Il nuovo paradiso all’orizzonte, immaginato dall’autore della Venere degli stracci, non può che venire fuori dalle rotondità, dagli aspetti convessi, dalla morbidezza del ritorno alle origini dell’uomo. «Il Terzo Paradiso – racconta Michelangelo Pistoletto – è l’accoppiamento fertile tra il primo e il secondo. Nel primo, regolato dalla natura nel periodo che precede il morso della mela, tutto segue i ritmi dell’intelligenza naturale. Nel secondo, prende il sopravvento il Paradiso Artificiale, regolato dall’intelligenza umana dove lo sviluppo sempre più caotico porta verso una catastrofe di cui si annunciano ogni giorno i pericoli. È proprio per evitare questa collisione che bisogna aprire le porte al Terzo paradiso, in cui necessariamente l’intelligenza umana deve trovare un equilibrio con l’intelligenza della natura».
E l’installazione inizia proprio col segno dell’infinito in cui il tempo riprende il suo ritmo naturale ed eterno, sia sottoforma di ombelichi che guardano dalle pareti della Sala Angioina del castello, strisce luminose di metallo in cui occhieggiano serigrafati i simboli del gioco convesso dell’eternità dell’uomo che dalle rotondità, a mò di gravidanza, dei muri a secco della tradizione rurale e sapienziale pugliese. Un elemento locale di innesto in questa operazione che segue anche i progetti in cui Pistoletto ha sintetizzato la sua idea di arte sociale ma anche totale, popolare, che rifiuta i rigidi schemi settoriali in cui viene divisa. E Gianna Nannini fa da contraltare con la foto gigante a pancia e ombelico scoperti, immagine femminile pronta alla nuova avventura del terzo paradiso, accompagnatrice dell’opera con il sottofondo della sua voce struggente, la nenia Mama, sorta di elemento vocale primario, ritmato in tutte le sonorità più ancestrali e infantili.
Ma Pistoletto e la Nannini sono soltanto i primi due testimoni di questa operazione che aspira ad allargarsi in grande stile ovunque. E, infatti, saranno poi i dieci gruppi musicali intervenuti a interagire nella giornata inaugurale (la mostra prosegue fino all’8 marzo), a inserire le proprie sonorità nel solco tracciato dai due protagonisti principali: dall’intervento jazz di Roberto Ottaviano, a quello trasversale di Davide Viterbo, Enzo Veronese, alla trance di Monowatt, alla musica visionaria e cinematografica di Sergio Altamura, all’innesto tra strumenti antichi e moderni del gruppo Kamafei, alle ricerche sonore di Matteo De Ruggeri, Ester Valentini, Gianluca De Robertis. Infine al quartetto femminile delle Faraualla che affinano da ormai tredici anni la loro conoscenza delle varie sonorità.
di Laura Salvinelli
La giovanissima sigaraia ha uno sguardo fiero, quasi arrabbiato. Le operaie muratrici sono troppo intente nel lavoro, mattoni e filo a piombo, per guardare l’obiettivo: vediamo soprattutto le loro mani, decorate con l’henné. Le lavoratrici della ferriera si lasciano andare a un sorriso, visi invecchiati anzitempo. Non così le dai, le levatrici: i loro sguardi rugosi sono seri, quasi scrutatori, straordinariamente intensi. Ritratti in bianco e nero da cui strabocca energia, determinazione, e non è un caso: le donne fotografate da Laura Salvinelli fanno parte di un’esperienza unica al mondo. Esposte a Roma sotto il titolo Indiana, accompagnate da testi di Mariella Gramaglia, quelle foto sono in effetti un reportage su Sewa, o «Self Employed Women’s Association», sindacato di lavoratrici autonome in India.
