Zina Borgini
Questa mail mi è stata mandata dal Presidente della Provincia Luigi Penati
Carissimo,
con piacere ti segnalo i miei appuntamenti televisivi previsti per domenica 19, lunedì 20 e martedì 21 aprile.
Domenica mattina, alle 07.45 interverrò alla trasmissione Omnibus in onda su La7.
Lunedì sera, alle 20.30, parteciperò alla trasmissione Iceberg condotta da David Parenzo in onda su Telelombardia sul tema della crisi economica.
Martedì sera, alle 21.00 prenderò parte alla trasmissione “Nove di sera” in onda sul canale 877 di Sky.
Sempre martedì alle 21.30 andrà in onda su Odeon Telereporter una mia intervista all’interno dello speciale ‘Reporter News’.
Avrai così modo di ascoltare le mie proposte.
Ti aspetto!!
Un caro saluto,
Filippo
http://www.penatipresidente.it
Nel leggerla mi stupisco, poi la meraviglia lascia il posto alla rabbia, non riesco a trattenere l’indignazione e decido di rispondere:
Carissimo presidente,
quando ho letto la sua mail del 17 aprile sono rimasta un po’ basita, ho pensato il mio indirizzo è finito erroneamente nell’elenco dei suoi amici (uomini), o la sua segretaria ha fatto un errore di invio. Chi è quel “Carissimo” a cui si rivolge?
Poi, non volevo crederci, tutto mi è apparso chiaro il solito MASCHILE UNIVERSALE!
Presidente che caduta di stile, come posso crederle, ascoltarla e sentirmi parte dei suoi affetti se
neppure mi nomina nel modo giusto.
Se desidera essere ascoltato, inizi almeno la sua lettera con un Carissima e Carissimo, visto che i generi sono sicuramente due, il maschile e il femminile. C’è chi afferma siano di più, per avere anche questo consenso le consiglierei quella forma, ora in uso, che fa Carissim*.
Sono stanca da molto tempo del maschile universale, e lo combatto là dove posso: voglio esistere con la mia differenza. Potrei tacere, non rispondere e cestinare, la politica degli uomini non mi tocca ormai da tanto tempo. Invece decido di parlare, di parlarle, poiché lei usa la mia casella di posta e mi fa una richiesta confidenziale dandomi del tu e firmandosi Filippo. Abbiamo forse fatto merenda insieme?
Parlo! E pretendo quella “a” finale, almeno per formale rispetto, visto che dopo millenni, ancora non mi viene data con spontanea coscienza, la pretendo perché persino Pippo Baudo si rivolge al pubblico con un Signore e Signori quando apre i suoi programmi.
Non mi dilungo, le parole servono, ma i fatti sono più forti.
La sfido, a correggere il testo di questa pietosa mail.
Questa la risposta arrivata puntualmente due giorni dopo:
Gent.le Signora,
Ci scusiamo per il disguido e La informiamo che abbiamo provveduto ad eliminare il suo indirizzo di email dal nostro data base.
Cordiali Saluti
Lo staff di Penati Presidente
Mi è venuto alla mente quel proverbio che in dialetto veneto suona più efficace, tradotto in lingua corrente fa: peggio il rammendo del buco.
Natalia Aspesi
Gli stupratori si individuavano a colpo d´occhio, ne era sicuro il fantasioso ma autorevole sessuologo fine Ottocento Henry Havelock Ellis. Prima di poter scoprire le anomalie degli organi sessuali, quasi sempre infantili, subito si poteva osservare che c´era molta probabilità che il violento sessuale avesse naso e orecchie deformi, occhi azzurri e grosse mascelle inferiori. E´ passato più di un secolo ma ancora, per quel che riguarda la violenza sessuale, impera la fisiognomica: tanto che i due supposti stupratori della Caffarella sottoposti a una crudelissima violenza mediatica e poi scagionati, continuano a tutto oggi ad essere chiamati “il pugile” e “il biondino”. Rumeni loro, rumeni quelli indicati adesso come veri responsabili: insomma stranieri, alieni, invasori, diversi, e per questo meritevoli di ronde, di sgombero di baracche, di proposta di castrazione.
Come racconta la storica inglese Joanna Bourke nel suo saggio Stupro, storia della violenza sessuale (Laterza, pagg. 600, euro 20), la reazione sdegnata e violenta delle comunità contro l´orrore dello stupro ha sempre avuto ragioni razziste e di classe. Nel XVIII secolo in Inghilterra, «i malvagi erano identificati con aristocratici esaltati che violentavano donne meno privilegiate»: decenni dopo, negli Stati Uniti fu additata come criminale «la nuova élite capitalista che usava la propria ricchezza per comprare e violare le ragazze della classe operaia». Verso il 1880 nacque quel giornalismo scandalistico oggi tanto venerato, e l´assatanato collega d´epoca, l´inglese William W. Stead, pubblicò sulla Pall Mall Gazette articoli così macabri sulle piccine violentate dai ricchi, che il Parlamento fu costretto a portare l´età del consenso da 12 a 16 anni.
Quando i poveri cominciarono a infastidire, e gli operai a immaginare ribellioni, e persino il cosiddetto basso ceto a pretendere il voto, lo spavento della classe agiata fu tale che organizzò un suo ottocentesco allarme sicurezza (con ronde e tutto) per proteggere i minori da vicini, pigionanti, babbi e fratelli persino da portinai. Le persone più pericolose erano gli operai disoccupati, i senza dimora che giravano in cerca di lavoro, che assalivano per alcolica lussuria anche le meno avvenenti delle madri di famiglia. Negli Stati Uniti, i difensori della decenza e della temperanza, additarono come massimi criminali sessuali gli immigrati. Nel 1910 il reverendo F. M. Lehmann sosteneva che le donne correvano atroci pericoli a causa di questi ignobili figuri che «vengono da paesi dove la miglior cosa che possano fare è sdraiarsi e dormire al sole».
In Australia, i più laidi erano gli stranieri originari del Mediterraneo: quando nel 1928 un cittadino britannico però di origine greca fu condannato per stupro, la stampa si sbizzarrì: «un mediterraneo ritardato e degenerato� vile bestia greca� basso e lascivo figlio del Levante�». Per almeno la prima metà del secolo scorso, negli Stati Uniti razzisti, l´afroamericano, il “negro”, divenne il simbolo del maschio selvaggio e ipersessuato, fermo a uno stadio ancora bestiale dell´evoluzione darwiniana, quindi portato ad essere un pericoloso aggressore di donne bianche (se nere si chiudeva un occhio in quanto promiscue per natura) e per questo meritevole o del linciaggio praticato dalle ronde composte da bravi cittadini bianchi, o della condanna a morte per impiccagione comminata per legge da una giuria bianca. Alla fine degli anni 90 dell´Ottocento, la signora Roberta Felton, prima donna eletta nel Senato americano, raccomandò maternamente: «Se occorre il linciaggio per proteggere la più preziosa proprietà di una donna dalle bestie umane, allora io dico: linciate mille volte la settimana se è necessario� e un cappio subito per gli aggressori!».
A rovinare i negri erano stati l´emancipazione e quei sobillatori che avevano fatto credere loro all´eguaglianza sociale e persino al matrimonio con la donna bianca. «Quando i bianchi non poterono più contare sulla schiavitù per mantenere le gerarchie razziali, si rafforzò la tendenza a ricorrere al linciaggio», scrive la Bourke, come esplicito mezzo per mettere in riga tutti i neri con la paura e rafforzare la segregazione. E contemporaneamente il terrore quotidiano che la società soprattutto del Sud alimentava nella donna bianca anche lei in cerca di emancipazione, serviva a renderla sempre più soggetta e bisognosa di protezione maschile. Bianca. Gli stupratori erano soprattutto uomini bianchi (come oggi da noi soprattutto italiani), essendo i neri terrorizzati dal fatto che potevano essere accusati di violenza solo per aver osato fissare una bianca da lontano.
In ogni caso allora nessun bianco fu mai linciato o condannato a morte per violenza carnale. E meno male che adesso in Italia con il nuovo decreto antistalking c´è un gran movimento: e come dicono gli inquirenti «gli arresti (di una impressionante moltitudine di molestatori maschi di femmine) si susseguono a ritmo frenetico». Due al giorno! E per ora tutti italiani!
Ida Dominijanni
L’uomo è in posa, la posa attoriale di un attore senz’anima, costruita e progettata nei dettagli, esaurita nella superficie dell’apparenza senza spessore di profondità interna. Sorride sempre ma con discrezione, l’ottimismo stampato sui denti bianchi. Non fissa l’obiettivo ma lo attraversa, gli occhi alludono a un pensiero lungimirante che punta più in là del presente. Il messaggio è fin dall’inizio ambivalente, di sfida mista a calma e saldezza. Nel corso degli anni la posa si fa più ponderata, pacata, riflessiva, marcando il passaggio dall’imprenditore privato all’uomo pubblico, ma gli ingredienti di base resteranno gli stessi, e l’aroma prevalente sarà sempre quello di una seduzione ammiccante che proviene da un narcisismo alquanto megalomane. È la biografia fotografica di Silvio Berlusconi, che Marco Belpoliti ricostruisce e decostruisce nel suo Il corpo del capo (Guanda, pp. 155, € 12,00), rinvenendo fin nei primi scatti dello chansonnier e del costruttore i germi della strategia del tycoon televisivo fattosi uomo di governo.
II “corpo del capo” sta ovviamente per il “corpo del sovrano”, o più modernamente del leader o del premier. Meno ovviamente però significa anche qualcos’altro. “Corpo” e “capo” sono infatti connessi, nella storia del Politico occidentale, da un doppio nodo semantico e concettuale, che lega per un verso il corpo inteso come corpo politico al capo inteso come sovranità, per l’altro verso il corpo inteso come fisicità al capo inteso come razionalità (si veda il mai abbastanza citato Corpo in figure di Adriana Cavarero, Feltrinelli). Sì che il “corpo del capo”, nel nostro caso, non è solo il corpo di Berlusconi: è anche il corpo politico del berlusconismo; ed è altresì la fisicità che performa la sua razionalità politica. Se a questo si aggiunge che un corpo è sempre sessuato e che la metafora del corpo politico porta sempre, al livello del reale, dell’immaginario e del simbolico, i segni della sessuazione, il gioco si complica ulteriormente.
L’analisi di Belpoliti questa complicazione la intuisce e la tocca con leggerezza, ma non la scioglie laddove richiederebbe più pesantezza. La forza e il limite del saggio stanno entrambi nel registro “segnico” a cui rigorosamente si attiene. Esso perviene a un duplice risultato: restituisce nei particolari la politica dell’immagine di Berlusconi; e colloca la figura di Berlusconi nella cornice di una transizione metapolitica ben più larga di quella del sistema istituzionale di cui si chiacchiera da quindici anni: la transizione dal dominio del senso al dominio del segno e dal regime della rappresentanza al regime della rappresentazione.
Siamo al cuore di problemi cruciali della post-modernità, e collocare il berlusconismo a questa altezza – come dal 1994 fa il filone di studi più serio in materia – ha il merito di fare uscire il ‘caso italiano’ dalla narrativa provinciale in cui spesso ricade.
Ma lo scorrimento dal senso al segno e dalla rappresentanza alla rappresentazione non è univoco, come dimostra la storia del teatro politico moderno prima che postrnoderno. Sulla scia di Baudrillard, Belpoliti ne dà invece una lettura ultima e ultimativa: “La simulazione dello scambio dei segni ha finito per sterminare ogni referenza reale”. Sterminio del reale a opera del suo doppio clonato, cioè della tv e della Rete: la diagnosi baudrillardiana di ormai parecchi anni fa non ha perso nulla del suo valore tendenziale, ma l’analisi storica deve necessariamente complicarla, non fosse altro per non lasciare tutto il gioco in mano a chi della rappresentazione mediatica ha già in mano tutto il potere. Sul fondale del passaggio dal senso al segno e dalla rappresentanza alla rappresentazione, voglio dire, stiamo giocando da svariati decenni tutti, non solo Silvio Berlusconi; e non tutti facendo lo stesso gioco di Silvio Berlusconi. Per questo il gioco non è chiuso, per questo i referenti reali non sono tutti sterminati, per questo il conflitto – politico – sulla produzione simbolica è ancora vivo e non è deciso. Se si perde di vista questo, si rischia di rimanere impigliati nella rete dell'”icona magica” del Cavaliere che si vorrebbe smontare, e di restare lì a fare da fare da specchio al suo narcisismo esentandosi dalla responsabilità di un qualsiasi gesto non rassegnato alla “morte del senso”.