Esperienza unica davvero, Sewa. Nata dalla tradizione gandhiana (nella città del Mahatma, Ahmedabad, nello stato nord-occidentale indiano del Gujarat) si è sviluppata in modo autonomo a partire dal 1981 come un vero e proprio sindacato di lavoratrici «auto-occupate», cioè senza contratto di lavoro, in quella che in India è spesso definita «economia informale». Sono le venditrici ambulanti, ricamatrici, cuoche, le donne che vanno a raccogliere stracci e materiali da riciclare nelle discariche (eccole nei ritratti di Laura Salvinelli: sacca di plastica sulla spalla, piedi scalzi e visi dignitosi in quella distesa di rifiuti e liquami che la bellezza delle foto rende quasi accettabile, come in certi inferni umani di Joao Salgado). O le sigaraie di bidi, la sigaretta dei poveri: foglie di tabacco raschiate, tagliate e arrotolate da donne pagate a pezzo. Nello slum di Dudhisswar eccole raccolte in gruppo, all’ombra di una veranda: Sewa ha condotto battaglie memorabili perché fossero riconosciute e trattate in modo degno, e oggi a Ahmedabad organizza circa diecimila sigaraie. Ecco poi le donne che arrotolano stoppini, quelle che fabbricano bastoncini di incenso. O quelle che riciclano il metallo, come l’anziana signora che qui vediamo accoccolata come un buddha davanti alla sua incudine. Lavoratrici urbane e rurali – come le fierissime artigiane della tribù dei rabari, madre e figlia, occhi color acqua.
Lavori umili, considerati marginali, ma è proprio contro l’idea di marginalità che si batte Sewa: tutelare e ridare dignità e orgoglio al lavoro delle donne. In questa galleria vediamo hindu e musulmane, come le ragazze che arrotolano le dupatta, lunghe sciarpe increspate in piegoline: nulla nel loro aspetto le distingue dalle giovani hindu, ma la didascalia ci ricorda che oggi a Ahmedabad tra i musulmani domina la paura, dopo che nel febbraio 2002, con la complicità del governo in carica, interi loro quartieri sono stati dati alle fiamme da estremisti del partito ultranazionalista hindu.
Sewa è un sindacato dunque, con oltre un milione di iscritte e una leadership femminile – la fondatrice Ela Bhatt è ritratta qui con il suo sguardo calmo e determinato, e così le più giovani leader che hanno raccolto la sua eredità. Ma è anche un movimento di donne che lavora per l’accesso alla salute, all’istruzione, organizza forme di microcredito e di mutuo soccorso. Ecco perché in questo reportage vediamo le levatrici: come Chanchalma, signora dai capelli bianchi china sul pancione di una paziente sul pavimento di una casa di villaggio. E quelle donne dallo sguardo attento, speranzoso, con matita e quaderno durante una lezione serale: la Academy è un aspetto importante dell’attività di Sewa, e insieme all’alfabetizzazione ci sono corsi di formazione politica, di educazione alla salute, di recupero scolastico, di formazione all’informatica e ai media elettronici.
Il reportage fotografico di Laura Salvinelli fa parte di un progetto comune: l’esperienza di Sewa è ampiamente riportata nel libro di Mariella Gramaglia Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo (Donzelli, 2008), basato sull’esperienza di collaborazione con Sewa nell’ambito di un progetto coordinato dalla Cgil. Foto di Salvinelli illustrano il libro, testi di Gramaglia accompagnano la mostra (al Palazzo Incontro, via dei Prefetti 22, fino al 18 gennaio).
articolo giunto via email
Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.
Bene.
Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette – che non vedono, non sentono, non parlano – al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.
E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciate e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. E’ un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. E’ complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.
I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.
Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.
Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.
L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.
In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. E’ immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. E’ immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.
Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come “La Pulizia Etnica della Palestina”, di Ilan Pappe, Fazi ed., o “Pity The Nation”, di Robert Fisk, Oxford University Press, e “Perché ci Odiano”, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei sitihttp://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne “La Questione Palestinese” della libreria delle Nazioni Unite a New York.
E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.
Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell’intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l’ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in “Perché ci Odiano” intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell’Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla ‘epopea’ sionista.
Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell’uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del primo razzo Qassam su Sderot in Israele.
Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.
E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.
Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari ‘intellettuali’.
da il manifesto
La politica, intesa come politica di rappresentanza e di potere, soccombe sotto le bombe israeliane. Veramente era già morta sotto tutte le bombe cadute in quella striscia di terra, ma come una zombie ogni volta si è rimessa a camminare, e nemmeno la sua ultima immagine post-moderna, giovane bella e di colore, potrà trasformarla in un essere vivente.
Tolto dunque quello che non è, cosa resta? Quelli e quelle che fanno società, che è poi l’obiettivo della politica. Fanno società ad esempio le donne e gli uomini israeliani e palestinesi che lavorano insieme a progetti che camminano con le proprie gambe; fanno società donne israeliane e palestinesi in relazione tra loro nella quotidianità degli scambi materiali; fa società il buon senso femminile così come è raccontato magistralmente nel film Il Giardino dei Limoni: alla battaglia condotta dalla donna palestinese corrisponde un cambiamento nella moglie del ministro israeliano. D’altra parte, alla solitudine del ministro israeliano, corrisponde una carriera all’ombra del potere dell’avvocato palestinese.
Ed è questa la mia battaglia: chiamare politica il fare società, chiamare “morto che cammina” la politica di rappresentanza e di potere.
Un mese fa avevamo lanciato l’appello “Mettiamo radici al Dal Molin” per acquistare un terreno per il Presidio Permanente; ora abbiamo quasi ultimato le procedure burocratiche: di seguito vi riproponiamo l’appello, mentre per sapere come partecipare all’acquisto collettivo v. l’allegato. Alle migliaia di donne e uomini che, da tutta Italia, hanno affiancato con il proprio sostegno e con la propria partecipazione la mobilitazione dei vicentini contro la costruzione della nuova base USA, chiediamo di contribuire alla realizzazione del nostro progetto di acquistare un terreno per il Presidio No Dal Molin. Abbiamo alle spalle più di due anni di lotta,iniziative ed azioni, tutte rivolte ad un unico obiettivo: bloccare la costruzione della nuova base militare. Tutto ciò è stato sinora possibile grazie all’impegno di centinaia di donne e uomini che hanno unito i loro sogni, speranze ed ideali in un unico luogo di ritrovo, discussione e socialità: il Presidio Permanente che dal 16 gennaio 2007 è il simbolo di una lotta comune. Ora questo luogo, simbolo e punto di riferimento per tutti coloro che, a Vicenza ed altrove, si impegnano nella difesa dei beni comuni e della pace, deve essere rafforzato, uscendo dalla precarietà vissuta fino ad oggi. Il periodo che ci aspetta è decisivo per bloccare la nuova base Usa, ed il rischio di non avere un luogo fisico per il Presidio finirebbe per mettere in difficoltà la lotta che da oltre due anni stiamo conducendo, rendendola più debole. La posta in gioco è quindi troppo alta, e l’autosostegno economico dei vicentini, che ha permesso al Presidio di continuare caparbiamente ad esistere, oggi non basta più: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. L’intenzione è quella di acquistare, tutti assieme, un terreno adiacente all’area Dal Molin per far sì che il Presidio metta radici e diventi definitivo. Per far questo, oltre alla solita determinazione e piccola vena di follia, servono somme ingenti: per questo rivolgiamo un appello a tutte e tutti, in Italia e all’estero, perché ci aiutino contribuendo con l’acquisto di una o più quote da 100 Euro per il nuovo Presidio o, in alternativa, divenendo “sostenitore attivo” con il versamento di 50 Euro (25 Euro per studenti e precari).Per seguire la progressione dei lavori, per info e aggiornamenti visita http://www.mettiamoradicialdalmolin.blogspot.com/ e www.nodalmolin.it
L’acquisto di una quota di proprietà indivisa del terreno del Presidio Permanente, al prezzo minimo di € 100,00-., determina il possesso di una percentuale dell’acquisto totale in proporzione all’importo versato.- si tratta di un formale rogito notarile e, quindi, sarà necessaria la presenza fisica a Vicenza di tutti gli acquirenti il giorno della firma dell’atto- chi non potrà essere presente dovrà farsi rappresentare da una persona munita di procura notarile. La procura può essere collettiva- l’importo di € 100,00 comprende il costo di una quota del terreno, il pagamento del rogito notarile ed il pagamento di tutte le tasse e imposte di registrazione- per ogni versamento di quota ci deve pervenire il modulo compilato e firmato, con l’indicazione dei dati necessari per la redazione dell’atto, accompagnato dalla fotocopia del codice fiscale e di un documento d’identità- nel caso di coniugi in comunione dei beni, l’atto dovrà essere firmato da entrambi e, quindi, ci servono tutti i datiDonazioni- i versamenti di importo inferiore a € 100,00 non varranno per l’acquisto di una quota ma saranno considerate donazioni di sostegno- tutte le donazioni raccolte verranno accumulate in un apposito conto ed utilizzate per i costi necessari al corretto realizzo dell’operazione, ma anche per far fronte alle spese necessarie per continuare la battaglia contro la costruzione della nuova base e che saranno di volta in volta decise dall’assemblea del Presidio Permanente Scarica di seguito il modulo da compilare per l’acquisto di una quota di terreno del Presidio Permanente.
di Elisa Mogavero
Stretching dal corpo al pensiero
Cosa può essere tanto convincente da far scendere intere schiere di ricche signore di Manhattan dalle loro vertiginose Manolo Blahnik e Christian Louboutin, lasciandole incustodite e mescolate stile mercatino dell’usato? La risposta è: il Museum of Modern Art, o semplicemente MoMA, ciò che fa di New York City non solo una meta per lo shopping ma anche una Mecca culturale sempre al passo coi tempi. A lasciarci a piedi nudi è Pipilotti Rist, artista svizzera, classe 1962, all’anagrafe Elisabeth Charlotte Rist, ma soprannominata fin dall’infanzia Pipilotti da Pippi Calzelunghe.
Il femminile sipario fucsia scopre la nuova installazione Pour Your Body Out (7354 Cubic Meters), in cui l’artista è stata chiamata a reinventare il grande spazio (7354 metri cubi a onor di precisione e di titolo) del Donald B. and Catherine C. Marron Atrium al secondo piano del museo. Per chi distrattamente avesse calpestato, senza vederlo, il video collocato in un piccolo buco nel pavimento del P.S.1, Selbstlos im Lavabad, non avrà scuse per la nuova e monumentale installazione dell’artista elvetica. L’immenso video site specific prende vita con immagini in movimento proiettate sulle pareti e sembra trovare una sintonia perfetta con il sonoro che si propaga dall’elemento/scultura centrale, costituito da un divano e un tappeto circolare, che accoglie il pubblico tra le morbide braccia (progettato dall’artista e da Atelier Rist Sisters). La grande portata di questo progetto risiede nell’inversione di tendenza che conduce il visitatore a trasportare il proprio corpo nel museo, sottraendolo al proprio soggiorno, passivamente esposto all’attacco dei mass media.
In questa useless grande stanza, unicamente progettata per “illuminare” i corpi dei presenti, l’invito è quello di distendersi, rilassarsi, perdersi, perfino cantare. Come in una chiesa. Il parallelo riporta alla mente l’italianissima protesta (e conseguente censura) di Homo sapiens sapiens, uno dei progetti espositivi più efficaci presentati alla Biennale di Venezia del 2005. La proiezione del giardino dell’Eden dove correvano due giovani fanciulle nude sulle volte della Chiesa di San Stae scatenò l’indignazione di una modestissima frangia di fedeli, che riuscì tuttavia a ottenere l’oscuramento dell’opera.
Pipilotti Rist non è nuova a installazioni multimediali su larga scala che si divertono a mescolare provocatoriamente realtà e fantasia. Viste le reazioni non sempre accondiscendenti, l’artista non perde l’occasione di dichiarare che la sua ultima opera non vuole essere sovversiva nei confronti dell’ambiente museale, anzi si vuole fondere con esso, “come se baciassi Taniguchi”, il celebre architetto a cui era stata affidata la riprogettazione del MoMA.