Mi spiegherò meglio, spero, mettendo a fuoco due punti cruciali del saggio di Belpoliti. Il primo riguarda la sequenza Mussolini-Moro- Berlusconi, in cui Mussolini e Berlusconi si collocano in una relazione di continuità – analogo uso del corpo, analoga cura ossessiva dell’immagine, analoga duplicità del messaggio di durezza e familiarità – e Moro è al contrario l’ultimo dei leader senza immagine e senza (uso del) corpo della prima Repubblica (cui seguirà la fisicità già esibita di Craxi). È una sequenza suggestiva e già altrove sondata. Sennonché in essa non ne va solo della politica del corpo fatta dai leader; ne va della percezione sociale di quel corpo, e di corde profondissime che riguardano l’inconscio collettivo e le sue rifrazioni politiche. Chi è la “comunità politica” che, nelle parole di Belpoliti, si riunisce oggi nella piazza televisiva come si riuniva quasi un secolo fa sotto il balcone di piazza Venezia? Quale rimozione del passato la rende disponibile a questa ripetizione? Quale rimozione del “corpo ritrovato” di Moro assassinato le ha consentito di “ritrovare il corpo” di Mussolini in Berlusconi? La potenza della politica del corpo di Berlusconi non spiega l’impotenza del corpo politico di fronte ad essa.
Il secondo punto riguarda l’analisi dell’immagine di Berlusconi come sintomo di un maschile femminilizzato, ex-macho fattosi diva con tutti i trucchi, i vezzi e le ossessioni della diva, dai capelli trapiantati alla chirurgia plastica. “Più Evita che Peron”, ci è capitato del resto di scrivere una volta sul manifesto per dire di un populismo più seduttivo che autoritario, che tenta di incorporare e neutralizzare la rivoluzione femminista riportandola a una modernizzazione del canone tradizionale della femminilità. Belpoliti va oltre e legge Berlusconi come figura del trans: del transessualismo, ma anche della trans-estetica, della trans-economia (la finanza speculativa), della trans-politica (la politica post-ideologica). La scia, questa volta, è quella della denuncia pasoliniana dell’omologazione conformistica della società italiana, unita a quella ancora baudrillardiana del passaggio dall’orgia del godimento sessuale degli anni sessanta-settanta al “dopo-orgia” della simulazione le e virtualizzazione sessuale degli anni novanta. E certo si tratta di due diagnosi che colgono una tendenza reale; ma di nuovo, solo parzialmente. Il “femminile” (che Belpoliti non virgoletta mai, come se la parola fosse autoevidente o corrispondesse alla cosa, ma a quale cosa?) in che relazione sta con il suo referente reale, cioè con le donne in carne e ossa? Per Baudrillard – e Belpoliti – in nessuna,”femminile” essendo solo un segno, o meglio una mascherata, che sta per “la forma trasversale di ogni sesso, di ogni potere, la forma segreta e virulenta dell’a-sesssualità”. Ma qui non è il segno bensì l’ideologia dei due autori a sterminare la realtà. Dalla quale sappiamo viceversa che “femminile” non è il segno del divenire simulacro di tutto, bensì un campo conflittuale di risignificazione della soggettività sessuata, dell’immaginario, del simbolico. Tanto lo sa o lo intuisce Berlusconi, da usare la propria “femminilizzazione” contro certe donne e non certe: Eluana Englaro e Mara Carfagna non escono ugualmente sterminate dalla sua politica, né tutte assistiamo inerti o annichilite ai suoi giochi di seduzione. Né, bisogna aggiungere, nel suo “transessualismo” si riconoscerebbero i trans reali che oggi lottano per il riconoscimento nella sfera pubblica.
Se il reale è sterminato dal segno, e se il segno è un tutto equivalente al nulla, ha ragione Belpoliti: solo la morte del capo ci salverà dal suo mortifero gioco di segni di onnipotenza e immortalità. Ma se fra i segni e la realtà e fra l’immaginario e il reale il rapporto non è di sterminio ma di dislocazioni ed eccedenze, il gioco è aperto, il conflitto simbolico è in corso, e prima della morte può provarci e riuscirci ancora la politica.
Franco Vanni
Niente più laboratori al pomeriggio, le ore settimanali di italiano ridotte da 11 a 9, otto docenti a casa da settembre. Ecco i tagli alla scuola media di via Salerno, uno degli istituti su cui incombe la dieta forzata decisa dal ministero dell’ Istruzione. MICAELA Francisetti ha cinquantatré anni: ha cominciato a insegnare lettere nel 1979 e oggi guida l’ istituto comprensivo Sandro Pertini, un complesso da 1200 studenti alla Barona. «Il mio timore – dice – è che ci possa essere anche un’ altra conseguenza, non quantificabile ma ugualmente nociva: la depressione di chi ha dedicato una vita all’ istruzione dei ragazzi e che vede svilito il proprio lavoro». Le “sue” medie, che risentiranno dei tagli al personale più delle elementari, hanno 460 iscritti in 22 classi, divisi fra le sedi di via Salerno e via Crivelli. Una popolazione in aumento, visto che le iscrizioni per il prossimo anno sono andate bene. I genitori scelgono la scuola di via Salerno per la sperimentazione musicale al pomeriggio, per i laboratori di teatro, per i corsi di sport. «Tutti servizi- spiega Francisetti- che con ogni probabilità non riusciremo piùa garantire». A meno che, spera, «il provveditorato non riesca a trovare le risorse di cui avremo bisogno se la riduzione di risorse verrà confermata». Con i tagli se ne andranno tre docenti di lettere su diciassette: una precaria e due di ruolo, ma assegnati alla scuola in via provvisoria, e in attesa di tornare a insegnare nella sede per cui hanno vinto il concorso. Gli insegnanti di educazione fisica, inglese, arte e musica avranno invece orari ridotti e quindi non potranno più stare a scuola al pomeriggio. Saranno solo i prof di lettere e matematica a seguire i ragazzini dopo pranzo. E qui arriva un altro problema: non tutte le richieste per il tempo prolungato saranno soddisfatte, perché le ore di lezione extra al pomeriggio costano. «A chiedere di tornare a scuola per il prossimo anno sono 230 studenti, ma una quindicina non potranno essere accontentati». Con quale criterio saranno scelti i 15 tagliati fuori? «Ancora non lo abbiamo deciso», dice la preside. Al pomeriggio gli studenti di via Salerno seguono programmi di allenamento mirato per le gare di atletica inter-scolastiche, «ma purtroppo l’ esperienza andrà interrotta», taglia corto la Francisetti. Oppure fanno laboratori teatrali in collaborazione con i fratelli Colla, i burattinai più famosi d’ Italia, «ma gli insegnanti non potranno più seguirli». Fanno anche prove per quello che oggi è il più grande coro scolastico in città: 250 ugole intonate dal lavoro di un docente. «Per quanto riguarda il coro – continua la preside – le possibilità sono due: o riusciamo a ottenere finanziamenti da qualche parte oppure dovremo ridurre il gruppo a cinquanta elementi». E, proprio pensando al coro, Micaela, che trent’ anni fa ha scelto la scuola come vita, si sfoga: «Quando dico che i tagli sono deprimenti parlo di questo – dice – del fatto che una scelta piovuta dall’ alto possa troncare esperienze costruite in anni di sforzo e passione». L’ istituto comprensivo Pertini ha crediti nei confronti del ministero dell’ Istruzione per oltre 120mila euro. Soldi dovuti, stanziamenti decisi a Roma con circolari e decreti, ma mai arrivati a scuola. Soldi che servirebbero per pagare le supplenze, la carta per le fotocopie e quella igienica nei bagni, i progetti di integrazione degli stranieri (che sono il 20 per cento degli studenti) e i corsi di recupero. Un grave disagio per le casse dell’ istituto, certo, «ma un problema da nulla rispetto alla prospettiva di dovere rinunciare al lavoro di alcuni docenti – dice la preside – perché tagliando i posti di insegnante si perde quello che è il vero patrimonio della scuola: le persone che la fanno vivere».
di Arianna Di Genova
Presentata l’edizione 53 dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, a cura dello svedese Daniel Birnbaum. Nuove strutture e un padiglione Italia con venti «ospiti»
Lo svedese Daniel Birnbaum, dopo essersi inoltrato avventurosamente negli spazi siderali intorno a Saturno (alla Triennale di Torino del novembre scorso), con tutto l’apparato di malinconia che necessariamente ne è conseguito, per la 53/ma edizione della Biennale di arti visive ha deciso di tornare sulla terra e poggiare i piedi su un solido pavimento. Una rentrée accompagnata da una ambiziosa promessa che enuncia, senza reticenze e fin dal titolo della sua mostra curatoriale, quel Fare mondi che si snoda fra Corderie, Arsenale e parte del nuovo Palazzo delle Esposizioni.
L’indagine che il più giovane direttore dell’Esposizione internazionale d’arte (Stoccolma, classe 1963) si appresta a concludere, presentandola al giudizio del pubblico a partire dal 6 giugno prossimo (fino al 22 novembre), polverizza qualsiasi sguardo di tendenza e fruga tra le pieghe di una tecnica antica come la pittura. Pittura tout court, installativa, riconsegnata attraverso la fotografia (come in alcuni scatti astratti e di luce del tedesco Tillmans) o citazione di esperienze anni Settanta (il francese Philippe Parreno che si ispira alle «silenziose» tele di Rauschenberg). L’unica certezza che si può avere prima ancora di visitare la sua mostra alla Biennale, è che Birnbaum odia le mostre «urlate», sembra lontano anni luce dal sensazionalismo e conduce una sua ricerca su un’arte che non teme l’horror vacui, spesso è astratta e abbraccia gli ambienti con strutture architettoniche pensate ad hoc per disorientare lo spettatore ma non per sconvolgerlo. Il curatore ci tiene così tanto a far «vivere» un’esperienza estetica full immersion da affidare il design degli spazi del bar e della ristorazione (nuovi) ad alcuni artisti da lui invitati: Massimo Bartolini, Tobias Rehberger e Rirkrit Tiravanija.
Dall’India alla Cina fino ai paesi nordici passando anche per numerosi artisti italiani come Grazia Toderi, Simone Berti, Lara Favaretto, maestri quali Michelangelo Pistoletto e il brasiliano Cildo Meireles o la nippo-americana Yoko Ono (Leone d’oro alla carriera insieme a John Baldessarri; la giuria internazionale della kermesse sarà presieduta da Angela Vettese) fino all’architetto e urbanista visionario Yona Friedman più che ottuagenario, Birnbaum seguirà la sua particolare costellazione critica, quel susseguirsi di generazioni storiche e più giovani per esplorare non tanto una linea tematica quando il «processo creativo in sé». Non un percorso puntellato da capolavori ma una serie di tappe dal valore esperienziale.
La Biennale numero 53, intanto si espande. Anche nel costo del biglietto che aumenta da 15 a 18 euro. Settantasette i paesi invitati, tra cui per la prima volta insieme Israele e Iran. E alcuni cambiamenti alle strutture che, come sostiene il presidente Paolo Baratta, «potranno dilatare orizzonti futuri e prospettive». Con un costo della macchina espositiva che si aggira sui nove milioni di euro (cataloghi pubblicati da Silvana), cui vanno aggiunte le spese generali e in attesa di un contributo di circa due milioni di euro che i tagli furiosi alla cultura quasi certamente vanificheranno, il fiore all’occhiello dell’edizione 2009 restano soprattutto alcune novità architettoniche e simboliche: una trasformazione dell’edificio ex padiglione Italia in Palazzo delle Esposizioni vero e proprio ai Giardini che verrà dato in concessione dal comune in via continuativa così da permettere una serie di attività permanenti e di allestire una sede per l’Asac, l’archivio documentale e biblioteca che riaprirà dopo dieci anni; un previsto ponticello che agevolerà il tour fra Arsenale e Giardini; e un rinnovato spazio per la creatività «made in Italy». Come lo scorso anno, si affaccerà sul giardino delle Vergini ma potrà contare su quasi 1000 mq in più: il suo «restyling» ha richiesto un investimento complessivo di circa 850mila euro, di cui 600mila provenienti dalla direzione generale del ministero per i beni culturali, la Parc.
Qui potranno mostrare i loro Collaudi – questo il titolo della mostra – i due curatori italiani scelti direttamente dal ministro Sandro Bondi, Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, già ribattezzati B&B. Sotto l’egida di un omaggio a Marinetti, gli ospiti del padiglione che parteciperanno con opere site specific rappresentano una «truppa» piuttosto folta che vede Sandro Chia («una delle ragioni per cui ho scelto di fare questo mestiere», confessa Luca Beatrice) marciare insieme, fra gli altri, ai Masbedo (loro chiamano in campo anche i Marlene Kuntz mentre Valerio Berruti affida la sua colonna sonora a Paolo Conte), a Matteo Basilè, Sissi, Montesano, Pignatelli, Lodola, Galliano, Cingolani e Sighicelli. Perché il richiamo a Marinetti? «Perché il futurismo è stata l’unica avanguadia europea», chiosa l’altra curatrice del padiglione, Beatrice Buscaroli. Con buona pace dei cugini dadaisti, cubisti e surrealisti, tanto per riportarne alla memoria qualcuno…
Ultimo sguardo sugli altri padiglioni nazionali. Alcuni promettono molto. Dall’America con Bruce Nauman al Messico di Teresa Margolles fino alla Gran Bretagna (Steve McQuenn), passando per Cuba (Carlos Garaicoa) e l’Olanda (Fiona Tan)
Non ha avuto l’attenzione riservata a La classe di Laurent Cantet, ma è già un cult. Le scuole lo mettono sui loro siti, rimbalza da un circolo culturale a un corso di pedagogia, viene proiettato nelle parrocchie. L’Amore che non scordo. Storie di comuni maestre, nato da un’idea di due insegnanti, Vita Cosentino e Cristina Mecenero, è un viaggio nelle scuole di Milano, Bologna e Roma. Le registe, Daniela Ughetta e Manuela Vigorita, hanno girato con tre cineprese restando per una settimana in ogni classe. “Un documentario che a passi di colomba parla di cose immense” ha scritto Francesca Comencini nel libro allegato al DVD (Tvays e Libreria delle donne di Milano, 17 euro). (lu.dim)
SI ANCHE SE TARDI – PAGINE DAL MOLIN
Anche quest’anno l’8 marzo non è per le donne vicentine la festa delle mimose, ma una giornata di mobilitazione per difendere la terra dalla rapina incombente nel progetto di militarizzazione
della città…..
Ti invitiamo
SABATO 8 MARZO alle ore 13.30
davanti all’ingresso dell’Aeroporto Dal Molin
via S. Antonino
Sarà con noi Patricia Zanco.
Da lì poi si partirà, possibilmente in bicicletta, per congiungersi alla catena di donne che percorrono la città costruendo la rete di donne per la pace.
Alle ore 20.30: cena* al presidio da prenotare telefonando a Ersilia 3337956245 o Paola 3338867598.
Parteciperà Monica Lanfranco, scrittrice e giornalista della rivista pacifista “Marea” .
*Non produciamo rifiuti! Ciascuna porti piatto e posate e…dolci!
Alleghiamo il volantino.
Vieni e porta le tue amiche, figlie, sorelle, mamme, nuore, suocere!
LE DONNE DEL PRESIDIO NO DAL MOLIN
Maria Grosso
«Di che cosa parliamo quando parliamo di scuola elementare?». In particolare
adesso, mentre i fumogeni lanciati dalle ultime deflagrazioni «legiferine» (la
famigerata 133), tentano di accecarci con parole stranianti come «maestro
unico», dove il sostantivo e relativo aggettivo al maschile stridono
insopportabilmente con la carne di un paese che ha visto le maestre superare in
numero i maestri già dalla fine dell’800, per giungere ai dati attuali di una
professione quasi interamente nelle mani delle donne.
È in questa nube di follia collettiva preordinata che si avverte forte
l’esigenza di testimonianze che ci restituiscano la verità violata di quel
mondo. Accade con L’amore che non scordo, storie di comuni maestre,
documentario di Daniela Ughetta e Manuela Vigorita, da poco edito in dvd dalla
Libreria delle Donne di Milano, unitamente a una piccola ma densissima raccolta
di scritti, a cura di Vita Cosentino e Marina Santini, che raccontano non solo
il tracciato del film ma anche l’humus di riflessioni in cui si è sviluppato.
Un’opera profondamente sana, germinata dal cuore stesso della scuola, ossia da
quel Movimento per l’autoriforma, che dal 94 (quando escono due cruciali
articoli sulla valutazione), ha convogliato istanze di cambiamento contrarie
alla logica degli interventi eteronomi (regolamentazione dall’alto, la Legge
Gelmini ne è macroscopico esempio), per sostenere invece il desiderio-diritto
all’autodeterminazione delle maestre e dei maestri stessi. Un processo che si è
intimamente intrecciato all’emergere tra le insegnanti di una consapevolezza
del loro essere portatrici di differenza sessuale all’interno della scuola. Non
a caso si è scelto di definirla autoriforma gentile in minuscolo, a opporsi a
un’idea di istruzione storicamente arcaica, ma trasversalmente comune tanto
alla visione aziendalistica che a quella gentiliana, al cui vertice è «il
professore» e al cui fondo «le maestre». Contro un sapere concepito come
certezze neutre da imporre, formalismo che misura e punisce, apprendimento in
termini di mera produttività, l’autoriforma ha invece alimentato una «pedagogia
del volto» e della relazione, «materno» come prossimità al senso basico delle
cose, come primo accogliere emozioni corpo e intelletto in unico flusso di
esperienza e simbolizzazione. (In questo senso, dietro l’apparentemente
grottesco ripescaggio del «maestro unico» si può ravvisare anche una volontà di
innescare processi involutivi lesivi del lavoro femminile e della società
intera).
È seguendo questo impulso che le Voci maestre (2004) – titolo del libro di
Maria Cristina Mecenero, con Vita Cosentino tra le promotrici del Movimento
dell’autoriforma nonché del documentario – hanno infranto quel silenzio che le
voleva mute e isolate le une dalle altre, filatrici di un sapere escluso dai
circuiti di ricerca istituzionali. Tutto è nato dal bisogno di esplorare i
confini della propria soggettività, rimodulandone continuamente gli orli,
grazie all’osservazione del lavoro dell’altra, negli spazi canonici delle
compresenze (Legge 148 del 90), e non. Un «cerchio di fiducia e di sguardi»,
che svela l’irrinunciabile portata del lavoro collettivo compiuto in questi
anni.
A questa necessità di specchiarsi si deve, per propagazione, il ramo
cinematografico del progetto. Scrittura intrecciata fra le filmaker e le due
insegnanti (produce Tv Days di Angelo Ferranti), L’amore che non scordo sceglie
quindi di immergersi nelle esperienze di quattro maestre, di un maestro, e dei
loro bambini. Non un «diario», come quello di De Seta, ma appunti, scampoli,
centrati sulla relazione. I luoghi, Bologna, Milano, Roma. Le classi, dalla
seconda alla quinta del ciclo elementare, mentre le riprese abbracciano un
tempo che va dal 2005 al 2007 (con una settimana in ogni classe). Dunque prima
del sisma Gelmini e tutto il resto. È pensando a questo che le parole di Luisa
Muraro, poste a prologo della pubblicazione, un invito a scoprire e a
traghettare nel futuro quanto di luminoso si cela in questo paese oscuro,
suonano oggi ancora più forti.
Una ricchezza e una complessità a cui le registe, esterne alla materia
indagata, hanno saputo accostarsi con rispetto. «Entrare con le telecamere a
scuola, non solo in classe, è una invasione», dice esplicitamente Chiara, la
maestra che apre il documentario. Così l’incontro è iniziato in punta di piedi
e a macchine spente. Si è poi lavorato sul contatto e sull’affinamento
pulviscolare dell’attenzione. Il risultato è un’aura di fiducia e accettazione,
partitura calda in cui si intersecano momenti di riflessione vis a vis con gli
insegnanti: Chiara, Alice, Bardo (un tempo montatore con Comencini ne I bambini
e noi), Adriana e Cristina (tra le autrici del film), a momenti di vita dentro
e fuori la scuola. Un patchwork di pazienza e attenzione, di continui
microscambi verbali e non, mentre i corpi dei bambini danzano, irrompono,
scuotono, cuscini colorati e fotogrammi: voci, scrive Francesca Comencini
commentando il film, insospettabilmente avide di linguaggio (come quella di
Bogdan, bambino rumeno che forgia parole che ci restituiscono la nostra lingua
nuova, il che basta a stroncare qualunque discussione sulle «classi per
stranieri»).
Tempo. Tempo pieno, «tempo pieno di vita». L’amore che non scordo si accosta
al «mistero» dell’eccellenza della scuola elementare italiana. Una storia di
lotte, di leggi e di conquiste, che va oltre la tecnica e la didattica, a porre
al centro la qualità della relazione che ciascuna maestra maestro sa creare con
il proprio tempo e con quello dei bambini. Qualcosa che non ha niente di
eccezionale, che non è misurabile né intellettualizzabile. Qualcosa di «comune»
nel senso più alto del termine, ossia di primariamente umano e condiviso.
Egr. Signor Sindaco Flavio Tosi,
Le chiedo di non privatizzare, neppure in parte, la gestione dei nidi e delle scuole dell’infanzia di Verona.
Nidi e scuole dell’infanzia sono un patrimonio di tutta la città, hanno una storia grazie alla quale sono diventati luoghi di vita e buona crescita per le nostre bambine e i nostri bambini. Sono il frutto del lavoro delle maestre e dell’investimento che l’amministrazione comunale ha fatto in questi decenni, sapendo che il bene più prezioso di un paese sono i propri piccoli.
Privatizzare significa immettere i servizi deputati all’infanzia nella logica del mercato e del profitto, mettendo in pericolo l’esperienza guadagnata: chiediamo a Lei e alla Giunta di non compiere questo passo e continuare, invece, a garantire la continuità e la qualità – del personale, dei progetti – come onere e onore dell’amministrazione comunale cittadina.
Firma………………………….
Qualifica………………………..