Nel suo tipico stile lussureggiante di colori, movimenti fluttuanti e gesti inafferrabili, le immagini si sovrappongono e si dissolvono l’una nell’altra: fiori, fauna e un unico elemento umano femminile si susseguono in un loop della durata di sedici minuti, non al passo coi dieci minuti del sonoro, in modo che non ci sia mai un’esatta ripetizione. Perfetta metafora con cui la discontinua lotta e il desiderio di una riconciliazione tra corpo e pensiero trova la sua massima espressione nell’opera.
La mostra “Pipilotti Rist – Pour Your Body Out” è a cura di Klaus Biesenbach e in corso fino al 2 febbraio 2009.
di Anna di Salvo
Ci sono donne che hanno messo al centro dei loro desideri la città e che intrecciando relazioni e competenze hanno operato per la ridefinizione del senso dello spazio e dell’abitare. In tutto questo lavorio come si mostra al presente lo stato della politica della città? Sono state trovate parole capaci di significare i mutamenti avvenuti? È facile riconoscervi i segni e le forme dell’esperienza femminile in città?
Sono questi i temi su cui si interroga l’architetta Gisella Bassanini, al pensiero della differenza sessuale sin da giovanissima negli anni Novanta con il gruppo “Vanda”, un Insieme di Architette, sociologhe, urbaniste e ingegnere del Politecnico di Milano che si proponevano di creare una genealogia femminile dell’abitare, dando visibilità e risonanza alla presenza di donne nell’ambito della progettualità e affermando una nuova idea di città a partire dal desiderio e dalle competenze femminili. Nel suo libro Per amore della città. Donne, partecipazione, progetto (Franco Angeli editore), Gisella Bassanini non offre risposte risolutive ma lascia aperte le questioni attraversando in maniera trasversale documenti, iniziative ed esperienze di donne di ogni parte del mondo impegnate a comprendere le trasformazioni dello spazio e dei modi di abitare. Emerge così buona parte di quanto le donne hanno prodotto in ambito accademico, amministrativo, professionale, scientifico e politico con il loro fare e pensare, i loro contributi positivi diretti a migliorare lo svolgersi della vita urbana grazie a una nuova visione di città. Sono donne che da anni interpretano il mondo attraverso la chiave di lettura della differenza sessuale e che orientano le loro analisi e le loro pratiche politiche in direzione del bene della città nei suoi vari aspetti, in particolare quello relazionale, prendendosi cura della qualità del convivere e dell’abitare. L’autrice sottolinea i contributi delle filosofe – Luce Irigaray, Wanda Tommasi, Luisa Muraro, Annarosa Buttarelli ed altre, gli interventi di “Pubblic art” o i testi delle scrittrici Chistine De Pizan o Charlotte Gilman, le iniziative di donne attive in associazioni quali “La Città Felice di Catania, Le Vicine di Casa di Mestre o Urbanima di Napoli. Pone l’accento sugli intrecci tra città che tengono in vita reti di relazioni come ad esempio “Le Città Vicine” nate nel 2000 e attive su tutto il territorio nazionale. Sottolinea analisi e progetti di specialiste competenti nel campo della progettazione e della realizzazione di forme e spazi, come le contemporanee Sandra Bonfiglioli e Ida Farè, e offre un’ampia documentazione dell’operato di Lina Bo Bardi, Eileen Gray, Charlotte Perriend e altre “madri simboliche” dell’architettura moderna femminile. Ognuna di queste esperienze è frutto di un agire amorevole che in una lettura d’insieme che mette in essere forme linguistiche e paradigmi nuovi per leggere e nominare simbolicamente “la città del desiderio” così come da sempre l’hanno voluta le donne.
appello giunto via email
Nei giorni scorsi in molti abbiamo espresso preoccupazione per lo scenario in cui giungiamo all’appuntamento del 17 che vede due manifestazioni con molti limiti speculari.