Flavio Tosi
Sindaco
Indirizzo:
Palazzo Barbieri – 1° piano
Piazza Bra 1 – 37121 Verona
Fax: 045 8066494
E-mail: sindaco@comune.verona.it
Simona Vinci
Nel suono del vento – di qualsiasi vento si tratti, dai gelidi soffi di Tramontana e Maestrale all’ umida nuvola dello Scirocco – si produce una specie di musica. È una musica che varia al variare della velocità con la quale le masse d’ aria vengono sospinte, dal modo in cui si infilano tra le strade di un centro cittadino, oppure correndo sopra le distese d’ acqua degli oceani o su campi aperti e paesaggi piatti. È comunque una musica, ed è sempre diversa. Non è un caso che l’ ultimo romanzo di Alice McDermott, Dopo tutto questo, appena uscito per la collana Stile libero di Einaudi, sia percorso, dall’ inizio alla fine, da raffiche di vento, come un rigo musicale in una partitura. Il libro si apre in una giornata di vento rabbioso che si abbatte sulle strade e scuote alberi, e persone, solleva turbini di polvere, foglie e cartacce e fa lacrimare gli occhi. Le strade sono quelle di New York e gli anni che il vento impetuoso pare voler annunciare con la sua furia sono anni di cambiamenti veloci e imprevedibili: gli anni Sessanta, che porteranno, tra le altre cose, la rivoluzione sessuale e la devastante guerra del Vietnam. All’ inizio della storia, Mary ha trent’ anni, vive con il padre e il fratello e lavora come segretaria in un’ azienda. Da brava ragazza cattolica di origini irlandesi è rassegnata a rimanere una zitella, e determinata ad accettare con ragionevole gratitudine quel che la vita può offrirle, per poco che sia. Ma il vento della storia – quella piccola, minima, la sua – spinge due uomini sulla sua strada. Uno dei due, lo sconosciuto incontrato davanti al bancone di un bar, quello con il passo leggermente claudicante e il ventre asciutto sottolineato da una cintura con la fibbia d’ ottone, sulla quale inspiegabilmente, la timida Mary avverte l’ impulso di posare la mano – sarà il compagno di una vita intera e padre dei suoi quattro figli. Jacob, Michael, Annie e Clare. Quell’ incontro è il seme della storia di una famiglia americana piccolo borghese – cattolica e di origini irlandesi, perché queste sono anche le ascendenze dell’ autrice. La famiglia è uno dei topoi ricorrenti nella narrazione – non solo letteraria – che l’ America fa di se stessa. Tutti i grandi romanzi americani in un modo o nell’ altro parlano sempre di famiglia. Però c’ è una differenza: quella raccontata in questo romanzo non è una famiglia estrema o «disfunzionale», è invece identica a migliaia di altre, e la sua storia è lieve e sottotono come lo sono moltissime vite. I Keane non hanno niente di eclatante o di romanzesco: sono persone semplici. Un soggetto abusato che avrebbe potuto declinarsi in una pedissequa saga familiare, attraverso la scrittura musicale e lo sguardo di Alice McDermott si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Mentre leggevo il primo capitolo, mi risuonava in testa quella vecchia espressione, oggi forse fuori moda, ma che conserva nella sua retorica appannata un certo fascino: il vento della storia. E in effetti, pensavo, a guardarle a distanza, dopo che gli eventi si sono conclusi, le cose che accadono nella vita danno comunque sempre l’ impressione di essere arrivate come arrivano i venti. Senza preavviso, impetuose e a volte violente. E quando la buriana è finita e si può sollevare la testa a guardare quel che è accaduto, in quel silenzio improvviso ci si accorge che il paesaggio circostante – il Mondo, o la nostra vita – è mutato. A volte impercettibilmente, a volte in modo così devastante che non si riesce più a riconoscere neppure un dettaglio di quel luogo che dovrebbe esserci familiare. Nelle orecchie, resta ancora una specie di musica. Alice McDermott scrive sinfonie. Ogni capitolo del romanzo potrebbe essere letto come un racconto a sé, un nucleo compiuto, con le sue regole formali e il suo preciso ritmo, un movimento insomma, che però è racchiuso dentro una logica più ampia. Come un seme di melagrana dentro il suo frutto. E da lettore vieni spinto in avanti da qualcosa che non assomiglia per niente alla logica del page turn che potrebbe tenerti avvinghiato fino all’ ultima pagina di uno dei tanti romanzi costruiti sul plot, i colpi di scena, la tensione. Eppure, lo stesso avverti una specie di prurito sotto pelle che ti spinge a seguire quel vento, quella musica, e continuare a leggere. In un’ intervista, la scrittrice ha dichiarato: «Non mi interessano le storie. Siamo bombardati di storie. Il notiziario delle 18 ha una buona storia quasi ogni sera. Nella letteratura… voglio vedere le cose di tutti i giorni trasformate non dalle circostanze in cui le osservo, ma dalla lingua con cui le descrivo». Una volta dimenticata una trama, una sequenza di eventi o un passaggio narrativo, a distanza di mesi, di anni o di decenni, che cosa resta di un libro che si è letto? La sua musica, qualcosa che in certo modo ti si incide dentro, e che è capace di ritornare così, di colpo, mentre stai pensando ad altro. Mary e John, dopo qualche capitolo passano sullo sfondo della narrazione e la scena viene occupata dai figli: sono loro quelli sui quali il vento della storia si abbatte, nel caso del figlio maggiore, Jacob, con la chiamata alle armi per la guerra del Vietnam, per gli altri tre in modi meno spettacolari, ma ugualmente significativi. A un certo punto del romanzo, Annie, la figlia più grande dei Keane, è seduta insieme alla sua amica Susan in una tavola calda e ha ancora gli occhi rossi di pianto: fino a pochi minuti prima si trovavano all’ interno di una clinica dove la sua amica ha abortito. Sono due ragazzine all’ ultimo anno delle superiori, e mentre Susan era dentro l’ ambulatorio, Annie finiva di leggere Addio alle armi e all’ ultima pagina era scoppiata a piangere senza riuscire a controllarsi. Ora, davanti al pranzo, le ragazze ricordano i finali più deprimenti e scioccanti dei libri che sono state costrette a leggere a scuola: una slitta che si schianta contro un albero in Ethan Frome, il sangue nella piscina del Grande Gatsby, Anna Karenina che si butta sotto un treno. Perché, si domandano – e con loro Alice McDermott – la letteratura dev’ essere questo? «Vogliono farci soffrire – disse Susan in tono sarcastico, perché Annie non si accorgesse che aveva una voglia terribile di mettersi a piangere. – Vogliono farci paura». Come se McDermott stesse domandando ai suoi lettori, oltre che a se stessa: è possibile fare letteratura evitando gli effetti speciali? È possibile provare a rendere epico il quotidiano? Fare esattamente il contrario di quello che fanno i giornali, i talk show televisivi, i film Block Buster e smetterla una buona volta di narrativizzare qualsiasi cosa? Questa è la sfida della scrittrice. Certo, se alla letteratura chiediamo il romanzesco, il plot, i colpi di scena, un libro come questo potrebbe deluderci, perché la scommessa di McDermott è proprio quella di raccontare la vita così com’ è. O meglio, di raccontare la memoria della vita così com’ è: con le sue ellissi, le sue lacune, i punti morti e le epifanie improvvise. In fondo simile a un albero strappato via dal suolo nel cuore della notte da un vento improvviso e crudele. L’ albero resta lì disteso, con i suoi anelli di accrescimento ben visibili a raccontare le annate della sua vita sulla terra, le radici esposte e la corteccia ricoperta di minuscoli ragni rosso sangue, i rami e le fronde affollati di ragazzini che giocano fingendo di trovarsi in mezzo a una giungla. Il cielo sopra di loro è azzurro e immobile: il vento, per adesso, è passato, e ha portato la sua musica da un’ altra parte.
Serena Fuart
Daniela Rossi (a cura di), PINK INK
Scritture comiche molto femminili
Un gioco di Daniela Rossi con consigli arguti di Alessandra Berardi, Lorenza Franzoni, Laura Lepetit
Ed. Zona 2009
Donne che divertono e si divertono mentre fanno divertire. Un gioco di parole per raccontare una serie di scritti, poesie, aforismi, cabaret composti da donne di tutte le età e regioni di Italia per dei momenti di risate che riescono a far evadere lo spirito. Si chiama ‘Pink Ink – scritture comiche molto femminili’ questa raccolta di scritti a cura di Daniela Rossi con consigli di Alessandra Berardi, Lorenza Franzoni e Laura Lepetit.
Le scritture comiche sono tutte femminili e divertono con una comicità fresca, aderente al vissuto di ogni donna. Non mancano però gli spunti di riflessione. I testi fanno divertire anche in modo satirico tirando in ballo problemi seri come la guerra, politica, amori finiti e altri argomenti ancora. Ci si diverte, si evade, ma si può anche riflettere, quindi. L’idea di questo testo nasce da un concorso creato da Daniela Rossi, rivolte a donne di tutte le età e parti d’Italia. Come dice l’introduzione del testo ‘Il concorso riguardava la scrittura comica e tutte hanno dichiarato di aver scritto per divertisi’. E hanno trasmesso questo buon umore. Il testo si divide in tre sezioni: poesie, racconti e teatro di Cabaret. Si legge tutt’ad un fiato. E si ride di cuore.
Elisabeth Jankowski
Qualche settimana fa mi è capitato di leggere su un giornale tedesco un articolo che se la prendeva con l’insegnamento dell’inglese alla scuola elementare. In un primo momento non capivo, in quanto di solito, quando si parla di politica delle lingue per la scuola, si sostiene la tesi che prima i bambini apprendono l’inglese meglio è. Ma poi, andando avanti con la lettura, ho capito di essere completamente d’accordo con l’autore: faceva presente che i bambini hanno una naturale capacità di apprendere le lingue straniere e che la scuola, somministrando delle lezioni senza un vero concetto di lingua per l’infanzia, può rovinare la loro naturale predisposizione.
Osservando con quanta facilità i bambini, direi tutti i bambini, apprendono un’altra lingua in un contesto naturale, è il momento di chiedersi se l’insegnamento sistematico di una lingua, come viene praticato nelle scuole, indipendentemente dalla bravura dell’insegnante, possa davvero favorirne l’apprendimento. Personalmente, e anche per la mia esperienza, sono convinta di no. Difatti, mi ha sempre stupito nel mio insegnamento all’università, vedere quanto poco sapessero parlare e comprendere una lingua straniera gli studenti che già dalle medie l’avevano studiata; mentre, al contrario, molti principianti mostravano notevoli competenze dopo non molto tempo, soprattutto se avevano anche fatto dei soggiorni all’estero o seguito dei programmi televisivi in lingua per rinforzare l’apprendimento.
Pare che un insegnamento prolungato a scuola non incrementi più di tanto le loro competenze. Direi di più, gli studenti italiani hanno una particolare preferenza per l’apprendimento in una relazione viva. Per esempio gli studenti universitari che tornano da un soggiorno all’estero, con il progetto Erasmo, fanno dei progressi che non sono prevedibili in sé. Un soggiorno di 6 oppure 12 mesi non è un periodo poi così lungo da giustificare il salto di qualità che effettivamente fanno. L’apprendimento avviene perché il coinvolgimento con altri giovani lo rende possibile al di fuori e al di sopra di tutti i calcoli didattici.
Nell’Europa di oggi, con tutta la tecnologia elettronica a disposizione, dobbiamo fare una seria riflessione sulla politica che riguarda le lingue a scuola. Non solo: la presenza di alunni di altre aree culturali e linguistiche, come lo sono i tanti studenti stranieri, ci costringono a una riorganizzazione del sapere. Peccato che una bambina di Verona che siede accanto a un bambino del Marocco debba studiare l’inglese su un libro di testo mentre potrebbe naturalmente apprendere l’arabo, lingua parlata da 150 Milioni di persone nel mondo e usata per il culto anche da tutti i musulmani non arabi in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, parti dell’Africa subsahariana, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Lo stesso vale anche per una compagna di banco di un piccolo cinese. La lingua parlata da lui, anche se sarà una variante regionale, è parlata da oltre 885 milioni di persone ed è per questo una delle lingue Ufficiali delle Nazioni Unite.
Dobbiamo smetterla di considerare l’inglese l’unica lingua importante. Quell’inglese, che poi la maggior parte degli italiani sa usare, si potrebbe apprendere benissimo nel corso di un anno scolastico.
Il livello di competenza di studenti e adulti in Italia è una prova lampante che la quantità di ore e i molti anni di insegnamento non servono quasi a niente. Sarebbe il caso di riflettere maggiormente sulla funzione che hanno le lingue straniere fino a oggi nella scuola: introducono i piccoli e meno piccoli nel mondo culturale di un altro paese. Non insegnano a parlare e comprendere l’altra lingua perché in una classe di 30 alunni e con un’insegnante madrelingua o non madrelingua, per quanto brave, questo non è possibile; ma le ore di lezione forniscono dei dati utili sull’altra cultura e delle nozioni teoriche sulla lingua straniera. Sarebbe allora giusto avvicinare le piccole e i piccoli non solo al mondo anglofono ma anche a quello slavo, forse arabo o cinese. Sono anche contraria a usare un metodo interattivo conversazionale perché è una pura finzione. Non è possibile mettersi in relazione con 30 persone contemporaneamente. Sarebbe meglio tornare, nella scuola d’obbligo, al vecchio metodo di insegnamento delle regole grammaticali e della letteratura di quest’area culturale perché è l’unico possibile. Tutto il resto è una finzione e fa in modo che gli allievi non apprendano più niente e si disamorino: né imparano a parlare né apprendono delle nozioni sulla cultura straniera.
Inoltre, quando si tratta di scegliere la lingua per le scuole primarie e per quelle secondarie di primo grado, non si tratta più solo di pari dignità delle lingue del vecchio continente ma anche di pari dignità delle altre lingue, almeno quelle delle grandi aree culturali. La lingua è lo strumento magistrale per aprire le menti e i cuori su orizzonti più ampi e, soprattutto, per relazionarsi davvero con persone diverse.
Occorre, comunque, un’ampia scelta perché le lingue sono come il cibo: Per nutrirsene devono piacere. Chi avrà voglia di studiare il francese deve poter seguire la propria inclinazione, chi avrà voglia di studiare il tedesco, il cinese, il russo o l’arabo deve, nella scuola di oggi, poterlo fare. La politica della ministra Mariastella Gelmini mi sembra dettata da un pragmatismo fuori tempo massimo. Vorrei che lei avesse seguito la bellissima lezione del linguista prof. David Crystal sulle varietà dell’inglese che da lingua unica si sta trasformando in lingua Globeng. Il grande linguista ha tenuto una conferenza dal titolo The future of Englishes (febbraio 2008 all’Università di Verona) durante la quale ha delineato la nuova situazione internazionale. Più l’inglese si espande nel mondo più si trasforma e viene penetrato dalle altre lingue come il cinese, le lingue bantu o il hindi da essere, alla fine, quasi irriconoscibile in quanto inglese standard. Certo un corso annuale di inglese per sapere quel quid di parole e strutture di base da potersi arrangiare in tutti i continenti è senz’altro utile.
Non serve potenziare l’inglese nelle scuole perché non è il numero delle ore che fa la differenza: è il metodo che potrebbe cambiare le cose. Dobbiamo sempre tener presente che le lingue che apprendiamo in relazione e in un contesto vivo, come quella materna, creano tracce indelebili che possono essere seppellite da altre quando questa lingua non occorre continuamente, ma tornano fuori quando si presenta di nuovo l’occasione. La scuola dovrebbe finalmente imparare dalle madri che finora dispensano l’educazione più efficace.