Non è possibile modificare lo stato di cose ma intendiamo garantire comunque una presenza anche nella piazza romana che rappresenterà comunque un appuntamento di grande rilievo.
Abbiamo avuto modo di confrontarci con molti firmatari dell’appello ” Non si può rimanere a guardare! ” sottoscritto da ARCI, ACLI, Legambiente e crediamo si possa proporre una presenza anche a Roma in relazione con la manifestazione di Assisi.
Vi chiediamo di firmare, di raccogliere adesioni.
Per coloro che sceglieranno di confluire nella manifestazione di Roma proponiamo di costruire una presenza organizzata con un grande striscione dell’appello ” Non si può rimanere a guardare! ” che sarà presente anche ad Assisi, con le bandiere della pace, con un numero significativo di persone e organizzazioni.
Andrea Baglioni, Stefano Ciccone, Chiara Luti, Jones Mannino, Marta Ragozzino, Giuseppe Reitano
Questo il testo:
Bisogna fermare immediatamente il massacro di civili a Gaza.
E’ urgente un’iniziativa politico-diplomatica che interrompa la violenta escalation del governo israeliano.
Va rotta l’inerzia dei governi occidentali e la marginalizzazione impotente degli organismi internazionali che, di fatto, lasciano campo libero alle operazioni militari israeliane.
Per queste ragioni abbiamo sottoscritto in tanti l’appello promosso dall’Arci, Legambiente e le Acli sentendo fortemente l’urgenza e la necessità di un appuntamento nazionale che desse voce e visibilità alla protesta contro il massacro in corso.
Il 17 gennaio ci saranno due manifestazioni nazionali, ad Assisi e a Roma, per fermare la strage di Gaza.
Si rompe così un’inerzia della società civile del nostro paese di fronte alla tragedia in medio oriente: una tragedia che precipita nel massacro di oggi ma che è iniziata molto tempo fa con Gaza ridotta alla fame, la costruzione del muro, il lancio di razzi, la crescita degli opposti integralismi, la fine di una speranza di pace.
Ma anche queste due manifestazioni sono il segno del ritardo del movimento per la pace italiano che non ha permesso di costruire una grande iniziativa contro la guerra: chiara negli obiettivi, limpida nelle parole, coraggiosa nel denunciare tutte le responsabilità della guerra, anche le responsabilità nostre, europee e occidentali.
Davanti alla spaventosa catastrofe umanitaria che colpisce Gaza e annichilisce il mondo intero, è necessario costruire un cambiamento reale nelle pratiche, nelle dinamiche e nelle parole d’ordine di tutte le forze che si battono contro l’occupazione a Gaza e in Cisgiordania , per costruire una soluzione reale dei conflitti in tutta l’area. Un cambiamento che sia in grado di andare oltre la denuncia, la testimonianza, la solidarietà, e che sia capace di produrre politica e diplomazia, di spostare le scelte dei governi e degli organismi internazionali, di incidere sempre di più nelle coscienze. Non basta denunciare il massacro ma è necessario costruire una proposta politica.
Di questo hanno bisogno gli uomini e le donne che si battono per la pace e per il diritto al futuro in Israele, a Gaza e nei Territori Occupati.
Noi, che fra migliaia di altri, abbiamo sottoscritto l’appello ” Non si Può rimanere a guardare! ” crediamo sia utile far vivere anche nella manifestazione di Roma le culture e le pratiche della tradizione del movimento pacifista e nonviolento italiano in relazione con l’appuntamento di Assisi.
Vogliamo essere presenti con le nostre forme, le nostre proposte, con le bandiere della pace e con la forza della nonviolenza. Proponiamo a tutti coloro che scenderanno in piazza a Roma, fuori da logiche identitarie e unilaterali, un luogo di espressione e di confronto, una presenza forte, ricca, visibile e articolata.
Vogliamo manifestare con le donne e gli uomini palestinesi che vivono in Italia, di cui abbiamo conosciuto negli anni l’intelligenza e la sensibilità, l’apertura e l’amore per la democrazia e che troppe volte sono rimasti soli nelle mobilitazioni di queste settimane e di questi ultimi anni. Vogliamo essere a fianco di quanti in Israele e nelle comunità ebraiche di tutto il mondo rifiutano la logica della guerra e dell’oppressione battendosi contro la pazzia omicida del governo israeliano.
Il 17 gennaio vogliamo manifestare a Roma e ad Assisi per rilanciare l’impegno contro il massacro e ribadire che un altro mondo è possibile.
Chiediamo pace, libertà e futuro per il popolo palestinese nella certezza che solo così ci potrà esser pace, liberta e futuro per il popolo Israeliano.
Ricominciamo dal 17 gennaio per dire: DUE POPOLI: UNA PACE, UNA LIBERTA’, UN FUTURO
per adesioni pergaza@libero.it
Andrea Baglioni, Stefano Ciccone, Michele Citoni, Chiara Luti, Jones Mannino, Marta Ragozzino, Giuseppe Reitano, Ettore Masina, Luciana Castellina, Paolo Hutter, Maria Luisa Boccia, Marco Roncaccia, Alfio Nicotra, Lea Melandri, Giuseppe Mura, Barbara Slamic, Chiara Giorgi, Clelia Mori, Giovanna Cogliati Dezza, Edoardo Turi, Nuccio Iovene, Ciro Pesacane, Sergio Ferraris, Massimo Torelli (FIRENZE), Giuseppe Mura, Barbara Slamic, Beppe Pavan (PINEROLO), Chiara Giorgi (ROMA), Catia Papa (ROMA), Elettra Deiana, Rita Corneli (ROMA), Linda Santilli, Annamaria Rivera, Giovani Comunisti Roma, Francesco Saita, Pietro Masina (ROMA), Alfredo Capone, Alessandro Langiu (TARANTO), Giovanna La Maestra (MESSINA), Clelia Mori, Annamaria Mampieri, Paolo Filippini, Cristina Papa (ROMA), Andrea Olla Pinella Depau (CAGLIARI), Franca Balsamo (TORINO), Maria Laura Scarino, (ROMA), Claudio Zaza, Valeria Andò (PALERMO), Caterina Botti (ROMA), Giorgia Caso (ROMA), Gabriella Nasini, Mirella Olivari, Bruno Tassan Viol, Maria Piacente, Fortunato Maria Cacciatore, Orazio Leggiero (BARI), Giovanni Rocco, Gino Buratti, Angela Gerardi, Francesca Romana Scandariato (ROMA), Simona Mastrangelo (ROMA), Giampiero Filippi (ROMA), Teresa Adamo (ROMA), Federica Dagnino, Sara Gandini, Tiziana Cristiano, Simona Iadecola, Vincenzo Motta (ROMA), Fabio Scaramella (ROMA), Alessia Colone, Andrea Folchitto (ROMA), Stefano Galieni (ROMA), Silvia Mandillo (ROMA), Giancarlo Cuccia, Chiara Guida, Maurizio Archilei, Nicola Lo Russo, Silvia Buonomo (ROMA), Maddalena Bolognini, Alessandra Malatesta (ROMA), Salvo Lipari(PALERMO), Saverio Cipriano(PALERMO), Andrea Pacioni, Viola Di Massimo (ROMA) Monica Pasquino, Luca Lo Bianco, Valeria Castelli, Paola Santini, Moreno Biagioni, Sergio Minni, Gianfranco Proietti, Cristina Papa, Emilia Secci, Wanda Mannino, Fiorella Bomè, Laura Meoni, Patrizia Salerno, Cristina Morcan, Gianni Rocco (PADOVA), Ivana Dama, Alessio Miceli (Paderno Dugnano, Mi), Michela Pulga, Alessandro Pulga, Dimer Pulga, Veronesi Tiziana, Salvatore Chessa, Maria Rosa Di Maso, Sabina Jez, Maria Paola Fiorendoli, Stefania Paolini …