Torno all’inizio del mio ragionamento è chiedo che oltre a dare un sapere teorico si faccia in modo che sempre più bambini e bambine abbiano la possibilità di apprendere in relazione con un altro bambino che parla questa lingua: Forse possiamo apprendere l’inglese di un bambino ghanese, ma soprattutto apprenderlo giocando assieme.
L’introduzione del cotone transgenico provoca l’ira dei contadini africani
La crisi alimentare del 2008 ha rilanciato il dibattito sulle biotecnologie, che dovrebbero accrescere la produttività dell’agricoltura africana. Ma, come i loro omologhi altermondialisti occidentali, i contadini del continente nero temono le conseguenze sanitarie e sociali degli organismi geneticamente modificati. Il produttore americano di sementi Monsanto ha perciò deciso d’investire mezzi ingenti per imporli, con l’aiuto del presidente burkinabé Blaise Compaoré. La resistenza si organizza.
Françoise Gérard *
Il Burkina Faso, piccolo stato tra i più poveri del mondo, si è discretamente lanciato nella coltivazione di organismi geneticamente modificati (Ogm), in particolare del cotone Bt (1). La collaborazione di Ouagadougou con il produttore di sementi americano Monsanto, nota al grande pubblico dal 2003, suscita un dibattito sempre più aspro tra i contadini e le associazioni locali in quanto esso rappresenta un test per lo sviluppo degli Ogm in tutta l’Africa occidentale. Com’è potuto succedere che il Burkina Faso abbia finito per lavorare con un’azienda famosa per il suo erbicida Roundup e il suo «agente arancio» (2)? La sacrosanta «lotta contro la povertà» alla quale gli Ogm contribuirebbero rilanciando l’agricoltura burkinabé è un ottimo pretesto, e le motivazioni reali delle parti cominciano solo adesso a essere chiare sotto la pressione delle associazioni…
Con la massima segretezza, nel 2001 sono iniziati i primi test sul cotone Bt in Burkina Faso, in violazione della convenzione sulla biodiversità del 1992 e del protocollo di Cartagena sulla biosicurezza del 2000. Tali trattati internazionali stabiliscono che i paesi interessati debbano munirsi di un quadro legislativo e prendere tutte le precauzioni possibili prima di cominciare la coltivazione di Ogm. Inoltre, i firmatari s’impegnano ad informare la popolazione dei pericoli e a non prendere alcuna decisione senza un’ampia consultazione pubblica.
Tuttavia, solo nel 2003, durante un seminario sulla biosicurezza a Ouagadougou, la Lega dei consumatori apprende l’esistenza di questi test e rivela ciò che l’Istituto dell’ambiente e della ricerca agricola (Inera) aveva nascosto. Monsanto sostenne che i test venivano effettuati in «zone confinate». In realtà, si trattava di appezzamenti di terreno recintati da reti strappate.
Dunque è a cose fatte che il Burkina Faso si mette in regola facendo ratificare dal Parlamento, nell’aprile 2006, il regime di sicurezza in tema di biotecnologia. I settantacinque articoli di questa legge avrebbero potuto rassicurare gli oppositori degli Ogm, se non vi fosse stabilito che il suo obiettivo è «garantire la sicurezza umana, animale e vegetale, e la protezione della diversità biologica e dell’ambiente» (art.22), incaricando della valutazione dei rischi l’Agenzia nazionale per la biosicurezza (Anb). Ebbene, secondo i loro oppositori, le colture Ogm vengono contestate proprio perché i rischi sono incontrollabili (3)…
Se Monsanto ha scelto il Burkina Faso, è innanzitutto perché è il maggior produttore di cotone dell’Africa occidentale, davanti a Mali, Benin e Costa d’Avorio. Inoltre, la sua situazione geografica ne fa il cavallo di Troia delle biotecnologie nella regione. Le frontiere sono permeabili: è noto che gli stabilimenti di sgranatura favoriscono gli scambi involontari. La contaminazione «accidentale» delle piante da parte degli Ogm conviene alle imprese «conquistatrici», poiché una pianta contaminata non può tornare allo stato precedente e non si può distinguere ad occhio nudo una pianta geneticamente modificata da un’altra.
Inoltre, i controlli tecnici sono molto costosi, e non sono alla portata delle comunità rurali. Gradualmente, gli Ogm si stanno dunque diffondendo all’insaputa degli abitanti. Mentre il Benin ha rinnovato per cinque anni la moratoria sugli Ogm, il Mali ha appena ceduto alle pressioni ed ha autorizzato i test sul cotone Bt.
Il Burkina Faso era l’anello debole dell’area: il suo presidente Blaise Compaoré cercava di riconciliarsi con la «comunità internazionale» dopo aver sostenuto attivamente l’ex-presidente della Liberia, Charles Taylor (4), durante la sanguinosa guerra civile negli anni ’90. Su di lui, pesavano i sospetti di avere alimentato il traffico d’armi e di diamanti nella regione. In pochi anni, il suo paese è diventato un allievo-modello delle istituzioni finanziarie internazionali e dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La collaborazione con Monsanto ha anche rappresentato un gesto politico verso gli Stati uniti, molto irritati dall’atteggiamento di Compaoré.
A partire dal 2003, il ministro dell’agricoltura Salif Diallo fece del cotone Ogm il suo cavallo di battaglia. L’Unione nazionale dei produttori di cotone del Burkina (Unpcb), diretta da François Traoré, dopo aver manifestato le sue preoccupazioni, modificò le sue posizioni in cambio del 30% delle azioni della Società di fibre tessili (Sofitex), la principale società del cotone burkinabé privatizzata su richiesta della Banca Mondiale. Alcuni contadini dissidenti crearono, nel 2003, il Sindacato nazionale dei lavoratori dell’agricoltura e dell’allevamento (Syntap), ferocemente contrario agli Ogm. E cìè la dichiarazione di un leader contadino, Ousmane Tiendrébéogo: «Da noi c’è solo l’agricoltura; non hanno il diritto di giocare alla roulette russa con il nostro futuro».
Di fronte all’Unpcb ci sono tre società produttrici di cotone: la Sofitex, nella regione occidentale, la Società cotoniera di Gourma (Socoma, ex-Dagris), nella regione orientale, e Faso Cotone, nella regione centrale. Esse fissano con l’Unpcb il prezzo annuale: 165 franchi Cfa (0,25 euro) al chilo per cotone di «prima scelta» nel 2008. Esse forniscono – a credito – i semi, gli insetticidi e gli erbicidi necessari e poi, quando il cotone è maturo, vengono a raccoglierlo nei campi per portarlo allo stabilimento di sgranatura.
Questo «incarico» ereditato dal sistema coloniale è a doppio taglio, perché non lascia affatto autonomia al produttore. Proprietario della sua parcella, egli può teoricamente abbandonare il cotone se ritiene il raccolto insignificante, e adottare un’altra coltura più redditizia, come il sesamo (5). Ma in realtà, il suo indebitamento, il suo basso livello d’istruzione e i prodotti forniti dalle società cotoniere lo rendono molto dipendente del sistema. Yezuma Do, produttore, racconta: «Sono venuti con le autorità e le guardie per dirci che l’anno prossimo noi faremo tutti del Bt, perché è meglio per noi. Ma non ci dicono il prezzo dei semi. E se noi rifiutiamo, l’Unpcb ci avverte che non potremo sgranare il nostro cotone convenzionale nella regione». Stanco di lottare, Do prevede, con molti suoi vicini, di rinunciare alla coltivazione del cotone.
L’Uncpb e le società cotoniere si sono costituite in Associazione interprofessionale del cotone in Burkina (Aicb). In accordo con i ricercatori dell’Inera e della Monsanto, l’Aicb dirige la formazione dei tecnici e dei produttori. È lei che fisserà il prezzo delle sementi Bt per il 2009, e il cerchio si chiude. Nel 2008, dodicimila ettari di cotone Bt, tipo Bollgard II, sono stati coltivati per procurare semi per trecentomila o quattrocentomila ettari, dopo che l’Anb ha autorizzato la produzione commerciale del cotone Bt per il 2009.
Che succederà realmente? Mentre il seme del cotone convenzionale prelevato sul raccolto costa solo 900 franchi Cfa (1,37 euro) l’ettaro, i diritti di proprietà intellettuale (Dpi) dovuti alla Monsanto rischiano invece di superare i 30.000 franchi Cfa (45 euro) all’ettaro (6).
Ci si accontenta di rassicurare i contadini promettendogli che il prezzo non supererà i loro mezzi.
Si è costituito un fronte anti-Ogm, che unisce diverse associazioni: è la Coalizione per la conservazione del patrimonio genetico africano (Copagen). Ne fanno parte anche gruppi appartenenti ai paesi vicini (Benin, Mali, Costa d’Avorio, Niger, Togo e Senegal). Benché le sue capacità finanziarie siano ridotte, la Copagen ha organizzato nel febbraio 2007 una carovana attraverso la regione per sensibilizzare e informare le popolazioni sul pericolo. La manifestazione si è conclusa con una marcia di protesta nelle strade di Ouagadougou. Sui cartelli dei manifestanti si leggeva: «No al diktat delle multinazionali»; «Coltivare bio significa proteggere davvero l’ambiente»; «Gli accordi di partenariato economico (7) e gli Ogm non sono soluzioni per l’Africa, essi sono contro di noi: fermati-pensa-resisti».
Un partecipante riassumeva così il problema: «Se questi sono gli Ogm, non li vogliamo! I politici lavorano davvero per il nostro bene?
Bisogna diffondere subito e ovunque l’informazione e la sensibilizzazione sugli Ogm; non passeranno mai in Africa…» E anche preoccuparsi degli effetti della «propaganda» dei sostenitori del cotone transgenico.
La verità è che il fronte pro-Ogm non lesina spese grazie al sostegno del governo: conferenze stampa, viaggi-studio interamente pagati, eventi pubblici, film d’«informazione»… I depliant in carta patinata della Monsanto descrivono un mondo idilliaco con l’aiuto delle statistiche dell’Inera. Sostengono che i semi Ogm Bollgard II genereranno un aumento medio del rendimento del 45%, una riduzione dei pesticidi da sei a due passaggi, una riduzione dei costi del 62%, da cui deriverà un risparmio di 12.525 franchi Cfa per ettaro (cioè 20 euro) e, di conseguenza, un beneficio per la salute dei coltivatori e per l’ambiente.
Niente pare tanto aleatorio quanto il «rendimento medio», in un paese soggetto a una pluviometria capricciosa. Se non piove, capita che i contadini siano obbligati a fare due o tre semine successive. Finché il prezzo dei semi è trascurabile, si tratta «solo» di un sovraccarico di lavoro. Ma, se si devono acquistare i diritti di proprietà intellettuale, quanto costerà un ettaro di cotone? Inoltre, pare che il gene miracoloso rimanga vulnerabile alla siccità e che degeneri man mano che la pianta cresce. Ultimo inconveniente: durante un seminario organizzato dall’Unione europea a cui partecipava Traoré, è stato imposto ai produttori di cotone di tenere uno stock di sicurezza di pesticidi «nel caso in cui». Ciò significa che il ricorso ai prodotti chimici non necessariamente diminuisce.
Infatti, si possono verificare due fenomeni: la comparsa di insetti resistenti al gene (in quattro o cinque anni) e di infestanti secondari immuni dal gene. Gli Stati uniti e l’India hanno dovuti affrontare questo problema. Curiosamente, mentre il Comitato consultivo internazionale del cotone (Ccic) (8), riunito a Ouagadougou dal 17 al 21 novembre 2008, ha vantato i clamorosi successi del cotone Bt indiano (sei anni consecutivi di aumenti nel rendimento), non è stato fatto alcun cenno all’ondata di suicidi tra i piccoli produttori rovinati da una produzione ben inferiore a quella che era stata fatta intravedere loro.
Quanto alla riduzione dei costi, è difficile indicare una cifra, poiché Monsanto mantiene gelosamente il segreto sul prezzo dei Dpi, che si aggiungerà a quello dei fertilizzanti e degli erbicidi. Supponendo che i rendimenti siano migliorati (9), la differenza non permetterà altro che di annullare il sovrapprezzo dei Dpi.
L’argomento a cui i coltivatori sono più sensibili resta la diminuzione dei pesticidi sbandierata da Monsanto. In effetti, durante i giorni di spargimento dei pesticidi, capita che gli agricoltori dormano nei loro campi con tutta la famiglia, esponendosi così alla notevole tossicità di tali prodotti. Tuttavia, si può utilizzare un insetticida naturale estratto dal neem, un albero che cresce nell’Africa occidentale.
Basta un inquadramento tecnico, come dimostrano le esperienze fatte in Mali sul 10% delle superfici coltivate a cotone dalla Compagnia maliana per lo sviluppo dei tessili (Cmdt). Nel 2001, l’Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha, da parte sua, lanciato un progetto di gestione integrata della produzione e degli infestanti (Gipd) con l’obiettivo di ridurre, fino ad eliminarlo, l’uso dei pesticidi. Tuttavia, nulla è stato fatto affinché questo programma del Gipd superi lo stadio di test-pilota. In più, «l’Unpcb si comporta con i contadini come una milizia, rafforzando la politica della Sofitex che ci impone fertilizzanti ed insetticidi, senza darci la possibilità di rifiutarli», protesta Do.
Fra le soluzioni di ricambio agli Ogm, esiste il cotone biologico ed equo che l’associazione Helvetas ha lanciato in Mali nel 2002 e in Burkina Faso nel 2004: nessun prodotto chimico, concimazione organica (gratuita), raccolto di prima qualità… Il suolo si rigenera invece di degradarsi. Il chilo di cotone è pagato 328 franchi Cfa (0,50 euro) al produttore, contro i 165 franchi Cfa (0,25 euro) per il cotone convenzionale. La filiera già riunisce cinquemila piccoli produttori su circa settemila ettari nelle tre regioni, (Ovest, Centro ed Est) del Burkina. Ma parecchi ostacoli sembrano frenare la sua espansione: oltre agli interventi rumorosi e scorretti di Monsanto, alleata delle istituzioni finanziarie internazionali, il trasporto del concime organico ha bisogno di un asino e di un carretto. Sono pochi i contadini che dispongono di tali mezzi.
Secondo Abdoulaye Ouédraogo, responsabile della filiera del cotone all’Helvetas Burkina, «qui non c’è futuro per gli Ogm. Innanzitutto per ragioni climatiche. Inoltre, perché i piccoli produttori non applicheranno mai le regole. Essi si preoccupano prima di riempire i granai per nutrire la famiglia: il cotone viene dopo. Non è come negli Stati uniti, dove si pratica la monocultura a perdita d’occhio…».
L’accanimento pro-Ogm si spiega quindi non solo con la volontà delle multinazionali, ma anche con l’arricchimento che ne trae una classe privilegiata ai danni dell’interesse del paese.
note:
* Giornalista, Ouagadougou.
(1) Il cotone Bt è una varietà locale a cui si è aggiunto un gene estratto da un batterio del suolo, Bacillus thuringiensis, mortale per alcuni agenti infestanti del cotone.
(2) Soprannome dato all’erbicida – estremamente tossico per l’essere umano – più usato dall’esercito degli Stati uniti in Vietnam per distruggere i raccolti e defogliare le foreste. Si legga Francis Gendreau, «Vietnam, l’agente arancio uccide ancora», Le monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2006.
(3) Si legga Aurélien Bernier, «L’avanzata degli Ogm oltre l’ingannevole controllo», Le monde diplomatique/il manifesto, novembre 2006.
(4) Taylor è attualmente giudicato dal Tribunale speciale per la Sierra Leone, per aver sostenuto in questo paese, il Fronte rivoluzionario unito (Ruf), il movimento ribelle responsabile dei crimini contro l’umanità.
(5) Un’associazione italiana aveva lanciato un programma per l’esportazione molto vantaggiosa per i produttori. Temendo la concorrenza per il cotone, le autorità l’hanno fatta fallire.
(6) Si veda il sito dell’associazione Grain, che dispone di una documentazione molto completa: www.grain.org
(7) Gli accordi di partenariato economico (Ape) sono accordi commerciali con i quali l’Unione europea tenta di sviluppare il libero scambio con i paesi del Sud. Tenuto conto dell’opposizione manifestata dalla popolazione e da numerose associazioni, le negoziazioni, iniziate nel 2000, non hanno potuto concludersi con tutti i paesi. Cfr. La pagina «Stop Ape» sul sito dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l’aiuto ai cittadini (Attac): www.france.attac.org/spip.
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(8) Il Ccic riunisce tutti gli anni i più grandi produttori del mondo e i loro partner. Le sue previsioni per il 2009 sono pessimiste.
(9) Diallo, il ministro dell’agricoltura, prometteva dei rendimenti di tre tonnellate, tre tonnellate e mezzo per ettaro… I migliori test con gli Ogm hanno dato una media di solo 1,3 tonnellate per ettaro. (Traduzione di A. D’A.)
Gemma De Magistris e Marina Santini
Una scommessa, scegliere Antonia Pozzi, la sua vita, le sue parole per dirci meglio tra noi e con le ragazze, che volava alto perché dava senso e forza a relazioni asimmetriche tra poeta e lettrici, tra studentesse e docenti. La scommessa è continuata nell’accettare l’invito a partecipare al convegno sulla poeta all’Università Statale di Milano (novembre 2008) in occasione dell’anno pozziano. Non siamo andate allo sbaraglio: Gemma ha avuto fiducia nella solida rete di relazioni di Marina, sulla base delle quali è nato l’invito, che garantiva la disponibilità all’accoglienza.
La fiducia, nella classe 5^ I dell’Istituto linguistico “Artemisia Gentileschi”, circolava già, rappresentata dalla nostra intesa professionale e personale. Noi due docenti abbiamo sentito la necessità e ci siamo reciprocamente date la libertà di lavorare insieme, anche nelle stesse ore. Le studentesse hanno “sentito” che ci sostenevamo, che ci affidavamo l’una all’altra, insomma mostravamo la nostra relazione importante e significativa per entrambe.
Dopo aver letto Per troppa vita che ho nel sangue, la biografia scritta da Graziella Bernabò, e aver lavorato sulla poesia, sul pensiero e sulla vita della Pozzi, le ragazze si sono esposte e, con le parole di Antonia, si sono raccontate, prima nella lettura e nelle ore di lezione, poi scrivendo brevi racconti, frasi, che dicono una conoscenza costata fatica, diventata emozione, pensiero, riflessione, consapevolezza di sé, confronto, dialogo.
Ad Antonia si sono rivolte come ad un’amica più grande, lontana nel tempo ma percepita vicina e, attraverso lei hanno detto le inquietudini e il disagio, l’amicizia e la condivisione, la speranza e la nostalgia.
Attraverso le tue parole, ho riflettuto sul valore che ha per me l’amicizia.
Quando mi trovo “in un cielo notturno”, io mi sento come te “una stellina cieca” che trova riferimento nelle “stelle bianche che conducono al mare”, le amiche. Tu, nella tua poesia, chiami Elvira e Lucia, sorelle; anche per me, le mie amiche rappresentano le sorelle che non ho mai avuto. Sono i miei pilastri a porgermi la mano dall’oscurità per portarmi con loro nella luce, nella folla… [Eloisa]
Molte volte mi veniva voglia di gridare “aiuto”. Tu Antonia mi hai aiutato a capire che non sono l’unica a provare sensazioni di abbandono e di solitudine. [Claudia]
Quando ho iniziato a lavorare sulle parole di Antonia non immaginavo quanto sarei stata coinvolta dalla sua emotività, le sue parole erano esattamente quello che pensavo, trovarla così ‘vicina’ mi ha sorpresa. È stato come se l’avessi conosciuta di persona. [Anna]
Dopo essere intervenute al convegno, spontaneamente hanno cercato un contatto con noi per dire questa esperienza anche attraverso i “loro” modi di comunicare: sms, mail, chat. Hanno così espresso la difficoltà di dirsi in pubblico, la gioia di esserci riuscite, lo stupore per l’emozione circolante: un regalo inaspettato.
Certamente non mi è stato chiesto di fare nulla di particolare, dovevo ‘semplicemente’ leggere il mio pensiero, così come tutte le altre compagne. È stato difficile rivelare qualcosa di così intimo a perfetti sconosciuti. Ma ci siamo riuscite! [Daniela]
La cosa che mi ha colpita non è stata tanto la mia emozione quanto quella che ho visto negli occhi delle persone che ci ascoltavano. Mentre sedevo lì davanti a tutti, e le mie compagne leggevano le loro parole, ho visto la vera e propria commozione negli occhi di una signora nelle prime file. [Giulia]
L’università è luogo di impegno che incute soggezione in ragazze che stanno facendo i conti con i desideri, le aspettative e le ansie di adolescenti.
Niente è andato come avevo immaginato: anche l’aula del convegno l’avevo pensata diversa. Anna tremava, io ero tranquilla, finché non mi sono alzata per esporre la mia poesia, qualcosa di troppo personale per parlarne con persone sconosciute con le quali condividevamo solo l’interesse per l’autrice e soprattutto dopo quei ragazzi universitari che avevano preparato lavori lunghissimi e specifici. È stato tanto lo stupore nel sentire persone che ci applaudivano e ci dicevano -brave ragazze, complimenti!-. Sono contenta di aver fatto questo lavoro. [Claudia]
La scommessa è stata vinta. “Ma allora prof., a scuola si può anche….?” È vero, a scuola si può anche essere coinvolte, commosse, appassionate o confortate.
Le parole di Antonia mi sono servite a scoprire anche me stessa e a ragionare su esperienze trascorse, su quanto sia importante avere relazioni e libertà e come posso ‘usare’ queste cose. [Noha]
Ed ora mentre ci avviamo all’esame di stato, resta un senso di complicità, una sorta di empatia e una grande riconoscenza per chi ha reso possibile tutto questo e ci ha creduto. Perché, insieme, la fatica diventa più leggera, si impara di più, non solo la poesia, la filosofia e che si può essere unite dallo stesso pensiero.
Così ci hanno regalato una loro poesia, restituendoci la nostra relazione come
appariva ai loro occhi:
Unite dallo stesso pensiero,
così diverse eppure così uguali,
come perle della stessa collana,
fianco a fianco.
da il manifesto – Parla la scrittrice Suad Amiri
Qual è stata la reazione dei palestinesi della West bank di fronte al massacro perpetrato da Israele a Gaza? Lo chiediamo alla scrittrice palestinese Suad Amiry, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah, a Roma per presentare il suo ultimo libro Niente sesso in città . «Per due giorni tutti i palestinesi sono rimasti incollati davanti alla televisione, senza nemmeno andare al lavoro, paralizzati dalle immagini trasmesse dalla tv al Jazeera», ci risponde. «C’è stata fin dall’inizio grande solidarietà umana, senza politica. La politica ha cominciato a emergere con l’intervista rilasciata dal leader di Hamas Khaled Meshal a Damasco che, con un tono molto arrogante, invitava a manifestare a favore di Hamas. Questo appello ha allarmato le autorità palestinesi. Va aggiunto che Abu Mazen si trovava all’estero e, sbagliando, non è rientrato subito».
La gente era ammutolita dagli eventi, ma quando ha cominciato a scendere in piazza?
Fin dalla prima sera, il 27 dicembre, vi è stata una fiaccolata, tutte le chiese hanno sospeso le loro cerimonie. Il giorno dopo, alle 13, senza nessuna convocazione, ci siamo ritrovati tutti in piazza, nel centro di Ramallah: c’erano tutti i partiti con le loro bandiere, ma non c’era nessun leader politico. C’era molta polizia e quando dal check point di al Bireh sono arrivati un centinaio di militanti – molte donne – di Hamas con le loro bandiere, la polizia voleva fermarli, ma gli altri gruppi lo hanno impedito urlando slogan unitari. C’era chi proponeva di eliminare le bandiere di partito e portare solo quelle palestinesi. Piccoli scontri sono scoppiati tra Hamas e Fatah, per i vecchi rancori. C’era molta depressione, finché Amal Khreshe, ex militante comunista, è riuscita a rianimarci urlando slogan unitari e dietro a lei, in prima fila le donne, un corteo ha percorso la città.
Però alla televisione abbiamo visto la polizia che attaccava i manifestanti.
Sì, i giovani che volevano dirigersi ai check point dove c’erano gli israeliani sono stati bloccati, picchiati e anche arrestati.
Perché non c’era nessun leader politico?
Perché in Palestina non esiste nessuna leadership, Fatah si è disintegrata, e questo è il risultato prima degli attacchi e dei bombardamenti di Israele contro Arafat nel 2002-2003 e poi della «guerra civile» scoppiata a Gaza. La gente è confusa, l’impressione era che Abu Mazen non volesse opporsi, solo dopo cinque giorni ha chiamato tutti a manifestare imponendo la partecipazine dei dipendenti pubblici. La brutalità di Israele era contro il popolo palestinese e la solidarietà era con il nostro popolo, non con Hamas.
Si può dire che il massacro compiuto da Israele, al di là delle dichiarazioni di intenti, alla fine abbia rafforzato Hamas?
Hamas adesso ha una grande responsabilità, quella della ricostruzione, che sicuramente non potrà fare senza l’aiuto internazionale e per ottenerlo dovrà fare concessioni. Quale percorso si può immaginare? Ci sono due strade possibili: o un governo unitario con Abu Mazen, oppure Hamas ripercorre la strada fatta dall’Olp negli anni ’70 per arrivare al riconoscimento di Israele.
Il problema degli aiuti però è urgente, c’è chi propone una forza di controllo alla frontiera egiziana…
Israele è riuscito a spostare l’attenzione dal blocco del valico di Erez, che doveva essere tolto dopo l’accordo per la tregua con Hamas, a quello dei tunnel che invece aveva tollerato. L’Europa con il boicottaggio imposto al popolo palestinese ha assunto un atteggiamento stupido e ora si propone di controllare la frontiera di Rafah invece di controllare il valico di Erez da dove provengono tutti i prodotti consumati dai palestinesi. Così tutta la pressione si trasferisce sull’Egitto come se il responsabile non fosse Israele.
Qual è il futuro di Abu Mazen?
Non potrà restare al potere senza un processo di pace che peraltro Hamas ha eluso. Forse l’elezione di Obama potrà aiutarci, il modo di pensare nel mondo può cambiare a partire dalla maggiore potenza. Altrimenti saranno gli islamisti fondamentalisti a guadagnare terreno perché sono gli unici che resistono all’occupazione e i giovani conoscono solo quel modo di resistere. Noi laici abbiamo perso gli strumenti per sostenere una giusta causa, non abbiamo articolato un modo di resistere che non sia violento, la resistenza pacifica è considerata da Israele violenza e repressa allo stesso modo, il prezzo da pagare è troppo alto.
Ma Israele vuole il processo di pace?
No, sono convinta che Israele voglia tutta la nostra terra, ma siccome non può buttarci a mare deve fare di tutto per farci sentire degli sconfitti – questo è l’obiettivo dichiarato da diversi esponenti politici e militari israeliani – umiliandoci e istituzionalizzando il sistema dell’apartheid.
CGIL scuola
Abbiamo sentito il ministro Gelmini dichiarare che nella società della conoscenza, e tanto più in momenti di crisi, bisogna investire sulla scuola, sull’università e sulla ricerca.
La dichiarazione è del tutto condivisibile, ma bisognerebbe tradurla in indirizzi precisi e atti concreti: assegnare risorse, migliorare il sistema, garantire a tutti il diritto all’istruzione, innalzare gli standard qualitativi della scuola.
Purtroppo c’è una forte discrepanza tra certe dichiarazioni e gli interventi previsti nello schema di regolamento approvato dal Consiglio dei Ministri, i quali, più che investire “sulla” scuola, sembrano voler investire “la” scuola, come un tir che si abbatta su un malcapitato pedone.
Questi provvedimenti si riversano con particolare impeto distruttivo sulla scuola elementare. Il “maestro unico”, l’azzeramento delle compresenze, l’eliminazione del modulo, la sparizione delle 2 ore settimanali di programmazione sostanziano un perfetto dispositivo di destrutturazione di quella che è oggi la scuola elementare (un segmento di scuola che ha ottenuto importanti riconoscimenti a livello internazionale, che perfino il Ministro Tremonti ha riconosciuto essere ottima, aggiungendo subito dopo però che è “un lusso che non possiamo permetterci”).
La scuola primaria nel regolamento
Essi disegnano una scuola senza scambio, confronto cooperazione tra insegnanti, una scuola senza progetto. Ogni singolo “maestro unico” se la vedrà da sé ed eventuali interventi di altri colleghi saranno meramente aggiuntivi, per l’insegnamento dell’inglese o della IRC o per un completamento d’orario che siano.
Con buona pace della contitolarità.
Le due ore di programmazione settimanale garantiscono la possibilità di progettare, programmare, valutare l’offerta formativa attraverso un lavoro comune fra i diversi docenti. Permettono la modularizzazione dei diversi approcci disciplinari. Favoriscono l’integrazione tra diversi stili e modalità di insegnamento. Incardinano un’idea di scuola capace di proporre esperienze e percorsi di apprendimento significativi e poi di riflettere su quei percorsi e quelle esperienze, in una dimensione di ricerca-azione.
Ora si torna a dire, con una banalizzazione avvilente, che in fondo nella scuola primaria si tratta solo di insegnare a leggere, scrivere e far di conto (esattamente come si pensava nel dopoguerra). Non avrebbe senso quindi attardarsi a praticare didattica laboratoriale, individualizzazione, complementarietà di approcci, inter-trans multidisciplinarietà come è stato fatto in questi anni nei moduli.
A dispetto di una esigenza di alfabbetizzazione culturale, di un bisogno e di un diritto all’istruzione completamente ridisegnati dalla globalizzazione, dalla diffusione di nuovi mezzi di comunicazione, dall’affermarsi della società della conoscenza.
Del resto Ministro e Governo rivendicano che si tratta di un’ opera di “semplificazione”, di “essenzializzazione”.
E se le famiglie hanno bisogno di “sistemare” i figli a scuola per qualche ora in più, si cercherà di accontentarle in qualche modo, sempre nei limiti dell’organico assegnato per l’anno 2008/09, ma è evidente che il modello a cui si tende è la scuola del “maestro unico” nelle 24 ore settimanali (anche questa riduzione di una categoria in grandissima parte costituita di donne a una figura definita col maschile neutro fa evidentemente parte della semplificazione).
Vengono comunque mantenute le opzioni delle 27 e delle 30 ore settimanali, ma senza compresenza. E questo vale per tutte le classi, dal prossimo anno scolastico.
Vale la pena, in questi tempi di cupe offensive brunettiane, spendere qualche parola anche sulla compresenza.
La compresenza al tempo stesso presuppone e realizza interscambio e cooperazione tra insegnanti.
Nella pratica comune, la compresenza viene utilizzata per suddividere la classe in gruppi diversi, per garantire interventi individualizzati a bambine e bambini che ne abbiano necessità, per uscire nel territorio e approfittare delle opportunità educative, culturali, artistiche che offre.
Peraltro, anche a scapito delle valenze didattiche sopra accennate, ormai da anni, all’interno degli istituti scolastici le compresenze sono state utilizzate anche per le supplenze.
Viene mantenuta l’opzione delle 40 ore, il tempo pieno (?).
Si sostiene infatti che il tempo pieno si potrà fare utilizzando le risorse liberate grazie all’eliminazione del modulo e delle compresenze.
E’ come dire che il prezzo della salvaguardia del tempo pieno per alcuni (peraltro in massima parte concentrati al Centro Nord) sarà una scuola senza moduli e senza compresenza per tutti gli altri. Ecco un’altra delle infinite varianti della guerra fra poveri.
Ma davvero si mantiene il tempo pieno? A noi pare di no.
L’espressione “tempo pieno” identifica un modello pedagogico, didattico, organizzativo con caratteristiche precise che certo non possono essere ridotte all’orario di funzionamento.
Il tempo pieno è nato in Italia negli anni 70. Dopo il doposcuola, ovvero dopo le tante esperienze in cui per iniziativa o in collaborazione con gli enti locali si prolungava l’orario scolastico offrendo attività pomeridiane per i bambini e le bambine che ne abbisognassero, il tempo pieno ha costituito il modo attraverso il quale il tempo scuola antimeridiano, canonico, curriculare, e il tempo scuola pomeridiano, aggiuntivo si sono integrati in un unico progetto educativo, disegnando un tempo scuola unitario e di qualità sulla base del riconoscimento che lo spazio dato ai linguaggi non verbali, alla corporeità, alla dimensione ludica nelle attività pomeridiane lungi dal costituire una mera integrazione quantitativa alle attività curriculari del mattino, rappresentava invece uno straordinario volano dei processi cognitivi e di socializzazione.
Prima ancora che nella codificazione normativa, nei fatti si realizzò un progetto di scuola incentrato sul rispetto dei bisogni educativi e di apprendimento dei bambini: il rispetto dei tempi individuali garantito dai tempi distesi; il rispetto degli stili e dei ritmi di apprendimento individuali garantito dai tempi distesi, l’utilizzo di linguaggi verbali e non verbali, la diffusione di una didattica laboratoriale, la valorizzazione della manualità; una grande attenzione all’integrazione dei bambini con handicap o deficit di vario genere; una organizzazione del lavoro articolata in momenti di grande gruppo, individuali, di piccoli gruppi (grazie alle compresenze); la pratica delle classi aperte che arricchiva le occasioni di scambio e di confronto per gli alunni e tra insegnanti.
Non possiamo permetterci confusioni né ambiguità su questo punto: la quantità per tradursi in qualità ha bisogno di condizioni precise. Esattamente di quelle condizioni che questi provvedimenti tolgono drasticamente di mezzo.
Forse ci sarà ancora un tempo pieno, ma pieno di che cosa?
Con un maggior numero di alunni per classe, senza alcuna compresenza viene di fatto a mancare la possibilità di organizzare attività laboratoriali, di articolare l’attività in gruppi più o meno grandi.
Ricapitolando: quando (e se) i regolamenti andranno a regime, le classi funzioneranno a 24 ore settimanali oppure a 27 o a 30 o a 40, se l’organico, le risorse, le strutture lo permetteranno, ma tutte rigorosamente senza compresenza e illuminate dal modello del maestro unico; modello che, secondo il Ministro ” è assolutamente compatibile” perfino con il tempo pieno.
Il prossimo anno, 2009/10, si comincerà dalle prime
Già ce la immaginiamo una bella classe prima, di 27/29 alunni, con un’età compresa tra i cinque e i sette anni grazie al rinverdito anticipo, tutti i giorni della settimana con lo stesso insegnante, senza alcuna compresenza.quale possibilità di espressione, di ascolto, di risposta alle domande dei bambini? Quale rispetto dei ritmi, degli stili, delle intelligenze individuali? Per non parlare delle esigenze specifiche, ma diffuse, di bambini e bambine con particolari problemi o disagi o deficit.
E che vogliamo dire delle condizioni di un reale inserimento scolastico dei figli degli immigrati? (Ma su questo punto, dopo l’ordine del giorno sulle “classi ponte”, bisognerà essere molto attenti per impedire che prendano piede formule che alla valenza discriminatoria se non apertamente razzista, uniscono una totale insipienza in merito alle condizioni e alle didattiche che favoriscono i processi di apprendimento e di socializzazione dei bambini che stanno dentro a processi migratori).
Se avessimo voglia di far dell’ironia, potremmo dire, rassicurati, che gli estensori dei regolamenti hanno pensato al disagio degli insegnanti, alle questioni che potrebbero porsi e porre. Ma non c’è proprio da ridere: il comma 11 dell’art. 4 recita: “Sono organizzati …corsi di formazione professionale per i docenti, finalizzati all’adattamento al nuovo modello organizzativo”.
Eccola qui la valorizzazione della professionalità docente secondo il Ministro Gelmini: l’adattamento!
D’altronde è vero: di una grande capacità di adattamento ci sarà bisogno, innanzitutto da parte di coloro che per virtù di questi provvedimenti dovrebbero essere licenziati, da parte di coloro che si troveranno con un orario spezzatino da svolgersi anche in istituti diversi dello stesso ambito provinciale, e certamente anche da parte di quelle maestre e quei maestri che si troverebbero a lavorare in una scuola primaria stravolta.
Per i bambini e le bambine di questo nostro Paese, in una fascia d’età fondamentale per la formazione delle persone, il Governo ha in serbo una scuola impoverita, richiusa in se stessa, inevitabilmente autoritaria e oppressiva.
Questo disegno va fermato
Le iscrizioni sono la prossima, immediata occasione per continuare la mobilitazione: diffondendo l’informazione, raccogliendo e facendo vivere nel Paese il dissenso al disegno distruttivo di questo governo verso tutto il sistema pubblico, a partire da quello di istruzione, del quale la scuola primaria paga, in questo momento, il prezzo più alto.
Olympe de Gouges
Risposta al cittadino Robespierre:
Una anticipazione da «La musa barbara. Scritti politici (1788-1793) a cura di Franca Zanelli Quarantini, in uscita domani per Medusa. L’autrice, cui si deve la «Dichiarazione dei diritti della Donna», prende parola su tutti i temi più importanti del tempo: dall’abolizione della pena di morte, all’eliminazione della schiavitù nelle colonie
Robespierre, come sei stato edificante! Ci fai sapere che hai rinunciato al diritto di una giusta vendetta nei confronti dei tuoi accusatori. E altro non chiedi che torni la pace, che gli odi particolari siano dimenticati, che la libertà sia mantenuta. Che fulminea metamorfosi! Tu, disinteressato; tu, filosofo; tu, amico dei tuoi concittadini, della pace, dell’ordine? Potrei citare una certa massima, che dice che se un malvagio fa il bene, sta in realtà preparando nuovi grandi mali. Si fa fatica a sopportare la tua improvvisa conversione, il ritornello della tua ambizione sta preparandoci un lugubre concerto. Se sbaglio, scusami; ma vedi, se io ho il fanatismo dell’amor di patria, tu hai quello di un’ambizione tutta particolare. Puoi aver servito la Rivoluzione, lo ammetto; ma i tuoi eccessi hanno cancellato nei cuori di tutti la riconoscenza… Consideriamo ora la tua giustificazione.
Ti sei presentato alla tribuna per lavarti dalle molte denunce laboriosamente costruite contro di te. Certo, è bello essere calunniato quando si possono sbaragliare i nemici! Ma come sei lontano, tu, da quel trionfo dell’innocenza che non lascia dubbi sull’accusato! Ti compiango, Robespierre, e ti aborro. Guarda che differenza tra le nostre due anime! La mia è veramente repubblicana, la tua non lo è mai stata. Se ho dato l’impressione di votare per la monarchia, è perché avevo la ferma convinzione che quella forma di governo fosse la più adatta allo spirito francese. Potresti tu negare che i miei princìpi siano per questo meno puri? E se, come Mirabeau, ho cercato di conservare la monarchia costituzionale, l’ho fatto per il bene di tutti noi, mentre tu dici di aver cercato di distruggerla solo per amore di te stesso! Calati nel labirinto della tua coscienza, e smentiscimi se osi. Tu imputi a Louvet il fatto di averti accusato, di avere influenzato i Giacobini, il Consiglio generale della Comune, le Assemblee primarie, l’Assemblea elettorale. Io invece accuso te, e insieme a me ti accusa tanta gente!
Dimmi, Robespierre: perché alla Convenzione temevi tanto i letterati? Perché ti hanno visto tuonare contro i filosofi, restauratori dei governi e veri sostegni del mondo, cui dobbiamo la distruzione dei tiranni? Volevi forse istruire i cittadini mediante una Convenzione ignorante, per trasformarla in un’assemblea di bifolchi? O non cercavi piuttosto di dominare su tutti? Rispondimi, ti scongiuro. Benché i tuoi discorsi siano pieni di sofismi, non si può negare che tu possieda un’invidiabile conoscenza delle rivoluzioni, della vita e dei costumi dei grandi conquistatori; ma, di grazia, non paragonarti mai ai saggi di qualunque paese. Sai che distanza c’è tra te e Catone? Quella che sta tra Marat e Mirabeau, tra il moscerino e l’aquila! Tu non sei che la caricatura di un grand’uomo.
Coraggio, Maximilien, tenta la fortuna fino all’ultimo, rovescia sul nascere il governo che ha riunito i costituzionali e i repubblicani. Ma la santa filosofia ostacolerà i tuoi successi; e malgrado il tuo trionfo del momento e il disordine di questa anarchia, tu non governerai mai sugli uomini illuminati. Per questo hai puntato gli occhi sul triunvirato. Non hai denaro, dici? Ma hai degli amici che ti hanno già fatto lauti anticipi e che te ne farebbero ancora per dividere con te le massime cariche! Li conosciamo, hanno un sangue colpevole e proscritto. E quel miserabile Marat, che è appena uscito trionfante dalla sua caverna, coperto dell’ignominia generale e che di nuovo, nei suoi scritti pestilenziali, agita il brando delle furie. Quel miserabile Marat, ripeto, che è il vero pulcinella di questo progetto insensato. Tutti gli tirano le pietre, tutti voi lo rinnegate. Quel moderno Nostradamus si vedrà costretto a marcire nel suo antro sottoterra. O Maximilien, Maximilien! Proclami la pace a tutti i venti e intanto dichiari guerra al genere umano. (…)
Novembre 1792
Giulia Siviero
Flaubert non era Madame Bovary. “E tutto sommato non è una cosa che si può fingere di ignorare. Anche con tutta la buona volontà”.
Lei, Christa Wolf, intellettuale contemporanea che ha sperimentato “sulla pelle” la vicenda della Germania nel dopoguerra, non ha potuto fare a meno di sorridere: “dell’ira di Achille, del conflitto di Amleto, delle false alternative di Faust”. La sua parola, viva, sovversiva, “non curante”, non ha creato storie di eroi né di anti-eroi. Ma ha restituito voce e sangue alle “donne selvagge”. Donne a cui, superando il tempo e lo spazio, ha teso una mano: per sottrarle all’immobilità, per (ri)scriverne la storia, per restituire loro una nascita più autentica e, in fondo, l’unica possibile: la nascita da una madre. Lei che non ha mai rinunciato a uno scrivere in prima persona e a mettere nell’arte la donna che è, lei, Christa Wolf, è Cassandra, profetessa inascoltata durante la guerra fredda, lei, Christa Wolf, è Medea, vittima e capro espiatorio dell’ex Ddr. Comprendere un percorso in cui vita, scrittura e impegno politico si legano, significa mettersi all’ascolto delle figure “differenti” che (ri)prendono vita nei suoi scomodi romanzi. Ma significa anche fare i conti con la ricerca di un’estetica e di un linguaggio che, Con uno sguardo diverso (edizioni e/o, pp. 153, € 15,00), si pongono altrove rispetto alla “gelidità” del pensiero maschile. Gli otto racconti che danno corpo alla raccolta, scritti tra il 1992 e il 2004, divengono il luogo di una scrittura che sconvolge i canoni della letteratura (maschile): “Egli non ha occasione di mettersi alla prova realmente e praticamente. – scrive Christa Wolf – Le rarefatte regioni in cui lui, i suoi seguaci si ritirano pieni di paura del contatto, a pensare, a poetare, sì, sono gelide”. L’estetica occidentale, a partire dall’Iliade, intreccia storie di eroi: ogni azione quotidiana è assente e la guerra, anche a livello simbolico, distrugge la vita minuta. Tra il bucato e il giardinaggio, vivendo e poi scrivendo (non viceversa) si anima, invece, lo sguardo di Christa Wolf: sull’infanzia, sulla lingua materna, sui frammenti della storia. Il dire sfugge alle gabbie teoriche della definizione e dell’interpretazione e rimane in grado di “toccare”, di mantenere un legame con il fare, con la vita che lo ha avviato. La scrittura, a tratti, dice se stessa e nella trama fluida che, come un fiume carsico, si immerge e ricompare, le parole stanno una accanto all’altra, senza il respiro di un punto, senza la pretesa di sostituirsi alle cose. Trovando, infine, il proprio senso nell’associazione imprevista. In queste pieghe, si ritrovano la veggenza di Cassandra o la seconda vista di Medea. Il loro coraggio di guardare le reali condizioni del presente, di conservare un’integrità, un sapere altro, un’umanità, che le ha rese dissonanti rispetto al potere, incapaci di stare completamente in un tempo e in un luogo. Ecco perché la profetessa “sovraccaricata dal dono della veggenza” diceva di essere cieca. Ecco perché ciò che Christa Wolf ci dona è uno sguardo diverso.
Vicenza è una città violata che non vuole né piegarsi né rassegnarsi. Per questo il Coordinamento nazionale degli Enti Locali per la pace e i diritti umani promuoverà la costruzione di una Rete delle “Città amiche di Vicenza”. La decisione è stata assunta ieri dalla Presidenza nazionale che si è riunita per la prima volta nella sede del Comune di Vicenza “La base americana di Vicenza non si deve fare e la città di Vicenza che si oppone alla sua costruzione non sarà più sola.” Così il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, riunito ieri, venerdì 23 gennaio 2009, nella città del Palladio, ha deciso di promuovere la costruzione di una rete delle “Città amiche di Vicenza “. “Da oggi Vicenza non sarà più sola” ha dichiarato Giulio Cozzari, Presidente del Coordinamento e della Provincia di Perugia. “Raccogliamo l’appello del sindaco e invitiamo tutti gli enti locali a stringere la città di Vicenza in un grande abbraccio di solidarietà. Il progetto di costruzione della nuova grande base americana nel cuore di Vicenza pone gravi problemi alla città. Vicenza chiede di essere ascoltata. Ne ha diritto. E il diritto di Vicenza è anche il nostro diritto”. “Mentre a Vicenza, ha replicato il sindaco Achille Variati, si stanno esaurendo le vie istituzionali del confronto e dell’approfondimento, questa manifestazione di solidarietà riaccende in noi la speranza. Quella della base è una vertenza che ci impegnerà per lungo tempo e avere accanto delle città amiche ci sarà di grande aiuto. Vicenza è una città violata che però non vuole né piegarsi né rassegnarsi.” “La decisione di trasformare Vicenza nella più grande base militare americana in Europa è tutt’altro che irreversibile, ha affermato Flavio Lotti, direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani. La politica militare americana ha fallito ed è destinata a cambiare anche sotto la pressione della crisi economica che sta sconvolgendo negli Stati Uniti. Se il nuovo Presidente degli Stati Uniti manterrà le sue promesse molte cose dovranno cambiare anche nella gestione degli affari del mondo e tutti dovranno riconoscere che costruire una nuova grande base militare americana nel cuore dell’Europa, al di fuori dell’Onu e della stessa Nato, è una scelta anacronistica. Dunque sbagliata.” Nelle prossime settimane prenderà dunque il via una campagna tesa a portare la “Questione Vicenza” nelle città italiane ed europee e a promuovere un rinnovato impegno delle città per la pace e la costruzione di una nuova politica della sicurezza comune fondata sul disarmo, la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti e la promozione di tutti i diritti umani per tutti. In questo contesto, il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani ha inoltre deciso di tornare presto a Vicenza con un importante evento nazionale. Ufficio Stampa Coordinamento nazionale degli Enti Locali per la pace e i diritti umani Floriana Lenti 338/4770151 – tel. +39 075 5734830 Fax +39 075 5721234
Nota redazionale: Per i bambini palestinesi
Giornata della Memoria 2009
Auditorium “Verdi” Milano, 24 gennaio 2009
di Hans Krasa
con il coro dei Pueri Cantores di Vicenza e l’ orchestra “Verdi” di Milano
Direttore: Roberto Fioretto
Cecoslovacchia, 23 settembre 1943, nella cittadina di Theresienstadt si mette in scena l’operina per bambini “Brundibar” di Hans Krasa. I piccoli artisti e l’orchestra sono ottimi, la sala è gremita, il pubblico applaude entusiasta, ma….tutto ciò si svolge in un campo di concentramento; il pubblico, gli artisti, lo stesso Krasa, sono prigionieri ebrei, deportati da Cecoslovacchia, Austria, Germania, Danimarca.
Theresienstadt, Terezin in ceco, nel sistema dei lager nazisti rappresenta un’eccezione. Nonostante l’inverosimile addensamento di prigionieri e l’uso del terrore come sistema di potere (sia pure in termini meno espliciti che altrove) si mantenne un certo ordine sociale. Questo avvenne, tra spaventose difficoltà e nell’incessante pericolo, grazie alla presenza di autorevoli personalità capaci di irradiare attorno a loro l’idea di un’esistenza ancora possibile, sostenuta dall’arte e dalla cultura.
I piccoli deportati ebrei, interpreti o spettatori di questa vita artistica ricevettero un aiuto fondamentale per la loro breve esistenza. Attraverso l’arte, si liberarono nelle persone forze animiche nascoste che crearono momenti di gioia, vitalità e coraggio.
Una resistenza spirituale nel dramma che si stava compiendo.
Una presentazione teatrale composta da sette scene collegate da un filo musicale, introduce il contesto da cui poi nasce l’operina “Brundibar”. Rivivono le espressioni artistiche, i giochi e le attività culturali che rappresentarono l’opposizione al “Regno di Brundibar”. Su un piano morale è il Male stesso che viene sconfitto.
Rappresentata ora in un contesto assai diverso da quello nel quale è nata, l’opera di Hans Krasa rimane un’altissima testimonianza di umanità.
La regista Silvia Brunello
www.laverdi.org
www.vicenzapuericantores.it
Silvia Brunello – mail: dognifiaba@libero.it